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L’INTERVENTO PSICOLOGICO

CAPITOLO 1: L’OGGETTO DELL’INTERVENTO PSICOLOGICO

L’oggetto dell’intervento psicologico è la classe di fenomeni su cui agisce l’azione dello


psicologo, in quanto ad essi si riferiscono i modelli scientifici che fondano e orientano tale
azione. La modellizzazione dell’oggetto costituisce il fondamento della teoria generale
dell’intervento psicologico. La teoria dell’oggetto costituisce il fondamento della teoria
generale dell’intervento psicologico (la parte di questa teoria che definisce i confini di
competenza). Quale sia l’oggetto della psicologia non è chiaro, perché ci sono troppe
definizioni. L’oggetto della psicologia è un concetto astratto e va inteso non in senso concreto
ma come un modello interpretativo che permette di modellizzare i fenomeni concreti – vale a
dire gli aspetti della realtà così come esperiti – in termini psicologici. La ricerca di unitarietà
va effettuata nei termini dell’elaborazione di un modello teorico generale che permetta di
definire la pertinenza psicologica dei singoli fenomeni.

Il valore fondativo della definizione dell’oggetto

La definizione dell’oggetto è un’operazione concettuale che riguarda tutti i sistemi


professionali, non solo la psicologia. Ogni professione è destinataria di richieste il cui
contenuto è definito in termini di senso comune e riflette la pluralità dei domini della vita
sociale. Per ragioni teoriche e politico-culturali (gli psicologi tendono ad adottare un
atteggiamento seduttivo nei confronti del mandato sociale, come se l’adesione al contenuto
delle richieste dei fruitori fosse il modo per rafforzare il legame con la committenza), la
psicologia non ha sviluppato un modello unitario condiviso del proprio oggetto. Si è lasciato
che fosse la domanda sociale a tracciare i confini del dominio di competenza della psicologia:
sono diventati e continuano a diventare d’interesse della psicologia i fenomeni che la società
ritiene siano di competenza degli psicologi. Ciò che il cliente propone come target
dell’intervento psicologico riflette necessariamente l’organizzazione socio-culturale del
mondo. I modelli psicologici non si prestano ad essere messi in corrispondenza diretta con
l’ambito di mondo cui la richiesta si riferisce.

Fenomeni e oggetto
Due modi generali per definire un nesso tra il proprio oggetto e gli avvenimenti mondani
sono: normativo, assume che sia la conoscenza scientifica alla base del sistema professionale
a prescrivere quali fenomeni la domanda sociale può proporre al sistema professionale stesso.
Opera in tutte quelle situazioni in cui il senso comune è sottoposto ai vincoli derivanti da
conoscenze scientifiche consolidate e socialmente legittimate; l’altro modo è l’ astrazione,
ovvero l’elaborazione teorica di modelli interpretativi sovra-ordinati. La psicologia non può
che seguire l’astrazione come modalità di rapporto tra il sapere scientifico su cui si fonda e la
pluralità dei contenuti della domanda sociale. Non ha il potere per imporre il proprio sistema
di conoscenza al senso comune, di conseguenza non può che riconoscere ed accettare
l’autonomia dei significati del senso comune. Conseguentemente, deve riconoscere ed
accettare l’autonomia dei significati di senso comune nei termini dei quali la società rivolge
alla funzione psicologica aspettative e desideri più svariati. È opportuno quindi sviluppare
una distinzione tra oggetto e fenomeno. Il fenomeno è la parte del mondo così come resa
pertinente ed interpretata dal senso comune. Mentre l’oggetto è la modellizzazione del
fenomeno nei termini della teoria generale psicologica. È l’oggetto a costituire il target
dell’intervento psicologico e dato che esso è l’interpretazione del fenomeno, opera anche
come il nesso tra il fondamento scientifico della funzione professionale e il contenuto della
richiesta (che si riferisce al fenomeno). L’oggetto costituisce l’astrazione guidata
teoricamente del fenomeno. E’ più specifico ed al contempo più generale del fenomeno: più
specifico perché riguarda un solo aspetto del fenomeno, quello reso pertinente dalla teoria;
più generale in quanto rappresenta una classe generalizzata di fenomeni, accomunati
indipendentemente dal loro contenuto empirico dalla loro qualità di essere istanziazioni dello
stesso costrutto teorico.

Quale oggetto per la psicologia?

Il compito di costruire teorie generali sembra sia lasciato ad altri domini scientifici, in primo
luogo le neuroscienze. Da questo punto di vista, l’intervento psicologico costituisce
un’opportunità di sviluppo per la teoria psicologica, nella misura in cui rende evidente la
necessità di modelli generali astratti capaci di interpretare la caleidoscopica geografia della
domanda sociale. L’intervento rappresenta il contesto entro cui i modelli generali astratti
possono essere sottoposti a validazione, nei termini della loro capacità di offrire
interpretazioni dei fenomeni proposti dalla domanda sociale, utili a fondare l’azione
professionale.
La psicologia come scienza dei processi di significazione

La proposta di Salvatore è vedere il significato al centro dell’interesse della psicologia. In


particolare, considerare i processi di significazione (sensemaking) come oggetto precipuo
della scienza psicologica. La teoria dei processi di significazione si offre come il frame
modellistico nei termini del quale interpretare in chiave psicologica i fenomeni proposti dalla
domanda sociale. Considerare un fenomeno in quanto processo di significazione vuol dire
concepirlo come dinamica di scambio di segni che permette il distanziamento
dall’immediatezza dell’esperienza. Questa visione semiotica si offre come una cornice
concettuale generale per modellizzare l’insieme dei fenomeni generalmente associati alla
psicologia (visione unitaria e unificatrice di ambiti come la psicoterapia, processi formativi
ed educativi, comportamento economico, ecc.).

Il carattere emergente del significato

L’approccio semiotico si discosta dalla visione del senso comune, che assume i significati
come entità statiche, invarianti, proprietà fisse e discrete che si applicano agli oggetti
rappresentati. È necessario centrare l’analisi dei processi psicologici sull’attività
interpretativa degli attori, processo entro e per mezzo del quale il significato viene co-
costruito, piuttosto che meramente applicato. Il socio-costruttivismo ha messo in discussione
la visione dei significati come entità fisse dell’universo simbolico dicendo che non
preesistono allo scambio sociale e comunicativo ma sono costruiti e continuamente ridefiniti
attraverso ed in funzione di tale scambio. I significati sono un prodotto contingente delle
negoziazioni intersoggettive. Tali negoziazioni sono esse stesse atti sociali, orientati e
organizzati da intenti pragmatici e retorici di regolazione dello scambio sociale. Alcune
caratteristiche del significato sono:

1- Contestualità: Il sensemaking non è il prodotto di operazioni mentali chiuse e


concluse entro la testa degli individui, anzi è un processo intrinsecamente sociale che
si dispiega entro ed attraverso lo scambio comunicativo. Le strutture semantiche (i
frame) che organizzano il funzionamento mentale non vanno intese in senso kantiano
(come forme a priori inscritte nella struttura della mente degli esseri umani), ma come
prodotti storici, artefatti simbolici che la cultura di un determinato gruppo sociale
configura e mette a disposizione dei propri membri. Ciò significa che quanto accade
entro la dinamica dell’azione professionale va considerato sempre e comunque in
ragione del contesto socio-simbolico in cui si inscrive e non espressione immanente di
una mente isolata ed in sè stessa autonoma;
2- Situatività: I significati si definiscono attraverso il modo con cui le persone usano i
segni, in definitiva dal modo con cui agiscono. Ciò significa che i significati vanno
considerati come circolarmente connessi alle circostanze della comunicazione e
dell’agire. I significati da un lato permettono agli attori di comunicare e agire,
dall’altro sono sistematicamente e ricorsivamente ridefiniti da tale agire e comunicare.
In questo senso va intesa la situatività dei significati ai discorsi: i modelli simbolici
non preesistono alla comunicazione e all’azione, ma sono proprietà emergenti di tali
processi. Il riconoscimento del carattere situato del significato ha una conseguenza
rilevane sul piano dell’intervento: le strutture di significato sovraordinate (frame) che
regolano il pensiero si definiscono localmente all’interno ed attraverso le dinamiche
micro-sociali, quindi per comprendere il senso di ciò che accade e viene comunicato
entro il processo di intervento va tenuto in conto il qui ed ora della dinamica micro-
sociale che sostanzia la relazione di intervento. È il principio metodologico
dell’indessicalità della comunicazione (il significato di un atto può assumere una
pluralità di significati diversificati in ragione del contesto intersoggettivo ove si
esercita);
3- Pragmaticità: Il modo di pensare non è mai un’operazione neutrale, al contrario è
sempre e comunque un atto sociale, animato da una qualche forma di intenzionalità. Il
modo in cui gli attori danno significato all’esperienza è una delle leve fondamentali
attraverso cui essi salvaguardano e promuovono reciprocamente le proprie
prospettive, versioni del mondo e sistemi di interessi (il proprio ancoraggio
identitario). Le persone quando pensano e discutono, organizzano i pensieri, adottano
strategie retoriche, assumono posizionamenti discorsivi ed intraprendono percorsi di
costruzione di senso per accreditare/affermare un punto di vista, dunque per regolare
lo scambio sociale entro cui sono iscritti. In sintesi, Pensare e parlare sono
intrinsecamente atti intersoggettivi.

La psicoterapia come dinamica di sensemaking

I ricercatori che si interessano di psicoterapia tendono a considerare il processo terapeutico


come un oggetto specifico, dotato di un proprio modo di operare, distinto da altre forme di
interazione umana. Questa prospettiva implica che una determinata forma di relazione umana
acquista una specifica modalità di funzionamento in ragione degli scopi che la motivano.Non
è lo scopo a configurare il funzionamento, in tal caso dovrebbero esserci troppe discipline
scientifiche e un’area di studi per ciascuna pratica socialmente definita. A ciò si potrebbe
obiettare che non tutti i processi sono rilevanti a tal punto da ammettere una disciplina
scientifica dedicata ma ciò implicherebbe che sia la gerarchia dei valori e degli interessi
socialmente definiti a definire cosa vada considerato meritevole d’interesse scientifico. La
psicoterapia va intesa come manifestazione locale di un oggetto generale: la dinamica di
sensemaking, questa concezione si basa sulla distinzione tra dinamica di un oggetto e
fenomeno che la istanzia. La dinamica ha a che fare con il modo in cui funziona l’oggetto,
segue una modalità atemporale ed invariante – si ripete sempre uguale a sè stessa. Lo
scambio comunicativo si realizza entro specifici contesti socio-culturali, che qualificano gli
scopi, i vincoli e le condizioni di felicità del sensemaking. Tali condizioni e tali vincoli
definiscono i termini entro ed attraverso cui la dinamica della comunicazione si invera. La
stessa dinamica dà quindi luogo a fenomeni diversi, in ragione dei parametri contingenti che
definiscono le modalità della sua istanziazione. I diversi fenomeni possono essere studiati
localmente, ovvero in ragione del loro contenuto empirico contingente. Il funzionamento di
più campi fenomenici, più discipline tra loro comuni, si ascrive alla stessa dinamica generale,
la quale non cambia. La modellizzazione della dinamica generale definisce il fondamento
concettuale ed euristico per lo studio dei processi locali. Quindi la psicoterapia è uno dei
possibili fenomeni in cui la comunicazione umana si istanzia, in ragione di determinati
parametri, derivati dal contesto culturale ed istituzionale e dalla teoria clinica. Tali parametri
rendono la psicoterapia una versione particolare dell’oggetto sensemaking differenziabile
dalle infinite altre versioni dello stesso oggetto. La psicoterapia funziona in un certo modo in
quanto riflette, in ragione di specifici parametri di campo, la dinamica fondamentale del
sensemaking. Comprendere la psicoterapia richiede la modellizzazione di tale dinamica, la
comprensione dei parametri di campo che la inverano e la descrizione della fenomenologia in
cui tale inveramento si esprime. La distinzione dinamica/fenomeno è immediatamente
rilevante per la funzione professionale, poiché da essa derivano implicazioni cogenti di
ordine concettuale e metodologico. Due di queste implicazioni: in primo luogo, da tale tesi
deriva che i meccanismi che rendono clinicamente rilevante la psicoterapia siano gli stessi
che sottendono le altre forme di comunicazione umana. La risposta al perché un determinato
aspetto terapeutico incida nel modo in cui incide va ricercata nel modo con cui il
sensemaking in quanto tale funziona. In secondo luogo, dal punto di vista metodologico, la
tesi proposta suggerisce la possibilità di una più estesa e sistematica adozione di metodi,
strumenti di analisi ed intervento elaborati in domini di ricerca diversi dalla clinica. Le
competenze che si sviluppano in un determinato campo di attività professionale, anche nella
loro valenza specialistica, possono essere generalizzate ad altri ambiti di azione, ovviamente
attraverso la mediazione di fattori di campo che intervengono ad organizzarne l’impiego
entro i diversi contesti di intervento.
CAPITOLO 2: LA RICHIESTA COME ATTO DI SIGNIFICAZIONE

Domanda e committenza in chiave semiotica

La decisione del cliente di richiedere un servizio professionale si fonda su ed è alimentata dal


repertorio di significati del senso comune. Il senso comune è normativo: stabilisce canoni,
ovvero rappresentazioni di come le cose dovrebbero andare. Il senso comune offre agli
individui parametri di ciò che si assume e vive come normale, ovvio, sensato, ordinario,
ordinato e valevole, canalizza il desiderio definendo l’orizzonte dei fini, la geografia di ciò
che è legittimo attendersi e ricercare. Quando un certo evento introduce una rottura
nell’ordine canonico, questa rottura innesca un movimento di reazione nell’attore o nel suo
intorno sociale volto al superamento della rottura. Questo movimento è orientato da premesse
generalizzate di senso, inscritte entro il senso comune, che configurano l’interpretazione della
rottura, delle sue cause, di come e perché affrontarle. La richiesta è l’esercizio agito
dell’adesione ad un ordine sociale: la reazione alla violazione del canone porta con sé
l’instanziazione del canone come forma attesa di normalità da recuperare/ricomporre.
Rivolgersi ad uno psicologo rappresenta un atto di significazione, cioè un’interpretazione
performativa dell'esperienza. Performativa perché implica l’attribuzione di un significato
attraverso l’azione. L’azione a è l’interpretazione performativa del significato alfa. In quanto
atto di significazione, la richiesta di un servizio psicologico va modellizzata nei termini delle
dimensioni semiotiche che lo sostanziano. La consideriamo nei termini di due componenti: la
committenza è la teoria che motiva, organizza ed alimenta la richiesta, la domanda è il
sistema di significati latenti e generalizzati, di natura affettiva, operanti da premessa di senso
fondante la committenza.

La committenza

La committenza non è né un’entità, né può essere circoscritta all’atto che la implementa. È


un reticolo di significati fondante ed al contempo riprodotto performativamente dalla
richiesta, è la teoria del cliente (in parte esplicita e in parte implicita) circa la propria
situazione critica, il perché e il come affrontarla. È in ragione di tale teoria che il cliente
arriva a formulare una certa richiesta, in un certo modo e implicando certe condizioni, con
certe aspettative e parametri di successo. La richiesta acquista senso solo se inscritta in tale
teoria.
La committenza abbraccia vari aspetti:

1. Il che cosa: identifica la problematica oggetto/motivo della richiesta. Offre


un’interpretazione della situazione che lo coinvolge in termini di scarto (da come
dovrebbe essere), ma non solo, lo scarto deve anche essere connotato in termini di
criticità (condizione che, per la sua valenza negativa, è opportuno affrontare);

2. Il perché: la committenza è un’interpretazione delle cause e dei fattori alla base


della criticità

3. Il come: l’idea di come tale criticità richiede di essere affrontata. Da tale idea
deriva il riconoscimento della necessità di ricorrere ad un determinato tipo di risorsa
professionale.

La committenza è anche una teoria sull’organizzazione del servizio e su ciò che deve essere
inteso come suo esito positivo. In ragione della committenza, il cliente definirà il proprio
investimento di risorse utili a creare le condizioni organizzative e simboliche richieste dal
processo di erogazione/ fruizione del servizio. La committenza è un reticolo di significati
interconnessi che possono essere ricondotti alle seguenti aree:

- Interpretazione della propria situazione in termini di criticità (tale interpretazione


non è una mera constatazione, ma una costruzione simbolica. Ciò significa che, come
accade per ogni atto di significazione, è il frutto di un processo di selezione
(pertinentizzazione) e combinazione di occorrenze fenomeniche che acquistano senso in
ragione di tale processo. La realtà vincola la selezione, ma non ne prescrive gli esiti, che
riflettono il punto di vista del soggetto. Prendiamo un cliente che si rivolge allo psicologo
per risolvere un conflitto: egli seleziona una parte degli elementi della realtà e li assembla
in una rappresentazione: conflitto. Questa rappresentazione è consentita dalle condizioni
di realtà, che tuttavia permetterebbero anche altre interpretazioni. Inoltre, il cliente
connota il conflitto in questo caso come fortemente indesiderabile, insostenibile e così il
conflitto viene rilevato e qualificato come una criticità che merita di essere affrontata. In
sintesi, la rilevazione di un problema non è una registrazione passiva di un dato fattuale; il
cliente definisce la propria condizione di crescita sulla base di una teoria, di un sistema di
significati che sostanzia il suo punto di vista. La percezione della criticità non parla solo
dell’oggetto, ma chiama in causa il soggetto, perché è sempre e comunque l’esercizio di
un desiderio, un dare forma semiotica al mondo, di presentificarlo. Questo porta ad
un’altra considerazione: il cliente ha sempre una teoria quando si rivolge al consulente. Il
cliente agisce sempre una costruzione semiotica del proprio mondo che opera come
mediatore nella relazione con il consulente, anche quando la posizione del cliente entro
tale relazione è orientata al disimpegno. Se vogliamo, il cliente non può non desiderare);

- Ipotesi circa le cause e i modi di risolvere la criticità (la committenza si sostanzia


di una teoria implicita circa le cause alla base della criticità e, conseguentemente, circa il
modo per affrontarla);

- Visione della funzione ed il ruolo del consulente (la funzione attribuita al


consulente deriva da un’ulteriore teoria su quale sia la strategia migliore per raggiungere
lo scopo prefissato);

- Modalità di relazione con l’esperto (la committenza media il modo con cui il
cliente entra in relazione con il consulente: il livello e la forma dell’investimento nei
confronti del lavoro di quest’ultimo, le informazioni che considera sensato fornirgli, il
tipo di lavoro di analisi che è disposto a sostenere. Penserà quindi ad una certa
organizzazione di lavoro e nulla o quasi verrà detto su altri aspetti, in quanto ritenuti non
pertinenti. In definitiva la teoria del problema che sostanzia la committenza non solo
definisce le attese nei confronti della consulenza, ma configura anche le regole del gioco
organizzanti il rapporto di lavoro tra committenza e consulenza.

Domanda

Le interpretazioni di elementi discreti dell’esperienza sono inscritte, sostanziate ed alimentate


da significati generalizzati costitutivi della visione di sé e del mondo. Tali significati operano
dunque da premesse latenti di senso orientanti l’interpretazione dell’esperienza e
costituiscono la semantica fondamentale e l’orizzonte di senso dei singoli atti di
significazione. Allo stesso tempo, ogni atto di significazione si presta ad essere inteso come
l’esercizio performativo delle premesse generalizzate di senso. La domanda è il dominio di
significati generalizzati che opera da premessa di senso fondante la committenza.
Committenza e domanda sono campi di significato, li distingue il loro livello di
generalizzazione: la committenza concerne l’interpretazione della situazione, la domanda
consiste nei significati generalizzati che fondano e rendono sensate tali teorie. Nel momento
in cui un cliente fa una richiesta, questa implica una pluralità di significati normativi, che si
collocano su diversi livelli di generalizzazione: alcuni riguardano circostanze particolari, altri
dimensioni più generalizzate ma sempre riguardanti l’evento e altri sono ancora più
generalizzati, riflesso di premesse basilari che sono al fondamento del senso di vita e della
relazione tra sé e il mondo. Nessuno di questi significati corrisponde a uno stato di fatto, sono
costruzioni semiotiche fondate ed organizzate da uno specifico milieu culturale, dal senso
comune che il milieu alimenta. In un contesto culturale differente, diversi canoni sarebbero
all’opera.

La natura affettiva della domanda

Da un punto di vista psicodinamico, i significati generalizzati che sostanziano la domanda si


prestano ad essere concettualizzati come prodotto della semiosi affettiva. Tale
concettualizzazione si basa sulla lettura semiotica degli affetti. Gli affetti sono forme basilari
di significazione della relazione con il mondo, concettualizzabili come categorie
generalizzate incarnate (embodied) dotate di valenza edonica, nei termini dei quali viene
segmentato il flusso di esperienza che viene trasformato in oggetti dotati di qualità
relazionale, esperiti nei termini di relazione sé-oggetto. La relazione tra domanda e
committenza è duplice: da un lato, la domanda costituisce il contenuto affettivo della
committenza ( ovvero il significato generalizzato che la committenza veicola ed istanzia),
dall’altro il fondamento costitutivo della committenza (nel senso che quest’ultima è elaborata
e trova senso sullo sfondo della prima che ne costituisce la condizione d’interpretabilità).
Queste due definizioni sono complementari e dipendono dal vertice osservativo, quale
rendere pertinente dipende dagli obiettivi dell’osservatore. La domanda come contenuto
simbolico è utile quando si tratta di rintracciare la fonte affettiva della committenza. La
visione della domanda come fondamento costitutivo è un principio teorico che aiuta ad
evitare la reificazione della dimensione affettiva ed al contempo favorisce il riconoscimento
della modalità performativa attraverso cui la richiesta genera lo scenario affettivo che opera
da orizzonte di senso. La domanda come contenuto affettivo implica la relazione significante-
significato tra la richiesta (significante) e la domanda (significato). Nella visione della
domanda come fondamento costitutivo, la dimensione affettiva è l’interpretante che qualifica
la relazione di corrispondenza tra il segno e ciò per cui esso sta. Adottiamo una visione delle
relazioni sociali come precipitato del comportamento degli individui. La prospettiva
individualistica in cui tutti siamo immersi, è un significato generalizzato, motivo per cui
ragioniamo in termini di individui. La visione individualistica non è una categoria di tipo
semantico, è una modalità automatica (embodied), che dà forma all’esperienza.

La domanda come scenario intersoggettivo

La domanda non è una descrizione dell’esistente caricata di valenza edonica, ma l’esercizio


di un desiderio. La domanda “impone” una forma di relazione oggettuale all’esperienza,
“costringendo” quest’ultima a configurarsi secondo la propria matrice. Il carattere desiderante
della domanda non va confuso con l’intenzionalità: non è volontario il mondo di significato
alla luce del quale si compie la domanda, bensì l’unico mondo che il cliente concepisce,
quindi anche il consulente. La valenza di atto desiderante della domanda permette di cogliere
il carattere di proposta di rapporto che veicola. La domanda è per definizione
intersoggettivamente contagiosa: il cliente ne è portatore e la diffonde nella relazione col
consulente tramite la forma e il contenuto della sua richiesta. Il carattere desiderante e
generalizzato di questa costruzione fa sì che essa assuma cogenza entro la relazione con il
consulente. La domanda è per definizione un processo transferale e al contempo di
regolazione intersoggettiva (il cliente riproduce nel rapporto con il consulente il significato
generalizzato che fonda l’esperienza di sè . Il carattere desiderante della domanda sta nel fatto
che la simbolizzazione affettiva in cui consiste è costitutiva dell’esperienza (impone una
forma all’esperienza, tale da costruire l’esperienza in termini di relazione oggettuale), è
assoluta per il soggetto (opera come condizione di pensabilità piuttosto che contenuto del
pensiero) è intrinsecamente intersoggettiva (in quanto, in ragione del suo carattere assoluto,
viene agita dal cliente anche nella relazione con il consulente).

Domanda e coazione a ripetere

Le considerazioni proposte sopra evidenziano come rivolgersi al consulente non sia soltanto
una decisione che il cliente prende in ragione di una certa interpretazione della propria
condizione (committenza) costruita sulla base di una simbolizzazione affettiva (domanda), al
contempo è un modo di istanziare tale costruzione semiotica. La richiesta è un atto tramite cui
un certo mondo di significato viene riprodotto e mantenuto in vita, quindi inverato. Non c’è
necessità di interpretare questo atto, né in chiave intenzionale e funzionale, né come oggetto
di negoziazione. La domanda è una costruzione affettiva, vale a dire il risultato di un livello
di funzionamento mentale inconscio. La domanda è una forma di coazione a ripetere, ma il
cliente non ripete il proprio mondo affettivo per un fine (l’inconscio non ha scopi), ma perché
non c’è altro che può fare. La ripetitività la coglie l’osservatore esterno, in quanto in grado di
proiettare la ridondanza osservata su uno sfondo di potenziale variabilità. L’agito della
domanda è un automatismo e in quanto tale non risponde a nessuna funzione, non serve a
raggiungere nessuno scopo. Il mondo di significato in cui consiste la domanda viene sempre e
comunque esercitato e viene tanto più esercitato quanto è maggiore la variabilità ambientale
che richiede di essere assimilata. Di conseguenza, la criticità affettiva non è un evento che
mette in crisi la costruzione affettiva, ma che la alimenta.

Sintesi. Le dimensioni della domanda

Le caratteristiche semiotiche ed intersoggettive della domanda:

- Valenza semiotica: la domanda si basa ed invera l’interpretazione affettiva nei


termini della quale il cliente dà forma al proprio mondo;

- Valenza pragmatica: la domanda promuove ed orienta una decisione ed una


conseguente azione;

- Valenza organizzativa: la domanda contiene in nuce una teoria della funzione


richiesta al consulente;

- Valenza desiderante: il mondo di significato affettivo in cui la domanda consiste


necessariamente tende a riprodursi, ad assimilare la realtà.

La domanda si offre come l’agito della continua riproduzione dello scenario oggettuale che
rende viva l’esperienza.

L’autoreferenzialità della domanda

La simbolizzazione affettiva (in quanto espressione del modo di essere inconscio della mente)
è intrinsecamente incapace del test di realtà, vale a dire di apprendimento, delle possibilità di
utilizzare i riscontri di realtà. Uno scenario affettivo in fallimento non smette di funzionare, al
contrario funziona in modo sempre più disancorato dalla realtà. La criticità di uno scenario
affettivo (Carli,1987: fallimento della collusione) non va inteso come interruzione della
dinamica di funzionamento. Uno scenario affettivo in fallimento non smette di funzionare,
ma funziona in modo sempre più disancorato dalla realtà. Il fallimento è negli occhi
dell’osservatore che da fuori riconosce che tale scenario non sostiene più l’adattamento.
La riproduzione intersoggettiva dello scenario affettivo come processo di compartecipazione

La riproduzione di uno scenario affettivo non passa attraverso la negoziazione tra gli attori in
campo: il cliente non propone al consulente di aderire al proprio mondo di significati e il
consulente non ha da decidere se accettare o meno. La riproduzione si realizza nel momento
in cui lo scenario simbolico affettivo agito funziona come parametro di canonicità, come
orizzonte di senso e condizione di interpretabilità, dunque regolatore dello scambio
intersoggettivo tra cliente e consulente. Quando due o più persone usano un determinato
mondo di significati come organizzatore del loro scambio ritrovandosi in esso immersi, quel
mondo viene esperito con qualità di esistenza. Lo scenario affettivo non viene condiviso, non
è il risultato di una stipula, semplicemente chi agisce una domanda considera come universale
il proprio mondo di significato, ma ciò non vuol dire che chiede che siano condivise le
proprie opinioni e i propri ragionamenti. Per esempio, due persone che litigano condividono
entrambe lo scenario affettivo che li orienta a comportarsi in maniera ostile reciprocamente,
sono iscritte nello stesso desiderio. La condivisione intersoggettiva di uno scenario affettivo è
dunque faccenda diversa dalla condivisione di un’idea o di un’opinione. È co-afferenza ad un
presupposto, ad una comune matrice di significati, all’interno della quale poi le persone si
collocano anche molto diversamente. Uno scenario affettivo può entrare in fallimento, ma ciò
non significa che lo scenario esaurisce il proprio funzionamento, quanto piuttosto che si
disancora dalla realtà. Il fallimento riguarda dunque la capacità dello scenario affettivo di
sostenere l’adattamento dell’attore. Uno scenario affettivo alle prese con i riscontri
dell’ambiente non si modifica ma procede inerzialmente nella sua dinamica: l’attore non può
che persistere nell’identificazione con il proprio modello affettivo, malgrado le criticità cui,
cosi facendo, va incontro. Anzi, maggiore è la criticità, maggiore sarà l’investimento
desiderante ed allucinatorio sullo scenario affettivo, sulla sua capacità di assimilare la
variabilità ambientale, dunque di preservare la continuità della matrice identitaria. In ciò sta il
carattere autoreferenziale dei significati affettivi: non si autocorreggono sulla base dei
riscontri critici.

Un’implicazione. Il limite della logica normativa

È illusorio pensare che una volta esposto a una dimostrazione di come le cose dovrebbero
essere fatte perché siano efficaci, funzionali ed adeguate, lo scenario affettivo cambi. La
soggettività e gli scenari affettivi sono dinamiche autoreferenziali, portare ad autoriprodursi.
E la loro autoreferenzialità non si ferma nemmeno davanti alla possibilità dell’annientamento.
La domanda come dinamica transferale

La domanda si presta ad essere interpretata come il contenuto/prodotto di una dinamica


transferale. Il significato affettivo (lo scenario affettivo di relazione oggettuale) che qualifica
la relazione tra cliente e mondo, dunque fonda l’azione del cliente, viene riprodotto entro la
relazione tra cliente e consulente nella forma di domanda. Il transfert è quella dinamica per
cui il cliente porta con sé, nel momento in cui entra in rapporto con il consulente, il mondo
culturale (dunque la matrice affettiva che lo sostanzia) cui afferisce. Si può dire che il
transfert è quel processo per cui nella relazione di consulenza si riproduce il modello
culturale proprio della relazione cliente-organizzazione. Il transfert è una dinamica che si può
comprendere solo considerandola espressione di un processo di simbolizzazione affettiva. Il
che significa: un processo inintenzionale, inconsapevole e non finalizzato. Due ulteriori
considerazioni:

La funzione del transfert: su questo aspetto si possono seguire due linee di ragionamento
complementari. Si può richiamare quanto già detto in precedenza sulla funzione desiderante
della domanda. In questa prospettiva, il transfert è la modalità attraverso cui si ricrea nella
relazione con il consulente quella condizione di equilibrio emozionale tra cultura e contesto
entrata in crisi nell’organizzazione. Un tentativo portatore di un’opportunità di sviluppo,
perché è su questa base che l’attore produce l’atto di rivolgersi al consulente. Da un altro
punto di vista, si può vedere il transfert l’ovvia espressione di un principio generale che
possiamo definire così: il pensiero ha un funzionamento vincolato. Entro un contesto sociale
e/o organizzativo, le persone condividono una cultura. Già riconoscere la propria cultura è
impresa difficile, rielaborarla ancora di più, ma afferire a due culture diverse è impossibile.
Ci sono situazioni di transizione in cui le culture tendono ad essere compresenti, ma anche in
questi casi vi è una cultura che tiene insieme. Quindi è vero che ognuno di noi può essere
parte di più culture contemporaneamente, in ragione dei contesti sociali ed organizzativi di
cui è partecipe, ma in ogni circostanza uno sarà il contesto pregnante. Se lo riconduciamo al
discorso sul transfert, ci aiuta a comprendere come l’attore che diventa cliente non può che
interpretare e costruire la relazione con il consulente nei termini del modello culturale di cui
dispone, perché non ne ha altri. In questo senso il transfert è la conseguenza necessaria dei
vincoli in cui si muove il pensiero.
La legge dell’incompetenza della committenza

Quanto osservato in relazione al transfert ci porta ad un apparente paradosso: la legge


dell’incompetenza della committenza. Quando un attore si rivolge ad un consulente per
affrontare un problema, è perché non è in grado di trovare diversamente la soluzione. Il
comportamento organizzativo dell’attore è una funzione del modo con cui interpreta la
relazione tra sé ed il contesto. Dal punto di vista psicologico è in tale interpretazione che va
ricercata la ragione della criticità. La committenza è la teoria che fonda, motiva e configura la
richiesta. Allo stesso tempo, la committenza è funzione della domanda, che riproduce
transferalmente entro la relazione di consulenza il modello culturale che media la relazione
tra l’attore e il suo contesto. In altri termini questo significa affermare che la domanda è una
funzione del modello culturale dell’attore ma se il modello culturale entra in crisi, la
committenza è un riflesso del modello culturale entrato in crisi. La committenza è un modello
incompetente in quanto omogeneo al modello culturale alla base della criticità che motiva la
richiesta. In sintesi, la committenza non può che subire il contagio dell’incompetenza del
modello culturale entrato in crisi. La legge dell’incompetenza della committenza ha
implicazioni sul piano culturale (contrasta la tendenza a prendersela con il cliente,
attribuendogli, per esempio, scarsa motivazione) e metodologico (le criticità che si incontrano
nel rapporto di consulenza vanno elaborate sistematicamente).

Il paradosso della richiesta e lo sviluppo della committenza

La richiesta è quindi per sua natura bivalente: da un lato è il riflesso del modo con cui il
cliente persegue il proprio sviluppo ma dall’altro la sua incompetenza mina la possibilità di
un intervento efficace. In altri termini significa che la richiesta, per come si pone, genera le
condizioni del proprio insuccesso. Il paradosso sta dunque in questo: nel carattere bivalente
della domanda, che è insieme risorsa (perché esprime l’investimento che il cliente fa sul
consulente) e vincolo (perché per definizione porta con sé il fallimento della cultura
organizzativa del cliente, che rischia inevitabilmente di contagiare anche l’intervento) per
l’intervento. La bivalenza della richiesta è un problema centrale per la teoria dell’intervento e
due sono i modi possibili per affrontarla: la si evita prescrivendo al cliente le regole del gioco
fondanti l’intervento, ciò si basa sul potere del sistema professionale; in alternativa c’è lo
sviluppo della committenza, per cui si dedica una parte dell’intervento a promuovere la
competenza della committenza, per costruire un contesto di intervento funzionale agli scopi
dello stesso. L’intervento fondato sulla prescrizione del consulente risulta inutilizzabile in
situazioni in cui l’obiettivo dell’intervento è l’elaborazione dei modelli culturali del cliente,
lo sviluppo della sua competenza decisionale. Non è possibile un intervento che abbia come
scopo lo sviluppo della competenza del cliente e che si realizza bypassando la sua
competenza. Lo sviluppo della committenza è difficile perché si muove tra due fuochi: non
assecondare l’incompetenza del cliente per come si esprime attraverso la committenza e la
necessità di accogliere e valorizzare la committenza in ragione della domanda che veicola,
perché è attraverso questa che il cliente si rivolge al consulente e soprattutto perché in essa
sta il suo desiderio, dunque lo spazio e le condizioni dell’incontro possibile.

L’analisi della domanda

Quindi la competenza del cliente è obiettivo, mezzo e limite dell’intervento. Infatti, la


committenza porta necessariamente con sé un problema di incompetenza, ma è anche la
risorsa fondamentale dell’intervento: lo sviluppo del modello culturale del cliente si realizza a
partire e nei termini del suo stesso modello culturale. Dal punto di vista psicologico, la
competenza consiste nel modello culturale di interpretazione della relazione con l’ambiente
che fonda la capacità di scopo dell’attore. Su tale definizione si basa la teoria dell’analisi
della domanda: la parte della teoria dell’intervento che affronta il problema di come il
consulente possa operare per promuovere/supportare lo sviluppo della competenza del cliente
e della sua committenza.

Per una definizione

Carli usa il termine analisi in senso psicodinamico, come operazione volta a rendere
pensabile un processo di simbolizzazione affettiva. Ci concentreremo su due aspetti:
specificare il concetto di domanda e precisare il concetto di analisi.

DOMANDA, RICHIESTA, BISOGNO

Dal punto di vista psicologico, la domanda è un processo semiotico di costruzione affettiva


configurante il senso che il cliente attribuisce all’esperienza, ai propri scopi, dunque alla
committenza. La domanda va differenziata dal bisogno e dalla richiesta. Quando si parla di
bisogno del cliente si tende a riferirsi ad una condizione del cliente (del suo contesto) che
esprime specifiche carenze o esigenze. Se la domanda riguarda il modello culturale/scenario
affettivo del cliente, il bisogno descrive una caratteristica della realtà cui si riferisce il cliente,
nel primo caso è il modo di interpretare, nel secondo il contenuto della rappresentazione. La
distinzione tra richiesta e domanda si sviluppa su un altro livello: entrambi questi processi
riguardano un processo di interpretazione (in senso lato, un atto di significazione), ma ciò che
cambia è il modo di decodificare l’atto. Quando si tratta un evento linguistico come una
richiesta, ci si sta concentrando sul contenuto semantico. La psicologia ci dice che è possibile
un diverso e complementare livello di decodifica degli atti linguistici: l’interpretazione
simbolica. In questo caso, la produzione linguistica del soggetto non viene assunta nella sua
valenza semantico-testuale, ma nel suo valore di significante della simbolizzazione affettiva
che sostanzia il modello culturale del cliente.

LA FUNZIONE DI ANALISI

Analisi, secondo un modello psicoanalitico che descrive il circuito fantasia-pensiero-azione,


significa promuovere l’attività elaborativa finalizzata a pensare le emozioni. Ciò rimanda ad
uno specifico modello psicoanalitico che descrive la processualità mentale nei termini di
circuito fantasia-pensiero-azione. Secondo tale modello i processi di simbolizzazione
affettiva tendono a tradursi subito in agito, cioè in una condotta messa in atto dal soggetto. In
quest’ottica il comportamento viene visto come un dei diversi sistemi di espressione a
disposizione dei soggetti e dei gruppi per significare il processo emozionale. Il circuito
fantasia-azione è espressione di un processo primario, del modo di essere inconscio della
mente, ma il soggetto ha una funzione che interrompe tale circuito ed è il pensiero. È il
pensiero che permette di dialettizzare il modo di funzionare inconscio con processi
computazionali e di interpretazione che in qualche modo aprono a mente alla realtà. Il
pensiero cui il modello fantasia-pensiero-azione si riferisce è una funzione mentale specifica,
il cui significato ha estensione circoscritta rispetto a quella posseduta dal termine d’uso
comune. Pensare dal punto di vista psicoanalitico significa sospendere l’agito automatizzato
della simbolizzazione in modo da permettere l’esplorazione della realtà. La simbolizzazione
affettiva costruisce il contesto intersoggettivo; sospendere l’agito significa depotenziare il
senso di verità che accompagna la costruzione affettiva dell’esperienza, aprendo in questo
modo lo spazio di esplorazione di diversi e ulteriori modi di interpretazione della realtà. Il
soggetto attiva un processo di sospensione quando pone il proprio stato mentale ad oggetto
del processo mentale. Pensare in questo senso significa ri-conoscersi, trasformare in oggetto
di discorso il proprio stato mentale. In questo modo lo scenario affettivo potrà accedere,
invece che alla significazione agita, ad un diverso sistema di espressione (il linguaggio)
rappresentabile e quindi socializzabile. Nel riconoscere un significato affettivo il soggetto
opera una inversione nell’ordine della significazione. Nel circuito fantasia-azione il
significato affettivo è il predicato che viene attribuito all’argomento noto; con la sospensione
dell’azione il significato affettivo diventa l’argomento da sottoporre a predicazione. Dal
punto di vista psicodinamico sospendere l’azione significa investire emozionalmente sul
proprio processo di simbolizzazione: un soggetto pensa in senso analitico quando invece che
proiettare all’esterno mantiene dentro di sé il significato affettivo costitutivo del proprio
desiderio, ponendolo ad oggetto del proprio pensiero. Il soggetto dirige lo sguardo sul proprio
modo di dare significato, piuttosto che sugli oggetti del mondo investiti di tale significato.
Pensare i significati affettivi è un processo in cui si richiamano due funzioni: ri-conoscere
l’emozione, tradurla in un sistema di espressione convenzionale e esplorare nuove modalità
di categorizzazione dell’esperienza.

L’analisi della domanda

La definiamo l’interpretazione da parte del consulente dello scenario affettivo che orienta la
committenza del cliente. Gli aspetti principali di tale definizione sono che essa implica
concepire la richiesta come agito dello scenario affettivo. La scelta del cliente di rivolgersi al
consulente così come il contenuto e le modalità della sua richiesta, sono concepiti come il
significante comportamentale, l’espressione sul piano della prassi, del modello culturale del
cliente. L’analisi della domanda considera dunque la committenza come il precipitato del
processo di simbolizzazione che il cliente opera per costruire emozionalmente la relazione
con il consulente. In ogni atto convivono due dimensioni della comunicazione: semantico-
referenziale da un lato e atto che si presta ad essere interpretato come espressione agita della
simbolizzazione affettiva della relazione dall’altro. Analizzare la domanda consiste nel
trattare la committenza in termini simbolici e non semantico-referenziali, quindi per il
modello culturale che veicola, per come simbolizza la relazione di consulenza, piuttosto che
in ragione del suo contenuto referenziale. Il presupposto dell’analisi della domanda è che la
criticità dell’attore è connessa allo scenario affettivo cui afferisce e tende a riprodurre; e ciò
comporta un vincolo ed insieme un’opportunità. Il vincolo: la descrizione che il cliente
propone della situazione è prodotta all’interno dello scenario affettivo e subisce quindi lo
stesso deficit di competenza del modello in crisi. La rappresentazione del contesto del cliente
veicolata dalla committenza non va trattata in ragione della sua valenza referenziale, ma
come un ulteriore sintomo della crisi. Ciò non significa negare valore al discorso del cliente
ma non assumerlo come un dato ma in quanto significante del processo costruttivo di
significazione affettiva. L’opportunità: il modello affettivo agito dalla committenza è una
riproduzione del modello che organizza la relazione tra cliente e mondo. L’analisi della
domanda, nel momento in cui rileva il modello affettivo della committenza, produce una
conoscenza del sistema cliente, del suo mondo di significati.

Le funzioni dell’analisi della domanda

La prima funzione è di tipo diagnostico, attraverso l’analisi della domanda, il consulente può
accedere ad una conoscenza del contesto cliente, dunque può formulare ipotesi psicologiche
sulla sua criticità senza dover dipendere dalla descrizione che il cliente propone del proprio
mondo. Si parla di dipendenza per due motivi: la descrizione è per definizione problematica,
ma soprattutto perché se il consulente assumesse come un dato di fatto tali rappresentazioni,
si ritroverebbe nell’impossibilità di analizzarle nella loro proprietà di espressione sintomatica
del modello culturale in crisi. La seconda funzione è di tipo organizzativo. L’incompetenza
della committenza sembra lasciare poco spazio all’intervento. Se la committenza è per
definizione incompetente, allora non dovrebbe essere possibile la strutturazione di un
intervento efficace: il consulente sarà contagiato dallo stesso fallimento che è chiamato a
contrastare. Un modo per fronteggiare l’incompetenza del committente è usare in chiave
normativa la posizione di ruolo del consulente. Il consulente prescrive le condizioni e gli
obiettivi della prestazione, motivando e legittimando questa sua posizione nei confronti del
cliente con la competenza specifica che possiede rispetto all’ordine di questioni per le quali è
stato chiamato in causa. È questo il caso delle prestazioni specialistiche. Un altro modo è
quello dell’accondiscendenza: agganciare il cliente per poi proporgli una riformulazione della
committenza. Quindi si tratta di accettare il piano di rapporto, gli obiettivi, perfino le
operazioni richieste e desiderate dal cliente, anche quando se ne riconosce la criticità rispetto
all’efficacia della consulenza, riservandosi di introdurre i correttivi opportuni una volta
consolidata la relazione consulenziale. Entrambe strategie efficaci nel garantire un intervento
efficace. Tuttavia, non risolvono il problema dell’incompetenza della committenza,
procurandosi il modo di evitarne gli effetti critici vincolanti. L’analisi della domanda nel
momento in cui permette al cliente di ri-conoscere il suo modello culturale, dunque di
cogliere le connessioni tra il problema, crisi del modello culturale e forma della committenza,
favorisce un processo di sviluppo della competenza della committenza che produce come
risultato la costruzione di un setting di lavoro maggiormente adeguato alla situazione del
cliente e al suo progetto. La terza funzione è quella di intervento. Nel momento in cui
l’analisi della domanda favorisce una rivisitazione ed una rielaborazione del modello
culturale fondante la committenza, questo sviluppo non solo permette di costruire un setting
di lavoro adeguato, ma è di per sè stesso un incremento di competenza del cliente, che questi
potrà generalizzare entro il proprio ambiente. Una committenza competente non rappresenta
un presupposto della consulenza ma l’esito – non necessariamente conclusivo – del suo
esercizio.

Osservazioni conclusive

In primo luogo, l’atto della richiesta va visto non solo come la conseguenza funzionale delle
premesse normative che lo fondano. Esso è anche l’esercizio performativo di tali premesse:
l’azione attraverso la quale le premesse affettive su cui essa si fonda vengono mantenute vive
nel milieu culturale. In secondo luogo, il rilievo sia teorico che metodologico dell’analisi del
processo psicosociale che sostanzia la richiesta di servizio professionale psicologico. Dal
punto di vista teorico, come osservato, la richiesta è inscritta entro e configurata dai
significati affettivi generalizzati costitutivi del sistema culturale cui il cliente è parte.
L’analisi della richiesta è il modo attraverso il quale è possibile analizzare l’organizzazione
dinamica del senso comune, vale a dire la sua capacità normativa di attivare e canalizzare i
processi di significazione. Da un punto di vista metodologico, la richiesta è il modo agito
attraverso il quale le premesse normative latenti del cliente vengono riprodotte. In definitiva,
lo psicologo che non tiene in conto la valenza performativa della richiesta diventa uno
strumento del desiderio del cliente, piuttosto che una risorsa al servizio dell’analisi di tale
desiderio.
CAPITOLO 3: OBIETTIVO E SCOPO DELL’INTERVENTO PSICOLOGICO

La teoria generale dell’intervento è chiamata, da un lato, a definire quale obiettivo (output)


orienta l’intervento e, dall’altro, qual è il valore che tale obiettivo riveste per il cliente
(outcome).

L’obiettivo dell’intervento

L’obiettivo è strettamente connesso all’oggetto dell’intervento. L’obiettivo è infatti


concettualizzabile come la variazione di una determinata dimensione/qualità dell’oggetto che
l’intervento si propone di perseguire. La discussione sugli obiettivi dell’azione professionale
riflette i limiti della psicologia a definire il proprio oggetto, quindi non si è ancora in grado di
produrre una risposta unitaria.

L’obiettivo dell’intervento. Una lettura semiotica

La definizione dell’obiettivo dipende dalla definizione dell’oggetto, se pensiamo all’oggetto


come alla semiosi, allora l’obiettivo dell’intervento è lo sviluppo del sistema di significazione
che media l’adattamento del fruitore – più in generale la sua relazione con il mondo. Sul libro
vengono proposte una serie di situazioni che si possono tutte interpretare nei termini
dell’oggetto psicologico, vale a dire in quanto processi di significazione.

L’APPROCCIO AL SIGNIFICATO. ANALISI VD GIUDIZIO

I sistemi di significato che fondano, orientano e motivano l’interpretazione dell’esperienza e


l’agire non sono in sé né positivi né negativi, né accettabili né inaccettabili. Lo psicologo non
è interessato ad esprimere giudizi di valore su di essi, in quanto fare ciò implica assolutizzare
un criterio assiologico (una ideologia). L’analisi dei sistemi di significato va realizzata in
termini funzionali, vale a dire nei termini del riconoscimento della capacità di un certo
sistema di significato di sostenere la progettualità del soggetto, dunque di funzionare da
risorsa per l’attore. La visione proposta è quella dei sistemi di significato visti in modo
strumentale: essi sono utili in certe circostanze e meno in altre. La psicologia non possiede
nessun criterio normativo in rapporto al quale valutare tale credenza – il desiderio che essa
esprime. Né si può individuare in assoluto il livello di utilità di tale sistema di significato:
esso varia in ragione delle circostanze e del punto di vista che definisce ciò che è desiderabile
in una determinata circostanza. In primo luogo, la funzione psicologica analizza il significato,
piuttosto che formulare giudizi di valore su di esso. Questo non significa che tutti i significati
hanno lo stesso grado di accettabilità, ma che non spetta allo psicologo esprimere tale tipo di
valutazione. Ognuno, anche chi fa lo psicologo, ha le proprie opinioni sulle credenze e i
comportamenti, tuttavia esse si basano sul sistema di valori di chi le esprime e non
sull’apparato scientifico della professione. Quando lo psicologo si occupa di significato si
impegna a mettere tra parentesi la propria ideologia e ad analizzare su basi scientifiche i
fenomeni semiotici su cui interviene. Con le parole di Bion: “senza memoria e senza
desiderio”. In secondo luogo, ha comunque un aspetto normativo, stabilisce una distinzione
tra ciò che è desiderabile e ciò che non lo è ma si parla di un’utilità rispetto al progetto del
cliente. L’analisi psicologica mira a riconoscere se e come potenziare il sistema di significato
dell’attore in modo da renderlo una risorsa per quest’ultimo. In terzo luogo, quanto appena
detto implica che il criterio di utilità non è assoluto e non riguarda il sistema di significato in
quanto tale, ma la relazione contingente tra significato e progetto dell’attore. Infine, la visione
ora proposta porta a distinguere due tipi di funzioni di intervento: da un lato, molte
professioni che provano a potenziare il progetto dell’attore lavorando sul mondo, dall’altro
gli psicologi, che affrontano il nesso dal lato del significato, proponendosi di potenziarne la
capacità di operare da risorsa in rapporto al mondo.

LO SVILUPPO DELLA SIGNIFICAZIONE. UNA DEFINIZIONE

Per definire lo sviluppo della significazione facciamo alcune premesse. In primo luogo, si
consideri un soggetto impegnato a perseguire un progetto attraverso un sistema di atti tra loro
interconnessi (per progetto si intende qualsiasi investimento che il soggetto fa alla ricerca di
un determinato beneficio. In secondo luogo, il progetto contiene in sé il proprio criterio di
felicità, ovvero un parametro canonico in rapporto al quale gli eventi si rendono valutabili
nella loro desiderabilità rispetto al progetto. In terzo luogo, posto uno stato/regione di felicità
del progetto, gli atti prodotti risultano più o meno capaci di
raggiungere/conservare/avvicinare tale regione; la funzionalità degli atti consiste in tale
capacità. In quarto luogo, la funzionalità del sistema di atti dipende dalla loro coerenza con le
condizioni ambientali entro le quali l’attore persegue il proprio progetto. In quinto luogo, il
livello di coerenza dipende dal significato nei termini del quale l’ambiente viene mappato:
quanto più il sistema di significato in grado di rilevare la variabilità pertinente dell’ambiente,
tanto più l’attore sarà in grado di avvicinare/raggiungere/conservare la regione di felicità del
proprio progetto. Lo sviluppo della significazione consiste nell’incremento della capacità del
significato di mappare la variabilità pertinente dell’ambiente. Lo sviluppo riguarda la
significazione, non il significato. Vale a dire la capacità della significazione di differenziarsi
in modo da riconoscere, pertinentizzare e valorizzare la variabilità ambientale. Il che significa
che lo sviluppo della significazione non consiste nel cambiamento del contenuto del sistema
di significato, quanto nella sua capacità globale di aumentare i gradi di libertà nei termini dei
quali l’esperienza viene interpretata. Lo sviluppo consiste nella capacità semiopoietica, vale a
dire nella capacità di generare innovazione di significato, tale in quanto capace di mappare la
variabilità pertinente. L’intervento non intende far cambiare visione al cliente ma si propone
di rendere il cliente più capace di cogliere elementi della realtà e usarli per riorganizzare il
proprio mondo soggettivo. La mappa è il sistema di significato in rapporto al quale l’attore
organizza i propri movimenti (il proprio progetto) entro i vincoli e sulla base delle risorse del
territorio (l’ambiente del progetto). La mappa è una costruzione rappresentazionale del
territorio consistente nella pertinentizzazione di alcune componenti della variabilità di
quest’ultimo. La mappa è tanto più efficace quanto più rende pertinenti gli elementi di
variabilità – e solo questi – che permettono all’attore di orientarsi secondo il proprio progetto.

LO SVILUPPO DELLA SIGNIFICAZIONE COME OBIETTIVO PROFESSIONALE

I sistemi di significato sono attivi su una pluralità di livelli ciascuno dotato di un determinato
grado di generalizzazione e astrazione. Le premesse di senso ipergeneralizzate che
abbracciano l’intero mondo esperienziale del soggetto. Le premesse di senso
ipergeneralizzate non corrispondono a contenuti riferibili a questo o quell’oggetto di
esperienza, al contrario si prestano ad essere intese come forme del corpo, dotate di valenza
affettiva e qualificanti l’intero campo di esperienza. In quanto tali costituiscono il
fondamento di senso dei livelli di significato più specifici. In secondo luogo, quanto più i
significati sono generalizzati, tanto più essi operano come forme di pertinentizzazione, vale a
dire come modo per segmentare il campo di esperienza e dunque far emergere certi contenuti
di esperienza rispetto ad altri. Le premesse di senso generalizzate ci portano a vedere alcuni
aspetti dell’esperienza piuttosto che altri, da questo punto di vista hanno funzione costitutiva
dell’esperienza piuttosto che meramente connotativa (svolta da significati più specifici). Le
persone non hanno premesse di senso, sono le premesse di senso nei termini delle quali
vedono il mondo. Allo stesso tempo, le premesse di senso operano in modo latente,
difficilmente riconoscibile. Noi facciamo esperienza degli oggetti come dati, non ci è
possibile rilevare i processi interpretativi basilari che operano a monte di tale esperienza.
L’utilità della funzione professionale. Elementi per una teoria dell’outcome

Output e outcome

Outcome è il valore prodotto dall’esito (output) realizzato dall’azione professionale, si


riferisce al significato di senso comune che l’output acquista entro il contesto del cliente, il
significato consistente nell’uso che il cliente fa dell’output. L’outcome è ciò che si ottiene
come conseguenza dell’uso di tale nuova competenza: ciò che realizzare grazie al fatto di
essere in grado, per esempio, di parlare una nuova lingua. L’output è definito nei termini
della teoria psicologica, il contenuto così come l’estensione dell’outcome dipende da fattori
contestuali, cioè dal modo in cui il cliente utilizza l’output entro il proprio progetto. Il cliente
non fa esperienza dell’output direttamente, in quanto quest’ultimo è definito in termini
astratti, come costruzione modellistica inscritta entro la teoria scientifica alla base della
professione. L’esperienza dell’output è sempre mediata dall’outcome.

Valenza normativa e valenza metodologica della funzione psicologica

Il tema dell’outcome solleva il problema della normatività della psicologia come scienza e
funzione professionale. L’outcome è un aspetto intimamente connesso al carattere
professionale della prassi- il fatto stesso che ci sia un cliente implica che l’agire professionale
debba avere un outcome, quindi essere di utilità per qualcuno. All’interno dell’atteggiamento
normativo è comunque possibile operare una distinzione tra diversi approcci: da un lato, in un
certo numero di casi la logica normativa è interpretata secondo quello che si potrebbe definire
un approccio forte. E’ questa la posizione di coloro per i quali lo scopo della prassi
professionale è definito direttamente dall’interno della scienza psicologica. La psicologia
positiva è il prototipo di tale posizione. Concetti quali dialogicità, benessere, empatia, sono
usati spesso in modo da implicare una visione similmente normativa, vale a dire l’idea della
scienza psicologia come portatrice della definizione di un certo stato di fatti come
desiderabile/necessario/meritevole di essere perseguito. Dall’altro lato, la logica normativa si
presta ad essere interpretata secondo quello che possiamo definire un approccio debole, che
consiste nell’associare i costrutti scientifici a determinati stati dei fatti definiti
normativamente sul piano culturale. Il costrutto psicologico è trattato come l’explanans dello
stato dei fatti. Per esempio il bullismo: la sua indesiderabilità non è il contenuto di una teoria
psicologica ma una norma socio-culturale, la psicologia per contrastarlo identifica e opera su
uno o più costrutti psicologici che si sono mostrati in grado di mediare/moderare l’incidenza
del bullismo. Nel caso della prassi professionale psicologica la logica normativa, sia in
versione forte che debole, non è perseguibile, o perlomeno non si offre come la via maestra;
per tre motivi:

1. La scienza psicologica si occupa di processi e dinamiche che sono necessariamente


cieche rispetto al loro contenuto/valore esistenziale, per come definito a livello di senso
comune. La scienza è esercizio di pensiero che trova al proprio interno il senso, lo scopo,
i vincoli e la ragione del proprio sviluppo;

2. La funzione professionale psicologica non può assumere in modo scontato le norme


sociali in quanto essa ha come missione appunto quella di analizzare tali norme, vale a
dire il modo con cui le società generano i canoni di senso comune e come tali canoni
culturali influenzano il modo in cui le persone e i gruppi sociali pensano e agiscono;

3. Il terzo motivo riguarda l’indessicalità dei processi psicologici e del


comportamento. Lo stesso stato psicologico può innescare forme di comportamento anche
molto diverse tra loro, quanto al loro valore sociale. La stessa azione può essere attivata
da stati psicologici tra loro diversi: l’indessicalità degli stati psicologici consiste per
l’appunto in tale contingenza di campo.

Il carattere non normativo della psicologia non le impedisce di definire un nesso funzionale
tra output e outcome; tale nesso può essere definito solo a livello sistemico, a livello cioè del
sistema socio-culturale nel suo complesso, piuttosto che al livello locale del singolo utente
della prestazione professionale. Questo perché è solo al livello sistemico che diventa
possibile individuare in termini probabilistici il valore culturale di un determinato
stato/processo psicologico. Si può affermare che, dato un determinato milieu socio-culturale,
l’output psicologico consistente nell’incremento della capacità di innovazione semiotica ci si
può attendere costituisca una risorsa adattiva.

Il nesso contingente tra output ed outcome

Un certo output può avere differenti livelli di utilità così come di coerenza con il sistema di
valori egemone entro il contesto socio-culturale in cui viene perseguito. Ciò in ragione di tre
fattori: lo stesso output può alimentare una pluralità di forme di esperienza e di azione entro
lo stesso milieu socio-culturale, come conseguenza della specifica posizione che il cliente
mantiene entro tale mondo. In secondo luogo, lo stesso output acquisisce differenti forme in
ragione delle differenti condizioni mondane attraverso le quali è implementato. Infine, tali
forme acquistano senso in ragione del sistema normativo di valori e credenze che caratterizza
il contesto culturale in gioco. L’intervento psicologico va assimilato a quella serie di
interventi che portano allo sviluppo di competenze metodologiche, in quanto tali non
identificabili con specifici pattern di azione. Le considerazioni proposte portano ad una
riflessione generale: l’impossibilità di considerare la prassi professionale psicologica in
termini applicativi, vale a dire come uso di procedure e tecniche dotate di un significato
funzionale invariante ed in quanto tali implementate nei vari domini applicativi senza la
necessità di considerare la dinamica di campo caratterizzante il funzionamento idiosincratico
di ciascuno di tali domini. Di contro, si rende necessario concepire la definizione del valore
della prassi professionale come una funzione strategica che richiede di essere implementata
nella fase iniziale dell’intervento così come monitorata e rimodellata lungo tutto il suo
sviluppo. Tale funzione costituisce la componente dell’intervento consistente nella
progettazione di servizio, vale a dire la componente dedicata alla definizione del significato
della funzione professionale nei termini del servizio in cui essa si traduce per il cliente.
CAPITOLO 4: IL CAMBIAMENTO PSICOLOGICO

Il cambiamento psicologico è la dinamica che porta alla realizzazione del risultato


dell’intervento (output). La teoria del cambiamento è quella parte della teoria generale
dell’intervento che si propone di capire il che cosa ed il perché del cambiamento, quindi di
definire un modello di ciò che avviene quando un determinato output si realizza. Due
premesse: in primo luogo, la discussione si basa sull’assunto del carattere autopoietico dei
processi psicologici, secondo il quale questi funzionano e si evolvono secondo proprie regole
interne e in ragione della riproduzione nel tempo della propria modalità di funzionamento; da
tale assunto deriva il riconoscimento di come un sistema autopoietico in nessun caso si
trasforma in qualcosa d’altro da sé: si evolve entro i vincoli ed in funzione del mantenimento
della propria identità di funzionamento. Il che significa che cambia nel tempo per rimanere se
stesso, per adattare sè stesso al mutare delle condizioni di rapporto con l’ambiente. Il
cambiamento psicologico è la forma evolutiva nei termini della quale il processo psicologico
riproduce la sua organizzazione, la propria identità. Da ciò ne consegue un fondamentale
principio metodologico: il cambiamento va modellizzato secondo le stesse leggi, nei termini
della stessa dinamica, che si utilizza per descriverne il funzionamento normale. Questo
perché il cambiamento è una delle forme con cui il processo psicologico riproduce la propria
identità di funzionamento, la propria dinamica. Per comprendere il cambiamento bisogna
comprendere come tale modo normale di funzionamento ha reso possibile, in ragione di
specifiche condizioni, la traiettoria evolutiva che dall’esterno qualifichiamo come
cambiamento. Va quindi compreso quale esercizio di identità ha alimentato e configurato il
cambiamento; in secondo luogo, la teoria del cambiamento riguarda specificamente il
processo psicologico, si focalizza sulla modellizzazione delle condizioni e i meccanismi che
alimentano e sostanziano l’evoluzione del processo, senza entrare nel merito di quali
operazioni e dispositivi vanno attivati per determinare tali condizioni. Quindi, la teoria del
cambiamento si interessa a che cosa è il cambiamento non a come si può realizzare.

Due aspetti importanti: la questione della fenomenologia del cambiamento (a quale contenuto
di esperienza può essere fatto corrispondere) e il problema del meccanismo del cambiamento.

Il cambiamento psicologico. Una definizione preliminare:

Il cambiamento psicologico riguarda la dinamica di significazione, quindi non concerne la


modificazione dell’oggetto, quanto piuttosto il modo con cui l’attore interpreta tale oggetto
ed in tal modo individua le condizioni di possibilità e di felicità del proprio agire. La funzione
psicologica persegue la promozione nell’aumentare della capacità semiopoietica, come
incremento delle risorse soggettive (semiotiche) che l’autore può mettere in campo per
mediare il rapporto con la realtà. L’intervento psicologico non si propone di cambiare le
condizioni del mondo, ma le modalità del soggetto di interpretarlo, dunque la sua capacità di
riconoscere e valorizzare le opportunità e risorse che esso offre. In secondo luogo, concepire
l’obiettivo dell’intervento in termini di sviluppo della significazione implica considerare la
funzione psicologica come focalizzata sulla dinamica della significazione, piuttosto che sui
contenuti che tale dinamica produce. La conoscenza perseguita dalla funzione psicologica è
inerentemente ricorsiva, cioè riguarda la capacità del soggetto di rapportarsi con la propria
soggettività.

Fenomenologia del cambiamento

Di seguito la distinzione di alcune forme di apprendimento che delimitano la variabilità dei


modi nei termini dei quali il cambiamento si esprime sul piano fenomenologico:

- Regolazione della risposta: concerne la comprensione del modo di regolare la risposta


in modo da modificarne gli effetti. In casi del genere il soggetto si relaziona con la propria
soggettività nei termini di una scissione: la separazione tra una componente che spinge ad
agire ed una componente che consiste nell’attivazione di un elemento esperienziale – un
segno nei termini del quale l’agire viene regolato. La regolazione può riguardare sia aspetti
comportamentali che emozionali. La regolazione del passaggio all’atto è una forma
procedurale di conoscenza, cioè la capacità di regolare l’atto non richiede alcuna
consapevolezza della propria soggettività. La regolazione dell’atto si realizza nei termini
della definizione di un segno in grado di mediare il nesso tra l’esperienza e la messa in atto
della risposta. Anche quando il segno ha un contenuto simbolico, la sua attivazione per
regolare il circuito esperienziale è comunque da intendersi come una forma di conoscenza
procedurale, pre-simbolica, incorporata (embodied). La regolazione dell’atto è una forma di
conoscenza procedurale, pre-simbolica, incorporata, una costruzione comportamentale
ottenuta per via associativa e tramite ripetizione, per quanto il suo contenuto sia di tipo
ideativo. Non richiede una rappresentazione della soggettività in azione. Le persone possono
regolare l’atto anche se vivono tale atto come altro da sé, cioè come una risposta necessaria,
indotta prescrittivamente e riflettente le caratteristiche oggettive dell’ambiente esterno. Può
essere intesa come una forma elementare di sviluppo della significazione, intermedia tra
conoscenza di sé e del mondo, potremmo dire: conoscenza di sé in quanto oggetto del mondo.

- Modifica del pattern comportamentale: riguarda le situazioni in cui alle prese con
degli eventi si cambia la modalità di rispondere, passando da un pattern di tipo A ad uno di
tipo B. il pattern comportamentale è generale ed astratto: esso si riferisce ad eventi che sono
simili non sul piano fattuale, ma per il loro significato, per il valore psicologico per il
soggetto. In questo senso il pattern comportamentale si presta ad essere inteso come una
forma di apprendimento consistente nella generalizzazione della regolazione della risposta a
situazioni nuove. Dunque, l’apprendimento in gioco è una modifica della soggettività, senza
che tuttavia sia richiesta una forma di riflessività, di riconoscimento della soggettività in
cambiamento. La modificazione del pattern comportamentale consiste nello stabilirsi di
un’abitudine.

- Riconoscimento del punto di vista: le persone tendono a concepire l’esperienza della


realtà come riflesso delle caratteristiche intrinseche della realtà stessa, come il precipitato
dell’oggettività del mondo. Le persone sono consapevoli della propria soggettività, ma essa è
concepita come qualcosa che interviene a valle dell’incontro con il mondo, come modo
idiosincratico di rispondere alla realtà oggettiva. L’esperienza che la persona fa della realtà
riflette il punto di vista del soggetto. Il soggetto non genera il mondo, ma rende pertinenti
alcuni degli infiniti aspetti nei termini dei quali la realtà si rende disponibile ad essere
esperita, seleziona quindi alcune dimensioni mettendole in figura e ne lascia altre sullo
sfondo: in quest’ottica la soggettività può essere intesa come un processo di focalizzazione
che lascia emergere una forma attraverso la riduzione delle infinite altre forme potenziali che
la realtà mette a disposizione. Il desiderio non crea ma elimina, così che una forma possa
emergere. Il riconoscimento del punto di vista è quindi la capacità di cogliere come ciò di cui
si fa esperienza non è il riflesso della realtà oggettiva, ma il modo con cui la realtà si offre in
ragione di un certo posizionamento, che qualifica e sostanzia la soggettività di colui che fa
l’esperienza. Ogni descrizione rivela più circa la produce che circa ciò di cui parla. Il valore
del riconoscimento del punto di vista nella teoria dell’intervento è duplice: da un lato è
attraverso tale riconoscimento che la persona può cogliere la propria soggettività in azione,
dall’altro il riconoscimento del ruolo costitutivo della soggettività apre la strada alla
possibilità di riconoscere il carattere intrinsecamente variabile dell’esperienza, dunque alla
possibilità di riconoscere l’alterità.
- Contestualizzazione relazionale: consiste nell’acquisizione della capacità di
riconoscere come la propria esperienza sia sempre e comunque inscritta nel rapporto con
l’altro e abbia una intrinseca valenza comunicazionale. Tale riconoscimento si dispiega lungo
tre direttrici: in primo luogo, il riconoscimento del carattere intrinsecamente comunicativo si
traduce nella consapevolezza di come i movimenti altrui significativi siano connessi
circolarmente alle modalità con cui ci si posiziona nei loro confronti. Ciò porta alla
conclusione che l’atto dell’altro è in qualche modo una risposta che porta con sé la traccia del
modo del soggetto di rapportarsi a lui/lei; in secondo luogo, la contestualizzazione relazionale
concerne la comprensione di quanto evidenziato dalla teoria psicoanalitica e dalle teorie
dialogiche circa il carattere intrinsecamente intenzionale, orientato all’oggetto degli stati
mentali, sia interni che comportamentali. Tutto ciò che sentiamo, pensiamo ed agiamo è
sempre e comunque fatto in ragione di un altro, reale o immaginario; in terzo luogo, la
contingenza relazionale riguarda il riconoscimento di come ogni atto non ha un proprio
intrinseco valore/significato sociale e psicologico, in quanto tale valore dipende dalla risposta
dell’altro.

- Revisione delle premesse di senso: la premessa di senso è un significato generalizzato


operante come fondamentale schema interpretativo, come lente attraverso la quale il soggetto
costituisce il valore esistenziale dell’esperienza, dunque il proprio progetto e l’agire in
ragione di esso. Secondo Salvatore le premesse di senso possono essere concettualizzate in
termini simbolici come forme subsimboliche, immanenti all’operatività del pensiero, inteso
come forma dinamica del corpo. Ovviamente, il modo con cui le premesse di senso sono
concettualizzate influenza la maniera di rappresentare la loro revisione ed ancora di più il
meccanismo di tale revisione.

- Ristrutturazione del campo interpretativo: la revisione delle premesse di senso è un


processo vincolato: avviene all’interno di determinate condizioni strutturali che definiscono
allo stesso tempo i termini e limiti di possibilità del cambiamento. Ci sono due tipi di
cambiamento: il progresso cumulativo proprio della fase di scienza normale e il cambiamento
paradigmatico caratteristico delle fasi di rivoluzione scientifica. Il paradigma è allo stesso
tempo condizione di possibilità e limite dell’evoluzione delle teorie scientifiche. Una cosa
simile si può dire delle premesse di senso: non tutte le traiettorie di revisione delle premesse
sono possibili e tra quelle possibili alcune sono più probabili, più coerenti con le preferenze
immanenti alla dinamica di significazione. È utile distinguere due tipi di cambiamento delle
premesse di senso. In alcuni casi, il cambiamento si mantiene all’interno dei vincoli del
mondo di significato del soggetto (corrisponde all’evoluzione della conoscenza scientifica
che si realizza all’interno dei vincoli di un determinato paradigma scientifico, nei termini e
grazie ad esso), in altri casi il cambiamento delle premesse è di tipo strutturale, in quanto
implica una modifica delle condizioni di possibilità. In questo secondo caso, il cambiamento
del significato richiede di essere interpretato non solo in quanto tale, ma anche come il segno
di un cambiamento strutturale dell’universo di senso che caratterizza il soggetto. In questo
senso si parla di strutturazione del campo interpretativo. La distinzione tra cambiamento di
contenuto e strutturale è difficile da tradurre sul piano fenomenico, dal momento che ciò che
si coglie è sempre un cambiamento dei modi concreti di dare senso all’esperienza.

Lo spazio semiotico:

I significati sono rappresentabili come probabilità di transizione tra segni, ciascuno dei quali
identificato da un punto di uno spazio iperdimensionale, lo spazio semiotico: minore la
distanza tra due punti, maggiore la probabilità di associazione tra i due segni corrispondenti.
La distanza tra due punti non è univoca, si compone di un fascio di distanze locali, ciascuna
indicativa di una certa dimensione dello spazio semiotico. Ogni soggetto è portatore di uno
spazio caratterizzato da una certa distribuzione di punti-segni, dunque di una certa
propensione dei segni ad associarsi reciprocamente, così da definire certi percorsi di senso
piuttosto che altri. Da un punto di vista complementare, ogni spazio è caratterizzato da una
certa dimensionalità. Spazio semiotico monodimensionale: è uno spazio nei termini del quale
la persona mapperà gli stati del mondo in quanto consistenti nella variabilità AB. La
dimensionalità dello spazio semiotico si costruisce lungo il percorso ontogenetico in ragione
di 3 classi di fattori: a) la dotazione di variabilità degli stati interni, b) la quantità di variabilità
ambientale cui la persona è esposta, c) la ridondanza di tale variabilità, in ragione della quale
quest’ultima si presta ad essere accoppiata agli stati interni, così da renderli il modo di
mappare gli stati ambientali.

Revisione delle premesse e strutturazione del campo in chiave geometrica:

Il modello geometrico proposto sopra offre un modo per differenziare il cambiamento di


contenuto da quello strutturale: quello di contenuto corrisponde ad una ridistribuzione dei
punti entro lo spazio, cioè in un rimodellamento della loro reciproca distanza (per esempio
nel caso di Michele c’è un incremento della distanza tra il segno Sé e i segni
condizioni/qualità negative). Il cambiamento strutturale riguarda invece la dimensionalità del
campo, la possibilità di pertinentizzare alcune dimensioni rispetto ad altre.

Strutture duali, strutture triadiche:

Il modello geometrico del cambiamento strutturale proposto sopra concepisce il cambiamento


psicologico in termini a-semantici. In questo modo si evitano alla radice i problemi
concettuali, metodologici ed etici sollevati inevitabilmente da qualsiasi definizione
dell’output psicologico in termini di contenuto. Questa definizione in termini strutturali
permette di considerare lo sviluppo della significazione nei termini dell’incremento dei gradi
di libertà di quest’ultima, tale incremento corrisponde all’aumento della dimensionalità dello
spazio semiotico. All’aumentare del numero di dimensioni dello spazio, aumenta la capacità
di variabilità dello spazio. Lo sviluppo consiste nella differenziazione del processo in quanto
tale, vale a dire nell’incremento dei gradi di libertà della dinamica di significazione.

Meccanica del cambiamento:

Ad un certo livello di osservazione, ciascuna forma di cambiamento risponde a regola


specifiche; allo stesso tempo, tali regole riflettono in condizioni diverse l’esercizio di un
meccanismo fondamentale comune. La proposta è di concepire lo sviluppo della
significazione come emergente dall’introduzione di un elemento di alterità che interrompe la
riproduzione del processo di significazione. La posizione A (es. posizione espressa dalla
premessa di senso del cliente) incontra una forma di rottura nella posizione B (es. modo in
cui psicologo raccoglie richieste del cliente). B si costituisce così come una proposta di
alterità per A. Quest’ultimo può rispondere a tale alterità in tre modi: fare come se essa non ci
fosse, provando ad assimilarla al proprio orizzonte di senso (A si mette nelle condizioni di
riprodurre il proprio modello di funzionamento, sottraendosi alla necessità di riorganizzarlo
in ragione dell’elemento di rottura), B può rispondere ad A con un movimento speculare di
assimilazione (meno utile tale circuito di reciproca assimilazione nel caso dell’intervento
psicologico, dal momento che esso è per definizione orientato a produrre innovazione
semiotica), A può raccogliere l’alterità di B, in alternativa, usando la posizione altra di questo
come condizione, motivo e criterio per estrarre da se stesso un livello di organizzazione
ulteriore (A’) maggiormente compatibile con l’alterità di B. In ultima istanza lo sviluppo
della significazione consiste in tale estrazione di un livello di organizzazione ulteriore, in
grado di riconoscere l’alterità di B. A sua volta A’ opererà da fonte di alterità per B,
presentando da innesco per nuovo livello di organizzazione di B (B’), a sua volta operante, da
fonte di alterità per A’, dunque da condizione per l’emergenza di ulteriore innovazione
semiotica (A’’).

La psicoterapia come sviluppo della significazione:

Il Two Stage Semiotic Model (TSSM) si basa su un postulato fondamentale e su un assunto


derivato da tale postulato:

Postulato= la psicoterapia come dinamica di sensemaking. I significati sovraordinati sono il


motivo, l’oggetto e l’obiettivo, così come il mediatore, della psicoterapia.

Assunto= Articolazione in due fasi. In un primo momento il dialogo clinico funge da limite al
sistema di assunti del paziente in quanto la prima fase dello scambio clinico si configura
come un processo fondamentalmente decostruttivo, in cui il dialogo terapeutico funge da
limite esterno all’attività regolativa dei significati sovraordinati del paziente. L’indebolimento
dei significati apre ad un secondo momento, di tipo costruttivo, caratterizzato
dall’elaborazione di nuovi assunti da parte del paziente. Le due fasi non sono totalmente
separabili.

Evidenze relative al TSSM:

Metodo di analisi del processo clinico coerente con il TSSM: Discourse Flow Analysis
(DFA).

- Per ciascuno dei casi analizzati, l’andamento dell’incidenza dei significati


sovraordinati segue una curva a U. Tale traiettoria è interpretabile alla luce del TSSM, come
successione di una fase decostruttiva, allorchè lo scambio clinico opera in modo da ridurre i
significati sovraordinati di cui è portatore il paziente, seguita da una fase costruttiva, allorchè
la psicoterapia si caratterizza per la capacità di sviluppare nuovi significati;

- Le analisi dei casi evidenziano come alle due fasi corrispondano pattern di
funzionamento del processo clinico differenti.

Forme di cambiamento e livelli di alterità

Il modello della meccanica del cambiamento serve allo scopo di elaborare una teoria unificata
del cambiamento psicologico, grazie alla quale le diverse forme di sviluppo della
significazione possano ad un tempo: a) essere interpretate nella loro radice unitaria, in
ragione di un’unica dinamica; b) essere differenziate in ragione della variazione di un qualche
parametro di tale dinamica.

Circa il primo punto, sembra possibile ricondurre le diverse forme fenomenologiche del
cambiamento al meccanismo sopra descritto.

L’esercizio della nuova risposta è al contempo condizione di apprendimento ed esito


dell’apprendimento.

Si distinguono tre fonti di alterità: in primo luogo, l’alterità consistente nell’attivazione di


una risposta interferente dunque inibente l’automatismo. Opera da condizione elicitante
l’accomodamento senso-motorio esitante nella costruzione di una nuova risposta o nuove
classi di risposte; in secondo luogo, l’alterità consistente nella definizione di un segno
operante da mediatore dei nessi associativi. Opera da vincolo all’esercizio delle risorse
cognitive riferite ad ambiti esperienziali discreti, sia sul versante dell’oggetto, che del sé, che
della relazione; infine, l’alterità consistente nella rottura della sintonizzazione intersoggettiva.
Opera in maniera più radicale come rottura dell’assetto intersoggettivo, sollecitando
l’accomodamento delle strutture semiotiche profonde ipergeneralizzate, di matrice affettiva,
che operano da fondamento identitario della visione del mondo. Il cambiamento del processo
della significazione sta nella riorganizzazione della dinamica conseguente alla rottura della
sua continuità dovuta all’interpolazione di una forma di alterità.
CAPITOLO 5: IL SETTING DELL’INTERVENTO

Il concetto di setting è legato alla teoria psicoanalitica ed è così definito: l’insieme delle
condizioni che organizzano e configurano la situazione di lavoro tra analista e analizzando.
Vediamo come si sono consolidate due idee di fondo:

Il carattere attivo del setting

In primo luogo, si è riconosciuto il carattere attivo del setting. La concezione iniziale, che può
essere fatta risalire a Freud era che il setting non solo non contasse ma ostacolasse la terapia,
per questo si credeva che il paziente dovesse confrontarsi con un analista “specchio”, la
concezione attuale invece vede nel setting un principio interno al processo psicoanalitico,
almeno da due punti di vista: da un lato ci si è resi conto di come le condizioni che
intervengono nella relazione analitica organizzano ed orientano ciò che accade all’interno
della relazione e questo non avviene solo con gli aspetti macroscopici: ogni elemento di
contesto può esercitare un effetto sul processo terapeutico. Un concetto che diventa
comprensibile se si entra nell’ottica dell’essere inconscio della mente. Dall’altro, il setting
viene a sua volta visto come uno degli “oggetti” che mediano la relazione clinica: un
contenuto dello scambio tra i partecipanti al processo: clinico e cliente. È riconosciuto che la
posizione agita nei confronti del setting rappresenta una delle fondamentali modalità di
comunicazione attive entro la relazione analitica (es. un cliente che arriva in ritardo).

Setting come frame interpretativo

Dal punto di vista di una visione cognitivo-relazionale, l’attenzione è spostata sulle


dimensioni semiotiche e di significato del setting. Il setting è dato dai modelli interpretativi e
quindi di regolazione sociale che strutturano la relazione analitica, quindi quale immagine
hanno i partecipanti dell’altro, della loro relazione, del senso di ciò che fanno e dei diversi
elementi che intervengono in tale fare.

Setting come funzione ermeneutica

La teoria dell’intervento sollecita una reinterpretazione del setting (visto come l’insieme delle
condizioni materiali ed immateriali che permettono l’esercizio dell’intervento, quindi luogo,
orario, regole dello scambio, ecc.) intende con setting il modello teorico nei termini del quale
lo psicologo costruisce l’oggetto dell’intervento, vale a dire opera l’interpretazione
modellistica del fenomeno cui la richiesta di riferisce. Secondo tale visione il setting è il
continuo processo ermeneutico di costruzione di un modello di mondo fondato teoricamente,
entro il quale il professionista possa muoversi coerentemente con gli strumenti euristici che la
conoscenza scientifica gli mette a disposizione. La specificità della concezione dinamica ed
ermeneutica del setting consiste in ciò: il setting definisce il dominio di autonomia della
funzione professionale dal senso comune. I clienti propongono i propri specifici,
idiosincratici ed allo stesso tempo culturalmente orientati, modi di attribuire rilevanza ai
pezzi di realtà sui quali chiede allo psicologo di focalizzarsi. L’interpretazione astratta di tali
pezzi di realtà operata tramite la mediazione del setting, vale a dire la loro trasformazione
modellistica nell’oggetto psicologico, genera una peculiare posizione del professionista
rispetto al fenomeno proposto dal cliente; una posizione che mette il professionista in una
condizione di parziale autonomia dal potere normativo del senso comune. L’emergere
dinamico del setting costituisce l’esercizio di una forma di estraneità: il riprodursi della
presenza di un’alterità portatrice di un diverso sguardo sul senso dell0esperienza. Nel modo
qui inteso il setting non è la condizione dell’intervento quanto il suo esercizio come pratica
dell’estraneità.

Setting e dinamica dell’intervento

Due aspetti meritano di essere messi in evidenza: in primo luogo, il cliente trova nel modo di
prefigurare il setting un potente mezzo di espressione del proprio mondo di significato, in
ultima istanza del proprio desiderio: la proposta di adesione rivolta al consulente. Il cliente,
nel momento in cui immagina e propone le proprie regole del gioco, in base alle quali
organizzare il rapporto con il consulente e la sua prestazione, sta proponendo sul piano
simbolico anche il desiderio che il consulente entri nel mondo di significato che tale
prefigurazione esprime. Questa dinamica del desiderio è un’importante risorsa, perché
permette al consulente di cogliere il significato profondo che caratterizza la domanda e
dall’altro, lo spessore emozionale della proposta del cliente è la ragione che rende difficile la
ridefinizione della committenza. Qui si inserisce il secondo punto: la proposta di setting che il
cliente avanza è per definizione non coerente con l’esigenza dell’intervento: le esigenze
dell’intervento rimandano ad un setting che sarebbe assurdo aspettarsi che il cliente abbia già
in mente al momento di riformulare la domanda. In ogni intervento, nella sua fase iniziale,
che con Carli definiamo istituente, si pone per il cliente e il consulente il compito di
configurare il setting ottimale per il raggiungimento degli obiettivi, dove configurare il
setting significa concordare un’interpretazione della situazione che ha motivato la
committenza, una strategia di intervento, obiettivi sui quali il consulente assume
responsabilità, le modalità di intervento, le condizioni organizzative dell’intervento, gli
indicatori e le modalità di verifica. Tutti questi aspetti sostanziano l’alleanza terapeutica o
alleanza di lavoro: un’area di rapporto tra cliente e psicologo elaborata negozialmente ed
operante convenzionalmente come criterio di realtà per lo sviluppo dell’intervento.

Setting dato, setting negoziale:

Configurare il setting in termini di alleanza di lavoro significa determinare


un’organizzazione, questo può avvenire in due modi diversi: o il setting è dato, quindi
configurato come un sistema di norme definite a priori dal consulente o dal cliente. Tali
norme possono essere di tipo tecnico o di tipo istituzionale e amministrativo, o sociale e
valoriale. Il punto rilevante è che in questo caso il setting è costituito come un a priori a cui
uno o l’altro attore, o entrambi, devono sottostare. Dall’altra parte vi è il setting negoziale,
per cui il consulente non propone norme prescrittive, ma criteri interpretativi ed organizzativi,
utili a strutturare una negoziazione con il cliente, volta alla definizione delle regole del gioco.
Setting negoziale significa pensare all’organizzazione dell’intervento, all’accordo e alla
cooperazione tra cliente e consulente come ad un risultato, piuttosto che come ad una
premessa dell’azione del consulente. Costruire negozialmente significa implicare il cliente in
un lavoro di esplorazione della propria committenza, al fine di potenziarne la competenza.

Il setting come matrice interpretativa

I modelli generali che fondano e delimitano la funzione psicologica sono la componente


genetica e dinamica del setting: genetica nel senso che è in ragione di tali modelli che
l’intervento si genera in quanto specifico universo micro-simbolico che segue regole altre
rispetto a qualsiasi altro tipo di scambio sociale previsto entro il mondo culturale; dinamica in
quanto è sempre attraverso e nei termini di questi modelli generali che lo psicologo regola la
traiettoria evolutiva di tale realtà sociale sui generis, in modo che risulti funzionale allo scopo
per il quale è stata costituita. Nella prospettiva sopra richiamata, i modelli generali operanti
da matrice interpretativa dell’intervento sono parte integrante del setting, ancora di più di
quanto lo sono regole e modalità definitorie dell’organizzazione del rapporto tra psicologo e
fruitore. La teoria generale dell’intervento si presta dunque ad essere intesa come la
componente strutturale del setting (la matrice di significati che permette allo psicologo di
costruire e regolare l’intervento come spazio-tempo di confine) entro il quale l’agire
professionale trova autonomia ed al contempo capacità di operare al servizio del progetto del
fruitore. Due ulteriori modelli che corrispondono a due logiche fondamentali di
interpretazione della funzione psicologica e del suo fruitore:

Funzione integrativa versus funzione sostitutiva

Due modelli di uscita dalla crisi del progetto del cliente, ognuno dei quali si può far
ricondurre ad una logica della funzione professionale psicologica:

1. Il cliente può pensare che la propria crisi sia conseguenza di un’inefficacia locale:
riguardi cioè uno specifico aspetto della propria esperienza. Su questa base può richiedere
l’intervento di un consulente cui demanda la gestione dell’aspetto in crisi;

2. Il cliente può pensare che la propria crisi derivi da una condizione problematica
globale, che investe in modo generalizzato la sua progettualità. In questo caso si appoggerà al
consulente per essere aiutato a rivedere il proprio modo di interpretare l’esperienza/la propria
progettualità nel suo complesso.

A queste due modalità di interpretare la crisi, corrispondono diversi modelli di funzione


professionale: funzione sostitutiva (il consulente si prende in carico una parte del processo di
funzionamento del fruitore, perché alle prese con la difficoltà il fruitore ha delegato al
consulente la risoluzione. Il paradigma del servizio sostitutivo è la consulenza medica) e
funzione integrativa (indirizzata a promuovere le capacità di scopo del fruitore. In questo
caso è il fruitore che si fa carico della propria crisi e il consulente lo sostiene nell’impresa).

Obiettivo metodologico, obiettivo di stato:

Funzione sostitutiva e funzione integrativa rimandano rispettivamente a due modelli di


cambiamento connessi ad un tipo di obiettivo:

- Obiettivo di stato -> individuazione di uno stato terminale configurato come esito di
un processo di trasformazione. Si configura come un modello normativo di riferimento. La
situazione di crisi viene ad essere definita in termini di scarto dalla normalità. La nozione di
malattia ed il modello medico si propongono paradigmatici del modello in questione, che è
stato definito ortopedico, perché fa perno sul recupero dello scarto dalla normalità;
- Obiettivo metodologico -> nell’intervento integrativo la funzione del consulente non è
di risolvere la criticità per conto del cliente, ma di sostenere e rafforzare l’incremento di
competenza che il cliente si impegna a realizzare per prendersi carico della crisi. Norman
parla di conferimento di capacità. Il consulente non può prevedere gli effetti terminali che il
suo intervento avrà sulla crisi, perché la gestione di questa situazione compete al cliente. La
funzione del consulente è di attivare un processo di analisi ed elaborazione che permetta al
cliente di revisionare e sviluppare il modello simbolico ed organizzativo che fonda la sua
competenza e capacità progettuale. Questo obiettivo è definito metodologico perchè non si
basa sulla pre-definizione del risultato atteso, ma si configura in termini processuali come
incremento di competenza del cliente. L’incremento di competenza non si definisce rispetto
ad un sistema di riferimento posto fuori dal cliente, quindi il consulente non ha un proprio
modello di competenza verso il quale spingere il cliente, l’incremento di competenza si
definisce in termini differenziali tra un prima un dopo: come sviluppo della capacità del
cliente di perseguire la sua progettualità. Il consulente offre modelli di competenza e
strumenti di analisi e riflessione, in definitiva un metodo e non ha idea di come il cliente
affronterà o dovrebbe affrontare il proprio problema. Sarà il cliente ad organizzare, nella
propria autonomia, la strategia di uscita dalla crisi. Un obiettivo metodologico si potrebbe
dire che è tanto più raggiunto, quanto maggiore è l’imprevedibilità degli approdi cui
perviene. Il consulente integrativo non ha una propria idea sull’approdo del percorso di
sviluppo di competenze del cliente, ma può ricostruirlo post hoc, come riconoscimento delle
implicazioni associate allo sviluppo del cliente.

Cliente, utente

I due modelli di funzione professionale rimandano a due concezioni diverse del fruitore.
Riserviamo il termine utente al modello di fruitore della funzione sostitutiva e cliente al
modello di fruitore della funzione integrativa. Quindi utente è il fruitore che è portatore di un
bisogno la cui soddisfazione è affidata sostitutivamente al consulente; il cliente è il fruitore
portatore di una richiesta di potenziamento della propria capacità progettuale. Nell’ottica
proposta utente e cliente sono forme del setting, ovvero categorie interpretative costitutive di
specifici scenari di intervento. L’utente è portatore di bisogni, di una condizione di vuoto, di
scarto dal modello normativo che richiede di essere soddisfatta, eliminata. Il cliente entra in
rapporto col servizio in ragione di propri scopi e concepisce il servizio stesso come una
risorsa per potenziare la propria capacità di scopo.
CAPITOLO 6

Tesi secondo cui l’intervento psicologico implica sul piano del metodo un approccio
idiografico; tesi che discende da due linee di ragionamento connesse: critica della logica
applicativa e interpretazione di tale approccio in termini di modellizzazione abdutiva della
contingenza degli eventi.

La logica applicativa e i suoi limiti

Nella misura in cui si riconosce la natura di campo dei fenomeni psicologici, tale strategia è
un modo per evitare il punto critico centrale rappresentato dal carattere contingente dei
processi psicologici. Si fa esperienza non della dinamica invariante ma del fenomeno
psicologico, quindi il valore psicologico di un’occorrenza varia in ragione del campo in cui
essa occorre. Il significato psicologico delle occorrenze è anch’esso contingente al campo. In
questo riconoscimento consiste il principio di indessicalità dei fenomeni psicologici, il quale
pone un vincolo contestuale all’applicabilità della logica applicativa entro il dominio dei
fenomeni psicologici: il fatto che una certa occorrenza non ha un significato invariante,
implica che essa non si presta ad essere compresa nei termini della sua appartenenza alla
classe. Tale impossibilità ha due rilevanti conseguenze:

1. le classi che raccolgono occorrenze fenomenicamente simili vanno intese come aventi
un valore descrittivo ma non esplicativo (collezionano ma per significati psicologici
differenti);
2. la psicologia dovrebbe definire classi configurate in ragione dei processi psicologici,
ciò significa che nella misura in cui si voglia definire una classe come rappresentativa
di un determinato processo psicologico, tale classe potrebbe collezionare occorrenze
anche molto diverse tra loro, riferibili ad una molteplicità di differenti classi di senso
comune.

Si è così portati a concludere che la logica applicativa non possa essere applicata nel caso dei
fenomeni psicologici, per la fondamentale ragione che in tale dominio fenomenico non è
possibile assumere il carattere di identità tra classe ed esemplare, poichè l’attribuzione
dell’occorrenza ad una certa classe soggiace al principio di indessicalità. Smedslund: la
ricerca psicologica è pseudoempirica, nel senso che considera erroneamente le relazioni tra le
occorrenze psicologiche in termini di causa-effetto, piuttosto che in quanto relazioni
linguistiche, cioè di tipo semiotico. La ricerca psicologica ha in molti casi il valore
epistemico di rendere pertinente/esplicita una certa area di significato già presente entro il
modello culturale; la psicologia opera come un descrittore dei legami culturali impliciti in cui
consiste il senso comune. Una buona alleanza di lavoro tra psicoterapeuta e cliente è un
fattore di successo per la psicoterapia. Tuttavia, una volta che si considera che nella
definizione stessa di psicoterapia è implicato il suo carattere di attività sociale orientata a
perseguire uno scopo, allora l’atteggiamento collaborativo dei partecipanti diventa chiaro che
non possa essere visto come parte del concetto stesso di psicoterapia, perciò parlare di
psicoterapia implica già alleanza terapeutica; laddove non c’è, per definizione non vi è
psicoterapia.

L’unicità dei fenomeni non implica l’unicità delle loro interpretazioni:

La conoscenza idiografica concerne il particolare, singolo evento, nella sua unicità. Lo stesso
fatto di riconoscere un’occorrenza richiede di connetterla ad una classe: affermare che
qualcosa è unica implica l’adozione di un criterio, dunque un processo di generalizzazione. Il
contesto scientifico contemporaneo è diverso e spinge per una diversa interpretazione, che
permetta di evitare le trappole concettuali nell’equazione unicità= singolarità. La nozione di
campo e l’idea dei processi come instanziazioni locali contingenti alle condizioni di campo
permettono di concettualizzare la nozione di unicità in termini di contingenza. Un fenomeno
è unico non per il suo essere l’esemplare di una classe di numerosità 1; il fenomeno è unico
nel senso che la sua occorrenza è locale: un evento instantaneo non replicabile nei termini del
quale un certo processo instanzia la dinamica di campo. Domanda: di quale dinamica di
campo questa occorrenza è indice?

Il nesso intensionale tra dinamica e fenomeno:

La dinamica è il modello interpretativo, la semantica in ragione della quale il fenomeno


diventa comprensibile. Sistema= modello che permette di collezionare un insieme infinito di
occorrenze indipendentemente dal loro contenuto empirico, in ragione della loro comune
modellizzazione in termini di legami strutturali tra componenti e confini separanti ambiente
interno ed esterno. Il criterio intensionale qualifica la classe in termini della salienza di un
modello concettuale: la classe è il set di esemplari che si prestano ad essere interpretati nei
termini di tale modello; il che significa che il criterio intensionale di somiglianza tra
esemplari è dato dal modello del loro funzionamento (cioè, la dinamica), piuttosto che il loro
contenuto empirico. Conseguenze in termini negativi: la dinamica non può essere compresa
attraverso la collezione di una serie di occorrenze e l’estrazione da tali esemplari delle
caratteristiche che esse condividono. In termini positivi: va modellizzata la dinamica di
campo, perché è essa ad offrire la semantica necessaria per comprendere i fenomeni in
ragione della loro contingenza.

Abduzione, conoscenza idiografica e intervento psicologico:

E’ stata proposta la generalizzazione abduttiva come la caratteristiche distintiva della


conoscenza idiografica. La conoscenza idiografica, secondo tale proposta, non è una forma di
conoscenza che rifiuta la generalizzazione, piuttosto adotta l’abduzione come logica di
generalizzazione attraverso il contingente. L’abduzione consiste nell’inferenza del fenomeno
attraverso gli indizi empirici disponibili. L’induzione considera gli indizi per estrarre da essi
ridondanze così da ursarle come base per l’identificazione della regolarità in cui consiste la
conoscenza perseguita. Peirce: formazione di un’abitudine. L’abduzione non persegue la
regola generale, la usa per interpretare gli indizi in modo da ricostruire il fenomeno in ragione
del quale gli indizi acquistano senso. Rovescia i termini tre regola generale e locale. E’
finalizzata all’identificazione della regola locale sulla base di quella generale. Si può
affermare sia una forma di generalizzazione intensionale piuttosto che estensionale, è volta a
produrre una teoria locale dell’evento, quindi comprendfere il processo dal quale l’occorrenza
risulta e di cui quest’ultima è indice. La generalizzazione estensionale implica l’inferenza
induttiva. La generalizzazione intensionale implica invece l’inferenza abduttiva: le
occorrenze sono comprese come effetto di una certa causa (regola locale) sulla base di un
pacchetto di conoscenza generalizzata (regola generale) che guida l’interpretazione dei casi.
L’abduzione segue un differente percorso dall’induzione, ed arriva ad un differente esito; tre
operazioni:

- selezione delle occorrenze pertinenti e la contemporanea messa sullo sfondo delle


altre (pertinentizzazione);
- definizione di una rete di legami tra occorrenze, vale a dire la configurazione delle
occorrenze salienti in termini di un unico pattern, di un’unica gestalt
(interconnessione);
- ricostruzione della presenza delle occorrenze in quanto effetto di un evento causale
(ricostruzione).
L’inferenza abduttiva usa la regola generale come base concettuale per realizzare le tre
operazioni epistemiche richiamate sopra. L’abduzione si presta ad essere concepita come una
forma di astrazione generalizzante - i casi sono astratti in modo da configurarli come
instanziazioni locali della legge generale. Essa opera come il mcm, vale a dire la gestalt
minimale in grado di raccogliere le unità di analisi così da unificarle in un unico insieme
significativo.

Pratica professionale e abduzione:

La prassi professionale richiede di essere considerata in termini abduttivi per tre motivi
complementari:

1. Abduzione è il modus operandi dell’agire professioanle psicologico; il modo di


erogare il servizio si fonda sull’interpretazione del mondo del cliente e tale
interpretazione può realizzarsi in termini induttivi o abduttivi;
2. L’abduzione è il risultato del servizio professionale; la funzione professionale
psicologica è di promuovere uno sguardo rinnovato sul mondo del cliente.
L’innovazione semiotica è piuttosto un porcesso, è un obiettivo metodologico: lo
sviluppo di un modo di interpretare l’esperienza. L’elemento cruciale del servizio
professionale non è il contenuto ma l’atto interpretativo;
3. L’abduzione è il modo con cui la prassi professionale opera da leva dello sviluppo
della teoria psicologica generale. Quest’ultima non è un modello definito una volta
per tutte ma si evolve. Lo sviluppo della teoria generale costituisce il prodotto
collaterale del processo di costruzione della teoria locale. Il fenomeno di campo sfida
la teoria generale, nella capacità di quest’ultima di fondarne l’interpretazione. Perciò
lo sviluppo della teoria generale si avvantaggia della possibilità di sottoporre la teoria
stessa alla sistematica richiesta di operare al servizio della costruzione di teorie locali.
In questo modo, lo sviluppo della teoria generale è motivato, guidato e valutato dalla
necessità di una semantica ed una sintassi efficace ed efficiente in grado di rendere gli
eventi locali comprensibili.

Nel momento in cui si riconosce che i fenomeni psicologici sono un campo, non si può usare
la logica applicativa come intervento, perché il valore psicologico di qualcosa varia in base al
campo. Anche gli atti, i sentimenti, ecc.. sono contingenti al campo (PRINCIPIO DI
INDESSICALITA’, in base al quale se un atto ha un significato che varia, allora non si può
comprendere in base alla sua classe). Tutti i fenomeni appartenenti ad una classe sono solo
descrivibili come simili. La psicologia dovrebbe configurare classi in base ai processi
psicologici, ma in questo modo si racchiuderebbero insieme cose che per senso comune non
c’entrano niente tra loro. Quindi non si può usare la logica applicativa. La psicoterapia non è
tale senza alleanza terapeutica. Storicamente l’approccio idiografico è stato associato al
carattere unico dell’azione, ma anche dicendo che qualcosa è unico, lo generalizziamo in
qualche modo, quindi unicità e generalizzazione non si autoescludono.
CAPITOLO 7: IL SERVIZIO ALLE PERSONE

Il modello medico

Parliamo di modello medico come di un potente dispositivo interpretativo in cui la


condizione di criticità del cliente viene modellizzata in termini di psicopatologia e
l’intervento su essa in termini di cura. Nei termini della teoria generale dell’intervento
sostanzia un’idea di servizio basata sulla sovrapposizione tra output ed outcome, per cui il
binomio tra malattia e cura definisce un nesso di identità tra i due, vale a dire tra il risultato
tecnico (output) e il suo valore di utilità (outcome). Nella medicina, l’output, la guarigione, è
il fine in sè sia per il paziente che per il medico. L’assimilazione dell’intervento psicologico
clinico al modello medico offre una soluzione al problema del nesso tra output e outcome:
laddove la criticità proposta allo psicologo viene modellizzata in termini di condizione
patologica, l’uscita da tale condizione rappresenta l’esito dell’intervento e diventa il
contenuto di utilità che motiva il committente a richiedere l’intervento psicologico. Il
modello medico è quindi un potente organizzatore simbolico. Una critica a tale modello viene
dai teorici di matrice costruzionista: le forme di psicopatologia non sono fenomeni
conseguenti a specifiche modalità di funzionamento della mente inscritte entro la testa degli
individui,quanto copioni di azione connotati socialmente coi quali ci si identifica al fine di
regolare il proprio posizionamento entro i contenuti comunicativi. Carli critica il modello
medico, in due punti principali: la nozione di malattia richiede il riferimento ad una teoria
eziopatogenetica, fondata su un modello fisiologico normativo, che nel caso dei processi
mentali non sono dati e perché la psicopatologia si definisce in ragione di un canone
contestuale, conseguentemente la cura possiede una valenza di conformismo, di ripristino
della norma culturale di riferimento. Grasso e Stampa evidenziano come l’interpretazione in
chiave nosografica dei problemi per cui una persona si rivolge allo psicologo comporta la
scotomizzazione del conteuto specifico, idiosincratico, contestuale della richiesta stessa (ciò
che ne sostanzia il valore psicologico).

Trascendentalità e contestualità della mente

Nella misura in cui la mente si concepisce in quanto riflesso di una struttura universale,
autonoma rispetto al mondo esterno, si può assumere la psicopatologia come effetto di un
qualche difetto del normale funzionamento di questa struttura ma nel momento in cui si
riconosce la struttura contestuale della mente, tutto si complica, poiché la visione contestuale
implica un’ontologia processuale per cui la mente è situata, non possiede propria struttura
trascendentale, prende forma in ragione e in funzione dei processi di significazione entro cui
opera. Di conseguenza, non è possibile separare la mente dalle dinamiche semiotiche del
contesto in cui opera.

In sintesi: non esiste psiche altra ed indipendente dal modello antropologico, vale a dire dal
canone di umanità assunto a norma entro un determinato contesto storico-culturale. Se viene
meno la trascendentalità, viene meno anche la possibilità di ancorarsi ad una forma di
normalità, in rapporto alla quale possono essere identificate le deviazioni.

Ideologia e trascendentalità

La visione contestualista della mente non nega che alcune modalità di funzionamento mentale
siano associate a maggiori potenzialità di adattamento ma critica l’interpretazione di tale
associazione, vale a dire l’assunto secondo cui il potenziale maggiore di adattamento dipenda
da una normalità psicologica. La psicologia finisce per assumere la funzione simbolica e
scientifica di decretare ciò che è normale, ma per fare ciò paga un prezzo elevato: è costretta
a contrabbandare come normalità psicologica il canone socio-culturale e perde così la parola
perchè si presta come voce oracolare dell’ideologia. Vaillant individua alcune caratteristiche
come definitorie della salute mentale, ma queste caratteristiche si associano a condizioni di
successo sociale e realizzazione personale. Wakefield riconosce che la capacità adattiva del
funzionamento mentale non è ad esso intrinseca ma dipendente dal contesto e ritiene che tale
riconoscimento non debba portare a negare che i disturbi mentali siano entità esistenti,
propone invece di considerarli come disfunzionalità dannose. L’articolazione in due
componenti (malfunzionamento e dannosità) permette di evitare l’ingenua universalizzazione
e naturalizzazione psicologica del canone sociale. La dannosità varia in funzione del contesto,
in ragione dei canoni valoriali che definiscono localmente le condizioni di adattamento. E’
proprio il riconoscimento della contingenza al contesto che rende necessario fare riferimento
al concetto di disfunzione, il quale implica logicamente quella di modello/normalità. La
proposta dell’autore richiede come pre-condizione di assumere la disfunzione come una
realtà autonoma ed indipendente dalle sue conseguenze mondane. La psicopatologia in
quanto patologia implica necessariamente il riferimento ad un modello di normalità,
riferimento che può realizzarsi o alla Vaillant (naturalizzando il canone sociale) o alla
Wakefield (postulando una struttura trascendentale e negando quindi il carattere contestuale
della mente).
La reificazione dello scarto

La psicologia non ha elaborato un modello di normalità psicologica, limitandosi ad


assumerne la sussistenza. Se definiamo v una deviazione dalla normalità psicologica e alfa
come funzionamento psicologico, v non è definito a monte, ma derivato in negativo, vale a
dire come diverso-da-alfa. Ciò assume come fatto implicito che una mente “sana” non possa
associarsi o alimentare modalità disadattive. In sintesi, quando applicate al campo del
mentale, le nozioni di normalità e patologia si legano in termini tautologici: la normalità è
concepita come ciò che deve essere presupposto per poter definire come disfunzione lo scarto
da essa; al contempo, la disfunzione è interpretata come tale in ragione del modello di
normalità presupposto nella propria definizione. Questa tautologia fonda ed alimenta la
reificazione dello scarto, vale a dire la trasformazione semiotica di un’assenza in presenza.
Quindi la normalità psicologica è ipostatizzata: v assunta come la condizione di premessa in
ragione della quale alfa si qualifica come scarto, quindi la normalità è definita per differenza
rispetto allo scarto. La reificazione si fonda sul presupposto di sussistenza della normalità
psicologica: su tale base diventa possibile costruire epistemicamente una certa classe di
fenomeni in termini di scarto dalla normalità. La qualità di essere diverso-da viene
considerata come caratteristica propria, immanente all’essenza del fenomeno, dotata di
sostanza ontologica.

Lo statuto epistemologico delle categorie psicopatologiche

La psicopatologia come categoria descrittiva

La psicopatologia rappresenta un organizzatore semiotico della domanda: un linguaggio in


grado di mediare la relazione tra offerta e domanda di servizi psicologici. La psicopatologia è
un modello simbolico che permette l’instaurarsi del primo contatto tra psicologo e fruitore.
Considerare una certa categoria psicopatologica come descrittiva vuol dire assumere che il
pattern di contenuti ideativi, conativi, motivazionali, affettivi, di modalità comportamentali e
di funzionamento mentale che essa mappa si presenta in modo sufficientemente stabile nel
tempo e tra i contesti, così da caratterizzare il profilo psicologico di un determinato individuo,
rendendolo - ad un certo grado di generalizzazione - prevedibile nei suoi atti e reazioni.
La psicopatologia come categoria normativa

I problemi nascono quando le categorie psicopatologiche vengono interpretate in chiave


normativa, cioè quando il pattern mappato dalla categoria viene sottoposto al processo di
reificazione dello scarto discusso in precedenza: posta la sussistenza del modello di
normalità, la categoria psicopatologica acquista il senso di rappresentare la deviazione della
norma, intesa come l’effetto di un qualche agente causale.

1. Mentre sul piano descrittivo la categoria psicopatologica mappa un certo stato dei
fatti, quando interpretata normativamente acquista il significato di scarto cioè di
deviazione dalla normalità attesa;
2. Lo scarto acquista valenza ontologica e viene interpretato come effetto di una causa
da ricercare e al contempo come causa dei problemi denunciati dalla persona.

In breve, l’uso normativo della psicopatologia porta a vedere la configurazione psicologica


descritta dalla categoria in quanto patologia e a trattare tale valenza patologica come ciò che
spiega (explanans), che va spiegato (explanandum) e che va trattato (l’oggetto/scopo
dell’intervento). La concezione normativa della psicopatologia risulta problematica nel
campo dell’intervento: sul piano interpretativo impone uno spostamento di focus sul carattere
di deviazione che porta a lasciare sullo sfondo la specifica organizzazione psicologica, per cui
la fenomenologia veicolata dal fruitore non viene considerata in quanto tale ma sottoposta ad
un processo di ipercodifica, trattata cioè come il significante di un ulteriore fenomeno (la
deviazione psicologica). L’uso normativo della psicopatologia porta ad un processo di
generalizzazione, ad una interpretazione dei dati nei termini del significato prototipico in cui
consiste la categoria psicopatologica. La condizione soggettiva del paziente non è negata ma
trattata come uno stato causato dalla condizione psicopatologica (il clinico, in tal modo, vede
il narcisismo e non il narcisista). La condizione clinica del paziente richiede di essere
interpretata nella propria contingenza, sia pur associabile ad un prototipo più generale, è
un’organizzazione psicologica unica e irripetibile. Sul piano metodologico, l’uso normativo
della psicopatologia implica una scissione del fruitore in una componente malata, oggetto di
intervento, e una sana, con cui il clinico si allea. Ma il fruitore non ha due parti, è portatore di
un’unica posizione necessariamente ambivalente. Ciò che la visione normativa rende difficile
da cogliere è la valenza desiderante, il carattere di soluzione adattiva dei segni
psicopatologici. L’uso normativo della psicopatologia si riflette in una concezione ortopedica
dell’intervento che ne vincola la sua valorizzazione in termini di servizio. Torna qui la
distinzione posta da Carli e Paniccia tra intervento finalizzato al recupero del deficit e
intervento volto allo sviluppo. Considerare la psicopatologia in chiave normativa implica che
lo scopo dell’intervento sia definito in ragione e nei termini della categoria psicopatologica,
dunque indipendentemente dalla specificità dei problemi che motivano la richiesta. Se
l’intervento clinico si focalizza sulla categoria psicopatologica il suo obiettivo è definito dalla
categoria stessa; se va oltre la valenza normativa della psicopatologia, si mette nelle
condizioni di costituirsi come funzione di servizio, come risorsa per il progetto del fruitore.
Possiamo vedere l’intervento psicologico rivolto agli individui come una funzione di servizio
volta a sostenere il progetto dell’utilizzatore. Progetto che per definizione è specifico,
idiosincratico, contingente alle condizioni di esistenza del fruitore, espressione del suo
peculiare modo di entrare in rapporto con le richieste di adattamento al contesto di vita.

Dalla psicopatologia al servizio psicologico

Si pone la questione di quale modalità alternativa possa essere utilizzata per connettere la
richiesta rivolta allo psicologo e l’intervento. Quella che viene considerata una forma
subclinica (condizione esistenziale critica che non si manifesta in termini così sistematici ed
intensi da giustificare il ricorso ad una categoria psicopatologica, ma che comunque è una
forma di malessere soggettivo) può operare da modello per l’intervento clinico rivolto anche
alle forme conclamate di psicopatologia. la forma subclinica, per definizione, non permette di
fondare l’intervento sull’assimilazione di outcome e output, conseguentemente lo psicologo
alle prese con tale situazione di committenza non può che spostare il focus dallo scarto
nosografico al progetto del fruitore.

La costruzione dell’ipotesi di servizio

La visione contestualista critica due assunti: 1. l’idea per cui il gradiente di adattamento di
una certa modalità di relazione con il mondo rifletta la maggiore/minore distanza da un
modello ideale di normalità psicologica; 2. l’idea per cui c’è una relazione invariante tra un
determinato pattern di funzionamento mentale e la sua manifestazione fenomenica e
fenomenologica piuttosto che una relazione contingente e situata. I parametri costitutivi
dell’ipotesi di servizio sono: il progetto del fruitore in rapporto al quale si definisce la criticità
che alimenta la richiesta; il modello di adattamento; il pattern di funzionamento mentale; la
funzione di utilità dell’intervento. La visione dell’intervento psicologico rivolto agli individui
in chiave di servizio consiste nel definire in maniera situata, specifica per il singolo fruitore,
il nesso tra i parametri sopra richiamati.

IL PROGETTO

La progettazione del servizio si fonda sull’interpretazione di tale criticità in ragione del


progetto del fruitore, più precisamente: sull’interpretazione della criticità in quanto riduzione
della capacità del fruitore di perseguire il proprio progetto. Ciò significa che la criticità
lamentata dal fruitore non ha significato univoco, acquista significato nel contesto del
progetto del fruitore, in pratica il significato della criticità sta nel suo essere la forma
insoddisfacente nei termini della quale il cliente interpreta ed agisce il proprio progetto. Il
servizio che lo psicologo rende riguarderà ciò che significa entro il progetto della persona. Da
ciò deriva la necessità di individuare il progetto del fruitore (primo parametro). Ognuno è
portatore di progetti tra di loro contraddittori o conflittuali ma al contempo indipendenti l’uno
dall’altro. Il carattere di intenzionalità sta in questo: nel concepire il fruitore come rivolto
verso un oggetto. Il progetto di cui è portatore il fruitore va inteso in senso generale e astratto.
La costruzione simbolica di tale progetto è il frutto della combinazione di operazioni di
schematizzazione/pleromatizzazione e pertinentizzazione. Da un lato il progetto si definisce
in termini di maggiore/minore specificità (pleromatizzazione), quindi di minore/maggiore
genericità (schematizzazione). Dall’altro lato la definizione del progetto implica mettere in
figura alcuni ambiti di attività e di esperienza e sullo sfondo altri, così da rendere salienti
alcune richieste di adattamento e compiti evolutivi che la realtà avanza nei confronti della
persona, rispetto ad altri. Maggiore è la pleromatizzazione, maggiore sarà la necessità di
pertinentizzare, vale a dire assumere una sfera dei propri desideri ed interessi come rilevante
nella relazione con lo psicologo; al contrario laddove la definizione del progetto è
generalizzata, abbraccia l’insieme delle componenti del Sé, tale per cui non vi è necessità di
pertinentizzare una particolare area come focus dell’intervento (una persona che si rivolge
allo psicologo perché in crisi col coniuge sta pertinentizzando una componente del proprio Sé
lasciando sullo sfondo le altre). La definizione del progetto dipende da diversi fattori, quali la
missione che orienta il servizio. La definizione del progetto del fruitore può evolversi nel
corso dell’intervento come conseguenza dello stesso. Si dispiega lungo due possibili
direttrici: estensionale (allargo le componenti progettuali), intensionale (rappresentazioni
progressivamente generalizzate del progetto). Le due non sono alternative, anzi
l’avanzamento sull’una può favorire il progresso dell’altra.
IL MODELLO DI ADATTAMENTO

Il progetto del cliente segmenta uno specifico campo dinamico di scambio evolutivo tra la
persona e l’ambiente. Una volta definito tale perimetro, diventa possibile riconoscere e
analizzare il modello di adattamento della persona, ossia il modo con cui interpreta il proprio
progetto entro le contingenze in cui di dispiega. Modello di adattamento= modello che
almeno fino ad un certo punto ha alimentato modalità di rapporto col mondo con le quali la
persona si è identificata indipendentemente dai costi che tale identificazione ha comportato,
ci si rivolge allo psicologo in quanto si afferma l’inaccettabilità attuale di tali costi. La
disfunzionalità del modello non è una caratteristica del modello bensì una funzione di
variazioni delle condizioni di contesto (nuovi compiti, vincoli).

IL PATTERN DI FUNZIONAMENTO MENTALE

La determinante psicologica (il pattern di funzionamento mentale) è il costrutto teorico


indicativo del processo psicologico latente chiamato in causa per spiegare il pattern di
adattamento. Il terzo parametro consiste nella riscrittura in chiave psicologica del modello di
adattamento, vale a dire nella lettura del modello di adattamento come espressione sul piano
fenomenico (comportamentale) e fenomenologico (dell’esperienza vissuta) del pattern di
funzionamento mentale.

LA FUNZIONE DI UTILITÀ’

Il contenuto consiste nell’obiettivo (output) che l’intervento intende perseguire e nelle


operazioni atte a realizzarlo. L’obiettivo concerne la relazione tra processo psicologico e
modello di adattamento. Il valore del servizio concerne l’utilità per il fruitore (outcome)
generata da tale potenziamento; esso è dato dall’incremento, in cui tale potenziamento si
traduce, della capacità del fruitore di fronteggiare la - uscire dalla - condizione di criticità.

Ripercorriamo il percorso di costruzione del servizio che ha caratterizzato l’esempio sul libro:

1. L ha una propria visione di ciò che per lei è condizione di criticità


2. la quale si basa e riflette l’investimento su/identificazione con una determinata
componente del sé come progetto;
3. lo psicologo esplora la possibilità della co-costruzione di un diverso progetto
4. che rende cogente un nuovo scenario di adattamento;
5. l’ancoraggio al progetto permette di sviluppare una diversa prospettiva sulla
condizione di criticità
6. e di riconoscere il modello di adattamento
7. che lo psicologo interpreta come espressione di un pattern di funzionamento mentale;
8. tale interpretazione psicologica del modello di adattamento permette di dare senso
psicologico alla condizione soggettiva di L offrendo al contempo una spiegazione
psicologica alla sua condizione di criticità;
9. conseguentemente lo psicologo è nelle condizioni di individuare la funzione di utilità
dell’intervento.

Sintesi ed osservazioni conclusive

L’ipotesi di servizio si costruisce in ragione di 4 fondamentali parametri: il progetto entro il


quale ed in ragione del quale si definisce il senso soggettivo della criticità lamentata dal
fruitore; il modello di adattamento nei termini del quale il fruitore regola/interpreta il proprio
progetto e alla cui valenza disfunzionale può essere ricondotta la criticità; il pattern di
funzionamento mentale nei termini del quale viene modellizzato in chiave psicologica il
modello di adattamento, dunque la critica che esso alimenta; la funzione di utilità che il
servizio realizza nel momento in cui promuove il potenziamento delle capacità del fruitore di
fronteggiare o uscire dalla crisi.
CAPITOLO 8: MODELLI DI COSTRUZIONE DEL VALORE E COMMITTENZA
DELLE STRUTTURE SOCIO-ORGANIZZATIVE

Logiche consolidate di costruzione del valore:


Logica di costruzione dell’azione centrata sull’agente:
Essa si basa sull’assunto secondo cui sono le esigenze e le condizioni di esercizio dell’azione
ad operare da criterio normativo, dunque da principio regolatore dell’agire. Ciò sia nella
gestione e finalizzazione dell’ambiente interno (relazione tra agenti e tra agenti e struttura
organizzativa), sia nelle modalità dello scambio con l’ambiente esterno (relazione con i
fruitori, i fornitori e gli stakeholder) sia nella definizione del valore dell’output del prodotto.
Nell’ambito delle organizzazioni tale modello si esprime nei termini dell’enfasi posta sul
processo produttivo e sui criteri operativi che lo organizzano dall’interno. Gli attori coinvolti
costituiscono una variabile dipendente del processo produttivo: risorse funzionali alla sua
riproduzione. Il comportamento degli attori organizzativi è regolato e trova valore entro un
sistema di divisione del lavoro, la cui struttura riflette la distribuzione delle risorse di
funzionalità richieste dal processo produttivo. L’ambiente esterno è concepito come
indipendente ed irrilevante, fonte delle condizioni richieste per l’esercizio del processo
produttivo (reperimento dell’input e allocazione dell’output). Il fruitore è assimilato
all’ambiente interno: è un utente passivo la cui funzione è di operare da terminale recettore
dell’output del processo produttivo, secondo tempi, modi e contenuti definiti dalle esigenze e
modalità dell’azione; gli spazi di negoziazione riconosciuti al fruitore sono minimi e
comunque da mantenersi entro i margini di tolleranza dettati dalle condizioni di esercizio
dell’azione. Il criterio di successo è legato alla capacità del processo produttivo di adeguarsi
agli standard di risultato definiti a monte all’interno dell’ambiente operativo.

Tecnicalità:
I sistemi di relazione primaria (famiglia, clan, reti di appartenenza) sono interpretabili come
una forma di logica centrata sull’agente, caratterizzata dalla pertinentizzazione dello scambio
intersoggettivo prossimale. In altri casi il nucleo dell’azione è attribuito all’ideologia. Una
modalità prototipica di inveramento della logica entrata sull’agire è data dalla tecnicalità,
ovvero la forma del modello centrato sull’agire che concepisce il processo produttivo in
termini di articolazione di procedure operative, definite nei termini di uno specifico dominio
tecnico. Un dominio tecnico operativo può essere concepito in termini di appaiamento - una
data operazione (T) è associata in termini invarianti ad un dato input (I), in modo da
massimizzare l’output atteso (O), quest’ultimo dotato di un certo valore (V) per l’utente
generico. Dato I allora T porta ad O associato a V per qualsiasi utente. Il successo della
tecnicalità sta nella possibilità che tutto vada come previsto, cioè che le transizioni attese tra
l’input, le operazioni eseguite, l’output e la sua interpretazione in termini valoriali lavorino in
modo invariante, seguendo il modello normativo prescritto dalla tecnica stessa.

Logica di costruzione del valore centrata sul contesto


In contrasto alla precedente. Rovescia i termini della relazione tra azione e ambiente,
concependo la prima come funzione del secondo. Il comportamento degli attori è qui regolato
nei termini ed in funzione della conservazione e consolidamento della relazione con
l’ambiente esterno. La divisone dei compiti e la linea decisionale sono strutturate per
ottimizzare l’adattamento dell’ambiente interno rispetto alle esigenze e ai vincoli
dell’ambiente esterno. L’ancoraggio al contesto esterno non porta alla negazione
dell’ambiente interno. L’ambiente interno, il processo produttivo che lo sostanzia, sono
tuttavia concepiti come il vincolo entro il quale individuare la forma di adattamento più utile
- piuttosto che il parametro normativo di adattamento.

Forme di centratura sull’ambiente esterno


Man mano che l’ambiente diventa meno compatibile con le esigenze del processo produttivo,
si ha il progressivo sviluppo dei cuscinetti organizzativi. Prima o poi si raggiunge un punto in
cui i costi delle protezioni diventano superiori ai benefici. Giunto a tal punto, il cuscinetto
protettivo si trasforma in una prigione. Si è assistito a un progressivo ridimensionamento dei
cuscinetti, alla rinuncia alle protezioni e alla ricerca di nuove soluzioni e nuovi strumenti di
gestione del rapporto con l’ambiente. La logica centrata sul contesto è emersa come esito di
questo processo evolutivo. L’orientamento al mercato può essere interpretato come
un’ulteriore forma di centratura sul contesto: la forma che adotta come criterio regolativo la
distribuzione delle preferenze che sostanziano la domanda aggregata. L’orientamento al
mercato non ha riconfigurato in modo globale il funzionamento delle organizzazioni: la
“scoperta” del cliente operata da tale modello si è mantenuta comunque compatibile con la
centratura sul processo produttivo, che ha continuato ad essere considerato la variabile
indipendente. Ha comunque operato un’inversione di logica rispetto alla strategia di
orientamento alla produzione, infatti la domanda è stata riconosciuta come una componente
che richiede di essere tenuta in considerazione nella regolazione dell’azione. l’orientamento
al cliente viene quindi inteso come l’evoluzione dell’orientamento al mercato che ha spostato
il focus dalla distribuzione globale della domanda alla relazione con il fruitore e alla sua
fidelizzazione. La costruzione del valore dipende dalla capacità dell’output di soddisfare i
desideri e gli interessi del fruitore, intesi come la componente critica cui è legata la
conservazione/consolidamento della relazione con l’ambiente esterno. E’ il cliente a definire
scopi e parametri di valore dell’azione e del suo risultato: la qualità dell’output consiste nella
sua capacità di generare soddisfazione. L’orientamento al servizio rappresenta il successivo
passaggio lungo tale traiettoria evolutiva. La logica del servizio è volta a trasformare la
dipendenza dell’azione dal contesto in fattore produttivo e leva del valore. L’orientamento al
servizio trasforma in virtù la necessità alla quale l’orientamento al cliente prova a rispondere.
Caratteristiche rilevanti dell’orientamento al servizio:
- principio della prosumership -> il cliente diventa prosumatore (produttore e
consumatore);
- il principio della natura processuale del servizio -> il riferimento non è più al risultato
specifico della prestazione/azione organizzativa (output), ma al valore che tale
risultato è capace di generare in funzione di come è utilizzato dal cliente (outcome).
Ciò comporta: la necessità di dare unitarietà ed integrazione al processo produttivo; la
necessità di intensificare il rapporto cooperativo con il cliente per
presidiare/sviluppare la sua competenza d’uso;
- principio dell’erogazione -> difficile se non impraticabile è la distinguibilità tra
momento della produzione, momento della allocazione (vendita) e momento del
consumo. La qualità di un servizio non è circoscrivibile alle sole componenti
intrinseche del bene erogato; dipende in modo rilevante anche dalle modalità con cui
tale bene viene erogato, dunque fruito. Il come concorre insieme al che cosa a definire
il valore del servizio.
Condizioni di felicità della logica centrata sull’agente:
Opportunità di identificare le loro condizioni di felicità, quindi i fattori da cui dipende la loro
possibilità di esercizio. Circa il modello centrato sull’agente, ci si riferisce alla tecnicalità in
quanto forma paradigmatica di tale logica. Le condizioni di felicità della tecnicalità:
adeguatezza dell’input, chiusura operativa, rappresentatività, insensibilità alle condizioni
marginali, presenza di un modello di utilizzatore tipo. La compliance è l’espressione
emblematica della dipendenza della tecnica dalla compatibilità dell’input. La possibilità di T
di essere in grado di perseguire in modo efficace il proprio obiettivo dipende da:
- chiusura operativa (condizione per cui gli elementi su cui T opera mantengono una
relazione stabile tra loro);
- rappresentatività (condizione per cui l’input possegga sufficienti elementi recettivi tali
da peremttere di qualificare l’input specifico come rappresentativo della classe di
input cui la tecnica si riferisce);
- insensibilità (condizione basilare per cui operazioni simili su input simili portino ad
output simili, essa riguarda le differenze marginali; implica che variazioni marginali
dell’operazione e/o dell’input producono variazioni minime nell’output, tali da non
alterare la stabilità e riproducibilità del nesso T-O).
Condizioni di felicità della logica centrata sul contesto:
Essa è legata all’evoluzione storica dei soggetti sociali che si sono ritrovati alle prese con
ambienti caratterizzati da livelli crescenti di variabilità; nasce dal riconoscimento di come tali
condizioni rendano impossibile o comunque disfunzionale operare in termini di
autoregolazione, dunque della necessità di fare i conti con l’ambiente esterno, con la sua
variabilità. Nozione di ipercompetitività: specifica strategia aziendale, secondo la quale
l’azienda leader di un determinato settore non deve limitarsi a difendere le posizioni di
vantaggio acquisite, nè può sperare di consolidare tali posizioni con ulteriori operazioni
coerenti con la strategia che ha consentito di acquisirle. Deve adottare in modo sistematico
decisioni non prevedibili. E’ una strategia di perseguimento di vantaggio competitivo
secondo la quale il successo è garantito non dalla stabilità ma dal costante cambiamento,
dall’imprevedibilità, dal continuo ridefinire i termini del gioco, anche quando questi sono, nel
presente, vantaggiosi, riconosce nel cambiamento la forma generativa del valore. Due
caratteristiche del fruitore: la presenza di clienti portatori di progetto, per cui il valore
dell’output è funzione della capacità del fruitore di valorizzarlo in ragione del proprio
progetto, da ciò deriva che il valore di un processo produttivo orientato al cliente dipende
dalla competenza d’uso del cliente; il carattere limitato dell’irresponsabilità del fruitore, per
cui il cliente è irresponsabile rispetto all’organizzazione, persegue un proprio progetto che
non ha legami di vincolo con quello dell’organizzazione, tale progetto tende ad esercitare una
pressione normativa sull’azione, da cui la necessità di un limite a tale irresponsabilità.
Limiti di esercizio delle logiche centrate sull’agente e sul contesto:
Le condizioni di felicità delle due logiche definiscono al contempo i limiti entro cui tali
modelli possono esercitarsi funzionalmente. La logica centrata sull’agente è una soluzione
funzionale nella misura in cui il contesto entro cui l’azione opera si qualifica in termini di
invarianza. La logica centrata sul contesto si è sviluppata come risposta adattiva a condizioni
di contesto prive della caratteristica di invarianza. Tale logica è in grado di fondare e
orientare la dinamica della costruzione del valore a condizione che la turbolenza ambientale
rimanga entro un intervallo di tolleranza.
La logica dinamica:
Assunti fondamentali alla base dei modelli consolidati:
Le due logiche implicano una concezione statica della relazione tra azione e ambiente, vale a
dire l’idea fondamentale secondo la quale le posizioni dell’agente e del contesto non si
modificano nel tempo, non cambiano come effetto dello scambio stesso. La relazione tra le
caratteristiche dell’agente e del contesto da un lato,e la funzionalità dello scambio, dall’altro,
è unidirezionale: le prime determinano la seconda. La concezione statica porta a considerare
le condizioni di compatibilità tra azione e contesto come una premessa alla possibilità dello
scambio. Il carattere statico e asimmetrico del rapporto tra azione e contesto non contraddice
la possibilità che esso sia gestito in termini negoziali; al contrario, la qualità asimmetrica
dello scambio favorisce tale possibilità, in quanto definisce un quadro normativo e di scopo
condiviso che facilita la definizione dei pay-off, dunque la stipulazione di assetti consensuali.
La negoziazione non ha valenza fondativa: non modifica strutturalmente le posizioni
reciproche dei negoziatori; l’accordo costituisce un sistema di vincoli che gli attori si
scambiano relativamente al rispettivo progetto: ognuno rinuncia ad esercitare una quota del
proprio progetto in cambio di un vantaggio a carico di esso. la negoziazione, in definitiva,
non modifica gli assetti identitari degli attori; al contrario, tali assetti costituiscono la
premessa su cui la negoziazione si fonda ed entro cui acquista senso.
L’evoluzione possibile delle logiche consolidate: la logica dinamica:
Non c’è compatibilità possibile tra le esigenze dell’azione e le modalità di darsi
dell’ambiente. In ragione di tale incompatibilità, la riproduzione di uno dei due termini
implica necessariamente l’annullamento delle possibilità di riproduzione dell’altro: o l’azione
o il contesto. Logica dinamica= visione che emerge dal superamento della concezione statica.
Si caratterizza per tre caratteristiche: è
- evolutiva -> lo scambio è una forma di potenziale trasformazione delle caratteristiche
dei partecipanti;
- ricorsiva -> si tratta di sostituire una concezione unidirezionale con una circolare di
causalità; le caratteristiche dei contraenti e lo scambio che intessono sono al contempo
causa ed effetto l’uno dell’altro, secondo una dinamica a spirale;
- dialettica -> nell’approccio negoziale la condivisione consiste nella determinazione
della relazione di equivalenza del valore in base al quale diventa possibile lo scambio
tra i partecipanti. Sulla base della relazione di equivalenza ciascun partecipante
rinuncia ad una certa quota di valore ottenendo in cambio l’accesso ad una quota
equivalente; si può riconoscere come il carattere asimmetrico dello scambio favorisca
la negoziazione in quanto facilita la selezione del parametro di valore. Sono
disponibili una pluralità di parametri di valore, se non fossero prestabiliti, la selezione
del parametro di valore da porre a fondamento della negoziazione dovrebbe essere a
sua volta oggetto di negoziazione. La determinazione delle premesse non è un atto
negoziale ma una forza istituita di universalizzazione di un particolare parametro di
valore. La logica dialettica assume come vincolo l’assenza di un parametro di valore
condiviso.
CAPITOLO 9: LA FUNZIONE PSICOLOGICA PER LO SVILUPPO DEI SISTEMI
SOCIALI

Dagli anni ‘80 le politiche di sviluppo hanno seguito due fondamentali traiettorie: da una lato,
una linea d’azione tesa alla promozione di comportamenti, dall’altro, una strategia volta al
potenziamento delle strutture. Insoddisfazione circa i risultati che tali politiche hanno
consentito di raggiungere. Le ragioni di tale insoddisfazione possono essere ricondotte, da
una parte, all’assunto circa la natura razionale del comportamento degli attori sociali,
dall’altro, all’idea che il cambiamento sociale sia funzione delle risorse che vengono immesse
e/o si attivano con le politiche di sviluppo. Una concezione che non nega la materialità dei
comportamenti delle strutture, delle risorse e delle norme, ma la interpreta come il precipitato
di dinamiche simboliche socialmente condivise. Interpretare lo sviluppo e la sua
pianificazione quali fenomeni di significato è un’interpretazione proposta per le ricadute che
può avere sul piano dell’intervento.

Oltre il postulato di razionalità


I comportamenti degli attori e l’utilizzo delle risorse da parte loro sono derivati da/vincolati
allo scopo generale che ci si propone di raggiungere con la politica di sviluppo. Alla base di
questo presupposto c’è il postulato della razionalità dell’attore: gli interessi e gli obiettivi
degli individui vengono considerati assimilabili alle finalità della politica, gli individui sono
considerati una variabile dipendente dello scopo della politica stessa. Non si tratta di negare
la razionalità o che gli attori non siano capaci di orientare le proprie azioni, ma si propone che
l’agire dell’attore sociale sia mediato da processi di significazione di matrice affettiva che
modulano l’agire.

La valenza semiopoietica dell’agire sociale


Per la psicologia, la costruzione del significato non è un fenomeno particolare, una sua
qualità contingente, ma la premessa fondante la modalità di concepire, dunque costruire,
l’oggetto di analisi. Lo sviluppo è una dinamica di significato. la significazione in termini
dinamici e pragmatici: Wittgenstein dice che il significato sta nell’uso che si fa dei segni e
possiamo connetterlo alla teoria semiotica di Peirce secondo cui il significato di un segno è il
modo di interpretarlo prodotto dal segno successivo. La semiosi si rende pensabile come
catena infinita di significanti, ciascuno dei quali operante con la doppia valenza di esercizio
di interpretazione e domanda di interpretazione. Il significato non è contenuto nel segno,
bensì può essere concepito come la forma dinamica che il campo semiotico assume nel
tempo. Il significato consiste nella modalità con cui i segni si connettono tra loro nel tempo.
Leggere il tema dello sviluppo alla luce del modello semiotico porta a concepire gli oggetti in
gioco come elementi co-occorrenti di un campo dinamico che genera le condizioni della
propria riproduzione. Il significato quindi è la forma globale che assume nel tempo la
relazione tra le parti del sistema, non una sua specifica componente.

L’autonomia interpretativa degli attori


L’attore può qualificare il valore di senso di un determinato segno ma fino ad un certo punto,
oltre il quale non si parla più di interpretazione, ma di violazione del segno. Non è possibile
che il segno successivo violi il significato del segno precedente, perché è lui a definirlo. In
questo senso, la semiosi non ammette fallimento, il che non ha niente a che vedere con il fatto
che alcune dinamiche semiotiche siano interpretate come fallimento: il fallimento della
semiosi è diverso dalla semiosi del fallimento. La rinuncia ad un modello normativo del
significato implica una pianificazione consapevole del carattere non dato dei significati,
dunque orientato al governo della dinamica semiotica che incessantemente si riproduce nella
contingenza del divenire sociale.

Alcune caratteristiche della semiosi concepita in termini dinamici


La performatività del significato
È interessante evidenziare la valenza performativa della semiosi. Con questo termine si vuole
evidenziare che il significato non consiste solo in ciò che i segni affermano esplicitamente,
ma nell’intervento delle premesse di senso che ne rendono possibile l’interpretazione. Ciò
porta a sostenere che l’interpretazione di un segno avviene sempre in ragione di una regione
di senso che opera da condizione di interpretabilità. La significazione fa una doppia
operazione: attualizza un contenuto rendendolo pertinente e attiva un segno-complemento che
opera in absentia, quale premessa di senso in funzione della quale, attraverso la quale e nei
termini della quale l’interpretandum acquista sensatezza. La performatività del significato ha
delle caratteristiche che vanno evidenziate:
1- per poter essere interpretato un segno deve avere un senso per colui che lo interpreta.
Un segno sarà quindi recepito in base alla sua plausibilità semiotica, ovvero alla sua
capacità di darsi come sensato e quindi domandante interpretazione.
2- La sensatezza del segno è funzione della premessa di senso attiva in un determinato
contesto. Tale premessa di senso non è oggetto di rappresentazione dichiarativa, ma è
una premessa latente attivata commensalmente all’interpretazione del segno.

La dimensione generalizzata della significazione


Ogni segno parla anche della totalità del campo di esperienza attivo al momento della
significazione. La dimensione generalizzante della significazione da un lato è una fonte di
complessificazione delle dinamiche sociali, dall’altro implica che ogni volta che una
dinamica sociale è in grado di generare senso, tale risultato si qualifica immediatamente
come una dimensione globale del sistema.

Sviluppo e risorse
Lo sviluppo delle politiche di sviluppo non richiede solo un potenziamento o
un’innovazione dei modelli tecnici, ma anche un lavoro di analisi concettuale delle
categorie fondanti la logica della pianificazione. Secondo questa linea di ragionamento
innovare non significa necessariamente trovare soluzioni nuove ai problemi dati, ma
anche trasformare il modello del problema.

La promozione dello sviluppo in ottica psicologica


Nella visione della realtà sociale come dinamica di significazione, lo sviluppo è visto
come l’incremento della variabilità della significazione entro un dato contesto. Un
sistema semiotico a ridotta variabilità è un contesto dove i segni prodotti entrano in
rapporto rigido tra loro, in questo sistema la significazione segue traiettorie prestabilite,
prevedibili e tendenzialmente ripetitive. In questo sistema prevarrà la riproduzione
dell’esistente, l’assimilazione dell’ignoto al noto, la riconduzione del non familiare a ciò
che è familiare: in altre parole, la forma del presente diventerà la misura del nuovo. Un
sistema a ridotta variabilità semiotica rimanda a fenomeni che vengono qualificati in
termini di deprivazione, sottosviluppo, arretratezza sociale, ecc. Un sistema semiotico ad
alta variabilità esprime, di contro, una dinamica di significazione che evidenzia
un’articolata pluralità di traiettorie di senso, in quanto riflesso della capacità di
riorganizzare la propria organizzazione, accomodandola in funzione dei vincoli
ambientali.
Sviluppo come estraneità
La promozione dello sviluppo è una pratica del limite: un esercizio di sospensione
dell’autoreferenzialità assimilativa della dinamica di significazione.
CAPITOLO 10: L’ORGANIZZAZIONE DELL’INTERVENTO

Dividiamo in progettazione, verifica e resocontazione.

La progettazione dell’intervento

I criteri di seguito proposti


La concettualizzazione del campo/oggetto di intervento:
Il fenomeno è un qualsiasi dominio di funzionamento della realtà, qualsiasi evento o dato che
il cliente sottopone allo psicologo come oggetto/motivazione del suo intervento, espressione
del modello culturale del cliente, di un modello interpretativo non psicologico ma fondato sul
senso comune. C’è una corrispondenza a maglie troppo ampie tra fenomeno e dimensioni
psicologiche in esso implicate, non è possibile individuare una regola psicologica universale.
Distinzione tra fenomeno e processo: processo= modellizzazione in chiave psicologica del
fenomeno di riferimento, richiede una comprensione del fenomeno in rapporto alle condizioni
contingenti entro cui si manifesta, è il risultato di un atto interpretativo. La
concettualizzazione del processo permette di individuare l’oggetto specifico sul quale
indirizzare l’azione professionale. L’articolazione tra fenomeno e processo permette allo
psicologo di convenire con il cliente il significato dell’intervento ed allo stesso tempo di
individuare localmente gli obiettivi e le modalità per affrontare la problematica su cui assume
responsabilità.

La definizione del servizio


Distinzione tra i differenti livelli implicati nella progettazione:
- finalità: condizione di desiderabilità sociale associata ad un determinato fenomeno,
espressione di una prospettiva di valore socialmente condivisa che porta gli attori in
rapporto ad un fenomeno, a definire come desiderabile un determinato scenario
evolutivo; tre caratteristiche: riguarda fenomeno e non processo, è espressa nei
termini del senso comune, è espressione di consensualità. Esse indicano la direzione
verso cui orientare il percorso ma non qualificano specifici approdi e modalità
operative in quanto espresse secondo le categorie del senso comune;
- obiettivo: stato della realtà ragionevolmente raggiungibile come esito dell’azione
professionale; i clienti parlano il linguaggio delle finalità, sta al sistema professionale
elaborare tali finalità ed individuare obiettivi coerenti con esse realisticamente
perseguibili; va osservato che 1. va formulato in modo da essere rappresentabile in
termini operativi, 2. implica un’analisi locale del fenomeno, dunque una sua
interpretazione in termini di processo. La finalità non è un obiettivo generale o di
lungo termine, in quanto desiderio è sottratto alla declinazione temporale, quindi la
distinzione finalità-obiettivo non riguarda la dimensione temporale;
- output: definizione della condizione/stato del processo che si intende perseguire
attraverso l’azione professionale; risultato tecnico dell’intervento, che qualifica le
condizioni che lo psicologo si attende si realizzino affinché l’obiettivo sia raggiunto;
- outcome: riguarda le conseguenza prodotte dall’output una volta che quest’ultimo è
inscritto entro il contesto più generale del cliente, è il valore che l’obiettivo genera per
il cliente, lo stesso obiettivo può servire a diversi outcome, che dipende dal progetto
del cliente; la definizione dell’outcome implica lo sviluppo della committenza;
- idea di servizio: rapporto che il consulente individua tra gli elementi in precedenza
richiamati, un intervento si configura in primo luogo come idea di servizio, quindi
come individuazione di un nesso tra la finalità che anima il cliente, il risultato che il
consulente ritiene possibile perseguire, l’output che sostanzia il risultato, l’outcome al
servizio del quale l’obiettivo si pone;

Il concetto di format
E’ una struttura semantica che fa da scenario all’azione professionale e che definisce a) le
posizioni e i modelli di ruolo; b) il quadro spazio-temporale; c) le forme organizzative dello
scambio; d) la finalizzazione dello scambio, dunque il senso che la qualifica. E’ lo scenario
socio-simbolico entro cui e per il mezzo del quale si dispiega la dinamica socio-organizzativa
dell’intervento (x approfondire: pag 241, 242, 243).

La costruzione dell’azione professionale


Distinzione metodologica tra
- attività= complesso di ciò che l’attore fa per realizzare il servizio;
- condotta= unità di analisi molecolare di descrizione della prassi professionale, che la
disaggrega nei termini dei singoli comportamenti attraverso i quali l’azione
professionale si compie;
- operazione= unità di analisi intermedia, si caratterizza in funzione di un qualche esito
significativo sul piano professionale, ottenuto attraverso un insieme connesso di
condotte.
L’attività può essere disaggregata nelle operazioni di cui si compone; ciascuna operazione
può essere scomposta nelle condotte che la implementano. L’articolazione dell’intervento in
termini di operazioni permette di: parametrare e rendere ostensibile il contenuto professionale
dell’intervento, monitorare il processo nelle sue componenti, rendere visibile e comprensibile
la logica di ciò che si intende fare. L’ancoraggio alle operazioni non implica rinunciare agli
altri due livelli. E’ utile disaggregare le operazioni nelle condotte quando l’operazione è
troppo complessa.

Il fondamento concettuale e metodologico delle attività/operazioni


Bisogna integrare la descrizione delle operazioni precisando i criteri teorici e metodologici. I
criteri teorici sono le categorie concettuali di riferimento, proprie teorie di riferimento, quelli
metodologici riguardano principi che permettono di definire una data modalità di
articolazione delle operazioni come punto di equilibrio ottimale tra risorse disponibili
nell’intervento e risultati perseguiti, quindi in che termini e con quali caratteristiche si attende
il risultato atteso, le ragioni per cui ritiene utile impostare il lavoro in quel modo, i parametri
spazio-temporali, ecc…

L’intervento come organizzazione


Vanno individuati, precisati e giustificati: tempi, fasi, luoghi e risorse; funzioni e specifiche
responsabilità assunte dal consulente; funzioni a carico del sistema del cliente e dei suoi
attori; modalità di implicazione degli attori; principali procedure organizzanti il rapporto
consulente-sistema cliente; modalità di resocontazione, monitoraggio, rendicontazione
dell’andamento dell’intervento; modalità della verifica; dispositivi di
correzione/miglioramento/sviluppo da attivare dinanzi a possibili eventi critici che dovessero
occorrere; modalità di acquisizione dei risultati e del loro uso successivo; forme di gestione
da parte del cliente del processo di utilizzazione dei risultati a valle dell’intervento.

La verifica dell’intervento
E’ un aspetto strategico, costituisce il momento di valorizzazione della funzione
professionale, dunque il vettore dello sviluppo della committenza nei confronti del sistema
professionale, così come del singolo consulente. Il discorso sula verifica implica affrontare
una serie di aspetti tra loro connessi: le funzioni, le dimensioni, gli oggetti e i tempi di tale
operazione.
Le funzioni della verifica:
Distinzione di quattro differenti logiche:
- verifica (in senso stretto) -> analisi degli esiti raggiunti dall’intervento in ragione delle
ipotesi di esito atteso che l’intervento ha assunto a monte della propria realizzazione;
- valutazione -> connessa con la valenza di servizio dell’intervento, è legata e si
realizza in rapporto al cliente. Con la valutazione il cliente esprime un giudizio circa
l’utilità/appropriatezza e il senso che l’intervento ha per il fruitore; VERIFICA E
VALUTAZIONE sono solo parzialmente connesse tra loro. La valutazione è un
giudizio di tipo organizzativo-strategico, mentre la verifica è un’analisi di tipo
tecnico;
- riesame -> funzione in un certo senso intermedia tra verifica e valutazione. Lo scopo è
rivedere, alla luce ed attraverso i risultati raggiunti, l’impianto metodologico
dell’intervento, nei suoi aspetti tecnici, metodologici e strategici;
- validazione -> il suo scopo è fondare e legittimare sul piano scientifico la teoria di
riferimento. Assume l’intervento e il suo esito come mezzi per lo sviluppo teorico-
metodologico del corpus scientifico. Un esito positivo della validazione funzionerà da
prova a supporto del modello teorico.

Le dimensioni della verifica


Le analisi del processo e dell’erogazione possono ulteriormente essere articolate in due
sottodimensioni:
- i volumi e i contenuti operativi delle attività;
- i modelli organizzativi e metodologici caratterizzanti lo sviluppo dell’organizzazione
del lavoro.

Gli oggetti, i soggetti ed i tempi della verifica


Dal punto di vista temporale, è utile distinguere i risultati attesi come esito immediato
dell’intervento e gli esiti di medio periodo. Il primo caso è quello degli interventi che si
orientano verso un determinato output, il secondo caso si ha quando si vuole acquisire un
riscontro circa la stabilità nel tempo di un determinato esito atteso. La questione del CHI
della verifica si pone nei termini della individuazione dei punti di vista che producono e/o
interpretano i dati. Lo stesso committente può utilizzare diversi punti di vista; lo stesso punto
di vista può essere utilizzato da diversi committenti.
Resocontazione
Sistema criteriato di rappresentazione dell’azione professionale. Si qualifica in modi diversi
in ragione degli scopi per cui viene posta in essere. Gli elementi che si propongono come
rilevanti sono: l’attore agente, il soggetto resocontante, il sistema cliente, il problema, il
servizio, il destinatario del resoconto, il sistema professionale e culturale. Distinzione
introdotta tra attore agente e soggetto resocontante. Possono essere la stessa persona. Attore
agente: il resoconto implica come oggetto un’azione intenzionale, ovverosia l’attività di un
soggetto caratterizzato da intenzionalità e da facoltà decisionale. L’attore, in quanto agente, è
una funzione organizzante interna al testo del resoconto. Il soggetto resocontante è l’artefice
dell’atto della resocontazione. E’ in una posizione meta rispetto all’attore agente. Si può
affermare che esso costituisce la funzione interpretante dell’attore agente: il soggetto, cioè,
che definisce il significato dell’azione resocontata. Il sistema cliente è un’ulteriore funzione
organizzante del testo del resoconto. Con questa espressione si fa rientrare in un’unica
categoria l’insieme articolato di soggetti che sostanziano il processo di fruizione
dell’intervento. Con problema si fa riferimento all’articolazione tra fenomeno e processo
assunto ad oggetto dell’azione professionale. Servizio= interconnessione tra obiettivo, output
e outcome. Resocontare significa rendere chiara la logica che organizza il modo con cui
l’azione professionale, nella ed attraverso l’interazione con il sistema cliente, affronta un
determinato problema in ragione dell’erogazione di un determinato servizio. Si propone di
distinguere il destinatario del resoconto dal sistema professionale e culturale. Il destinatario è
il modello di lettore che interviene in modo duplice nella costruzione del testo.

La funzione del resoconto


Pluralità di funzioni:
- validazione: tipo di resoconto pensato per sostenere una determinata
concettualizzazione, per argomentare un determinato modello interpretativo;
- esemplificativa: il resoconto non intende dimostrare nulla, ma semplicemente
esplicitare e circostanziare il significato di una determinata affermazione teorica
attraverso il riferimento al dato clinico;
- rendicontazione: il professionista descrive ciò che ha fatto, dando conto delle ragioni
alla base delle proprie scelte;
- esercizio di riflessione e governo sulla dinamica dell’intervento: si proporrà di
rappresentare l’azione dello psicologo in ragione della sua interconnessione con le
diverse dimensione dell’intervento.
Due principi metodologici:
- il resoconto piuttosto che una descrizione della dinamica dell’intervento, riflette a vari
livelli il punto di vista del resocontante;
- tale punto di vista è a sua volta il riflesso della dinamica socio-simbolica che
caratterizza l’intervento.
Ne concludiamo che l’analisi delle modalità caratterizzanti il resoconto costituisce una
efficace via d’accesso alla comprensione delle dinamiche dell’intervento, per come riflesse
nel modo del consulente di posizionarsi al suo interno, dunque per come espresse nel suo
modo di raccontarlo. Significa in altri termini concepire il resoconto come una fonte di
conoscenza sull’intervento non solo e non tanto per cosa esso dice, ma per come lo dice.

Alcuni criteri generali della resocontazione


E’ l’operazione l’ancoraggio della resocontazione, in quanto unità di analisi minima
significativa dell’azione professionale. Può essere opportuno organizzare il resoconto in
termini reticolari o gerarchici, piuttosto che lineari. Maggiore è l’articolazione
dell’intervento, maggiore la possibilità che una determinata operazione contenga al proprio
interno altre operazioni. Può tornare utile concepire anche il resoconto in chiave reticolare,
come una rete di resoconti. Il che implica una costruzione logica del testo a più livelli: i livelli
connessi all’analisi delle diverse operazioni; un livello generale connesso all’analisi del
processo complessivo in cui consiste la dinamica di intervento in quanto processo unitario. E’
in genere utile che il resoconto rifletta in qualche modo il carattere transizionale
dell’intervento: il suo costituirsi come scambio dialettico tra azione professionale e sistema
cliente.
CAPITOLO 11
Implicazioni del cliente
L’implicazione degli attori entro l’intervento rappresenta un aspetto strategico. Da esso
dipende una parte consistente della possibilità di successo dell’azione professionale. Il
termine implicazione è sufficientemente aperto e polisemico da permettere di raccogliere
diversi livelli su cui si gioca la costruzione del rapporto di consulenza. Implicare il fruitore
significa sollecitare il suo investimento sull’intervento, motivarlo. L’investimento del fruitore
rimanda alla possibilità di definire obiettivi condivisi. A questo livello implicare il cliente
significa condividere con lei/lui il senso dell’intervento: configurare gli obiettivi e le regole
del gioco della consulenza in modo tale che essa rappresenti non solo per il consulente, ma
anche per il cliente un valore per il quale valga la pena spendersi. Nella logica integrativa del
servizio, il cliente è un fattore di produzione dell’intervento¸ in un doppio senso: da un lato,
perché il valore del servizio dipende da come esso riesce a farsi utilizzare dal cliente;
dall’altro in quanto la produzione stessa del risultato tecnico non è scindibile, anzi dipende
dalla partecipazione del cliente. I clienti partecipano all’intervento attraverso e nei termini
della mediazione del significato attribuito all’intervento stesso, alle problematiche che lo
motivano e al contesto entro cui si inserisce. Implicare il cliente significa non circoscrivere la
negoziazione dell’obiettivo e delle regole del gioco alla dimensione funzionale di tali
momenti, ma estenderla anche alle interpretazioni, al senso che tali ancoraggi acquistano
entro la cultura professionale del sistema cliente. Le persone pensano in funzione di un punto
di vista, sostanziato da un repertorio idiosincratico di modelli/categorie. Non solo i contenuti,
ma anche le modalità del pensiero variano in funzione dei punti di vista. I punti di vista sono
espressione del posizionamento discorsivo del soggetto stesso entro un determinato sistema
di attività. Il che in altri termini significa che le persone pensano in ragione di come
s’inscrivono, della posizione che assumono, entro gli ambiti sociorganizzativi di cui sono
parte. Il modo di posizionarsi degli utenti entro l’intervento va a definire il loro punto di vista,
dunque il modo con cui essi andranno a configurare la propria partecipazione cognitiva ed
organizzativa alle varie fasi della consulenza. Importante la pianificazione già in fase di
progettazione di dispositivi d’implicazione del cliente e l’investimento da parte dello
psicologo su una funzione di governo di tale implicazione nel corso dell’intervento.

Il set
Le operazioni che si possono rendere necessarie in un intervento sono molteplici. Diventa
importante avere un repertorio di criteri utili a predisporre i set adeguati in ragione delle
diverse tipologie di esigenze funzionali che lo psicologo incontra nel corso della consulenza.
In questa sede con set si intende l’insieme delle regole del gioco che definiscono
l’organizzazione dell’intervento e il suo governo; in definitiva il chi, il dove, il come, il
quando ed il perché dell’intervento.

Il set come vettore dell’intervento


Il set non è soltanto il contenitore dell’intervento, ma anche il suo vettore fondamentale, la
modalità attraverso la quale esso si esercita. In primo luogo in quanto la forma del set e il
modo di costruirla sono fattori che orientano il tipo di posizionamento degli attori entro
l’intervento. In secondo luogo, la forma del set è un vincolo al tipo di operazioni di analisi e
di elaborazione possibili. Ogni set di fatto traccia una direzione all’intervento, poiché limita
lo spazio di possibilità evolutiva della relazione consulenziale. Ogni forma socio-
organizzativa consente certi modi di pensare ma ne impedisce altri. In terzo luogo va
osservato che la forma del set è già d per sé una modalità di comunicazione, che veicola
performativamente un senso; in alcune circostanze, costruire il set in un determinato modo è
la modalità di comunicazione più efficace a disposizione del consulente. In quarto luogo, è
opportuno richiamare un ulteriore principio già discusso a proposito dello sviluppo della
committenza e dell’implicazione dell’utenza: la negoziazione del set è di per sé un intervento,
in quanto implica un’attività di analisi e di elaborazione di significati il cui esercizio in ultima
istanza è lo scopo dell’intervento psicologico. Si può porre una regola generale di questo
tenore: la qualità del rapporto simbolico e funzionale tra consulente e set è collegata
circolarmente alla qualità del rapporto tra set e cliente. Il che in altri termini significa che più
il consulente investe sul set, sulla sua sensatezza, funzionalità, governo e sviluppo, tanto più
il set si proporrà come un oggetto mentale di ancoraggio per il sistema cliente. Il
deterioramento dell’intervento si ha quando le operazioni messe in campo dallo psicologo si
realizzano malgrado il set, o comunque al di fuori di esso. Lo psicologo infatti si ritrova
indebolito nella propria capacità di efficacia in quanto viene ad essere deteriorato il
significato funzionale del set quale cornice di senso e condizione di rapporto con il cliente.

Modelli di set
Tre fondamentali modelli/funzioni del set:
- sospensione dell’azione
- negoziazione
- applicazione
Con Carli si considera il set di sospensione dell’azione quel dispositivo di lavoro volto ad
interrompere l’agito istituito dei modelli di significato, al fine di sottoporli ad analisi. Il set di
sospensione dell’azione è quello più di altri connesso alla funzione psicodinamica dell’analisi
e del pensare emozioni. La premessa di questo tipo di set è l’ipotesi metodologica secondo la
quale la riflessione sui modelli categoriali permette il loro sviluppo, che si traduce in un
potenziamento delle possibilità discorsive a disposizione degli attori, dunque della loro
capacità di perseguire il proprio progetto. Il set di negoziazione è una configurazione di
lavoro pensata per permettere ai modelli categoriali di essere dispiegati a partire dal
riconoscimento della pluralità dei punti di vista in campo. Questa configurazione genera la
possibilità di processi socio-cognitivi di tipo conflittuale che, da un lato, favoriscono
l’emergenza di nuove configurazioni di significato, dall’altro, l’apertura e l’accomodamento
delle matrici categoriali di cui sono portatori gli attori. Il set applicativo è un ambito di lavoro
che si fonda sui modelli consolidati. A differenza del set negoziale però, presuppone la
salienza di uno spazio di consensualità, dunque una condizione di uniformità dei punti di
vista in gioco. Questo assetto entra in gioco tutte le volte che si tratta di utilizzare i modelli
categoriali attivi entro lo spazio dialogico di consulenza in quanto premessa funzionale dello
scambio comunicativo. Le configurazioni ora richiamae vanno considerate modalità di
funzionamento della relazione di consulenza e possono alternarsi durante il processo di
intervento.

Dinamica di committenza
Abbiamo evidenziato il carattere bidimensionale dell’intervento. Le condizioni organizzative
che fondano e mediano la relazione consulenziale tendono a variare ed al contempo esercitare
un ruolo attivo entro l’intervento. Da qui la necessità di integrare l’azione professionale con
una funzione volta a governare la dimensione organizzativa dell’intervento. Un ruolo chiave
entro la dimensione organizzativa è giocato dalla committenza: dipende dalla committenza il
valore investito sull’intervento e il valore dato ai risultati. L’intervento implica tre processi:
relazione tra cliente e consulente, relazione tra organizzazione e consulente, rapporto tra
cliente e la sua organizzazione. Prendiamo in considerazione il nesso organizzazione-
consulente. In questo caso la committenza può essere intesa come la funzione di traduzione
dell’organizzazione, che riformula le finalità di sviluppo della struttura in un linguaggio
fondante il rapporto con la consulenza. La committenza rappresenta da questo punto di vista
il mediatore tra due universi culturali: la cultura della struttura di cui è espressione e la
cultura del sistema professionale. La decisione di chiamare in gioco il consulente implica una
funzione di traduzione, capace di definire una sorta di linguaggio d’interfaccia tra
l’esperienza (cultura) di chi sperimenta la criticità ed il sistema professionale.
Per quanto riguarda il nesso organizzazione-cliente, la mediazione della committenza ha
implicazioni di ordine strategico in quanto è tale mediazione che qualifica il senso che
l’intervento ha per i clienti, ovvero il significato che gli attori danno alla partecipazione
all’intervento.
Per quanto riguarda invece il nesso consulente-cliente, è utile riconoscere come la
committenza eserciti una funzione di mediazione tanto indiretta quanto diretta. La
committenza agisce indirettamente, in quanto la dinamica di rapporto tra committenza e
partecipanti all’intervento tende ad essere replicata transferalmente entro il rapporto con il
consulente. La committenza interviene, tuttavia, anche direttamente entro la relazione tra
consulente e cliente attraverso l’immagine che essa veicola circa il significato dell’intervento
e del ruolo in esso giocato tanto dal consulente che dal cliente. Tale forma di committenza
influenzerà pesantemente il lavoro di consulenza, condizionando il posizionamento dei
clienti. Una committenza adempitiva sarà evidentemente meno disponibile a trattare gli
eventi critici che occorrono entro l’intervento in termini esplorativi, come fonte di
informazione, tenderà piuttosto a considerarli come errori. È ovvio che maggiore sia
l’investimento della committenza, maggiori saranno le risorse organizzative che verranno
messe a disposizione del consulente. La committenza è un fattore strategico dell’intervento. Il
suo sviluppo in termini di competenza è allo stesso tempo obiettivo, condizione e metodo
dell’azione psicologica. La funzione dello sviluppo della committenza non si esaurisce nella
fase iniziale, istituente, dell’intervento. La committenza, infatti, non è una proprietà statica
degli attori che la veicolano: è un sistema di significato ad alta valenza pragmatica che evolve
lungo l’intervento, in parte seguendo una propria dinamica interna, in parte come
conseguenza dell’intervento stesso. È opportuno quindi prevedere già in fase di progettazione
dell’intervento dei momenti di monitoraggio della committenza. Questo dispositivo ha infatti
duplice utilità: da un lato, implica sollecitare l’assunzione competente della funzione di
committenza entro l’intervento; dall’altro attribuire e rendere evidente come l’intervento non
si riduca alla sola dimensione operativa ma implichi anche la dimensione di governo del
processo.

La regola dell’elastico
L’intervento è una dinamica sociale conflittuale. Essa mette in campo due diversi universi
simbolici per definizione differenziati, dunque destinati ad entrare in rapporto dialettico nel
momento in cui convergono a dare significato al contesto consulenziale ed alla prassi che in
esso si sviluppano. Lo psicologo non può limitarsi né ad assumere il punto di vista del
sistema cliente, né a richiedere al sistema cliente di accettare il proprio linguaggio. La
funzione psicologica non possiede il fondamento di legittimazione valoriale e istituzionale
che caratterizza altre professioni, soprattutto, la funzione psicologica non può limitarsi ad
utilizzare i modelli simbolici del cliente, in quanto il suo prodotto in ultima istanza è di
contribuire a svilupparli. Lo psicologo non può operare con il cliente, né malgrado il cliente.
Per uscire da questa antinomia, lo psicologo costruisce spazi dialogici di tipo dialettico:
ambiti simbolici ed organizzativi, costruiti consensualmente, dunque con il concorso dei
punti di vista in gioco, al contempo non identificabili con nessuno di essi. Questo spazio con
Paniccia lo definiamo di estraneità, ovvero uno spazio simbolico dove coesistono
dialetticamente identità deassolutizzante e diversità denemicalizzate. Sul piano operativo si
definisce la regola dell’elastico. In breve, si tratta per lo psicologo di collocare la propria
proposta al limite del punto di vista dell’interlocutore, comunque al di qua del suo punto di
rottura. Accettare ed utilizzare la valenza conflittuale dell’interlocuzione di consulenza,
tuttavia mantenendosi all’interno della capacità del cliente di sostenere/trattare il conflitto.
Tendere l’elastico al massimo fino al punto oltre il quale si romperebbe. In questo modo lo
psicologo si colloca al limite del punto di vista del cliente per sollecitare le risorse semiotiche
marginali del sistema cliente; in altri termini, stressa il sistema senza intensificare a tal punto
il conflitto semiotico da rendere non utilizzabili le risorse emarginali stesse.
Come si fa ad individuare il punto di equilibrio?
Ci sono alcuni criteri: in primo luogo, è utile comprendere il sistema di significato che
sostanzia il punto di vista del cliente, in modo da riconoscere le potenzialità di sviluppo e
limiti. In secondo luogo, è utile chiedersi sistematicamente quali siano gli assunti che l’altro
deve far propri per entrare in rapporto con il nostro punto di vista e con quanto esso implica
in termini di premesse da assumere. In terzo luogo, torna utile pensare alla ricerca di un punto
di equilibrio come ad un’operazione per prove ed errori, che va avanti per tentativi, esercitati
in un ambito ristretto. Lindbloom propone una procedura per fasi successive che descrive il
processo di scelta come risultato di confronti ricorsivi su aree limitate del processo. Ciò
implica riconoscere che l’accordo si basa sul calcolo delle alternative tra un sistema ridotto e
semplificato di scelte e l’accordo investe i mezzi ma anche gli obiettivi. In terzo luogo, è
importante per lo psicologo prestare attenzione ai segnali deboli che il cliente produce entro
l’intervento. Il punto non è evitare rotture, ma esplorare le potenzialità del sistema culturale
del cliente.
CAPITOLO 12: MODALITà OPERATIVE DELL’INTERVENTO
L’intervento psicologico si focalizza sui processi di significazione. Bisogna differenziare, tra
gli strumenti usati dallo psicologo, le operazioni che si rivolgono alle strutture simboliche da
quelli che si interessano ai contenuti simbolici. In questo secondo caso, quello che conta sono
i contenuti dei discorsi e dei pensieri: le affermazioni, gli atteggiamenti, le prese di posizione,
i valori e le decisioni assunte, ecc. La seconda distinzione riguarda l’obiettivo dell’intervento;
da questo punto di vista possiamo distinguere, da un lato, le operazioni psicologiche volte a
promuovere lo sviluppo/revisione degli assetti culturali dati, dall’altro le operazioni volte a
consolidare/potenziare la riproduzione degli assetti culturali dati.

Precisazione
La precisazione è volta ad approfondire e/o circostanziare il significato di una determinata
produzione simbolica del punto di vista di chi lo ha proposto (operazione di potenziamento
che opera sul significato). La precisazione è un’operazione prettamente semantica, che si
concentra sul contenuto del discorso. Le persone attribuiscono coerenza e chiarezza alle
proprie affermazioni per il fatto stesso di concepirle come espressione del proprio pensiero.
Una richiesta di precisazione equivale a chiedere alla persona di non affidarsi unicamente alla
percezione soggettiva di coerenza, ma di farsi carico di argomentare le proprie affermazioni
entro il contesto comunicativo condiviso. Le modalità per operare una precisazione sono
svariate, alcune indirette.

Trasmissione
È l’operazione per mezzo della quale lo psicologo sollecita l’assimilazione da parte del
cliente di un contenuto rappresentazionale (operazione di potenziamento che opera sul
significato). Presuppone la compatibilità culturale tra i contenuti proposti e il contesto
culturale/categoriale che li assume. La trasmissione in genere mette in gioco informazioni e
contenuti di conoscenza a valenza normativa, la fonte di legittimità dei significati trasmessi è
l’autorità scientifico-professionale del consulente. La trasmissione quindi si regge sulla
competenza riconosciuta del tecnico che impone come prescrittivi i propri prodotti.

Attivazione
È l’operazione volta a riorganizzare il sistema di conoscenza del cliente attraverso la proposta
di contenuti rappresentazionali in grado di riorganizzare cognitivamente il punto di vista di
quest’ultimo. Si distingue dalla trasmissione perché non si propone di riorganizzare il punto
di vista del cliente. Mira invece alla messa in movimento del sistema di conoscenze: a
rendere saliente qualcosa che è già presente. Una forma di attivazione è la pertinentizzazione
e la periferizzazione o la sollecitazione (è un’operazione di revisione/sviluppo che opera sui
contenuti).

Dialettizzazione
È l’operazione volta a relativizzare/sottoporre al vaglio critico alcuni contenuti proposti dal
cliente. È una modalità conflittuale che va usata con cautela (è un’operazione di
revisione/sviluppo che opera sui contenuti). La dialettizzazione è una funzione irrinunciabile
dell’intervento perché aiuta a fondare su basi di progetto l’investimento della consulenza,
l’alternativa è una committenza fondata su dimensioni collusive. Vincola il proprio operato
all’uso della funzionalità, coerenza, non adesione e riferimento contingente.

Esplicitazione
Operazione di potenziamento che opera sulle strutture. L’evidenziazione dell’implicito è
l’operazione volta a rintracciare la base di conoscenza condivisa che fonda la
comprensione/scambio discorsivo.

Strutturazione
Operazione di revisione/sviluppo che opera sulle strutture. La strutturazione è quella modalità
operativa che mira a definire condizioni ambientali utili a favorire determinati posizionamenti
discorsivi degli attori, determinate versioni della mente. L’azione interpretativa può essere
intesa come una forma di strutturazione.

Interpretazione
Operazione di revisione/sviluppo che opera sulle strutture.