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Non Dirmi Che Hai Paura

Il documento riassume il romanzo Qualcuno con cui correre di G. Catozzella. Narra la storia di Samia, una ragazza somala che vive a Mogadiscio durante la guerra civile degli anni '90 e coltiva la passione per la corsa nonostante le difficoltà.

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Non Dirmi Che Hai Paura

Il documento riassume il romanzo Qualcuno con cui correre di G. Catozzella. Narra la storia di Samia, una ragazza somala che vive a Mogadiscio durante la guerra civile degli anni '90 e coltiva la passione per la corsa nonostante le difficoltà.

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G. Catozzella, Qualcuno con cui correre, Feltrinelli, 2014.

Questionario di comprensione ed analisi.

Come inizia la storia (tipo di inizio)? Dove ci troviamo? Perché Alì chiama Samia abaijo? Per quale
motivazione i due ragazzi “avrebbero dovuto odiarsi”?
Il romanzo ha un incipit narrativo in medias res. In latino in medias res significa “nelle cose di
mezzo”, ovvero nel mezzo della narrazione. Il lettore si ritrova improvvisamente immerso in
una vicenda già avviata, privo di punti di riferimento. La vicenda è ambientata inizialmente a
Mogadiscio, in Somalia. Nella scena iniziale troviamo Samia che corre insieme ad Alì da Bondere,
dove abitava, fino allo stadio Cons per allenarsi alla gara di corsa annuale di Mogadiscio. Samia è
una ragazza che ha sempre avuto la passione per la corsa, si è allenata sin da piccola con il suo
migliore amico Alì. Ha un ruolo rilevante il rapporto con Alì, migliori amici sin da piccoli, quasi come
fossero sorella e fratello. Alì chiede a Samia se vuole essere sua abaayo, cioè sua sorella, per far
capire che da quel momento esatto, quella persona è talmente importante che da lì in poi sarà tua
sorella o fratello, legati per la vita da quella semplice parola (“abaayo/aboowe”). I due ragazzini,
ognuno otto anni, nati a tre giorni di distanza l’uno dall’altra, non potevano che essere fratelli anche
se erano figli di due famiglie che non si sarebbero neanche dovute rivolgere la parola ma che
invece vivevano nella stessa casa piccolissima. Samia e Alì hanno sempre condiviso il cibo e il
bagno. E i sogni e le speranze e nulla li ha mai separati. Anche se lui è un darod e lei una abgal, i
clan di guerra del 1991. Loro avrebbero dovuto odiarsi, come si odiavano gli altri darod e abgal
Facendo una rapida ricerca, chiarisci le caratteristiche del contesto (luoghi e tempi) della storia.
Quale guerra era in corso nella città di Mogadiscio? Chi ha sottratto “il mare” a Samia?
La vicenda inizia intorno al '90, e percorre gli anni di Samia, fino al 2012. Nel corso del romanzo
sono frequenti le anticipazioni e flash back, ricordi dell'infanzia di Samia. La maggior parte della
sua vita, però, è narrata in ordine cronologico.
Nata il 30 aprile del 1991, anno in cui il presidente Siad Barre venne destituito dal movimento di
liberazione somalo, Samia cresce in un paese dilaniato dalle guerre civili, dove ogni strada è un
campo di battaglia per le varie milizie che si affrontano.
La guerra civile somala è un conflitto scoppiato nel 1986 in Somalia, e tuttora in corso, che
abbraccia nel suo complesso tre fasi distinte. In origine, nel 1991, il conflitto è scoppiato per
abbattere la dittatura di Siad Barre. Presto, la guerra civile è diventata una lotta tra clan guidati dai
“signori della guerra”. Poi a partire dai primi anni del 2000, si è trasformata ancora, assumendo
una pseudo matrice religiosa: scomparsi i warlord, il potere è gradualmente passato nelle mani
delle Corti Islamiche che, applicando un modello tradizionale di giustizia e di gestione politica,
sono riuscite a pacificare alcune aree del Paese. Si è trattato di un esperimento interessante
interrotto troppo presto. L’ultimo decennio (ma soprattutto a partire dal 2012) è stato caratterizzato
dall’affermazione del movimento terrorista degli Shabab, decisamente più radicalizzati rispetto alle
vecchie.
I giovani somali come Samia e il suo inseparabile amico Alì, abituati a crescere in questo contesto,
convivono con la guerra e cercano di ignorala e di relegarla in un posto lontano nelle loro menti. La
famiglia di Samia, e in particolare il padre Aabe, ripudia la guerra: Aabe sa a cosa porta l’odio che
essa genera e finisce per diventare anche lui una vittima di quel conflitto. Le condizioni della
Somalia, tuttavia, peggiora notevolmente: l’irrigidimento politico e religioso si fa sempre più forte e
il paese viene lacerato dal terrorismo.
Mentre intorno la Somalia è sempre più preda dell’irrigidimento politico e religioso, mentre le armi
parlano sempre più forte la lingua della sopraffazione, Samia guarda lontano, e avverte nelle sue
gambe magre e velocissime un destino di riscatto per il Paese martoriato e per le donne somale.
La guerra rende la vita dei due ragazzi sempre più difficile e Samia può guardare il mare solo da
lontano perché la spiaggia è il luogo dove più facilmente si diventa bersaglio dei cecchini. Samia è
costretta a correre di notte in uno stadio crivellato dai corpi di mortaio e di giorno corre con il burka,
quando il fondamentalismo avanza e impone le sue leggi i Samia da bambina, nonostante fosse
proibito, amava andare fino alla spiaggia con la sorella o con Alì. Il mare le faceva un effetto
doppio: perché da un lato la stupiva, la affascinava e le faceva venire voglia di tuffarsi, mentre
dall’altro lato la terrorizzava poiché era scuro, impetuoso e profondo. Perciò si limitava sempre e
soltanto a guardarlo per un paio di minuti, nascosta dietro le jeep dei soldati, con il rischio di
essere trovata e punita in quella terra martoriata.
Come sono composte le famiglie di Alì e di Samia? Perché Alì è soprannominato “scimmia”?
Samia Yusuf Omar è una ragazzina che vive a Mogadiscio, in Somalia. Da piccola ha sempre
vissuto con sua madre (hooyo), suo padre (aabe), i sei fratelli (Said, Abdi, Ubah, Hamdi, Shafici) e
con la sua sorella maggiore, Hodan. La famiglia di Samia aveva affittato due stanze della casa di
Omar Sheikh e di sua moglie, i quali venivano a Mogadiscio solo per eventi davvero importanti. La
casa era circondata da un banale giardino, abbellito da un eucalipto, dove Samia ed Ali (il suo
migliore amico) condividevano i sogni e le speranze. Anche Ali, suo padre e suo fratello Nassir,
avevano affittato una stanza proprio di fronte a quella di Samia.
Alì si arrampicava sempre sull’eucalipto, che era il posto preferito in cui Alì andava a nascondersi
anche da solo. Per esempio quando, il pomeriggio non voleva imparare a leggere. Un pomeriggio,
dopo aver litigato con suo fratello Nassir, era salito fin sulla cima e ci era rimasto quasi due giorni.
Nessuno era stato in grado di tirarlo giù, nessun altro riusciva ad arrampicarsi fin lì. Nassir aveva
provato in tutti i modi a convincerlo, ma non c’era stato verso. Alì era sceso solo la seconda notte,
stremato dalla fame. Da allora lo chiamavano scimmia perché solo una scimmia come lui poteva
arrivare lassù.
Qual è lo sport praticato da Samia? Cosa rappresenta per la ragazza? Come riesce ad allenarsi
nonostante le importanti limitazioni governative?
Samia ha la corsa nel sangue, si allena giorno e qualche volta anche di notte con Ali, il quale fa da
allenatore. La ragazzina, nonostante tutto, insegue il suo sogno allenandosi: vuole diventare una
vera atleta. Samia corre sempre, appena può. Corre anche di notte, per nascondersi dagli attacchi
dei terribili terroristi di Al Shabaab. Samia però resiste a tutto perché lei, come le ha detto il padre,
è una guerriera.  Samia è costretta ad allenarsi di notte, negli stadi vuoti, lontana dagli sguardi
indiscreti e sopraffattori, nascosta agli occhi degli integralisti del suo Paese. Samia appare nel
romanzo quando il talento della corsa la sta rivelando a sé stessa e le sue gambe secche e forti le
chiedono consapevolezza, leggerezza, ritmo. L'amico Alì ne cronometra il tempo, ne registra i
progressi, con strumenti non perfetti, ma con una sensibilità degna del più acuto degli allenatori. La
famiglia non ha paura di capire quel talento e la sostiene. Tanto basta perché in Samia metta radici
l'ambizione di redimere la fatica, la povertà, l'ostilità, il volto severo del suo paese, il silenzio in cui
sono nascoste le donne, la minaccia che quelle stesse gambe secche possano fermarsi. Per
niente al mondo si fermerà, la piccola Samia.
Chi è Ahmed? In quale occasione Samia scopre che è un affiliato di Al Shabaab?
Ahmed, amico del fratello di Alì, Nassir, e frequentatore della loro abitazione, è uno degli
integralisti. Aveva diciassette anni, come lui e Said. Aveva la carnagione olivastra e gli occhi verde
chiaro. Said non andava molto d’accordo con lui, a differenza di Nassir che lo adorava. Le
condizioni del paese diventano sempre più restrittive e molte aree della Somalia si ritrovano sotto il
controllo di Al-Shabaab, letteralmente i giovani, un gruppo integralista che esige il rispetto assoluto
della legge coranica e nel quale molti ragazzi si arruolano in cambio di tre pasti al giorno e
istruzione. L'odio fomentato dagli insurrezionalisti serpeggia anche nella vita di Samia. La sera
prima della corsa annuale Samia ed Alì si avventurano fuori per correre alle sei del pomeriggio;
usciti con l’idea di fare un giro dell’isolato, arrivare al viale Jamaral Daud, girare attorno all’altare
della Patria e tornare indietro. Sulla strada del ritorno, non troppo distante da casa, sono costretti a
fermarsi. All’improvviso, in fondo a un vicolo destro, è comparsa una jeep di miliziani integralisti,
membri dell’Al-shabaaab. Erano militari appoggiati dagli estremisti di Al-Qaeda che stavano
facendo di tutto per prendere il potere, sfruttando le divisioni tra i clan. Quelli di Al-Shabaab si
riconoscevano da lontano per le barbe lunghe e le giubbe scure, a differenza dei miliziani dei clan,
che di solito portavano giacche mimetiche recuperate chissà dove. I soldati di Al-Shabaab invece
avevano vere divise, nuove, che li facevano sembrare ricchi signori della guerra. C'erano otto
uomini nel cassone, con le canne delle mitragliatrici che gli spuntavano come antenne metalliche
da dietro la schiena. L'auto stava avanzando pianissimo, quando uno degli uomini barbuti ha girato
la testa verso Alì e Samia e la jeep si fermò. Due miliziani, bassi e senza barba, ragazzini di dodici
anni, saltarono giù e sono andati verso di loro con due fucili più grandi di loro a tracolla. Avendo
chiesto i due cosa stessero facendo in giro, Alì risponde che si stavano allenando per la gara. I
due sono scoppiati a ridere: Avevano gli occhi acquosi e iniettati di sangue e in seguito hanno
iniziato ad insultare Alì essendo un darod. Poi uno è andato verso Samia e l’ha afferrata per un
braccio. All'improvviso Ali si è avventa sulla mano di uno e gliel'ha morsa. Quello le molla il
braccio e allora i due lo prendono sotto le ascelle per portarlo nel cassone. Mentre Alì continuava a
dimenarsi, un terzo uomo scese dal cassone e avendo detto ai due di lasciar andare il darod, li
avverte a non girare da soli. Quel terzo uomo era Ahmed l'amico di Nassir, quello di cui Hodan era
segretamente innamorata.

In vista della sua prima gara ufficiale, Aabe regala a Samia un portafortuna e le affida un
meraviglioso progetto per il futuro. Di cosa si tratta?
Il padre, Aabe nella lingua locale, prima perplesso e poi convinto sostenitore della giovane, la
inciterà con le sue parole donandole la giusta dose di sogno e di realtà. Il rapporto genitore-figlio
potrebbe essere un secondo piano di lettura del testo, argomenta l’importanza della figura
genitoriale intesa come sostegno e punto di riferimento durante un’età molto difficile come quella
adolescenziale. Aabe, quando capisce che la sua piccola ha un dono e tutte le carte in regola per
farlo diventare realtà, le regala una fascia elastica bianca da tenere sulla fronte che la
accompagnerà nel suo viaggio nel mondo dell’atletica che va di pari passo con l’avventura della
vita di Samia: un segno tangibile della stima del padre, un regalo che assume il significato della
motivazione, dell’impegno e che prospetta, nelle parole del genitore, non solo la vittoria della figlia
ma delle donne.
<<Se davvero ci credi allora un giorno guiderai la liberazione delle donne somale dalla schiavitù in
cui gli uomini le hanno poste, sarai la lor guida, piccola guerriera mia>>.
Perché il poster di Mo-Farah è attaccato alla parete fangosa della camera dal letto della
protagonista?
Dopo la gara dei quartieri della città, all'improvviso all'incrocio con il grande viale le piove addosso
dal cielo, trasportata da chissà dove dal vento, una copia del giornale "Banadir". Caduta a terra,
aperta c’era la grande fotografia di un ragazzo. Era il viso di Mo Farah, il corridore che aveva
lasciato Mogadiscio quando aveva più o meno la mia età per trovare rifugio in Inghilterra, dove un
bravo allenatore lo stava portando a vincere tante gare importanti. Da sempre era uno dei suoi
miti, un punto di riferimento. Nato come lei in Somalia, era arrivato a correre e a vincere in tutto il
mondo. Dopo due ore di festeggiamenti della vittoria, quel pomeriggio, infatti, Samia era tornata a
casa con una medaglia, ma anche con una scommessa: un giorno avrebbe vinto le Olimpiadi e
Hodan sarebbe diventata una cantante famosissima, anche grazie alla famiglia di suo marito, e
avrebbe scritto l'inno di liberazione del nostro popolo. Bagnati i quattro angoli con un po' di saliva e
appiccicata sulla parete di fango, guardandolo negli occhi, in silenzio, fece una promessa anche a
Mo Farah. Sarebbe diventata una campionessa come lui. Però lui, ogni sera, avrebbe dovuto
ricordarglielo. E per questo la figura era appesa al muro del letto, per rassicurarla, e aiutarla a
trovare la strada.
Un evento cruciale, vero spartiacque nella storia, è la morte di Aabe. In che modo avviene e per
quali cause? Quale eredità lascia in consegna alle due figlie?
Quando tutto sembra essersi sistemato accade il peggio per Samia: il partito di Al Shabab stava
acquistando sempre più potere, Samia è stata costretta a rifugiarsi sotto il burqua e non gli è stato
più permesso correre. Come se non bastasse Ali e la famiglia sono stati costretti a trasferirsi (in
quanto darod). A questa situazione si aggiunse il fatto che Hodan si decise ad affrontare il Viaggio,
il tragitto che fanno i migranti per arrivare in Italia. Ma l'evento che sconvolse più di ogni altra cosa
Samia è la morte del padre aabe (il quale un pò di tempo prima in occasione della prima gara
importante di Samia le aveva regalato la sua fascia e un paio di scarpe nuove da ginnastica) a
opera di Ali poiché era stato costretto da Ayro, il capo di Al-Shabaab. Alì infatti, dopo essersi
trasferito a Jazeera, lascia la casa di Yassin e segue Nassir e così entra in Al-Shabab. Lì aveva
avuto una scuola, aveva imparato a scrivere, avevo una residenza dignitosa, un bagno, un pasto
tre volte al giorno. Lui si era distinto da subito negli studi del Corano, nell'uso delle armi nella
strategia militare. Presto aveva scalzato Nassir e anche Ahmed che nel frattempo erano stati
spediti in un campo di addestramento vicino all' arcipelago di Lamu. Giovanissimo era arrivata a
guadagnarsi la fiducia di Ayro, il capo di Al-Shabab. Dopo la vittoria a Hargeysa, avendo
conosciuto gli integralisti sia Samia sia Hodan (e infatti le chiamavano le due piccole sovversive) e
sapendo che Ali e Samia erano cresciuti insieme nella stessa casa, Ayro si era messo in testa di
dare una lezione a Samia per farle passare la voglia di correre dato che lei rappresentava un
nuovo modello per le donne, un mito perché l’avevano vista senza veli attraverso la tv di tutto il
mondo. Una mattina quindi aabe era andato al mercato di Bakara, il luogo più pericoloso della
città, a incontrare qualche amico e a fare un po' di spesa. Qualcuno con il viso coperto gli si era
accostato alle sue spalle e aveva sparato. Quella persona era Alì. Secondo diverse teorie, aabe si
sarebbe sacrificato per loro per consentirle di realizzare con la massima libertà i loro sogni che poi
erano anche i suoi di sogni, i sogni di liberazione del loro paese. È suo padre, d’altro canto, che la
incoraggia a diventare un simbolo di speranza e di liberazione per le donne somale. Il padre, Omar
Yusuf, fu ucciso da un colpo di pistola al mercato di Bakara, il più grande di Mogadiscio, dove
lavorava: il mese dopo Samia Yusuf Omar lasciò la scuola per occuparsi dei fratelli al posto della
madre che dovette iniziare a lavorare. Fu in quel periodo che iniziò ad allenarsi nella corsa. Ma
non fu semplice, in un paese dominato dalla guerra e dai fondamentalisti islamici: il governo non
era in grado di offrire formazione e sostegno agli atleti, le poche strutture sportive erano state
danneggiate o completamente distrutte.
Quando non poteva allenarsi allo stadio, Samia correva per le strade, ma una donna-atleta non
era ben vista. Così correva con le maniche lunghe, i pantaloni della tuta e una sciarpa sulla testa.
In un'intervista raccontò che quando usciva per andare ad allenarsi spesso veniva fermata ai posti
di blocco o subiva intimidazioni e che una volta fu arrestata e minacciata di morte se non avesse
smesso di fare sport.
Elenca e descrivi nel dettaglio le varie competizioni cui Samia prende parte con i rispettivi esiti ed
eventi. Come si allena per la gara di Hargeysa? Perché alla di questa competizione fine Samia
piange?
Partecipa alla gara annuale dei quartieri di Mogadiscio: a sette anni partecipa per la prima volta e
arriva diciottesima, a otto anni arriva ottava, a dieci anni partecipa alla gara e arriva prima. La sua
prima vittoria. Ha iniziato a partecipare a tutte le gare che venivano organizzate in città e nei
dintorni, quelle in cui l’iscrizione era gratuita e sempre arrivava prima. Poi iniziò a iscriversi alle
gare aperte agli atleti del Sud della Somalia e vinceva anche lì. La prossima era la gara a
Hargeysa, nel Nord in Somaliland, a quattordici anni. Per la prima volta dal fratello Said riceve un
cronometro per calcolare i suoi tempi. Lei correva le ripetute, gli scatti di trenta metri. Per il
potenziamento dei muscoli usava delle lattine o bottiglie di plastica trovate per strada e riempite di
sabbia. Per le gambe con quattro pezzi di legno aveva costituito una specie di impalcatura su cui
attaccava i vari pesi a seconda dell’esercizio che doveva eseguire. Con il permesso di aabe gli
ultimi tre giorni prima della gara di Hargeysa si allenava allo stadio Cons di notte. Si scaldava a
passi lenti e lunghi al centro del campo da calcio e si allenava per migliorare i suoi tempi. Alla gara
di Hargeysa era andata da sola: si era comprata il biglietto del pullman che costava 60 dollari
americani. Il viaggio durava quasi un giorno intero. Sono arrivati alle sette della mattina seguente
senza aver nemmeno dormito. Era arrivata con la strana sensazione di trovarsi in un paese di
pace, senza che ci fossero guardie armate, che non ci fossero tracce di fucili o mimetiche e
neppure fori di proiettili nei muri. Dopo un’ora era arrivata allo stadio. Sdraiatasi sull’erba che
circondava la pista, alle dieci hanno aperto i cancelli e sono arrivati i primi corridori con i lori
accompagnatori. Era iscritta nei cento metri e nei duecento metri femminili. Il suo numero era il 78.
Era la più veloce del suo paese nei duecento metri. E ha vinto anche la gara dei cento metri. Alla
gara un gruppo sulle gradinate hanno iniziata ad incitarla e a battere le mani. Quel giorno scoprì le
sue tempistiche: 15’’83 per i cento metri e 32’’77 per i duecento. E si era guadagnata la
partecipazione alla gara che si sarebbe tenuta a Gibuti, tre mesi dopo. La prima competizione
internazionale. Nel viaggio di ritorno ha dormito ventuno ore di fila; è partita di sera ed è arrivata la
sera dopo. Di fianco aveva una vecchia signora che cercava di leggere un libro con la poca luce.
Alla stazione di Mogadiscio c’era aabe. Arrivati a casa alle undici passate, le avevano tenuto da
parte un piatto di kirisho mirish e dolcetti al sesamo. Hooyo piangeva ed era orgogliosa, Hodan lo
stesso e gli altri fratelli e sorelle cantavano in uso onore. Quella sera si sentiva una campionessa,
che avrebbe vinto le Olimpiadi e che avrebbe guidato la riscossa delle donne islamiche. Ma ciò
che turbò Samia era che Alì, il suo allenatore, non c’era e per la prima volta nella vita aveva pianto
di dolore. La prossima era la gara di Gibuti. Dopo sei settimane era di nuovo su un pullman. Solo
che questa volta non aveva dovuto aiutare hooyo per mesi, per pagarsi il biglietto. Insieme a me
c'era Xassan, del comitato olimpico. Dopo un viaggio di ventotto ore arrivati a Gibuti, la notte prima
della gara dormirono in un hotel una di quelle cose, come andare in auto, viaggiare in pullman,
indossare la tuta della Somalia, che le erano sempre impossibili. L'hotel non era bello, non era
neanche pulitissimo, era quello che il nostro povero Comitato olimpico poteva permettersi. Però,
aveva una camera con un letto, un materasso e la moquette per terra un po' rovinata dal tempo e
da bruciature di sigarette, in compenso non c'erano animali notturni. Solo cose belle. Ma la più
bella era il bagno. Da quando era nata non ne aveva mai avuto uno. L'acqua corrente non ce
l'aveva mai avuta. Qui nell'hotel di Gibuti invece aveva un bagno tutto per sé. Un lavandino con un
rubinetto. Una vasca da bagno con la doccia. E poi c'era una tazza per i bisogni. Quella notte, su
quel materasso, dormì un sonno talmente profondo da sembrare eterno. La mattina dopo, col
pullman arrivati direttamente dentro lo stadio, era grande, e aveva spalti altissimi, a più anelli pieni
di gente che continuava a muoversi, a fare cori, a cantare, ad applaudire o a fischi. Le altre atlete
sembravano molto più alte e muscolose. E poi erano vestite meglio. indossava una tuta usata, con
una maglietta sua, dei pantaloncini suoi e la fascia di spugna di aabe. Come aveva fatto a
Hargeysa, era sdraiata a terra: era diventato un rito. Sentito il mio nome all'altoparlante, A testa
bassa, concentrata, raggiunto il suo blocco. Ha dato il massimo, tutto quello che ha potuto. Le altre
erano semplicemente più veloci di me, era arrivata sesta su otto. La prossima erano le Olimpiadi di
Pechino del 2008. Non si sarebbe classificata bene, ma poteva usarla come prova generale per i
prossimi giochi olimpici, quelli di Londra del 2012. Eccole, le lacrime. Xassan ha pensato che
fossero di gioia, ma aveva ragione soltanto a metà. Arrivavano dal profondo, dal rancore per il fatto
che aabe non fosse lì con Samia, che sua sorella non potesse condividere la mia gioia e il suo
migliore amico fosse scappato ormai tanti anni prima insieme a tutta la sua famiglia. Il Comitato
olimpico aveva scelto lei e Abdi Said Ibrahim, un ragazzo di diciott’anni che negli ultimi mesi era
diventato il suo migliore amico e il suo compagno di allenamento. Si allenavano tutti i giorni: senza
coach, senza tecnico, senza medico, senza neanche il cibo. Una cosa però ce l’aveva: il
cronometro. Teneva i tempi. La sera prima della partenza per la Cina, Hodan ha chiamato dicendo
che stava per partorire. Era il 6 agosto [Link] notte non ha chiuso occhio. Solo l’idea di salire
su un aereo la riempiva d’angoscia, e poi andare così lontano, in Oriente, un posto che a
malapena aveva sentito nominare e che conoscevo soltanto per stereotipi, la spaventava a morte.
Pensava alle atlete vere, quelle che considerava i miei modelli, e si sentiva totalmente inadeguata.
La mattina dopo sono partiti in tre. Lei, Abdi e il vicepresidente del Comitato olimpico, Duran
Farah. L’idea di atterrare in Cina la riempiva di adrenalina, ma era tutto ciò che c’era in mezzo che
colmava di terrore. All’aeroporto, la situazione invece di migliorare era peggiorata. Passati al
controllo dei documenti con i permessi speciali che il Comitato olimpico aveva procurato con molta
fatica.( Né lei né Abdi infatti avevano un passaporto, perché nati con la guerra).
Quando hanno chiamato per caricarla sull’aereo l’hanno obbligata a ingoiare un sonnifero sciolto
dentro un bicchiere di plastica della macchinetta.
Avendo dormito dodici ore di fila, crollata appena dopo il decollo, all’arrivo a Pechino era radiosa.
Finalmente, a terra, ogni cosa era tornata normale. L’aeroporto era modernissimo, enorme e
spettacolare. Tutto vetro e acciaio, ci si poteva specchiare ovunque. L’opposto di quello di
Mogadiscio. Le porte a vetri si aprivano da sole, e riproducevano l’immagine di tre sagome, due
vestite con la tuta azzurra e una in completo scuro, a disagio davanti a tutta quella tecnologia:
ascensori, scale mobili, ristoranti dai banconi lucidissimi, connessioni a Internet wifi, negozi di
computer, macchine fotografiche, videocamere. Grattacieli. Dopo poco sono arrivati all’albergo era
bellissimo: Niente a che vedere con quello di Gibuti. Colonne e pavimenti in marmo, porte
automatiche. La camera grande e pulita. C’erano la tv e il telefono. Il letto più morbido che avesse
mai provato. La moquette. Un armadio per riporre le mie poche cose. Teli di varie dimensioni in
bagno. Due lavandini meravigliosi, un ripiano grandissimo con creme, shampoo e balsami di vari
tipi. Per terra, sul marmo, un tappeto con i colori dell’Oriente. E la vasca da bagno. Quel
pomeriggio sarebbe stato libero: Sami9a infatti lo trascorre per il suo primo bagno e guardando la
tv. Due giorni dopo, l’8 agosto, si è tenuta la cerimonia d’inaugurazione dei Giochi olimpici.
Quando è stato il nostro turno eravamo euforici. Lo stadio era impazzito, ancora eccitato dalla
sfavillante cerimonia, un infinito susseguirsi di immensi fuochi d’artificio, giochi di luce, danze,
musiche e coreografie che avevano visto protagonisti migliaia tra ballerini, percussionisti, cantanti
lirici. Abdi, davanti a tutti, portava con fierezza la bandiera. Alta, svettante, azzurra come il cielo e il
mare. Con la stella bianca al centro a puntare il firmamento. Il giorno della gara di Samia, il 19
agosto, era caldissimo. Cominciato a sentire il frastuono degli spettatori sugli spalti già fuori dallo
stadio, Samia era eccita all’idea di stare in batteria con uno dei suoi miti di sempre, la giamaicana
Veronica CampbellBrown, una delle atlete più veloci del mondo. E in più sapere che avrebbero
corso la stessa gara, era qualcosa che le dava le vertigini. Tutt’attorno, ovunque, telecamere,
fotografi con macchine lunghe come i fucili dei miliziani, giornalisti che piombavano come falchi
con i microfoni in mano e le pettorine delle varie testate. Quando però li incrociavano e li
guardavano per capire chi fossimo, ogni tanto un sorriso di compassione o di incitamento
compariva, quando capivano dai colori della tuta che erano somali. Fuori dallo spogliatoio, mentre
cominciavano a raggrupparsi nel corridoio, si è vista per com’era: diversa dalle altre. Le sue
gambe, in confronto a quelle delle altre, sembravano due rametti secchi. Erano senza muscoli,
dritte. Non c’erano le sporgenze che vedevo su quelle delle altre: era senza quadricipiti, senza
polpacci. Aveva il suo solito completo portafortuna. Una maglietta bianca che hooyo aveva lavato
la settimana prima e I fuseaux neri che arrivavano sotto il ginocchio. In testa, la fascia bianca che
aabe le aveva regalato quasi dieci anni prima, e che aveva portato sempre con me, a ogni corsa,
fino a quel giorno. Dopo cinque lunghissimi minuti sono state chiamate. In quegli interminabili
secondi Samia cercò di fare l’unica cosa che doveva fare: azzerare il pensiero, che rischiava di
portarla via. Sistemati i piedi sul blocco, il destro e il sinistro, facendo finta di essere sola, di
trovarsi allo stadio Cons per un allenamento con Abdi o in cortile, da piccola, con Alì, inizia la gara.
Partono Velocissime: Hanno abbandonato i blocchi senza che Samia se ne rendesse conto. A ogni
falcata il distacco tra lei e il gruppo aumentava. Incolmabile. Le avversarie tagliavano l’aria, da
dietro parevano puledre che avanzavano nel vento. Ha continuato a correre. Ma in quegli ultimi
cinquanta metri è accaduta una cosa inaspettata. Una parte del pubblico si è alzata in piedi e ha
cominciato a battere le mani. In sincrono. La incitavano, gridavano il mio nome, mi incoraggiavano.
Al ritorno, la vita si è fatta ancora più difficile. Riceveva moltissime lettere, a casa oppure al
Comitato olimpico, di donne musulmane che mi avevano eletta a eroina, a loro ideale. Senza
volerlo era diventata un mito per migliaia di donne, che l’avevano vista priva dei veli attraverso le tv
di tutto il mondo. In quelle lettere dagli Emirati Arabi, dall’Arabia Saudita, dall’Afghanistan, dall’Iran,
c’era una passione sterminata. Speranza. Sogni. Fiducia. Si era trasformata in un simbolo, agli
occhi del mondo.
Il 19 agosto Samia Yusuf Omar corse i 200 metri: fu uno dei momenti più famosi di quei Giochi.
Era in seconda corsia, accanto ad atlete celebri e ben nutrite. La prima a tagliare il traguardo della
batteria fu la giamaicana Veronica Campbell-Brown in 23"04; Samia, magrissima, con le scarpe
regalate dalla squadra di atletica sudanese, stava ancora entrando nella curva della pista. Arrivò
ultima in 32"16, incoraggiata e applaudita dal pubblico dello stadio. "Sono felice - disse - Le
persone mi hanno incoraggiato ed è stato molto bello. Ma mi sarebbe piaciuto essere applaudita
per aver vinto. La prossima volta farò del mio meglio per non essere ultima".
Dopo Pechino, Samia tornò a Mogadiscio, ma non fu ricevuta come si aspettava. La sua gara si
era svolta intorno alla mezzanotte ora locale, nessuna radio o televisione aveva parlato dell’evento
e nessuno, a parte la sua famiglia, aveva potuto vederla. Ricevette nuove minacce dal gruppo
islamista Al Shabaab, che in Somalia stava prendendo sempre maggior potere, e dovette
cominciare a nascondere e a negare pubblicamente il fatto di essere un’atleta.
 Nel dicembre del 2009 finì a vivere con la famiglia in un campo profughi a venti chilometri da
Mogadiscio; nel luglio del 2010 riuscì a partecipare ai Campionati africani di Nairobi e il mese
dopo si trasferì in Etiopia, nella speranza di trovare un allenatore. 

Quali sono i cambiamenti più evidenti che la vita dei cittadini subisce a causa della progressiva e
rapida svolta integralista della Somalia?
La vita in città, nel giro di poche settimane, era diventata impossibile. Soprattutto per le donne, ma
non soltanto per loro. Poi, in un solo giorno è accaduto quello che mai dovrebbe succedere da
nessuna parte. In un giorno tutto è cambiato.
Da un giorno all’altro è stato vietato ascoltare la musica. Non si poteva più, né nelle strade né nelle
case. Quei pochi che possedevano una radio dovevano tenerla a bassissimo volume, perché se
qualche nota fosse arrivata fuori avrebbero rischiato il linciaggio pubblico. Da un giorno all’altro
sono stati chiusi tutti i cinema. Il cinema creava e alimentava i sogni, ecco perché è stato chiuso.
Da un giorno all’altro gli uomini sono stati obbligati a indossare i pantaloni lunghi, non potevano più
farsi vedere per strada con quelli corti. E dovevano anche rasarsi i capelli a zero, oppure portarli
lunghi, in stile afro, con le barbe lunghe. Le mezze misure non erano più contemplate. Le donne,
poi. Alle donne non era più consentito fare niente, rischiavano anche a camminare per strada.
Provarci senza burqa era un azzardo che poteva costare la vita. Da un giorno all’altro le tradizioni
del nostro paese sono cambiate. La terra del sole e dei colori si è trasformata in un campo
d’addestramento a cielo aperto per estremisti. Tutti i loro garbasar, i jamar, gli hijab colorati non
andavano più bene. Si potevano usare per lavare il pavimento. Avevano
l’obbligo di indossare il burqa nero, quello che lascia scoperti soltanto gli occhi.
Ma la cosa peggiore era stata la decisione di tenere spenti i pochi lampioni che di sera
illuminavano alcune piazze del centro e qualche viuzza. La sera, infatti, molti si radunavano nelle
piazze, sotto i lampioni, a leggere. Pochissimi avevano l’elettricità in casa. Invece di leggere alla
luce fioca del ferus, molti passavano le serate sotto le stelle a leggere un romanzo, un quotidiano
vecchio, o magari una lettera, o un biglietto d’amore.
Al-Shabaab era riuscita a radere al suolo la speranza di un popolo
La mattina dopo era vietato: se avesse incontrato delle guardie di Al-Shabaab per strada avrebbe
rischiato di essere picchiato davanti a tutti.
E per Samia e Hodan è stato difficile. Non più canti con il gruppo, non più canto in assoluto,
e neanche più inni per la libertà e la pace. E niente più correre.
In quale situazione Samia “tradisce” Alì? Perché il ragazzo scappa da Mogadiscio? Quando e
come ritornerà nella casa “comune”?
Samia tradisce Alì: L’ha fatto per paura, ma l’ha pur sempre tradito. Un giorno Alì non le aveva
tenuto i tempi perché era dovuto andare ad aiutare suo padre al lavoro. Suo fratello Nassir, che di
solito andava sempre con aabe Yassin, quel pomeriggio non c’era. Furtivamente Samia era
sgattaiolata fuori e aveva fatto un piccolo giro attorno all’isolato. Stava tornando verso casa, era in
uno stretto vicolo con tre abitazioni abbandonate, quando – proprio a metà –notò un ragazzo con
la schiena appoggiata al muro e lo sguardo fisso a terra. Portava degli occhiali scuri e una di quelle
camicie nere degli estremisti, ma era disarmato, niente mitragliatore, niente fucile. Quando gli era
passata davanti l’aveva chiamata, con una voce leggera, quasi suadente. Si è staccato dal muro e
ha fatto un passo verso di lei. Aveva scelto quel posto e quell’ora perché sapeva che era difficile
che qualcuno passasse, chi lavorava era fuori a lavorare, e quel vicoletto era deserto. Egli vuole
sapere dove si trova Alì ma lei evita ala risposta. Così minacciata con un coltello lungo una
spanna con la lama puntata all’altezza della gamba sinistra, ed entrata di un paio di millimetri
dentro la carne, lei gli rivela che è al mercato con Yassin, suo padre, a Xamar Weyne. L’uomo che
l’aveva minacciata era Ahmed. In quel coltello che affondava tra la carne della giovane è racchiuso
il vero incontro con la realtà della guerra, fatta di violenza e di divisione. Le vite di Ahmed, Alì e
Samia si incroceranno anche in seguito attraverso la mano lunga della morte che dividerà per
sempre i due amici e che cambierà inesorabilmente la vita della donna somala.
Come se non bastasse Ali e la famiglia sono stati costretti a trasferirsi (in quanto darod). Aabe
Yassin era davanti, di fianco al guidatore, che era un amico suo e di aabe. La mattina seguente
era inondata da una luce surreale. All’alba, la foschia colma dell’umidità del mare sembrava abitata
da tanti fantasmi veloci. La gente del suo quartiere stava emigrando in luoghi che ancora non
conosceva. L’importante era scappare il più in fretta possibile. Lasciarsi dietro la propria storia.
Hooyo, come quasi tutti i nostri vicini di casa, non era andata a lavorare. Quelli di Al-Shabaab
potevano venire e controllare abitazione per abitazione.
Il motore era già acceso. Il velo di malinconia era calato sul suo viso come cera. Non aveva più gli
occhi. Era una maschera di cera, la maschera dell’assenza. Guardava verso di Samia , ma al
posto di lei stava mettendo a fuoco un punto nel cielo, mentre lei, al di là del vetro, gli faceva
cenno di abbassare il finestrino. Stava fissando la cima dell’eucalipto. Solo quando il camioncino si
è mosso l’ha guardata negli occhi. Forse piangeva. Finalmente. Lui, aabe Yassin e i suoi fratelli
avevano fatto parte della sua vita da quando era nata, e come dei fantasmi, in una frazione di
secondo, stavano scomparendo.
Ad un certo punto della vicenda, dopo le olimpiadi di Pechino, per Samia ed Abdi praticare l’amato
sport è sempre più un’azione “folle”. Perché?
Ogni cosa, con Al-Shabaab sempre più potente, era peggiorata. A volte non riuscivano a
raggiungere lo stadio Cons, venivano fermati dai miliziani che li insultavano o chiedevano soldi
accusandoli di appoggiare i paesi occidentali. In quelle giornate eravano costretti a correre per
strada, sperando di non incontrare altre milizie, tra gomme d’auto fumanti e roghi di spazzatura
negli slarghi. In più, nonostante fosse un’atleta del Comitato olimpico, Samia doveva correre
coperta. A nessuno interessava cosa stessi facendo, o in nome di chi. Doveva rispettare le leggi
del Corano e coprire la testa, il busto e gli arti. Una mattina Abdi era stato fermato e due miliziani
hawiye gli hanno rubato le scarpe. Avevano provato a cercare un allenatore, a Mogadiscio, ma
sembrava che non interessasse a nessuno. Dell’atletica, in un paese dove si spara, non si cura
nessuno. I signori della guerra non avevano alcun motivo per sostenerli, e quelli di Al-Shabaab li
volevano morti, così come avevano ammazzato padre di Samia e la madre di Abdi. Neanche il
Comitato olimpico aveva la forza e le energie per occuparsi di loro.
<<Eravamo dei pazzi che coltivavano la loro follia. Questo eravamo. Una follia che aveva come
sogno la pace, la speranza di vivere insieme da fratelli>>.
Chi è Teresa Krug? Cosa propone a Samia? Cosa le accade di così sconvolgente in una notte di
plenilunio da convincerla a partire?
In quei mesi Samia aveva conosciuto una giornalista americana che spesso veniva a Mogadiscio
per seguire lo sport dei paesi dell’Africa occidentale. Si chiamava Teresa. Teresa Krug. Era andata
a incontrarla allo stadio Cons una mattina, avevano fatto un’intervista e le era stata subito
simpatica. Erano diventate quasi amiche. Tornava a trovarla spesso, più o meno una volta alla
settimana. Parlavano finché lei ci riusciva. Nelle ore che passavamo insieme, Teresa le ha sempre
detto che aveva talento e che me se sarebbe dovuta andare da lì. Diceva di conoscere un
allenatore ad Addis Abeba, in Etiopia. Un giorno, durante una chiacchierata, le aveva chiesto se
non le sarebbe piaciuto andare a conoscerlo. Lui l’aveva vista a Pechino e credeva che nella sua
corsa ci fossero buoni margini di miglioramento. Più glielo ripeteva, più sapeva che era l’unica
cosa da fare. Non c’era un’altra strada, se voleva continuare a inseguire il mio sogno. Quello era
anzi ciò che più di tutto desiderava: avere un coach, avere un posto normale in cui potersi allenare
come ogni atleta al mondo, pasti nutrienti e calibrati sul mio fisico, scarpe buone, maglie buone,
pantaloncini buoni. Ma aveva fatto una promessa a se stessa e ad aabe tanti anni prima, e non
aveva intenzione di infrangerla. Cambia opinione però quando viene a scoprire che l’assassino di
aabe era in realtà Alì. Aabe venne ucciso per mano di Alì che entrato in Al-Shabab, con la
speranza di una vita migliore fatta di tre pasti al giorno, soldi e vestiti nuovi, scende a compromessi
uccidendo parte del suo passato. Samia è stufa, è ora di tradire la promessa fatta al padre e
fuggire dalla sua Africa alla volta del vecchio continente. Avevo queste e mille altre domande nella
testa. Ma sono sicura che
<<In un attimo, dentro quell’immagine, tutto il mondo è collassato per sempre. Se il mio paese era
stato capace di far diventare un mostro quello che per me era sempre stato un fratello, la mia
anima gemella, se lo aveva trasformato nell’assassino di mio padre, allora significava che io non
valevo proprio niente, per il mio paese. Aabe era la Somalia. Ma la Somalia adesso era morta,
uccisa da un fratello. Stavo sprecando tempo. Avevo già buttato via abbastanza anni e talento in
un luogo che non mi voleva. E non perdeva occasione di ricordarmelo, costringendomi ogni giorno
a riempirmi di vergogna e di sudore e a subire le umiliazioni peggiori, per strada, ovunque. Erano
anni che ero esausta, ma non avevo mai voluto ammetterlo. Aveva avuto ragione Hodan. Avrei
fatto come lei. Avrei fatto come Mo Farah.>>
Ad Addis Abeba quindi si trasferirà grazie a Teresa che l’accompagnerà durante il Viaggio perché
quell’Africa incancrenita dal male della guerra, dalle ingiustizie e dai soprusi, quel continente che
tanto aveva amato e non voleva lasciare, da un momento all’altro diventerà il luogo del dolore,
della delusione e dell’amarezza.

In Etiopia Samia depone lo status di sovversiva ma assume quello di tahrib. Di conseguenza,


l’atleta si vede costretta a partire per il temutissimo viaggio. Elencane le varie tappe e descrivi i fatti
e le emozioni più importanti.
A differenza di quanto si aspettava, Samia si ritrovò, però, a non poter correre a causa di un
problema con i suoi documenti. Questo fu l'evento che spinse Samia ad affrontare il Viaggio;
Samia nasce nel 1991 nel periodo in cui scoppia la guerra in Somalia. Gli immigrati per
raggiungere l'Italia si imbarcano spesso in Libia e non in altri stati vicini per il semplice motivo che
in Libia c'è un governo "instabile" perciò gli stranieri emigrati vengono trattati in maniera diversa
rispetto ad un paese in cui il governo è molto rigido. e migliore amico, e poi da sola, quando Alì e
la sua famiglia scappano. Il suo sogno è partecipare alle olimpiadi di Londra, e sono proprio queste
a spingerla a intraprendere il tanto terribile e temuto "Viaggio". La parte peggiore del viaggio è la
traversata del mare, per giungere dall’Africa in Europa. È la parte peggiore perché il mare
corrisponde all’ignoto, all’imprevedibile. Infatti molte delle persone che intraprendono il Viaggio non
conoscono il mare, non l’hanno mai assaporato fino in fondo, ma si sono limitati a osservarlo da
lontano, motivo per il quale lo temono. “ Il viaggio è una cosa che tutti noi abbiamo in testa fin da
quando siamo nati. Ognuno ha parenti o amici che l’hanno fatto…E’ come una creatura mitologica
che può portare alla salvezza o alla morte con la stessa facilità..”
I trafficanti di uomini sono senza scrupoli, non lasciano alla loro “merce” se non una busta di
plastica nella quale Samia porta con sè la conchiglia che sa di mare che la madre le ha legato al
braccio in un fazzoletto prima di partire.
“ Loro lo sapevano, hanno imparato a capire quando un uomo si trasforma in un bisognoso di
rifugio. Lo leggono negli occhi. E’ una cosa che si vede…E’ l’odore dell’animale sottomesso. Lì per
la prima volta siamo stati chiamati animali..”
Il viaggio è fame, sete, caldo, sudore, vomito, diarrea, di corpi che vogliono solo sopravvivere
sempre e comunque. E leggendo ci si chiede come tutto questo è possibile, come fanno milioni di
uomini a resistere per dare un volto alla speranza.
Il Viaggio viene descritto con una tale dovizia di particolari che rendono impossibile il distacco
emotivo dalla vicenda, Catozzella (che ha vinto il Premio strega giovani 2014 con questo libro)
carica le parole di Samia di una forza emozionale che rende tutto reale, e lo è. Il suo viaggio è
quello di mille altri suoi conterranei che lottano contro il disagio e contro la morte che è sempre
dietro l’angolo durante quei mesi. Molti non ce la fanno, molti rimangono a metà, molti altri nelle
carceri libiche dove non è minimamente immaginale lo stato di alienazione e disperazione in cui
vivono, altri ancora periscono  in mare e, infine, i più forti e fortunati arrivano nel nostro paese.
Siamo certi che davvero l’Italia rappresenti l’approdo ideale? Hodan, sorella maggiore di Samia, è
l’esempio di chi ce l’ha fatta e può raccontarci cosa significa essere trasportati dai mercenari nel
caldo torrido del deserto o dagli scafisti in mare, su imbarcazioni che non reggerebbero nemmeno
due ore di navigazione con il mare grosso: sole cocente, acqua razionata, impossibilità di ribellione
e trattamento da lager.  Samia, ad un soffio dalla libertà, è stata richiamata dal mare che non
aveva mai potuto accarezzare, è stata richiamata da quel blu che vedeva in lontananza a
Mogadiscio e che nel momento del salto l’ha avvolta e tirata con sé <<Il salto è alto, come
dev’essere ogni salto verso la libertà>>.
Dall’Etiopia si sarebbe rivolta a loro per entrare in Sudan. E da lì in Libia. E poi finalmente in Italia.
Non era stato difficile rintracciare Asnake. Come copertura, Asnake lavorava al mercato di Addis
Abeba. Aveva dovuto pagare in reali, la moneta etiope, l’equivalente di settecento dollari
americani. Lui o qualche suo amico l’avrebbe portato a Khartoum, in Sudan. Non possedeva molto
di più, ma non aveva scelta, e non aveva più voglia di aspettare. Così, andata da Asnake e
pazientando, si ritrovò schiacciata in una jeep con migliaia di persone a lei sconosciute: il luogo
d’incontro era un garage che veniva usato come deposito per riparare moto o biciclette. Quando
eraarrivata erano già quasi tutti lì, fermi ad aspettare. Quell’attesa insensata li stava logorando i
nervi. Dopo un’altra ora la saracinesca si è aperta ed è arrivata la Land Rover, con sei uomini.
Senza dare il tempo di ragionare gli è stato ordinato di ammassare in un angolo tutto ciò che
avevamo. Tutto. Ci avrebbero pensato loro, dopo, ai loro bagagli. Era consentito solo un piccolo
sacchetto di plastica. Dopo mezz’ora, stretti come sardine e già con il respiro fermo in gola,
finalmente partirono. Il primo tratto era in città. Quei venti minuti dentro Addis Abeba ha provato
vergogna. Una vergogna non divisa per settantadue, ma moltiplicata per settantadue. Fermati a un
semaforo, quello che immetteva sulla strada nazionale, sono passati in mezzo a due villaggi poco
abitati. Verso le undici di sera, dopo dieci ore, finalmente ci siamo fermati. In mezzo al nulla.
Avevamo preso una stradina laterale e l’avevamo percorsa per trenta minuti. Era buio pesto.
Tutt’attorno non c’era niente, solo un capannone.
Dovevano dormire in quel capannone illuminato da un unico piccolo neon centrale. Per terra,
niente materassi. Hanno portato dentro anche la jeep e hanno
richiuso il cancello. Il secondo giorno è stato anche peggio. I dolori, fino ad allora contenuti con
rabbia, erano usciti tutti. La spalla destra le dava fitte lancinanti. Stare
seduti, compressi e senza la possibilità di muoversi, faceva diventare pazzi. Hanno incontrato un
solo villaggio, più grande degli altri due. Doveva essere il giorno del mercato perché sulla strada
era tutta una sfilata di bancarelle che vendevano vestiti, scarpe, cappelli di paglia, occhiali da sole,
jeans americani, olio per motore e tergicristalli, veli da donna, turbanti da uomo, cetrioli, pesche,
lattughe, pomodori, biscotti, latte, Coca-Co-la. Quella sera, verso mezzanotte, Hanno fermato la
jeep e gli hanno ordinato di rimanere a bordo. Subito qualcuno ha cominciato a gioire, a fare
chiasso, credeva che ce l’avessero fatta. Si sbagliava. Non erano a Khartoum, ma a due chilometri
da Al Qadarif, dopo il confine con il Sudan.
Al Qadarif è una piccola città nel deserto. La cattiva notizia era che non
eravano dove avevano pagato per essere. Quella buona, che non si trovavano più in Etiopia. Li
hanno portati di nuovo dentro un garage e, senza dire una parola, li
hanno consegnati a un altro gruppo di trafficanti, che erano già lì ad
aspettarci. Erano stati imbrogliati. Presto hanno capito che servivano altri duecento dollari per
arrivare a Khartoum. Di nuovo una Land Rover vecchia e arrugginita.
Sarebbero partiti da lì a una settimana. Chi aveva i soldi poteva pagare subito, gli altri dovevano
trovarsi un lavoro oppure farsi spedire il denaro dai parenti a un Money Transfer lì vicino. I
trafficanti possedevano un telefono satellitare con cui si poteva chiamare a casa. I duecento
dollari, per chi non li aveva subito, sarebbero però diventati duecentocinquanta. Erano un po’
meno, questa volta, quarantotto. Si stava un po’ più larghi, Tutti sapevamo che il peggio del
Viaggio doveva ancora arrivare:
l’attraversamento del Sahara. In quella seconda tappa cantavano. Dopo venti ore di macchina si
sono fermati di nuovo. Davanti a una costruzione in mattoni circondata soltanto da quel deserto
polveroso. Tutt’attorno, niente. Pietre e terra. Poi, tutt’a un tratto, la vegetazione bassa si è
trasformata in sabbia. Senza rendersene conto erano entrati nel Sahara. Di nuovo non si
trovavano a Khartoum, ma in un posto, Sharif al Amin. Gli avevano detto che la jeep aveva avuto
un imprevisto ed erano stati
costretti a fermarsi. Quella jeep non era rotta, quella jeep andava benissimo. Lì, per la prima volta,
erano stati chiamati “animali”. Quando entri nel deserto smetti di essere un uomo. diventi una
tahrib bisognosa di rifugio. Una clandestina fragilissima. Un animale legato alla vita da un filo
sempre più sottile. Se non hai i soldi: ti prendono a bastonate. Se non esegui gli ordini: ti prendono
a bastonate. Se osi rispondere: ti prendono a bastonate. Se chiedi più acqua: ti prendono a
bastonate. Non gli interessa se sei uomo o donna, se sei adulto o bambino: ti prendono a
bastonate. Se fai troppe storie: ti portano alla polizia. E lì hai solo due strade. Pagare i poliziotti per
essere consegnato ad altri trafficanti, oppure farti riaccompagnare indietro, al confine con l’Etiopia.
A Sharif al Amin, in quella casa di mattoni che poi era una prigione con le sbarre alle finestre,
Samia era rimasta dieci giorni. Un materasso a terra in una camerata da trenta. Per arrivare a
Khartoum servivano altri duecento dollari.
Aveva quasi finito i soldi. Il terzo giorno chiamò Hodan in Finlandia e le ha confessato che era
partita. Dopo otto giorni sono arrivati i soldi di Hodan e due notti dopo ha
ripreso il viaggio. Arrivata a Khartoum sapeva che avrebbe dovuto riposarsi e recuperare un po’ di
energie per la parte più dura, l’attraversamento del Sahara. Era
rimasta sei settimane in un minuscolo appartamento alla periferia sud della città, insieme ad altre
trenta donne. Tutto quello che facevano era dormire e uscire a turno
per comprare da mangiare al mercato, oppure in una bottega a un centinaio di
metri da casa. Ha dovuto richiamare Hodan e farsi mandare altri cinquecento dollari
per un viaggio che doveva essere fino a Tripoli. trascorsi quaranta giorni tappata in
quell’appartamento in un edificio di sei piani nella periferia bruttissima di Khartoum.
li hanno schiacciati tutti dietro, solo che questa volta erano ancora più della prima. Ottantasei.
Dopo pochi chilometri nessuno parlava più, nessuno si lamentava, a nessuno veniva in mente di
cantare. Il viaggio attraverso il deserto è molto
più duro. Fa un caldo da poterci morire e in più l’auto avanza lenta. Quella tratta doveva durare
quattro giorni. Li hanno lasciati al confine con la Libia. Era il 12 ottobre 2011. Hanno aspettato per
ore. Poi sono venuti a prenderli. Trafficanti libici. Molto peggiori dei sudanesi, a quanto si diceva.
Perché in Libia la legge è più severa. Sono arrivati, li hanno caricati su un piccolo pullman e li
hanno condotti al carcere di Kufra.
Tutti sapevamo cosa era Kufra. Un posto dove rischiavi di rimanere per
sempre, se non avevi i soldi che ti chiedevano, ed erano tanti. Oppure, quando cominciavi a
puzzare di cadavere, venivi riportato al confine con il Sudan, poco prima che morissi. Questo si
diceva. L’arrivo, però, non è stato traumatico. Era un posto migliore della prigione di Sharif al Amin,
più grande, più spazioso. Una costruzione chiara di blocchi di cemento grezzo, che sorgeva
proprio al centro del deserto.
Si respirava odore di polvere, mossa da un leggero vento che si incanalava dal cancello, che di
giorno le guardie lasciavano aperto. Quando sono arrivati li hanno trattati bene. Tutto questo però
è durato due giorni. Al termine del secondo giorno sono tornati e le hanno chiesto i soldi. Mille
dollari per portarla a Tripoli. Hodan ha impiegato ventotto giorni a mandarle il denaro, in un
baracchino di legno per il trasferimento di contante che guarda caso si trovava all’ingresso della
prigione. Nessuno parlava, alcuni davano i numeri, per il caldo o per la solitudine,
per la nostalgia. Finché non sono arrivati i soldi di Hodan e ha pagato. Finalmente poteva lasciare
Kufra. Poi le hanno fatto vedere quella che sarebbe stata la sua casa per una settimana di viaggio:
Un container senza luce e soltanto una piccola fessura in cima per far entrare l’aria con altre
duecentoventi persone. Per i primi chilometri, forse per mezz’ora, sono stati in piedi: non
sapevano come muoversi, cosa fare. Poi si sono seduti sul fondo, e presto hanno capito che
l’unico modo per appoggiare la schiena era contro il corpo di qualcun altro. L’unica maniera di
sopravvivere era provare ad arrampicarsi a turno sopra gli altri e mettere per qualche secondo il
naso fuori dall’apertura. Dopo due ore senza ossigeno, prima di perdere i sensi, arrivano le
allucinazioni. Visive, uditive. Il terzo giorno di viaggio un uomo di quarantadue anni, somalo, è
morto. Se n’è accorta la donna che gli stava accanto, dopo chissà quanto tempo. Anziché a Tripoli
li hanno portati in un’altra prigione, appena fuori dalla cittadina di Ajdabiya. L’ennesima truffa. Per
andarsene servivano millecinquecento dollari, che erano tanti anche per Hodan e Omar. Così
chiama hooyo per chiedere soldi anche a lei e ai fratelli, confessarle che era partita per il Viaggio,
ma mentire dicendo che andava tutto bene. Nella prigione di Ajdabiya l'hanno trattato meglio che
a Kufra, ma due poliziotti del carcere le hanno rubato settecentocinquanta dollari.
In quella prigione c’erano le lettere. In arabo, in somalo, in etiope e in inglese, rimaste lì chissà
come, chissà perché, buttate in un angolo, accumulate in anni e anni. Lettere di detenuti o di loro
parenti. Forse erano memorie di morti che le guardie non hanno mai avuto il coraggio di buttare. Lì
dentro c’erano vite. E così, leggendo, ha ritrovato quello che dentro di me non esisteva più. La vita.
Ricordi. Amore. Promesse. Coraggio. In quei due mesi ha soltanto letto e dormito. Poi finalmente
è giunto il denaro. Avrebbe viaggiato insieme ad altre nove persone nel rimorchio di un tir che
trasportava sacchi di farina di mais. La parte più comoda del Viaggio. Hanno fatto sosta due giorni
a Sirte per aspettare altri tahrib, continuando a dormire nel rimorchio.
Poi sono ripartiti. Dopo una settimana, finalmente, era a Tripoli. Il 15 dicembre 2011.
A Tripoli ha vissuto quasi un mese nel quartiere dei somali in una decina di palazzine addossate
le une alle altre, a est della città. Era in fibrillazione, Hodan le aveva dato in poco tempo i soldi
che servivano, milleduecento dollari,
E il suo turno era arrivato il 12 gennaio 2012. Ma il suo viaggio è durato soltanto tre ore. Quasi,
non ha fatto in tempo a salire che sono tornati indietro. Dopo tre giorni che era tornata
nell’appartamento alla periferia est è arrivata una ragazza nuova, Nigist, etiope. Dopo che era
ritornata indietro ha dovuto richiamare Hodan e hooyo.
Ma questi saranno gli ultimi soldi che chiedeva. Ha pagato di nuovo, e parte la sera con la zia
Mariam, una vecchia sorella di aabe che hanincontrato a Tripoli per caso un giorno che era uscita
a prendere le taniche dell’acqua. Ha vissuto quasi un mese in un appartamento qui vicino, e
Anche lei è stata arrestata tre volte durante il Viaggio, anche lei è stanca e ha bisogno di un posto
senza guerra, un posto da cui non dovere scappare.
La navigazione è agilissima, liscia, costante; per tutto il tempo che ha potuto Samia è rimasta a
prua a prendere il vento, finché il freddo non si era fatto troppo intenso e la notte troppo scura. Poi
è passato il primo giorno. Poi è successo. La barca è
andata in avaria. A metà del terzo giorno. Avevano ridotto la velocità e poi si erano fermati. Sono
rimasti così per circa quindici ore. Dopo quindici ore, finalmente arriva la barca italiana. Poi si
capisce. Tutto diventa chiaro. Non li trainano, no.
Per Samia manca poco alla meta dopo mesi di Viaggio, muore nel Mediterraneo durante
l'intervento dei soccorsi italiani. Ma a pochi minuti dall'Italia, la nave rimase bloccata a causa
di un guasto. Arriva, allora, in soccorso una nave italiana che getta delle funi nel mare;
Samia allora si tuffa e tenta di raggiungere una fune, ma pultroppo non ci riesce e muore
affogata

Descrivi i principali personaggi della storia, facendo riferimento alle caratteristiche fisiche e
soprattutto psicologiche, specificando se si tratti di personaggi statici o dinamici nella storia.
Protagonista: è un personaggio a tutto tondo e dinamico. E’ una ragazza snella, alta, con la pelle
olivastra e i capelli e gli occhi scuri; è un’atleta e appartiene a una famiglia povera; ha una grande
passione per l’atletica; è coraggiosa e sognatrice.
Altri personaggi:

Hodan = personaggio a bassorilievo, individuo dinamico e comprimario; sposata, ha una figlia , è


una “cantante”; è coraggiosa e speranzosa.

Alì = è un personaggio a bassorilievo, dinamico e comprimario,da adulto ha la barba e un aspetto


non curato, è alto e massiccio; è un darod, da ragazzo si improvvisa allenatore di Samia, da
grande si arruola nel clan di Al-Shabaab; da piccolo è coraggioso e intraprendente, quando cresce
diventa chiuso.

Aabe = è un personaggio a bassorilievo, statico e comprimario. E’ robusto e a causa di un


incidente perde un piede, gestiva una bancarella al mercato dove vendeva abbigliamento
maschile. Con la figlia è tenero e affettuoso, è incoraggiante e a volte si finge un po’ burbero.

Vola Samia, vola come il cavallo alato fa nell’aria… . Sogna, Samia, sogna come se fossi il vento
che gioca tra le foglie… . Corri, Samia, corri come se non dovessi arrivare in nessun posto … .
Vivi, Samia, vivi come se tutto fosse un miracolo… .
Specificando il tipo di finale, commenta queste parole.
Reputi interessante questa lettura? Quali riflessioni ti ha stimolato?

In questo testo prevalgono i discorsi diretto e indiretto liberi. il libro presenta molte sequenze
riflessive e descrittive, le prime riportano i commenti e i giudizi della protagonista che si mette a
nudo e si racconta.
È il 2 aprile del 2012 quando, dopo l'ennesimo ritardo, trecento migranti si imbarcano su un
vecchio mezzo per raggiungere le coste di Lampedusa. Basta un'avaria e la paura che i
soccorritori possano ricondurli indietro che in molti si buttano in mare. Anche Samia lo fa, sfidando
ancora una volta la vita pur di non rinunciare alla sua libertà: «Vola, Samia, vola come il cavallo
alato fa nell'aria». risuonano nella mente i versi delle canzoni composte dal Hodan apposta per lei
Questo libro è capace di raccontare la più grande epopea dl nostro tempo: l’epopea di chi coltiva
sogni, sogni di fratellanza tra i popoli, sogni di sport e di chi sogna di cambiare la società e il suo
modo di vivere più libero.
Il titolo del libro è “Non dirmi che hai paura” e fa riferimento ad una frase che viene ripetuta più
volte nel corso della lettura. In primo luogo viene pronunciata dal padre di Samia poiché la vuole
incitare e le dice: “Non devi mai dire che hai paura, piccola Samia. Mai. Altrimenti le cose di cui hai
paura si credono grandi e pensano di poterti vincere”. Questa frase diviene molto importante
perché Samia pensa proprio a queste parole del padre mentre corre per vincere le varie
competizioni a cui partecipa. In secondo luogo questa frase viene pronunciata dalla ragazza
stessa il giorno della partenza della sorella Hodan per il Viaggio. È un giorno molto importante per
la sorella, è l’inizio del suo viaggio verso la libertà e Samia glielo ricorda dicendole di non mostrarsi
impaurita in alcun caso. Infine, nella conclusione del libro, viene pronunciata da Mannaar, figlia di
Hodan, un giorno su skype mentre Samia, sua zia, si trova nel mezzo del suo Viaggio. Proprio
perché questa frase viene pronunciata da questi personaggi, si carica di significato e diventa
fondamentale per lo svolgersi della vicenda.
Le frasi più significative del libro sono: “Non dirmi che hai paura”, frase tanto
significativa da divenire il titolo stesso del libro.
“Vola Samia come il cavallo alto fa nell’aria… corri Samia come se non dovessi arrivare in nessun
posto… vivi Samia come se tutto fosse un miracolo” questa frase è scritta nell’ultimo capitolo,
prima di scoprire la vera sorte di Samia: la morte della ragazza mentre cercava di afferrare le funi
che l’avrebbero portata alla salvezza e al
suo sogno: le Olimpiadi di Londra. Questa frase mi ha molto colpita ed è carica di significato, è
riuscita a trasmettere molte emozioni insieme: angoscia e tristezza per la morte della ragazza, ma
anche un senso di libertà dopo una fatica che proseguiva da lungo tempo. “Non ha senso pensare
più in là di quello che si ha sotto gli occhi. Il futuro non esiste” questa frase è significativa perché
riesce a trasmettere cosa Samia, come tutte le alte persone che nella loro vita hanno intrapreso il
Viaggio, stava provando in quel periodo: un senso di incertezza, non si può sapere cosa
realmente ci riserva il Domani.
Il tema del viaggio è quello fondamentale, perché lei di fatto affronta la sua prima esperienza di
viaggio intesa come itinerario verso un obiettivo; la parola è nel titolo e naturalmente è implicito
che sia un sottofondo importante. E poi ci sono anche altre colonne portanti, come il dolore, la
fatica nel gestire una separazione, la storia dei conflitti, in generale come si vive la guerra, a cosa ti
costringe la guerra stessa. E' molto attuale. Appaiono evidenti le tematiche affrontate : il terribile
Viaggio, le imprese che ognuno dei migranti deve compiere prima di raggiungere un paese libero,
senza guerra, dove sentirsi liberi e la guerra che ha tolto la vita a una delle persone che amava di
più, suo padre. Ho apprezzato il modo, chiaro e preciso con cui sono stati tratteggiati il carattere e
gli obbiettivi che vuole raggiungere la protagonista e, sicuramente, la scrittura scorrevole Tutta
via,sono presenti alcuni aspetti negativi che hanno fatto perdere la bellezza dell' atroce realismo:
l'assenza di un approfondimento dettagliato sull' origine della guerra che ha devastato il suo
meraviglioso paese, ha tolto la vita al proprio padre e ha messo milioni di persone in fuga tra cui la
sorella Hodan. La descrizione inesistente della situazione delle altre famiglie del quartiere per
rendere sempre più realistica la narrazione. Deludente sicuramente è in generale , un' analisi dei
sentimenti e delle emozioni di Samia molto marginale e poco dettagliata, in
particolare, dopo il tradimento dell' amico lo studio abbozzato e per niente indagato, cosa che
penso dovesse essere eseguito,semplicemente perché la maggior parte dei ricordi dell' infanzia
sono legati ad Ali. La descrizione fisica di ognuno dei personaggi è sintetica e sostanziale ,se non
inesistente. Avrei preferito sicuramente la presenza di moite più foto ( per rendere sempre più
realistica la biografia )sue, riguardanti le Olimpiadi di Pechino ad esempio, della sorella Hodan,
della nipote e magari, se possibile degli altri componenti della famiglia.
Samia è simbolo di tutti quei sogni interrotti, lasciati a mezz’aria, colorati dall’impegno e dalle storie
tessute per poter giungere alla meta finale, ma destinate ad altro. In questo caso, grazie all’autore,
la storia di Samia è diventata parte della vita di molti lettori, il cui amaro in bocca potrà trasformarsi
in maggiore rispetto nei confronti del di VITA che spinge moltissime persone ad intraprendere il
Viaggio. Le tematiche principali presenti nel libro sono la guerra e il viaggio, sono due tematiche
molto attuali. La guerra è un elemento negativo e si riferisce in particolare alla guerra civile
scoppiata in Somalia per rovesciare il regime di Siad Barre, nella storia viene raccontata la presa
di potere del gruppo di Al- Shabaab, legato al terrorismo islemico. Il Viaggio, che nel libro viene
affrontato dalle due sorelle, rispecchia ciò che avviene nella realtà ed è collegato all'emigrazione.
Un altro tema che viene citato nel libro è il tema della donna.
Molte sono le tematiche forti del libro: la guerriglia araba, il “viaggio”, la condizione femminile nei
paesi arabi, la potenza salvifica dello [Link] dirmi che hai paura è un libro che parla anche di
amicizia, e la scrittura genuina e portatrice di valori positivi ne fanno un’opera letteraria adatta
anche alla didattica.
In generale tratta il tema delle donne, in una società in cui tutto è loro vietato. il tema dell'amicizia,
della forza di volontà, la guerriglia araba, il “viaggio”, la potenza salvifica dello sport e le difficoltà
che si possono incontrare nel proprio percorso

Quando mi venne proposto dalla mia professoressa di italiano di leggere il libro “Non dirmi che hai
paura” di Giuseppe Catozzella, mi ricordo che ero molto perplessa perchè mai libri di questo
genere mi avevano attirato; eppure decisi di continuare la lettura poiché era stato tratto da una
storia vera ed ero curioso di scoprirla. Samia è una ragazza di Mogadiscio con la grinta nel cuore e
la determinazione nell’anima, che, nonostante viva in una realtà che comprende guerre, siccità,
povertà e bei ricordi infranti, segue il proprio sogno con una diligenza e una perseveranza
ammirevole: correre alle future Olimpiadi di Londra. La bambina, grazie alla sua forza, riesci ad
arrivare fino in fondo a tutto ciò, superando la sola molte sofferenze e situazioni precarie, in cui
neanche il più bel forse sembra una certezza. Una storia molto toccante, che però a me non è
arrivata, forse per il lento sviluppo del tempo narrativo o per un po' di sofferenza mancante. Detto
questo ammiro il modo in cui l'autore riesce ad amalgamare ed a giostrare nella storia molte
tematiche che stanno prendendo il sopravvento nella società globale ai giorni d'oggi:
l'immigrazione, la mancata uguaglianza, la proibita ribellione, l'andare contro i principi ideologici
della propria religione, la crescita. Apprezzo anche la leggerezza con cui è raccontata questa
storia piena di sofferenza, ma soprattutto la purezza di essa, una vicenda che dice solo il vero, con
notizie e informazioni documentate dall’autore stesso, immedesimatosi nella realtà di cui parla.
Vorrei dire che questo libro non mi ha colpito per la scrittura, ma per la grandezza dell'autore, che
con questa storia ha reso onore ad una ragazza più che ammirevole.
Numeri. E’ il modo in cui noi occidentali siamo abituati a pensare alle centinaia di esseri umani che
ogni giorno perdono la vita in mare scappando dalla guerra, per cercare fortuna, per conquistare
un futuro migliore o, nel caso di Samia, per realizzare un sogno: correre alle Olimpiadi di Londra
del 2012 e vincere per il suo paese, per la Somalia e per la liberazione di tutte le donne somale.
Nel suo libro, Non Dirmi Che Hai Paura, Giuseppe Catozzella descrive un mondo di cui si conosce
l’esistenza, di cui si sente sempre parlare, ma cui si presta sempre troppa poca attenzione. Samia
è una bambina di Mogadiscio con la corsa nel sangue. Determinata, testarda, sognatrice, una
piccola guerriera, come la definisce suo padre. Trascorre la sua infanzia fra una corsa sotto il sole
cocente con il suo migliore amico e allenatore Alì e una canzone di sua sorella Hodan. Una vittoria
dopo l’altra la porta alle Olimpiadi di Londra, dove arriva ultima, ma torna in Somalia con ancora
più voglia di correre. La realtà però arriva inarrestabile a stravolgere i suoi sogni: gli estremisti di Al
Shabaab hanno assunto sempre più potere, le hanno portato via il suo migliore amico e suo padre
e le hanno imposto regole che privano Samia e il resto del popolo della propria libertà. Allora
decide di intraprendere il Viaggio per l’Europa, che le toglie qualsiasi spiraglio di umanità fino a
portarsi via tutti i suoi sogni e speranze attraverso il mare cui aveva guardato con invidia da
piccola, il suo mare. Giuseppe Catozzella descrive un mondo duro e povero con una grandissima
dolcezza attraverso gli occhi di una bambina che crede di avere sempre di più di ciò che si merita,
che vuole vincere per la libertà e chi si lascia spingere dal vento e dai suoi sogni inarrestabili. Una
bambina che ha creduto davvero nel suo sogno e alla quale Catozzella ha voluto donare uno
splendido lieto fine.

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