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PREFAZIONE

Camillo Ruini, cardinale di Santa romana Chiesa, è da gran tempo uno degli uomini
più potenti d'Italia. Lo era già all'inizio degli anni Novanta, quando si affannava
vanamente a salvare la Democrazia cristiana dalla dissoluzione. E lo è ancor di più
oggi, nei primi anni del nuovo Secolo, come leader del partito politico in cui ha
trasformato la Conferenza episcopale italiana.
L'enorme potere del cardinale Ruini è quanto di più temporale si possa immaginare.
Oltre a governare la diocesi di Roma in nome e per conto del pontefice, lui è il capo
assoluto dell'episcopato italiano. Come tale, maneggia a sua discrezione le migliaia di
miliardi che i contribuenti italiani versano annualmente alla Chiesa, Contratta di
persona con vari leader politici i sì e i no dei programmi di governo. Partecipa
direttamente alle campagne elettorali, e stabilisce quale debba essere il
comportamento di voto dei cittadini. Decide quali proposte di legge siano conformi
alla dottrina della Chiesa, e nel caso non lo siano esige che esse non vengano
approvate dal Parlamento. Avversa determinate leggi dello Stato, come quella che ha
legalizzato la possibilità di aborto, invocandone la cancellazione per impedire che tale
facoltà venga esercitata non solo dai credenti ma anche dai cittadini che credenti non
sono. Pretende che le scuole private cattoliche vengano finanziate dallo Stato, benché
la Costituzione espressamente lo vieti. È di fatto l'editore di un lussuoso e costoso
quotidiano nazionale ("Avvenire") tenuto in piedi da ingenti contributi erogati dallo
Stato italiano.
Nel corso del 2005 il cardinale Ruini si è superato. Prima, al colmo dell'ambizione, ha
tentato senza riuscirvi di farsi eleggere papa. Quindi ha partecipato alla contesa
referendaria sulla fecondazione assistita, guidando il fronte della astensione "tattica"
dal voto (in modo da vanificare il referendum per mancanza di quorum). Infine è
pesantemente intervenuto nello scandalo Fazio: ha difeso a spada tratta l'indifendibile
governatore della Banca d'Italia (devoto dell'Opus Dei, e tramite della Chiesa per
condizionare il sistema creditizio), e si è spinto a polemizzare con la magistratura
contestando la legittimità delle intercettazioni telefoniche. A conferma del fatto che
ormai, in violazione dello spirito e della lettera del nuovo Concordato del febbraio
1984, il cardinale Ruini si muove sulla scena politica italiana proprio come leader del
partito-Cei. Confortato da papa Benedetto XVI, secondo il quale i diritti derivano non
già dallo Stato ma direttamente da Dio.

Dunque definire opportuno il ritratto biografico che i "Discepoli di verità" hanno qui
dedicato al cardinale Ruini è dire poco. Questo libro riempie un vuoto di
informazione, dato che nessuna pubblicazione libraria ha mai raccontato le gesta del
condottiero della Cei. E nella migliore tradizione della Kaos edizioni, è un libro che
accende un faro di conoscenza su un personaggio il quale nella penombra esercita da
vent'anni un potere smodato sulla scena politica nazionale.

Alcuni studiosi laici, di diverso orientamento, hanno affrontato il problema


dell'invadenza ruiniana (e papale). Il filosofo Emanuele Severino, ex insegnante
dell'Università cattolica, ha scritto: «È la Chiesa a considerare la democrazia stessa
come un bene minore. Rispetto alla società cristiana, la democrazia in quanto tale è
infatti, per la Chiesa, un bene minore, una democrazia in cui la verità sia disgiunta
dalla verità [cristiana] per la Chiesa è anzi un male... La democrazia, infatti, non è una
verità assoluta. Intendo dire che non solo la democrazia moderna non si fa portavoce
di una verità assoluta, ma che questo stesso non farsi un portavoce siffatto non è
nemmeno esso una verità assoluta»1.
«Un certo numero di cardinali», ha osservato l'editorialista e storico Sergio Romano,
«tra cui Ruini, [trattano] lo Stato come un allievo a cui impartire lezioni»2.
L'autorevole filosofo della scienza Giulio Giorello, invece, ha pubblicato con successo
un saggio significativamente intitolato Di nessuna Chiesa, sottotitolo La libertà del
laico (Raffaello Cortina editore).
E la classe politica? Quella governativa di centro-destra è formata da allievi
obbedienti, i quali prima hanno varato agevolazioni per insegnanti e scuole cattoliche,
poi hanno detassato i beni immobili della Chiesa. Quanto ai politici di centro-sinistra,
ecco come Mario Pirani ha riassunto la loro reazione alle ingerenze ruiniane:
«Fassino si è dichiarato apertamente credente. Fausto Bert inotti ha proclamato
l'abbandono dell'antico ateismo e l'approdo a un percorso di ricerca di Dio. Giuliano
Amato è giunto alla conclusione che "la vecchia premessa del laicismo non regge
più", per cui proclama, alla stregua di un peccatore in ginocchio davanti al proprio
vescovo: "So bene che sbaglierei se non avessi l'umiltà che devo avere davanti a chi
esercita, e ne ha la responsabilità, il magistero della Chiesa". In questa panoramica di
posizioni tralascio quelle assunte da leader del centro-sinistra da sempre credenti
come Romano Prodi (peraltro più laico di molti altri) e Francesco Rutelli»3.
La concezione di laicismo di Romano Prodi è la seguente: «Non vi sono più Stati
sacrali e sono ormai scomparsi o stanno scomparendo gli Stati confessionali. Nel
rovescio della secolarizzazione, fenomeno in sé tra i più complessi dai risvolti
certamente anche negativi, oggi possiamo leggere tuttavia anche l'indipendenza delle
Chiese. Cessa la tutela del potere, ma anche la sua ingerenza, perché siamo di fronte a
una "laicità condivisa"»4. Questa valutazione ci permette di ampliare lo sguardo
dall'Italia al più vasto mondo cattolico, per capire meglio quanto siano forti le ragioni
di quel laicismo le cui premesse - diversamente da quanto ritiene Amato - reggono
benissimo.
In primo luogo, è utile un confronto con la Spagna. In secondo luogo, si riattualizza il
problema della secolarizzazione. In terzo luogo, il cattolicesimo è in difficoltà a
livello globale. Sul primo punto va rilevato che le pretese del cardinale Ruini hanno
una base sociologica perché in Italia i credenti-praticanti sarebbero il 40 per cento
della popolazione, mentre nella già cattolicissima Spagna essi sono scesi al 24 per
cento5. Ciò spiega perchè Zapatero abbia potuto legittimare le unioni matrimoniali
omosessuali, mentre Prodi si limita a sostenere possibile la tutela delle "coppie di
fatto" non omosessuali. Si può supporre che la Chiesa spagnola abbia pagato, per il
suo sostegno al franchismo, ben più di quanto la Chiesa italiana, nel nostro
dopoguerra, abbia pagato per il suo sostegno al fascismo.
Per quanto concerne la secolarizzazione, il sociologo Klaus Eder ha introdotto il
concetto di post-secolarizzazione (diventato di moda dopo essere stato usato in un
celebre dialogo tra il filosofo Jurgen Habermas e l'allora cardinale Joseph Ratzinger),
concetto che Eder ha così sintetizzato: «La voce della religione non era più udibile,
essendo divenuta un fatto privato. Oggi la religione sta tornando sulla scena pubblica.

1"Corriere della sera", 17 ottobre 2005. Ibidem, 24 settembre 2005.


2
3 "la Repubblica", 15 settembre 2005.
4 Autori vari, Europa laica e puzzle religioso, Edizioni Reset Marsilio; cit. in "la Repubblica", 30
giugno 2005.
5 Cfr. le ricerche citate dalla sociologa Loredana Sciolla in «Italiani che cambiano», "Il Mulino" n. 2,
2005. Il dato relativo all'Italia è probabilmente sovrastimato: la stessa sociologa osserva che anche tra i
fedeli-praticanti si accettano valori per cui «vi è una forte presa di posizione contraria da parte
dell'ortodossia cristiana».
Questo ritorno della religione nella sfera pubblica viene da me definito post-
secolarismo»6.
Dunque, mentre Prodi prende atto della secolarizzazione (pur ricordando «risvolti
anche negativi» dal punto di vista cattolico), il cardinale Ruini ritiene di essere il
condottiero - almeno in Italia - di un processo di post-secolarizzazione mediante il
quale la Chiesa tornerebbe a dettar legge nella sfera pubblica. Ebbene, che questo
processo sia in corso in Europa è molto dubbio, anche se esso sembra trovare
conferma da quanto avviene negli Stati Uniti, dove, tra "cristiani rinati" alla George
W. Bush e campagne creazioniste e antidarwiniste sul "disegno intelligente", sembra
che la religione voglia ritornare massicciamente "sulla scena pubblica".

Ma quanto avviene negli Stati Uniti merita una valutazione più approfondita. La
religione che torna nella sfera pubblica o che sta tentando di farlo non è quella
cattolica. I cattolici statunitensi hanno un atteggiamento più aperto di quello della
Curia e del cardinale Ruini7. Quanto va emergendo in Usa è invece un
fondamentalismo di origine protestante, una sorta di radicalismo che in Italia, sul
versante cattolico, è rappresentato dalle posizioni dei Legionari di Cristo8. Sono
posizioni che talvolta possono apparire critiche nei riguardi della Chiesa ufficiale,
accusata di lassismo e ambiguità.
In terzo luogo, la Chiesa del cardinale Ruini - quella che i politici italiani tengono in
così tanto conto - non è affatto una "Chiesa trionfante". Mentre Giovanni Paolo II
moriva, nel Venerdì santo del 2005 il futuro Benedetto XVI ancora cardinale
pronunciava parole amare sulle condizioni della Chiesa stessa. E il 1° aprile il
cardinale Ruini parlava di «Pasqua di resurrezione contrariamente alle apparenze».
Il fatto è che il cattolicesimo, in declino in Europa e critico negli Stati Uniti, si è oggi
diffuso in aree dove subisce una trasformazione: lo studioso cattolico Vittorio Messori
ha potuto rilevare che «oggi l'America Latina si avvia a diventare un continente ex
cattolico, e in Africa Isiam e sette cristiane sgretolano il lavoro di generazioni di
missionari cattolici»9. Di queste aree, dove i cattolici sono la metà del miliardo
complessivo, lo storico delle religioni Philip Jenkins ha scritto:

«I cristiani del Sud del mondo mantengono un fortissimo orientamento verso il


soprannaturale. La profezia è una realtà quotidiana, mentre le guarigioni tramite la fede, gli
esorcismi e le visioni oniriche sono tutti componenti fondamentali della sensibilità religiosa.
Lo zelo religioso può facilmente trasformarsi in fanatismo. Alcune lotte possono ben
provocare guerre civili. Lo scenario peggiore comporterebbe un'ondata di conflitti religiosi
tali da ricordare il Medioevo, una nuova epoca di crociate cristiane e di jihad islamiche.
Immaginate il mondo del XIII secolo dotato di testate nucleari e di antrace»10.

Queste prospettive apocalittiche possono essere ritenute eccessivamente


pessimistiche, ma la "libertà del laico" consiste proprio nel tenerle anch'esse presenti.
6 "la Repubblica", 14 luglio 2005. Eder insegna alla Humboldt Uni-versitat di Berlino, ma anche
all'Istituto Europeo di Fiesole.
7 Cfr. G. Galli, Appunti sulla New Age, Kaos edizioni 2003.
8 Cfr. la rivista "Il Timone". Un brillante commentatore di questa rivista, lo scrittore Rino Camilleri, ha
sostenuto (come il suo maestro Massimo Introvigne) che la New Age «è ormai archeologia»,
ironizzando sui documenti pontifici che se ne preoccupano. Ma in un secondo tempo Camilleri ha
rilevato che «parecchi nostri connazionali fan mostra di conoscere meglio il buddismo e la New Age,
mentre una delle principali ignoranze sembra essere quella religiosa. Più precisamente quella
cristiana». Dunque la New Age non è archeologia..
9 "Corriere della sera", 12 agosto 2001.
10 P. Jenkins, La Terza chiesa. Il cristianesimo nel XXI secolo, Fazi editore 2004, pag. 210.
Se non altro, per contrapporre una interpretazione più realistica alla immagine
edulcorata che, soprattutto della religione cattolica, viene costantemente trasmessa dai
media e sulla quale si fonda la pretesa di un "ritorno alla sfera pubblica" così
mirabilmente incarnato, in Italia, dal cardinale Ruini.
La "libertà del laico" va dunque ribadita e talvolta riconquistata, per mantenere la
distinzione tra la religione istituzionalizzata (sulla quale il cardinale Ruini fonda le
sue pretese egemoniche) e una ripresa dello "spirituale".
Il saggista Michel Onfray, nel suo best seller Trattato di ateologia, sostiene la tesi
delle religioni monoteiste quali antidoti alla paura della morte. La tesi evoca quella di
Ludwig Feuerbach in L'essenza del cristianesimo (non dio ha creato l'uomo, bensì
l'uomo ha creato dio), ma è riduttiva: evidentemente laico non significa ateo11.
Tuttavia anche l'ateologia ha diritto di cittadinanza in una spiritualità distinta e
diversa, appunto, dalla religione istituzionalizzata.
Il confronto culturale è così aperto che studiosi di destra possono perfino chiedersi se
la religione abbia ancora un futuro. Uno di loro, Alain de Benoist, sotto il titolo «Si
può vivere senza aldilà», scrive: «La religione è in declino, ma rimane aperto il
dubbio se se ne possa fare collettivamente a meno. La tesi, ereditata dal XIX secolo,
secondo la quale più c'è scienza meno c'è credenza, non è, con ogni evidenza,
sostenibile. La scienza è incapace di collegare tra loro gli uomini. Non crea un legame
sociale, né mette le coscienze in relazione le une con le altre. L'idea che la religione
non sarebbe altro che un "residuo" destinata a lungo andare a scomparire, mano a
mano che si afferma la razionalità sociale, è a sua volta una credenza irrazionale, che
fa dello scientismo un atto di fede»12.
È un approccio più interessante di quello, riduttivo, di Onfray. Il laico può guardare
con rispetto tutti i sistemi di credenze (le religioni) e le loro possibili funzioni (sociali
e individuali). Può anche apprezzare i sistemi più fantasiosi e meglio articolati. Non
c'è, però, alcuna ragione di manifestare "umiltà" di fronte alle religioni e ai loro
rappresentanti.
Per quanto concerne le prospettive future, non basta pretendere che il cardinale Ruini
rispetti il Concordato (il minimo, per un potere politico democratico che non volesse
né rivedere, né abolire il trattato Stato-Chiesa). Si può fare di più: si possono,
laicamente, valorizzare le nuove "spiritualità" che si manifestano in tutto l'Occidente,
le quali propongono modalità di collegamento per uomini e donne, relazioni tra
coscienze (per usare l'espressione di de Benoist) diverse dalla direzione di coscienza
che è la pretesa di tutte le religioni "rivelate" e quindi anche del cattolicesimo.
È a questo possibile futuro, di continua ricerca e senza direzione di coscienza, che è
possibile guardare, mentre il condottiero della Cei protrae il suo potere personale
verso il quarto di secolo, ancora e sempre impegnato a imporre all'Italia le esigenze
temporali della sua Chiesa.

GIORGIO GALLI

11 "Ateo" è una definizione che, secondo il filosofo marxista Luciano Parinetto, non si addice neppure
a Marx. Cfr. Corpo e rivoluzione in Marx, Moizzi editore 1977.
12 «La religione ha ancora un futuro?» è il titolo del numero di settembre-ottobre 2005 di "Diorama",
la bella rivista dell'ex missino Marco Tarchi che ha pubblicato l'intervento di Alain de Benoist.
Il santo protettore

Camillo Ruini mosse i passi decisivi della sua fulgida carriera di potere a metà degli anni Ottanta,
all'ombra del cardinale Ugo Poletti. Si potrebbe anzi affermare -anche in base a quanto si
mormorava all'epoca nei corridoi della Curia vaticana - che monsignor Ruini fosse il pupillo di Sua
eminenza Poletti, del quale infatti fu per anni il più stretto collaboratore e del quale fu il successore
come Vicario generale di Sua Santità il Pontefice e come presidente dei vescovi italiani.
Sia stato o meno il santo protettore di monsignor Ruini, di certo il cardinale Poletti ne fu il
superiore gerarchico per molti anni, e a quanto è dato sapere i due procedettero quasi sempre
d'amore e d'accordo. Dunque nella biografia ruiniana il cardinale Poletti ha avuto uno spazio e un
ruolo non secondari.

Nato nel 1914 a Omegna (Novara), ordinato sacerdote nel 1938 e consacrato vescovo nel 1958,
monsignor Ugo Poletti aveva poi scalato le vette curiali grazie ai molti santi che aveva nel paradiso
vaticano. Fino a una cima vertiginosa: nel marzo 1973 era stato nominato Vicario generale di Sua
Santità per la Città di Roma, e papa Paolo VI lo aveva creato cardinale.
L'anno prima della porpora, il 29 luglio 1972, su carta intestata del Vicariato di Roma, Pallora
vicegerente monsignor Poletti aveva scritto all'onorevole Giulio Andreotti, presidente del
Consiglio:
«Cara Eccellenza, mi rincresce disturbarla e Lei sa che, se lo faccio, è contro le mie abitudini. Mi
trovo a Novara per qualche giorno di ferie. Persone amiche mi pregano di segnalare personalmente
a Lei il generale di Corpo d'armata Raffaele Giudice: egli sarebbe nella terna per la nomina a
Generale comandante della Guardia di finanza. Lei stesso lo conoscerà: se Le è possibile, veda se
può favorire la sua candidatura. Mi assicurano che è persona molto degna. Le sarò grato se potesse
spendere una parola per lui. Anche da lontano, seguo con attenzione e con sensi di amicizia e di
assoluta fiducia il suo lavoro. Dio l'assista tra tutti gli scogli. Mi creda cordialmente suo».
Il 3 agosto 1972, su carta intestata "Il Presidente del Consiglio dei Ministri", l'on. Andreotti gli
aveva risposto: «Eccellenza Reverendissima, ho ricevuto la Sua viva e calda segnalazione a favore
del Generale Raffaele Giudice. Non mancherò di vedere che cosa si possa fare in ordine alla di lui
aspirazione. Le esprimo i miei cordiali ossequi».
Nell'estate del 1974 il generale Raffaele Giudice era stato effettivamente nominato comandante
generale della Guardia di finanza (dal V governo Rumor, con Andreotti ministro della Difesa). Del
resto, per favorire quella nomina si era attivato anche monsignor Fiorenzo Àngelini, ausiliario del
vicario Poletti e molto amico dell'onorevole Andreotti.
Nel settembre del 1978, pochi giorni prima del conclave che avrebbe eletto papa Giovanni Paolo II,
l'agenzia "Op" aveva scritto che il cardinale Poletti avrebbe fatto parte - insieme ad altri 120 alti
prelati, fra i quali monsignor Angelini e monsignor Paul Marcinkus - di una segretissima loggia
massonica radicata in Vaticano. L'agenzia non aveva però fornito alcun riscontro documentale o
testimoniale alla grave affermazione, nessun Un,, di prova. Di sicuro, c'era solo che il direttore di
"OP" il giornalista Mino Pecorelli, era affiliato alla P2, una Loggia massonica segreta i cui capi -
Licio Gelli e Umberto Ortolani - in Vaticano erano di casa. E due importanti banchieri massoni
entrambi affiliati alla P2 Michele Sindona e Roberto Calvi, erano in affari con lo Ior (Istituto opere
di religione), la banca papale guidata da monsignor Marcinkus.
Nell'ottobre del 1980 lo scandalo dei petroli portò in carcere il generale comandante della Guardia
di finanza Raffaele Giudice, artefice - con vari complici - di una colossale truffa petrolifera
all'Erario per circa 2 mila miliardi di lire. Pochi mesi dopo (maggio 1981) scoppio lo scandalo della
Loggia massonica segreta P2: il generale Giudice risultò tra gli affiliati, insieme a vari suoi
compiici nella ruberia petrolifera.
" A dicembre del 1982 i magistrati torinesi che indagavano sullo scandalo dei petroli interrogarono
il cardinale vicario Poletti nella basilica di San Giovanni in Laterano (cioè in territorio vaticano) in
merito alla lettera che Sua eminenza aveva inviato anni prima al presidente del Consiglio Andreotti
per sollecitare la nomina del generale Giudice al comando generale della Guardia di finanza Ma il
cardinale Poletti negò di avere scritto una simile lettera, e si proclamò del tutto estraneo alla
vicenda.
Pochi giorni dopo l'interrogatorio, trapelò sulla stampa la notizia che i magistrati di Torino erano
entrati in possesso sia della lettera firmata Poletti, sia de la risposta dell'on.le Andreotti. Allora il
cardinale Poletti fece diffondere dal Vicariato di Roma una smentita ufficiale.
«In riferimento alle notizie apparse sulla stampa di un presunto carteggio fra il cardinale vicario Ugo Poletti
e l'on. Giulio Andreotti circa il "caso Giudice", si precisa che il medesimo cardinale ha già espresso
autorevolmente le sue considerazioni in proposito, e quindi riafferma la sua totale estraneità ai fatti.
Oggi, nei locali del Palazzo lateranense, i più diretti collaboratori del Vicariato e rappresentanze delle
istituzioni diocesane, interpretando i sentimenti di tutta la Chiesa locale e deprecando un costume
giornalistico fatto di leggerezze e di strumentalizzazioni, hanno espresso al Cardinale Vicario, tramite il
vicegerente, monsignor Giovanni Canestri, la loro piena solidarietà».
La smentita del cardinale Poletti era solo una pubblica menzogna. Infatti, nel corso di un secondo
interrogatorio, il 13 gennaio 1983, i magistrati torinesi mostrarono all'impudente Vicario del Papa
copia delle due lettere, e il porporato, a quel punto, non poté che ammetterne l'autenticità.
Subito ricevuto in udienza privata da Giovanni Paolo II, il cardinale Poletti dopo il colloquio papale
smentì le voci che lo volevano dimissionario: disse che il Santo padre gli aveva confermato «piena
fiducia», e che pertanto non intendeva dimettersi né chiedere di essere trasferito ad altra sede. Anzi,
esibì una lettera, inviatagli dai parroci di Roma, di «solidarietà per le calunnie che ascoltiamo»1.
Nonostante questa vicenda piuttosto squallida, il cardinale Poletti tre anni dopo ottenne una
poltronissima aggiuntiva: i suoi santi nel paradiso curiale erano talmente potenti che a luglio del
1985 indussero Giovanni Paolo II ad attribuire al suo Vicario pure la carica di presidente della Cei
(la Conferenza episcopale italiana). Un vero miracolo, dato che - oltretutto - il cardinale Poletti
versava in pessime condizioni di salute: solo tre mesi prima era stato sottoposto a ben due interventi
chirurgici, dopo i quali lui stesso aveva confessato di aver rischiato la vita.
Una seconda vicenda, ancora più scandalosa, ebbe per protagonista il cardinale Poletti all'inizio del
1990. All'epoca, Sua eminenza era appunto Vicario generale nonché presidente della Cei, mentre
monsignor Camillo Ruini era il suo più stretto e autorevole collaboratore come segretario della
Conferenza episcopale.
Con apposita lettera datata aprile 1990, il cardinale Poletti autorizzò la sepoltura, nella cripta della
basilica romana di Sant'Apollinare, del boss malavitoso Enrico De Pedis, uno dei capi della banda
della Magliana. La banda era un sodalizio criminale attivo negli anni Settanta e Ottanta a Roma, e
dedito a traffico di stupefacenti e di armi, sequestri di persona, usura, rapine e omicidi; alcuni dei
suoi capi erano in contatto con politici democristiani, coi servizi segreti italiani, con la massoneria e
con la P2. Assassinato a Roma il 2 febbraio 1990 durante una faida, De Pedis era stato
provvisoriamente sepolto nel cimitero comunale al Verano. Il successivo aprile - grazie appunto
all'autorizzazione scritta del cardinale Poletti - la salma del boss, in gran segreto, era stata
trasportata a Sant'Apollinare e tumulata nella cripta della basilica: in un sarcofago di marmo bianco,
decorato di oro e pietre preziose.
Una faccenda tanto più scandalosa se si considera che fu irrorata di denaro, il denaro sporchissimo
dell'usura e del traffico di droga. Anzitutto, i lavori di allestimento del marmoreo sepolcro per il
boss: affidati a una ditta di fiducia del Vaticano, erano costati molte decine di milioni. Del resto, De
Pedis aveva lasciato un'ingente eredità di beni intestati a prestanome: ristoranti, negozi, imprese
edili, società commerciali e un piccolo impero di immobili. Nei corridoi curiali si mormorava di
lasciti in denaro del boss per il Vicariato e per un paio di superporporati della Curia coi quali De
Pedis, in vita e nell'esercizio delle sue funzioni criminali, aveva avuto a che fare. Donazioni
talmente generose, e servigi talmente preziosi, da giustificare prima la sepoltura esclusiva nella
basilica, poi il detto «Parce sepulto».
1 Due mesi dopo, il cardinale Poletti pubblicò il libro Fede e politica, una raccolta della sue omelie
impreziosita da una prefazione firmata dall'onorevole Giulio Andreotti.

[Il Vicario di Sua Santità - Il ventennio di potere del cardinale Ruini, Kaos edizioni, 2005]
Totale docilità

L' ascesa carrieristica di Camillo Ruini comincia il 24 maggio 1983: quel giorno
Giovanni Paolo II lo promuove vescovo, e lo nomina ausiliare del vescovo di Reggio
Emilia e Guastalla, monsignor Gilberto Baroni.
Nato a Sassuolo (Modena) nel 1931, laureato in teologia all'università Gregoriana di
Roma, ordinato prete nel 1954, il neovescovo Ruini ha già collezionato un piccolo
medagliere di incarichi: assistente dei laureati cattolici; delegato vescovile per
l'Azione cattolica; vicepresidente del Consiglio pastorale diocesano; preside dello
studio teologico interdiocesano di Reggio Emilia e Modena; animatore del Centro
diocesano di Reggio Emilia per la formazione culturale e apostolica dei laici;
insegnante di teologia nello studio teologico accademico di Bologna. Il curriculum
non deve impressionare, il cin' quantaduenne Ruini non manifesta alcuna particolare
eccellenza: non è un intellettuale né un comunicatore, non è un teologo né un pastore,
ha un aspetto emaciato e un eloquio soporifero. All'epoca, nella Curia vaticana, fra le
grappolate carrieristiche, c'è chi lo accosta per lo zelo, il grigiore e la tenace
ambizione a un burocrate della nomenklatura sovietica.
È chiaro che il neovescovo Ruini ha dei santi in paradiso, nel paradiso della Curia
romana egemonizzata dalle grappolate dei Piacentini e dei Romagnoli1. Uno dei santi
è il cardinale Ugo Poletti, Vicario generale di Sua Santità per la Città di Roma.
Dopo otto anni di negoziati, il 18 febbraio 1984 la Santa sede e la Repubblica italiana
sottoscrivono un nuovo Concordato. La cerimonia della firma ha luogo a Roma, a
Villa Madama. Per la Santa sede, insieme al segretario di Stato cardinale Agostino
Casaroli, sono presenti i monsignori Eduardo Martinez Somalo (sostituto della
Segreteria di stato) e Achille Silvestrini (segretario del Consiglio per gli Affari
pubblici della Chiesa). Per lo Stato italiano, con il presidente del Consiglio Bettino
Craxi (socialista) ci sono gli onorevoli democristiani Arnaldo Forlani (vicepresidente
del Consiglio) e Giulio Andreotti (ministro degli Esteri).
Il nuovo Concordato è una revisione dei Patti Lateranensi del 1929, e codifica il
superamento dello Stato confessionale cancellando «il principio, originariamente
richiamato dai Patti lateranensi, della religione cattolica come sola religione dello
Stato italiano»2. La principale innovazione sociopolitica contenuta nel nuovo
Concordato è all'art. 9, relativo all'insegnamento della religione nelle scuole,
questione che però dovrà essere definita nei dettagli mediante una intesa tra la
Conferenza episcopale italiana e il governo. L'art. 9 recita:

«La Repubblica italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i
principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad
assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l'insegnamento della religione cattolica nelle
scuole pubbliche non universttarie di ogni ordine e grado.
Nel rispetto della libertà di coscienza e della responsabilità educativa dei genitori, è garantito
a ciascuno il diritto di scegliere se avvalersi o non avvalersi di detto insegnamento.
All'atto dell'iscrizione gli studenti o i loro genitori eserciteranno tale diritto, su richiesta
dell'autorità scolastica, senza che la loro scelta possa dar luogo ad alcuna forma di
discriminazione».

Altra rilevante innovazione prevista dal nuovo Concordato, questa di tipo


economicofinanziario, è stabilita dall'art. 7: «Le parti istituiscono una Commissione
1 Cfr. I Millenari, Via col vento in Vaticano, Kaos edizioni 1999, pagg. 11317.
2 II testo integrale dell"'Accordo di revisione del Concordato lateranense tra la Santa sede e la
Repubblica italiana" è qui pubblicato in Appendice, alle pagg. 177257.
paritetica per la formulazione delle norme... per la revisione degli impegni finanziari
dello Stato italiano e degli interventi del medesimo nella gestione patrimoniale degli
enti ecclesiastici». Una materia che la menzionata Commissione regolamenterà così:

«Le somme da corrispondere a far tempo dal 1° gennaio 1987 e sino a tutto il 1989 alla
Conferenza episcopale italiana e al Fondo edifici di culto in forza delle presenti norme sono
iscritte in appositi capitoli dello stato di previsione del ministero del Tesoro [...].
A decorrere dall'anno finanziario 1990 una quota pari all'otto per mille dell'imposta sul
reddito delle persone fisiche, liquidata dagli uffici sulla base delle dichiarazioni annuali, è
destinata, in parte, a scopi di interesse sociale o di carattere umanitario a diretta gestione
statale e, in parte, a scopi di carattere religioso a diretta gestione della chiesa cattolica.
Le destinazioni di cui al comma precedente vengono stabilite sulla base delle scelte espresse
dai contribuenti in sede di dichiarazione annuale dei redditi. In caso di scelte non espresse da
parte dei contribuenti, la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse.
Per gli anni finanziari 1990, 1991 e 1992 lo stato corrisponde, entro il mese di marzo di
ciascun anno, alla Conferenza episcopale italiana, a titolo di anticipo e salvo conguaglio
complessivo entro il mese di giugno 1996, una somma pari al contributo alla stessa
corrisposto nell'anno 1989, a norma dell'articolo 50.
A decorrere dall'anno finanziario 1993, lo stato corrisponde annualmente, entro il mese di
giugno, alla Conferenza episcopale italiana, a titolo di anticipo e salvo conguaglio entro il
mese di gennaio del terzo periodo d'imposta successivo, una somma calcolata sull'importo
liquidato dagli uffici sulla base delle dichiarazioni annuali relative al terzo periodo di imposta
precedente con destinazione alla chiesa cattolica».

Dopo la firma del nuovo Concordato, il cardinale Casaroli afferma che lo Stato e la
Chiesa «indipendenti e sovrani» si impegnano alla «reciproca collaborazione per la
promozione dell'uomo e il bene comune», e sostiene che il nuovo accordo
concordatario «viene affidato al vaglio della storia. E lo sarà, ancor più, alla verifica
della vita quotidiana». Infine, il segretario di Stato vaticano precisa: «L'accordo oggi
sottoscritto non definisce nella sua interezza e nei suoi particolari l'insieme dei
rapporti giuridici fra lo Stato e la Chiesa cattolica in Italia. Esso prevede su qualche
punto specifico ulteriori intese integrative, con la Santa sede o con la Conferenza
episcopale italiana. In ogni caso, non impedisce ai cattolici italiani, nell'esercizio dei
loro diritti civili, di adoperarsi per la definizione dei punti non contemplati
nell'accordo, nel quadro di una sana dialettica democratica». Il riferimento alla
Conferenza episcopale è assai pertinente: infatti il nuovo Codice canonico, in vigore
da soli tre mesi, assegna ai vescovi italiani un inedito ruolo di notevole rilievo.
II mondo politico italiano saluta il nuovo Concordato come un lieto evento. La sola
voce dissonante è quella del leader radicale Marco Pannella, che appunta i suoi strali
polemici proprio sull'insegnamento scolastico della religione e sui finanziamenti dello
Stato alla Chiesa: «Questo patto madamense è stato voluto in primo luogo dal
governo e dal suo presidente [Bettino Craxi, ndr] per motivi non dissimili, ma di certo
più indecorosi, di quelli che portarono Mussolini a volere i Patti lateranensi. È un
accordo senza anima e senza avvenire. L'attuale regime partitocratico del
finanziamento pubblico ai partiti crede probabilmente di riuscire meglio a
sopravvivere a se stesso, rinnovando il finanziamento pubblico della Chiesa e il
monopolio ecclesiastico dell'insegnamento della religione».
II 9 aprile del 1985 si apre a Loreto (Ancona) il secondo Convegno della Chiesa
italiana. È una specie di congresso che ha lo scopo di tracciare il solco programmatico
della Chiesa italiana dei prossimi anni: infatti vi partecipano 150 tra vescovi e
cardinali, 700 tra sacerdoti, religiosi e religiose, e più di mille laici.3
Al convegno l'ala progressista è rappresentata dai cardinali Anastasio Ballestrero
(presidente della Cei) e Carlo Maria Martini (arcivescovo di Milano). Le si
contrappone la fazione integralista e reazionaria, capeggiata non da personalità bensì
da organizzazioni: Comunione e liberazione e Opus Dei. Il movimento "Comunità
cristiane di base", non invitato al Convegno, manda a Loreto un polemico
comunicato: «Come può una Chiesa che consolida continuamente le proprie fortune
bancarie e le proprie strutture diplomatiche presentarsi al mondo come segno e
riconciliazione?... Il vento della
restaurazione soffia forte, e la Chiesa italiana diviene sempre più efficientemente e
visibilmente intrinseca al potere politico».
L'11 di aprile al Convegno interviene papa Giovanni Paolo II, e le sue parole
seppelliscono qualunque prospettiva progressista. Dell'intervento wojtyliano a Loreto
colpisce in particolare un brano politico, anzi partitico. Il Santo padre, infatti, afferma
che nella società italiana è in atto «un processo di secolarizzazione che, spesso, si
esprime in una vera scristianizzazione della mentalità e del costume per il diffondersi
del materialismo pratico cui si aggiunge il peso culturale e politico di ideologie atee»;
tuttavia, aggiunge, «gli uomini e le donne di questa grande nazione» non devono
avere paura del «ruolo anche pubblico che il cristianesimo può svolgere per la
promozione dell'uomo e per il bene dell'Italia». Dopodiché il Papa invita i cattolici
italiani a restituire alla loro fede un «ruolo guida» e una «efficacia trainante»,
ricordando che nella loro storia è «sempre prevalsa la tendenza verso un impegno
[che] non poteva non manifestarsi unitario soprattutto nei momenti in cui lo ha
richiesto il bene supremo della nazione». Un insegnamento che assolutamente «non
va dimenticato, anzi, nella realtà dell'Italia di oggi va tenuto presente nei momenti
delle responsabili e coerenti scelte che il cittadino cristiano è chiamato a compiere». È
un chiaro appello "elettorale" proDc, e nei corridoi della Curia vaticana si mormora
che il ghostwriter di questo italianissimo passo del discorso papale sia l'arcivescovo
Camillo Ruini, presente al convegno di Loreto e intento a mettersi in mostra, a farsi
notare 3.

All'inizio di luglio 1985 il vicario papale cardinale Poletti viene nominato, a sorpresa,
anche presidente della Conferenza episcopale italiana, al posto del cardinale Anastasio
Ballestrero. Una nomina stupefacente, miracolosa, dato che, oltre a essere piuttosto
chiacchierato, oltre a ricoprire la carica di vicario papale per la diocesi di Roma,
l'eminenza Poletti è in condizioni di salute molto precarie: dal 22 marzo all' 11 aprile
è stato ricoverato al policlinico Gemelli e operato due volte per un'occlusione
intestinale; dopo gli interventi chirurgici, lui stesso ha reso noto che il suo organismo
ha subito «un forte trauma, fino a rasentare il limite critico della vita», e che è afflitto
da una «sofferenza cardiaca». Ma la nuova, prestigiosa poltrona aggiuntiva è la
miglior convalescenza: rimette tutte le cose a posto, anche la salute.
Nei corridoi della Curia vaticana si mormora che la nomina del navigato cardinale
Poletti alla presidenza della Cei sia da mettere in relazione al nuovo Concordato e a
3 «II discorso di papa Wojtyla a Loreto», protesta il deputato Franco Bassanini della Sinistra
indipendente, «rappresenta un'interferenza pesante nella politica italiana. È un ritorno all'indietro
rispetto al Concilio Vaticano II, che aveva riconosciuto pienamente i principi di laicità dello Stato, di
pluralismo dell'impegno politico dei cattolici, di rinuncia ai privilegi temporali e a ogni confusione tra potere
statale e istituzioni ecclesiastiche. Dovrebbe far riflettere anche i sostenitori del nuovo Concordato fra Stato e
Chiesa». Secondo l'onorevole Bassanini, «rinunciando a compiere un deciso passo avanti nel senso dei valori
costituzionali di uguaglianza e libertà religiosa, ribadendo molti dei privilegi del Concordato fascista, i sostenitori
del nuovo Concordato hanno dato via libera a interferenze politiche dei settori più retrivi della gerarchla
ecclesiastica».
qualche perdurante problema attuativo. Per esempio, la normativa sull'insegnamento
della religione cattolica nella scuola. Non solo: c'è anche la nuova normativa relativa
agli «impegni finanziari dello Stato italiano e agli interventi del medesimo nella
gestione patrimoniale degli enti ecclesiastici».
Forse è ancora in relazione a queste due importanti questioni scuola e finanziamenti
che il 28 giugno 1986 avviene un altro miracolo: su proposta del cardinale Poletti,
Giovanni Paolo II nomina monsignor Ruini segretario generale della Conferenza
episcopale. Ruini prende il posto di monsignor Egidio Caporello, il quale
promoveatur ut amoveatur lo stesso giorno è stato nominato dal Papa vescovo di
Mantova. La regia di tutta l'operazione è del cardinale Poletti, Giovanni Paolo II
come sempre si è limitato a ratificare.
«L'Ufficio a cui sono chiamato esige di essere svolto in atteggiamento di totale
docilità alle indicazioni del Santo Padre», dichiara monsignor Ruini con la dovuta
solennità. Quindi il neosegretario della Cei esprime «profonda gratitudine» anzitutto
al Papa che lo ha nominato, in secondo luogo (ma sarebbe il primo...) al presidente
della Cei che lo ha prescelto, e infine al vescovo monsignor Baroni «che da oltre
vent'anni ha guidato i passi del mio sacerdozio e poi quelli del mio episcopato».
Dopodiché, un cenno programmatico:

«Mi occorrerà tempo per prendere gradualmente conoscenza dei problemi, e fin da ora chiedo
a tutti pazienza, indulgenza e comprensione. Mi è di conforto la guida che il cardinale Ugo
Poletti, presidente della Cei, vorrà paternamente offrirmi. Al di là della differenza degli
incarichi, intendo essere umilmente al suo fianco con lo stesso spirito con il quale ho
collaborato in questi anni con monsignor Baroni».

A fine settembre monsignor Ruini viene intervistato dal bollettino vaticano


"L'Osservatore romano". Il nuovo segretario generale della Cei prima definisce
«largamente positivo» il bilancio sull'insegnamento della religione cattolica nelle
scuole pubbliche italiane, quindi mostra i muscoli: «Questo bilancio lo facciamo con
serenità, senza alcuna arroganza, ma anche senza acquiescenza a subire soprusi. Chi
volesse contestare la legittimità dell'insegnamento della religione cattolica nelle
scuole... andrebbe non soltanto contro il diritto della Chiesa, ma ancora più contro il
diritto delle persone. In ultima istanza, andrebbe contro la libertà religiosa».
Alcuni mesi prima (dicembre 1985) la Cei e il ministero della Pubblica istruzione
hanno sottoscritto una intesa per regolamentare l'ora di religione nelle scuole. Ma è
un'intesa di massima che incontra varie difficoltà attuative e altrettante resistenze nel
fronte laico.

Alla metà di ottobre 1986, dopo la riunione del Consiglio permanente della Cei, il
segretario generale Ruini presenta alla stampa il comunicato finale che ha contribuito
a redigere.
Primo argomento, l'ora di religione nella scuola italiana come previsto dagli accordi
concordatari. I vescovi, per bocca di monsignor Ruini, esprimono vari «motivi di
disagio». Anzitutto «il problema della collocazione oraria dell'insegnamento della
religione cattolica nella scuola elementare e materna. In queste scuole l'indirizzo di
collocare l'insegnamento della religione cattolica soltanto all'inizio o alla fine delle
lezioni, nelle classi ove siano presenti alunni che si avvalgano dell'insegnamento e
alunni che non se ne avvalgano, là dove viene applicato in modo non attento alle
complesse situazioni delle diverse realtà scolastiche crea serie difficoltà». Il
linguaggio dei vescovi italiani comincia a essere caratterizzato dallo stile ruiniano:
allusività tra ammiccamenti e sottintesi, arzigogoli da politicanti che suggeriscono
senza affermare, che invece di dire insinuano.
Nel documento letto da monsignor Ruini, i vescovi italiani passano dal particolare al
generale: «Constatato il decadimento morale dei vari settori della vita pubblica e
privata», affermano la necessità di «rievangelizzare» l'Italia. Perché «la cultura oggi si
caratterizza sempre più come informazione e descrizione, rinunciando alla ricerca dei
valori assoluti. I grandi problemi della verità, del bene e del male, della vita e della
morte, sono lasciati al singolo e alla coscienza individuale. Alla domanda del
religioso, ancora largamente presente nella nostra gente, si tende a dare una risposta
rifugiandosi in un vago intimismo». Conclusione, letta da monsignor Ruini con
particolare solennità: «Sono pertanto urgenti da parte della Chiesa la formazione di
personalità mature e coerenti nelle proprie scelte di fede e l'impegno di
evangelizzazione della cultura, che faccia emergere anche a livello di coscienza
collettiva le questioni della verità e della moralità».
Dopo la riunione del Consiglio permanente della Conferenza episcopale, il cardinale
Poletti e il ministro democristiano della Pubblica istruzione Franca Falcucci trovano
un accordo: gli alunni che rifiutino l'ora di religione, dovranno sobbarcarsi lo studio
obbligatorio di un'altra materia scolastica.
Alla fine del 1986 il cardinale Poletti partecipa, come presidente della Cei, alla
assemblea nazionale della Fidae, la Federazione delle scuole cattoliche italiane, e
lancia un grido d'allarme. Il porporato afferma che molte delle 1.547 scuole cattoliche
in attività hanno gravi problemi economici, e nel corso del 1986 un'ottantina di istituti
ha dovuto chiudere i battenti. La ragione della crisi economica delle scuole cattoliche
dice il cardinalepresidente è nel fatto che su 20.675 insegnanti, solo poco più della
metà sono religiosi. È dunque necessario conclude Sua eminenza Poletti che il
Parlamento legiferi sulla parità scolastica pubblicoprivato, stanziando i relativi
finanziamenti per gli istituti cattolici.
Il 17 dicembre la Conferenza episcopale, con un comunicato, afferma che la nuova
normativa concordataria sull'insegnamento della religione nella scuola ha comportato
alcune difficoltà «alle quali nella maggior parte dei casi i responsabili della scuola
hanno fatto fronte con impegno e intelligenza». Tuttavia lamenta la Cei permangono
forti pressioni politiche contrarie all'Intesa del dicembre 1985, pressioni che
«rischiano di compromettere valori fondamentali garantiti dalla Costituzione» come il
diritto alla libertà religiosa, il rispetto dei patti, e la collaborazione fra Stato e Chiesa.
«Le famiglie e i giovani che hanno apprezzato, in così grande numero, il valore
formativo e culturale dell'insegnamento della religione cattolica», conclude la Cei con
una minacciosa allusività di stile ruiniano, «non mancheranno di valutare la situazione
e i suoi sviluppi, e saranno in grado di esprimere, nelle forme e nei modi propri della
vita democratica, il loro giudizio». Monsignor Ruini illustra il senso del comunicato
della Cei in un'intervista a "Famiglia cristiana":

Non c'è sproporzione tra il constatare che nella scuola la situazione è abbastanza normale, e
l'allarmata denuncia del rischio anticostituzionale? «Il contrasto non è nella nostra dichiarazione
ma nei fatti. Vediamo che, mentre nella maggior parte delle scuole vi è normalità sia per
l'insegnamento religioso sia per le attività alternative, vi sono forze culturali, sindacali e
politiche impegnate in una battaglia che crea un clima di tensione. Queste forze hanno
avanzato delle richieste che, se accettate, comporterebbero non solo l'abrogazione dell'Intesa
[del dicembre 1985, ndr] ma anche la violazione degli accordi concordatari».
La nota della Cei [contiene] un appello alla mobilitazione politica? «Non si tratta di questo.
Diciamo però che non si può combattere o emarginare l'insegnamento religioso nella scuola
senza con ciò avversare il sentimento religioso della popolazione e i valori religiosi in sé.
Occorre tirare tutte le conseguenze di un atteggiamento del genere».
Quali conseguenze? «Non sono tanto le conseguenze che potrebbe tirare la Cei, quanto quelle
che potrebbe tirare la gente nei riguardi di forze che, opponendosi sistematicamente
all'insegnamento della religione nella scuola, rivelano il loro orientamento verso la religione
in quanto tale. E poiché le forze politiche italiane hanno sempre sostenuto di essere rispettose
del fatto religioso, comportamenti di questo genere smentiscono quelle affermazioni e
obbligano i cittadini a riesaminare il loro rapporto con quelle forze».
Cioè, nelle future elezioni i cattolici dovrebbero presentare il conto? «È chiaro che il
comportamento delle forze politiche su questo, come sugli altri grandi temi della vita morale e
religiosa, deve essere valutato dai cattolici, e da ogni cittadino, nelle diverse sedi, compresa
quella elettorale».
Non c'è il rischio di ritornare a contrapposizioni politiche nel nome della religione? «Noi non
intendiamo trascinare questo problema sul terreno del confronto politico e, men che mai,
partitico...»4.
Benché sia impegnatissimo sul frontescuola, e sebbene manchino ancora tre anni alla data
fatidica, monsignor Ruini si sta anche preparando per affrontare la "rivoluzione" dell'8 per
mille, un tema sul quale ha le idee molto chiare: «Va superato il falso spiritualismo, quasi che
la solidarietà sia solo un fatto affettivo, intimo, e la Chiesa possa vivere senza un supporto
economico: oggi molte iniziative pastorali non si attuano per mancanza di mezzi».
In effetti, tra la fine del 1986 e l'inizio del 1987 il segretario generale della Cei incomincia a
manifestare quella che diventerà la sua vera identità di fondo: l'essere un politico in tonaca, un
alto funzionario clericale impegnato nella battaglia politica a salvaguardia del potere e degli
interessi temporali della Chiesa in Italia. E come ogni politico che si rispetti,
monsignor Ruini insinua, sottintende, allude, e soprattutto contratta e mercanteggia.
All'inizio del 1987 c'è chi scrive che la Cei «sta progettando di istituire un suo
osservatorio del mondo politico e di aprire un canale diretto con i partiti italiani,
saltando la tradizionale mediazione della De»; il progetto «sarebbe maturato con la
nomina di monsignor Camillo Ruini a segretario generale della Cei avveduta il 28
giugno dell'anno scorso» 5.

II 27 febbraio 1987, durante un convegno dell'Agesc (Associazione genitori scuole


cattoliche) organizzato a Roma, monsignor Ruini afferma: «I genitori rimangono i
primi responsabili dell'educazione dei figli anche nella scuola cattolica, sono quindi
chiamati a collaborare alla formulazione e alla realizzazione del progetto educativo. E
la dimensione essenziale del progetto educativo della scuola è l'educazione cristiana,
con particolare riguardo all'insegnamento della religione». Poi interviene l'onorevole
Giancarlo Tesini, responsabile del Settore scuola della De, il quale conferma la
necessità di «avere un sistema scolastico integrato e paritario» fra scuola pubblica e
privata.
Alla metà di marzo, a Ravenna, 13 operai perdono la vita per un incendio scoppiato in
un cantiere privo delle norme di sicurezza. In Italia le "morti bianche" degli infortuni
sul lavoro per il mancato rispetto della normativa antinfortunistica sono da anni una
vera e propria piaga sociale, ma questo è un problema che alla Cei del duo
PolettiRuini sembra non interessare minimamente. Tanto più che il segretario
generale è impegnatissimo a blandire Giovanni Paolo II con uno spettacolare regalo:
la prima copia di un evangelario del costo di 25 milioni di lire, stampato su carta di
puro cotone e decorato da 18 icone.
A maggio la Cei del duo Poletti - Ruini diffonde una nota con la quale, riferendosi
alle elezioni politiche previste a giugno, in sostanza sollecita gli elettori cattolici a

4 Renzo Giacomelli, "Famiglia cristiana", 7 gennaio 1987


5 Agenzia Ansa, 9 febbraio 1987.
recarsi alle urne e a votare Dc: «Non tutte le scelte sono compatibili con la fede... per
cui in vista delle prossime consultazioni elettorali la fedeltà alla tradizione unitaria
dell'impegno dei cattolici italiani appare anche oggi profondamente motivata». Il
linguaggio è curialmente ambiguo come si conviene, ma il significato è chiaro, per cui
la nota provoca forti polemiche nel mondo politico. Allora monsignor Ruini offre un
saggio del grado di ipocrisia di cui è capace: «La Cei ha voluto dare una mano al
Paese, non alla Dc, e lo ha fatto richiamando alcuni valori fondamentali che debbono
tradursi nella vita concreta dell'Italia». Alla sortita ruiniana risponde il quotidiano
socialista "Avanti!" con parole grondanti sarcasmo:

«Lo stesso fatto che il segretario generale della Cei si sia preoccupato di attenuare l'impatto
della nota sull'opinione pubblica e di darne una vera interpretazione, diversa da quella di una
secca scelta per la Dc, è un segno dei tempi. Ora, grazie al segretario generale della Cei, tutti
sanno che la nota non solo non era prescrittiva nel dire quale partito si dovesse votare, ma
neppure era rivolta "a dare una mano alla Dc". Già il documento della Cei era sibillino, non
nominava esplicitamente la Dc, non aveva un carattere prescrittivo. E adesso, di precisazione
in precisazione, è stemperato ancora di più il suo significato di avallo elettorale dato alla Dc.
Se non ci saranno ulteriori messe a punto o appelli dell'ultima ora, forse finalmente l'Italia, da
buon ultimo nei Paesi dove numerose sono le comunità cattoliche, si avvierà a voltare pagina
e a lasciarsi alle spalle una vecchia tradizione di intromissione diretta e strumentale della
Chiesa nelle vicende politiche».

«I vescovi si occupino di religione e lascino stare la politica», afferma un comunicato


del Movimento sociale. La replica del cardinale Poletti è perentoria: «I vescovi
rivendicano per sé, come liberi e responsabili cittadini, la libertà di opinione e di
riflessione, nel rispetto di uguale libertà per tutti gli altri. Pertanto non ci possono
toccare accuse come quelle di ingerenza indebita, di imposizione arbitraria, di
erezione di antichi steccati». Poi, il 13 maggio, il cardinalepresidente e monsignor
Ruini vengono ricevuti in udienza dal Pontefice: «Trattandosi di udienza privata, le
fonti vaticane mantengono il riserbo sul contenuto del colloquio»6.
In Vaticano si vocifera di sopravvenuti contrasti fra i due capi della Cei, e in effetti è
così, sono le tipiche tensioni dei due galli costretti in uno stesso pollaio. Perché
monsignor Ruini, sempre più ambizioso, sta alacremente tessendo una sua personale
trama di potere: sta allacciando rapporti in cielo (l'entourage polacco di papa
Wojtyla), in terra (Comunione e liberazione e Opus Dei) e in ogni luogo (la destra Dc
e il socialista craxiano Gennaro Acquaviva). Si prepara insomma, con lodevole
anticipo, a sostituire il cardinale Poletti avviato sul viale del tramonto, con l'obiettivo
di trasformare la Cei in un superpotere capace di condizionare al tempo stesso lo Stato
italiano e la Curia vaticana.

Nell'estate del 1987 scoppia la guerra per l'ora di religione. È uno scontro fra la
Chiesa e lo Stato italiano, nel corso del quale monsignor Ruini fa vedere di che pasta
è fatto.

Il 22 luglio il Tribunale amministrativo del Lazio sentenzia che gli studenti i quali non
seguono l'ora di religione non possono essere obbligati a partecipare a corsi alternativi
(come invece stabilito da una circolare dell'ottobre 1986 del ministro della Pubblica
istruzione). Secondo il Tar, l'ora di religione ha un carattere aggiuntivo ed è

6 Agenzia Ansa, 13 maggio 1987


facoltativa,quindi a chi non vuole seguirla non si possono imporre altri insegnamenti7.
La sentenza del Tar viene contestata dalla Santa sede: il bollettino vaticano
"L'Osservatore romano" afferma che viola l'accordo concordatario del 1984.
Monsignor Ruini incontra riservatamente il nuovo ministro della Pubblica istruzione,
il democristiano Giovanni Galloni, e gli intima di presentare ricorso al Consiglio di
stato contro la sentenza.
La questione dell'ora di religione deve essere riconsiderata dal governo italiano anche
in vista dell'inizio del nuovo anno scolastico. Alla fine di settembre la Dc e i suoi
alleati laici trovano un accordo su facoltatività dell'ora di religione, collocazione
oraria (demandata alle autorità scolastiche), e ruolo degli insegnanti di religione nella
scuola. Ma è un'intesa politica che fa infuriare la Santa sede. La Segreteria di stato
vaticana informa il governo italiano che papa Wojtyla «è arrabbiatissimo». Si rischia
la crisi diplomatica, la Democrazia cristiana è in allarme e si affretta a congelare
l'accordo politico. Un giornale indica monsignor Ruini come il falco vaticano nella
crisi diplomatica:
«All'interno della Conferenza episcopale ci sono alcuni molto comprensivi delle
difficoltà a ottenere tutto ciò che si vuole dalle mediazioni politiche. Altri che
spingono apertamente allo scontro. Il ministro Galloni avrebbe la fiducia di molti
vescovi, della base della Conferenza... Il problema è monsignor Ruini, che ha
trascinato il Vaticano nella bagarre. È proprio da quella zona oscura dell'integralismo
cattolico che sta arrivando a Piazza del Gesù [sede nazionale della Dc, ndr] la
richiesta di sostituire Galloni» 8.
Il successivo 24 ottobre monsignor Ruini si conferma "falco" reazionario con
propensioni autoritarie. Prima condanna lo sciopero proclamato dal Sindacato
cattolico degli insegnanti di religione. Poi, come segretario della Cei, manda una
lettera riservata agli uffici catechistici diocesani (cioè gli uffici che annualmente
rilasciano ai docenti di religione il nulla osta indispensabile per insegnare) con
l'ordine tassativo di impedire qualunque forma di manifestazione sindacale. Gli
insegnanti protestano contro la provocatoria iniziativa assunta dal segretario generale
dell'episcopato, che definiscono «offensiva della nostra dignità di cittadini italiani, di
lavoratori della scuola e di laici nella Chiesa».
Nella Curia romana si fronteggiano due scuole di pensiero a proposito di monsignor
Ruini. Per alcuni è un colonnello vicinissimo a Comunione e liberazione, per altri è un
maresciallo del giro dell'Opus Dei. Nessuna delle due visioni è erronea, perché il
segretario generale della Cei è un nuovo esemplare di prelato votato all'esercizio del
potere: riesce a essere in piena sintonia con due diverse entità senza appartenere a
nessuna.
Nel febbraio del 1988 Giovanni Paolo II pubblica la sua seconda enciclica sociale,
intitolata Sollicitudo Rei Sodalis. È un documento dal contenuto piuttosto innovativo:
vi si afferma infatti che sia il «capitalismo liberista» sia il «collettivismo marxista»,
7II più entusiastico giubilo per la sentenza del Tar fu quello dell'allora capogruppo radicale alla
Camera, l'onorevole Francesco Rutelli, il quale dichiarò trionfante: «Con questo provvedimento si
rimette in discussione, fuori dalle aule parlamentari, una politica clericale degna di un Paese del Terzo
mondo e un privilegio indegno di uno Stato moderno e democratico». Nell'occasione, Fon. Rutelli
ricordò di avere presentato, insieme ai colleghi radicali, all'inizio della legislatura, una mozione che
chiedeva «l'annullamento del Concordato e la liquidazione del vergognoso accordo sull'ora di
religione».
All'epoca, l'onorevole Rutelli era un fiero e intrepido laicista anticlericale. Oggi l'onorevole Rutelli è un
parlamentare ultracattolico, intenzionato a "rifare la Dc", fautore e complice dell'ingerenza della Chiesa
nella politica, e proprio per questo grande estimatore del cardinale Ruini.
8"la Repubblica", 1° ottobre 1987.
cioè le due ideologie responsabili della Guerra fredda, sono entrambe «imperfette e
tali da esigere una radicale correzione». Non solo: il Papa afferma che «ognuno dei
due blocchi nasconde dentro di sé, a suo modo, la tendenza all'imperialismo... o a
forme di neocolonialismo», e che lo scontro EstOvest è «un diretto ostacolo alla vera
trasformazione delle condizioni di sottosviluppo nei Paesi in via di sviluppo o in
quelli meno avanzati». In parole povere, il Papa condanna sia il marxismo sia il
capitalismo, e accusa i due sistemi di essere entrambi imperialisti e responsabili del
sottosviluppo del Terzo mondo.
Turbato da simili concetti papali, troppo poco reazionari, monsignor Ruini pensa bene
di "correggerli" e di reinterpretarli a suo piacimento, mettendo gli accenti dove più gli
aggrada. Lo fa il 26 febbraio ad Ancona, inaugurando una scuola cattolica. «È vero
che l'enciclica papale pone sullo stesso piano i due blocchi», dice il segretario
generale della Cei, ma da questa «tendenziale equiparazione» bisogna far emergere
«la rivendicazione della libertà politica», cioè quella libertà che l'Est comunista nega.
Inoltre: «È vero che Sollicitudo Rei Sodalis ribadisce le responsabilità del Primo e del
Secondo mondo e esprime un amore preferenziale verso i popoli più poveri, ma
contiene anche una denuncia dei difetti del Terzo mondo, che viene esortato a contare
sulle sue sole forze». Secondo monsignor Ruini, infine, l'invito alla dottrina sociale
rivolto dall'enciclica «non è una terza via tra il capitalismo liberista e il collettivismo
marxista, ma parte integrante della teologia morale».
Sua eccellenza il segretario generale della Cei, benché faccia di tutto per fingersi
apolitico e super partes, è pervicacemente votato alla politica intesa come esercizio
del potere temporale, e quale politico ha un orientamento decisamente destrorso per
non dire reazionario. Saranno i legami, sempre più stretti, che ha allacciato con gli
integralisti dell'Opus Dei e di Comunione e liberazione per garantirsi le necessarie
coperture. Sarà perché, avendo cominciato a muoversi sulla scena del potere, ha ben
compreso che esso guarda sempre a destra. Fatto sta che tutto quanto sappia, anche
alla lontana, di progressismo, a monsignor Ruini provoca l'orticaria, come gli capitava
sul finire degli anni Settanta con l'aborrita Teologia della liberazione.
La scalata
Gli anni tra il 1988 e il 1990 sono cruciali per la carriera di monsignor Ruini. È un
triennio durante il quale l'ambiziosissimo segretario generale della Cei consolida la sua
personale ragnatela di potere, all'interno e all'esterno della Chiesa. Una rete di contatti e
rapporti che spazia dai principali esponenti della classe politica (specialmente della Dc e
del Psi) e istituzionale, fino all'entourage polacco del Pontefice. L'obiettivo è ovvio e
sempre più vicino: nell'aprile del 1989 il cardinale Poletti compirà i fatidici 75 anni
dell'età pensionabile.
Con i politici, monsignor Ruini tratta alla pari come se la Cei fosse un potentato. Un
superpartito del quale i vescovi sono i leader locali, le chiese le sezioni, i fedeli le schiere
di elettori, e il cui segretario generale, prossimo presidente, è fiduciario del Vicario di
Cristo. Monsignor Ruini ostenta un linguaggio sempre più da politicante; inoltre, non
perde occasione per manifestare cieca dedizione al Santo padre, per celebrarne la figura,
per esaltarne la predicazione, per magnificarne il ruolo, per glorificarne la biografia, per
decantarne le gesta, per incensarne l'entourage (in particolare il potentissimo segretario
particolare, monsignor Stanislaw Dziwisz). Tutto questo, mentre il cardinale Poletti, che
ha ormai raggiunto l'età pensionabile, si deve rassegnare agli ultimi bagliori del
crepuscolo.
Come segretario generale della Cei, monsignor Ruini è instancabile. Si occupa di
raccogliere "L'obolo di San Pietro", cioè le svariate centinaia di milioni che la Chiesa
italiana dona al Pontefice per le necessità della Santa sede. Auspica che i cattolici italiani
affrontino «in maniera nuova» il problema della mancanza di libertà religiosa nell'Est
europeo, soffiando sul fuoco dell'anticomunismo. Ha costanti rapporti con le segreterie
dei partiti di governo, in particolare con la Dc e con i leader delle varie correnti
democristiane.
Monsignor Ruini si occupa anche dei problemi finanziari e societari del quotidiano
cattolico "Avvenire", oberato da bilanci deficitari. In proposito, precisa che una maggiore
assunzione di responsabilità dell'episcopato italiano nella gestione del giornale «non
esclude affatto che "Avvenire" debba avere la libertà di una seria e il più possibile
completa e obiettiva informazione, anche in campo religioso e ecclesiale, e quindi di una
apertura alla molteplicità delle voci cattoliche». Intanto la Cei allaccia trattative con due
possibili editori del giornale: il palazzinaro milanese Silvio Berlusconi e l'industriale
parmense Calisto Tanzi, due galantuomini entrambi cattolicissimi (almeno a parole).
Al primo convegno nazionale dei catechisti italiani (Città del Vaticano, aprile 1988),
monsignor Ruini parla finalmente di spiritualità, e afferma che «la missionarietà dei
catechisti si manifesta soprattutto in una grande sfida: riproporre il Vangelo di Cristo a
quanti l'hanno perduto o non lo considerano più fonte e riferimento per la loro vita». Poi,
aprendo il 14° congresso del Csi ( centro sportivo italiano (Roma, giugno), sostiene che
la Chiesa italiana è fortemente impegnata nel settore dello sport inteso come fattore di
crescita umana e sociale». Quindi, presentando alla stampa gli atti di un convegno su
"Mass media e pornografia" (Roma, luglio), come segretario generale della Cei afferma
che «da circa un secolo ci si è resi conto delle dimensioni e della profondità della sfera
sessuale e affettiva dell'uomo. Ci si trova così, esaminando il tema della pornografia, ad
affrontare una sfida che riguarda la formazione della persona e, attraverso la persona,
della famiglia e della società» 1
1 Anche il cardinale Poletti durante l'assemblea generale della Cei (Città del Vaticano, 2 maggio 1988) ha
All'inizio del 1989 monsignor Ruini illustra un documento della Cei intitolato
Comunione, comunità e disciplina ecclesiale. Il testo riconosce che nella Chiesa si notano
«forti tensioni a dispetto di uno spirito di comunione che tutti sinceramente dicono di
condividere», mentre «è preoccupante e allarmante» la «indifferenza» con la quale la
società accoglie gli insegnamenti della Chiesa in campo morale. È un severo richiamo
all'ordine in quanto «è vero che alcune norme possono essere cambiate, ma ciò non toglie
che la loro osservanza finché sono in vigore costituisca un criterio di autentico
comportamento e spirito ecclesiale». Quindi il documento condanna i contraccettivi, e
accusa la legge che regolamenta l'aborto di essere «troppo permissiva».
La situazione politica dell'Italia di fine anni Ottanta, con l'egemonia Dc insidiata
dall'arrembante Psi, è riassunta in una parola: Tangentopoli. I partiti di governo (e in
parte anche quelli dell'opposizione) si sono trasformati in associazioni a delinquere dedite
a ruberie, finanziamenti illeciti, tangenti e corruttele, mentre la magistratura è inerte o
complice. Tre regioni italiane sono controllate dalla criminalità organizzata, con la quale
sono collusi vari esponenti dei partiti di governo. E una Situazione drammatica, però
monsignor Ruini fa finta di non vedere. Certo, si dice preoccupato, ma non da
Tangentopoli, bensì da quella che come un vero politicante definisce «una latente
incertezza sulla stabilità politica, l'accentuarsi della tensione sui problemi sociali,
soprattutto quelli del lavoro, e il permanere di forme di emarginazione che colpiscono
soprattutto i più deboli». E da vero politicante aggiunge di seguire con interesse
l'atteggiamento che il Pci e il Psi stanno assumendo nei confronti dei cattolici: un modo
per mandare un "avvertimento" alla Dc.
Non c'è questione rispetto alla quale il segretario generale della Cei manchi di esprimere
il proprio augustissimo parere, compreso il contenuto dei libri di testo di religione. Posto
che essi, per poter essere adottati, devono avere il "nulla osta" della Conferenza
episcopale e l'approvazione del vescovo nella cui diocesi risiede l'editore del libro,
monsignor Ruini precisa che i testi per l'insegnamento della religione cattolica potranno
eventualmente menzionare le religioni buddista o musulmana, ma solo a condizione che
ciò non danneggi la «presentazione completa» del messaggio cristiano. Tra gli
innumerevoli rapporti di potere allacciati dal segretario generale della Cei, c'è anche
quello, di vecchia data, con il professor Romano Prodi, presidente democristiano dell'Iri
(il colosso industriale di Stato) nonché membro del Comitato scientifico e organizzativo
delle "Settimane sociali" dei cattolici italiani. Il 4 marzo 1989 monsignor Ruini e il
professor Prodi vengono ricevuti in udienza privata dal Pontefice: le "Settimane sociali"
si apprestano a riprendere l'attività, dopo oltre vent'anni di interruzione, grazie
all'accoppiata Ruini - Prodi. Il loro sodalizio, al momento, è strettissimo: monsignor
Ruini è amico e confessore di Prodi, e ne ha benedetto il matrimonio. L'intesa tra i due
verrà meno negli anni Novanta, guardacaso per ragioni politiche.
Il 12 aprile 1989 la Corte costituzionale da uno schiaffo alla Cei, confermando la non
obbligatorietà nelle scuole dell'ora alternativa a quella di religione.
La sentenza è chiara. I giudici riconoscono che lo Stalo italiano è obbligato dall'accordo
con la Santa sede ad assicurare l'insegnamento della religione cattolica, ma avvalersi di
tale insegnamento è facoltà degli studenti. Coloro che decidono di avvalersene hanno
«l'obbligo scolastico» di frequentare l'ora di religione; coloro che invece decidono di no,

espresso preoccupazione per quello che ha definito «il dilagare di pornografia e droga», e per l'attacco
contro «la sacralità della vita», cioè l'aborto.
non sono nemmeno obbligati a frequentare lezioni alternative. Secondo la Corte,
obbligare gli studenti che non optano per lo studio della religione cattolica a frequentare
altre lezioni costituirebbe un «condizionamento della loro coscienza» e una «patente
discriminazione a loro danno».
Il commento alla sentenza del segretario generale della Conferenza episcopale è una
dichiarazione da consumato politicante:

«Noi richiamiamo il rispetto degli accordi di revisione del Concordato, che demanda
all'intesa tra Cei e ministero della Pubblica istruzione le modalità di organizzazione di
tale insegnamento anche in relazione alla collocazione nel quadro degli orari delle
lezioni. Nell'intesa stessa si è poi convenuto che il diritto di scegliere se avvalersi o non
avvalersi della religione cattolica assicurato dallo Stato, non deve determinare alcuna
forma di discriminazione neppure in relazione ai criteri per la formazione della classi, alla
durata dell'orario scolastico giornaliero e alla collocazione di detto insegnamento nel
quadro orario delle lezioni.
Se invece fosse avvalorata l'opinione, diffusa subito dopo la sentenza della Corte,
secondo la quale gli studenti che non si avvalgono degli insegnamenti della religione
possano lasciare la scuola liberamente, avverrebbe uno stravolgimento del concetto di
libertà. Nessuna materia reggerebbe di fronte a questa prospettiva...
Comunque la questione dell'ora di religione continua a stare a galla non perché interessi
veramente la gente, ma solo per volontà dei politici e degli intellettuali dell'area laica. È
una questione che è solo di vertice, non è una questione di base. Con questo non voglio
dire che i laici non hanno i loro motivi o che sono in malafede, niente del genere. Dico
solo che c'è un tipico scollamento del Paese reale, e non solo con gli uomini politici, ma
anche con gli uomini di cultura che agitano continuamente questo problema. Io questo
problema dell'ora di religione non lo vedo proprio, e credo di essere in un buon
osservatorio: a noi fanno capo tutti gli uffici diocesani, e quindi c'è una capillarità
enorme, da cui possiamo capire bene la situazione. Insomma, secondo me questo dell'ora
di religione è un falso problema».

Interrogato dai giornalisti sulle voci che periodicamente dal fronte laico si levano per
chiedere la soppressione del Concordato, monsignor Ruini lascia il bastone e esibisce la
carota: «Sono voci che ogni tanto ricorrono. D'altra parte non dobbiamo nasconderci che
già molto prima che venisse stipulato il nuovo Concordato [29 febbraio 1984, ndr]
c'erano istanze, qua e là, per la sua soppressione. Noi le valutiamo con attenzione e
rispetto. Però è altrettanto certo che per noi vige il principio che il Concordato recente,
stipulato nello spirito della Costituzione e del Concilio Vaticano II, può essere lo
strumento quanto mai utile per la vita del Paese».
Alla fine di marzo il segretario generale della Cei pubblica il libro // Vangelo nella nostra
storia (Città Nuova), una raccolta di brevi saggi sul ruolo della Chiesa nella società
italiana con tante adulazioni e genuflessioni per Giovanni Paolo II. Alla cerimonia di
presentazione dell'opera, a Roma, rendono omaggio all'augusto autore schiera di
personaggi altrettanto eccellenti: il principe della Curia cardinale Achille Silvestrini; il
nunzio apostolico in Italia monsignor Luigi Poggi; il presidente dell'Iri professor Romano
Prodi; il ministro delle Finanze onorevole Emilio Colombo; l'ambasciatore d'Italia esso la
Santa sede Emanuele Scammacca; il rettore dell'Università cattolica Adriano Bausola; il
senatore democristiano Giuseppe Medici; il direttore de "L'Osservatore romano" Mario
Agnes; il direttore del quotidiano "II Tempo" Gaspare Barbiellini Amidei.

Alla metà di maggio del 1989 accade un fatto di grande rilievo: anche in Italia
dall'interno della Chiesa si muovono critiche pubbliche alla gerarchia vaticana.
Analogamente a quanto è già avvenuto in Germania con la nota "Dichiarazione di
Colonia", infatti, 63 teologi italiani firmano e diffondono un documento nel quale
esprimono, con linguaggio pacato ma chiaro, «disagio per determinati atteggiamenti
dell'autorità centrale della Chiesa nell'ambito dell'insegnamento, in quello della disciplina
e in quello istituzionale».
Immediata la reazione del vertice della Conferenza episcopale italiana, con un risentito
comunicato dallo stile ruiniano:

«Un certo numero di cultori di scienze ecclesiastiche italiani ha ritenuto di inserire la


propria voce, mediante una lettera aperta, nel contesto delle dichiarazioni che da qualche
tempo vengono pubblicate per esprimere dissenso nei confronti dei Pastori della Chiesa.
La lettera si differenzia da altre dichiarazioni per il tenore pacato, i riferimenti alla ricerca
di ciò che unisce i credenti, l'attenzione agli aspetti generali piuttosto che a singoli e
specifici problemi. Tuttavia a una lettura non superficiale appare chiaramente che
vengono lanciate velate ma pesanti accuse, e soprattutto sollevate questioni sostanziali,
una certa interpretazione delle quali porterebbe con sé, indipendentemente dalle
intenzioni di chi la propone, alterazioni profonde del contenuto della fede cattolica e
conseguenti divisioni nella compagine ecclesiale.
È doveroso pertanto chiarire fin dall'inizio che tale lettera non appare in sintonia con il
retto sentire e agire ecclesiale, e mette in guardia i credenti da fallaci suggestioni».

Il duo Poletti - Ruini non tollera dissensi nell'ambito della Chiesa italiana, e intende il
comunicato dei 63 teologi come un'insidia alla propria autorità di potere. Le parole del
cardinale Poletti sono taglienti:

«II popolo di Dio, di cui abbiamo la cura pastorale, certo non è aiutato nella sua fede e
nel suo senso di appartenenza alla Chiesa dal gesto in sé, anche a prescindere dai singoli
contenuti, di teologi e studiosi cattolici che si uniscono per esprimere pubblicamente
considerazioni che nella sostanza sono pesantemente e ingiustamente critiche verso chi
ha la responsabilità della guida della Chiesa. Le preoccupazioni riguardano poi gli allievi
dei nostri seminari e istituti teologici, coloro che domani saranno i nostri nuovi sacerdoti,
e che certo non ricevono oggi da alcuni loro maestri un esempio formativo, sotto il
profilo della teologia, della spiritualità e del senso della Chiesa».

Il segretario generale approva senza riserve le parole di Sua eminenza il presidente.


La vicenda ha un'appendice istruttiva, originata dal fatto che i due giornali dei Paolini,
"Famiglia cristiana" e "Jesus", hanno commentato favorevolmente il documento dei 63
teologi dissidenti, pubblicandone ampi stralci. La Cei non gradisce, e monsignor Ruini
convoca il superiore generale dei Paolini, don Renato Perino. Dopo il colloquio,
quest'ultimo minimizza parlando di «cordiale incontro con il segretario generale della
Cei» conclusosi con un «chiarimento». È una bugia, e infatti, «con rammarico»,
monsignor Ruini afferma che le parole di don Perino «non rispecchiano alcuni aspetti
essenziali del colloquio intercorso».

Ai primi di ottobre 1989 il consiglio permanente dei vescovi italiani, riunito a Roma, si
conclude con un comunicato, illustrato alla stampa dal segretario generale della Cei.
Il documento si occupa di politica della crisi elettorale della Dc, e delle voci di un nuovo
partito cattolico ma senza darlo a vedere: il testo è permeato di ambiguità, di allusioni, di
sottintesi e ammiccamenti, come se lo avesse redatto un politicante azzeccagarbugli.
Invece monsignor Ruini lo presenta ai giornalisti come se fosse un limpido proclama
"neutrale", farina del suo sacco. Nel comunicato, i vescovi italiani esortano i fedeli a una
«corretta partecipazione alla vita sociale», e sebbene si dicano «non direttamente
coinvolti nelle vicende di parte» confermano «gli orientamenti da tempo maturati per
promuovere anche nella vita civile una coerente presenza cristiana». Quindi auspicano
che «le gravi responsabilità di chi è tenuto a governare trovino larga comprensione e
collaborazione, per la prosperità sociale e la pace vera della gente». Monsignor Ruini
spiega che i vescovi italiani si occupano della vita sociale mossi unicamente «dalla
solidarietà e dalla carità pastorale», e che, come pastori, si sentono «pur sempre immersi
nella realtà e nella storia del Paese, a ragione dei valori religiosi, etici e sociali che sono
universali e non divisibili da ideologie».
Ai giornalisti un po' perplessi, monsignor Ruini spiega: «Sostanzialmente ci siamo
limitati a riaffermare l'attenzione dei vescovi sulla vita sociale, politica, economica e
culturale del Paese, nei termini che sono noti, senza sconfinamenti e d'altra parte senza
che vi siano cambiamenti negli orientamenti dei vescovi italiani... Iniziative che si
ponessero al di fuori di questa continuità certamente non sarebbero in sintonia con
l'orientamento dei vescovi». In parole povere: la De deve continuare a rappresentare e
tutelare gli interessi della Chiesa, i fedeli devono continuare a votare De, l'episcopato
boccia qualunque ipotesi alternativa.
La conferenza stampa del segretario generale della Cei si conclude con due annunci.
Primo: prossimamente l'episcopato pubblicherà un documento sui problemi del
Mezzogiorno, compreso quello sulla malavita organizzata [meglio tardi che mai, ndr].
Secondo: domenica 15 ottobre sarà una giornata di sensibilizzazione dei fedeli, nelle
25.827 parrocchie italiane, perché contribuiscano alle spese della Chiesa secondo il
nuovo Concordato che avrà applicazione nella dichiarazione dei redditi.
Sabato 14 ottobre monsignor Ruini è in televisione, a Canale 5, e spiega ai telespettatori
le nuove frontiere del finanziamento pubblico alla Chiesa previste dall'intesa
concordataria del 18 febbraio 1984:

«Era ormai anacronistico che i mezzi finanziari indispensabili per la vita della Chiesa
fossero forniti direttamente dallo Stato. Con questa scelta la Chiesa ha compiuto un atto
di fiducia in se stessa, cioè nel suo rapporto con la gente. Mettendosi in un certo senso in
mano alla gente, la Chiesa ritiene che la gente stessa abbia stima della Chiesa. Oltre a
questo atteggiamento di fiducia c'è anche un aspetto di umiltà: in fondo, con questo
nuovo sistema la Chiesa si sottopone a un giudizio o almeno a una valutazione, una
verifica che le viene dalla gente.
In questo futuro contributo [l'8per mille del reddito lordo Irpef, ndr] entra tutto: dal
sostentamento del clero alle attività educative per i giovani, all'edilizia di culto, fino alle
missioni e agli aiuti al Terzo mondo. Occorre che la gente sappia che questa scelta è
completamente gratuita. Qui non si tratta di pagare, ma di esercitare un atto della propria
responsabilità di cittadini, interessante anche sotto il profilo civile. Credo infatti che sia la
prima volta che lo Stato chieda direttamente ai cittadini come destinare una parte del
reddito che preleva dalle loro tasche. Vorrei sottolineare che non è un referendum tra chi
è cattolico e chi non lo è, o fra chi è praticante o meno. Al limite, un cattolico potrebbe
preferire la gestione dello Stato e viceversa».

Monsignor Ruini è sempre più esperto di politica e di denaro, sempre più immerso
nell'esercizio del potere, per il quale manifesta uno speciale talento. Forse è per questo
che Giovanni Paolo II gli attribuisce anche la carica di facente funzioni di assistente
ecclesiastico generale "ad tempus" dell'Azione cattolica, dato che l'assistente generale
dell'Ac, monsignor Antonio Bianchin, è stato colpito da un ictus 2.
Del resto il segretario generale della Cei come uomo di potere non si risparmia, e il 15
ottobre del 1989, dai microfoni della Radio vaticana, batte cassa mischiando il sacro col
profano:

«Siamo tutti consapevoli dei molteplici servizi che la Chiesa fa al nostro popolo.
Anzitutto il servizio religioso, che è il fondamentale, la proposta del Vangelo di Cristo,
del Vangelo di salvezza per ogni uomo... Una Chiesa, insomma, che è vicina alla gente.
Credo che valga anche il contrario: la gente, cioè, deve essere vicina alla Chiesa. Perciò
io credo che la nostra gente saprà essere sensibile, come in fondo è sempre stata, ai
bisogni della vita complessiva della Chiesa. Vita complessiva che non riguarda soltanto il
sostentamento del clero, ma riguarda la costruzione delle chiese, la riparazione delle
chiese vecchie, riguarda il culto, riguarda la catechesi, riguarda appunto le molteplici
forme della carità ecclesiale in Italia e nei Paesi del Terzo mondo».

Ai primi di dicembre 1989 si riunisce a Imola l'assemblea nazionale dei 130 settimanali
cattolici italiani, i cui lavori sono aperti da monsignor Ruini. Il segretario generale della
Cei afferma, tra l'altro, che la «trasmissione della fede» è in crisi al punto che occorre una
nuova evangelizzazione; quindi lamenta il modo in cui i mass media si occupano della
Chiesa, considerandola una realtà mondana e troppo spesso dipingendola come
politicizzata e conflittuale.
Monsignor Ruini è molto sensibile alla problematica dei mezzi di comunicazione di
massa, essendo essi strumenti di potere: dunque partecipa ben volentieri al convegno
internazionale "Mass media e religione" promosso a Roma in dicembre dall'Iscos (Istituto
per le comunicazioni sociali) collegato alla Congregazione dei salesiani. I media
richiamano il denaro, e il segretario generale della Cei, per mezzo di una apposita
conferenza stampa, informa che dal precedente aprile i contributi versati dagli italiani per
il «sostegno economico della Chiesa» come «erogazioni liberali» fiscalmente deducibili
ammontano a circa 8 miliardi di lire: «Una piccola goccia» rispetto alle esigenze del clero
precisa monSignor Ruini ma comunque «promettente» data la «disinformazione dei
contribuenti».
Sul finire dell'anno di grazia 1989 il segretario generale della Cei non dimentica il suo

2 Quattro mesi dopo, il 2 febbraio 1990, il Papa nominerà nuovo assistente ecclesiastico generale dell'Ac
monsignor Salvatore De Giorgi.
interessatissimo amore per la Democrazia cristiana: infatti, intervenendo all'assemblea dei
lavoratori di Azione cattolica, annuncia con enfasi che «sta incominciando un processo
per fare santo Alcide De Gasperi». La notizia della stravagante beatificazione dello
storico leader democristiano provoca polemiche. L'europarlamentare socialista don
Gianni Baget Bozzo addebita a De Gasperi il «peccato mortale di avere favorito la
carriera politica di Giulio Andreotti». Secondo il filosofo cattolico Augusto Del Noce, «è
impossibile non scorgere in un uomo politilo, anche assolutamente onesto, qualche
atteggiamento machiavellico: una virtù politica poco cristiana».

La Conferenza episcopale italiana si occupa anche del crollo del Muro di Berlino e della
fine del comunismo nell'Europa dell'est. Lo fa con un documento intitolato «Messaggio
del Consiglio episcopale permanente per il rinnovamento cristiano dell'Europa e
dell'Italia», presentato ai giornalisti dal segretario generale della Cei il 22 gennaio 1990.
Questi avvenimenti dice monsignor Ruini illustrando il documento danno «nuova
concretezza storica» all'ideale di un'Europa unita e pacifica, ponendo all'Occidente e
all'Italia l'esigenza di una solidarietà «concreta e generosa» non limitata al solo aiuto
economico. Sul piano interno, «la presa d'atto del fallimento del comunismo sembra
accompagnarsi a un rafforzamento di tendenze laiciste che, appellandosi a un falso
concetto di libertà, si mantengono comunque chiuse ai valori spirituali e trascendenti».
Insomma, oltre ai necessari aiuti economici, ai Paesi ex comunisti occorre dare «qualcosa
di più profondo, che riguarda il nostro modo di essere e di vivere, l'uso delle nostre
libertà, la testimonianza che sapremo offrire ai popoli che ora riprendono il cammino
della democrazia».

II lungo "Messaggio" episcopale illustrato da monsignor Ruini dopo la politica estera


prende in esame la situazione sociopolitica italiana. I vescovi rinnovano la
preoccupazione per le disuguaglianze, la povertà, la e marginazione provocate dal nostro
sistema di sviluppo, mali che possono arrivare a minare l'ordine pubblico. Denunciano l'
«industria dei sequestri che si sviluppa senza più alcun riguardo per le condizioni più
delicate e fragili della vita umana», quindi manifestano «piena e vigile solidarietà ai
vescovi e ai sacerdoti impegnati a resistere, smascherare, correggere mafia, camorra e le
altre organizzazioni del crimine, che assumono la di mensione di una autentica
guerriglia».
Infine monsignor Ruini esprime grande soddisfazione per l'andamento delle offerte
inerenti il sostentamento del clero: quelle "deducibili" relative al 1989 sono arrivate a
quota 25 miliardi di lire, mentre a maggio, finalmente, prenderà il via il conferimento
dell'8 per mille dell'Irpef. Il segretario generale della Cei conclude la conferenzastampa
con un auspicio: che la presentazione delle modalità per offrire l'8 per mille dell'Irpef alla
Chiesa avvenga in un clima di serenità, senza messaggi di tipo ideologico.
In Italia continua la crisi delle vocazioni religiose: le suore nel 1973 erano 145 mila, alla
fine del 1988 erano «120 mila; nello stesso periodo i frati sono diminuiti da 27.500 a 20
mila. Per superare la crisi, monsignor Ruini propone di rilanciare a livello di massa la
nozione della vita religiosa come "elezione", cioè come chiamata da parte di Dio: «Solo
se c'è questa diffusione della coscienza di questa "elezione", ci sarà la disponibilità a
mettersi su questa strada in salita, fatta di spini e di sassi in mezzo ai quali dobbiamo
muoverci». Per meglio diffondere questa coscienza, e più in generale per soddisfare tutte
le esigenze comunicative della Chiesa italiana, monsignor Ruini annuncia che le 450
radio e le 50 emittenti tv ecclesiali «dovranno darsi strumenti unitari e anche parole
comuni da dire attraverso le loro programmazioni»; quindi precisa che la Cei garantirà ai
media cattolici il massimo impegno, «anche economico», per potenziarli e coordinarli.
Alla fine del 1990 nei corridoi della Curia vaticana si da per imminente il pensionamento
del Vicariopresidente cardinale Poletti (con l'accettazione papale delle dimissioni che il
porporato ha dovuto presentare al compimento del 75° anno di età), e si da per certa la
nomina del suo successore designato: monsignor Ruini.
Trittico di potere

L'anno 1991 è quello dell'approdo carrieristico del segretario generale della Cei,
specie di consacrazione una e trina come la Santissima trinità. Il 17 gennaio Giovanni
Paolo II da corso alle dimissioni del cardinale Poletti dalla carica di Vicario papale
per la diocesi di Roma, e nomina provicario monsignor Ruini.
Durante la cerimonia, allestita in Vaticano nella Sala del Concistoro, papa Wojtyla
afferma che il successore del cardinale Poletti è «persona particolarmente preparata
per assumere l'importante e delicato incarico»: lo è non solo per l'esperienza che ha
maturato «nei vari campi dell'apostolato» e per la sua «profonda conoscenza della
nazione italiana» e della città di Roma. Ecco perché - dice Giovanni Paolo II rivolto a
monsignor Ruini - «ho deciso di affidarle ciò che ho di più mio e di più caro: Roma
apostolica, coi suoi incomparabili tesori di spiritualità cristiana e di tradizione
cattolica; con le sue forze vive di sacerdoti, di comunità religiose, di laici impegnati;
ma anche con le sue innumerevoli esperienze umane, con i suoi mille fermenti e con i
suoi problemi, con le sue certezze e le sue inquietudini, con le sue realizzazioni e le
sue attese... Sono certo di trovare in lei», conclude il Pontefice, «come nel degnissimo
suo predecessore in questo alto incarico, un collaboratore esperto, fidato, generoso,
che saprà posporre ogni altro interesse alla cura assidua e affettuosa della città».
Subito dopo la nomina, monsignor Ruini rivolge il suo primo messaggio da provicario
papale agli oltre mille sacerdoti di Roma. Afferma di voler avviare con loro un
«rapporto fatto di comunione, amicizia e fiducia nella missione che ci è comune al
servizio della diocesi di Roma», consapevole «per lunga esperienza personale della
fatica, difficoltà e sofferenze che si incontrano nel nostro ministero». Quindi rivolge
un pensiero «riconoscente e affettuoso» al cardinale Poletti, ricordando l' «eccezionale
impulso che egli ha saputo dare all'edificazione di un'autentica comunità diocesana».
Fra i molti telegrammi di felicitazione ricevuti da monsignor Ruini per la prestigiosa
nomina, quello del ministro dell'Interno italiano, il democristiano Vincenzo Scotti, è
particolarmente intenso: «La sua saggezza e la sua esperienza nei vari campi
dell'apostolato renderanno un grande servizio alla Chiesa cattolica romana che con i
suoi problemi e i suoi fermenti è stata sempre al centro dell'attenzione del suo illustre
predecessore. Le assicuro, per quanto di mia competenza, ogni possibile sostegno alla
sua futura azione pastorale a beneficio della comunità ecclesiale».
Il pensionato cardinale Poletti cessa anche nella carica di presidente della Conferenza
episcopale, che è una poltrona cardinalizia. Il Papa nomina provvisorio presidente il
cardinale Salvatore Pappalardo (arcivescovo di Palermo e vicepresidente della Cei).
Tra il serio e il faceto, monsignor Ruini si definisce segretario generale della Cei
provvisorio, e annuncia che manterrà la carica fino a quando il Papa nominerà il
nuovo presidente. È una commedia, un gioco delle parti, dato che è tutto già definito:
sarà lo stesso Ruini a sedere sulla poltrona di numero uno della Cei, appena verrà
creato cardinale nel Concistoro di giugno.
Ma i giochi di potere della Curia vaticana non possono aspettare fino a giugno, è
opportuno stringere i tempi. Ed ecco allora, ai primi di marzo, l'annuncio: il Papa
nomina monsignor Ruini presidente della Conferenza episcopale (con monsignor
Dionigi Tettamanzi come segretario generale). Per la prima volta nella storia della
Cei, il presidente non è un porporato, ma del resto la carriera ruiniana è tutta un
miracolo. Il nuovo numero uno della Conferenza episcopale assicura «totale docilità
alle indicazioni del Papa» (il termine "docilità" è quanto mai appropriato), e si rivolge
«con speciale affetto e gratitudine al cardinale Poletti, che mi ha immediatamente
preceduto in questo ufficio e con il quale ho avuto la possibilità di una diretta e
strettissima collaborazione per tutto il mio mandato di segretario».
Al neopresidente Ruini pervengono le felicitazioni del presidente della Repubblica
italiana Francesco Cossiga. Segue un ricevimento in onore del provicario &
presidente all'ambasciata d'Italia presso la Santa sede, con illustrissimi invitati
democristiani: tra gli altri, il presidente del Consiglio Giulio Andreotti, il ministro
Rosa Russo Jervolino, i sottosegretari Francesco D'Onofrio e Mariapia Garavaglia, il
segretario della Dc Arnaldo Forlani, i parlamentari Scalfaro, Malfatti, Colombo e
Maria Eletta Martini.
Come previsto, durante il Concistoro del 29 giugno Ruini viene creato cardinale. Due
poltronissime più la porpora, un tris d'assi che rende il fortunato particolarmente
euforico. Infatti la sera stessa il neocardinale organizza, nella solenne Sala dei papi
del palazzo del Vicariato, un party all'insegna della mondanità di potere: ben 800
invitati, un tripudio di politici, alti prelati, banchieri, boiardi di Stato, cardinali,
aristocratici, che arrivano al Palazzo del Laterano a bordo di auto blu, limousine,
targhe del corpo diplomatico, scorte armate.

Benché il party sia esclusivo e non siano ammessi fotografi né cineoperatori, trapela
l'identità di alcuni dei partecipanti: il segretario di Stato vaticano cardinale Angelo
Sodano, il principe Lilio Sforza Ruspoli e gentile signora, più una schiera di ministri e
parlamentari democristiani: Arnaldo Forlani, Mauro Bubbico, Francesco D'Onofrio,
Gianni Prandini, Franco Marini, Leopoldo Elia, Maria Eletta Martini e Rosa Russo
Jervolino; più i giornalisti democristiani Angela Buttiglione e Gustavo Selva; il
presidente dell'Iri Romano Prodi, il sindaco di Roma Franco Carraro, l'amministratore
delegato di Comunione e liberazione Giancarlo Cesana, il boiardo di Stato Ettore
Bernabei. Eccetera, eccetera, eccetera 1.

All'inizio del 1991 è scoppiata la guerra del Golfo: l'Occidente contro l'Iraq invasore
del Kuwait. La posizione dei vescovi italiani sul tema la illustra alla stampa il loro
presidente Ruini: «Consapevoli che la guerra non risolve i problemi esistenti fra le
nazioni, i vescovi italiani, con il Papa, chiedono a Dio la rapida fine del conflitto e il
ristabilimento dell'ordine internazionale, per il bene di tutti e in particolare per una
giusta pace nell'intera regione del Medio oriente». Però la Cei ruiniana non apprezza
l'eccessivo pacifismo di associazioni e movimenti cattolici, che si spingono a
sollecitare non solo l'obiezione di coscienza ma anche la diserzione.

Una delle prime decisioni della Cei presieduta da Ruini è l'inclusione di Comunione e
liberazione nella Consulta dell'Apostolato dei laici della Chiesa. E uno dei primi
appelli di Ruini Vicario papale e presidente della Cei è per l'incremento delle nascite:
«I bambini sono una benedizione di Dio. Vorrei vederne molti nella città di Roma,
perché il problema delle nascite nella capitale e in Italia è sempre più grave. È un
segno di poca fiducia in Dio e nella speranza nella vita». È subito chiaro, però, che il
nuovo capo della Chiesa italiana ha come primario obiettivo quello di ottenere che le
scuole cattoliche non vengano più considerate private, ma siano equiparate alla scuola
pubblica e come tali vengano finanziate dallo Stato:

«L'episcopato intende operare con sollecitudine e energia per giungere alla concreta
promozione in sede legislativa e amministrativa dell'uguaglianza e della parità delle scuole

1II buffet, nella Sala della Conciliazione, è ricco di bevande e di cibo (crèpes alla besciamella, sformati
di carciofi, medaglioni di vitello con funghi, mozzarelline... fino a dolci d'ogni genere), giusto per
esorcizzare il flagello della sete e della fame nel mondo
cattoliche... Le scuole cattoliche sono una risorsa sulla quale sviluppare coerentemente il
disegno di una società fondata sui valori della libertà, della solidarietà, della partecipazione,
dell'autonomia. L'episcopato chiede una più risoluta attuazione dei principi di democrazia che
sono iscritti nella stessa Costituzione, così da garantire in concreto piena uguaglianza e libertà
ai cittadini anche nella scelta scolastica. Dare alla scuola cattolica la pienezza dei suoi diritti
non rappresenta una rivendicazione assistenzialistica: è la strada necessaria dello sviluppo
della democrazia, che già molti Paesi d'Europa hanno coerentemente percorso».

A beneficio di chi non avesse ben compreso, il cardinale Ruini spiega: «Assicurare,
con precisi interventi normativi, amministrativi e finanziari, alla scuola cattolica e in
concreto alle famiglie l'effettivo esercizio di una libertà costituzionalmente garantita,
significa inoltre contribuire alla crescita della scuola italiana nel suo complesso,
secondo una linea globale di parità e di autonomia, ma anche di reciproca
collaborazione, integrazione e stimolo. La scuola infatti, in un momento di così ampie
e profonde trasformazioni sociali, culturali, economiche e politiche, deve essere
riconosciuta come una vera priorità per lo sviluppo del nostro Paese». Il cardinale
Ruini è scaltro come un vero democristiano: poiché la Costituzione italiana, all'art. 33,
stabilisce espressamente che le scuole private sono legittime ma «senza oneri per lo
Stato», basta togliere alle scuole cattoliche l'etichetta di private e il gioco è fatto, il
divieto costituzionale è aggirato e i finanziamenti statali possono arrivare.

Nell'autunno del 1991 la politica italiana è in fibrillazione. Con la caduta del Muro di
Berlino e la fine del "pericolo comunista", la vecchia e corrotta Democrazia cristiana
è attanagliata da una profonda crisi: studiosi cattolici parlano di irreversibile tramonto
del partito, si susseguono voci di scissioni e progetti di nuove formazioni politiche
rivolte all'elettorato cattolico.
Allora il cardinale Ruini si erge a baluardo della Dc: in un'Italia nella quale il
cattolicesimo è «una realtà ben presente e capace di futuro», nonostante le insidie del
relativismo religioso e morale, i vescovi italiani ritengono ancora «pienamente valida
l'indicazione verso l'impegno unitario» dei cattolici in campo politico. Esistono valori
- afferma convinto il presidente della Cei - che richiedono «la convergenza e l'unità di
impegno dei cristiani», come ad esempio «il carattere sacro e inviolabile della vita
umana, il ruolo e la stabilità della famiglia fondata sul matrimonio, il pluralismo
sociale e la libertà di educazione». Secondo il cardinale Ruini, è necessario che i
cattolici continuino a riconoscersi nella Dc perché «anche dopo il fallimento
dell'ideologia comunista, permangono e anzi sembrano rafforzarsi nel nostro Paese
quelle tendenze culturali e politiche che, appellandosi a un falso concetto di libertà,
tendono a emarginare dalla realtà sociale e dalle istituzioni ogni riferimento all'etica
cristiana e alle più genuine tradizioni del nostro popolo». La sortita ruiniana a
sostegno della Dc scatena una tempesta nel mondo politico italiano. Il segretario
socialista Bettino Craxi (cioè il firmatario per lo Stato italiano del nuovo Concordato)
è indignato: «La libertà politica dei cattolici è un valore democratico infinitamente più
grande di qualsiasi pretesa del presidente della Conferenza episcopale di vincolare il
voto del cittadino cattolico a un determinato partito». Il Psi denuncia «i rischi di
un'indebita ingerenza in ordinamenti liberi, sovrani e distinti, quali sono quello dello
Stato e quello della Chiesa». Il segretario del Movimento sociale Gianfranco Fini
definisce le parole del cardinale Ruini «assolutamente inopportune», tanto più che
«nel recente passato da autorevoli esponenti della Chiesa era giunta la forte condanna
della scristianizzazione della società italiana sempre più atea e secolarizzata dopo un
quarantennio di egemonia politica della Dc». Duramente critico verso la tesi ruiniana
è il segretario del Pds Achille Occhetto: «L'unità politica dei cattolici è stata il portato
della guerra fredda, e dietro la scudo dell'unità sono stati possibili la convivenza tra
persone oneste e biscazzieri nello stesso partito, e l'affermarsi di quel partito-stato che
ha condotto al degrado attuale del sistema politico». Per il politologo gesuita
Bartolomeo Sorge, «senza una coraggiosa rottura con le collusioni, le clientele, gli
opportunismi deteriori, la Dc rischia di non corrispondere più alle domande dei
cattolici». Critico verso il cardinale Ruini anche il presidente della Repubblica
Francesco Cossiga. Di tutt'altro tono il commento del segretario democristiano
Arnaldo Forlani: «Tutti i farisei di questo mondo salgono in cattedra per dire cosa
dovrebbero fare i cattolici, e poi si strappano le vesti se in proposito anche i vescovi
esprimono la loro opinione. Curiosa concezione della libertà».
La ridda di polemiche induce il cardinale Ruini a una precisazione: «Dobbiamo avere
la preoccupazione di non confondere la Chiesa con la comunità politica, ma dobbiamo
anche avere un'altra preoccupazione: quella cioè di non consentire che la fede sia
ridotta a un fatto puramente privato senza una dimensione pubblica e sociale... Non
voglio negare che il mio sia stato un intervento con conseguenze politiche e con
rilevanze che possono essere anche politiche, però le finalità non erano certamente
politiche, ma erano di ordine morale e religioso... Si è detto che l'unità politica dei
cattolici non sarebbe più valida per il venir meno del pericolo comunista, anche se,
certamente, sotto questo profilo ha avuto un ruolo storicamente rilevante. Ma non è
nata di lì e non ha lì la sua radice più vera, più autentica. L'unità politica dei cattolici
si riferisce a dei valori, a dei contenuti che dobbiamo cercare di far vivere nel tessuto
sociale».
L'esecutivo del Partito socialista manda a Giovanni Paolo II e alla Cei un documento
di protesta con scritto: «Nel momento in cui la Repubblica italiana, democratica e
laica, riconosce l'importanza del magistero della Chiesa, un esercizio della autorità dei
vescovi volta a costringere il voto cattolico in un solo partito diviene una obiettiva e
grave coartazione della libertà di voto per i cittadini di un Paese a larga maggioranza
cattolica e costituisce quindi un vulnus a quei valori di libertà che ispirano la nostra
Costituzione, nella acccttazione dei quali è stata costruita l'ampia e articolata revisione
del sistema concordatario». La Conferenza episcopale replica al documento socialista
(definito di «totale impertinenza») con un comunicato ruiniano letto dal segretario
monsignor Tettamanzi: «I vescovi del Consiglio permanente unanimi riaffermano la
piena validità dell'impegno unitario dei cattolici italiani. I vescovi sottolineano
come si imponga ora in un modo molto più acuto il dovere irrinunciabile della
coerenza globale verso i molteplici valori connessi con la dignità dell'uomo. È un
dovere che si impone a ogni persona chiamata a compiere le proprie scelte e in
particolare ai cristiani che operano in campo politico».
All'inizio del 1992, mentre si avvicina la campagna elettorale per le politiche del 16
aprile, il cardinale Ruini si abbandona a una tipica esibizione di arroganza del potere.

Durante una conferenza stampa il presidente della Cei «conferma integralmente» il


richiamo «all'impegno unitario dei cattolici in ambito politico», si dice soddisfatto dei
«significativi consensi» ottenuti dalla sua presa di posizione in favore della Dc, quindi
gongola: «Sono poi caduti i tentativi, tanto infondati e disinvolti da apparire
stupefacenti, di contrapporre l'insegnamento del Papa a quello dei vescovi».
L'euforia ruiniana viene parzialmente incrinata da un clamoroso incidente che finisce
nelle cronache. Il parroco di San Lorenzo in Lucina (Roma), don Pietro Pintus,
contesta pubblicamente il cardinale Ruini dichiarando: «La sua pretesa dell'unità
politica dei cattolici è ridicola. Unità con chi? Con la Dc che fa alleanze con nemici
della Chiesa?». E ancora: «Ruini non è il nostro vescovo, è solo il Vicario del
vescovo, che è Karol Wojtyla». Infine, una grave accusa: «Si dice che il cardinale
Ruini sia massone, e io ci credo... Non c'è dubbio che è massone, agisce peggio che
un massone. E i responsabili del Vicariato sono una congrega di malaffare» 2. Invitato
vanamente a dimettersi, il sulfureo don Pintus - reo di lesa maestà - viene rimosso con
un decreto del Vicariato firmato dal cardinale Ruini.
Pochi giorni dopo il Vicario-presidente riaccende le polemiche tra ebrei e cattolici. Lo
fa con un articolo, pubblicato da un quotidiano romano, nel quale scrive che il Dio
manifestato da Gesù «era troppo diverso dal concetto di Dio su cui si erano fissati i
capi del popolo ebraico; di qui la loro decisione di sopprimere Gesù... Al contrario, gli
avversari di Gesù dovevano a ogni costo negare la sua resurrezione, proprio per non
riconoscersi addirittura sconfessati da Dio». Pronta e arrabbiata la reazione del
rabbino capo della capitale Elio Toaff: «Il cardinale Ruini ripropone tutti i luoghi
comuni del peggiore spirito antisemita, quello, per intenderci, che nei secoli passati
aveva condotto a molte infamie perpetrate dalla Chiesa contro gli ebrei, non ultima la
costrizione nei famigerati ghetti... Siamo tornati al lugubre linguaggio dei secoli
passati, secoli che non hanno davvero sempre fatto onore alla Chiesa cattolica, come
ha onestamente riconosciuto anche il Papa».
Durante la campagna elettorale che precede le politiche dell'aprile 1992 il cardinale
Ruini non fa mancare la sua voce a favore della Dc. Il 20 febbraio, davanti ai 320
parroci della diocesi capitolina, ribadisce la necessità che i cattolici votino uniti per il
partito democristiano, e invita i sacerdoti a diffondere questa «indicazione» presso i
fedeli.
Il vescovo di Caserta, monsignor Raffaele Nogaro, dissente dal Vicario-presidente:
«Se la Chiesa mostrasse di preferire un partito lascerebbe perplesso tutto il popolo di
Dio. Un monolitismo politico non potrebbe mai tradurre né rappresentare la libertà
della Chiesa». Ma il cardinale Ruini non sente ragioni, e il 9 marzo fa un vero e
proprio comizio: «Come Consiglio episcopale permanente abbiamo già confermato
l'indicazione circa l'impegno unitario dei cattolici in ambito politico e ne abbiamo
illustrato le motivazioni. Vorrei però aggiungere che un giudizio onesto sulla realtà e
una preoccupazione sincera per il bene del Paese richiedono di non acconsentire a un
pessimismo demotivante e di non cedere alle chiusure particolaristiche [allusione alla
Lega Nord, ndr] e alle spinte disgregatrici [allusione alla Rete dell'ex Dc Leoluca Orlando,
ndr]».
L'appello politico ruiniano non ha molto successo: alle elezioni del 5 aprile la Dc
scende per la prima volta al di sotto del 30 per cento dei voti, il peggior risultato della
sua storia. «Non mi meraviglia», commenta il cardinale Silvio Oddi, «che i cattolici
non abbiano seguito il consiglio dei vescovi. Il vescovo è già poco ubbidito nella
religione, figuriamoci se può esserlo in politica...». Un polemico comunicato delle
Comunità cristiane di base afferma che «il grande sconfitto è il presidente della Cei: i
proclami sull'unità politica dei cattolici attorno alla Dc e gli appelli alla mobilitazione
sono caduti nel vuoto». Ma Sua eminenza Ruini non la pensa così, e domanda
polemico: quanto avrebbe perso la Dc senza il nostro appello? Quindi, in un editoriale
su "Avvenire", assicura che i vescovi italiani continueranno a sostenere l'unità politica
dei cattolici, chiede alla De di rilanciare i valori predicati dalla Chiesa, e invita il
mondo cattolico a non infierire con le critiche rivolte al partito democriNliano in
difficoltà.
Sua eminenza il Vicario-presidente è però lesto a cavalcare il colossale scandalo di
Tangentopoli che l'inchiesta giudiziaria Mani pulite, in pieno corso a Milano, Ma
portando alla luce. Aprendo in Vaticano l'assemblea generale della Cei, 1* 11 maggio
2 Cfr. "La Stampa", 11 febbraio 1992; "Corriere della sera", 12 e 13 febbraio 1992
1992, il cardinale Ruini ne parla come di «vicende gravi e sconcertanti» che rivelano
«pesanti deviazioni nella vita pubblica, all'interno dei partiti, delle istituzioni, delle
imprese». L'intemerata ruiniana è implacabile: «La questione morale, da molto tempo
presente nella vita politica e sociale, è ora emersa con una forza nuova, che sembra
inarrestabile oltre che salutare... La questione morale non tollera né la facile
scappatoia di chi vuol ridurla a una quasi fisiologica risultanza del sistema sociale, né
la pesante ipocrisia di chi volentieri la solleva contro gli altri, ma cerca in ogni modo
che la propria parte politica o i propri amici di gruppo siano lasciati fuori».
Pochi giorni dopo il Vicario-presidente non riesce a tenere a bada la sua peculiare
propensione all'arroganza del potere. Accade durante una conferenza stampa in
Vaticano. I giornalisti presenti protestano per la tardività e la lacunosità delle notizie
che ricevono dal Vicariato, e uno di loro - il sacerdote Pier Giuseppe Accor-nero,
inviato de "L'Eco di Bergamo" - dice rivolto a Sua eminenza: «Dunque non vi è
possibile comunicare alla stampa ciò che a questa veramente interessa? Lei, eminenza,
aveva detto che la Cei vuole stabilire coi media un rapporto fatto di "rispetto, capacità
di dialogo, onestà intellettuale", ma qui quell'impegno viene smentito». La replica del
cardinale Ruini è stizzita: «Lasciamo stare la retorica. Sulla retorica io ci rido sopra».
La sprezzante maleducazione ruiniana induce don Accornero e altri giornalisti a
lasciare la sala per protesta.
Sul fronte della politica italiana, a giugno 1992 nasce un debole governo quadripartito
(Dc, Psi, Psdi e Pli) presieduto dal socialista Giuliano Amato. È un governo "vecchio"
non guidato dalla Dc, che però la Cei approva e sostiene esortandolo a farsi carico dei
problemi del Paese. Ciò provoca una furibonda reazione della Lega Nord, con un
comunicato firmato dalla parlamentare Irene Pivetti, superdevota responsabile della
Consulta cattolica leghista: «L'appello filogovernativo dei vescovi è un palese
tentativo di ricostruire una verginità posticcia alla Dc in relazione alla questione
morale. Questa indebita commistione tra sfera religiosa e partitocrazia è una vera e
propria sciagura per la cristianità, assimilata nella pubblica opinione al mondo
dell'affarismo politico. Appoggiare un governo abusando dell'autorità spirituale dei
vescovi», conclude l'onorevole Pivetti, «significa dare a Cesare quel che è di Dio, e le
responsabilità di Ruini, per il discredito che ne deriva alla Chiesa italiana, sono
gravissime. Vendere l'autorità spirituale nel mercato politico è una forma di moderna
simonia».
Il cardinale Ruini non replica all'attacco leghista, forse perché è in tutt'altre faccende
affaccendato. Per esempio, sta preparando la cacciata del gesuita padre Ennio
Pintacuda dal Centro studi sociali Pedro Arrupe di Palermo. Padre Pintacuda è
colpevole di sostenere la Rete dell'ex democristiano Leoluca Orlando, nuova
formazione politica che avversa la Dc e che dunque è invisa al Vicario-presidente.
Padre Pintacuda viene "licenziato" a metà settembre 1992: formalmente il
provvedimento è del superiore generale dei gesuiti italiani, padre Giangiacomo
Roteili; in realtà, l'ispiratore-regista del provvedimento è il cardinale Ruini.
Poi i fulmini ruiniani colpiscono don Mario Mazzoleni, un sacerdote bergamasco
colpevole di apprezzare troppo il santone indiano Sai Baba e di avere scritto il libro
autobiografico Un sacerdote incontra Sai Baba. «Il cardinale Ruini mi ha convocato a
Roma offrendomi la possibilità di ritrattare: sul tavolo il cardinale aveva una lettera di
abiura già compilata, sarebbe bastato che la firmassi... Ma dovevo scegliere fra l'esilio
dall'istituzione ecclesiastica o l'esilio dalla mia coscienza: non potevo scegliere
quest'ultimo». Così don Mazzoleni riceve via posta una "bolla di scomunica" firmata
dal cardinale Ruini.
Il presidente dei vescovi italiani continua a seguire con apprensivo occhio di riguardo
l'evolversi della situazione politica italiana, mentre la Dc e i suoi alleati governativi
sono sempre più terremotati dallo scandalo di Tangentopoli. «La crisi dell'Italia è
grave ma non irrecuperabile», predica Sua eminenza davanti all'assemblea dei
vescovi, «in politica bisogna aprire spazi a persone nuove». Poi si spinge a sostenere
che la corruzione politica e l'aborto sono due facce della stessa medaglia. Allora il
leader radicale Marco Pannella perde la pazienza: «Voglio dire chiaramente al
cardinale Ruini che è un bene per tutti se smette di fare la mosca cocchiera del regime
e del disastro italiano. Continuare a sostenere che la fede debba tradursi
deterministicamente in giudizi identici o convergenti ai comportamenti politici,
significa soltanto immiserirla e esporla allo sfruttamento mondano. Continuare a
pretendere di avere titoli, anche giuridici e legali, per interferire, in quanto Chiesa e
Chiesa italiana, nell'autonomia della vita civile e istituzionale, significa accelerare i
tempi perché si giunga all'abrogazione del regime concordatario».

All'inizio del 1993 la crisi del sistema politico italiano tocca l'apice. Lo scandalo di
Tangentopoli travolge tutti i partiti e mezza classe imprenditoriale: l'inchiesta Mani
pulite ha scoperchiato un verminaio di corruttele, tangenti, ruberie, evasioni fiscali,
fondi neri. Un sistema di illegalità così diffuso da vanificare lo Stato di diritto. Il
governo Amato è in agonia.
La Democrazia cristiana, al governo da quasi mezzo secolo, è l'epicentro delle
corruttele di Tangentopoli, la forza politica con le maggiori responsabilità: quasi tutti i
suoi leader sono coinvolti nell'inchiesta Mani pulite. È un partito ormai decomposto
(si scioglierà pochi mesi dopo, nel gennaio del 1994), indifendibile, così anche il
cardinale Ruini prende coraggio e sfodera una buona dose dell'opportunismo di cui è
dotato. Sua eminenza il presidente della Cei non può più far finta di niente, non può
più tacere: «Via i corrotti dalla politica!». E ancora: «Coloro che hanno mancato
devono farsi da parte!», tuona il Vicario-presidente nell'inedito e improvvisato ruolo
di moralizzatore della politica. Perché «è triste e preoccupante constatare come la
questione morale coinvolga in larga misura esponenti politici, responsabili
amministrativi, operatori economici e altri cittadini che si professano cristiani».
Il vescovo di Ivrea, monsignor Luigi Bettazzi, critica la Cei per il ritardo col quale i
vescovi si sono espressi sulla corruzione pubblica: «Finalmente ha parlato anche il
cardinale Ruini! Finalmente, perché ho sentito non pochi lamentarsi che i vescovi,
così pronti a parlare in altri campi, non avessero levato tempestivamente una voce
chiara di condanna per questo disordine così diffuso e così esiziale per la vita della
società».
Il sacerdote-politologo don Gianni Baget Bozzo (non ancora sedotto dal potere
berlusconiano) mette il dito nella piaga senza giri di parole:

«La Chiesa italiana sa di non poter evitare le responsabilità di Tangentopoli: la credibilità


episcopale è in gioco. Come ci si può definire maestri di morale, e in campi tanto vitali e
delicati come quello del sesso, adoperando il massimo di rigore, quando gli uomini che i
vescovi indicano con la loro autorità pastorale al voto dei cattolici sono accusati di
corruzione, concussione, mafia, 'ndrangheta, omicidio? L'unità dei cattolici è da almeno
trent'anni un abuso dello spirito... Se i democristiani non avessero avuto assicurato il voto
ecclesiastico qualunque cosa facessero, essi non sarebbero andati tanto oltre. Senza l'unità dei
cattolici non si sarebbe creato il clima di sicurezza nel potere, che è stato il presupposto
morale di quel sentimento del "tutto è lecito" che ha distrutto nei democristiani il sentimento
cristiano della politica. Le ripercussioni di questo fatto incidono sul rapporto globale degli
italiani con la Chiesa cattolica. Giustamente il cardinale Ruini chiede agli inquisiti di
abbandonare la politica. Ma ci vorrà qualcosa di più. Il sistema ha garantito delle carriere
politiche durate decenni, che oggi occupano ancora il proscenio [...]. Il rischio più grave per la
Chiesa italiana è di cadere innanzi al popolo italiano sulla questione morale. Ma quando,
cardinale Ruini, si leggono le vere storie delle case per i vecchietti usate per schermo del puro
furto, si può domandare che cosa aspetta la Chiesa italiana per denunciare coloro che hanno
abusato in tal modo del nome cristiano?» 3.

Ai primi di aprile 1993 l'agenzia dell'episcopato italiano Sir annuncia che i vescovi
pongono all'attenzione della Dc la necessità di «selezionare mille nuovi candidati da
proporre al Paese alle prossime elezioni politiche», e sollecitano il partito
democristiano «a ripensare la forma-partito, in relazione alle novità strutturali di
questi anni». Davanti ai vescovi italiani riuniti in Vaticano, il cardinale Ruini
imbriglia gli ardori innovativi: «È un'illusione che attraverso un cambiamento
politico, sociale o istituzionale, possano essere eliminate radicalmente le cause del
malessere e della corruzione... Occorre la fede cristiana, per cambiare ciò che ostacola
o corrompe il bene comune del Paese»; quindi ripropone l'unità dei cattolici in una Dc
rinnovata. Ma alcuni vescovi dissentono, come l'arcivescovo di Firenze monsignor
Silvano Piovanelli: «L'unità politica dei cattolici si fa sui valori. E se ci fossero tre,
quattro, cinque partiti coerenti con questi valori, ebbene, l'elettore cattolico potrebbe
scegliere».
Alle elezioni amministrative del giugno 1993 la Dc registra un nuovo tracollo di
consensi. Il settimanale "Famiglia cristiana" commenta: «Le elezioni del 6 giugno
hanno portato all'evidenza più compiuta la fine dell'unità politica (o meglio, partitica)
dei cattolici... Si è conclusa l'esperienza dell'unità sotto il simbolo democristiano». Ma
la Cei del cardinale Ruini non sente ragioni: «L'unità politica dei cattolici è un valore
pastorale e sociale che in Italia non è finito, anzi serve ancor più in questo momento
in cui nel Paese si progetta il nuovo e si deve garantire una presenza cattolica
politicamente rilevante».
Approfittando del terremoto politico-istituzionale in corso, il cardinale Ruini viola il
Concordato e fa politica apertamente, senza più remore o cautele formali. L'ingerenza
ruiniana nella politica italiana si fa ossessiva, petulante, opprimente. Il Vicario-
presidente non si rassegna alla fine della Dc, e cerca di tenere in vita il partito
democristiano quale garante della presenza cattolica nella politica italiana, a tutela
degli interessi temporali della Chiesa. Mentre con una mano finge di cavalcare
l'indignazione popolare per Tangentopoli e di condividere le istanze innovative, con
l'altra mano Sua eminenza vuole che niente cambi, pretende che la Dc resti
l'architrave e il perno del sistema politico.

3 "La Repubblica", 24 marzo 1993


Principe teocratico

Alle elezioni politiche del marzo 1994 - le prime con il nuovo sistema maggioritario -
la Dc non partecipa. Infatti il partito democristiano non c'è più, e dalle sue ceneri sono
nati due partiti cattolici: il consistente Ppi (Partito popolare italiano) di centro, e il
minuscolo Ccd (Centro cristiano democratico) di centro-destra.
11 cardinale Ruini, pur continuando a predicare l'unità dei cattolici in un'unica forza
politica di ispirazione cristiana, propende comunque per il più robusto Partito
popolare, che riunisce gran parte dell'ex Dc. Ma le elezioni le vince il partito-azienda
di centro-destra Forza Italia alleato col Ccd, e allora Sua eminenza comincia a
guardare a destra.
Il capo di Forza Italia, l'ex palazzinaro Silvio Berlusconi, è un personaggio
impresentabile: benché si dica ultra-cattolico ha due mogli e due famiglie, conduce
uno stile di vita che del cattolicesimo è la negazione, è stato affiliato alla massoneria
segreta della P2, è uno dei protagonisti di Tangentopoli, è stato riconosciuto colpevole
di falsa testimonianza da un tribunale, è stato sospettato di riciclaggio di denaro
sporco e di collusioni mafiose; in più, si è dato alla politica per salvare il suo illecito
impero televisivo e per evitare di finire in carcere. Ma tutte queste cose al pragmatico
cardinale Ruini non interessa no: a Sua eminenza interessa piuttosto stabilire un
rapporto di potere con l'onorevole Berlusconi, padrone del più votato partito italiano e
nuovo capo del governo.
Durante il suo discorso programmatico in Parlamento, il presidente del Consiglio
Berlusconi si dice «di fede cattolica», chiede «l'aiuto di Dio», e promette alla Chiesa
provvedimenti ad hoc per famiglia e scuola privata «Chi intende operare da cristiano
in ambito sociale e politico», gli risponde il cardinale Ruini, «è chiamato a una
coerenza non settoriale. È logico, e direi è fisiologico, che la comunità cristiana abbia
una attenzione speciale per chi agisce realmente secondo questa prospettiva, facendo
della visione cristiana dell'uomo l'orizzonte e il quadro del suo impegno».
Impegnato, come presidente della Cei, a blandire il nuovo potere berlusconiano, il
cardinale Ruini non per de certo di vista il suo ruolo di Vicario del Papa per la diocesi
di Roma. A maggio del 1994 benedice la prima pietra della chiesa parrocchiale
dedicata al fondatore dell'Opus Dei, il beato Jose Maria Escrivà de Balaguer, che
sorgerà nei pressi dell'Eur. Quindi lancia un grido d'allarme: «Roma non è più
cristiana... Cresce spontaneamente in noi l'impressione di essere in presenza di una
società, ma anche di persone e di famiglie, non più cristiane: anzitutto nei
comportamenti e nei valori a essi sottesi, quindi anche nelle convinzioni».
Il governo Berlusconi dura solo pochi mesi, la maggioranza di centro-destra si sfascia
alla fine del 1994; il cardinale Ruini ne è deluso e come indispettito. «Nella fase di
cambiamenti rapidi e profondi, e talvolta traumatici, che già da qualche anno stiamo
attraversando», dichiara Sua eminenza nel gennaio del 1995 al Consiglio permanente
dell'episcopato, «è in ogni caso una necessità primaria non dimenticare che
apparteniamo tutti a un'unica Nazione. Perché la volontà di influire più direttamente
sugli indirizzi del Paese, e il connesso acuirsi della competizione politica, possono
avere esiti positivi e non dilaceranti soltanto se restano ancorati alla ricerca del
superiore interesse del Paese, evitando da parte di ciascuno di eccedere negli attacchi
e nei processi alle intenzioni».
Nel marzo del 1995 il Partito popolare subisce una mini scissione: la minoritaria ala
destra guidata da Rocco Buttiglione passa con il centro-destra berlusconiano, mentre
il partito si schiera con il centro-sinistra. La spaccatura sancisce ulteriormente la fine
dell'unicità del partito cattolico tanto cara al cardinale Ruini, la Seconda repubblica
bipolare ha ormai due partiti cattolici: uno nel centro-sinistra e uno nel centro-destra.
Il Vicario-presidente ne prende atto: «Eventi recentissimi e dolorosi hanno condotto a
un'ulteriore e più grave frattura nella rappresentazione politica che fa riferimento
all'ispirazione cristiana. È andato così ancora più avanti e sembra praticamente giunto
a compimento quel processo che, nell'arco di dieci anni, ha visto declinare l'impegno
unitario organizzato dei cattolici in ambito politico». In fondo, pensa Sua eminenza,
non tutto il male vien per nuocere: con due partiti di riferimento, la Chiesa vince
sempre e comunque, sia che si affermi il centro-destra, sia che prevalga il centro-
sinistra.
Nell'autunno del 1995 monsignor Arrigo Pintonello, vescovo emerito di Terracina-
Latina oramai novantenne, denuncia alla procura della Repubblica di Roma il
cardinale Ruini e tre suoi collaboratori (i monsignori Liberio Andreatta, Luigi Moretti
e Mario Allario).
Il denunciante afferma che i denunciati gli avrebbero sottratto un patrimonio del
valore di 113 miliardi di lire: l'opera pia Mater Ecclesiae, la fondazione Pro Gioventù,
l'emittente televisiva laziale Telejolly, e vastissime proprietà terriere a Pomezia. «Mi
hanno tolto tutto», scrive monsignor Pintonello nella denuncia, dicendosi vittima di
«colpi di mano, abili artifizi, raggiri, pressioni, violenza morale e psicologica». Un
quotidiano ricostruisce i fatti così:

«Il piccolo impero di monsignor Pintonello, ex ordinario militare d'Italia, entrò in crisi alla
fine del 1992, per debiti. Monsignor Pintonello chiese aiuto al Vicariato, e intervenne
monsignor Liberio Andreatta, a cui l'ex ordinario militare firmò una procura generale, con il
beneplacito del cardinale Ruini. In seguito ad alcune operazioni con passaggi societari e
aumenti di capitale, la proprietà dell'Opera e della Fondazione passarono sotto il controllo
della Arciconfraternita dei Santi Angeli custodi, e anche Telejolly cambiò padrone. Ma
monsignor Pintonello si sentì estromesso, revocò la procura data a monsignor Andreatta, e
decise di adire le vie legali»1.

II Vicariato precisa: «Nessun colpo di mano, nessuna violenza, nessuna


appropriazione indebita», e monsignor Andreatta spiega: «Fu necessario rimuovere
monsignor Pintonello perché l'Opera, a causa di una gestione allegra e
approssimativa, stava per essere dichiarata fallita dal tribunale. Basti pensare che per
anni non erano stati pagati nemmeno i contributi Inps. Il Vicariato è intervenuto per
non gettare sul lastrico decine di famiglie». «È stato un passo obbligato», conferma
monsignor Luigi Moretti, segretario del Vicariato, «perché la Fondazione, essendo un
ente ecclesiastico, è posto dal Codice di diritto canonico sotto la responsabilità del
cardinale vicario». Il segretario del cardinale Ruini, don Mauro Parmeggiani, esprime
«sorpresa e interrogativi» perché la denuncia di monsignor Pintonello al tribunale di
Roma «prima di arrivare in Vicariato, è uscita dal tribunale ed è finita sui giornali».
Sui giornali finisce anche la sortita polemica che il cardinale Ruini rivolge al
cardinale Carlo Maria Martini. L'arcivescovo di Milano, pastore e intellettuale con
pochi eguali nella Chiesa, in tema di aborto esprime idee ben lontane dall'ottuso rigore
integralista: «Ciò che consideriamo come bene morale non sempre può essere tradotto
immediatamente in legge. Non basta proclamare il valore primario della vita nella sua
integralità se non si cercano anche strade politiche condivise che favoriscano l'amore
alla vita con la creazione di condizioni sociali favorevoli alle giovani coppie, al
sostegno delle condizioni della donna, alla politica della casa». Da burocrate del
potere quale è, il Vicario-presidente replica polemico al cardinale Martini affermando:

1"La Stampa", 30 novembre 1995.


«La dialettica democratica vive di consenso e di dissenso. La Chiesa, invece, non
deve rinunciare alla pretesa di verità insita nella fede cristiana».
All'inizio del 1996 le orecchie del cardinale Ruini fischiano. Già i magistrati milanesi
di Mani pulite hanno lamentato di non essere stati adeguatamente sostenuti dalla
gerarchia ecclesiastica nella loro azione contro la corruzione e l'illegalità di
Tangentopoli. Ma ecco che il 26 gennaio, all'apertura dell'anno giudiziario della
sezione lombarda della Corte dei conti, il procuratore regionale Antonio Mimmo
rincara la dose: non solo definisce «particolarmente deludente il silenzio che sulla
moralizzazione della vita pubblica» mantiene la Chiesa italiana, ma aggiunge che
«viene da pensare a un silenzio ingiusto, forse timoroso di subire censure per
un'esperienza di attività politiche passate».
Il cardinale Ruini si consola poche settimane dopo. E' in scadenza la sua carica di
presidente della Cei, che dura cinque anni. Il 7 marzo ottiene da Giovanni Paolo II il
reincarico per un secondo mandato. Dopo il quinquennio da segretario generale e
quello da presidente, Sua eminenza ottiene il tris: altri 5 anni, fino al 2001, come capo
dei vescovi italiani.
La conferma della poltronissima è accompagnata da una importante notizia,
annunciata dal cardinale Ruini con la dovuta letizia: lo Stato italiano si appresta a
versare nelle casse della Cei 1.425 miliardi di lire, e altri 800 miliardi arriveranno
successivamente. Sono le somme dell'8 per mille relative all'anno 1993, e il Vicario
presidente spiega come verranno utilizzate: 565 miliardi andranno al clero (di cui 10
saranno destinati al fondo "domestiche", non essendoci più le perpetue); 390 miliardi
sono destinati alle spese di culto (225 miliardi ripartiti fra le diocesi, 120 per l'edilizia,
45 ai monasteri di clausura, di facoltà di teologia e altri enti; 280 miliardi andranno
alle spese di carità (metà per opere nel terzo mondo); i restanti 190 miliardi saranno
spesi per il restauro dei beni culturali ecclesiastici. «Quando ho assunto, nel giugno
1986, la segreteria della Cei», puntualizza il Vicario-presidente in vena di auto elogi,
«avevamo appena i soldi per pagare lo stipendio agli impiegati. La Cei era in una
povertà estrema. Oggi invece disponiamo di una quantità ingente di denaro».
In vista delle elezioni politiche dell'aprile 1996 il presidente della Cei precisa: «La
Chiesa e quindi il clero e le varie realtà e espressioni ecclesiali non devono e non
intendono coinvolgersi con alcuna scelta di schieramento politico o di partito, ma ciò
non comporta una diaspora culturale dei cattolici, un loro ritenere ogni idea e visione
del mondo compatibile con la fede, o anche una facile adesione a forze politiche e
sociali che si oppongano o non prestino attenzione ai valori cristiani». In parole
povere: gli elettori cattolici scelgano pure liberamente tra il partito cattolico di centro-
sinistra e quello di centro-destra. Poi Sua eminenza attacca i propositi secessionisti
sbandierati dalla Lega Nord: «Se il problema della secessione si ponesse sul serio, è
chiaro che la Chiesa sarebbe sollecitata a impegnarsi su di esso in misura totale e
diretta. Il fatto stesso che il cattolicesimo resti, ancora oggi, la religione comune della
maggioranza del popolo italiano ne fa uno degli elementi della nostra identità
nazionale. Chiaro che si può essere buoni cattolici senza essere italiani. Il
cristianesimo è una religione universale, non vogliamo dargli una dimensione
nazionalistica. Ma in questa nazione e in questa società essa è anche - e per tradizione
millenaria - un fatto di unità. E la Chiesa intende porsi come fattore di unità».
Come Vicario del Papa per la diocesi di Roma, il cardinale Ruini durante l'estate del
1996 dichiara guerra a monsignor Emmanuel Milingo, il vescovo-esorcista di Lusaka
alle cui messe assistono migliaia di fedeli. Come la nomenklatura vaticana, anche il
cardinale Ruini considera monsignor Milingo fumo negli occhi, e gli scrive la
seguente missiva: «Ho il dovere di ricordare a Vostra eccellenza che non può
compiere atti liturgici e fare esorcismi nella diocesi di Roma senza il mio previo
consenso, che lei deve chiedermi direttamente prima di procedere. Le ribadisco
pertanto che lei non può d'ora in poi compiere celebrazioni liturgiche prima di
procedere». Ovvio che il "previo consenso" a monsignor Milingo verrebbe negato...
In autunno il Vicario papale per Roma tira le orecchie al devoto sindaco Francesco
Rutelli: «Ogni volta che vado in visita nelle zone periferiche della città sento gran di
lamenti. Ciò dimostra quanto siano attese nuove parrocchie. Anche sul piano sociale
si tratta di una cosa importante, visto che la parrocchia è il punto di aggregazione e di
vita del quartiere... Dal 1991, cioè da quando sono Vicario di questa diocesi, ho
inaugurato 26 nuove chiese, di cui 6 facenti parte del progetto per realizzare 50 chiese
prima del Giubileo. Speriamo che le altre 44 siano completate con solo pochi anni di
ritardo»2. Poi Sua eminenza torna a essere presidente dell'episcopato, e come tale
chiede, «con la forza e la tenacia che nascono dalla consapevolezza del proprio buon
diritto e del superiore interesse del Paese», l'urgente approvazione di una «legge
paritaria» per le scuole private. Nell'alternante dualità di potere, il cardinale Ruini non
dimentica di rivolgere periodiche laudi al Pontefice: «Provo per il Papa lo stesso
affetto di un figlio verso il padre, un padre donatoci da Dio... Ho il cuore pieno di
gioia e gratitudine verso il Santo padre e verso il Signore per la grazia che ha fatto alla
Sua Chiesa per avercelo dato... Ringraziamo il Papa per l'amore che porta per questa
città e per la donazione quotidiana di sé al mondo intero... Lo ringraziamo ancora per
la testimonianza di fede e per il coraggio che ci da... È il Papa del rinnovamento, del
rilancio spirituale della fede cristiana, è il Papa del coraggio e della speranza per
milioni di uomini», eccetera.
Intanto, dietro le quinte, il cardinale Ruini brandisce il bastone del comando con
piglio autoritario. Per esempio, convoca il superiore generale dei Paolini, don Silvio
Pignotti, e contesta la linea troppo progressista del settimanale "Famiglia cristiana" e
del mensile "Jesus", editi appunto dai Paolini. È il primo passo di una vicenda che
porterà al commissariamento della società editrice e al licenziamento di don Leonardo
Zega dalla direzione di "Famiglia cristiana".
Nell'autunno del 1996, mentre la campagna di delegittimazione condotta dai media
berlusconiani contro la magistratura milanese (accusata di fare politica) e contro
l'inchiesta Mani pulite (accusata di essere un complotto politico) raggiunge l'apice, si
profila una Tangentopoli-bis.
Aprendo il consiglio permanente della Cei, il 23 settembre, il cardinale Ruini si
indigna: «Dopo anni di interventi giudiziari e di sollevazione dell'opinione pubblica,
continua, anzi sembra allargarsi a sempre nuovi protagonisti, un sistema di rapporti
perversi che stravolge ogni certezza e norma di comportamento, a livello
amministrativo, politico, istituzionale». Poi, però, Sua eminenza aggiunge: «Mentre
persiste un forte sentimento di gratitudine e di solidarietà verso la magistratura per
l'opera quanto mai necessaria che svolge nella lotta alla corruzione e alla criminalità
organizzata, crescono anche le perplessità nei confronti di certi modi di esercizio della
giustizia penale. Fonte di speciale turbamento e disagio, che chiama in causa sia i
magistrati, sia i responsabili dell'informazione, è poi la pubblicità sistematica di atti
che dovrebbero rimanere segreti».
Due mesi dopo, il Vicario-presidente prende il coraggio a quattro mani e fa propria la
strumentale tesi della campagna berlusconiana contro la magistratura: «Nel nostro
Paese si è venuto a creare un intreccio speciale tra giustizia e politica, dal quale è

2 Il sindaco Rutelli, prostrato ai piedi di Sua eminenza, risponde: «Abbiamo già costruito 6 chiese,
mentre altre 6 sono in corso di costruzione, 9 sono state localizzate, per le restanti occorre variare il
piano regolatore...».
necessario uscire, per almeno due motivi: perché la dialettica politica non può essere
troppo a lungo condizionata dagli interventi giudiziari, e perché la giustizia non deve
in alcun modo apparire come un fattore del gioco politico». A Sua eminenza replica lo
scrittore cattolico Vittorio Messori:

«Con tutto il rispetto, non si può essere così sbrigativi. Proprio quella Chiesa che
dell'esortazione all'esame di coscienza ha fatto uno dei perni della sua predicazione dovrebbe
in questo caso praticarla essa stessa... A partire dal 1948, per 45 anni, un partito che portava
l'aggettivo "cristiano" è stalo protagonista assoluto della vita politica italiana. E allora è
inconcepibile che esortazioni al colpo di spugna non siano precedute da una domanda
drammatica: perché, dopo quasi mezzo secolo, tanta gente che si presentava come cattolica ha
concluso la carriera fra un gran tintinnare di manette, nella vergogna e nel disonore? Il
problema della giustizia riguarda, insieme agli esponenti degli altri partiti, coloro che militava
no sotto la bandiera "cristiana". Questo mettere da parte la domanda essenziale francamente
mi spaventa.
Il mondo cattolico deve anzitutto interrogarsi sulle ragioni del suo scacco, esattamente come
la classe dirigente liberale all'indomani di Caporetto. Dopo la disfatta, è necessario spiegare
perché leader politici che facevano la comunione tutti i giorni ci abbiano portato
all'emergenza giustizia [...].
La mia critica [è] rivolta a Ruini. E costretto, come tutta la gerarchia, a pronunciare discorsi
"politicamente corretti". Diciamolo pure, a barcamenarsi. Solo che, negando il contraccolpo
subito dalla comunità cattolica dopo l'esplosione della Dc, afferma qualcosa che non posso
condividere»3.

Le critiche di Messori coincidono con i preparativi di un viaggio del cardinale Ruini a


Cuba. Infatti all'inizio del 1997 il Vicario-presidente è a L'Avana, dove ha un
colloquio di due ore con il leader cubano Fidel Castro. «La mia visita a Cuba ha avuto
due significati», dichiara Sua eminenza ai giornali. «Uno che riguarda l'attività e le
iniziative della Cei in aiuto alla Chiesa di Cuba e anche al popolo cubano. Il secondo
significato naturalmente ha rapporto con la prossima visita a Cuba del Santo padre».
Intanto accade una fatto davvero singolare, ai limiti della provocazione: il cardinale
Ruini si fa tramite e latore di una onorificenza massonica per il Pontefice. Il Grande
oriente d'Italia di palazzo Giustiniani, attraverso il Vicario-presidente, attribuisce a
Giovanni Paolo II il riconoscimento dell'ordine di Galileo Galilei, massimo
riconoscimento massonico italiano per i non massoni, con la motivazione che il Papa
«ha promosso i valori della massoneria universale: fratellanza, rispetto della dignità
dell'uomo e spirito di tolleranza, cardini della vita dei veri massoni». Ma il Santo
padre rifiuta l'onorificenza massonica. Il cardinale Ruini tace, mentre il Gran maestro
della massoneria italiana abbozza: «Noi abbiamo inteso riconoscere i meriti di una
personalità come papa Wojtyla e tendere ancora una volta la nostra mano alla Chiesa.
Sappiamo che c'è chi è pronto a stringerla e ad ammettere che la storia dei nostri
rapporti è fatta di due secoli e mezzo di battaglie stupide».

Alla metà di luglio 1997 una "soffiata" curiale fa scoppiare lo scandalo del defunto
boss della banda della Magliana Enrico De Pedis: sepolto dal 1991 nella basilica
romana di Sant'Apollinare, in una lussuosa cripta di marmo e ori e pietre preziose,
grazie all'autorizzazione del cardinale Ugo Poletti.
L'opinione pubblica è allibita, i fedeli sono sconcertati. Il segretario del sindacato di
polizia Usp, Giampaolo Tronci, annuncia che la salma del boss verrà trasferita
in un normale camposanto: «L'unica soluzione possibile per non continuare a

3 "Corriere della sera", 27 e 28 dicembre 1996.


offendere la memoria di tanti poliziotti, carabinieri, magistrati, giornalisti e comuni
cittadini barbaramente assassinati, le cui spoglie non hanno avuto dalla Chiesa
l'ospitalità concessa a quelle di un assassino».
Secondo i giornali, la decisione del trasferimento del la salma del boss sarebbe stata
presa ai massimi livelli, e pianificata nei dettagli durante una riunione fra monsignor
Timothy Broglio (segretario particolare del segretario di Stato cardinale Sodano),
monsignor Mauro Parmeggiani (segretario del cardinale Ruini) e padre Pujal (per
conto dell'Opus Dei, cui la basilica era stata affidata nel 1991).
Il solitamente loquace cardinale Ruini, in questo frangente, brilla per il suo silenzio
(come già era accaduto al tempo dei fatti, nel 1991). Forse perché la notizia del
trasferimento della salma del boss della Magliana è falsa: De Pedis resterà
tranquillamente sepolto nella cripta della basilica, come se niente fosse. La falsa
notizia del trasferimento è stata diffusa dal Vicariato al solo scopo di placare lo
scandalo.
Il cardinale Ruini continua a tenere sotto controllo la situazione politica italiana: il
governo è provvisoriamente presieduto dall'amico Romano Prodi, che però non è più
tanto amico essendo il leader del centro-sinistra egemonizzato dagli ex comunisti del
Pds.
Nell'autunno del 1997 il Vicario-presidente polemizza di nuovo con il secessionismo
leghista, che definisce «infauste suggestioni separatiste, contrarie agli interessi
economici della nazione e di ciascuna delle sue aree, portate avanti con motivazioni
spesso inaccettabili sul piano morale». Il capo leghista Umberto Bossi gli replica da
par suo: «Con quel cognome, Ruini, è tutto un programma: è una ruina ["rovina" in
dialetto lombardo, ndr] per l'Italia. Lui, invece di predicare e praticare la povertà, va
dietro al dio denaro».
In effetti al presidente della Conferenza episcopale il denaro non manca, l'8 per mille
si sta rivelando manna dal cielo, una pioggia torrenziale di miliardi annui. Tanto è
vero che l'ormai ricchissima Cei annuncia il varo di una "tv satellitare dei vescovi" e
una radio, che verranno gestite da una apposita fondazione (presieduta da monsignor
Francesco Ceriotti, portavoce del cardinale Ruini), e per le quali sono stati stanziati
una ventina di miliardi. Inoltre, il Vicario-presidente organizza un convegno per
illustrare un ambizioso "Progetto culturale" il cui scopo dichiarato è quello di mettere
fine alla subalternità della cultura cattolica rispetto a quella laica. «Il vero problema
non è il rilancio della cultura cattolica», obietta lo scrittore Vittorio Messori, «ma è la
crisi della fede cristiana. Non serve a niente organizzare convegni, serve invece che i
cristiani si interroghino nuovamente se credono o meno al Cristo dei Vangeli. La
Chiesa deve tornare ad annunciare la fede, non inseguire buonismo e sociologismo a
buon mercato, magari con mega progetti tv».
Durante il biennio 1998-99 il cardinale Ruini non manca mai dalla ribalta mediatica
italiana. Per il suo ruolo istituzionale di presidente dell'episcopato, o come Vicario
papale per la diocesi di Roma; per la sua dimensione di principe della Chiesa e di
fiduciario papale, oppure come star della nomenklatura del potere: Sua eminenza
incombe sulla società italiana come un petulante angelo custode.

È una presenza non certo silente: le predicazioni del


Vicario-presidente continuano a essere fluviali e sui soliti temi. A partire dalla
consueta negazione menzognera «La Chiesa non fa politica. La Chiesa non appoggi
nessun partito... Sarebbe errato e fuorviante interpretare le prese di posizione della
gerarchia come funzionali a schieramenti o a ipotesi politiche». A seguire, tutto il
resto del repertorio ruiniano, che delinea i tratti di una vera e propria teocrazia:

L'ordine pubblico: «Servono provvedimenti che prevengano le forme di teppismo e di


violenza, facendo rispettare le leggi a tutti. Da troppo tempo comportamenti che se compiuti
da un singolo lo portano in prigione, se fatti da tanti diventano leciti".
Verità evangeliche e valori etici: «La Chiesa, quando fa sentire la sua voce anche tramite i
mass media cattolici, lo fa solo per proclamare le sue verità evangeliche e i valori etici. Verità
e valori che hanno i loro cardini irrinunciabili nella difesa del la vita fin dal primo
concepimento, nella condanna di aborto, eutanasia e manipolazioni genetiche, nella
promozione della scuola libera e della famiglia fondata sul vincolo del matrimonio cristiano».
L'attualità politica: «Notiamo con piacere il notevole sforzo di risanamento economico e
finanziario [per entrare in Europa]... Restano invece assai problematiche le condizioni della
vita sociale, a cominciare da quel nodo di fondo che è la gravissima mancanza di lavoro».
La nuova televisione satellitare della Cei, Sat 2000: «L'obiettivo della nuova tv è quello,
innanzitutto, di offrire una lettura degli avvenimenti, della vita, che abbiano un riferimento
preciso al Vangelo e che sappiano essere attuali».
Contro l'apertura dei negozi alla domenica: «Non possiamo non esprimere, come vescovi,
forte preoccupazione per la tendenza a concepire la flessibilità del lavoro in termini tali da
compromettere il riposo domenicale. Oggi il problema riguarda in particolare gli orari di
apertura dei negozi. Occorre ribadire che il lavoro domenicale, quando non risponda a servizi
essenziali e indispensabili, è da evitarsi per motivi non solo religiosi ma umani e sociali».
Finanziamenti statali alle scuole private: «La Cei non ha mai fatto questioni tecniche su come
avvengono i finanziamenti. Per noi l'essenziale è non accontentarsi di finanziamenti che
incidono poco sulla situazione economica degli istituti non statali».
L'Italia del bipolarismo: «Il cammino del nostro Paese, pur registrando sotto vari profili
progressi concreti e significativi, continua a essere piuttosto faticoso perché alcuni nodi,
antichi o più recenti, rimangono difficili da sciogliere, e anche perchè non sempre appaiono
chiare le mete verso le quali si le procedere, mentre assai alto e manifesto è invece il tasso di
litigiosità tra le diverse forze e componenti politiche, sociali e istituzionali».
Contro la legge che legalizza e regolamenta l'aborto: «È una legge alla quale ci opponiamo
con la stessa determinazione di vent' anni fa: l'aborto è un delitto abominevole».
I lavori della Commissione bicamerale per le riforme istituzionali: « Si ha una sensazione
ricorrente di incertezza, precarietà o difficoltà per riforme istituzionali tanto necessarie quanto
ardue a realizzarsi».
Finianziamenti alla scuola privata: «Nel nostro Paese le famiglie devono farsi carico di
quegli oneri che nella scuola pubblica a sono sostenuti dallo Stato, sebbene le tasse per
finanziare quegli oneri siano pagate anche dalle famiglie che mandano i loro figli e i loro
ragazzi alle scuole non statali».
La Seconda repubblica e la Prima: «La lunga transizione che l'Italia sta vivendo non lascia
vedere punti di approdo solidi e rassicuranti. Si sono diradate, certo, le illusioni e le
mistificazioni che tendevano a dare un'immagine troppo unilaterale, e sostanzialmente falsa,
della nostra storia recente [Prima repubblica, ndr]. Ma non sono venute meno le spinte ad
allontanare il nostro popolo dalla sua grande eredità di fede e di cultura, dai fondamenti
morali della sua esistenza».
La microcriminalità: «Un'altra crescente e non di rado drammatica fonte di difficoltà, che
riguarda in maniera diretta la sicurezza personale del comune cittadino, la tutela della sua
vita, dei suoi beni, la libertà di uscire di casa anche di sera, la tranquillità nell'aprire la porta
della propria abitazione».
Parità scolastica: «Se si vuole seriamente e non utilitaristicamente parlare di parità scolastica,
occorre un aiuto consistente, ad esempio un contributo per alunno pari alla metà del costo
sostenuto dalle scuole statali».
Il nuovo governo D'Alema di centro-sinistra: «Assicuriamo, come è ovvio e doveroso, sincera
collaborazione al nuovo governo nell'adempimento dei suoi compiti istituzionali, secondo la
lettera e lo spirito del Concordato e in conformità alla missione propria della Chiesa.
Continueremo a non coinvolgere con le scelte di schieramento politico o di partito,
esprimendoci però in maniera franca e aperta quando il dibattito pubblico e le deliberazioni
politiche o amministrative chiamano in causa valori e principi di grande rilevanza umana e
morale».
L'immigrazione: «Occorre una reale e credibile regolazione dei flussi migratori e in
particolare un forte impegno a scoraggiare l'immigrazione clandestina... [È necessario] evitare
in futuro ulteriori "sanatorie", depotenziando così il rischio di incentivare l'immigrazione
clandestina insito nel ricorso a questo strumento».
La ricorrenza dei Santi e dei morti: «Il senso di queste festività [1 e 2 novembre, ndr] è
quello di meditare sul mistero della morte e dunque della vita... Siamo qui non per ragioni
superficiali, ma per pregare per i nostri cari; non per gli aspetti secondari, banali, folkloristici
su cui si soffermano i mass media».
Disoccupazione e liberismo: «Nel nostro Paese la disoccupazione è tenacemente attestata su
livelli tra i più alti d'Europa... Bisogna superare il timore che gli sviluppi dell'innovazione e
della liberalizzazione portino fatalmente a un peggioramento della situazione delle fasce più
deboli della popolazione».
Le nuove Brigate rosse: «Spero che il fenomeno sia effimero, ma bisogna contrastarlo fino in
fondo con un'azione sia culturale che repressiva».
Contro le unioni di fatto: «I tentativi di sopprimere, o comunque di svuotare di contenuto la
differenza tra la famiglia e le "unioni di fatto" costituiscono, indipendentemente dalle
intenzioni di chi se ne fa promotore, una minaccia assai grave sia per il corpo sociale sia per
le condizioni di vita e di sviluppo delle persone».
Sicurezza e ordine pubblico: «Il problema della sicurezza e dell'ordine pubblico deve essere
inserito tra le priorità dell'agenda politica. In materia di sicurezza e giustizia nessuno
sforzo può essere lesinato, da parte sia dello Stato sia dell'in-tera cittadinanza, e anche da
parte ecclesiale».
Chiesa e politica: «Impegnarsi in politica per la Chiesa non vuole dire voler appoggiare uno
schieramento partitico, ma essere presente sui contenuti che indirizzano il Paese, nella
consapevolezza che dal patrimonio di fede si può orientare la concretezza storica».

Comincia a risultare evidente che il cardinale Ruini punta alla successione di


Giovanni Paolo II, e che si sta muovendo di conseguenza. Perché è chiaro che lo
Spirito santo ispiratore del Conclave, benché entità immateriale, può essere aiutato a
ispirarsi meglio. Sua eminenza ha trasformato la Cei in una centrale di potere politico
e finanziario, che utilizza per tessere i multipli rapporti capaci di assecondare la
propria ambizione papali Dai circa 1.400 miliardi annui che la Cei incassa dai
contribuenti con l'8 per mille, il Vicario-presidente ricava finanziamenti a pioggia per
il Terzo mondo, così non c'è cardinale extracomunitario che non conosca il cardinale
Ruini in veste di grande benefattore. In conclave se lo ricorderà»4. Poi c'è la vera
specialità del cardinale Ruini, i rapporti con le lobby clericali. Non solo Comunione e
liberazione, ma anche i focolarini: «Da quando a presidente della federazione delle
Conferenze episcopali d'Europa è stato eletto il cardinale di Praga, Miloslav Vlk,
focolarino fervente, anche Ruini s'è messo un focolarino al fianco: il vescovo Ennio
Antonelli, nominato segretario della Cei. I focolarini, decine di cardinali e centinaia di
vescovi simpatizzanti in tutto il inondo, sono una lobby preziosa in vista di un
conclave». Non solo i Legionari di Cristo, ma anche - e soprattutto - l'Opus Dei:
«Anche l'Opus Ruini se la coltiva bene. A Roma le ha dato recentemente in dote una
nuova parrocchia, intitolata al beato Josemaria Escrivà de Balaguer che è il fondatore
dell'Opus Dei: privilegio unico di chiesa dedicata non a un santo ma a un semplice
beato. E uomini dell'Opus trovano sempre più spazio, a Roma, oltre che nel loro
Ateneo della Santa Croce, anche nella Pontificia università del Laterano, di cui è

4 Sandro Magister, "L'Espresso", 3 settembre 1998. Ibidem le successive citazioni.


cancelliere il cardinal Ruini». Inoltre, all'interno del la Chiesa il Vicario-presidente sta
bene attento a non schierarsi troppo con la fazione integralista (non si sa mai...), e non
si stanca di professarsi ultrawojtyliano e addirittura filopolacco, melius est abundare
quam deficere.
Per la verità non tutto fila liscio, perché anche il cardinale Ruini - nonostante tutto - è
un umano, così ogni tanto gli succede qualche contrattempo.
Uno capita per la guerra nei Balcani, divampata nel marzo 1999 con l'intervento della
Nato. Verso fine maggio, cioè due mesi dopo lo scoppio del conflitto, la Cei definisce
la guerra in corso nella ex Jugoslavia «incomprensibile» e «anacronistica», mentre il
cardinale Ruini invoca «la via del dialogo per garantire una pace giusta e duratura».
La rivista mensile dei missionari comboniani "Nigrizia" protesta: accusa la Cei di
avere mantenuto "per due mesi «un silenzio che stupisce e fa sorgere interrogativi», e
di non avere condannato la guerra dei Balcani con adeguata fermezza; quindi
rimprovera al cardinale Ruini di essersi pronunciato solo «due mesi dopo le prime
bombe e solo per ripetere, più flebilmente, quello che il Papa va proclamando ogni
giorno». Il mensile trae questa conclusione: «Se come Chiesa noi non sappiamo
prendere posizione davanti a questa guerra, che cosa sarà mai la nostra "solidarietà"
per i popoli delle guerre 'dimenticate d'Africa e altrove?». La replica della Cei, con un
comunicato in puro stile ruiniano, non è per niente evangelica: «Dispiace che un
organo della stampa missionaria che dovrebbe sostenere le ragioni della pace
della giustizia si lasci andare a considerazioni gratuite e fuorvianti che screditano la
propria testata e assomigliano più a proclami ideologici che a una seria ricerca
della verità ispirata al Vangelo: un vero infortunio».
Un secondo incidente capita al termine della campana condotta dalla Cei per la
cosiddetta "parità scolastica" che il governo intende accordare ma non nei termini
pretesi dal cardinale Ruini. La campagna è culmin-ta il 30 ottobre 1999 con
un'adunata di massa in piazza San Pietro (migliaia di genitori, studenti e insegnanti
cattolici), durante la quale il Pontefice, affiancato dal Vicario-presidente, ha detto: «Il
principale nodo da sciogliere è indubbiamente quello del pieno riconoscimento della
parità giuridica e economica tra scuole statali e non statali... [È necessaria una
collaborazione tra lo Stalo e la Chiesa] che eviti sovrapposizioni e inutili concorrenze
tra istituti, e invece punti non solo ad assicurare la permanenza della scuola cattolica
nei luoghi dove essa è tradizionalmente presente, ma anche a consentire nuvi
insediamenti». Pochi giorni dopo il padre barnabita Achille Erba pubblica la seguente
lettera aperta indirizzata al cardinale Ruini:

Eminenza, chi ha l'onore di scriverle è un vecchio prete con cinquant'anni di ministero


sacerdotale alle spalle... Il motivo di questo intervento è di esprimere con una manifestazione
serena del pensiero, garantita dal magistero di Paolo VI sul dialogo nella Chiesa, il mio
rispettoso ma franco dissenso sul metodo da lei adottato per ottenere dallo Stato italiano la
parità scolastica.
All'uscita dalla seconda guerra mondiale, l'Italia, lacerata per un ventennio da un regime
dittatoriale, finito successivamente in un'atroce guerra civile, si è ritrovata unita attorno al
patto sociale della Costituzione repubblicana, monumento di saggezza politica, a cui hanno
posto mano uomini di tutte le fedi e di tutte le culture presenti in Parlamento. La saggezza
politica di quegli uomini è dimostrata, per non dire altro, dall'accettazione di introdurre i Patti
Lateranensi con relativo Concordato nella Costituzione anche da coloro che non erano
d'accordo, ma che, essendo minoranza, s'inchinarono democraticamente alla volontà del
Parlamento. I democristiani, a loro volta, accettarono una libertà scolastica «senza oneri per lo
Stato», inchinandosi anch'essi democraticamen te alla volontà del Parlamento. A rileggerli
oggi, quei due dibattiti parlamentari richiamano alla mia sensibilità sacer dotale le parole
scritte molto più tardi da Paolo VI nell'enciclica Ecclesiam suam, con cui manifesta la sua
preferenza per un rapporto della Chiesa con il mondo fondato sul dialogo, motivando la sua
preferenza con la «maturità dell'uomo, sia religioso che non religioso, fatto abile
dall'educazione civile a pensare, a parlare, a trattare con dignità di dialogo».
A me pare che la mobilitazione di piazza San Pietro per ottenere la parità scolastica non tenga
conto di questa educazione civile al dialogo, che nella nostra vita democratica è affidata, per
le materie riguardanti la convivenza civile, all'analisi e al confronto parlamentare. Non
intendo qui entrare nel merito della questione, che pure esiste, ma che va affrontata lealmente
e risolta nell'ambito del Parlamento, per evitare che la parte della società italiana contraria alla
parità come lei, eminenza, la intende, si senta defraudata per una sorta di raggiro della
Costituzione. A me pare inoltre che i tempi per mobilitare la piazza siano stati scelti con
astuzia politica, ma non so con quanta saggezza religiosa.
Viviamo in un periodo di transizione dalla Prima alla così detta Seconda repubblica, in cui la
mancanza di un'adeguata riforma elettorale e la presenza di uomini politici nuovi, alcuni dei
quali direi, anzi, improvvisati con motivazioni per lo meno ambigue, fanno scadere, anche in
taluni settori laici, la questione scolastica da una della strutture portanti della futura società
italiana e che come tale deve essere trattata, in piena autonomia, a una questione strumentale
per la conquista o la conservazione del potere politico. Che cosa ha a che vedere con tutto
questo la speranza di cui è portatrice la Chiesa [...]?
C'è, tuttavia, un'obiezione di parte laica che non può non avere eco nel nostro animo
sacerdotale: «Alla scuola statale resterebbe l'onere di fornire il servizio nei luoghi
geograficamente e socialmente meno favoriti; sarebbe cioè la scuola dei poveri, non soltanto
nelle campagne, ma nei quartieri popolari e disadatti a veder prosperare gli istituti privati.
Inutile osservare che una siffatta scuola di classe sarebbe assai poco attrattiva per insegnanti
competitivi; sarebbe cioè una scuola a scartamento ridotto sia per i docenti che per i discenti».
In una situazione di questo genere, il tempo messianico dell'annuncio ai poveri profetizzato da
Isaia e dichiarato da Gesù compiuto nella propria persona (Lc 4,18-21), non diverrebbe per
caso il tempo dello Stato per omissione della Chiesa, che nel frattempo si occuperebbe della
formazione della classe dirigente nell'Italia più ricca? Si ripeterebbe così lo stacco fra la
Chiesa e i poveri proprio nel settore in cui, come ha dimostrato don Milani, nasce la radice di
ogni forma di povertà.
Non voglio dare l'impressione di semplificare eccessivamente i dati del problema. La
questione scolastica esiste, ma va trattata nella sede che le compete proprio per valutare con
saggezza politica tutti i fattori che la compongono5.

Poco prima del Natale 1999 il cardinale Ruini rilascia un'intervista lunga e articolata.
Comincia con accenti autobiografici: «Non sono per nulla infastidito dal confronto
con chi avanza critiche alla Chiesa. Già da studente, al liceo scientifico "Tassoni" di
Modena, mezzo secolo fa, facevo i conti con i rilievi dei compagni e dei professori,
spesso improvvisandomi apologeta. Chissà, forse la vocazione al sacerdozio, che
allora non presentivo, fu stimolata in me da quella esperienza». Quindi Sua eminenza
tocca i temi più disparati. L'imminente Giubileo: «Gli italiani [credenti e non, ndr]
vivono insieme una complessa vicenda storica che ormai da molti secoli è segnata
dialetticamente dal cristianesimo. Poiché il Giubileo ci propone la memoria di
duemila anni di storia, e in particolare il Papa punta sul secondo millennio che appare
il più problematico, ecco un terreno di riflessione comune. Ma ancor più deve unirci
la proiezione verso il futuro. Come saprà, l'uomo, far fronte alla velocità del
cambiamento scientifico e tecnologico? Come sapremo padroneggiarlo restandone
guida, senza disii manizzarci? È una domanda che non riguarda solo i cristiani». La
paura dell'invasione dell'Europa cristiana da parte dell'Isiam: «È una paura indotta
dalle difficoltà purtroppo spesso incontrate con i Paesi islamici nella attuazione del
principio di reciprocità, riguardo alla libertà religiosa. Ma per la verità, lo dico
5 "la Repubblica", 28 novembre 1999.
sottovoce, ho l'impressione che siano più i musulmani convertiti al cristianesimo che
l'inverso». Budda e la New Age: «[Mi preoccupa la] perdita inconsapevole dei
riferimenti cristiani all'interno della nostra popolazione. Mode culturali come la new
age, o certe pratiche buddiste, o il diffondersi di un sostanziale nichilismo, in fondo
sono solo la conseguenza di questa perdita». Infine il ruolo di singole personalità
cattoliche, come il supercattolico governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio
(legato all'Opus Dei): «In passato siamo stati accusati di clericalismo. Ben vengano
dunque nuove figure di laici cristiani in grado di incidere sulla opinione pubblica del
Paese. Con loro abbiamo rapporti personali, ma soprattutto auspichiamo che
personalità significative in campo economico, politico, sociale e culturale possano
dire una parola alla nazione. Laici o sacerdoti, il soggetto ultimo resta sempre la
Chiesa come popolo di Dio»6.

6 Gad Lerner, "la Repubblica", 21 dicembre 1999.


Monarca regnante

Per il cardinale Ruini l'inizio del Duemila è segnato da due eventi diversamente
infausti. Il primo è la morte in latitanza del simbolo di Tangentopoli, Bettino Craxi: il
leader socialista che ha distrutto il Psi a colpi di corruzione e di arroganza del potere,
ma anche il generoso firmatario del nuovo Concordato del 1984.
I1 Vicario-presidente sente il bisogno di impegnare la Conferenza episcopale italiana
in un necrologio nel quali si afferma che «l'improvvisa scomparsa di Craxi colpisce,
addolora... e invita al cristiano suffragio per l'illustre defunto nell'orizzonte di una
fede che non gli era estranea». Il necrologio ruiniano non manca di ricordare
«l'apporto decisivo dato dal governo da lui presieduto» per il nuovo Concordato:
«Dopo lunghi anni di riflessione e di dibattito, Craxi ebbe l'intelligenza e il coraggio
di dare volto nuovo all'assetto delle relazioni tra lo Stato e la Chiesa, in piena
coerenza con i principi della Costituzione e con gli indirizzi del Concilio».
Il 24 gennaio 2000, al consiglio permanente della Cei, il cardinale Ruini riserva al
defunto leader socialista una estrema menzione. Prima ne evoca i meriti concordatari
e anticomunisti: «Noi ricordiamo con gratitudine non solo l'apporto decisivo che
Craxi ha dato all'accordo per la revisione del Concordato, ma anche il contributo alla
causa della libertà e di fatto al mantenimento della pace, in una situazione
internazionale oggettiva mente difficile e minacciosa». Poi ne celebra la statura di
protagonista della politica italiana cui va il merito di avere impresso «un impulso al
processo di modernizzazione del Paese». Infine, forse per un soprassalto di pudore,
Sua eminenza però aggiunge: «Non per questo vogliamo ignorare i lati oscuri del suo
operato», anch ese - precisa ambiguo, un colpo al cerchio e uno alla botte - c'è il
bisogno di una rilettura «equa e sincera» di quanto avvenuto.
A fine gennaio 2000 il secondo evento infausto: ricoverato presso il policlinico
Gemelli di Roma, il cardinale Ruini subisce un'operazione chirurgica al cuore, con
l'applicazione di 4 by-pass aorto-coronarici. Sua eminenza è alla soglia dei
settant'anni, e da 15 anni è alla ribalta del potere: per 5 anni come segretario generale
della Cei, da 10 anni con la doppia carica di Vicario papale per la diocesi di Roma e
di presidente dei vescovi italiani. A questo punto l'età e le condizioni di salute, oltre
che il senso della misura, dovrebbero indurre il Vicario-presidente a farsi da parte, a
lasciare responsabilità così onerose a nuove e più fresche energie. Neanche per idea!
Sua eminenza è inchiodata alle due poltrone su cui siede da anni, è avvinghiata alle
cariche di Vicario papale e presidente episcopale, ormai non può più farne a meno,
non potrebbe più vivere senza ribalta mediatica e senza potere. Sua eminenza non
concepisce gli alti incarichi che da così tanti anni ricopre come impersonali e
provvisori: ritiene di incarnare di persona il titolo di Vicario papale, non distingue più
se stesso dalla carica di capo dei vescovi, ormai è un tutt'uno con le due poltrone, si
sente un monarca e come tale regnante Vicario-presidente fino alla fine dei suoi
giorni, una doppia investitura a vita.
Ecco perché un anno dopo l'operazione chirurgica, nel febbraio del 2001, nonostante
le voci contrarie, il cardinale Ruini ottiene dal Papa (meglio dire: dal clan che fa le
veci di un Giovanni Paolo II da tempo infermo) il terzo mandato quinquennale di
presidente della Cei. Sua eminenza resterà alla guida dei vescovi italiani fino al 2006,
stabilendo un record grottesco: vent'anni ininterrotti al vertice della Conferenza
episcopale (5 come segretario, 15 come presidente). «Era meglio un ricambio»,
obietta sommessamente il vescovo emerito di Foggia monsignor Giuseppe Casale,
«perché la Chiesa in Italia ha bisogno di essere vivacizzata. L'episcopato italiano non
dice più niente di autonomo, ci si limita a applicare ciò che dice il Papa». Ma il
cardinale Ruini è superiore a tutto, anche alle critiche, e celebra il terzo mandato
presidenziale con la seguente "Lettera di saluto" indirizzata il 6 marzo 2001 ai membri
della Cei:

Venerato e caro Confratello,


nel giorno stesso nel quale la bontà del Santo Padre mi affida, per il terzo quinquennio,
l'incarico di Presidente della nostra Conferenza episcopale, desidero esprimerle, con animo
fraterno, i sentimenti della mia amicizia, unita alla volontà della più cordiale collaborazione.
Il cammino già percorso insieme in questi lunghi anni del mio servizio alla Cei, i legami
personali che si sono via via stabiliti e consolidati fra noi, e soprattutto la condivisione della
medesima fede in Gesù Cristo nostro unico Salvatore e la comune sollecitudine per la Chiesa
e per l'Italia, mi confermano nella fiducia che potremo con gioia operare insieme, uniti nel
Signore, affrontando con animo sereno e con il conforto della reciproca vicinanza spirituale
anche le difficoltà che potremo incontrare nel nostro comune servizio.
Mi permetto di allegare il testo di una dichiarazione che renderò pubblica oggi e che esprime
ulteriormente l'animo e gli intenti con cui proseguo nel compito affidatomi. Voglia avere
pazienza con me e non dimenticarmi nella Sua preghiera. La ricordo a mia volta al Signore
con stima profonda e affetto fraterno.

Nella allegata dichiarazione, Sua eminenza dice che «nel momento in cui viene resa
pubblica la mia conferma a presidente della Cei per il prossimo quinquennio»
desidera esprime al Santo padre «profonda e filiale gratitudine». Secondo la lingua
italiana, gratitudine è "il sentimento di riconoscenza per un bene ricevuto". Infatti: la
presidenza della Cei, gravosa carica dalle plurime responsabilità, per il cardinale
Ruini è invece "un bene" meritevole di gratitudine per chi gliel'ha attribuito.
Superata la crisi di salute, e ottenuta la conferma presidenziale, Sua eminenza Ruini
affronta il nuovo millennio con rinnovata dedizione all'esercizio del potere. Niente di
nuovo: piaggeria pubblica per il Papa e adulazione privata per l'entourage polacco,
alternate a periodiche interferenze nella politica italiana, interferenze palesi e occulte.
Come sole novità, un sovrappiù di ieratica alterigia (dovuta forse all'ambizione di
succedere a Giovanni Paolo II), e un piglio vieppiù autoritario (dovuto forse agli
orientamenti politici sempre più reazionari di Sua eminenza).
Anche le predicazioni ruiniane sono le stesse. Quando il Parlamento europeo
raccomanda di introdurre nelle legislazioni nazionali il riconoscimento della
convivenza fra persone dello stesso sesso, il Vicario-presidente protesta scandalizzato:
«Questa è la strada più sicura per andare contro la struttura fondamentale del nostro
essere, articolata secondo il binomio del maschile e del femminile, e quindi per
umiliare, con la famiglia, la dignità delle persone e per favorire la disgregazione del
tessuto sociale». Non va bene nemmeno la legge sulla fecondazione assistita
approvata alla Camera e all'esame del Senato: perché - dice il Vicario-presidente - è
una legge che suscita «gravi perplessità etiche», per cui si devono evitare «sia ulteriori
rinvii sia qualsiasi modifica del testo che portasse a un suo peggioramento,
specialmente quella che consentisse la fecondazione eterologa». Il cardinale Ruini si
pronuncia sul sistema elettorale, e tra il maggioritario e il proporzionale sceglie il
secondo: «Il principale nodo da sciogliere ci sembra quello di riuscire a coniugare una
vera possibilità di governo, con la necessaria stabilità e capacità di decisione
dell'esecutivo, e una rappresentanza parlamentare per quanto possibile espressiva
delle aspirazioni e degli orientamenti vivi nel nostro popolo». Poi arriva al punto di
sollecitare il Parlamento a onorare l'Anno santo varando un'amnistia: «Avvertiamo
forte l'esigenza, etica ma a sua volta anche sociale, di misure di clemenza che valgano
ad abbreviare, secondo criteri di equità, i tempi della pena». Quindi si esprime contro
il "Gay pride" a Roma: «La Chiesa non è contro il diritto dei gay a manifestare.
Quello che la Chiesa giudica inopportuno e che chiede non sia fatto, è che questa
manifestazione avvenga proprio a Roma nell'Anno santo». Infine denuncia: «Una
delle carenze più serie che abbiamo nelle scuole è che sono pochi i libri di testo
veramente validi e diffusi che abbiano un'ispirazione cristiana. E le case editrici
cattoliche, con qualche eccezione, sono deboli rispetto a altri editori che
monopolizzano il mercato».
Confortato dai silenzi di un governo inetto e di una classe politica di modestissimo
spessore, il Vicario-presidente non risparmia nessuno, men che meno il ministro della
Sanità Umberto Veronesi. Prima gli rimprovera "permissivismo" in materia di droga:
«Problema delicatissimo, in rapporto non solo alla salute ma alla formazione delle
persone, è quello della droga, a proposito del quale rincresce di dover constatare come
persone investite di pubbliche responsabilità si esprimano in termini tali da consentire,
quantomeno, interpretazioni "permissive" che certo non aiutano a sviluppare col
necessario vigore quell'opera anzitutto educativa e preventiva, oltre che di autentico
ricupero delle vittime della droga, che è un preciso dovere dello Stato come della
intera società civile». Poi Sua eminenza accusa il ministro Veronesi di avere
autorizzato il contraccettivo chiamato "pillola del giorno dopo":

«La decisione di mettere in commercio questa pillola finisce per introdurre un conflitto
all'interno delle norme dello Stato: la legge 194 garantisce infatti il diritto all'obiezione di
coscienza da parte del personale sanitario a cui sia richiesto di collaborare all'aborto. Non è
giustificabile togliere questo diritto ai farmacisti. E ben strano e altamente preoccupante che
una decisione così grave sia stata presa per via amministrativa con una decisione del ministro
della Sanità, che per di più ha presentato questa pillola semplicemente come un contraccettivo
d'emergenza. Così si è aggirata la stessa legge 194 che, pur avendo il difetto radicale di
rendere legale l'aborto, si preoccupa almeno di porre una serie di condizioni perché ciò possa
verificarsi: condizione che, nel caso dell'uso di questa pillola, chiaramente non vengono
rispettate»1.

Le piaggerie ruiniane verso l'infermo Giovanni Paolo II, sempre più anziano e malato,
ormai si sprecano. «Il Papa continua a dimostrare di essere veramente capace di
sopportare anche i più grandi sforzi fisici». «Il Papa ci ha mostrato quella semplicità,
quella immediatezza, quella spontaneità che contraddistingue il suo rapporto con i
giovani. Questo succede quando la fede diventa vera esperienza di vita e sviluppa una
grande capacità di rapporto col nostro prossimo». «Io prego perché Dio ci conservi
papa Wojtyla ancora molto a lungo». «Il Santo padre continua a essere quella persona
che io ho conosciuto bene: cioè uno che riserva le sue migliori energie ai momenti più
impegnativi perché è saggio, ma che ha ancora molte più energie di quello che dicono
i media». «Il Papa è combattivo ma in modo sereno e pacato». Eccetera. È come se
Sua eminenza il Vicario-presidente, implicitamente, si arrogasse il diritto di giudicare

1 Il ministro Veronesi replica al cardinale Ruini manifestando perplessità per «l'incitamento a


medici e farmacisti alla obiezione di coscienza», e precisando che «l'autorizzazione alla
commercializzazione del farmaco è una procedura comunitaria pressoché automatica».
Conclusione del ministro: «Chi, per motivi etici e religiosi, è convinto oppositore della 194,
avrebbe dovuto gioire alla notizia che ora esiste in Italia un prodotto anticoncezionale che,
semplicemente simulando un evento naturale quale il mancato annidamento dell'ovulo, sottrae
le donne al rischio di trovarsi di fronte al dramma di dover decidere le sorti di un embrione
sottoponendosi all'interruzione volontaria della gravidanza presso le strutture del Servizio
sanitario nazionale o peggio facendo ricorso clandestinamente a gente senza scrupoli che per
anni ha fatto degli aborti un business».
la figura e di valutare l'operato del Sommo Pontefice.
Gli strali ruiniani si rivolgono anche - quanto mai opportunamente - verso la
televisione, «dove purtroppo sempre più spesso si dà largo spazio a programmi vuoti
di ogni autentico significato e facenti leva sugli istinti e le curiosità più volgari». Per
la verità, il degrado televisivo cominciò negli anni Ottanta, con l'avvento delle tv
berlusconiane, e ancora all'inizio del Duemila i programmi più triviali sono trasmessi
dal monopolio privato Mediaset. Ma questo il cardinale Ruini non lo ha mai precisato
né intende dirlo: non solo perché è un estimatore-sostenitore del Berlusconi politico,
ma anche perché la Cei custodisce in un deposito titoli della Banca di Roma 25 mila
azioni della Mediaset (mentre la banca papale Ior ne ha in portafoglio ben 175 mila).
Nei ritagli di tempo il Vicario-presidente collabora con la lobby reazionaria
Fondazione Liberal (della quale Sua eminenza Ruini è tra i fondatori, insieme
all'editore Cesare Romiti). Benché sostenuta da finanziamenti multimiliardari,
l'iniziativa - un patetico tentativo di amalgamare l'integralismo cattolico e il
liberalismo alle vongole - ha il fiato corto. L'organo della lobby, il giornale "Liberal",
dopo avere bruciato montagne di denaro è costretto a chiudere i battenti per mancanza
di lettori. A quel punto il direttore del giornale, l'ex comunista Ferdinando Adornato
convertitosi al liberalismo reazionario e al potere berlusconiano, diventa collaboratore
di "Avvenire". Il quotidiano dell'episcopato è l'house organ del cardinale Ruini, un
suo personale strumento di potere mediatico, e annualmente beneficia di ingenti
contributi statali.
Durante la campagna elettorale per le politiche del maggio 2001 il cardinale Ruini si
dibatte nell'arena politica. Sollecita i cittadini a recarsi alle urne e a votare. Invita i
due schieramenti contrapposti a evitare «reciproche delegittimazioni». Precisa che la
Chiesa è imparziale senza che ciò significhi «ritenere ogni idea o visione della vita
compatibile con la fede». Ribadisce che per la Chiesa le priorità sono: la tutela della
vita umana (no all'aborto, no all'eutanasia, no alla fecondazione assistita); la tutela
della famiglia basata sul matrimonio eterosessuale e non assimilabile a altre forme di
convivenza; la piena e concreta realizzazione della parità scolastica. Aggiunge che è
necessario procedere a una «riforma dell'architettura dello Stato» che insieme «alla
valorizzazione delle autonomie locali» garantisca «un adeguato rafforzamento
dell'esecutivo centrale, al fine di conseguire una più effettiva governabilità del Paese e
un più sano e reale equilibrio tra i diversi poteri». Garantisce che «non è affatto
intenzione della Chiesa imporre ai non credenti una prospettiva di fede, ma soltanto
interpretare e difendere i valori radicati nella natura stessa dell'essere umano». Il
filosofo Gianni Vattimo, in gioventù dirigente dell'Azione cattolica, indirizza a Sua
eminenza Ruini capo «Iella Chiesa italiana una polemica lettera aperta:

Eminenza,
non ho alcuna delega per scrivere questa lettera, che indirizzo a Lei come vicario del vicario
per Roma e anche come capo della Conferenza dei vescovi italiani. Ma vorrei che Lei la
considerasse almeno come un caso degno di attenzione perché non del tutto isolato ed
eccezionale nel panorama della cristianità italiana, forse persino rappresentativo di un disagio
e di un insieme di stati d'animo diffusi tra i cattolici -tali anche solo perché, essendo
battezzati, sono così censiti dall'anagrafe [...].
Perché deve essere così difficile per tante persone mantenersi in contatto con il Vangelo,
dovendo superare lo scandalo continuo che proviene dalla Chiesa - e non da suoi aspetti
marginali, quali ci siamo abituati a considerare la predicazione della povertà da parte di un
sovrano temporale vestito come un satrapo (espressione sentita dalla bocca di Giovanni
XXIII, altri tempi), ma dal modo in cui la rivelazione biblica viene legata a una cultura che, in
nome di una pretesa essenza naturale dell'uomo, della società, della famiglia, è pronta a
calpestare il comando cristiano della carità? La sessuo e omofobia papale non è uno di questi
aspetti accidentali (che forse accidentali non sono) dello scandalo storico della Chiesa. [...]
Che cosa succede ancora oggi quando la Chiesa, in Italia per lo meno, rivendica il diritto di
imporre limiti alla legislazione dello Stato sulla famiglia, alla ricerca biologica o ad altri
fondamentali aspetti della democrazia, pretendendo di parlare in nome della natura stessa?
Non si può (poteva) ammettere il divorzio o l'aborto perché è contro la natura della famiglia e
le leggi della procreazione; non si possono ammettere le unioni civili perché la famiglia è solo
unione eterosessuale con il fine della procreazione. E via dicendo. Voglio dire che sia sul
piano delle (sempre più pesanti) ingerenze della Chiesa nelle questioni di competenza dello
Stato democratico, sia sul piano della filosofia che mi interessa più da vicino, la Chiesa
cattolica, soprattutto ma non solo in Italia, mi scandalizza e mi allontana perché - spero
naturalmente con l'intento della salvezza delle anime - rimane sempre quella che nei secoli
passati ha agito con ogni mezzo per salvare le anime anche contro la loro volontà, secondo il
motto «compelle intrare». [...]
Tutto si tiene, nella Chiesa wojtyliana. Non è difficile, mi sembra, riconoscere che questa
Chiesa non può cedere sulle questioni dell'etica sessuale e familiare perché altrimenti
dovrebbe cedere anche sul legame tra fede cristiana e oggettività delle leggi naturali su cui
fonda la propria autorità. Ma queste leggi non sono nient'altro che la natura come appariva a
società ed epoche che la Chiesa considera archetipiche, identificandole con la verità eterna
dell'uomo e della società. Le donne non saranno mai preti perché la loro vocazione naturale -
come appariva ai tempi di Gesù - è un'altra; ma allora non c'erano nemmeno donne avvocato
o donne dirigenti d'azienda. Gli omosessuali non potranno mai vivere unioni familiari
"normali" (e saranno dunque condannati a essere o eunuchi o puttanieri). Uno Stato davvero
democratico ha il dovere di finanziare le scuole religiose perché è "naturale" che l'educazione
apra le menti alla rivelazione cristiana; o, molto peggio: che l'educazione corrisponda in tutto
e per tutto, ed esclusivamente, alle preferenze e alle convinzioni della famiglia. Ma in
generale: se c'è una verità naturale e universale, sull'uomo e il mondo, e questa verità è solo
affare della ragione illuminata dalla fede (senza, la ragione erra, c'è il peccato originale), e
cioè dall'insegnamento della Chiesa, la democrazia è solo un male che si deve accettare
quando si è minoranza; non ha un vero valore come tale, checché si dica sulla libertà umana
come dono divino: anche la libertà, se esercitata fuori dalla verità, è illusione e tracotanza. La
Chiesa come istituzione non ha mai abbandonato questi princìpi; il Sillabo è stato messo da
parte, ma forse solo in attesa di tempi migliori, dobbiamo pensare.
C'è nel Vangelo qualcosa come la legge naturale? O la carità - cioè, anzitutto, l'accoglienza
dell'altro e la rinuncia a qualunque imposizione violenta sulla sua libertà - è l'unica legge che
Gesù ci ha insegnato? Persino lo scandalo per la ricchezza della Chiesa come istituzione, che
da buoni credenti abbiamo imparato a superare, mettendolo da parte con ironia e
comprensione per i limiti storici in cui ogni "incarnazione" si trova impigliata, anche questo
scandalo forse non era poi così superficiale. L'Anticristo di cui parla san Paolo è forse proprio
questo, una Chiesa invischiata nella solidarietà con culture e situazioni storiche che certo non
può evitare di assumere, ma che dovrebbe con altrettanta franchezza esser capace di lasciar da
parte, per amore dell'uomo come, anche per effetto della salvezza di Cristo, è diventato.
Mi accorgo, Eminenza, di essermi lasciato prendere dalla passione per l'etica (e forse la
teologia?), trascurando la politica. Ma che, al di là di ogni motivazione contingente, la Chiesa
italiana da Lei guidata sia pronta a vendere il suo appoggio al Polo [di centro-destra] per il
piatto di lenticchie del finanziamento alle scuole cattoliche, della revisione della legge
sull'aborto (e il divorzio? Prima o poi), del mantenimento e interpretazione sempre più
restrittiva del Concordato, di una regolamentazione oscurantista della ricerca scientifica,
persino della discriminazione contro le confessioni religiose non cattoliche e non cristiane nel
nostro Paese (Biffi: cattolicesimo è italianità!), non è certo il motivo meno grave dello
scandalo che mi tiene lontano dalle chiese edifici di culto. Non crede che, come vicario del
papa per la Chiesa in Italia, dovrebbe pensare anche a questo?2

2 Gianni Vattimo, "La Primavera di MicroMega", n° 2/2001, aprile '2001.


Il 13 maggio le elezioni le vince il centro-destra berlusconiano. Il cardinale Ruini
trattiene a stento la soddisfazione: «Non è nostro compito esprimere un giudizio sui
risultati elettorali», commenta con buona dose di ipocrisia, «ma formuliamo volentieri
l'auspicio che possa aversi ora un congruo periodo di stabilità e che le asprezze del
confronto elettorale siano superate, per dar luogo a un lavoro proficuo con il comune
obiettivo del bene dell'intero Paese, pur nella diversità degli orientamenti politici e dei
ruoli di governo e di opposizione. L'Italia potrà così forse uscire definitivamente dalla
già troppo lunga fase di transizione che ha caratterizzato, pur con forme e intensità
diverse, praticamente tutto l'ultimo decennio».
Il 17 luglio il cardinale Ruini riceve al Vicariato «in forma privata» il nuovo
presidente del Consiglio Berlusconi, per un colloquio di oltre un'ora basato su tre
tematiche: scuola, famiglia e bioetica. In pratica è il solito mercimonio di potere: Sua
eminenza promette al governo l'appoggio e il sostegno della Chiesa, in cambio di
provvedimenti legislativi armonici con la dottrina della medesima, in particolare sui
tre temi indicati. E il presidente del Consiglio, quanto mai bisognoso di legittimazione
e appoggi, promette.
Le stragi e gli attentati dell'11 settembre inducono il Vicario-presidente a
commentare: «Sono sconvolto dall'inaudita ferocia che si è abbattuta su migliaia di
vittime innocenti, con l'obiettivo di attuare un piano assurdo e disumano». Il 24
settembre, aprendo a Pisa i lavori del Consiglio permanente della Cei, Sua eminenza
indossa idealmente la tuta mimetica dei marines e sventola la bandiera Usa: «Gli Stati
Uniti e i loro alleati hanno il dovere morale di debellare con tutti i mezzi
l'Internazionale del terrore e i regimi che la sostengono, proteggono e finanziano
nell'ombra». È un incredibile incitamento guerrafondaio, un antievangelico benestare
alla assurda «guerra al terrorismo» scatenata dagli Usa in Medio oriente: una
carneficina vendicativa, una ritorsione cieca il cui unico risultato è quello di seminare
morte e distruzione alimentando il terrorismo internazionale. Ma il cardinale Ruini è
schierato dalla parte dei guerrafondai Usa, così come lo è il governo Berlusconi. E
poiché vi sono settori di cattolici-pacifisti che contestano l'imperialismo statunitense,
Sua eminenza sente il bisogno di affermare:

«È fuori dubbio il diritto, anzi la necessità e il dovere di combattere e di neutralizzare, per


quanto possibile, il terrorismo internazionale e coloro che, a qualunque livello, se ne facciano
promotori o difensori. È però altrettanto importante e indispensabile che questo diritto-dovere
sia esercitato non solo attraverso il ricorso alla forza delle armi... Occorre smascherare e
superare, anzitutto a livello etico e culturale, quello pseudo-moralismo, presente purtroppo
anche nei nostri Paesi e perfino tra i cristiani, che tende a vedere negli Stati Uniti la causa e la
sintesi dei mali del mondo, ravvisando in essi la massima espressione di una civiltà e di uno
sviluppo che sarebbero intrinsecamente e irrimediabilmente mendaci e malvagi».

L'avvento in Italia del governo berlusconiano di centro-destra, e gli sviluppi della


grave crisi internazionale seguita alle stragi dell'11 settembre, infondono coraggio al
cardinale Ruini, il quale può finalmente manifestare senza più remore la sua personale
essenza politica destrorsa e reazionaria.
Nell'ottobre del 2001, aprendo a Roma un convegno sulla famiglia, il Vicario-
presidente sguaina la spada e si lancia in una crociata: «Il Paese, ancora segnato
dall'iniqua legge che legittima l'aborto, attende che si definisca al più presto un quadro
legislativo chiaro circa gli interventi medici nel campo della procreazione». Occorre
al più presto «una legge che tuteli i diritti del concepito e eviti manipolazioni e usi
impropri delle cellule germinali e degli embrioni». Quindi Sua eminenza si scaglia
contro i «reiterati tentativi di equiparare altre forme di convivenza alla famiglia
fondata sul matrimonio», tentativi che «non segnano certo un progresso nella civiltà
di una nazione. Denotano piuttosto una pericolosa confusione».
Nel giugno del 2002 circola la voce che il cardinale Ruini, afflitto da nuovi problemi
di salute, abbia dovuto sottoporsi a un intervento chirurgico al colon. La notizia non
viene né confermata né smentita. Certo, l'aspetto del Vicario-presidente è più esangue
e malaticcio del solito, ma di certo egli non è neppure sfiorato dall'ipotesi di
rassegnare le dimissioni - giammai!
Sul fronte politico il governo berlusconiano fa scandalo in Europa: segnato da un
colossale conflitto di interessi, vara leggi ad hoc per risolvere i guai giudiziari del
presidente del Consiglio e dei suoi sodali, o per tutelarne gli interessi affaristici.
Detassa la successione per i grandi patrimoni, cancella il reato di falso in bilancio,
legalizza i capitali "neri" nascosti all'estero, vara condoni per favorire gli evasori
fiscali e sanatorie per premiare l'illegalità edilizia. L'opinione pubblica europea è
allibita, eppure il loquace presidente della Cei e Vicario papale è silente, cieco e muto.
Il parlamentare cattolico di centro-sinistra Pier Luigi Castagnetti, implicitamente, se
ne lamenta:

«Passano leggi vergognose... c'è un degrado generale del senso di legalità, dei principi che
fondano la democrazia, e in tutto questo mi sento desolato e sgomento di fronte al silenzio di
una parte del Paese... soprattutto della Chiesa. Anche da parte dei non credenti si avverte
delusione, l'attesa di una parola dei vescovi, un orientamento. Ricordo che dieci anni fa la Cei
uscì con un testo fondamentale, Educare alla legalità... Prendiamo il rientro dei capitali
all'estero, o la legge [che depenalizza] il falso in bilancio: quando si continua con i condoni, e
si dice che fare un bilancio vero o falso è la stessa cosa, perché mai si dovrebbe seguire un
principio etico? Si abbassa la soglia di moralità e si finisce per rendere legittimi e approvati
comportamenti contro la legge... C'è bisogno che la Chiesa recuperi la capacità di
discernimento etico».

La replica del cardinale Ruini è anch'essa implicita, e si caratterizza per un cinico


machiavellismo da scaltro politicante democristiano:

«L'esperienza di cinquant'anni mi ha insegnato a stare attento a una tentazione: il moralismo


che usa temi etici come strumenti di lotta politica. Dico cinquant'anni perché già Alcide De
Gasperi veniva osteggiato così. E sommessamente inviterei a una maggiore prudenza, perché
se carichiamo le singole scelte della dialettica politica di una valenza etica, allora finisce che
la lotta politica stessa peggiora, diventa disprezzo, odio verso le persone».

Per quanto possa sembrare incredibile, sono parole testuali di un cardinale di Santa
Romana Chiesa.
Il mercimonio ruiniano con il governo di centro-destra comincia a dare i primi frutti,
salutati con soddisfazione da Sua eminenza verso la fine del gennaio 2003, nella
prolusione al Consiglio permanente della Cei:

«Sono positivi gli interventi a favore della famiglia e della natalità approvati [dal governo
Berlusconi] con la legge finanziaria», e positivissimo «il disegno di legge sullo stato giuridico
degli insegnanti di religione che si spera possa ricevere ben presto la ratifica definitiva da
parte del Senato. Con quest'ultimo provvedimento, atteso da tanto tempo, avrà luogo il pieno
inserimento scolastico di una benemerita categoria di docenti, in grande maggioranza laici,
nel rispetto del giusto equilibrio tra le esigenze dello Stato e la specificità dell'insegnamento
della religione cattolica».

Ma c'è chi dissente e contesta il cardinale Ruini: sia per il sostegno al governo
berlusconiano, sia nel merito del provvedimento sullo stato giuridico degli insegnanti
di religione. È il caso di don Antonio Di Lalla (direttore dell'Ufficio catechistico della
diocesi di Termoli, Campobasso), che sfida l'imperante censura dei media catto
lici indirizzando a Sua eminenza una polemica lettera aperta:

«Molte, troppe leggi di questo governo più che rispondere a criteri di giustizia e al bene
comune sono legittimazione di interessi di gruppi, risposte a lobby di potere, e questa legge,
per come è concepita e strutturata, è unicamente un favore alla Chiesa cattolica italiana, come
già quella sugli oratori, per averla, se non dalla propria parte, almeno neutrale e silenziosa,
che poi è la stessa cosa. Ho il timore che continuino a riempirci lo stomaco per tenerci
impegnata la bocca e impedirci di parlare. Per un piatto di lenticchie abbiamo abdicato al
dovere della profezia»3.

Il Vicario-presidente, intanto, continua a gestire le successioni episcopali come un


monarca alle prese con i vari vassallaggi. Certo, deve fronteggiare gli altri potenti
della Curia vaticana, deve misurarsi al mercato delle clientele, tra risse di clan e
guerre per bande, ma Sua eminenza è un lottatore e un negoziatore nato. Ne è una
riprova la tornata di nomine del giugno 2003:
Giro di poltrone minori, ma pure significative, nella Chiesa italiana. Per le nomine
italiane entrano in gioco diversi livelli di competenza e di potere che vanno dalla
Segreteria di stato alla presidenza Cei, dalla nunziatura apostolica alle conferenze
regionali dei vescovi.
Il 21 giugno l'arcivescovo Giuseppe Mani, ordinario militare, compie 67 anni e va in
pensione con il grado e i privilegi di generale di corpo d'armata. Gli rimangono 8 anni
buoni di carriera episcopale prima di maturare la pensione ecclesiastica che si
raggiunge a 75 anni. Si apre per lui la possibilità di andare a governare una grossa
diocesi italiana.
Frattanto tre importanti diocesi sono già "vacanti" o quasi per il raggiungimento dei
75 anni degli attuali occupanti. Da Foggia mons. Domenico D'Ambrosio è emigrato a
Manfredonia, con pieni poteri pontifici per andare a governare e custodire le anime e
l'immenso tesoro di Padre Pio con grande disappunto e rabbia dei locali frati
cappuccini. A Tivoli e a Cagliari, i rispettivi vescovi, mons. Pietro Garlato e mons.
Ottorino Alberti, lasciano per raggiunti limiti di età.
Per riempire queste quattro sedi si sono già attivate le varie componenti delle regìe di
comando che nella Chiesa italiana gestiscono questi affari religiosi. Non sempre tra
esse c'è un accordo, anzi spesso entrano in conflitto di genere spartitorio. Per la

3 «Entrando nel merito della legge», scrive don Di Lalla, «non posso sottrarmi ad alcuni interrogativi.
È fatta salva lo sovranità dello Stato che rappresenta tutti i cittadini, dunque laico, se l'immissione in
ruolo di un dipendente pubblico è demandata a un esponente di una confessione religiosa? Possibile
che non si abbia il coraggio di scommettere sul laicato, e prima ancora sulla forza della parola, per cui
bisogna tenere gli insegnanti di religione sotto stretto controllo e in uno stato di costante minorità, visto
che l'ultima parola spetta al vescovo, che oltre a designare gli insegnanti deve vigilare perennemente
sulla loro vita per quello che dicono e per quello che fanno? Con la revoca dell'idoneità agli insegnanti
con contratto di lavoro a tempo indeterminato, da parte dei vescovi, come previsto dalla legge, non
corriamo il rischio di fabbricare "esuberi" a carico dello Stato? Non è una furbesca variante di quello
che già facciamo con gli insegnanti che maturano punteggio nelle nostre scuole (spesso sottocosto) e
poi si trovano avvantaggiati nei concorsi e nelle assunzioni rispetto ai "figli di un dio minore"? E quel
30 per cento di posti non a concorso, che altro è se non un ulteriore modo per incrementare il
clientelismo che regna, ancora oggi, troppo spesso, nelle nomine degli insegnanti di religione da parte
degli uffici di curia? [...] Mi aspetto un atto di coraggio: il rifiuto unilaterale di questa legge da parte
della nostra Chiesa, altrimenti con l'inizio del nuovo anno, poiché "tanto è ladro chi ruba quanto chi
tiene il sacco", mi ritirerò dall'insegnamento, ponendo fine ai compromessi con la coscienza che mi
hanno accompagnato in tutti questi anni». Cfr. Agenzia Adista, 27 settembre 2003.
successione a Tivoli, per esempio, lo scontro è tra il card. Angelo Sodano, segretario
di Stato della Santa sede, che lì vuole collocare un suo amico corregionale, nella
persona del P. Giovanni Scanavino, attuale provinciale dei padri Agostiniani, e il card.
Camillo Ruini, che, per favorire il suo vicepresidente in Cei, spedirebbe a Tivoli
l'attuale vicario generale di Pisa, mons. Giovanni Paolo Benotto. Con molta
probabilità, vincente per Tivoli sarà proprio quest'ultimo, con grande disappunto del
card. Sodano che, per consolarsi, tenterà di promuovere al grado di generale di corpo
d'arma ta, come ordinario militare, il suo ex segretario personale, mons. Riccardo
Fontana, attualmente vescovo di Spoleto.
Ma neanche qui è detto che la spunti. Questa volta è il card. Giovanni Re a opporsi al
candidato di Sodano e a met tere in campo ben due concorrenti: mons. Angelo
Bagnasco, vescovo di Pesaro, e mons. Francesco Tamburrino, monaco benedettino,
segretario della Congregazione per il Culto divi no. Bagnasco gode anche del
sostegno del card. Ruini che, per conto suo, in subordine, ritenta di mandare
all'Ordinariato militare mons. Angelo Comastri, arcivescovo prelato del Santuario di
Loreto, già bocciato una volta per salute cagionevole, insieme all'altro candidato di
Ruini, mons. Giuseppe Matarrese, bocciato a sua volta perché non raggiungeva la
statura prevista per i militari. L'altro candidato del card. Re, mons. Tamburrino,
potrebbe facilmente ottenere il nulla osta di Ruini verso la sede di Foggia, rafforzando
così l'alleanza con Re contro Sodano.
A questo punto diventa facilissima la collocazione dell'ordinario uscente nella
prestigiosa sede di Cagliari, che per un breve periodo è stata anche sede cardinalizia.
Qui mons. Mani inizierebbe un nuovo percorso pastorale senza più i galloni di
generale, ma con il lauto sostentamento economico della pensione militare4.
Il puzzle carrieristico-episcopale non distoglie il Vicario-presidente dalla crisi
internazionale. Favorevole alla "guerra preventiva" scatenata dagli Stati Uniti in
Medio oriente come ritorsione per le stragi dell'11 settembre, il cardinale Ruini vede
con favore anche l'ambigua presenza dei carabinieri italiani nell'Iraq bombardato e
occupato dagli anglo-americani (presenza decisa dal governo berlusconiano per
compiacere l'amministrazione Bush). Se ne ha conferma il 18 novembre 2003, durante
l'omelia gladiatoria pronunciata da Sua eminenza alle esequie dei 19 carabinieri
italiani uccisi a Nassiriya:

«Non fuggiremo davanti ai terroristi assassini, anzi li fronteggeremo con tutto il coraggio,
l'energia e la determinazione di cui siamo capaci. Ma non li odieremo, anzi, non ci
stancheremo di sforzarci di far loro capire che tutto l'impegno dell'Italia, compreso il suo
coinvolgimento militare, è orientato a salvaguardare e promuovere una convivenza umana in
cui ci siano spazi e dignità per ogni popolo, cultura e religione».

Alle parole ruiniane gonfie di retorica patriottica da cappellano militare, concetti del
tutto contrari agli insegnamenti evangelici, replica il vescovo di Caserta monsignor
Raffaele Nogaro:

«Comunque tentiamo di giustificarla, e da qualsiasi punto di vista la si guardi, quella


dell'Italia in Iraq è un'azione di guerra. Una guerra che, indipendentemente dalla volontà del
singolo, l'Italia combatte a fianco degli Stati Uniti e di sicuro non per nobili ideali».
La quasi totalità dei vescovi italiani tace: alcuni perché condividono il furbesco
militarismo del cardinale Ruini, i più perché non osano irritare Sua eminenza il
Vicario-presidente che notoriamente non tollera il dissenso.

4 Agenzia Adista, 28 giugno 2003.


Sua eminenza capopartito

Benché coperta da proclami di equidistanza e da formalismi ipocriti, la linea filo


governativa della Cei ruiniana è sempre più marcata. E un do ut des che richiama il
clima dei Patti Lateranensi, una manfrina così sfacciata che provoca sconcerto e
imbarazzo in molti credenti.
Il parlamentare cattolico di centro-sinistra on. Franco Monaco (ex presidente
dell'Azione cattolica di Milano, e ex collaboratore del cardinale Carlo Maria Martini)
denuncia «un certo silenzio» della Chiesa di fronte a una democrazia italiana afflitta
da «cinque punti di sofferenza»: conflitto permanente del governo con le parti sociali;
disprezzo per la legalità; tramonto dell'europeismo e del pacifismo italici; dilagante
idolatria del mercato e del profitto; concentrazione monopolistica del potere
mediatico. All'onorevole Monaco risponde indirettamente - e non per caso -
l'ultraruiniano direttore di "Avvenire" Dino Boffo1, il quale rivendica la concretezza e
il pragmatismo di quelli che chiama «cattolici irriverenti» pronti a ottenere dallo Stato
ciò di cui la Chiesa ha bisogno.
Alla fine di maggio del 2004 il presidente della Cei e il ministro dell'Istruzione Letizia
Brichetto Moratti firmano una intesa sugli "Obiettivi specifici di apprendimento per
l'insegnamento della religione cattolica (Irc)" nella scuola media inferiore2.
Nell'occasione la ministra berlusconiana sottolinea la piena intesa con la Cei, esprime
«gratitudine per l'appoggio ininterrotto al processo di rinnovamento della scuola,
appoggio che viene costantemente e pubblicamente rinnovato», e inneggia al
«rilevante contributo della Cei al dibattito sul ruolo dell'educazione volto a elaborare
una risposta pedagogica, ispirata all'antropologia cristiana, alle diverse problematiche
oggi emergenti in quest'ambito». Insomma, la scuola italiana è governata dal tandem
Moratti-Ruini, uniti in una simbiosi politica tale da far impallidire i già gloriosi tempi
della Dc.
Naturalmente Sua eminenza vigila sulla Chiesa italiana affinché nessuno osi
contraddire la sua linea pro governo. E chi sgarra, paga: È stato licenziato in tronco,
per aver criticato il ministro Urbani, monsignor Renzo Giuliano, parroco della basilica
di Santa Maria degli Angeli a Roma e, prima del licenziamento, responsabile del
Vicariato di Roma per l'arte sacra e i beni culturali. A dargli il benservito il suo diretto
superiore, il cardinale Camillo Ruini, presidente della Conferenza episcopale e
Vicario del Papa per la diocesi di Roma. La colpa di monsignor Giuliano: aver
criticato pubblicamente il ministro Urbani per aver bloccato il progetto [...] che
prevede la catalogazione digitale dei beni artistici di cento chiese di Roma. Uno stop
poco chiaro, sul quale interverrà anche la Procura della Repubblica di Roma, in
seguito a un esposto di Fabio Gallo, responsabile del progetto. Ma prima ancora della
magistratura è intervenuto il cardinale Ruini, che ha tolto a monsignor Giuliano
l'incarico di responsabile per l'arte sacra e i beni culturali, lasciandogli però la
parrocchia. «Un passo necessario dettato da motivi di opportunità», spiegano dal
Vicariato, «per le dichiarazioni sul ministro Urbani che avevano erroneamente
coinvolto anche la diocesi»3.
L'Italia berlusconiana è afflitta da una grave crisi economica: un carovita micidiale e
molte speculazioni incontrastate rendono i pochi ricchi sempre più ricchi, e provocano

1 Uno dei capitelli del potere ruiniano è lo stuolo di compiacenti giornalisti che da anni ne
celebrano i fasti e ne decantano le gesta.
2 Alcuni mesi prima era stata firmata un'analoga intesa per la scuo la dell'infanzia e le elementari.
3 Recentemente Sua eminenza ha acquisito un nuovo, sorprendenti-estimatore: il vaticanista de
"L'Espresso" Sandro Magister.
schiere di nuovi poveri. Dilagano varie forme di illegalità (compresa la corruzione
genere Tangentopoli), mentre la tv veicola stili di vita e valori miserevoli. Poi c'è il
gravissimo problema dell'immigrazione, dalle molteplici implicazioni sociali. C'è uno
scandaloso presidente del Consiglio dedito alla tutela dei propri interessi giudiziari e
affaristici, impegnato a raccontare barzellette pecorecce o a esibire lifting di chirurgia
plastica oppure ville faraoniche. Addirittura, in Parlamento la maggioranza
berlusconiana si appresta a manomettere la Costituzione repubblicana. Eppure il
Vicario-presidente Ruini mantiene il suo silenzio connivente, dato che il governo di
centro-destra sta per fargli un bellissimo regalo multimilionario: la detassazione degli
immobili della Chiesa a uso commerciale. E si appresta a versare nelle casse della Cei
l'8 per mille relativa all'anno 2004: la somma-record di 984.115.165,49 euro (cioè
poco meno di duemila miliardi di lire).
Agenzia Adista, 27 novembre 2004.

Con l'inizio dell'anno 2005 si approssima la scadenza referendaria sulla legge n° 40


relativa alla fecondazione assistita: i promotori della consultazione si propongono di
abrogarne le norme più restrittive. Data la delicatezza e la complessità della materia,
si prospetta la possibilità di evitare il referendum modificando la legge con un
accordo parlamentare.
Ma ecco che irrompe sulla scena politica il Vicario-presidente Ruini. Durante la
prolusione al Consiglio permanente della Cei (riunito a Bari dal 17 al 20 gennaio),
Sua eminenza mette i piedi nel piatto elettorale e dà la linea:

«Pochi giorni fa la Corte costituzionale si è pronunciata sui referendum abrogativi della legge
sulla procreazione medicalmente assistita, respingendo il quesito che aveva di mira
l'abrogazione dell'intera legge e ammettendo invece gli altri quattro che ne domandavano
l'abrogazione parziale.
Prendiamo atto di queste decisioni della Corte, al di là dei non pochi interrogativi e
perplessità che esse possono legittimamente suscitare. Non cambiamo però, e non possiamo
cambiare, la valutazione e la posizione che abbiamo ripetutamente espresso riguardo a questa
legge, che sotto diversi e importanti profili non corrisponde all'insegnamento etico della
Chiesa, ma ha comunque il merito di salvaguardare alcuni principi e criteri essenziali, in una
materia in cui sono in gioco la dignità specifica e alcuni fondamentali diritti e interessi della
persona umana.
Pertanto, mentre non abbiamo cercato e non cerchiamo alcuna contrapposizione, non
possiamo per parte nostra essere favorevoli a ipotesi di modifiche della legge fatte con
l'intento di evitare i referendum: esse non sarebbero infatti in alcun modo "migliorative", ma
al contrario dovrebbero forzatamente abdicare proprio a quei principi e criteri essenziali.
Daremo invece il nostro contributo affinché la campagna referendaria si svolga in forme
serene e rispettose, e al contempo attente all'obiettiva gravità dei problemi. A tal fine
auspichiamo e chiediamo che le diverse posizioni abbiano ciascuna spazio adeguato sui mezzi
di comunicazione, specialmente su quelli di maggiore diffusione.
Il confronto referendario, sebbene da noi certamente non desiderato, può contenere infatti
un'opportunità per rendere il popolo italiano più consapevole dei reali problemi e valori in
gioco [...]. Quanto alle modalità attraverso le quali esprimere più efficacemente il rifiuto del
peggioramento della legge, sembra giusto avvalersi di tutte le possibilità previste in questo
ambito dal legislatore.
Siamo consapevoli delle difficoltà che ci attendono e delle critiche a cui potremo essere
sottoposti. È però doveroso per noi esprimerci con sincerità e chiarezza, anche in questa
materia, e siamo interiormente sostenuti dalla coscienza di adempiere alla nostra missione e di
operare per il bene concreto delle persone, delle famiglie e del corpo sociale».

L'involuto politichese ruiniano può essere semplificato così. La legge in vigore sulla
procreazione assistita è pessima, però al momento è il minore dei mali. Questa legge
non deve essere modificata nel senso voluto dai promotori del referendum, dunque
niente accordi parlamentari, e la consultazione elettorale deve avere regolarmente
luogo. Basterà cavalcare l'astensionismo per far mancare il quorum e vanificare così il
referendum e "il pericolo" che vincano i sì.
La sola voce della gerarchia ecclesiastica che contesta il diktat ruiniano è quella solita
dell'arcivescovo emerito di Foggia monsignor Giuseppe Casale:

«Il referendum è brutale anche nelle sue domande, qui si parla di questioni molto delicate che
esigono quella mediazione politica propria del Parlamento. In una società complessa
dobbiamo tenere conto di tutte le opinioni, delle varie posizioni morali religiose e laiche, e
allora la legge che è fatta per tutti non può mai essere la traduzione immediata di una istanza
etica, esprime un punto di equilibrio, se vogliamo il male minore».

Protestano anche i cattolici del gruppo "Noi siamo Chiesa" con un duro comunicato:

Il cardinale Ruini, senza ascoltare l'opinione dei vescovi né tanto meno quella di altre
autorevoli voci presenti nella Chiesa, ha rifiutato l'ipotesi di un accordo in Parlamento per
evitare i referendum sulla legge n° 40 e ha, in sostanza, chiesto il boicottaggio della
consultazione popolare mediante l'astensione dal voto. Il cardinale Ruini è ormai diventato
un'istituzione della Repubblica col diritto di intervenire e di cercare di imporre. I suoi
interventi sono sempre più politici e sempre più lontani dall'ispirarsi al Vangelo di Gesù.
Nella pretesa che ogni posizione in materia di bioetica, anche molto controversa ma sostenuta
dalle gerarchie della Chiesa, si traduca in legge dello Stato e nel rifiuto della democrazia
referendaria, il cardinale Ruini trova la contrarietà e l'imbarazzo di molti cattolici. Sono quelli
che credono nelle istituzioni democratiche e che hanno comunque come principale punto di
riferimento, su problemi tanto complessi e delicati come quelli della fecondazione assistita, la
carità e la misericordia di cui parla il Vangelo e la propria coscienza.

Dal versante laico, protesta con energia Eugenio Scalfari.

«Voi potete dire e ridire fino alla noia che l'embrione è una persona», scrive il giornalista
rivolto all'episcopato, «così come i vostri confratelli di quattrocento anni fa sostenevano che il
sole gira intorno alla Terra e misero in catene il grande scienziato che sosteneva il contrario.
Ciò che invece non potete assolutamente fare è di prescrivere agli elettori quale sia il modo
più efficace per impedire l'abrogazione (parziale) d'una legge attraverso il legittimo esercizio
del voto popolare».

Poi Scalfari si rivolge direttamente al cardinale Ruini:

«Lei sarà pur convinto di adempiere alla sua missione prescrivendo agli elettori se debbano
votare o no. Ma sta di fatto che (come presidente della Cei) ha violato gli articoli 1 e 2 del
Concordato lateranense. Se avessimo un presidente del Consiglio di normale sensibilità per le
prerogative e la dignità dello Stato, lei avrebbe già ricevuto una nota di protesta
dall'ambasciatore italiano presso la Santa sede. Ma noi non abbiamo purtroppo un presidente
del Consiglio che senta questo tipo di doveri. E infatti egli è proprio colui che a una
Conferenza episcopale così poco riguardosa dei principi di laicità fa più comodo di avere
come frontaliere».

Ma il Vicario-presidente-monarca non sente ragioni, lui vuole la crociata


antireferendaria sicuro di vincerla. I1 7 marzo 2005, al Consiglio permanente della
Cei, Sua eminenza ribadisce la necessità di «impedire il grave peggioramento della
legge sulla procreazione assistita che avrebbe luogo se il referendum avesse esito
positivo», e ripete:

«È chiaro il senso dell'indicazione di non partecipare al voto: non si tratta in alcun modo di
una scelta di disimpegno, ma di opporsi alla maniera più forte e efficace ai contenuti dei
referendum e alla stessa applicazione dello strumento referendario in materie di tale
complessità».

E il successivo 10 marzo il cardinale Ruini arringa i preti di Roma riuniti nella


basilica di San Giovanni in Laterano: «Si è scelto di non votare per due motivi. Il
primo è la maggiore probabilità di successo, perché molti si astengono in ogni caso e
dunque c'è già una quota di astenuti alla quale ci si va a sommare. L'altro motivo è la
contrarietà a usare il metodo del referendum in materie così complesse». Frattanto il
bollettino personale di Sua eminenza, il quotidiano "Avvenire", fa il "cane da guardia"
ringhiando contro chiunque osi incrinare la compattezza del fronte cattolico sulla
linea-Ruini.
A fine maggio, pochi giorni prima del voto referendario, il Vicario-presidente fa
l'ennesimo comizio politico-referendario davanti all'assemblea generale della Cei:

«È ormai molto vicino il referendum riguardante la procreazione assistita. La nostra posizione


in merito è nota; siamo cioè per una consapevole non partecipazione al voto, che ha il
significato di un doppio no, ai contenuti dei quesiti sottoposti a referendum, che peggiorano
irrimediabilmente e svuotano la legge, riaprendo in larga misura la porta a pericolosi vuoti
normativi, e all'uso dello strumento referendario in una materia tanto complessa e delicata.
Non si tratta dunque in alcun modo di una scelta di disimpegno, ma al contrario di opporsi in
maniera netta ed efficace a una logica che - a prescindere dalle intenzioni dei suoi sostenitori -
mette in pericolo i fondamenti umani e morali della nostra civiltà. Il dibattito che si è
sviluppato in queste settimane ha avuto il merito di evidenziare che in concreto l'unica via per
opporsi effettivamente al peggioramento della legge è quella della non partecipazione al voto,
mentre il votare no, dato che contribuisce al raggiungimento del quorum, di fatto è un aiuto,
sia pur involontario, ai sostenitori del referendum».

L'episcopato è mobilitato, compatto, nella crociata ruiniana antireferendaria, e guai a


chi dissente: Sua eminenza sa essere inflessibile come un deposta, autoritario come un
dittatorello. L'arcidiocesi di Genova, per bocca del vicario generale monsignor Luigi
Palletti, richiama all'ordine don Andrea Gallo, colpevole di sostenere la "libertà di
coscienza" dei cattolici rispetto al voto referendario, minacciando di adottare contro il
sacerdote dissidente «i provvedimenti canonici del caso». A Verona padre Rodolfo
Zecchini, insegnante di etica, invita a votare al referendum e a votare tre sì; subito
dopo la consultazione padre Zecchini verrà licenziato dal vescovo veronese,
monsignor Flavio Roberto Carraro, «essendo venute meno le condizioni di una
collaborazione corretta e fruttuosa». Nella Chiesa ruiniana è vietato dissentire non
solo in materia dottrinaria, ma anche dalle idee politiche del presidente-sovrano.
L'esito del referendum è scontato: vota solo il 25 per cento degli aventi diritto, per cui
la consultazione è invalidata. «Il risultato è andato al di là di quello che era previsto»,
esulta il cardinale Ruini, poi aggiunge:

«Spiego il mancato raggiungimento del quorum con la maturità del popolo italiano, che si è
rifiutato di pronunciarsi su quesiti tecnici e complessi, che ama la vita e diffida di una scienza
che pretenda di manipolare la vita, che è radicato in alcuni valori fondamentali e vuole
conservarli per il presente e per il futuro... Il cattolicesimo popolare italiano ha dato ottima
testimonianza di sé».
E a quanti rimproverano la Cei di avere interferito nella vita dello Stato ledendone la
laicità, Sua eminenza risponde con la tronfiaggine del politicante vittorioso:

«Questo è totalmente sbagliato. Se per laicità dello Stato si intende che la Chiesa non può
avere una espressione pubblica, allora non si tratta di laicità, ma si tratta di un laicismo che fa
male allo Stato prima ancora che alla Chiesa. Se, invece, si intende per laicità la libertà di
ciascuno e la distinzione dei compiti, questa laicità non è stata in alcun modo toccata. La
Chiesa, in materia di grandissimo rilievo umano e morale, aveva il dovere di esprimere
chiaramente la sua voce, una voce che è stata accolta e condivisa da moltissimi cittadini,
anche in base alla loro coscienza personale».

La battaglia referendaria s'intreccia con il Conclave di aprile 2005, che però per il
cardinale Ruini è una delusione: nonostante si sia dato tanto da fare, la sua
candidatura papale non decolla. Lunedì 18 aprile Sua eminenza in Conclave rimedia 6
voti. Martedì 19 i porporati suoi sostenitori - previ accordi di corridoio -
contribuiscono a eleggere papa il cardinale Joseph Ratzinger. Allora il Vicario-
presidente è lestissimo a inneggiare al nuovo Pontefice tedesco, tessendone lodi
sperticate: «Papa Ratzinger non è un puro difensore della fede: ha una mente creativa,
e ha fatto molto per ripensare il cristianesimo nel nostro tempo». Si capisce: nel 2006
Sua eminenza dovrà dare le dimissioni per raggiunti limiti di età, e vuole ottenere da
Benedetto XVI una lunga proroga, la più lunga possibile.
Archiviata la delusione del Conclave, e conclusa con una grande vittoria la battaglia
referendaria, il cardinale Ruini è superattivo su più fronti. Come vicario papale
rimuove un parroco romano troppo pacifista. Come presidente della Cei annuncia: a)
guerra alla «deriva laicista» dell'Europa e al «relativismo etico»; b) guerra all'ipotesi
che il Parlamento italiano codifichi le unioni gay con un'apposita legge; c) guerra alla
vigente legislazione abortista, che dovrà essere cambiata.
Il 19 settembre, aprendo a Roma il Consiglio episcopale permanente, il Vicario-
presidente si cimenta nel consueto comizio politico comprensivo di proibizioni e
diktat. Anzitutto rivendica la vittoria referendaria, la quale «ha confermato che la
indicazione di non partecipare al voto era non solo efficace praticamente ma anche in
sintonia con il sentire della grande maggioranza della nostra gente». Poi dice no a
qualunque forma di «riconoscimento giuridico pubblico delle unioni di fatto»: la
Chiesa - precisa Sua eminenza - può al massimo tollerare norme a tutela di «esigenze
specifiche», ma solo per conviventi eterosessuali. Quindi si occupa di un aspetto
minimale dello scandalo che ha per protagonista il governatore della Banca d'Italia
Antonio Fazio, affermando «la necessità di porre fine, per quanto possibile, all'abuso
della pubblicazione delle intercettazioni telefoniche che da troppi anni condiziona la
vita della nostra Repubblica e ha prodotto gravi danni alle perso ne e guasti
difficilmente riparabili alla dialettica politi ca e al funzionamento delle istituzioni»4.
Assai pertinente il commento del cattolico Pierre Carniti, ex segretario generale della
Cisl: «Sarebbe meglio che il cardinal Ruini insistesse sull'annuncio del Vangelo,
piuttosto che sulle intercettazioni telefoniche».
Il 23 settembre il Vicario-presidente partecipa, in veste di premiato, a una
manifestazione politica organizzata a Siena dalla lobby reazionaria Fondazione
Liberal; nell'occasione, un gruppo di studenti di sinistra contesta rumorosamente Sua
eminenza. «La Chiesa non si lascia intimidire», protesta la Cei con un comunicato
4 Il cardinale Ruini non dice una parola sull'incredibile comportamento di Antonio Fazio così come
emerge dalle intercettazioni telefoniche. Non è distrazione: è che il governatore della Banca d'Italia,
oltre a essere un uomo molto potente, è un pupillo dell'Opus Dei. Due buonissime ragioni per non
criticarlo.
ufficiale, e annuncia che continuerà a «parlare in modo forte e chiaro»: perché è
evidente che il cardinale Ruini e la Conferenza episcopale sono oramai sinonimi, sono
un tutt'uno, la stessa cosa.
A conferma che Sua eminenza è ormai un protagonista-mattatore della politica
italiana, la contestazione senese scatena tutti i partiti politici in una gara nel
condannare gli studenti contestatori e nel solidarizzare con il porporato contestato. Il
giornalista laico Eugenio Scalfari commenta:

Le recenti esternazioni del cardinal Ruini hanno provocato a Siena, in occasione d'un forum di
parte al quale il presidente della Cei era intervenuto come ospite d'onore, chiassose
contestazioni di un gruppo di studenti favorevoli al "Pacs" (Patto di solidarietà per i
conviventi non sposati). Il cardinale ha definito quelle contestazioni una «piacevole
interruzione» dimostrando in quest'occasione una buona dose di umorismo di cui gli va dato
atto. Non altrettanto umorismo ha visitato le menti di quanti, naturalmente del centrodestra
ma anche del centrosinistra, si sono affrettati a biasimare i chiassosi studenti e hanno porto le
loro (non richieste) scuse al cardinale.
Dispiace che tra di essi ci sia stato anche Romano Prodi. Di che cosa si doveva scusare Prodi
e tutto il centrosinistra con lui? Il cardinale fa il dover suo quando esprime l'opinione dei
vescovi, confortata da quella del Papa, sulla dottrina della Chiesa, sull'etica, sulla famiglia,
sulla catechesi, sulla liturgia. Invade invece terreno altrui quando prescrive i comportamenti
specifici che non solo i cattolici e gli "uomini di buona volontà" dovrebbero assumere, ma
anche le istituzioni dello Stato in occasioni politiche rilevanti: il modo di compilare le leggi, il
modo di votare nei referendum, l'esercizio della giurisdizione. (Vedi a quest'ultimo proposito
le critiche che Ruini ha rivolto alle intercettazioni giudiziarie disposte dalle procure italiane.)
Di invasioni di campo di questo genere è piena la recente biografia del presidente della Cei.
Esse creano inevitabili reazioni non solo dei laici non credenti ma anche nel laicato cattolico
più avvertito, che vorrebbe dai propri vescovi più religiosità e meno politica [...].
Ruini si dimentica troppo spesso, mi pare, la differenza profonda che passa tra una Chiesa
libera da ogni vincolo e da ogni beneficio e una Chiesa concordataria come quella italiana. E
ovvio che i preti e i vescovi abbiano piena libertà di parola ma non è vero che essi siano
cittadini italiani come tutti gli altri. Essi godono di vari privilegi tutt'altro che marginali:
celebrano matrimoni in qualità di ufficiali di stato civile, hanno insegnanti di religione nelle
scuole pubbliche pagati dallo Stato ma scelti e revocabili da loro, ricevono un contributo
dell'8 per mille sul reddito dichiarato dai contribuenti e calcolato con modalità che vanno
assai oltre alla crocetta apposta dal singolo dichiarante sull'apposito spazio modulistico,
ricevono ampio sostegno finanziario e urbanistico per le opere d'arte allocate nelle chiese.
In compenso di questi e di molti altri benefici hanno accettato di lasciare interamente
all'autorità civile l'organizzazine politica e legislativa della società, alla quale possono certo
far giungere la loro parola d'orientamento ma non la loro precettistica e la loro casistica»5.

Ma il potere ruiniano non è scalfibile, ed è tale che il Vicario-presidente - come già


aveva fatto con Giovanni Paolo II - a scopo di adulazione si permette valutazioni
sull'operato di papa Ratzinger: «In questi primi mesi di pontificato, in continuità con
Giovanni Paolo II», rileva infatti la Cei ruiniana nel settembre del 2005, Benedetto
XVI «sta offrendo, con semplicità e immediatezza, una forte testimonianza di gioia
cristiana e un ricco insegnamento magisteriale».
Nell'autunno del 2005 si scatena la corsa per santificare al più presto, a furor di
popolo, l'amatissimo Giovanni Paolo II. E i maggiorenti della gerarchia ecclesiastica
fanno a gara per associare il proprio nome a quello del defunto Papa. È uno
sgomitamento di potere: per la ribalta mediatica, e per cavalcare la straordinaria
popolarità di papa Wojtyla.

5 Eugenio Scalfari, "la Repubblica, 25 settembre 2005.


Il 22 ottobre 2005, al termine del Sinodo dei vescovi, ai padri sinodali viene
distribuita una preziosa reliquia: una immagine ieratica di Giovanni Paolo II
comprendente un frammento di stoffa degli abiti del defunto Pontefice. Sul retro
dell'immagine-reliquia, è riportato uno scritto intitolato «Preghiera per ottenere delle
grazie attraverso l'intercessione del Servo di Dio il Papa Giovanni Paolo II»:
«O Trinità Santa, ti ringraziamo per aver donato alla Chiesa il Papa Giovanni Paolo II e per
aver fatto risplendere in lui la tenerezza della Tua paternità, la gloria della Croce di Cristo e lo
splendore dello Spirito d'amore. Egli, confidando totalmente nella Tua infinita misericordia e
nella materna intercessione di Maria, ci ha dato un'immagine viva di Gesù Buon Pastore e ci
ha indicato la santità come misura alta della vita cristiana ordinaria quale strada per
raggiungere la comunione eterna con Te. Concedici, per Sua intercessione, secondo la Tua
volontà, la grazia che imploriamo, nella speranza che egli sia presto annoverato nel numero
dei Tuoi Santi. Amen.
Si prega di comunicare le grazie ricevute a: Postulazione della Causa di Beatificazione e
Canonizzazione del Servo di Dio Giovanni Paolo II, Piazza San Giovanni in Laterano 6/a,
Roma».

In calce alla preghiera con recapito, la solenne dicitura conclusiva:

«Con l'approvazione ecclesiastica card. Camillo Ruini, Vicario generale di Sua Santità per la
Diocesi di Roma».

Mentre con una mano glorifica il defunto Pontefice, Sua eminenza con l'altra mano è
impegnatissimo a incensare e blandire il regnante Benedetto XVI. Di papa Ratzinger
scrive che «ha raccolto questa grande eredità lasciatagli dal suo Predecessore», che
pronuncia parole le quali «hanno, accanto alla forza e alla profondità, una nitida
consequenzialità e una straordinaria chiarezza». La piaggeria ruiniana verso papa
Ratzinger si esprime senza ritegno attraverso una ridda di notazioni e aggettivazioni
come «efficace e profondo», «semplice e gentile», «spontaneità e naturalezza», «il
carisma proprio del nuovo Pontefice», «dà concretezza al mistero della Chiesa»,
«grande forza e chiarezza». Fino all'apoteosi: «Il Signore ci ha dato, nella persona del
nuovo Pontefice, un grande Maestro della fede e al contempo un Pastore che conosce
la strada per introdurci nell'intimità di Dio: un catecheta di straordinaria profondità e
chiarezza che è però, ancora prima, un evangelizzatore che dolcemente sa quasi
costringere a prestare attenzione a Cristo»6. Intanto il vaticanista Giancarlo Zizola
scrive: «Soltanto nel tempo sarà dato di comprendere pienamente se siano fondati i
timori di quanti fra i cattolici hanno percepito con inquietudine il complimento rivolto
da alcuni leader politici al cardinale Ruini per la sua "genialità politica", un
apprezzamento su cui un vescovo cattolico dovrebbe riflettere». Questo, infatti,
perché c'è il rischio ricorrente «di uno snaturamento dell'identità pubblica della Chiesa
se venisse mischiata alle spregiudicate abilità politiche che la presentano come una
corporazione nel gioco dei poteri "forti", munita di una vasta disponibilità di capitali,
provenienti dall'8 per mille concordatario, e capace di farsi largo nella società a colpi
di decreti sulla Gazzetta Ufficiale e di pesanti ingerenze nell'ordine politico piuttosto
che con la forza dello spirito e la validità intrinseca della sua verità»7.

6 Tutte le citazioni riportate sono tratte dalla introduzione, firmata da Camillo Ruini, al libro di
Benedetto XVI La rivoluzione di Dio (Edizioni San Paolo-Libreria Editrice Vaticana, 2005).
7 G. Zizola, Benedetto XVI, Sperling & Kupfer 2005, pag. 369.
L'arcivescovo "pulito dentro"

Lo scandalo che alla fine degli anni Novanta ha avuto come protagonista l'arcivescovo
di Napoli, il cardinale Michele Giordano, è una vicenda che permette di conoscere
meglio la nomenklatura della Chiesa italiana presieduta dal cardinale Ruini.
Si tratta di uno scandalo molto istruttivo, nel quale i risvolti giudiziari e processuali
sono comunque secondari. Infatti è una storia di ingenti somme di denaro della
diocesi utilizzate da un arcivescovo per faccende private, fra plateali menzogne
pubbliche e conviventi coperture vaticane. Con la pretesa del protagonista di essere al
di sopra delle leggi dello Stato italiano. È soprattutto una vicenda che, sebbene abbia
come primattore un principe della Chiesa, non ha nulla di evangelico ed è permeata,
dall'inizio alla fine, di arroganza del potere.
Per le sue caratteristiche specifiche, e per alcuni suoi frangenti, lo scandalo Giordano
è a tutti gli effetti un sottocapitolo della biografia ruiniana. E come tale merita dunque
di essere qui raccontato.

Il 9 maggio 1987 Giovanni Paolo II nominò a sorpresa monsignor Michele Giordano


arcivescovo di Napoli, in sostituzione dell'anziano e dimissionario (per raggiunti
limiti di età) cardinale Corrado Ursi.
La notizia della nomina di monsignor Giordano alla guida della arcidiocesi
partenopea (la terza per importanza, in Italia, dopo Milano e Roma) suscitò nei
corridoi della Curia vaticana sarcasmi e ilarità: il presule era infatti chiacchierato per
la modestia intellettuale, per il pittoresco aspetto e i modi ruspanti1. Tuttavia la
nomina non destò sorpresa: monsignor Giordano aveva stretti rapporti col
potentissimo monsignor Donato De Bonis dello Ior, ed era nelle grazie del cardinale
Lucas Moreira Neves (prefetto della Congregazione per i vescovi, vicinissimo
all'Opus Dei); sul versante politico, dava del tu al ras democristiano Emilio Colombo.
Alle prese con una realtà sociale segnata dalla malavita organizzata, dalla
disoccupazione di massa e dal degrado, monsignor Giordano brandì subito il pastorale
come una clava moralizzatrice. «Una delle principali cause del mancato sviluppo del
Mezzogiorno», denunciò il neoarcivescovo durante un convegno sui problemi di
Napoli e del Mezzogiorno, «va ricercato sia nell'uso distorto che si è fatto del denaro
pubblico (per arricchimenti personali, per favorire talune imprese, per creare
clientele), sia nella presenza di varie organizzazioni di stampo mafioso». Quindi
concluse: «La vera palla al piede dello sviluppo del Mezzogiorno è stato, ed è ancora
oggi, il problema morale. Si pensi al denaro speso per realizzare opere che servivano
interessi politici! La questione morale deve precedere per importanza ogni altra
questione».
Durante il Concistoro del giugno del 1988 l'arcivescovo Giordano ricevette da
Giovanni Paolo II la porpora. «Questa nomina a cardinale significa per me un nuovo
speciale titolo di legame, di fedeltà e di servizio alla Sede di Pietro che mi onora»,
dichiarò con solennità il neoporporato, e aggiunse: «Sono chiamato a partecipare più
da vicino alle ansie, alle gioie, ai problemi della Chiesa universale insieme con il
Papa».

1 Nato a Sant'Arcangelo (Potenza) nel 1930, ordinato sacerdote nel 1953, monsignor Giordano era
stato un modesto parroco a Scanzano Jonico per sei anni. Aveva cominciato la sua scalata carrieristica
nel 1971: prima vescovo ausiliare di Matera, poi amministratore apostolico di Gravina-Isernia-
Altamura, quindi - dal giugno 1974 -arcivescovo di Matera-Isernia. Alla carica arcivescovile si erano
poi aggiunte quella di segretario della Commissione episcopale per il clero, e di vicepresidente della
Conferenza episcopale regionale della Basilicata.
Tre mesi dopo il cardinale Giordano presenziò, nel Duomo di Napoli, alla tradizionale
liquefazione miracolosa del sangue di San Gennaro. Annunciando l'avvenuto
miracolo, disse ai fedeli: «Questo sangue è vivo, come ci hanno confermato gli
scienziati, e vivo deve essere il nostro cuore verso il prossimo... Ho provato una
grande emozione quando quel grumo di sangue si è sciolto, e nello stesso modo
occorre che si sciolgano i nostri cuori».

La porpora rese ancora più veementi i sermoni dell'arcivescovo partenopeo contro la


corruzione politica e la malversazione di pubblico denaro, contro l'aborto e contro
l'egoismo. Con qualche colorita digressione.
In un'intervista del marzo 1990 Giordano dichiarò: «Si ha la sensazione che la politica
non tiene troppo conto della necessità di garantire un bene a tutti, ma che si corre
dietro al particulare, cioè agli interessi di un partito, di una corrente, o sottocorrente,
o addirittura degli amici o dei parenti». In un'altra occasione disse ai fedeli: «Anche
gli eventi più temibili, come le morti per droga o gli assassini perpetrati dalla mafia,
impallidiscono di fronte al numero delle vittime degli aborti». E ancora: «L'aborto è
l'uccisione di un essere umano innocente voluta dai suoi stessi genitori».
Il 19 settembre 1990, in occasione del rinnovarsi della miracolosa liquefazione del
sangue di San Gennaro, il cardinale Giordano durante l'omelia esecrò la malavita
organizzata «che per un pugno di soldi uccide senza scrupoli», e ammonì i fedeli che
«il senso della vita non è nei beni materiali, ma si deve cercarlo in Cristo che ci libera
dal peccato che è dentro di noi». Poi, prendendo di petto il tema della morte, disse:
«Chi vuole morire? Nessuno, neanche il vostro vescovo - anche se non so ancora
quanto camperò, se non mi ammazzano prima più di altri vent'anni non vivrò».
Nei primi giorni di novembre 1990, alla vigilia della visita pastorale di Giovanni
Paolo II a Napoli, l'arcivescovo Giordano dichiarò al giornale vaticano "L'Osservatore
romano": «Dopo tre anni e più di permanenza a Napoli sono contentissimo di essere
in questa meravigliosa diocesi. Meravigliosa anche se faticosa, molto faticosa...
Vorrei dire che non cambierei la diocesi di Napoli con nessun'altra».
Il 19 settembre 1991, celebrando nel Duomo di Napoli il rinnovarsi del miracolo del
sangue di San Gennaro, il cardinale Giordano polemizzò dal pulpito con un sacerdote
che di recente aveva lasciato la Chiesa per sposarsi: «Ho letto su un giornale di un ex
sacerdote che adesso si sposa. Si era impegnato per tutta la vita a servire il Signore, e
poi all'improvviso ha cambiato parere... Per essere fedeli bisogna fare sacrifici, e chi
non si sa impegnare nel farli non è un uomo!». L'8 dicembre, festa dell'Immacolata,
l'arcivescovo Giordano si abbandonò a una forbita analisi socio-religiosa: «Il vuoto
spirituale è un cancro che diffonde metastasi non solo nei ghetti degradati della
società, ma anche nei luoghi dove si gestisce il potere politico, economico e
amministrativo».
«Rispettare i dieci Comandamenti non basta più», ammonì il cardinale Giordano alla
fine del 1991, salutando con grande favore un vademecum di «nuovi peccati»
compilato dai padri domenicani del santuario partenopeo della Madonna dell'Arco. I
"nuovi peccati" erano: appartenere alla camorra; possedere armi; pagare o riscuotere
tangenti; praticare l'usura; vendere il voto; frodare il Fisco; percepire lo stipendio
senza aver lavorato; frodare le assicurazioni; chiedere raccomandazioni; scioperare
ingiustamente; fare uso di alcol e droghe; imbrattare monumenti; giocare d'azzardo;
guidare l'automobile con imprudenza; danneggiare l'ambiente; credere all'oroscopo;
consultare i maghi. «Il vero problema», chiosò l'arcivescovo con arguzia, «consiste
nella prevenzione di questi nuovi peccati».
Nel 1992, a pochi giorni dalla beatificazione in San Pietro di Josemaria Escrivà de
Balaguer, il ruspante cardinale Giordano si prostrò al cospetto dell'Opus Dei. Lo fece
con un accorato scritto pubblicato il 16 maggio dal quotidiano ruiniano "Avvenire".
Nell'articolo, l'arcivescovo di Napoli plaudiva entusiasta «l'ampia catechesi di
monsignor Escrivà», estrapolandone «il tema "famiglia" e "giovani" a me
particolarmente caro». E via con citazioni dell'augusto beato sul tema, intervallate da
considerazioni molto suggestive, tipo: «Anche il sesso, talora fonte di incomprensione
e finanche di manipolazione del messaggio di Cristo, in monsignor Escrivà assume un
ruolo chiaro, con precise connotazioni umane e divine». Nel breve saggio casereccio
del cardinale Giordano si poteva perfino leggere che «dalla teoria, monsignor Escrivà
riusciva a passare efficacemente alla pratica proprio perché le sue analisi partivano da
uno studio obiettivo e appassionato delle diverse realtà del mondo».
Pochi mesi dopo l'arcivescovo di Napoli acquisì una nuova importante benemerenza
presso la reazionaria fazione filo-Opus Dei della Curia vaticana. Emerse che tra la
fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta l'allora sacerdote Giordano aveva
fatto parte di una "Gladio bianca": un'organizzazione clandestina anticomunista -
diretta da un gruppo di gesuiti, e finanziata dagli americani - impegnata a contrastare
nelle diocesi il pericolo della possibile vittoria elettorale del Pci. Insomma, un eroe
dell'anticomunismo.
In attesa che Escrivà de Balaguer propiziasse un nuovo miracolo carrieristico,
l'arcivescovo Giordano proseguì con rinnovato vigore il suo pittoresco magistero
nell'arcidiocesi partenopea. «Se il piacere viene considerato come il nuovo dio, non
stupiamoci di fronte agli spettacoli di ruberie, corruzione e arrivismo che ci offre il
Paese a tutti i livelli», tuonò nel maggio 1993. Poi si spinse a denunciare una
«eccessiva erotizzazione del nostro tempo», testuali parole.
Nell'autunno del 1994, sull'onda di gravi fatti di cronaca accaduti al Sud d'Italia,
l'arcivescovo di Napoli si scagliò contro la piaga dell'usura e contro il sistema
bancario che indirettamente la alimentava:

«Seguo con profonda amarezza le notizie di questi giorni sul gravissimo fenomeno dello
strozzinaggio, che provoca tragedie familiari terribili e, in questi ultimi giorni, suicidi a catena
determinati dalla disperazione di chi si è trovato senza via d'uscita, dopo aver perduto ogni
risorsa patrimoniale e imprenditoriale.
La Chiesa, per alleviare l'insostenibile peso di coloro che erano vittime degli strozzini, creò i
Monti di Pietà, che ispirarono poi la creazione di quegli istituti di credito che tanta importanza
avrebbero avuto nelle più varie attività produttive. Occorre dire che questi istituti, nati con
una funzione sociale di sostegno delle categorie più deboli, finirono spesso con il porre tali
condizioni per la concessione di crediti da consentire l'accesso solo alle categorie più forti.
Il sistema bancario ha assunto dimensioni e finalità molto diverse da quelle originali. Oggi
costituiscono una delle maggiori imprese economiche su scala mondiale e, senza volerlo,
hanno aperto le vie alla speculazione usuraia, che ha assunto il volto di attività finanziaria che
sfugge alla rete della legge. Contro questa piovra che strangola le piccole aziende e le
famiglie occorrono interventi legislativi, una capillare informazione che faccia desistere dal
ricorso alle lusinghe degli usurai, e la creazione di fondi di solidarietà per le vittime
dell'usura».

Al colmo dell'indignazione, il cardinale Giordano ordinò ai sacerdoti dell'arcidiocesi


di essere «severissimi nei confronti degli strozzini» in confessione, e di concedere
l'assoluzione ai medesimi «solo in caso di vero pentimento e di risarcimento dei beni
usurpati». In un'intervista, l'arcivescovo evocò anche, fra le cause dell'usura, «un
degrado di altri valori rispetto al denaro, e per entrarne in possesso [del denaro, ndr]
si cerca di utilizzare qualunque sistema».
Fra un sermone e l'altro sui temi più disparati2, l'arcivescovo Giordano trovò il modo
di scagliarsi anche contro la magistratura. Accadde nell'ottobre del 1995, quando
un'inchiesta della Procura di Napoli portò il nome dell'economo della Curia locale,
monsignor Raffaele Petrone, nel registro degli indagati. Da tempo la Curia napoletana
governata dal cardinale Giordano affittava a scopo di lucro chiese sconsacrate e ex
luoghi di culto, dove gli affittuari svolgevano le più disparate attività commerciali
mutandone così l'originaria "destinazione d'uso": una prassi illecita, tanto più che quei
luoghi erano spesso beni di interesse storico e artistico.
L'arcivescovo prese carta e penna, e con una lettera veemente intimò alla Procura
napoletana «la sospensione dell'indagine» perché in contrasto «con princìpi e norme
della vigente legislazione concordataria». E per risultare più convincente annunciò:

«La questione sarà portata al livello generale dei rapporti fra Stato e Chiesa, investendone
formalmente la Santa sede, che nel frattempo è già stata messa al corrente dei fatti». I
magistrati napoletani replicarono: «Non è affatto vero che sia stato violato il Concordato,
perché i beni culturali della Chiesa sono sottoposti alla giurisdizione italiana... Il cardinale
queste cose le sa bene, e dovrebbe sapere anche che, fino a pochi mesi fa, l'economo della
Curia ha riscosso i canoni d'affitto di quelle chiese trasformate in esercizi commerciali».

Nel corso del 1997 il cardinale Giordano fu un arcivescovo pirotecnico. Si occupò,


per esempio, della piaga sociale della tossicodipendenza ricorrendo a suggestive
invettive: «Se a un cristiano fosse lecito maledire, la prima maledizione dovrebbe
essere contro il traffico e lo spaccio di droga». In un'altra occasione affrontò invece il
problema della pedofilia, e non si limitò alla denuncia ma risalì alle cause: «La peste
della pedofilia sta dilagando come effetto velenoso dell'infame apologia di una libertà
sessuale senza limiti».
Poi, essendo un pastore non solo a parole ma anche nei fatti, schierò la Chiesa
napoletana in prima linea nella lotta alla disoccupazione: ordinò alla Curia napoletana
di comprare azioni dell'Interporto campano di Nola per circa 300 milioni di lire. Un
investimento terreno avallato dai consulenti finanziari dell'Arcivescovado, ma anche
un investimento di tipo socio-spirituale, come spiegò bene lo stesso cardinale in visita
all'Interporto: «Il lavoro non si crea con i cortei di protesta e con la demagogia, ma
tramite imprese che danno vita a iniziative di sviluppo. Con l'Interporto, il Sud
dimostra di saper mettere in campo risorse di livello europeo, quando si rimbocca le
maniche e mette da parte la cultura della lamentela».
Gli impegni finanziario-imprenditoriali non impedirono all'arcivescovo partenopeo di
continuare a tenere d'occhio la difficile realtà sociale della sua arcidiocesi. E di fronte
all'ennesimo omicidio della criminalità organizzata, espresse la sua condanna con un
commento lapidario: «La camorra che uccide è uno dei volti del demonio».

2 Eccone tre esempi. Il 19 settembre 1994, durante l'omelia della cerimonia per il rinnovarsi del
miracolo di San Gennaro, il cardinale Giordano accennò alla pornostar Moana Pozzi (da poco
prematuramente defunta per una grave malattia) definendola «quella povera figlia», e assicurando che
«a volte la fede in Dio emerge nei modi più insospettati».
Il 22 marzo 1995 i fulmini del cardinale Giordano presero di mira «superstizione, magia e satanismo».
L'occultismo, tuonò l'arcivescovo, «è incompatibile con la fede cristiana, è moralmente abominevole e
gravemente offensivo della dignità dell'uomo, un imbroglio colossale diretto a svuotare le tasche degli
adepti dopo averli resi schiavi di una superstizione senza fondamento».
Il 31 maggio 1996 polemizzò con il sindaco di Napoli AntonioBassolino, reo di avere aderito a una
manifestazione gay che rivendicava il riconoscimento delle "unioni di fatto" da parte dello Stato: «Il
primo cittadino dovrebbe andare là dove si chiedono cose legittime, non avallare rivendicazioni
illecite... È inaccettabile, e sottolineo inaccettabile, la pretesa di mettere sullo stesso piano la famiglia
normale e le unioni omosessuali».
L'11 febbraio 1998 il quotidiano "La Gazzetta del Mezzogiorno" pubblicò la notizia di
un'inchiesta della Procura di Lagonegro su un giro di usura nella provincia di Potenza,
e - fra gli altri - fece il nome del cardinale Giordano3. Secondo il giornale, infatti fra i
cinquanta indagati coinvolti nella vicenda criminosa c'era il geometra Mario Lucio
Giordano, fratello del cardinale, fra il materiale sequestrato dagli inquirenti c'erano
assegni bancari firmati dall'arcivescovo di Napoli.
La clamorosa indiscrezione suscitò una irata smentita del porporato:

«Sono strabiliato. È così che si danneggia la dignità di persone innocenti! Condanno con forza
un perverso meccanismo che porta alla pubblicazione di notizie non vere e non controllate,
fatte filtrare non si sa in quale modo o da quali ambienti. Episodi del genere devono far
riflettere sull'esigenza di una maggiore tute la di tutti i cittadini, a prescindere dal loro ruolo
sociale o dalle cariche che ricoprono».

E ai giornalisti che gli domandavano se avesse mai dato assegni a suo fratello, il
cardinale Giordano rispose:

«Può darsi, probabilmente si tratta dei pochi soldi necessari al mantenimento della nostra
vecchia casa di famiglia a Sant'Arcangelo - luce, acqua, telefono... Ma ora basta! Adesso mi
sembra più giusto parlare delle condizioni di degrado economico in cui vive il Sud. Domani
parteciperò a una riunione di imprenditori cattolici: chiederò loro di fare nuovi investimenti
per creare lavoro e sviluppo, e di lottare insieme contro l'usura e ogni forma di criminalità».

Una settimana dopo la Guardia di finanza interrogò l'avvocato Aldo Palumbo, il quale
amministrava, per conto dell'arcivescovo Giordano, i lasciti ereditari (immobili e
denaro) dei fedeli napoletani, lasciti che erano di pertinenza dello Ior vaticano4.
L'inchiesta della procura della Repubblica di Lagonegro si stava pericolosamente
avvicinando alla Curia partenopea.
L'arcivescovo Giordano, intanto, mostrava una apparente tranquillità, e proseguiva le
sue predicazioni moralizzatrici: «A Napoli ormai la povertà è talmente acuta da
mettere in pericolo i bisogni primari di migliaia di famiglie... Ogni giorno mi
giungono lettere di famiglie disperate che chiedono aiuto perché non sanno come
mangiare o come fare per pagare le bollette. E' un vero dramma, che dimostra come a
Napoli, negli ultimi anni, si siano fatti passi indietro sul versante della miseria».
Dietro le quinte, però, il porporato era invece preoccupatissimo per l'inchiesta della
Procura di Lagonegro, e tempestava di telefonate il fratello Mario Lucio: telefonate
criptiche, dal linguaggio allusivo e ammiccante, comprensive di insulti e minacce
verso l'ufficiale della Guardia di finanza che guidava le indagini bancarie per conto
dei magistrati: «Quel tenente è un cretino... Bisogna interessare gli organi superiori».
Fra le telefonate dell'arcivescovo partenopeo intercettate dei magistrati nella
primavera del 1998 non c'erano solo quelle con il fratello Mario Lucio. C'era anche,
per esempio, una conversazione telefonica con il presidente della Società autostrade
Giancarlo Elia Valori (ex affiliato alla P2, molto amico del capo massone Licio Gel-
li), che premeva con insistenza affinchè il cardinale Giordano si pronunciasse
pubblicamente in favore della Telon, società in lizza per ottenere la terza concessione
statale della telefonia mobile; infatti l'arcivescovo di Napoli, il 29 maggio, si era
espresso pubblicamente in favore della Telon.

3 L'inchiesta era stata avviata dalla denuncia di due vittime dell'u sura a Sant'Arcangelo: il
commerciante Leonardo Tatalo e l'assicu ratore Antonio Stipo.
4 L'avvocato Palumbo morirà all'improvviso il successivo 19 mag gio, a Roma, dove si era recato per
conferire con i vertici dello Ior in merito allo scandalo Giordano.
Poi c'era una simpatica telefonata con Mario Agnes, il direttore de "L'Osservatore
romano". Alla vigilia del premio "Buone notizie" promosso dalla diocesi partenopea,
fra i premiati c'era proprio il presidente della società autostrade Giancarlo Elia Valori:
Agnes diceva all'arcivescovo Giordano che essendo Valori «Loggia in senso stretto»
(allusione alla massoneria e alla P2), non avrebbe dovuto premiarlo personalmente ma
delegare l'incombenza ad altri. Infatti, subito dopo il cardinale Giordano telefonava a
un interlocutore non identificato: «Carissimo, faccia in modo che non sia io a
premiare quello delle Autostrade. Faccia l'impossibile perché io non venga né
fotografato né ripreso insieme a quella persona». E il giorno della cerimonia, infatti, il
premio speciale all'ex piduista Valori non lo consegnò il cardinale Giordano, che evitò
con cura il premiato.

Il 20 agosto 1998 l'inchiesta anti-usura della Procura di Lagonegro arrivò a una svolta:
finirono in carcere Filippo Lemma (ex direttore dell'agenzia del Banco di Napoli di
Sant'Arcangelo) e Mario Lucio Giordano (fratello dell'arcivescovo di Napoli).
Secondo i magistrati, i due gestivano una attività usuraia di molti miliardi, alimentata
attraverso la società Glf-Giordano Lucio Finanziaria srl, prestando denaro a tassi
annui anche del 400 per cento. La prima reazione del cardinale Giordano fu misurata:
«Apprendo con grande dolore la notizia dell'ordinanza di custodia cautelare contro
mio fratello, ma sono certo che in breve tempo sarà chiarita la sua completa
innocenza».
L'indomani trapelò la notizia che anche l'arcivescovo di Napoli era ufficialmente
coinvolto nell'inchiesta della Procura di Lagonegro in quanto i magistrati avevano
trovato suoi assegni al fratello per centinaia di milioni di lire, denaro che sarebbe poi
stato utilizzato da Mario Lucio Giordano per alimentare il giro di usura. Dal Vaticano
echeggiò la voce solerte del curialissimo cardinale Fiorenzo Angelini: «Giordano è un
grande arcivescovo, e io prego per lui. A volte, anche un grande arcivescovo è
chiamato a soffrire per colpe non sue».
Sabato 22 agosto la Guardia di finanza si recò negli uffici della Curia napoletana. I
finanzieri consegnarono all'arcivescovo un avviso di garanzia per usura, estorsione e
associazione a delinquere, e gli esibirono un mandato di perquisizione. Il cardinale
Giordano - che aveva provveduto a convocare giornalisti e tv - si cimentò in uno show
teatrale: si oppose alla perquisizione protestando a gran voce e invocando il
Concordato e l'extraterritorialità della Curia napoletana; poi accettò di consegnare ai
finanzieri i documenti contabili richiesti dai magistrati. Gli inquirenti avevano già
trovato traccia non solo di assegni dell'arcivescovo per ingenti importi in favore del
fratello, ma anche altri assegni dello Ior intestati ai figli di Mario Lucio Giordano, i
nipoti del cardinale Angelo Rosario (ingegnere) e Giovanbattista (architetto).
Lo scandalo dilagò sulle prime pagine dei giornali e in tv. La reazione vaticana si
manifestò con ambigua doppiezza. Il portavoce papale Joaquin Navarro Valls si limitò
a dichiarare asciutto che «la Santa Sede, come è ovvio, è sempre vicina a ogni
vescovo nei momenti di gioia come in quelli della prova, e segue il caso con
attenzione». Molto più veemente la reazione del Vicario-presidente Camillo Ruini:
«In questa tanto incresciosa circostanza desidero confermare pubblicamente stima,
fiducia e fraterna amicizia verso il cardinale Giordano, nella certezza che sarà presto
riconosciuta l'infondatezza di ogni accusa nei suoi confronti».
L'arcivescovo, da parte sua, protestò la propria innocenza, inveì contro la «giustizia-
spettacolo», e raccontò alla stampa una versione dei fatti minimizzatrice che tuttavia
conteneva gravi ammissioni:
«Mio fratello Mario Lucio è un costruttore, un piccolo imprenditore che ha sempre lavorato,
spesso con buoni risultati, una volta con un risultato disastroso: costruì una serie di
appartamenti e non riuscì a venderli. Per aiutarlo gli lasciai una serie di assegni in bianco
perché uscisse dalla situazione debitoria. Gli assegni che sono stati riscossi non so neppure a
quanto ammontano, forse a 70 o 90 milioni. Soldi miei per sonali, i risparmi di cinquant'anni
di un sacerdote.
L'indebitamento di mio fratello con le banche ammontava ultimamente, a circa 600 milioni.
C'è stato un assegno firmato dall'avvocato Palumbo [amministratore-procuratore, della Curia
napoletana, ndr] a favore di un mio nipote architetto [figlio di Maria Lucio Giordano, ndr]
come compenso per alcuni lavori eseguiti: 200 milioni. Restava un buco di 400 milioni. I miei
nipoti [fìgli di Mario Lucio Giordano, ndr] chiesero a Palumbo aiutarli a vendere un
appartamento. Lui consigliò di aspettare, e anticipò una cifra con la garanzia che, se non fosse
sta ta restituita, l'appartamento sarebbe passato nel patrimonio [della Curia, ndr].
Se sapessi che quei soldi dati a mio fratello per saldare debiti bancari lui li ha usati per fini
illeciti [usura, ndr] darei una mazzata in testa, altro che denaro! Dimettermi? Non ci penso
proprio, almeno finché il Santo Padre vorrà»5.

Il quotidino ruiniano "Avvenire" difese il cardinale Giordano a spada tratta, scrivendo


di «accuse incredibili e patentemente inverosimili». Invece lo scrittore cattolico
Vittorio Messori criticò aspramente l'arcivescovo di Napoli: «Quando si ricopre una
carica del genere si hanno doveri diversi da quelli di un privato cittadino. Questo
inveire contro la magistratura rivendicando la propria innocenza e rettitudine non è da
arcivescovo. Un cristiano non può autoassolversi».

Il cardinale Giordano replicò piccato: «Se adesso il Messori vuole fare anche il padre
spirituale dei cardinali, posso dirgli che me ne scelgo un altro»; poi dichiarò alla
stampa:

«Ho letto che ci sarebbero state delle intercettazioni telefoniche fatte sulla mia utenza.
Ebbene, così non è stata violata la sovranità della Chiesa? E se stavo parlando con il Papa? Se
dall'altra parte del filo qualcuno mi stava confidando i suoi peccati? Avrebbero sentito e
registrato tutto, facendo venir meno il mio compito spirituale. In tal modo, oltre a ingerirsi
negli affari di uno Stato estero, si attenua la libertà di culto. E queste cose sono avvenute
soltanto nei regimi comunisti, mai in una democrazia e neppure durante il fascismo... I
magistrati hanno calpestato il Concordato e spettacolarizzato la giustizia!
Ho ricevuto tanta solidarietà, ma non voglio che una vicenda privata sconfini nell'ambito del
sacro. Ai fedeli, però, posso dire che continuerò a denunciare l'usura, anche se mio fratello
dovesse risultare colpevole. Parlano di una Curia napoletana miliardaria, dimenticando che
questa è la terza diocesi italiana. Personalmente sono povero, ho soltanto la casa che mi hanno
lasciato i miei genitori. I pochi soldi che ho risparmiato li lascerò alla Curia: ho già fatto
testamento».

Alla accorata e un po' patetica autodifesa dell'arcivescovo facevano da contrappunto


le indiscrezioni relative all'inchiesta. I magistrati avevano appurato che molte
centinaia di milioni della Curia napoletana erano effettivamente approdate - tramite il
cardinale - sui conti bancari di Mario Lucio Giordano. «Un afflusso di denaro liquido
ingiustificato» sostenevano i magistrati, e «somme di sicura spettanza dell'arcidiocesi
di Napoli». Anche perché la diaria percepita ufficialmente dall'arcivescovo era di

5 "la Repubblica" e "Corriere della Sera", 23 agosto 1998. Il cardi nale Giordano ammetteva in pratica
che centinaia di milioni della Curia napoletana erano stati utilizzati per saldare i debiti bancari del
fratello costruttore. Si è visto come, solo poche settimane prima, il porporato avesse invece dichiarato -
mentendo - di avere probabilmente» consegnato al fratello solo «i pochi soldi necessari al
mantenimento della nostra vecchia casa di famiglia a Sant'Arcan gelo: luce, acqua, telefono...».
circa tre milioni mensili.Una delle vittime dell'usura che aveva originato l'inchiesta, il
negoziante Leonardo Tatalo, aveva dichiarato ai magistrati: «Notoriamente e da molti
anni Mario Lucio Giordano faceva l'usuraio a Sant'Arcangelo. L'associazione
criminosa tra lui e Filippo Lemma funzionava già dal 1993. Insieme raccoglievano
clienti, o meglio "polli da spennare", si informavano su chi aveva contratto debiti. Già
a quell'epoca noi imprenditori in crisi eravamo inviati da Lemma [direttore della locale
filiale del Banco di Napoli, ndr] a Mario Lucio Giordano, che attraverso lo scambio dì
assegni e prestiti usurai assicurava il mancato protesto per le nostre pregresse
difficoltà economiche».

Turbata dalla eco mediatica dello scandalo e dalle ripercussioni che avrebbe potuto
avere sui contributi finanziari dei fedeli italiani alla Chiesa (l'8 per mille nel 1997
aveva fruttato alla sola arcidiocesi napoletana circa 11 miliardi di lire), la Santa sede
si mobilitò.
Il 27 agosto 1998 il "ministro degli Esteri" vaticano, monsignor Jean Louis Tauran,
rivolse una protesta formale all'ambasciatore italiano presso la Santa sede Alberto
Leoncini Bartoli contestando la legittimità e i metodi dell'inchiesta della Procura di
Lagonegro. E il segretario personale dell'infermo papa Giovanni Paolo II, monsignor
Stanizlaw Dziwisz, rincarò la dose:

«Il Papa è turbato, è triste e soffre molto per questa drammatica vicenda: ma come sempre
trova conforto nella preghiera... Nemmeno durante le persecuzioni dei regimi comunisti
dell'Est dei decenni passati si sentivano accuse così terribili mosse nei confronti di prelati,
vescovi, cardinali non graditi ai governanti».

L'arcivescovo Giordano, da parte sua, continuò ad accusare i magistrati di irregolarità


nell'inchiesta.
Intanto, emerse uno scandalo nello scandalo. A Napoli venne posto sotto sequestro un
vecchio edificio di circa mille metri quadri nel centro storico, con giardino e terrazzo,
di proprietà della Curia napoletana e vincolato dalla Soprintendenza (valore di
mercato, circa 4 miliardi): secondo l'accusa, Angelo Rosario Giordano (nipote del
cardinale), attraverso fittizi lavori di manutenzione, vi stava ricavando ben sette
appartamenti. A lui, e a suo fratello Giovanbattista, l'arcidiocesi aveva pagato una
"consulenza tecnica" di 200 milioni, somma che i due avevano consegnato al padre
Mario Lucio Giordano. Il fratello del cardinale - secondo i magistrati - aveva ricevuto
molti altri assegni tratti dai conti del-l'arcidiocesi, per un totale di oltre un miliardo.
Il 4 settembre, a Castel Gandolfo, l'infermo Pontefice ricevette in udienza privata il
cardinale Giordano, il quale subito dopo si premurò di annunciare che il Santo padre
gli aveva confermato «fiducia e stima». Il sostituto della Segreteria di stato,
monsignor Giovanni Battista Re, confermò: «Siamo più che convinti che il cardinale
Giordano non sia per niente implicato in uno solo dei capi di accusa che gli vengono
contestati».
Alla metà di settembre le due vittime degli strozzini di Sant'Arcangelo che avevano
originato l'inchiesta, l'assicuratore Antonio Stipo e il commerciante Leonardo Tatalo,
denunciarono di avere subito pressioni per ritrattare le loro accuse, pressioni
accompagnate da promesse di denaro («Un miliardo») e di un posto di lavoro. Tatalo
dichiarò alla stampa:

«Il cardinale Giordano è un bugiardo. In tv ha detto che qui a Sant'Arcangelo è venuto solo a
Pasqua e a Natale. Invece per due volte io ho accompagnato a casa sua Filippo Lemma [ex
direttore della filiale locale del Banco di Napoli, ndr], tra giugno e luglio del 1996. Ci siamo
andati con la mia auto. Notai che davanti alla casa del cardinale, in entrambe le occasioni,
mancava la scorta della polizia, non so se era un caso. So che Lemma aveva con sé una borsa
di documenti e che ciascun incontro è durato più di un'ora, da mezzogiorno alle 13 inoltrate.
"Con il cardinale devo sistemare una faccenda di 700 milioni", mi aveva detto Lemma. Dopo
il primo incontro non mi disse nulla, era deluso e preoccupato. Ma dopo il secondo era
raggiante, gasato. Tutto a posto?, gli chiesi. È lui: "Abbiamo sistemato tutto"».

I magistrati appuntarono l'attenzione sulla movimentazione bancaria - diretta e


indiretta - del cardinale Giordano. A fronte delle sue modeste dichiarazioni dei
redditi6, l'arcivescovo di Napoli aveva originato un vero vortice di assegni. Fra
l'agosto 1995 e il febbraio 1997 aveva firmato tre assegni per un totale di 122 milioni
intestati al nipote Nicola Giordano. Tra l'agosto 1994 e il luglio 1995 aveva firmato
17 assegni per un totale di 577 milioni intestati al fratello Mario Lucio. Attraverso lo
Ior, tra il marzo 1997 e il marzo 1998 erano pervenuti ai familiari del cardinale 17
assegni per un totale di 764 milioni: alcuni incassati dal fratello Mario Lucio, altri dai
due nipoti, altri dalla Glf-Giordano Lucio Finanziaria srl (società amministrata dai
familiari). Ma sui conti bancari del cardinale c'erano anche somme di ritorno: tra il
giugno 1994 e il gennaio 1996 aveva incassato 11 assegni, firmati dal fratello Mario
Lucio, per 320 milioni. I magistrati sostenevano che il cardinale e i suoi parenti
avevano acceso decine di conti correnti in varie banche, e che non vi era alcuna
separatezza fra i conti "personali" dell'arcivescovo e i conti dell'arcidiocesi.
L'eco mediatica dello scandalo Giordano era crescente. Dal Vaticano il segretario di
Stato, cardinale Sodano, chiese ufficialmente al governo italiano di varare una
speciale normativa che per il futuro impedisse intercettazioni telefoniche e
perquisizioni a carico di vescovi e cardinali a capo di diocesi. A Napoli il cardinale
Giordano, dopo avere nominato l'avvocato rotale Maurizio Incerpi suo portavoce,
affidò al legale l'incarico di effettuare, come Inquirente ecclesiastico, una
"controinchiesta" sull'operato dei magistrati di Lagonegro e sui loro rapporti con i
giornalisti.
Finché sulla clamorosa vicenda prese ufficialmente posizione la Conferenza
episcopale per bocca del suo presidente. Di fronte al Consiglio permanente della Cei,
il cardinale Ruini assolse urbi et orbi l'arcivescovo Giordano da ogni ipotesi di reato,
mettendo sotto accusa i procuratori di Lagonegro e l'intera magistratura. Il Vicario-
presidente, dopo avere espresso «affetto, stima e solidarietà» per il povero
arcivescovo di Napoli, attaccò frontalmente l'inchiesta: parlò di «sconcerto» per
l'iniziativa di una Procura «nei confronti di un nostro confratello come il cardinale
Giordano», definì le accuse del tutto inverosimili e frutto di una «campagna di stampa
accompagnata dalla ricerca di sempre nuove imputazioni». Quindi il cardinale Ruini
affermò:

«Questa dolorosa vicenda ha di nuovo messo in evidenza alcuni fenomeni altamente


preoccupanti, che accompagnano non di rado l'amministrazione della giustizia, tra cui la
sistematica violazione del segreto istruttorio e la spettacolarizzazione delle indagini. È
certamente giusto che i presunti colpevoli siano giudicati e, se realmente colpevoli, ne
subiscano le conseguenze legali. Nello stesso tempo bisogna domandarsi, però, fin dove
giungono gli abusi e dove incomincia un normale e sano funzionamento delle istituzioni al
servizio del bene comune».

6 Dai 7,6 milioni di lire dichiarati dall'arcivescovo nel 1989, si passava a 25 milioni nel 1991, a 24
milioni nel 1992, a 26 milioni nel 1994, a 27,5 milioni nel 1995.
L'arringa ruiniana in difesa del cardinale Giordano proseguì con un ammonimento che
sottintendeva una critica: l'azione dei magistrati doveva svolgersi con «il distacco che
ciò comporta dai propri sentimenti o preferenze di qualsiasi natura», distacco che
evidentemente i magistrati di Lagonegro, secondo Sua eminenza, non avevano. «È
indispensabile un più sicuro equilibrio fra i poteri dello Stato», concluse il Vicario-
presidente, «con particolare riguardo al ruolo proprio dei magistrati... Una società ben
ordinata non può mettere le decisioni sulla sua sorte futura nelle mani della sola
autorità giudiziaria».
L'arringa ruiniana in difesa di Giordano e contro l'operato dei magistrati provocò
polemiche e una replica dal fronte laico:

Sul piano della opportunità, è quantomeno discutibile la sortita con cui il presidente della
Conferenza episcopale italiana, cardinale Camillo Ruini, è tornato ieri a difendere il collega
cardinale di Napoli, Michele Giordano, coinvolto nella inchiesta sull'usura. Oltre a
esprimergli legittimamente «affetto e stima», Ruini gli ha rinnovato infatti anche la propria
«solidarietà»: e quest'ultimo atto, ancorché comprensibile in termini umani e personali, appare
invece più impegnativo nei confronti del mondo esterno e soprattutto in ordine al merito della
vicenda.
Nonostante alcuni aspetti ormai accertati che dovrebbero indurre a una maggiore cautela,
come l'emissione di un intero libretto di assegni in bianco da parte del cardinale Giordano a
favore del fratello in difficoltà economiche, il presidente della Cei s'è sentito in diritto
d'intervenire sull'inchiesta in corso, fino a definire «tanto gravi quanto inverosimili» le accuse
contro l'arcivescovo di Napoli. Ma è sul piano politico che il discorso di Ruini risulta ancora
più indebito e inquietante, laddove denuncia «fenomeni altamente preoccupanti che
accompagnano non di rado l'amministrazione della giustizia» e auspica «un più sicuro
equilibrio tra i poteri dello Stato», giudicandolo anzi «indispensabile».
Si può anche convenire con lui quando stigmatizza la violazione del segreto istruttorio e la
cosiddetta spettacolarizzazione delle indagini: tuttavia la decisione della Curia napoletana di
nominare un "inquirente ecclesiastico", con il compito d'indagare a sua volta sull'operato dei
giudici e dei giornalisti, risulta vagamente intimidatoria. E poi, con tutto il rispetto per un
"principe della Chiesa", che cosa autorizza il rappresentante di uno Stato estero qual è il
Vaticano a interferire con gli affari dello Stato italiano su un terreno così delicato? In che
senso il cardinale Ruini invoca un "riequilibrio" dei poteri? E infine, a quale titolo lo chiede?
Qui non si tratta, evidentemente, di rispolverare l'armamentario polemico di un
anticlericalismo che appartiene oramai al passato. Questo non è nelle nostre intenzioni. Si
tratta però di difendere e rivendicare la laicità dello Stato, ricordando anche che il sospetto o
l'accusa di usura a carico del cardinale Giordano non hanno nulla a che fare con il "governo
spirituale" della Chiesa né tanto meno con il "ministero sacerdotale" che lo stesso arcivescovo
di Napoli continua a esercitare liberamente nella propria diocesi7.

Mentre da più parti veniva sollecitato a dimettersi, il cardinale Giordano a settembre,


nel Duomo di Napoli, colse l'occasione del miracolo di San Gennaro per vestire i
panni della vittima: «Nel passato regime comunista i cristiani dell'Europa centrale e
orientale hanno sperimentato queste sofferenze sulla loro pelle», disse ai fedeli. «In
ogni epoca e in ogni situazione che dia luogo a una persecuzione, la violenza
intimidisce, mortifica i deboli, disarma i fragili». Tra i fedeli si levarono alcune voci
di protesta: «Vergogna!... Dimissioni!», zittite da una devota del santo con una
massima evangelica: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra».
Il successivo 18 dicembre la Guardia di finanza ritornò presso la Curia partenopea, e
notificò all'arcivescovo un nuovo avviso di garanzia, stavolta firmato dalla Procura di
Napoli, per i reati di falso in bilancio, frode fiscale e omesse dichiarazioni d'imposta.

7 Editoriale non firmato di "la Repubblica", 22 settembre 1998.


Nel provvedimento i magistrati napoletani scrivevano:

«Emerge evidente la circostanza che l'Ente Diocesi, anche grazie al cospicuo patrimonio
immobiliare di cui risulta pro-prietaria [650 immobili in gran parte affittati, ndr], svolge
attività di fatto commerciale, con ricavi sicuramente elevati che vengono impiegati in
operazioni a carattere speculativo, evidentemente esulanti dalle attività inerenti alle finalità di
religione e di culto...
Emerge una movimentazione di capitali di importi elevati e per operazioni di sicura
qualificazione economico-finanziaria (acquisto e vendita di titoli, operazioni di pronti contro
termine, versamenti di somme in contanti per pagamenti di forniture e prestazione di servizi),
operazioni i cui singoli importi sono di valore pure superiore al miliardo di lire, oltre che
numerose e reiterate negli anni a partire dal 1989».

La magistratura napoletana sosteneva che la Curia retta dal cardinale Giordano era
diventata, in stretto collegamento con lo Ior del Vaticano, un fiorente centro
"imprenditoriale", con investimenti in attività finanziario-speculative, commerciali e
immobiliari, e articolazione in varie società collegate. Un'attività nella quale -secondo
i magistrati - fiorivano false fatturazioni, irregolarità contabili, bilanci falsi, evasione
fiscale, e perfino un miliardo scomparso. Una attività economico-speculativa
comunque illecita, per un ente morale senza scopo di lucro come l'arcidiocesi.
Emergeva inoltre un collegamento fra l'inchiesta napoletana e quella di Lagonegro:
infatti, fra il giugno del 1997 e il marzo 1998, l'Ente Diocesi aveva emesso 14 assegni
per un totale di 167 milioni di lire, firmati dall'avvocato Palumbo e incassati dalla Glf-
Giordano Lucio Finanziaria srl; e il 10 marzo 1997 tre assegni dello Ior, ciascuno di
L. 200 milioni di lire, erano stati incassati dai nipoti del cardinale, Angelo e
Giovanbattista Giordano.
L'arcivescovo si autoassolse a mezzo stampa dalle nuove accuse: «Le norme tributarie
che regolano attività e tassazione degli enti ecclesiastici sono diverse da quelle
previste per le aziende e le imprese», e comunque escluse qualunque sua
responsabilità «fiscale o amministrativa per il semplice fatto che, come avviene nelle
diocesi di grandi dimensioni, il vescovo non può agire in questa materia se non
attraverso procuratori e delegati». Poi manifestò piena fiducia nei magistrati di
Napoli, ma attaccò frontalmente quelli di Lagonegro che indagavano sul giro di usura:
«Non ho nessuna fiducia in quei magistrati, perché hanno costruito un teorema con
animo di ostilità verso di me e, in generale, verso la Chiesa. Il loro è solo uno sfogo
anticlericale»; quindi rincarò la dose accusandoli di «malafede e inciviltà giuridica».
Dopodiché l'arcivescovo pensò bene di inviare una lettera-circolare alle 228
parrocchie della diocesi contenente un comunicato di autodifesa che i parroci
avrebbero dovuto leggere ai fedeli al termine della messa domenicale (ma pochi
ubbidirono).
Dalla Procura di Lagonegro trapelò la notizia che alla società di proprietà del fratello
del cardinale accusata di essere l'epicentro dell'attività usuraia, la Glf-Giordano Lucio
Finanziaria srl, la Guardia di finanza contestava un'evasione fiscale di ben 14 miliardi.

Ai primi di maggio 1999, nel convento di Sant'Antonio di Nocera Inferiore, i


magistrati di Lagonegro interrogarono l'arcivescovo di Napoli. Il cardinale Giordano
ammise di avere consegnato al fratello e ai suoi nipoti la somma complessiva di 1
miliardo e 800 milioni, ma precisò di averlo fatto solo «per salvare mio fratello dal
fallimento, io con quelle operazioni di usura non c'entro niente», e che comunque si
trattava di fondi suoi personali. Fra i personaggi coinvolti nel giro di usura c'era anche
il parroco di Sant'Arcangelo, don Michele Cudemo: il cardinale Giordano confermò di
avergli dato 50 milioni di lire perché «è un buon sacerdote ma ha le mani bucate».
Il successivo 18 novembre la Procura di Lagonegro formalizzò la richiesta di rinvio a
giudizio dell'arcivescovo di Napoli (e di altre 24 persone) per usura, associazione a
delinquere e appropriazione indebita. Nel provvedimento i magistrati scrivevano fra
l'altro:

«L'organizzazione [usuraia] veniva alimentata nel 1994 con un primo finanziamento di 400
milioni erogati personalmente dal cardinale Michele Giordano, il quale operava l'apertura di
un conto corrente di comodo sul Banco di Napoli di Sant'Arcangelo e sul quale faceva
confluire la predetta somma rilasciando contestualmente al fratello un intero carnet di assegni
prefirmati in bianco, al fine di incrementare la capacità economica dell'associazione
medesima.
A tale primo finanziamento ne seguiva un secondo, nel 1996, per 500 milioni che il cardinale
Giordano consegnava materialmente al nipote Nicola Giordano, il quale se ne serviva per
continuare le operazioni di prestito in aiuto e in cogestione con lo zio Mario Lucio Giordano.
Seguiva, inoltre, un terzo finanziamento di Michele Giordano al fratello Mario Lucio per 600
milioni, al fine di consentirgli di mantenere la liquidità necessaria alla continuazione
dell'attività associativa».

Lo stesso 18 novembre, a Napoli, in piena Settimana sociale dei cattolici,


l'arcivescovo Giordano e il cardinale-presidente Ruini rilasciarono alla stampa brevi
dichiarazioni in merito alle voci della richiesta di rinvio a giudizio. Il primo disse: «Io
sono sereno perché sono pulito dentro, e nostro Signore conosce la verità...». Il
Vicario-presidente Ruini fu meno sbrigativo: «Per ora non siamo di fronte a una
notizia ufficiale, ma a un fantasma, e dei fantasmi credo sia poco utile parlare... Lo
faremo, casomai, quando sarà il momento... Di sicuro posso dire che questo fantasma
non mi incute paura, anzi mi lascia del tutto tranquillo. Ne ho discusso a lungo pure
con il cardinale Giordano, che mi è apparso sereno. Se alle voci seguiranno i fatti, li
valuteremo».
L'indomani il giornale ruiniano della Cei "Avvenire", riportando la notizia della
richiesta di rinvio a giudizio, si premurò di informare i lettori che «il cardinale
Camillo Ruini, da noi interpellato, ha confermato la piena solidarietà, stima e
vicinanza spirituale, già da lui espressa al cardinale Giordano quando questi fu
oggetto di un avviso di garanzia». Quindi il bollettino della Cei sollevò un velenoso
interrogativo: «Come mai un procedimento, che si è dispiegato per lunghi e fin troppi
mesi, giunge a conclusione proprio nei giorni in cui la cattolicità italiana si è riunita a
Napoli per uno dei suoi appuntamenti più significativi (la 43a Settimana sociale)? È
una coincidenza non solo sospetta ma sgradevole, dalla quale inevitabilmente
scaturiscono domande amare».
A un giornalista che gli domandò se ritenesse un atto di cristiana solidarietà l'avere
passato ai suoi familiari più di un miliardo e mezzo di lire della Curia, l'arcivescovo
Giordano rispose: «Lei è un cretino, e la sua domanda è cretina! Lei dice il falso. Lei
è una testa di pietra!». Dopodiché aggiunse: «I giornalisti hanno una sola colpa: quella
di dover ubbidire ai loro padroni»8. E per fugare ogni dubbio ribadì: «Io sono pulito
dentro, e lassù qualcuno lo sa». Qualche tempo dopo, riferendosi a se stesso,
8 In quegli stessi giorni la stampa riferiva che il defunto arcivescovo dell'Aquila, monsignor Mario
Peressin, aveva lasciato una eredità di 8 miliardi distribuiti su cinque conti correnti bancari, miliardi
che per volontà testamentarie aveva destinato ai suoi parenti "diseredando" la Curia. «Escludo
totalmente dalla mia eredità», aveva lasciato scritto l'arcivescovo aquilano nel proprio testamento, «sia
l'attuale arcivescovo, sia i responsabili della Curia... I castighi di Dio ricadano su coloro che
impediranno agli esecutori testamenta-ri di adempiere fedelmente alle mie volontà».
l'arcivescovo disse: «L'usignolo sa cantare anche in un cespuglio di rovi».
Alla metà di ottobre del 2000 la Procura di Napoli chiese il rinvio a giudizio del
cardinale Giordano e di altri responsabili della Curia napoletana per i reati di falso in
bilancio e appropriazione indebita. Secondo i magistrati, buona parte delle somme
raccolte attraverso le offerte dei fedeli durante la messa sarebbero state utilizzate dalla
Curia per acquistare beni immobili da società private, e nei contratti di compravendita
sarebbero state dichiarate somme inferiori a quelle effettivamente pagate, creando in
pratica "fondi neri" per quasi due miliardi. Inoltre, i magistrati napoletani
contestavano all'arcivescovo Giordano e a due suoi nipoti il reato di abusivismo
edilizio.

Rinviato a giudizio per i reati di usura, associazione per delinquere e appropriazione


indebita, il cardinale Giordano chiese e ottenne di essere processato col rito
abbreviato (cioè a porte chiuse, senza dibattimento pubblico e con le sole carte
dell'inchiesta). La sentenza arrivò poco prima di Natale del 2000: l'arcivescovo fu
assolto. Il gup di Lagonegro sentenziò che l'arcivescovo aveva prestato centinaia di
milioni al fratello per aiutarlo, non per finanziare attività usuraie. «Tutti i salmi
finiscono in gloria», commentò uno dei pubblici ministeri9.
Nel corso della sua prolusione al Consiglio permanente della Cei, il 22 gennaio 2001,
il cardinale Ruini esultò: «Non posso non ricordare qui un fatto che tutti noi, cari
confratelli, abbiamo appreso con gioia: la assoluzione piena del cardinale Michele
Giordano dalle accuse di gravissimi reati formulate nei suoi confronti. La sua
innocenza, della quale erano stati certi fin dall'inizio della vicenda coloro che lo
conoscevano di persona, è stata ora anche giudizialmente riconosciuta, ad almeno
parziale riparazione dell'offesa e del danno morale subiti da lui e dalla comunità
cristiana».
Il cardinale Ruini, invece, si guardò bene dal commentare la sentenza con la quale nel maggio
2002 il tribunale di Napoli condannò in primo grado l'arcivescovo Giordano a 4 mesi e 15
giorni di carcere (pena sospesa) per abusi edilizi. Condannati anche i nipoti del cardinale,
Angelo Rosario (stessa pena) e Giovanbattista Giordano (5 mesi):

«II giudice ha dato ragione all'accusa, basata su mesi di indagini dei vigili urbani che cinque
anni fa visitarono il cantiere all'interno del palazzo Montemiletto, una splendida costruzione
d'epoca nel centro di Napoli, con vista sul golfo, donato alla Curia da un privato. Nell'edificio,
in cui erano state autorizzate solo opere di ordinaria manutenzione, gli agenti
dell'antiabusivismo constatarono la realizzazione di sette miniappartamenti. I lavori, secondo
l'accusa, furono eseguiti in assenza delle concessioni edilizie e dell'autorizzazione del
ministero dei Beni culturali: l'edificio era sottoposto al vincolo della Sovrintendenza. Per i
lavori di ristrutturazione erano stati pagati, dallo Ior, 200 milioni di lire alla Glf. Titolare
dell'impresa era un nipote dell'arcivescovo, Angelo Rosario, mentre Giovanbattista Giordano
figurava come progettista e direttore dei lavori»10.

Ma il cardinale Giordano era un principe della Chiesa piuttosto fortunato, oltre che
innocente, o forse era protetto dalla divina provvidenza. Fatto sta che la Corte di
cassazione darà torto al tribunale e assolverà l'arcivescovo e i nipoti dall'accusa di
abusi edilizi.
La divina provvidenza protesse l'arcivescovo Giordano anche nell'altro processo,
quello per falso in bilancio e frode fiscale. Il tribunale di Napoli pronunciò sentenza di

9Anche il fratello del cardinale, Mario Lucio Giordano, fu scagionato dalle accuse di usura e estorsione
che gli erano state contestate dai magistrati.
10 Fulvio Milone, "La Stampa", 22 maggio 2002.
assoluzione: per il falso in bilancio «perché il fatto non è più previsto dalla legge
come reato» (infatti il governo Berlusconi aveva depenalizzato il falso in bilancio);
per la frode fiscale «perché il fatto non sussiste».
Sia durante l'inchiesta della magistratura, sia dopo la conclusione della vicenda in
sede giudiziaria, il cardinale Giordano ha continuato a ricoprire la carica di
arcivescovo di Napoli. Nessun disagio o imbarazzo per la evidente "incompatibilità
ambientale", nessuna opportunità di cambiare aria, nessuna sensibilità di farsi da
parte: è rimasto avvinghiato alla poltrona arcivescovile, per anni, come edera alla
quercia. Con la benedizione di Sua eminenza il Vicario-presidente Ruini.
Ancora alla fine del 2005, il cardinale Giordano è sempre inchiodato alla poltrona di
arcivescovo di Napoli nonostante abbia compiuto (il 26 settembre) i 75 anni e sia
dunque pensionabile. Sua eminenza Ruini l'età pensionabile la raggiungerà il 18
febbraio 2006, ma si può essere certi che anche lui resterà inchiodato alla sua doppia
poltrona.