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Macrotemi Seconda Prova

Il documento analizza vari macrotemi della letteratura classica, tra cui l'evoluzione del concetto di amore e amicizia, la rappresentazione delle donne, la condizione degli schiavi e la visione degli stranieri. Viene esaminato il rapporto tra intellettuali e potere, evidenziando le dinamiche di collaborazione e critica, e il tema della guerra, trattato con prospettive diverse. Attraverso l'analisi di autori come Platone, Seneca e Tacito, si mette in luce come questi temi riflettano i cambiamenti sociali e culturali nel corso dei secoli.
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Macrotemi Seconda Prova

Il documento analizza vari macrotemi della letteratura classica, tra cui l'evoluzione del concetto di amore e amicizia, la rappresentazione delle donne, la condizione degli schiavi e la visione degli stranieri. Viene esaminato il rapporto tra intellettuali e potere, evidenziando le dinamiche di collaborazione e critica, e il tema della guerra, trattato con prospettive diverse. Attraverso l'analisi di autori come Platone, Seneca e Tacito, si mette in luce come questi temi riflettano i cambiamenti sociali e culturali nel corso dei secoli.
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Macrotemi seconda prova

1. Amore, Amicizia e Rapporto con l'Altro


Il concetto di amore e amicizia e il modo di rapportarsi agli altri subiscono notevoli evoluzioni nel
corso dei secoli, riflettendo i cambiamenti sociali e filosofici.
● Platone esplora l'amore in una dimensione profondamente filosofica. Nel Fedro,
l'innamoramento è descritto attraverso il mito della biga alata, un'esperienza sublime e
nobile che spinge l'anima a tendere verso l'alto, verso la vera bellezza contemplata
nell'Iperuranio. Sebbene sia inizialmente percepito come una "pazzia", esso è in realtà un
dono riservato agli "spiriti eletti". L'amore fisico è solo il primo gradino di un percorso che
conduce alla bellezza ideale. La sua filosofia riconosce anche l'importanza dell'amicizia,
come quella tra Socrate e Fedro, che condividono momenti di dialogo e ricerca.
● Per Menandro, il teatro riflette i mutamenti sociali dell'età ellenistica, con l'emergere del
singolo e l'importanza dei valori familiari. Nei suoi personaggi, si evidenzia una nuova
umanità, animata da sentimenti come la philanthropia (filantropia) e la sympatheia
(simpatia), che li rende solidali tra loro. L'amore in Menandro è inteso in senso non
predatorio, con l'innamorato che soffre per amore e desidera essere ricambiato,
testimoniando un "umanesimo". Anche figure socialmente basse, come l'etera Abrotono,
dimostrano "grande nobiltà d'animo, solidarietà e generosità".
● Apollonio Rodio nelle Argonautiche descrive l'amore come una forza irrazionale, il ímĕros,
che travolge Medea e la spinge a tradire la sua patria per Giasone. Il suo Giasone, tuttavia,
è un "antieroe" freddo e incapace di coinvolgimento emotivo, che incarna una sensibilità
più moderna e distaccata, in linea con l'età ellenistica.
● In Teocrito, l'amore viene talvolta rappresentato come una "malattia" o una "febbre",
come si vede nel lamento di Simeta nell'Incantatrice. La sua poesia bucolica, pur immersa
nella natura, esprime una ricerca di tranquillità che si estende ai rapporti umani, con
un'enfasi sull'amicizia e il distacco dalle passioni.
● Meleagro, nella sua poetica, va oltre il mero piacere fisico, definendo Eliodora "anima della
sua anima", indicando una passione più profonda e un'unione spirituale.
● Seneca sviluppa il tema del rapporto con gli altri attraverso una visione cosmopolita e
universalistica. Nell'epistola Siamo membra di un unico grande corpo, afferma che "tutto
ciò che vedi, in cui sono racchiuse le cose divine e umane, è una cosa sola: siamo membra
di un grande corpo". Questo implica una profonda solidarietà tra gli uomini, che sono "per
natura affini", e l'invito a comportarsi con humanitas. Cita Terenzio: "Homo sum, humani
nihil a me alienum puto". Nel De Beneficiis, Seneca analizza le relazioni sociali basate
sullo scambio di favori, ma esorta le classi privilegiate alla filantropia e liberalità, come
mezzi di coesione sociale.
● Marziale, pur nella sua varietà tematica, offre uno spaccato dei rapporti sociali romani. La
sua poesia riflette il clientelismo e la ricerca di vantaggi economici, come nei matrimoni
d'interesse. Tuttavia, egli si distingue per non attaccare persone specifiche, ma piuttosto i
"vizi".

2. Donne
La rappresentazione delle donne nelle fonti è variegata, passando da figure idealizzate a critiche
mordaci, riflettendo le convenzioni sociali e i cambiamenti culturali.
● Nelle tragedie di Seneca, la figura femminile assume un ruolo centrale e potente. In Fedra,

la protagonista è una donna "fin dall'inizio perfettamente consapevole dell'origine del suo
male", che accetta il suo furor e si assume la responsabilità delle sue azioni. Questo la
distingue dalla Medea di Euripide e sottolinea la sua modernità, mostrando una figura
femminile che domina la scena e vive un profondo conflitto interiore tra furor e bona
mens.
● Petronio, nel Satyricon, offre un ritratto satirico della società del suo tempo attraverso
figure femminili come la Matrona di Efeso, la cui presunta pudicizia e devozione coniugale
si rivelano effimere di fronte all'attrazione fisica e alla necessità, mettendo in ridicolo la
"falsa pudicizia".
● Teocrito si concentra sull'universo femminile in opere come Le Siracusane, dove le donne
Gorgò e Prassinoa sono protagoniste di un dialogo vivace e realistico che ne analizza i
costumi quotidiani e le dinamiche sociali. Nell'Incantatrice, Simeta è una giovane donna
innamorata e tradita, che ricorre a pratiche magiche per riconquistare l'amante, mettendo
in luce un sentimento di dolore e rassegnazione.
● In Giovenale, la Satira VI è una feroce invettiva contro le donne del suo tempo,
accusandole di corruzione dei costumi, di emancipazione eccessiva (donne che si
dedicano agli esercizi fisici in palestra come uomini) e di falsa erudizione. Giovenale critica
l'allontanamento dal modello tradizionale romano, denunciando la loro ostentazione e i
vizi.

3. Visione degli schiavi


La condizione degli schiavi e la loro percezione sono oggetto di riflessione in diversi autori,
mostrando un'evoluzione significativa da una visione di inferiorità naturale a una di uguaglianza
umana.
● Aristotele, nella sua Politica, espone una visione tradizionale e classista, affermando che
gli schiavi, al pari degli animali, sono inferiori per natura e per questo esclusi dalla
partecipazione allo Stato.
● Seneca, al contrario, rappresenta un punto di svolta. Nelle sue Epistulae morales ad
Lucilium, egli mostra una sensibilità e modernità notevoli, criticando i pregiudizi e il
maltrattamento degli schiavi. Sottolinea che schiavi e liberi sono "biologicamente,
geneticamente uguali", nati "dagli stessi semi" e condividendo la stessa condizione
umana. La distinzione tra loro è frutto di "accidenti, i casi della vita, la sorte". Seneca
arriva ad affermare che siamo tutti "conservi" della sorte. Egli ricollega la schiavitù
materiale alla schiavitù morale, sostenendo che non è schiavo solo chi dipende da un
padrone, ma anche chi è dominato dalle proprie passioni. Critica l'abitudine di considerare
gli schiavi come "nemici" e descrive i loro umili compiti, denunciando la disumanità di chi li
costringe a tali azioni.
● Fedro, egli stesso ex schiavo, utilizza la favola come strumento per criticare la società.
Sebbene non attacchi persone specifiche, le sue favole come Il lupo e l'agnello e La parte
del leone illustrano la sopraffazione del più forte, una metafora della sua condizione di
schiavo e delle dinamiche di potere.

4. Visione degli stranieri


Il rapporto con lo "straniero" o "barbaro" è un tema ricorrente, che evolve dalla contrapposizione
netta all'integrazione, per poi tornare a critiche e ammonimenti.
● Isocrate, nel Panegirico, esalta Atene e dipinge i Persiani come "barbari"
intrinsecamente inferiori, "perfidi e corrotti, incapaci di virtù e di valore militare", "per
natura nemici dei Greci". Questa visione del "razzismo" è forte, basata su un'inferiorità
naturale e irrisolvibile, e non culturale.
● Nell'Età Ellenistica, con l'espansione del mondo greco sotto Alessandro Magno, la
divisione netta tra "grecità e barbarie non esiste più". Si afferma il cosmopolitismo, e
l'uomo greco si trova a confrontarsi con culture diverse, pur provando una sensazione di
smarrimento e perdita di certezze. Il termine Hellenismos, introdotto da Droysen, indica
proprio la "fusione tra la grecità e le culture orientali".
● Tacito presenta una complessa e ambivalente visione dello straniero. Nel discorso di
Calgaco, capo britannico dell'Agricola, egli mette in bocca al "barbaro" una feroce critica
all'imperialismo romano, accusandoli di rubare, massacrare, rapinare, e di chiamare
"pace" la solitudine che creano: "ubi solitudinem faciunt, pacem appellant". Questa, pur
essendo un espediente letterario, serve a Tacito per ammonire indirettamente Roma sui
suoi vizi. Nella Germania, Tacito descrive i Germani con un'ammirazione ambivalente: li
elogia per la loro sobrietà, onestà e forza morale, in un'ottica di critica implicita alla
decadenza morale di Roma. Tuttavia, non li idealizza, ma li presenta anche come "popoli
violenti, incapaci di moderazione e privi di coesione politica". La sua "romanocentricità" lo
porta a sperare che rimangano divisi per non costituire una minaccia per l'Impero.

5. Rapporto con la guerra


Il tema della guerra è affrontato con diverse prospettive, dalla condanna morale alla
celebrazione, in relazione ai contesti storici e ideologici.
● Isocrate vive in un periodo segnato dalla guerra del Peloponneso e dalla decadenza di
Atene. Inizialmente esorta i Greci all'unione contro Filippo di Macedonia, in nome del
panellenismo. Tuttavia, nei suoi discorsi della maturità, come Sulla pace, si rende conto
che "i fatti hanno portato la Macedonia ad imporsi" e invita gli Ateniesi ad abbandonare
ogni idea di imperialismo per cercare una "pace duratura".
● Nelle Argonautiche di Apollonio Rodio, si trova una condanna della guerra, in particolare
nell'episodio di Cizico, dove gli Argonauti si scontrano involontariamente con i Dorioni,
mettendo in luce "l'assurdità della guerra" e la fragilità dei confini tra illusione e realtà.
● Lucano, nel suo Bellum Civile (o Pharsalia), narra la guerra fratricida tra Cesare e Pompeo
con profondo disgusto. Per lui, la guerra civile è un "lusque datum sceleri" (legittimità
concessa al delitto), una catastrofe che ha portato Roma a rivoltarsi contro "le sue stesse
viscere". Il suo poema è una critica distruttiva alla perdita dei valori repubblicani e delinea
un'immagine di sconfitta e "tragico". Lucano arriva a considerare il Fato come "invidioso
della grandezza di Roma" e causa di questa "guerra empia".
● Silio Italico, nei Punica, riprende il tema della Seconda Guerra Punica, ma la presenta
come una serie di "prove" a cui Roma è sottoposta prima del suo glorioso avvenire,
anziché come una rovina. La sua opera è più celebrativa e si allinea al modello virgiliano,
con l'intervento delle divinità e l'importanza del Fato nel sostenere Roma.
● Stazio, nella sua Tebaide, narra un'altra guerra fratricida, quella tra Eteocle e Polinice,
ancora più grave perché tra consanguinei. L'opera è pervasa dal furor che muove i
personaggi e dalla tendenza al pathos e all'esagerazione.
6. Rapporto intellettuale-potere
Il rapporto tra chi detiene il sapere e chi esercita il potere è un tema cruciale, che evidenzia le
dinamiche di collaborazione, critica, dipendenza e autonomia.
● Isocrate, inizialmente logografo (scrittore di discorsi a pagamento), successivamente
disconosce questa attività. Fonda una scuola di retorica con l'obiettivo di formare oratori
e futuri dirigenti politici, credendo che l'eloquenza debba servire a "risolvere dei problemi
concreti e reali di governo".
● Platone nutre una profonda convinzione che solo la filosofia possa garantire la giustizia
negli affari pubblici e privati, auspicando che "al governo ci sarà un filosofo". La sua
delusione per la corruzione dei Trenta Tiranni e per la condanna a morte di Socrate lo
porta a ritirarsi dalla politica attiva ma a dedicarsi alla formazione dei giovani governanti
nella sua Accademia. La sua esperienza con Dionisio I e II a Siracusa lo delude
ulteriormente, mostrando che non tutti i tiranni hanno una propensione reale per la
filosofia.
● Aristotele fu precettore di Alessandro Magno. La sua influenza sul giovane condottiero fu
notevole, trasmettendogli l'idea della superiorità della cultura greca e della necessità
dell'unità politica. Tuttavia, il rapporto si incrina quando il "principato di Alessandro non
prende derive" autocratiche, indicando un limite alla sua collaborazione con il potere.
● Nell'Età Ellenistica, con la nascita dei regni ellenistici, gli intellettuali iniziano a "gravitare
intorno alle corti dei principi", dando origine al mecenatismo e a un forte legame tra
cultura e potere. Musei e biblioteche diventano centri culturali finanziati dai sovrani.
● Seneca incarna un complesso rapporto con il potere imperiale. Dopo essere stato
condannato all'esilio da Claudio, torna a Roma come precettore e poi consigliere di
Nerone. In quest'ottica, scrive il De Clementia, un trattato che mira a guidare il giovane
imperatore verso un modello di monarca illuminato, pur riconoscendo che il Principato è
ormai una "necessità" e "figlia del suo tempo". Il suo ritiro a vita privata è motivato dalla
"stanchezza" di fronte alla degenerazione del Principato di Nerone. Seneca stesso viene
accusato di incoerenza per la sua ricchezza, ma si difende sostenendo che i beni materiali
possono favorire lo studio della filosofia.
● Lucano inserisce nel proemio del Bellum Civile un elogio a Nerone, la cui interpretazione è
dibattuta: potrebbe essere un tentativo di bilanciamento, un'espressione ironica data la
sua successiva rottura con l'imperatore, o una mera convenzione.
● L'Anonimo del Sublime collega la decadenza dell'eloquenza alla mancanza di libertà di
pensiero nel principato, paragonando gli intellettuali a schiavi "ingabbiati" che non
possono esprimersi appieno. La vera libertà di espressione, a suo avviso, fiorisce solo in
un contesto di democrazia e libertà di pensiero, come nell'Atene di Pericle.
● Plinio il Giovane, nel suo Panegyricus Traiani, celebra l'imperatore, lodando la
collaborazione tra principe, senato e aristocrazia, e la "libertà di parola" che,
paradossalmente, è "ordinata" dal principe stesso. Il suo rapporto con Traiano, come si
evince dal carteggio, è quello di un "funzionario diligente ma insicuro", che chiede
costantemente istruzioni, rivelando un potere reale accentrato. Plinio promuove anche
scuole pubbliche, legando l'istruzione al controllo statale e alla formazione di funzionari
fedeli al regime.

7. Rapporto con la filosofia (Stoicismo)


Il ruolo della filosofia e, in particolare, dello Stoicismo, è centrale per molti autori, sia come
sistema di pensiero che come guida pratica alla vita.
● Isocrate si schiera contro i filosofi fisici, troppo astratti, e gli eristici, abili nella parola ma
non nella ricerca della verità. Sebbene critichi i sofisti per le loro false promesse, egli
stesso si ritiene un filosofo, affermando che "i filosofi non insegnano verità assolute, ma
insegnano ai giovani a valutare tra le diverse opinioni". La sua eloquenza mira a risolvere
problemi concreti, con un'utilità pratica.
● Per Platone, la filosofia è l'unica via per la giustizia e la rettitudine. Il suo pensiero è basato
sul dualismo tra il mondo sensibile e il mondo delle idee, che sono "modelli
paradigmatici" e "causa prima di tutte le cose". Egli contrappone l'assolutismo delle idee
al relativismo sofistico, sostenendo che solo l'esistenza di "strutture immutabili e perfette"
può garantire l'ordine politico e la morale. Solo i "saggi", i filosofi, possono raggiungere
l'episteme, la vera conoscenza, a differenza di Isocrate che si limita alla doxa. La filosofia,
per Platone, è un nutrimento dell'animo.
● L'Età Ellenistica segna una crisi dei "grandi sistemi" di Platone e Aristotele, con
l'emergere di filosofie che offrono "una ricetta per la felicità", come l'Epicureismo, lo
Stoicismo e lo Scetticismo. Queste filosofie mirano all'atarassia (assenza di turbamento)
e all'apatheia (autosufficienza). Lo Stoicismo in particolare è legato al concetto di
cosmopolitismo.
● Seneca è il massimo esponente dello Stoicismo romano, sebbene il suo approccio sia
eclettico e pragmatico, attingendo anche all'Epicureismo e allo Scetticismo. Per Seneca, la
filosofia è un "modus vivendi", una guida morale e pedagogica per la vita. Nel De
providentia, egli esplora l'idea stoica del panteismo (Dio che pervade ogni cosa) e
interpreta i mali come "prove per crescere interiormente". Nel De vita beata, la felicità è
definita come "vivere secondo natura, cioè praticare la virtù". Il saggio stoico, come
descritto nel De Constantia Sapientis, è l'unico che può essere superiore agli eventi esterni
grazie alla sua "superiorità interiore, morale".
● Lucano, pur aderendo formalmente allo Stoicismo, mostra un pessimismo che contrasta
con la dottrina stoica. Se da un lato esalta Catone come simbolo del saggio stoico e della
virtus, dall'altro il suo rifiuto e la sua critica al Fato ("invido della grandezza di Roma") si
discostano dall'accettazione stoica del destino (amor fati).
● Persio è profondamente influenzato dalla filosofia stoica, in particolare dal suo maestro
Anneo Cornuto. Nelle sue Satire, egli si pone come filosofo, con una chiara "tensione
etica". Per Persio, la libertà (tema della Satira V) significa "vivere secondo natura, e quindi
vivere secondo ragione", e solo il saggio può farlo. La sua satira mira a mettere a nudo i
vizi della società e a proporre un insegnamento morale, sebbene sia spesso inascoltato.
● Quintiliano si allinea alla posizione di Isocrate e Cicerone, sostenendo che la filosofia è
parte integrante della formazione dell'oratore, non una disciplina separata. L'oratore
perfetto, il "vir bonus dicendi peritus", deve possedere virtù morali e intellettuali. Tuttavia,
mostra ostilità verso i filosofi contemporanei, soprattutto per motivi politici, data la
repressione dei Flavi nei confronti degli Stoici.
● Plinio il Vecchio adotta una concezione stoica dell'universo nella sua Naturalis Historia,
vedendo il cosmo come un organismo connesso e guidato dal logos, la razionalità divina.
La sua ricerca scientifica ha un "fine morale": liberare l'uomo da timori infondati e
utilizzare la conoscenza per scopi etici.
● Luciano è un autore la cui posizione filosofica è complessa e spesso satirica. Pur

mostrando una "lieve predilezione per il cinismo e lo scetticismo", egli critica aspramente
la filosofia in generale come "inutile". Nelle opere come Le vite all'incanto, egli mette
all'asta gli esponenti delle scuole filosofiche, e nel Pescatore si difende criticando i
successori indegni dei grandi filosofi del passato. La sua critica non è superficiale, ma
nasce dalla delusione di non trovare "in nessuna corrente filosofica i suoi ideali",
affidandosi piuttosto al "buonsenso e alla ragione".

8. Tema del viaggio (sia fisico che spirituale)


Il viaggio, inteso sia come spostamento fisico che come percorso interiore o spirituale, è un
motivo ricorrente nella letteratura.
● Platone stesso compie viaggi significativi, come quelli in Sicilia, che influenzano la sua
visione politica. A livello metaforico, il mito della caverna rappresenta un viaggio di
conoscenza, dalla prigione dell'ignoranza alla luce della verità. Il mito di Er descrive un
viaggio post-mortem dell'anima nell'aldilà, dove essa contempla le idee e sceglie la sua
prossima incarnazione, sottolineando un percorso spirituale che precede la vita terrena. Il
viaggio dell'anima verso l'Iperuranio nella biga alata è il culmine di questa ascesa.
● Seneca affronta il viaggio fisico in relazione al suo esilio in Corsica, ma lo ridimensiona a
mero "spostamento di luogo". Per il saggio stoico, la vera patria è il mondo intero,
rendendolo "cosmopolita". Il viaggio si trasforma spesso in una metafora del tempo che
scorre e della vita stessa. Le sue Epistulae morales ad Lucilium prendono spunto da
occasioni quotidiane e viaggi (es. traversata da Napoli a Pozzuoli) per sviluppare profonde
riflessioni filosofiche e morali, trasformando l'esperienza fisica in un percorso di crescita
interiore per Lucilio.
● Apollonio Rodio narra nelle Argonautiche il viaggio di Giasone alla conquista del vello
d'oro. Questo viaggio può essere interpretato come un percorso di iniziazione per
l'antieroe Giasone, che, pur non credendo pienamente nella sua missione, acquisisce
esperienza del mondo.
● Luciano esplora il tema del viaggio in diverse opere. Nel Menippo, il protagonista
intraprende una discesa nell'Ade, un viaggio nel regno dei morti per interrogare Tiresia
sulla migliore esistenza, un espediente per satirizzare la "caducità delle cose umane". La
storia vera, il suo romanzo, è il racconto di un "viaggio avventuroso e favoloso", che serve
a Luciano per criticare satiricamente gli storici che "hanno dato spazio al meraviglioso"
senza dichiararlo.
● Apuleio, nelle Metamorfosi, narra il viaggio di Lucio in Tessaglia e la sua trasformazione
in asino a causa della sua curiositas. Il suo percorso come asino è una serie di peripezie
che lo portano a conoscere i "picchi più bassi" dell'esistenza, ma che culminano in una
redenzione spirituale attraverso l'iniziazione ai culti di Iside e Osiride. La favola di Amore
e Psiche, inserita nel romanzo, è un parallelo simbolico del "viaggio dell'anima" di Lucio.

9. Decadenza dell'eloquenza e retorica


Il dibattito sulla qualità dell'eloquenza e della retorica è un tema persistente, che riflette le
trasformazioni sociali, politiche e culturali.
● Isocrate, pur essendo un maestro di eloquenza e fondatore di una scuola di retorica,
polemizza contro i suoi contemporanei che fanno "sfoggio della loro bravura e si
esibiscono" senza un obiettivo pratico. Critica i "maestri di eloquenza politica" che fanno

"false promesse" e i sofisti che praticano un'oratoria "fine a se stessa". Egli stesso
disconoscerà la sua attività iniziale di logografo, volendo un'eloquenza con un'utilità
concreta.
● Petronio, nell'incipit del Satyricon, attraverso il personaggio di Agamennone, denuncia la
decadenza dell'eloquenza nelle scuole, dove i ragazzi imparano "sproloqui" e "tirate
piene di niente e frasi berciate a vanvera". Questa formazione, lontana dalla realtà, li rende
impreparati per il Foro. Agamennone stesso, tuttavia, ammette che i maestri devono
assecondare i gusti dei genitori, che desiderano che i figli entrino nel Foro "ancora acerbi".
La decadenza delle arti, secondo Petronio, coincide con la "decadenza dello stile di vita".
● Seneca il Vecchio, con le sue Controversiae e Suasoriae, testimonia la trasformazione
dell'oratoria in puro "sfoggio di abilità retorica". Le cause giudiziarie diventano "fittizie", e
l'oratoria perde il suo "mordente" e "la sua carica d'attacco" perché "tutto è controllato
dai principes" e manca la parrhesia (libertà di parola).
● Nell'Età Greco-Romana, la retorica perde il suo "fervore politico" e diventa una disciplina
"scolastica" con una funzione "educativa". Si diffonde l'asianesimo, uno stile
"magniloquente, patetico" che mira a "generare stupore". Le recitationes diventano un
mezzo per far conoscere le opere, ma contribuiscono alla "decadenza dell'oratoria".
● L'Anonimo del Sublime affronta il tema della decadenza dell'eloquenza nell'ultimo
capitolo del suo trattato, introducendo un filosofo che la attribuisce alla mancanza di
"libertà di pensiero" e "democrazia" nel principato. L'autore, sebbene confuti questa
tesi, potrebbe esprimere qui la sua vera posizione attraverso un personaggio fittizio.
● Luciano ironizza sulla retorica e i sofisti contemporanei, accusandoli di essere "ciarlatani"
che "hanno raggiunto la fama e la ricchezza raccontando menzogne". Egli stesso, pur
usando il dialogo, si sente accusato di averlo "abbassato" rispetto ai modelli platonici.
Nelle sue opere, Luciano critica chi si vanta di comprendere il greco ma non sa identificare
errori grammaticali (Lo pseudo sofista).
● Quintiliano, nella sua Institutio Oratoria, lamenta la "corruzione dell'eloquenza". Individua
cause tecniche (mancanza di buoni insegnanti, temi fittizi, scollamento dalla realtà) e
morali (decadimento dei costumi, che si riflette nello stile). Per lui, il modello di perfezione
è Cicerone, e il vir bonus deve mettere la res (contenuto) prima delle verba (forma).
Tuttavia, riconosce che il fine dell'oratoria è diventato principalmente delectare e flectere,
e che il probare (dimostrare la bontà delle proprie tesi) è passato in secondo piano in
un'epoca in cui il dibattito politico non è più libero.

10. Rapporto maestro-allievo e visione dell'insegnamento


Il ruolo del maestro e le metodologie didattiche sono oggetto di profonda riflessione, con
un'attenzione crescente alla formazione integrale dell'individuo.
● Isocrate crede che il maestro debba insegnare "innanzitutto con l'esempio". Sostiene che
l'eloquenza non si possa "insegnare" nel senso stretto, ma che richieda una
"predisposizione del discepolo" che il maestro può poi "raffinare" con i suoi insegnamenti
e il "buon esempio".
● Platone dedica la sua Accademia alla "formazione dei giovani governanti". Per lui, i
filosofi non insegnano "verità assolute", ma guidano i giovani a "valutare tra le diverse
opinioni". Critica la poesia perché, con le sue allegorie, può "deviare" i giovani ancora
immaturi, suggerendo di eliminarla dai piani di studio. Condanna la scrittura nel Fedro,
poiché ritiene che essa generi "oblio" (non allenando la memoria) e dia l'illusione di una
sapienza, riempiendo gli studenti di "opinioni" piuttosto che di vera conoscenza.
● Seneca si pone esplicitamente come "maestro e guida" spirituale per Lucilio nelle sue
Epistulae morales, accompagnandolo in un percorso di "crescita interiore" verso la
filosofia e l'otium.
● Quintiliano è il primo maestro di retorica stipendiato dallo Stato romano. Nella sua
Institutio Oratoria, egli delinea la figura del maestro ideale come un "genitore" (parentis…
animum) che si prende cura dei suoi discepoli. Il maestro deve essere un esempio morale,
"né troppo austero, né troppo affabile", ma equilibrato, incoraggiando il dialogo e la fiducia
reciproca. Quintiliano difende l'insegnamento collettivo rispetto a quello privato,
elencandone i vantaggi: promuove l'autonomia degli studenti, li prepara all'esposizione
pubblica ("non reformidare homines"), favorisce la nascita di amicizie durature e li
protegge dal rischio di "languire" o "insuperbirsi" per mancanza di confronto. Sottolinea
anche l'importanza dell'intervallo e del gioco come strumenti per "affinare l'intelligenza"
e rivelare il carattere dei ragazzi.

11. Visione politica (forme di Stato)


La riflessione sulle forme di governo e la politica è un tema centrale, che si adatta ai contesti
storici di crisi e trasformazione.
● Isocrate, pur vivendo la "decadenza" di Atene, ritiene anacronistico il suo modo di
pensare che Atene debba riconquistare l'egemonia. Egli, tuttavia, auspica un'unione dei
Greci contro Filippo di Macedonia. In un'età matura, riconosce l'inevitabilità dell'ascesa
macedone e propone ad Atene di "abbandonare ogni idea di imperialismo" per una "pace
duratura".
● Platone è profondamente deluso dalla politica del suo tempo, caratterizzata dalla
"generale corruzione" dei Trenta Tiranni e dalla condanna a morte di Socrate. Giunge alla
convinzione che "solo la pratica della filosofia potesse garantire la giustizia" e che "al
governo ci sarà un filosofo". Il suo Stato ideale è fondato sulle idee di giustizia e del bene,
che devono guidare i governanti filosofi.
● Polibio sviluppa la teoria dell'anakyklosis (anaciclosi), il ciclo naturale delle forme di
governo. Ogni forma (monarchia, aristocrazia, democrazia) degenera (tirannide, oligarchia,
demagogia). Egli applica questo concetto anche a Roma, la cui costituzione mista (consoli,
senato, comizi) rappresenta un equilibrio, ma che è comunque destinata, nella sua visione
più matura, a "morire kata physin" (per natura). Polibio riconosce la supremazia di Roma
come "inevitabile" e "auspicabile", voluta dalla "Sorte".
● Nell'Età Ellenistica, con la caduta della polis, l'uomo greco si trova in un mondo dai
"confini dilatati", perdendo i suoi tradizionali punti di riferimento politici. Questo porta a un
senso di smarrimento e alla ricerca di risposte nelle filosofie ellenistiche.
● Seneca accetta il Principato come "figlia del suo tempo" e "necessità storica",
riconoscendo che un ritorno alle istituzioni del passato sarebbe "anacronistico". Nel De
Clementia, egli delinea la figura del "monarca illuminato", un ideale stoico in cui il sovrano
esercita il potere con clemenza e saggezza, pur essendo consapevole che il suo
programma è "utopistico". Egli critica la "deriva autocratica" di Caligola e Nerone.
● Lucano mostra una netta condanna del Principato, che egli percepisce come una
"maschera" che nasconde la perdita della libertà romana e l'esautorazione del Senato e
delle magistrature. La guerra civile tra Cesare e Pompeo è per lui l'inizio della "fine" di
Roma.
● Tacito, nelle Historiae, riflette sulla natura del principato, riconoscendolo come
"indispensabile per garantire l'unità e la stabilità dell'Impero". Tuttavia, egli enfatizza
l'importanza di un princeps "più meritevole" e "capace di coniugare legalità, autorità e
lungimiranza", come Nerva. Negli Annales, il suo giudizio sul potere imperiale è critico,
evidenziando la corruzione dei costumi e difendendo il ruolo del Senato, pur riconoscendo
la perdita della libertas repubblicana. L'atteggiamento di Agricola di "obsequium"
(obbedienza) e "modestia" verso il principato è giustificato da Tacito come un modo per
servire il "bene superiore delle res publica".

12. Visione del tempo


Il tempo è un tema profondamente filosofico, spesso legato alla condizione umana, alla mortalità
e alla ricerca della saggezza.
● Seneca dedica ampia riflessione al tempo, in particolare nel De brevitate vitae e nelle
Epistulae morales ad Lucilium. Il punto centrale non è che la vita sia "breve", ma che gli
uomini "non sappiamo farne buon uso". Egli distingue tra gli "occupati" che sprecano il
tempo in attività futili, e i "saggi" che lo impiegano nella ricerca della verità e della virtù.
Seneca usa diverse immagini per descrivere il tempo: come un "fiume che trascina via
tutto con sé" o come un "punto" che rappresenta il presente. Sottolinea che il tempo va
considerato "qualitativamente e non nella sua quantità". Il celebre motto "cotidie
morimur" (si muore ogni giorno) riflette l'idea che ogni giorno perdiamo una parte della
vita, e la morte è il culmine di un processo continuo. Solo il tempo ci appartiene
veramente, mentre tutti gli altri beni sono "aliena" (di altri).
● Sant'Agostino si avvicina a Seneca nella concezione del tempo come qualcosa di
"soggettivo" e "inafferrabile". Egli argomenta che il passato "non è più" e il futuro "non è
ancora", e che l'uomo coglie solo il presente. Per Agostino, lo strumento attraverso cui
l'uomo misura il tempo è l'anima, che conserva i ricordi del passato e anticipa il futuro.

13. Visione del progresso e del cambiamento


Il concetto di progresso e cambiamento, spesso legato alla percezione del declino o
dell'evoluzione delle società e delle culture.
● Isocrate è consapevole che i tempi sono cambiati e che il suo modo di pensare, che
auspica l'egemonia ateniese, è ormai "anacronistico" di fronte all'instaurarsi della potenza
macedone. Questa consapevolezza lo porta a una "svolta ideologica" in cui invita alla pace
e all'abbandono dell'imperialismo.
● Aristotele utilizza i concetti di potenza e atto per spiegare la "mutevolezza
dell'esistenza", un continuo passaggio da una possibilità (potenza) alla sua realizzazione
(atto). Il processo è una "catena" che ha il suo culmine in Dio, l'"atto puro".
● L'Età Ellenistica è un periodo di profondi cambiamenti. Si passa da una cultura orale a una
scritta, con il libro che diventa il nuovo veicolo del sapere e le biblioteche che assumono
un ruolo fondamentale. La cultura diventa "elitaria", e gli intellettuali gravitano attorno alle
corti. Si assiste a una "crisi di valori" e all'affermazione della Tyche (sorte) come divinità
onnipresente. La koinè dialektos sostituisce i dialetti, omogeneizzando la lingua. La polis
tradizionale crolla, i confini si dilatano, e l'uomo si trova in un mondo cosmopolita, ma
anche smarrito.
● Menandro nelle sue commedie "riflette i mutamenti della società greca", con l'emergere

del singolo, l'importanza della famiglia e la crisi della religione tradizionale, sostituita dal
ruolo della Tyche. Le sue trame, con le loro "coincidenze artificiose", esprimono questa
incertezza del futuro.
● Tacito pone il tema della "distanza incolmabile tra passato e presente" nell'incipit
dell'Agricola. La "libertà di espressione" è stata "oppressa" sotto Domiziano, e sebbene le
cose stiano iniziando a cambiare sotto Nerva, i rimedi richiedono "molto più tempo rispetto
a quello necessario per fare i danni". Nelle Historiae, Tacito riconosce che il Principato non
è più una scelta, ma una "necessità" imposta dalla vastità dell'Impero, sottolineando che
un ritorno alle istituzioni repubblicane è "impossibile".

14. L'animo, pulsioni e emozioni


La psiche umana, con le sue pulsioni irrazionali e le sue capacità di elevazione, è un campo di
indagine per molti autori.
● Platone concepisce l'anima come la parte "superiore" dell'essere umano, che funge da
guida. Nel mito della biga alata, i due cavalli (bianco, razionale; nero, irrazionale)
simboleggiano le spinte contrastanti dell'anima, che l'auriga (ragione) deve controllare per
raggiungere l'Iperuranio. L'innamoramento, sebbene una "pazzia", è un'esperienza che
l'anima "alta, sublime, nobile" vive, spinta dal ricordo della vera bellezza. La bellezza è ciò
che fa "ricrescere le ali" all'anima. Il filosofo è colui la cui anima può conoscere il bene.
● Seneca dedica numerosi Dialogi all'analisi delle passioni e delle emozioni. Nel De ira, egli
condanna l'ira come un "sentimento negativo", vicino alla "follia", che nasce da un
"impulso irrazionale" e non può essere controllato. Nel De tranquillitate animi, Sereno è
turbato dalla sua "incostanza di senno". Seneca offre "rimedi" per raggiungere l'euthymia
(tranquillità dell'anima), suggerendo l'amicizia dei buoni, una vita semplice e
l'accettazione delle avversità. L'esame di coscienza è una pratica fondamentale per la
crescita morale, in cui l'animo funge da "giudice" per lodare o ammonire sé stessi,
portando a un sonno "tranquillo". Nelle sue tragedie, il conflitto tra furor (follia, passione
irrazionale) e bona mens (ragione) è centrale. Fedra, ad esempio, è "perfettamente
consapevole dell'origine del suo male" e accetta di essere preda del furor, mentre la
nutrice incarna la bona mens che cerca di contenerla. Seneca crede che l'uomo, con la
ragione, possa teoricamente "vincere il suo furor".
● Apollonio Rodio si distingue per la sua "analisi interiore, psicologica" dei personaggi. La
"notte di Medea" è un esempio significativo, dove la sua anima è tormentata da ímĕros,
descritta con una "sintomatologia dell'innamoramento" che ricorda Saffo.
● Persio esprime una profonda "tensione etica" e un interesse per l'animo umano. La sua
satira mira a mettere a nudo il "marcio della società" e i "vizi dei suoi costumi". Il suo stile
"aggressivo, rustico, grezzo" e il gusto per il "macabro" sono funzionali a evidenziare la
corruzione morale e la "vacuità dei contenuti" della cultura contemporanea. Il suo intento è
di "guarire e correggere" i "mores pallentes" (comportamenti spenti) della sua epoca.

15. La visione e il rapporto con la storia


La storia è intesa non solo come narrazione di eventi, ma come strumento di analisi critica,
insegnamento morale e riflessione sulla condizione umana e politica.
● Polibio è un sostenitore della "storia universale" e della "pragmatike historia", che si
concentra su "eventi a lui contemporanei" di cui ha avuto "esperienza viva". Il suo

obiettivo è "indagare le cause profonde degli eventi", distinguendo tra aitia (causa
profonda), prophasis (pretesto) e arche (inizio). Critica gli "storici da tavolino" e coloro che
si basano solo sulle fonti, privilegiando la "conoscenza autoptica dei territori" e la
"conoscenza della politica". La storia per lui deve avere un fine "utile", essere un mathema
(insegnamento) e una "magistra vitae". Egli considera la grandezza di Roma come il "fine"
a cui tendevano tutti gli avvenimenti del mondo.
● Plutarco non si definisce uno storico, ma un biografo, scrivendo "non scrivo storie, ma
biografie". Nelle Vite Parallele, accoppia personaggi greci e latini per affinità, con un
duplice obiettivo: storico (avvicinare le due culture) ed etico (fornire esempi da imitare o
da evitare). Si concentra sull'ethos (carattere) dei personaggi più che sulle praxeis (azioni)
o sui grandi eventi. Nelle biografie di personaggi antichi, cerca di "depurare il mito" per
renderlo più storico.
● Tacito è uno degli storici più complessi e influenti. Nell'Agricola, la biografia del suocero è
anche una laudatio funebris, un'orazione politica e un testo etnografico sulla Britannia. Il
suo stile è caratterizzato da variatio, color poeticus e brevitas. Tacito esprime una
profonda "distanza incolmabile tra passato e presente", rifugiandosi in uno stile
arcaizzante per esprimere il suo disagio verso la corruzione del suo tempo. Nelle Historiae,
egli riflette sulla natura del Principato, riconoscendone la necessità ma criticandone gli
abusi. Negli Annales, il suo obiettivo è "indagare il vero". Adotta una tecnica narrativa che
alterna prospettive interne ed esterne, e riporta "più interpretazioni" e rumores, pur
guidando il lettore verso un giudizio critico sul potere imperiale e sulla "decadenza morale
del tempo". Il suo approccio è profondamente pessimista sulla natura umana.
● Svetonio è un esponente della biografia come genere autonomo. Nelle sue Vite dei
Cesari, si concentra sulla vita privata degli imperatori, integrando "aneddoti, curiosità,
pettegolezzi, dettagli di vita quotidiana". Il suo stile è "semplice, diretto, privo di ornamenti
retorici" e il suo obiettivo è "informare, divertire, incuriosire" piuttosto che interpretare o
fare filosofia. I suoi ritratti, come quelli di Caligola e Domiziano, sono spesso divisi in virtù
e vizi, mostrando una raccolta di dati anche contraddittori senza una profonda
elaborazione psicologica.
● Luciano riflette sulla scrittura della storia in Come si deve scrivere la storia, attaccando gli
storici che "hanno farcito la narrazione di notizie inventate" per adulare i potenti e
sostenendo che il compito dello storico è "ricostruire i fatti e utilizzare il criterio del
verum". Tuttavia, nella sua La storia vera, pur dichiarando l'intento satirico, egli stesso si
lancia in un "racconto di un viaggio avventuroso e favoloso" per criticare gli storici che
"hanno dato spazio al meraviglioso" senza ammetterlo.

16. Rapporto con la natura


Il legame tra l'uomo e la natura, sia come ambiente fisico che come principio universale, è un
aspetto indagato in diverse opere.
● Platone, nel Fedro, mostra un disinteresse di Socrate per la campagna, poiché a lui
interessa "imparare" dall'uomo e dalla città, che è "frutto del lavoro degli uomini". La
campagna, per quanto bella, "non insegna nulla".
● Seneca promuove l'idea stoica di "vivere secondo natura". Nelle Naturales Quaestiones,
analizza i fenomeni naturali (fulmini, terremoti) non solo per spiegarne le cause
scientifiche, ma per mostrare come la comprensione della natura possa liberare l'uomo dai
timori infondati, dimostrando un intento morale della ricerca scientifica. La natura è spesso
presentata come "benefica", ma a volte emerge un "pessimismo" che la dipinge come una
"matrigna crudele", soprattutto quando i comportamenti umani corrotti rompono il suo
equilibrio.
● Teocrito è il fondatore della poesia bucolica, dove la natura non è solo uno sfondo, ma
un'ambientazione idealizzata per la poesia e la ricerca della tranquillità. L'Idillio VII si
svolge durante le Talisie, feste agresti dedicate a Demetra e Dioniso, e si conclude con una
descrizione del paesaggio che emana un'aria "rarefatta, idealizzata".
● Plinio il Vecchio, nella Naturalis Historia, cataloga l'intero mondo naturale, vedendolo
come un "organismo" connesso e guidato dal logos divino. Il suo intento è "giovare" al
lettore attraverso la conoscenza della natura, che è "nella maggior parte dei casi...
benefica". Tuttavia, anche in lui, la natura può apparire "matrigna crudele" in relazione alla
corruzione umana.
● Apuleio, nelle Metamorfosi, mostra come la curiositas di Lucio di esplorare le pratiche
magiche in natura lo porti alla trasformazione in asino, un simbolo della sua discesa a uno
stato "abietto". Questo può essere letto come una condanna per chi, come Psiche,
desidera "superare i limiti imposti" dalla natura, e un richiamo alla visione platonica di chi
si allontana dalla "natura" umana trasformandosi in animali.

17. La biografia e i ritratti


La biografia, intesa come genere letterario e come strumento di indagine della personalità,
assume diverse forme e finalità.
● Isocrate offre una breve biografia di sé stesso, delineando la sua nascita, la sua
formazione, le sue attività e il suo rapporto con la politica del tempo.
● Platone introduce la sua biografia attraverso le sue opere e lettere (in particolare la Lettera
Settima), raccontando il suo incontro con Socrate, la sua delusione politica e i suoi viaggi,
che influenzano profondamente il suo pensiero.
● Plutarco è il maestro della "biografia parallela", accoppiando figure illustri greche e
latine. Il suo intento non è scrivere storia, ma "biografie", concentrandosi sull'ethos (il
carattere) dei personaggi attraverso "brevi espressioni", "parole" o "motti di spirito". Non
segue uno schema fisso, ma spesso inizia con la nascita e la discendenza, per poi
concentrarsi sul carattere e le azioni, fino alla vecchiaia e alla morte. Il suo approccio è
etico, offrendo esempi da imitare o da cui imparare.
● Tacito eccelle nella creazione di "ritratti psicologici profondi" dei personaggi. Negli
Annales, analizza le "passioni che li muovono" e le motivazioni delle loro azioni, come nel
caso di Tiberio, Claudio e Nerone. Sebbene dichiari imparzialità, il suo giudizio critico
sull'Impero e la natura umana traspare attraverso questi ritratti. Nell'Agricola, il suocero è
presentato come un modello di virtù romana in tempi difficili. Tacito evita di dilungarsi in
"descrizioni fisiche".
● Svetonio è un'altra figura chiave della biografia. Nelle sue Vite dei Cesari, egli compila una
serie di dodici biografie imperiali, adottando uno schema che parte dalla cronologia
(origini, carriera) per poi passare a una descrizione "descrittiva" di comportamenti,
abitudini, vizi e virtù, arricchita da "aneddoti, curiosità, pettegolezzi". Il suo scopo è
informare e divertire, offrendo un ritratto "più ricco – anche se meno analitico". Non mira a
creare un'immagine coerente, ma a raccogliere tutti gli elementi per definire il carattere.
● Menandro si distingue per l'indagine psicologica dei suoi personaggi, che subiscono un
"percorso di crescita interiore". Anche i personaggi più comuni o "bassi", come l'etera,

sono animati da "sentimenti alti, nobili", mostrando una "umanità nuova".

18. La morale
La riflessione sulla morale, sulle virtù e sui vizi è un filo conduttore che attraversa molte opere,
spesso con un intento didattico o correttivo.
● Isocrate insiste sull'utilità dell'oratoria per "risolvere dei problemi concreti e reali di
governo" e sulla necessità che non sia "fine a se stessa", ma abbia una "utilità". Egli si
pone come maestro di eloquenza che deve insegnare con l'esempio.
● Platone fonda gran parte del suo pensiero su interessi "etico politici e etico educativi". Il
suo Stato ideale si basa sull'"idea della giustizia e del bene", e egli crede nell'esistenza di
"valori validi in assoluto come la giustizia", opponendosi al relativismo sofistico. La
filosofia stessa è un "nutrimento dell'animo".
● Seneca è un moralista per eccellenza. La sua filosofia, radicata nello Stoicismo ma
eclettica, è un "modus vivendi" con intenti "morali" e "pedagogici". Egli offre precetti per
vivere bene, come nel De brevitate vitae dove insegna a fare "buon uso" del tempo per
dedicarsi alla "ricerca della verità, della saggezza". Nel De ira, condanna l'ira come
"sentimento negativo" e "irrazionale". L'esame di coscienza quotidiano è una pratica
fondamentale per l'auto-miglioramento morale. Anche la conoscenza scientifica, per
Seneca, deve essere utilizzata per "scopi moralmente alti" e non per accrescere "vizi e
corruzione".
● Lucano, pur nella sua critica al furor della guerra civile, presenta Catone come
l'incarnazione della virtus stoica e del saggio. La sua narrazione è pervasa da una
condanna morale della degenerazione romana.
● Persio si propone come un filosofo con una forte "tensione etica". La sua satira mira a
"mettere a nudo i difetti dell'uomo" e "i vizi dei suoi costumi" attraverso una "critica
pungente e il sarcasmo". Egli crede che la letteratura debba essere uno "strumento di
formazione, di crescita" e che il "vero" (verum) sia la cifra caratterizzante della sua
poetica. Nonostante il suo pessimismo, egli cerca di "insegnare qualcosa".
● Marziale, pur nella sua poesia di intrattenimento, afferma che "la nostra pagina ha il
sapore dell'uomo", criticando i "costumi" (mores pallentes) della sua epoca. A differenza
di Persio, il suo fine primario è il "divertimento", ma non esclude un'osservazione della
realtà.
● Plinio il Vecchio adotta un'impostazione "moraleggiante" nella Naturalis Historia. Egli
condanna l'"avidità dell'uomo" e il "lusso eccessivo", attribuendo le catastrofi alla "rottura
dell'equilibrio della natura determinato dai comportamenti corrotti degli esseri umani".
● Quintiliano sostiene che il "perfetto oratore" debba essere un "vir bonus" (uomo onesto),
in cui "probity e prudentia" sono "strettamente connesse". L'eloquenza non deve essere
"socia di scelerum" (complice dei delitti) o "hostem veritatis" (nemica della verità).
● Giovenale nelle sue satire dell'indignatio attacca con rabbia i "vizi" e la "corruzione
dilagante" di Roma, confrontandola con il mos maiorum (costume degli antichi). Egli
denuncia le disuguaglianze generate dalle ricchezze e la degenerazione della clientela.
Sebbene le prime satire non abbiano una funzione terapeutica, le ultime assumono un tono
più "moraleggiante", focalizzandosi sulle "virtù interiori" come vero bene.

19. La decadenza dei costumi


La percezione di un declino morale e sociale è un tema che si manifesta in diversi periodi storici,
spesso legato alla critica delle trasformazioni politiche e culturali.
● Isocrate assiste alla "decadenza" di Atene e osserva come il suo tempo sia
"anacronistico" rispetto alla realtà.
● Platone è profondamente colpito dalla "generale corruzione" politica e sociale del suo
tempo, in particolare dalla condotta dei Trenta Tiranni.
● Petronio, nel Satyricon, offre un quadro della "decadenza dei costumi" attraverso la
parodia. La Cena Trimalchionis mette in scena la volgarità dei "nuovi arricchiti" senza
cultura. La novella della Matrona di Efeso "mette in ridicolo la presunta pudicizia delle
donne". La decadenza delle arti e dell'oratoria è vista come correlata alla "decadenza dello
stile di vita". L'opera stessa, con le sue dinamiche sessuali e il rovesciamento dei ruoli,
riflette un mondo senza punti di riferimento morali chiari.
● Seneca osserva con preoccupazione la "degenerazione" del Principato di Nerone. Nel De
ira, denuncia gli imperatori che si lasciano dominare da questa passione irrazionale. Nel De
brevitate vitae, critica gli "occupati" che sprecano la vita in "attività inutili" e la "luxus"
(lusso). Egli condanna l'avidità e il lusso come cause di "corruzione".
● Persio esprime un netto disprezzo per la "cultura contemporanea" che egli reputa "vuota",
interessata solo alla forma e non ai contenuti. Critica i "mores pallentes" (costumi spenti)
che caratterizzano gli uomini del suo tempo, accusandoli di mancanza di "comportamenti
virili e virtuosi". La sua satira mira a "distruggere" e a "portare alla luce il marcio della
società, i vizi dei suoi costumi".
● Giovenale incarna l'indignatio (indignazione) di fronte alla "corruzione dilagante" di Roma.
Il suo metro di giudizio è il mos maiorum, e la distanza da esso misura la corruzione del
presente. Egli denuncia l'influenza negativa delle ricchezze che accrescono le
disuguaglianze e favoriscono "atteggiamenti negativi". La Satira VI è un'aspra critica alla
"decadenza morale" delle donne del suo tempo. La sua visione è di una città "perversa"
dove "ogni vizio è arrivato al fondo".
● Tacito esprime una profonda preoccupazione per la "corruzione del potere" e il "degrado
dei tempi" sotto Domiziano. Egli ritiene che il Principato stesso, pur necessario, sia causa
e conseguenza della "corruzione dei costumi". La sua descrizione dei Germani virtuosi
serve come critica indiretta e ammonimento per i vizi di Roma.

20. La ricerca scientifica


La ricerca scientifica, pur non sempre separata dalla filosofia, è un ambito di sapere che conosce
sviluppi e riflessioni sul suo scopo e sul suo impatto sulla vita umana.
● Aristotele afferma che "tutti gli uomini tendono per natura alla conoscenza". Egli valorizza
la vista come il senso che più di tutti "ci permette di conoscere". Distingue tra
l'esperienza, che permette di conoscere il "particolare" e di ridurre gli errori (es. medico),
e l'arte o la scienza, che offrono una "conoscenza dell'universale" e delle "cause".
● L'Età Alessandrina è un periodo di grande sviluppo per le scienze, con figure come
Euclide, Pitagora e Archimede. Le scuole mediche (dogmatica, anatomisti con Erofilo ed
Erasistrato, empirica, atomistica, pneumatica) compiono passi avanti, con scoperte come
quella di Erofilo sulla sede delle emozioni nel cervello.
● Plinio il Vecchio, con la sua Naturalis Historia, produce un'opera "enciclopedica e
compilativa" che raccoglie "buona parte del sapere dell'epoca" in ambiti come

cosmologia, botanica, zoologia, metallurgia, medicina. Egli adotta un "approccio critico"


alle fonti e un linguaggio "estremamente tecnico, preciso, scientifico". La sua opera
risponde all'esigenza della classe dirigente di "specializzazione" e al gusto per i mirabilia
(cose meravigliose ed esotiche). Plinio ha un chiaro scopo di "utilità", volendo "giovare"
al lettore e liberare l'uomo da timori infondati attraverso la comprensione scientifica dei
fenomeni. La conoscenza scientifica, per lui, deve essere usata per "scopi moralmente
alti", condannando l'uso improprio per accrescere "vizi e corruzione". La sua morte,
durante l'eruzione del Vesuvio, è presentata come un atto di "curiosità" e "umanità" al
servizio della scienza.
● Seneca, nelle sue Naturales Quaestiones, si dedica allo studio dei fenomeni naturali. Egli
ritiene che la comprensione scientifica (es. dei terremoti) serva a "liberare l'uomo da timori
infondati", in linea con Lucrezio. Questo dimostra il fine morale della sua ricerca
scientifica: elevare l'uomo e avvicinarlo alla comprensione delle "realtà divine".

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