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MAURO BARBETTI

20 E OLTRE
Silloge

Premio Speciale del Circolo Letterario Anastasiano

nell’ambito del Premio Artistico Letterario “Scriptura” ediz. 2021

Collana
I Quaderni del Circolo Letterario Anastasiano
n. 55
a cura di Giuseppe Vetromile

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Introduzione

La poesia, come l’arte in genere, è una sorta di malattia, naturalmente benigna, che può
prenderti a fasi alterne; può rimanere “in silenzio”, latente, per un periodo di tempo
indeterminato, durante il quale si è impegnati in altre attività, diciamo prioritarie, come il
lavoro, la famiglia, necessità di vita contingenti e altre situazioni che rendono il pensiero
creativo meno urgente e impellente. Poi magari basta una scintilla, un episodio, una diversa
collocazione esistenziale, a volte persino un flash, una rapida riflessione o una frase che
emerge come per incanto nella mente, per far rifiorire il flusso creativo, rendendolo ancor
più veemente e inarrestabile. L’attività creativa è insita in noi, e cerca il suo spazio e il suo
tempo, sempre. C’è chi ha la sfortuna (o fortuna?...) di non accorgersene mai, perché la
sua vita è tutto un duro impegno razionale e pragmatico, ci sono altri che accolgono,
parzialmente e temporaneamente, questo segreto talento, ci sono altri ancora che, alla fine,
si “arrendono” alla loro innata inclinazione artistica e non possono più farne a meno. È il
caso, questo, di Mauro Barbetti, poeta sicuramente fin dalla sua prima gioventù, ma che
ha dovuto “subire” poi, come dice egli stesso, il reflusso di una vita tutta dedita alla famiglia
e al lavoro, che poco o nessuno spazio gli hanno concesso all’attività creativa. Ma non c’è
niente da fare: l’impellenza del dire poetico, la progettualità creativa in anime sensibili
come quelle del Barbetti, cova sotto la cenere di una vitalità artistica mai spenta del tutto,
e si manifesta nel momento opportuno. Mauro Barbetti ne è consapevole, e con una
tenacia ammirevole, nonostante l’amarezza di una constatazione scoraggiante (nessuno se ne
è accorto, nessuno ha avvertito la mia mancanza…), porta avanti il suo progetto poetico
traendone risultati lusinghieri, apprezzamenti, segnalazioni e vittorie in vari concorsi
letterari nazionali.
Ed è giusta cosa: indubbiamente la poesia di Mauro Barbetti ha una sua connotazione
particolare, si eleva al di sopra della media per quanto concerne la bontà, lo stile, e la
potenzialità del suo dire poetico; fare poesia, infatti, non è soltanto un dedicarsi ai propri
scritti, bensì è anche un lavorare per gli altri, come collaboratore di riviste letterarie, come
traduttore e redattore.
La sua maturazione poetica si evince, tra l’altro, dalla sua capacità di organizzare sillogi che
abbiano un alto grado di omogeneità e un discorso abbastanza completo e organico da
offrire, come è giusto che sia; in particolare la presente silloge, che è risultata tra le prime
in classifica nel concorso, e alla quale molto volentieri dedichiamo il nostro premio
speciale.
20 e oltre, titolo originalissimo e sicuramente emblematico, vuole essere in definitiva un
percorso non soltanto cronologico e consequenziale di buona parte dell’esperienza
esistenziale dell’autore, ma anche affettivo e psicologico di fasi alterne e persino
contrastanti, di una quotidianità che va proiettandosi oltre i confini del domani.
In quattro sezioni, che definirei più appropriatamente “atti” (“20 e oltre”, “Qualcosa ne resta
dopo 30”, “Poi pian piano decade”, “Predisposizioni per il finale di partita”), Mauro Barbetti
costruisce, anzi ri-costruisce, la sua esistenza, attraverso una lunga e complessa metafora
del comportamento umano lungo le fasi cronologiche della vita, a partire dalla acquisita
maturità giovanile, fino alla quasi rassegnazione o piuttosto consapevolezza di un
approssimarsi di quella età in cui bisogna fare i “conti” con il proprio vissuto, il bilancio
delle esperienze maturate, i ricordi, i sogni, i progetti, i sentimenti, le relazioni e tutto
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quanto abbia contribuito all’arricchimento del tempo fin qui trascorso: “Un riflesso vacuo di
me / si muoverà ancora per poco / vicino alla tua strada / senza più incontrarla / né più perforerai il
diaframma / a offrirmi spalla o fuoco. / A te sia ancora una bella giornata” (“Testamento”).
Il suo è dunque, prevalentemente, un discorso riflessivo, aderente alle fasi cronologiche in
cui si sviluppa man mano, e sovente rivolto ad un’immaginaria compagna con la quale
condivide il sentimento d’amore: amore che si snoda evidente in tutta la raccolta e che il
Barbetti misura e connota a seconda dell’età: quasi innocente nella prima parte (“Chiamo
respiri appena /sotto le coperte”), poi erotico e avvolgente (“…mentre suda la carne suda / quando
giro rigiro ti mordo / e lentamente sospiri sospiro, / fino a un piacere cieco e sordo”), e ancora nella
terza parte, più misurato, più controllato: “Un braccio che si sposta / Un piede freddo al tatto /
La spalla ora scoperta.”, per terminare nell’ultima fase, con un sentimento delicato e
affettuoso: “Dormi che posso / ancora / indovinarti a sera / dietro il profilo del lenzuolo”.
20 e oltre si presenta dunque come una silloge intuita e progettata con grande competenza
poetica, volendo l’autore raccogliere in versi il suo pensiero su un argomento così ricco,
articolato e complesso, come lo è ogni percorso cronologico dell’uomo, nel suo progredire
lungo gli anni, con le sue esperienze emotive ed affettive, con i suoi impulsi, visioni,
prospettive, sogni e ogni altro significativo aspetto della sua quotidianità che va
procedendo nel tempo. La poesia, come certamente in questa poetica del Barbetti, riesce
a sintetizzare anche in poche decine di versi, in una silloge completa e omogenea, la
meravigliosa storia di un uomo e il suo protagonismo nella vita di tutti i giorni.

Giuseppe Vetromile

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20 E OLTRE

Solo l’amare, solo il conoscere


conta, non l’aver amato,
non l’aver conosciuto. Dà angoscia
il vivere di un consumato
amore. L’anima non cresce più
P. P. Pasolini

Ciò che fu a vent’anni

Geografia lunare dopo mezzanotte ai vetri


e un silenzio centrifugo che s’allarga
tra assenze e giustificazioni di rimando
non chiarirà se non questo procedere
metro dopo metro e nessun dio
nel raggio di molti e molti chilometri

Andare tornare definire


azioni pause d’azioni riprese
con la carne che suda non fermarti

Poi

Chiamo respiri appena


sotto le coperte
sei forma ipotesi incerta
se mi avvicino ti sento
spezzarmi il silenzio
darmi identità

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II

(prima stanza)

Avvicinàti
i bisogni del mio corpo avvinghiati come tralci di viti
i bisogni del tuo corpo segni non del tutto capiti
io un affacciarmi stupito tra specchi e cavità
tu pozzo con luna e superfici tremanti
Fasi di notte piena guizzi movimenti c’era la tua voce
l’area del tuo corpo moltiplicata alla mia
e uno scialle bianco sopra la pelle bruna

(seconda stanza)

Stasera sono strisciato


tra terra e acqua sulle banchine al porto
solo per un odore di acqua marcia e lontananza
avrei voluto dirti che c’è ancora molto
da definire da costruire
ma tu mi guardavi da oltremare
fissavi le scarpe da tennis
squittire tra la sporcizia
Non parlavi
Non ascoltavi
Respiravi appena

(terza stanza) aperta

Orizzonte da sempre
fermo a guardare
sequenze di moti armonici

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III

…aprirono porte
illuminarono stanze
visitarono pagine
furono anarchia
corsero nell’ironia
e nel “De profundis”

…tornando
Tu non so
Io sorridendo
ho aspettato
l’alba

…non si replica
Così dicono i libri
l’orologio il metro
l’acqua che scende dal vetro
e dietro una tua fotografia
la minuta grafia di nebbie sottili
che avvolgono passati prossimi
passati remoti e trapassati
come fili

…ma ti ho voluto bene


Strano Succede

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QUALCOSA NE RESTA DOPO TRENTA

Solo un attimo

Ti avvolgo
scivolo su di te sotto
mentre zitto mi sciolgo
in teorie senza contenuti
occhi prima al soffitto
poi perduti dentro i tuoi
e tu bruna Maya desnuda
ciclo delle maree e schiuma
mentre suda la carne suda
quando giro rigiro ti mordo
e lentamente sospiri sospiro
fino a un piacere cieco e sordo
ove l’urlo ferino che reco
sa già di separazione
declino e fine.
Presto
ti addormenterai di spalle
in una tua lontana dimensione
da cui io resto clandestino
respinto ormai oltre confine.

Percorsi

Sei qui
trasportata nei dintorni
delle sere a sgocciolarsi
torni quale acqua alla terra
come ti ho affermata - pensavo -
dovrò ora imparare a negarti
da che ognuno tende al mondo
come a un’ombra incompleta
che si fa seta a sera
nel fondo d’una mano accattona.
Dell’incavo che resta
ne riparleremo poi
fuori dal coro
finita la festa.

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Rimasugli

Nella vita forma spuria


e in ciò che resta
della nostra storia
hai trovato scoria
e facile usura.
Così scuoti la testa e passi
getti sassi ti fai dura mi pesti
e mentre lontana vai mi resti
solo una prassi sempre più oscura.

Già ieri

Segretamente
indovinare l’ora
a finestre chiuse.
Non sfugge ai sensi vicari
la curva dei tuoi seni
in binari di giorni uguali
e alfabeti stranieri
o sguardi orientali.
Appoggio la mia testa
contro la tua
quasi a spiare
il ronzio dei tuoi pensieri.
Ed è già ieri.

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Comparse

A fine recita usciremo


attori non protagonisti
nella critica luce all'avvampo
percorrendo un'orbita ellittica
non visti da distratti spettatori
estranei al loro campo visivo.
Ci perderemo poi ripetendo
lenta l'ultima scansione
evitando un banale diversivo
o il trauma di un tardivo addio.
Solo per reciproca sottrazione
(non più tu – non più io).

Matematica di un amore

Sarà mia cura includerti


in uno schema percettivo
trattenerti come figura
dentro la tua struttura.

Sei definita
in un mio spazio
da dimensioni e rapporti certi
da relazioni
con ciò che ho conosciuto
o mi è ancora ignoto.

Susciti già
perimetri di memoria
e aree sensibili
ad ampliarsi in infiniti.

Ma ciò che ha diretto


su di me
la polarità del tuo sguardo
non so ancora calcolarlo.

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Prima di Itaca

Com’erano belli
i tuoi occhi
verso l’oceano Atlantico
e il tuo sorriso lontano
come un luogo di nascita
o un richiamo semantico.
C’era l’urlo
di approdare e poi riperdersi
c’erano conchiglie a dondolare
sulla battigia in madreperla.
Ma non verrai stanotte
a trovarmi dentro la pelle
peraltro il cellulare
è senza credito
senza gemito le stelle.
Fatti minimi di vita
come d'un uomo
che passa rasoterra
con il suo dubbio cogito
e una rotta
al di qua di Gibilterra.

Farfalla

Per un respiro insieme ancora


con i vestiti a latere del letto
e viali che sfogliano
all’autunno piano.
M’appari
al candore della pelle
quale vibratile superficie
con quel po’ di porpora
a colorarmi le dita.

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Tender is the night

Tender is the night


tra luci e svincoli stradali
anime frali se poi diluvia
mentre scorrono fiumi
e gonfiano canali
passa Ermione a passo lieve
e il suo ombrello dischiude
allorché ammicca ancora
a una favola lieta
che non c’illude
già più.

Tregua

Stanotte dormirai
l'atmosfera non avrà peso
sarai lana di pioppo
adagiata nei viali a primavera
in sospeso ti tengo
un posto tra le magnolie
e le penombre del retro casa
per non trovarmi zoppo
e a mani sgombre
quando tornerai
tra l’erba appena rasa
che sfiora le caviglie.
Sia tregua
questo rifugio a fine giorno
a te con cui ancora indugio
mentre ogni luce attorno
si dilegua.

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POI PIAN PIANO DECADE

Leggi di sopravvivenza

Non so se basti
il bisogno di omeostasi
la carenza di calore a sera
e il breve riequilibrio
di corpi che ne segue
a giustificarci l’esistenza

Distanze

Non ho più l'abitudine


di disturbarti a sera
m'infilo in silenzio
sotto la coperta
ti intuisco ancora
- sia pur discosta -
per minimi punti
di contatto.

Un braccio che si sposta

Un piede freddo al tatto

La spalla ora scoperta.

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Racconto per novembre

Non ci sei quasi più.


Non sono più neppure
laggiù in fondo
il posto quello dietro spaiato
il giorno già spezzato a vetro
il prisma che fa buio
un occhio qua l’altro là
dentro il cubismo degli sguardi
uno nessuno non più d’un paio.
Un giorno eravamo in testa
a luce piena.
Resta la pena d’amarsi
lo stesso ancora appena
(E dov’è che guardi adesso?)

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PREDISPOSIZIONI PER IL FINALE DI PARTITA

Confronto privato

Ne convieni
ci si ritrova per minimi pensieri
qui dove è tardi per nuovi schemi
e il meridiano è già ieri

Eri e sei
a te mi annoda
la vena al braccio
che ti preme contro a sera
lo sfilaccio d'affetto
che lieve approda
sebbene ancora insieme
ai silenzi riservati
di paludi stigie

Vige tra noi


la stessa sintassi e struttura
le stesse pause
nei ritmi sonno-veglia
gli stessi passi
a rimbalzo di parete
non più i voli
non l'altura.
Solo eroica resistenza

Presenza è la sua
che compare a volte
in un confronto privato
ove non può toglierci
che uno scampolo di tempo oltre
srotolato a definirsi altrove
non ciò che è già realizzato
o che si porta a resoconto

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Affronto il lento compiersi
ma tu sappi
che lieto è stato
il cammino con te
a me
che ho lasciato un fagotto
nel portico di sotto
come a dirti
di non dimenticare

Ultima goccia

Quando cadrà l'ultima stilla


e sarò solo un otre vuoto
quando arido
da me non verserai più
neanche una goccia
sarà il giorno allora
degli inutili commiati
e non ne avrai riscontri
sarò l'ombra che incontri
e non conosci
né potrò saperti io
sperarti o sfiorarti più
le membra.
Potessi farlo
ti lascerei
un lieve tocco al tatto
a intenderci uniti
per tutto il tempo ancora.

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Maturità

Dormi che posso ancora


indovinarti a sera
dietro il profilo del lenzuolo
vessillando un domani
sopra questo mio suolo
a identificarti in filiera.
Vorrò sempre un ritorno
a questo giardino
e alla penombra serale
che nei tuoi occhi
trova ragione e guanciale.
E in questo continuo ostracismo
di nomi ricordi e giorni
deposti in fretta ai lati
confida che la morte
non possa mai toglierci
ciò che per noi siamo stati.

Testamento

Un riflesso vacuo di me
si muoverà ancora per poco
vicino alla tua strada
senza più incontrarla
né più perforerai il diaframma
a offrirmi spalla o fuoco.
A te sia ancora una bella giornata.

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Sono nato tra le colline marchigiane nel pieno del boom economico, in ritardo per vivere
il ’68, ma non per subirne fascinazioni, schegge impazzite e postumi.
Ritengo che in adolescenza la poesia e la musica (cantavo e scrivevo testi in qualche band)
mi abbiano salvato da situazioni difficili.
Poi l’inizio del cosiddetto “riflusso”, il matrimonio, i figli e il lavoro, mi hanno costretto a
mettere la testa a posto e tirar la carretta.
Sono tornato a scrivere dopo vent’anni circa (nel frattempo nessuno ha sentito la mia
mancanza, in verità) e ho avuto la fortuna di vincere vari premi sia di poesia che di narrativa
in giro per l’Italia.
Alcuni miei testi compaiono su Poetarum Silva, la Recherche.it, Poesiaultracontemporanea,
Argonline e Versante Ripido.
Ho all’attivo le raccolte in versi Primizie ed altro (La scuola di Pitagora ediz., 2011), Inventorio
per liberandi sensi (Limina Mentis ediz., 2013) e Versi laici (Arcipelago Itaca, 2017), con cui
mi sono classificato 3° al Premio Pratopoesia 2018.
Ho realizzato traduzioni di poeti di lingua inglese quali John Berryman e Keith Douglas.
Ho recentemente vinto il Premio Pagliarani, sez. inediti.
Quando ho qualcosa in testa lo scrivo sul magazine letterario di “Arcipelago Itaca”, di cui
sono redattore.

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Pubblicato da
© Circolo Letterario Anastasiano, 8 settembre 2021
Quaderno n. 52

Editing, grafica e impaginazione


Giuseppe Vetromile

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