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XIX Convegno Nazionale dei Dottorati di Ricerca in Filosofia

Istituto Banfi, Reggio Emilia 17 – 20 febbraio 2009


Marco Damonte
LA FILOSOFIA ANALITICA DELLA RELIGIONE:DALLA TEOLOGIA
NATURALE ALLE ISTANZE TEISTE DELLA METAFISICA

L’ambito di ricerca di cui mi occupo riguarda la filosofia analitica della religione.


Approfondire questa tematica ha comportato anzitutto chiarire quali siano le principali
correnti della filosofia analitica della religione1:
- il teismo tradizionale, caratterizzato dal recupero degli argomenti a favore del
teismo fatti passare al vaglio delle metodologie analitiche (es. Swinburne e Craig2);
- l’epistemologia riformata, che parte dalla filosofia del linguaggio e dalla teoria
della conoscenza, per proporre un modo originale di considerare la credenza
religiosa (es. Plantinga, Alston, Wolterstorff);
- il fideismo wittgensteiniano, ispirato all’interpretazione dagli accenti relativistici
e fideistici delle opere di Wittgenstein (es. Rhees, Malcolm e Phillips3);
- il tomismo analitico, basato su una lettura attualizzata dei testi di Tommaso
d’Aquino (McInerny, Kretzmann, Stump, Haldane, Kenny).
Tali correnti si sono interrogate circa il ruolo della filosofia della religione nei confronti
della religione stessa. Tale domanda è stata posta esplicitamente negli ultimi decenni e
si può considerare alla base della rinascita della teologia naturale nella filosofia
analitica. Di fatto il rapporto tra l’esperienza religiosa e la valutazione filosofica su di
essa si risolve in un interrogativo preliminare di tipo epistemico: quale ruolo riveste la
riflessione razionale sulle verità di fede? La filosofia della religione è condizione
necessaria e/o sufficiente per le credenze religiose?
Considero questa prospettiva la chiave di lettura privilegiata per lo studio della
filosofia analitica della religione; essa permette di chiarirne le origini, di farne emergere
le articolazioni interne, di indicarne le prospettive. La rilevanza dell’epistemologia della
religione è tematizzata dall’epistemologia riformata, che è partita dalla critica al
fondazionalismo moderno per proporre una teoria della conoscenza di stampo
affidabilista, ma con accenti di forte peculiarità che le permettono il recupero di
elementi wittgenstieniani (la nozione di “pratica doxastica” è l’esempio più evidente) e

1
) Cfr. Harries H. A. – Insole C. J., Faith and Philosophical Analysis. The Impact of Analytical
Philosophy on the Philosophy of Religion, Ashgate 2005; Lehtonen T. – Koistinen T., Perspectives in
Contemporary Philosophy of Religion, Luther-Agricola-Society, Helsinki 2000; Phillips D. Z. – Tessin
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– Città Nuova, Roma 2000 (ed. or. Dictionnaire critique de theologie, presses Universitaires de France,
Paris 1998) e Aa Vv, Enciclopedia filosofica, Bompiani 2006.
2
) Cfr. Swinburne R., Esiste un Dio?, CEDAM, Padova 2002; Id., The Coherence of Theism, Clarendon
Press, Oxford 1993; Id., The Existence of God, Clarendon Press, Oxford, 1979 e Craig W. L., Divine
Foreknowledge and Human Freedom. The Coherence of Theism, Brill, Leiden 1991.
3
) Cfr. Phillips D. Z., Faith after Foundationalism, Westview Press, Oxford 1995 e Id., Religion and
Friendly Fire, Ashgate 2004.

1
una lettura originale di Tommaso. Nelle opere dell’Aquinate viene identificato un
progetto di filosofia della religione non assimilabile a quello dell’apologetica moderna
(Locke) e pertanto fruibile ancor oggi. Le istanze realiste si ritrovano anche nel
tomismo wittgensteiniano. Quest’ultimo parte da istanze tipiche della filosofia della
mente, per approdare al tema conoscitivo e proporre un recupero di nozioni
antropologiche e metafisiche. In particolare, l’attacco di Wittgenstein contro il
linguaggio privato e l’internismo e la considerazione del linguaggio come uso,
sarebbero non solo compatibili con la concezione tomista di rappresentazione formale
che si basa sulla sua metafisica creazionista, ma addirittura la esigerebbero. La
posizione dell’epistemologia riformata può perciò essere utilmente comparata a quella
del tomismo wittgensteiniano, proprio a proposito del ruolo della filosofia della
religione e delle conseguenze che il nuovo paradigma per essa proposto implica a livello
antropologico e a livello metafisico.
Il progetto che propongo per la mia ricerca si compone di cinque parti: la prima
nasce dall’esigenza di contestualizzare il tema; la seconda e la terza comprendono
rispettivamente la presentazione e l’esame critico delle istanze proprie
dell’epistemologia riformata e del tomismo wittgensteiniano nei confronti
dell’epistemologia della religione; la quarta compara tali istanze con l’interpretazione
analitica di Tommaso; infine la quinta valuta e sintetizza i risultati raggiunti. Di seguito
indicherò, per ciascuna sezione, i temi più salienti, le articolazioni interne e i punti che
sto sviluppando.
Nella prima parte si tratta di contestualizzare il tema, presentando i principali
modelli del rapporto tra filosofia e teologia proposti dalla filosofia novecentesca della
religione e di far emergere quelle tensioni che rendono interessante il progetto della
filosofia analitica della religione. L’approccio filosofico e teologico al fenomeno
religioso risente di una conflittualità tra la ragione e la fede, o mantenuta creando una
separazione o eliminata a scapito di una delle due (fideismo e onto-teologia). Ciò ha
favorito una ripresa degli studi epistemologici sulla religione che ha a che fare con i più
recenti sviluppi del paradigma analitico. Maturata la critica ai principi neopositivistici
(verificazionismo e falsificazionismo), esso non solo ha lasciato cadere i pregiudizi
verso l’ambito religioso, ma anzi si è fatto carico di analizzare con meticolosa
attenzione le argomentazioni teiste. Rilevante il ruolo riservato dagli analitici alla
filosofia della religione e alla teologia naturale: tradizionalmente parte della metafisica,
il discorso su Dio è più difficile da inserire nel contesto ontologico analitico. Queste
distinzioni disciplinari ricoprono un ruolo fondamentale: per molti autori (Dummett,
Putnam, Haldane4) la filosofia analitica, se non vuole rinunciare a se stessa nel senso
rortyano, deve articolarsi intorno a una prospettiva sapienziale, dove centrale sia la
funzione della filosofia della religione.
Per quanto riguarda lo status quaestionis circa la ricezione della filosofia analitica della
religione in Italia, va osservato come i filosofi della religione si siano rivelati piuttosto
sospettosi nei confronti dei contributi della filosofia analitica; dal canto loro, i filosofi
analitici spesso hanno trascurato il tema della religione. In alcuni casi (Vassallo5)
l’attenzione rivolta al progetto epistemico degli epistemologi riformati si è rivelata
importante per sollevare le questioni religiose connesse. Eccezioni di rilievo sono i

4
) Cfr. Dummett M., La natura e il futuro della filosofia, Il Melangolo, Genova 2001e Putnam H.,
Rinnovare la filosofia, Garzanti, 1998 (ed. or. Renewing Philosophy, Harvard college, Harvard 1992).
5
) Cfr. Vassallo N., Warrant e Proper Function: Alcune osservazioni sulla teoria di Plantinga,
«Epistemologia», 18 (1995), pp. 341-352 e Id., Filosofia delle conoscenze, Codice, Torino 2006.

2
contributi di Antiseri6, Campodonico7, Babolin8 e Micheletti9. Recentemente questa
lacuna si sta colmando grazie ai saggi di Hughes10, Tuninetti11, De Anna12 e Di
Gaetano13. Di particolare interesse uno degli ultimi articoli di Babolin14 e le relazioni di
Micheletti e Di Gaetano al convegno dell’AIFR15.
In conclusione di questa prima parte ho segnalato le principali distinzioni disciplinari
all’interno della filosofia della religione analitica e ho cercato di chiarirne la portata
teoretica. Tra esse l’apologetica, la filosofia della teologia, la teologia naturale,
l’epistemologia della religione e la filosofia del linguaggio religioso.

Nella seconda parte della ricerca mi sto occupando dell’epistemologia riformata,


concentrandomi su Plantinga e Alston. Per quanto riguarda Plantinga, si tratta di
considerare anzitutto il suo progetto gnoseologico. Egli identifica una meta-
epistemologia comune a tutti i tentativi di considerare la conoscenza una credenza vera
e giustificata: si tratta del fondazionalismo e dell’evidenzialismo di matrice cartesiana.
La base dell’evidenzialismo consiste nel dovere deontologico di rispettare alcuni
standard: ma tale richiesta esula dall’evidenzialismo stesso e diventa tanto più arbitraria,
quanto più su alcune delle nostre credenze non abbiamo controllo. La proposta positiva
di Plantinga ha una matrice affidabilista. Inoltre, a partire dall’analogia della
conoscenza delle altre menti, egli afferma che le nostre credenze religiose sono basilari.
Si aprono quindi le due istanze che conducono Plantinga ad attribuire un ruolo positivo
alla teologia naturale. Da una parte, egli si trova a dover rendere ragione della sua
prospettiva generale circa l’affidabilismo, che non esita a definire naturalista, ma che
rifiuta di basare su una metafisica naturalista, per proporre invece un’istanza teistica,
assimilabile alla quinta via di Tommaso. Dall’altra parte, Plantinga si rende conto della
problematicità del porre le credenze teistiche come credenze di base e, in risposta
all’obiezione della “grande zucca”, arriva a proporre due dozzine di argomenti teistici16,
il cui ruolo però non è più quello di fondare in maniera universale e assoluta il teismo,
ma quello di comprenderlo, approfondirlo, vagliare le proposte esistenti.

6
) Cfr. Antiseri D., Teoria della razionalità e ragioni della fede, San Paolo, Milano 1994; Id., Perchè la
metafisica è necessaria per la scienza e dannosa per la fede, Queriniana, Brescia 1980 e Id., Filosofia
analitica e semantica del linguaggio religioso, Queriniana, Brescia 1969.
7
) Cfr. Campodonico A., Rassegna sulla recente filosofia statunitense della religione, in Aa Vv, Il
monoteismo, Mondatori, Milano 2002, pp. 155-174.
8
) Cfr. Babolin A., Il metodo della filosofia della religione, vol. I e II, La Garangola, Padova 1975 e Id.,
Tra metafisica e filosofia della religione, Alfagrafica, Città di Castello 2004.
9
) Cfr. Micheletti M., Filosofia analitica della religione. Un’introduzione storica, Morcelliana, Brescia
2002; Id., Tomismo analitico, Morcelliana, brescia 2007 e Id., Il problema teologico nella filosofia
analitica, vol. I e II, La Garangola, Padova 1972.
10
) Cfr. Hughes C., Filosofia della religione. La prospettiva analitica, Laterza, Roma-Bari 2005.
11
) Cfr. Tuninetti L., Il dibattito sulla testimonianza nell’epistemologia analitica, la fede dei cristiani e i
preambula fidei, relazione tenuta nel maggio 2007 a Roma durante il convegno internazionale Si può (o si
deve) ancora parlare di “preambula fidei”?
12
) Cfr. De Anna G., Questioni metafisiche : Dio e la libertà, in Coliva A., Filosofia analitica. Temi e
problemi, Carrocci, Roma 2007, pp. 403-426.
13
) Cfr. Di Gaetano G. C., Alvin Plantinga. La razionalità come credenza teistica, Morcelliana, Brescia
2006 e Ciglia F. P. – Di Gaetano C. G., La rivoluzione pacifica. Percorsi e prospettive della più recente
filosofia analitica della religione, Samizdat, Pescara 2001.
14
) Cfr. Babolin A., Alvin Plantinga: la metafisica e la teologia naturale, «Rivista di filosofia
Neoscolastica», 96 (2004), pp.425-439.
15
) Cfr. Natoli S. – Salmeri G. – Olivetti M. M., Teologia naturale e teologia filosofica. Atti del 4^
Convegno annuale dell’Associazione italiana di filosofia della religione (Chieti, 9-10 giugno 2005),
Aracne, Roma 2005.
16
) Cfr. http://www.homestead.com/philofreligion/files/Theisticarguments.html.

3
Anche Alston parte da una denuncia verso l’”imperialismo epistemico”, la cui passiva
accettazione ha fatto sì che per lungo tempo gli asserti religiosi fossero considerati
insensati. Egli insiste sull’analogia tra conoscenza sensibile e conoscenza religiosa e
ritiene la conoscenza sensibile immediata, anche se passibile di verifica. Si configura
così un duplice livello di giustificazione: il primo acriticamente pretenderebbe una
giustificazione a livello di credenza, il secondo esamina il contenuto e il modo a cui si è
pervenuti a quella credenza. In un efficace linguaggio giuridico afferma che la
conoscenza sensibile, così come quella religiosa, devono essere ritenute innocenti
finché non ne sia dimostrata la colpevolezza. I limiti di questa analogia sono rilevanti,
ma se contestualizzati nella visione cristiana diventano facilmente spiegabili. Per
Alston, dunque, la credenza religiosa non sorge da altre credenze, come se la sfera
religiosa fosse una tabula rasa, ma è connaturata all’uomo. In questo modo l’onus
probandi non spetta a chi la vuole giustificare, ma a chi la vuole ridurre o eliminare. La
teologia naturale riveste qui un ruolo nella difesa delle credenze religiose e
nell’esplicitazione della loro coerenza interna.

Nella terza parte del lavoro analizzerò il pensiero di alcuni autori appartenenti al
cosiddetto “tomismo wittgensteiniano”, i cui fondatori sono Geach e Anscombe. Il
primo si è occupato prevalentemente di logica formale, disciplina considerata in
un’accezione redentiva e purificatrice in quanto riflesso del Logos divino nella mente
umana. In più occasioni egli ne ha mostrato l’utilità nel caso delle asserzioni teistiche e
delle proposizioni religiose, le quali corrono il rischio della reificazione. La seconda si è
interrogata sul ruolo della fede ed ha analizzato alcuni degli argomenti a favore
dell’esistenza di Dio, difendendoli dal venir meno dei presupposti metafisici sui quali si
basano, come ad esempio della nozione di causalità. Chi si è occupato più estesamente
di filosofia della religione è Kenny. La sua posizione è l’agnosticismo, che richiede uno
sforzo speculativo notevole: la teologia e la a-teologia naturale esigono di confrontarsi
sul terreno della razionalità. Kerr nel suo libro La teologia dopo Wittgenstein mostra la
compatibilità tra la critica del filosofo austriaco alla filosofia post-cartesiana e la
rinascita di una teologia cristiana con pretese realistiche. In particolare, le riflessioni
contenute nelle Ricerche filosofiche concorrerebbero a superare gli esiti solipsistici e
mentalistici del progetto epistemologico e metafisico di Cartesio. I termini del
linguaggio religioso, infatti, non si riferiscono a entità mentali, ma alla manifestazione
di una delle forme di vita, quella religiosa, nella quale si esplica la natura umana. Lo
studio di questo autore è indispensabile per comprendere come la filosofia analitica
della religione esige un confronto con temi di filosofia della mente e di antropologia. Lo
stesso può dirsi di Haldane; egli si appella alla nozione di forma logica fino a parlare di
un isomorfismo tra il nostro modo di concepire il mondo e la realtà in quanto tale.
L’esistenza di un mondo accessibile alle facoltà cognitive umane, cioè intelligibile, è
per Haldane un’istanza chiaramente teistica, compatibile con l’affidabilismo teista di
Plantinga.
A conclusione di questa sezione, valuterò la possibilità di esaminare in maniera
sistematica la fedeltà con cui i tomisti wittgensteiniani leggono le sollecitazioni del
filosofo austriaco17.

Nel quarto momento mi ripropongo di confrontare la filosofia analitica con la


riflessione tomistica circa la filosofia della religione. Gli autori privilegiati saranno
Wolterstorff, Vos, Kretzmann e Stump. I primi due prendono parte al progetto

17
) Cfr. Arrington R. L. – Haddis M., Wittgenstein and Philosophy of Religion, Routledge, London and
New York 2001 e Barrett C., Wittgenstein on Ethics and Religious Belief, Blackwell, Oxford 1991.

4
dell’epistemologia riformata, alla quale hanno fornito una base storica capace di andare
oltre Reid e Calvino fino a Tommaso e Aristotele. Gli ultimi due sono tra i maggiori
interpreti analitici del pensiero dell’Aquinate. Kretzmann è autore di un commento alla
Summa contra gentiles in tre volumi, nel quale introduce la nozione di metafisica
creazionistica. La sua allieva, Stump ha pubblicato recentemente la più ampia
monografia su Tommaso disponibile in ambito anglosassone. Alcuni ambiti tra i più
significativi sono il presunto fondazionalismo di Tommaso, la sua concezione di
scienza, il ruolo da lui attribuito alle cinque vie, l’uso della ragione in campo teologico,
il ruolo della virtù della fede, il rapporto tra ragione e fede; il naturalismo conoscitivo.

Infine cercherò di mostrare le convergenze e le divergenze emerse tra le correnti


analizzate e di fare il punto sul ruolo che oggi la teologia naturale riveste in campo
analitico. Anziché attribuire alla teologia naturale il compito di saldare il dato razionale
con quello di fede gli analitici sembrano privilegiare l’apporto che essa può offrire a
livello di comprensione, appropriazione ed esplicitazione della fede religiosa. L’uso
rigoroso della ragione è di tutto vantaggio per la fede, ovviamente a patto di non cadere
nel razionalismo; d’altra parte, la fede non può mai essere il risultato di una
argomentazione razionale. La teologia razionale, costruendo proposizioni circa la fede,
rende il dato religioso fruibile alla filosofia, che lo auspica per mantenere vive quelle
domande che essa si pone di fronte alla sua capacità di comprendere il reale.
L’incremento degli studi epistemologici sulla religione ha creato una serie di istanze
antropologiche (si pensi alle «virtù epistemologiche») e metafisiche (si pensi al realismo
e all’esternismo) ormai ineludibili, che trovano nella teologia naturale una ragion
d’essere e un compimento, più che una soluzione. L’apertura al trascendente risulta
essere più coerente di altri tentativi di spiegazione, quali quelli naturalistici18. Ecco
perché viene riattualizzato il motto agostiniano fides quaerens intellectum. Faith
seeking understanding indica non solo il tentativo di comprendere la verità religiosa
(realismo gnoseologico), ma vuole essere la proposta per un nuovo modo di accostarsi
alle questioni antropologiche e ontologiche (realismo metafisico).

18
) Cfr. Corradini A. – Galvan S. – Lowe E. J., Analytic Philosophy Without Naturalism, Routledge,
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5
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