Sei sulla pagina 1di 3

Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia.

Composto tra il 22 ottobre 1829 e il 9 aprile 1839, il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia
fu pubblicato per la prima volta nei Canti del 1831. L’idea del canto fu suggerita a Leopardi da un
articolo del “Journal des savants” (Giornale dei sapienti) del settembre 1826, da cui apprendeva che
i pastori nomadi dell’Asia centrale trascorrevano le notti seduti su una pietra a guardare la luna e a
improvvisare parole tristissime su arie egualmente tristi. 

Diviso in sei strofe di diversa lunghezza, composte di endecasillabi e settenari liberamente rimati, il
canto rappresenta uno dei più belli e significativi della produzione leopardiana. Si apre con
l’immagine del pastore kirghiso che rivolge delle domande retoriche alla luna, muta e preziosa
confidente delle sue angosce, rivelandole i propri dubbi sul senso della vita. Contemplando la
ricorrenza, pressoché eterna, del moto lunare, il pastore effettua un parallelismo tra la sua vita e il
viaggio notturno dell'astro: così come la luna compie ogni sera il suo percorso nel firmamento,
anche il pastore percorre gli stessi campi ogni giorno, guardando le cose meccanicamente, senza
nessun interesse. Non riuscendo a dare un senso alla propria esistenza, il pastore mette in dubbio la
sostanza dello stesso universo: sia la vita umana che il cosmo, infatti, sembrano essere sprovvisti di
un significato e di un senso. Nella prima strofa, il pastore si rivolge alla luna, definendola
‘silenziosa. L’attributo sembra esprimere la consapevolezza del protagonista che il suo interrogare
resterà senza risposte.
C’è un giovane che cammina nella notte, guarda la natura e non le lascia scampo con le sue
domande, mentre il gregge, ignaro del suo tormento, placidamente pascola. A quel pellegrino non
era rimasto nessuno con cui dialogare di quella solitudine profonda. Attorno a lui solo creature
mute, il gregge e la luna, con la loro inconsapevole costanza, in una notte in cui nessuna compagnia
umana sembra poterlo raggiungere. Allora è alla luna che si rivolge. E in queste parole racconta
della separazione, della solitudine, ma non la fugge: risponde domandando (ci sono ben dodici punti
interrogativi), perché la risposta vera non è quasi mai la soluzione che fa sparire il problema, la
risposta è l’apertura alla vita, di cui il domandare è segno. Il pastore rappresenta allora un giovane,
offeso e tradito dai suoi stessi sogni, che conosce l’amarezza dell’infinito non corrisposto sotto
forma di noia che assale. Il protagonista del componimento, alternando attimi di solitudine a
malinconia e risoluzione, arriva all’accettazione razionale che il dolore non si può eliminare
perché parte integrante della nostra esistenza. Non dobbiamo, però, smettere di sperare: è in
questo punto focale che il discorso si spezza ed inizia il periodo ipotetico, introdotto dal primo dei
tre “forse” - ‘Forse s’avessi io l’ale da volar su le nubi, più felice sarei’. Sorge da qui un dubbio:
Cosa vorrebbe più di tutto il pastore errante? Il suo obiettivo è sapere chi effettivamente è (‘Ed io
che sono?’) o capire quale sia la sua meta (‘Ove tende questo vagar mio breve?’)? O, ancora,
vorrebbe raggiungere quella maledetta felicità, così distante e lontana? Allora quelle dannate ali,
che tutti almeno una volta nella vita vorrebbero indossare, rappresenterebbero un’illusione che, o
svanirà in un ‘nulla eterno’, o non si raggiungerà mai!

Il pastore errante (l’errare può sicuramente richiamare quello ariostesco), insomma, critica gli
sviluppi della vita umana, la quale a suo giudizio è null'altro che un viaggio affannoso verso la
morte. Questo procedimento argomentativo parte già dalla seconda strofa e Leopardi lo fa
attraverso l’immagine del ‘vecchierel bianco’: per rispondere al quesito sul significato della vita, il
poeta utilizza l’immagine di un essere debolissimo sottoposto ad una fatica disumana e inutile; dal
punto di vista stilistico si tratta di una similitudine. La luna, inoltre, viene invocata con un ulteriore
appellativo: Vergine. Tale era considerata la divinità lunare, Ecate/Artemide, nella mitologia
classica; ma vergine anche nel senso di intatta, ossia non toccata, non corrotta dalla miseria ed
insostenibile esistenza mortale. Leopardi si rivolge ad essa quasi fosse la sua musa ispiratrice (e la
sua posizione a riguardo è molto ambigua – vedere significato del notturno lunare nella produzione
poetica leopardiana).
La tesi della vita come viaggio verso la morte è avallata da una serie di considerazioni: l'uomo
nasce per soffrire e la stessa nascita presenta rischi di morte. Ma, anche nel caso che il nascituro
sopravviva, egli proverà dolore e sofferenza sin dalla nascita (notoriamente i bambini appena nati
piangono – concetto già espresso da Lucrezio). Viene poi approfondito il legame indissolubile tra
genitori e figli, accettato dal pastore che tuttavia si chiede che senso abbia dare al mondo un
bambino se poi bisogna comunque consolarlo per le continue sofferenze che esso patirà. Nonostante
lo stato di miseria del pastore la luna è «intatta», nel senso che rivela un sostanziale disinteresse per
le domande quasi ingenue del pastore (natura matrigna); è tuttavia pienamente consapevole delle
dinamiche che regolano gli accadimenti umani, nonostante il suo silenzio e la sua apparente
indifferenza. Il pastore errante, pertanto, decide di proseguire il suo colloquio con l'«eterna
peregrina» chiedendole perché gli uomini soffrono e continuano a desiderare invano. Impostata su
queste domande, la strofa prosegue con il pastore che, alzati gli occhi alla volta celeste, si rende
desolatamente conto dell'immensità del cosmo: egli non sa quale beneficio apporta questo universo
«smisurato e superbo», né è a conoscenza del motivo per cui stelle e pianeti continuano questo loro
andirivieni in un movimento pressoché perpetuo. L'unica certezza che ha è che la vita è dolore e
sofferenza. La personificazione della luna come divina giovinetta risente della mitologia classica.
Oppresso da queste angosce, nella quinta strofa il pastore si rivolge al proprio gregge, l'unica
compagnia di esseri viventi della quale dispone: le pecore, tuttavia, non sono tormentate dalla noia
e dal tedio, sentimenti che invece sono costitutivi essenziali dell'animo umano, né sono consapevoli
del loro infelice destino (non hanno sviluppato la loro facoltà razionale). Nella sesta e ultima strofa
il pastore cerca invece di compensare la propria tristezza nell'immaginazione, sperando di poter
sottrarsi alla sua infelice condizione dotandosi di ali per fuggire, così da contare le stelle una ad una
e ricercare felicità infinite (ma è, appunto, un’utopia oppressa alla fine del componimento). 

Analisi strutturale e stilistica.

Il poeta qui non parla in prima persona: le parole del componimento appartengono ad un uomo
primitivo, semplice e ingenuo. Nella fase del “pessimismo storico”, Leopardi riteneva i primitivi più
vicini alla natura, inconsapevoli dell'«acerbo vero», fanciulleschi e immaginosi, quindi più felici
dell'uomo moderno. Qui invece il primitivo è "filosofo" come gli uomini civilizzati, e sente
fortemente l'infelicità sua propria e quella universale. È l'indizio più chiaro del passaggio ad un
"pessimismo cosmico", che concepisce l'infelicità come propria dell'uomo di tutti i tempi, di tutti i
luoghi e di tutte le condizioni. 

Il canto si distingue nettamente dagli altri grandi idilli: non si fonda sulla memoria, sul
vagheggiamento del «caro immaginar», sull'effusione degli affetti; è una lucida, ferma riflessione,
che, partendo da interrogativi elementari, coinvolge i grandi problemi metafisici: è quindi poesia
squisitamente filosofica, fondata sul «vero». Il linguaggio perciò, pur presentando quella
miracolosa essenzialità e purezza che sono proprie di questo periodo della poesia leopardiana,
non ha quelle inflessioni affettuose che nascono dall'impulso dell'illusione.

 Anche il paesaggio è diverso: non è quello idillico («le vie dorate e gli orti», il «lontano mar», i
«monti azzurri», gli «odorati colli»), che è il paesaggio familiare dell’immaginazione giovanile
ricuperata dalla memoria, ma un paesaggio astratto e metafisico. Permane la suggestione
tipicamente leopardiana dello spazio sconfinato e del tempo infinito: i «sempiterni calli», gli «eterni
giri», il «corso immortale» della «silenziosa» luna, il «tacito, infinito andar del tempo», il «deserto
piano» che «in suo giro lontano, al ciel confina», l'«aria infinita», il «profondo / infinito seren», la
«solitudine immensa». Ma non è un infinito creato dall'immaginazione, bensì contemplato dalla
ragione; perciò nella contemplazione non c'è riscatto, dolce «naufragar» della coscienza: la
coscienza resta vigile, e sempre presente rimane in essa la percezione della sofferenza e della
mancanza di senso dell'universo. Per queste caratteristiche il Canto notturno, chiudendo la stagione
dei grandi idilli, fa già presentire la stagione successiva della poesia leopardiana, quella del “ciclo di
Aspasia", una poesia nuda e severa, di puro pensiero.

Ovviamente, ci troviamo di fronte a un linguaggio (e anche a una serie di metafore) tutt’altro che
semplice in sé, tutt’altro che a-letterario, tutt’altro che pronunciato da una bocca “ignorante”. Ciò
che però dona a questo linguaggio un tono di voluta semplicità è il giro sintattico spezzato, nudo e
spoglio, ingenuamente atteggiato attraverso alcune ripetizioni.
L'intera composizione presenta, infatti, un andamento cantilenante: lo stesso Mario Fubini si
riferiva a un'«antichissima e primitiva nenia» quando parlava del Canto notturno. Tale ritmo è
ottenuto, oltre che dalla rima costante in «-ale», anche grazie all'adozione di una sintassi semplice,
ricca di periodi brevi e incalzanti, e alle frequenti iterazioni lessicali (il primo verso si apre e si
chiude con «che fai», e nella prima strofa il termine «luna» è ripetuto tre volte).

Genesi del Canto.

A questo punto, è opportuno dare uno sguardo ad uno studio di Emilio Bigi su “La genesi del
‘Canto notturno’ “.
L'intenzione del critico è ovviamente quella di dar pieno valore poetico al canto leopardiano e di
correggere, in proposito, certe interpretazioni più o meno recenti. Egli muove anzitutto dalla giusta
considerazione che il componimento affonda le sue radici in quello stesso terreno psicologico
concettuale dal quale nacquero A Silvia e Le ricordanze (anche se in forme diverse) e ricostruisce
quindi tale retroterra, a partire dal 1825, nelle due fondamentali direzioni che esso assunse (una
universale e una individuale). Dapprima infatti Leopardi si indirizzò verso la riflessione sul
patimento di tutti, verso la constatazione della sofferenza dell'intero creato (con il celebre pensiero,
già da noi ricordato, sul desolato “giardino della natura") mentre più tardi, a partire dalla fine del
1827, cominciò a fare più particolare riferimento alla propria personale sofferenza e al proprio
dolore individuale. Bigi spiega inoltre che il genere lirico sia il più proprio della poesia; che
s'identifichi anzi con la poesia stessa e che sia persino l'unico possibile per i "moderni". Il critico, in
relazione al Canto Notturno, ha inoltre rilevato due ordini che muovono il componimento: uno di
natura concettuale (è quello rappresentato dall'approfondimento del pensiero materialistico-
negativo, giunto ormai a un punto di non-ritorno); il secondo invece rappresentato dalla riflessione
che Leopardi, in questo periodo, accentrò sul valore e sul significato della poesia lirica, del genere
lirico, il più nobile e più poetico d'ogni altro.