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Capitolo 22 - Counseling Psicologico

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CAPITOLO 22: INTERVENTI DI COUNSELLING

PSICOLOGICO
NASCITA E SVILUPPO DEL COUNSELLING
Il counselling psicologico nasce e si sviluppa come disciplina autonoma da altri settori della psicologia nei
paesi anglosassoni (Stati Uniti e Regno Unito) a partire dagli anni Quaranta e Cinquanta.
Nel 1946 viene fondata la Division of Counselling Psychology (Divisione 17) dell'APA e nel 1952 l'American
Personnel and Guidance Association. Negli stessi anni in California nasce il gruppo di Palo Alto che con gli
studi sulla pragmatica della comunicazione contribuirà in misura considerevole allo sviluppo della disciplina.
In Europa, viene fondata la British Association for Counselling and Psychotherapy nel 1977.

Il counselling si sviluppa sin da subito come disciplina applicata ad individui o gruppi.


A differenziare gli interventi di counselling dagli interventi di psicoterapia è il focus su problemi individuali e
relazionali e disagio emotivo non direttamente associati a una condizione psicopatologica; il counselling è
più legato a consultazioni per problematiche concrete e transitorie mentre la psicoterapia ha un
trattamento più profondo e intenso e più a lungo termine.
La figura del counselor nasce come un esperto di comunicazione e relazione, che possiede le abilità
necessarie per facilitare l'autoconsapevolezza del suo interlocutore.

In Italia il counselling e la figura del counselor hanno avuto una storia particolarmente travagliata; le attività
di counselling sono state considerate ora come attività esercitata entro una professione non regolamentata,
ora come tipica competenza dello psicologo.
Nel 2015 una sentenza del TAR del Lazio ha sancito che l'oggetto delle attività di counselling, ovvero il
disagio psicologico, anche al di fuori dai contesti clinici, è a tutti gli effetti di competenza dello psicologo e
pertanto ne consegue che il counselling rientri fra le attività tipiche della professione di psicologo.
Successivamente, però, il Consiglio di Stato ha annullato tale sentenza e dunque, di fatto, in Italia operano
figure professionali come i counselor accanto a psicologi che svolgono attività di counselling psicologico.

Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi: “La consulenza psicologica (o counseling) comprende tutte le
attività caratterizzanti la professione psicologica, e cioè l'ascolto, la definizione del problema e la
valutazione, l'empowerment, necessari alla formulazione dell'eventuale successiva diagnosi. Lo scopo è
quello di sostenere, motivare, abilitare o riabilitare il soggetto, all'interno della propria rete affettiva,
relazionale e valoriale, al fine anche di esplorare difficoltà relative a processi evolutivi o involutivi, fasi di
transizione e stati di crisi anche legati ai cicli di vita, rinforzando capacità di scelta, di problem solving o di
cambiamento.”

Counseling (da counsul, “consultare”) = termine usato da autori come Rogers e da quanti si riconoscono
nell'approccio umanistico o nell'approccio transazionale.
Counselling (to counsel, “consigliare”) = termine che pone l’accento sull'accezione direttiva e consulenziale e
caratterizza approcci come quello cognitivo-comportamentale.

I PRINCIPALI MODELLI TEORICI


Vari modelli teorici sono stati sviluppati ed utilizzati nella pratica del counselling psicologico.
Due modelli teorici influenti e rappresentativi dei due grandi filoni:
 approccio centrato sul cliente (Rogers) → counseling
 approccio cognitivo-comportamentale (Beck) → counselling

L'APPROCCIO UMANISTICO
Le radici del counseling psicologico vengono tradizionalmente fatte risalire alla pubblicazione del volume
Counseling e psicoterapia di Rogers, considerato padre fondatore del counseling nel contesto
nordamericano; egli fornisce una definizione della disciplina di counseling e una descrizione della cornice
teorica dell'approccio alla consulenza psicologica.
Tale approccio, che rientra nella più ampia cornice della psicologia umanistica, prende il nome di person-
centered theory (counseling centrato sulla persona o counseling centrato sul cliente).

Secondo il person-centered approach lo scopo del counselling non è quello di risolvere un problema posto
dal cliente (come fanno oggi i coach), ma piuttosto quello di fornire al cliente un ambiente relazionale
composto da specifici ingredienti tale da permettergli l'attivazione di risorse che egli già possiede in quanto
essere umano, al fine di risolvere autonomamente il problema attuale e eventuali problemi futuri con
maggior consapevolezza e responsabilità.

VISIONE DELL'ESSERE UMANO NEL COUNSELING CENTRATO SUL


CLIENTE
Secondo i teorici del counseling centrato sul cliente, l'essere umano è di per sé razionale: l'essere umano
possiede a priori tutte le risorse che possono occorrergli per fronteggiare gli eventi di vita problematici per i
quali può richiedere un intervento psicologico.
È sulla razionalità che occorre far leva negli interventi di counseling → lo scopo del counseling è rendere tali
risorse utilizzabili dal cliente, piuttosto che fornirgli nuove risorse; così il cliente può non solo affrontare il
problema attuale che porta in consulenza, ma anche eventuali problemi futuri in modo autonomo.

Tale concezione si pone in contrasto con la visione fenomenologica ancora piuttosto dominante
negli anni di sviluppo dell'approccio centrato sulla persona (cfr. approcci psicodinamici e forze pulsionali).
Inoltre, mentre secondo i teorici della psicologia umanistica la mente tende a operare razionalmente
fintanto che l'individuo si trova in un contesto relazionale che gli fornisce gli elementi per poterlo fare,
secondo i teorici cognitivo-comportamentali la mente può “deviare” su vere e proprie modalità di
funzionamento erroneo e irrazionale (es. bias o errori cognitivi) e scopo dell'intervento di consulenza è
quello di riportare il pensiero del cliente a seguire il ragionamento logico-razionale modificando sia il
contenuto sia il processo di pensiero.

CONCEZIONE DI CLIENTE/ESPERTO
Se lo scopo del counseling è quello di attivare risorse personali che l'individuo già possiede al fine di
portarlo autonomamente alla soluzione di problemi, ne deriva che grande attenzione viene posta sul
concetto di responsabilità e autonomia del cliente.
È proprio per sottolineare la razionalità, la responsabilità e l'autonomia della persona che l'approccio
umanistico sostituisce l'etichetta di “paziente” con quella di “cliente”, e quella di “terapeuta” con quella di
“consulente”: il cliente è visto come il maggiore esperto di sé stesso e dei problemi che porta.

Ne deriva che l'intervento di counseling deve essere svolto in modo idiografico (basato sul caso specifico), a
partire da quella che Rogers chiama struttura di riferimento interna del cliente, e cioè prendendo in
considerazione il fatto che il cliente è inserito in un contesto specifico e vive esperienze uniche di cui solo
egli può essere pienamente consapevole.

DIRETTIVITÀ E STRUTTURAZIONE DELLE SEDUTE DI CONSULENZA


La concezione del cliente come autonomo e responsabile e il rifiuto della visione dello psicologo come
professionista esperto hanno come conseguenza diretta l'utilizzo non direttivo del colloquio psicologico e un
basso livello di strutturazione delle sedute di consulenza.
A differenza degli approcci cognitivo-comportamentali, il counselor centrato sul cliente non pone obiettivi,
non fissa ordini del giorno, non suggerisce al cliente tecniche specifiche al fine di ristrutturare pensieri
disfunzionali o abbandonare comportamenti disfunzionali.
Il counselor rogersiano utilizza le tecniche verbali di riflessione, di parafrasi e di riassunto di quanto riferito
dal cliente in modo non-direttivo e collaborativo.

LA TRIADE DI ROGERS
Ingredienti necessari e sufficienti affinché si svolga un intervento di counseling efficace → triade rogersiana:
 empatia → capacità del counselor di mettersi nei panni del cliente e di comunicarla al cliente
 genuinità o congruenza → capacità del counselor di mostrarsi autentico in seduta
 accettazione incondizionata → il counselor dovrebbe abbandonare ogni preconcetto relativo ad una
visione nomotetica e porsi in modo accettante rispetto alle caratteristiche uniche del cliente

Tali ingredienti hanno caratteristiche comuni e sono in parte sovrapponibili, ma possiedono anche aspetti
specifici che li rendono tre fattori autonomi.
Inoltre, tali componenti sono concettualizzate come caratteristiche disposizionali allenabili, ma il cui
esercizio non deve essere fatto in modo tecnico e professionale, quanto piuttosto in modo autentico e
naturale.

L'INTERVISTA MOTIVAZIONALE
L'intervista motivazionale è considerata un'evoluzione dell'approccio rogersiano centrato sul cliente.
Tale approccio è stato sviluppato dallo psicologo clinico americano Miller, originariamente come strumento
per guidare il cambiamento comportamentale nei casi di alcolismo, ed è basato sui processi di attribuzione,
dissonanza cognitiva e autoefficacia.
L'intervista motivazionale coniuga gli aspetti legati alla triade rogersiana di accettazione, genuinità ed
empatia, con metodi di counselling più direttivi indirizzati alla risoluzione dell'ambivalenza che ostacola il
cambiamento comportamentale.

L’intervista motivazionale è un intervento di consulenza breve, che viene offerto in una-due sessioni.
Si compone di due fasi:
1) prima fase focalizzata sull'aumento della motivazione al cambiamento
2) seconda fase focalizzata sul consolidamento dell'impegno a cambiare

Nell'intervista il counselor esplora ed evoca il “change talk”, cioè le argomentazioni su desideri, abilità,
ragioni, e bisogni che supportano il cambiamento dal punto di vista del cliente.
Secondo tale approccio, l'evocazione delle motivazioni personali del cliente al cambiamento all'interno di un
contesto basato sul confronto empatico e supportivo è necessario affinché il cambiamento abbia luogo.

L’intervista motivazionale può essere offerta come intervento stand-alone, o in una fase preliminare di un
trattamento psicoterapeutico.
L'intervista motivazionale è particolarmente indicata per quei clienti che si mostrano meno motivati o
“pronti” al cambiamento o che mostrano aspetti oppositivi rispetto al counseling.
È stato dimostrato che se svolta prima di un intervento CBT o di una terapia farmacologica l’intervista
motivazionale aumenta l’aderenza e l’efficacia dell’intervento.

L'APPROCCIO COGNITIVO-COMPORTAMENTALE
L'aggettivo “cognitivo-comportamentale” viene oggi utilizzato per descrivere una moltitudine di approcci
teorici e tecniche di intervento molto differenti tra loro dal punto di vista epistemologico, della concezione
della mente, del disagio mentale e della pratica clinica: da Beck (cambiare i pensieri disfunzionali attraverso
la ristrutturazione cognitiva) all’ACT (in cui si accolgono tali pensieri e al tempo stesso ci si distacca da essi).
Il focus in ogni caso è il cambiamento di pensieri e comportamenti.

IL MODELLO COGNITIVO STANDARD


Anche l'approccio cognitivo-comportamentale si sviluppa nel contesto nordamericano a cavallo tra gli anni
Cinquanta e gli anni Sessanta e la nascita di tale approccio viene tradizionalmente fatta coincidere con lo
sviluppo del modello cognitivo definito “standard” per opera di Beck all'Università della Pennsylvania.

A differenza dell'approccio umanistico, l'approccio cognitivo di Beck è un approccio pienamente clinico,


poiché sviluppato a partire dalle teorie dell'autore sull'eziologia dei disturbi depressivi e di ansia.
Beck, psichiatra di formazione psicoanalitica, notò che operando la tecnica tradizionale delle libere
associazioni in pazienti con depressione, essi riportavano frequentemente un flusso di pensieri molto veloci,
definiti in seguito “automatici”. Secondo l'autore, tali pensieri erano prevalentemente focalizzati su sé stessi,
sul futuro e sul mondo, e la loro attivazione era strettamente correlata all'attivazione emozionale negativa.

Beck insegnò da subito ai suoi pazienti a riconoscere l'attivazione di tali pensieri e a cercare di modificarli
per renderli più aderenti alla realtà fattuale e svolse e pubblicò il primo trial randomizzato e controllato
dimostrando l'efficacia di tale tecnica nel migliorare i sintomi depressivi al pari di un trattamento
farmacologico standard.

Nel modello cognitivo standard, le emozioni, i comportamenti e le sensazioni fisiologiche sono influenzati
da pensieri che vengono attivati in risposta ad una specifica situazione/evento, reale o immaginaria. In altri
termini, il modello assume che non sia la situazione in sé a determinare l'attivazione emotiva e
comportamentale dell'individuo, quanto piuttosto l'interpretazione soggettiva (in termini di pensiero) che
egli gli attribuisce. Tali pensieri, di conseguenza, conducono ad una reazione emotiva e comportamentale.
Diversamente, un'altra persona può avere dei pensieri diversi in risposta allo stesso evento.
Scopo dell'intervento di counselling cognitivo è quello di individuare i pensieri irrazionali associati
all'attivazione emotiva o comportamentale, al fine di modificarli con tecniche cognitive.

Tale scopo è condiviso anche dagli interventi clinici di psicoterapia cognitiva.


Tuttavia, gli interventi cognitivo-comportamentali di counselling e quelli di psicoterapia si differenziano per
almeno due aspetti che riguardano il contenuto e il livello di intensità dell'intervento:
− mentre interventi di counselling hanno come focus problematiche non direttamente riconducibili a
condizioni di psicopatologia, nella psicoterapia cognitiva il focus dell'intervento è sui processi
cognitivi che mantengono condizioni cliniche conclamate
− l'intervento di counselling è spesso limitato all'individuazione e alla modifica di pensieri automatici,
mentre gli interventi di psicoterapia cognitiva sono anche volti alla modifica di costrutti
maggiormente stabili e radicati dell'individuo (schemi cognitivi profondi)

Nel modello cognitivo standard di Beck i pensieri automatici negativi riflettono e dipendono da alcuni
sistemi di pensiero di livello superiore:
 credenze intermedie (tra i pensieri automatici e le credenze di base) → opinioni, assunti e
atteggiamenti disfunzionali abbastanza stabili e che attivano i pensieri automatici (es “se fallisco a
scuola sono un fallimento come persona”)
 credenze di base → idee molto radicate di cui l'individuo spesso non è pienamente consapevole
che riguardano la sua posizione in relazione agli altri e al mondo (es. “non valgo nulla”); tali
credenze sono sviluppate a partire dall'infanzia attraverso l'esperienza e guidano l'attivazione di
credenze intermedie e di pensieri automatici e sono modificate negli interventi di psicoterapia

L'USO DELLE DOMANDE E L'ABC


Scopo del counselling ad orientamento cognitivo è l'individuazione delle specifiche componenti degli eventi
attivanti per la persona in termini di ABC: districare i vari aspetti dell'evento permette di rendere
consapevole l'individuo di come i propri pensieri contribuiscono positivamente e negativamente nel
determinare il comportamento e lo stato emotivo.

Tecnica dell’ABC
A – Antencedent (antecendente): non riuscire a memorizzare il capitolo
B – Beliefs (pensieri automatici): “non riuscirò mai a superare l’esame, fallirò”
C – Consequences (conseguenze): sconforto (emozione) e interruzione dello studio (comportamento)
L’antecedente si riferisce all’evento/situazione che innesca l’episodio; spesso è un evento o episodio reale,
ma può anche essere costituito da un’idea, un’immagine mentale o un’emozione.

Nel raccontare un episodio attivante spesso le persone iniziano descrivendo le loro emozioni e tendono a
metterle direttamente in relazione agli eventi, senza considerare il filtro operato dai processi di pensiero.
Obiettivo primario è quindi quello di arrivare a individuare i pensieri automatici del paziente.
Per arrivare a definire le componenti B (i pensieri) dell'episodio, il counselor utilizza principalmente
domande specifiche come “Cosa le passava per la mente quando si sentiva arrabbiato?”, “Cosa pensava
quando si sentiva triste?”

Di frequente le persone hanno difficoltà nel distinguere le componenti B dalle componenti C. È importante
far comprendere al cliente la differenza tra le due componenti in modo tale da poter verificare con lui la
validità del modello cognitivo negli episodi che riporta.

I pensieri automatici negativi e le credenze intermedie che attivano la risposta emotiva e comportamentale
nel modello cognitivo standard spesso riflettono logiche disfunzionali di pensiero o distorsioni cognitive, che
a loro volta riflettono le credenze di base individuali.
Esempi di distorsioni cognitive:
 inferenza arbitraria → saltare alle conclusioni sulla base di elementi ambigui
 ragionamento emozionale → fare deduzioni sulla realtà fattuale sulla base dei propri stati affettivi
 generalizzazione → trarre una conclusione generale sulla base di un singolo evento
 lettura della mente → attribuire agli altri motivazioni, pensieri, emozioni, in assenza di prove
oggettive
 catastrofizzazione → immaginare esiti catastrofici a eventi futuri
 pensiero dicotomico (tutto/nulla) → prendere in considerazione solo alcuni aspetti negativi

Dopo aver individuato i pensieri automatici negativi all'interno degli episodi attivanti tramite l'ABC, il
counselor ad orientamento cognitivo può cercare di modificarli tramite tecniche di ristrutturazione
cognitiva. Le tecniche per ristrutturare i pensieri automatici sono di varia natura.
Rispetto alle tecniche basate sull’uso di domande, Beck suggerisce una serie di domande che il counselor
può utilizzare per raggiungere la modifica dei pensieri automatici negativi.

I pensieri disfunzionali individuati tramite ABC possono essere modificati tramite domande di diverso tipo
1) Quali sono le prove a favore/contrarie a questo pensiero?
2) Può esistere una spiegazione o una prospettiva alternativa?
3) Qual è la cosa più catastrofica che potrebbe accadere? Se si dovesse verificare, come potrebbe
fronteggiarla? Alla luce di queste considerazioni, qual è la spiegazione più realistica?
4) Che effetto può avere credere fermamente al proprio pensiero automatico? Che effetto può avere
cambiare questo pensiero?
Si inizia a vedere come il tema sia la capacità di distaccarsi dal pensiero per contemplare altre alternative
disponibili.

Tali domande possono essere poste al paziente in ordine, una ad una, ma possono anche essere poste
singolarmente sulla base delle specifiche situazioni.
Questa modalità di ristrutturazione cognitiva può essere insegnata al paziente in seduta in modo tale che
egli possa utilizzarla autonomamente quando nota l'attivazione di un pensiero automatico negativo.
Tali domande conducono alla modifica del pensiero automatico attraverso vari processi che hanno come filo
conduttore la riduzione delle distorsioni cognitive che essi riflettono.
Le domande della “prova” guidano il paziente a valutare le prove a favore e contrarie al suo pensiero:
spesso, infatti, i pazienti sono ben consapevoli di tutte le prove che supportano la loro idea, ma tralasciano
quelle contrarie (astrazione selettiva).
Attraverso l'uso delle domande della “prova della prospettiva alternativa” è possibile focalizzare l'attenzione
del paziente su dettagli della situazione su cui difficilmente si sarebbe soffermato, aumentando l'aderenza
del suo pensiero con la realtà esterna.
L’utilizzo delle domande di “de-catastrofizzazione” aiuta il paziente ad individuare l'evento temuto e ad
immaginare modalità per fronteggiarlo aumentando il proprio senso di autoefficacia.
Infine, le domande “sugli effetti” del pensiero automatico sono particolarmente utili laddove il pensiero
possa essere in larga parte aderente alla realtà della situazione.

APPLICAZIONE DEL COUNSELLING COGNITIVO-COMPORTAMENTALE


Il counselling ad orientamento cognitivo-comportamentale è utilizzato in numerosi contesti per affrontare
molteplici problematiche (es. counselling genetico, counselling per condizioni di dolore cronico, per
comportamenti di procrastinazione nello studio in studenti universitari e per problematiche di coppia).
Inoltre, il counselling cognitivo-comportamentale è stato recentemente applicato alla soluzione di
problematiche psicosociali legate a diverse fasi di vita delle donne (es. problemi legati all'approccio alla
sessualità in gravidanza, gestione di nascite premature, gestione delle problematiche legate all'allattamento
e delle problematiche relative a disfunzioni sessuali femminili).
Il counselling cognitivo-comportamentale è altresì utilizzato per il supporto a genitori con bambini con
disturbi dell'attenzione e disturbi dello spettro autistico.

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