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MYSTERIUM VOLUME IV: Fenomeni Inspiegabili”


di Laura Cherri
Prima Edizione Ebook: Agosto 2006
Realizzazione: Laura Cherri
http://utenti.lycos.it/lauracherri
Copertina: Ursula Equizzi
www.unreart.net

Ebook presente sul sito: http://www.latelanera.com

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Laura Cherri

MYSTERIUM
VOLUME IV
Fenomeni Inspiegabili

La Tela Nera
Agosto 2006

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INDICE

1. La combustione umana spontanea………………………………7

2. Telefonate dall'oltretomba……………………………………….12

3. Il Voodoo e gli zombi……………………………………………..14

4. I fantasmi del volo 401……………………………………………18

5. L’enigma del P-40………………………………………………..22

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LA COMBUSTIONE UMANA SPONTANEA

Bruciare vivi. Una morte orribile. Non stiamo parlando di Medioevo, Santa
inquisizione e streghe condannate al rogo, ma di un raccapricciante fenomeno che lascia
perplessi medici e scienziati.
Con la definizione ‘combustione umana spontanea’, conosciuta con l’abbreviazione
SHC (dall’inglese Spontaneous Human Combustion), si indica il fenomeno per cui una
persona brucia in modo repentino, senza apparenti cause esterne, lasciando il resto
dell’ambiente pressoché inalterato.
Sfortunata protagonista del primo caso documentato fu Nicole Millet, nel 1725. Il
marito fu accusato di averla uccisa e di aver tentato di bruciarne il corpo nel caminetto
di casa. La donna aveva fama di alcolista senza speranza e tutti erano convinti che
questo fosse il movente dell’omicida, un uomo esasperato da anni di litigi che alla fine
aveva perso la pazienza.
Nel 1731 ecco un altro celebre caso di SHC. La Contessa Cornelia Bandi di Cesena,
sessantadue anni, morì nella sua stanza. La cameriera trovò i suoi resti poco lontano dal
letto, le gambe intatte, il resto ridotto in cenere, tranne una piccola porzione annerita del
cranio. Sembrava proprio che l’incendio fosse partito dal centro del suo petto. Le pareti
della stanza erano coperte di una sostanza grassa e i mobili di fuliggine.
Nel 1763 Jonas Dupont pubblicò ‘De Incendiis Corporis Humani Spontaneis’, ricca
collezione di casi di SHC, partendo dalla vicenda giudiziaria di Millet. A lui va il merito
di aver intrapreso la lunga e faticosa strada della seria ricerca e di aver portato
all’attenzione dell’opinione pubblica un argomento fino ad allora considerato parte del
folclore popolare. In seguito altri scrittori si ispirarono ai casi di SHC per rendere le
proprie opere più inquietanti, tra questi Charles Dickens. Più tardi anche il mondo dei
fumetti ne sarebbe stato influenzato dando vita al personaggio La Torcia Umana dei
Fantastici Quattro.
Il 2 luglio 1951, a St. Petersburg, in Florida, la sessantaseienne Mary Hardy Reeser
diventò tristemente famosa morendo in circostanze poco chiare. La padrona di casa era
passata a farle visita. Dopo aver bussato più volte senza ricevere risposta, aveva deciso
di entrare per accertarsi che Mary stesse bene. Appena varcata la soglia aveva capito
che qualcosa non andava. Si era diretta in salotto e aveva visto ciò che restava della mite
vecchina: un mucchio di cenere, parte del cranio e il piede sinistro, intatto. Il soffitto e
le pareti erano ricoperti da una sostanza oleosa. Alcuni oggetti si erano liquefatti. Per la
polizia Mary era morta a causa di un banale incidente domestico: si era addormentata
con la sigaretta accesa che, una volta caduta sulla sua camicia da notte di tessuto
sintetico, aveva innescato la combustione. La donna era stordita dai sonniferi che aveva
preso e quindi incapace di reagire in alcun modo. Il grasso del suo corpo, l’imbottitura
della poltrona e il pavimento di legno avevano fatto il resto. Uno dei medici che
esaminò i resti di Mary si disse sorpreso che il forte calore che aveva incenerito la
donna non avesse distrutto anche l’intero appartamento.

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Nel 1964 Helen Conway, un’abitante di Delaware County, Pennsylvania, si aggiunse
alla lista. L’8 novembre i suoi resti furono rinvenuti nella camera da letto. Il fatto che
fosse una fumatrice con la pessima abitudine di spegnere le sigarette dove capitava (la
stanza era piena di piccole bruciature) portò la polizia a chiudere velocemente il caso.
La nipote della donna era sicura che non si trattasse di un incidente. La ragazza era
entrata nella stanza per salutare la nonna, quindi era uscita per poi tornare subito
indietro, incuriosita da uno strano rumore. Riaperta la porta aveva visto la signora
Conway che bruciava. Tra la sua telefonata ai pompieri e il loro intervento erano passati
non meno di sei minuti e non più di venti. Troppo pochi perché potesse ridursi in
cenere.
Nel 1966, a Coudersport, in Pennsylvania, il Dottor Irving Bentley, 92 anni, entrò in
bagno per l’ultima volta. Il giorno dopo i suoi resti furono ritrovati accanto alla tazza del
water. La zona dell’incendio era ben circoscritta, il fuoco non aveva danneggiato la
tazza che si trovava a poca distanza. Un piede dell’uomo era ancora intatto.
Nel 1980 a Gwent, nel Galles, John Heymer, agente della scientifica, fu chiamato a
investigare su uno strano caso. La vittima si chiamava Henry Thomas, settantadue anni,
e di lui erano rimasti i due piedi coperti dai calzini e un cranio parzialmente distrutto dal
fuoco. Il resto era cenere. La poltrona era bruciata e il tappeto era carbonizzato solo
nella parte superiore. Finestre e porte della casa avevano guarnizioni contro il freddo
che in pratica sigillavano l’ambiente. Una volta consumato l’ossigeno presente, il fuoco
avrebbe dovuto spegnersi. Heymer si domandava come mai il corpo avesse continuato a
bruciare fino a consumarsi quasi interamente.
Le antiche teorie vedevano in stretta relazione alcol e incendio. In pratica, un ubriaco
rischiava di prendere fuoco in ogni momento, evenienza non del tutto improbabile, a
patto che il soggetto avesse ingerito una quantità esorbitante di alcol. Ma in quel caso
sarebbe finito in coma etilico molto prima di incendiarsi. Oggi si sa che l’unica vera
colpa dell’alcol è di alterare la mente: chi beve è meno attento nel ‘maneggiare’ il fuoco
(accendini, sigarette ecc.) e più lento a reagire quando perde il controllo su di esso. Ecco
l’unico modo in cui si possono mettere in relazione ubriachezza e fiamme.
Scartato l’alcol, si pensò che tutto dipendesse dal grasso corporeo. E’ vero che molte
delle vittime erano sovrappeso, ma tante altre erano magre.
Fu tirata in ballo anche una forma particolarmente cruda di intervento divino per
punire i peccatori. Inutile commentare. Ugualmente inaccettabili le congetture su regimi
alimentari carenti in grado di spingere l’apparato digerente a ribellarsi tramite reazioni
chimiche mortali. Le cellule del corpo impazziscono e attivano una reazione a catena.
Possibile? I medici dicono di no: il fisico può dare delle noie, se trattato male, ma non è
in grado di autodistruggersi con quelle modalità.
E che dire dei vestiti? Colpa loro? Le fibre di alcuni tessuti, a contatto con la pelle,
agirebbero da ‘miccia’ a specifici cocktail chimici del corpo. Se pensiamo alle scintille
che sprigionano certi capi d’abbigliamento quando ce li sfiliamo (la fastidiosissima
elettricità statica), non è difficile pensare che questa potrebbe essere una spiegazione
plausibile. Esistono persone che invece di scaricare l’elettricità statica sarebbero in
grado di trattenerla e accumularla fino a esplodere? Oppure la carica elettrica è da
imputare a fulmini globulari? Questo tipo di fulmine (ancora poco conosciuto) si
presenta come una massa di energia luminosa dal comportamento imprevedibile. Può
attraversare una casa entrando da una finestra e uscendo dall’altra senza ferire gli esseri
umani, ma può anche scaricarsi sulla prima massa solida che incontra. Se tale massa
solida fosse un uomo già sovraccarico di elettricità statica, potrebbe svilupparsi un

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intenso calore e lo sventurato si ritroverebbe avvolto dalle fiamme. Nessuno sa per certo
se questo possa avvenire, l’unica cosa sicura è che i fulmini globulari celano ancora
molti segreti.
Un corpo, per bruciare interamente, ha bisogno di 1.300 gradi centigradi. Questa è la
temperatura degli odierni forni crematori per distruggere un cadavere nel giro di un’ora.
E anche in quel caso non si riesce mai a incenerirlo del tutto. Le ossa vengono raccolte e
frantumate per poi finire nell’urna funebre. Un normale incendio domestico raggiunge,
in media, i 300 gradi. Bisogna quindi pensare che nei casi fin qui esposti le vittime
siano state avvolte da un calore enormemente superiore a quello dei forni crematori. Se
così fosse, anche le abitazioni sarebbero andate in fumo. Molti addetti ai forni crematori
sono stati chiamati ad analizzare le macabre foto. Tutti hanno ammesso che anche per
loro sarebbe difficile ridurre un corpo in cenere in così breve tempo e che la temperatura
necessaria a completare tale procedura non può svilupparsi in comuni spazi come il
salotto o il bagno.
Molti studiosi che negano l’esistenza della SHC, parlano del cosiddetto ‘Effetto
stoppino’. Strati di vestiti facilmente infiammabili potrebbero, nel caso di un uomo
obeso, fare appunto da stoppino e favorire il bruciare del grasso corporeo, proprio come
fosse cera di candela. Le gambe, provviste di una quantità inferiore di grasso, sono più
lente a bruciare. Ecco perché, la maggior parte delle volte, non vengono toccate dalle
fiamme. Per illustrare il concetto al pubblico, nel 1999 la BBC si occupò del mistero di
Helen Conway, catalogandolo come un caso dovuto proprio all’effetto stoppino. I pochi
minuti trascorsi tra l’inizio dell’incendio e l’arrivo dei pompieri non erano sufficienti
perché un corpo finisse carbonizzato, ma nessuno prese in considerazione questo
particolare. Oltre al caso Conway il documentario comprendeva un filmato molto
particolare: vi si vedeva un maiale morto che bruciava. Si trattava dell’esperimento
ideato e condotto dal Dottor John de Haan dell’istituto di Criminologia della California.
De Haan avvolse il suino in una coperta a simulare un essere umano vestito, versò una
piccola quantità di benzina sul tessuto e diede fuoco al fagotto. Assieme al Dottor de
Haan c’erano scienziati, studiosi, medici, vigili del fuoco e sostenitori della SHC. Era
stato scelto un maiale perché il suo grasso è simile a quello degli esseri umani. Dopo
sette ore di costante bruciare il maiale non era ancora distrutto completamente. Il test
servì per dimostrare che un uomo poteva consumarsi a poco a poco e ridursi nelle
condizioni in cui molte delle vittime erano state trovate. In sostanza era solo una
questione di tempo. Occorreva un agente scatenante (sigaretta, candela) e un po’ di
carburante per portare avanti l’incendio. Anche del profumo, che sappiamo contenere
una certa quantità d’alcol, poteva servire a quello scopo. Interessante l’esperimento, un
po’ meno le conclusioni. Difficile immaginare le vittime che rimangono ferme come
pezzi di legno. Dobbiamo forse dedurre che quelle persone fossero già morte prima
dell’incendio? Tutte quante? Impossibile. E che dire di Helen Conway, ridotta in
polvere non in sette ore, ma in pochi minuti?
La scienza dice che non si prende fuoco senza ragione e noi dovremmo crederle. Ma
i neuroni cerebrali di chi si occupa di fatti insoliti rifiutano di stazionare nei recinti
costruiti dagli scettici, soprattutto quando salta fuori la loro parola preferita: ‘testimoni’.
Parliamo di ciò che accadde il 13 settembre 1967 a Lambeth, nel sud di Londra.
Alcune persone videro una luce strana provenire dall’interno di una casa diroccata e
chiamarono i vigili del fuoco. Il comandante John Stacey entrò nell’edificio con i suoi
uomini e scoprì che la luce strana altro non era che il cadavere in fiamme del vagabondo
Robert Bailey, conosciuto in tutta la cittadina. Si dovette scaricare più di un estintore

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per spegnere la caparbia fiamma blu che fuoriusciva dallo squarcio in mezzo all’addome
dell’uomo. Sembrava essersi trasformato in una lampada a gas. Aveva i denti conficcati
nella balaustra della scala e questo fece pensare che fosse vivo quando le fiamme si
erano sprigionate dal suo stesso corpo. I suoi vestiti erano integri, a eccezione della zona
attorno all’addome. L’edificio, che stava per essere demolito, non era dotato né di gas
né di elettricità. Attorno al cadavere di Robert non c’erano altri materiali che potessero
giustificarne la morte. La competente squadra di pompieri aveva dovuto faticare
parecchio per avere ragione di quel tipo di fiamma. John rimase molto impressionato
dall’episodio. La testimonianza di un vigile del fuoco è preziosa, perché nessuno come
un esperto di roghi può confermare o meno la singolarità di un incendio. Sulla base di
ciò che videro i suoi occhi, John escluse all’istante l’effetto stoppino. La fiamma era di
un blu brillante, ben visibile dall’esterno e quindi diversa da quella meno vistosa
dell’effetto stoppino.
Nel 1982 a Edmonton, una località nei pressi di Londra, Jeannie Saffin, una donna di
sessanta anni con problemi mentali, prese fuoco davanti agli occhi del padre mentre
sedeva al tavolo della cucina. Le fiamme le avvolgevano testa e mani, ma lei non
sembrava soffrirne. Atterrito, l’uomo la spinse verso il lavandino e tentò disperatamente
di spegnere le fiamme, gridando il nome del genero che arrivò giusto in tempo per
assistere a una scena da incubo. La testa e il torace dell’anziana ardevano come legna.
In seguito disse di aver sentito provenire dalla bocca aperta della povera Jeannie una
specie di basso ruggito, lo stesso rumore che fa il camino quando lavora a pieno regime.
Nonostante l’intervento dei due parenti, Jeannie morì e sul certificato di morte fu scritto
che il decesso era dovuto a un incidente domestico. Seppur perplesso, il coroner preferì
archiviare il caso in questo modo per non mettere a repentaglio la propria reputazione
esponendo teorie giudicate assurde dalla medicina moderna. Il padre e il genero di
Jeannie continuarono a sostenere che non si era trattato di incidente, ma di qualcosa che
li aveva spaventati a morte entrambi e che mai avrebbero dimenticato.
Nel 1998 si registrò un altro decesso misterioso. Lo senario era Sidney, in Australia.
Mentre sedeva nell’auto di sua figlia, lato passeggero, Agnes Phillips, ottantadue anni,
prese fuoco. La figlia, Jackie Park, l’aveva appena prelevata dalla casa di riposo per
portarla a fare un giro. Parcheggiata la macchina, Jackie si era allontanata per entrare in
un negozio. Pochi istanti dopo vide del fumo uscire dai finestrini. Lei e altri passanti
estrassero l’anziana dall’auto e riuscirono a soffocare le fiamme dopo alcuni
interminabili minuti. Agnes venne ricoverata con ustioni gravi su gran parte del corpo e
morì una settimana dopo. Perché la signora Phillis si incendiò come se qualcuno le
avesse gettato addosso della benzina? Nessuno riuscì a stabilirlo, nemmeno l’ispettore
dei vigili del fuoco, Donald Walshe, che si occupò del caso. L’auto non era in moto,
non c’erano liquidi infiammabili nell’abitacolo, non c’erano fili mal collegati che
avrebbero potuto causare un corto circuito, né lei né sua figlia erano fumatrici e la
temperatura esterna, il giorno della tragedia, era mite.
Prima di lei altre due donne, Olga Worth Stephen (1964, Dallas, Texas) e Jeanna
Winchester (1980, Jacksonville, Florida) avevano preso fuoco in circostanze analoghe.
La seconda era sopravvissuta, con il venti per cento del corpo ustionato. L’incidente le
aveva lasciato fastidiosi problemi di motilità riguardanti braccia, collo e spalle, ma
nonostante ciò Jeanna si diceva felice di essere ancora viva. Non ricordava nulla
dell’incidente.
Ci sono altri casi, altre vittime, e naturalmente altri studiosi troppo sicuri di sé pronti
a sciorinare le loro teorie giudicate inattaccabili. La verità è che nessuno può dire di

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sapere esattamente quali forze piroettano invisibili attorno a noi, pronte a manifestarsi
nelle forme più disparate. Senza inoltrarsi troppo nel campo del paranormale si potrebbe
suggerire l’ipotesi di un Poltergeist che non si accontenta di muovere gli oggetti.
Un’idea che fa rabbrividire.
Nei nostri discorsi quotidiani divampiamo, metaforicamente, in tanti modi. Bruciamo
le tappe, bruciamo i ponti, bruciamo gli avversari, bruciamo di passione. Fare la fine di
Giovanna d’Arco non rientra sicuramente nei programmi di nessuno. Eppure, là fuori,
qualcuno brucia di fuoco vero e nessuno sa ancora perché.

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TELEFONATE DALL’OLTRETOMBA

Non sempre rispondere al telefono può essere una cosa piacevole, soprattutto se a
chiamare è qualcuno che non è più di questo mondo da un pezzo. Scherzi telefonici? A
volte. Ma spesso, come nelle storie che state per leggere, non si tratta affatto di semplici
burle.
Nel 1969 Karl Uphoff, allora diciottenne, ricevette una telefonata dalla nonna.
Rimase raggelato nel sentire la voce di una parente deceduta due giorni prima. Tra loro
c’era sempre stato un profondo legame e Karl aveva sofferto molto per la morte della
nonna. Negli ultimi anni di vita l’anziana era diventata sorda, e il solo modo che aveva
di mettersi in contatto con Karl e chiedere assistenza era di comporre il suo numero
telefonico, aspettare qualche istante, e pregare il nipote di venire da lei. Non sapendo se
Karl aveva risposto o meno, ripeteva la stessa operazione con i numeri di telefono degli
amici più cari del nipote, variando ovviamente il messaggio. “Karl è lì?”, chiedeva
senza sapere se qualcuno l’ascoltasse o meno. “Può chiedere a Karl di venire a casa
subito?” pregava. Gli amici capivano il problema, ma erano piuttosto contrariati dalle
continue telefonate. La questione si era risolta quando la sorella di Karl aveva
cominciato a occuparsi di lei a tempo pieno. Poi la nonna morì e Karl si rassegnò al
pensiero che non avrebbe più potuto parlare con lei. Si sbagliava. Due giorni dopo il
funerale, il ragazzo era ospite da un amico e stava chiacchierando con lui nel
seminterrato. Entrambi udirono il telefono squillare al piano di sopra e la madre
dell’amico di Karl che parlava con tono irritato al suo interlocutore. Spazientita, la
signora scese a chiamare Karl dicendo che un’anziana donna chiedeva insistentemente il
suo aiuto. Karl corse a sollevare il ricevitore e lì visse il momento più allucinante della
sua vita. La voce di sua nonna lo pregava di tornare a casa. Era lei, non c’era alcun
dubbio. Quando Karl tentò, nonostante lo smarrimento, di chiederle dov’era e come
stava, la donna riattaccò. Quella stessa sera, tornato a casa, il giovane ricevette altre
telefonate misteriose. Karl rispondeva e non c’era nessuno in linea. Il fenomeno cessò in
breve tempo. Karl non ha mai pensato a uno scherzo di cattivo gusto. I suoi amici non
erano persone capaci di fare una cosa simile, e quella sera nessuno di loro sapeva dove
lui si trovasse.
Anche Mary Meredith, la protagonista di un caso simile, è convinta che la telefonata
che ricevette nel 1977 non fu una burla crudele. A chiamarla fu la cugina Shirley. La
linea era disturbata e Mary, pur riconoscendone la voce, non riuscì a cogliere le parole
della ragazza. La linea cadde prima che la sconvolta Mary potesse dire qualcosa.
Riappese pensando alla telefonata precedente nella quale sua zia le aveva comunicato la
morte di Shirley in un incidente d’auto, avvenuta circa un’ora prima. Mary e la zia
erano, in quel momento, le uniche persone a conoscenza della tragica notizia.
La signora Wilson è un’altra attendibile testimone del fenomeno. Racconta che dopo
aver tentato invano di entrare in contatto con l’adorato nonno defunto attraverso i
metodi più disparati (incluso il ricorso a vari medium), continuò a tormentarsi finché,
una sera, il telefono prese a squillare e la serena voce del nonno le assicurò che il posto

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dove si trovava era stupendo e le ordinò di smettere di angustiarsi per lui e di affrontare
con fiducia il futuro. Poi la voce sfumò e quindi ci fu solo il segnale acustico di linea
libera. La signora Wilson digitò il numero che permetteva di scoprire chi aveva
chiamato e le fu fornito il suo stesso telefono. In casa non c’erano altri apparecchi. La
conclusione cui giunse fu una sola.
Le storie sono tante, alcune vere, altre no. Si sa che il dolore per la perdita di una
persona cara può giocare gli scherzi più strani alla psiche umana, ma ridurre il tutto a
una singolare forma di autosuggestione significa escludere ipotesi più interessanti. Una
replica dalla scienza ufficiale non l’avremo mai e anche gli studiosi di casi insoliti,
purtroppo, non sono in grado di fare maggiore chiarezza. Limitiamoci dunque a
conservare una mente aperta e uno spirito curioso. Tanto curioso da rispondere senza
paura la prossima volta che il telefono squillerà.

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IL VOODOO E GLI ZOMBI

La mattina del 24 ottobre 1936 gli abitanti del villaggio di Ennery, situato vicino a
Cap-Haitien, a sua volta poco distante da Haiti, ricevono una visita inaspettata e per
nulla piacevole. Una donna cammina lungo la strada principale. È anziana, pallida, e la
pelle del suo viso è tanto rugosa da sembrare ricoperta di scaglie. I suoi occhi portano i
segni evidenti di un’infiammazione mai curata che ha causato la caduta di quasi tutte le
ciglia. Veste abiti sporchi e logori, zoppica e non sembra rendersi conto di dove si trova.
Si protegge il viso dal sole con un vecchio straccio nero e dai gemiti che emette si
capisce che mal sopporta la luce.
La gente del villaggio la guarda e rabbrividisce. Il pensiero corre subito a quegli
stregoni capaci di risvegliare i morti. La donna, tra l’altro somiglia a Felicia Felix
Mentor, un’abitante del villaggio deceduta di recente. Viene infatti accolta in casa dei
Mentor, ripulita e rifocillata. Dato che fatica a riprendersi, viene mandata all’ospedale.
Tutta Tahiti sa già della strana donna che potrebbe essere una morta che cammina.
Il medico che la visita ottiene risposte incoerenti alle sue domande. La donna è
abulica, non sa qual è il suo nome, quanti anni ha, dov’è nata. Gli indigeni sono convinti
che sia Felicia, perché zoppica. La defunta Felicia si era fratturata la gamba poco prima
di morire. Il medico, chiaramente scettico, procede con le analisi di routine. Fatta la
radiografia, non risulta alcuna frattura. La sconosciuta non è Felicia. Zoppica, sì, ma
solo per via di una prolungata denutrizione. Si tratta di una schizofrenica? Questo il
parere del dottore. Gli abitanti del villaggio non la pensano così. Loro sanno cose che i
dottori non sanno.
Intrufoliamoci in un universo completamente diverso dal nostro, in una religione e in
una cultura che spesso, troppo spesso, sono rappresentate in modo distorto. C’è del vero
nelle dicerie che vogliono Haiti la capitale della stregoneria e degli zombi? Se vi
aspettate una risposta secca, non l’avrete. Non l’avrete, perché non sarebbe giusto.
Bisogna mondare il Voodoo dalle informazioni sbagliate che film e libri hanno diffuso
in tutto il mondo. Come tutte le religioni, anche questa ha le sue zone di ombra e le sue
zone di luce. Non è un culto fatto solo di tenebra.
Il Voodoo è nato in Africa, paese in cui è presente fin dagli albori dell’umanità.
Com’è finito in America? Attraverso una delle pratiche più deplorevoli dell’uomo,
ovvero la tratta degli schiavi.
Nel 1943 Santo Domingo era dominata dagli spagnoli che avevano fatto strage di
indiani sudamericani e sottomesso i superstiti. All’inizio del sedicesimo si cominciò a
importare schiavi dall’Africa. Questi uomini, strappati alla loro terra, portarono con loro
le tradizioni di diverse etnie africane. Mescolandole con quelle già presenti dettero vita
al Voodoo come lo conosciamo oggi.
Gli schiavi, spogliati di tutto, compresa la libertà, fecero della religione un modo per
comunicare gli uni con gli altri. Nuovi vocaboli sostituirono quelli africani, nuove
immagini, anche cristiane, furono utilizzate per rappresentare le varie divinità. Il

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Voodoo cambiò radicalmente volto pur di sopravvivere in un mondo dominato dai
padroni europei che tentavano di soffocare qualsiasi forma di aggregazione tra schiavi.
Con l’arrivo dei francesi la situazione peggiorò. Praticare il Voodoo divenne un reato
punibile con la galera, la fustigazione o l’impiccagione. Ma la forza della fede è un
avversario invincibile per chi cerca di sottomettere un credente. Gli africani
continuarono a praticare la loro religione in segreto, nonostante tutto. Proprio in questo
clima, nel 1791, scoppiò la rivoluzione. Haiti si batté per la propria indipendenza e la
ottenne nel 1084, in largo anticipo rispetto alle altre isole dei Caraibi. In seguito a
questo isolamento le tradizioni, le arti e la religione si conservarono intatte. Dopo
l’indipendenza, sotto la guida dell’imperatore Soulouque, il Voodoo emerse dalla sua
condizione clandestina e finalmente i credenti furono liberi di praticarlo senza timore.
Non durò a lungo, perché dal 1860 al 1945 i cattolici dichiararono guerra a un culto
giudicato alla stregua del satanismo. Il Voodoo non fu ucciso nè allora né in seguito e
vive ancora oggi. Nel 2003 il governo di Haiti l’ha dichiarato religione ufficiale,
concedendo il permesso ai praticanti di celebrare matrimoni e battesimi a modo loro.
Il nome del culto praticato dalla popolazione di Haiti (ma non solo) si può scrivere e
pronunciare in tanti modi. Il più conosciuto è Voodoo. Poi ci sono Vodun, Vodou,
Vodoun, Vaudou, Vaudoux. Il bello è che a Haiti questa parola viene pronunciata di
rado. Loro si riferiscono al Voodoo come al seguire il loa o servire il loa.
In uno dei tanti dialetti africani (paese nel quale questa religione ha avuto origine) la
parola vodu indica sia l’adorazione degli spiriti sia gli spiriti stessi. Anche a Haiti la
parola ha questo doppio significato. I loa (o lwa) sono per l’appunto gli spiriti che sono
adorati e rappresentano, di volta in volta, le due facce di ogni cosa: la vita e la morte, la
salute e la malattia, il male e il bene. Vivono in ogni elemento del paesaggio: laghi,
monti, fiumi. Sono gli intermediari tra Dio (chiamato Bondye o Bon Dieu) e l’uomo. Il
concetto è che Dio è troppo lontano e non è in grado di prendersi cura di ogni singolo
individuo. Sono gli spiriti a svolgere questo compito, guidando gli uomini e
assistendolo spiritualmente nella vita quotidiana. La lista delle divinità si è allungata nel
corso dei decenni ed è un interessante guazzabuglio di nomi di divinità africane e nomi
di santi cristiani.
Durante le cerimonie, nelle quali la musica e la danza svolgono ruoli fondamentali,
alcuni partecipanti sono scelti da una o due divinità che utilizzano il loro corpo per
comunicare con i presenti. Ciò serve ad accorciare le distanze tra uomo e spirito. I
ministri del culto sono uomini chiamati houngan (più comunemente Papa) e donne
chiamate mambo (Maman). Il loro compito è principalmente quello di guarire. Circa il
60% dei riti Voodoo vengono fatti a questo scopo e sono a base di erbe, preghiere e, in
alcuni casi, dei moderni farmaci. Questi “sacerdoti” sono anche in grado di evocare e
placare le divinità, predire il futuro, creare svariate pozioni magiche, da quelle per far
nascere l’amore a quelle per causare la morte. Sono dei leader spirituali, ma non
detengono quel potere che invece hanno i preti cattolici. Le divinità sono accessibili a
tutti e tutti possono accoglierle nel proprio corpo.
Ogni rito Voodoo ha il suo animale sacrificato. Di solito è una gallina, simbolo della
casa e della famiglia. Con l’uccisione dell’animale si libera energia vitale che verrà
assorbita dagli spiriti. Durante le cerimonie una o più persone sono possedute dagli
spiriti. Il turista che riesce a partecipare a una cerimonia Voodoo genuina, e non a una di
quelle rappresentazioni a uso e consumo di chi paga, può assistere a fenomeni
impressionanti. Colui che viene cavalcato (così lo descrivono i partecipanti) dalla
divinità cambia personalità, a volte parla con voce diversa, manifesta una forza fisica

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fuori dal comune, può bere un litro di rum e rimanere sobrio. Quando lo spirito lascia il
suo corpo non ricorda nulla di ciò che ha detto o fatto. Autosuggestione? Potere della
fede?
Per un cristiano, guardare l’altare che ogni famiglia di quei luoghi ha in casa può
ispirare un certo sgomento. A prima vista sembra un’incredibile accozzaglia di
immagini di santi cattolici (spesso compare la Vergine col bambino) candele,
specchietti, croci, bottiglie di liquore, bamboline. Il tutto si staglia sullo sfondo colorato
dei drappi e delle bandiere. Per chi è abituato a fare la spola solamente tra altare e
crocefisso, può essere uno choc e può altresì far sospettare che si tratti di un angolino
della casa tutto dedicato a Satana in persona. Non è così. Una volta comprese le regole,
è un pochino più facile orientarsi e capire quali oggetti sono rivolti a omaggiare gli
spiriti buoni e a placare quelli cattivi. Giusto un pochino, lo ripetiamo, perché di loa ce
ne sono a decine. Ogni divinità è come un essere umano con i suoi gusti e le sue manie,
e l’altare casalingo diventa un piccolo bazar grondante simboli religiosi che servono ad
accontentare un po’ tutti. È una coloratissima fusione tra sacro e profano per la quale gli
haitiani spendono più soldi che per le basilari necessità di ogni giorno.
Come si è detto all’inizio, non è una religione scevra da zone d’ombra. Infatti ci sono
due tipi di Voodoo e proprio dal tipo meno diffuso registi e scrittori hanno preso spunto
per far diventare il Voodoo una religione fondata sulla stregoneria. Il Rada, celebrato
dalle famiglie per ingraziarsi le varie divinità e invocare sentimenti di pace e gioia, è
quello più diffuso (circa il 90%). Il Petro, invece, si basa sui principi della magia nera.
A detta degli abitanti di Haiti, succedono cose pericolose durante queste cerimonie. I
sacerdoti lanciano maledizioni, creano zombi, e partecipano a orge sessuali. Questo non
è il tipico Voodoo, ma ciò non toglie che esiste e che c’è qualcuno che lo pratica.
Per gli haitiani la parola zombi ha diversi significati. Se una persona muore senza
essere mai stata posseduta da uno spirito, la sua anima non andrà in paradiso e sarà
condannata a vagare in eterno sulla Terra. Ecco il primo tipo di zombi. Il secondo zombi
è quello che viene appositamente creato da uno stregone (chiamato bokor) per essere
utilizzato nei lavori pesanti. È opinione comune che gli agricoltori molto ricchi e che
hanno successo negli affari si servano di questi “schiavi”, entità misteriose che non solo
lavorano nelle fattorie ma rubano anche denaro per conto del loro padrone. Uomini e
donne deceduti e poi riportati in vita come esseri senza coscienza tramite l’uso di
potenti droghe, chiamate wanga. Questa non è solo una leggenda, per i locali. Gli
Haitiani ne sono talmente convinti che arrivano ad acquistare costose e pesantissime
lastre di marmo per le tombe dei loro cari. In questo modo i bokor saranno scoraggiati
dal riportare in vita il defunto. I bokor possono anche usare le bamboline che in origine
sono confezionate per scopi positivi (rappresentare le divinità) per fare del male a
qualcuno, conficcando spilloni nel pupazzo che, in quel caso, rappresenta il nemico.
Chiariamo un concetto: i bokor centrano con il Voodoo quanto i satanisti centrano con
la religione cristiana. Ci sono circa 380 piante a disposizione dei guaritori (i Papa e le
Maman) e tutte sono potenzialmente pericolose, se usate in modo sbagliato. Non c’è da
stupirsi se qualche stregone invischiato nella stregoneria ne approfitta. I bokor sono dei
solitari, totalmente al di fuori dal giro di famiglie che praticano il Voodoo positivo,
quello che mira a far vivere tutti i membri del villaggio in armonia con l’universo, senza
nuocere al prossimo.
Il biologo americano Wade Davis, giustamente incuriosito da queste dicerie/verità
sugli zombi, ha condotto un lungo studio sul caso. Secondo lui i bokor usano delle
sostanze in grado di paralizzare la vittima e creare il famoso effetto della morte

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apparente. I due ingredienti principali della malefica pozione sarebbero la
tetrodotossina, che si estrae dal pesce palla, un potente veleno che agisce sul sistema
nervoso e provoca la paralisi, e il fluido secreto dalle ghiandole della pelle di un rospo
chiamato Bufo marinus, allucinogeno e anestetico. Per tenere sotto controllo la mente
dello zombi si userebbero in seguito altri sedativi naturali, in dose leggera per
permettere alla persona di muoversi ma non di avere l’effettiva coscienza di sé. Si pensa
che le persone ridotte in uno stato catatonico con l’uso delle suddette sostanze e poi
lasciate nella bara troppo a lungo prima di essere tirate fuori, subiscano danni
permanenti al cervello per via della mancanza d’ossigeno. Detto questo, le leggende
sugli zombi non sembrano più semplici favole ma autentici fatti di cronaca nera.
Gli studiosi finora non hanno raccolto testimonianze convincenti circa la reale
esistenza degli zombi. Quando i contadini affermano che in un certo villaggio c’è uno
zombi, di solito si tratta di un demente girovago il cui comportamento anomalo (vestiti
sporchi, modo di parlare incomprensibile, amnesia) si incastra alla perfezione nel
quadro delle locali credenze sull’esistenza dei non-morti.
Per coloro che praticano il Voodoo la morte è importante quanto la vita. Rispetto
assoluto per i parenti defunti che vengono onorati come fossero bimbi indifesi,
bisognosi di cure e attenzioni. Perché, se trascurati e non ricordati a sufficienza, possono
diventare spiriti pericolosi e portare sfortuna all’intera famiglia. Gli oggetti dei defunti
diventano sacri come se appartenessero alle divinità più importanti, e spesso sono
inseriti nei colorati e traboccanti altari di casa. I funerali sono lunghi ed elaborati, le
tombe cariche di ornamenti. La morte è sempre lì, in agguato, e fa paura in quanto
sinonimo di solitudine. Questo i praticanti lo capiscono e fanno di tutto per stare vicini
col pensiero a chi se n’è andato da questo mondo. L’idea di essere strappati al sonno
eterno per essere trasformati in zombi è altrettanto spaventosa, anche se, va ripetuto,
non esistono prove concrete che ciò possa avvenire davvero.
Il Voodoo è una religione complessa e diversa da comunità a comunità. Per il vero
credente è uno strumento che serve a controllare gli influssi negativi e positivi della vita
quotidiana.
Haiti è considerata la capitale del Voodoo, ma in realtà questo culto si è diffuso a
macchia d’olio in tutti i paesi caraibici, come il Brasile e la Giamaica, e oltre. New
York, Miami e New Orleans sono le città americane con la più alta percentuale di
praticanti. In totale si calcolano circa cinquanta milioni di proseliti in tutto il mondo.
Variante del Voodoo è la Santerìa, praticata soprattutto a Cuba. Seppur imparentate, le
due religioni hanno precise caratteristiche che le differenziano l’una dall’altra.
Hollywood si è data da fare per stravolgere il tutto e mescolare i bokor con il
Voodoo, facendo diventare quest’ultimo un culto per sadici che passano le giornate a
piantare spilloni nelle bamboline e a tirare fuori i morti dalle tombe. Voodoo e zombi,
binomio indissolubile. Binomio che andrebbe cancellato, perché il Voodoo è una
religione molto affascinante e merita rispetto.
Se il turista si spinge lontano, verso i villaggi più isolati dei Caraibi, vedrà altari
colorati, illuminati dalle candele, in cui si ammassano cento oggetti diversi. Assisterà a
cerimonie in cui la persona che viene cavalcata dagli spiriti sembrerà uno squilibrato.
Potrà vedere galline prese per il collo e fatte roteare nell’aria per essere infine sgozzate.
Tamburi, danze, grida. Il trionfo della follia? No, solamente l’esatta rappresentazione
del naturale caos che regna nell’universo. E se il turista incrocerà guaritori amanti della
pace e stregoni che invece hanno scelto il lato oscuro del Voodoo, non potrà fare altro
che augurarsi di riuscire simpatico a entrambi.

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I FANTASMI DEL VOLO 401

I fantasmi sono anime che non riescono a riposare in pace. Questo accade quando lo
spirito si distacca dal corpo in modo violento e la persona non si rende conto di essere
morta o, nei casi peggiori, non si rassegna alla fine della propria vita terrena. Torna
spesso sul luogo in cui è avvenuto il trapasso, vaga senza sosta, cerca di interagire con
gli esseri umani che ancora vivono, presentandosi come apparizione, suono o, più
raramente, odore. Siamo abituati a sentire parlare di case e di castelli stregati, ma che
dire degli aerei?
Ai primi di dicembre del 1972, una assistente di volo della Eastern Airlines disse a
una collega di avere avuto una terribile premonizione. Aveva la certezza che un aereo
della compagnia, un Lockheed Tri-Star, sarebbe precipitato mentre si avvicinava a New
York, tra Natale e Capodanno. Disse che nella sua visione aveva visto in modo nitido
una delle ali che si spezzava nell’impatto col suolo e di aver sentito le urla disperate dei
feriti superstiti. Le chiesero se presentiva di dover morire su quell’aereo, e lei rispose di
no, ma che ci sarebbe mancato poco. Il 29 dello stesso mese, poco prima della partenza
del volo 401 da New York a Miami, alcuni membri dell’equipaggio furono sostituiti. Al
posto dell’assistente di volo che aveva avuto la premonizione salì un’altra ragazza.
Quella sera il volo 401 si schiantò nelle Everglades della Florida. Nessun membro
dell’equipaggio si salvò. Pochi i superstiti tra i passeggeri. Tra le vittime (103) c’erano
il capitano Bob Loft e il motorista Don Repo.
La compagnia aerea indagò sulle cause dell’incidente e scoprì che c’erano un paio di
difetti nel circuito dei dispositivi di controllo. In poche parole la spia che segnalava la
corretta discesa del carrello posto sotto il muso del velivolo non si era accesa. I piloti
avevano erroneamente pensato a un’avaria e si erano distratti per risolvere il problema.
Il motorista e il primo ufficiale erano scesi nel vano inferiore attraverso una botola posta
tra i due sedili del capitano e del copilota. In quel vano, con una sorta di telescopio, si
poteva vedere se il carrello era abbassato oppure no.
La scatola nera conteneva la registrazione di ciò che era avvenuto nell’ultima
mezzora del viaggio mortale all’interno della cabina. Su quell’aereo c’erano quattro
microfoni che avevano raccolto ogni più piccolo suono, dal chiaro segnale di allarme a
quello leggerissimo di un interruttore (levetta o pulsante) che veniva toccato.
Nonostante il nome, la scatola nera in realtà è color arancione vivo per aiutare i
soccorritori a individuarla in fretta. I dati sono protetti da un rivestimento di alluminio,
titanio e silicio. Può resistere a un violento impatto e a un altrettanto violento
schiacciamento. Regge per un’ora in mezzo al fuoco, con una temperatura di mille
gradi, così come resiste alla pressione dell’acqua nel caso l’aereo finisca in mare.
Gli ingegneri ascoltarono la registrazione e ricostruirono la dinamica dell’incidente.
Ecco ciò che era accaduto: il capitano Bob Loft aveva inserito il pilota automatico e
aveva rivolto tutta la sua attenzione al copilota che stava cercando di capire se la spia
del carrello era difettosa o meno. Il copilota l’aveva estratta e poi rimontata male,
finendo per incastrarla e rendendo così impossibile stabilire se la lampadina era

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bruciata. Evidentemente il capitano aveva allungato la gamba per passare oltre
l’apertura sul pavimento e aveva disattivato il pilota automatico per sbaglio.
Nessuno si era accorto che l’aereo stava perdendo quota. Si erano affidati al pilota
automatico che invece non era inserito. Durante la registrazione si udiva il breve bip
dell’allarme-altitudine e ci si chiese come mai non fosse udito anche dai piloti. Troppo
distratti, ecco come mai.
Mentre il motorista e il primo ufficiale stavano tentando di capire se il carrello era
abbassato o meno, il copilota aveva guardato di nuovo la strumentazione e si era accorto
che l’altitudine non era quella giusta. Le ultime parole che i microfoni registrarono
furono:
Copilota: “C’è qualcosa che non va con l’altitudine.”
Capitano: “Come?”
Copilota: “Siamo sempre a duemila piedi, giusto?”
Capitano: “Hey, che cosa sta succedendo qui?”
Un click, il suono di sei bip dell’allarme-altitudine e poi il rumore dello schianto.
Fine.
Una stupida lucina aveva distratto i piloti e fatto precipitare un enorme aereo. Solo
dopo il disastro la compagnia apportò le necessarie modifiche sugli altri apparecchi e la
faccenda si concluse. 103 persone avrebbero potuto salvarsi, se quel piccolo difetto
tecnico fosse stato corretto per tempo.
Alcune parti ancora intatte dell’aereo precipitato furono montate su altri Lockheed
della Eastern Airlines. Da quel momento in poi, Bob Loft e il motorista furono visti più
di venti volte in altrettante occasioni da persone che non si erano mai interessate al
paranormale e che erano pienamente lucide al momento dell’apparizione. Alcune
conoscevano i piloti, altre non li avevano mai incontrati, ma indicarono con sicurezza le
loro foto anche se mescolate ad altre. Tutti si trovarono d’accordo nell’affermare che i
fantasmi sembravano persone vive, in carne e ossa.
Uno dei vicepresidenti della Eastern Airlines si imbarcò all’aeroporto JFK e sedette
vicino a un uomo in uniforme da capitano. Solo dopo qualche minuto riconobbe in lui
Bob Loft. Spaventato a morte, si alzò di scatto, sempre con gli occhi fissi sull’uomo in
uniforme e lo vide dissolversi nell’aria. Sempre nello stesso aeroporto, un capitano e
altri due piloti videro Bob Loft e gli parlarono. Quando si resero conto che si trattava
del defunto, questi svanì nel nulla. Il capitano ne rimase talmente sconvolto che chiese
di essere sostituito.
A bordo di un altro aereo una donna sedette accanto a un individuo in uniforme,
silenzioso e pallido. Preoccupata, la donna chiamò un’assistente di volo, e in quel
preciso istante l’uomo sparì. Altre persone assistettero al fenomeno. La donna ebbe una
crisi isterica. Qualcuno pensò di mostrarle le foto dei due piloti-fantasmi che
perseguitavano gli aerei dell’aeroporto e la donna, con un’espressione di assoluto
orrore, riconobbe Don Repo.
Un altro velivolo subì un guasto poco dopo il decollo e dovette rientrare. Tra i pezzi
del motore ce n’era uno tratto dall’aereo precipitato. Fu il fantasma di Bob Loft, apparso
accanto a un pilota, a preannunciare l’anomalia che si sarebbe presentata di lì a poco.
Anche una hostess vide Bob parlare con un suo collega. I capelli del pilota divennero
bianchi per lo choc. Non aveva mai creduto che poetesse esistere un aldilà. Aveva
parlato con Bob e Bob era morto da tempo. Sapeva di aver visto uno spettro. Quando
realizzò l’enormità della cosa, la sua vita cambiò radicalmente.

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Seguirono altri episodi anomali a bordo di vari apparecchi sui quali erano stati
montati gli “avanzi” del Lockheed. Uno degli episodi è particolarmente inquietante. La
voce di un uomo parlò attraverso l’altoparlante e invitò i passeggeri ad allacciare le
cinture. I piloti e gli assistenti di volo si guardarono l’un l’altro, stupiti. Nessuno di loro
aveva usato il microfono. Chi aveva fatto quella comunicazione?
Un motorista che stava facendo dei controlli prima che un aereo decollasse trovò un
uomo in divisa seduto ai comandi. Era Don Repo. “Non c’è bisogno di fare nessun
controllo, me ne sono già occupato io”, disse il fantasma e poi svanì.
Anche un capitano ebbe modo di vedere lo spettro che in quell’occasione affermò:
“Non ci saranno altri incidenti. Noi non lasceremo che accada.”
Una hostess vide un uomo in divisa che riparava il forno della cucina di bordo che si
era guastato. La donna si astenne dall’avvicinarsi per non disturbarlo. Poco dopo un
incaricato della compagnia le chiese dov’era il forno da aggiustare. Sbigottita, la donna
spiegò che qualcuno se n’era già occupato. Più tardi scelse la foto di Don Repo tra
quelle di tutti i motoristi della compagnia e affermò che si trattava dell’uomo che aveva
visto alle prese con il forno.
Repo venne visto anche da un motorista di bordo che scese nello scomparto sotto la
cabina di pilotaggio per scoprire qual era la causa dello strano bussare che sentiva
provenire da lì sotto.
Il Lockheed 318 risultò essere il più visitato dai fantasmi. Tra carlinga e motore,
aveva inglobato parecchi pezzi provenienti dallo sfortunato apparecchio. Una hostess
vide Repo in un angolo della cambusa. Spaventata, chiamò due colleghi. Tutti e tre
ascoltarono le parole del fantasma: “State attenti al fuoco su quest’aereo.”
In seguito il motore presentò delle noie e scoppiò un piccolo incendio. Si dovettero
cancellare ulteriori voli. Le attrezzature della cambusa del 318 provenivano dall’aereo
caduto. Diversi componenti dell’equipaggio videro Repo attraverso il pannello di vetro
della porta della cambusa. In quelle occasioni, chi mostrò più coraggio aprì la porta e
trovò la stanza vuota e molto fredda.
I racconti e le testimonianze passarono di bocca in bocca e il numero dei passeggeri
disposti a imbarcarsi sugli aerei “stregati” diminuì sensibilmente. Anche gran parte dei
piloti e degli assistenti di volo si rifiutò di lavorare ancora su quei velivoli. Difficile
trovare dei rimpiazzi quando chi se ne va spiega ai nuovi arrivati le ragioni che l’hanno
costretto a rifiutare l’imbarco.
Lo scrittore John Fuller raccolse le testimonianze e scrisse un libro nel quale raccolse
numerosi racconti di persone estremamente equilibrate, spesso con incarichi di grande
responsabilità, gente seria che non aveva né il tempo né la voglia di inventare storie
dell’orrore sui fantasmi. Purtroppo la compagnia aerea fece di tutto per ostacolare le
indagini in tal senso e impose il silenzio ai suoi impiegati, così nessuno fu più in grado
di studiare a fondo il caso.
Bob Loft e Don Repo erano due anime che non trovavano pace? Si sentivano
responsabili del disastro del ’72 e avevano deciso di dedicare la loro esistenza
(extracorporea) a proteggere i passeggeri dei voli della Eastern Airlines?
L’aereo sul quale avevano affrontato il loro ultimo viaggio era stato riciclato senza
alcun rispetto per le vittime. Indissolubilmente legati per l’eternità a quei pezzi di
metallo tra i quali erano morti, li avevano seguiti a bordo di altri aerei, fedeli ai propri
ruoli di capitano e motorista.
Le apparizioni diminuirono a mano a mano che il tempo passava e gli articoli di
giornale lasciarono spazio ad altre tragedie dell’aria. Forse le due anime in pena, una

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volta espiate le loro colpe, passarono a un livello superiore di ciò che noi chiamiamo
aldilà.
O forse ancora oggi c’è qualche dipendente della Eastern Airlines che scende nella
cambusa e la trova stranamente fredda.

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L’ENIGMA DEL P-40

L’8 del 1942 sul radar della torre di controllo di Kienov, in Cina, c’è un puntino
luminoso che proviene dal Giappone. È passato un anno dal tremendo attacco di Pearl
Harbour, e i militari statunitensi in servizio alla base cinese hanno sviluppato una
giustificata insofferenza verso il paese del Sol levante. Quell’apparecchio che si muove
sulla superficie liscia del radar non preannuncia niente di buono. Cielo nuvoloso, tarda
sera. Nessun attacco si è mai svolto in tali condizioni.
Sei Warhawk P-40 (quelli della famosa pattuglia delle Flying Tigers, le Tigri
Volanti) si alzano in volo e vanno incontro all’aereo misterioso. Non appena riescono
ad avvicinarsi chiamano la torre di controllo. Informano che si tratta di un P-40 la cui
carlinga porta contrassegni che non sono stati più usati dal giorno di Pearl Harbour. Ma
quella non è la cosa più strana. Ciò che lascia di stucco i due piloti è che la carlinga è in
pratica un colabrodo. Ci sono segni di colpi ovunque e uno di essi ha fatto volare via il
carrello d’atterraggio. Il parabrezza dell’abitacolo è in frantumi.
Come può volare un aereo in quelle condizioni? I piloti si avvicinano di più per
vedere in faccia il loro collega. Nell’abitacolo siede un uomo accasciato con la faccia e
la tuta da aviatore sporche di sangue. I piloti si avvicinano ancora, nonostante la
pericolosità della manovra. Non riescono a credere a ciò che stanno vedendo. Il pilota
insanguinato non si muove. I due piloti non hanno il tempo di capire chi è. L’aereo
crivellato perde rapidamente quota, si schianta al suolo ed esplode.
Chi era quell’uomo? Uno dei tanti piloti abbattuti dalla contraerea Giapponese un
anno prima? Dopo qualche ricerca si scoprì la sua identità. “Corn” Sherrill, così
soprannominato, era sopravvissuto in qualche zona selvaggia per circa un anno.
Probabilmente aveva recuperato parti meccaniche da altri aerei abbattuti ed era riuscito
a riparare il proprio. Determinato a dare una lezione ai Giapponesi, si era diretto verso
l’isola di Formosa (più conosciuta come Taiwan). Quell’avamposto nemico era indifeso
perché lontano dal Giappone. Riuscì a cogliere di sorpresa e a colpire parecchi aerei
nemici, prima che questi potessero reagire e mettersi al suo inseguimento. Il suo aereo,
già mezzo distrutto, era stato colpito ancora e ancora. I proiettili non avevano
risparmiato neanche Sherrill che, gravemente ferito, si era rifugiato tra le nuvole,
puntando verso la base di Kienov. Quando le Tigri Volanti lo avevano trovato era
clinicamente morto. Si era incastrato la cloche tra le ginocchia mentre perdeva
conoscenza ed era spirato così.
È una storia che parla di fantasmi che cercano di portare a termine il loro compito
dopo che il cuore ha spesso di battere o, più semplicemente, della notevole resistenza
fisica di Sherrill? Chi può dirlo?
Certo è che si tratta di una vicenda curiosa che mette i brividi.

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Laura Cherri è nata a Venezia il 10 Febbraio 1971. È autrice
dell’ebook di racconti “Riflessi Neri” edito dalla Casa Editrice online
Arpanet e del romanzo “Jeremy” edito dalla Ferrara Edizioni.
Visitate il suo sito per saperne di più:

http: // utenti.lycos.it/lauracherri

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