Lingua e dialetti
In Italia la diffusione della lingua nazionale e la presenza dei dialetti sono sempre stati, nel corso dei
secoli e ancora ai giorni nostri, una questione centrale.
Benché le nozioni di “lingua” e “dialetto” abbiano anche un significato comune che potremmo
ingenuo e intuitivo e le due parole facciano parte del vocabolario corrente di tutte le persone, una
loro buona definizione in termini più rigorosi non è affatto così pacifica come potrebbe sembrare.
Fra italiano e dialetto non esistono differenze riconducibili soltanto alla struttura e alla forma
linguistica interna. In una qualunque frase in un certo idioma non c’è nulla, dal punto di vista del
tipo degli elementi linguistici che la costituiscono o della natura dei materiali verbali di cui è fatta,
che permetta di dire che si tratta di una lingua o un dialetto. La differenza fra lingua e dialetto non è
dunque una differenza di natura linguistica, dipendente da come è fatto il sistema linguistico e dai
principi e regole del suo funzionamento nelle strutture. Tutti gli idiomi possono essere
indifferentemente lingue o dialetti.
La differenza tra lingua e dialetto è una differenza di natura sociale, per meglio dire è una differenza
di carattere sociolinguistico. Solo quando li vediamo calati in un concreto repertorio di una
comunità parlante e ne constatiamo la posizione e le funzioni al suo interno, possiamo differenziarli
e dire che un idioma che ha questa posizione e queste funzioni presso la comunità parlante è una
lingua, un idioma che ha quest’altra posizione e queste altre funzioni è un dialetto. Ciò che
differenzia il concetto di lingua dal concetto di dialetto sono le caratteristiche del loro uso presso la
comunità parlante; caratteristiche che normalmente si riscontrano in un certo momento temporale
come conseguenza di una determinata evoluzione storica. Da questo punto di vista potremmo dire
che una lingua è un dialetto che ha avuto successo. La situazione e la storia linguistica italiane
costituiscono un terreno esemplare per capire cosa vuol dire questa affermazione. Di fatti con la
frammentazione e la progressiva differenziazione delle varietà parlate differenziazione delle varietà
parlate del latino si sono venuti a formare tanti idiomi che sono diventati la lingua quotidianamente
parlata dalla gente che ad un certo punto si sono affermate anche nello scritto. Sono i “volgari
romanzi” che per secoli sono stati lingue del parlato ordinario a fianco del latino, la lingua scritta in
una situazione di “diglossia”. I volgari italiani non erano altro che i dialetti italiani dell’epoca,
contrapposti alla lingua della tradizione scritta e colta, il latino. Quando si è cominciato anche a
scrivere in volgare, alcuni di questi volgari hanno guadagnato spazio negli usi scritti, acquisendo
prestigio. Uno di questi in particolare, il volgare di Firenze, grazie al sommarsi di diverse ragioni
storiche, culturali, letterarie ed economiche, ha avuto una particolare fortuna e nel Quattrocento è
diventato lingua per eccellenza della produzione letteraria e nel Cinquecento è stato riconosciuto
dagli intellettuali come “lingua standard” diventando così “lingua italiana”. Il fiorentino ha dunque
soppiantato il latino anche negli usi più colti.
Il termine dialetto, che riprende il greco classico diàlektos, entra in uso in periodo rinascimentale e
assume gradualmente con l’affermarsi del fiorentino, il significato attuale. Quindi, all’origine della
storia linguistica dell’italiano, la lingua italiana e i vari dialetti italiani erano varietà linguistiche
“sorelle”, derivate dal latino e poste sullo stesso piano sociolinguistico. Promossa una di queste a
lingua standard le altre sono rimaste idiomi locali della conversazione quotidiana e cioè dialetti. Fra
lingua e dialetto ci sono dunque differenze di natura prettamente sociale, culturale e
sociolinguistica. Una lingua ha diffusione geografica più ampia, ha carattere sopraregionale e, come
conseguenza del fatto di essere impiegata in un raggio più ampio di ambiti, presenta una maggior
quantità di risorse linguistico-strutturali effettive. Un dialetto ha diffusione geografica ridotta, ha
carattere locale, quindi impegnato in un raggio più ristretto di ambiti, per lo più limitato a
determinati domini della vita quotidiana, presenta un grado ridotto di elaborazione e ha un lessico
meno esteso. Lingua e dialetto sono dunque concetti relativi e complementari: tutte le lingue
all’inizio della loro vita sono state dialetti. Data la caratterizzazione dei rapporti tra lingua e
dialetto, un tema di rilevanza cruciale è occuparsi della presenza dell’uno e dell’altro nella
conversazione. Nella conversazione quotidiana vengono coinvolti tutti i domini nella vita di una
società e quindi potranno emergere specializzazioni, sovrapposizioni, esclusioni fra l’una e l’altra
varietà; nella conversazione quotidiana si distribuisce su tutti i tipi ricorrenti di situazioni
comunicative, formali e informali, casuali e transazionali. Infine, la conversazione quotidiana
appartiene a tutti i parlanti, qualunque sia la loro posizione sociale, professionale, nella
stratificazione dell’età, nell’articolazione e nei meccanismi della complessa società contemporanea;
potranno dunque emergere la differenze tra i parlanti circa l’uso di lingua e dialetto, in relazione sia
alle intenzioni comunicative dei parlanti stessi sia ai fattori sociali e demografici che li
contrassegnano. Un altro fatto di carattere generale è la distribuzione di lingua e dialetto nella
popolazione di una determinata località, regione ecc. Se lingua e dialetto sono compresenti nella
comunità parlante, questo non vuol dire che tutti i membri della comunità padroneggino entrambe le
varietà. Se almeno un certo numero di parlanti possiedono sia lingua che dialetto, vuol dire che in
Italia c’è una sorta di bilinguismo. Si parla di bilinguismo o plurilinguismo quando tra due o più
varietà di lingua usate presso un gruppo o comunità parlante esista una differenza strutturale
piuttosto evidente ed entrambe abbiano una loro storia autonoma. La distanza tra la lingua italiana e
il dialetto locale è sufficiente per consentire di parlare di un tipo particolare di bilinguismo: “lingua-
standard-dialetto”. Studiare l’uso di italiano e dialetto nella conversazione, impone che i dati
primari debbano essere interazioni verbali autentiche, conversazioni in diversi domini situazionali e
fra diversi parlanti. In linea di massima, il passaggio da una varietà di lingua ad un’altra, può
ricoprire una gamma molto alta di valori pragmatici. La commutazione può infatti svolgere funzioni
connesse ai partecipanti e ai loro ruoli nell’interazione, come l’adeguamento all’interlocutore, la
ripetizione o riformulazione rivolta a se stessi, o realizzare atti linguistici particolari come insulti,
affermazioni polemiche o scherzose, battute comiche o sarcastiche, o anche segnalare essa stessa il
carattere attribuito alla situazione comunicativa. Una causa della commutazione può anche essere la
necessità di riempire lacune lessicali o l’esigenza di formulare meglio un determinato concetto. Il
cambiamento di lingua avviene preferibilmente al confine tra una frase e l’altra, in concomitanza
con un cambiamento di pianificazione e struttura sintattica, con una frase che inizia in un codice,
ma subito si interrompe e viene formulata diversamente nell’altro codice. Si apre il campo del code-
mixing o intrasentential code-switching (enunciazione mistilingue). Un modello teorico che prevede
l’azione di precisi principi morfosintattici che regolano la struttura di enunciati mistilingui è la
matrix language, lingua matrice, che fornirebbe il quadro morfosintattico globale entro cui possono
fare la loro comparsa elementi dell’altra lingua, embledded language, lingua incassata.
Una variabile sociolinguistica è un elemento del sistema linguistico che viene realizzato sotto
diverse forme in correlazione con fattori sociali. Ciascuna delle forme è una variante, l’insieme
delle forme costituisce la variabile.
Vengono riconosciute tre dimensioni fondamentali di variazione, ciascuna di esse può essere
considerata l’esplicitazione di un assunto basilare concernente la manifestazione della variazione
sociolinguistica. La lingua varia attraverso la stratificazione sociale.
I modi di manifestazione e realizzazione della lingua presso i parlanti sono sensibili alla divisione e
gerarchizzazione della società in strati, in classi sociali, in gruppi, sulla base di molteplici fattori che
hanno maggiore o minore rilevanza a seconda delle comunità che prendiamo in considerazione. Tra
tutti i fattori ha acquisito sempre più rilevanza è la rete sociale in cui ogni parlante è inserito. Una
rete sociale è l’insieme strutturato e dinamico di relazioni sociali e comunicative che gli individui,
in quanto agenti di interazione, intessono tra loro; a seconda della posizione che occupa all’interno
di una determinata rete sociale, un parlante è più o meno esposto e sensibile a questo o quel modello
di comportamento linguistico. Ci sono quindi della varianti di variabili sociolinguistiche che sono
associate alla stratificazione sociale. Questa variazione è detta “variazione diastratica”. Gli insiemi
di quelle varianti costituiscono le varietà diastratiche di lingua. Un altro aspetto fondamentale è
l’italianizzazione dei dialetti, un processo di annacquamento delle strutture tradizionalmente tipiche
del dialetto sotto l’influenza della lingua standard, con l’ingresso di numerosi italianismi.
L’italianizzazione ha toccato fortemente il lessico e in misura minore la fonetica e la morfosintassi.