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Nello Sciame Visioni Del Digitale

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Nello sciame. Visioni del digitale

Drammaturgia dello spettacolo digitale (Sapienza - Università di Roma)

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NELLO SCIAME, VISIONI DEL DIGITALE

Il medium digitale modifica in modo decisivo il nostro comportamento, la nostra


percezione, la nostra sensibilità ed il nostro modo di vivere ed interagire con gli altri,
catapultandoci in una situazione di crisi e stordimento ogni giorno.

[Link] rispetto
Nel rapportarsi con gli altri ci si trattiene dal puntare lo sguardo, entrando in un’ottica tipica
dello spettacolo: il pathos della distanza. La distanza è ciò che distingue lo spectare dal
rispectare, e senza rispetto si scivola in una società che sfocia nel sensazionalismo.
Il rispetto costituisce il fondamento della sfera pubblica e la sfera pubblica presuppone il
fatto che si debba distogliere lo sguardo dal privato, ma oggi, soprattutto a causa dell’uso
massiccio dei nuovi media, domina una totale assenza di distanza data dal fatto che c’è
un’esibizione sempre più prepotente di quello che è il privato. Il privato è diventato
pubblico.
Questo evidenzia come la comunicazione digitale sia una riduzione delle distanze, intesa
in senso negativo come un qualcosa di nocivo al rispetto.
In una dinamica tale la commistione tra pubblico e privato diventa un’esibizione
pornografica: se per Barthes la sfera privata era una zona in cui io non sono
un’immagine ed un oggetto, oggi non esiste più una sfera in cui non lo si è.
Questa situazione è aggravata anche dal tipo di comunicazione, spesso anonima, che
alimenta shitstorm in cui l’identità da cui parte è annullata, in cui il messaggio è
separato dal messaggero, mettendo in crisi la dinamica di coscienza e presa di
responsabilità.
La shitstorm risulta essere il prodotto di una cultura in cui la comunicazione è distante dal
rispetto dell’altro, in cui ognuno è sia mittente che ricevente.
Il potere comunicativo della shitstorm consiste nell’incrementare la probabilità del “sì”
piuttosto che quella del “no”, avendo di fatto un effetto simile a quello del potere: non si
investe una persona rispettabile con delle shitstrom per fargli perdere rispetto, il rispetto si
crea attraverso l’attribuzione di valori personali e morali che sembrano essere oggi relegati
non ad effettive qualità interiori bensì qualità effimere ed esteriori.

[Link] società delle indignazioni


Le shitstorm generano ondate di indignazione che sono molto efficaci nel mobilitare e
mantenere l’attenzione, spesso calante in un contesto digitale in cui ogni giorno si è
bombardati di nuove informazioni e nuove immagini.
Tuttavia l’indignazione non ha la capacità di mantenere un discorso strutturale, per
via della loro natura improvvisa e veloce.
La società dell’indignazione è una società sensazionalistica, priva di contegno, che
non ammette comunicazione discreta, obiettiva e tantomeno alcuna forma di dialogo. Non
costruiscono quindi un noi stabile, ma una massa superficiale e distratta non in grado
di produrre azioni concrete.

[Link] sciame
Gustave Le Bon definisce l’epoca moderna come “l’età delle folle”, epoca in cui la
massa appare come una manifestazione del nuovo rapporto di potere. L’insurrezione
delle masse porta sia alla crisi della sovranità sia al declino della civiltà.
Oggi ci troviamo in crisi, alimentata anche dalla rivoluzione digitale, per cui non si parla più
di folle ma di sciame digitale: un composto di individui isolati. Questo assembramento
casuale non costituisce una folla in quanto non è composto da un’anima che si salda in
una massa omogenea. Allo sciame digitale manca l’anima, in quanto come la società

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dell’indignazione, non sviluppano mai un noi, non è coerente e non si esprime con una
sola voce.
Due tipologie di singoli, a seconda se si prende in esame la folla o gli sciami digitali:
 homo electronicus (McLuhan)  uomo della folla, abitante elettronico ed al tempo
stesso connesso con tutti gli altri uomini, è un nessuno (come spettatore allo stadio)
 homo digitalis  non è un nessuno, in quanto mantiene e preserva la sua identità
privata anche quando si presenta come parte dello sciame. Si esprime in modo
anonimo, ma possiede un profilo in cui però è sempre insistentemente un qualcuno
e mai un nessuno. Piuttosto è qualcuno anonimo.
A differenza delle folle, gli sciami e gli uomini digitali non si riuniscono, danno vita ad
assembramenti senza riunioni e ad una massa senza spiritualità. Sono individui isolati
che si siedono da soli davanti ad un display.
Quando si raggruppano occasionalmente emerge comunque come i loro modelli collettivi
sono instabili e volatili.
La massa/folla è decisa e può generare un’azione comune, ha potere; gli sciami invece
no.
Secondo Hardt e Negri la globalizzazione sviluppa due forze contrapposte: da un lato
istituisce una gerarchia di potere capitalistica e decentrata, impero; dall’altra crea la
moltitudine, ovvero una combinazione di singolarità che comunicano ed agiscono tra loro
attraverso la rete. Di fatto non avviene uno scontro diretto, in quanto la moltitudine è
composta da tutti coloro che contribuiscono al sistema capitalistico e l’impero non è una
classe dominante che sfrutta la moltitudine in quanto oggi ciascuno sfrutta sé stesso pur
credendosi libero.
Il risultato è che nessuno domina nessuno: è lo stesso sistema capitalistico che sovrasta
tutti.
Questo crescente egocentrismo ed automatizzazione della società restringono gli spazi
dell’agire comune: il socius cede il passo al solus, in cui la solitudine
contraddistingue la forma sociale odierna.

[Link]-medializzazione
Il medium digitale è un medium di presenza, dove la sua temporalità è il presente
immediato. Una delle caratteristiche principali è il fatto che le informazioni vengono
prodotte, inviate e ricevute senza l’intervento di intermediari.
C’è una differenza abissale tra la rete ed un media elettronico classico, dal momento in cui
nel secondo caso la comunicazione avviene in modo unilaterale, mentre nei nuovi media,
grazie alla rete, noi diventiamo al tempo stesso sia consumatori che produttori ed
emittenti attivi.
Avviene una de-medializzazione. Oggi la società dell’opinione e dell’informazione si fonda
su questo tipo di comunicazione de-medializzata in cui ciascuno produce e diffonde
informazioni (vecchi media, es. radio o tv, chi produceva/chi trasmetteva/chi riceveva).
La de-medializzazione porta a quella che è stata definita come l’epoca della
rappresentazione, in cui ognuno vuole essere direttamente presente e presentare la
propria opinione senza intermediari.
Questo mette in crisi la democrazia intesa in senso politico, le figure politiche stesse ed il
futuro come tempo politico scompare, poiché la politica, in quanto azione strategica, ha
necessità di un potere d’informazione con piena sovranità sulla produzione e distribuzione
dell’informazione.
C’è una pretesa di trasparenza, trasparenza che è dominata dalla presenza del
presente.

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[Link] l’intelligente
Nella comunicazione umana non entra in gioco solo la componente verbale, essa è in
realtà molto limitata. L’interscambio umano è caratterizzato soprattutto da forme ed
espressioni non verbali in grado di conferire tattilità, pluridimensionalità e percezione.
Il medium digitale è privo di qualsiasi forma di comunicazione tattile.
Ci siamo abituati alla comodità delle comunicazioni virtuali, ma queste generano una
perdita di contatto con le persone reali: si riduce il reale e si totalizza l’immaginario,
dove lo smartphone agisce come una sorta di specchio digitale che riflette uno spazio
narcisistico nella quale rinchiudersi.
Bandisce (quasi) ogni forma di negatività, aiuta a disimparare a pensare in maniera
complessa. Il “mi piace” crea un ambiente, uno spazio, della positività in cui il digitale può
agire al fine di indebolire la capacità di rapportarsi con la negatività.
La comunicazione digitale è una comunicazione povera di sguardo, è una
comunicazione che dà l’illusione di presenza (es. la videochiamata), tuttavia la distanza
è comunque percettibile. Questa prossimità mendace è fondamentalmente una mancanza
di sguardo, l’assenza dell’altro; lo schermo da una parte mi ripara dallo sguardo dell’altro,
ma contemporaneamente lo illumina, lo schermo è trasparente: è privo di sguardo e non
ammette alcun desiderio, che è sempre il desiderio dell’altro e la faccia che si è espone
non è mai un volto, è un’intenzionalità di esibizione che distrugge lo sguardo.
Il medium digitale ci dà l’illusione di avvicinarci quando in realtà ci allontana
sempre più.

[Link] nell’immagine
Oggi le immagini non sono più solo riproduzioni ma anche modelli. Ci rifugiamo nelle
immagini ed il medium digitale completa il rovesciamento che ci fa sembrare le
immagini più vive e belle rispetto alla realtà, che viene percepita come imperfetta.
Le immagini offrono quindi una realtà ottimizzata, vengono addomesticate in modo da
essere rese consumabili.
Si parla di quella che è stata definita come la Sindrome di Parigi: l’immagine ideale
contrapposta all’immagine reale della città. Le belle foto sono immagini ideali che si
discostano però dalla realtà.
Nel film “Rear Windows” illustra precisamente il nesso e lo scontro tra l’immagine
scioccante del reale e l’immagine come schermatura, dove l’inquietante sguardo dell’altro
che proviene dal reale rompe la bellezza della rear windows come vista meravigliosa. Le
windows digitali non corrono il pericolo di irruzione da parte del reale, dell’altro, perché le
finestre digitali sono costruite in modo da schermarci sempre più dal reale, perché il
medium digitale per sua natura interpone una distanza dalla realtà.
Oggi si producono una gran quantità di immagini nella quale ci rifugiamo scappando da
una realtà imperfetta. Questo perché per sua natura il medium è de-factizzante: non ha
età, destino e morte. Le immagini e i medium digitali congelano il tempo a differenza
dei medium analogici che al contrario lo soffrono.

[Link]’agire al giocare con le dita


Agire significa realizzare, realizzare un nuovo inizio. È oggi possibile l’agire in questo
senso, o il nostro fare è ormai consegnato a processi automatici derivati dalla macchina
capitalistica che annienta la libertà di agire?
Secondo Flusser l’uomo vive, con i sui dispositivi digitali, già oggi la “vita
immateriale” di domani caratterizzata dall’atrofia delle mani, in cui invece di agire
l’uomo gioca con le dita.

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L’uomo digitalis non agisce: si trasformerà da homo faber a homo ludens. La società
falsamente positiva determinata dall’ambiente digitale dei nuovi media evita tutte le forme
oppositive, eliminando le azioni.
Il lavoro si avvicina al gioco, dove per gioco non si intende ozio ma prestazione: l’era
digitale è l’era della prestazione, poiché la prestazione totalizza il tempo del lavoro.
Oggi non abbiamo altro tempo all’infuori di quello lavorativo, poiché il rilassarsi non è altro
dal lavoro bensì il suo prodotto (lavoro-guadagno-impiego i soldi nel tempo libero).
I dispositivi digitali producono una nuova costrizione, una nuova schiavitù: sia per quanto
riguarda l’ambito ed il tempo lavorativo poiché la libertà della mobilità presuppone la
possibilità di poter lavorare ovunque; sia per quanto riguarda l’aspetto comunicativo e di
relazioni interpersonali, in quanto sempre questa sedicente libertà si ribalta e diventa
piuttosto obbligo, costrizione. Questa costrizione dettata dai social network risponde
direttamente alle logiche capitalistiche per cui più comunicazione, interazione equivalgono
a più guadagno.
La cultura digitale, a differenza della storia che si basa sul racconto, si basa sul contare. È
per sua natura additiva e non narrativa, è un contesto in cui anche simpatie, gusti e
preferenze vengono trasformate in numeri attraverso i “mi piace”.

[Link] contadino al cacciatore


La mano, come dice Hiddeger, è il medium dell’essere. Ma utilizzando solo le dita, come
siamo portati oggi a fare con i dispositivi digitali, ci allontana dall’essere.
Il dispositivo digitale aggrava ulteriormente quest’atrofia della mano, in quanto la mano
teorizzata da Hiddeger è una mano che pensa prima di agire, mentre l’atrofia della mano
che si riscontra con l’utilizzo dei dispositivi è un’atrofia del pensiero.
È il pensiero, il logos che definisce l’essenza e l’habitus in grado di coltivare il linguaggio e
permetterci di comunicare.
Oggi invece la tempesta digitale, gli uragani che si scatenano, ci rendono possibile di
abitare. L’imperativo della società della trasparenza generato dal digitale risuona come
essenza dell’informazione, manifestando come tutto debba essere accessibile subito a
tutti. La verità di Hiddeger, al contrario, non è mai semplicemente data: deve essere prima
strappata alla velatezza, non deve mancargli ciò che oggi gli manca ovvero l’interiorità.
Questo perché l’informazione derivante dal digitale è sempre di tipo cumulativo e
additivo, quando al contrario la verità è esclusiva e selettiva: informazione e verità si
distinguono per la caratteristica della seconda di non essere ammucchiabile. Non
esiste una massa di verità, esiste una massa di informazioni.
Ma muovendosi in un ambito che ostracizza la negatività si arriva ad una massificazione
del positivo per cui non c’è più una distinzione tra sapere ed informazione: il sapere è
implicito, possiede tutt’altra temporalità.
Assistiamo oggi ad un’evoluzione da contadini a cacciatori, cacciatori dell’informazione,
che cacciano su un terreno digitale.
Il medium digitale crea un ambiente in cui l’utente ed il dispositivo costituiscono
un’unica unità, in cui le persone operano attivamente con i loro dispositivi mobili.
I media digitali realizzano una comunicazione simmetrica in cui è difficile collocare
rapporti di potere in un medesimo spazio. Questo perché di fatto potere ed informazione
non vanno d’accordo: il potere inventa verità per mettere al centro sé stesso,
l’informazione consegna passivamente una voce.
I cacciatori digitali, i cacciatori d’informazioni, sono legati ad una temporalità che è il
presente, alla trasparenza. Percepiscono i Google Glass come protesti, come parte del
loro stesso corpo, tanto da fargli vedere solo le informazioni. Tutto ciò che non è
informazione, semplicemente non è.

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[Link] soggetto al progetto


Il contadino teorizzato di Hiddegar è un soggetto che si sottopone al nomos, la terra, e
l’ordinamento terraneo produce soggetti. Oggi si suppone che non siamo più soggetti
ma progetti che concepiscono e ottimizzano se stessi.
Sussiste una dipendenza mediatica delle forme di vita, in quanto solo il medium digitale
porta a compimento il processo: il medium digitale è, a tutti gli effetti, un medium di
progetto.
Flusser parla di digital turn in relazione ad una nuova antropologia digitale: non siamo
più soggetti di un mondo oggettivo dato, bensì progetti di mondi alternativi. L’uomo
diventa ed agisce come artista di mondi alternativi in un ambiente, il digitale, in cui non c’è
più né soggetto né oggetto.
Sia il Sé che il Noi sono snodi di virtualità che si incrociano, e non in una visione
comunitaria ma in isole narcisistiche di ego. L’uomo telematico diventa un essere
umano connesso telematicamente con gli altri e la comunicazione digitale fonda una sorta
di società pentecostale che libera l’uomo dal sé isolato e produce uno spirito, uno spazio
di risonanza.
La società dell’informazione è, secondo Flusser, una strategia per abolire l’ideologia del sé
isolato in forza della conoscenza per cui noi esistiamo gli uni per gli altri e nessuno esiste
per se stesso.
La comunicazione digitale rende possibile l’esperienza di una prossimità che rende felici,
facendo di fatto sparire la distanza spazio-temporale. In realtà però questo messianismo
della connessione in rete non si è avverato, poiché la comunicazione digitale erode la
società, il noi, ed aggrava l’isolamento dell’uomo, facendo dominare il narcisismo.
Il progetto in cui il soggetto si libera si rivela costrizione: paradossalmente la libertà
produce costrizioni, e forgia una società della prestazione che ci porta all’isolamento
piuttosto che all’amore verso il prossimo.

[Link] nomos della terra


Nel corso del digital turn perdiamo definitivamente l’ordinamento terraneo, passando ad un
ordinamento digitale.
Metaforicamente potremmo parlare di un passaggio dalla terra al mare (digitale) nel quale
non è possibile seminare e scavare linee rette, intese come spirito, azioni, pensiero e
verità. Al loro posto subentra l’operazione, ovvero un’azione atomizzata all’interno di un
processo automatico. Il pensiero cede al calcolo, la verità risulta anacronistica rispetto alla
trasparenza.
Si perde la dinamica di amore-odio, positività-negatività ed anche di prossimità-
lontananza. L’assenza della distanza è una grandezza positiva: le manca la negatività
che caratterizza la prossimità.
Il positivo ci allontana da ogni negatività, ma lo spirito per sua natura si desta al
cospetto dell’altro, la negatività dell’altro lo tiene in vita, poiché nessuno esperienza è
possibile nell’eccesso di positività ed in mancanza di dolore. La fenomenologia del digitale
però non riconosce il dolore dialettico dello spirito, è una fenomenologia del mi piace.

[Link] digitali
Già la lettera appariva a Kafka come un medium di comunicazione disumano in quanto si
rivolgerebbe a fantasmi. Oggi i fantasmi kafkiani si muovono nella rete, in internet, tramite
smartphone, e-mail, social, etc.
La nuova generazione di spettri digitali sono più voraci, in quanto i media digitali
portano ad una moltiplicazione rapidissima e non più controllabile e questo è dovuto anche
al fatto che la comunicazione è diventata automatica, si attua senza alcun intervento
umano.

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Oggi le cose perdono sempre più significato: si sottomettono alle informazioni, che a loro
volta si nutrono sempre più di fantasmi.
La comunicazione digitale assume sia una forma spettrale sia una forma virale: è
contagiosa, si muove subito su un piano emotivo e affettivo e non propone nulla da
leggere o da pensare. Un’informazione o un e-content si diffondono rapidamente senza
essere gravati da peso o senso. La topologia del digitale è costituita da spazi piani, lisci,
aperti, non c’è ostacolo alla diffusione.
Lo spettrale dipende dal vedere e dall’essere visto, e le cose digitali sono spettrali per
la loro complessità, incontrollabilità e trasparenza. La società della trasparenza è di fatto
un’apparizione di superfici create da algoritmi che sorpassano le forze umane.

[Link] informativo
C’è stato un cambio di paradigma rispetto a ciò che è lo shock: per Benjamin era una
sostituzione della contemplazione, come atteggiamento recettivo, di fronte ad una
rappresentazione; oggi è più simile ad un tipo di reazione immunitaria che si avvicina
al disgusto.
Le immagini non sono più provocatrici di alcuno shock in quanto anche le più
raccapriccianti hanno funzione d’intrattenimento e sono rese consumabili. Più bassa
è la soglia del disgusto, più diventa veloce la circolazione di immagini e di informazioni e
più è rapida la circolazione più aumenta il consumo e di conseguenza il capitale.
Questo eccesso ed abuso di informazioni è stato identificato come una vera e propria
patologia: l’IFS, information fatigue syndrom, per cui chi ne è affetto lamenta una paralisi
delle capacità di analisi, disturbi dell’attenzione, agitazione generalizzata e incapacità di
sopportare le responsabilità.
La paralisi della capacità di analisi è significativa, in quanto la facoltà analitica è ciò che
determina il pensiero, atrofizzato dall’eccesso di informazioni, nonché la capacità che ci
permette di distinguere l’essenziale dall’inessenziale, la negatività della distinzione e della
selezione.
Oggi la quantità di informazioni atrofizza la facoltà di giudizio, poiché grandi
informazioni non producono alcuna verità. Da un certo punto in poi l’informazione non è
più informativa ma deformativa, così come la comunicazione non è più comunicativa ma
cumulativa.
L’affaticamento informativo si può riconoscere anche da altri sintomi come depressione ed
eccessiva autoreferenzialità dovuta al fatto che il soggetto diventa sempre più
narcisistico ed incapace di prendersi vere e proprie responsabilità in quanto vive
immerso in un mondo, in una società, narcisistica a sua volta e che promuove, attraverso i
media, l’assenza di impegni, la vaghezza e la provvisorietà.

[Link] della rappresentazione


Secondo Barthes la verità della fotografia consiste nel fatto di essere inseparabile dal
suo referente, ovvero è vincolata all’oggetto reale a cui si riferisce: non è uno spazio di
finzione o manipolazione, ma di verità.
Nell’era digitale si assiste però ad un distacco della rappresentazione dal referente.
La fotografia digitale mette in dubbio la sua verità mettendo fine al reale. È un’iper-
fotografia che presenta un’iper-realtà, dove il reale è presente ma solo come
citazione o piccolo frammento che è mescolato all’immaginario e diventa così uno
spazio autoreferenziale.
Oggi il rapporto di rappresentazione è gravemente disturbato, tanto da dover parlare di
autoreferenzialità del sistema che è disintegrato, composto non più da masse ma da
individui isolati.

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[Link] cittadino al consumatore


Negli anni Settanta, negli Stati Uniti, esisteva un sistema di tv via cavo chiamato QUBE
(question your tube) in cui era possibile un’interazione tramite un tasto.
Flusser distingue le decisioni all’interno di questo sistema e le decisioni esistenziali,
portatrici di inevitabili ed imprevedibili conseguenze. Se una decisione esistenziale è
connotata da una conseguenza che non posso prevedere, e che quindi si ricollega al
dubbio, il sistema QUBE permette di scomporre le decisioni esistenziali in decisioni
puntiformi: actomes, che hanno efficacia immediata.
In questo sistema è possibile immaginare una democrazia del futuro, democrazia
diretta di villaggio, nel quale contano solo competenze e sapere e dove tempo libero,
lavorativo e politico coincidono.
Oggi quel sistema QUBE è diventato realtà: è ciò che rende possibili le scelte digitali,
che avvengono giornalmente ed in ogni momento, tramite click e mi piace che
sostituiscono il discorso.
Cambia anche il soggetto, non si parla più di homo ludens ma di homo economicus ,
poiché il comprare non presuppone alcun discorso, il consumatore compra semplicemente
ciò che gli piace. Il “mi piace” diventa il suo motto. Non è più cittadino ma consumatore,
e quest’ultimo si differenzia dal primo poiché ad esso manca la responsabilità nei confronti
della comunità.

[Link] l’intera vita


In questo ambiente digitale non è possibile alcuna fiducia davanti ad informazioni
facilmente disponibili. L’odierna crisi causata dai media, dalla connessione facilitata alla
rete causa una perdita della fiducia intesa come atto di fede e pratica sociale.
Questa società della trasparenza presenta una prossimità strutturale alla società
della sorveglianza, dove la fiducia è sostituita dal controllo.
Ovunque dietro di noi lasciamo tracce digitali: big data, protocollano l’intera vita in
funzione della società della trasparenza.
La società della sorveglianza digitale presenta una struttura peculiare in cui gli abitanti
si connettono e comunicano intensamente l’uno con l’altro e dove il controllo totale è
garantito non dall’isolamento spaziale bensì dalla connessione alla rete e dall’iper-
comunicazione. Si vive nell’illusione della libertà, ci si nutre di informazioni esponendo
volontariamente se stessi, e questo auto-sfruttamento è più funzionale rispetto ad un
qualsiasi sfruttamento attuato da altri. In questa auto-illuminazione l’esibizione
pornografica ed il controllo coincidono: la società del controllo si compie là dove i suoi
abitanti si confidano non per costrizione ma per proprio bisogno interiore.
Sorveglianza e controllo sono parti essenziali della comunicazione digitale, scenario in cui
la distinzione tra big brother e detenuti sfuma sempre di più. Ognuno osserva e sorveglia
l’altro, le imprese stesse lavorano come veri e propri agenti segreti che raccolgono dati ed
informazioni dalle nostre vite.
Grazie al passaggio al protocollo Internet Versione 6, il numero di siti web disponibili è
oggi pressoché limitato ed i chip di tipo RFID trasformano anche le cose in trasmettitori
attivi e in attori della comunicazione che inviano autonomamente informazioni e
comunicano tra loro, e di fatto veniamo sorvegliati anche dalle cose che usiamo
quotidianamente.

[Link]
Dal XVII secolo assistiamo ad un potere che non è più in mano ad un sovrano, ma è un
biopotere che ha “funzioni di incitazione”, rafforzamento, controllo e sorveglianza. Mira a
produrre delle forze ed ordinarle piuttosto che a bloccarle.

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Questo controllo biopolitico non è però in grado di intervenire o penetrare nella psiche
delle persone, si limita ad osservare il comportamento.
Oggi si parla di società della trasparenza psicopolitica: al posto del biopotere
subentra lo psicopotere. Grazie alla sorveglianza digitale è in grado di leggere e
controllare i pensieri, ed è così efficace per la sua a-prospetticità. Lo psicopotere è in
grado di introdursi nei processi psicologici.
Anderson sostenne che l’incredibile quantità di big data renderebbero superflui i modelli
teorici. La loro analisi permette di conoscere modelli di comportamento che rendono
possibili anche delle previsioni: al posto di modelli basati su ipotesi subentra il confronto
diretto dei dati, dove la correlazione sostituisce la causalità. Tutto questo annuncia l’inizio
di una psicopolitica digitale.
Il data mining rende visibili modelli di comportamento collettivi che, come singoli, non
siamo a conoscenza. Esso ci rende accessibile l’inconscio collettivo che equivale
all’inconscio digitale: lo psicopotere influenza e controlla gli uomini non
dall’esterno ma dall’interno, impossessandosi del comportamento sociale delle
masse.
La società della sorveglianza digitale ha accesso all’inconscio collettivo e, di fatto, al futuro
comportamento sociale e sviluppa dei tratti autoritari: ci consegna alla programmazione
psicopolitica e al controllo.

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