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31/2000

QUADERNI DI PSICOLOGIA,
ANALISI TRANSAZIONALE
E SCIENZE UMANE

Dal n° 31 - 2000

Tra noi.
Psicoterapia di coppia o l’arte di rammendare la crisi

Anna Fabbrini

Riassunto

Il testo presenta il lavoro di terapia di coppia secondo l’approccio clinico della psicoterapia della
Gestalt. Partendo da una puntualizzazione sul ruolo del terapeuta e dalla necessità di definire domanda
e contratto, vengono poi presentati gli strumenti metodologici utilizzati.
La seconda parte dell’articolo contiene una riflessione sui cambiamenti delle forme del disagio di
coppia a partire dai mutamenti del contesto sociale, utilizzando i concetti di identità personale e
identità del legame

Abstract

Between us
The text introduces the work on couple therapy following Gestalt therapeutic clinical approach.
Starting from a definition of the therapist’s role and from the need of defining request and contract,
methodological tools are introduced.
The second part of the article is a consideration on changing forms of the couple’s disorders starting
from social context, using the concepts of personal and couple’s identity.

... bisogna aprire all’ignoto,


bisogna che l’ignoto entri,
e disturbi.

M. Duras, La vita materiale

Premessa

Il mio lavoro consiste nel passare ore ad ascoltare storie. Sono venticinque anni che lo faccio e non
sono ancora stanca. E' di certo il mio modo per contemplare il mistero della vita. Il dolore, le rabbie,
lo sconforto, le paure e le rinascite a cui mi espongo finiscono per svegliare in me una commozione
che mi fa sentire vicina al cuore delle cose.
E lì, incontro una pace.
Non è sempre stato così. Per anni paladina, ho cercato di mettere io la pace nei cuori altrui. Poi col
tempo, addomesticato il mio orgoglio, ho imparato a tollerare la fragilità e a fidarmi dello
smarrimento. Nell’ascolto, a donarmi. Ho imparato sulla pelle che dove c’è ordine c’è dolore. Così le
vite ragionevoli hanno smesso di interessarmi e il caos di farmi paura.
E' stato a questo punto che ho osato avventurarmi nel lavoro con le coppie. Qui, forse, più che in ogni
altra forma di terapia, la temperatura dei sentimenti raggiunge i massimi gradi e il disordine può dare
le vertigini. Per questa ragione è anche difficile parlarne, ma scrivo per altri come me che aiutano altre
vite ad avere meno paura della loro follia: in questo consiste, in fondo, il lavoro di cura.
Di quello che sono in grado di fare e dire oggi, sono debitrice a molti maestri che mi hanno fatto dono
della loro esperienza e del coraggio di vivere senza tutte le risposte.
La terapia con le coppie di cui parlo in questo scritto è condotta secondo l’orientamento della
psicoterapia della Gestalt che non descrivo nel dettaglio e per il cui approfondimento rimando alla
vasta letteratura esistente.
Tra i tanti gestaltisti che hanno messo a punto questo lavoro terapeutico, faccio riferimento in
particolare al gruppo di Cleveland, a Joseph Zinker e Sonia Nevis che hanno dato un contributo da
tutti riconosciuto fondamentale in questo campo. Oltre che ai loro scritti, il mio lavoro si ispira agli
indimenticabili incontri con Zinker. Il suo insegnamento appassionato e rispettoso ha permesso che a
mia volta maturassi una personale ispirazione di cui qui do conto.

Uno più uno fa cinque

Una coppia non è la somma di due individui. Il pensiero sistemico ci ha ormai abituato a vedere, in
ogni unione affettiva, una fondazione creativa originale che non coincide con la somma delle persone
che la compongono. E' un corpo sociale tenuto da un patto, un insieme con una fisionomia propria e
una propria identità.
Il processo dinamico, il manifestarsi della vita di questo collettivo a due, genera infatti un nuovo
soggetto, il “noi” e attiva un particolare campo d’azione dato dall’interdipendenza, dalle interazioni,
dalle forme di contatto e di scambio, nonché dalle correnti di emozioni e pensieri circolanti e dai
“sogni” reciproci che definiscono la forma stessa del legame e cementano la sua tenuta.
In tal modo, due persone che formano una coppia, pur mantenendo la loro fisionomia di soggetti
distinti, io/tu, costruiscono un insieme che si nutre allo stesso modo delle due individualità e dei
reciproci sogni, cioè di quello che ciascuno dei due diventa nella mente dell’altro. In ogni legame si
attua una sorta di contaminazione dei confini delle due soggettività che rappresenta al tempo stesso il
potenziale creativo e il limite per ciascuno.
Nei confronti di questa metamorfosi dei confini propri, abitualmente le persone che stabiliscono un
legame sono ben disposte poiché essa costituisce il terreno dell’influenza consapevolmente o
inconsapevolmente desiderata, quel di più o diverso che vogliamo e che sentiamo di essere stando con
l’altro.
Coscienza del legame, tensione tra il rispetto di sé e disponibilità a farsi “sconvolgere” dall’altro, sono
gli elementi propulsivi del legame stesso. La capacità di sognare l’altro, il dreaming up, e di lasciarsi
sognare dall’altro, non riducibile a mero gioco di reciproche proiezioni, va anch’essa considerata una
componente creativa della coppia.
Conoscenza reciproca, attese, sogni e utopie, idealizzazioni, illusioni e speranze costituiscono pertanto
gli ingredienti di ogni relazione affettiva, più, naturalmente, qualcos’altro di misterioso, su cui non so
e non voglio dire nulla di originale e che comunemente sperimentiamo come amore, attrazione,
elezione, passione, desiderio di convivere e condividere.

Piccoli mali e grandi mali

Non farò dunque l’autopsia del mistero. Dichiaro anzi che lo rispetto e che non voglio capirlo meglio
per spiegarlo. Il giocattolo è attraente perché è vivo e si muove e quand’anche lo smontassimo, le
rotelle che lo compongono non sarebbero in grado di rivelarci il come e il perché di questo
movimento così stupefacente.
Siamo interessati a riflettere sui processi di coppia perché interpellati dal dolore. A volte, infatti, il
miracolo non tiene più, il sogno si fa incubo, il campo d’azione si trasforma da spazio creativo a luogo
di pianto, di insoddisfazione e di distruzione. Il dolore di una crisi di coppia può essere devastante per
le persone che lo vivono, con ripercussioni su una porzione di ambiente circostante molto ampia.
Mentre le piccole crisi, il disagio ordinario può essere digerito e superato dalla coppia che si impegna
al chiarimento, altre crisi debordano ogni buona intenzione. I due avvertono che i loro sforzi e il loro
desiderio di stare meglio non bastano, che i tentativi di capirsi naufragano e che non ce la fanno a
uscire dall’impasse. Come animali in trappola, più si muovono e più si avviluppano nei loro lacci. Il
parlare diventa inutile perché ogni discorso, invece di procurare schiarite di senso e nuove
comprensioni, sembra trafiggere il cuore e inchiodare a un dolore insopportabile che comincia a
nutrirsi di odio e risentimento.
Qui, chi non va oltre si separa. Qualcuno è capace di raschiare dal fondo l’ultimo residuo di speranza
e si dispone a domandare un aiuto esterno.
E' a questo punto che incontro le coppie in consultazione.

Il terzo non coinvolto

La psicoterapia di coppia è il ricorso a un terzo esterno non coinvolto e imparziale, perché aiuti i
partner a superare una crisi. In alcuni casi la coppia riconosce unanimemente la presenza di un
malessere e di un conflitto insolubile, è in grado di descriverlo, vuole capire meglio che cosa stia
succedendo, vuole chiarirsi le idee, risolvere il problema.
Può essere presente in partenza, da parte dei due, l’idea che entrambi abbiano una sorta di
corresponsabilità nel generare la crisi e nell’intrattenerla, avendo ciascuno un punto di vista valido,
benché opposto all’altro. Malgrado questo modo maturo di vedere le cose e le intenzioni costruttive
che possono animare i partner, essi si sentono bloccati nella ripetizione di litigi senza via d’uscita,
sentono la vita di coppia priva di creatività, si sentono sempre più estranei e incapaci di comprendersi
anche quando sono capaci di riconoscere, almeno teoricamente, la buona fede e le buone intenzioni
dell’altro.

Il terapeuta giudice

In altri casi la richiesta di un terapeuta imparziale nasce dall’esigenza di stabilire chi dei due abbia
ragione. Lo scontro è frontale con accuse e rivendicazioni. La domanda che la coppia porta è di fatto
diretta a un “giudice” più che a un mediatore. Ci si aspetta che, attraverso l’ascolto, questi sia in grado
di dipanare torto e ragione e decretare così il vincitore e il perdente della contesa.
Si tratta in questi casi di coppie che rivelano una certa dose di immaturità e dipendenza da una figura
autorevole, con un’alta propensione a idealizzare la figura del terapeuta investendola di grande potere.
Sotteso a questo atteggiamento c’è pure l’idea, comune a un diffuso modo di pensare, che ci siano dei
“fatti reali” su cui va espresso un giudizio, che i fatti siano delle verità inconfutabili e non anche il
risultato di vissuti personali, di letture, di interpretazioni. In questo caso il conflitto nascerebbe perché
uno di due mente in buona o in mala fede, mentre l’altro dice il vero. La posizione ragionevole che “la
verità sta in mezzo” e che ognuno ha i suoi torti e le sue ragioni è solo apparentemente più equilibrata.
Nella sostanza è una variante intelligente della posizione descritta che non ne modifica la logica, non
esce dal paradigma del giudizio/colpa, anche se introduce un punto di vista salomonico e più
equilibrato.
In questi casi, all’inizio della terapia, sarà dedicato tutto il tempo necessario per modificare il più
possibile questo punto di vista. Per fare un buon contratto terapeutico la coppia dovrà rinunciare ad
avere una terapia-processo e una soluzione del conflitto basata su un verdetto di ragione/colpa.
Il terapeuta deve in ogni caso mettere in discussione tale mandato e rilanciare l’ipotesi di lavoro su
altre basi. In mancanza di questa puntualizzazione, la terapia è destinata al fallimento e il terapeuta a
essere dilaniato dalle manovre manipolatorie dell’uno o dell’altro e dalle aspettative della sentenza.

Figura e sfondo

Anche le coppie del primo tipo, cioè quelle che si presentano con una buona domanda centrata sul
bisogno di chiarimento e di crescita, mentre esplicitano un ragionevole desiderio di confronto e
comprensione dei diversi punti di vista, inevitabilmente portano anche, benché non esplicita, una
domanda di processo/giudizio e attendono una sentenza. Ciò avviene a causa di un’alta dose di
ambivalenza, tensione emotiva, rabbia e rivalsa che non tarda a prendere forma. La disponibilità a
negoziare che viene dichiarata può essere più il frutto di intenzioni che di profonda convinzione
oppure il risultato di sincera convinzione, accompagnata da un alto tasso di emozioni distruttive che i
due tendono a negare.
Per esperienza, questa condizione, benché ambigua e apparentemente problematica, è, in un certo
senso, la più “giusta” proprio in quanto fa spazio all’ambivalenza. Quando questa è presente,
comunque, le intenzioni dichiarate di ricerca del dialogo non vanno mai trattate come falsa coscienza,
falso sé o copertura della “verità”. Come in un gioco di figura e sfondo, ciò che viene posto davanti, le
intenzioni dichiarate, non esclude i colori lividi della collera che vengono sentiti ma tenuti sullo
sfondo. Le istanze emotive ambivalenti creano una Gestalt composita che non impedisce alle persone
di assumere la responsabilità, attraverso il poter dire di volere ciò che dicono di volere.
Diffido di quelle coppie composte, a tutti i costi generose e fin troppo civili, che intraprendono un
percorso senza crepe e dialogano senza compiere passi falsi come in un balletto ben studiato. L’animo
umano ha mille facce e niente come il fallimento dei legami d’amore è in grado di rivelarle. Se accade
di trovare tanta pulizia, poiché rara è la saggezza, facilmente saremo in presenza di negazioni,
scissioni o di anestesia dei sentimenti. Questi meccanismi di difesa attengono non alla maturità, ma
alla rigidità e sono tipici di persone fragili che male tollerano il dolore del disordine. Negazione
scissione e anestesia sono i più grandi ostacoli alla presa di coscienza e producono soluzioni fittizie,
sbrigative e superficiali. Le ricadute sono poi inevitabili.

Cambiar di forma

Se il compito del terapeuta non è quello di sentenziare sui torti e le ragioni, come svolge il suo
mandato? In che modo potrà aiutare una coppia a superare il suo impasse? E quali procedure metterà
in atto per sostenere questo processo di cambiamento?
Partiamo dal presupposto costruttivista che non esistano solo dei fatti reali da accertare, ma mondi e
sensibilità da mettere a confronto. La questione che si pone, pertanto, non sarà mai quella di giungere
a una verità. Il compito del terapeuta è di aiutare la coppia a comprendere il significato evolutivo di
ciò che sta vivendo, di liquidare un assetto esistenziale e relazionale che ha esaurito il suo potenziale
creativo e a ricostituirne uno più attuale, conforme alle nuove domande di ciascuno e alle istanze
emotive emergenti nella coppia.
La terapia è dunque un momento creativo che parte dal disagio esistente, non lo elude ma lo
attraversa, lo rielabora per aiutare i due a reinventarsi attorno a una nuova utopia.
Tutte le dimensioni temporali vi sono implicate. Il presente col dramma del conflitto in atto, il passato
come una storia di alleanza di coppia che ha esaurito il suo potenziale e il futuro come nuovo sogno
condiviso, radicato nelle competenze apprese.
Ciò che emerge è comunque proiettato verso l’ignoto e implica pertanto anche la costruzione di una
capacità di tollerare l’incertezza, attraverso un rilancio della fiducia reciproca e della speranza.

Distacchi

La psicoterapia risolve sempre il conflitto della coppia? Uno dei miei maestri diceva che, quando una
coppia viene in consultazione, dobbiamo capire subito se sono due che non ce la fanno a stare insieme
oppure se sono due che non ce la fanno a separarsi.
Al di là della battuta, quello che possiamo dire è che, dal momento in cui la separazione fa parte dello
scenario delle possibilità socialmente percorribili, essa diventa uno dei modi di risolvere la crisi,
dunque anche una conclusione possibile della psicoterapia.
Nella mia esperienza, la situazione che ha maggiori possibilità di andare in questa direzione è quella
che chiamerei “asimmetria della crisi”.
Per asimmetria della crisi intendo quelle situazioni in cui è solo uno dei partner a vivere il disagio, a
mettere in discussione il rapporto; mentre l’altro, benché accetti di venire in terapia, è appagato
dall’assetto attuale e non vede nessun problema nel come stanno andando le cose. Se la coppia non
assume il fatto che c’è un dolore nel legame, anche quando è solo uno dei due a dargli voce, ci
troviamo in una situazione in cui c’è un rifiuto di responsabilità. Porsi fuori dal legame e affermare
che «è un suo problema» equivale a negare il legame stesso. Perché una coppia sia in crisi è
sufficiente che uno dei due sia insoddisfatto e il “noi” è il soggetto del dolore e della cura.
Diversamente, succede qui quello che avviene nei casi di disturbi psicosomatici: chi ha l’ulcera chiede
al terapeuta di guarirla e, interpellato su come vanno le cose nella sua vita, dice che va tutto bene e
che «a parte questo sono felice». Analogamente, quando incontriamo situazioni in cui uno dei due
afferma che «se non fosse per lui/per lei che si lamenta, che è insoddisfatto/a, andrebbe tutto bene»
oppure «non sarei qui se fosse per me», ci troviamo di fronte a potenti barriere di negazione.
Queste dichiarazioni rivelano già la rottura dell’unità relazionale e ciò avviene dove c’è incapacità di
ascolto e di comprensione empatica. Si tratta del tentativo di scissione del collettivo a due da parte di
chi nega il malessere, nell’estremo tentativo di salvarsi, di non mettersi in discussione, di rifiutare il
dolore. L’eliminazione del “noi” è, in questo caso, già il problema. Se non si riesce a creare il contatto
(il suo male è inevitabilmente il nostro male), la terapia di coppia non ha possibilità di avviare un
proficuo processo di chiarificazione. Potrà proseguire solo come lavoro individuale della persona che
soffre e in questo caso sarà il suo cambiamento ad avere ripercussioni sulla vita dei due. Viceversa, se
il contratto di aiuto si interrompe (o in coppia o niente), l’esito è segnato. Potrà avvenire prima o poi
una separazione oppure, da parte di chi soffre, la rassegnata accettazione del disagio, attraverso il
sacrificio di sé, l’autosvalutazione e, a volte, il diniego del proprio punto di vista. In questo caso, se la
coppia non si separa, l’alleanza resta malata e questo fatto manifesterà le sue insidie più in là nel
tempo o nello spazio. Nel tempo significa che ci sarà presto un altro crollo, nello spazio vuol dire che
il male si potrà manifestare in un “luogo” diverso dalla coppia. Potrà trattarsi del corpo sotto forma di
malattia, oppure di un altro familiare, un figlio, per esempio, che comincerà a manifestare la
sofferenza attraverso un disagio fisico o comportamentale, dando forma in tal modo al dolore negato
presente nel campo relazionale dei genitori.

Prognosi riservata

Ci sono poi coppie che esprimono attraverso la crisi un “vizio congenito”, un difetto di nascita del
rapporto, che emerge sotto forma di sofferenza quando le contingenze sono favorevoli al suo
manifestarsi. Si tratta di legami superficiali, poco pensati e a fragile tenuta, come, per esempio,
matrimoni precoci costruiti sull’immaturità, sulla mancanza di esperienza, sulla leggerezza, oppure
coppie nate senza amore. La tenuta del legame in questi casi si è basata, nel tempo, prevalentemente
su motivazioni narcisistiche. Con l’esaurirsi di queste istanze superficiali o immature, l’energia del
legame si consuma e l’incapacità dei due a rifondare il proprio patto fa emergere aspetti di logorio e
rivela presto scarsa dedizione e mancanza di sano attaccamento.
In questi casi ci troviamo, fin dal primo momento della consultazione, di fronte a una palpabile
vacuità della motivazione a restare nella coppia e all’esaurimento della speranza che qualcosa di bello
possa fiorire tra i due. Spesso il corollario a questo stato di disperazione è la convinzione che altrove,
con altri, la possibilità di un sentimento profondo esista, che l’amore sia possibile. A volte, è la
presenza reale di un’altra relazione intrapresa da uno dei due a far precipitare la consapevolezza non
solo della fine del rapporto, ma del fatto che il rapporto non sia mai esistito. Se i tentativi del terapeuta
di rilanciare il contatto non vengono colti o vengono sabotati, la terapia finirà col portare alla luce un
esplicito desiderio di separazione unilaterale o consensuale. Si può aiutare allora le persone ad
affrontare questo passaggio, a salutarsi con rispetto e dignità. Un buon dolore può comunque far
crescere e insegna sempre qualcosa. I sentimenti distruttivi, viceversa, seminano la devastazione
affettiva che, al di là dei due, può perdurare per generazioni e trasmettere odio, sfiducia e cinismo
nella discendenza.
Quando c’è da parte dei due il desiderio di percorrere la crisi, l’esito della terapia è aperto.

“Il nostro problema”

Con una coppia entriamo nel vivo della questione quando affrontiamo la definizione del problema
attuale. La descrizione del disagio è un momento di massima importanza. Le coppie di solito arrivano
in consultazione dopo un lungo travaglio, a volte dopo anni di crisi in cui hanno parlato tanto, tentato
già molte soluzioni e vissuto ripetuti fallimenti. Sono stanchi, esauriti, sfiduciati, spesso molto
arrabbiati, delusi di sé, dell’altro e di non avercela fatta da soli. Tutto questo li mette in una
condizione di grande fragilità che va subito sostenuta attraverso un’accoglienza benevola,
disponibilità e ascolto paziente. Il fatto che siano lì, non mostra solo che sono due che non ce la fanno,
ma che sono due che vogliono farcela. Aver pensato e deciso di chiedere aiuto ed essersi trovati
d’accordo sulla domanda di terapia, esprime la presenza di valori costruttivi e dedizione alla coppia.
Questi aspetti vanno rimarcati esplicitamente e restituiti alla coppia in modo non formale. Riconoscere
ai due il merito dell’impresa che si accingono a compiere li mette immediatamente in una
disposizione costruttiva, spesso li pacifica, nutre il loro sano narcisismo, li unisce e fa emergere le
energie necessarie a lavorare insieme.
Giungere a una definizione del problema è una tappa fondamentale della terapia perché su questa
diventa possibile fondare il contratto di aiuto. La definizione del problema permette di individuare
degli obiettivi, orienta il lavoro comune, consente al terapeuta di focalizzare il proprio ascolto
organizzando un sistema di priorità. Gli obiettivi di partenza saranno, comunque, sempre rivedibili e
rinegoziabili.

La vita non è un problem solving

Il fatto di individuare il problema, di nominarlo e di orientarsi a un obiettivo, permette la costruzione


di “un terzo” attorno a cui muoversi ed è la condizione necessaria ma non sufficiente per intraprendere
il percorso. Può bastare quando ci troviamo di fronte a una coppia “matura”, capace di apprendere
dall’esperienza e in grado di integrare gli elementi di consapevolezza comune che emergono dal
lavoro. In questi casi, anche quando la posta è alta, avremo persone empatiche e fondamentalmente
interessate al punto di vista dell’altro. Più spesso, però, la crisi di coppia si focalizza attorno a forti
resistenze da parte di ciascuno e non tardiamo ad accorgerci che i due sono impegnati in altro da ciò
che dicono, non apprendono, resistono nel dolore, sono in collusione per intrattenere la crisi. In questi
casi è necessario vedere che il problema che portano è in effetti la soluzione che i due hanno trovato
per tenere la loro energia lontano da una fonte di angoscia che non sanno, non vogliono o non possono
trattare. Continuare a stare male insieme è ciò che permette alla coppia di mantener in vita
un’immagine di sé a cui non possono rinunciare. Ciò accade quando il legame è fondato sulla
complicità a compiere una “missione impossibile”, come per esempio realizzare una vita perfetta e
senza errori, che può essere un atto dimostrativo nei confronti, per esempio, di una famiglia di origine
deludente o problematica.
In questi casi, per uscire dall’impasse, sarà necessario esplorare a fondo un territorio relazionale più
ampio della coppia stessa e guardare il contesto intergenerazionale. Distaccarsi dall’impegno
irrealistico assunto all’interno del legame irrisolto con i propri genitori sarà, in questo caso, la
condizione per risolvere la crisi.

Contenuto, processo e senso

Quando una coppia descrive il problema che sta vivendo, ci troviamo di fronte a questioni che
possono riguardare l’organizzazione della vita quotidiana, le incomprensioni reciproche, la sessualità,
la gestione della vita materiale, le scelte, i rapporti coi figli e così via. Il problema che la coppia ci
racconta ha una forma abbagliante. Si impone alla nostra attenzione con una intensa carica
emozionale e domanda una soluzione puntuale. Il modo per risolvere il problema non consiste, però,
nel focalizzarsi solo sul contenuto proposto. Sarà necessario individuare un percorso di contatto
innovativo, diverso cioè da quello che la coppia pratica e che, per forza di cose, è un percorso
inadatto, ripetitivo, sintomatico. Il terapeuta, pur assumendo l’obiettivo proposto, deve decentrarsi dal
contenuto e cogliere i nodi del processo relazionale. Mentre la forma attuale del problema, il “che
cosa non va”, riguarda il contenuto e dice intorno a quali questioni si concentra il disagio, il modo in
cui le persone si bloccano nel loro contatto, ovvero “come” fanno a non risolvere il loro problema,
riguarda il processo.
Lavorare sul processo significa, per esempio, far emergere la qualità e l’intensità delle rispettive
emozioni, gli evitamenti, i giochi delle parti, i ruoli fissi che i due tendono ad assumere l’uno nei
confronti dell’altro, le modalità con cui si rendono complici del loro blocco, i modi in cui ciascuno
manipola l’altro, le forme del potere, le deleghe di responsabilità, i modi in cui disperdono la loro
energia motivazionale per allontanarsi dagli obiettivi che dicono di perseguire, ecc.
A questo livello, gli elementi di consapevolezza che la coppia acquisisce e le trasformazioni che ne
derivano, diventano risorse che permettono, in modo analogico, di aprire spiragli su diverse aree
problematiche e pervenire a nuovi assetti relazionali.
Contenuto e processo sono due elementi inestricabili della nostra esperienza: il primo visibile perché
convogliato dal linguaggio che descrive i fatti; il secondo suggiacente, perché inerente i modi del
contatto, i blocchi della relazione, gli evitamenti.
Contenuti e processo abitano il “campo relazionale” che rende ragione del “senso”.

Il campo relazionale della coppia

Per aiutare una coppia dobbiamo collocare il nostro intervento nell’ambito della condizione
esistenziale dei due. Una questione non ha lo stesso peso se viene portata da una giovane coppia o
dopo trent’anni di matrimonio. Questo non significa ignorare i fatti manifesti per andare alla ricerca di
un movente occulto e non significa neppure che esista una “verità” nascosta dietro i fatti di cui si
parla. Si tratta piuttosto di “situare” il problema attuale in un contesto di senso più ampio che permetta
di comprendere perché quel fatto o quell’evento si manifesta ora, in questo particolare momento,
perché costituisce un problema e perché i due non vi trovano una soluzione.
Situare il problema significa tracciare i confini del “campo relazionale” e permette di disegnare una
“mappa” che orienta i movimenti della coppia e del terapeuta nel corso della psicoterapia. Il “senso”
non riguarda le cause ma riguarda le motivazioni, il significato psicoaffettivo, cognitivo e morale che
la coppia dà alla propria vita comune.
La psicoterapia si muove tra contenuti, processi e senso, mettendosi in atteggiamento di “ascolto
polifonico”, ovvero percorrendo a rete la trama tridimensionale disegnata da tutte queste dimensioni,
utilizzando di volta in volta specifici strumenti.

L’arte del rammendo

Per procedere, abbiamo a disposizione una serie di strumenti che useremo di volta in volta a seconda
del tipo di coppia.
E' difficile applicare lo schema fisso in un’unica procedura perché innumerevoli sono le variabili in
gioco. Dovremo tener conto dell’età dei due e della durata del rapporto, dell’ambiente sociale e
culturale in cui vivono che segna il linguaggio e i codici espressivi. Dovremo conoscere i loro valori
di riferimento, valori umani e religiosi. Dovremo inoltre conoscere il contesto affettivo allargato,
ovvero la presenza di figli, la loro età e la posizione che le famiglie d’origine tengono ed hanno tenuto
rispetto alla coppia; dovremo comprendere l’eventuale pressione affettiva, morale o materiale che
queste esercitano eventualmente ancor oggi su di loro.
Tutte queste informazioni ci permetteranno di equilibrare gli interventi sui contenuti, sui processi di
contatto e sull’ambiente. Verranno raccolte durante i primi colloqui, attraverso conversazioni aperte e
orientate a fare conoscenza. Le questioni che vengono spontaneamente eluse potranno essere
richiamate attraverso domande precise, volte a chiarire il punto.

Utensili

Il lavoro terapeutico con le coppie si avvale di strumenti metodologici che sono come la cassetta degli
utensili nelle mani dell’artigiano. A seconda del caso e del momento sarà più utile l’uno o l’altro di
questi arnesi. La sequenza e l’opportunità di usare certi strumenti invece di altri varia e la stessa
manovra, che può essere risolutiva in certe circostanze, può rivelarsi dannosa o non abbastanza utile
in altre.
Il terapeuta, con la sua esperienza e sensibilità, sarà in grado di determinare di volta in volta la cosa
giusta da fare, restando in ascolto e tenendo sempre presente che le persone che aiuta sono esperte di
se stesse e che solo loro sono in grado di aiutarci ad aiutarle. Nella pratica clinica siamo comunque
sempre nel regno dei “pezzi unici” e sarà perciò necessario, oltre all’esperienza, sempre una grande
cautela, rispetto e la disponibilità da parte del terapeuta a procedere per tentativi ed errori, con la
consapevolezza di intraprendere un’avventura fatta di incognite e di incertezze.
Gli strumenti a disposizione per facilitare la comunicazione nella coppia sono tanti e altri se ne
possono creare dalla situazione stessa. Non ci deve essere da parte del terapeuta attaccamento nei
confronti della tecnica, ma disponibilità ad aprirsi all’invenzione dei mezzi, confidando nella propria
creatività e appoggiandosi sulla propria esperienza.
A titolo indicativo, elenco una serie di procedure orientate a facilitare il percorso di consapevolezza,
precisando che non si tratta di una sequenza di interventi, ma di un repertorio di possibilità che
attualmente utilizzo nella mia pratica.
- Diventare consapevoli del processo di contatto

I due vengono posti di fronte con la consegna di conversare tra loro sul problema che portano. Si dirà
loro che possono interrompere il dialogo quando sentono che hanno bisogno di aiuto e che il terapeuta
si inserirà quando osserva nel loro modo di comunicare qualcosa di utile alla loro consapevolezza. Gli
interventi, mai interpretativi sul contenuto e mai valutativi, riguarderanno aspetti fenomenologici
dell’interazione come, per esempio, il fatto che solo uno dei due fa domande all’altro, che dirottano la
loro energia cambiando argomento sempre a un certo punto, che smettono di guardarsi in coincidenza
del sopraggiungere di sentimenti difficili, che i ruoli sono fissi, per esempio uno dei due dà consigli
mentre l’altro porta dubbi o incertezza, ecc. Queste osservazioni vengono condivise, discusse,
ricollocate all’interno di un sistema di sentimenti presenti e di evitamenti e, se i due si riconoscono e
sono interessati al cambiamento, la fase successiva sarà quella di mettere in atto “esperimenti” volti a
modificare quel tale aspetto del contatto fisso e ripetitivo. La presa di coscienza, infatti, è condizione
necessaria ma non sufficiente per cambiare e dovrà essere “incorporata”, resa nuova esperienza,
affinché il cambiamento desiderato si produca.

- Narrare la storia di coppia

Per vivere il presente abbiamo bisogno di una storia. Ogni individuo ne ha una, ogni coppia ne ha una.
Narrare la propria storia di coppia significa percorrere i fatti salienti della vita comune, descriverne i
mutamenti nel tempo, i sentimenti provati, ricordare le difficoltà superate insieme, le incomprensioni
colmate, i malintesi, i sospesi attuali. Significa riavvicinarsi alle proprie risorse, parlare anche delle
proprie capacità. E' importante sostenere il potenziale di una coppia, sottolineandone continuamente le
competenze. Lo scopo del narrare non è guardare al passato per distogliere energie al presente, per
entrare nella nostalgia, nel rimpianto e nella recriminazione. Meno che mai significa andare alla
ricerca delle cause remote dei mali presenti. Attraverso la narrazione si celebra un rito di
autoriconoscimento e di appropriazione della propria identità. La narrazione della storia comune è il
momento epistemologico della terapia: narrando i fatti, i due comunicano su come costruiscono la
conoscenza di sé e dell’altro, sulle loro similitudini e delle differenze e su come accumulano
l’esperienza del noi, dando fisionomia al mondo condiviso.

- Genogramma e storia personale

L’uso del genogramma, che è la ricostruzione della mappa familiare su più generazioni, è uno
strumento utilissimo. Ancora una volta non siamo in cerca di cause remote del disagio, ma di vettori
di senso. Dal “dialogo” tra le mappe di ciascuno, i due apprendono molte cose. Le storie di famiglia
fanno luce sul campo esperienziale, sulle culture familiari, sugli apprendimenti, sui vincoli affettivi,
sulla complementarietà che lega i due, su quelle che sono state definite le “missioni segrete” o
impossibili, sui sistemi di riproduzione dei pattern relazionali delle famiglie di origine. Diventa un
momento terapeutico perché si arriva a scoprire in che misura si vive la propria storia o la storia di
qualcun altro, se si sta insieme per dimostrare qualcosa a qualcuno o se si è nella libertà di una
avventura personale anche se problematica. Il lavoro sul genogramma rivela il grado di libertà dei
singoli e la loro possibilità di differenziarsi dalla storia pregressa per vivere creativamente il proprio
presente e un futuro aperto, non già scritto.

- Lavoro individuale col terapeuta in presenza del partner

Il lavoro con le coppie non deve essere trasformato in una terapia dei singoli, ma può essere utile al
percorso comune comprendere meglio alcuni aspetti individuali di ciascuno per far luce sulle
difficoltà presenti. A partire dalla richiesta di uno dei due, o qualora il terapeuta ne ravvisi l’utilità,
possiamo perciò dedicare del tempo al lavoro individuale di uno in presenza dell’altro. La consegna,
per quest’ultimo, è di rimanere in ascolto e non intervenire e, per chi dialoga col terapeuta, di prendere
la responsabilità di aprirsi solo nella misura della propria disponibilità. In tal modo emergeranno
esperienze personali taciute, la cui condivisione può essere determinante per l’intesa di coppia.
Abbiamo avuto esempi clamorosi dell’utilità di questa procedura allorché, trattando di gravi disagi
dell’intesa sessuale di una coppia, è emerso da parte della moglie un inconfessato passato di violenze
subite nell’ambito della propria famiglia d’origine. La donna grazie alla possibilità di parlare al
terapeuta mentre il marito stava in ascolto, ha preso il coraggio di raccontare per la prima volta il
dramma del suo passato, mettendo nuova luce anche sul problema presente.

- Colloqui separati

Nel corso di una terapia di coppia non è indicato avere colloqui separati e in nessun caso questo può
avvenire con uno dei due all’insaputa dell’altro. Talvolta però è possibile avere incontri individuali e
non sempre questo fatto costituisce motivo per non accogliere la domanda della coppia. Se succede,
per esempio, che nella fase preliminare uno dei due richieda un primo colloquio per esplorare la
possibilità di avviare una terapia comune, lo si invita a parlarne col partner e, qualora si proceda in
questa direzione, nell’incontro di coppia si farà esplicito riferimento al colloquio individuale
avvenuto.
Appare subito evidente che questa modalità che da un lato permette al singolo una maggiore libertà di
esprimere un suo punto di vista, dall’altro si presta inevitabilmente a essere utilizzata per creare
alleanze e complicità col terapeuta. Per questa ragione, la posizione del terapeuta è più delicata e
questi dovrà essere in grado di rifiutare ogni tentativo di manipolazione, riposizionandosi di volta in
volta nel suo ruolo di mediatore, riservando comunque a entrambi la stessa possibilità.

- Segreti

Può accadere che il terapeuta riceva, da parte di uno dei due, informazioni accompagnate dalla
richiesta che queste non vengano condivise con il partner. Ciò si può verificare nel corso dei colloqui
separati oppure attraverso comunicazioni telefoniche laterali alle sedute di coppia. In questi casi il
terapeuta viene a trovarsi in una situazione imbarazzante. Nessuna mediazione può realizzarsi sulla
base di una complicità, ma non sempre la scelta giusta è quella di interrompere la terapia. Dal
momento che è impossibile rifiutare o ignorare il messaggio dopo che è stato dato, una possibilità di
riequilibrare i giochi è quella di “andare nel senso del sintomo”. Il terapeuta potrà offrire, anche ex
post, esplicitamente e a entrambi, la possibilità di avere “comunicazioni riservate” da parte di
ciascuno separatamente, con l’impegno di non utilizzarle nel lavoro comune. Se i due accettano, si
attua una ridefinizione del campo in cui ciascuno ha identiche possibilità e sa che l’altro potrebbe
avere comunicato al terapeuta un proprio segreto.
Questa procedura richiede comunque una certa maestria terapeutica al fine di controllare le
interferenze, evitare giudizi e schieramenti e rende a volte necessaria, per il terapeuta, la supervisione
di un collega.
L’obiettivo resta, comunque, quello di poter trasformare immediatamente un atto potenzialmente
manipolativo in un gesto orientato a consolidare la fiducia nei confronti del percorso intrapreso.

- Altri linguaggi

Il lavoro sul processo di contatto, la narrazione della storia di coppia, il genogramma, il lavoro
individuale in presenza dell’altro vengono realizzati utilizzando gli strumenti classici della
psicoterapia della Gestalt, a cui si rimanda per una conoscenza più approfondita. Sono centrali il
lavoro sul contatto emotivo e sul ciclo dell’esperienza, il lavoro sulle polarità, il costante uso
dell’esperimento e il riferimento al sentire del corpo. E' previsto inoltre l’utilizzo dell’ampia gamma
di modalità comunicative meno convenzionali del linguaggio verbale, come per esempio far redigere
un’autopresentazione, oppure utilizzare materiale fotografico scelto dai due negli album di famiglia, a
supporto del racconto e della descrizione di sé. Sempre secondo la tradizione gestaltica, si potrà far
uso di disegni o rappresentazioni grafiche per descrivere un problema o uno stato d’animo, scriversi
delle lettere che verranno lette durante le sedute.
Tra i linguaggi alternativi alla parola, un posto importante è occupato da situazioni in cui è richiesto il
coinvolgimento del corpo. Possono essere proposti esercizi di contatto non verbale per amplificare le
percezioni, cogliere i sentimenti del momento, come per esempio: stare di fronte a occhi chiusi,
sentire dentro di sé e sentire l’altro, cercare il proprio ritmo di respiro, guardarsi contemporaneamente
o in modo alternato, camminare cercando un ritmo comune, fidarsi e affidarsi facendosi sostenere
fisicamente o guidare dall’altro, ecc.
Il lavoro corporeo amplifica e integra quanto viene espresso verbalmente, rettifica le
intellettualizzazioni, fa emergere sentimenti inconsapevoli negati od evitati permettendone
l’esperienza diretta e facilitandone l’integrazione.

In cerca di identità

Nell’esperienza terapeutica oggi incontriamo forme di disagio diverse dal passato. Le tematiche
tradizionali legate al conflitto, tipiche di contesti sociali normativi, hanno lasciato il posto ai problemi
legati alla ricerca di identità. Il tema centrale della crescita ruota oggi attorno alla ricerca del senso di
sé e a un desiderio profondo, mai placato, di unità e di coerenza. Ciò produce negli individui una
condizione di incertezza e smarrimento che è in stretta relazione coi mutamenti del contesto sociale.
Con l’apertura a più vaste libertà di azione, si impongono nuovi rischi e agli individui si richiede
maggiore responsabilità nell’assumere più complessi sistemi di rappresentazione del sé personale, dei
rapporti con gli altri e della vita a due.
Le grandi trasformazioni avvenute, infatti, hanno modificato le nostre esperienze soggettive e
ridefinito la posizione relativa dell’individuo rispetto al collettivo. E' cambiato lo stile di vita, il
lavoro, il rapporto col tempo e con lo spazio, col corpo, sono cambiate le regole, i rapporti sociali e
familiari. Un tempo, il fatto di appartenere a una certa famiglia o a un certo ceto, come pure nascere
uomo o donna, definiva preliminarmente il percorso di vita. Nella società tradizionale il collettivo
decideva per l’individuo e il gruppo di appartenenza diceva chi eri, che cosa dovevi fare nella vita, in
che cosa dovevi credere, come ti dovevi comportare. Le scelte erano limitate, l’esperienza era coesa e
poco diversificata. I margini di libertà erano minimi e poteva accadere di essere fortemente penalizzati
per la propria originalità. Ma in un modo o nell’altro il controllo, mentre limita, produce certezze.

Liberi di volersi

Anche le scelte di coppia erano in qualche modo segnate. Il matrimonio era fortemente influenzato
dalle famiglie d’origine ed era considerato una necessità sociale, nonché il punto di arrivo della
maturità. Come tale, costituiva la definizione ultima del sé.
In questo contesto si pensava alla coppia come all’unione di due metà complementari e si dava molto
valore al fatto di essere necessari uno all’altro. Questo sistema di vincoli psicologici, sociali e morali
produceva legami marcati dall’attaccamento e dalla necessità affettiva e materiale: si stava insieme
perché non si poteva stare soli e si stava con quella persona lì, perché solo lui o lei era l’unico altro
possibile.
Oggi, nelle mutate condizioni di vita, ogni persona ha più libertà di definirsi, di decidere che cosa
vuole fare della propria vita, chi essere, come essere e con chi vivere. Si persegue l’obiettivo di
diventare soggetti completi e consapevoli del proprio potenziale, col desiderio di scoprire il proprio
posto nella vita. Ogni individuo vuole essere capace di provare emozioni, pensare, esprimersi, agire a
nome proprio. Il valore dell’autonomia psicologica e materiale diventa dominante e, in conseguenza
di ciò, si crea una diversa rappresentazione della convivenza e del matrimonio.
Vivere con un’altra persona diventa una libera scelta e perde il carattere di necessità. La solitudine,
infatti, non è più né temuta né socialmente penalizzata. Gli uomini e le donne sanno che potrebbero
anche vivere soli e non per questo sentirsi delle mezze persone.
La relazione di coppia acquista una valenza totalmente elettiva. Due persone decidono di stare
insieme con meno condizionamenti; l’unione è basata sull’amore, sul desiderio reciproco, sull’intesa
interpersonale e sulla responsabilità, piuttosto che su moventi esterni di convenienza e di
approvazione sociale.
Caduti i vincoli esterni, la qualità del legame e il sentimento che la coppia possa continuare a essere
un luogo di realizzazione personale per ciascuno dei due, diventano elementi essenziali per la tenuta
del rapporto. Ma dove c’è più libertà cresce l’incertezza.
Il paradosso dell’autorealizzazione

Il processo di individuazione, dunque, non termina con il raggiungimento della maturità biologica e
sconfina nel tempo adulto, tocca la vita di coppia e impone ai due un nuovo compito: quello di
conciliare lo sviluppo di se stessi col bisogno dell’altro, col desiderio di intimità, di stabilità e di
appartenenza. C’è una tensione tra queste due istanze, un’oscillazione continua che viene sperimentata
come bisogno di essere sufficientemente vicini e lontani contemporaneamente. Dove è potente il
desiderio di condividere tutto per creare intimità, vive anche il bisogno di mantenere uno scarto: aree
di silenzio e di autonomia personale per poter continuare a crescere come individui.
Ogni processo di costruzione dell’identità va, necessariamente, nel senso della differenziazione.
Cercando se stessi si va incontro alla propria particolarità, alla propria originalità, ai tempi e ai ritmi
personali; ma due persone sempre più complete non faranno poi, in quanto tali, una coppia più unita.
La vita insieme che porta questa tensione alla crescita di ciascuno, si espone pertanto a un alto
potenziale centrifugo. Il legame, ancorché fondato sulle affinità e le vicinanze, sperimenterà
necessariamente ampie aree di separatezza, differenze sempre più sensibili e di difficile governo.

Essere se stessi, essere con l’altro

Se io sono una persona intera e completa e dunque non cerco più una metà-complementare, che cosa
cerco nell’altro? Perché dovrei stare con lui, con lei? A che scopo? Come? E ancora: la coppia non è
forse un vincolo in più che metto alla mia libertà? La presenza dell’altro fa fiorire o impedisce il mio
processo di crescita? E se la ricerca di me stesso mi porta lontano invece che più vicino all’altro, come
posso conciliare l’esigenza di essere fedele a me stesso ed essere fedele alla relazione? Che cosa
motiva oggi una vita di coppia?
Non possiamo aiutare le coppie a risolvere le tensioni del loro legame senza riferirci a questa nuova
cornice sociale e culturale, senza cioè nominare e comprendere questi grandi cambiamenti, esterni e
interni, del mondo e delle nostre menti.
La cornice terapeutica tradizionale, che legge la crisi di una coppia nel viluppo irrisolto con le
famiglie di origine, è ormai angusta. Il cambiamento del contesto è di una tale potenza da imporci
l’onere di una revisione dei presupposti teorici, dei metodi e delle tecniche dell’aiuto.

Nuove coppie, nuovi disagi

Viviamo molte vite contemporaneamente: apparteniamo a gruppi diversi, assumiamo molti ruoli,
abitiamo molti mondi, ognuno dei quali ha regole proprie, linguaggi, riti e codici comportamentali.
Nella maggior parte dei casi questi mondi non sono tra loro collegati. Più spesso sono separati e
distanti, ragione per cui, a volte, abbiamo la sensazione di essere noi stessi divisi al nostro interno.
Spesso ci chiediamo qual è il nostro vero Io poiché facciamo esperienza di essere presenti solo
parzialmente in ciò che facciamo nell’uno o nell’altro di questi mondi. Abbiamo la necessità di
costruire un collegamento che vuol dire sentire che c’è un’unità, una sintesi forse, un “me stesso”
sempre presente che transita da un ambito all’altro della nostra vita, in modo tale che anche se ci
manifestiamo parzialmente, non per questo siamo meno veri.
L’incertezza, la dispersione e la frammentazione dell’esperienza contamina la relazione che spesso
viene investita dell’aspettativa di essere luogo di pace e ricomposizione.
E' significativo il fatto che molte coppie chiedono aiuto dopo che uno dei due ha intrapreso una
terapia individuale, quando cioè, il percorso di crescita divarica la relazione e i due hanno
l’impressione di perdere irrimediabilmente il contatto, di non comprendersi più.
In questi casi i problemi della coppia, benché emergano in forma di conflitto, hanno a che fare col
“senso”. Il più delle volte si tratta di “buone” relazioni all’interno delle quali si insinua il sentimento
rassegnato di una impossibilità di tenuta. Spesso la terapia viene richiesta proprio nel momento in cui
i due sentono la necessità di una ridefinizione della loro alleanza, infragilita non dalla mancanza di
amore, ma dall’irrompere di nuove e desiderate differenze.

Il legame come ancoraggio dell’identità


Da adulti, esattamente come avveniva nell’infanzia, il senso della nostra coesione è legato a una sorta
di “sufficiente” corrispondenza tra ciò che diciamo o sentiamo di essere e il riconoscimento esterno:
come l’altro ci vede, cosa l’altro dice che noi siamo. Inizialmente questi altri sono stati i genitori, ma
nel corso del tempo sono diventati via via importanti gli insegnanti, gli amici, gli adulti significativi, i
maestri di vita e, naturalmente, gli amori: le donne e gli uomini con cui stabiliamo relazioni di
intimità.
Le relazioni d’amore sono luoghi privilegiati di questa alchimia e contengono sempre l’aspettativa di
un “giusto rispecchiamento”. Quando funziona è perché si realizza nella coppia un alto tasso di
corrispondenza tra ciò che ciascuno sente di essere e ciò che l’altro vede e pensa di lui/lei. La coppia
diventa perciò il luogo in cui avviene la magia della ricomposizione per vite disperse e impegnate in
continui, difficili adattamenti. Con la persona amata c’è una forte aspettativa a vivere questa
integrazione: la coppia è dove possiamo essere tutto, un luogo di sintesi dei nostri ruoli esterni, dei
sentimenti diversi, delle nostre parti diverse. E' dove possiamo portare l’incertezza della nostra vita
mai risolta e trovare accolta la nostra paura dell’ignoto.

Divergenze del senso

Spesso la vita di coppia si inserisce sul venir meno di questo reciproco riconoscimento, quando l’altro,
incapace di seguire la nostra trasformazione, comincia a privarci del suo ascolto. Non ci riconosciamo
e non ci sentiamo contenuti dalla sua parola su di noi; le nuove convinzioni che andiamo maturando
su noi stessi non vengono colte né confermate. L’altro ci toglie quel supporto di integrazione di cui
abbiamo costantemente bisogno. Qui si apre lo spazio del malinteso, della delusione, della catastrofe
del contatto.
E' sempre più frequente che nella terapia venga portato, da uno o entrambi, il tema dell’estraneità. Per
quanti sforzi vengano fatti, i due hanno la sensazione di parlare lingue diverse e di appartenere a
mondi distanti. L’esigenza di dialogo qui invocata, non è riconducibile a bisogni di attenzione
immaturi o a infanzie irrisolte. Esprime invece la necessità di una tutela della relazione che si realizza
attraverso quel comprendersi reciproco e sentire di essere nella mente dell’altro in un modo
sufficientemente aderente a come si sa di essere. Quando i sogni reciproci deviano e perdono la
corrispondenza, si apre lo spazio della crisi.
Tra i cambiamenti esterni, quello che certamente ha terremotato la cultura della coppia è stato il
mutamento del ruolo della donna, sempre più simmetrico nella relazione e meno riparativo verso il
legame. La diversa posizione che la donna assume portando nella coppia istanze di maggiore
autonomia rivela che la ricerca di autorealizzazione di due persone impegnate in un legame è
potenzialmente in rotta di collisione col vincolo amoroso, col patto di vicinanza e di fedeltà reciproca,
in quanto chiede a ciascuno fedeltà a se stesso.
In mancanza di una responsabilità comune a intrattenere la trama della vicinanza, la coppia può
diventare un mondo parziale assieme ad altri mondi parziali, un luogo di mediazioni continue ed
estenuanti in cui vengono recuperate, riconosciute e accettate quelle parti di sé che le persone via via
vanno scoprendo. I partner di una coppia si imbattono così in una progressiva distanza che non sanno
più colmare, perdono di motivazione e non comprendono più in nome di chi o di che cosa debbano
fare tanta fatica.

Egoismi

L’imperativo culturale dell’identità rischia a volte di essere declinato ad autosufficienza; diventa


egoismo, distanza, diffidenza per l’altro, rimozione del proprio limite e della propria parzialità:
negazione dell’interdipendenza.
Nella nostra società, sempre più negoziale e meno affettiva, si insinua una tendenza a perdere le
dimensioni della lealtà relazionale, della gratuità, del dono. Ci si orienta verso un rifiuto dei legami,
cogliendo di essi prioritariamente la dimensione di vincolo, gli obblighi, i doveri, l’aspetto frustrante e
sacrificale che essi portano con sé. La tematica più ricorrente nella terapia con le coppie ruota infatti
attorno alla polarità libertà individuale/bisogno di sicurezza, estremi inconciliabili di una tensione che
porta da un lato a cercare l’altro e, subito, a patirne la vicinanza, non appena il legame si fa troppo
stretto.
La persona impegnata a “cercare se stessa” mal sopporta il compromesso, la rinuncia e la mediazione.
Sente il fastidio ad avere altri tra i piedi e il desiderio di vivere senza rendere conto a nessuno. I
rapporti di coppia tendono perciò a diventare rapporti d’amore con riserva: benché desiderosi di
vivere emozioni, sentimenti forti e passioni durevoli, i partner mettono le loro energie in patti a
termine, diventano cinici, perdono il senso della gratuità, la motivazione alla cura dell’altro e delle
cose comuni.

Ciò che scorre tra noi

A questo punto il problema psicologico sconfina nell’etica. Nessun vincolo esterno mette la coppia
nella necessità di perdurare e nessun terapeuta potrà scovare un motivo sufficientemente forte e
ragionevole perché due persone stiano insieme.
Da un certo punto in poi la libertà è totale e dà le vertigini. Oggi un matrimonio fonda in sé la sua
necessità, che coincide con la libera scelta dei due di farlo vivere. Quanto al suo movente, può solo
servire a crescere, avendo ciascuno assunto l’altro, elettivamente, a propria compagnia e a proprio
limite. Le forme del contatto diventano necessariamente più sofisticate, e debbono saper conciliare
vicinanza e giusta distanza, dialoghi e amorevoli silenzi. Il dono di sé all’altro non può che essere
preliminare e senza condizioni. Andiamo verso un tempo nel quale il legame di coppia può solo
diventare una via di consapevolezza, all’insegna del reciproco rispetto. Diversamente, non ha ragione
di esistere.
Per mantenere il legame bisogna imparare allora a costruire nuove forme di contatto per far dialogare
le due diversità. La costruzione dell’identità dei singoli all’interno di un legame d’amore deve
diventare tutt’uno con la responsabilità della costruzione di questo dialogo.
La psicoterapia di coppia può essere uno dei modi che abbiamo a disposizione per apprendere o ri-
apprendere a parlarci e ad ascoltarci.
Potremmo dire, per usare una metafora, che la competenza al dialogo diventa per il legame come un
ponte tra due solidi piloni capaci entrambi di reggersi sulle proprie fondamenta. Il ponte è la trama del
contatto, è ciò che ci si scambia, ciò che i due sono capaci di far scorrere “tra loro”.
Alla domanda: “Perché mai dovremmo fare tanta fatica?” non possiamo che rispondere: “Non si deve,
ma si può, se si vuole.
E forse, perché è bello quando riesce”.

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