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Il counseling che vede la persona

Terapia, coaching, counseling: così vicini e così dissimili


Maria Cristina Koch

La terapia, il coaching e il counseling hanno diversi punti di contatto fra loro. In


primis, sono tutte discipline d’aiuto che si rivolgono alla persona umana con
l’obiettivo di darle maggiore autonomia. Il ricorso a nomi differenti testimonia
tuttavia l’esistenza di importanti differenze che questo articolo analizza. Risalta la
‘novità straordinaria’ del counseling, una professione moderna e del tutto nuova
rispetto alla cultura del ‘900. L’autrice legge nel presente gli albori di un nuovo
Rinascimento dove il tema più rilevante è la persona, al centro di ogni evento e di
ogni pensare. Un presente modellato dal futuro che vogliamo e dal ‘glocalismo’,
termine che fissa con forza la necessità di un contesto ‘infinito ma ravvicinato’. In
questo scenario, aumenta di importanza il ruolo di un’Associazione professionale
che sia un libero e autorevole costituirsi di una comunità scientifica attorno a regole
utili a guidare il counselor nella difficile esperienza di relazionarsi con un essere
umano complesso.

Maria Cristina Koch vive e lavora a Milano. Filosofa della Scienza, è libera professionista dal 1973. È docente in
terapia sistemica, analista di gruppo e trainer in NLP. Esperta in comunicazione, supervisione clinica e
organizzativa, è autrice di Norma e patologia allo specchio (IPSA, Palermo 1985), Nel tempio del bosco. Mito e
fiaba nella conversazione terapeutica (Librerie Cortina, Milano, 1988), Dentro una locanda. La terapia come
sosta (Moretti e Vitali, Bergamo 1999), Misurare l’immateriale. Riflessioni per una società trasparente (a cura
di G. Lai e M. C. Koch, Franco Angeli, Milano, 2008).

La terapia, il coaching e il counseling hanno ovviamente moltissimi punti di contatto fra loro, punti
di contatto che mi limiterò ad accennare brevemente dando per scontato che tutti quanti noi già ne
abbiamo fatto esperienza e occasione di riflessione. Tutte queste discipline si rivolgono alla persona
umana, tutte si caratterizzano come discipline d’aiuto, tutte tendono a una autonomia maggiore
della persona cui si è dato aiuto.
Evidentemente, dunque, tutte queste discipline si muoveranno con rispetto, faranno della
discrezione e della non invadenza un loro tratto caratteristico e qualificante, ricercheranno le
soluzioni maggiormente adeguate alla persona fornendole la disponibilità delle loro competenze
professionali, da esercitare, appunto, nell’interesse dell’altro affinché l’altro ne tragga vantaggio e
migliori la qualità della sua esistenza. E tutte si prefiggono, e si augurano di riuscire, a sfilarsi dopo
l’intervento senza lasciare tracce indebite o che in qualche termine invochino o strutturino una
dipendenza. Pure, sono grandi e importanti le differenze fra queste discipline, che, se non ci fossero,
non comprenderei la necessità o l’opportunità di usare nomi differenti. Differenze di punti di
partenza, differenze fra ciò che si guarda e, soprattutto, fra ciò cui si tende, in relazione al proprio
approccio scientifico.
Grossolanamente, dunque, potremmo dire che la terapia si configura come un intervento che
conosce la patologia o un disagio psico fisico, ne riconosce la presenza e opera per risolverlo,
tendendo a una ricostruzione della persona che assorba l’evento patologico e metta nuove basi per

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un’esistenza risanata. L’intervento terapeutico inizia e si conclude attraverso un percorso
riconoscibile.
Il coaching è un affiancamento alla persona durante varie tappe della sua vita. Traendo il suo
significato proprio dallo specifico termine che lo contraddistingue, (penso soprattutto alla bella
sintesi che ne ha fatto Massimo Reggiani su FOR) l’intervento di coaching è sostanzialmente a
richiesta, a spot, un punto di riferimento su cui la persona può far conto per superare dubbi,
incertezze, difficoltà, con il sostegno di un professionista che ‘ci conosce’.
Il counseling, invece, è un intervento sostanzialmente unico e in ogni caso brevissimo, rivolto alla
persona in un momento di passaggio esistenziale, immersa in un quesito rilevante ma in alcun modo
obbligatoriamente innestato in una patologia o in un malessere. Il counseling, rivolto al futuro, abita
il mondo del benessere psico fisico e della pienezza della vita, si affianca alla persona per aiutarla a
individuare scenari soddisfacenti cui indirizzare i criteri della scelta, non fonda l’efficacia del suo
intervento nell’appagamento del rapporto relazionale ma costruisce uno sguardo comune per
scandagliare il desiderio futuro, individuare le risorse necessarie, restituire una piena sovranità della
propria esistenza.

La terapia
L’intervento psicoterapeutico assume diverse e articolate conformazioni: molte le scuole di
pensiero, molti gli approcci clinici, molte le pratiche tecniche. Abbastanza frequenti i contagi e le
interazioni ma molto frequenti anche le rivendicazioni di una purezza originaria del pensiero e di
una ortodossia rimasta fedele.
Ogni terapia, peraltro, prende le mosse e motiva il suo intervento sulla base di una diagnostica, di
una verifica, cioè, quale ne siano gli aspetti, di una qualche patologia, di un danno, una disfunzione,
una rottura, una problematica che impedisce alla persona una normale esistenza. Alcune terapie
presuppongono che la consapevolezza, il prendere coscienza, sia basilare per poter guarire, altre si
rivolgono con maggior interesse a come si può stare meglio, prescindendo da una lettura causale del
malessere esistente, altre impostano degli interventi che non richiedono la partecipazione e il
coinvolgimento profondo della persona. Non casualmente la persona trattata viene comunemente
identificata come ‘paziente’, con esplicito e voluto richiamo all’attività sanitaria, clinica. Che,
appunto, va alla ricerca del danno, coglie il sintomo, fa una diagnosi e una prognosi secondo un
inquadramento preciso e verificabile, lo cura impostando un percorso verso la guarigione.
Essenziale, nella terapia psicologica o psicoterapia, la costruzione di una relazione fra lo
psicoterapeuta e il suo paziente che sia effettivamente un’alleanza capace in sé di veicolare e
rendere significativamente terapeutico l’operato dello psicoterapeuta stesso. È la relazione che dona
e garantisce senso ed efficacia ai vari movimenti tecnici, è il percorso che gradualmente permette ai
due partecipanti di riformare una nuova e diversa attuazione della persona che, poi, poco per volta,
si rivolgerà a una riconquistata autonomia.
Il tempo è fondamentale nell’azione terapeutica: viene letto nella costituzione del sintomo, si dipana
ad avvolgere l’andamento dei diversi incontri, li scadenza promettendo e istituendo ritualità, li
raccoglie in un percorso in qualche termine immaginato e previsto ma poi, ovviamente, divenuto
reale e unico nel suo stesso farsi. Lo psicoterapeuta conosce il suo metodo, applica la sua
impostazione scientifica, rende conto alla sua comunità riconosciuta per operare liberamente, in
questo quadro, facendo del suo lavoro con l’altro un percorso unico per una persona unica.
Nell’attesa di doversi rivedere in un percorso impostato concordemente, l’assenza o il ritirarsi del
paziente viene abitualmente letta come drop out o rottura del rapporto terapeutico, una sorta di
fallimento o denuncia dell’alleanza stipulata. Analogamente, viene prefigurata e poi realizzata la
conclusione del percorso, la sospirata ‘guarigione’.

Il coaching

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L’intervento di coaching è anch’esso un intervento che dura nel tempo ma non necessariamente
deve prevedere una conclusione. Può essere interpretato come la pratica, e la diffusione, di un certo
stile di lavoro, uno specifico modo di guidare, di fare leadership, può essere un’attività esercitata dal
capo per sviluppare le capacità della sua squadra e ottenere, dunque, i risultati desiderati, può essere
un intervento dedicato a una persona in particolare per portare al massimo il suo rendimento
lavorativo. Il coach può anche porsi come riferimento, in qualche modo ‘maestro’ del più giovane,
(più precisamente il mentore in questo caso), oppure come tutor capace di impostare e seguire un
percorso di apprendimento e di crescita. Addirittura spesso si fa riferimento al coaching intendendo
rifarsi genericamente a ogni criterio ed esercizio di formazione. In sostanza, nel coaching ci si
affianca alla persona condividendo una buona conoscenza della sua personalità e del suo stile e
analizzando assieme le necessità e le occasioni offerte dal contesto, prima di tutto lavorativo ma
anche personale o personal professionale.
In ognuna delle sue possibili applicazioni, il coaching richiede e presuppone un forte interesse
all’apprendimento e alla crescita personale e professionale, in vista di una buona interazione nel
contesto lavorativo e anche come fattore di successo, cerca di modellarsi sulle caratteristiche e sulle
esigenze specifiche della persona coinvolgendola alla ricerca di una più piena auto consapevolezza.
Integra e assume il pensiero del ‘corso’ di formazione nell’idea di un ‘percorso’ permanente
intervallato da incontri, verifiche, supporti, autoformazione, studio, leve e occasioni da attivare
nello scorrere del quotidiano, addestramento personalizzato nel reagire agli ostacoli e
all’individuazione di risorse e soluzioni adeguate.
Orientato allo sviluppo delle conoscenze e delle capacità, il coaching ha sempre in mente
l’individualità della persona che tiene sott’occhio seguendola via via nella sua evoluzione facendo
della conoscenza della sua storia il serbatoio privilegiato degli strumenti da mettere in atto.

Il counseling
L’intervento di counseling è, invece, un affiancamento alla persona per guardare assieme al suo
quesito: uso questo termine perché mi piace pensare che ogni problema possa essere letto come una
domanda, ricordate i problemi che risolvevamo a scuola: se la mamma ha comprato x pere e y mele
che costano z, (i dati), ecco la domanda: Problema: quanto ha speso la mamma? Si guarda al
quesito con occhi diversi da quelli con cui già è stato studiato e analizzato, occhi orientati al futuro,
cercando di individuare le risorse necessarie affinché l’altro torni a essere protagonista autorevole
della sua vita.
Il counselor non si occupa di conoscere e riconoscere le forme del malessere né, tanto meno, della
patologia. Non fa diagnosi e non se ne cura, non perché non abbiano senso o non risultino utili o
vere: più semplicemente, per un intervento di counseling non sono rilevanti. Il counseling non è una
forma blanda di terapia che può essere utilizzata solo nei cosiddetti “casi lievi”: per queste
situazioni, sono già presenti e ben lucidate nel panorama scientifico, molte terapie e molti
succedanei della terapia. Il counseling può essere usato con qualunque persona che si trovi in un
dilemma esistenziale e che cerchi un appoggio per uscirne verso un futuro più appagante. Il
dilemma non richiede affatto necessariamente uno stato di malessere: ci si può interrogare se e
come sistemare i genitori anziani, se mandare un figlio in Australia per l’Erasmus, se accendere un
mutuo per avviare un’impresa, se cambiare lavoro, se vale la pena di restare in quel matrimonio, se
e come gestire una chemioterapia, come fronteggiare la menopausa o la caduta del desiderio …
Tutte questioni, tutti interrogativi che indubbiamente possono arrecare una quantità di dolore, di
sofferenza ma il dolore, la sofferenza non comportano un disturbo da curare, non è per nulla
scontato che richiedano un inquadramento diagnostico, che debbano essere riguardati e letti,
interpretati attraverso categorie in qualsiasi forma comunque riferite alla patologia. La fatica, la
sofferenza, l’incertezza, il dolore, sono esperienze vive e quotidiane, patrimonio indispensabile di
ciascuno di noi. Caratterizzano e scolpiscono la nostra esistenza, sono ciò che ci modella per come
siamo. Il counselor mette a disposizione la sua competenza, la sua energia, il rigore del suo metodo,
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ciò che sa fare senza per questo dover ipotizzare una debolezza, una fragilità. Per costruire un
pensiero che cerchi la forza, che intercetti l’energia per dare vigore a un’esistenza, non è necessaria
una debolezza di partenza, una qualche minorità, l’asimmetria della relazione non significa affatto
che l’altro sia in posizione down rispetto al counselor. Anzi, non può darsi intervento di counseling
che non faccia leva, che non susciti, che non vada a stanare le energie: trascurate forse ma
preesistenti certamente.

Counselor, una professione moderna


Ma per un corretto intervento, per sfuggire alla scivolosa attrazione della terapia se pur segreta, se
pur lieve, se pur in condizioni di non gravità, occorre che il counselor abbia un pensiero e un
progetto ambientati saldamente nel mondo del benessere, dell’appagamento, della pienezza
dell’esistenza. È questa la novità straordinaria del counseling, è per questo che è una professione
moderna e del tutto nuova rispetto alla cultura del ‘900. Nel secolo scorso ci si è avventurati con
coraggio e senza sciocchi pregiudizi nell’universo del malessere. Lo si è conosciuto, assaporato,
volta volta cercando il riscontro, l’intervento salvifico, l’uscita dal disagio intriso di patologia. Il
counseling del 2000 discende dall’esperienza di questa profonda avventura per inerpicarsi sul
terreno collinare del benessere, della pienezza. In questo senso, distaccandosi nettamente dal
pensiero della terapia, ne completa l’indagine e il lavoro avventurandosi a esplorare il mondo del
benessere. Che non è il capovolgimento del malessere. La felicità non è l’assenza di disturbo, si può
non essere infelici e non per questo essere felici. E viceversa. La lunga discesa negli abissi del
disagio ci richiede, oggi, di completare con la stessa urgenza, la stessa serietà, lo stesso rigore,
un’esplorazione nel mondo dell’appagamento. Dove non possiamo aggirarci con scioltezza fino a
che non ne possediamo le coordinate, con che passo avanzare, come e dove mettere il piede,
soprattutto: verso dove?
Nel mondo degli abissi ci si rivolge alla luce per emergere dalle acque, ma una volta emersi, verso
dove, come muoversi? Dove trovare i propri segnali per aggirarsi all’asciutto? E poiché non si può
agire se non ne abbiamo il pensiero, il counseling si propone, appunto, come intervento moderno, di
un mondo evoluto, per conoscere, immaginare, pensare un benessere, sentire in bocca il sapore della
pienezza, allargare il respiro per un’estensione commovente dei polmoni.
Incontrandosi sul bordo delle acque, il counseling rende omaggio alla ricerca terapeutica
proseguendone l’azione di reintegro della persona nella sua più piena umanità, avventurandosi con
lei a cogliere e impadronirsi di un futuro alto, di un mondo con il sole, le nuvole e le montagne. Un
intervento tonico che fa del dilemma un’occasione di vita, che lascia rapidamente la mano dell’altro
affinché sia e si sappia del tutto libero, rinunciando perfino a conoscerlo, ad avere riscontri, a
saperne gli esiti pur che sia nuovamente, (forse per la prima volta?), protagonista alto e autorevole
della propria esistenza.

Un nuovo secolo, un nuovo millennio, nuovi paradigmi.


Con l’avvio di questo nuovo secolo, e del nuovo millennio, occorre, ed è una bella occasione,
impostare dei paradigmi nuovi, aggiornati. Occorre riflettere nuovamente ai costituenti, alla forma
stessa del nostro pensare e agire nel mondo. Pensando ai primi del ‘900, restiamo sempre incantati
dall’incredibile fiorire di idee di quella stagione, la decostruzione dell’architettura e delle altre
forme d’arte, il grandioso impianto di Freud, la relatività di Einstein, ma anche la cultura del lavoro,
il primo femminismo, un fiume di pensiero che ha fecondato e intriso di sé l’Europa intera.
Ora siamo di nuovo agli inizi e spetta a noi che li stiamo vivendo tracciare, individuare,
immaginare, sperimentare dei paradigmi attuali che ci sappiano condurre nell’avvenire, non perché
fossero insufficienti o errati quei formidabili castelli articolati e complessi ma proprio perché il
miglior omaggio che possiamo riconoscere loro è di averli consumati, di essercene nutriti e,
rifocillati del loro vigore, possiamo procedere con diverso slancio, colmi di gratitudine.

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Mi piace pensare che siamo alle soglie di un nuovo Rinascimento, quella figura d’uomo che da’ la
misura, al centro dell’universo, penso a Piero della Francesca e agli altri artisti, capaci di scambiare
con libertà e curiosità, di innovare, sperimentare, intrecciare conversazioni sulla tecnica, sul magico
‘come’, farsi contaminare dal pensiero altro e da discipline altre.
Mi sembra si possa dire che il tema più rilevante di oggi sia come la persona, nella sua più bella
pienezza e rotondità al centro di ogni evento e di ogni pensare, possa progettare e costruire assieme
ad altri. Lontano dalla triste cultura dell’appartenenza di cui, spero, la spaventosa tragedia della
guerra ci possa servire da monito mai da dimenticare.

Dall’appartenenza al patto fra persone libere


Perché un mondo fatto di persone è un mondo che si struttura attraverso regole condivise, non per
fedeltà o per militanza ideologizzata ma per interesse e passione verso un progetto comune da
raggiungere grazie a un patto aperto e trasparente. Che fa dei valori individuali un contributo per
una più articolata e soddisfacente cultura dell’esistenza. La libertà di oggi non è più rappresentata in
modo soddisfacente dall’autonomia: oggi la libertà è la capacità di essere vulnerabili, aperti al
contagio degli altri.
Persone, dunque, libere e responsabili, capaci di operare in trasparenza, che si articolano in
un’alleanza a tempo per vigilare e preservare la qualità del loro operare, per essere protagonisti e
custodi in un continuo, governato processo di innovazione e trasformazione. Le persone libere
dipendono dalle regole, sono gli schiavi a dipendere dagli uomini. Collaborare per un progetto non
è dipendere, aver bisogno di fare con gli altri è una forma di libertà.
Ecco, dunque, che proprio la qualità del costituirsi oggi come persona e di riguardare all’altro come
a un soggetto di piena cittadinanza va a strutturare l’essenza stessa del counseling.

Il presente nasce dal futuro


Quando pensavamo in termini lineari, scanditi dalla freccia irreversibile del tempo, ci sembrava
logico, forse anche inevitabile, considerare che il presente non poteva che essere conseguenza del
passato su cui potevamo ritornare per cercare di riparare, correggere, integrare un percorso in ogni
caso carente quando non addirittura colpevole. Ma l’impianto della fisica quantistica, ammirevole
nella sua eleganza e semplicità, ci prospetta tutt’altre possibilità. Ci insegna che sono infinite le
possibilità in ogni attimo e che sono le nostre scelte a determinare il reale andamento della nostra
storia, ci suggerisce che l’idea del tempo irreversibile, che il passato è conoscibile e il futuro invece
no, beh non è null’altro che un punto di vista. Uno dei tanti, tutti importanti.
Oggi finalmente possiamo dire di aver mangiato, consumato la relatività di Einstein, finalmente ci è
entrata dentro nella carne, viviamo nella cultura della complessità, guidati da quella farfalla che
battendo le ali crea un movimento significativo al di là dell’oceano. Il presente trae senso e
indicazione dal futuro: come sceglieremmo anche solo di vestirci se non sapessimo dove
intendiamo recarci fra un’ora? Il presente è modellato dal progetto, dall’intenzione, dal futuro che
immaginiamo e vogliamo. E non c’è nulla di più concreto di un pensiero. Ricordate quel genio di
Giorgio Gaber? Se potessi mangiare un’idea, avrei fatto la mia rivoluzione.

Il glocalismo
Oggi il cosiddetto glocalismo, termine non molto elegante ma certo pregnante, fissa con forza la
necessità della persona unica, del contesto ravvicinato (pensiamo anche solo a tutta la cultura del
chilometro zero!), dell’ambito locale strettamente inteso, che vada a intrecciarsi con l’infinito
globale. Che si sappia articolare, nulla togliendo allo specifico di quel luogo, di quella persona, di
quell’esigenza o di quella necessità o interesse ma, anzi, ottimizzandolo proprio perché la si mette
in connessione con il mondo ampio del globale. Il comportamento attento al glocalismo parla di
verifica ecologica del proprio operare (santo Bateson ricordava che una macchina che funziona è
una macchina che cammina… e che non inquina), nella profonda consapevolezza che nella
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relazione umana non può darsi che qualcuno vinca e l’altro perda: si vince tutti assieme o
tristemente ci si danneggia tutti. Così, anche l’antico adagio che la mia libertà finisce dove comincia
quella dell’altro mi sembra vada riformulato asserendo che la mia libertà comincia proprio dove
comincia quella dell’altro. Diveniamo custodi attenti della espressione della libertà, perché se tutelo
la libertà dell’altro, nello stesso momento garantisco la mia. La libertà non la si può dare, appartiene
alla persona. La si può solo togliere, soffocare, mortificare. La mia esistenza è custodita dall’altro.
La democrazia è aver bisogno del lavoro e del pensiero dell’altro affinché si attui il mio progetto,
affinché il mio stesso lavoro trovi successo e senso. Solo la dittatura pensa di poter fare a meno del
contributo dell’altro.
In questo mondo fatto di persone rotonde, piene, ricche e articolate nelle più svariate espressività,
pur nella conoscenza del disagio e della fatica che le scelte esistenziali e relazionali comportano, il
counseling cerca, coltiva e propone un pensiero di benessere.
Lontano dall’affidamento insaporito di debolezza o che colloca la persona quasi in uno stato di
minorità, il counseling è un rapporto libero e denso di speranza fra persone intere, adulte, capaci di
relazionarsi servendosi di un aiuto che è affiancamento, sostegno, tifo e condivisione. Un’alleanza
tra persone con piena cittadinanza, che costatano la trappola che imprigiona le forze e le capacità,
individuano nuove e diverse competenze per soluzioni differenti, fresche, progettuali. Il counselor
non desidera e non cerca la dipendenza e neanche la gratitudine dell’altro, tutto in tensione verso
una effettiva, sempre più grande autonomia e indipendenza, affinché l’altro divenga, o torni a
essere, protagonista della propria vita, inventore della sua esistenza unica e irripetibile.

Oltre e dopo l’Ordine professionale


Una professione così delineata deve pretendere una forma associativa che la rispecchi e la rispetti.
Un’Associazione professionale che sia un libero e autorevole costituirsi di una comunità scientifica
che stabilisce delle regole affinché l’attenersi a queste possa guidare il counselor e sostenerlo nella
difficile esperienza di relazionarsi con un essere umano complesso, di cui intravede e coglie e
conosce alcuni aspetti, di cui cerca il progetto celato per affiancarsi a sostegno, di cui esplora le
risorse affinché divengano o tornino a essere disponibili.
L’Associazione professionale dovrà saper essere permeabile alle richieste e alle esigenze dei soci in
un continuo circuito di mutuo feedback: sarà il progetto condiviso, la vision a modulare le
trasformazioni, i cambiamenti, saggiare quando le innovazioni rischiano di farsi stravolgimento,
avere il coraggio di appoggiare un pensiero fors’anche visionario. Il coraggio della sperimentazione
e della verifica, il controllo rigoroso delle regole del gioco, la flessibilità del pensiero, il continuo
riconsiderare e ritradurre in termini attuali quel che si era convenuto ieri, il contagio con altre
discipline, la perenne difesa delle differenze senza cedere all’impazienza dell’omologazione, la
tensione etica e non moralistica, un attento sguardo al contesto e alle sue mutazioni. Così vorrei che
ci muovessimo nel passaggio in corso verso un riconoscimento del counseling, in Italia e in Europa.