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SAINT-SIMON - Il Re Sole

Il documento fornisce informazioni biografiche sul duca di Saint-Simon, memorialista francese del XVII secolo. Descrive le sue origini nobiliari, la carriera militare e gli intrighi politici a corte durante il regno di Luigi XIV. Vengono inoltre menzionati i suoi scritti memorialistici e la famiglia.

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SAINT-SIMON - Il Re Sole

Il documento fornisce informazioni biografiche sul duca di Saint-Simon, memorialista francese del XVII secolo. Descrive le sue origini nobiliari, la carriera militare e gli intrighi politici a corte durante il regno di Luigi XIV. Vengono inoltre menzionati i suoi scritti memorialistici e la famiglia.

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Ritratti

Tratto da Mémoires
Traduzione dal francese di Adalberto Cremonese
La casa editrice riconosce i diritti di pubblicazione ai legittimi
proprietari.
I edizione ebook: settembre 2015
ISBN 9788869444333
© 2015 Lit Edizioni Srl
Tutti i diritti riservati
Castelvecchi è un marchio di Lit Edizioni Srl
Sede operativa: Via Isonzo 34, 00198 Roma
Tel. 06.8412007 – fax 06.85358676
info@[Link]
[Link]
Louis de Saint-Simon
IL RE SOLE
A cura di Jean-Michel Gardair
PREFAZIONE
La vita

Origini del titolo e culto della nobiltà

Strenuo e perfino maniaco difensore dei diritti dei duchi e


pari di Francia, Louis de Rouvroy, l’autore dei Mémoires, non
è altri che il secondo duca di Saint-Simon. Ereditò il titolo
conferito al padre ventinovenne da Luigi XIII. E neanche per
meriti eccelsi.
Paggio e falconiere del re, il padre Claude de Rouvroy
dovette il favore di Sua Maestà a un’ingegnosa trovata per
accelerare il cambio dei cavalli durante la caccia: «Mio padre,
avendo notato l’impazienza del re durante il cambio dei
cavalli, ebbe l’idea di far voltare il cavallo che gli veniva
presentato, ossia la testa verso la groppa di quello che lasciava
[…]. Ciò piacque al re, che sempre chiese quel paggio per il
cambio, volle sapere chi fosse e a poco a poco ci si affezionò».
Altro merito del paggio apprezzato dal re, secondo Tallemant,
era costituito dal sapere suonare il corno senza sbavarci
dentro. La cosa non deve poi tanto meravigliare, se si pensa
alle origini di un altro duca e illustre memorialista del
Seicento, il cardinale di Retz, la cui bisnonna lionese, Marie de
Pierrevive, sposata con un Gondi, fece la fortuna della
famiglia per avere venduto alcuni cagnolini a Maria de’
Medici, che la chiamò a corte a badarli, e la ringraziò (nel
1581) con l’erezione del Ducato di Retz a favore del figlio.
Il primo Rouvroy accertato risale comunque al Trecento
(Matthieu de Rouvroy, morto intorno al 1370), ma non
mancarono inoltre al primo duca scaltri genealogisti, i quali
s’ingegnarono di innestare il ramo dei Saint-Simon sull’antico
tronco dei conti di Vermandois, discendenti di Bernardo
d’Italia, nipote di Carlo Magno.
Oltre al titolo ducale, alle cariche e privilegi connessi,
Saint-Simon ereditò dal padre la passione per la genealogia e
per l’etichetta. Anche se, per ovvi motivi, tali discipline erano
allora fiorentissime, non bisogna dimenticare che, per la sua
erudizione in materia, Saint-Simon godeva presso i
contemporanei della fama di essere un vero e proprio
fenomeno. Sbalorditiva in proposito è la lettera che scrisse,
quindicenne, alla madre (si tratta del primo suo scritto che ci
sia pervenuto) per descriverle le cerimonie funebri del 5
giugno 1690 in onore della Delfina Maria-Anna di Baviera. Vi
si nota già il furore astratto dell’étiquette pure (come si parla
di «musica pura») – per dirla con François-Régis Bastide – che
animerà tante pagine dei Mémoires e ogni minimo rigo delle
successive Notes sur tous les duchés-pairies existant depuis
l’An 1500 (opera rimasta incompiuta). Anche il culto paterno
per Luigi XIII impressionò durevolmente il giovane Saint-
Simon, cui toccava, fin da ragazzino, accompagnare il padre
ogni 14 maggio a Saint-Denis per la commemorazione
religiosa del defunto sovrano: il più delle volte la funzione si
svolgeva in una chiesa malinconicamente deserta. Intanto il
mito di Luigi XIII verrà solennemente celebrato nei Mémoires,
e la figura del «Giusto», del «Casto», del «Pio», dell’«eroe
degno discendente di san Luigi», sarà di continuo
polemicamente contrapposta – non senza risvolti
donchisciotteschi e involontariamente comici – a quella
dell’odiato-amato, voluttuoso Re Sole, colpevole più che altro
di preferire i suoi geniali ministri borghesi e i suoi figli
illegittimi (oltretutto di sangue reale) ai rampolli dei favoriti
del re suo padre.

La giovinezza

Il duca Claude de Rouvroy aveva ben sessantanove anni


quando nacque il figlio (tra il 15 e il 16 gennaio 1675) dal suo
secondo matrimonio con Charlotte de l’Aubépine (dalla prima
moglie, Diane de Budos, aveva avuto solo una figlia, sposata
con il duca di Brissac, la quale morì senza prole quando Saint-
Simon aveva nove anni, lasciando al fratellastro l’intera
eredità). Il battesimo fu celebrato in forma solenne due anni
più tardi (il 29 giugno 1677) nella cappella di Versailles,
padrino Luigi XIV.
Dopo gli studi classici, seguiti piuttosto svogliatamente
nell’Accademia di cavalleria di Mesmont e Rochefort (in
prossimità di Blaye, nella Gironda, di cui il padre era
governatore, carica lasciata in eredità al figlio), Saint-Simon
non tornerà a Versailles che all’età di diciassette anni, per
essere presentato al re e intraprendere la carriera delle armi.

La carriera militare

Moschettiere «grigio» (dal colore della montura), prende


parte all’assedio di Namur (1692) e alla Battaglia di
Neerwinden (1693). Trasferito l’anno dopo sul fronte tedesco,
nell’ozio del campo di Gau-Böckelheim prova un tale piacere
a leggere le Memorie del maresciallo di Bassompierre che
concepisce il progetto di scrivere le sue. Non ne inizierà la
redazione vera e propria che quasi mezzo secolo più tardi (nel
1739), ma fin da allora quotidianamente prenderà appunti,
raccoglierà carte, carteggi, gazzette, libelli, memorie e trattati
genealogici, archivierà i più svariati documenti diplomatici e
amministrativi, con cinismo poliziesco metterà sotto torchio
centinaia di parenti e amici, allaccerà relazioni con una
sterminata rete di informatori, ascolterà, spierà, al solo fine di
«schedare» i 7.350 nomi di personaggi che compaiono tra i
Mémoires e gli Scritti inediti.1 Non sono tanto i pregiudizi
nobiliari o politici a fargli aborrire l’esclusione dei duchi dai
consigli del re, quanto forse la rabbia (leitmotiv saint-
simoniano) di vedersi così irrimediabilmente precluse alcune
tra le più preziose fonti di informazione. Ed è l’invidia, più
dello sdegno o dell’odio, ad animarlo sia contro gli
efficentissimi servizi segreti di Luigi XIV, sia contro l’inaudito
privilegio di [Link] de Maintenon, nella cui camera il re
convocava i suoi ministri. Distrattamente intenta a qualche
lettura o lavoro di tappezzeria, «lei sentiva tutto ciò che
avveniva tra il re e il ministro, che parlavano ad alta voce»…
La carriera militare di Saint-Simon sarà breve. Pur essendo
un rigido assertore della nobiltà delle armi, e mirabile stratega
con la penna in mano (insieme a quelle dei funerali a corte, le
descrizioni di battaglie sono tra i suoi più rinomati pezzi forti),
darà le dimissioni dall’esercito fin dal 1702, anche per
protestare contro la riforma di Louvois, che affidava
prevalentemente all’anzianità la promozione dei gradi. Queste
dimissioni, comunque, contribuirono non poco a confermare il
re nell’opinione che Saint-Simon fosse, se non proprio un
pericoloso oppositore, perlomeno un irrequieto dissidente che
bisognava tenere a freno.

Intrighi di corte

Fin dai suoi primi passi a corte, infatti, il giovane Saint-


Simon aveva infastidito Luigi XIV per alcuni interventi
alquanto irruenti a difesa delle prerogative ducali, non esitando
a scontrarsi prima con il maresciallo di Luxembourg, glorioso
reduce dalla vittoria di Neerwinden e sostenuto dall’abile
penna di Racine, poi con Luigi di Lorena («Monsieur le
Grand», intimo favorito del re). Nel 1709 Saint-Simon rischiò
addirittura la disgrazia e l’esilio, per avere pubblicamente
scommesso che il duca di Vendôme (due volte odiato dal
virtuoso memorialista: per i suoi vizi e per la sua discendenza
da un bastardo legittimato di Enrico IV) sarebbe stato sconfitto
nella campagna di Lilla, prima di passare al nemico. Trionfa
invece Vendôme, e con lui la potentissima «Cabala di
Meudon», capeggiata nientemeno che dal Delfino, contro il
quale Saint-Simon è accusato di avere trascinato il duca di
Bourgogne (primogenito del Delfino).
Se non fosse stato per i miti consigli della moglie, Marie-
Gabrielle de Lorge (sposata l’8 aprile 1695), dall’avvilimento
per il successo di Vendôme, Saint-Simon si sarebbe ritirato
sulle sue terre di La Ferté, così come sempre da lei fu dissuaso
nel 1712 alla morte del carissimo duca di Borgogna, avvenuta
proprio nel momento in cui la sua imminente ascesa al trono
sembrava dovesse dischiudere a Saint-Simon le porte del
potere.
Ma se l’ora del definitivo congedo dalla corte suonò per
Saint-Simon solo nel 1723, con la morte del Reggente, è
indubbio che la sua passione per la vorticosa coreografia di
Versailles fu sempre combattuta da una vocazione repressa per
la solitudine: da cui non solo il lungo ozio senile dedicato alla
redazione dei Mémoires, ma, fin dagli anni dell’adolescenza, il
fascino esercitato su di lui dall’austera figura dell’Abbé de
Rancé, presso il quale trascorreva frequenti ritiri spirituali a La
Trappe, e di cui fece eseguire il celebre ritratto dipinto da
Hyacinthe Rigaud.

La famiglia

Pur trattandosi di un ripiego (Saint-Simon tentò vanamente


in un primo tempo di sposare una delle otto figlie del duca di
Beauvilliers, guarda caso, l’unico duca ad essere ministro di
Luigi XIV: tutte preferirono il convento o rimanere zitelle), il
matrimonio con Marie-Gabrielle de Lorge si rivelò
felicissimo. «La duchessa di Saint-Simon è sempre incinta,
dando così da vedere che non c’è niente d’impossibile»,
sussurravano i maligni della cerchia di [Link] de Sévigné: non
che l’irreprensibile duca avesse niente a che spartire con gli
«italiani», come chiamavano gli Charlus a corte, ma il fisico
mingherlino, la voce stridula e gli scatti da fanciulla isterica
pare lo rendessero antipatico ai suoi stessi amici. Nacquero tre
figli: una ragazza di rara bruttezza, sposata con il principe di
Chimay, e i due «bassotti» (per chiamarli con il loro
nomignolo di corte), il duca e il marchese di Ruffec, dei quali
Saint-Simon parla solamente quando solleciterà per il
secondogenito (durante la sua ambasciata del 1721-1722 a
Madrid) il titolo di Grande di Spagna. Intanto la dote di Marie-
Gabrielle venne ad arrotondare l’eredità lasciata dal duca
Claude (morto nel 1693), entrambe troppo presto dilapidate
dalle gravose spese di rappresentanza imposte dalla sfarzosa
etichetta del sovrano (altro vivissimo motivo di rancore contro
Luigi XIV). Fu comunque alla moglie che Saint-Simon
dovette di potere abitare in uno dei duemila appartamenti della
reggia, che le fu assegnato (nel 1710) quando fu nominata
dama d’onore della nuova duchessa di Berry (il matrimonio, a
dire il vero, tra la figlia del duca di Orléans – il futuro
Reggente, figlio di «Monsieur», ossia del fratello del re –,
amico d’infanzia del memorialista, e il figlio terzogenito del
Delfino, era stato concluso, nonostante l’ostilità della Delfina,
a coronamento di un capolavoro di diplomazia sapientemente
architettato da Saint-Simon; il quale, ironia della sorte, sembra
fosse il solo a ignorare che la figlia del futuro Reggente
andava a letto con il padre fin dall’età di quattordici anni). Pur
giudicando indegna della duchessa di Saint-Simon tale carica,
la coppia (che prima abitava sempre a Versailles, ma non nel
castello) accettò di buon grado l’alloggio a corte, ideale
appostamento per gli sguardi del duca, tornato nel frattempo
nelle buone grazie del re, anche per essersi adoperato a
favorire un riavvicinamento tra il duca di Orléans e la moglie
(figlia legittimata di Luigi XIV e della Montespan),
distogliendolo, tra altre sue amanti, da [Link] d’Argenton.

La carriera politica

Sullo sfondo cupo del tardo regno di Luigi XIV, mentre


sembrava che niente dovesse turbare il lento inabissarsi
dell’astro reale nelle acque putride di Versailles, la morte
accende all’improvviso, con fulmineità barocca, i suoi lampi
shakespeariani: in pochi mesi vengono falcidiate (dal veleno?)
tre generazioni di eredi al trono. Nel 1711 muore
«Monseigneur», il Delfino. Il 18 febbraio 1712 muore il suo
primogenito, il duca di Borgogna (preceduto, il 12 febbraio,
dalla moglie Maria-Adelaide), e il 6 marzo sarà la volta del
loro figlio maggiore, il duca di Bretagna (pronipote di Luigi
XIV e fratello del futuro Luigi XV).
La morte del duca di Borgogna soffoca sul nascere il
giubilo di Saint-Simon per quella del Delfino. Con il duca di
Borgogna Saint-Simon perdeva più di un amico, la cui rara
pietà gli faceva dimenticare la violenza e l’alterigia: con lui
svaniva un vero e proprio programma di governo e di
restaurazione della Francia secondo gli ideali saint-simoniani,
anzi elaborato dallo stesso Saint-Simon con la collaborazione,
tra l’altro, di chi aveva curato l’educazione del principe: il
duca di Beauvilliers e Fénelon (ci si ricorda che il Telemaco fu
scritto appositamente tra il 1694 e il 1695 all’intenzione del
duca di Borgogna). Ossia sostituzione dei ministri («Tirannia
che quei cinque re di Francia esercitavano a loro piacimento
sotto il nome della legittima sovranità») con consigli di
governo, effettiva preminenza nei consigli dei primi nobili del
regno (pur rimanendo al solo re l’intero potere esecutivo),
indebolimento del Parlamento a favore di assemblee generali
ristrette degli «Stati provinciali» da convocarsi
periodicamente, infine restaurazione di tutte le antiche
gerarchie all’interno della stessa nobiltà.
Almeno a parole, anche il Reggente condivideva le idee
care alla cerchia del duca di Borgogna, specie per quel che
riguarda il sistema della cosiddetta polisinodia (pluralità dei
consigli) esposto nell’opera omonima dell’Abbé de Saint-
Pierre (1718), che riscosse un notevole successo in quegli
anni. Ma le parole del duca d’Orléans, ebbe a scrivere lo stesso
Saint-Simon, sono «semplici suoni che colpiscono l’aria».
«Era l’uomo più facile da convincere, ma non teneva in nessun
conto gli argomenti che lo avevano portato a quella
convinzione». Pur risalendo all’infanzia la loro amicizia
(Saint-Simon era di pochi mesi maggiore del Reggente),
troppo diversi erano i caratteri: tanto pudibondo e assillante
era l’uno, quanto l’altro era corrotto e abulico. Ciononostante,
Saint-Simon finì con l’accettare un posto di primo piano nel
«Consiglio di Reggenza», dopo aver declinato il portafoglio
delle Finanze che gli fu proposto prima («Non sapevo neanche
le prime regole dell’aritmetica!»). Ma la polisinodia non resse
a lungo alla prova dei fatti e, comunque, le decisioni
importanti venivano prese in tutti i consigli fuorché in quello
di Reggenza, mentre sempre più si affermava l’ascendente sul
duca di Orléans dell’Abbé Dubois, futuro primo ministro, che
gareggiava con il suo ex allievo in turpitudini. Terrorizzato
quanto affascinato dalle geniali speculazioni di Law, delle
quali confessava di non capire niente, Saint-Simon non seppe
neanche cogliere la ghiotta occasione, che gli si offriva, di
arricchirsi a buon conto.
Non è poi detto che il potere in sé interessasse tanto a Saint-
Simon. Nel momento in cui non è mai stato così vicino a
poterlo effettivamente esercitare, meraviglia anzi la folle
caparbietà con la quale si adopera a soddisfare alcune sue
vecchie ossessioni. Prima fra tutte, quella del bonnet: ossia
impedire ai membri del Parlamento di rimanere coperti
all’ingresso in aula dei duchi e pari. Tale è il furore maniaco
della sua alterigia che perfino gli altri duchi preferiscono
abbandonarlo a se stesso.
Il momento culminante forse di tutta la sua vita sarà il lit de
justice del 26 aprile 1718, che sancisce non solo la definitiva
rinuncia da parte dei figli illegittimi e dei loro discendenti a
qualsiasi diritto di successione alla corona, ma la loro
riduzione allo stesso rango dei duchi e pari (mentre erano
riusciti alla fine del precedente regno a ottenere un rango
intermedio tra quello dei principi di sangue e quello dei duchi).
Dopo tante battaglie e umiliazioni, il lit de justice segna
pubblicamente il trionfo di Saint-Simon. Bisogna rileggere la
memorabile pagina in cui esplode, con inaudita violenza,
l’orgasmo intellettuale del suo delirio: «Teso, attento a
osservare con avidità il tono di tutti, sempre presente
soprattutto a me stesso, immobile, incollato sulla mia sedia,
misurato in ogni mio atteggiamento, pervaso da quanto la
gioia può concedere di più sensibile e acceso, dal più
voluttuoso turbamento, dal godimento sperato nel modo più
smisurato e da così tanto tempo atteso, provavo l’angoscia di
non poter lasciar trapelare il mio trasporto, ma quell’angoscia
era di un tale piacere che mai più ho provato dopo quello
splendido giorno. Quanto sono inferiori i piaceri dei sensi a
quelli dello spirito!».
Non meno vive, seppure più diffuse, saranno le delizie della
sua ambasciata in Spagna (1721-1722), dove regna sovrana
l’etichetta e dove gli viene conferito il Toson d’oro. Era stato
mandato lì per negoziare, oltre al matrimonio di [Link] de
Montpensier (quarta figlia del Reggente) con il principe delle
Asturie, quello del futuro Luigi XV con l’infanta di Spagna,
alla quale sarà poi preferita in un secondo tempo Maria
Leczinska, quasi a conferma di quanto poco l’operato di Saint-
Simon poté influire sul corso della Storia. Intanto le ingenti
spese di rappresentanza sostenute durante il lungo viaggio
hanno ulteriormente dissestato il suo già traballante
patrimonio. La promozione, nel 1722, a primo ministro
dell’odiato Dubois, «felicemente» seguita l’anno dopo dalla
sua morte, e soprattutto quella dello stesso Reggente,
consigliarono a Saint-Simon di ritirarsi per sempre dalla vita
politica, proprio nel momento in cui vi faceva il suo ingresso il
«maggiorenne», cioè tredicenne, Luigi XV.

Gli ultimi anni. Stesura dei Mémoires

Gli rimangono trentadue anni da vivere (morirà ottantenne,


il 2 marzo 1755). Li trascorre tra il castello di La Ferté e il
palazzo parigino della Rue de Grenelle. Rare visite lo
distolgono appena dal laboratorio benedettino dei suoi archivi,
il cui accumulo va di pari passo con quello dei suoi debiti. La
tarda onorificenza del cordone di Santo Spirito, conferitagli
solo nel 1728, ha quasi il sapore di una beffa, ma ad altri
bersagli mira ormai il suo astio: quelli di una volta. La
redazione dei Mémoires, subito definitiva, iniziata alla fine del
1739, si protrae fino al 1749. Solo la morte della moglie di
Saint-Simon avrà il potere di interromperla, da gennaio a
luglio 1743: una linea di croci e di lacrime, veri geroglifici del
dolore, segna sul manoscritto il funesto evento. Nel testamento
Saint-Simon ordinò che la bara della moglie fosse così
strettamente sigillata alla sua «con anelli, uncini e legami di
ferro» da rendere impossibile «il dividerle senza romperle
entrambe». Il che puntualmente avvenne durante la
Rivoluzione, e i due corpi furono gettati nella fossa comune.
Non è forse il caso di addentrarsi qui nel labirinto dei
quattromila e più titoli di storia, giurisprudenza, genealogia e
varia erudizione raccolti da Saint-Simon per la compilazione
dei Mémoires. Tra le maggiori fonti cui attinse ricordiamo
almeno i Mémoires (1715-1718) di Jean-Baptiste Colbert,
marchese di Torcy, e soprattutto i trentacinque volumi del
Journal steso dal marchese di Dangeau dal 1684 fino alla
morte avvenuta nel 1720, e il cui manoscritto originale fu
prestato a Saint-Simon dal duca di Luynes nel 1730. La fatua
mediocrità di Dangeau, favola della corte, fa ribrezzo a Saint-
Simon, e il Journal è degno del personaggio: «È difficile
capire come un uomo abbia potuto avere la pazienza e la
perseveranza di scrivere una simile opera tutti i giorni, per
oltre cinquant’anni, così priva di interesse, così prudente,
letterale, per poi dire solo cose superficiali della più rivoltante
aridità. Bisogna aggiungere però quanto sia stato difficile per
Dangeau scrivere delle autentiche memorie, le quali
richiedono una perfetta conoscenza dell’intimità e dei
numerosi meccanismi di una corte […]. La sua vita frivola e
superficiale era proprio come le sue memorie: non sapeva
nulla oltre le cose evidenti per tutti». Ma proprio grazie alla
provvidenziale superficialità di Dangeau, Saint-Simon vi trova
scrupolosamente consegnati i più frivoli particolari,
indispensabili all’intelaiatura cronologica dei propri Mémoires,
ma di cui, trascinato da ben altri umori, non si era mai degnato
di prendere appunto. Intanto lo fa copiare integralmente,
lasciando su ogni foglio una facciata libera, destinata alle
proprie Additions scritte tra il 1734 e il 1738.
Nessuno tra i contemporanei poté mai sospettare che Saint-
Simon stesse scrivendo le sue memorie. Sia pure a nome della
verità e dell’imparzialità storica (né va dimenticata la più
elementare prudenza, dato il carattere diffamatorio di tanta
parte dell’opera), protegge il segreto della sua pagina come si
nasconde un vizio: «Uno scrittore dovrebbe aver perduto il
senno, se solo lasciasse intendere che scrive. La sua opera
deve maturare sotto chiave e, ben sprangata, giungere così ai
suoi eredi che si comporteranno in modo assennato lasciando
trascorrere più di una o due generazioni e facendola pubblicare
solo quando il tempo l’avrà messa al riparo dai risentimenti; la
Storia ha il vantaggio, rispetto alla carità, sulle occasioni, a
proposito delle quali abbiamo appena visto quanto essa
concede e talvolta prescrive, di attaccare e rivelare i cattivi. La
storia attacca e rivela solo gente morta».
I Mémoires

Furono probabilmente gli ingenti debiti del duca (vale a


dire i sigilli apposti lo stesso giorno della sua morte sull’Hôtel
di Rue de Grenelle, e due giorni dopo sul castello di La Ferté)
a salvare dalla dispersione, tra i centosessantadue portafogli di
manoscritti registrati nell’inventario delle sue carte, gli undici
contenenti la stesura originale dei Mémoires. Cinque anni più
tardi (1760), su ordine di Luigi XV firmato da Choiseul,
venivano addirittura messi al sicuro nell’archivio segreto del
Ministero degli Esteri, in quanto «concernant les affaires du
Roi».
Alcuni, brevissimi, frammenti dei Mémoires furono
stampati per la prima volta nel 1781, inseriti anonimamente
nelle Pièces intéressantes et peu connues, pour servir à
l’histoire [par le sieur de La Place]. Pur largamente
incompleti e scorretti, i due volumi in dodici, intitolati
Mémoires de M. le duc de Saint-Simon ou l’observateur
véridique sur le règne de Louis XIV et sur les premières
époques des règnes suivans (Londres, Parigi, 1788),
costituiscono l’editio princeps, completata l’anno dopo
(guarda caso, proprio l’89) dai quattro volumi del Supplément
aux mémoires de M. le duc de Saint-Simon… Bisognerà
aspettare il 1829 per avere un’edizione quasi completa e
fedele, stabilita sulla base del manoscritto originale, concesso
da Luigi XVIII al generale di Rouvroy, pronipote del
memorialista; ed è l’edizione che poterono leggere Sainte-
Beuve e Michelet. La prima edizione veramente scientifica è
dello Chéruel (1856-1858), mentre quella in quarantatré
volumi (con incluse le Additions al Journal di Dangeau) curata
da Arthur de Boislile e pubblicata da Hachette (1879-1923) va
considerata definitiva.
I nove capitoli dedicati a Luigi XIV

Del tutto eccezionale, nell’economia dell’opera, il taglio


panoramico dei nove2 capitoli presentati qui, dedicati al lungo
regno di Luigi XIV subito dopo il racconto della sua morte. Vi
si potrebbe accostare, semmai, ma solo per analogia
strutturale, l’interminabile excursus della Digression sur la
dignité de Grand d’Espagne, inserita nella relazione
dell’ambasciata a Madrid. Il ritmo proprio di Saint-Simon
invece è quello, incalzante, dei giorni, mesi, anni, con il loro
susseguirsi di cerimonie, feste, battaglie (sul fronte o a corte),
intrighi d’alcova o di Stato, orge, malattie, purghe, salassi,
gravidanze, funerali. Con, ad ogni morte, vertiginose fughe
all’indietro nel folto delle foreste genealogiche, e fulminei
ritratti. Saint-Simon confessa più volte che non si è mai
disabituato a scrivere velocemente. Comunque, nei suoi stessi
ritratti, la sovrabbondanza e l’imprevedibilità del reale,
diciamo pure l’inverosimiglianza del vero, sconvolgono
sempre la simmetria retorica. Se n’era già accorto Michelet,
sia pure in una prospettiva prettamente storica: «Vuole essere
sincero, vuole essere imparziale. E spesso con nobile sforzo lo
è contro la sua inclinazione. Per esempio, dopo un ritratto
astioso, desolante, di Villars, dopo molti capitoli in cui
contesta, una per una, le sue vittorie, senza preoccuparsi di
cadere in contraddizione, aggiunge con generosità una parola
che cancella tutto, ossia: i suoi piani di battaglia erano buoni e
l’esecuzione ammirevole». Mentre non a caso Proust, per
definire lo stile di Saint-Simon, si rifaceva alla crescita
irregolare di un vegetale barocco, al «ramoscello di fiori
azzurri che improvvisamente si rivela ai nostri occhi
protendendosi da una siepe rigogliosa». Ma anche nella sosta
cronologica di questi nove capitoli ispirati alla più feroce
volontà di vendetta e di denigrazione, non si finisce di stupirsi
nel leggere quante lodi, quanti teneri trasporti sfuggono alla
velenosa penna di Saint-Simon, non solo quando scrive del Re
Sole, intorno al quale le sue pagine rigirano con ossessione
quasi planetaria, ma pure a proposito della La Vallière, della
Montespan, dell’invidiatissima Maintenon, e perfino di
Louvois. Vale ripeterlo? Non l’assolutismo del sovrano pesava
a Saint-Simon, ma che il suo regno fosse «così poco suo»;
anzi, che il potere e l’intimità di tanto re (e di tanto fascino)
fossero alienati a favore di chi ne era così poco degno; diciamo
pure: a favore di tali «rivali». Da cui l’inconfondibile sapore
autobiografico, forse unico in pagine dove l’io compare così di
rado, del sogno paradossale di Saint-Simon: ricostruire per il
minuto (sulla base delle fonti più attendibili, ma anche,
soprattutto, fantasmaticamente) ogni attimo della vita di un re
che, pur non tollerando che si allontanasse dalla corte, non si
lasciava quasi mai avvicinare da lui se non in pubblico. E poco
male se, per scrupolo di esaustività, capita al duca di ripetersi;
tanto i suoi fantasmi sono al servizio della Storia: «Mi trovo,
lo confesso, tra la paura di cadere in qualche ripetizione e la
paura di non sapere spiegare abbastanza dettagliatamente tante
cose singolari che rimpiangiamo poi di non trovare nelle storie
e in quasi tutte le memorie di ogni epoca. Si vorrebbe che ci
fossero i principi con le loro amanti e i loro ministri nella vita
di tutti i giorni…».

La critica

Se si eccettuano i notevoli contributi dell’erudizione


universitaria (primi fra tutti, quelli di Yves Coirault) sollecitata
di recente dai convegni per i due centenari (’55 e ’75, morte e
nascita del duca), troppo spesso l’odierna critica saint-
simoniana, del resto tutt’altro che sovrabbondante, decade a
manieristica mimesi in punta di penna, per «happy few». Quei
pochi, appunto, ancora in grado, almeno in Francia, di
districarsi nella selva genealogica, non dico neanche dei 7.350
personaggi citati da Saint-Simon, ma della sola famiglia reale,
dei figli illegittimi e dei principi. In Francia, chi non è laureato
in Storia, l’Ancien Régime può studiarlo solo alle medie. Il
programma di Storia moderna per il concorso di ammissione
all’École normale supérieure, destinato come si sa alla
cosiddetta élite dei professori di lettere, inizia solo con la
vigilia del 1789. Durante l’ultimo convegno del ’75, il
professor Pierre Clarac, presidente della Société Saint-Simon,
confessò che in trent’anni di esercizio nelle giurie del concorso
di agrégation (cioè: abilitazione) per i professori di lettere non
era mai riuscito a fare iscrivere in programma neanche un
volume delle opere di Saint-Simon.
Eppure il più grande romanziere francese del secolo,
Marcel Proust, non ebbe più alta ambizione se non quella di
scrivere «i Mémoires di Saint-Simon» del proprio tempo.
Proust fu comunque il primo a considerare i Mémoires un
capolavoro letterario. Tutt’altra prospettiva, prima di lui, era
stata quella dei più insigni lettori: storica con Sainte-Beuve e
Michelet, politica con Stendhal (come, più tardi, con Alain).
E probabile che le prime motivazioni di Proust,
nell’avvicinarsi all’opera di Saint-Simon, non fossero tanto
letterarie quanto ispirate a quelli che lui stesso chiamava i suoi
«vizi», ossia lo snobismo, e quello che si compiaceva di
condividere con i tanti ospiti di Versailles, il cui gusto non era
«celui des femmes», per dirla con il memorialista. Ma proprio
perché, sempre secondo Proust, solo «dimenticandoli» si ha
qualche probabilità di fare rivivere nella propria opera il genio
dei capolavori più amati, ha cominciato con l’esorcizzare la
dubbia curiosità che inquinava la sua lettura di Saint-Simon,
trasferendola tutta nel personaggio di Charlus, la cui verve
paranoica risulta tanto più gustosa in quanto sembra presa a
prestito dallo stesso Saint-Simon, con irresistibili effetti
catartici, oltre che, ovviamente, parodistici. Prova ne sia
(dell’efficacia catartica, cioè, del duplice «pastiche» – di se
stesso e di Saint-Simon – rappresentato da Charlus) che la più
alta invenzione «saint-simoniana» di tutta la Recherche, e
diciamo pure la più «fedele» nella sua stessa «infedeltà», non
riguarda né l’élite del Gotha né gli eletti di Sodoma, bensì la
domestica Françoise e certa borghesissima zia del Narratore:
«A poco a poco Françoise e la zia, come il cacciatore e la
bestia, non smettevano più i tentativi di prevenire le astuzie
l’una dell’altra. Mia madre temeva che in Françoise si facesse
strada un vero odio contro la zia, che l’offendeva più
duramente le era possibile. In ogni caso Françoise sempre più
poneva alle menome parole, ai menomi gesti della zia
un’attenzione straordinaria. Quando aveva da chiederle
qualcosa, esitava a lungo sul modo da tenere. Ed espressa la
sua richiesta, osservava la zia furtivamente, studiandosi di
indovinare dalla cera del suo viso qual era il suo pensiero e la
decisione che avrebbe preso. E così – mentre qualche artista
leggendo le Memorie del secolo Diciassettesimo e volendosi
accostare al Re Sole, s’illude di raggiungere questo risultato
creandosi una genealogia che lo fa discendere da un cespite
storico, o tenendo corrispondenza con uno degli attuali sovrani
europei, volge appunto le spalle a ciò che ha il torto di voler
rintracciare sotto forme identiche e per conseguenza morte –
una vecchia signora di provincia che non faceva che obbedire
sinceramente a manie irresistibili, e a una perversità nata
dall’ozio, senz’aver mai pensato a Luigi decimoquarto vedeva
le occupazioni più insignificanti della sua giornata, che si
riferivano al suo alzarsi dal letto, alla sua colazione, al suo
sonno, acquistare per la loro singolarità dispotica un poco
dell’interesse di quel che Saint-Simon chiamava il
“meccanismo” della vita a Versailles, e anche aveva ragione di
credere che i suoi silenzi, una sfumatura di allegrezza o di
alterigia nella sua fisionomia, erano oggetto, da parte di
Françoise, di un’interpretazione altrettanto appassionata,
altrettanto timorosa, quanto lo erano il silenzio, l’allegria o
l’alterigia del re, quando un cortigiano, o anche i più nobili
signori, gli avevano consegnato una supplica alla svolta di un
viale a Versailles».3
JEAN-MICHEL GARDAIR
Il Re Sole
I

Carattere del Re

Fu un principe al quale nessuno può negare molti lati buoni,


perfino grandi, come non possono essere ignorati più
meschinità e difetti, e di cui non è possibile discernere quanto
fosse suo e quanto fittizio; in ogni caso, è rarissimo trovare
scrittori bene informati, assai difficile incontrare persone che
l’abbiano conosciuto direttamente e per esperienza in grado di
scriverne, ma nello stesso tempo abbastanza padroni di sé per
parlarne senza odio o senza adulazione e capaci di tacere se
non per dire la verità più cruda nel bene e nel male. Per la
prima parte, il lettore può contarci, per l’altra tenterò di
riuscirci allontanando in buona fede ogni passione.
Non è necessario qui parlare dei suoi primi anni. Re quasi
dalla nascita, soffocato dalla politica di una madre che voleva
governare e ancor più dall’accanito interesse di un pernicioso
ministro, che mise a repentaglio mille volte lo Stato
unicamente per cercare la propria grandezza, asservito a tale
giogo finché visse quel primo ministro, tutto ciò è una parte
della storia del regno di questo monarca che va eliminata.
Cominciò tuttavia a ergersi da sotto quel giogo. Provò l’amore,
intuì che l’ozio era nemico della gloria, tentò qualche debole
colpo di mano ora in una direzione ora in un’altra, si rese
conto di aver acquistato maggiore libertà con la morte di
Mazzarino, pur non avendo avuto abbastanza forza per
liberarsene prima. Questa fu anzi una delle svolte più belle
della sua vita, il risultato fu l’adozione di un principio che
nessuno avrebbe più potuto scrollare: l’odio per qualunque
primo ministro come per qualunque ecclesiastico del suo
Consiglio.
E da allora assunse anche un’altra massima, che però non
fu sostenuta con la stessa fermezza poiché quasi mai si accorse
che, pur tentando di applicarla, sempre gliene sfuggiva la
possibilità: governare da sé, ecco la cosa di cui si vantò di più,
per la quale venne lodato e lusingato in anticipo, ma che meno
applicò.
Nato con un’intelligenza meno che mediocre ma capace di
plasmarsi, smussarsi, affinarsi, di prendere a prestito idee da
altri senza imitarli, approfittò di aver vissuto sempre con
persone più intelligenti, uomini e donne di ogni età, di ogni
genere e di ogni condizione. Se è in tale modo che bisogna
parlare di un re ormai ventitreenne, possiamo allora dire che il
suo ingresso nel mondo fu fortunato, in mezzo a ingegni
eccellenti in ogni campo. I suoi ministri all’interno e
all’esterno erano in quel tempo i più forti d’Europa, i suoi
generali i più grandi, i loro aiutanti i migliori e divennero alla
loro scuola capitani eccezionali. I nomi degli uni e degli altri
sono passati come tali ai posteri per unanime consenso. I
moti,1 da cui la Francia era stata così furiosamente squassata
all’interno e all’estero dopo la morte di Luigi XIII, avevano
formato moltissimi uomini ora riuniti in una corte di abili e
illustri personaggi e di raffinati cortigiani.
La casa della contessa di Soissons2 era diventata il loro
sofisticato luogo d’incontro; lei, come sovrintendente della
casa della Regina, alloggiava a Parigi, alle Tuileries, dove
allora si trovava la corte, sulla quale regnava in virtù di ciò che
le rimaneva dello splendore di suo zio, il defunto cardinal
Mazzarino, ma ancora più grazie alla sua intelligenza e alla
sua abilità. In questa casa si riuniva tutti i giorni quanto c’era
di più notevole, uomini e donne che la rendevano il centro
della galanteria della corte, degli intrighi e dei maneggi
dell’ambizione; su tutto ciò influiva molto la parentela, allora
tanto considerata, apprezzata e rispettata, quanto oggi è
dimenticata. Fu in questo turbinio così importante e brillante
che il Re si gettò all’inizio, assumendo quell’aria cortese e
galante che seppe conservare per tutta la vita e che riuscì così
bene a fondere con il decoro e la maestà. Si può dire che era
adatto ad essa e che, in mezzo a tutti gli altri uomini, la sua
figura, il portamento, i modi, la bellezza e l’aspetto imponente
che prese il posto della bellezza, addirittura il suono della
voce, l’agilità, insomma la grazia naturale e maestosa di tutta
la sua persona lo fecero distinguere fino alla morte come la
regina delle api. E se fosse nato semplice privato, avrebbe
avuto ugualmente il gusto per le feste, i piaceri, la galanteria e
l’abbandono agli amori più disordinati. Sarebbe stato felice se
avesse avuto soltanto amanti come la La Vallière,3 dilaniata
dalla sua stessa passione, vergognosa di esserlo, e ancor più
dei frutti del suo amore, riconosciuti e educati contro la sua
volontà, modesta, disinteressata, estremamente dolce, buona,
in perenne lotta con se stessa, vincitrice infine sulla propria
debolezza attraverso i più crudeli effetti dell’amore e della
gelosia, contemporaneamente suo tormento e sua risorsa, da
lei saputi frenare abbastanza fra tanti dolori, per poi
allontanarsene e consacrarsi alla più rigorosa e santa
penitenza! Bisogna quindi riconoscere che il Re fu più da
compiangere che da biasimare per essersi abbandonato
all’amore e merita un elogio per aver saputo distaccarsene a
intervalli in favore della gloria.
Gli intrighi e le avventure che, nonostante fosse re,
sopportò nel vortice della contessa di Soissons, gli lasciarono
delle impressioni che diventarono funeste per essere state più
forti di lui. L’ingegno, l’elevatezza di sentimenti, il sentirsi
qualcuno, l’essere rispettato, avere un cuore nobile,
l’istruzione: tutto ciò divenne per lui sospetto e ben presto
detestabile. Più avanzò nell’età, più tale avversione si radicò.
La comunicò addirittura ai suoi generali e ai suoi ministri, i
quali la sopportavano solo per necessità, come vedremo in
seguito. Voleva regnare da solo, la sua gelosia in questo campo
raggiunse addirittura la debolezza. Regnò in effetti nelle cose
piccole, ma non poté arrivare alle grandi e perfino nelle
piccole fu spesso governato. Il primo effetto provocato dalle
redini del comando fu contrassegnato da un’impronta di
estrema durezza e di grande dabbenaggine. La prima esplose
sullo sfortunato Fouquet;4 l’altra su Colbert,5 che assunse da
solo tutto il potere delle finanze, facendogli credere che tutto
passava tra le sue mani per mezzo delle firme con cui lo
subissò, sostituendole a quelle del sovrintendente, la cui carica
era stata soppressa da Colbert stesso, poiché non vi poteva
aspirare.

Primi anni del regno

La solenne precedenza6 ceduta dalla Spagna e la completa


riparazione all’insulto fatto in quell’occasione dal barone di
Watteville al conte, poi maresciallo d’Estrades, entrambi
ambasciatori a Londra, nonché la clamorosa riparazione
conseguente all’insulto fatto al duca di Créquy,7 ambasciatore
di Francia, dal governatore di Roma, dai parenti del Papa e dai
corsi della sua guardia, furono i primi frutti di questo regno
personale.
In seguito, la morte del re8 di Spagna fece cogliere a questo
giovane principe, avido di gloria, un pretesto per una guerra da
cui le rinunce, così recenti e così accuratamente stipulate nel
contratto matrimoniale della regina, non riuscirono a
distarglielo. Marciò sulle Fiandre, dove le sue conquiste
furono rapide; il passaggio del Reno fece rumore; la Triplice
Alleanza tra Inghilterra, Svezia e Olanda non fece che
stimolarlo. Conquistò in pieno inverno tutta la Franca Contea,
con la cui restituzione, nella Pace di Aquisgrana, conservò le
conquiste delle Fiandre.
Lo Stato era florido: tutto prosperava. Colbert aveva portato
al loro punto più alto le finanze, la marina, il commercio, le
manifatture, perfino le lettere, e questo secolo, simile a quello
di Augusto, produsse a volontà uomini famosi in ogni campo,
foss’anche solo quello dei piaceri. Le Tellier9 e suo figlio
Louvois, che avevano il dipartimento della guerra, fremevano
per i successi e per il credito di Colbert e non fecero fatica a
insinuare nell’animo del Re il desiderio di una nuova guerra i
cui successi causarono un tale spavento all’Europa per cui la
Francia non ha potuto riprendersi e, dopo aver creduto di
soccombere per molto tempo, ne subirà a lungo il peso e le
sventure.

Guerra d’Olanda

Questa fu la vera causa di quella famosa Guerra d’Olanda


alla quale il Re si lasciò spingere e che il suo amore per la
marchesa di Montespan10 rese così funesto allo Stato e alla sua
gloria. Aveva già conquistato tutto, preso tutto, Amsterdam era
pronta a consegnargli le chiavi, quando il Re, cedendo
all’impazienza, lasciò l’esercito, volò a Versailles e distrusse
in un istante tutto il successo dei suoi eserciti. Pose riparo a
quel disastro con una seconda conquista della Franca Contea,
compiuta di persona, e questa volta rimase alla Francia.
Nel 1676 il Re tornò nelle Fiandre11 con Condé, e
Monsieur12 con Bouchain. Le armate del Re e del principe
d’Orange si avvicinarono così tanto e così improvvisamente
che si trovarono di fronte, allo scoperto, presso la fattoria di
Urtebise. Si poneva dunque il problema se fosse il caso di dare
battaglia, ma bisognava stabilirlo immediatamente. Monsieur
non si era ancora unito a Bouchain, ma il Re, anche senza
questi, era superiore all’esercito nemico. I marescialli di
Schomberg, d’Humières, La Feuillade, Lorge,13 ecc., si
riunirono a cavallo intorno al Re con alcuni dei più illustri
ufficiali generali e dei principali cortigiani, per tenere una
specie di consiglio di guerra. Tutto l’esercito gridava al
combattimento e tutti quei signori avevano compreso cosa
bisognava fare, ma la presenza del Re li imbarazzava e ancor
più Louvois, che, conoscendo il suo padrone, complottava da
due ore, ossia da quando si era cominciato a intravedere dove
la situazione poteva parare. Louvois, per intimidire la
compagnia, parlò per primo come relatore, per dissuadere
dalla battaglia. Il maresciallo d’Humières, suo amico intimo,
anche se in grande soggezione, e il maresciallo di Shomberg
che lo teneva in grande considerazione, furono del suo parere.
Il maresciallo di La Feuillade, senza riguardi per Louvois, ma
da favorito che sapeva perfettamente di quale parere si dovesse
essere, dopo qualche esitazione giunse alla loro conclusione.
Lorge, inflessibile nei confronti della verità, stimolato dalla
gloria del Re, sensibile al bene dello Stato, in cattivi rapporti
con Louvois sia per essere il nipote favorito di
Turenne,14 ucciso l’anno precedente, sia per essere stato fatto
maresciallo di Francia contro la volontà del ministro, e
capitano delle guardie del corpo, si mostrò, con tutte le proprie
forze, favorevole alla battaglia e ne indicò in modo talmente
chiaro le ragioni che lo stesso Louvois e i marescialli rimasero
senza replica. I pochi ufficiali di grado inferiore che
successivamente parlarono osarono ancor meno spiacere a
Louvois ma, non potendo fiaccare le ragioni del maresciallo di
Lorge, riuscirono solo a balbettare. Il Re, che ascoltava tutto,
prese nuovamente i pareri, o, piuttosto semplicemente, le
votazioni, senza far ripetere quanto ciascuno aveva detto; poi,
con poche parole di rincrescimento per vedersi trattenuto da
motivi così validi e per il sacrificio dei suoi desideri che
faceva nei confronti del vantaggio dello Stato, girò le briglia e
non si parlò più di battaglia. Il giorno seguente – e io l’ho
appreso dal maresciallo di Lorge, la verità fatta persona, da cui
l’ho sentito raccontare svariate volte, ma sempre senza
risentimento – il giorno seguente, ripeto, il Re ebbe occasione
di mandare un trombettiere ai nemici che si ritiravano. Questi
lo tennero nel loro esercito un giorno o due. Il principe
d’Orange15 volle vederlo e lo interrogò a lungo sul motivo che
aveva impedito l’attacco, dato che il Re era il più forte, i due
eserciti vicinissimi l’uno all’altro, in aperta campagna e senza
nulla che si frapponesse fra i due. Dopo averlo fatto parlare
davanti a tutti, gli disse, con un sorriso malizioso, per
mostrargli di essere abbastanza informato e per fare dispetto al
Re, di non mancare di riferire al maresciallo di Lorge che
aveva avuto ragione a sostenere con tenacia di volere battaglia;
che lui mai l’aveva scampata così bella, e che mai era stato
così felice di avere evitato di battersi, dato che sarebbe stato
battuto senza risorsa e senza poterlo evitare se fosse stato
attaccato, e in poche parole si mise a spiegare i motivi. Il
trombettiere, tutto orgoglioso per aver avuto con il principe
d’Orange un colloquio così lungo e singolare, lo riferì non solo
al maresciallo di Lorge, ma al Re, che volle vederlo sul
momento, quindi ai marescialli, ai generali e a chiunque
volesse ascoltarlo, aumentando così la rabbia dell’esercito,
mentre rese un grande favore a Louvois. Quello sbaglio, anzi
quel tipo di sbaglio, fece anche troppa impressione sulle
truppe e diede luogo a crudeli motteggi nel mondo e nelle corti
straniere. Il Re non rimase con l’esercito, nonostante fosse
soltanto maggio, e se ne tornò a trovare la sua amante.
L’anno seguente ritornò nelle Fiandre e prese Cambray; nel
frattempo Monsieur assediava Saint-Omer. Si trovò di fronte il
principe d’Orange, che veniva in soccorso della piazzaforte,
gli diede battaglia vicino a Cassel e riportò una vittoria
completa, prese subito Saint-Omer e andò a raggiungere il Re.
Il contrasto con la propria lentezza fu così evidente che mai in
seguito diede il comando di un esercito a Monsieur. Ogni
forma esteriore fu perfettamente osservata, ma fin da quel
momento la decisione venne presa e poi sempre ben osservata.
L’anno seguente il Re in persona assediò Gand, il cui piano di
battaglia costituì il capolavoro di Louvois. La Pace di
Nimega16 pose fine quell’anno alla guerra contro l’Olanda, la
Spagna, ecc., e, all’inizio dell’anno successivo, contro
l’Imperatore e l’Impero. L’America, l’Africa, l’Arcipelago, la
Sicilia risentirono molto della potenza della Francia e, nel
1684, il Lussemburgo fu il prezzo degli indugi spagnoli per
l’adempimento di tutte le condizioni della pace. Genova
bombardata si vide costretta a venire a domandare la pace
tramite il doge17 in persona, accompagnato da quattro senatori
all’inizio dell’anno seguente. Poi, fino al 1688, il Re occupò il
tempo nel gabinetto, meno in feste che in devozione e in
obblighi. Qui termina l’apogeo di quel regno e il suo apice di
gloria e prosperità. I grandi capitani, i grandi ministri
all’interno e all’estero non c’erano più, ma restavano i loro
allievi. Vedremo il secondo periodo, che non corrispose affatto
al primo, ma fu ancora più diverso dall’ultimo.
Origine della guerra contro il Palatinato

La guerra del 1688 ebbe una strana origine, il cui aneddoto,


sicuro e al tempo stesso strano, serve a caratterizzare così bene
il Re e il suo ministro Louvois che deve essere qui raccontato.
Louvois, alla morte di Colbert, aveva avuto la sovrintendenza
delle costruzioni. Il piccolo Trianon di porcellana, fatto un
tempo per la Montespan, infastidiva il Re, che voleva palazzi
dappertutto. Si divertiva molto con le costruzioni. Aveva come
un compasso negli occhi per la precisione, le proporzioni e la
simmetria, ma non altrettanto gusto, come vedremo altrove.
Quell’architettura era appena uscita dalla terra, quando il Re si
accorse di uno sbaglio in una finestra che stava per essere
terminata lungo il pianterreno. Louvois, violento per natura e
inoltre viziato al punto di sopportare con difficoltà di essere
ripreso dal suo padrone, si mise a discutere in modo fermo e
deciso, sostenendo che la finestra era perfetta. Il Re voltò le
spalle e andò a passeggiare altrove nell’edificio. Il giorno dopo
il Re trovò Le Nôtre,18 buon architetto, famoso soprattutto per
i giardini da lui introdotti in Francia e portati al massimo
splendore. Il Re gli domandò se era stato a Trianon, lui rispose
di no. Il Re gli spiegò il motivo del suo fastidio dicendogli di
recarsi là. L’indomani, stessa domanda, stessa risposta; il
giorno dopo altrettanto. Il Re comprese che Le Nôtre non
osava esporsi a dare torto a lui o a biasimare Louvois. Si ritirò
ordinandogli di trovarsi l’indomani a Trianon quando ci
sarebbe andato anche lui e lì avrebbe fatto venire Louvois.
Non ci fu più modo per tirarsi indietro. Il giorno seguente il Re
li trovò tutti e due a Trianon. Si parlò subito della finestra,
Louvois si mise a discutere, Le Nôtre non pronunciava parola.
Quindi il Re gli ordinò di tirare le linee, di prendere le misure
e riferirgli poi cosa aveva trovato. Mentre questi era intento al
lavoro, Louvois, furibondo per quella verifica, brontolava ad
alta voce e sosteneva con asprezza che la finestra era in tutto
simile alle altre. Il Re taceva e ascoltava, ma sopportava.
Quando tutto fu ben esaminato, chiese a Le Nôtre cosa gliene
sembrasse, ma questi prese a balbettare. Il Re andò in collera e
gli ordinò di esprimersi chiaramente. Allora Le Nôtre
confermò che il Re aveva ragione e indicò lo sbaglio trovato.
Non aveva ancora terminato quando il Re, girandosi verso
Louvois, gli disse che la sua caparbietà era insopportabile, che
se non fosse intervenuto lui, si sarebbe costruito in modo
sbagliato e sarebbe stato necessario abbattere il tutto, non
appena terminata la costruzione; in poche parole, gli diede una
forte lavata di capo. Louvois, indignato per questa uscita e per
il fatto che si fosse svolta alla presenza di cortigiani, operai e
valletti, tornò a casa furente. Lì trovò Sain-Pouenge, Villacerf,
il cavaliere di Nogent, i due Tilladet e qualche altro amico
fedele e intimo, che si preoccuparono di vederlo in quello
stato. «È fatta», disse, «ho perso il favore del Re, dal momento
che mi ha trattato così per una finestra. L’unica risorsa è una
guerra che lo distragga dai suoi palazzi rendendomi
indispensabile e per…! L’avrà». Infatti, pochi mesi dopo
mantenne l’impegno e, contro il volere del Re e delle altre
potenze, la rese generale. Questa portò alla rovina la Francia
all’interno, non la fece ingrandire al di fuori, nonostante la
potenza dell’esercito, e produsse, al contrario, avvenimenti
vergognosi.
Fra tutti, quello che si abbatté con maggiore forza sul Re fu
la sua ultima campagna durata un solo mese. Nelle Fiandre
aveva due eserciti formidabili, superiori perlomeno del doppio
a quelli dei nemici che invece ne avevano uno solo. Il principe
d’Orange si era accampato nell’abbazia di Parc, il Re si
trovava a una sola lega, mentre Luxembourg19 con l’altro
esercito a mezza lega, e nessun ostacolo si frapponeva fra i tre
eserciti. Il principe d’Orange era talmente circondato che si
riteneva senza scampo nei trinceramenti da lui fatti alzare con
rapidità intorno al campo e talmente perduto che lo comunicò
quattro o cinque volte a Vaudémont, suo amico intimo a
Bruxelles, non vedendo alcuna speranza di poter scappare, né
di salvare il suo esercito. Niente lo separava dalle truppe del
Re, a eccezione di quei deboli trinceramenti, e niente sarebbe
stato più facile e più sicuro che forzarli con uno dei due
eserciti ottenendo la vittoria con l’altro riposato, dato che tutti
e due erano al completo, indipendenti l’uno dall’altro,
abbondantemente equipaggiati di viveri e di artiglieria. Erano i
primi di giugno, e quanto avrebbe fatto sperare una tale
vittoria all’inizio della campagna! Così lo stupore fu enorme e
generale in tutti e tre gli eserciti, quando si apprese che il Re si
ritirava e costituiva due grossi distaccamenti con quasi tutto
l’esercito da lui personalmente comandato: uno per l’Italia,
l’altro per la Germania al comando di Monseigneur.
Luxembourg, convocato dal Re, il mattino della vigilia della
partenza, per metterlo a conoscenza di quelle nuove
disposizioni, si gettò in ginocchio e gli abbracciò a lungo le
gambe per dissuaderlo, mostrandogli la facilità, la sicurezza e
la grandezza del successo se avesse attaccato il principe
d’Orange. Riuscì solo a infastidirlo, tanto più che il Re non
ebbe neppure una parola da opporgli. Nei due eserciti si creò
uno scoramento tale che è impossibile descriverlo. C’ero
anche io. Perfino i cortigiani, di solito così felici di tornare a
casa, non riuscirono a trattenere il loro dolore, che in ogni
occasione si manifestò apertamente, come anche la sorpresa, e
in entrambi i casi fecero seguito spiacevoli considerazioni.
Il Re partì l’indomani per raggiungere la Maintenon e le
dame e con loro ritornò a Versailles, per non rivedere più la
frontiera né gli eserciti, salvo che per suo piacere e in tempo di
pace. La vittoria di Neerwinden20 riportata da Luxembourg sei
settimane dopo sul principe d’Orange, il quale, in modo
prodigioso, avvalendosi delle condizioni naturali e delle
cognizioni tecniche, in una sola notte, si era trincerato con
accanimento, rinnovò nuovi dolori e discorsi, tanto più che la
posizione dell’abbazia di Parc era completamente diversa da
quella di Neerwinden, e noi non avevamo le stesse forze, ma
soprattutto perché, nonostante fossimo privi di viveri e di un
equipaggiamento sufficiente di artiglieria, quella vittoria poté
essere conseguita. Per concludere l’argomento tutto in una
volta, si venne a sapere che il principe d’Orange, avvertito
della partenza del Re, aveva mandato a dire a Vaudémont
come lui ne avesse avuto notizia da fonte bene informata che
mai gli aveva detto il falso, ma che, quella volta, non aveva
potuto prestarvi fede né abbandonarsi alla speranza, così,
tramite un secondo corriere, aveva appurato che la notizia era
vera, ossia che il Re partiva e che era proprio alla sua
confusione e cecità che lui doveva una liberazione così
insperata. La cosa singolare è che Vaudémont, stabilitosi molto
tempo dopo nella nostra corte, lo ha spesso raccontato agli
amici, anche in gruppo, e addirittura nel salone di Marly.
La pace che seguì a quella guerra, alla quale il Re e lo Stato
da molto tempo sospiravano senza altre possibilità di scampo,
fu vergognosa. Si dovette accettare tutto ciò che volle il duca
di Savoia21 per fargli abbandonare i suoi alleati e addirittura
riconoscere il principe d’Orange quale re d’Inghilterra, dopo
così tanti sforzi, odio e disprezzo personale, e inoltre ricevere
Portland, suo ambasciatore, come una specie di divinità. La
nostra avventatezza ci costò il Lussemburgo e l’ignoranza
militare dei nostri plenipotenziari, assolutamente non informati
dal governo, diede ai nemici grandi vantaggi nella
determinazione delle frontiere. Fu la Pace di Ryswick,
conclusa nel settembre del 1697. L’inattività delle armi durò
solo tre anni, durante i quali provammo la sofferenza di dover
restituire paesi e piazzeforti che avevamo conquistato, oltre
all’oneroso costo della guerra. Qui termina il secondo periodo
di questo regno.
Il terzo iniziò con un trionfo di gloria e di inaudita
prosperità. Ma fu di breve durata. Il tempo inebriò e preparò
strane sventure, la soluzione delle quali è stata una specie di
miracolo. Altre sventure accompagnarono e condussero il Re
alla tomba, felice se fosse sopravvissuto di pochi mesi alla
presa del potere dell’intera monarchia spagnola, avvenuta
senza colpo ferire, da parte di suo nipote. Quest’ultimo
periodo è ancora abbastanza vicino a noi, per cui non c’è
ragione di dilungarsi. Ma questa descrizione succinta del regno
del defunto Re era indispensabile per comprendere meglio
quanto stiamo per dire sulla sua persona, con la
raccomandazione di ricordarsi quanto in proposito si trova tra
le pagine di queste Memorie, e di non provare fastidio se si
trovano ripetizioni, necessarie per raccogliere e formare
meglio un tutto.
Ignoranza del Re

Bisogna ripeterlo ancora. L’ingegno del Re era meno che


mediocre, capacissimo però di formarsi. Amò la gloria, volle
l’ordine e la regola. Era riservato, prudente, moderato, padrone
dei suoi movimenti e della sua lingua. Lo si crederà? Era nato
buono e giusto, e Dio gli aveva concesso abbastanza doti per
essere un buon re e forse anche un re abbastanza grande. Tutto
il male gli derivò dagli altri. L’educazione dei suoi primi anni
fu talmente trascurata che nessuno osava avvicinarsi al suo
appartamento. Spesso lo si è sentito parlare con amarezza di
quei tempi, addirittura raccontava che una sera lo avevano
trovato dentro la vasca del giardino del Palais Royal a Parigi,
dove allora la corte risiedeva. In seguito la sua sottomissione
fu completa. A malapena gli insegnarono a leggere e a
scrivere; rimase talmente ignorante che non seppe mai nulla
sulle nozioni più conosciute di storia, di avvenimenti, di
fortune, comandi, nascite, leggi. Cadde, per questa lacuna, e
talvolta in pubblico, nelle più grossolane assurdità. Una volta,
mentre La Feuillade compiangeva proprio in sua presenza il
marchese di Renel – morto in seguito con il grado di
luogotenente generale e maestro di campo generale della
cavalleria – perché non era stato creato cavaliere dell’Ordine
nel 1661, il Re fece finta di nulla, poi disse, con irritazione,
che bisognava pure meritarlo. Renel apparteneva alla famiglia
Clermont-Gallerande ossia d’Amboise e il Re, che poi non è
mai stato sottilissimo sull’argomento, lo credeva un
avventuriero. Dello stesso casato era Monglat, capo del
guardaroba, da lui ben trattato, creato cavaliere dell’Ordine del
1661 e autore di ottime memorie. Monglat aveva sposato la
figlia del figlio del cancelliere di Cheverny. Il loro unico
discendente portò tutta la vita il nome di Cheverny, di cui
aveva la terra. Passò la vita a corte, e ne ho parlato qualche
volta, o con incarichi all’estero. Il nome Cheverny ingannò il
Re, che lo considerò un uomo da niente, infatti non ebbe
alcuna carica e non poté essere cavaliere dell’Ordine. Il caso
fece ricredere il Re verso la fine della sua vita. Saint-Hérem,
che da sempre era stato capo delle cacce reali, poi governatore
e capitano di Fontainebleau, non poté divenire cavaliere
dell’Ordine; il Re, che lo sapeva cognato di Caurtin,
consigliere di Stato, da lui ben conosciuto, lo considerava per
questo assolutamente senza importanza. Apparteneva ai
Montmorin, ma il Re lo seppe solo molto più tardi da La
Rochefoucauld. Fu di nuovo necessario spiegargli quali erano
queste casate, perché il loro nome non gli diceva nulla. Da ciò
potrebbe sembrare che il Re avesse amato la grande nobiltà e
non volesse renderla pari ad altri: niente è meno vero. La sua
avversione per la nobiltà dei sentimenti e la sua debolezza per
i ministri, i quali, per innalzarsi, odiavano e denigravano tutto
ciò che loro non erano e non potevano essere, gli avevano
causato la stessa avversione per la nascita illustre. La temeva
come temeva l’intelligenza e, se per caso queste due qualità si
trovavano riunite in uno stesso soggetto e venivano da lui
scoperte, per lui era finita.

Ministri e cortigiani

Appena assunse il potere, ministri, generali, amanti e


cortigiani si resero conto più del suo debole che della sua
preferenza per la gloria. A gara lo lodarono e lo rovinarono. Le
lodi, diciamo meglio le adulazioni, gli piacevano a tal punto
che le più grossolane erano ben accolte e le più smaccate ancor
meglio apprezzate. Solo così era possibile avvicinarlo e coloro
che lui amò lo dovettero solamente al fatto di averlo incontrato
in modo felice e di non essersi mai stancati di lodarlo. Fu
proprio ciò a dare tanta autorità ai suoi ministri, attraverso le
continue occasioni che avevano di incensarlo, soprattutto di
attribuirgli tutto, mostrandogli di aver appreso ogni cosa da
lui. L’arrendevolezza, la cortigianeria, l’aria ammirata,
sottomessa, strisciante, soprattutto l’aria di essere nulla se non
grazie a lui, erano le uniche maniere per ingraziarselo. Per
poco che uno se ne allontanasse, perdeva ogni favore e fu
proprio ciò a completare la rovina di Louvois. Questo veleno
non fece che aumentare. Raggiunse un punto incredibile in un
principe che non era sprovvisto di acume ed era dotato di
esperienza. Lui stesso, non avendo né voce né orecchio,
cantava in privato le parti dei prologhi delle opere che più lo
lodavano, e addirittura nei pranzi pubblici del «grande
apparato»,22 dove talvolta c’erano i violini, lo si vedeva
raggiante canticchiare a mezza voce proprio quelle lodi
quando venivano suonate le arie corrispondenti.
Da qui il desiderio di gloria che a intervalli lo strappava
all’amore, da qui la facilità per Louvois di tenerlo occupato in
grandi guerre, ora per rovesciare Colbert, ora per riuscire a
mantenere o ad aumentare il proprio potere, convincendolo
che lui era il più grande di tutti i suoi generali sia nella
preparazione dei piani sia nella loro esecuzione pratica, in cui
gli stessi generali lo aiutavano per riuscire graditi al Re. Mi
riferisco ai Condé, ai Turenne, e a maggior ragione a tutti i
loro successori. Si appropriava di tutto con una facilità e una
cortesia che sbalordiva in uno come lui ed era convinto di
essere come lo descrivevano quando gli rivolgevano la parola.
Da qui il gusto per le riviste, che spinse a tal punto da venire
chiamato dai suoi nemici «il re delle riviste»; il gusto per gli
assedi, dove aveva occasione di mostrare il suo coraggio a
buon mercato, dove rimaneva trattenuto a forza e sfoggiava
capacità, accortezza, attenzione vigile, fatiche cui il suo corpo
robusto e molto ben conformato era adatto in maniera
eccezionale, senza mai soffrire fame, sete, freddo, caldo,
pioggia né qualsiasi intemperia. Era anche sensibile
all’ammirazione che suscitava negli accampamenti il suo
aspetto maestoso, l’aria solenne, l’agilità a cavallo e tutte le
sue gesta. Le campagne e le truppe erano gli argomenti con cui
intratteneva di più le amanti e talvolta i cortigiani. Parlava
bene, con proprietà di linguaggio, e riusciva a raccontare
aneddoti o racconti meglio di qualsiasi altro uomo. I suoi
discorsi, anche i più comuni, non erano mai privi di una
maestà naturale ed evidente.
Il suo spirito, per natura portato verso le cose minori, si
dilettò con ogni tipo di dettagli. Soprattutto si interessò a quelli
relativi alle truppe: divise, armamenti, manovre, esercizi,
disciplina, in poche parole ogni tipo di insignificante
particolare. La stessa attenzione la rivolgeva alle costruzioni,
al personale civile, alle innovazioni culinarie. Era convinto di
insegnare sempre qualcosa a quelli che sull’argomento ne
sapevano di più, i quali da parte loro ricevevano, fingendosi
alle prime armi, lezioni che da molto tempo conoscevano a
memoria. Tali perdite di tempo, che al Re sembravano degne
di meritare una continua applicazione, costituivano il trionfo
dei suoi ministri, i quali, aggirandolo con neppure molta abilità
ed esperienza, facevano apparire come derivanti da lui quanto
loro stessi volevano, e governavano le cose importanti secondo
le loro mire, troppo spesso secondo il loro interesse,
rallegrandosi di vederlo immerso in quei dettagli. La vanità e
l’orgoglio, che andavano sempre aumentando e venivano
alimentati e accresciuti in lui continuamente, senza che
neppure se ne rendesse conto, addirittura in sua presenza dai
predicatori dal pulpito, diventarono la base dell’esaltazione dei
suoi ministri, al di sopra di qualsiasi altra grandezza. Grazie
alla loro abilità, era convinto che la loro grandezza non fosse
altro che la sua, la quale, essendo al massimo in lui, superava
ogni misura, mentre, di riflesso, attraverso i ministri
accresceva lui in maniera evidente, poiché loro erano niente
senza di lui; inoltre, era anche utile perché rendeva più degni
di rispetto gli organi dei suoi comandi, facendoli obbedire
meglio. Ed ecco perciò i segretari di Stato e successivamente i
ministri lasciare il mantello, poi il bavarino, poi l’abito nero,
quindi quello unito, non ricercato, modesto, per vestirsi come
le persone di rango, e inoltre assumerne i modi, i vantaggi e
per gradi arrivare ad essere ammessi a mangiare con il Re; e le
loro mogli, dapprima con pretesti personali, come la signora
Colbert molto prima della signora di Louvois, infine tutte,
qualche anno dopo, per diritto derivante dalla posizione dei
mariti, mangiare e accedere nelle carrozze e non essere in
nulla diverse dalle dame dell’alta nobiltà. Di questo passo
Louvois, con diversi pretesti, tolse gli onori civili e militari nei
presidi e nelle province a coloro ai quali non erano mai stati
messi in discussione prima, addirittura cessando di scrivere
loro «monsignore»23 come si era sempre fatto. Per caso ho
conservato tre lettere di Colbert, allora controllore generale,
ministro di Stato e segretario di Stato, indirizzate a mio padre
a Blaye, che, sia nella busta sia nell’interno, riceveva il
trattamento di «monsignore» e che il duca di Borgogna, cui le
mostrai, vide con grande piacere. Turenne, nel lustro in cui
allora si trovava, riuscì a mantenere il rango di principe nelle
lettere, salvando così, oltre ai Lorena e ai Savoia, anche la sua
famiglia, che aveva avuto quel titolo dal cardinale Mazzarino.
Invece i Rohan non l’hanno mai potuto ottenere e forse è
l’unica cosa in cui non è servita la bellezza della principessa di
Soubise, ma in seguito sono stati più fortunati. Turenne salvò
anche gli onori militari dei marescialli di Francia, così per sé
conservò le due distinzioni. Immediatamente dopo, Louvois si
attribuì ciò che aveva sottratto a gente ben più importante di
lui e lo elargì ad altri segretari di Stato. Usurpò gli onori
militari senza che le truppe né alcun altro osassero negare al
suo potere di innalzare o distruggere chi riteneva degno;
pretese che tutti coloro che non fossero duchi o ufficiali della
Corona o che non avessero il rango di principe straniero né lo
sgabello di grazia24 gli scrivessero «monsignore» e lui
rispondeva firmandosi «umilissimo e affezionatissimo
servitore», mentre l’ultimo dei relatori dei consigli di Stato o
un consigliere di Parlamento gli scriveva «signore» senza aver
mai preteso di cambiare questo uso. All’inizio si levò un
grande clamore: gli appartenenti all’alta nobiltà, i cavalieri
dell’Ordine, i governatori, i luogotenenti generali delle
province e di conseguenza la piccola nobiltà e i luogotenenti
generali dell’esercito rimasero enormemente offesi da una
novità così sorprendente e strana. I ministri avevano saputo
convincere il Re ad abbassare quanto c’era di elevato e che il
rifiutare questo trattamento sarebbe stato come disprezzare la
sua autorità e il suo favore, di cui loro erano gli organi, dal
momento che, senza di lui, erano niente. Il Re, sedotto da quel
preteso riflesso di grandezza sulla sua persona, si spiegò in
modo assai duro a tale proposito: o ci si piegava a questo
nuovo stile o si lasciava il servizio; e coloro che se ne
andavano e quelli che non servivano cadevano nell’aperta
disgrazia del Re e nella persecuzione dei ministri, le cui
occasioni non sarebbero mancate. Diverse persone autorevoli
che non prestavano servizio e diversi comandanti di gran
merito dell’alta nobiltà preferirono rinunciare a tutto e perdere
la loro fortuna, che in effetti persero, e per la maggior parte fu
ancora peggio, ma in un intervallo di tempo abbastanza vicino
nessuno fece più la minima difficoltà sull’argomento. Perciò
l’autorità personale ed eccezionale dei ministri venne portata
al culmine perfino in campi non inerenti agli ordini e al
servizio del Re con il pretesto che si trattava della sua autorità;
e così quel grado di potenza che usurparono, nonché le
immense ricchezze e i matrimoni che poterono permettersi a
loro scelta.
Per quanto i ministri fossero nemici tra loro, il comune
interesse li teneva legati saldamente su questi argomenti, e
quello splendore usurpato su tutto il resto dello Stato durò
quanto il regno di Luigi XIV. Se ne vantava, ma non era meno
geloso di loro: voleva la grandezza a patto che fosse
emanazione della sua. Ogni altra forma di grandezza gli era
diventata odiosa. Aveva al riguardo un’irritazione
incomprensibile, come se le dignità, le cariche, gli impieghi
con le relative funzioni, distinzioni, prerogative non
provenissero da lui come le cariche di ministri e di segretario
di Stato, le uniche che lui considerava di sua competenza e
pertanto di prima importanza, mentre abbatteva tutto il resto
sotto i loro piedi. Un’altra vanità personale lo spinse ancora in
questa direzione. Capiva bene di poter schiacciare un signore
sotto il peso della sua disgrazia, senza però riuscire ad
annientarlo, e neppure i suoi; invece, facendo crollare un
segretario di Stato dal suo posto o un altro ministro dello
stesso genere, rituffava lui e tutti i suoi nella profondità del
niente, da dove quella carica l’aveva tirato fuori, e neppure le
eventuali ricchezze accumulate potevano rialzarlo da quel non-
essere. Proprio per questo si compiaceva di far regnare i
ministri sui sudditi più elevati, sui principi di sangue come
sugli altri e su quanti non avevano né rango, né carica reale per
grandezza e autorità superiore a loro. Ed è proprio per questo
che fece sempre allontanare dal governo qualsiasi persona che
potesse avere una posizione tale che il Re non poteva né
distruggere né conservare: ciò, infatti, avrebbe reso un
ministro del genere in qualche modo temibile e continuamente
di peso; per cui l’esempio del duca di Beauvillier25 fu l’unica
eccezione in tutto il corso del suo regno, come è stato notato a
proposito di questo duca. Fu l’unico nobile ammesso nel
Consiglio dalla morte del cardinale Mazzarino fino alla sua,
ossia per cinquantaquattro anni, perché, a parte quanto ci
sarebbe da dire sul maresciallo di Villeroy, i pochi mesi in cui
rivestì quella carica, dalla morte del duca di Beauvillier a
quella del Re, non possono essere considerati e suo padre non
è mai entrato nel Consiglio di Stato. Da ciò, ancora, la gelosia
così piena di precauzioni dei ministri che rese il Re così restio
ad ascoltare mai altri che loro, mentre lui era convinto di
essere facilmente accessibile a tutti, ma credeva che ne
avrebbero risentito la sua grandezza, venerazione e timore, con
cui si compiaceva di prostrare le persone più importanti, se si
fosse lasciato avvicinare in modo diverso se non di passaggio.
Così, tanto il gran signore quanto il membro del ceto più basso
parlavano liberamente al Re mentre lui si recava o tornava
dalla messa, quando andava da un appartamento a un altro o
nel momento in cui stava per salire in carrozza (i più
ragguardevoli e anche qualche altro alla porta del suo
gabinetto, ma senza osare seguirlo). A ciò si limitava la sua
facilità di accesso. Così non ci si poteva rivolgere a lui che in
due parole, in maniera assai scomoda e sempre ascoltati da
quanti circondavano il Re; oppure, se si era in maggiore
intimità, si poteva parlargli nella parrucca, il che non era certo
più vantaggioso. La risposta era un «Vedrò», utile in verità per
prendere tempo, ma spesso non molto soddisfacente. Tutto,
quindi, passava tramite i ministri, senza che potessero esserci
mai chiarimenti, il che li rendeva padroni di tutto e il Re o non
se ne accorgeva o lo voleva proprio. Niente era più raro che
sperare udienze nel suo gabinetto, neppure per le faccende cui
era stato dato da lui un apposito incarico. Mai, per esempio, a
coloro che venivano inviati o ritornavano da incarichi
all’estero, mai a un ufficiale generale, fatta eccezione per
alcuni casi particolarissimi, e ancora, ma molto di rado, a
coloro che erano stati incaricati di quei dettagli militari in cui
il Re tanto si compiaceva; udienze brevi ai generali delle
armate in partenza e in presenza del segretario di Stato per la
guerra, ancora più brevi al loro ritorno, talvolta né alla
partenza né al ritorno. Mai le loro lettere potevano andare
direttamente al Re senza essere passate prima attraverso il
ministro, se si eccettuano alcune occasioni infinitamente rare,
e, verso la fine, solamente Turenne il quale, in completo
disaccordo con Louvois, splendente di gloria e della più alta
considerazione, indirizzava i suoi dispacci al cardinale di
Bouillon,26 che li rimetteva direttamente al Re, ma non per
questo non venivano visti in seguito dal ministro col quale
ordini e risposte erano concertati. Tuttavia, la verità è che, per
quanto il Re fosse guastato dalla sua grandezza e autorità, che
avevano soffocato in lui ogni altra considerazione, si ricavava
sempre un vantaggio dalle sue udienze, quando si fosse riusciti
a ottenerle e ci si fosse saputi comportare con tutto il rispetto
dovuto alla presenza del Re e all’etichetta. Oltre a quanto ho
saputo da altri, posso parlarne per esperienza. A suo tempo, si
è visto come avessi ottenuto, addirittura usurpato, delle
udienze forzando il Re, che era molto in collera nei miei
confronti, ma ci siamo sempre lasciati lui persuaso e io
contento di me stesso, come fece notare poi sia a me sia ad
altri. Pertanto posso parlare anche delle udienze che talvolta si
potevano ottenere, sulla base della mia esperienza personale.
In questo caso, per quanto fosse prevenuto, per quanto fosse
convinto, ascoltava con pazienza, con bontà, con desiderio di
illuminarsi e istruirsi, interrompeva solo per riuscire a
comprendere meglio. Si scopriva così in lui uno spirito di
equità e un desiderio di conoscere la verità nonostante talvolta
fosse in collera. Ciò durò fino alla fine della sua vita. In
quell’occasione era possibile dire tutto, purché, ancora una
volta, con rispetto, sottomissione, dipendenza, senza cui ci si
sarebbe rovinati maggiormente; ma con questa formula, ossia
dicendo la verità, era possibile a propria volta interrompere il
Re, negare con fermezza i fatti da lui riferiti, alzare nella
conversazione il tono al di sopra del suo e tutto ciò non solo
senza che lui lo trovasse disdicevole, ma con la conseguenza
che si rallegrava per l’udienza concessa e per colui che l’aveva
ottenuta, abbattendo i pregiudizi assunti o le falsità imposte,
facendolo notare in seguito con il suo comportamento. Così i
ministri avevano grande cura di ispirare al Re avversione a
concederne, riuscendoci perfettamente come in tutto il resto.
Le cariche vicine alla persona del Re erano così considerevoli
e coloro che le ricoprivano così considerati, anche dagli stessi
ministri, proprio per quella facilità che avevano di parlare tutti
i giorni al Re da soli, senza spaventarlo, con un’udienza che
veniva sempre resa pubblica, ottenendola con sicurezza e
senza rendersene conto, quando ne avevano bisogno. Per
questa precisa ragione, soprattutto le «grandi
entrate» costituivano il massimo dei favori, ancora di più di
27

qualsiasi distinzione, ed è ciò che, nelle grandi ricompense dei


marescialli di Boufflers28 e di Villars,29 li fece mettere sullo
stesso piano dei pari di Francia e concesse il diritto di
successione negli incarichi per i loro figli ancora giovani, in un
tempo in cui il Re non concedeva più niente a nessuno.
È quindi a ragione che dobbiamo deplorare, piangendo, il
ribrezzo per un’educazione unicamente indirizzata a soffocare
lo spirito e il cuore di questo principe, il veleno abominevole
dell’adulazione più smaccata che lo deificò nel seno stesso del
cristianesimo e la crudele politica dei suoi ministri che lo
imprigionò; questi, per la propria grandezza, potenza e
ricchezza, lo inebriarono con la sua autorità, la sua grandezza,
la sua gloria, fino ad alterare e spegnere in lui, se non
completamente, la bontà, l’equità, il desiderio di conoscere la
verità che Dio gli aveva concesso, o quantomeno l’attenuarono
quasi del tutto e incessantemente gli impedirono di mettere in
uso quelle virtù, di modo tale che il suo regno e lui stesso ne
furono le vittime. Da queste prime cause esterne e pestifere gli
derivò quell’orgoglio per cui non è troppo dire che, senza la
paura dell’inferno lasciatagli da Dio perfino nei più grandi
disordini, si sarebbe fatto adorare e avrebbe trovato degli
adoratori, come possono provare, fra l’altro, quei monumenti a
dir poco eccessivi quali la statua nella Place des Victoires e
quella cerimonia dedicatoria di carattere pagano, alla quale
assistetti, da cui lui trasse un piacere così squisito, e da tale
orgoglio derivò tutto il resto che lo fece perdere, di cui
abbiamo visto tanti effetti funesti e altri ancora ne troveremo
di più funesti.
II

Louvois

Fu proprio quell’orgoglio, così ben indirizzato da Louvois,


a spossare il regno con guerre e fortificazioni innumerevoli. La
guerra dei Paesi Bassi, sorta in occasione della morte di
Filippo IV e dei diritti della regina, sua figlia, formò la
Triplice Alleanza. La Guerra d’Olanda, nel 1670, gettò nel
terrore l’Europa intera per il successo ottenuto dal Re, cui
rinunciò preferendo l’amore. Questa guerra diede nuova vita al
partito del principe d’Orange, distrusse il partito repubblicano,
diede alle Province Unite il capo più pericoloso per capacità,
mire, tenacia e alleanze, il quale, a causa del superbo rifiuto
nei confronti della primogenita e della meno vergognosa delle
figlie illegittime reali,1 colpì il Re talmente nel vivo da non
riuscire mai, in seguito, a ingraziarselo, nonostante
l’ininterrotta serie di ossequi, di desideri esauditi, di tentativi.
Per l’esasperazione di quell’affronto, divenne il suo nemico
più personale e temuto, sapendo però trarne portentosi
vantaggi, benché fosse sempre sfortunato nella guerra contro
di lui.
La prova fu la famosa Lega di Augusta,2 formata dal
principe d’Orange in seguito al terrore della potenza della
Francia, la quale nutriva però dentro di sé un nemico più
crudele. Ossia Louvois, autore e anima di tutte quelle guerre,
sia perché ne aveva il ministero sia perché, geloso di Colbert,
voleva rovinarlo dissanguando le finanze e mettendolo in
difficoltà. Colbert, troppo debole per riuscire a impedire la
guerra, non volle cedere; così, alla fine di un’amministrazione
assennata ma eccessiva, non potendo immaginare altre risorse,
arrivò ad abbattere gli antichi e venerabili princìpi per cui la
rovina divenne necessariamente quella dello Stato e lo ridusse
a poco a poco a quel cumulo di sventure che tanto hanno
spossato i privati cittadini, dopo aver rovinato il regno. È
quanto produssero le fortificazioni e gli eserciti innumerevoli,
che, in un primo momento, sopraffecero i nemici, per poi
insegnare loro ad avere eserciti altrettanto numerosi dei nostri;
d’altronde, la Germania e il Nord erano inesauribili riserve di
uomini, mentre la Francia se ne spopolò.
Fu proprio quella gelosia a far distruggere completamente
la marina, appunto perché era stata fiorente sotto Colbert e suo
figlio, in un regno protetto da due mari, impedendo
l’esecuzione dell’assennato progetto di un porto a La Hougue
che avrebbe assicurato un rifugio nella Manica: gravissimo
errore che, molti anni dopo, costò alla Francia, invece di La
Hougue, la perdita di una numerosa flotta, finalmente rimessa
in mare con tante spese, annientando così la marina e non
lasciandole il tempo, dopo essere stata risollevata a tale
prezzo, di riprendere le attività commerciali che, spente fin
dalla prima volta da Louvois, costituiscono la fonte delle
ricchezze e sono, per così dire, l’anima di uno Stato situato in
una posizione così felice fra i due mari. Quella stessa gelosia
di Louvois nei confronti di Colbert fece trascurare al Re i
trattati commerciali, la cui pratica continua veniva considerata
dal cardinale di Richelieu così necessaria quanto la marina e il
commercio, perché tutte e tre erano nelle mani di Colbert e di
Croissy, suo fratello, al quale Louvois non pensava che
sarebbero andate le spoglie del saggio e abile
Pomponne,3 quando si unì a Colbert per farlo cacciare.
Fu in questa triste situazione interna che la finestra di
Trianon provocò la guerra del 1688, quando Louvois distolse
dapprima il Re dal prestar fede ai pareri di d’Avaux,
ambasciatore in Olanda, e di molti altri che facevano sapere
dall’Aia e da diversi altri posti, in modo certo, il progetto e i
preparativi della rivoluzione d’Inghilterra, e fece deviare i
nostri eserciti, che avrebbero potuto bloccare quella situazione,
dalle Province Unite attraverso le Fiandre per portarli sul Reno
e di là con sicurezza dare inizio alla guerra. Louvois conseguì
in un solo colpo due vantaggi personali: si assicurò attraverso
questa evidente trascuratezza una lunga e strenua guerra
contro Olanda e Inghilterra, in cui lui era ben certo che l’odio
inveterato del Re nei confronti del principe d’Orange non
avrebbe mai consentito che questi innalzasse il suo potere sulle
rovine della religione cattolica e di Giacomo II, suo amico
personale, finché poteva sperare di rovesciare l’uno e
restaurare l’altro, e nello stesso tempo approfittare della morte
dell’elettore di Colonia, che aprì il problema della successione
fra il principe Clemente di Baviera, suo nipote, e il cardinale di
Fürstenberg, suo coadiutore, apertamente spinti uno
dall’Imperatore e l’altro dalla Francia; con tale pretesto,
convinse il Re ad attaccare l’Imperatore e l’Impero con
l’assedio di Philipsbsbourg, ecc. Allo scopo di rendere tale
guerra più accesa e duratura, fece bruciare Worms, Spira e
tutto il Palatinato fino alle porte di Magonza, che fece
saccheggiare dalle truppe del Re. Dopo quel rapido inizio,
Louvois, ormai certo della più violenta guerra contro
l’Imperatore, l’Impero, l’Inghilterra e l’Olanda, ma soprattutto
deciso a farla durare, incoraggiato in ciò dal proprio interesse,
decise di cambiare il piano del suo teatro di battaglia.
Spingersi in Germania, priva di fortezze ma piena di
principi i cui piccoli Stati impoveriti non avrebbero potuto
sostenere l’attacco, lo minacciava con una pace troppo rapida,
nonostante il furore che aveva acceso con i crudeli incendi. Le
Fiandre, invece, erano irte di fortezze in cui, dopo una
dichiarazione di guerra, sarebbe stato difficile penetrare.
Perciò convinse il Re a fare delle Fiandre il vero teatro della
guerra e a concentrarvi i suoi più grandi sforzi, mentre in
Germania solamente una guerra di posizione e resistenza. Lo
incoraggiò a conquistare le fortezze personalmente e a
castigare un’altra volta gli olandesi, che avevano messo il
principe d’Orange sul trono del re Giacomo, rifugiatosi in
Francia con la sua famiglia. Iniziò così una guerra
interminabile, che invece sarebbe stata breve, perlomeno
contro l’Imperatore e l’Impero, se avesse portato
all’improvviso lo scontro nel centro della Germania e fosse
rimasto sulla difensiva nelle Fiandre, dove gli olandesi,
soddisfatti per il loro successo in Inghilterra, non avrebbero
pensato di fare dei progressi fra tante fortezze.
Ma non fu tutto. Louvois volle attenersi alla sua parola: la
guerra che aveva acceso non gli era sufficiente, la voleva
contro tutta l’Europa. La Spagna, inseparabile dall’Imperatore
e anche dagli olandesi a causa delle Fiandre spagnole, si era
dichiarata: fu un pretesto per delle mire sulla Lombardia,4 ma
tali mire servirono, d’altro canto, per far esprimere il duca di
Savoia. Questi desiderava solo la neutralità e, poiché era il più
debole, avrebbe lasciato passare in piccoli gruppi, con ordine e
misura, tutte le truppe che si fosse voluto attraverso il suo
Stato, purché a pagamento. Cosa ben difficile da rifiutare; così
Catinat,5 già sulla frontiera con le truppe destinate al
passaggio, ricevette l’ordine di iniziare le trattative. Man mano
che procedevano, però, Louvois domandava sempre di più e
continuava a inviare corrieri con ordini talmente contraddittori
che sia il duca di Savoia sia lo stesso Catinat non capivano
nulla. Il duca decise di scrivere al Re per chiedergli le sue
personali volontà e conformarsi. Ciò non rientrava nel calcolo
di Louvois, che voleva costringere alla guerra quel principe.
Osò non presentare la lettera al Re e fare, a sua insaputa,
richieste così esorbitanti, che accettarle e abbandonare tutti i
suoi Stati alla discrezione della Francia sarebbe stata la stessa
cosa. Il duca di Savoia protestò e, già offeso per l’affronto di
non ricevere dal Re una risposta inviata direttamente a lui, se
ne lamentò molto. Louvois ne approfittò per trattarlo con
insolenza, costringendolo con mille affronti a più che delle
semplici lagnanze e nel frattempo fece agire in modo ostile
Catinat, il quale non riusciva a capire il comportamento del
ministro, che, senza essere in guerra con la Savoia, otteneva
molto più di quanto poteva essersi proposto. Durante questo
strano modo di negoziare, l’Imperatore, il principe d’Orange e
gli olandesi, che giustamente consideravano estremamente
importante l’alleanza del duca, seppero approfittarne. Il
principe si alleò con loro, per forza di disperazione, e divenne,
per la sua posizione, il nemico della Francia più costoso e
temibile: proprio ciò che Louvois voleva e aveva saputo
compiere.
Tale fu l’accecamento del Re e tale l’abilità, l’audacia, la
formidabile autorità di un ministro, il migliore per eseguire dei
progetti ma il più funesto per dare direttive in prima persona, il
quale, senza essere primo ministro, annientò tutti gli altri,
seppe guidare il Re dove e come volle e diventò in effetti il
padrone. Ebbe la gioia di sopravvivere a Colbert e a Seignelay,
suoi nemici e per molto tempo suoi rivali. Ma durò poco.
L’episodio della disgrazia e della fine di un ministro così
celebre è troppo singolare per non essere ricordato e non può
trovare sede migliore di questa. Per quanto io contassi molto
poco quando avvenne, e comunque non ufficialmente, ne sono
stato così bene informato in seguito da non aver paura di
raccontare quanto appresi dalle fonti, e con la più precisa
verità, perché si tratta di fonti assolutamente disinteressate.

Odio della Maintenon per Louvois

La finestra di Trianon ha dato un assaggio del carattere di


Louvois. A quel carattere, che lui non riusciva a reprimere, si
univa il desiderio della grandezza, della prosperità e della
gloria del Re, che costituiva la base e l’appoggio più sicuro per
la propria fortuna e per l’enorme autorità. Si era guadagnato la
fiducia del Re al punto che questi gli confidò la strana
decisione di sposare la Maintenon; pertanto Louvois fu uno dei
due testimoni della celebrazione di quello spaventoso
matrimonio. Ebbe anche il coraggio di mostrarsene degno,
facendo notare al Re quale sarebbe stata l’ignominia se mai
avesse registrato quel matrimonio. Inoltre riuscì a ottenere la
sua parola di Re che non lo avrebbe mai ratificato e fece dare,
in sua presenza, la stessa parola ad Harlay, arcivescovo di
Parigi, il quale, per supplire ai bandi e alle forme normali,
doveva, in qualità di diocesano, presenziare la cerimonia.
Parecchi anni dopo, Louvois, che era sempre bene
informato delle cose più intime, e che faceva di tutto per
comportarsi in modo leale e pronto, venne a conoscenza degli
intrighi della Maintenon per farsi riconoscere e di come il Re
avesse avuto la debolezza di prometterglielo, e che la cosa
stava per scoppiare. Fece venire a Versailles l’arcivescovo di
Parigi e al termine del pranzo prese delle carte e andò dal Re e,
come di consueto, entrò direttamente nei gabinetti. Il Re, che
stava per fare una passeggiata, scendeva dalla seggetta, e stava
ancora aggiustandosi le brache. Vedendo Louvois in un’ora in
cui non lo aspettava, gli domandò quale motivo l’avesse
spinto: «Una cosa importante e urgente», gli rispose Louvois,
con un’aria triste che sorprese il Re, al punto di ordinare ai
valletti personali, che erano presenti, di uscire. In effetti
uscirono, ma lasciarono le porte aperte, cosicché ascoltarono e
videro anche tutto attraverso gli specchi: era il grande pericolo
dei gabinetti. Appena quelli furono usciti, Louvois non mancò
di dire al Re il motivo della sua venuta. Il monarca era spesso
falso, ma incapace di mentire. Sorpreso di sentirsi scoperto, si
ingarbugliò in deboli e trasparenti perifrasi e, incalzato dal
ministro, si avviò verso l’altro gabinetto, dove si trovavano i
valletti, per potersene liberare, ma Louvois, che se ne accorse,
si gettò alle sue ginocchia e lo bloccò, si tolse dal fianco uno
spadino di poco conto, ne presentò l’impugnatura al Re e lo
pregò di ucciderlo all’istante, se avesse voluto persistere nel
registrare il suo matrimonio, mancando di parola a lui o
piuttosto a se stesso, e coprendosi, agli occhi di tutta l’Europa,
di un’infamia che lui preferiva non vedere. Il Re fu percorso
da fremiti, pestò i piedi, disse a Louvois di lasciarlo. Louvois
gli strinse sempre di più le gambe, temendo che gli potesse
scappare, gli fece presente l’orribile contrasto della corona e
del grado di gloria personale apportato dal Re con l’onta di
quanto voleva fare, e per cui sarebbe poi morto per i rimorsi e
l’imbarazzo: in poche parole, tanto fece che strappò una
seconda volta al Re la parola di non registrare mai quel
matrimonio. L’arcivescovo di Parigi arrivò la sera, Louvois gli
raccontò tutto. Il prelato cortigiano non ne sarebbe stato
capace, e in effetti fu un’azione che si può definire sublime, da
qualsiasi parte possa essere considerata, soprattutto in un
ministro onnipotente che tanto teneva alla propria autorità e al
proprio posto, e che, appunto per ciò che aveva fatto,
conosceva bene il peso dell’autorità della Maintenon e di
conseguenza il suo odio, se fosse stato scoperto; d’altronde,
sapeva vivere abbastanza per non illudersi che la sua azione le
sarebbe rimasta nascosta. L’arcivescovo, cui non restava che
confermare il Re nella comune promessa a Louvois e a lui,
appena rinnovata al ministro, non osò rifiutargli un’azione così
onorevole e senza pericolo. La mattina del giorno successivo
parlò al Re e ottenne facilmente il rinnovo della promessa.
Ma quella del Re alla Maintenon non attendeva proroga: lei
si aspettava da un momento all’altro di essere riconosciuta.
Dopo qualche giorno, inquieta perché il Re non le parlava
affatto in proposito, decise di accennarglielo. L’imbarazzo in
cui mise il Re la turbò molto. Volle insistere, il Re tagliò corto
sui discorsi che le aveva fatto, li condì come poté, ma terminò
col pregarla di non pensare più ad essere riconosciuta e di non
parlargliene mai. Dopo il primo sbalordimento, causato dalla
perdita di una speranza così vicina ad essere realizzata, il suo
primo pensiero fu ricercare a chi dovesse esserne grata. Da
parte sua, non era meno informata di Louvois. Finalmente
apprese quanto era successo, e in quale giorno, fra il Re e il
suo ministro.
Non saremo sorpresi se, dopo ciò, lei giurasse la rovina del
ministro e non cessasse di prepararla finché non avesse
raggiunto lo scopo, ma il momento non era propizio. Era
necessario, con un Re così incline al sospetto, che l’affare
decantasse, e aspettare la circostanza opportuna per minare a
poco a poco il suo nemico, che godeva di tutta la fiducia del
padrone, e che la guerra rendeva così indispensabile. Neppure
la parte avuta dall’arcivescovo di Parigi le sfuggì, per quanto
poco importante e secondaria, ed è, per dirlo incidentalmente,
ciò che a poco a poco procurò la disgrazia che andò sempre
aumentando, per cui l’avversione continuata, che fece seguito
a una benevolenza così manifesta e iniziata da così tanto
tempo, abbreviò forse i suoi giorni, che tuttavia superarono di
tre anni quelli di Louvois.
Per quanto riguarda il ministro, di cui la mancata sultana
aveva più fretta di liberarsi, lei non trascurò alcuna occasione
per prepararsi la strada. Gli incendi del Palatinato le servirono
a meraviglia. Non mancò di dipingere al Re tutta la crudeltà,
non dimenticò di far nascere in lui i più grandi scrupoli, perché
il Re era allora più suscettibile di quanto lo sia mai stato in
seguito. Si avvalse anche dell’odio che sarebbe ricaduto
interamente sul Re e non sul ministro, e dei pericolosi effetti
che poteva produrre.

Insolenza di Louvois

Finalmente arrivò ad allontanare il Re e a indisporlo contro


Louvois. Questi, non contento delle terribili esecuzioni del
Palatinato, volle anche bruciare Treviri. Lo propose al Re
come ancora più necessario di quanto era stato fatto per
Worms e per Spira, dove i nemici avevano disposto le loro
piazze d’armi e ne avrebbero fatta una a Treviri, in posizione
per noi ben più pericolosa. La discussione si accalorò senza
che il Re potesse o volesse essere persuaso. Possiamo credere
che la Maintenon poi non addolcì le cose. Pochi giorni dopo,
Louvois, che aveva il difetto dell’ostinazione e che, per
esperienza, aveva imparato a ottenere sempre ciò che voleva,
venne, come il solito, a lavorare con il Re nell’appartamento
della Maintenon. Terminato il lavoro, gli disse di aver
compreso perfettamente che lo scrupolo costituiva l’unico
motivo che aveva trattenuto il Re dal permettere una cosa
talmente necessaria per il suo incarico come l’incendio di
Treviri; che lui riteneva di fargli un favore liberandolo e
assumendo la responsabilità su se stesso; e che pertanto, senza
aver voluto riparlargliene, aveva spedito un corriere con
l’ordine di bruciare Treviri al suo arrivo. Il Re fu
immediatamente, e contro la sua natura, così trasportato dalla
collera da gettarsi sulle molle del caminetto e stava per
scagliarsi contro Louvois, se non ci fosse stata la Maintenon,
che si gettò subito fra loro gridando: «Ah! Sire, cosa volete
fare?», togliendogli le molle dalle mani. Louvois intanto
guadagnava la porta. Il Re gli gridò dietro per richiamarlo e gli
disse, con occhi scintillanti: «Spedite un corriere
immediatamente con un contrordine e che arrivi in tempo,
sappiate che ne va della vostra testa se verrà bruciata una sola
casa». Louvois, più morto che vivo, se ne andò subito. Non per
l’impazienza di spedire il contrordine: si era ben guardato dal
lasciar partire il primo corriere. Gli aveva dato il dispaccio con
l’ordine dell’incendio, ma gli aveva ordinato di attenderlo,
pronto per la partenza, al suo ritorno dall’udienza. Non aveva
osato correre rischi con quell’ordine: vista l’avversione e il
rifiuto del Re, pensava che con questa astuzia il Re avrebbe
potuto irritarsi, ma nient’altro. Se la cosa fosse andata così,
avrebbe fatto partire il corriere tornando nel suo ufficio. Fu
abbastanza prudente da non rischiare di inviare il dispaccio
prima e fu meglio così. Non ebbe che la fatica di riprendere il
dispaccio e far togliere gli stivali al corriere. Ma il Re lo
considerò sempre partito, e il secondo arrivato in tempo per
impedire l’esecuzione.
Dopo un’avventura così strana, e così insolita per il Re, la
Maintenon ebbe buon gioco contro il ministro. Una seconda
azione, anch’essa lodevole, decretò la sua perdita. Preparò,
nell’inverno dal 1690 al 1691, il piano per prendere Mons con
l’arrivo della primavera e anche prima. Dato che tutto si
misura solo per confronto, le finanze, abbondanti allora
rispetto a quello che furono poi, ma molto ristrette per
l’abitudine precedente di sguazzarvi, spinsero Louvois a
proporre al Re di fare il viaggio a Mons senza condurci le
dame. Chamlay,6 al corrente di tutti i segreti militari, insieme
al Re, avvertì Louvois di fare attenzione a una proposta che
avrebbe offeso la Maintenon, la quale già non gli voleva bene,
e aveva abbastanza credito per rovinarlo. Louvois trovò
talmente tante spese e difficoltà nel viaggio delle dame, che
preferì il bene dello Stato e la gloria del Re al proprio pericolo,
così l’assedio fu fatto dal Re, il quale occupò la fortezza,
mentre le dame rimasero a Versailles, dove il Re ritornò a
trovarle, appena conquistata Mons. Ma dato che è l’ultima
goccia d’acqua a far traboccare il vaso, una cosa da niente
accaduta in quell’assedio decise la perdita di Louvois. Il Re,
che si piccava di conoscere nei minimi particolari le cose
militari, meglio di chiunque altro, passeggiando attorno al suo
accampamento, trovò un corpo di guardia di cavalleria mal
piazzato e lo sistemò in un altro modo. Passeggiando ancora
nel pomeriggio di quello stesso giorno, il caso volle che
ripassasse di fronte al corpo di guardia, che trovò piazzato in
un altro posto. Ne rimase sorpreso e irritato. Domandò al
capitano chi l’avesse messo in quel posto e quello rispose che
era stato Louvois, che era passato di là. «Ma», riprese il Re,
«non gli avete detto che ero stato io ad avervi sistemato
così?». «Sì, Sire», rispose il capitano. Il Re, seccato, si girò
verso il seguito e disse: «Questo è tipico di Louvois! È
convinto di essere un grande uomo di guerra e di sapere tutto»,
e subito risistemò il capitano con il suo corpo di guardia dove
lo aveva messo al mattino. In effetti era stata un’insolente
sciocchezza da parte di Louvois e il Re aveva detto il vero sul
suo conto. Ma ne rimase così ferito da non riuscire a
perdonargliela e, dopo la morte di Louvois, avendo richiamato
Pomponne nel Consiglio di Stato, gli raccontò quell’avventura,
ancora seccato per la presunzione di Louvois, e io l’ho appresa
dall’abate di Pomponne.
Tornati da Mons, l’avversione del Re nei suoi confronti non
fece che aumentare, al punto che quel ministro, così
presuntuoso da ritenersi talmente indispensabile per
quell’importante guerra, cominciò a temere. La marescialla di
Rochefort, rimasta sua intima amica, insieme alla figlia, la
signora di Blanzac, erano andate a pranzo da lui a
Meudon7 (me lo hanno raccontato tutte e due), dove Louvois
le condusse a passeggiare. Erano soltanto loro tre in un
elegante calessino guidato da lui. Lo sentirono parlare tra sé,
profondamente assorto, e dirsi a più riprese: «Lo farà? Glielo
faranno fare? No, eppure… No, non oserà». Durante quel
monologo continuava ad andare, mentre madre e figlia
tacevano facendosi dei cenni, quando, improvvisamente, la
marescialla vide i cavalli sull’orlo di uno specchio d’acqua ed
ebbe appena il tempo di gettarsi in avanti sulle mani di
Louvois per tirare le redini, gridando che le avrebbe fatte
annegare. A quel grido e a quel movimento, Louvois si
risvegliò come da un sonno profondo, fece indietreggiare di
qualche passo il calesse e voltò dicendo che effettivamente
stava sognando e non pensava alla vettura. In queste
perplessità trascorse la mattinata alle terme di Trianon.

Strana morte di Louvois

Il 16 luglio ero a Versailles per una faccenda piuttosto


intricata, in cui il Re aveva voluto dare tutta la ragione a mio
padre, che si trovava a Blaye con mia madre, contro Sourdis,
comandante in capo della Guienna, inutilmente sostenuto da
Louvois. Ciononostante fui consigliato di andarlo a ringraziare
e ne ricevetti talmente tanti complimenti e cortesie come se
avesse favorito mio padre. Così è la corte. Io non gli avevo
mai parlato. Lo stesso giorno, uscendo dal pranzo del Re, lo
incontrai nuovamente in fondo a una stanza piccolissima,
situata fra la grande sala delle guardie e quel salone che dà
sulla piccola corte dei principi. Marsan gli parlava, e lui stava
per andare a lavorare dalla Maintenon con il Re, il quale
doveva poi passeggiare a piedi nei giardini di Versailles, dove
la corte aveva la libertà di seguirlo. Verso le quattro del
pomeriggio dello stesso giorno, mi recai dalla signora di
Châteauneuf, dove appresi che Louvois si era sentito poco
bene dalla Maintenon, che il Re lo aveva obbligato ad
andarsene, e lui era ritornato a piedi nel suo alloggio, dove il
male era rapidamente aumentato; si erano affrettati a fargli un
clistere, che aveva fatto subito effetto, anzi era morto quasi
subito dopo, chiedendo di suo figlio Barbezieux, che non
aveva avuto il tempo di vedere, nonostante questi accorresse
nella sua stanza. Si può immaginare la sorpresa di tutta la
corte. Benché avessi appena quindici anni, volli vedere il
contegno del Re in tale occasione. Andai ad aspettarlo e lo
seguii per tutta la passeggiata. Mi apparve nella sua maestà
abituale, ma con un non so che di disinvolto e sollevato che mi
sorprese abbastanza da parlarne poi, tanto più che allora
ignoravo – come per molto tempo in seguito – le cose che ho
scritto. Notai, inoltre, che, invece di andare a vedere le fontane
rendendo diversa la passeggiata, com’era sua abitudine in quei
giardini, non fece altro che andare e venire lungo la balaustra
dell’Orangerie, da dove vedeva, avanzando verso il castello, la
sede della sovrintendenza (nella quale Louvois era appena
morto), che concludeva l’antica ala sul fianco dell’Orangerie,
e verso la quale guardò senza sosta ogni volta che procedeva
verso il castello. Mai fu pronunciato il nome di Louvois,
neppure una parola su quella morte così sorprendente e
improvvisa, se non quando un ufficiale, inviato da Saint-
Germain dal re d’Inghilterra, venne a trovare il Re su quella
terrazza e gli fece le condoglianze da parte del sovrano sulla
perdita che aveva avuto. «Signore», gli rispose il Re con
un’aria e un tono più che disinvolti, «date i miei ossequi e i
miei ringraziamenti al re e alla regina d’Inghilterra e dite loro
da parte mia che non per questo le nostre faccende andranno
meno bene». L’ufficiale fece una riverenza e si ritirò con lo
stupore dipinto sul volto e in tutto il contegno. Osservai con
curiosità tutto ciò e come i personaggi più importanti presenti
alla passeggiata si interrogassero con gli occhi senza proferire
parola.
Barbezieux aveva avuto per diritto ereditario la carica di
segretario di Stato fin dal 1685, non essendo ancora
diciottenne, quando suo padre la fece togliere a Courtenvaux,
suo fratello maggiore, da Louvois giudicato incapace. Così
Barbezieux, alla morte di Louvois, aveva fatto il suo tirocinio
sotto di lui per circa sei anni, dato che ne aveva ventiquattro
alla sua morte, e quella morte arrivò giusto in tempo per
risparmiare un grande scalpore. Al momento della morte,
Louvois era talmente in disgrazia che il giorno seguente
avrebbe dovuto essere arrestato e condotto alla Bastiglia. Quali
sarebbero state le conseguenze? La sua morte le ha sepellite
nelle tenebre, ma il fatto di questa decisione presa e stabilita
dal Re è certo: sono venuto a saperlo in seguito da persone
bene informate; tuttavia, ciò che non ammette replica è che il
Re in persona lo ha detto a Chamillart, il quale me lo ha
riferito. Ecco dunque come si spiega, secondo me,
quell’atteggiamento disinvolto del Re il giorno della morte del
ministro: si sentiva sollevato dal provvedimento fissato per il
giorno seguente e da tutte le sue fastidiose conseguenze.
Il Re, rientrando dalla passeggiata nei suoi appartamenti,
mandò a cercare Chamlay e volle affidargli la carica di
segretario di Stato di Louvois, da cui dipende il dipartimento
della guerra. Chamlay ringraziò, ma rifiutò con fermezza.
Disse al Re che aveva troppi obblighi nei confronti di Louvois
per amicizia e per fiducia, per poter rivestirsi delle sue spoglie
a discapito del figlio, che ne aveva il diritto ereditario. Parlò
con tutte le forze in favore di Barbezieux, si offrì di lavorare
sotto di lui in qualsiasi cosa comunicandogli quanto
l’esperienza gli aveva insegnato, ma concluse dichiarando che,
se Barbezieux avesse avuto la sfortuna di non conservare la
sua carica, avrebbe preferito vederla nelle mani di chiunque
altro, piuttosto che nelle sue, e non avrebbe mai accettato la
carica di Louvois e di suo figlio.
Chamlay era un uomo molto grosso, biondo e basso,
dall’aspetto volgare e contadinesco, quasi rozzo; d’altronde,
era contadino per nascita, ma possedeva anche ingegno,
educazione, molto rispetto nel trattare tutti, buono, mite,
affabile, servizievole, disinteressato, con un senso di
osservazione eccezionale per riconoscere i luoghi e non
dimenticare mai la posizione dei minimi paesini, né il corso o
la natura del più piccolo ruscello. Per molto tempo aveva
prestato servizio come maresciallo degli alloggi delle truppe,
dove era stato sempre stimato dai generali e assai ben voluto
da tutti. Un grande motivo di vanto per lui è che Turenne non
poté e non volle mai, fino alla morte, separarsene e che,
nonostante il grande attaccamento di Chamlay per Turenne,
Louvois gli avesse concesso completamente la sua fiducia.
Turenne, che lo aveva molto elogiato presso il Re, lo aveva
fatto conoscere a Louvois. Già a conoscenza di tutti i segreti
militari, Louvois non gli nascose nulla e trovò in lui un grande
aiuto per le disposizioni e i movimenti delle truppe da lui
destinate a eseguire i suoi progetti. Tale capacità, insieme a
una probità e a una speciale attitudine a quel lavoro e a tutto
ciò che comportava, lo fecero apprezzare assai dal Re, il quale
lo adoperò anche per trattative e viaggi segreti. Lo beneficò e
gli concesse la grande croce di San Luigi. Mai la sua modestia
fu smentita, al punto che rimase sorpreso e vergognoso per il
plauso ricevuto in seguito al bel gesto appena compiuto, che il
Re non tenne nascosto e che Barbezieux, cui doveva la sua
carica, si compiacque di rendere pubblico. In seguito si resterà
meno sorpresi, quando i caratteri del Re e della Maintenon
saranno più sviluppati, vedendo che affidarono a un uomo di
ventiquattro anni una carica così importante, in mezzo a una
guerra generale con tutta l’Europa, e proprio al figlio di quel
ministro che stavano per mandare alla Bastiglia, se la morte
non li avesse preceduti. Metto qui insieme il Re e la
Maintenon perché fu lei a rovinare il padre e a far dare la
carica al figlio. Il Re, al solito, passò da lei dopo la
conversazione con Chamlay e proprio quella sera venne presa
la decisione a favore di Barbezieux.
La repentinità del male e della morte di Louvois diede
luogo a molti discorsi e ancor più quando si seppe
dall’autopsia che era stato avvelenato. Era un gran bevitore di
acqua e ne aveva sempre una brocca sul camino del suo
gabinetto, dalla quale beveva direttamente. Si seppe che ne
aveva bevuto uscendo per andare a lavorare con il Re e che, tra
la sua uscita per il pranzo avvenuto insieme a molte persone e
l’ingresso nel gabinetto per prendere le carte che voleva
portare per lavorare con il Re, un servo era entrato nel
gabinetto e c’era rimasto da solo per qualche istante. Questi
venne arrestato e messo in prigione, ma c’era rimasto appena
quattro giorni e il processo era appena iniziato, quando venne
liberato per ordine del Re, e quanto era stato già fatto venne
bruciato e fu proibita qualsiasi indagine. Divenne anzi
pericoloso parlarne, e la famiglia di Louvois soffocò tutte
quelle voci, in modo da non lasciare alcun dubbio che fosse
stato dato un ordine ben preciso. Con la stessa sollecitudine
venne anche soffocata la storia del medico, scoppiata dopo
pochi mesi, ma i primi mormorii non poterono essere
eliminati. Per caso ne sono stato informato con molta
precisione; ma è una cosa troppo singolare per accontentarmi
di questo e per non concludere con ciò quanto di strano e di
interessante sia stato raccontato su un ministro così importante
quale Louvois. Mio padre aveva da parecchi anni uno
scudiero, un gentiluomo del Périgord, di buona famiglia,
bell’aspetto, bene imparentato e autentico uomo d’onore, che
si chiamava Cléran. Questi credette di poter fare fortuna
presso Louvois, ne parlò con mio padre, che gli voleva bene e
trovò giusto che lo lasciasse per diventare scudiero della
signora di Louvois, due o tre anni prima della morte del
ministro. Cléran serbò il suo primo attaccamento e noi la
nostra amicizia per lui, per cui veniva in casa nostra il più
spesso possibile. Mi ha raccontato, essendo sempre presso la
signora di Louvois dopo la morte del marito, che Séron,
medico di casa del ministro, e rimasto tale anche presso
Barbezieux, alloggiava nella stessa stanza del ministro, nel
castello di Versailles, nella parte della sovrintendenza,
conservata da Barbezieux pur non avendo ereditato quella
carica, e si era barricato in quella camera, da solo, quattro o
cinque mesi dopo la morte di Louvois; che, alle grida emesse
da lui, era accorsa gente alla porta, ma non la volle mai aprire;
che quelle grida durarono quasi tutto il giorno, senza che lui
volesse sentir parlare di soccorso temporale o spirituale, e
nessuno riuscì a entrare nella camera; che alla fine lo si sentii
urlare di non avere nient’altro che quanto si era meritato, ossia
quanto lui aveva fatto al suo padrone; che era un miserabile
indegno di ogni soccorso, e morì come un disperato dopo otto
o dieci ore senza avere mai parlato di nessuno, né pronunciato
un solo nome. Su questo fatto si risvegliarono i sussurri, dato
che non era sicuro parlarne ad alta voce. Chi fece fare il colpo?
Tutto è rimasto nelle tenebre più spesse. Gli amici di Louvois
hanno creduto di onorarlo sospettando qualche potenza
straniera, ma avrebbero atteso troppo per disfarsene, ammesso
che qualcuno avesse concepito un tale, detestabile progetto.
Quel che è certo è che il Re ne era assolutamente incapace e
che nessuno lo sospettò. Ora torniamo a lui.
III

Errori del Re

La Pace di Ryswick, acquistata così a caro prezzo, così


necessariamente desiderata dopo enormi e infiniti sforzi,
sembrava finalmente dover lasciare respirare la Francia. Il Re
aveva sessant’anni e si era, secondo lui, guadagnato ogni tipo
di gloria. I suoi grandi capitani non solo erano scomparsi, ma
anche quelli che loro avevano formato erano morti o non erano
più in età né in salute per essere presi in considerazione
nell’eventualità di una nuova guerra, e Louvois, che aveva
sofferto con rabbia sotto quei vecchi comandanti, si era
premunito affinché in futuro non ce ne fossero degli altri, e
quindi non potesse essere danneggiato dal loro merito. Permise
che venissero innalzati solo quelli che avevano sempre
bisogno di lui per sostenersi. Non poté raccogliere i frutti, ma
lo Stato ne sopportò la pena e, di mano in mano, la sopporta
ancora oggi. Eravamo da poco tempo in pace, e non avevamo
ancora potuto gustarla, quando l’orgoglio del Re volle stupire
l’Europa con la dimostrazione della sua potenza, che essa
credeva abbattuta, e in effetti la stupì. Questa fu la causa della
famosa parata di Compiègne1 dove, col pretesto di mostrare ai
principi suoi nipoti l’immagine della guerra, il sovrano esibì
una magnificenza, sia nella corte sia in tutte le sue numerose
truppe, mai sfoggiata in precedenza nei più celebri tornei e
nelle più famose riviste reali. Fu un nuovo dissanguamento
delle finanze, al termine di una guerra così lunga e pesante.
Tutti i corpi ne risentirono per molto tempo e ci furono, venti
anni dopo, alcuni reggimenti ancora oberati dai debiti. Qui ci
soffermeremo appena su quella parata fin troppo celebre: se ne
è parlato diffusamente a suo luogo. Non trascorse molto tempo
per poter rimpiangere una prodigalità così smisurata e fuori
luogo e, ancor più, la guerra del 1688, appena terminata,
mentre si sarebbe dovuto lasciar ripopolare il regno e
riassestarlo con una lunga tranquillità; e intanto con lentezza
riempire le casse reali e i magazzini di ogni genere,
riorganizzare la marina e il commercio, permettere che gli anni
placassero odii e spaventi, separare a poco a poco alleati così
uniti e così formidabili quando erano insieme, e procedere con
prudenza, approfittando dei diversi avvenimenti, al radicale
scioglimento di una lega che era stata così fatale e che poteva
diventare assai funesta. Già molte speranze derivavano dallo
stato di salute dei due principi, uno2 dei quali, per la profonda
saggezza, per la politica, per la condotta, aveva acquistato
tanta autorità e fiducia in Europa da poterla trascinare in
qualsiasi impresa, mentre l’altro, sovrano della più grande
monarchia, non aveva né zii, né zie, né fratelli, né sorelle, né
successori. Infatti, meno di quattro anni dopo la Pace di
Ryswick, il re di Spagna3 morì e il re Guglielmo, che era in fin
di vita, non gli sopravvisse di molto. Fu allora che la vanità del
Re portò a pochi passi dalla rovina questo grande e bel regno,
in seguito a quel clamoroso avvenimento che fece riprendere
le armi a tutta l’Europa. Ma bisogna rifarsi a fatti lontani.
Abbiamo detto come il Re temesse l’intelligenza, le qualità,
i sentimenti elevati, perfino nei generali e nei ministri. Fu
proprio ciò che aggiunse all’autorità di Louvois un mezzo così
facile per scartare dalle carriere militari ogni persona di merito
che potesse essere a lui sospetta e impedire con l’abilità che
spiegheremo più avanti la formazione di uomini validi a
rimpiazzare i generali. Considerando questi, da quando il Re
prese a sospettare l’ingegno e il merito nel tempo e nel modo
riportati, non troveremo che un numero assai limitato di
cortigiani in cui l’ingegno non sia stato un ostacolo per
ottenere favori, tranne per coloro che, personaggi o semplici
cortigiani, lo avessero soggiogato per età e abitudine, dopo la
morte del cardinale Mazzarino, e che lui non aveva scelto né
avvicinato da sé. Il maresciallo di Vivonne,4 dotato di grande
spirito, lo divertiva senza creargli alcun timore, e il Re ripeteva
volentieri le sue battute più divertenti. D’altronde, era fratello
della Montespan, e ciò costituiva un grande titolo, per quanto
sembrasse contrario alla condotta della sorella, e inoltre il Re
lo aveva trovato come primo gentiluomo della sua camera.
Trovò Créquy nella stessa carica, e ciò gli fu di aiuto; la sua
vita tutta dedicata ai piaceri, alla buona tavola e ancor più al
gioco dava sicurezza al Re, essendo abituato a una familiarità
con lui sin da ragazzo.
Il duca di Lude, anche lui primo gentiluomo di camera sin
da allora, si occupava di moda, maniere eleganti, galanterie,
caccia, ma in fondo nessuno dei tre era in grado di farsi temere
per quel tipo di acume perché, nonostante ne possedessero
molto, non oltrepassò mai quello dei buoni cortigiani. La
catastrofe di Lauzun,5 la cui intelligenza era di un’altra
tempra, vendicò il Re per l’eccezione, e la brillante singolarità
del suo ripensamento lo riconciliò solo in apparenza, come si è
visto, da ciò che il Re disse in proposito, al momento del suo
matrimonio, al maresciallo di Lorge. Non solo i duchi di
Chevreuse e di Beauvilliers, di cui ho già parlato a suo tempo,
ma anche tutti gli altri finirono per essergli di un peso tale che
lo fece capire a tutti e godette della loro morte come di una
liberazione. Per quanto riguarda La Feuillade e il vescovo di
Parigi, Harlay, non poté trattenersi dall’esprimersi
apertamente, e per quanto fosse riservato e corretto, gli scappò
di parlare a Marly, a tavola, e a voce alta, dove fra le altre
dame c’erano le duchesse di Chevreuse e di Beauvilliers, della
morte di Seignelay, loro fratello, e di Louvois come uno dei
grandi sollievi provati nella vita.
Dopo questi ebbe solamente due personaggi di intelligenza
superiore, il cancelliere di Pontchartrain,6 il quale, molto
prima di ritirarsi, era sopportato a fatica e alla fine, per quanto
non volesse darlo a vedere, era facile intuire come il Re fosse
felice di essersene disfatto, e Barbezieux, la cui morte così
rapida, nel fiore dell’età e della fortuna, fece pietà a tutti.
Abbiamo visto a suo tempo come, fin dalla stessa sera, il Re
non potesse trattenere la sua felicità nel pranzo pubblico di
Marly.
Era stanco della superiorità di ingegno e di merito dei suoi
vecchi ministri e generali, e di quei pochi, tra i cosiddetti
favoriti, che ne avevano in abbondanza. Voleva dominare per
l’acume, per il modo di dirigere la politica e la guerra, come
dominava in ogni altro campo. Avvertiva di non averlo potuto
fare con quelli di cui abbiamo finora parlato, e questo fu
sufficiente per provare tutto il sollievo di non avere più alcun
rapporto con loro, e per stare molto attento nel sostituirli con
altri che potessero dargli le stesse occasioni di gelosia. Ciò lo
rese così accondiscendente sul fatto di trasmettere per diritto
ereditario la carica di segretario di Stato, mentre si era imposto
la regola di non accordarla insieme a un altro incarico; si
videro quindi degli inesperti, e perfino dei ragazzi, gestire,
talvolta con funzione di comando, quelle importanti funzioni,
mentre per gli altri impieghi di minore importanza, o anche per
quelli che si limitavano al titolo, non c’era alcuna speranza. E
quando dovette far ricoprire le cariche di segretario di Stato e
di ministro, si affidò alle sue simpatie e fece mostra di
scegliere delle persone mediocri. Anzi se ne vantava, al punto
che gli sfuggiva di dire che li prendeva così per formarli, e in
effetti si reputava all’altezza di poterlo fare. Questi nuovi
venuti gli piacevano proprio per la loro ignoranza, e si
insinuavano tanto più nel suo animo in quanto molto spesso
gliela confessavano, ostentando di istruirsi accanto a lui anche
nelle cose più insignificanti. Con tali mezzi Chamillart7 si
radicò così profondamente nel suo affetto, che ci vollero tutti i
mali dello Stato e la coincidenza dei più terribili intrighi per
costringere il Re a disfarsene, senza però smettere di amarlo e
di mostrargli i segni in ogni occasione e per tutto il resto della
sua vita. Si comportò, per la scelta dei generali, come per
quella dei ministri. Si compiaceva di guidarli dal suo
gabinetto, voleva che si credesse che da lì comandava tutti i
suoi eserciti. Si guardò bene dal perdere l’abitudine alla
gelosia, che Louvois gli aveva ispirato, come presto vedremo,
e della quale non poté risolversi a sacrificare la vanità, e
solamente per rarissimi istanti, agli inconvenienti continui, che
saltavano agli occhi di tutti. Così era buona parte dei ministri e
tutti i generali all’apertura della successione al trono di
Spagna. L’età del Re, la sua esperienza, quella superiorità non
di ingegno, né di capacità, né di consigli illuminati, ma di
peso, e di un peso immenso, su consiglieri ed esecutori del
genere, l’abitudine e il veleno dell’incenso più nefando
annullarono fin dall’inizio tutti i miracoli della fortuna.
L’intera monarchia di Spagna cadde senza colpo ferire nelle
mani di suo nipote, e Puységur, divenuto così tardi maresciallo
di Francia nel 1735, poté gloriarsi di aver prima progettato e
poi eseguito l’occupazione di tutte le roccaforti spagnole nei
Paesi Bassi, tutte nello stesso momento, senza dar fuoco a una
sola miccia, impadronendosi delle truppe olandesi, di cui era
composta la maggior parte delle guarnigioni e disarmandole. Il
Re, trascinato da una prosperità così imprevista, si ricordò
appena dei rimproveri che l’ingiustizia delle sue guerre gli
aveva attirato, e che le grandi coalizioni, sotto le quali lui
aveva ritenuto di soccombere, si erano formate proprio a causa
del terrore da lui causato all’Europa. Volle evitare questi
inconvenienti e, invece di approfittare dello sbalordimento in
cui quel grande avvenimento aveva gettato tutte le potenze,
privando gli olandesi di tutte le truppe nelle loro numerose
guarnigioni, tenendole prigioniere e forzando, armi in pugno,
quelle stesse nazioni, ora disarmate e non ancora unite, a
riconoscere, con trattati formali, il duca d’Anjiou8 quale erede
legittimo di tutti gli Stati appartenenti al defunto re di Spagna,
e dei quali il nuovo re già da allora si trovava pienamente in
possesso, si piccò della folle generosità di lasciar liberi i
contingenti olandesi, pascendosi dell’insensata speranza che i
trattati, senza le armi, avrebbero ottenuto lo stesso effetto. Si
lasciò ingannare finché convenne ai suoi nemici, per avere il
tempo di armarsi e stringere salde alleanze, dopo di che non si
parlò d’altro se non di guerra, e il Re, con sua grande sorpresa,
si vide ridotto a sostenerla dappertutto, dopo essersi sbagliato
così grossolanamente.
La guerra iniziò con un’altra sciocchezza, nella quale un
bambino non sarebbe inciampato. Fu dovuta a Chamillart, al
maresciallo di Villeroy e al potente intrigo delle due figlie
della signora di Lillebonne. Fu dovuta alla completa fiducia
riposta in Vaudémont, loro zio, nemico personale del Re, per
quanto la distanza poteva permetterlo. Della sua insolenza, sia
in Spagna sia in Italia, il Re stesso non aveva disdegnato in
altre occasioni di mostrarsi molto offeso, fino a costringerlo ad
abbandonare il Paese amico e confidente del re Guglielmo, il
più acceso e il più personale fra i nemici che il Re si era fatto,
governatore della provincia di Milano, per conto dello stesso
re Guglielmo e delle continue sollecitazioni dell’Imperatore
Leopoldo al re di Spagna Carlo II, per finire padre di un unico
figlio, che si trovò ad essere, al momento delle prime ostilità in
Italia, il secondo personaggio dell’esercito dopo l’Imperatore,
e che lì morì. Non c’era nessuno che non vedesse chiaramente
che era tenuto al corrente di ogni cosa dal padre, e il
tradimento continuò anche dopo la sua morte, finché a
Vaudémont convenne, e anche con una certa rozzezza. Mai il
Re, il suo ministro, Villeroy, suo generale, sospettarono
minimamente qualcosa, mai il favore, la fiducia, le preferenze
per Vaudémont diminuirono, mai ci fu persona tanto audace
che osasse aprire gli occhi al Re o al suo ministro su
quell’argomento. Catinat, tradito da Vaudémont e dal duca di
Savoia, si rovinò la sua fama, e il maresciallo di Villeroy,
inviato come un eroe per rimediare i suoi sbagli, cadde
goffamente nella trappola. Il duca di Vendôme, giunto per
riparare i danni, non risparmiò il Savoia, ma aveva troppe forti
ragioni per risparmiare Vaudémont; volontà o dabbenaggine,
forse entrambe, con l’intento esplicito di non accorgersi di
nulla.
La debolezza del Re, per essere gradito a Chamillart nei
confronti di La Feuillade, suo genero, al quale era stato
talmente ostile al punto di averne ostacolato il matrimonio, lo
creò d’un colpo generale d’armata e gli affidò l’assedio di
Torino,9 cioè il più importante degli incarichi.
Tallard, così tagliato per la vita di corte e così poco per
tutto quello che va oltre i modesti intrighi, fu sconfitto a
Hochstadt, quasi senza altre perdite fuorché quelli che
preferirono arrendersi. Un’armata completa e tre quarti
dell’altra furono ricacciati dal fondo dell’Impero al di qua del
Reno, dove subito dopo furono in grado di prendere Landau.
Questa sfortuna era stata preceduta dalla liberazione del
maresciallo di Villeroy,10 che il Re si piccò di rimettere in
onore. Si fece battere a Ramillies, dove, con la perdita di soli
duemila uomini, fu scacciato dall’estremo limite dei Paesi
Bassi fino in mezzo ai nostri, senza che nulla riuscisse ad
arrestarlo. Unica speranza restava l’Italia, dove il duca
d’Orléans si era finalmente recato per dare il cambio a
Vendôme, mandato a salvare quanto restava delle Fiandre. Ma
il nipote del Re fu affiancato da un tutore,11 senza il consenso
del quale non poteva fare niente; ma quel tutore era una testa
vuota, che avrebbe avuto un grande bisogno lui stesso di
averne uno. Non ebbe mai altro pensiero, se non il timore del
suocero e di La Feuillade. Si è già visto a quali eccessi tali
riguardi lo condussero e le sventure previste e discusse dal
giovane principe, alla fine indispettito a tal punto da non voler
più immischiarsi in nulla, e la catastrofe che seguì dopo
pochissimo tempo.
Così, dopo prodigiosi successi di tutti i tipi, l’indefesso
favore di Villeroy, quello di Tallard, la costante fiducia riposta
in Vaudémont, le folli e stupide testardaggini di La Feuillade,
il trepido rispetto tributatogli da Marcin fino alla fine,
costarono la Germania, i Paesi Bassi e l’Italia in tre battaglie
che, tutte insieme, non costarono neppure quattromila morti.
L’entusiasmo per Vendôme e per i suoi progetti perversi finì
per perdere ogni cosa nelle Fiandre. Nel 1706 Tessé, tolto
l’assedio a Barcellona nello stesso anno delle sconfitte di
Ramillies e di Torino, aveva ridotto il re di Spagna a passare
dal Rossiglione in Navarra attraverso la Francia, e a vedere
l’arciduca in persona proclamato re a Madrid. Il duca di
Berwick, e dopo di lui il duca di Orléans, ristabilirono la
situazione. Ma tutto andò nuovamente male a causa della
sconfitta di Saragozza, che scosse ancora una volta il trono di
Filippo V, mentre ci venivano levate le piazzeforti nelle
Fiandre e la linea di confine si riduceva a niente. Quanto si era
lontani dalle porte di Amsterdam e dalla conquista dei Paesi
Bassi spagnoli e olandesi, in una situazione così terribile!
Come un malato che cambia medico, il Re aveva cambiato i
suoi ministri, dando le finanze a Desmaretz e finalmente il
ministero della Guerra a Voysin, e appunto come i malati non
si trovava meglio. La situazione era a un punto tale che il Re
non poteva più sostenere la guerra né poteva arrivare a
trattative di pace. Era pronto a concedere tutto: abbandonare la
Spagna e lasciare alle frontiere tutto quello che gli sarebbe
stato chiesto. I suoi nemici si facevano beffe della sua rovina,
e negoziavano unicamente per burlarsi di lui. Infine, si è già
visto il Re in lacrime in pieno Consiglio, e Torcy partire con
molta leggerezza per andare all’Aia a vedere di persona se si
potevano avere delle speranze, e quali; si sono anche viste le
tristi e vergognose conseguenze di questo tentativo, e
l’ignominia, di lì a poco, dell’incontro di Geertruidenberg,
dove, senza parlare d’altro se non delle restituzioni territoriali
più strane, si esigeva dal Re niente di meno che far passare le
armate nemiche attraverso la Francia, per andare a scacciare
suo nipote dalla Spagna, lasciando ancora quattro roccaforti
nelle loro mani: Cambray, Metz, La Rochelle e, credo,
Bayonne; a meno che il Re non preferisse detronizzarlo lui
stesso a viva forza, e anche in pochi giorni! Ecco dove lo
condusse la cecità delle scelte, l’orgoglio di fare tutto, la
gelosia per i vecchi ministri e capitani, la vanità di sceglierne
di tal fatta da non poter attribuire loro alcun merito, per non
essere costretto a dividere con altri la sua fama di grandezza,
la stretta clausura che, sbarrando ogni accesso, lo portò allo
spaventoso tranello di Vaudémont e poi di Vendôme, infine
quel deplorevole modo di governare che precipitò nel pericolo
evidentissimo di una sconfitta totale, e che gettò nell’estrema
disperazione quel signore della pace e della guerra, quel
distributore di corone, quel castigatore di nazioni, quel
conquistatore, quel grande per eccellenza, quell’uomo
immortale per il quale si consumavano marmi e bronzi, e per il
quale tutti gli incensi erano già stati bruciati.
Così, portato all’estremo limite del precipizio con l’orribile
prospettiva di conoscerne tutta la profondità, la mano
onnipotente che ha opposto solamente pochi granelli di sabbia
come ostacolo alle più furiose tempeste marine, arrestò d’un
tratto l’ultima rovina di quel re così presuntuoso e così
superbo, dopo avergli fatto gustare a lunghi sorsi la sua
debolezza, la sua miseria, il suo nulla. Dei granelli di sabbia di
altro genere, ma simili per la loro debolezza, provocarono
questo miracolo. Una lite fra donne12 per delle sciocchezze,
alla corte della regina d’Inghilterra, da ciò un intrigo, poi un
desiderio vago e informe in favore del proprio sangue,
allontanarono l’Inghilterra dalla Grande Alleanza. L’eccessivo
disprezzo del principe Eugenio per i nostri generali fu
l’occasione di quella che può essere chiamata, per la Francia,
la liberazione di Denain; e questo combattimento così poco
cruento ebbe conseguenze di un peso tale che, finalmente, fu
raggiunta la pace, tanto differente da quella che si sarebbe
ardentemente abbracciata, se i nemici si fossero degnati di
trattarla prima di questo avvenimento, nel quale non si poté
non vedere la mano di Dio, che eleva, abbatte e libera, come e
quando a Lui piace. Tuttavia, questa pace, che costò tanto alla
Francia, e alla Spagna addirittura metà della sua monarchia, fu
dovuta a quanto ho esposto finora, e anche al non aver mai
voluto considerare fin dall’inizio la decadenza delle sorti del
Paese, contando sempre di poterle ristabilire, e di non aver
allora mai voluto, come ho già raccontato, cedere un solo
mulino dell’intera monarchia spagnola, altra pazzia della quale
non tardammo a pentirci, e a gemere sotto un peso che si fa
sentire ancora, e si sentirà ancora più a lungo per le sue
conseguenze.
Questa narrazione, breve rispetto a un regno così lungo e
così denso di avvenimenti, è talmente legata alla persona del
Re che non era possibile tralasciarla volendo ritrarre con
esattezza questo monarca quale veramente è stato. L’abbiamo
visto grande, ricco, conquistatore, arbitro dell’Europa, temuto
e ammirato finché ci furono capitani e ministri che veramente
hanno meritato questo nome. Dopo di loro, la macchina ha
continuato a camminare ancora per poco per l’impulso
ricevuto e per la loro eredità. Ma, subito dopo, è apparsa la
sostanza, gli sbagli e gli errori si sono moltiplicati, la
decadenza è arrivata a grandi passi, senza però aprire gli occhi
a quel padrone dispotico, così geloso di fare e dirigere tutto da
solo, e che sembrava rifarsi del disprezzo degli altri Paesi con
il terrore che la paura della sua persona raddoppiava nel suo.

La famiglia reale e i principi di sangue

Principe fortunato, se mai ce ne furono altri, unico per


l’aspetto, il vigore, la salute ottima e costante quasi senza
interruzioni, in un secolo così fecondo e liberale nei suoi
confronti, in ogni cosa, al punto da poter essere paragonato,
sotto quest’aspetto, al secolo di Augusto; fortunato per i
sudditi che lo adoravano, che prodigavano i loro beni, il loro
sangue, i loro ingegni, molti anche la loro reputazione,
qualcuno addirittura il proprio onore, e troppi la loro coscienza
e la loro religione per servirlo, e spesso anche solo per
piacergli. Fortunato soprattutto in famiglia, se avesse avuto
soltanto quella legittima; una madre, contenta del rispetto e di
un certo credito; un fratello, la cui vita, prostrata da
inclinazioni deplorevoli, e del resto futile in sé, si perdeva in
inezie, si accontentava di denaro, si tratteneva per il timore suo
e per quello dei suoi favoriti, e non era meno bassamente
cortigiano di quanti volevano fare fortuna; una moglie
virtuosa, innamorata di lui, paziente oltre ogni limite, diventata
sinceramente francese, e per il resto completamente incapace;
un figlio unico,13 tutta la vita in fasce, che ancora a
cinquant’anni non sapeva far altro che gemere sotto il peso
della soggezione e del discredito, e che, circondato e
consigliato da ogni parte, osava unicamente quello che gli era
concesso e, sempre immerso nella materialità, non poteva
causargli la più leggera inquietudine; dei nipoti14 che per l’età,
per l’esempio del padre e per i legami che li stringevano, non
gli facevano temere lo straordinario ingegno del maggiore, né
la grandezza del secondo, che accettò sempre dal suo trono la
legge dell’antenato con assoluta sottomissione, né la foga
infantile del terzo che non mantenne niente di quanto aveva
potuto destare preoccupazione; un nipote che, con alcune
punte di dissolutezza, tremava alla sua presenza, e il cui
ingegno, spirito e velleità superficiali, insieme ai propositi folli
di qualche disperato che lo seguiva, sparivano alla prima
parola, spesso al primo sguardo del Re. E, scendendo più in
basso, principi di sangue della stessa tempra, a cominciare dal
Gran Condé, diventato la paura e la bassezza personificata,
perfino davanti ai ministri, dopo il suo ritorno dalla Pace dei
Pirenei; il principe di Condé, suo figlio, il più vile e il più
prostituito di tutti i cortigiani; il duca di Condé, suo nipote,
con un coraggio più ardito, ma scontroso, feroce, e proprio per
questo nell’impossibilità di farsi temere, nonostante tale
carattere fu il più timido di tutti i suoi nei confronti del Re e
del governo; dei due principi di Conti così affabili, il maggiore
morì giovanissimo, l’altro, nonostante l’ingegno, il valore, i
modi, il sapere, apprezzato in pubblico e anche a corte,
timoroso di ogni cosa, rimase schiacciato dall’odio del Re, la
cui avversione gli costò, alla fine, la vita. I più grandi signori
stanchi e rovinati dalla lunga discordia civile, assoggettati per
necessità; i loro successori separati, disuniti, abbandonati
all’ignoranza, alla frivolezza, ai piaceri, alle spese folli, mentre
i migliori si dedicarono alla fortuna e quindi alla servitù e
all’unica ambizione della vita di corte; i parlamenti soggiogati
da colpi continui, impoveriti, a poco a poco la vecchia
magistratura estinta con la dottrina e la severità dei costumi,
infarcita in loro sostituzione di figli di uomini di affari e di
sciocchi dal bell’aspetto, o di incolti pedanti, avari, usurai,
amanti del denaro, spesso mercanti di giustizia, e di qualche
capo tracotante fino all’insolenza, ma per il resto senza alcuna
virtù; nessun corpo sociale compatto e, per un lasso di tempo,
quasi nessuno che osasse anche per conto suo avere qualche
progetto, e ancor meno metterne a parte qualcuno. Per finire, si
arrivò alla divisione delle famiglie più unite, tra quelle degne
di considerazione, al più completo disconoscimento dei
genitori e della parentela, se non per portare il lutto dei più
lontani; poco a poco tutti i doveri vennero assorbiti da uno
solo creato dalla necessità: quello di aver paura e di sforzarsi
di piacere. Da ciò nacque quella tranquillità all’interno del
Paese, mai turbata se non dalla momentanea follia del
cavaliere di Rohan,15 fratello del padre del signore di Soubise,
che pagò immediatamente con la testa, e dal movimento dei
fanatici delle Cevenne,16 che inquietò più di quanto non
meritasse, durò poco e non ebbe alcun seguito, sebbene
capitato in piena guerra contro l’intera Europa.

Onnipotenza del Re

Da ciò ancora l’autorità senza limiti che poté tutto quello


che volle e troppo spesso tutto quello che poté, senza mai
trovare la minima resistenza, se si eccettuano delle apparenze
piuttosto che delle realtà, sui rapporti con Roma e ultimamente
sulla Costituzione.17 Questo si chiama vivere e regnare, ma è
necessario allo stesso tempo convenire che, sorvolando sulla
condotta del governo e dell’esercito, mai alcun principe
possedette a tal punto l’arte di regnare. La corte dei tempi
della Regina madre, che era insuperabile nel saperla tenere, gli
aveva impresso una cortesia notevole, una serietà perfino nella
galanteria, una dignità, una maestà in ogni cosa, qualità che il
Re seppe conservare per tutta la vita, anche quando, alla fine,
lasciò la corte a se stessa. Questa dignità però la volle solo per
sé e in rapporto alla sua persona. Tale dignità, seppure relativa,
venne divelta dal Re quasi del tutto per meglio portare a
termine la rovina di ogni altra e per metterla a poco a poco,
come in effetti fece, all’unisono con le altre, eliminando, più
che poté, tutte le cerimonie e le distinzioni, delle quali non
mantenne che l’ombra e alcune troppo radicate per poter
essere estirpate, le quali divennero faticose e ridicole poiché
lui seppe, anche in queste, seminare zizzania. Questo modo di
agire gli servì ancora per separare, dividere e affermare la
sottomissione alla sua persona, moltiplicandola in occasioni
innumerevoli e molto importanti, che, senza questa abilità,
sarebbero rimaste nelle norme, senza produrre dispute e ricorsi
alla sua autorità. La sua massima era che bisognava soltanto
prevenirle, a eccezione di quelle cose troppo rimarchevoli e di
cui non era necessario dare un giudizio: se ne guardava
attentamente per non ridurre quelle occasioni che tanto gli
sembravano utili. Si comportava alla stessa maniera nel
governo delle province. Durante il suo regno, tutto diventò
motivo di liti e usurpazioni, e da ciò ne ricavò gli stessi
vantaggi.
A poco a poco ridusse tutti a servire, anche quelli a cui
faceva meno caso, aumentando la sua corte. Chi era in età non
osava differire il momento dell’entrata in servizio. Fu ancora
un’altra astuzia per rovinare i nobili, abituarli all’uguaglianza
e confonderli alla rinfusa con tutti. Questa invenzione fu sua e
di Louvois, che voleva regnare anche su tutti i signori
rendendoli dipendenti; di conseguenza, le persone nate per
comandare rimasero nelle loro idee e non si ritrovarono più in
nessuna realtà. Col pretesto che ogni incarico militare è
onorevole ed è sensato imparare a obbedire prima di
comandare, obbligò tutti, senza altra eccezione che i principi
di sangue, a debuttare come cadetti nella sua guardia del corpo
e fare tutti lo stesso servizio delle semplici guardie, nella loro
sala e all’aperto, estate e inverno, e al campo. Poi cambiò
questa scuola in quella dei moschettieri, quando lo prese la
fantasia di questo corpo: scuola che non aveva maggior
concretezza di quanta ne avesse l’altra e dove, come nella
prima, altro non si imparava se non a prendere vizi e a perdere
tempo, ma ci si piegava per forza a confondersi con gente di
ogni genere. Ed era tutto ciò che il Re pretendeva in realtà da
quel noviziato, nel quale bisognava restare un intero anno,
osservando la più scrupolosa regolarità in quel servizio
pedante e inutile; quindi si doveva subire ancora un’altra
scuola, che almeno era degna di questo nome. Si trattava di
una compagnia di cavalleria per quanti volevano servire in
cavalleria, e per quelli che avevano scelto la fanteria, una
luogotenenza nel reggimento reale, del quale lo stesso Re si
occupava di persona, come un colonnello, e che aveva
appositamente distinto da tutti gli altri. Era un’altra posizione
subalterna, dove il Re tratteneva più o meno a lungo prima di
accordare il consenso di acquistare un reggimento, cosa che
dava a lui, e anche al suo ministro, l’occasione di esercitare, a
seconda dei casi, grazia o rigore, a seconda di come voleva
trattare i giovani in base alle testimonianze che riceveva in
genere di nascosto e non in altra maniera, o anche i loro
genitori, il cui modo di comportarsi nei suoi confronti o in
quelli del ministro incideva pesantemente. Oltre al fastidio e al
dispetto di quella condizione subalterna, e alla naturale rivalità
degli uni verso gli altri per uscirne al più presto, rimane il fatto
che tale periodo era scarsamente considerato per ottenere un
reggimento, senza limiti e senza alcun valore in sé, perché era
stato stabilito che la prima data, dalla quale sarebbe stato
conteggiato l’avanzamento nei gradi militari, fosse quella della
carica di mastro di campo o di colonnello.
Con questa regola, eccettuate rare e particolari occasioni
come un’azione notevole, portare una straordinaria notizia di
guerra ecc., fu deciso che, di chiunque si fosse trattato, quanti
erano in servizio rimanevano in totale uguaglianza per quanto
riguardava incarichi e grado. Ciò rese l’anticipo o il ritardo
nell’ottenere un reggimento molto più sensibile, perché da ciò
dipendevano tutti gli scatti successivi, che si fecero solo per
promozioni a seconda dell’anzianità: questa regola venne
chiamata «l’ordine dei quadri». Così tutti i signori rimasero
confusi nella folla degli ufficiali di ogni tipo; da ciò la
confusione che il Re desiderava; da ciò la dimenticanza di
tutti, e in tutti quella di ogni differenza personale e di nascita,
per non esistere più se non in questa condizione di servitù
militare, ormai popolare, controllata completamente dal Re,
dal ministro e anche dai suoi commessi; il ministro aveva
continue occasioni di preferire e di mortificare a suo
piacimento, e non mancava di preparare abilmente il modo di
favorire i suoi protetti, malgrado l’ordine dei quadri, e
ritardare quelli che voleva. Se per fastidio, dispetto o
avversione qualcuno abbandonava il servizio, la disgrazia era
certa; c’era da stupirsi se, dopo anni di rifiuti ripetuti, si
riusciva a ritornare a galla. Quanto a coloro che non erano
della corte, e soprattutto i ceti bassi, a parte che il Re stesso li
teneva d’occhio, il ministro della guerra vi prestava
un’attenzione particolare; e fra questi, chi lasciava il servizio
poteva essere sicuro, e insieme a lui i suoi familiari, di subire
nella loro provincia o nella loro città ogni specie di
mortificazioni, e spesso tutte le persecuzioni possibili, di cui i
diretti responsabili erano gli intendenti delle province, che si
rifacevano normalmente sulle terre e sui beni. Chiunque,
illustre o sconosciuto, fu quindi costretto a entrare, a
perseverare nel servizio e a rimanerci, folla anonima in
completa uguaglianza e sottomissione al ministro della Guerra
e perfino ai suoi commessi. Ricordo Le Guerchoys, morto
consigliere di Stato, allora intendente d’Alençon, mostrarmi a
La Ferté18 l’ordine di far ricercare i gentiluomini della sua
giurisdizione che avevano figli in età di servire e non ancora in
servizio, di esortarli per farli entrare, ricorrendo anche alle
minacce, e di raddoppiare e triplicare l’imposta di capitazione
per quelli che non avessero obbedito, imponendo loro tutti i
tipi di vessazione cui fossero suscettibili. Questo fu il caso di
un gentiluomo, mio amico, che era in quella situazione e che
io poi mandai a chiamare per deciderlo. Le Guerchoys fu poi
intendente a Besançon, e consigliere di Stato all’inizio della
Reggenza.

Le riforme militari di Louvois

Prima di terminare quanto riguarda la politica militare, è


opportuno vedere fino a che punto Louvois abusò della
meschina gelosia del Re, che voleva occuparsi di tutto e porre
tutto alle sue immediate dipendenze per sistemare ogni cosa di
persona e sotto la propria diretta autorità; occorre vedere
quanto la sua pericolosa ambizione abbia inaridito la fonte dei
capitani di ogni tipo, e ridotto la Francia a non trovarne più nel
Paese e a non poterci più sperare, dato che gli scolari non
possono imparare se non sotto la guida dei maestri, ed è
necessario che questa successione abbia un seguito e continui
di mano in mano, dal momento che negli uomini la capacità
non si crea da sola. Abbiamo già visto gli obblighi funesti
della Francia nei confronti di questo ministro dannosissimo:
guerre smisurate e senza fine per rendersi necessario, per la
sua grandezza e autorità, per il suo onnipotente potere; truppe
numerosissime, che hanno insegnato ai nostri nemici, dalle
risorse umane inesauribili, ad averne altrettante, mentre hanno
spopolato il nostro regno; per ultimo, il crollo dei commerci e
della marina, delle industrie, delle colonie, a causa della
gelosia di Louvois nei confronti di Colbert, di suo fratello e di
suo figlio, nelle cui mani era il dipartimento di questi
ministeri, e il piano conseguente, fin troppo bene attuato, di
rovinare la Francia ricca e fiorente per rovesciare Colbert.
Resta da vedere in che modo, per essere il padrone assoluto,
abbia strappato le ultime radici del valore militare in Francia,
mettendola totalmente nell’impossibilità di averne ancora.
Louvois, disperato per il giogo del principe di Condé e di
Turenne, non meno intollerante dell’autorità dei loro allievi,
decise di difendersi dai loro successori, e di infiacchire gli
stessi allievi. Persuase il Re del pericolo di non tenere al laccio
i generali delle sue armate, i quali, ignorando i segreti del
gabinetto e mettendo la loro reputazione al di sopra di ogni
altra considerazione, potevano non attenersi ai piani convenuti
prima della loro partenza, approfittare delle occasioni e
prendere iniziative il cui successo favorevole avrebbe turbato i
negoziati segreti, mentre quelle sfortunate avrebbero causato
un effetto ancora più triste; lo convinse che spettava
all’esperienza e alla capacità del Re, regolare non solo il piano
di campagna degli eserciti, ma guidarne lo sviluppo dal suo
gabinetto, non lasciando la sorte dei suoi interessi alla fantasia
dei generali, dei quali nessuno aveva la capacità, l’esperienza
né la reputazione del principe di Condé e di Turenne, loro
capi. Louvois approfittò così dell’orgoglio del Re e, col
pretesto di alleviarlo, ideò i piani di diverse campagne che
acquistarono forza di legge per i generali d’armata, che a poco
a poco non furono più in grado di opporsi a nulla. Con la
stessa scaltrezza, li tenne tutti imbrigliati durante le campagne,
al punto che nessuno osava approfittare delle occasioni
favorevoli, senza avere prima chiesto il permesso, cosicché
esse svanivano quasi sempre prima di avere ricevuto la
risposta. Con questo mezzo Louvois fu libero di spostare il
grosso della guerra dove voleva e di allentare e trattenere le
briglie ai generali d’armata, con la conseguenza di farli valere
o deprezzarli a suo piacimento. Questi tormenti, che
giustamente indispettirono i generali d’armata, furono la causa
che fece perdere le occasioni più importanti, spesso le più
sicure, e di una negligenza che ne fece mancare molte altre.
Compiuto questo grande passo, Louvois ispirò al Re il
funesto ordine dei quadri, con le numerose promozioni per
anzianità: cosa che lusingò la superbia del Re con l’idea di
rendere uguali tutte le condizioni sociali, ma fece anche sì che,
alla lunga, scomparisse ogni emulazione. Infatti, da quando fu
deciso che non si accedeva oltre al rango stabilito, se non per
avvenimenti quasi eccezionali, e sempre accompagnati dal
favore regale, nessuno si preoccupò più di affaticarsi o di
istruirsi, sicuri di non avanzare oltre il proprio rango e anche al
momento giusto, a meno di una disgrazia che ci si
accontentava di evitare col minor sforzo possibile.
Questo ordine dei quadri, regolato come si è visto, e per le
ragioni che abbiamo spiegato, non si fermò a quel punto. Col
pretesto che, in un’armata, gli ufficiali generali assumevano il
servizio a turno, Louvois, che voleva impadronirsi di tutto e
sbarrare ogni altra possibilità di fare carriera che non passasse
per le sue mani, fece valere l’ordine dei quadri sugli stessi
generali d’armata. Fino ad allora, questi avevano l’abitudine e
la libertà di dare a chi volevano i distaccamenti, più o meno
importanti, del loro esercito. Stava a loro, a seconda
dell’importanza e della destinazione, scegliere i comandanti, e
nessun ufficiale generale o particolare aveva il diritto di
pretenderli. Se il distaccamento era importante, il generale
sceglieva per comandarlo chi, tra i suoi ufficiali, riteneva il
migliore; se era meno importante, sceglieva un ufficiale di
grado più modesto. Fra questi ultimi, i generali d’armata
avevano l’abitudine di sperimentare dei giovani che sapevano
assidui e desiderosi di imparare. Vedevano come si
comportavano nel comando di quei distaccamenti, e
affidavano loro distaccamenti più o meno importanti, con un
compito più o meno facile, a seconda che avessero già
mostrato minore o maggiore capacità. Ciò faceva dire a
Turenne, che non considerava meno coloro che erano stati
sconfitti, che, al contrario, si poteva imparare solamente così a
prendere le decisioni future, e che era necessario avere diverse
esperienze, anche negative, per diventare qualcuno. Se i
generali d’armata riconoscevano, per mezzo di tali esperienze,
un soggetto poco capace, lo abbandonavano lentamente; se vi
trovavano talento e risorse, lo incoraggiavano. In questo modo
erano sempre ben serviti. Gli ufficiali generali e particolari
capivano che fama e fortuna dipendevano unicamente dalla
loro applicazione, dal comportamento e dalle loro azioni, e la
distinzione giornaliera era strettamente legata alla loro
inclinazione per la preferenza o per trascuratezza; tutto in loro
contribuiva quindi all’emulazione, li incentivava ad applicarsi,
apprendere, istruirsi e, fra i giovani, c’era l’abitudine di fare la
corte a coloro che avevano incarichi frequenti per essere
autorizzati a istruirsi presso di loro, e a permettere di
accompagnarli nei distaccamenti per vederli all’opera, e
imparare sotto di loro. Questa era la scuola che da un
distaccamento a uno più importante, da un compito a uno più
considerevole, portava alla grandezza militare gli allievi di
queste scuole, e che, secondo la capacità, formò quella folla di
ottimi ufficiali generali e il numero ristretto di grandi capitani.
I generali d’armata, che rendevano conto di loro giorno per
giorno con dispacci, facevano una relazione più completa al
loro rientro. Tutti avvertivano la necessità di avere quelle
testimonianze per la loro reputazione e la loro carriera, tutti si
davano quindi da fare per meritarle e per riuscire graditi, cioè
prestandosi a tutto, coadiuvando e aiutando, ciascuno secondo
i propri mezzi, il generale d’armata sotto il quale servivano, o
l’ufficiale generale nel corpo del quale si trovavano distaccati.
Ciò provocava una volontà, un’applicazione, una vigilanza il
cui insieme era infinitamente utile al generale e al successo
della campagna. Chi si distingueva di più faceva carriera in
proporzione; si diventava prestissimo luogotenente generale, e
quasi tutti coloro che in Francia sono arrivati al bastone di
maresciallo, prima che lo concedesse Louvois, vi erano giunti
prima dei quarant’anni. L’esperienza ha insegnato che erano di
gran lunga i migliori e, seguendo il corso della natura, avevano
venti o trent’anni di tempo per adoperare il loro ingegno al
comando degli eserciti. Guerrieri del genere non si piegavano
volentieri ai comandi di Louvois, così lui li distrusse, e con
essi i loro seguaci, sempre con quel fatale ordine dei quadri.
Aveva già costretto i generali d’armata a ricevere dalle sue
mani i piani di battaglia, come se venissero direttamente dal
Re. Aveva proibito di elaborarli in sua assenza e di parlarne
con il Re, e il Re con loro, solo in sua presenza, tanto al
momento della partenza quanto al ritorno; infine, aveva
concesso loro spazi sempre più ristretti, al punto che loro non
osavano fare un passo né approfittare della minima occasione,
senza ordine e senza permesso. Li aveva ridotti agli ordini del
corriere di gabinetto. Andò ancora più lontano.
Fece capire al Re che l’incarico di comandare un esercito
era di per sé tanto importante, da non doverlo rendere ancora
più potente con l’assegnazione dei protetti, con le relative
famiglie, alle quali potevano notevolmente appoggiarsi, e che
quindi quella scelta di far avanzare, a loro discrezione,
nell’esercito era necessaria prima della saggia istituzione
dell’ordine dei quadri che rimetteva tutto nelle mani di Sua
Maestà, ma che ormai, avendolo stabilito, l’ordine doveva
provvedere a tutto, non lasciando più la scelta ai generali
d’armata; scelta che diventava perfino offensiva nei confronti
degli ufficiali generali e particolari, perché significava
mostrare una preferenza che non poteva non rivelare una
maggiore confidenza, perciò una stima maggiore per l’uno
piuttosto che per l’altro, mentre spesso altro non era che
avversione o capriccio contro l’uno, sentimento di amicizia o
motivi personali a favore dell’altro. Bisognava dunque che gli
ufficiali generali e particolari che prestavano servizio, o che
erano di picchetto, nello stesso grado e uno dopo l’altro
secondo anzianità, procedessero allo stesso modo per i
distaccamenti, senza alterarne l’ordine secondo la volontà del
generale, togliendo con questo mezzo ogni occasione di
gelosia, e ai generali la possibilità di far avanzare o
indietreggiare chi pareva loro. Il gusto del Re, del tutto
consono alle mire del ministro, delle quali non era
consapevole, aderì facilmente alla sua proposta. Ne fece una
regola in seguito sempre rispettata, di modo che, se un
generale d’armata deve fare un distaccamento che richiede una
certa preparazione, è costretto ad affidarla al primo balordo cui
spetta muoversi, e se ne capitano diversi di seguito, cosa che
succede fin troppo spesso, bisogna o sfidare la sorte, o
stancare le truppe con tanti distaccamenti inutili finché ci sono
degli incapaci da far muovere, fino ad arrivare a quello cui si
vuole veramente dare l’incarico del distaccamento importante.
Se questo metodo si ripeteva varie volte, si sollevavano
lamentele e clamori nei confronti dell’onore e dell’ingiustizia,
appena qualcuno se ne accorgeva. Si vede abbastanza
chiaramente quanto un inconveniente del genere sia dannoso
per un esercito, ma la cosa essenziale è che questa regola ha
significato la scomparsa delle scuole di guerra, di ogni tipo di
istruzione e di emulazione. Non c’è più luogo, né persona da
cui imparare, nessun interesse di riuscire graditi ai generali, né
di esser loro in qualche modo utili per l’impegno e la
vigilanza. Tutto è diventato uguale, sotto la legge
dell’anzianità o dell’ordine dei quadri. Ci si consola dicendo
che non resta che dormire e fare alla meno peggio il proprio
servizio, tenendo d’occhio le date, perché, oltre alla data, non
avanza nient’altro, e aspettare con pazienza e tranquillità senza
dovere niente a nessuno, nemmeno a se stessi. Ecco cosa la
Francia deve a Louvois, che ha divelto ogni metodo di
formazione dei comandanti, per non dover più fare i conti con
il merito, mentre l’incapacità è stata costantemente bisognosa
della sua protezione; ecco cosa deve il regno alla cieca
superbia di Luigi XIV.
Le promozioni introdotte finirono di alterare ogni cosa
confondendo tutto, meriti, azioni, nascita, che era in contrasto
con tutto ciò, con l’espediente dell’anzianità e con le rare
eccezioni che Louvois seppe fare abilmente, al momento della
loro regolamentazione, per quanti volle far avanzare, come
anche per quelli che volle arretrare e stancare. Il numero
incredibile di truppe, che il Re preparava per la guerra, servì a
ingrandire e a moltiplicare le promozioni che, divenute in
seguito ben più frequenti e numerose, hanno appesantito
l’esercito di una quantità enorme di ufficiali di ogni grado. Da
ciò è risultato un altro inconveniente: a forza di generali
semplici e di brigata, c’è da stupirsi se ciascuno di loro opera
più di tre o quattro volte in tutta la campagna, ed è normale se
ciò avviene una volta o due. Ora, senza insegnamenti, senza
scuole, quale altro mezzo rimane per imparare e per formarsi,
se non affrontare spesso delle difficoltà in modo da apprendere
dall’esperienza diretta e dalle stesse difficoltà? E questi in
difficoltà non ci sono mai, né possono esserci.
Ma il colmo, in questo disordine e nell’ignoranza dell’arte
militare, sono le truppe scelte. Mi riferisco, per la fanteria, ai
reggimenti delle guardie svizzere e francesi e al reggimento
del Re; per la cavalleria, alla casa reale e al corpo dei
gendarmi. Il Re, per distinguerli, ha confuso ogni grado, e
nell’occasione di ogni promozione ha creato un formicaio di
ufficiali generali. Gli ufficiali di questi corpi non possono
nemmeno imparare il poco che fanno gli altri, perché, per
quanto avanti, compiono solamente il servizio di luogotenente
o di capitano di fanteria e di cavalleria, sempre all’interno dei
rispettivi reggimenti. Se servono come ufficiali generali,
saltano subito a quest’incarico senza aver visto e imparato
niente, neanche del servizio dei gradi intermedi. Lascio
immaginare quanto possano rendere e l’imbarazzo che questo
moltiplicarsi o, per meglio dire, questa folla crea in un esercito
sia per la loro presenza sia per i loro equipaggiamenti. E dopo
tutto ciò si è sorpresi di avere tanti marescialli di Francia, e
così pochi che vengano utilizzati, e, in un’immensità di
ufficiali generali, un così esiguo numero che sappia qualcosa;
inoltre, non si riesce a distinguere nessuno a cui dare il
comando o il bastone di maresciallo, se non per titolo di
anzianità. Da ciò derivano le sventure degli eserciti e la
vergogna di essere ricorsi a stranieri19 totalmente inesperti per
farli comandare, senza speranza di poter formare nessun
condottiero. I maestri non ci sono più, le scuole sono chiuse,
gli allievi scomparsi, e con loro ogni possibilità di tirarne su
degli altri. Ma il potere sconfinato del segretario di Stato della
guerra, che ha sempre appoggiato al riguardo i modi di
procedere di Louvois, è una ricompensa apparentemente
sufficiente per chi volesse cercare rimedio. Il Re ha avuto
paura dei signori e ha voluto dei ragazzi di bottega: quale
signore avrebbe potuto arrecare alla Francia un colpo così
mortale per il proprio interesse e per la propria grandezza?
Dopo tante montagne trasformate in valli sotto il peso di
Louvois, trovò ancora delle colline da spianare: cosa che fece
in quattro e quattr’otto. I reggimenti di cavalleria, fanteria e
quelli dei dragoni erano al diretto comando dei loro colonnelli.
La loro carriera dipendeva dalla completezza dei ranghi, dalla
bravura e dalla precisione delle truppe, mentre dal coraggio e
dalla disciplina derivava il loro onore; la loro stima, dal fatto
di viverci giustamente e disinteressatamente, come buoni padri
di famiglia; mentre l’interesse degli ufficiali era di riuscire
graditi e di conquistare la loro stima, perché da loro dipendeva
la carriera e ogni servizio interno. Così spettava ai colonnelli
rispondere in tutto dei loro reggimenti, ed erano puniti per
ogni negligenza e ingiustizia, se ce n’erano, nel loro
comportamento. Questa autorità, benché così necessaria per il
buon andamento del servizio, anche se così poco estesa –
possiamo aggiungere così subalterna – spiacque a Louvois:
volle toglierla ai colonnelli usurpandogliela. Si servì, per
riuscirci, del debole del Re per tutti i dettagli più insignificanti.
Lo intrattenne su quelli relativi alle truppe, sugli inconvenienti
che potevano sorgere nel lasciarli alla discrezione dei
colonnelli, troppo numerosi per poter essere controllati con
l’attenzione e la sorveglianza che sarebbe stata necessaria;
infine, propose al Re di nominare degli ispettori, scelti fra i
colonnelli più coscienziosi e più preparati sulla disciplina delle
truppe, che le avrebbero passate in rivista nei distretti loro
assegnati, avrebbero esaminato la condotta dei colonnelli e
degli ufficiali, ricevendone le loro lamentele, e anche quelle
dei soldati semplici e di quelli di cavalleria, dei dragoni;
sarebbero entrati con autorità nei dettagli pecuniari, in quelli
del merito, del demerito e del servizio di ciascuno, avrebbero
esaminato e regolamentato provvisoriamente le contese e
quanto relativo all’abbigliamento e all’armamento, soprattutto
quelli di parata, i cavalli e gli equipaggi; avrebbero reso due o
tre volte l’anno, al Re, cioè a lui stesso, un conto esatto di ogni
cosa, sulla base del quale tutto sarebbe stato regolato, nei
reggimenti, con cognizione di causa. Così, finalmente, si
sarebbe conosciuto con esattezza il servizio, la condotta, il
merito, lo spirito di corpo di ogni reggimento, quello degli
ufficiali che lo componevano, e dei colonnelli, per decidere in
modo illuminato le loro promozioni, punizioni e ricompense.
Il Re, affascinato da quei nuovi dettagli e dalla conoscenza,
che avrebbe acquisito facilmente, di quell’immensità di
ufficiali particolari che componevano i suoi eserciti, cadde
nella trappola e così fece di Louvois il primo padrone assoluto
di ogni cosa militare. Seppe scegliere gli ispettori che gli
convenivano; erano favori in più che si apprestava a
distribuire. Riguardo alle poche cose che Louvois permise agli
ispettori di riferire al Re in modo da illuderlo, e ottenerne
quindi l’autorizzazione a procedere, fu molto attento
nell’esaminare in precedenza tutto con loro, addirittura
suggerendo quanto dovevano dire; e a ciò erano costretti ad
attenersi fedelmente, dato che lui era sempre presente al
momento del loro resoconto con il Re.
Contemporaneamente adoperò un’altra astuzia per impedire
che gli ispettori potessero sfuggire al suo controllo. Con il
pretesto dell’estensione delle frontiere e delle province, dove
le truppe erano sparse in inverno, e della lontananza dei diversi
eserciti in estate, stabilì un cambio continuo degli ispettori, che
non vedevano mai più volte di seguito le stesse truppe, per
paura che potessero arrogarsi troppa autorità, al punto che
diventarono utili solamente per levare ogni autorità ai
colonnelli, e inutili per ogni altra necessità; anche per
l’esecuzione di ciò che avevano ordinato o scartato, dato che
non potevano vederlo né controllarlo. Infatti, informarsene
spettava a un altro ispettore, che molto spesso veniva
ingannato, e il più delle volte non era in grado di capire le
disposizioni del suo predecessore, e ne dava di nuove,
completamente diverse.
Questa novità provocò un lamento generale negli eserciti. I
colonnelli generali, i mastri di campo generali della cavalleria
e dei dragoni, soprattutto il commissario generale della
cavalleria, che ne era l’ispettore generale, persero la poca
autorità che erano riusciti a salvare dalle mani di Louvois, il
quale l’aveva quasi completamente annientata e, con
quest’ultimo colpo, li ridusse ad autentiche ombre: ai
colonnelli non rimase altro che l’apparenza del comando. Gli
ufficiali assennati si stancarono di dipendere ormai da questa
specie di ispettori volanti che non potevano conoscerli; altri,
per diverse ragioni, furono ben felici di non dipendere più dai
loro colonnelli. All’inizio, nessuno osò fare nulla, perché
Louvois, l’occhio vigile e la frusta in mano, castigava
duramente al primo sentore di sussurri e, ancor più, di dispetto.
Dopo di lui, però, si cominciò a sentire nell’esercito la falsità
di un’istituzione che riuscì solo ad aumentare il numero degli
ufficiali, diminuendone la considerazione. Si credette di porre
rimedio nominando alcuni ufficiali generali, direttori di
fanteria e di cavalleria, da cui dipendevano gli ispettori.
Ciò accrebbe la confusione nei comandi e nella disciplina,
gli intrighi nei reggimenti e la negligenza nel servizio. I
colonnelli, non avendo la capacità di comportarsi liberamente,
furono poco considerati nei loro reggimenti, poco per il loro
grado, e di conseguenza non ebbero più la possibilità di
regolare bene il servizio, e i più considerevoli con nessuna
intenzione di affaticarsi inutilmente.
Con il pretesto del potere degli ispettori, l’ufficio, cioè il
ministro della Guerra e, ancor più, i suoi principali commessi
disposero a poco a poco delle cariche nei reggimenti, senza
alcun riguardo per i nomi proposti dai colonnelli, al punto che
il fastidio, la confusione, la sregolatezza, il disordine, si
infiltrarono nelle truppe dove regnarono beghe, ipocrisie,
spesso liti e divisioni, sempre scontentezza e avversione.
L’aggravarsi della situazione ha favorito i disastri delle nostre
ultime guerre, ma l’autorità e l’interesse del ministro
impediranno sempre di apportare l’unico rimedio: rimettere le
cose, sotto questo aspetto, come erano prima di quella funesta
invenzione che ha fatto passare ogni autorità personale, per
così dire familiare, nelle mani di Louvois. Era troppo accorto
per non averne avvertito le dannose conseguenze, ma non
pensava che a se stesso e non sopportò a lungo che gli ispettori
rendessero conto al Re. Presto si incaricò di farlo da solo al
loro posto, e i suoi successori hanno saputo ben conservare
questo privilegio, a eccezione di alcune occasioni rare e
momentanee, e comunque sempre in loro presenza.
Louvois immaginò ancora una novità per rendersi più
potente e arbitro delle fortune militari: il grado di brigadiere,
sconosciuto fino ad allora nelle nostre truppe, e che avremmo
benissimo potuto fare a meno di conoscere. Gli altri eserciti
europei lo hanno da pochissimo tempo. Il decano dei
colonnelli di ogni brigata ne aveva il comando, e nei
distaccamenti i colonnelli più vecchi facevano il servizio che
poi è stato attribuito a questo grado, che è quindi inutile e
superfluo, ma servì a ritardare l’avanzamento di quel primo
grado al di sopra dei colonnelli: di conseguenza, fu utile a
Louvois per avere uno stadio intermedio in più, in modo da
promuovere o far indietreggiare chi voleva, nella gerarchia dei
gradi, per rendere il cammino più difficile e più lungo, per
arrivare più tardi a quello di luogotenente generale, e per
ritardare il bastone di maresciallo a oltre sessant’anni. Così,
chi lo otteneva allora non aveva né i mezzi, né la forza di
contrastare il segretario di Stato, né di fargli la minima ombra.
Uniche eccezioni sono state l’ultimo maresciallo d’Estrées, in
marina, che, per un caso fortunato, ebbe presto il posto di vice-
ammiraglio di suo padre e, nell’esercito, il duca di
Berwick,20 il cui merito non lo avrebbe mai portato avanti
senza la sua qualità di illegittimo. Ci si è accorti, e ci si
accorgerà ancora per lungo tempo, di quanto valgono questi
generali sessantenni e le truppe abbandonate a se stesse, agli
ordini degli ispettori e sotto la ferula del ministro, cioè sotto
l’ignorante e interessato dispotismo del segretario di Stato
della guerra e sotto quello di un re veramente troppo
imbavagliato.
Veniamo adesso a un altro aspetto della politica di Luigi
XIV.
IV

La corte

La corte1 fu un altro espediente della politica del


dispotismo. Abbiamo visto quella che ha diviso, umiliato e
confuso i più grandi, che ha elevato i ministri al di sopra di
tutti, in autorità e potenza più in alto dei principi di sangue e in
grandezza anche al di sopra degli appartenenti all’alta nobiltà
dopo avere completamente cambiato la loro condizione.
Bisogna mostrare gli sviluppi in tutti i campi della stessa
politica, basata sullo stesso punto di vista.
Furono molte le cose che contribuirono a portare la corte
fuori Parigi e a mantenerla senza interruzioni in campagna. I
disordini dei quali la città fu il grande teatro,2 ne avevano
ispirato al Re l’avversione; poi la convinzione che il soggiorno
era pericoloso, mentre la residenza della corte in un altro luogo
avrebbe reso gli intrighi a Parigi meno facili a causa delle
distanze, anche se brevi, e anche per le assenze, che si
sarebbero notate con facilità. Non poteva perdonare a Parigi la
sua fuga3 clandestina dalla città, la vigilia dei Re nel 16(49),
né il fatto di averla resa, suo malgrado, testimone delle sue
lacrime, in occasione del primo ritiro della La Vallière.
L’imbarazzo delle sue amanti e il pericolo di alimentare grandi
scandali in una capitale così popolosa, rigurgitante di
personaggi tanto differenti, contarono non poco
nell’allontanarlo. Era importunato dalla presenza del popolo
ogni volta che usciva, rientrava o appariva in strada, così come
era infastidito da un altro genere di cittadini, che non
avrebbero potuto cercarlo con la stessa assiduità più lontano.
Anche a causa di certe inquietudini, per cui appena esse furono
percepite, i più intimi fra i preposti alla sua persona, come il
vecchio Noailles, Lauzun e alcuni subalterni, gli si strinsero
intorno con la loro vigilanza, e furono accusati di moltiplicare
appositamente false dicerie messe in giro per farsi valere e per
avere più spesso dei colloqui privati col Re. Il piacere per le
passeggiate e per la caccia, molto più facili in campagna che a
Parigi, lontana dai boschi e scarsa di luoghi adatti a
passeggiare; il piacere delle costruzioni, che venne dopo ma
che aumentò sempre col passare degli anni, non gli consentiva
quel divertimento in una città dove non avrebbe potuto evitare
di essere continuamente sotto gli occhi di tutti; per finire,
l’idea di rendersi più venerabile sottraendosi agli sguardi della
folla e all’abitudine di essere visto tutti i giorni: tutte queste
considerazioni stabilirono il Re a Saint-Germain, subito dopo
la morte della Regina madre. Là cominciò ad attirare la società
con feste e galanterie e a far capire che voleva essere visitato
spesso.
L’amore per la La Vallière, all’inizio segreto, offrì
l’occasione di frequenti passeggiate a Versailles, allora una
costruzione da niente, voluta da Luigi XIII, disturbato – e il
suo seguito ancora di più – dal fatto di dovere spesso dormire
in un’infima osteria di carrettieri e in un mulino a vento,
estenuati dalle lunghe cacce nella foresta di Saint-Léger e
ancora più lontano, in tempi ben diversi da quelli di suo figlio,
in cui le strade, la velocità dei cani, il numero dei battitori e
dei cacciatori a cavallo hanno reso le cacce così facili e brevi.
Quel monarca non pernottava mai, o raramente e per una sola
notte, a Versailles, solo se costretto dalla necessità, mentre il
Re suo figlio ci restava per essere più tranquillo con la sua
amante. Piaceri sconosciuti al Giusto, all’eroe degno
discendente di san Luigi, che costruì quel piccolo Versailles.
Questi brevi soggiorni di Luigi XIV fecero sorgere a poco a
poco gli immensi edifici da lui costruiti, così differenti dagli
alloggi di Saint-Germain, con tutte le comodità per una corte
numerosa, dove trasportò definitivamente la sua dimora poco
tempo prima della morte della Regina.4 Costruì un numero
infinito di appartamenti, la cui richiesta era un piacere per il
Re, mentre a Saint-Germain quasi tutti avevano la scomodità
di abitare in città, e i pochi che stavano nel castello erano mal
sistemati e molto stretti. Le feste frequenti, le passeggiate in
privato a Versailles, i viaggi furono i mezzi che il Re adoperò
per distinguere e mortificare nominando le persone che ogni
volta dovevano farne parte, in modo che ciascuno fosse
assiduo e attento a piacergli. Capiva di non avere molte grazie
da distribuire per ottenere un risultato duraturo. Pertanto
sostituì ai favori concreti altri ideali come la gelosia, le piccole
preferenze che si presentavano ogni giorno e per così dire ogni
momento, con la sua abilità. Nessuno fu più ingegnoso di lui
nell’inventare continuamente questo tipo di cose, ossia le
speranze che distinzioni e preferenze facevano nascere e la
considerazione che ne derivava. Marly, in seguito, gli fu molto
più utile, e anche Trianon, dove tutti potevano andare a fargli
la corte, ma dove le dame avevano l’onore di mangiare con lui,
e le elette venivano scelte in occasione di ogni pasto. Così
pure il candeliere che tutte le sere, al momento di coricarsi,
faceva tenere da un cortigiano che voleva distinguere, sempre
fra i più qualificati e nominato ad alta voce alla fine della sua
preghiera. Il giustacuore a brevetto fu un’altra di queste
invenzioni, di colore blu foderato di rosso, con gli ornamenti e
la giacca rossa, ricamati con un magnifico disegno d’oro e un
po’ d’argento, particolare di questi abiti. Ce n’era solo un certo
numero, fra cui quelli per il Re, la sua famiglia e i principi di
sangue; ma questi ultimi, come il resto dei cortigiani, potevano
averli solo quando ce n’era qualcuno vacante. Le persone più
illustri della corte, sia per merito personale sia per favore, li
domandavano al Re, e ottenerli era una grazia. Il segretario di
Stato che aveva la casa reale nel suo dipartimento emetteva un
brevetto e nessuno che non fosse del loro rango aveva
possibilità di ottenerlo. Furono immaginati per coloro (in
verità pochissimi) che avevano la libertà di seguire il Re da
Saint-Germain a Versailles senza essere espressamente invitati,
e quando quest’uso cessò, quei vestiti smisero di dare qualsiasi
privilegio, se si eccettua quello di poter essere indossati anche
durante un periodo di lutto di corte o di famiglia, purché non
fosse importante o comunque sul finire, e anche nel periodo in
cui era proibito portare l’oro e l’argento. Non ho mai visto il
Re portarlo, né Monseigneur, né Monsieur, ma molto spesso i
tre figli di Monseigneur e tutti gli altri principi; e fino alla
morte del Re, quando uno di questi giustacuori rimaneva
vacante, tra le persone di corte più considerevoli era una gara
per ottenerlo, e se un gentiluomo giovane riusciva ad averlo,
era considerata una grande distinzione. Non si finirebbe mai di
raccontare le attenzioni che il Re escogitava per avere una
corte sempre numerosa e i vari stratagemmi, che si
susseguivano l’uno all’altro, mano a mano che lui avanzava in
età e che le feste cambiavano o diminuivano.
Non solo era sensibile alla presenza costante delle persone
importanti, ma lo era anche per quelli di condizione inferiore.
Guardava a destra e a sinistra al suo risveglio, al momento di
coricarsi, durante i pasti, passando negli appartamenti, nei
giardini di Versailles, dove ai soli cortigiani era permesso
seguirlo; vedeva e notava tutti; nessuno gli sfuggiva, neppure
quelli che speravano di non essere visti. Distingueva
benissimo da solo le assenze dei cortigiani che erano sempre
presenti, e quelle di coloro che venivano più o meno
frequentemente; considerava i motivi generali o privati di tali
assenze, e non perdeva la minima occasione per agire di
conseguenza nei loro confronti. Per alcuni e per tutti i più
illustri era un demerito non fare della corte il loro soggiorno
abituale, per altri lo era il venirci raramente e una sicura
disgrazia per chi non ci veniva mai, o quasi mai. Quando si
trattava di qualcosa in loro favore: «Non lo conosco»,
rispondeva fieramente e, a proposito di quelli che raramente si
facevano vedere: «È una persona che non vedo mai», e quelle
sentenze erano irrevocabili. Altro delitto era non andare a
Fontainebleau, che teneva nella stessa considerazione di
Versailles, e per certuni era grave non chiedere di andare a
Marly, alcuni sempre, altri spesso, benché lui non avesse la
minima intenzione di portarceli; ma, se si aveva l’abitudine di
andarci, era necessaria una valida scusa per esserne dispensati,
tanto per gli uomini quanto per le donne. Soprattutto, non
poteva soffrire le persone che si trovavano bene a Parigi.
Sopportava più facilmente quanti amavano la campagna, ma
bisognava che la amassero con misura, o comunque che
prendessero le loro precauzioni, prima di andarci per un
periodo un po’ lungo. Tale atteggiamento non si limitava a
coloro che ricoprivano degli incarichi, o agli intimi o ai
preferiti, né a quelli che per età o posizione erano più in vista
degli altri. La sola destinazione era sufficiente per i cortigiani.
In proposito, si è già notata l’attenzione del Re per un viaggio
che feci a Rouen per un processo, per quanto giovane fossi, al
punto da farmi scrivere, per suo conto, da Pontchartrain5 per
saperne la ragione.

Servizi segreti

Luigi XIV si preoccupava molto di essere bene informato


su quanto avveniva ovunque, nei luoghi pubblici, nelle case
private, nelle occasioni mondane e perfino nel segreto delle
famiglie e delle amicizie. Spie e delatori erano innumerevoli.
Ce n’erano di tutti i tipi: molti ignoravano che le loro delazioni
arrivavano fino a lui, altri lo sapevano, alcuni gli scrivevano
direttamente, facendogli giungere le loro lettere per le vie
prescritte dallo stesso Re, lettere che erano viste solo da lui e
sempre prima di ogni altra cosa; altri, infine, talvolta gli
parlavano in segreto nei suoi gabinetti entrando dalle parti
posteriori. Queste vie sconosciute tolsero di mezzo una
quantità di persone di ogni ceto, spesso molto ingiustamente,
senza averne mai potuto scoprirne la causa, e il Re, una volta
prevenuto, non tornava mai indietro, o così raramente che
niente era più difficile.
Il Re aveva un altro difetto molto pericoloso per gli altri, e
spesso per se stesso perché lo privava di buoni soggetti. Infatti,
per quanto avesse una memoria eccellente per riconoscere una
persona qualsiasi che aveva visto una sola volta, anche dopo
vent’anni, o per le cose che aveva saputo, senza fare
confusione, non era in grado di ricordare tutto, data la quantità
infinita di cose che ogni giorno veniva a sapere. Se gli era
giunto qualcosa su qualcuno, che avesse poi dimenticato, gli
restava impresso soltanto di avere qualcosa contro di lui, e ciò
bastava per escluderlo. Non cedeva alle osservazioni di un
ministro, di un generale, del suo stesso confessore, a seconda
del genere di persona o fatto di cui si trattava. Rispondeva di
non ricordare più cosa aveva saputo, ma che era più sicuro
servirsi di un altro, del quale non avesse saputo assolutamente
nulla.
Furono dovute alla sua curiosità le pericolose funzioni del
luogotenente di polizia, che poi crebbero continuamente
d’importanza. Sotto il suo regno, questi ufficiali sono stati
sempre più temuti e più rispettati, tenuti in considerazione
quanto i ministri anche dagli stessi ministri, e non c’era
nessuno in Francia, compresi i principi di sangue, che non
avesse interesse a trattarli con riguardo e che non l’abbia fatto.
Oltre ai rapporti seri che gli giungevano da loro, si divertiva ad
apprendere tutte le galanterie e tutte le scemenze di Parigi. Il
figlio di Pontchartrain, che aveva Parigi e la corte nel suo
dipartimento, lo lusingava in modo così sfacciato con questo
mezzo indegno, di cui suo padre era disgustato, che sempre lo
sostenne nei confronti del Re (per sua stessa ammissione),
contro i duri attacchi ai quali, senza questo appoggio, non
avrebbe resistito; cosa che si è saputa più di una volta dalla
Maintenon, dalla duchessa di Borgogna, dal conte di Tolosa e
dai valletti personali.
Ma la più spietata di tutte le strade, attraverso cui il Re fu
informato per molti anni e senza che nessuno se ne accorgesse,
grazie anche all’ignoranza e all’imprudenza di quanti
continuarono a informarlo, fu l’apertura della corrispondenza.
Ciò diede tanto credito ai Pajots e ai Rouillés, che ne
avevano l’appalto, per cui non poté mai essere loro tolto, né fu
possibile farli aumentare di numero per quel motivo così a
lungo sconosciuto; e così vi si arricchirono tutti enormemente,
a spese del pubblico e dello stesso Re. È quasi impossibile
capire la prontezza e l’abilità di quel procedimento. Il Re
vedeva l’estratto di tutte le lettere in cui c’erano brani che i
capi delle poste, e poi il ministro, da cui dipendevano,
ritenevano di fargli pervenire; vedeva anche delle lettere
complete, quando ne valeva la pena per il contenuto, o per la
considerazione di chi veniva nominato. Con tale mezzo i
principali funzionari delle poste, capi e commessi, furono in
condizione di insinuare tutto ciò che piacque loro, e a chi loro
piacque e, siccome un nonnulla faceva cadere in disgrazia
senza rimedio, non avevano nemmeno bisogno di inventare né
di seguire un intrigo. Una parola dispregiativa nei confronti
del Re o sul governo, una battuta, insomma un brano di lettera
specioso e avulso dal contesto, perdeva inesorabilmente, anche
senza alcuna perquisizione, e quest’arma era sempre nelle loro
mani. Così, a torto o a ragione, è incredibile quanta gente di
ogni tipo fu più o meno spacciata. Il segreto era impenetrabile,
e mai niente costò meno al Re quanto il tacere e il dissimulare
profondamente.
Il Re spinse questa qualità spesso fino alla falsità, senza
però mai mentire spudoratamente; si impegnava a mantenere
la parola, perciò non la dava quasi mai. I segreti degli altri li
conservava con la stessa devozione con cui custodiva i propri.
Era anche lusingato da certe confessioni, da certe confidenze e
dalla fiducia; e non c’era amante, ministro o favorito che
potesse venirne a conoscenza, quand’anche il segreto li avesse
riguardati direttamente. Tra molte altre, si è poi saputa la
famosa avventura di una dama di gran lignaggio che è rimasta
sempre sconosciuta e addirittura neppure sospettata. Separata
da più di un anno dal marito, trovandosi incinta e sul punto di
vederlo tornare dall’esercito, alla fine di ogni risorsa, fece
domandare come favore al Re un’udienza segreta, della quale
nessuno potesse accorgersi, per una questione
importantissima. La ottenne. Si confidò al Re in quella estrema
necessità, dicendogli che si rivolgeva a lui come al più onesto
gentiluomo del suo regno. Il Re le consigliò di approfittare di
quella grande difficoltà per vivere più saggiamente in futuro e
le promise di far trattenere immediatamente il marito alla
frontiera, col pretesto del suo servizio, tanto a lungo che non
potesse avere alcun sospetto e di non lasciarlo ritornare per
nessuna ragione. Lo stesso giorno diede l’ordine a Louvois e
gli proibì non solamente qualsiasi congedo, ma di consentire
che si allontanasse anche per un solo giorno dal posto di
comando assegnatogli per tutto l’inverno. L’illustre ufficiale,
che non aveva affatto desiderato e tantomeno domandato di
essere collocato d’inverno alle frontiere, e Louvois, che non ci
aveva pensato affatto, furono sorpresi e seccati. Si dovette
però obbedire alla lettera e senza chiedere spiegazioni, e il Re
raccontò questo fatto solo molti anni dopo, e solamente
quando fu ben sicuro che le persone implicate non potevano
più essere identificate, come effettivamente non poterono mai
esserlo, e nemmeno sfiorate dal sospetto più vago e
indefinibile.
Mai nessuno donò con maggiore grazia del Re, aumentando
così il pregio dei propri benefici; mai nessuno vendette meglio
le proprie parole, i sorrisi, perfino gli sguardi. Rese tutto
prezioso con la scelta e la maestà, alle quali molto
aggiungevano la rarità e la brevità delle sue parole. Se le
rivolgeva a qualcuno su questioni importanti o su cose
indifferenti, tutti gli astanti guardavano il fortunato; era una
distinzione della quale si parlava e che creava sempre una
specie di considerazione. Succedeva lo stesso con tutte le
attenzioni e distinzioni, e con le preferenze che il Re
concedeva nelle loro proposte. Mai gli sfuggì di dire qualcosa
di scortese a qualcuno, e se doveva riprenderlo, rimproverare o
correggere – cosa del resto molto rara –, lo faceva sempre con
un’aria più o meno accentuata di bontà, quasi mai con durezza,
mai con collera (tranne l’avventura di Courtenvaux,6 che ho
già narrato), nonostante fosse collerico, solo qualche volta
adoperò un tono severo.

Cortesia del Re

Mai uomo fu così naturalmente cortese, con una cortesia


così misurata, così giusta, né così capace di distinguere l’età, il
merito, il rango nelle risposte, quando queste andavano oltre il
«Vedrò», e nelle maniere. Questi diversi gradi si notavano con
chiarezza nel suo modo di salutare e di ricevere la riverenza,
quando uno partiva o arrivava. Era ammirevole vederlo
ricevere i saluti in modo differente, alla testa delle truppe, sia
in campagna sia alle riviste. Ma soprattutto nei confronti delle
donne, nessuno lo uguagliava. Non passò mai davanti alla più
modesta delle cuffie senza alzare il cappello, perfino alle
cameriere che sapeva tali, come spesso accadde a Marly. Per le
dame si levava completamente il cappello, ma più o meno da
lontano; per i titolati, lo levava a metà, e lo teneva in aria o
poggiato sull’orecchio; per gli altri nobili, quelli che
veramente lo erano, si limitava a mettere la mano al cappello;
lo toglieva, come per le dame, per i principi di sangue; se
avvicinava delle dame, non si copriva se non dopo averle
lasciate. Tutto ciò avveniva solo quando si trovava fuori,
perché nei suoi palazzi non aveva mai il capo coperto. Le sue
riverenze, più o meno marcate, ma sempre aggraziate, avevano
una leggiadria e una maestà incomparabili, perfino il suo
modo di alzarsi a metà durante la cena per ogni dama con
diritto allo sgabello7 che entrava, non per altre e nemmeno per
i principi di sangue; ma, verso la fine, ciò lo affaticava,
sebbene non abbia mai smesso di farlo, perciò quelle dame
evitavano di entrare alle sue cene quando erano già iniziate.
Sempre con la stessa distinzione riceveva i servizi di
Monsieur, del duca d’Orléans e dei principi di sangue. A
questi non faceva che un cenno familiare come a Monseigneur
e ai suoi figli, riservando ai grandi ufficiali un’aria di bontà e
di attenzione. Se gli facevano aspettare qualcosa al momento
di vestirsi, attendeva sempre con pazienza. Puntuale alle ore
che stabiliva per l’intera giornata, con una precisione
scrupolosa e sintetica nei suoi ordini. Se durante l’inverno, nei
giorni di cattivo tempo, quando non poteva uscire, andava
dalla Maintenon un quarto d’ora prima di quel che aveva
stabilito, cosa che non avveniva quasi mai, e non vi trovava il
capitano delle guardie di servizio, non mancava mai di dirgli
in seguito che la colpa era sua, per aver anticipato l’ora, non
del capitano, per non essere presente. Così, con questa regola
alla quale non veniva mai meno, era servito con la massima
esattezza, e ciò era molto comodo per tutti i cortigiani.

I valletti del Re
Trattava bene i suoi valletti, soprattutto quelli personali. Fra
loro si sentiva più a suo agio e si apriva con maggiore
familiarità, specialmente con i più importanti. La loro amicizia
o la loro avversione ha spesso avuto grandi conseguenze. Loro
erano in grado di rendere buoni o cattivi servizi e così
richiamavano il ricordo di quei potenti liberti degli imperatori
romani, ai quali il senato e i grandi dell’impero facevano la
corte, piegandosi bassamente ai loro voleri. Questi, per tutta la
durata del suo regno, non furono meno considerati né meno
corteggiati. Anche i ministri più potenti dedicavano loro aperti
riguardi; i principi di sangue e perfino i figli illegittimi, per
non parlare di quelli che erano ancora meno, si comportavano
allo stesso modo. Le cariche dei primi gentiluomini di camera
furono più che oscurate dai primi valletti di camera, e i grandi
incarichi vennero sostenuti unicamente a seconda di quanto i
valletti da loro dipendenti o gli ufficiali del più basso grado
erano più o meno vicini al Re per il servizio. Anche
l’insolenza era grande nella maggior parte di loro e tale che
bisognava saperla evitare o sopportarla con pazienza. Il Re li
appoggiava tutti e talvolta raccontava con compiacimento che,
avendo spedito da giovane, per un motivo che non conosco,
una lettera al duca di Montbazon, governatore di Parigi, che si
trovava in una sua casa di campagna, vicino alla città, per
mezzo di un valletto, questi vi giunse quando il duca stava per
mettersi a tavola. Aveva obbligato il valletto a sedersi con lui,
e lo accompagnò, al momento della partenza, fino al cortile,
perché era venuto da parte del Re. Non mancava mai di
chiedere ai suoi cortigiani, quando ritornavano dall’aver fatto
per lui congratulazioni o condoglianze a dei titolati, uomini e
donne, mai a nessun altro, come erano stati ricevuti, e avrebbe
trovato molto di cattivo gusto se non fossero stati fatti
accomodare, e se non fossero stati accompagnati per un bel
pezzo, gli uomini fino alla carrozza.

Galanteria e maestà di Luigi XIV


Nessuno gli era pari nelle riviste, nelle feste e ovunque
potesse esserci un clima di galanteria per la presenza delle
dame. Già ho detto che l’aveva appresa alla corte della Regina
madre e a casa della contessa di Soissons. La compagnia delle
sue amanti lo aveva abituato ogni giorno di più, ma sempre
con maestà, benché talvolta mescolata all’allegria; mai,
davanti agli altri, si permetteva un atteggiamento fuori luogo o
azzardato, ma fino al gesto più insignificante, dal suo modo di
camminare, al portamento, al contegno, tutto era misurato,
decente, nobile, solenne, maestoso e tuttavia estremamente
naturale, cosa alla quale l’abitudine e l’incomparabile ed
eccezionale vantaggio della sua figura dava una grande
facilità. Così, nelle cose serie, le udienze di ambasciatori, le
cerimonie, mai un altro uomo seppe imporsi tanto, e bisognava
cominciare ad abituarsi a vederlo, se non si voleva rischiare,
nel rivolgergli la parola, di rimanere a corto di argomenti. Le
sue risposte in questi casi erano sempre brevi, giuste,
complete, molto raramente sprovviste di qualcosa di gentile e
talvolta perfino di lusinghiero, quando il discorso lo meritava.
Il rispetto che la sua presenza ispirava, dovunque lui fosse,
imponeva silenzio, addirittura una specie di timore.

Gusti del Re

Amava molto l’aria aperta e gli esercizi fisici, finché poté


farne. Era stato eccellente nelle danze, nella pallamaglio e
nella pallacorda, era ancora ammirevole a cavallo, alla sua età.
Amava veder fare tutte queste cose con grazia e abilità: farle
bene o farle male, in sua presenza, diventava un merito o un
demerito. Diceva che non bisognava immischiarsi in cose non
necessarie, se non per farle bene. Gli piaceva molto sparare,
non c’era un tiratore bravo quanto lui, né con altrettanto garbo.
Voleva delle cagne da punta eccellenti, ne aveva sempre sette
o otto nei suoi gabinetti e si compiaceva di dargli lui stesso da
mangiare, per farsi riconoscere. Gli piaceva anche molto la
caccia al cervo, ma in calesse, da quando si era rotto il braccio
cacciando a Fontainebleau, subito dopo la morte della Regina.
Stava da solo in una specie di soufflet tirato da quattro
cavallini, con cinque o sei ricambi, e guidava lui in persona a
briglia sciolta, con un’abilità e una precisione che i cocchieri
migliori non avevano, e sempre con la stessa grazia con cui
faceva ogni cosa. I suoi postiglioni erano dei ragazzi dai nove
ai quindici anni, e li dirigeva lui stesso.
Amò in ogni cosa lo splendore, la magnificenza, la
profusione. Per politica fece di questo suo gusto una massima
di vita, imponendola dappertutto a corte; fare sfoggio di lusso
nell’abbigliamento, nei pranzi, negli equipaggi, nelle
costruzioni e al gioco significava piacergli, ed erano occasioni
perché rivolgesse la parola ai cortigiani. La verità era che il Re
tendeva, e riuscì con questi mezzi a impoverire tutti, mettendo
il lusso in rilievo, rendendolo necessario per alcune cose, e
riducendo così a poco a poco le persone a dipendere, per
sopravvivere, dai suoi benefici. Questo soddisfaceva inoltre il
suo orgoglio di una corte superba in ogni occasione e di una
grande confusione che annullava sempre di più le distinzioni
di nascita. È una piaga che, una volta aperta, è diventata il
cancro che corrode tutti i privati cittadini – perché dalla corte
si è rapidamente estesa a Parigi, alle province e agli eserciti,
dove le persone, qualunque fosse l’incarico ricoperto, erano
tenute in considerazione, dopo questa innovazione infelice, in
ragione della loro tavola e della loro magnificenza –, che
costringe quanti sono in condizione di poter rubare a non
sottrarsene quasi mai, per la necessità di alimentare le loro
spese; cancro che viene alimentato dalla confusione delle
condizioni sociali, dall’orgoglio e dalle stesse convenienze,
che per la follia della maggioranza va sempre aumentando, e le
conseguenze di tutto ciò sono infinite, e conducono addirittura
alla rovina e a rivolgimenti generali.
Nessuno, fino a lui, ha mai avuto un numero tanto grande di
splendidi equipaggi da caccia e di ogni altro genere. Chi
potrebbe contare le costruzioni da lui realizzate? E,
contemporaneamente, chi non ne deplorerà l’orgoglio, il
capriccio, il cattivo gusto? Abbandonò Saint-Germain, e non
fece mai a Parigi alcuna opera di ornamento e comodità,
fuorché il Pont Royal, e per stretta necessità, per cui la città,
benché tanto estesa, è molto inferiore a tante città europee.
Place Vendôme, quando fu costruita, era quadrata. Louvois ne
vide le prime quattro facciate. Era sua intenzione sistemarvi la
Biblioteca Reale, le Medaglie, la Zecca, tutte le accademie e il
Gran Consiglio, che ancora oggi tiene le sue sedute in una casa
in affitto. La prima preoccupazione del Re, il giorno della
morte di Louvois, fu far sospendere i lavori, dando ordine di
smussare gli angoli della piazza, quindi restringendola, non
mettendoci niente di quanto vi era destinato e di costruirci
unicamente delle case, proprio come la si vede oggi.

Versailles

Saint-Germain, posto unico che riuniva le gioie della vista,


l’immensa distesa di una foresta adiacente, ancora unica per la
bellezza degli alberi, del terreno, della posizione, il vantaggio
e l’abbondanza di acque sorgive su tale elevazione, la
possibilità di estendere fin dove si voleva giardini ammirevoli,
incantevoli colline artificiali e terrazze degradanti, le
gradevolezze, e le comodità della Senna: insomma, una città
già fatta, che si manteneva da sola per la sua posizione, venne
abbandonata per Versailles, il più ingrato e il più triste di tutti i
luoghi, senza vista, senza boschi, senza acque e senza terra
perché tutto formato da sabbie mobili e paludi, di conseguenza
senz’aria, che certo non può essere buona. Si compiacque di
tiranneggiare la natura, domandola a forza di lavori e denari.
Fece tutte le costruzioni una dopo l’altra, senza un progetto
generale: belle e brutte, grandi e piccole, furono tutte cucite
insieme. Il suo appartamento e quello della Regina sono di una
scomodità incredibile, con la vista dei gabinetti di lavoro e di
quanto c’è di più buio, di più chiuso e di più maleodorante. I
giardini ammirevoli per magnificenza, ma talmente faticosi
per andarci a passeggiare, sono anch’essi di pessimo gusto. Si
arriva all’ombra ristoratrice attraverso una vasta zona torrida
in fondo alla quale bisogna o salire o scendere, e i giardini
terminano con una piccola collinetta. I viali sono ricoperti di
pietre aguzze che feriscono i piedi, ma senza di esse si
affonderebbe nella sabbia o nel fango più nero. Non si può
vincere il disgusto e la ripugnanza provocata dalla violenza
fatta alla natura. L’abbondanza di acque costrette e raccolte da
ogni parte le rende verdi, dense e fangose; emettono
un’umidità malsana e intensa e un odore che lo è ancora di più.
L’effetto che fanno, che comunque richiede un’attenta
manutenzione, è incomparabile; l’unico risultato però è che si
ammira e subito dopo si fugge. Dal lato del cortile, la
ristrettezza è soffocante, e le ali così vaste sfuggono
lateralmente senza collegarsi a niente. Dal lato dei giardini si
gode la bellezza di tutto l’insieme, ma sembra di vedere un
palazzo che ha preso fuoco, con i tetti e l’ultimo piano ancora
mancanti. La cappella che schiaccia il castello – perché
Mansart8 voleva costringere il Re ad alzare tutto di un piano –
da qualsiasi lato si osservi pare un catafalco immenso. Le
rifiniture sono di gusto squisito in ogni genere, ma l’ordine
nullo, perché tutto è stato pensato per la tribuna, dato che il Re
non scendeva quasi mai in basso, e le tribune dei lati sono
inaccessibili se non dall’unico corridoio che porta ad ognuna
di esse. Non si finirebbe mai di elencare gli spaventosi difetti
di un castello così smisurato e così smisuratamente costoso,
con tutte le costruzioni annesse che lo sono ancor più:
Orangerie, serre, canili, scuderie piccole e grandi, uguali fra
loro, e altre infinite dipendenze, insomma un’intera città dove
esisteva solo una miserabile osteria, un mulino a vento e un
piccolo castello da niente, fatto costruire da Luigi XIII per non
dormire più sulla paglia, e che altro non era che un edificio
largo e basso intorno al Cortile di Marmo, che ne costituiva
l’estensione, mentre le costruzioni di fondo avevano
unicamente due ali basse e corte. Mio padre l’ha visto e ci ha
dormito parecchie volte. Inoltre, questa Versailles di Luigi
XIV, questo capolavoro così dispendioso, così di cattivo gusto,
dove i radicali cambiamenti di stagni e di boschetti hanno
sepolto tanto denaro da non crederci, non ha mai potuto essere
terminato; fra tanti saloni, uno di seguito all’altro, non c’è un
teatro né una sala per banchetti, né una da ballo e sia nella
parte posteriore che in quella anteriore resta ancora molto da
fare. Parchi e viali sono stati piantati con alberi, che non
riescono a crescere. La selvaggina deve essere immessa
continuamente; innumerevoli sono le canalizzazioni di quattro
o cinque leghe di lunghezza; per ultimo, la sterminata cinta
delle mura, che racchiudono quasi una piccola provincia del
paese più triste e più brutto del mondo.
Trianon, nello stesso parco e alle porte di Versailles, in
principio una costruzione di porcellana per andare a fare
merenda, in seguito ingrandita per poterci dormire, poi palazzo
di marmo, di giada e di porfido, con deliziosi giardini; di
fronte la Ménagerie, dalla parte opposta dell’incrocio del
canale di Versailles, un insieme di squisiti particolari e
abbellita di ogni specie di animali dei più rari fra quelli a due e
quattro zampe; infine Clagny, costruito per la Montespan su
una sua proprietà, passato poi al duca di Maine, all’estremità
di Versailles, costruzione superba per le sue acque, i giardini, il
parco. Dappertutto acquedotti degni dei romani: né l’Asia né
l’antichità offrono nulla di così esteso, così svariato, elaborato,
popolato di monumenti rarissimi di tutti i secoli, nei più
raffinati marmi di ogni tipo, bronzi, pitture e sculture tra le più
perfette degli ultimi secoli.
Ma per quanto si facesse, l’acqua era scarsa, e le fontane,
meraviglia dell’arte, erano asciutte, come accade ancora oggi,
malgrado l’accortezza di quel mare di serbatoi che erano
costati tanti milioni, per impiantarli e condurli sulle sabbie
mobili e sul fango. Chi l’avrebbe creduto? Questo difetto
diventò la rovina della fanteria. La Maintenon regnava:
parleremo di lei a tempo debito. Louvois andava allora
d’accordo con lei, si godeva la pace. Immaginò di dirottare il
fiume Eure tra Chartres e Maintenon per portarlo tutto intero a
Versailles. Chi potrà dire la quantità di denaro e di uomini che
quell’ostinato tentativo costò per tanti anni, fino al punto che
fu proibito con la minaccia di castighi terribili,
nell’accampamento che era stato impiantato e che rimase in
piedi per lungo tempo, di parlare dei malati e soprattutto dei
morti, che venivano uccisi dal pesantissimo lavoro e ancor più
dai miasmi della terra smossa? Quanti impiegarono anni per
riprendersi da quel contagio. Quanti non hanno potuto
riacquistare la loro salute per il resto dei loro giorni! Inoltre,
non solo gli ufficiali particolari, ma i colonnelli, i brigadieri e
gli ufficiali generali, che vennero impiegati per questo lavoro,
non avevano – non importa quale fosse il loro incarico – la
libertà di allontanarsi un quarto d’ora, né di mancare un quarto
d’ora di servizio sul lavoro. Nel 1688 la guerra finalmente li
interruppe, senza venire mai più ripresi; non restano che
informi monumenti, eterna testimonianza di quella crudele
follia.
Alla fine il Re, stanco del bello e della folla, si convinse di
volere una volta tanto qualcosa di piccolo e la solitudine.
Cercò intorno a Versailles di che soddisfare quel nuovo gusto.
Visitò diversi luoghi, percorse le balze che scoprono Saint-
Germain e la vasta pianura in basso, dove la Senna serpeggia e
bagna una quantità di luoghi importanti e ubertosi, nel lasciare
Parigi. Fu pregato di fermarsi a Luciennes, dove Cavoye ebbe
poi una casa dalla vista incantevole, ma rispose che quella
felice posizione lo avrebbe rovinato, e che, siccome desiderava
una cosa da nulla, avrebbe voluto una posizione che non gli
consentisse di pensare a ulteriori spese.

Marly

Trovò, dietro a Luciennes, un vallone stretto, profondo,


dalle pareti scoscese, inaccessibile a causa delle paludi, senza
vista, stretto da tutti i lati dalle colline, completamente
infossato, con un brutto villaggio, sul declivio di una di queste
colline, che si chiamava Marly. Questo orizzonte chiuso, senza
vista e senza possibilità di averne, costituiva tutto il suo
pregio, la strettezza del vallone nel quale era impossibile
espandersi vi aggiunse ancora del fascino. Credette di
scegliere un ministro, un favorito, un generale d’armata. Fu un
lavoro immenso ripulire quella cloaca, dove tutti i luoghi
vicini scaricavano i rifiuti, e portarvi della terra di riporto.
L’eremo fu pronto. Serviva unicamente per dormirci tre notti,
dal mercoledì al sabato, due o tre volte l’anno, con al massimo
una dozzina di cortigiani per i servizi più indispensabili. Poco
a poco l’eremo fu ampliato: di ingrandimento in
ingrandimento, le colline furono tagliate per avere degli spazi
dove costruire, e quella del fondo valle completamente
eliminata per dare almeno uno sfogo alla vista, anche se molto
modesto. Infine, con edifici, giardini, acque, acquedotti, tutto
quello che è così conosciuto e sorprendente, che va sotto il
nome di macchina di Marly, con parchi, foreste curate e
recintate, statue, mobili preziosi, Marly è diventato quello che
ancora oggi si vede, pur abbandonato come è dopo la morte
del Re: foreste intere trapiantate da Compiègne e da molto più
lontano, giacché i tre quarti degli alberi morivano e bisognava
sostituirli di continuo; vasti spazi di fitte macchie boschive e
di strade ombreggiate, ben presto trasformate in immensi
specchi di acqua sui quali si poteva andare in gondola, poi
ripiantati a foresta così fitta da non rivedere più la luce del sole
fin dal momento in cui erano piantate (parlo di quello che ho
visto in sei settimane), vasche artificiali cambiate cento volte;
cascate anche loro dall’aspetto di volta in volta differente;
vivai di carpe abbelliti con dorature e con le più squisite
pitture, che, appena terminate, venivano ricambiate e rifatte
dagli stessi artisti un’infinità di volte; tale prodigiosa
macchina, di cui abbiamo appena parlato, con i suoi acquedotti
immensi, le condutture e gli enormi serbatoi, è consacrata
unicamente a Marly e non porta più l’acqua a Versailles. È dir
poco sostenere che Versailles, quale l’abbiamo visto, non sia
costato quanto Marly. Se si aggiungono le spese dei continui
viaggi, uguali perlomeno al costo dei soggiorni a Versailles,
spesso con lo stesso seguito numeroso, e, proprio alla fine
della vita del Re il soggiorno più abituale, non si esagererà
troppo su Marly se si parla di miliardi. Tale fu la fortuna di un
covo di serpenti e carogne, rospi e ranocchie, scelto
unicamente per non potervi spendere. Tale fu il cattivo gusto
del Re in ogni cosa e il superbo compiacimento nel forzare la
natura, che né la guerra più ostinata, né la religione poterono
smussare.
V

Gli amori del Re

Da tali eccessi di potenza, e così male interpretati,


vogliamo passare ad altri eccessi più conformi alla natura, ma
che, nel loro genere, furono ancora più funesti? Si tratta degli
amori del Re. Il loro scandalo ha riempito l’Europa, confuso la
Francia, scosso lo Stato, e ha senza dubbio attirato maledizioni
sotto il peso delle quali il Re si trovò sull’orlo del baratro e
ridusse la sua legittima discendenza a un passo
dall’estinzione.1 Sono mali da cui sono derivati disastri di ogni
genere, e che si faranno sentire a lungo. Luigi XIV, nella sua
giovinezza, fatto per l’amore più di ogni altro suo suddito,
stanco di svolazzare e di cogliere favori passeggeri, si posò
infine sulla La Vallière. Di questa passione si conoscono gli
sviluppi e le conseguenze.

La marchesa di Montespan

La Montespan fu quella che con la sua straordinaria


bellezza lo colpì in seguito, anche durante il regno della La
Vallière. Lei se ne accorse subito; invano spinse il marito a
portarla in Guienna, ma questi con una cieca fiducia non volle
ascoltarla. Allora gli parlava in buona fede. Alla fine cedette al
Re, che la rapì al marito con quello spaventoso fragore che
riecheggiò con disgusto in tutte le nazioni, dando al mondo lo
spettacolo inusitato di due amanti contemporaneamente. Il Re
le portò con sé sulle frontiere, sui campi di battaglia, qualche
volta nelle armate, tutte e due nella carrozza della Regina. Il
popolo che accorreva da tutte le parti, indicando le tre regine,
si domandava, con semplicità, se le aveva viste bene. Alla fine
la Montespan trionfò e dispose da sola del Re e della sua corte,
con uno scandalo che non ebbe più veli. Affinché non
mancasse più nulla allo scandalo pubblico di questa situazione,
il marchese di Montespan, per aver voluto ribellarsi, fu messo
alla Bastiglia, poi relegato in Guienna, e sua moglie ebbe dalla
contessa di Soissons, obbligata a ciò dall’essere caduta in
disgrazia, le dimissioni dalla carica, creata apposta per lei, di
sovrintendente della casa della Regina, carica alla quale si
supponeva fosse legato il privilegio dello sgabello, dato che,
avendo un marito, non poteva essere fatta duchessa.

Le sorelle della Montespan

Si vide poi uscire dal chiostro di Fontevrault la regina delle


badesse,2 che, protetta dal velo e dai suoi voti, ancora più bella
e piena di spirito della Montespan, sua sorella, venne a godere
della gloria di questa Nike, e insieme alla signora di Thiange,
l’altra sorella, divennero, fra gli intimi del Re, le più ricercate
sia per l’intelligenza sia per i modi brillanti e l’elisir preferito
di tutte le dame di corte. Le gravidanze e i parti furono
pubblici. La corte della Montespan diventò il centro della
corte, dei piaceri, della fortuna, delle speranze, delle paure dei
ministri e dei generali d’armata e la vergogna della Francia
intera. Fu anche il luogo d’incontro delle persone d’ingegno,
dotate di uno stile così originale, raffinato, acuto, ma sempre
naturale e gradevole, che lo faceva differenziare per queste sue
peculiarità. Di tale spirito le tre sorelle ne avevano in grande
abbondanza, e possedevano l’arte di farne partecipi gli altri. Si
sente ancora oggi con piacere quello stile affascinante e
semplice in quelle poche persone che crebbero alla loro scuola
e a cui loro si affezionarono; si distinguerebbero tra mille altre
anche nelle conversazioni più banali.
La signora di Fontevrault era, delle tre, quella che aveva più
spirito, e forse anche la più bella. Univa a tutto ciò una cultura
eccezionale e assai vasta, conosceva bene la teologia, i Padri
ed era particolarmente preparata nelle Sacre Scritture, aveva
una perfetta padronanza delle lingue antiche, parlava
trascinando l’uditorio quando trattava una qualsiasi di queste
materie. Negli altri campi, la sua intelligenza non si poteva
ignorare, anche se non manifestava apertamente di sapere più
cose delle altre donne. Eccelleva in ogni genere letterario.
Aveva un dono del tutto particolare per la direzione del suo
ordine e per farsene adorare, rispettando sempre la più stretta
regola. Benché fosse stata fatta religiosa in modo molto
sbrigativo, la sua vita a corte era simile a quella dell’abazia. I
suoi soggiorni, durante i quali non usciva mai dagli
appartamenti delle sorelle, non diedero mai occasione di
macchiare la sua reputazione; ci si meravigliava solo della
stranezza di vedere un tale abito dividere un favore di quella
natura e, se la decenza avesse potuto esistere avulsa dalla
realtà circostante, si potrebbe dire che, anche in questa corte,
lei non se n’era mai allontanata.
La marchesa di Thiange dominava le sue due sorelle e lo
stesso Re, perché lo divertiva più delle altre. Finché visse, lo
dominò e conservò, anche dopo l’espulsione della Montespan
dalla corte, i più grandi privilegi e le distinzioni più
eccezionali.
Parliamo della Montespan. Era cattiva, capricciosa, con un
carattere pessimo e un’alterigia da persona che sta sopra le
nuvole, da cui nessuno era esente, il Re come chiunque altro. I
cortigiani evitavano di passare sotto le sue finestre soprattutto
quando il Re era con lei: dicevano che era come passare per le
armi, e questo modo di dire divenne proverbiale a corte. È
vero che lei non risparmiava nessuno, molto spesso senza altro
scopo che divertire il Re e, dato che aveva uno spirito molto
raffinato e pungente, niente era più pericoloso delle sue
battute, che sapeva fare come nessun altro. Con tutto ciò
amava la sua famiglia e non mancava di favorire le persone
per cui aveva provato dell’amicizia. La Regina sopportava con
fatica la sua alterigia nei propri confronti, ben differente dai
riguardi continui e dal rispetto della duchessa di La Vallière,
che amò sempre, mentre di questa le scappava spesso di dire:
«Quella puttana mi farà morire». Si è già affrontato il ritiro,
l’austera penitenza e la fine edificante della Montespan.

La figlia del duca di Fontanges

Durante il suo regno non smise mai di avere delle gelosie.


La figlia del duca di Fontanges3 piacque molto al Re, al punto
di diventarne l’amante ufficiale. Per quanto sembrasse strano
questo duetto, non era una novità: abbiamo visto la La Vallière
e la Montespan, alla quale quella non fece altro che rendere
ciò che la Montespan aveva fatto all’altra. Ma la Fontanges
non fu altrettanto fortunata, non ebbe il tempo di godere dei
frutti dei suoi piaceri né di pentirsene. La sua bellezza l’aiutò
per qualche tempo, ma il suo spirito non era all’altezza. Ce ne
voleva troppo per divertire e trattenere il Re. Tuttavia, non
fece in tempo a stancarsene completamente: una morte
improvvisa, che non mancò di sorprendere, pose fine
rapidamente al nuovo amore, che come quasi tutti gli altri4 fu
solo un breve capriccio.

La principessa di Soubise

Uno solo durò a lungo, e si mutò in affetto fino alla fine


della vita dell’amante,5 che seppe ricavarne i più straordinari
vantaggi fino alla morte, lasciando ai suoi figli la vergognosa e
magnifica eredità, che loro seppero fare ben valere. Il marito,
che in Spagna avrebbe meritato il nome di cornuto
accondiscendente6 ed è simbolo di eterna vergogna, con una
politica infamante sopportò volentieri questo amore e ne
raccolse immensi frutti confinandosi a Parigi, servendo
nell’esercito, non andando quasi mai a corte, facendo fruttare
in modo nascosto il ricavato e distribuendo tutti i favori che la
sua bella metà, d’accordo con lui, ne traeva. Lei aspettava
l’ora dell’idillio in casa della marescialla di Rochefort, dove
era stata portata dalla marescialla in persona, che me l’ha
raccontato più di una volta, talvolta con improvvisi
contrattempi che non furono mai d’ostacolo e non venivano
assolutamente da parte del marito, che restava ben chiuso nella
sua casa di Parigi. Sapeva e guidava tutto, ma ignorava tutto
con la massima cura, e cambiò anche la sua piccola casa di
Place Royale con il palazzo dei duchi di Guisa,7 ma questi non
ne potrebbero riconoscere l’estensione né la sontuosità che
prese nelle sue mani e in quelle dei due figli. Quella stessa
politica fece perdurare il mistero di questo amore che rimase
tale solo di nome, o al massimo molto in apparenza. Il mistero
lo fece durare; l’arte di sapersi comportare conquistò i più
interessati e ne costruì la fortuna più veloce e sorprendente. La
stessa abilità lo mantenne sempre in ascesa e seppe, quando
venne il tempo, mutarlo in amicizia e nella più ragguardevole
stima. Il Re mise i figli di questa amante, che era pure rossa,
nella possibilità di elevarsi e di arricchirsi, loro e i loro
familiari, sempre più, anche dopo di lei, e di arrivare alle vette
più alte. Di questa situazione godettero con magnificenza tutti
i membri della terza generazione, oggi in tutta la sua
consistenza, per cui i più sconosciuti e i più oscuri tra loro, ma
in possesso di quel nome, ne hanno ricavato un conseguente
splendore. Questo si chiama poter ottenere il massimo, la
donna dalla sua bellezza, il marito dalla sua abilità e dalla sua
vergogna, i figli da tutti i mezzi messi in mano da genitori
simili, ma sempre e solo come figli dell’amante.
Un’altra8 ottenne molto durante tutta la sua vita con lo
stesso modo di comportarsi, ma né la bellezza, né l’abilità, né
la posizione di questa donna, né di quel camuso buffone di suo
marito le permisero la durata, la continuità, lo splendore che
quella precedente aveva raggiunto, saputo mantenere e
trasmesso ai suoi figli, nipoti e nel complesso a tutti quelli che
portavano il loro nome. Le bastava volere: per quanto quel
commercio con il Re fosse finito da molto, e i rapporti formali
fossero osservati con cura, si conosceva bene il suo potere a
corte; tutti erano rispettosi davanti a lei, ministri, principi di
sangue, nessuno resisteva alla sua volontà. I suoi biglietti
arrivavano direttamente al Re, e le risposte sempre immediate
del Re a lei, senza che nessuno se ne accorgesse. Se, molto
raramente, data la grande comodità dei rapporti epistolari, lei
doveva parlare al Re, cosa che evitava finché possibile, veniva
ammessa non appena lo desiderava. Ciò avveniva sempre nelle
ore di pubblico ricevimento, ma nel primo gabinetto del Re,
che era, ed è ancora, quello del Consiglio; erano seduti
entrambi in fondo, ma le porte ai due lati ben spalancate,
usanza che veniva messa in pratica solo quando era con il Re,
e la sala pubblica contigua a questo gabinetto piena di
cortigiani. Se talvolta non aveva da dire che una sola parola,
ciò avveniva in piedi, sulla porta, fuori dal gabinetto stesso, e
davanti a tutti i presenti, i quali, dal modo usato dal Re
nell’avvicinarla, nell’ascoltarla e nel congedarla, non avevano
difficoltà a osservare, fino alla fine della sua vita, che terminò
molti anni prima di quella del Re, che lei non gli era
indifferente. Rimase bella fino all’ultimo. Una volta in tre anni
un breve viaggio a Marly, mai in privato con il Re, neppure
con altre dame; una scrupolosa parità con tutto il resto della
corte. Lei c’era quasi sempre, spesso anche al pranzo del Re,
dove lui non le concesse mai alcuna attenzione particolare.
Questo era l’accordo con la Maintenon, che da parte sua la
ricompensò concedendole tutto ciò che poté desiderare. Il
marito, che le sopravvisse di qualche anno, non stava quasi
mai a corte, spesso viveva oscuramente a Parigi, sepolto nella
cura degli affari domestici, dei quali si intendeva alla
perfezione, lodandosi per il buon senso che, insieme alla
moglie, lo aveva condotto a tanta ricchezza e a una tale
grandiosa sistemazione, al riparo delle cortine di velo che
restarono tali, ma non per questo impenetrabili.
Non bisogna dimenticare la bella Ludres,9 nata Lorena,
damigella d’onore di Madame, che fu amata per breve tempo e
in modo palese, ma quell’amore passò con la rapidità del
lampo, e l’amore della Montespan rimase il trionfatore.
Adesso bisogna passare a un altro tipo di amore, che non
scosse meno il mondo intero quanto l’altro lo aveva
scandalizzato, e che il Re si portò appresso nella tomba.
La marchesa di Maintenon

Da queste poche parole chi non riconoscerebbe la celebre


Françoise d’Aubigné, marchesa di Maintenon, il cui regno
ininterrotto è durato meno di trentadue anni? Era nata nelle
isole dell’America, dove suo padre, forse un gentiluomo, si era
recato con la moglie a guadagnarsi il pane, e dove l’oscurità li
ha inghiottiti. Tornata da sola e a suo rischio in Francia, sbarcò
a La Rochelle, fu raccolta per pietà nel vicinato dalla signora
di Neuillan, madre della marescialla duchessa di Navailles. Fu
costretta dalla sua povertà e dall’avarizia di questa vecchia
signora a tenere le chiavi del granaio e a sorvegliare tutti i
giorni la distribuzione dell’avena per i cavalli. Poi arrivò a
Parigi al suo seguito e, giovane, abile, intelligente e bella,
senza mezzi e senza appoggi, una serie di circostanze fortunate
le fecero conoscere il famoso Scarron.10 Lui la trovò deliziosa,
e i suoi amici forse ancora di più. Lei credette di fare il più
grande e il più inaspettato dei colpi, sposando quell’allegro e
colto paralitico, e delle persone che avevano forse più bisogno
di lui di una moglie lo convinsero a fare quel matrimonio, e lo
persuasero a sottrarre così alla miseria quella bella sfortunata.
Si fecero le nozze: la sposina piacque a tutta la gente che
frequentava Scarron. Ai suoi occhi lei aveva molti meriti. Era
di moda andare in casa Scarron: letterati, cortigiani, e quanto
c’era di meglio e di più notevole a Parigi, dato che lui non era
in condizione di andare a cercare fuori, erano attirati dalla sua
intelligenza, dalla sua erudizione, dalla sua immaginazione, da
quella allegria impareggiabile, nonostante l’infermità, e
sempre rinnovata, da quella rara fecondità di battute di ottimo
gusto, che si ammirano ancora nelle sue opere. La signora
Scarron fece quindi conoscenze di ogni genere, che però, alla
morte del marito, non le impedirono di ridursi alla Carità della
parrocchia di Saint-Eustache. Ebbe una stanza per lei e una per
la serva, in una soffitta, dove visse in grandi ristrettezze. Le
sue attrattive attenuarono a poco a poco i suoi disagi:
Villars,11 padre del maresciallo, Beuvron, padre di d’Harcourt,
Villarceaux furono i tre più assidui fra quanti la mantennero.
Ciò la rimise a galla, e lentamente riuscì a introdursi nell’Hôtel
d’Albret; da lì nell’Hôtel Richelieu e altrove, così dall’uno
all’altro. In queste case la Scarron era accolta in tutt’altro
modo che in piena parità: faceva di tutto, dal richiedere la
legna al preoccuparsi di far subito servire in tavola,
all’informarsi se la carrozza di questo o di quello era rientrata.
Faceva, insomma, mille piccole commissioni, a cui l’uso dei
campanelli, introdotto molto tempo dopo, ha tolto la
scomodità.
In queste case, soprattutto nell’Hôtel Richelieu più ancora
che dai d’Albret, dove il maresciallo d’Albret viveva
agiatamente, la Scarron fece la maggior parte delle sue
conoscenze, di cui alcune le servirono tanto, mentre altre in
seguito seppero ricavarne vantaggi. I marescialli d’Harcourt e
di Villars tramite i loro padri, e prima di loro, Villars, padre del
maresciallo, fecero così la loro fortuna; la duchessa d’Arpajon,
sorella di Beuvron, diventò senza averlo mai potuto
immaginare dama d’onore della Delfina di Baviera, alla morte
della duchessa di Richelieu, che lo stesso motivo aveva fatto
dama d’onore della Regina, poi per fiducia, della Delfina di
Baviera, e il duca di Richelieu diventò cavaliere d’onore senza
sborsare nulla, per poi rivendere quella carica per
cinquecentomila lire a Dangeau e fare così la sua fortuna. La
principessa d’Harcourt, figlia di Brancas, così noto per il suo
acume e la sua incredibile distrazione, che era stato in buoni
rapporti con la Scarron, poi Villarceaux e Montchevreuil,
entrambi cavalieri dell’Ordine (al primo dei quali suo padre
fece insignire, a soli trentacinque anni, il collare che gli era
destinato) e numerosi altri trassero grandi vantaggi da quei
primi anni. Ma prima ancora di proseguire, è necessario
descrivere in poche parole il maresciallo d’Albret.

La famiglia d’Albret

Carlo II d’Albret, conte di Dreux, visconte di Tartas, figlio


di Carlo I, conestabile di Francia, ebbe da Anne d’Armagnac,
come quinto e ultimo figlio, Gilles d’Albret, signore di
Castelmoron, morto nel 1479 senza aver avuto figli dalla
moglie Anne d’Aguillon. Ebbe da Jeannette Le Sellier un
figlio illegittimo chiamato Étienne, che fu legittimato da
Francesco I nel 1527, e divenne siniscalco del paese di Foix.
Dall’ereditiera di Miossens ebbe Jean, barone di Miossens, che
fu luogotenente generale di Henri d’Albret, re di Navarra, per
le sue terre e per le sue signorie. Questi da Suzanne, figlia di
Pierre signore di Busset, figlio illegittimo di Borbone, vescovo
di Liegi, che fu governante del nostro re Enrico IV, ebbe Henri
barone di Miossens, che fu cavaliere di Santo Spirito nel 1565,
governatore e siniscalco di Navarra e di Béarn. Quest’ultimo
da Antoinette di Pons, figlia del conte di Marennes, cavaliere
di Santo Spirito, e sorella della famosa marchesa di
Guercheville, madre del duca di Liancourt, ebbe Henri, conte
di Miossens, il quale da Anne di Pardaillan, sorella del padre
del marchese di Montespan, marito dell’amante di Luigi XIV,
ebbe tre figli e parecchie figlie. Il maggiore fu il primo marito
di Anne Poussart, che si risposò col duca di Richelieu e morì
dama d’onore della Delfina di Baviera, senza aver avuto figli
da questo matrimonio, avendone però avuto uno dal primo
marito. Il secondo fu il maresciallo d’Albret, il terzo, anche lui
conte di Miossens, fu ucciso in duello nel 1672 da Saint-
Léger-Corbon, anche lui senza figli.
Il maresciallo d’Albret, potente nel gran mondo e negli
intrighi di corte, ebbe la compagnia dei soldati della guardia e
fu incaricato dal cardinale Mazzarino del trasferimento12 del
principe di Condé, del principe di Conti e del duca di
Longueville dal Palais Royal, dove furono arrestati, a
Vincennes, con la promessa di un bastone di maresciallo, che
ottenne solo a forza di minacce nel 1653. Era stato nominato
cavaliere di Santo Spirito nel 1661, ed ebbe il governo della
Guienna alla fine del 1670. Senza aver molto servito, e
comunque mai con funzioni di comando, fu un uomo che si
fece sempre assai valere per il suo ingegno, abilità, coraggio e
magnificenza. Ebbe un’unica figlia dalla moglie, figlia di
Guénegauld, tesoriere al Risparmio, fratello del segretario di
Stato. La diede in moglie al figlio unico di suo fratello
maggiore e della duchessa di Richelieu, che fu ucciso in un
incontro galante nel 1678; non lasciò figli, e la vedova, che era
dama di palazzo della Regina, diventò poi la prima moglie del
conte di Marsan, del quale lei si invaghì lasciandogli tutti i
suoi beni. Il maresciallo d’Albret e i duchi di Richelieu vissero
sempre nella più stretta amicizia. Così come con Montespan,
suo primo cugino, e con la moglie di questi. Ma quando
quest’ultima divenne l’amante del Re, lui diventò suo
consigliere e abbandonò per lei il marchese di Montespan: così
si mantenne in grande credito fino alla morte, che avvenne a
Bordeaux il 3 settembre 1676, a sessantadue anni, poco tempo
dopo che era arrivato. Come abbiamo già detto altrove, aveva
fatto sposare le signorine di Pons, sue nipoti acquisite, una con
suo fratello minore, che fu ucciso in duello, l’altra, bellissima,
a Heudicourt, al quale fece comprare da Saint-Hérem la carica
di grande cacciatore per ingentilirlo e perché la moglie potesse
apparire a corte, dove la si è vista vivere a lungo e morire nel
favore e in familiarità con la Maintenon e il Re. Ottenne molto
stranamente che sua figlia, signora di Montgon, fosse fatta
dama di palazzo al matrimonio della duchessa di Borgogna, la
quale era stata educata e aveva vissuto fin da piccola insieme
al duca di Maine e alla duchessa,13 quando questi erano
nascosti a Parigi con la signora Scarron, loro governante.
Aveva accolto anche lei per essere di aiuto alla signora
d’Heudicourt, sua buona amica che, sia prima sia dopo il
matrimonio, stava sempre all’Hôtel d’Albret. Qui la Scarron
l’aveva molto adulata ed era nata la loro intima amicizia. A
questo punto torniamo alla Scarron.
Dovette alla stretta parentela tra il maresciallo d’Albret e il
marchese di Montespan l’avvio decisivo all’incredibile fortuna
che fece quattordici o quindici anni dopo. Il signore e la
signora di Montespan erano sempre in casa del maresciallo
d’Albret, la casa più bella e più grande della capitale, dove
brillava il meglio della corte e di Parigi. Il rispetto, le premure,
lo spirito e i modi della signora Scarron riuscirono a
conquistare la Montespan. Lei divenne sua amica, e quando
ebbe i primi figli dal Re, il duca di Maine e la duchessa, che
vollero tenere nascosti, propose al Re di affidarli alla Scarron,
a cui fu data una casa nel Marais14 per alloggiare con loro e i
mezzi per mantenerli e educarli nella più grande segretezza. In
seguito, i bambini furono portati alla Montespan, poi mostrati
al Re, e finalmente uscirono dal mistero e vennero
riconosciuti. La governante, stabilitasi con loro a corte,
piacque sempre più alla Montespan, che la fece compensare
dal Re a varie riprese. Lui, al contrario, non poteva
sopportarla; tutto quello che talvolta le regalava, ed era sempre
ben poco, lo faceva solo per compiacenza, e con un rimpianto
che non riusciva a nascondere. Essendo in vendita la proprietà
di Maintenon, la vicinanza di Versailles fece sì che la
Montespan pensasse alla Scarron, e non lasciò in pace il Re
finché non riuscì a comprarla per lei; e lei assunse allora o
forse poco tempo dopo il nome di Maintenon. Ottenne anche i
mezzi per restaurare il castello e tormentò il Re per far
aggiustare il giardino, perché i signori d’Angennes lo avevano
lasciato andare completamente in rovina. Tutto ciò avveniva
durante la toletta, dove solo il capitano delle guardie in
servizio seguiva il Re. Questi era il maresciallo di Lorge,
uomo sincero, se mai ce ne fu uno, che mi ha spesso
raccontato la scena di cui fu testimone quel giorno. Il Re
dapprima fece il sordo, poi rifiutò. Alla fine, seccato dal fatto
che la Montespan non cedeva e insisteva ancora, si irritò, le
disse di aver fatto già troppo per quella sgualdrina, che non
capiva né il capriccio della Montespan per lei, né la
testardaggine nel tenerla presso di sé dopo che tante volte
l’aveva pregata di disfarsene: le confessava che gli era
insopportabile, ma a patto che gli si promettesse di non
fargliela più vedere e di non parlargliene mai più, avrebbe dato
ancora qualcosa per quanto, a dire il vero, avesse concesso già
troppo a una sgualdrina di quella specie. Il maresciallo di
Lorge non ha mai dimenticato quelle precise parole, e a me e
ad altri le ha sempre ripetute così e nello stesso ordine, tanto
ne fu colpito allora e ancor più in seguito per tutto quello che
vide di così stupefacente e contraddittorio. La Montespan
tacque subito, molto preoccupata per aver insistito troppo.
Il duca di Maine era molto claudicante; si diceva che fosse
cascato dalle braccia di una nutrice. Non avendo avuto buon
esito tutte le cure che gli avevano fatto, si decise di mandarlo
presso i più famosi medici nelle Fiandre e altrove nel regno, e
poi a prendere le acque, fra l’altro a Barèges. Le lettere che la
governante scriveva alla Montespan per renderle conto dei
suoi viaggi erano mostrate al Re; lui le trovò scritte bene, gli
piacquero e le ultime cominciarono a diminuire la sua
avversione. Il cattivo umore della Montespan compì l’opera.
Era spesso soggetta e si era abituata a non reprimerlo. Il Re ne
era la vittima più frequentemente degli altri e, dato che ne era
ancora innamorato, ne soffriva. La Maintenon rimproverava di
questo la Montespan, che lo ripeteva favorevolmente al Re.
Quelle cure per calmare la sua amante le furono d’altronde
utili, abituarono il Re a parlare qualche volta alla Maintenon,
ad aprirsi con lei su ciò che desiderava che lei facesse presso
la Montespan, e infine a raccontarle i suoi rancori verso di lei e
a consultarla in merito. Ammessa così a poco a poco dal Re
stesso, senza mezzi termini, all’intima confidenza dei due
amanti, la furba dama di compagnia seppe coltivarla, e svolse
così bene la sua professione che a poco a poco soppiantò la
Montespan, la quale si accorse troppo tardi quanto lei era
diventata necessaria al Re. Arrivata a quel punto, la Maintenon
fece a sua volta le lagnanze al Re per tutto quello che doveva
sopportare da una padrona che risparmiava così poco anche
lui, e così, a forza di lamentarsi l’uno con l’altra della
Montespan, la Maintenon ne prese il posto e lo seppe
conservare. La fortuna, e non osiamo nominare qui la
Provvidenza, che preparava al più superbo dei Re
l’umiliazione più profonda, più pubblica, più duratura e più
inaudita, rafforzò in lui sempre più la sua inclinazione per
quella donna abile ed esperta, inclinazione che la gelosia
continua della Montespan rendeva ancora più solida anche per
le scenate frequenti che il suo carattere inasprito le faceva fare
senza riguardi per il Re e per lei. La marchesa di Sévigné15 sa
dipingere così bene tutto ciò nelle sue lettere cifrate alla
contessa di Grignan, nelle quali la intrattiene talvolta su questi
avvenimenti della corte, dato che la Maintenon era stata
parecchio tempo nel gruppo della Sévigné, della signora di
Coulanges e della contessa di La Fayette e cominciava a far
sentire loro la sua importanza. Nelle lettere, con lo stesso
spirito, si parla con tratti piacevoli del favore velato, ma
brillante, della principessa di Soubise.

Morte della Regina. Matrimonio segreto della


Maintenon

La stessa Provvidenza, padrona assoluta del tempo e degli


eventi, li guidò ancora in modo tale che la Regina visse
abbastanza per lasciar portare al suo culmine quella
preferenza, ma non abbastanza per lasciarla raffreddare. La più
grande disgrazia che abbia quindi colpito il Re, e le
conseguenze devono far aggiungere lo Stato, fu la perdita così
repentina della Regina, causata dall’ignoranza profonda e dalla
testardaggine del primo dottore d’Aquin, proprio quando quel
nuovo affetto si era innestato sull’avversione della favorita, il
cui carattere era diventato insopportabile, e che nessuna tattica
aveva potuto arrestare. Quella bellezza imperiosa, abituata a
dominare e ad essere adorata, non poteva resistere alla
disperazione sempre presente della decadenza del suo potere,
ma ciò che le faceva oltrepassare ogni misura era il non poter
ignorare la fortuna di una rivale tanto abietta, cui aveva dato
ed era tuttora l’unica a darle da mangiare, e che inoltre le
doveva proprio quell’affetto che ora diventava il suo carnefice;
e ciò, pur avendola amata abbastanza, dato che non si era mai
decisa a cacciarla tutte le volte che ne era stata spinta dal Re.
Una rivale così al di sotto di lei per bellezza, addirittura più
anziana di parecchi anni, e capire che era per questa dama di
corte, per non dire serva, che il Re veniva spesso da lei, dove
non cercava che l’altra, non riuscendo a dissimulare il suo
disappunto, quando non la trovava, e molto spesso lasciarla –
lei! – per stare con l’altra in intimità, e infine aver bisogno
sempre dell’altra per attirare il Re, per fare pace con lui dopo
le loro discussioni, e per ottenere tramite lui i favori che gli
domandava. Fu in tempi così propizi per quell’incantatrice,
che il Re divenne libero. Passò i primi giorni a Saint-
Cloud16 presso Monsieur, quindi si recò a Fontainebleau, dove
trascorse l’intero autunno. Fu lì che la sua inclinazione e la
mancanza della Maintenon gli resero l’assenza di lei
insopportabile.
Si suppone che al suo ritorno (perché bisogna distinguere il
certo dall’incerto), si suppone, dico, che il Re parlasse più
apertamente alla Maintenon e che lei, osando saggiare le sue
forze, si trincerasse abilmente dietro la religione e il riserbo
del suo ultimo stato. Il Re non si scoraggiò quando lei gli fece
la predica lasciandogli intravedere l’inferno; così lei seppe
disporre l’amore e la coscienza del Re con tale arte da arrivare
a ottenere ciò che hanno visto i nostri occhi, ma che i posteri
rifiuteranno di credere. Ma ciò che è sicuro, anzi verissimo, è
che poco dopo il ritorno del Re da Fointanebleau, verso la
metà dell’inverno che seguì la morte della Regina – i posteri
stenteranno a crederlo benché cosa certissima e appurata –
padre La Chaise, confessore del Re, disse la messa in piena
notte in uno dei gabinetti del Re a Versailles. Bontemps,
governatore di Versailles, primo dei quattro valletti di camera
nonché il più intimo, servì la messa, durante la quale il
monarca e la Maintenon furono sposati alla presenza di
Harlay, arcivescovo di Parigi, come diocesano, e di Louvois.
Tutti e due avevano ottenuto la parola dal Re che non avrebbe
mai ratificato quel matrimonio, come ho già detto. Il terzo era
Montchevreuil, parente, amico e appartenente al casato dei
Mornay come Villarceaux, a cui un tempo aveva prestato
d’estate il suo castello di Montchevreuil, pur rimanendoci con
la moglie; lì Villarceaux aveva ospitato questa regina come a
Parigi, sostenendo tutte le spese, dato che suo cugino era
molto povero. Inoltre, Villarceaux si vergognava di un tale
concubinaggio nella propria casa, a Villarceaux, in presenza
della moglie, di cui rispettava la pazienza e la virtù.
La Maintenon, non osando portare le armi di un simile
sposo, soppresse quelle del primo e portò solo le sue, ma senza
cordone,17 imitando a maggior titolo la Montespan dopo la sua
relazione, e la stessa signora di Thiange, le quali, essendo
ancora vivi i loro mariti, lasciarono le loro armi e la loro
livrea, che non ripresero mai, e portarono in seguito per
sempre solo quella dei Rochechouart. Si sono viste, in
occasione della morte del duca di Créquy, le stupefacenti
previsioni di questa spaventosa fortuna.
La sazietà che nasce dalle nozze, generalmente così fatale
per unioni di questo tipo, non fece che consolidare il favore
della Maintenon. Questo favore apparve in modo clamoroso
quando le fu dato un appartamento a Versailles in cima allo
scalone, di fronte a quello del Re e sullo stesso piano. Le
conseguenze, i successi, la completa fiducia, la rara
sottomissione, l’onnipotenza, l’adorazione pubblica
universale, i ministri, i generali d’armata, gli stessi membri
della famiglia reale, in una parola, tutto era ai suoi piedi; tutto
buono e tutto bene con lei, tutto riprovevole senza di lei. Gli
uomini, gli affari, le cose, le scelte, la giustizia, i favori, la
religione, tutto, senza eccezione era in mano sua, e il Re e lo
Stato ne erano le vittime. Cosa fu questa incredibile strega, e
come governò senza lacune, senza ostacoli, senza ombre, per
oltre trent’anni interi e forse trentadue, è lo spettacolo
incomparabile che ci accingiamo a descrivere, a cui ha
assistito tutta l’Europa.
VI

Carattere della Maintenon

Era una donna molto intelligente che le migliori


compagnie, dove dapprima era stata tollerata per poi ben
presto diventarne il diletto, avevano assai raffinato e arricchito
con il sapere mondano e gli intrighi amorosi avevano fatto
diventare ancora più gradevole. Le diverse condizioni nelle
quali si era trovata l’avevano resa affabile, insinuante,
premurosa, e cercava sempre di riuscire gradita a tutti. La
necessità di tessere intrighi, dopo tutti quelli che aveva visti in
più di un campo, e di cui spesso era stata il centro, sia a
proprio vantaggio, sia per aiutare altri, l’avevano formata e le
avevano lasciato di conseguenza il piacere, l’abitudine e la più
grande abilità. Una grazia ineguagliabile in ogni cosa, un’aria
disinvolta ma nello stesso tempo modesta e rispettosa, che per
il lungo tempo trascorso in umili condizioni le era diventata
naturale, aiutavano in modo eccezionale i suoi talenti;
adoperava un linguaggio dolce, preciso, termini corretti, ed era
naturalmente concisa ed eloquente. Il suo tempo – aveva tre o
quattro anni più del Re – era stato quello delle belle
conversazioni, della galanteria, in una parola il «tempo delle
alcove»,1 e il suo modo di fare ne era rimasto talmente
imbevuto che ne conservò sempre il sapore e una tinta
notevolissima. La preziosità e l’ampollosità proprie di quel
tempo erano accentuate dalla vernice dell’importanza, e
aumentarono in seguito con la vernice della devozione, che
diventò la sua caratteristica principale, e sembrò assorbire tutto
il resto; ciò le era di capitale importanza per resistere là dove
l’aveva portata, e non lo fu meno per governare. Questo ultimo
punto era la sua ragione d’essere, tutto il resto gli fu sacrificato
senza riserva. L’onestà e la franchezza si accordavano troppo
difficilmente con un tale scopo e in seguito con una tale
fortuna, per poter immaginare che non ne avesse altro che
l’apparenza. Per lei essere falsa forse non era inclinazione
naturale, ma la necessità gliene aveva da tempo dato la
consuetudine, e la sua naturale leggerezza la faceva apparire
dotata di un’ipocrisia grande il doppio di quella che era in
realtà. Non era coerente in nulla fuorché per obbligo o per
forza. Di gusto volubile, le piaceva mutare continuamente
conoscenze, amicizie e divertimenti, a eccezione di alcuni
amici fedeli dei vecchi tempi di cui si è parlato, su cui non
cambiò mai parere, e alcuni nuovi degli ultimi tempi, che le
erano diventati necessari. Riguardo ai divertimenti, la
Maintenon poté variarli poco, quando divenne regina. Quindi
il suo carattere mutevole si rivolse interamente a questioni di
maggiore consistenza e da ciò nacquero grandi sventure.
Facilmente entusiasta, lo era all’eccesso; così come facilmente
delusa, si stancava subito e assumeva l’uno o l’altro
atteggiamento molto spesso senza motivo né ragione.
L’abiezione e il bisogno in cui aveva vissuto a lungo le
avevano ristretto la mente, impoverito il cuore e i sentimenti.
Pensava e sentiva in modo così meschino ogni cosa, da cadere
addirittura più in basso di quando era la signora Scarron, e in
tutto e per tutto si ritrovava tale. Niente era più ripugnante di
quella bassezza morale unita a una situazione così brillante,
niente era di maggior ostacolo al bene, come niente era più
pericoloso di quella facilità a cambiare amici e confidenti.
Aveva anche un’altra attrattiva ingannatrice. Se si riusciva
ad essere ammessi a una sua udienza, e se in tale occasione era
colpita favorevolmente, si apriva con una confidenza che
meravigliava e faceva nascere le più grandi speranze, ma al
secondo incontro si seccava e diventava dura e laconica. Ci si
rompeva la testa per distinguere il favore dalla disgrazia, così
improvvise tutte e due, ma era una perdita di tempo. La
leggerezza costituiva l’unica causa ed era tale da non potersi
neanche immaginare. Solo pochi sono sfuggiti a quella
instabilità così abituale, ma queste persone sono state delle
eccezioni, che hanno maggiormente confermato la regola e
anche loro hanno risentito di alti e bassi nel favore; in ogni
modo, comunque sia stata, dopo il suo ultimo matrimonio,
nessuno l’avvicinava senza precauzioni e nella più grande
incertezza.
Si può perciò immaginare quali fossero le spine di chi le
faceva la corte, e d’altronde lei era quasi inaccessibile sia per
sua volontà che per desiderio del Re, sia per la meccanica del
tempo e delle ore; tuttavia agiva segretamente sulla parte
principale di ogni cosa, che quasi sempre influiva su tutto il
resto.
La Maintenon ebbe la debolezza di lasciarsi guidare da
varie specie di confessori, di cui si fidava ciecamente, ma con
il risultato di esserne vittima per la clausura in cui si era
chiusa. Ebbe anche la mania delle direzioni spirituali, che le
portò via quella poca libertà di cui poteva godere. Per
esempio, il tempo che le portò via Saint-Cyr è incredibile, e
quello che le portarono via altri mille conventi non è da meno.
Si credeva la badessa universale, soprattutto per le cose
spirituali, e perciò entrò nei particolari delle diocesi, ed erano
queste le sue occupazioni preferite. Credeva di essere una
madre della Chiesa, giudicava i pastori del primo ordine, i
superiori dei seminari e delle comunità, i monasteri e le suore
che li governavano, o che erano le più importanti. Da qui un
mare di occupazioni frivole, illusorie, penose, sempre
ingannatrici, di lettere e di risposte infinite, di direzione di
anime elette, e ogni specie di puerilità che normalmente si
concludevano in niente, qualche volta anche in cose
importanti, e in sbagli deplorevoli nelle decisioni, negli
avvenimenti d’affari e nelle scelte.
La religione, che l’aveva fatta regina e per mezzo della
quale seppe conservare il suo posto, la gettò sia per arte sia per
gusto di governare, che si univa a quello di dominare, in
questa sorta di occupazioni, e il suo amor proprio, che non
incontrava mai altro che adulatori, se ne nutriva. Trovò il Re, il
quale si considerava un apostolo, per avere, durante tutta la
sua vita, perseguitato il giansenismo o ciò che era presentato
come tale. In questo campo parve opportuno alla Maintenon
nutrire il Re col suo zelo e così introdursi dappertutto. La più
crassa e totale ignoranza in cui si aveva avuto cura di educare
il Re, e per diversi interessi era stata poi conservata, gli aveva
impresso ben presto una diffidenza generale e una rigorosa
clausura nella quale si era lasciato rinchiudere per mano dei
suoi ministri e, per altri versi, del suo confessore, e di quanti
quest’ultimo aveva interesse a proporre, e gli avevano fatto
assumere prestissimo la dannosa abitudine di sostenere le
posizioni suggeritegli nelle questioni teologiche e tra le varie
scuole cattoliche, fino a intervenire di persona presso Roma.

Persecuzione del giansenismo

La Regina madre, e successivamente, ancor più di lei, il Re,


sedotti dai gesuiti, si erano lasciati convincere dell’esatto
contrario della verità: ossia, qualsiasi altra scuola che non
fosse la loro avrebbe minato l’autorità regale, avendo tutte uno
spirito repubblicano e indipendente. Su tali questioni il Re, e
anche su molte altre, ne sapeva poco più di un bambino. I
gesuiti non ignoravano con chi trattavano. Possedevano la
carica di confessori del Re, pertanto erano i distributori dei
benefici, di cui avevano la lista; l’ambizione dei cortigiani e il
timore che questi religiosi ispiravano ai ministri davano loro la
libertà più ampia. L’attenzione così vigile del Re di barricarsi
sempre contro tutti negli affari costituiva per loro una sicura
trincea dando loro la facilità di parlargli, e la certezza di essere
gli unici a venire interpellati su tutto ciò che riguardava la
religione e anche gli unici ascoltati in materia. Fu perciò facile
ai gesuiti renderlo preoccupato, fino all’infatuazione più
completa, del fatto che chiunque non parlasse come loro fosse
giansenista, e che giansenista volesse dire nemico del Re e
della sua autorità; questo era il punto debole del Re, sensibile
in proposito fino all’inverosimile. Arrivarono così a disporre
di lui in pieno e a loro piacimento, agendo sulla coscienza e
sulla gelosia della sua autorità per quanto riguardava tale
argomento, e anche su quanto vi era minimamente connesso:
di conseguenza, su ogni genere di cose e persone che a loro
conveniva mostrargli sotto questo aspetto.
In tale modo dispersero quei santi illustri e solitari riuniti a
Port-Royal per studio e penitenza, loro che avevano avuto
discepoli di grande elevatezza, e ai quali i cristiani saranno
sempre riconoscenti per quelle loro opere famose che hanno
irradiato una luce così viva e salda per discernere la verità
dalle apparenze, il necessario dalla scorza, facendo toccare con
mano la vastità così poco conosciuta, oscura e anche così
mascherata. Furono loro a rischiarare la fede, accendere la
carità, sviluppare il cuore dell’uomo, regolare i suoi costumi,
presentargli uno specchio fedele, guidarlo tra il giusto timore e
la ragionevole speranza. Era quindi perseguitandone gli ultimi
resti ovunque, che si esercitava la devozione del Re e della
Maintenon, modellata su quella del Re, quando apparve un
altro campo più adatto da presentare al principe. L’argomento
del giansenismo cominciava ad apparire logoro; era ormai
buono per i gesuiti solo in mancanza di meglio, ed erano ben
certi di trovarvi ancora di che spigolare in caso di bisogno,
quando, dopo un intervallo di tempo, avrebbero potuto ridare
qualche aspetto di novità alla questione. Con tali prerogative,
per credersi in diritto di comandare le coscienze, restava poco
da fare per eccitare lo zelo del Re contro una corrente religiosa
che era stata solennemente colpita con i più terribili anatemi
dalla Chiesa universale, e che si era colpita da sola, per prima,
separandosi dall’intera tradizione su articoli di fede
fondamentali.
Il Re era diventato devoto, ma nella massima ignoranza.
Alla devozione si unì la politica. Si volle piacergli nei punti
che lo riguardavano più sensibilmente: la devozione e
l’autorità; gli dipinsero gli ugonotti nei colori più neri, come
uno Stato nello Stato, arrivato a tal punto di licenza a forza di
disordini, rivolte, guerre civili, alleanze straniere, violente e
palesi resistenze contro i re suoi predecessori e addirittura lui
stesso ridotto a vivere trattando con loro. Ma si evitò
accuratamente di fargli conoscere la fonte di tanti mali,
l’origine della ascesa e dei loro progressi, il perché e da chi gli
ugonotti furono prima armati e poi sostenuti, e soprattutto di
dirgli una sola parola dei progetti preparati così in anticipo,
degli errori e degli attentati della Lega2 contro la corona,
contro la sua famiglia, contro suo padre, suo nonno e tutti i
suoi. Gli si nascose con cura ciò che il Vangelo, e da quella
legge divina, gli apostoli e poi i Padri della Chiesa insegnano
sul modo di far conoscere Gesù Cristo, di convertire gli
infedeli e gli eretici, e di comportarsi nei riguardi della
religione. Riuscirono a sedurre quel devoto con una facile
penitenza da fare a spese altrui, penitenza che gli assicurarono
essere proficua per l’aldilà. Si servirono dell’orgoglio di un re
per mostrargli un’azione che superava il potere di tutti i suoi
predecessori, distogliendo la sua attenzione dalle numerose
prodezze personali e dagli eccezionali fatti d’arme pensati e
decisi dal suo eroico padre, e da questo inseguiti alla testa
delle sue truppe con un coraggio che sapeva trasmettere e che
spesso li fece vincere, contro ogni probabilità, nei più grandi
pericoli, poiché lo vedevano sempre alla loro testa, esposto
quanto loro; gli nascosero il comportamento di quel grande
Re, che abbatté, senza scampo, il partito degli ugonotti, che
aveva sostenuto con così grande vantaggio la lotta dal tempo
di Francesco I e che, senza la testa e il braccio di Luigi il
Giusto, non sarebbe caduto sotto i voleri di Luigi XIV. Questo
principe era ben lontano dal soffermarsi su un esempio così
consistente. Venne convinto, lui che si ostinava soprattutto a
governare da solo, che avrebbe compiuto un capolavoro di
religione e politica facendo trionfare la vera fede sulla rovina
di ogni altra, che ciò lo avrebbe reso monarca assoluto
rompendo tutte le catene con gli ugonotti e distruggendo per
sempre quei ribelli sempre pronti ad approfittare di tutto per
risollevare il loro partito e dettare legge ai re. Non c’erano più
grandi ministri. Le Tellier era sul letto di morte, il suo funesto
figlio3 era l’unico che restava, dato che Seignelay era sul
punto di spuntare. Louvois, avido di guerra, costernato dal
peso di una tregua di venti anni appena firmata, sperò che un
colpo così grande inferto agli ugonotti avrebbe smosso tutti i
protestanti d’Europa, e si compiacque aspettandosi che lui
stesso avrebbe combattuto gli ugonotti con le sue truppe, non
potendo il Re fare altrimenti. Così, di questa guerra sarebbe
stato l’esecutore principale e da ciò gli sarebbe stato concesso
sempre più credito. Il geniale acume della Maintenon, come
abbiamo descritto con esattezza, non era adatto e capace ad
altro se non all’intrigo. Non era nata né educata a vedere
nell’intrigo oltre ciò che le veniva presentato, e ancor meno
voleva perdere un’occasione così naturale per piacere, farsi
ammirare, rafforzare sempre più la sua posizione per mezzo
della religione. D’altronde, chi avrebbe saputo una parola su
ciò che si decideva solo tra il confessore, il ministro allora
unico, e la nuova e cara sposa, e chi avrebbe potuto opporsi a
qualsiasi decisione? È così che sono guidati in tutto, in un
modo o nell’altro, i re che per loro grandezza, diffidenza, per
essersi abbandonati a chi li domina, per pigrizia o per
orgoglio, non si aprono che con due o tre persone, spesso
ancora meno, e mettono tra di loro e tutto il resto dei loro
sudditi una barriera insormontabile.

Revoca dell’Editto di Nantes

La revoca4 dell’Editto di Nantes, decisa senza il minimo


pretesto e senza nessun bisogno, e le diverse dichiarazioni,
anzi proscrizioni cui fecero seguito, furono i risultati di quello
spaventoso complotto che spopolò un quarto del regno, ne
rovinò il commercio, lo indebolì in ogni sua parte, lo espose a
lungo al saccheggio pubblico e palese dei dragoni. Tale revoca
autorizzò i tormenti e i supplizi nei quali morirono tante
migliaia di innocenti, rovinò un popolo così numeroso,
smembrò tantissime famiglie, armò parenti contro parenti per
togliere i loro beni e lasciarli morire di fame. Ciò fece sì che
gli stranieri riuscissero a impadronirsi delle nostre industrie,
fece fiorire, addirittura traboccare, i loro Stati a spese del
nostro, e permise che fondassero nuove città dando loro
l’incredibile spettacolo di un popolo proscritto, nudo,
fuggitivo, errante senza aver commesso alcun delitto, in cerca
di un asilo lontano dalla sua patria; e così nobili, ricchi,
anziani, gente stimatissima per la loro carità, il sapere e la
virtù, gente abbiente, debole, delicata, divennero, incatenati e
frustati, la ciurma delle galere reali, e tutto ciò per motivi
religiosi. Infine, al colmo di tutti gli orrori, tutte le province
del regno furono riempite di spergiuri e sacrilegi; ovunque
risuonavano gli urli delle infelici vittime dell’errore, mentre
tanti sacrificavano la loro coscienza ai loro beni e alla loro
serenità, acquistandole con abiure simulate, per cui
immediatamente erano trascinati a adorare quello a cui non
credevano affatto, e a ricevere realmente il corpo divino del
Santo dei Santi, mentre in cuor loro rimanevano persuasi di
star mangiando solo pane, che avrebbero dovuto anche
aborrire. Tale fu il generale abominio generato dall’adulazione
e dalla crudeltà. Dalla tortura all’abiura, e da questa alla
comunione, non c’erano spesso più di ventiquattro ore di
intervallo, e i carnefici ne erano guide e testimoni. Quelli che,
in seguito, mostrarono di avere mutato opinione meno
precipitosamente non tardarono, o con la loro fuga o con il
loro modo di vivere, a smentire il preteso cambiamento.
Quasi tutti i vescovi si prestarono a questo modo di
procedere empio e sbrigativo, molti anzi lo incoraggiarono. La
maggior parte incitava i carnefici, forzava le conversioni, e
obbligava quegli strani convertiti alla partecipazione ai divini
misteri, per aumentare il numero delle loro conquiste, di cui
inviavano il resoconto alla corte per esserne sempre più
considerati e vicini alle ricompense.
Gli intendenti delle province facevano a gara per
assecondare i vescovi e i dragoni, e per mettersi in luce a corte
con le loro liste. I pochissimi governatori e luogotenenti
generali di provincia che vi si trovavano e l’esiguo numero di
signori che vi risiedeva, non mancarono, tramite i vescovi e gli
intendenti, di farsi valere.
Il Re riceveva da ogni parte le notizie dettagliate delle
persecuzioni e di tutte le conversioni. Si contavano a migliaia
quelli che avevano abiurato e fatto la comunione: duemila qui,
seimila là, tutti insieme e nello stesso istante. Il Re si
compiaceva della propria potenza e della propria carità.
Credeva di essere ancora al tempo della predicazione degli
apostoli, e se ne attribuiva tutto l’onore. I vescovi gli
scrivevano dei panegirici, i gesuiti facevano echeggiare le sue
lodi dai pulpiti e nelle missioni. Tutta la Francia era piena di
orrore e di confusione: mai c’erano stati tanti trionfi, tanta
gioia e tanta profusione di lodi. Il Re non dubitava affatto della
sincerità di quel grande numero di conversioni; i convertitori
lo persuadevano con grande cura e lo beatificavano in
anticipo. Beveva quel veleno a lunghe sorsate. Non si era mai
creduto così grande davanti agli uomini, né così prossimo
davanti a Dio alla riparazione dei suoi peccati e degli scandali
della sua vita. Non ascoltava che elogi, mentre i buoni, i veri
cattolici e i santi vescovi gemevano dal fondo del loro cuore
nel vedere degli ortodossi ripetere, contro gli errori e gli
eretici, ciò che i tiranni eretici e pagani avevano fatto contro la
verità, contro i confessori e contro i martiri. Soprattutto loro
non si potevano consolare per quell’immenso numero di
spergiuri e sacrilegi. Piangevano amaramente l’odio durevole e
irrimediabile, che mezzi esecrabili spandevano sull’autentica
religione, mentre le altre nazioni esultavano nel vedere che ci
indebolivamo e ci distruggevamo da soli. Intanto
approfittavano della nostra follia, e facevano progetti sull’odio
che ci attiravamo da tutte le potenze protestanti. Ma il Re era
inaccessibile a queste verità lampanti. La stessa condotta di
Roma nei suoi confronti non poté aprirgli gli occhi, dato che
anche Roma, a suo tempo, non aveva avuto vergogna di
esaltare il massacro della Notte di San Bartolomeo, fino a fare
delle processioni pubbliche per ringraziare Dio e addirittura a
far dipingere nel Vaticano dai più grandi maestri
quell’esecrabile avvenimento. Un Odescalchi sotto il nome di
Innocenzo XI sedeva sul soglio pontificio. Era un buon
vescovo, ma un principe assai incapace, completamente
austriacante, e i suoi ministri erano della stessa risma.
L’importante questione delle regalie aveva guastato i rapporti
con il Re fin dall’inizio della sua ascesa al soglio pontificio.
Le quattro proposizioni dell’assemblea del clero nel 1682 lo
irritarono di più. La persecuzione degli ugonotti non ebbe da
lui la benché minima approvazione. Si limitò sempre ad
attribuire tutto ciò a motivi politici per distruggere un partito
che aveva per tanto tempo e così lungamente agitato la
Francia, ed essendo sopravvenuto successivamente l’affare
delle franchigie,5 le due corti arrivarono ai più gravi dissapori.
Per questi fatti, sul punto d’onore delle franchigie, e su quello
così capitale delle proposizioni del 1682, ci si accorse, anche
troppo, che Lionne6 era morto, e che eravamo ben lontani dai
tempi del famoso affare dei corsi e del Trattato di Pisa.7

Il collegio di Saint-Cyr

La magnifica fondazione di Saint-Cyr seguì subito la


revoca dell’Editto di Nantes. La Montespan aveva costruito a
Parigi una bella casa delle Figlie di San Giuseppe, fondata per
l’istruzione delle giovani e per far apprendere loro ogni tipo di
lavoro, da cui uscirono ornamenti sacri di squisita fattura e
altri arredi superbi per il Re e per chiunque volesse ordinarli; e
in questo convento la Montespan si ritirò quando fu obbligata
a lasciare definitivamente la corte. L’emulazione spinse la
Maintenon verso scopi più elevati e grandi, per cui,
beneficando la nobiltà povera, sperava di essere ritenuta una
protettrice a cui tutta la nobiltà dovesse essere interessata.
Sperò di aprirsi una via per far registrare il suo matrimonio,
volendosi dare lustro con un monumento con il quale
interessare e distrarre il Re, che distraesse anche lei, e
all’occorrenza potesse servire da ritiro, se avesse avuto la
disgrazia di perdere il Re, come in realtà accadde.8 La ricca
mensa abbaziale di Saint-Denis, che lei fece unire a Saint-Cyr,
diminuì di molto la spesa di una così grande fondazione agli
occhi del Re e del pubblico; d’altronde, lo scopo era così utile
che ne ricevette solo giusti plausi.
La ratifica era sempre il suo desiderio più acceso.
L’opposizione che Louvois aveva così eroicamente dimostrato
nel momento in cui stava per venir fuori poi lo rovinò, come si
è visto, assieme all’arcivescovo di Parigi che vi si era
associato. Ciò non spense però tutte le speranze della
Maintenon. Si era illusa di essere riuscita a gettare le basi non
avendoci potuto pensare prima, per ciò che avvenne durante la
vita della Regina, quando lei, per riverniciare e passare la
spugna sulla prima parte della sua vita, aveva fatto capire con
modestia al Re le sue origini nobiliari, e poi, al matrimonio di
Monseigneur, l’importanza di circondare la Delfina di persone
sicure concedendo a lei, presso quella, un titolo che le avrebbe
dato il diritto e il mezzo di proteggerla. È ciò che, come si è
visto, fece diventare la duchessa di Richelieu dama d’onore
della Regina, mediando la carica di cavaliere d’onore di suo
marito per esercitarla e venderla poi appena poté, senza aver
pagato niente per questa. I Richelieu, come si è visto, erano
intimi e vecchi amici della Maintenon, che divenne seconda
dama di compagnia con la marescialla di Rochefort. La
distanza era strana tra le due dame di compagnia, ne bastava
una sola; la scelta della seconda indignò tutti. La prima era da
tempo abituata a servire amanti e ministri, e pensò solamente
ad essere gentile, nel suo autunno, a quel sole nascente. Si
illuse anche di poter succedere alla duchessa di Richelieu,
molto più anziana di lei e malata, ma si sbagliò, il Re volle una
duchessa. Si è visto come e perché la Maintenon facesse
nominare a forza la signora d’Arpajon sorprendendo tutti,
compresa la stessa duchessa d’Arpajon! Nonostante tutte
quelle vigilanze, la fierezza tedesca tradì lo spirito e il più caro
interesse della Delfina. Monseigneur, che non amava la
Maintenon, non ostacolò sua moglie. In quei tempi stava
sempre con la principessa di Conti, che lo dominava e che,
figlia della La Vallière, non aveva niente in comune coi figli
della Montespan, né con la loro governante, dai quali si era
anzi tenuta assai alla lontana. Non amava neanche la Delfina,
di cui temeva la concorrenza e contava ancor meno nella
fiducia di Monseigneur. Non le dispiacque vedere la Delfina
così poco d’accordo con la Maintenon, e con i suoi modi
arrivare a inimicarsi il Re, perdendone perciò ogni
considerazione, come in effetti avvenne. La Delfina quindi
contò ben poco. Si dice che la principessa di Conti,
eccessivamente profumata, la vedesse da vicino e a lungo,
quando lei aveva partorito il duca di Berry. In ogni modo, la
sua breve vita non fu poi che una continua malattia, più o
meno grave, e la sua morte sollevò il marito, il suocero, e più
di tutti la suocera, la quale, quattordici mesi dopo, si vide
liberata anche di Louvois. Fu allora che la speranza di vedere
registrato il matrimonio riprese tutte le sue forze. Monseigneur
e Monsieur sarebbero stati degli ostacoli, ma vivevano in una
tale dipendenza dal Re che il loro parere al riguardo non
avrebbe avuto nessun valore. Si è visto a pagina…9 quanto
grande fu il rumore che la ratifica del matrimonio fosse
imminente, allorché venne aperto l’appartamento della Regina,
rimasto chiuso da quando la Delfina era morta, con il pretesto
di esporre all’ammirazione della corte gli splendidi ornamenti
a quattro colori10 che il Re mandava alla chiesa di Strasburgo.
Ricordiamo inoltre la strana parola lanciata a bruciapelo da
Tonnerre, vescovo conte di Noyon, al Re in pieno «piccolo
apparato»11 a proposito di quella ratifica.

Bossuet

In effetti, proprio in quel momento la ratifica fu sul punto di


essere fatta. Ma il Re, ancora scosso da quanto era successo,
consultò il celebre Bossuet,12 vescovo di Meaux, e
Fénelon,13 arcivescovo di Cambray, e sia l’uno che l’altro lo
dissuasero, e questa volta fecero fallire il colpo per sempre.
L’arcivescovo era già in cattivi rapporti con la Maintenon a
proposito della signora Guyon,14 senza speranza di
miglioramento, a causa di Godet, vescovo di Chartres, come si
è visto a suo tempo. Ma allora era ancora in favore presso il
Re, con cui non tardò a rovinarsi per sempre. Bossuet sfuggì
alla disgrazia, dato che la Maintenon non provò neppure a
precipitarcelo, per molte e svariate ragioni. Godet, che la
dominava completamente, come abbiamo già visto altrove,
aveva bisogno della penna e del nome prestigioso di Bossuet
per spingere Fénelon nel baratro. Bossuet era stimato dal Re
per abitudine, stima e anche per essere entrato fin dall’inizio,
come vescovo, nella sua più intima e segreta confidenza, al
tempo dei suoi primi disordini; infine, aveva reso alla
Maintenon, senza che ciò fosse il suo scopo, un grandissimo
servizio. Era un uomo in cui l’onore, la virtù, l’onestà, la
rettitudine, erano inscindibili, come la conoscenza e
l’erudizione. Il posto di precettore di Monseigneur lo aveva
reso intimo del Re, che più di una volta gli aveva confidato i
suoi scrupoli. Bossuet gli aveva parlato spesso in proposito
con una sincerità degna dei primi secoli e dei primi vescovi
della Chiesa. Era riuscito a interrompere più di una volta il
corso di quei disordini, osando addirittura inseguire il Re che
gli era sfuggito. Pose fine ad ogni cattiva relazione e terminò
coronando questa grande opera con gli ultimi colpi che
cacciarono per sempre la Montespan dalla corte. La
Maintenon, all’apice della gloria, non poteva essere tranquilla
finché vedeva rimanere l’antica padrona, che tutti i giorni
riceveva ancora la visita del Re. Ciò le appariva come tempo e
autorità tolte a lei. Inoltre, non poteva evitare di renderle, se
non l’antico rispetto, almeno grandi riguardi e doveri
apparenti. Oltre a ricordarle troppo la sua passata condizione,
lei subiva spesso apertamente, dalla Montespan, delle allusioni
amare e chiarissime. Le visite semipubbliche e giornaliere del
Re alla sua antica amante, sempre tra la messa e il pranzo, in
modo da renderle necessariamente più brevi e solo per
cortesia, facevano un contrasto assai ridicolo con la sua
assiduità, durante tutte le ore del giorno, presso colei che
l’aveva servita, e che, non avendo il nome né di amante né di
moglie, era il crogiolo della corte e dello Stato. Quando la
Montespan uscì dalla corte per non rientrarci mai più, fu un
grande sollievo per la Maintenon, che non ignorò di doverlo
interamente al vescovo di Meaux, il quale seppe far dare
l’ordine definitivo.

Il duca di Maine

Fu l’epoca dell’unione così perfetta e intima fra il duca di


Maine e la Maintenon e dell’adozione che lei ne fece – che si
approfondì e si rafforzò sempre più anche in seguito – ad
aprire a lui la strada per giungere a tutte le incredibili
grandezze, alle quali una dopo l’altra pervenne, e che
l’avrebbero messo anche sul trono, se tale fosse stato il potere
della sua vecchia amica. Il duca di Maine era troppo spesso
vicino al Re, per non essersi accorto rapidamente del favore
nascente della Maintenon, dei suoi rapidi progressi, e come la
prima conseguenza non potesse essere altro che la caduta in
disgrazia di sua madre. Nessuno aveva più acume del duca di
Maine, sapeva servirsi di arti nascoste sotto grazie di ogni tipo
che riuscivano a incantare, con l’aria più naturale, più
semplice, perfino più ingenua. Nessuno era più abile di lui nel
celarsi sotto vari aspetti; nessuno conosceva meglio di lui le
persone che aveva interesse di conoscere; nessuno era più
insinuante, intrigante e abile di lui per introdursi presso di
loro; e nessuno, inoltre, sotto un aspetto devoto, solitario, da
filosofo, selvatico, nascondeva progetti più ambiziosi e più
grandi, che celava molto bene sotto timidezze di ogni genere.
Abbiamo visto altrove il suo carattere, ricorderemo qui solo
quanto può essere utile per ciò che stiamo trattando, senza
volercene allontanare. Il duca di Maine si accorse dunque ben
presto della sua spinosa posizione tra sua madre e la sua
governante, che la passione del Re rendeva assolutamente
inconciliabili. Capì anche che sua madre sarebbe stata solo un
pesante intralcio per lui, mentre avrebbe potuto sperare tutto
dalla governante. Pertanto il sacrificio fu rapidamente
compiuto. Si accordò in tutto con il vescovo di Meaux per
affrettare il ritiro di sua madre; si acquistò merito presso la
Maintenon, spingendo lui stesso la Montespan ad andarsene a
Parigi, per non tornare più a corte; si incaricò di portarle lui
stesso l’ordine del Re, che alla fine fu molto esplicito, e compì
tutto questo senza riguardi; costrinse la madre a obbedire, e
così si guadagnò la Maintenon completamente. Per tanto
tempo fu in pessimi rapporti con sua madre, che non lo voleva
più vedere, e mai in seguito ne ebbe di veramente buoni. Ma
fu la minore delle preoccupazioni. Ebbe dalla sua parte colei
che regnava e regnò sempre. Lui poté disporre di lei per tutta
la vita, e la Maintenon non pose mai limiti all’affetto per lui.
VII

La Maintenon a corte e nell’intimità

Compiuto il grande passo dell’allontanamento definitivo


della Montespan, la Maintenon assunse un nuovo splendore.
Avendo fallito, per la seconda volta, la ratifica del suo
matrimonio, capì che era meglio non pensarci più ed ebbe la
forza di superare con garbo questo ostacolo evitando di cadere
in disgrazia per volere essere dichiarata regina. Il Re, che si
sentì sollevato, le fu molto grato per questo modo di
comportarsi, e raddoppiò il suo affetto, la sua considerazione,
la sua fiducia. La Maintenon, che forse sarebbe stata
schiacciata dal peso dello splendore di quello che avrebbe
voluto sembrare, si rafforzò sempre più attraverso la conferma
del suo enigma trasparente.
Ma non bisogna pensare che, per sfruttare e mantenere
questa posizione, la Maintenon non avesse bisogno di alcuna
abilità. Il suo regno, al contrario, fu tutto un continuo intrigare
e il Re ne fu la vittima perpetua. Non riceveva visite, non ne
rendeva alcuna, salvo pochissime eccezioni. Andava a trovare
la regina d’Inghilterra, e la riceveva nel suo appartamento;
talvolta si recava dalla marchesa di Montchevreuil, la sua
amica più intima, e abitualmente anche lei andava a trovarla.
Dopo la sua morte, qualche volta, ma raramente, visitò il
marchese di Montchevreuil, il quale entrava da lei quando
voleva, ma sempre per brevi istanti. Il duca di Richelieu ebbe
lo stesso privilegio per tutta la vita. Andava pure qualche volta
dalla signora di Caylus, la sua cara nipote, che spesso stava
con lei. Se, una volta ogni due anni, si recava dalla duchessa di
Lude, o da qualche dama di uguale importanza – tre o quattro
volte al massimo – ciò era considerato un atto di distinzione
che faceva notizia benché si trattasse di una semplice visita. La
marchesa d’Heudicourt, sua vecchia amica, andava da lei
pressappoco quando voleva, e in vecchiaia anche il
maresciallo di Villeroy, talvolta d’Harcourt, mai altri. Si è
visto, al tempo del brillante viaggio della principessa
Orsini,1 come anche lei andasse molto spesso a trovarla in
privato, soprattutto a Marly, e la Maintenon le fece visita una
sola volta. Non andava mai da nessuna principessa di sangue,
neanche da Madame. Nessuna di loro andava mai da lei, a
meno che non si trattasse di udienze, cosa estremamente rara
che faceva notizia. Se però doveva parlare alle figlie del Re –
il che accadeva di rado, e solo per dar loro una lavata di capo –
le mandava a chiamare; loro arrivavano tremando, e uscivano
piangendo. Invece, per il duca di Maine, le porte si
spalancavano davanti a lui, in qualsiasi posto fosse, e dopo il
matrimonio2 della nipote con il duca di Noailles, anche lui la
vedeva quando ne aveva voglia, suo padre con riguardo, la
madre molto raramente. Il Re e la Maintenon la temevano e
non le volevano bene. Il cardinale di Noailles, fino all’affare
della Costituzione,3 la vedeva regolarmente in privato nel
giorno della sua udienza dal Re, una volta a settimana, e dopo
di lui il cardinale Bissy pressappoco quanto voleva, il
cardinale di Rohan con misura. Suo fratello,4 fino all’ultimo
dei suoi giorni, la faceva disperare. Entrava da lei ogni
momento, le teneva discorsi dell’altro mondo e le faceva
spesso delle scenate. Non ebbe mai presso di lei il minimo
credito. Sua cognata non comparve mai, né a corte, né in
società; la Maintenon la trattava bene per pietà, senza per
questo concederle il minimo credito, ma pranzava talvolta con
lei, e la faceva venire a Versailles il meno possibile, forse due
o tre volte l’anno al massimo e una notte anche a dormire.
Godet, vescovo di Chartres, e d’Aubigny, arcivescovo di
Rouen, li vedeva solo a Saint-Cyr.
Le sue udienze erano difficili da ottenere quanto quelle del
Re, e le poche che concedeva, quasi tutte a Saint-Cyr, dove ci
si recava a trovarla a giorno e ora prestabilita. Gente da poco,
e anche povera gente, nonché persone considerevoli
aspettavano a Versailles quando lei usciva o rientrava, se
dovevano dirle una parola. Non c’era, in quell’occasione, che
un momento e toccava a chi sapeva approfittarne. I marescialli
di Villeroy, d’Harcourt, spesso Tessé, qualche volta negli
ultimi tempi Vaudémont, le hanno parlato in questo modo ma,
se ciò avveniva quando lei rientrava, non la seguivano oltre
l’anticamera, dove lei tagliava corto e li lasciava. Molti altri le
parlarono così. Io mai, in nessun posto, a eccezione per ciò che
ho riferito.5 Un piccolissimo numero di dame, cui il Re era
abituato e che gli erano intime, vedevano talvolta la
Maintenon nelle ore in cui lui non c’era, ma raramente
qualcuna restava a pranzo con lei.
Le sue mattinate, che iniziavano di buon’ora, erano
riempite da anonime udienze di carità, o di guide spirituali,
talvolta da qualche ministro, molto raramente da un generale
d’armata, e questi solo quando aveva un rapporto particolare
con lei, come i marescialli di Villeroy, d’Harcourt, Villars, e
talvolta Tessé. Molto spesso, invece, alle otto di mattina o
anche prima, lei si recava da un ministro. Raramente pranzava
da loro, con le loro mogli e una compagnia molto scelta.
Questi erano considerati grandi favori e grandi novità, ma che
portavano solo invidia e qualche considerazione. Beauvillier
fu tra i primi e per lungo tempo un favorito di quei pranzi,
come si è già notato altrove, finché Godet, vescovo di
Chartres, capovolse la situazione, e troncò nettamente i
progressi fatti da Fénelon,6 diventato il loro consigliere. I
ministri incaricati della guerra e soprattutto quelli delle finanze
avevano i rapporti più frequenti con la Maintenon, che sapeva
bene accattivarseli. Raramente, anzi quasi mai, andò dagli
altri, e solo per affari, spesso di Stato, e al mattino, senza mai
pranzare da loro.
D’abitudine, appena alzata, andava a Saint-Cyr, dove
pranzava nel suo appartamento, sola o con qualche favorita
della casa, concedeva udienze il meno possibile,
spadroneggiava all’interno, governava la Chiesa all’esterno,
leggeva e rispondeva alle lettere, si occupava della direzione
dei monasteri femminili di ogni località, riceveva informazioni
e lettere di spionaggio, per tornare poco prima dell’ora in cui il
Re andava da lei. Quando diventò più vecchia e più malata,
arrivando a Saint-Cyr, tra le sette e le otto di mattina, si
coricava per riposarsi o per curarsi. A Fontainebleau, dove non
abitava nel castello, si recava spesso per fare le stesse cose di
Saint-Cyr. A Marly, si era fatta sistemare un piccolo
appartamento con una finestra sulla cappella e spesso ne
faceva lo stesso uso che a Saint-Cyr, e questo tempo si
chiamava il Riposo, con la maiuscola, e il Riposo era
inaccessibile a tutti, a eccezione della duchessa di Borgogna.
A Marly, a Trianon, a Fontainebleau il Re andava da lei la
mattina dei giorni in cui non c’era il Consiglio, e la Maintenon
non era a Saint-Cyr; a Fontainebleau, dopo la messa fino al
pranzo, e talvolta quando non c’era il pranzo al termine della
messa perché si andava a cacciare il cervo, ci restava un’ora e
mezza, qualche volta anche di più. A Trianon e a Marly la
visita durava molto meno, perché il Re, uscendo da lei, andava
a passeggiare nei giardini. Queste visite erano quasi sempre
dei colloqui intimi che non pregiudicavano però quelli che
avvenivano tutti i pomeriggi, che restavano intimi solo per
brevissimo tempo, dato che i ministri, a turno, venivano per
lavorare con il Re. Il venerdì, quando nessuno veniva, c’erano
solo, nell’appartamento della Maintenon, le dame intime con
cui il Re giocava o si faceva musica. Quest’abitudine
raddoppiò e triplicò alla fine della sua vita.
Verso le nove di sera, due cameriere venivano a spogliare la
Maintenon. Subito dopo il maggiordomo e un cameriere le
portavano il pasto, una minestra e qualcosa di leggero. Appena
finito di cenare, le cameriere la mettevano a letto; tutto
avveniva alla presenza del Re e del ministro, che non
interrompevano il lavoro, né abbassavano la voce e, in loro
mancanza, alla presenza delle dame più intime. Così si
arrivava alle dieci, quando il Re si recava a cenare, e alla
stessa ora si tiravano le tende della Maintenon.
In viaggio, avveniva lo stesso. Partiva di buon’ora con
qualche favorita, come la marchesa di Montchevreuil, sempre
finché visse, la marchesa d’Heudicourt, la marchesa di
Dangeau, la signora di Caylus. Una carrozza del Re, sempre
riservata a lei, la conduceva, anche per andare da Versailles,
ecc., a Saint-Cyr, ed Epinais, scudiere della Scuderia Piccola,
la aiutava a salire e la scortava a cavallo: questo era il suo
compito giornaliero. Nei viaggi, la carrozza della Maintenon
portava le sue cameriere e seguiva quella del Re dove c’era lei.
Si era accordata in modo che il Re, arrivando, la trovasse
perfettamente sistemata quando andava a farle visita. Sia per
autorità, sia per diritto, essendo seconda dama di compagnia
della Delfina di Baviera, la carrozza e la portantina della
Maintenon, i cui portatori indossavano la sua livrea, entravano
ovunque come quelle dei titolati.
Regina soprattutto esteriormente per via della sedia, il tono,
il posto, alla presenza del Re, di Monseigneur, di Monsieur,
della corte d’Inghilterra e di chiunque altro, era altrimenti una
semplice privata e sempre agli ultimi posti. Io ho visto i
termini di questo comportamento ai pranzi del Re a Marly,
quando mangiava con lui e le dame. A Fointainebleau, invece,
in abito da cerimonia, dalla regina d’Inghilterra, come ho fatto
notare in altri punti, cedeva con risolutezza il suo posto e
indietreggiava di fronte alle dame titolate, e perfino di fronte a
quelle di un certo rango, non lasciandosi mai attirare dalle
titolate, semmai da quelle più semplici, dall’aspetto umile,
cortese; in ogni circostanza appariva gentile, affabile, aperta
come una persona che non pretendesse niente e non volesse
dimostrare niente, ma che imponesse molto, se si considerano
quelli che le stavano intorno.
Era sempre molto ben messa, decorosamente, con proprietà,
buon gusto, ma sempre con molta modestia e da persona più
anziana della sua età. Quando poi non comparve più in
pubblico, si intravedevano solo le sue cuffie e una sciarpa
nera, se, per caso, qualcuno aveva occasione di vederla.
Non andava mai dal Re, a meno che non fosse indisposto o
la mattina dei giorni in cui si purgava, e così dalla duchessa di
Borgogna, mai altrove per nessun dovere.

La Maintenon e i ministri

Nel suo appartamento, quando c’era il Re, stavano ciascuno


nella propria poltrona, con un tavolo davanti, ai due lati del
camino, lei dalla parte del letto e il Re con la schiena al muro
dalla parte della porta dell’anticamera. Il Re aveva due
sgabelli davanti al suo tavolo, uno per il ministro che veniva a
lavorare, l’altro per la sua cartella. Nei giorni di lavoro
restavano da soli unicamente il pochissimo tempo che
precedeva l’ingresso del ministro, spesso solo un istante dopo
che questi se ne era andato. Il Re andava sulla seggetta,
tornava presso il letto della Maintenon, dove si tratteneva per
un poco in piedi, la salutava e andava a mettersi a tavola.
Questa era la vita della Maintenon.
Durante il lavoro del Re, la Maintenon leggeva o era intenta
a ricamare. Sentiva tutto ciò che si dicevano il Re e il ministro,
che parlavano ad alta voce. Molto raramente interveniva,
ancor più raramente le sue parole avevano un peso. Spesso il
Re le domandava il suo parere, allora rispondeva con molte
precauzioni. Mai, o quasi mai, sembrava tenere a qualche cosa
e ancor meno interessarsi per qualcuno, ma si era accordata in
privato con il ministro, il quale non osava contraddirla in sua
presenza, quando venivano trattati favori, né tantomeno
brontolare. La cosa era decisa tra loro prima del giorno di
lavoro in cui doveva essere presa la decisione, ed è proprio
questo che talvolta la ritardava, senza che né il Re né altri
potessero conoscerne la ragione. La Maintenon faceva sapere
al ministro che voleva parlargli prima della riunione. Lui non
osava mettere la questione sul tappeto senza aver ricevuto i
suoi ordini, e senza che la macchina dei giorni avesse dato loro
la possibilità di intendersi. Dopo di ciò, il ministro proponeva
e presentava una lista. Se per caso il Re si fermava sul nome
che la Maintenon voleva, il ministro vi si tratteneva e faceva in
modo di non proseguire oltre. Se il Re, al contrario, si fermava
su un altro nome, il ministro proponeva di vedere anche quelli
che erano accanto, quindi lasciava parlare il Re e ne
approfittava per escludere il primo. Di rado proponeva
solamente quello cui voleva arrivare, ma c’erano sempre
parecchi altri nomi, in modo che, valutandone il merito in
misura uguale, si metteva in imbarazzo il Re nella scelta.
Allora il Re domandava il suo parere, il ministro esaminava
ancora i meriti di alcuni di loro e finalmente si fermava su
quello che voleva. Il Re quasi sempre esitava e domandava
alla Maintenon il suo parere. Lei sorrideva, si dichiarava
incapace di una scelta, diceva talvolta una parola anche nei
confronti di qualche altro, poi tornava, se non vi si era
soffermata subito, su colui che il ministro aveva sostenuto e
ciò era determinante, al punto tale che i tre quarti dei favori e
delle scelte, e anche i tre quarti dell’ultimo quarto di ciò che
avveniva del lavoro dei ministri, svolto in sua presenza, era
deciso da lei. Accadeva talvolta che, se non le interessava
nessuno, fosse lo stesso ministro che, con il suo beneplacito e
il suo aiuto, decideva, senza che il Re avesse alcun sospetto. Il
Re era convinto di stabilire ogni cosa e da solo, mentre in
realtà non decideva che in piccolissima parte e sempre per
caso, salvo le rare occasioni in cui si era incapricciato di
qualcuno, o che voleva favorire qualcuno che gli aveva parlato
di una certa persona. Per gli affari, se la Maintenon voleva
farli riuscire, fallire, o girarli in un altro modo – e ciò accadeva
molto meno frequentemente che nel caso di favori e impieghi
– c’era la stessa intesa tra lei e il ministro, e pressappoco le
stesse manovre. Da tali dettagli si vede come questa donna
abilissima faceva quasi tutto ciò che voleva, ma non tutto, né
come e quando voleva.
C’era un’altra astuzia se il Re si ostinava: evitare in quel
momento la decisione, imbrogliando e tirando per le lunghe
l’argomento, sostituendolo con un altro come derivato a
proposito dal primo e quindi lo sviava, o proponendo di
prendere altre informazioni. Così le prime idee si smorzavano,
e si tornava un’altra volta alla carica con la stessa abilità, che
spesso aveva successo. Quasi allo stesso modo si faceva per
aumentare o sminuire gli sbagli, valorizzare rapporti e servizi,
oppure sorvolarli con leggerezza, preparando così la perdita o
la fortuna di una persona. Era ciò che rendeva il lavoro presso
la Maintenon così importante per la sorte di tanti e che rendeva
così necessario alla Maintenon avere i ministri completamente
dipendenti da lei. Nello stesso tempo, ciò aiutava
considerevolmente i ministri a innalzarsi su tutto, ad
aumentare costantemente il loro credito e il loro potere, per se
stessi e per la famiglia, poiché la Maintenon si serviva di tutte
queste situazioni per legarli di più a lei.
Quando stavano per venire a lavorare, o quando uscivano
dal suo appartamento, lei ne approfittava per sondare
l’opinione del Re su di loro, scusarli o lodarli, per il loro
lavoro faticoso, esaltarne il merito e, se si trattava di dare loro
qualche vantaggio, ne preparava la strada, talvolta rompendo il
ghiaccio col pretesto della loro modestia e dei buoni servizi
resi al Re, a cui domandava che venissero stimolati, in modo
da potergli alleggerire il lavoro e fare quindi di bene in meglio.
Così tra la Maintenon e i ministri si era creato un cerchio di
bisogni e di servizi reciproci che il Re assolutamente non
sospettava. I riguardi tra loro erano innumerevoli e continuati.
Ma se la Maintenon non poteva far niente, o quasi niente,
senza di loro, per ciò che passava attraverso i ministri, anche
loro non potevano reggersi senza di lei, e tantomeno contro di
lei. Appena lei si accorgeva che non era possibile ricondurre
tutto ai suoi voleri, perché si erano allontanati o perché caduti
in disgrazia nei suoi confronti, la loro perdita era giurata; non
falliva mai. Per questo le occorreva del tempo, sfumature di
tono, scioltezza, e talvolta molta, come quando causò la rovina
di Chamillart.7 Louvois cadde prima di lui. Pontchartrain si
salvò solo grazie al suo spirito, che piaceva al Re, e alle
spinose difficoltà finanziarie durante la guerra, nonché al buon
senso e all’abilità della moglie,8 rimasta a lungo in buoni
rapporti con la Maintenon, anche dopo che lui era caduto in
disgrazia; per ultimo, grazie alla porta dorata della cancelleria,
che si aprì apposta per lui. Il duca di Beauvillier temette di
naufragare per ben due volte, a grande distanza l’una
dall’altra, e non si sarebbe salvato senza due specie di
miracoli, come abbiamo già visto. Se i ministri, anche i più
accreditati, erano in tali rapporti con la Maintenon, si può
giudicare facilmente quanto lei fosse potente nei riguardi di
tutte le altre persone molto meno capaci di difendersi e
neppure di sospettare la sua potenza. Molti perciò furono
spacciati senza averne potuto immaginare la causa, fecero tutto
il possibile per scoprirla e porvi rimedio, ma inutilmente.
Il lavoro breve e occasionale dei generali d’armata si
svolgeva normalmente di sera, in presenza della Maintenon e
del segretario di Stato della guerra. Attraverso il lavoro di
Pontchartrain, che si occupava di stilare rapporti di spionaggio
e di storie di ogni sorta su Parigi e sulla corte, lei aveva i
mezzi per fare molto bene e molto male. Torcy non lavorava
da lei, non la vedeva quasi mai. Per questo non lo apprezzava
affatto e ancor meno sua moglie,9 il cui cognome, d’Arnauld,
cancellava ogni merito. Torcy si occupava delle poste, ed era
per suo tramite che i segreti erano comunicati al Re in colloqui
senza testimoni. Spesso il Re ne portava dei brani alla
Maintenon perché li leggesse, ma tutto ciò non aveva alcun
seguito, lei ne era a conoscenza solo attraverso dei brandelli, a
seconda che il Re fosse del parere di dirglieli o portarglieli.
Tutti gli affari esteri passavano al Consiglio di Stato o, se
c’era qualcosa di urgente, Torcy andava subito dal Re, alle ore
più svariate, ma nessun lavoro regolare o in privato con lui. La
Maintenon avrebbe voluto molto che questo tipo di lavoro si
svolgesse con regolarità da lei, per avere la stessa influenza
sugli affari di Stato, e su coloro che se ne occupavano, come lo
aveva negli altri campi. Ma Torcy seppe schivare molto
saggiamente quel pericoloso trabocchetto. In ogni occasione si
difese dicendo con modestia che non aveva assolutamente
affari per dare vita a un lavoro regolare. Non che il Re non le
riferisse tutto in proposito, ma lei comprendeva la totale
differenza fra l’assistere a un lavoro regolare, in cui avrebbe
potuto operare con calma, abilità, con misure prese in anticipo,
e l’essere costretta a prendere le sue decisioni fra il Re e lei su
quanto il Re le comunicava sull’argomento e fare affidamento
solo su se stessa, affrontando direttamente il Re se voleva una
cosa piuttosto che un’altra, nuocere alla gente o servirla
scopertamente. Il Re stesso stava molto in guardia. È successo
molte volte che, se non lo si prendeva con sufficiente abilità e
delicatezza, o se si accorgeva che un ministro o un generale
d’armata favorivano un parente o un protetto della Maintenon,
si irrigidiva proprio per questo; poi diceva, in parte seccato, in
parte sarcastico: «Bella forza, fare la corte a favore di un
parente o di un protetto della marchesa di Maintenon». E
questi colpi di cavezza la rendevano molto timida e attenta,
quando si trattava di mostrarsi allo scoperto con il Re su
qualcosa o per qualcuno. Perciò rispondeva, a chiunque le si
rivolgesse, anche per le minime cose, che lei non si occupava
di niente, e se, in rarissime occasioni, si apriva maggiormente,
e la cosa riguardava il dipartimento di un ministro su cui
poteva contare, rimandava al ministro promettendo di
parlargliene, ma, ancora una volta, niente era più difficile. La
gente non smetteva però di ricorrere a lei tramite
quell’omaggio per non averla contraria, e anche con la
speranza che, nonostante la risposta banale, avrebbe forse fatto
ciò che desideravano, come talvolta accadeva. C’erano forse
cinque o sei persone al massimo di ogni condizione, la
maggior parte dei quali erano quegli amici del tempo passato,
a cui rispondeva con maggiore sincerità, benché sempre
debolmente; ciononostante, pur riuscendo normalmente in loro
favore, non sempre le riusciva. Fu per l’estremo desiderio di
occuparsi degli affari esteri – poiché si occupava di tutti gli
altri – e per l’impossibilità di attirarne il lavoro presso di sé,
che la Maintenon, come abbiamo dettagliatamente raccontato
a suo tempo, decise di intrecciare tutti gli intrighi per cui fece
diventare la principessa Orsini padrona di tutto in Spagna,
facendola rimanere fino alla Pace di Utrecht, a spese di Torcy
e degli ambasciatori di Francia in Spagna, cioè a spese, come
si è visto, della Francia e della Spagna: la principessa ebbe
l’abilità di far passare tutto dalle mani della Maintenon,
convincendola che lei governava la corte e lo Stato spagnolo
solo sotto i suoi ordini e per suo volere. Torniamo un momento
a quei colpi di cavezza del Re di cui abbiamo parlato.
Le Tellier, in tempi di molto anteriori, e ancor prima di
diventare cancelliere di Francia, conosceva bene il Re al
riguardo. Uno dei suoi migliori amici, dato che ne aveva
parecchi perché sapeva averne, gli aveva chiesto un favore cui
teneva molto e che doveva essere proposto nel lavoro privato
di quel ministro con il Re. Le Tellier gli promise che avrebbe
fatto tutto il possibile, ma all’amico non piacque affatto la
risposta e gli disse con sincerità che, dato il posto che
occupava e il credito di cui godeva, non doveva rispondergli
così. «Voi non conoscete il terreno», gli rispose Le Tellier, «di
venti affari che noi presentiamo al Re; siamo certi che ne
passerà diciannove con il nostro gradimento, ma sappiamo
anche che il ventesimo sarà deciso in modo opposto. Quale dei
venti sarà deciso contro il nostro parere e il nostro desiderio, è
ciò che sempre ignoriamo, anzi molto spesso è quello a cui
teniamo maggiormente. Il Re si riserva questo trucco per farci
sentire che è lui il padrone ed è lui che governa e se, per caso,
si presenta qualcosa su cui si intestardisce e
contemporaneamente è abbastanza importante perché anche
noi ci intestardiamo, o per la cosa in sé, o per il nostro
desiderio che riesca come vogliamo, allora molto spesso
avviene una scenata sicura, anche se ciò succede di rado; ma,
in verità, subita la scenata e mancato l’affare, il Re, contento
per averci mostrato quanto poco noi contiamo, ma dispiaciuto
per averci contrariato, diventa subito docile e arrendevole, di
modo che quello è il momento in cui facciamo tutto ciò che
vogliamo». Così il Re si comportò con i ministri per tutta la
vita, sempre completamente governato da loro, anche dai più
giovani e mediocri, addirittura dai meno accreditati e
considerati, ma sempre in guardia per non esserlo, e sempre
persuaso che lui sarebbe riuscito a non esserlo.
Si comportava così anche con la Maintenon alla quale
talvolta faceva delle scenate terribili, di cui si compiaceva.
Ogni tanto questa si metteva a piangere in sua presenza, e
stava per parecchi giorni sulle spine. Fino a quando lei riuscì a
mettere Fagon vicino al Re, al posto di d’Aquin, che fece
cacciare perché era un fedele della Montespan, anche per
avere una persona molto intelligente e completamente devota a
lei (Fagon le si era affezionato fin dal tempo dei viaggi alle
terme al seguito del duca di Maine); una persona, quindi, da
cui potesse ricavarne un vantaggio continuato. Grazie a quella
posizione di intimità di primo medico, lei lo vedeva tutte le
mattine, e si dava per malata se le capitavano quelle scenate, e
così di solito le faceva finire a suo vantaggio.

Egoismo del Re

Ma né questo inganno, né la più autentica malattia ebbero


mai il potere di distogliere il Re da quanto si era prefissato.
Era un uomo estremamente egoista, che considerava gli altri,
chiunque essi fossero, unicamente in rapporto alla sua persona.
La sua durezza in proposito era estrema. Anche nei periodi in
cui fu più innamorato, le indisposizioni delle sue amanti, che
avrebbero maggiormente sconsigliato i viaggi e l’abito da
cerimonia – perché le dame più privilegiate non potevano
vestirsi in altro modo nelle carrozze o in qualsiasi altro luogo
in cui era la corte, prima che Marly attenuasse quell’etichetta –
niente, dicevo, riusciva a dispensarle da tale obbligo. Pur
essendo incinte, malate, meno di sei settimane dopo i parti, in
certi altri periodi sgradevoli, bisognava mettersi in abito da
cerimonia, ornate, con il corpo ben serrato nei busti, andare
nelle Fiandre o ancora più lontano, ballare, vegliare,
partecipare alle feste, mangiare, essere allegre e di buona
compagnia, spostarsi, non dovendo lasciare vedere la minima
apprensione per il freddo, il caldo, l’aria e la polvere, né di
essere disturbate, e tutto ciò proprio nei giorni e nelle ore
prestabilite, e non era ammesso un minuto di ritardo. Trattava
allo stesso modo le figlie. Si è visto precedentemente come
non ebbe maggiori riguardi né per la duchessa di Berry né per
la duchessa di Borgogna, qualsiasi cosa potessero dire e fare
Fagon e la Maintenon, ecc., benché amasse la duchessa di
Borgogna con tutta la tenerezza di cui era capace. Tutte e due
le duchesse ne rimasero ferite, anche per ciò che disse con aria
di sollievo,10 benché non avessero ancora bambini.

I viaggi del Re
Viaggiava sempre con la carrozza piena di donne: le
amanti, poi le figlie illegittime, le nuore, qualche volta
Madame, e altre dame, se c’era posto. Ciò avveniva solo per le
riunioni di caccia, i viaggi di Fontainebleau, Chantilly,
Compiègne e i lunghi viaggi che si svolgevano così. Per
andare a sparare, per passeggiare, o per andare a dormire a
Marly e a Meudon, il Re viaggiava da solo in calesse. Temeva
i discorsi che i suoi grandi ufficiali avrebbero potuto fargli in
carrozza, e si raccontava che il vecchio Charost, il quale
approfittava volentieri di quei momenti per dirgli molte cose,
gli aveva fatto prendere questa decisione più di quarant’anni
prima. Ciò conveniva anche ai ministri, i quali, in caso
contrario, avrebbero avuto di che preoccuparsi tutti i giorni, e
ancora di più la rigorosa clausura che il Re in persona si era
prescritto in loro favore, e alla quale fu sempre fedelissimo.
Per le donne, prima le amanti, poi le figlie e le poche dame che
potevano trovarci posto, le occasioni erano ridotte a una
grande rarità, e il cicaleccio femminile non gli causava alcun
timore, a parte che non poteva essere impedito. In questa
carrozza, in occasione dei viaggi, c’erano sempre mille cose di
ogni tipo da mangiare: carni, dolci, frutta. Si era appena fatto
un quarto di lega, che già il Re domandava se volevano
mangiare. Lui personalmente non prendeva niente fra i pasti,
neppure un frutto, ma si divertiva a vedere mangiare, e
mangiare da crepare. Bisognava avere fame, essere allegre,
mangiare con appetito e di buona voglia, altrimenti non era di
suo gradimento, e lo dimostrava anche con acidità: inutile fare
le delicate, le schizzinose, le raffinate. Ciò non impediva che
le stesse dame o principesse che cenavano con altre alla sua
tavola lo stesso giorno non fossero obbligate, con le identiche
sofferenze, a mostrare lo stesso buon contegno, come se non
avessero mai mangiato durante il giorno. Inoltre, non si poteva
parlare di nessun’altra necessità, cosa che per le dame sarebbe
stata in ogni modo molto imbarazzante, dato che la carrozza
era circondata dai distaccamenti della casa reale, con le
guardie del corpo che precedevano e seguivano la carrozza,
ufficiali e scudieri alle portiere, che facevano una polvere che
divorava tutto ciò che la carrozza conteneva. Il Re, a cui
piaceva l’aria, voleva tutti i vetri abbassati, e avrebbe molto
disapprovato se una dama avesse tirato le tendine per ripararsi
dal sole, dal vento, o dal freddo. Non bisognava neanche
accorgersene, e neppure di qualsiasi altro tipo di scomodità;
inoltre, si andava sempre molto velocemente, fermandosi solo
per il cambio dei cavalli. Sentirsi male era un demerito tale da
non tornarci più.
Ho sentito raccontare dalla duchessa di Chevreuse – la
quale fu sempre amata dal Re e trattata in modo privilegiato,
tanto che la volle avere, finché le fu possibile, sempre con sé
nei suoi viaggi e tra i suoi intimi – che, andando in carrozza
con lui da Versailles a Fontainebleau, fu presa dopo solo due
leghe da una necessità urgente di quelle a cui non si crede di
poter resistere. Il viaggio era senza tappe e il Re si fermò per
strada solo per pranzare, ma senza uscire dalla carrozza.
Quella necessità, che raddoppiava ad ogni istante, non si
faceva sentire più a proposito, come in quel pranzo, durante il
quale lei avrebbe potuto scendere un momento nella casa di
fronte; il mangiare, per quanto si contenesse, raddoppiò
l’acutezza del suo stato. Stava sul punto di essere costretta a
confessarlo e mettere piede a terra, addirittura parecchie volte
rischiò di perdere conoscenza, ma il suo coraggio la sostenne
fino a Fontainebleau, dove arrivò sfinita. Mettendo piede a
terra, vide il duca di Beauvillier, arrivato il giorno prima con i
«figli di Francia», alla portiera del Re. Invece di salire con lui,
prese il duca per il braccio e gli disse che sarebbe morta, se
non fosse riuscita ad alleggerirsi. Attraversarono insieme un
tratto del Cortile Ovale, ed entrarono nella cappella che
fortunatamente era aperta, e dove si diceva la messa tutte le
mattine. Necessità non ha legge: la duchessa di Chevreuse si
alleggerì completamente in quella cappella dietro il duca di
Beauvillier, che sorvegliava la porta. Racconto queste miserie
per far capire a quali torture fossero sottoposti coloro che
quotidianamente frequentavano il Re con maggiore favore e
privilegio; era il caso della duchessa di Chevreuse. Queste
cose, che sembrano sciocchezze, e che in realtà sono delle
sciocchezze, sono troppo significative per essere tralasciate.
Talvolta il Re aveva delle necessità e non esitava a scendere
dalla carrozza, ma in queste occasioni le dame non si
muovevano.
La stessa Maintenon, che temeva molto l’aria e tante altre
scomodità, non poté conquistare alcun privilegio al riguardo.
Tutto ciò che ottenne, con il pretesto della modestia e con altre
scuse, fu di viaggiare a parte, nel modo che ho riferito, ma, in
qualsiasi stato fosse, bisognava camminare, seguire con
precisione e arrivare e farsi trovare pronta prima che il Re si
recasse da lei. Fece molti viaggi a Marly in uno stato in cui
non si sarebbe fatto camminare neppure una serva; ne fece uno
a Fontainebleau in cui davvero non si sapeva se sarebbe morta
per strada. In qualsiasi condizione fosse, il Re andava da lei
alla solita ora, e faceva quello che aveva progettato, al
massimo rimaneva a letto. Molte volte, mentre la Maintenon
febbricitante sudava abbondantemente, il Re, che, come ho già
detto, amava l’aria e temeva il caldo delle stanze, al suo arrivo
si meravigliava di trovare tutto chiuso, faceva aprire le finestre
e non le faceva chiudere mai fino alle dieci, ora in cui andava
a cenare; e benché la vedesse in quello stato, non considerava
la frescura notturna. Se si doveva fare musica, ciò non era
impedito né dalla febbre, né dal mal di testa, e tutto con cento
candele negli occhi. Così il Re andava sempre per la sua
strada, senza chiederle mai se si sentisse male.

Nanon

I domestici della Maintenon – e anche questo è molto


strano – erano pochissimi, poco noti, modesti, rispettosi, umili,
silenziosi e senza ambizioni. Era l’aria della casa, e non
sarebbero rimasti, se non fossero stati così. Col tempo
riuscivano a farsi una moderata fortuna in proporzione al loro
stato, tale da non destare invidie né dare occasione a
chiacchiere; tutti restavano in un’oscurità più o meno agiata.
Le donne passavano la vita chiuse in casa. Non solo lei non
voleva che uscissero, ma impediva loro di ricevere qualsiasi
persona e la fortuna che lei concedeva era eccezionale e breve.
Il Re li conosceva tutti, era in confidenza con loro, e con loro
parlava spesso quando si recava a trovare la Maintenon prima
che fosse rientrata. L’unica diversa dalle altre era una vecchia
cameriera, quella che dopo la morte di Scarron stava con lei
alla Carità di Saint-Eustache, quando la Maintenon abitava
nella soffitta dove la domestica preparava la camera e la sua
modesta cena nello stesso ambiente. La Nanon di quel tempo
(la Maintenon l’ha sempre chiamata così), che all’inizio era
stata la sua unica cameriera e l’aveva sempre seguita e servita
in tutti i diversi stati, ora era diventata la signorina Balbien,
religiosa come lei e ormai vecchia. Era una persona molto
importante perché aveva l’intima confidenza della Maintenon
e teneva d’occhio tutte le signorine già viste altrove che si
avvicendavano da Saint-Cyr accanto a lei, le sue nipoti e
addirittura la duchessa di Borgogna, la quale, sapendolo bene,
con abilità e senza adulazione, era diventata sua buona amica.
Si vestiva e si pettinava come la sua padrona, avendo cura di
imitarla in tutto. Dai figli legittimi a quelli illegittimi, per
continuare con i principi di sangue e i ministri, non c’era
nessuno che non le usasse dei riguardi e che non fosse
imbarazzato (e aggiungerei rispettoso) in sua presenza. Chi
poteva, se ne serviva corrompendola con il denaro, sebbene, in
fondo, si occupasse di ben poche cose. Era banalmente
sciocca, e diventava cattiva solo raramente, e per stupidaggine,
benché fosse molto manierata e affascinata da tutto ciò che
desta meraviglia, non si faceva vedere quasi mai. Della sua
influenza si è visto un esempio a proposito della carica
ottenuta dalla duchessa di Lude,11 mentre quattro ore prima il
Re sembrava così contrario a concederla. La sua protezione
per andare a Marly le fruttò sempre qualche cosa. Questa
donna aveva un’aria dolce, umile, inamidata, importante, ma
sempre rispettosa.
Si è già detto, la Maintenon era discreta in pubblico, regina
in privato. Qualche volta anche pubblicamente come alle
manovre di Compiègne, di cui si è parlato qui a suo tempo, e
nelle passeggiate di Marly, quando per compiacenza ne faceva
una, allorché il Re voleva farle vedere qualcosa terminata da
poco. Mi trovo, lo confesso, tra la paura di cadere in qualche
ripetizione e la paura di non saper spiegare abbastanza
dettagliatamente tante cose singolari che rimpiangiamo poi di
non trovare nelle storie e in quasi tutte le memorie di ogni
epoca. Si vorrebbe che ci fossero i principi con le loro amanti
e i loro ministri nella vita di tutti i giorni. Oltre a soddisfare
una curiosità così fondata, si conoscerebbero molto meglio i
costumi del tempo e il genio dei monarchi, quello delle loro
amanti e dei loro ministri, dei loro favoriti, di coloro che più li
hanno frequentati, e i raggiri usati per dominarli o per arrivare
ai diversi scopi che si erano proposti. Se queste cose devono
essere considerate degne di curiosità e anche istruttive in tutti i
regni, lo saranno a maggior ragione in un regno così lungo e
così pieno di avvenimenti come quello di Luigi XIV, e con un
personaggio come la Maintenon, unico per la sua posizione
nella monarchia da quando questa istituzione è conosciuta.
Lei, per trentadue anni, ha rivestito il ruolo di confidente,
amante, moglie, ministro e divinità onnipotente, non avendo
per così tanto tempo contato nulla e avendo, come dicono, a
lungo e pubblicamente condotto una vita sregolata. Proprio
questo mi incoraggia a non temere qualche ripetizione. Tutto
sommato, penso sia meglio correre il rischio che me ne sfugga
qualcuna, piuttosto che non considerare un insieme così
interessante nella sua totalità. Torniamo perciò un momento
indietro.

La Maintenon e la famiglia reale

Regina in casa sua, la Maintenon stava sempre su una


poltrona nel posto più comodo della stanza davanti al Re,
davanti a tutta la famiglia reale, e anche davanti alla regina
d’Inghilterra. Si alzava al massimo per Monseigneur e per
Monsieur, dato che questi andavano raramente da lei, riceveva
il duca d’Orléans e gli altri principi di sangue solo in udienza,
perciò quasi mai. Accoglieva invece Monseigneur, i suoi figli,
Monsieur e il duca di Chartres sempre quando partivano per il
fronte o la stessa sera del ritorno, o, se troppo tardi, la mattina
dopo di buon’ora. Non si alzava dalla poltrona per nessun altro
«figlio di Francia», né per le loro mogli, né per i figli
illegittimi del Re, né per altri, solo un poco per le persone
comuni con le quali non aveva la minima familiarità e che
avevano ottenuto un’udienza, perché aveva sempre avuto cura
di mostrarsi modesta e educata nei loro confronti. Chiamava
quasi sempre la Delfina «mignonne» anche in presenza del Re
e delle dame intime e di palazzo, e questo fino alla sua morte;
e quando parlava di lei e della duchessa di Berry, anche
davanti a loro, diceva sempre «la duchessa di Borgogna» e la
«la duchessa di Berry» o la «Delfina», molto raramente «Sua
Altezza Reale la Delfina di Francia» e ugualmente il «duca di
Borgogna», il «duca di Berry», «il Delfino», quasi mai «Sua
Altezza Reale il Delfino di Francia». Lascio giudicare a voi
come si comportava con gli altri. Si è visto come la Maintenon
mandasse a chiamare le principesse, sia legittime che
illegittime, e come facesse loro delle lavate di capo;
l’agitazione con la quale queste accorrevano ai suoi ordini, i
pianti che accompagnavano il loro ritorno e le preoccupazioni
per tutta la durata della loro disgrazia. Solo la duchessa di
Borgogna era riuscita a dominarla con le sue grazie non
comuni e le attente cure che abbiamo visto quando abbiamo
parlato di lei. La chiamava sempre «zia».
Ciò che sempre destava stupore erano le passeggiate che,
come dicevamo, la Maintenon faceva con il Re per
compiacerlo, nei giardini di Marly. Questi sarebbe stato cento
volte più libero con la Regina e meno galante. Da parte del Re,
era evidente il più marcato rispetto, nonostante fosse tra i suoi
cortigiani e tra tutti gli abitanti di Marly che volevano
trovarcisi. Il Re si credeva in privato, proprio perché era a
Marly. Quasi mai lei saliva sul calesse: il Re stava da solo nel
suo, la Maintenon in una portantina, e procedevano uno
accanto all’altro. Se al loro seguito si trovavano la Delfina o la
duchessa di Berry, o le figlie del Re, queste seguivano a piedi
e circondavano la carrozza o, se montavano in calesse con le
dame, seguivano a distanza, senza mai sorpassare. Spesso il
Re camminava a piedi vicino alla portantina. Ad ogni istante si
levava il cappello e si chinava per parlare alla Maintenon o per
risponderle, se lei gli parlava, cosa che lei faceva molto più
raramente, mentre lui aveva sempre qualcosa da dirle o da
farle notare. Siccome temeva l’aria anche nei giorni più sereni,
lei abbassava ogni volta il vetro laterale di tre dita, e lo
rialzava subito dopo. Una volta posata la portantina a terra per
farle vedere la nuova fontana, si svolgeva lo stesso
cerimoniale. Spesso la Delfina si appollaiava su uno dei
bastoni anteriori, e si univa alla conversazione, ma il vetro
restava sempre chiuso. Alla fine della passeggiata, il Re
conduceva la Maintenon fino al castello, si congedava da lei e
riprendeva la sua passeggiata. Era uno spettacolo a cui ci si
abituava difficilmente. Queste inezie sfuggono quasi sempre
nelle Memorie, però danno più di tutto l’idea giusta di ciò che
vi si cerca, che è il carattere di ciò che è stato, e che traspare
così naturalmente dai fatti.
Il comportamento delle nipotine del Re, delle sue
discendenti illegittime, gli ordini da dare in proposito, le
galanterie, la devozione o l’assiduità delle dame di corte, le
diverse avventure, il contegno delle mogli dei ministri, e
quello dei ministri stessi, gli spionaggi di ogni sorta di cui la
corte era piena, tutto ciò faceva parte delle occupazioni della
Maintenon; e ancora, le riunioni delle principesse con le dame
giovani o con quelle delle loro età, e tutto quello che vi
accadeva, le punizioni per cui talvolta arrivavano ad essere
messe in penitenza e addirittura cacciate, le ricompense o la
scelta definitiva più o meno saltuaria di chi dovesse
partecipare ai viaggi a Marly o ai divertimenti della Delfina.
Con ciò divertiva il Re, incline a prendere queste occupazioni
seriamente. Le erano utili per mantenere la conversazione, per
aiutare o nuocere, e preparare da lontano il Re in merito alle
molte cose che lei sapeva abilmente insinuare da ogni parte.

Incostanza della Maintenon

Si è già visto come la Maintenon rispondeva a chiunque


ricorresse a lei, che non si immischiava in nulla, e come chi
avesse occasione di conoscerla da vicino non tardasse ad
accorgersi di quella prodigiosa e naturale incostanza che senza
ragione cambiava così spesso i suoi gusti, le sue preferenze e
le sue volontà. I rimedi che si cercavano erano dei veleni.
L’unica cosa da fare era sorvolare, comportarsi più
riservatamente, stare in disparte, come quando ci si mette al
riparo dalla pioggia allontanandosi un poco dalla strada.
Talvolta lei si riavvicinava e si riapriva da sola, come da sola
si era rinchiusa e allontanata; in caso contrario, non c’era da
sperare altro. Questi cambiamenti nei confronti delle persone e
delle cose erano molto faticosi per i ministri, per chiunque
avesse relazioni d’affari con lei, e per le dame di cui, in
numero assai ristretto e molto raramente, si era illusa di voler
regolare la condotta. Ciò che le piaceva ieri e non prima, era
una colpa oggi, ciò che aveva approvato e addirittura
suggerito, lo biasimava poi a tal punto che non si sapeva mai
se si era degni di amore o di odio. Sarebbe stato folle
mostrarle, per scusarsi, quel variare di opinione che arrivava
sulle persone da lei stessa scelte fino al loro modo di vestirsi e
di pettinarsi, e nessuno di quelli che a diverso titolo l’hanno
frequentata si è più o meno salvato da quegli alti e bassi
insopportabili. Dominio e governo furono invece le sole cose
su cui non ne ebbe mai.
VIII

Ingerenza della Maintenon negli affari ecclesiastici

Abbiamo già visto con quale abilità la Maintenon si servì


della principessa Orsini1 per immischiarsi in tutto ciò che
riguardava la corte e gli affari di Spagna e per toglierli dalle
mani di Torcy per quanto poté, non essendo riuscita a far
lavorare presso di sé quel ministro, come facevano gli altri; e
abbiamo visto fino a che punto la principessa Orsini seppe
approfittarne. Gli affari ecclesiastici furono anch’essi, e a
lungo, oggetto delle sue brame. All’epoca della lotta contro i
giansenisti e della revoca dell’Editto di Nantes, come abbiamo
visto, aveva esercitato una leggera influenza, anche se
momentanea, ma abbiamo solo sfiorato questo importante
argomento, che fu causa della sua preferenza per il duca di
Noailles,2 quando si è parlato di quel matrimonio. Bisogna
spiegare adesso come riuscì alla fine a occuparsi anche delle
cose ecclesiastiche e ad avere un ruolo importante in questa
parte del governo.

Il cardinale di Noailles

La Maintenon vide con grande acredine e per lungo tempo


padre La Chaise in possesso dell’intero ministero, non solo del
tutto indipendente, ma anche senza nessun riguardo verso di
lei, e lei stessa lasciata in una estrema ignoranza in proposito.
Il distacco del Re, dimostrato per Harlay, arcivescovo di
Parigi, dopo averlo favorito in modo completo e a lungo,
aveva soddisfatto la sua vendetta, di cui si è già vista la causa,
ma non i suoi desideri. Il confessore del Re era diventato
ancora più padrone dei benefici e di tutti gli affari da cui
l’arcivescovo era stato improvvisamente allontanato. È questo
che diede così poco entusiasmo alla Maintenon per il
matrimonio di sua nipote con il nipote del duca di La
Rochefoucauld, matrimonio che, come si è visto, il Re voleva
fare, ma che valse la preferenza ai Noailles. Non mi sentirei di
affermare che non sia stato con questo scopo lontano che lei
diede il suo appoggio per far nominare il fratello del
maresciallo-duca di Noailles all’arcivescovato di Parigi, alla
morte di Harlay, nell’agosto 1695, cosa tanto più difficile in
quanto poco amato dai gesuiti e il Re quasi non lo conosceva,
dal momento che Noailles non veniva quasi mai a Parigi, o
solo per brevi periodi. Inoltre, lo si dovette portare a Parigi
tenendo all’oscuro padre La Chaise. Non si riuscì neanche a
imporlo con la forza senza che il confessore lo sapesse, perché
si dovette costringere il prelato, il quale non solo fece tutta la
resistenza possibile, ma finse di rendersi sospetto dal lato
dottrinale. All’inizio era stato nominato vescovo di Cahors, e
qualche mese dopo trasferito a Châlons. Né la vicinanza, né la
dignità di questa sede, per cui il vescovo è conte e pari di
Francia, riuscirono a convincerlo a lasciare la prima sede cui si
sentiva legato da sacri vincoli, nonostante non ci fosse mai
stato. Fu necessario un ordine espresso del Papa per
obbligarcelo. Il vescovo di Noailles brillò a Châlons per i suoi
costumi angelici, la residenza continuata, una sollecitudine
pastorale dolce, costante, istruttiva, ispirata agli esempi più
grandi, e non si dedicava ad altra occupazione che non fosse il
suo ministero. Il credito della sua famiglia, sostenuto da una
reputazione così eccelsa, lo destinò a una carriera fuori
dall’ordinario. Riuscì a Parigi come già a Châlons, senza
essere frastornato da un teatro così grande; piacque molto al
Re e alla Maintenon, e per finire con quanto lo riguarda
personalmente, non parve né ingenuo né imbarazzato negli
affari, fece ammirare la sua intelligenza e la sua cultura, la sua
modestia e al tempo stesso una magnificenza (cose che
raramente coesistono) adatta alle assemblee del clero, che
presiedette con soddisfazione dello stesso clero e della corte.
Alla fine fu creato cardinale nel 1700, mostrando la stessa
ripugnanza avuta a suo tempo nel cambiare sedi. Tante virtù
ricevettero poi la ricompensa che il mondo elargisce: molte
croci e tribolazioni, che lui portò con coraggio e per il bene
della Chiesa con troppa dolcezza ed equanimità, troppa paura
di pensare a se stesso, troppi riguardi e carità per coloro che
seppero approfittarne e finirono col purificarlo e santificarlo,
senza essere riusciti a scuotere né il suo animo, né la purezza
delle sue intenzioni e della sua dottrina: negli ultimi tempi
della sua vita perse la ragione, che aveva ceduto sotto il peso
degli anni, del lavoro, delle persecuzioni. Di tutto ciò sono
stato testimone oculare, e se Dio me ne darà il tempo, ne
parlerò alla fine di queste memorie, benché questi avvenimenti
oltrepassino i limiti che mi sono proposto.
Non ripeterò ciò che ho già detto alle pagine 776, 883, 4 e
5 su Godet, vescovo di Chartres, né su Bissy, che poi divenne
3

cardinale. Mi limiterò a ricordare qui che La Chétardye, di cui


abbiamo parlato a lungo in quelle stesse pagine, e Bissy in
quel tempo non stavano accanto al Re, e che Godet, non
avendo assolutamente occasione di frequentare il Re, non
poteva che presentarsi di fronte e allo scoperto molto
raramente e solo su iniziativa dalla Maintenon. Ma non poteva
ripresentarsi frequentemente, né avere a tiro quei potenti mezzi
d’insinuazione che ottengono tutto, lasciando un seguito, per
mezzo di frequenti conversazioni che sembrano non avere uno
scopo preciso. Padre La Chaise aveva tutto ciò e si guardava
bene dall’essere offeso e deriso dal vescovo di Chartres, il
quale però gliene dava talvolta motivo, anzi lo metteva in
allarme e lo rendeva più guardingo. Un arcivescovo di Parigi,
con il favore della scelta recente e della novità, sostenuto dalla
sua reputazione, da una famiglia così celebre e dall’arte
completa della Maintenon, che all’inizio, considerandolo una
sua creazione, lo aveva preso in grande simpatia, era uno
strumento molto più alla mano da adoperare nella sua udienza
settimanale con il Re o sempre argomento valido per riuscire a
ottenerla e anche per poterla raddoppiare quando lui ne aveva
voglia. È ciò che formò il grande favore del cardinale di
Noailles, per cui la sua onestà e i suoi scrupoli di coscienza,
che lo mettevano tanto in guardia contro se stesso, e così poco
contro gli altri, perdettero in seguito tutti i vantaggi, ma da cui
la Maintenon seppe trarre i suoi per entrare finalmente nelle
faccende ecclesiastiche. Lei iniziò a occuparsene quando
scoppiò la questione di Fénelon,4 vescovo di Cambray, che
legò così strettamente l’arcivescovo di Parigi a lei e al vescovo
di Chartres. Con tale mezzo si impadronì della chiave
dell’unico tipo di affari e di favori in cui fino a ora non aveva
avuto che una leggera influenza, e fu ciò a farle preferire il
matrimonio con il nipote dell’arcivescovo di Parigi a
qualunque altro, nel marzo del 1698. Fece sposare al Re, come
si è già visto, la causa contro il vescovo di Cambray a Roma,
fino a occuparsene allo scoperto; da ciò rafforzò sempre più la
sua confidenza in materia di religione, cui era necessariamente
connessa quella dei benefici ecclesiastici e i mezzi per far
procedere o indietreggiare chi le sembrava adatto.

Gesuiti e sulpiziani

Si è già visto come il vescovo di Chartres fosse un


appassionato sulpiziano; come abitasse sempre a Parigi in quel
seminario e lo innalzasse sulle rovine di quello delle Missioni
estere, di Saint-Magloire e dei padri dell’Oratorio e come
infine si sostituisse, morendo La Chétardye, curato di Saint-
Sulpice, presso la Maintenon, che diresse spiritualmente e di
cui ebbe tutta la fiducia. Bisogna ripeterlo nuovamente: la
crassa ignoranza dei sulpiziani, la loro estrema piattezza, i loro
sentimenti fanaticamente ultramontani5 non potevano sbarrare
i vasti disegni dei gesuiti; e loro erano proprio quanto serviva
per abbattere l’elevatezza, la morale ottima, il gusto della
tradizione, la conoscenza giusta e precisa che si attingeva
presso i padri dell’Oratorio, così lontani in tutto dai sentimenti
della Compagnia e così conformi per l’essenziale
all’Università e ai resti preziosi del famoso Port-Royal, di cui i
gesuiti erano i nemici e i persecutori. Ne completarono così la
rovina per mezzo di persone legate a Roma da una gretta
sudditanza, che mettevano tutto il merito in pratiche meschine,
inutili e ridicole, sotto il peso delle quali instupidivano i
giovani loro affidati, a cui non potevano insegnare niente,
perché loro stessi non sapevano assolutamente niente, neppure
vivere, camminare, né dire niente a proposito. Così il successo
dei preti della Missione,6 il cui unico insegnamento era
divulgare il catechismo nei villaggi, dato che non erano riusciti
a far niente di meglio, e quello dei sulpiziani, ordinari,
ignoranti e rozzi quanto i primi, dilagò rapidamente, dato che
la porta dei benefici fu completamente sbarrata per chi non era
educato da loro. La Maintenon, conquistata da La Chétardye e
da Bissy con gli stessi argomenti con cui il defunto vescovo di
Chartres l’aveva da tempo catechizzata, regnava su questi
nuovi seminari alla moda. Ne era diventata manifestamente la
protettrice da quando l’arte dei gesuiti l’aveva inimicata senza
apparire con i direttori delle Missioni estere, che erano stati
per molto tempo i suoi direttori spirituali, ai quali il vescovo di
Chartres subentrò presso di lei, quando il famoso affare dei
riti7 cinesi e indiani divise per sempre le Missioni estere dai
gesuiti nel modo più clamoroso e inconciliabile. Non che i
gesuiti non fossero gelosi di questa bassa pretaglia, che
usurpava troppo credito al loro gradimento, e in modo uguale
gli altri erano gelosi dei gesuiti, ma si sopportavano e
vivevano bene insieme, per il bisogno che avevano gli uni
degli altri, legati dall’odio comune nei confronti dei padri
dell’Oratorio e del clero illuminato, che loro tacciavano in
ogni caso di giansenismo. Alla testa di questi ultimi c’era il
cardinale di Noailles, che aveva una perfetta conoscenza dei
santi, ma non abbastanza degli uomini per reggerli, né per
reggere se stesso: aveva troppa onestà, coscienza, religiosità
per prevedere o per rimediare dopo aver subito.

Padre Tellier confessore del Re

Bissy – che da lontano, e fin dai tempi in cui era vescovo di


Toul, aveva saputo prendere accordi segreti tramite i gesuiti,
Saint-Sulpice, il vescovo di Chartres, che se n’era
incapricciato lasciandolo alla Maintenon come suo Eliseo –
mirava in alto, e sentì il bisogno di qualche importante affare;
attraverso il suo svolgimento e gli intrighi relativi, avrebbe
potuto diventare padrone della Maintenon, del Re tramite lei,
e, per una intesa stretta e segreta, divenire tutt’uno con i
gesuiti in vista dei loro reciproci bisogni, questi di lui presso la
Maintenon, lui di loro presso Roma, e governare così tutti gli
affari ecclesiastici. Lo spavento che i gesuiti avevano avuto a
causa della nomina a loro insaputa del cardinale di Noailles,
del suo favore e dell’appoggio che trovava nella sua famiglia,
si era trasformato in furore. Il loro padre Tellier, che Saint-
Sulpice aveva, come abbiamo visto, fatto succedere a padre La
Chaise,8 era un uomo molto diverso da lui. Non tardò a
provare le sue forze e a invischiare nelle sue trame il cardinale
di Noailles come un ragno con la mosca, creandogli mille
ostacoli, approfittando della sua virtù, del suo candore, della
sua moderazione, e alla fine a spingerlo a un punto tale da
distruggere in modo radicale le vestigia famose di Port-Royal
che ancora palpitavano. La barbara dispersione delle poche
suore che vi restavano, la demolizione totale degli edifici in
modo da non lasciare neppure una pietra, la violazione delle
tombe, la profanazione di quel santo luogo ridotto a terreno
incolto eccitarono la pubblica indignazione e fecero un danno
irreparabile al cardinale di Noailles. Dall’uno all’altro, a forza
di oscuri raggiri, si allacciò il terribile affare della
Costituzione,9 che rovinò il cardinale con Maintenon ancor più
che con il Re. Gli stessi intrighi fecero prendere partito al Re e
alla Maintenon, con una violenza che costituì la fortuna di
Bissy e gli procurò la fiducia completa della Maintenon, a cui
non piacevano i gesuiti né padre Tellier. Così Bissy, all’apice
dei suoi desideri, dopo anni e anni di sospiri e intrighi, divenne
il personaggio di primo piano. E fino a che punto seppe
abusarne, mentre la Maintenon era vittima della sua ipocrisia!
Ingannata dalle sue amorevolezze, dalle sue bassezze, e dagli
elogi che le prodigava con falsa semplicità e con apparente
rozzezza, si credette la profetessa che salvava il popolo di Dio
dall’errore, dalla rivolta e dall’empietà. Con tale idea, eccitata
da Bissy, e per occuparsi sempre più delle cose ecclesiastiche,
spinse il Re verso ogni forma di orrore, di violenza e di
tirannia, che furono allora esercitate sulle coscienze, i beni e le
persone, di cui prigioni e segrete furono colme. Bissy le
suggeriva tutto e otteneva tutto. Fu allora che lei si appropriò
della direzione degli affari della Chiesa e padre Tellier, uomo
estremamente profondo, fu costretto a scendere a
mercanteggiare con lei tramite Bissy su ogni cosa, addirittura
sulla distribuzione dei benefici. Ciò gli pesava dolorosamente,
ma la persecuzione che aveva intrapreso, in particolare la
rovina del cardinale di Noailles, che voleva addirittura privare
della porpora, del seggio e della libertà, in ultimo il trionfo
della loro scuola moderna sullo sfacelo di tutte le altre, erano
per lui così importanti e vitali da sacrificargli qualsiasi cosa.
Abbiamo visto come ci fu solo una cosa che non poté digerire,
e fu la scelta di Fleury10 come precettore. Bissy fu nominato
vice-precettore e confessore, ma per lui era capitale, per essere
il padrone – e voleva esserlo in ogni luogo –, riuscire a
nominare un precettore di suo gradimento. Lottò per questo
apertamente con il Re e con la Maintenon nella stanza di lei e,
se i suoi sforzi non riuscirono, non fu senza aver causato a
Fleury una grandissima paura che da lui non è mai stata
dimenticata. Bastava anche meno a Bissy, per non perdonare
mai. Padre Tellier non ha vissuto abbastanza per vedere e
neppure per sospettare il successo incredibile di quel primo
passo fortunato. Se lo avesse visto dal luogo in cui è adesso (e
se di là si fosse così sensibili alle stesse passioni che hanno
occupato interamente le nostre anime quando erano ancora
unite ai corpi), sarebbe stato riconoscente ai gesuiti per la
magistrale abilità con cui giunsero a dirigere questo padrone
del regno, malgrado la grande lontananza che lo divideva da
loro, e a servirsi di lui, senza che mai lui ne abbia avuto il
sospetto, per tutto quello che tornava loro utile, per riuscire a
rovinare ciò che loro odiavano o temevano, e sostituirvi ciò
che andava a loro vantaggio. Ma non è questo il luogo e il
tempo di soffermarsi sull’argomento.
La bolla Unigenitus

La storia della Costituzione, perseguita con tanta


ostinazione, artifici, accanimento, violenza e tirannia fu,
perciò, come si è visto, l’amaro frutto della pressante necessità
a cui gli affari indiani e cinesi ridussero i gesuiti; fu anche il
frutto della smisurata ambizione di Bissy per la propria
fortuna, di quella di Rohan per aumentare la sua, dal momento
che Tallard,11 per i propri scopi personali, lo aveva spinto, e
tutt’e due per diventare capi del partito onnipotente. Infine, fu
il frutto dell’interesse della Maintenon di governare la Chiesa
come già faceva con lo Stato da tanto tempo, per non lasciare
sfuggire al suo dominio questa parte così importante. Spintosi
su questa strada, non ci furono più limiti. Il carattere mutevole
della Maintenon l’aveva allontanata dal cardinale di Noailles,
a causa degli intrighi di Bissy, dei sulpiziani e dei missionari
incitati e ispirati dai gesuiti. Lei non aveva più bisogno di lui
per essere iniziata agli affari ecclesiastici: quel ponte di cui si
era servita con tanta utilità non aveva più ragione di esistere.
Entusiasmata dalla novità di Bissy, l’Eliseo del defunto
vescovo di Chartres presso di lei e l’ammirazione di
quell’idiota di La Chétardye, finì per credere che il proprio
comportamento fosse ispirato da Dio. Quanto al legame con i
Noailles e all’antica amicizia per il cardinale, che si tramutò in
furore contro di lui, lei fu orgogliosa di sacrificarli alla verità e
alla sottomissione alla Chiesa.

Persecuzione dei giansenisti

Il barbaro comportamento nei confronti degli ugonotti dopo


la revoca dell’Editto di Nantes divenne per sommi capi il
modello di quello che venne tenuto (e spesso proprio lo stesso)
nei confronti di tutti coloro cui non piaceva la Costituzione.
Da ciò gli innumerevoli intrighi per intimidire e conquistare
vescovi, scuole, il secondo ordine e il basso clero, da ciò la
fitta e incessante grandinata di arresti, il contrasto con i
parlamenti; le convocazioni innumerevoli e smisurate,
l’interdizione di tutti i tribunali, infine la negazione totale e
pubblica della giustizia e di tutte le possibilità di esserne
protetti, per chiunque non piegasse la propria coscienza sotto il
nuovo giogo e anche sotto il modo in cui si presentava. Da qui
quella manifesta inquisizione che si estese fino ai semplici
laici e l’aperta persecuzione, un intero popolo di esiliati e di
imprigionati nelle carceri, molti nelle segrete, la confusione e
la rivolta nei monasteri; da qui, infine, quella inestricabile
situazione per imbrattare chi si voleva, per presentare sotto
cattiva luce di fronte al Re chiunque dei cortigiani e dei sudditi
venisse giudicato in proposito, per scartare e proscrivere ogni
tipo di persona, e così disporre dei loro posti, secondo la
volontà dei capi del partito dominante, quello dei gesuiti e di
Saint-Sulpice, che potevano tutto in questo campo e che tutto
ottenevano senza il minimo controllo. Da qui quella folla
innumerevole di persone di ogni condizione e sesso,
sottomessi alle stesse prove subite dai cristiani sotto gli
imperatori ariani; soprattutto sotto Giuliano l’Apostata, di cui
sembrò volersi adottare la politica e imitare le violenze. Ma se
non avvenne un vero e proprio spargimento di sangue – e
ripeto vero e proprio, dato che costò la vita in altro modo a
molte di queste vittime –, non lo si dovette ai gesuiti, la cui
furia sorpassò questa volta la prudenza, al punto da affermare
apertamente che ci sarebbe voluto uno spargimento di sangue.
Si è già visto altrove come il potere di Godet, vescovo di
Chartres, avesse rovinato l’episcopato in Francia riempiendolo
di sorveglianti di seminario e di loro allievi, senza cultura,
senza nascita, il cui unico merito erano l’anonimato e la
volgarità; e che Tellier finì per annientarlo, vendendolo allo
scoperto, non per denaro, ma per le sue mire, e con accordi sui
quali il suo temperamento collerico, violento all’eccesso, la
sagacia e le precauzioni artificiose gli impedirono di lasciarsi
ingannare, per cui il segreto non poté rimanere nascosto a
lungo e la cui scoperta non lo fermò nella posizione in cui era
riuscito a mettersi. Si può comprendere e vedere ancora
meglio, dopo quanto è accaduto, che cosa ci si poteva
aspettare da tutte quelle scelte. Bissy, nelle stesse ambasce, lo
sosteneva con tutte le sue forze nascenti, approfittando poi
delle sue lezioni. Queste sono state le cause funeste che hanno
rovinato la Chiesa francese e che, ultima di tutte le chiese
nazionali, l’hanno alla fine abbattuta sotto il giogo della
potenza romana che aveva già, per vie diverse, schiacciato
tutte le altre. È a questo stato di cose che il furore personale
del cardinale Fleury contro padre Quesnel, di cui si è vista la
causa, ha avuto l’onore di arrivare al suo massimo, di inondare
la Francia non solo di proscrizioni, ma di ordini di espatrio,
subissarla di…12 arresti, come risulta dal conto fatto dopo la
sua morte negli uffici dei segretari di Stato, e di provvedere in
modo conveniente e certo, dopo la sua fine, alla prosecuzione
della sua vendetta.

Gli ultimi anni del regno

Questi furono gli ultimi anni del lungo regno di Luigi XIV,
così poco suo, così tanto di altri che seppero dominarlo nel
tempo e in modo continuato. Negli ultimi tempi, prostrato dal
peso di una guerra fatale, aiutato da nessuno, data l’incapacità
dei suoi ministri e dei suoi generali, preda indifesa di un
oscuro e artificioso mondo familiare, pervaso da dolori, non
per colpa dei suoi sbagli, che non riconosceva e non voleva
riconoscere, ma per la sua impotenza contro tutta l’Europa
riunita contro di lui, ridotto ai più tristi estremi per le sue
finanze e per le sue frontiere, non ebbe altra risorsa che
rinchiudersi in se stesso, ed esasperare con un ferreo dominio
la famiglia, la corte, le coscienze e tutto il suo regno infelice,
che per aver voluto estendere troppo, e con mire non
sufficientemente concertate, aveva mostrato apertamente la
sua debolezza, di cui i suoi nemici abusavano in modo
sprezzante. Dominato perfino nei suoi pranzi a Marly e nei
suoi palazzi, il Re subiva, anche in queste cose poco
importanti, gli stessi raggiri attraverso cui era governato nelle
cose fondamentali.

Mansart
Mansart,13 che ne era il sovrintendente, benché poco
capace, tuttavia dotato di maggior buon gusto del suo padrone,
lo assillava con progetti, che uno dopo l’altro lo conducevano
alle spese più eccessive. Per Mansart erano altrettante
occasioni per arricchirsi, cosa che gli riuscì molto bene, e per
perpetuare i privilegi che lo rendevano un personaggio a cui i
ministri stessi usavano riguardi e a cui tutti i cortigiani
facevano la corte. Mansart aveva l’arte di presentare al Re
progetti confusi, che stimolavano il Re a perfezionarli, con
l’aiuto capzioso di questo sottile muratore. Il Re vedeva così o
il difetto da correggere, o qualcosa da migliorare. Mansart,
sempre stupito per l’esattezza del Re, andava in visibilio e gli
faceva credere di essere solamente uno scolaro nei suoi
confronti e che solo lui conosceva a fondo le raffinatezze
dell’architettura e della bellezza dei giardini, così come
possedeva in modo eccellente l’arte del governo. Il Re gli
credeva volentieri sulla parola e se, come spesso avveniva, si
ostinava su qualcosa di cattivo gusto, Mansart provava uguale
ammirazione e lo eseguiva finché il piacere del cambiamento
avesse offerto la possibilità di farne. Con tutto questo, però,
Mansart, divenuto insolente, stancò il Re con richieste spesso
inusitate per sé e per i suoi, e tanto fece che anche lui fu uno di
quelli per cui il Re si sentì sollevato quando morì. La sua
improvvisa fine fu, come si è visto, l’inizio della fortuna di
d’Antin,14 che ne ebbe la carica, divenuta, a dire la verità,
molto meno prestigiosa e autorevole, per il demerito di non
essere, come Mansart, di razza e condizione servile. Finché
visse la Montespan, la Maintenon non permise mai che lui
arrivasse a fare qualcosa di più di un’inezia ma, liberatasi della
vecchia padrona, divenne più dolce nei confronti del figlio,
che seppe approfittarne e che avanzò poi a passi da gigante nel
privilegio e perfino in una specie di fiducia del Re, come di
pari passo andò incontro alla fortuna.

Lutti familiari del Re


A queste sventure di Stato si aggiunsero quelle familiari, le
più delicate per il Re. Lui aveva appositamente mantenuto
molto basso il rango dei principi di sangue, istruito
dall’esperienza della sua gioventù. Il loro grado era aumentato
solo per innalzare i figli illegittimi, e addirittura con delle
precedenze di questi per i loro servi più importanti, come si è
visto a suo tempo, molto offensive per i principi di sangue.
Riguardo ai posti di governo e alle cariche, avevano solo
quello che era stato restituito al Gran Condé dalla Pace dei
Pirenei, cioè non proprio a lui ma al figlio, e trasmessi al figlio
di quest’ultimo in occasione del matrimonio con una figlia
illegittima, poi al figlio nato da questa unione, alla morte di
suo padre. Riguardo ai privilegi e alle entrate, non ne avevano
nessuna, se non per il matrimonio,15 che davvero non aveva
concesso niente al principe di Conti, e, per quanto concerne il
comando dell’esercito, si è visto con quale cura ne fossero del
tutto esclusi. Furono necessarie le ultime disgrazie e tutto il
favore di cui godeva Chamillart, per osare proporre di dare un
comando al principe di Conti, e come ripiego al duca
d’Orléans, verso il quale il Re ebbe minore repulsione, non
come nipote ma come genero, avendo sposato una figlia
illegittima; quando la decadenza raggiunse l’apice, e il Re fu
costretto finalmente a dare il comando dell’armata delle
Fiandre al principe di Conti, era ormai troppo tardi, e il
principe, la cui vita era trascorsa sempre in disgrazia, morì con
il rimpianto di non poter godere di una nomina che aveva tanto
e così inutilmente sperato. Però aveva avuto la soddisfazione
di capire che tale nomina era stata desiderata allo stesso modo
dalla corte, dall’esercito e dalla Francia intera, per i quali lui
era fonte di delizie e di speranze. Si sono già viste a suo tempo
le disgrazie del duca d’Orléans in Italia, e lo scalpore creato
nei suoi confronti in Spagna dalla principessa Orsini,
appoggiata in modo così protervo in Francia dalla Maintenon.
A partire dal 1709, le piaghe domestiche raddoppiarono ogni
anno, e non abbandonarono più la famiglia reale. Quella che
causò, troppo tardi, la disgrazia del duca di Vendôme16 fu tanto
più crudele perché aprì poco gli occhi al Re. Il principe di
Conti e il principe di Condé morirono poco dopo, a sei
settimane l’uno dall’altro. Il figlio di quest’ultimo li seguì
nell’anno, cioè nei dodici mesi, e il più vecchio principe di
sangue sopravvissuto non aveva ancora diciassette anni.
Monseigneur morì in seguito. Ma dopo poco tempo il Re fu
colpito da disgrazie ben più forti: al cuore, che fino ad allora
non aveva saputo di avere, per la perdita dell’incantevole
Delfina; nella sua serena tranquillità per la successione alla
corona, prima per la scomparsa dell’ineguagliabile Delfino,
poi, otto giorni dopo, per la morte dell’erede che aveva allora
solo cinque anni e mezzo, e inoltre a causa dell’età17 e del
precario stato di salute dell’unico rampollo di quella stirpe
preziosa. Tutte queste disgrazie lo colpirono con rapidità,
quasi tutte prima della pace, quasi tutte durante i più terribili
pericoli del regno. Ma chi potrebbe spiegare gli orrori che
accompagnarono le ultime tre disgrazie, le loro cause, i
sospetti18 tanto diametralmente opposti, così artificiosamente
seminati e inculcati, e i crudeli effetti di questi sospetti anche
nella loro debolezza? La penna si rifiuta di scrivere su questo
abominevole mistero. Piangiamone il successo funesto, come
la fonte di altri effetti successivi, orribili, degni di esserne
scaturiti; piangiamoli come il capolavoro delle tenebre, della
privazione più sensibile, che si rifletterà sulla Francia e nelle
generazioni future come l’apice di tutti i crimini, come
l’ultimo sigillo delle disgrazie del regno; e che ogni bocca del
regno ne gridi senza sosta vendetta davanti a Dio.
Queste furono le interminabili e spietate circostanze delle
tristissime disgrazie che misero a dura prova la fermezza del
Re, ma che tuttavia giovarono alla sua fama più di quanto non
avessero potuto fare lo splendore delle sue conquiste e le sue
tante prosperità. Esemplare fu la grandezza d’animo che
mostrò sempre con fermezza in una simile sfilza di sventure,
tra tante scosse familiari, questo Re così abituato al più
dispotico dominio all’interno e ai più clamorosi successi
esterni, quando si vide abbandonato dalla fortuna. Oppresso,
da fuori, da nemici irritati che si prendevano gioco della sua
impotenza che capivano essere senza risorse, e insultavano la
sua gloria passata, si trovò senza aiuti, senza ministri, senza
generali, perché li aveva nominati e sorretti solo per capriccio
e preferenza, e per il fatale orgoglio di aver voluto e creduto di
formarli lui stesso. Angosciato da catastrofi tanto personali e
strazianti, senza la consolazione di nessuno, in preda alla sua
debolezza, ridotto a lottare da solo contro orrori mille volte più
spaventosi delle sue disgrazie più gravi, che gli erano
presentate senza tregua da quanto gli restava di più caro e
intimo, e che abusava apertamente e senza freno dello stato di
sottomissione in cui si era lasciato cadere, dal quale non
poteva né voleva neppure rialzarsi, per quanto ne sentisse tutto
il peso. Era d’altronde incapace, sia per un invincibile gusto di
dominare, sia per abitudine trasformata in carattere, di fare
qualche riflessione sul comportamento interessato dei suoi
carcerieri; tra queste catene domestiche, quella costanza,
quella fermezza d’animo, l’uniformità esteriore, la cura,
sempre la stessa, di reggere il timone finché poteva, quella
speranza contro ogni speranza, per coraggio e saggezza, non
per cecità, quell’apparenza sempre regale in ogni cosa, pochi
uomini ne sarebbero stati capaci, ed è proprio questo che gli
avrebbe potuto far meritare il titolo di «grande» che gli era
stato dato così prematuramente. Fu anche questo che gli
guadagnò l’ammirazione sincera di tutta l’Europa e di quanti
fra i sudditi ne furono testimoni, e che gli riconquistò tanti
cuori, che un regno così lungo e così ferreo gli aveva alienato.
Seppe umiliarsi in segreto sotto la mano di Dio, riconoscerne
la giustizia, implorarne la misericordia, senza per questo
avvilire agli occhi degli uomini né la sua persona, né la sua
corona; invece toccò il loro cuore con il sentimento della
magnanimità. Sarebbe stato felice se, adorando la mano che lo
colpiva, e ricevendone i colpi con una dignità che onorava la
sua sottomissione in modo così illustre e singolare, avesse
trovato i motivi tangibili, ancora riparabili ed evidenti agli
occhi di tutti, invece di pensare solo a quelli il cui unico
rimedio era la confessione, il dolore, l’inutile pentimento! Che
accostamento sorprendente! La luce con le tenebre più spesse!
Una sete di sapere tutto, una cura nel restare in guardia contro
tutto, una coscienza dei suoi legami, piena però di rabbia fino
alla confessione che gli sentirono fare sul suo testamento i
componenti del Parlamento e dopo di loro la regina
d’Inghilterra; una completa convinzione della propria
ingiustizia e della propria impotenza, testimoniata dalle sue
parole, anzi dalle sue frecciate nei confronti dei figli
illegittimi, abbandonandosi tuttavia completamente a questi e
alla loro governante, diventata la sua e quella dello Stato; e fu
un abbandono così completo che non gli permise di sottrarsi di
un passo a tutte le loro volontà. Quasi lieto di essersi difeso
facendo loro sentire i suoi dubbi e le sue ripugnanze, sacrificò
tutto per loro: lo Stato, la famiglia, l’unico discendente, la
gloria, l’onore, la ragione, l’impulso intimo della sua
coscienza e per finire la sua persona, la sua volontà, la sua
libertà, e tutto questo per intero; sacrificio degno, per la sua
universalità, di essere offerto solo a Dio, se non fosse stato di
per sé abominevole. Lo fece per loro, facendogli però sentire
tutto il vuoto, e al tempo stesso tutto il peso, e tutto ciò che gli
costava, per riceverne almeno gratitudine e sentire alleviata la
sua schiavitù, senza aver potuto però rendere il suo giogo più
leggero; tanto i suoi oppressori capirono la loro forza, il
bisogno urgente e continuo di servirsene e stringere le catene
con le quali avevano saputo legarlo, nella continua paura che
non sfuggisse, per la minima libertà che gli avessero lasciato.
Questo monarca così superbo gemeva nei suoi ceppi, lui che
aveva legato tutta l’Europa, che li aveva così duramente
appesantiti sui sudditi di ogni condizione, sui suoi familiari di
ogni età, che aveva proscritto ogni libertà fino a toglierla alle
coscienze, anche le più sante e le più osservanti. Questo
lamento, più forte di lui, si fece sentire con estrema violenza.
Non possono essere fraintese le parole rivolte sia alla regina
d’Inghilterra, sia ai membri del Parlamento: ossia che lui
«aveva comprato il suo riposo», e come, rimettendo a questi
ultimi il suo testamento, lui, così padrone di sé e abituato a
dire solo quello che voleva dire e testimoniare, non poté fare a
meno di dire loro – lo abbiamo già visto – che «gli era stato
estorto, e che gli avevano fatto fare quello che non voleva, e
che non credeva di dover fare». Strana violenza, strana
miseria, strana confessione strappata dalla forza del
sentimento e del dolore! Sentire in pieno quello stato e
soccombere: che spettacolo! Che contrasto fra la sua grande
fermezza d’animo, superiore a tutte le sventure, e la sua
meschina debolezza nei confronti dei familiari indegni e
tirannici! Che potente verifica di quanto ha dichiarato lo
Spirito Santo, nei libri della sapienza dell’Antico Testamento,
sul destino di coloro che si sono abbandonati all’amore e al
dominio delle donne! Che fine, per un regno così tanto
ammirato e, fino agli ultimi rovesci, così sfavillante di
grandezza, generosità, coraggio e forza! E che abisso di
debolezza, miseria, vergogna, annientamento provato, goduto,
assaporato e aborrito e tuttavia sopportato in tutta la sua
vastità, e senza averne potuto né allentare né alleggerire i
legami! Oh, Nabucodonosor! Chi potrà sondare i giudizi di
Dio, e chi oserà non annullarsi in loro presenza?

I figli illegittimi

Si sono già visti i diversi gradi per cui i figli del Re e della
Montespan sono stati tirati fuori dalla profonda e oscura nullità
del duplice adulterio, e portati oltre il giusto e perfetto livello
dei principi di sangue fino al punto massimo di renderli idonei
alla successione al trono o per semplice abitudine o per abilità
o per forza scoperta, o per leggi con brevetti, dichiarazioni,
editti registrati. Il racconto di questo imponente stuolo di
avvenimenti formerebbe da solo un volume, e la raccolta di
questi vergognosi documenti ne comporrebbe un altro ancora
più grosso. La cosa strana è che sempre e in ogni occasione il
Re fu costretto a concedere più di quanto voleva e non
desiderava che i figli si sposassero, perché nel suo intimo era
convinto che la loro vacillante posizione compromessa dalla
nascita fosse nobilitata unicamente in virtù del suo potere
senza limiti, ma che dopo la sua morte non poteva non crollare
miseramente. È ciò che disse loro più di una volta quando gli
parlarono di matrimonio. È ciò che ripeté anche all’apice della
loro grandezza, sei settimane prima di morire, quando, suo
malgrado, violò tutto in loro favore, addirittura la sua volontà,
che piegò sotto la sua debolezza. Si è visto cosa disse loro, e
non può essere ripetuto troppe volte, e quello che gli sfuggì
con i membri del Parlamento e con la regina d’Inghilterra. Può
essere ricordato l’ordine così preciso che – abbiamo visto –
diede al maresciallo di Tessé, che lo ha raccontato a me e ad
altri, sul duca di Vendôme, cioè di dargli il comando in Italia,
dove era stato inviato alla testa dell’esercito, e di come
aggiungesse con aria triste «che non bisognava abituare quei
signori a tali riguardi». Il duca di Vendôme arrivò subito dopo,
senza patente, per comandare i marescialli di Francia e anche
altri che molto prima di lui avevano comandato le truppe. La
grandezza dei suoi figli illegittimi fu una disgrazia nella vita
del Re e una piaga per la Francia, che è andata via via
allargandosi, e il Re la portò al culmine alla fine della sua vita;
infatti, gli ultimi momenti sono stati occupati principalmente
per consolidare la loro potenza, rafforzandoli in modo
pericoloso. L’ammiragliato, l’artiglieria e i carabinieri, molte
truppe e reggimenti speciali, gli svizzeri e il Grigioni, la
Guienna, la Linguadoca, la Bretagna, già nelle loro mani, li
rendevano degni di grande considerazione, perfino la carica di
capo delle cacce reali, trastullo degno di un erede al trono. Il
loro rango, equiparato a quello dei principi di sangue, era
costato al Re il sovvertimento di tutte le regole e di tutti i
diritti, e quello delle leggi più antiche del regno, più sante, più
fondamentali, più integre. Ciò procurò al Re molte
complicazioni, soprattutto con Roma, che dovette compiacere
con favori consistenti, dopo aver lottato a lungo per ottenere
che ambasciatori e nunzi rendessero ai figli illegittimi gli stessi
onori e gli stessi omaggi dei principi di sangue, e con lo stesso
reciproco trattamento.
Lo stesso motivo, come si è visto sin dall’inizio di queste
Memorie, fece innalzare i Lorena19 sui duchi, al momento
della promozione all’ordine del Santo Spirito, nel 1668, contro
il parere del Re e ingiustamente, come lui stesso ebbe a
confessare al duca di Chevreuse. Lo stesso interesse li fece
appoggiare in mille occasioni per piegarli nei confronti dei
figli illegittimi. La stessa considerazione, come si è già visto a
suo tempo, valse l’incognito,20 così nuovo e strano, al duca di
Lorena all’epoca del suo omaggio, di cui così stranamente
cercò di abusare. Questo esempio fece acquistare lo stesso
vantaggio agli elettori di Colonia e di Baviera, a onta della
maestà della corona. Lo spaventoso matrimonio del duca di
Chartres, poi duca di Orléans e Reggente, quello del principe
di Condé, quelli delle figlie di queste unioni con il duca di
Berry e con il principe di Conti, hanno fatto sì che il Re abbia
visto con i propri occhi e con un certo compiacimento che,
salvo il suo unico successore e il ramo di Spagna (escluso però
dalla successione alla corona con l’atto di rinuncia e i trattati)
e madamigella di La Roche-sur-Yon, figlia del principe di
Conti e della figlia maggiore del principe di Condé, non c’era
un solo membro della famiglia reale, né maschio né femmina,
che non fosse nato direttamente dagli amori del Re e della
Montespan e di cui lei non fosse madre o nonna. E se la
duchessa di Maine non ne discende direttamente, ha sposato
però il figlio del Re e della Montespan. L’unica figlia del Re e
della La Valliére sposò il maggiore dei due principi di Conti,
da cui non ebbe figli, ma non è stata colpa del Re, se quel solo
ramo dei principi di sangue è sfuggito alla condizione di
illegittimità, dal momento che ne è stato contaminato alla fine,
nella seconda generazione. Non dimentichiamo poi che fu il
rifiuto che il principe d’Orange oppose a quella principessa, in
seguito al quale né rispetti e desideri, né sottomissioni
prolungate hanno potuto cancellare dal cuore del Re, a rendere
quel famoso principe, suo malgrado, nemico del Re e della
Francia; al punto che quell’odio è stato fonte e causa fatale di
leghe e guerre sotto il cui peso il Re è stato così vicino a
soccombere: frutto della stessa condizione di illegittimità che,
a giusto titolo, può essere chiamata frutto di perdizione.
Questo miscuglio del sangue più puro dei nostri re – e si
può dire con arditezza di tutto l’universo – con il fango
ripugnante del duplice adulterio, è stata l’opera continua di
tutta la vita del Re. Ha avuto la tremenda soddisfazione di
riuscire a inaridirli entrambi e di portare al culmine un
miscuglio mai visto in precedenza nel corso dei secoli, dopo
essere stato il primo di tutti gli uomini e di tutte le nazioni ad
aver fatto uscire dal nulla i frutti di un duplice adulterio, e ad
aver concesso loro uno stato per cui il mondo intero,
civilizzato o barbaro, dapprima fremette, ma che lui riuscì a
far abituare. Mentre la strada della fortuna fu sempre l’affetto
e la protezione dei figli illegittimi, quella dei principi di
sangue, cominciando da Monsieur, trovò sempre ostacoli
invincibili. Furono i risultati di un orgoglio senza limiti, che
fece sì che il Re guardasse con occhi così diversi i figli
illegittimi e i principi del suo sangue, gli eredi al trono nati da
generazioni legittime che gli ricordavano la loro successione e
quelli nati dai suoi amori. Considerò i primi come figli dello
Stato e della corona, potenti per nascita e per loro stessi senza
di lui, mentre predilesse gli altri come figli proprio suoi, che
non potevano diventare, in mancanza della nascita e a causa di
tutte le leggi, altro che il frutto della sua potenza e delle sue
mani. L’orgoglio e la tenerezza si congiunsero in loro favore, il
superbo piacere della creazione lo esaltò incessantemente e fu
continuamente spronato dalla gelosia per la naturale e
indipendente grandezza degli altri, che non aveva bisogno del
suo aiuto. Irritato per non osare uguagliare la natura, avvicinò
almeno i figli illegittimi ai principi di sangue in tutto ciò che
poté concedere loro con posizioni e onori. Si sforzò di
mescolarli con matrimoni incredibili, spaventosi, molteplici, in
modo da farne una sola e unica famiglia. Il figlio unico del suo
unico fratello fu sacrificato, alla fine, a questo desiderio e
anche con la violenza più sfacciata. Poi, divenuto più ardito a
forza di ripetute intaccature, uguagliò completamente i figli
illegittimi e i principi di sangue. Infine, in punto di morte, si
lasciò andare a concedere loro il titolo e il diritto di succedere
alla corona come se ne avesse potuto disporre, e trasformare
gli uomini in ciò che non sono per nascita. Ma non fu tutto! Le
attenzioni e le ultime disposizioni per il tempo successivo alla
sua morte furono unicamente in loro favore. Allontanato ad
arte dal nipote e accuratamente mantenuto in questo stato
d’animo dal duca di Maine e dalla Maintenon, subì il giogo
che da questi si era lasciato imporre; ne bevve il calice che si
era preparato con le proprie mani. Abbiamo visto gli impulsi
della sua resistenza e dei suoi contrariati rimpianti, ma non
poté opporsi a quello che gli carpirono. Il suo successore fu
completamente sacrificato, e per quanto era in suo potere,
anche il suo regno. Tutti coloro che furono nominati in
anticipo per l’educazione del futuro Re non ebbero altro
motivo che l’interesse dei figli illegittimi e null’altro che
questo. Il duca di Maine ne assunse l’incarico, sotto di lui il
maresciallo di Villeroy, forse l’uomo più inadatto di tutta la
Francia a ricoprire tale ruolo; aggiungeremo che, al momento
della sua scelta, aveva settantun anni, e il principe al quale era
destinato come precettore ne aveva cinque e mezzo. Saumery,
l’indegno vice-precettore del duca di Borgogna che, con il
pretesto di prendere le acque, si era ben guardato dal seguirlo
nella campagna di Lilla, dando dimostrazioni della sua
infamia, quando al ritorno si schierò a favore di Vendôme, alla
cui cricca si era lampantemente unito. Fu quanto bastò per
essere scelto dal duca di Maine come vice-precettore del
futuro Re, perché uomo venduto e capace di tutto. Non ho mai
saputo chi avesse fatto nominare Joffreville secondo vice-
precettore, ma questi era troppo uomo d’onore per accettare un
incarico in cui bisognava vendersi, e se ne fece esimere.
Ruffey lo sostituì. Questi si diceva della famiglia dei Damas
senza esserlo, ma povero, non intelligente, mirò solo ad
arricchirsi, e nel frattempo a sopravvivere; non capì i pericoli
dell’incarico, aveva tutti i suoi beni nel paese di Dombes, e
pertanto era sempre sotto la protezione del duca di Maine, il
quale non vide altro che l’apparenza, e l’accettò nonostante la
sua pretesa origine. Tutti gli altri furono scelti allo stesso
modo, e la Maintenon fece venire Fleury, il quale per ciò
aveva lasciato Frejus,21 e rispose di lui. Nonostante questi
personaggi, il duca di Maine non si ritenne ancora abbastanza
sicuro. A renderlo tale provvide il codicillo, che precedette di
pochi giorni la morte del Re, e che fu l’ultima fatica del
monarca, e l’ultimo sacrificio alla divinità che lui si era creato:
i figli illegittimi. Bisogna ripeterlo: con quell’estremo atto
tutta la casa civile e militare del Re era totalmente e
unicamente sottomessa al duca di Maine, e dopo di lui al
maresciallo di Villeroy,22 indipendentemente e con esclusione
del duca d’Orléans, di modo che questi non potesse essere
riconosciuto, né obbedito in niente, mentre i due capi
dell’educazione, che lo erano in tutto, diventavano di
conseguenza padroni di Parigi e della corte, e il Reggente
abbandonato nelle loro mani senza alcuna garanzia. Queste
enormi precauzioni parvero ancora insufficienti, se non si
fosse pensato anche all’imprevisto. Così, in caso di morte del
duca di Maine o del maresciallo di Villeroy, il conte di Tolosa
e il maresciallo d’Harcourt, del quale rispondeva la
Maintenon, li avrebbero sostituiti in tutto e per tutto;
d’Harcourt, a causa della sua apoplessia, era diventato, se è
possibile, ancora più inadatto per quell’importante incarico del
maresciallo di Villeroy. Il testamento aveva nominato e
regolato il Consiglio di Reggenza in modo tale che il duca di
Orléans venne esautorato completamente e fu formato quasi
interamente da persone devote al duca di Maine, dai quali tutti,
in particolare il duca d’Orléans, avevano forti motivi di essere
estraniati. Queste furono le ultime preoccupazioni del Re, gli
ultimi effetti della sua previdenza, gli ultimi colpi della sua
potenza, o piuttosto della sua deplorevole debolezza, e delle
conseguenze vergognose della sua vita; situazione ben
miserevole, che lasciava il suo successore e il regno
all’ambizione scoperta e sconfinata di chi non avrebbe mai
dovuto essere nemmeno conosciuto e che esponeva lo Stato
alle più funeste divisioni, armando contro il Reggente coloro
che avrebbero dovuto essergli sottomessi e gettandolo nella
più indispensabile necessità di rivendicare il suo diritto e la
sua autorità; di questi gli si lasciava solo il vacuo nome, unito
all’ignominia di un’impotenza e di una nudità assoluta e la
realtà dei pericoli reali e continui più incombenti, che l’età, in
cui si trovavano allora tutti i principi di sangue, esasperava.
Ecco qualcosa per cui la memoria del Re non può essere lavata
né davanti a Dio né davanti agli uomini. Ecco l’estremo abisso
in cui lo gettarono la superbia e la debolezza, una donna più
che oscura e dei figli doppiamente adulterini, ai quali si
abbandonò, di cui fece i propri tiranni, dopo esserlo stato per
loro e per tanti altri, che abusarono di lui senza pudore e
riserva, e un detestabile confessore del carattere di padre
Tellier. Fu questo il pentimento, la penitenza, la riparazione
pubblica di un duplice adulterio così evidente, lungo,
scandaloso di fronte a tutta l’Europa; questi furono gli ultimi
sentimenti di un’anima così tanto peccatrice, pronta a
comparire davanti a Dio, per di più appesantita da un regno
durato cinquantasei anni quale fu il suo; un regno in cui
l’orgoglio, il lusso, le costruzioni, gli sprechi di ogni tipo e le
continue guerre, e la superbia che ne fu l’origine e il
nutrimento, avevano sparso tanto sangue, consumato tanti
miliardi all’interno e all’estero, fomentato guerre in tutta
Europa, confuso e annientato tutti gli ordini, le norme, le leggi,
le più antiche e sacre dello Stato, ridotto il regno a
irrimediabile miseria e così pericolosamente vicino alla rovina
finale, da cui fu preservato solo per un miracolo
dell’Onnipotente.
Che dire, dopo tutto ciò, della fermezza costante e calma
che fu ammirata nel Re in quegli ultimi momenti della sua
esistenza? Perché è vero che, lasciandola, lui non rimpianse
niente, e mai la serenità del suo animo fu turbata dalla minima
impazienza e neanche manifestò nessun fastidio nel dare
ordini. Sempre vide, parlò, regolò, previde ogni momento
successivo alla sua morte, proprio come un uomo in buona
salute e d’animo sereno avrebbe potuto fare. E tutto si svolse
fino alla morte con quella decenza esteriore, quella gravità,
quella maestà che avevano accompagnato ogni atto della sua
vita, conservando una naturalezza, un’aria di verità e
semplicità che allontanarono il minimo sospetto di
rappresentazione e di commedia. Di tanto in tanto, appena era
libero e negli ultimi tempi, quando aveva allontanato da sé
tutti gli affanni e le responsabilità, era occupato soltanto dal
pensiero di Dio, della sua salvezza eterna, del suo nulla, al
punto da essergli talvolta sfuggito di dire: «Al tempo in cui ero
re». Pensoso in anticipo di quel grande avvenire nel quale si
vedeva così prossimo a entrare, con un distacco senza
rimpianti, con un’umiltà senza bassezza, con un disprezzo
verso tutto quello che ormai gli sfuggiva, con una bontà e un
dominio del proprio animo con cui consolava i suoi valletti
che vedeva piangere, offrì il più toccante degli spettacoli, ma
ciò che lo rese degno di ammirazione è che si mantenne
sempre integro e sempre lo stesso: sentimento dei suoi peccati
senza il minimo terrore, fiducia in Dio – dovrò dirlo? –
completa, senza dubbi, senza inquietudine, tutta fondata sulla
sua misericordia e sul sangue di Gesù Cristo, uguale
rassegnazione per il suo stato personale, sulla sua durata,
rimpiangendo di non soffrire. Chi non ammirerà una fine così
eccelsa e al tempo stesso così cristiana? Ma chi non fremerà?
Niente fu più semplice e più breve del suo addio alla famiglia,
niente più umile (senza però venire meno alla sua maestà) del
suo addio ai cortigiani, ancora più commovente dell’altro. Ciò
che disse al futuro Re meritò d’essere raccolto, ma
successivamente fu ostentato, con troppa adulazione. Il
maresciallo di Villeroy ne diede un esempio mettendolo sulla
parete del suo letto, così come, nella sua tenda da campo, sotto
un baldacchino, aveva un ritratto del Re, anche quando
piangeva, sempre di fronte al Re, ai complimenti che i
predicatori gli facevano dal pulpito. Il Re, parlando al suo
successore dei suoi palazzi e delle sue guerre, non accennò al
lusso e allo sperpero, si guardò bene dal fare riferimento ai
suoi amori funesti (argomento che sarebbe stato al suo posto,
in quel momento, più degli altri, ma come parlarne davanti ai
figli illegittimi e nel momento in cui portava a compimento la
loro spaventosa grandezza con gli ultimi atti della sua vita?).
Fino a quel momento, se si eccettua questa strana omissione e
la sua causa ancora più tremenda, non c’è niente che non sia
stato degno di ammirazione e di una elevatezza veramente
cristiana e regale.

Il codicillo

Ma che dire degli ultimi discorsi tenuti al nipote, il duca


d’Orléans, dopo il testamento e poi, appena aggiunto il
codicillo, dopo avere ricevuto i sacramenti, delle sue
assicurazioni positive, nette, precise, tutte e due le volte, che
non avrebbe trovato niente nelle sue disposizioni che potesse
addolorarlo, mentre erano state fatte, in due riprese, solo per
disonorarlo, spogliarlo e, diciamolo pure, per prenderlo per il
collo? Tuttavia il Re lo rassicura, lo loda, lo accarezza, gli
raccomanda il suo successore che gli ha sottratto del tutto e il
regno che, gli dice, dovrà governare da solo e dal quale lui
stesso lo ha esautorato, mentre ha appena affidato ogni autorità
ai suoi nemici, e con le più formidabili precauzioni; intanto è a
suo nipote che rinvia per prendere ordini, come colui al quale
soltanto ormai spetta di darne su tutto e per tutto. Si tratta di
un inganno? O derisione in punto di morte? Che enigma da
risolvere! Cerchiamo piuttosto di persuaderci che il Re
rispondeva a se stesso. Rispondeva a ciò che gli era sempre
sembrato di credere sull’impotenza dell’effetto di ciò che gli
era stato carpito e che la debolezza gli aveva strappato suo
malgrado. Diciamo di più: non ebbe alcun dubbio, sperò forse
che il testamento iniquo e scandaloso, fatto per seminare
confusione nella sua famiglia e nel regno e tale da essere
costretto a tenerne profondamente nascosto il segreto, non
avrebbe trovato più sostegno di quanto ne aveva ricevuto il
testamento del Re suo padre. Testamento così assennato,
prudente, ponderato e giusto, da lui stesso reso pubblico con
un plauso sincero e generale. Tutta la ripugnanza che il Re
aveva provato nel fare il testamento, tutto ciò che aveva detto
con amarezza in proposito ai figli illegittimi dopo averlo fatto,
ai membri del Parlamento nell’affidarglielo, alla regina
d’Inghilterra appena la vide, e parlandone sempre per primo
con tanta amarezza, si aggiunga il dispetto per la propria
debolezza, per l’abuso enorme fattogli dalla sola persona
veramente intima e da cui non poté staccarsi, è cosa ben
conosciuta. Il codicillo, simbolo di orrore, che gli fu strappato
dopo aver ricevuto i sacramenti, in stato di agonia, gli lasciava
capire gli orrori senza dargli la forza di resistere; tutto questo
insieme, spaventevole per iniquità e generale sovvertimento,
per fare dei suoi discendenti illegittimi e del duca di Maine in
particolare un immenso colosso di grandezza e di potenza, e la
distruzione di tutte le leggi, di suo nipote e forse del suo regno
e del suo successore consegnati in mani tanto estranee – non
sarebbe dire troppo? –, così crudeli e tanto vicine al trono;
questo sorprendente ammasso di iniquità, così concertate ma
così mal mascherate, nonostante le attenzioni usate, che
saltavano agli occhi, tutto ciò lo rassicurò forse contro quello
che avevano preteso. Non aveva mai creduto, come aveva
spiegato parecchie volte, che nessuna delle cose che aveva
fatto o confermato potesse sopravvivergli un attimo dopo di
lui. Nel momento in cui parlò al duca d’Orléans se ne lusingò
forse più che mai, per calmare se stesso, tutto preso come
doveva essere per il suo codicillo, che aveva fatto appena da
un’ora. Parlò forse a suo nipote prima e dopo il codicillo, tutto
preso da quel pensiero: così, in effetti, poté considerarlo
l’amministratore del regno e parlargli in tal senso. È almeno
ciò che ci è permesso di supporre.

La morte del Re

Ma chi non potrà essere sommamente meravigliato – non si


può fare a meno di ripeterlo – della costante e serena
tranquillità di quel Re morente, e di quella pace inalterabile
senza la più leggera inquietudine fra tanta pietà e un impegno
così fervente per cercare di approfittare di ogni momento? I
medici poi affermarono che la stessa causa che attutisce ed
elimina i dolori del corpo, cioè un sangue completamente
cancrenoso, calma e distrugge i dolori dell’animo e le
agitazioni dello spirito: ed è risaputo che il Re morì di questa
malattia.23 Altri ne hanno dato un diverso motivo, e stavano
proprio dentro la sua stanza durante la malattia e vi restarono
da soli gli ultimi giorni. I gesuiti hanno sempre dei laici di
ogni condizione, anche sposati, che appartengono alla loro
compagnia, questo è sicuro.24 Non c’è dubbio che di Noyers,
segretario di Stato sotto Luigi XIII, lo sia stato anche lui e così
molti altri. Questi aggregati fanno gli stessi voti dei gesuiti,
per quanto possa permetterglielo la loro condizione, cioè
obbedienza completa senza alcun limite al padre generale e ai
superiori della Compagnia. Sono obbligati a sostituire i voti di
povertà e castità con tutte le forme di servizi e protezione che
debbono ciecamente dare alla Compagnia, soprattutto con una
sottomissione illimitata ai superiori e al loro confessore.
Devono rispettare alcuni semplici esercizi di devozione che il
loro confessore applica in base al tempo disponibile e al loro
animo e che può rendere ancora più semplici, se vuole. La
politica ha il suo utile dall’aiuto sicuro di questi ausiliari
nascosti, a cui si perdona tutto il resto. Ma niente deve passare
nel loro animo, e qualsiasi cosa di cui vengono a conoscenza
devono rivelarla al loro confessore e per quanto non riguarda il
segreto della coscienza, ai superiori, se il confessore lo ritiene
necessario. Devono anche comportarsi in tutto seguendo gli
ordini dei superiori e del confessore con una sottomissione
senza replica. Si afferma che padre Tellier avesse suggerito al
Re, molto prima della sua morte, di aggregarsi così alla
Compagnia, vantandogli i privilegi sicuri per la salvezza
eterna, e le relative indulgenze plenarie; inoltre, l’aveva
persuaso che qualunque crimine fosse stato commesso e in
qualunque difficoltà ci si trovasse per ripararlo, tale
professione segreta avrebbe lavato tutto e assicurato
infallibilmente la salvezza, a patto di restare fedele ai voti.
Inoltre, si dice che il generale della Compagnia fosse messo a
parte del segreto, col consenso del Re, che il Re avesse
pronunciato i voti nelle mani di padre Tellier, che negli ultimi
giorni della sua vita venissero sentiti tutti e due, uno
rafforzarlo con quelle promesse e l’altro appoggiarvisi, e che
infine il Re avesse ricevuto da lui l’estrema benedizione della
Compagnia come uno dei religiosi. Pare anche che padre
Tellier gli avesse fatto pronunciare certe formule di preghiere
che non avrebbero lasciato alcun dubbio e che furono in parte
sentite, e che gli fosse stato dato l’abito o un segno non
facilmente riconoscibile, come un diverso scapolare trovato
poi su di lui. Infine, la maggior parte delle persone che gli
furono vicine rimasero convinte che quella penitenza fatta a
spese altrui (cioè degli ugonotti, dei giansenisti, dei nemici dei
gesuiti, o di quelli che non furono abbandonati a loro, dei
difensori dei diritti dei re e delle nazioni, dei canoni e della
gerarchia contro la tirannia e le pretese ultramontane), che
quell’attaccamento farisaico alle esteriorità delle leggi e alla
scorza della religione avessero formato una sicurezza così
sorprendente in quei terribili momenti in cui normalmente
scompare quella che, fondata sull’innocenza e la penitenza
sincera, sembrerebbe dover rassicurare più solidamente. Diritti
terribili dell’arte di ingannare che colmano di gesuiti
sconosciuti la gente di ogni condizione, l’ignoranza dei quali li
favorisce per tutti gli scopi importanti che sanno ricavare con
la persuasione di una salvezza sicura senza pentimento, senza
riparazione, senza penitenza, qualsiasi tipo di vita si sia
condotta. Diritti di una dottrina abominevole che, per interessi
temporali, trae in inganno i peccatori fino alla tomba,
conducendoli lì in una pace profonda, per una strada seminata
di fiori. Così morì uno dei più grandi re della terra, tra le
braccia di una indegna e ignobile consorte e dei suoi duplici
discendenti illegittimi, padroni di lui fino a esaurirsi per loro,
munito dei sacramenti della Chiesa per mano del figlio25 di
un’altra sua amante, il quale godette oltremodo dei favori
concessi dal Re alla famiglia in cambio di quelli concessi da
sua madre, e assistito unicamente da un tale confessore che
abbiamo visto essere padre Tellier. Se tale può essere la morte
dei santi, non è certo stata così la loro assistenza.
Questa assistenza non è stata svolta fino alla fine. Padroni
del Re e della sua stanza, ammettendo solo se stessi e le poche
persone a loro devote e necessarie, la loro assiduità non si
smentì finché ne ebbero bisogno. Ma, ottenuto il codicillo e
consegnatolo a Voysin, non ebbero più niente da fare, e non si
vergognarono di ritirarsi subito. I doveri, ormai infruttuosi
accanto a un moribondo cui avevano strappato perfino
l’impossibile, divennero a un tratto troppo pesanti e troppo
faticosi, per continuare ad assistere a uno spettacolo tanto
triste e così poco utile. Si è visto come il tenero complimento
espresso dal Re alla Maintenon, sulla speranza di essere
raggiunto presto da lei, dispiacque a quella vecchia strega, che,
non contenta di essere regina, voleva, a quanto pare, essere
anche immortale. Si è visto come sin dal mercoledì, cioè
quattro giorni prima della morte del Re, lei l’avesse
abbandonato per sempre, e come il Re se ne fosse accorto con
tanto dolore da richiedere senza sosta la sua presenza, cosa che
la costrinse a tornare da Saint-Cyr, ma non ebbe la pazienza di
attendere la sua fine per ritornarci e non venire mai più. Bissy
e Rohan, felici di aver stornato il grosso colpo del ritorno del
cardinale di Noailles, non si scomodarono più per la minima
assiduità, al punto che Rohan lasciò il Re senza messa e senza
Charost, come si è visto, non se ne sarebbe più parlato benché
il Re avesse piena consapevolezza e avesse espresso il
desiderio di ascoltarla quando gli fu proposto, dato che
conservò la mente e la parola fino all’ultimo perfettamente. Il
duca di Maine dimostrò tutta la bontà del suo cuore e tutta la
riconoscenza per un padre che gli aveva sacrificato tutto. Era
presente al momento del consulto di quell’uomo di Provenza,
di cui abbiamo parlato, che diede il suo elisir al Re. Fagon,
abituato a regnare dispoticamente sulla medicina, si trovò di
fronte a una specie di contadino molto rozzo, che lo strapazzò
assai brutalmente. Il duca di Maine, che non aveva più motivo
di ottenere altro, e che già si considerava padrone del regno,
raccontò la sera, nel suo appartamento, ai suoi confidenti, con
fare faceto e con quella raffinata ironia che tanto possedeva, il
dominio che quello zotico aveva assunto sulla medicina, lo
stupore, lo scandalo, l’umiliazione di Fagon per la prima volta
nella sua vita, il quale, a corto della sua arte e delle sue
speranze, si era rinchiuso come una chiocciola brontolando sul
suo bastone, senza neppure replicare per timore di subire di
peggio. Quel bravo e affettuoso figlio fece di tale incidente un
racconto così divertente, che tutti scoppiarono a ridere, lui
compreso, e anche per parecchio tempo. L’eccessiva gioia di
arrivare all’onnipotenza, alla liberazione, quasi all’apice dei
suoi desideri, gli avevano fatto dimenticare l’indecenza del suo
comportamento, molto notata nelle anticamere e anche nella
galleria su cui dava il suo appartamento, che si trovava vicino
e sullo stesso piano della cappella, dove delle eminenti
persone che passavano sentirono quegli scoppi di risa. Il duca
di Maine pose fine alle assiduità ormai inutili: era per lui uno
spettacolo troppo commovente, e perciò preferì non farsi
vedere che per pochi istanti, e contenere il dolore nel suo
gabinetto, ai piedi del crocifisso, per dedicarsi là a tutti gli
ordini da dare in futuro per mettere in pratica quanto si era
fatto attribuire.
Padre Tellier era stanco da tempo di prestare assistenza a un
moribondo. Non era riuscito a ottenere la nomina di quegli
innumerevoli benefici vacanti, non temeva assolutamente il
cardinale di Noailles da quando Bissy e lui con la Maintenon
avevano evitato il suo ritorno. Così, non avendo più niente da
temere né da sperare dal Re, si diede ad altre preoccupazioni, e
quelli che si trovavano nella camera del Re, e gli stessi
gabinetti, erano scandalizzati dalle sue assenze; ci fu qualcuno
che non si frenò, come Blouin e Mareschal, i quali talvolta lo
mandarono a cercare di loro iniziativa. Il Re lo richiedeva
spesso, ma lui non era mai nelle vicinanze, qualche volta
addirittura non veniva, perché non lo si trovava né nella sua
stanza, né ovunque lo si cercasse. Quando poi si avvicinava al
Re, era sempre di sua iniziativa che si ritirava e quasi sempre
dopo pochissimi minuti. Gli ultimi giorni, essendo il Re
all’estremo, apparve ancora più di rado, benché un confessore,
che non era sostituito da nessuno, non avrebbe mai dovuto
allontanarsi dal letto.
Ma non sembrò che la carità e la sollecitudine, più
dell’affetto e della riconoscenza, fossero le qualità distintive di
quell’impostore matricolato, a cui i pensieri profondi e gli
artifici non avevano dato certo né l’inclinazione, né l’unzione,
né la capacità di assistere i moribondi. Bisognava mandarlo a
cercare continuamente, e di continuo scappava, e con un
comportamento così ignobile scandalizzò tutti quelli che si
trovavano nella stanza e che potevano trovarci posto; il suo
accesso era ormai libero, dopo la ritirata della Maintenon e del
duca di Maine. Ma a proposito di padre Tellier, la verità vuole
che io aggiunga che mi sono in seguito informato, per
curiosità, da Mareschal sulla questione riguardante i voti da
gesuita presi dal Re e su quanto ho raccontato in proposito.
Mareschal, uomo assai sincero, che non stimava padre Tellier,
mi ha assicurato di non essersi mai accorto di niente in
proposito, né di formule di preghiere, né di benedizioni
speciali, né che il Re avesse qualche segno o specie di
scapolare su di sé, e lui era persuaso che non ci fosse niente di
vero su quanto si era detto sull’argomento. Mareschal, benché
molto assiduo, non stava sempre nella camera, né sempre
vicino al letto, padre Tellier poteva non fidarsene e
nascondersi da lui; ma non posso credere, malgrado tutto, che,
se ci fosse stato qualcosa di vero in proposito, Mareschal non
ne avrebbe avuto la minima conoscenza, e che addirittura gli
sarebbero sfuggiti i sospetti.
IX

L’etichetta a corte

Dopo aver esposto con verità e fedeltà esattissime tutto ciò


che è venuto in mia conoscenza, direttamente o tramite coloro
che hanno visto o hanno avuto per le mani gli affari durante gli
ultimi ventidue anni del regno di Luigi XIV, e dopo aver
mostrato il Re come era, senza alcuna partigianeria – anche se
mi sono permesso delle osservazioni che derivavano
spontaneamente dalle cose –, non mi resta che mostrare
l’involucro esteriore della vita di questo monarca, da quando
ho vissuto alla sua corte.
Anche se questo ulteriore dettaglio, sebbene pubblico, può
apparire insulso e forse superfluo, dopo tutto quello che si è
visto sulla vita intima della corte, credo che si potranno
ricavare ancora delle lezioni per i re che vorranno farsi
rispettare e che vorranno avere il rispetto di se stessi. Inoltre,
quello che mi determina al riguardo è che ciò che è noioso –
dirò meglio rivoltante – per un lettore informato di queste
esteriorità pubbliche, da quanti avranno ancora potuto essere
testimoni, sfugge ben presto alla conoscenza dei posteri;
l’esperienza poi ci insegna che spesso rimpiangiamo di non
trovare nessuno che abbia affrontato una fatica così ingrata per
il suo tempo, ma per i posteri fonte di grande curiosità e che
permette di raffigurare i caratteri dei principi che hanno fatto
tanto rumore nel mondo, come quello di cui qui si tratta.
Benché sia difficile non cadere in ripetizioni, cercherò di
evitarle per quanto possibile.
Il Re nell’esercito

Non parlerò affatto del modo di vivere del Re quando era


con le truppe. Le sue ore erano impegnate da ciò che era
necessario fare, pur tenendo con regolarità i suoi consigli. Dirò
soltanto che mangiava sera e mattina solo con personaggi di
rango degni di tale onore. Se qualcuno aveva la possibilità di
aspirarvi, lo si faceva domandare al Re tramite il primo
gentiluomo di camera in servizio. Avuta la risposta, se era
favorevole, fin dall’indomani ci si presentava al Re nel
momento in cui si recava a pranzo, e il Re diceva: «Signore,
mettetevi a tavola». Fatto ciò, l’onore era sempre valido e
dopo si poteva mangiare quando si voleva, purché con
discrezione. I gradi militari, anche quello di ex luogotenente
generale, non erano sufficienti. Si è visto come Vauban,
luogotenente generale il cui prestigio poteva vantare tanti anni,
vi mangiasse per la prima volta soltanto alla fine dell’assedio
di Namur, e quanto fosse gratificato per tale distinzione; anche
i colonnelli appartenenti all’alta nobiltà erano ammessi di
buon grado. Il Re concesse lo stesso onore, sempre a Namur,
all’abate di Grancey, che si esponeva dovunque per confessare
i feriti e incoraggiare le truppe. Fu l’unico abate ad avere
questo onore. Tutto il clero ne fu sempre escluso, salvo i
cardinali e i vescovi pari di Francia o gli ecclesiastici aventi
rango di principi stranieri. Il cardinale di Coislin, prima di
avere la porpora, essendo vescovo d’Orléans e primo
elemosiniere, seguendo il Re in tutte le campagne, insieme
all’arcivescovo di Reims, che accompagnava il Re come
maestro di cappella, vedeva mangiare il duca e il cavaliere di
Coislin, suoi fratelli, senza neppure potervi aspirare. Nessun
ufficiale delle guardie del corpo vi ha mai mangiato,
nonostante la preferenza che il Re dimostrò sempre per questo
corpo. Unica eccezione fu il marchese d’Urfé, in virtù di una
eccezionale distinzione e non so chi gliela procurò in tempi
così lontani dai miei ricordi. Del reggimento delle guardie
partecipava solo il colonnello, così come i capitani delle
guardie del corpo. In quei pasti tutti avevano il capo coperto:
sarebbe stata una mancanza di rispetto per cui vi avrebbero
immediatamente ammonito per non avere il cappello in testa.
Perfino Monseigneur lo aveva, solo il Re era a capo scoperto.
Ci si scopriva quando il Re vi parlava o per parlargli, e ci si
limitava a mettere la mano al cappello per quelli che venivano
a fare la corte a pranzo iniziato, e che erano di rango tale da
potersi sedere a tavola. Ci si scopriva anche per parlare a
Monseigneur o a Monsieur o quando loro vi rivolgevano la
parola. Se c’erano dei principi di sangue, si portava solo la
mano al cappello per rivolgersi a loro o se vi parlavano.
Questo è quanto ho visto all’assedio di Namur, e quanto ho
saputo dalla corte. I posti che erano vicini al Re erano lasciati
quindi ai titoli nobiliari, e poi ai grandi militari, se c’erano
posti rimasti liberi ci si avvicinava. Benché al fronte, i
marescialli di Francia non avevano mai precedenza sui duchi,
e questi e i principi stranieri, o che ne avevano diritto,
prendevano posto gli uni con gli altri così come capitava,
senza affettazione. Ma sia duchi che principi o marescialli di
Francia, se per caso non avevano ancora mangiato con il Re,
dovevano rivolgersi al primo gentiluomo di camera, ma
ovviamente senza nessun ostacolo. I principi di sangue ne
erano dispensati. Il Re aveva una poltrona, Monseigneur e tutti
quelli che erano a tavola avevano delle sedie con il dorso di
marocchino nero che si potevano piegare per trasportarle e
venivano chiamate «pappagalli». A eccezione di quando era al
campo, il Re non ha mai mangiato con nessuno e per nessun
motivo, neanche con un principe di sangue. Questi vi hanno
mangiato solo in occasione dei banchetti delle loro nozze,
quando il Re li ha voluti fare o quando non li ha voluti fare,
come si è già visto. Adesso ritorniamo alla corte.

Le cerimonie del risveglio

Alle otto il primo valletto di camera in servizio, l’unico che


dormiva nella stanza del Re, lo svegliava. Il primo dottore, il
primo chirurgo, la sua balia, finché è vissuta, entravano nello
stesso momento. La balia lo baciava, gli altri lo
massaggiavano e spesso gli cambiavano la camicia perché era
soggetto a traspirazioni. Al quarto, si chiamava il gran
ciambellano e, in sua assenza, il primo gentiluomo di camera
dell’anno, e con loro le «grandi entrate».1 Uno dei due apriva
la tenda che era stata richiusa, e presentava l’acqua benedetta
dell’acquasantiera dal capezzale del letto. Questi signori
rimanevano un momento, ed era l’occasione per parlare al Re,
se avevano qualcosa da dirgli o da chiedergli, e allora gli altri
si allontanavano; se nessuno doveva parlargli, come accadeva
normalmente, non restavano che qualche istante. Quello che
aveva aperto la tenda e dato l’acqua benedetta presentava il
libro del servizio del Santo Spirito, poi tutti passavano nel
gabinetto del Consiglio. Recitata questa brevissima preghiera,
il Re chiamava, e i gentiluomini rientravano. Lo stesso
gentiluomo gli passava la vestaglia, e intanto erano introdotte
le «seconde entrate»2 o brevetti d’affari; pochi minuti dopo i
gentiluomini di camera, subito i personaggi ragguardevoli che
erano lì, poi tutti gli altri, che trovavano il Re mentre si
infilava le scarpe, poiché era abituato a fare quasi tutto da solo,
con abilità e grazia. Ogni due giorni gli facevano la barba.
Portava una piccola parrucca corta senza la quale non è mai
apparso, neanche quando stava a letto, i giorni in cui prendeva
la purga. Spesso il Re parlava di caccia, e talvolta diceva
qualche parola a qualcuno.
Nessun mobile da toletta a portata di mano, gli tenevano
solo uno specchio.
Appena vestito, andava a pregare Dio nell’alcova del suo
letto, tutto il clero presente si metteva in ginocchio, i cardinali
senza cuscinetto, i laici restavano in piedi e il capitano delle
guardie veniva alla balaustra durante la preghiera. Da qui il Re
passava nel suo gabinetto. Lì trovava o era seguito da tutti
coloro che erano ammessi: questo privilegio era molto esteso
perché tutte le cariche lo concedevano. Dava ad ognuno ordini
per la giornata, così si sapeva quasi minuto per minuto tutto
ciò che il Re avrebbe fatto. Poi uscivano tutti. Rimanevano
solo i figli illegittimi, i marchesi di Montchevreuil e d’O,
perché erano stati i loro precettori, Mansart, e in seguito
d’Antin, che entravano tutti non dalla camera, ma dall’interno,
e i valletti personali. Era uno dei momenti in cui il Re si
rilassava insieme a loro e discuteva i progetti dei giardini e
delle costruzioni, e la durata di tutto ciò dipendeva dalle
occupazioni del Re. Nel frattempo, tutta la corte aspettava
nella galleria, solamente il capitano delle guardie nella camera,
seduto molto vicino al gabinetto, veniva avvertito quando il Re
voleva andare a messa, e allora entrava. A Marly, la corte
attendeva nel salone; a Trianon, nelle stanze anteriori, come a
Meudon; a Fointainebleau si rimaneva nella camera e
nell’anticamera.
Questo intervallo era riservato alle udienze, quando il Re le
accordava o voleva parlare a qualcuno, e alle udienze segrete
dei ministri stranieri, alla presenza di Torcy. Erano chiamate
segrete per distinguerle da quelle che venivano concesse senza
cerimonia nell’alcova al termine della preghiera, che erano
chiamate private, mentre quelle ufficiali venivano concesse
anche agli ambasciatori.
Il Re assisteva alla messa dalla tribuna, dove i suoi musici
cantavano sempre un mottetto. Scendeva in chiesa solo per le
grandi festività o per delle cerimonie. Andando e tornando
dalla messa, poteva parlargli chiunque voleva, dopo averlo
detto al capitano delle guardie, a meno di non essere
personaggi importanti, e il Re andava e tornava dalla porta dei
gabinetti nella galleria. Durante la messa, i ministri erano
avvertiti e si riunivano nella stanza del Re, nella quale le
persone ragguardevoli potevano entrare a parlare con loro. Il
Re non aveva tempo da perdere al ritorno dalla messa e
chiedeva quasi subito il Consiglio. Allora la mattinata era
finita.

I consigli

La domenica c’era il Consiglio di Stato, spesso anche il


lunedì; il martedì, Consiglio di finanze; il mercoledì, Consiglio
di Stato; il sabato, Consiglio di finanze. Era raro che ce ne
fossero due in un giorno, o che si tenessero il giovedì e il
venerdì. Una o due volte al mese, un lunedì mattina c’era
Consiglio dei dispacci, ma gli ordini che i segretari di Stato
ricevevano tutte le mattine, tra la sveglia e la messa,
abbreviavano e diminuivano molto queste riunioni. Tutti i
ministri erano seduti secondo il loro grado, dopo il cancelliere,
il duca di Beauvillier, e il marchese di Villeroy, quando
succedette al duca di Beauvillier; a eccezione del Consiglio dei
dispacci, dove tutti erano in piedi, allineati, tranne i «figli di
Francia», quando c’erano, il cancelliere e il duca di
Beauvillier. Raramente, per alcuni affari straordinari di
competenza ed esaminati in un ufficio di consiglieri di Stato,
gli stessi consiglieri venivano per una riunione convocata
espressamente sulle finanze o sui dispacci, ma dove si parlava
unicamente di quella sola questione. Allora tutti erano seduti, e
i consiglieri di Stato precedevano i segretari di Stato e il
controllore generale, secondo la loro anzianità di consiglieri e
un relatore sui ricorsi riferiva in piedi; quest’ultimo e i
consiglieri di Stato erano in toga. Il giovedì mattina era quasi
sempre libero. Era il momento in cui il Re concedeva le
udienze che voleva e molto spesso erano udienze segrete, dato
che le persone erano ammesse dagli ingressi posteriori. Era
anche il giorno dei figli illegittimi, delle costruzioni, dei
valletti personali, poiché il Re non aveva niente da fare. Il
venerdì dopo la messa veniva l’ora del confessore, che non
aveva limiti di tempo e poteva durare fino al pranzo. A
Fontainebleau, in quelle mattinate in cui non c’era Consiglio,
il Re, di solito dopo la messa, andava dalla Maintenon;
altrettanto avveniva a Trianon e a Marly, se lei non era andata
fin dal mattino a Saint-Cyr. Allora era il momento del loro
colloquio intimo senza la presenza del ministro e senza che
nessuno li interrompesse e a Fontainebleau durava fino al
pranzo. Spesso, i giorni in cui non c’era Consiglio, il pranzo
era più o meno anticipato per la caccia o per la passeggiata.
L’ora normale era l’una, se il Consiglio durava ancora, il
pranzo attendeva e non si avvisava mai il Re. Dopo il
Consiglio di finanze, Desmaretz restava spesso solo a lavorare
con il Re.
Il pranzo

Il pranzo era allestito sempre a «piccolo apparato», cioè il


Re pranzava da solo nella sua stanza, su una tavola quadrata di
fronte alla finestra centrale. Era più o meno abbondante,
poiché il mattino il Re ordinava «piccolo apparato» o
«piccolissimo apparato», ma anche questo era sempre
composto di molti piatti e di tre portate senza frutta. Preparata
la tavola, entravano i cortigiani più importanti, poi tutti quelli
che erano conosciuti, e il primo gentiluomo di camera
dell’anno andava ad avvertire il Re e lo serviva, se non c’era il
gran ciambellano. Il marchese di Gesvres, poi duca di
Tresmes, affermò che, arrivando Bouillon a pranzo iniziato,
non gli poté togliere il servizio e fu biasimato. Ho visto
Bouillon arrivare dietro il Re a metà pranzo, e Beauvillier, che
serviva, volergli cedere il servizio, che l’altro rifiutò
educatamente, dicendo che aveva la tosse ed era troppo
raffreddato. Così rimase dietro la poltrona e Beauvillier
continuò il servizio, ma con l’esplicito rifiuto del primo. Il
marchese di Gesvres aveva torto, il primo gentiluomo di
camera ha solo il comando della camera, ecc., ma nessun
servizio. È il gran ciambellano che lo ha per intero, senza
nessun comando, è solo in sua assenza che il primo
gentiluomo di camera serve, ma se il primo gentiluomo di
camera è assente, e non ce ne sono altri, non è affatto il gran
ciambellano a comandare nella stanza, ma il primo valletto.
Ho visto, ma molto di rado, Monseigneur e i suoi figli al
«piccolo apparato», in piedi, senza che il Re abbia loro mai
proposto di sedersi. Molto spesso ho visto assistervi per
l’intero pranzo i principi di sangue e i cardinali. Ho visto
abbastanza spesso Monsieur, proveniente da Saint-Cloud per
vedere il Re oppure mentre usciva dal Consiglio dei dispacci,
il solo in cui era ammesso: porgeva il tovagliolo e restava in
piedi, poco dopo il Re; vedendo che non se ne andava, gli
domandava se non volesse proprio sedersi; lui faceva la
riverenza e il Re dava ordine che gli portassero una sedia, e
allora, gli sistemavano, alle spalle, uno sgabello. Qualche
attimo dopo, il Re diceva: «Fratello mio, sedetevi dunque».
Faceva la riverenza e si sedeva fino alla fine del pranzo,
quando gli presentava il tovagliolo. Altre volte, quando veniva
da Saint-Cloud, il Re, arrivando a tavola, chiedeva un coperto
per Monsieur, oppure gli domandava se non volesse pranzare.
Se lui rifiutava, se ne andava poco dopo senza che si parlasse
di sedersi; se accettava, il Re chiedeva un coperto per lui. La
tavola era quadrata, Monsieur si metteva a un’estremità, le
spalle rivolte al gabinetto. Allora il gran ciambellano, se
serviva lui, o il primo gentiluomo di camera offrivano da bere
e i piatti a Monsieur e portavano via quelli che lui toglieva,
così come facevano per il Re, ma Monsieur riceveva tutto il
servizio con una gentilezza molto marcata.
Se Monseigneur e Monsieur andavano al suo risveglio,
come qualche volta accadeva, sostituivano nel servizio il
primo gentiluomo di camera facendolo loro direttamente, cosa
di cui Monsieur era molto soddisfatto. Quando Monsieur era al
pranzo del Re, riempiva e allietava molto la conversazione. In
quell’occasione, benché a tavola, dava il tovagliolo al Re nel
momento di sedersi e quando se ne andava, e, restituendolo al
gran ciambellano, se ne serviva per lavarsi le mani. Il Re,
generalmente, parlava poco a tavola, salvo qualche parola ogni
tanto, a meno che non fossero presenti quei gentiluomini
intimi con i quali si intratteneva un poco di più, come al suo
risveglio.
Un «grande apparato» a pranzo era molto raro: solo in
occasione di qualche festa importante, o talvolta a
Fontainebleau quando c’era la regina d’Inghilterra. Nessuna
dama veniva al «piccolo apparato»: ho visto solo molto
raramente la marescialla di La Motte, che aveva conservato
questo privilegio per aver talvolta accompagnato i «figli di
Francia», di cui era stata governante. Appena entrava, le si
dava una sedia, e lei si sedeva, perché era una duchessa per
brevetto.3
Dopo le mense, il Re rientrava subito nel suo gabinetto. Era
allora, per le persone illustri, l’occasione per parlargli. Si
fermava sulla porta un momento per ascoltare, poi entrava, e
molto raramente qualcuno lo seguiva e mai senza chiederlo.
D’altronde, nessuno avrebbe osato farlo. Allora il Re si
metteva con chi lo seguiva accanto alla finestra più vicina alla
porta del gabinetto, che veniva subito chiusa, e chi gli parlava
la riapriva, da solo, uscendo. Era di nuovo il momento dei
discendenti illegittimi e dei valletti personali, qualche volta
degli architetti, che attendevano nei gabinetti posteriori; il
primo medico invece era sempre presente al pranzo e lo
seguiva nei gabinetti. Era anche il momento in cui
Monseigneur veniva a trovarlo quando non aveva visto il Re la
mattina, entrava e usciva dalla porta della galleria.

Divertimenti del Re

Il Re si divertiva a dare da mangiare ai suoi cani da punta e


rimaneva con loro, poi chiedeva il suo guardaroba, si
cambiava alla presenza delle poche persone di riguardo che a
giudizio del primo gentiluomo di camera potevano essere
lasciate entrare, subito dopo usciva dalla parte posteriore e,
scendendo la piccola scala, si trovava nel Cortile di Marmo per
salire in carrozza. Dalla scala fino alla carrozza poteva
parlargli chi voleva, altrettanto avveniva al suo rientro.
Il Re amava moltissimo l’aria aperta, e quando ne era
privato, la sua salute ne risentiva, con mal di testa e capogiri,
che in altri tempi gli erano stati causati dall’eccessivo uso di
profumi; al punto tale che dopo molti anni non riusciva a
sopportare nessun odore, tranne quello dei fiori di arancio, e
bisognava fare la massima attenzione a non profumarsi, se
soltanto lo si doveva avvicinare. Essendo del tutto insensibile
al caldo e al freddo e addirittura alla pioggia, non rinunciava a
uscire tutti i giorni, se non in casi estremi. Usciva solamente
per tre motivi: cacciare il cervo almeno una volta alla
settimana, e spesso più volte, a Marly o a Fontainebleau con le
sue mute di cani e con qualcun altro; tirare nei suoi parchi, e
nessuno in Francia tirava con tanta precisione, così abilmente,
né così di buon grado, tanto che ci andava anche una o due
volte a settimana, soprattutto la domenica e le feste, perché
non voleva grandi cacce e non c’era gente che lavorava; gli
altri giorni, per andare a veder lavorare e passeggiare nei
giardini e tra le costruzioni; qualche volta delle passeggiate in
compagnia di alcune dame, interrotte da una merenda, nella
foresta di Marly e in quella di Fontainebleau, e qui faceva
delle passeggiate con tutta la corte intorno al canale, dove
alcuni cortigiani si trovavano a cavallo, ed era uno spettacolo
magnifico. Nelle sue altre passeggiate lo seguivano solo quelli
che ricoprivano cariche importanti e quindi erano più vicini
alla sua persona, tranne quando, molto raramente, passeggiava
nei giardini di Versailles, dove lui solo era a capo scoperto, o
in quelli di Trianon, quando vi pernottava o vi restava per
qualche giorno, non quando vi si recava da Versailles per fare
una passeggiata e ritornarsene dopo. A Marly succedeva lo
stesso, ma, se ci abitava, tutti quelli che avevano preso parte al
viaggio avevano piena libertà di seguirlo nei giardini, di
raggiungerlo, di lasciarlo lì, di fare, in una parola, come
volevano. Marly possedeva inoltre un privilegio che gli era
caratteristico. Uscendo dal castello, il Re diceva ad alta voce:
«Il cappello, signori», e subito cortigiani, ufficiali della
guardia del corpo, il personale delle costruzioni si coprivano
tutti, avanti, dietro, accanto, e lui avrebbe trovato di cattivo
gusto non solo se qualcuno non lo avesse fatto, ma avesse
tardato a mettersi il cappello, e ciò durava per tutta la
passeggiata, ossia talvolta quattro o cinque ore d’estate, o in
altre stagioni, quando mangiava di buon’ora a Versailles per
andare a passeggio a Marly, e non vi pernottava.
La caccia al cervo era più aperta. A Fontainebleau poteva
andarci chi voleva, negli altri posti vi partecipavano solamente
coloro che ne avevano avuto il permesso una volta per tutte, e
quelli che avevano ottenuto il giustacuore, che era uguale per
tutti: blu con dei galloni, uno d’argento tra due d’oro, foderato
di rosso. Erano numerosi quelli che avevano tale privilegio,
ma era ammesso solo un gruppo per volta, riunito a caso. Al
Re piaceva avere intorno a sé solo un certo numero, troppe
persone lo molestavano e disturbavano la caccia. Gli piaceva
che si amasse la caccia, ma non voleva che vi si partecipasse
senza amarla; considerava ciò ridicolo, e non serbava alcun
rancore nei confronti di quanti non ci andavano mai. Lo stesso
accadeva per il gioco, che voleva forte e continuato nel salone
di Marly dedicato alla zecchinetta, con numerose tavole per gli
altri giochi in tutto il salone. Si divertiva volentieri a
Fontainebleau, i giorni di cattivo tempo, a guardare i grandi
giocatori di pallacorda, gioco in cui si era distinto da giovane,
e a Marly a vedere giocare al maglio, in cui era stato
altrettanto abile.
Talvolta i giorni in cui c’era Consiglio, e non erano di
astinenza, se si trovava a Versailles, andava a pranzo a Marly o
a Trianon con la duchessa di Borgogna, la Maintenon e delle
dame. Questa abitudine divenne molto più comune nei suoi
ultimi tre anni di vita. Alla fine del pranzo, in estate, arrivava
il ministro con cui doveva lavorare, e quando il lavoro era
terminato, andava a passeggiare fino a sera con le dame, a
giocare con loro, e abbastanza spesso a far loro estrarre i
biglietti di una lotteria che erano tutti vincenti, ma senza
alcuna indicazione dei premi. Era un modo galante per fare
regali, a caso, di cose adatte per le dame, come stoffe,
argenterie, gioielli importanti o solo graziosi, per lasciare tutto
al caso. La Maintenon estraeva come le altre, ma regalava,
quasi sempre, immediatamente ciò che aveva vinto. Il Re non
estraeva mai, e spesso c’erano molti biglietti per lo stesso
lotto. Oltre che in quei giorni, c’erano abbastanza spesso delle
lotterie quando il Re pranzava dalla Maintenon. Si decise a
questi pranzi molto tardi e per parecchio tempo si svolsero
raramente, alla fine si tennero una volta alla settimana con le
dame intime, con musica e gioco. A queste lotterie prendevano
parte solo le dame di palazzo e le dame intime, e le prime in
numero maggiore dopo la morte della Delfina, e tre in maniera
particolare: le signore di Levis, Dangeau e d’O. In estate il Re
lavorava nel suo appartamento, dopo pranzo, con i ministri e,
quando le giornate si accorciavano, lavorava la sera dalla
Maintenon.
Al suo rientro, poteva parlargli chiunque, dal momento in
cui scendeva dalla carrozza fino ai piedi della piccola scala. Si
vestiva di nuovo così come aveva cambiato abito e restava nel
suo gabinetto. Erano i momenti migliori per i figli illegittimi, i
valletti personali e gli architetti. Questi intervalli, che
avvenivano tre volte al giorno, erano dedicati a loro, ai relatori
che riferivano a viva voce o per iscritto, ed era il momento in
cui il Re scriveva, se doveva scrivere di persona. Al ritorno
dalle passeggiate, restava un’ora e più nei suoi gabinetti, poi
andava dalla Maintenon e lungo la strada, nuovamente, gli
parlava chi voleva. Alle dieci si serviva a tavola. Il
maggiordomo di servizio, con la mazza, andava ad avvisare il
capitano delle guardie di servizio nell’anticamera della
Maintenon, dove lui stesso era appena arrivato, anche lui
avvertito da una guardia. Solo i capitani delle guardie
entravano in quella piccolissima anticamera, situata tra la
stanza in cui si trovavano il Re e la Maintenon, e un’altra
piccolissima anticamera per gli ufficiali, e la parte pubblica
superiore in cui stava la maggior parte del seguito. Il capitano
delle guardie si affacciava all’ingresso della camera, dicendo
al Re che era servito, e tornava subito nell’anticamera.

La cena

Un quarto d’ora dopo, il Re si recava a cena, sempre


allestita a «grande apparato», e dall’anticamera della
Maintenon fino alla tavola poteva parlargli ancora chiunque
volesse. Alla sua cena, sempre a «grande apparato», con la
famiglia reale, ossia unicamente i figli e le figlie di Francia e i
nipoti e le nipoti di Francia, c’era sempre un grande numero di
cortigiani, e di dame sia sedute4 che in piedi, e l’antivigilia dei
viaggi di Marly tutte quelle che volevano andarci: ciò si
chiamava presentarsi per Marly. Gli uomini lo chiedevano lo
stesso giorno, di mattina, dicendo semplicemente al Re: «Sire,
Marly». Negli ultimi anni il Re si annoiò di questa usanza; un
valletto in blu segnava nella galleria i nomi di quelli che
facevano la richiesta, e che andavano a iscriversi. Le dame,
invece, continuarono sempre a presentarsi.
Dopo cena, il Re restava qualche minuto in piedi, con la
schiena rivolta alla balaustra in fondo al letto, circondato da
tutta la corte, poi, con delle riverenze alle dame, passava nel
suo gabinetto, dove, arrivando, dava gli ordini. Qui rimaneva
poco meno di un’ora con i figli legittimi e illegittimi, i nipoti
legittimi e illegittimi, i loro mariti, le loro mogli, tutti in un
gabinetto, il Re in poltrona, Monsieur in un’altra (poiché
nell’intimità viveva col Re come un fratello), Monseigneur in
piedi come tutti gli altri principi, e le principesse sugli
sgabelli. Madame fu ammessa dopo la morte della Delfina. Vi
si trovavano pure quelli che entravano dalle parti posteriori, e
li abbiamo citati, e i valletti personali con Chamarande: questi
era stato primo valletto di camera per diritto ereditario
succedendo a suo padre, divenuto poi primo maestro di casa
della Delfina di Baviera, e celebre luogotenente generale,
molto alla moda nella buona società; malgrado il suo poco
spirito, era un uomo molto galante e ben ricevuto ovunque. Le
dame d’onore delle principesse e delle dame di palazzo di quel
giorno aspettavano nel gabinetto del Consiglio, che precedeva
quello in cui stava il Re, a Versailles e altrove. A
Fontainebleau, dove c’era solo un grande gabinetto, le dame
delle principesse, che erano sedute, chiudevano il cerchio con
le principesse, allo stesso livello e sugli stessi sgabelli; le altre
dame stavano dietro, libere di restare in piedi, o di sedersi per
terra senza cuscino, come molte facevano. La conversazione
riguardava solo la caccia o qualche altra cosa altrettanto
indifferente. Quando voleva ritirarsi, il Re andava a dare da
mangiare ai suoi cani, poi dava la buonanotte, passava nella
sua camera nell’alcova, dove faceva la preghiera come al
mattino, e infine si spogliava. Dava la buonanotte con un
cenno del capo, e mentre tutti uscivano, lui restava in piedi
vicino all’angolo del camino, dove dava ordini al colonnello
delle guardie da solo. Poi cominciava la cerimonia del
«piccolo riposo», a cui assistevano le «prime e le seconde
entrate» o i brevetti di affari. Questa cerimonia era breve, e
non uscivano finché lui non si metteva a letto. Per questi
privilegiati quello era il momento di parlargli; uscivano tutti,
quando vedevano qualcuno accostarsi al Re, che si appartava
solo con lui. Quando il Re morì, erano dieci o dodici anni che
chi non aveva le entrature di quei privilegiati non era più
presente al momento in cui il Re si coricava, e ciò a causa di
un lungo attacco di gotta che il Re aveva avuto, in ragione del
quale non si svolgeva più la cerimonia del «grande riposo», e i
cortigiani si ritiravano al termine della cena. Allora il
colonnello delle guardie riceveva l’ordine con tutti gli altri, e
gli elemosinieri di turno e il grande e il primo elemosiniere
uscivano dopo la preghiera.

I giorni di purga

I giorni, che si ripetevano almeno ogni mese, in cui il Re


prendeva la purga a letto, e poi sentiva la messa, erano presenti
solo gli elemosinieri e le entrate. Monseigneur e la famiglia
reale venivano a vederlo un momento, poi il duca di Maine, il
conte di Tolosa, che restava poco, e la Maintenon venivano a
fargli compagnia. Non c’erano che loro e i valletti intimi nel
gabinetto, con la porta aperta. La Maintenon sedeva nella
poltrona al capezzale del letto. Talvolta ci si metteva
Monsieur, ma prima dell’arrivo della Maintenon, e
generalmente dopo che questa era uscita. Monseigneur sempre
in piedi, e gli altri membri di casa reale per poco tempo. Il
duca di Maine, che vi passava tutta la mattina e zoppicava
molto, si metteva vicino al letto, su uno sgabello, quando
c’erano solo la Maintenon e suo fratello. In tale occasione il
duca si dava da fare per divertire tutti e due, e spesso ci
riusciva in modo molto spassoso. Il Re mangiava a letto, verso
le tre, ed entravano tutti, poi si alzava, e non restavano che le
entrate. Passava quindi nel suo gabinetto, dove teneva
consiglio, e dopo, di solito, andava dalla Maintenon, per
cenare alle dieci al «grande apparato».

Osservanza del Re

Il Re ha perso la messa una volta sola nella sua vita,


durante una campagna, un giorno in cui si dovette fare una
grande marcia, e ha sempre osservato i giorni di astinenza, a
meno di una vera ma rarissima indisposizione. Qualche giorno
prima della Quaresima, faceva un discorso pubblico durante la
cerimonia del risveglio, affermando che avrebbe trovato molto
disdicevole chiunque non avesse fatto rispettare l’astinenza e
con qualsiasi pretesto ordinava al gran prevosto di controllare
e di rendergliene conto. Non voleva neppure che tutti quelli
che non erano tenuti a rispettare l’astinenza5 mangiassero
insieme, né altra cosa se non carni bollite o appena arrostite, e
nessuno osava trasgredire i suoi divieti, perché ne avrebbero
ben presto risentito gli effetti. Questi divieti si estendevano a
Parigi, dove il luogotenente di polizia sorvegliava e gliene
rendeva conto. Erano però dodici o quindici anni che il Re non
faceva più la Quaresima; prima quattro giorni di magro, poi
tre, e gli ultimi quattro della Settimana Santa. Allora il
«piccolo apparato» era molto ridotto, i giorni in cui non
osservava l’astinenza, e la sera il «grande apparato» si
riduceva a uno spuntino, la domenica solo pesce, cinque o sei
piatti di carne al massimo, sia per lui sia per tutti coloro che si
trovavano alla sua tavola. Il Venerdì Santo, nelle sue tavole
allestite a «grande apparato», sia la mattina che la sera c’erano
solo legumi senza pesce. Mancava raramente ai sermoni
dell’Avvento e della Quaresima, e mai alle devozioni della
Settimana Santa, nelle grandi festività, o alle due processioni
del Corpus Domini, né a quelle dei giorni dell’ordine di Santo
Spirito, né a quelle dell’Assunta. In chiesa, il Re si comportava
in modo molto rispettoso. Alla sua messa tutti erano obbligati
a mettersi in ginocchio al Sanctus, e restarci fino alla
comunione del celebrante, e se sentiva il minimo rumore o
vedeva parlare durante la messa, considerava ciò molto
disdicevole. Mancava raramente la benedizione domenicale, vi
si recava spesso il giovedì e sempre durante l’ottava del Santo
Sacramento. Si comunicava sempre col collare dell’Ordine,
baverina e mantello, cinque volte all’anno, il Sabato Santo
nella chiesa parrocchiale, nella cappella gli altri giorni, cioè
alla vigilia della Pentecoste, il giorno dell’Assunta, e la messa
solenne che seguiva, la vigilia di Ognissanti e la vigilia di
Natale, e una messa bassa dopo quella in cui si era
comunicato. In quei giorni, nessuna musica alle sue messe e
ogni volta toccava i malati.6 Assisteva ai Vespri i giorni di
comunione, e dopo lavorava nel suo gabinetto col confessore,
alla distribuzione dei benefici vacanti, e niente era più raro che
vedergli assegnare i benefici in altre occasioni. L’indomani
andava alla messa solenne e ai Vespri. Per Natale, al mattutino
e alle tre solenni messe di mezzanotte, la cappella era uno
spettacolo meraviglioso; l’indomani si recava alla messa
solenne, ai Vespri, alla benedizione. Il Giovedì Santo serviva il
pranzo ai poveri e, dopo uno spuntino, entrava appena nel
gabinetto e si recava alla tribuna per l’adorazione del Santo
Sacramento e andava a dormire subito dopo. A messa diceva il
rosario, dato che non sapeva altro, sempre in ginocchio,
fuorché al Vangelo. Alle messe solenni si sedeva in poltrona
solo i momenti in cui è permesso sedersi. In occasione dei
giubilei, faceva quasi sempre le stazioni a piedi, e tutti i giorni
di digiuno, e quelli di astinenza della Quaresima, prendeva
solamente uno spuntino.

Gli abiti

I suoi vestiti erano sempre di colore marrone più o meno


accentuato, con un leggero ricamo, mai sulla vita, qualche
volta solo un bottone d’oro, talvolta del velluto nero. Portava
sempre una giacca di panno o di raso, rossa o blu, aperta,
molto ricamata. Mai un anello, mai pietre preziose, se non
sulle fibbie delle scarpe, delle giarrettiere e del cappello,
bordato di punto di Spagna con un pennacchio bianco. Aveva
sempre il cordone blu sotto, tranne in caso di nozze o di feste
simili, perché in quelle occasioni lo portava sopra, molto
lungo, con otto o dieci milioni di pietre preziose. Era l’unico
membro della famiglia reale e dei principi di sangue a portare
l’Ordine sotto, cosa nella quale lo imitavano pochissimi
cavalieri dell’Ordine, e ancora oggi quasi nessuno lo tiene
fuori (i modesti per vergogna nei confronti dei loro confratelli,
che sono imbarazzati di portarlo). Fino alla promozione del
1661 compresa, i cavalieri dell’Ordine portavano tutti l’abito
di gala a tutte e tre le cerimonie dell’Ordine, così andavano
all’offerta e così facevano la comunione. Il Re, in seguito,
soppresse l’abito di gala, l’offerta e la comunione. Enrico III
l’aveva prescritta a causa degli ugonotti e della Lega. La verità
è che una comunione generale, pubblica, in pompa, prescritta
in giorni prestabiliti per i cortigiani, diventa una pratica
terribile e molto pericolosa, che è stato opportuno eliminare.
Non così per l’offerta, che era maestosa, e a cui ora partecipa
soltanto il Re. Inoltre, l’aver ridotto l’uso dell’abito di gala
dell’Ordine soltanto ai giorni di ricevimento, e il più delle
volte solo per quelli che sono ricevuti, toglie ogni bellezza alla
cerimonia. Sul pasto in refettorio con il Re, è stato detto
altrove il motivo che lo ha fatto sopprimere.

La corte di Saint-Germain

Non passavano mai quindici giorni senza che il Re andasse


a Saint-Germain, anche dopo la morte di re Giacomo II. La
corte di Saint-Germain veniva anche a Versailles, ma più
frequentemente a Marly, spesso per cenarvi, e non c’era
cerimonia o divertimento a cui non fosse invitata, non
partecipasse e non ne ricevesse tutti gli onori. Si era
reciprocamente convenuto di riceversi e accompagnarsi fin nel
centro dei rispettivi appartamenti. A Marly, il Re li riceveva e
li accompagnava alla porta del piccolo salone dalla parte della
Prospettiva, e da lì li guardava scendere e salire nella
portantina, a Fontainebleau, in occasione di ogni viaggio,
dall’alto della scalinata a ferro di cavallo, dopo che il Re aveva
loro accordato di non andarli più a ricevere né ad
accompagnarli al limite della foresta. Niente era paragonabile
alle attenzioni, ai riguardi, alla gentilezza del Re per loro, né al
tono di maestà e galanteria con cui ogni volta si svolgeva tutto
ciò. Ne abbiamo parlato altrove più diffusamente. A Marly,
appena arrivati, restavano in piedi un quarto d’ora nel salone,
in mezzo alla corte, poi andavano dal Re e dalla Maintenon. Il
Re entrava nel salone solo per attraversarlo, in occasione di
balli, o per vedervi giocare per un momento il giovane re
d’Inghilterra o l’elettore di Baviera. I genetliaci o gli
onomastici del Re, o della sua famiglia, tanto festeggiati nelle
altre corti europee, sono sempre stati ignorati in quella del Re,
di modo che non sono mai stati ricordati, né si notava alcuna
differenza con gli altri giorni dell’anno.

Reazioni alla morte di Luigi XIV

Luigi XIV fu rimpianto solo dai suoi valletti personali, da


poche altre persone, e dai capi dell’affare della Costituzione. Il
successore non aveva l’età; Madame aveva per lui solo timore
e buone maniere, la duchessa di Berry non gli voleva bene e
sperava di arrivare al trono; il duca d’Orléans non era pagato
per piangerlo, e quelli che lo erano non se ne preoccuparono.
La Maintenon era esasperata dal Re, dopo la perdita della
Delfina, non sapeva più che fare, né come divertirlo; le sue
incombenze erano triplicate, dato che lui si recava più spesso
da lei o dappertutto con lei. La sua salute, i suoi affari, i raggiri
che gli avevano fatto fare tutto, o, per parlare più esattamente,
che avevano strappato tutto in favore del duca di Maine,
avevano fatto subire continuamente alla Maintenon dei cattivi
umori, e spesso delle sfuriate. Lei aveva raggiunto lo scopo
che aveva voluto: così, malgrado con la morte del Re perdesse
i suoi vantaggi, si sentì liberata e non fu capace di altri
sentimenti. Successivamente la noia e il vuoto rievocarono i
rimpianti, ma, dato che dal suo ritiro non influì più su nulla,
non è il momento di parlare di lei, né delle attività cui si
dedicò. Abbiamo visto la gioia, e la scandalosa indecenza che
il pensiero della prossima onnipotenza suscitò nel duca di
Maine. La glaciale tranquillità di suo fratello non lo esaltò né
lo sminuì. La duchessa di Condé, liberata da tutti i suoi
legami,7 non aveva più bisogno dell’appoggio del Re, ne
sentiva solo timore e costrizione. Non riusciva a sopportare la
Maintenon. Non poteva avere dubbi sulla parzialità del Re per
il duca di Maine nella lite per la successione del principe di
Condé; le si rimproverava da sempre di non avere cuore, ma
solamente uno stomaco. Perciò si trovò molto sollevata e non
fece grandi complimenti. La duchessa d’Orléans mi sorprese:
mi ero aspettato da parte sua del dolore, non vidi che poche
lacrime, che comunque in ogni occasione le erano abbastanza
facili, e presto si asciugarono. Il suo letto, che del resto amava
molto, supplì a tutto per qualche giorno con l’aiuto
dell’oscurità che non disdegnava, ma presto le tende delle
finestre si riaprirono, e soltanto per convenienza il suo dolore
riapparve ogni tanto. I principi di sangue erano ancora
bambini. La duchessa di Ventadour e il maresciallo di Villeroy
per qualche tempo recitarono, e nessun altro fece questa fatica.
Ma qualche vecchio e stupido cortigiano come Dangeau,
Cavoye e pochissimi altri che si vedevano tagliati fuori
completamente, benché caduti da una posizione molto
comune, rimpiansero di non potersi più vantare davanti agli
sciocchi, agli ignoranti, agli stranieri, di partecipare alle
conversazioni e ai divertimenti giornalieri di una corte che si
spegneva con il Re. Tutti quelli che la componevano erano di
due specie: alcuni, nella speranza di apparire, mescolarsi,
introdursi, erano felicissimi di veder terminare un regno dal
quale non avevano più nulla da aspettarsi; altri, stanchi di un
giogo pesante e sempre opprimente, più da parte dei ministri
che dello stesso Re, erano ben lieti di trovarsene alla lontana; e
tutti, comunque, liberati da un lungo tormento, erano
desiderosi di novità. Parigi, stanca di una dipendenza che
aveva sottomesso tutto, respirò, nella speranza di una libertà, e
nella gioia di veder finire l’autorità di tutti quelli che ne
abusavano. Le province disperate per la loro rovina e per il
loro annientamento respirarono ed esultarono di gioia; i
parlamenti e la magistratura, distrutti dagli editti e dalle
avocazioni, si illusero di riacquistare importanza e di sentirsi
più liberi. Il popolo, rovinato, oppresso, disperato, rese grazie
a Dio, con uno sfarzo scandaloso per una liberazione che
veniva a colmare i suoi desideri più ardenti. Gli stranieri, felici
di essersi finalmente, e dopo tanti anni, liberati di un monarca
che aveva per così tanto tempo dettato legge, e che era
sfuggito per una specie di miracolo nel momento in cui
credevano, nel modo più certo, di averlo finalmente
assoggettato, si comportarono con maggior decoro dei
francesi. Le meraviglie dei primi tre quarti di quel regno
durato oltre settant’anni, e la magnanimità di quel Re, fino ad
allora così felice e così abbandonato poi dalla fortuna
nell’ultimo quarto del regno, li aveva abbagliati a ragione. Si
fecero un punto d’onore nel rendergli dopo la morte ciò che gli
avevano costantemente negato in vita. Nessuna corte straniera
esultò, si misero tutte d’impegno a lodare e onorare la sua
memoria. L’Imperatore prese il lutto come per un padre e,
benché ci fossero quattro o cinque mesi fra la morte del Re e il
Carnevale, fu proibito ogni divertimento a Vienna, e tale
divieto fu osservato con cura. La cosa incredibile fu che, verso
la fine del Carnevale, ci fu un unico ballo, con una specie di
festa, che il conte di Luc, ambasciatore di Francia, non si
vergognò di dare in onore delle dame, che lo avevano convinto
per la noia di un Carnevale così triste. Questa compiacenza
non lo fece stimare né a Vienna, né altrove. In Francia ci si
limitò a ignorarla. Quanto ai nostri ministri, agli intendenti di
provincia, ai finanzieri e a tutti quelli che possono essere
definiti canaglie, questi sentirono tutta la vastità della loro
perdita. Vedremo se il regno ebbe torto o ragione nel
dimostrare questi sentimenti e se in seguito comprese quanto
aveva guadagnato o perduto con la morte del Re.
Note

PREFAZIONE

1. Écrits inédits, otto volumi a cura di Prosper Faugère,


Hachette, Parigi, 1880-1892.
2. Capitoli LI-LIX del IV volume dei Mémoires
nell’edizione della Pléiade.
3. M. Proust, La strada di Swann, trad. di N. Ginzburg,
Einaudi, Torino, 1953, p. 115.
I

1. Allusione, all’interno, ai moti della Fronda, una


ribellione nobiliare diretta contro l’assolutismo regio e contro
il ministro Mazzarino, definitivamente repressa solo nel 1653;
all’estero, ai venticinque anni di guerre ininterrotte, fino alla
Pace dei Pirenei (1659).
2. Olimpia Mancini, nipote del cardinale Mazzarino.
3. [Link] Louise-Françoise de la Baume Le Blanc (1644-
1710), duchessa di La Vallière. Divenne la favorita del re nel
luglio del 1661. Si ritirò dalla corte nel 1674.
4. Nicolas Fouquet (1615-1680), sovrintendente delle
finanze dal 1653. Cadde in disgrazia nel 1661 e fu incarcerato
fino alla morte nella fortezza di Pignerol.
5. Jean-Baptiste Colbert (1619-1683), consigliere di Stato e
intendente delle finanze nel 1661 dopo la disgrazia di Fouquet.
Sovrintendente delle arti e industrie nel 1664 e dal 1665
controllore generale delle finanze, segretario di Stato per la
marina, il commercio e la casa reale.
6. Nell’ottobre del 1661, a Londra, in seguito a una
gigantesca rissa per questioni di precedenza, morirono otto
agenti diplomatici francesi e altrettanti spagnoli.
7. Nel 1662, in una rissa (provocata dall’arroganza di un
valletto di Cristina di Svezia) tra le guardie corse del Papa
Alessandro VII e il personale dell’ambasciata di Francia, fu
ucciso per le strade di Roma un valletto del duca di Créquy.
L’incidente fu archiviato solo nel 1664, con il Trattato di Pisa.
8. Dopo la morte, il 17 settembre 1665, del re di Spagna
Filippo IV scoppia la «Guerra di devoluzione» contro la
Spagna. Nel 1668, con la Pace di Aquisgrana, alcune
piazzeforti fiamminghe di confine (tra cui Lilla) sono cedute
alla Francia.
9. Michel in Le Tellier (1603-1685), ministro di Stato dal
1661 e cancelliere di Francia nel 1677, padre di François-
Michel, marchese di Louvois (1641-1691), segretario di Stato
per la guerra dal 1662, ministro di Stato nel 1672 e
sovrintendente per le costruzioni, le arti e le industrie nel
1683. Il figlio terzogenito di quest’ultimo, marchese di
Barbezieux, gli succedette nel 1685 nella carica di segretario
di Stato per la guerra.
10. Françoise-Athénais di Rochechouart (1641-1707), figlia
del marchese di Mortemart, sposò nel 1663 il marchese di
Montespan. Divenne la favorita del re nel 1668.
11. La guerra contro l’Olanda (1672-1678) fu conclusa con
la Pace di Nimega, con la quale la Franca Contea, Cambray e
Valenciennes sono cedute alla Francia.
12. Per evidenziare maggiormente i membri della famiglia
reale i titoli sono stati trascritti in maiuscolo mentre quelli di
Monsieur, Madame e Monseigneur, rispettivamente fratello,
cognata e nipote di Luigi XIV hanno conservato la grafia
originale (ndt).
13. Suocero di Saint-Simon.
14. II maresciallo Henri di Turenne (1611-1675) era stato
nominato maresciallo generale nel 1660.
15. Guglielmo III (1650-1702), figlio di Guglielmo II di
Nassau e di Enrichetta Maria Stuart, sposo di Maria Stuart,
primogenita di Giacomo II d’Inghilterra. Re d’Inghilterra nel
1688.
16. Si veda la nota 11.
17. Nel 1683 era doge di Genova Francesco Maria
Imperiale.
18. André Le Nôtre (1613-1700). Controllore generale delle
costruzioni e dei giardini dal 1644.
19. François-Henri di Luxembourg (1628-1695), creato
maresciallo di Francia nel 1675.
20. Battaglia di Neerwinden: 1693.
21. Vittorio Amedeo II di Savoia (1666-1732).
22. Si veda cap. IX, p. 164 sgg.
23. Tale titolo era riservato nella corrispondenza ai prelati,
ai duchi e pari e ai principi di sangue.
24. Si veda la nota 5, cap. V.
25. Il duca Paul di Beauvillier (1648-1714), capo del
Consiglio delle finanze dal 1685 e precettore del duca di
Borgogna. Sui tentativi di Saint-Simon per imparentarsi con
lui, si veda la Prefazione.
26. Il cardinale di Bouillon (1643-1715), grande
elemosiniere di Francia dal 1671 al 1700.
27. Si veda cap. IX, p. 161.
28. Louis-François di Boufflers, duca e pari dal 1695.
29. Claude-Louis-Hector, marchese poi duca e maresciallo
di Villars (1653-1734). Alla morte di Luigi XIV fu membro
del Consiglio di Reggenza.
II

1. Marie-Anne, figlia di Luigi XIV e della La Vallière,


sposata poi con il principe di Conti.
2. La guerra contro il Palatinato (1688-1697) suscitò contro
la Francia la formazione di una vasta coalizione europea
animata da Guglielmo III d’Orange e raggruppando
l’Imperatore, la Spagna, l’Olanda, la Svezia, l’Inghilterra e, in
seguito, anche la Savoia, svincolatasi dall’influsso francese.
Con la Pace di Ryswick (1697) la Francia restituì Fribourg e
Breisach; l’Alsazia con Strasburgo rimase francese; la Lorena
ritornò indipendente.
3. Il marchese Simon Arnauld di Pomponne (1618-1699),
segretario di Stato per gli Affari esteri dal 1671, cadde in
disgrazia nel 1679 e fu richiamato nel Consiglio dopo la morte
di Louvois.
4. La Lombardia era allora sotto il dominio spagnolo.
5. Nicolas Catinat (1637-1712), luogotenente generale dal
1688, maresciallo di Francia dal 1693. Comandante delle
truppe reali in Piemonte nel 1696.
6. Il marchese Jules-Louis di Chamlay (1650-1729).
7. Meudon era la residenza del Delfino.
III

1. Sfarzosa e costosissima parata militare di oltre


sessantamila uomini, svoltasi a Compiègne nel 1698, alla
presenza di tutta la corte.
2. Il re d’Inghilterra Guglielmo III, morto nel 1702.
3. Carlo II di Spagna, morto nel 1700.
4. Il maresciallo e duca Lois-Victor di Vivonne (1636-
1688).
5. Il duca Antoine-Nompar di Lauzun (1632-1723), cognato
della moglie di Saint-Simon, luogotenente generale, per ben
due volte caduto in disgrazia.
6. Louis II Phélypeaux, conte di Pontchartrain (1643-1727),
intendente delle finanze nel 1687, segretario di Stato per la
marina e la casa reale, ministro di Stato e cancelliere dal 1699
al 1714.
7. Michel Chamillart (1652-1721), ministro di Stato dal
1700, segretario di Stato per la guerra dal 1701, gran tesoriere
degli ordini dal 1706.
8. Secondogenito del Delfino, re di Spagna (Filippo V) dal
1700.
9. Assedio del 1705.
10. François di Neufville, maresciallo e duca di Villeroy
(1644-1730), ministro di Stato nel 1714, precettore del re
Luigi XV dal 1717 al 1722.
11. Il conte e maresciallo Ferdinand Marcin (1656-1706);
morì appunto nella ritirata successiva all’assedio fallito di
Torino.
12. Non sono chiari i veri motivi di questa lite. Sembra
comunque che sia stato il pericolo di un’unione tra Spagna e
Austria a motivare l’indebolimento della partecipazione
inglese alla coalizione.
13. Il Gran Delfino.
14. Sull’ammirazione di Saint-Simon per il duca di
Borgogna, si veda la Prefazione. Il secondo nipote cui allude
Saint-Simon è il re di Spagna Filippo V.
15. Il cavaliere Louis di Rohan, nato nel 1636, decapitato
per delitto di lesa maestà nel 1674.
16. Le Cevenne furono uno dei focolai più accesi di
resistenza protestante dopo la revoca dell’Editto di Nantes.
17. La bolla pontificia Unigenitus (detta anche
«Costituzione») fu pubblicata nel settembre del 1713. Essa
condannava centouno proposizioni gianseniste contenute nelle
Réflexions morales di padre Quesnel.
18. Sede del castello di Saint-Simon.
19. Saint-Simon, che scrive nel 1745, allude alla nomina a
maresciallo di Francia, nel 1744, di Maurizio di Sassonia,
figlio naturale del re Augusto di Polonia.
20. Il duca di Berwick (1671-1734) era figlio naturale di
Giacomo II e di Arabella Churchill.
IV

1. A commento di questo capitolo si raccomanda la lettura


di Bernard Teyssèdre, L’Art au siècle de Louis XIV, Parigi,
1967.
2. Allusione ai disordini della Fronda, si veda la nota 1,
cap. I.
3. Luigi XIV aveva quindi undici anni.
4. Maria Teresa d’Austria morì nel 1683.
5. Su Pontchartrain si veda la nota 7, cap. III.
6. Michel-François Le Tellier, marchese di Courtenvaux
(1663-1721), figlio primogenito di Louvois. Saint-Simon
allude qui a una memorabile scenata subita da Courtenvaux
(personaggio, tra l’altro, ridicolo e spregevole) per avere
disturbato l’ordinamento delle guardie svizzere che fungevano
da spie private del re.
7. Il diritto allo sgabello, ossia il diritto di rimanere sedute
in presenza del re, era un privilegio riservato alle principesse
di sangue, alle duchesse e a pochissime altre dame.
8. Jules-Hardouin Mansart (1644-1708), primo architetto
del re, intendente per le costruzioni, i giardini, le arti e le
industrie dal 1699.
V

1. Sull’estinzione, tra il 1711 e il 1714, di quasi tutti gli


eredi al trono, si veda la Prefazione.
2. Sorelle della Montespan erano Gabrielle di
Rochechouart-Mortemart, marchesa di Thiange (1631-1693) e
Marie-Madeleine-Gabrielle di Rochechouart (1645-1704),
badessa di Fontevrault dal 1670 (cioè all’età di venticinque
anni).
3. Marie-Angélique de Scoraille de Roussille, duchessa di
Fontanges (1661-1681), fu la favorita del re dal 1679 al 1681.
4. Tra gli altri amori del re si conoscono quelli per Anne-
Lucie de la Motte-Houdancourt, poi marchesa di Vieuville, per
la principessa di Monaco e la contessa di Brancas.
5. Anne di Rohan-Chabot, principessa di Soubise (1648-
1709), seconda moglie di François di Rohan-Montbazon,
principe di Soubise (1631-1712).
6. Allusione di Saint-Simon a un episodio della sua
ambasciata in Spagna.
7. Il palazzo di Soubise, oggi sede dell’Archivio di Stato.
8. Probabilmente Marie-Louise di Montmorency-Laval,
duchessa di Roquelaure (1667-1735).
9. Marie-Elisabeth di Ludres (1647-1726), favorita del re
dal 1676 al 1677, poi ritiratasi in convento.
10. Paul Scarron (1610-1660), poeta burlesco, narratore e
commediografo. Aveva perso l’uso delle gambe.
11. Su Villars si veda la nota 29, cap. I.
12. Allusione a un episodio della Fronda.
13. Cioè «Madame la Duchesse», sorella del duca di Maine
e moglie di Louis III di Condé («Monsieur le Duc»).
14. Quartiere aristocratico di Parigi, sulla riva destra della
Senna.
15. Marie di Rabutin-Chantal, marchesa di Sévigné (1626-
1696). Le sue Lettres sono uno dei capolavori della letteratura
francese del Seicento; gran parte di esse sono indirizzate alla
figlia, la contessa di Grignan.
16. Il castello di Saint-Cloud era la sede della corte di
Monsieur.
17. Cioè senza la distinzione araldica della «cordelière».
VI

1. Ossia il periodo dei salotti mondani e letterari delle


«preziose», che ricevevano nelle loro «ruelles» (‘alcove’).
2. Confederazione dei cattolici francesi durante le guerre di
religione nella seconda metà del Cinquecento.
3. Louvois.
4. Nel 1685.
5. Nel 1673 e nel 1675 una dichiarazione di Luigi XIV
estende a cinquantanove nuove diocesi, per la maggior parte
meridionali, il diritto di regalia che consente al re la
riscossione delle risorse delle diocesi e la nomina ai benefici
vescovili tra la morte del vescovo e l’arrivo del suo
successore. Sarà l’inizio di un lungo conflitto diplomatico tra
la curia romana e la chiesa gallicana, nonostante la relativa
moderazione delle quattro proposizioni pubblicate
dall’Assemblea generale del clero francese (1682), mentre la
questione delle franchigie da accordarsi alle ambasciate
straniere a Roma inasprì ulteriormente le relazioni tra la corte
di Francia e la Santa Sede.
6. Hugues di Lionne (1611-1617) fu segretario di Stato per
gli Affari esteri dal 1663 al 1671.
7. Sul Trattato di Pisa, si veda la nota 7, cap. I.
8. La Maintenon, morta nel 1619, sopravvisse quattro anni
a Luigi XIV.
9. Indicazione mancante nell’originale.
10. I quattro colori liturgici: bianco, rosso, verde e viola (o
nero).
11. Si veda l’ultimo capitolo.
12. Jacques-Bénigne Bossuet (1627-1704), vescovo di
Condom dal 1669, di Meaux dal 1681, precettore del Gran
Delfino nel 1670, consigliere di Stato nel 1697. Le sue
Orazioni funebri e i suoi Sermoni sono dei capolavori di
eloquenza sacra. La sua Relazione sul quietismo (1698),
vivacemente polemica, portò un duro colpo a Fénelon (si veda
la nota seguente). Pur sostenendo i diritti della chiesa gallicana
contro l’assolutismo romano, fu uno strenuo difensore
dell’ortodossia (in particolare nella sua vasta opera teologica)
e animò attivamente la lotta contro il giansenismo e il
protestantesimo.
13. François de Salignac de la Mothe-Fénelon (1615-1715),
precettore del duca di Borgogna nel 1689, arcivesco di
Cambray dal 1695, autore de Les Aventures de Télémaque
(1700). Dopo una brillante carriera, favorita anche dalla
Maintenon, lei intrigò contro di lui per via della protezione che
aveva accordato ai seguaci della signora Guyon (si veda la
nota seguente) e per l’adesione alla dottrina quietista.
14. Jeanne-Marie Bouvier de la Mothe (1648-1717), moglie
di Jacques Guyon. Fondatrice del quietismo. Di debole salute e
rimasta vedova a ventotto anni con tre figli a carico, [Link]
Guyon prese a occuparsi, sotto la direzione del barnabita padre
La Combe, dei nuovi convertiti della regione di Ginevra,
visitando poi il Sud-Est della Francia, da Grenoble a
Marsiglia. Predicava una dottrina mistica di «contemplazione
passiva» sottratta ai riti liturgici. Arrestata una prima volta a
Parigi nel 1689, per via delle numerose riunioni segrete nelle
quali si radunavano i suoi seguaci, venne introdotta a corte
sotto la protezione di Fénelon e della Maintenon. A una prima
denuncia di Bossuet nel 1695 fece seguito nel 1699 la
condanna del Papa Innocenzo XII, che metteva in causa anche
le Explications des maximes des saints di Fénelon.
Imprigionata a Vincennes e alla Bastiglia, [Link] Guyon si
ritirò in provincia nel 1702. Padre La Combe rimase alla
Bastiglia dal 1687 fino alla morte di Luigi XIV.
VII

1. Anne-Marie de la Trémoille-Noirmoutier (1642-1722)


sposò in seconde nozze il duca di Bracciano, Flavio Orsini,
alla morte del quale, nel 1698, ottenne il titolo di principessa
Orsini. Era legata da amicizia a Saint-Simon. Dal 1704 al 1714
fece il bello e il cattivo tempo in Spagna alla corte di Filippo
V.
2. Allusione al matrimonio del conte d’Ayen, poi duca
Adrien-Maurice di Noailles (1678-1766), con Françoise-
Charlotte d’Aubigné, nipote della Maintenon.
3. Sulla «Costituzione» Unigenitus, si veda la nota 18, cap.
III.
4. Charles d’Aubigné (1634-1703), fratello maggiore della
Maintenon.
5. Dopo la nomina della duchessa di Saint-Simon a dama
d’onore della duchessa di Berry (1710).
6. Su Fénelon, si veda la nota 13, cap. VI.
7. Su Chamillart, si veda la nota 8, cap. III.
8. Marie di Maupeou, di rara bruttezza e abilità. Pur
essendo di origine borghese, «nessuno meglio di lei», dice
Saint-Simon, «conosceva la corte e i cortigiani». La sua
estrema generosità in opere di carità aveva contribuito non
poco ad accattivarle la simpatia della Maintenon.
9. Torcy aveva sposato Catherine-Félicité Arnauld di
Pomponne. Saint-Simon allude al fatto che alcuni membri
della famiglia Arnauld erano tra i nomi più in vista del
movimento giansenista. Inoltre, il marchese Arnauld di
Pomponne, segretario di Stato per gli Affari esteri, era per ben
due volte caduto in disgrazia in seguito agli intrighi di
Louvois; si veda la nota 3, cap. II.
10. Nel 1708 la duchessa di Borgogna aveva abortito e si
temeva che, avendo già subito incidenti simili, non avrebbe
più potuto avere figli. «Se Dio vuole», esclamò il re, «non sarò
più disturbato nei miei viaggi e in tutto ciò che ho voglia di
fare!».
11. La duchessa di Lude, pur essendo antipatica al re per la
sua eccessiva civetteria, ottenne nel 1696 la carica di dama
d’onore della duchessa di Borgogna, essendo riuscita a
corrompere Nanon tramite una sua governante, amica di
vecchia data di quest’ultima.
VIII

1. Sulla principessa Orsini, si veda la nota 1, cap. VII.


2. Saint-Simon allude al matrimonio del conte d’Ayen, poi
duca Adrien-Maurice di Noailles (1678-1766) con Françoise-
Charlotte d’Aubigné, nipote della Maintenon.
3. I numeri corrispondono alle pagine del manoscritto
originale di Saint-Simon.
4. Su Fénelon, si veda la nota 13, cap. VI.
5. Sentimenti, cioè, di servile attaccamento alla politica
della curia romana contro l’autonomia della chiesa gallicana.
6. Cioè i lazzaristi (ordine fondato da san Vincenzo de’
Paoli).
7. La questione scoppiò negli anni 1702-1704. Sotto la
spinta degli altri ordini missionari, si concluse con la
condanna, da parte della curia romana, dell’illuminata politica
dei gesuiti in Estremo Oriente.
8. Alla morte di padre La Chaise, la scelta del suo
confessore era stata affidata da Luigi XIV ai duchi di
Chevreuse e di Beauvillier, i quali si lasciarono circuire dal
vescovo di Chartres e da La Chétardye, entrambi manovrati
dalla Maintenon. Per non inimicarsi la Compagnia, il re aveva
comunque stabilito che la scelta dovesse cadere su un padre
gesuita.
9. Sulla Costituzione Unigenitus si veda la nota 18, cap. III.
Il cardinale di Noailles aveva strenuamente difeso l’ortodossia
delle Réflexions morales di padre Quesnel, prese di mira dalla
bolla Unigenitus.
10. André-Hercule Fleury (1653-1743), vescovo di Fréjus
dal 1698 al 1715, anno in cui fu nominato precettore di Luigi
XV.
11. Camille de la Baune d’Hostun, duca e maresciallo di
Tallard (1652-1728).
12. Interruzione nel manoscritto.
13. Si veda la nota 8, cap. IV.
14. Louis-Antoine di Gondrin di Pardaillan (1665-1730),
marchese poi duca d’Antin, figlio del marchese e della
marchesa di Montespan, direttore generale delle costruzioni
dal 1708.
15. Allusione al matrimonio di François-Louis di Conti.
16. Allusione al disastro militare del 1708 e agli intrighi del
duca di Vendôme contro il duca di Borgogna (si veda
la Prefazione).
17. Alla morte del duca di Bretagna, suo fratello, Luigi XV
aveva solo due anni.
18. Sospetti di avvelenamento per mano del futuro
Reggente.
19. Favore accordato da Luigi XIV ai Lorena in cambio
delle pressioni esercitate da Philippe di Lorena su Monsieur
(cui era legato da complicità omosessuale) per farlo
acconsentire al matrimonio del duca di Chartres (il futuro
Reggente) con Françoise-Marie, figlia legittimata di Luigi
XIV e della Montespan.
20. Per risolvere una spinosa questione di precedenze,
quando (nel 1696) il duca di Lorena venne a presentare al re
l’omaggio ligio del suo Ducato di Bar, si fece finta che il duca
fosse venuto in incognito.
21. Su Fleury si veda la nota 10, cap. VIII.
22. Su Villeroy si veda la nota 11, cap. III.
23. Cancrena diabetica (cfr. P. Astruc, Saint-Simon et la
médecine, Parigi, 1949).
24. Illazioni molto dubbie.
25. Il cardinale di Rohan, figlio della principessa di
Soubise, sulla quale si veda la nota 5, cap. V.
IX

1. Cioè coloro che godevano del privilegio di poter assistere


di diritto alla cerimonia del «piccolo risveglio».
2. Coloro che godevano del diritto di assistere alla
cerimonia del «grande risveglio» (gli altri, invece, dovevano
appositamente richiedere un’udienza).
3. Titolo ducale concesso per brevetto regio per meriti
speciali.
4. Si veda la nota 7, cap. IV.
5. Fino alla revoca dell’Editto di Nantes, quelli che, non
essendo di fede cattolica, non erano tenuti a rispettare
l’astinenza.
6. Allusione al potere taumaturgico dei re di Francia.
7. Ossia «Madame la Duchesse», la quale rimase vedova
nel 1710.
Indice
Colophon
IL RE SOLE (Frontespizio)
Prefazione
La vita
Origini del titolo e culto della nobiltà
La giovinezza
La carriera militare
Intrighi di corte
La famiglia
La carriera politica
Gli ultimi anni. Stesura dei Mémoires
I Mémoires
I nove capitoli dedicati a Luigi XIV
La critica
Il Re Sole
I
Carattere del Re
Primi anni del regno
Guerra d’Olanda
Origine della guerra contro il Palatinato
Ignoranza del Re
Ministri e cortigiani
II
Louvois
Odio della Maintenon per Louvois
Insolenza di Louvois
Strana morte di Louvois
III
Errori del Re
La famiglia reale e i principi di sangue
Onnipotenza del Re
Le riforme militari di Louvois
IV
La corte
Servizi segreti
Cortesia del Re
I valletti del Re
Galanteria e maestà di Luigi XIV
Gusti del Re
Versailles
Marly
V
Gli amori del Re
La marchesa di Montespan
Le sorelle della Montespan
La figlia del duca di Fontanges
La principessa di Soubise
La marchesa di Maintenon
La famiglia d’Albret
Morte della Regina. Matrimonio segreto della Maintenon
VI
Carattere della Maintenon
Persecuzione del giansenismo
Revoca dell’Editto di Nantes
Il collegio di Saint-Cyr
Bossuet
Il duca di Maine
VII
La Maintenon a corte e nell’intimità
La Maintenon e i ministri
Egoismo del Re
I viaggi del Re
Nanon
La Maintenon e la famiglia reale
Incostanza della Maintenon
VIII
Ingerenza della Maintenon negli affari ecclesiastici
Il cardinale di Noailles
Gesuiti e sulpiziani
Padre Tellier confessore del Re
La bolla Unigenitus
Persecuzione dei giansenisti
Gli ultimi anni del regno
Mansart
Lutti familiari del Re
I figli illegittimi
Il codicillo
La morte del Re
IX
L’etichetta a corte
Il Re nell’esercito
Le cerimonie del risveglio
I consigli
Il pranzo
Divertimenti del Re
La cena
I giorni di purga
Osservanza del Re
Gli abiti
La corte di Saint-Germain
Reazioni alla morte di Luigi XIV
Note
Indice

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