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Commento di

Maurizio Costa S.I.

S. IGNAZIO DI LOYOLA

AUTOBIOGRAFIA
Esercizi spirituali - Studi
S. Ignazio di Loyola

AUTOBIOGRAFIA
Commento di Maurizio Costa S.I.

Edizioni AdP
In copertina: Raffigurazione dell'effigie del Santo per mano divina,
Andrea Pozzo, Chiesa del Gesù, Roma

Terza edizione: Marzo 2010

Progetto di copertina: Francesca Testa

Con approvazione ecclesiastica

© 2010 SEGRETARIATO NAZIONALE


DELL'APOSTOLATO DELLA PREGHIERA
Via degli Astalli, 16 - 00186 ROMA
Tel. 06.697.607 .l - Libreria: 06.697.607.20 l
fax 06.678.10.63
E-Mail: adp@adp.it - Web: http://www.adp.it
ISBN 978-88-7357-499-6
INDICE

Testimonianze . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 7

Sigle e abbreviazioni ........................ . » 12

Bibliografia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 25

PROLOGO DEL PADRE


LUIS GONçALVES D A CAMARA ............. . )) 29

PROLOGO DEL PADRE


GEROLAMO NADAL ........................ . )) 33

Capitolo primo
LOYOLA . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . )) 37

Capitolo secondo
DA LO VOLA A MONSERRAT ................. . )) 73

Capitolo terzo
MANRESA ................................. . )) 97

Capitolo quarto
IL P ELLE GRINAGGIO A GERUSALEMME ....... )) 167

Capitolo quinto
IL RITORNO DA GERUSALEMME )) 197

Capito sesto
BARCELLONA E ALCALA . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 213

5
Capitolo settimo
SALAMANCA . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 251

Capitolo ottavo
PARIGI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . >> 277

Capitolo nono
SPAGNA . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . >> 232

Capitolo decimo
VENETO . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . >> 337

Capitolo undicesimo
ROMA...................................... >> 363

INDICI

TEMI PRINCIPALI. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . >> 381

PERSONE E LUOGHI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . >> 393

TESTI DEGLI ESERCIZI SPIRITUALI

E DELLE COSTI TUZIONI. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . >> 399

6
INTRODUZIONE

Venerdì 4 agosto l 553: una data importante nella cronologia del­


la vita di S. Ignazio, anche se per lo più ignorata dai suoi figli e per­
sino dagli stessi studiosi della spiritualità ignaziana e della storia
della Compagnia di Gesù. Eppure fu proprio in quel giorno che il
santo prese la decisione di comunicare al Padre Luis Gonçalves da
Camara come il Signore lo aveva guidato dall'inizio della sua
conversione fino alla fondazione della Compagnia di Gesù. È in
quel giorno che fu concepito nel cuore di Ignazio il desiderio di quel
racconto della propria vita, che in Italia siamo soliti intitolare
Autobiografìa. Gli era stato sollecitato dai suoi compagni, dal
Padre Gerolamo Nadal primo di tutti. Da vari anni essi desidera­
vano ardentemente che il loro fondatore, prima di morire, rivelasse
loro l'itinerario spirituale che Dio gli aveva fatto percorrere per con­
durlo ad essere fondatore dell'Ordine, di modo che questa relazione
potesse avere valore di testamento e di istruzione paterna che li aiu­
tasse a progredire nella via dello Spirito e nel migliore servizio al
prossimo, a lode e gloria di Dio. Per il Nadal, addirittura, era in gio­
co l'autenticità e la completezza stessa del lavoro di fondazione del­
la Compagnia da parte di Ignazio (cfr. sotto, Prologo del P.
Gonçalves da Camara, n. 4, pag. 29).
Ignazio temporeggiò a lungo di fronte alla richiesta dei com­
pagni. Si indusse a seguire i loro desideri solo dopo essersi con­
vinto che la propria esperienza particolare poteva avere un signi­
ficato universale per altri, analogamente a quanto già verificato a
proposito degli Esercizi Spirituali, riguardo ai quali, nel testo stes­
so dell'Autobiografia, riferisce: «Gli Esercizi non li aveva scritti
tutti di seguito, ma quello che accadeva nell'anima sua e trovava
utile, ritenendo che avrebbe potuto giovare anche ad altri, Io an­
notava» (cfr. sotto,§. 99, pagg. 372).

7
S. Ignazio di Loyo/a - Autobiografia

A causa dei molteplici impegni quale generale dell'Ordine e a

causa della malferma salute, la narrazione, iniziata nell'agosto


del 1553, poté essere espletata da parte di Ignazio solo due anni do­
po, nel 1555, in due riprese, nel mese di marzo e all'inizio del­
l'autunno, giusto in tempo prima della morte, che lo raggiunse nem­
meno un anno dopo, il 31 luglio 1556. l suoi più stretti collabora­
tori e compagni neli'Ordine potevano ritenersi contenti e certi
che la Compagnia ormai, con l'Autobiografia del fondatore, po­
teva contare su basi più solide e su criteri più luminosi e decisivi
nel cammino che lungo la storia il Signore le avrebbe fatto per­
correre attraverso i secoli.
Se per gli stessi gesuiti oggi la data del 4 agosto non è cosi si­
gnificativa come possono esserlo altri giorni dell'anno (per esem­
pio il 22 aprile, il 20 maggio, il 24 giugno, il 31 luglio, il 15 ago­
sto e il27 settembre), questo è da attribuirsi forse anche al fatto che
l'Autobiografia, per le vicende storiche del testo alle quali in que­
sta stessa introduzione accenneremo in seguito, non è ancora vis­
suta come parola che, proprio secondo i desideri dei primi com­
pagni ai quali Ignazio ha poi finito per aderire, può e deve aiuta­
re la comprensione stessa delle Costituzioni e persino degli Esercizi
Spirituali.

Il genere letterario del testo

Ad una lettura superficiale ed ingenua, l'Autobiografia potreb­


be apparire come la narrazione di lunghi viaggi e di esperienze aned­
dotiche e talvolta pure curiose, o forse anche la descrizione di fe­
nomeni psicologici interiori. Di fatto, Ignazio, più che raccontare
se stesso, ha voluto raccontare la "storia" di Dio in un'anima, che
Egli si preparava a far diventare fondatore di un Ordine religioso
e iniziatore di una nuova spiritualità. A questa "storia" di Dio, cor­
risponde la "storia" della collaborazione di un uomo, di Ignazio, te­
so alla ricerca continua della volontà di Dio. È la "storia" di un 'u­
nica esperienza con due attori principali nella quale si fondono realtà

8
Introduzione

umane e realtà soprannaturali e di tède. In essa Ignazio appare in


stato di discernimento: egli ricerca continuamente la migliore risposta
da darsi a Dio che, attraverso un graduale e progressivo itinerario
spirituale e attraverso tappe e salti qualitativi, lo guida alla realiz­
zazione di un progetto di vita ad un tempo personale e comunita­
rio, perché interessa Ignazio (l'educando), un Ordine (il corpo del­
la Compagnia di Gesù da lui fondata), e, più oltre, l'intera Chiesa,
della quale la spiritualità ignaziana è autentico patrimonio.
Alla richiesta dei compagni e degli amici che, al pari dei mem­
bri di altri Ordini e Congregazioni religiose, vogliono conoscere
la vita del fondatore per avere un modello sicuro da imitare e da
seguire nel loro cammino verso Dio, Ignazio risponde narrando non
quanto lui ha fatto, ma come Dio lo ha guidato ad identificarsi con
Cristo e con il gruppo di amici nel momento in cui questo sta per
diventare la Compagnia di Gesù. Ignazio non vuole che gli altri si
identifichino con lui, non ha mai voluto che i compagni si dices­
sero "compagni di Ignazio" o "ignaziani", come i seguaci di S.
Francesco e di S. Domenico si chiamano "francescani" e "dome­
nicani"; per lui sono "compagni di Gesù". È a Cristo che Ignazio
vuoi orientare il lettore. Anche per questo motivo nel racconto egli
parla in terza persona, per lo più designata col nome di "pellegri­
no": si presenta come un uomo in continuo stato di discernimen­
to, sempre in marcia verso la volontà di quel Dio che lo guida sul­
le vie della storia, sia attraverso grazie e mozioni interiori, sia tra­
mite circostanze e persone particolari.
Per l'attento lettore che cerca di sintonizzarsi con l'autore,
l'Autobiografìa diventa sempre più una sapienziale e "intelligen­
te" (intus legens) descrizione di un pellegrinaggio spirituale e in­
teriore. Al di là del movimento esteriore di Ignazio da un luogo ad
un altro, se ne staglia, come sorgente di questo, uno più profondo:
è il cammino interiore di un uomo che decide di votarsi sempre più
compiutamente a seguire il percorso che Dio gli va tracciando a po­
co a poco; è movimento di continua conversione e purificazione
per arrivare a rispettare sempre meglio l'iniziativa di Dio; è itine­
rario verso un ideale, la volontà di Dio e la persona di Cristo, che

9
S. Ignazio di Loyola - Autohiografia

progressivamente si sposta sempre più in avanti e al di là di quan­


to pensava di aver già trovato e raggiunto, ma che nello stesso tem­
po si incarna nella sua storia concreta; è continua ricerca e conti­
nuo discernimento di una libertà che sempre più si apre e si dona
al Dio imprevedibile che lo conduce per vie nuove e originali. In
questo itinerario di ricerca del passo di Dio nei semplici fatti ed epi­
sodi della propria vita quotidiana, Ignazio vuoi coinvolgere il de­
stinatario del suo racconto, quasi per farlo partecipe di quel dono
di trasparenza interiore al quale Dio lo aveva educato e condotto
alla fine della sua vita, come ad un vertice del suo itinerario spi­
rituale. A meno di undici mesi dalla sua morte, egli spiega questo
dono come una facilità di rapporto con Dio tale che, come può af­
fermare con tutta sincerità, lo "poteva trovare in qualunque momento
lo desiderasse" (Autobiografia, §.99).
Proprio in forza di questo dono, alla luce di tutta la sua espe­
rienza posteriore ai fatti narrati e di tutta la vita della nascente
Compagnia di Gesù, tre anni prima di morire, il 4 agosto 1553,
Ignazio è e si sente in grado di interpretare i fatti passati come pa­
rola, come messaggio, come testamento per i suoi seguaci, so­
prattutto per i membri dell'Ordine. Pertanto, in quanto frutto di un
attento processo di discernimento spirituale, il racconto di Ignazio
non è una semplice cronistoria o relazione di fatti passati. Senza
cessare di essere "storici", i fatti e gli episodi raccontati hanno una
particolare capacità di educare il lettore a coglierne la "verità" uti­
le per la propria vita e, soprattutto, ad imparare a leggere - come
ha fatto Ignazio - il significato (non solo per sé ma anche per gli
altri) degli episodi e degli avvenimenti dei quali è punteggiata l'e­
sistenza di ciascuno. Il lettore non è invitato dal testo a tàre l'e­
sperienza di Ignazio, ma -grazie ad Ignazio e come Ignazio- a fa­
re principalmente un'esperienza di Dio, in aiuto alle anime, nella
sequela di Cristo povero e umile e nello spirito di mobilità di un
pellegrino, sempre sostenuto da un 'incrollabile fiducia e speran­
za e impegnato nella continua ricerca del Signore in tutte le cose.

IO
lntroduzione

Il titolo

Da quanto abbiamo appena esposto, anche indipendentemen­


te dal fatto che non fu Ignazio a redigere per iscritto il racconto,
appare chiaro che il testo della narrazione della sua vita non è stret­
tamente parlando un'autobiografia.
Il titolo Il Racconto del (o di un) Pellegrino, come è stato ripreso
recentemente anche da alcune edizioni italiane sulla scia di edizioni
in francese o in tedesco, o il titolo Il Testamento di Ignazio, adot­
tato da edizioni inglesi o tedesche, sembrano i più appropriati per
esprimere il carattere del testo che, nell'originale, non aveva alcun
titolo. Tuttavia preferiamo continuare ad intitolare questo prezio­
so documento ignaziano Autobiografia: come tale, infatti, oggi in
Italia, è maggiormente conosciuto nell'area della spiritualità igna­
ziana e, inoltre, con questo titolo si evita di creare confusione tra
il testo ignaziano e altri testi classici della spiritualità cristiana.
Forse il titolo più appropriato in assoluto è quello espresso dal
P. Nadal nella copia manoscritta del testo che egli abitualmente usa­
va (Testo N) e che è servita come base agli editori dei Monumenta
Historica Societatis Iesu: Acta Patris lgnatii, ut primum scripsit
P. Ludovicus Gonza/es excipiens ex ore ipsius Patris (Atti del
Padre Ignazio, scritti dal P. Ludovico Gonza/es così come li ha ri­
cevuti dalla bocca del Padre stesso). Attraverso di esso, infatti, si
esprimono chiaramente il genere letterario del racconto orale del
quale il testo scritto conserva l'impronta, il rapporto esistente tra
Ignazio e il fedele trasmettitore e redattore del racconto del pelle­
grino -il Padre Luis Gonçalves da Camara- e, soprattutto attraverso
il termine "Acta", l'accostamento implicito del nostro testo agli Atti
degli Apostoli. Quello che per la Chiesa sono gli Atti degli Apostoli,
lo sono gli Atti di Ignazio per la Compagnia di Gesù: il documento
fondazionale sul quale confrontare e rileggere continuamente se stes­
sa. In questa luce, Ignazio rappresenta in certo modo per la
Compagnia quello che gli Apostoli Pietro e Paolo sono per la
Chiesa: le colonne sulle quali essa poggia, ma non certo il fonda-

11
S. Ignazio di Loyola- Autobiografia

mento. Nell'uno e nell'altro caso, unico e vero fondatore e capo è


Gesù Cristo. Questo è il motivo principale per cui Ignazio non vol­
le che la Compagnia fosse detta "di Ignazio", ma "di Gesù".

Il Redattore

Il discernimento spirituale ha guidato Ignazio non solo nella de­


cisione di manifestare ciò che gli era accaduto nella vita dopo la
conversione o nella selezione degli episodi e dei fatti da raccon­
tare, ma anche nella scelta della persona che avrebbe dovuto ascol­
tare e, quindi, trascrivere il racconto. Unicamente dopo aver pre­
gato e riflettuto, infatti, il santo decise chi avrebbe dovuto essere
il confidente della sua narrazione. La scelta cadde sul Padre Luis
Gonçalves da Càmara, un padre portoghese da poco richiamato a
Roma e nominato proprio nel1553 ministro di casa, cioè respon­
sabile dell'organizzazione materiale e della disciplina religiosa nel­
la comunità dove Ignazio risiedeva. Certamente dovettero pesare
nella decisione di Ignazio le qualità e le doti di precisione, spinta
fino alla meticolosità, e di memoria, da tutti i contemporanei re­
putata straordinaria, del padre portoghese. Di fatto, lo stile stesso
dello scritto, come è stato più volte notato, ne tradisce l'origine:
una narrazione orale riferita esattamente. Forse, però, la scelta di
Gonçalves da Càmara da parte di Ignazio può essere stata deter­
minata anche dal fatto che fu proprio il padre portoghese a provocare
le riflessioni che condussero il santo alla decisione di raccontare
la sua vita. Questo si verificò -come lo stesso redattore espone nel­
la sua prefazione al testo - quando questi chiese umilmente al Padre
gnazio un aiuto contro le tentazioni di vanagloria. Nelle difficoltà
del figlio spirituale, Ignazio si vide come in uno specchio, ma, nel­
lo stesso tempo, colse una situazione di vita di altri membri della
Compagnia presente e, presumibilmente, di quella futura. Per
Ignazio, in Gonçalves da Càmara erano simbolicamente presenti
i suoi figli, i Compagni di Gesù. Parallelamente comprese che l'aiu-

12
Introduzione

to che dava al suo confratello e suddito raccontando «come per due


anni era stato travagliato da questo vizio» (cfr. sotto Prologo del
Gonçalves da Camara, n. l, pag. 29), cioè dalla vanagloria, stava
per essere dato anche a tanti altri gesuiti, a lui contemporanei o che
sarebbero venuti dopo di lui, particolarmente esposti a tentazioni
di questo tipo. Inoltre il santo avvertì che questo metodo di aiuto
alle anime, impiegato per un caso determinato, poteva essere ap­
plicato a tanti altri settori e aspetti della vita spirituale.
Ignazio, in tal modo, arrivò ad imparare da un'esperienza per
così dire paradigmatica, quella dell'incontro con il Padre Gonçalves
da Camara sulla vanagloria, che fatti ed episodi della sua vita po­
tevano giovare ai compagni. Ormai il Signore lo aveva portato a
convincersi della verità che il Padre Nadal da parecchio tempo gli
andava ripetendo: «con nessuna altra cosa il Padre poteva fare un
bene maggiore alla Compagnia che con fare questo (cioè raccon­
tare la propria vita passata), e che questo significava fondare ve­
ramente la Compagnia» (cfr. sotto, lbid., n.4, pag. 31 ) .

Il metodo di composizione

Nella sua meticolosità, il Camara stesso ha cura di raggua­


gliarci sul metodo seguito per redigere il testo: nella prefazione,
infatti, il padre attesta di aver «cercato di non introdurre nessuna
parola che non l'abbia udita dal Padre» (lbid., n.3, cfr. sotto, pag.
31) e distingue chiaramente nel suo lavoro tre tempi: dapprima l'a­
scolto del racconto dalla bocca di Ignazio, che esponeva i fatti con
tanta chiarezza da rendere quasi presente il passato e da facilitar­
ne la registrazione nella memoria, prima, e la trascrizione, poi; in
un secondo tempo, immediatamente dopo ogni incontro, un rias­
sunto in brevi "punti di propria mano" per sostenere meglio il fis­
saggio nella memoria di quanto ascoltato e per preparare il terzo
tempo, quello cioè della stesura definitiva redatta con maggiore cal­
ma. Data la grave miopia da cui era affetto, Gonçalves da Camara,

13
S. Ignazio di Loyvla -Autobiografia

per questo terzo tempo, si avvaleva molto probabilmente del­


l'aiuto di un segretario, al quale dettava direttamente il testo stes­
so che aveva ormai perfettamente memorizzato. La dettatura ad uno
scrivano è certa almeno per la parte finale del testo originale,
quella scritta in italiano (§§.79-101), perché, come ancora una
volta egli stesso scrupolosamente annota, «non mi fu possibile tra­
scrivere tutto per esteso a Roma e poiché non disponevo a Genova
di un amanuense spagnolo, dettai in italiano quello che da Roma
avevo portato con me appuntato>> (lbid., n.5, cfr. sotto, pag. 32).

Il testo dell'Autobiografia dopo la morte di Ignazio (1556)

L 'Autobiografia di Ignazio ci è giunta in varie copie manoscritte.


Certamente la più importante fra tutte è la copia che il P. Nadal usa­
va e portava con sé nei suoi viaggi (testo N): il testo autobiogra­
fico è riportato integro nelle sue due parti, quella in lingua spagnola
e quella in lingua italiana. Essa è stata poi arricchita da 13 addi­
zioni in margine dal P. Luis Gonçalves da Camara. Giustamente
gli editori dei Monumenta Historica Societatis lesu hanno scelto
il testo N come base per entrambe le edizioni, sia quella del 1904
nel Volume l degli Scripta de S. Jgnatio, sia quella del 1943 nel
Volume I dei Fontes Narrativi. Tuttavia, non dobbiamo credere che
la storia del testo fu semplice e tranquilla. Nonostante i desideri dei
primi compagni e le intenzioni dello stesso fondatore che pensa­
va di aver raccontato episodi della sua vita che potessero essere di
utilità almeno a tutti i suoi figli e seguaci nella Compagnia di
Gesù, di fatto gli eventi storici incanalarono l'Autobiogrqfia in un
originale e travagliato cammino quasi subito dopo la sua stesura.
Negli anni immediatamente seguenti la morte di S. Ignazio
(1556), varie copie manoscritte circolavano in Roma all'interno del­
la Compagnia e venivano usate da alcuni padri, dal Nadal soprat­
tutto, per esortazioni sulla figura del fondatore e per approfondi­
menti sullo spirito e sul carisma specifico dell'Ordine. Il testo, però,

14
Introduzione

non venne mai dato alle stampe. L'anno 1567 ci presenta un fatto
decisivo e, purtroppo, gravido di conseguenze negative per la sto­
ria del testo dell'A uto b iografia e, ancor più, per la vita della
Compagnia stessa: il terzo Padre Generale dell'Ordine, San
Francesco Borgia, incaricò ufficialmente il Padre Ribadeneira di
scrivere una biografia di Ignazio; in quell'occasione comandò pu­
re che si ritirassero dalla circolazione tutte le copie dell'A uto ·

biografia esistenti e ne proibì la lettura e la divulgazione. Il mo­


tivo di questa sorprendente decisione ci è trasmesso dal Ribadeneira
stesso in una lettera al Nadal del 29 giugno 1567: «Poiché
(l'Autobiografia) è cosa imperfetta, non conviene che turbi o in­
debolisca la fede in ciò che si viene scrivendo con maggiore
compiutezza» (MHSI, Nadaf III, 940). Perché incompiuta e fram­
mentaria l'Autobiografia, solo Il anni dopo la morte di Ignazio,
era già ritenuta inutile, anzi pericolosa! Non fu facile convince­
re tutti sull'opportunità e sul valore di questo provvedimento, an­
che se è vero che l'ordine fu eseguito alla perfezione. Nacquero,
anzi, sospetti contro il Ribadeneira stesso, accusato falsamente di
aver indotto il Generale a questa decisione per avere campo più
libero e per poter ottenere maggiore autorità per l'opera che sta­
va per iniziare a scrivere. Di fatto i responsabili furono il Generale,
S. Francesco Borgia, e i suoi più immediati collaboratori e con­
siglieri.
Se teniamo presenti i canoni dell'agiografia di allora, l'assen­
za completa di analisi critica dei testi o di riflessione sui generi let­
terari e sull'ermeneutica, e i contrasti a proposito dell'orazione e
dell'impostazione della vita spirituale in Compagnia sotto il ge­
neralato del Borgia, storicamente potremmo anche giustificare, al­
meno in parte, l'incomprensi one del governo centrale della
Compagnia circa il valore dell'Autobiografia e la sua miopia nel
ritenere sufficiente l'opera del Ribadeneira, fino ad indurlo ad ar­
chiviare il testo ignaziano del Camara. Nondimeno, questa sepol­
tura del testamento del fondatore, di fatto, ha causato per la vita
dell'Ordine effetti negativi, dei quali forse neppure gli studiosi del-

15
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

la storia della Compagnia hanno raggiunto la piena coscienza, e ha


privato la Chiesa per più secoli di un documento di vita spiritua­
le che l'esperienza di oggi sempre più dimostra molto prezioso.

Lasciando da parte gli effetti -tutti da studiare e da precisare


accuratamente- che questo fatto può aver causato sull'interpre­
tazione delle Costituzioni e dell'Istituto stesso della Compagnia di
Gesù e, di riflesso, sulla sua stessa vita, certamente l'aver tenuto
nascosta per un lungo tempo f a a beneficio dello
l'Autobiograi
scritto del Ribadeneira ha per lo meno tàlsato l'immagine storica
della persona di Ignazio. Ha facilitato una visione trionfalistica e
barocca di Ignazio, visto in modo unilaterale come fondatore e or­
ganizzatore geniale, controriformista e paladino del Papa contro il
dilagare del protestantesimo, uomo conservatore e unicamente
preoccupato deli'esatta osservanza della legge e della virtù del­
l'obbedienza, intelligente ma volontarista, freddo ragionatore e cal­
colatore, esperto stratega e conquistatore di popoli a fianco del Papa,
uomo dei grandi numeri e delle masse. A questa immagine, per lo
meno parziale, manca proprio quello che l'Autobiogr�fia ci rive­
la soprattutto di lui: il senso storico e insieme spirituale delle cir­
costanze anche più minute, la fiducia illimitata e la tenace speranza
in Dio, la dimensione contemplativa della vita deli 'uomo chiamato
ad aiutare le anime, la sete di rinnovamento per la Chiesa spinta
fino a rischiare otto volte la condanna in processi istituiti contro
di lui perché accusato di essere "alumbrado" o riformatore etero­
dosso, il senso della povertà e deli 'umiltà evangelica , sia nella vi­
ta personale che nell'esercizio dell'apostolato, il servizio a Cristo
che porta la croce, lo spirito del pellegrino che cerca perché non
possiede ed è sempre in movimento perché non è mai arrivato, la
predilezione -tra i diversi modi di aiutare il prossimo- per le con­
versazioni spirituali, per gli Esercizi Spirituali individualmente gui­
dati, per il catechismo e per la predicazione della Parola di Dio, e
una preferenza affettiva, ma non esclusiva -tra i destinatari della
sua azione -, per i più poveri, per gli emarginati, per gli ultimi.
Soprattutto, però, l'Autobiografia evidenzia in Ignazio la discre-

16
Introduzione

zione e la capacità di discernimento, che permette una progressi­


va integrazione di elementi apparentemente opposti.
In questa luce appare come non piccolo merito sia da attribuirsi
ai Bollandisti, i Padri Giovanni e Ignazio Pien che, per primi, nel
1731, riesumarono il testo dell'Autobiografia. Anche se ebbero in
mano il Testo N. che riporta il testo spagnolo-italiano originale, pre­
ferirono limitarsi a pubblicarlo solo nella traduzione latina di
Annibale du Coudray. Insieme, in una loro traduzione latina, pub­
blicarono il testo integro del Prologo del P. Gonçalves da Càmara,
a noi giunto nella lingua originale spagnola solo in forma incom­
pleta. Tuttavia si dovette attendere ancora questo secolo per ave­
re la prima edizione a stampa dell'originale: fu nel 1904 ad ope­
ra degli editori dei Monumenta Historica Societatis Jesu, i quali ne
pubblicarono una nuova edizione critica nel 1943, sulla quale è con­
dotta la presente nostra traduzione. Nel frattempo, tra l'una e l'al­
tra edizione critica dei MHSI, e in occasione del IV centenario del­
la morte di Sant'Ignazio (1956), o poco dopo, si andarono molti­
plicando, come avvenne in occasione del 450° anniversario della
fondazione della Compagnia di Gesù e nel V centenario della na­
scita del Loyola (1990-1991), varie edizioni nelle più disparate lin­
gue del mondo, soprattutto nelle lingue neolatine, in inglese e in
tedesco. In italiano, la prima edizione risale al 1928; ad essa fecero
seguito altre dieci diverse edizioni, compresa la nostra, negli ulti­
mi 50 anni.
Ormai l 'Autobiografia è diventata una delle opere fondamen­
tali della formazione spirituale dei giovani gesuiti, dei novizi e del­
le novizie delle Congregazioni e degli Istituti religiosi di spiritua­
lità ignaziana e, in quest'ultimo decennio, si sta divulgando anche
presso movimenti, associazioni e gruppi di laici come testo di va­
lida ispirazione per un autentico itinerario spirituale nella Chiesa
sulle orme di Ignazio.
È molto significativo che, con la riscoperta del testo
dell'Autobiografia. sia entrata in crisi l'immagine di Ignazio tra­
smessa dall'agiografia dei secoli precedenti fino agli anni cin-

17
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

quanta del secolo passato e stia nascendo, anche in aree culturali


ed ecclesiali tradizionalmente lontane dalla spiritualità della
Compagnia di Gesù o dalla spiritualità ignaziana, un vivo interesse
per la figura del Loyola, quale via di avvicinamento al cattolice­
simo, o di approfondimento nella via dello Spirito all'interno del­
la vita della Chiesa. Lo stanno a testimoniare anche fatti e circo­
stanze recenti, quali, per esempio, l'interesse e la simpatia susci­
tata in persone di ambienti diversi dall'audizione della lettura del
testo dell'A utobiografi a alla terza rete della RAI e dal testo stes­
so allegato al numero di ottobre 1990 della rivista Jesus dei Padri
Paolini, di grande tiratura di copie, e da essi presentato sotto il ti­
tolo Storia della vocazione e della missione di Ignazio di Loyola.
Appare oggi un nuovo volto di Sant'Ignazio: si tratta di un volto
più autentico e genuino, perché non costruito sulla base della vi­
ta concreta dell'Ordine e delle situazioni storiche contingenti, ma
contemplato a partire dalla sua stessa esperienza spirituale che, ap­
punto perché tale, sebbene si sia attuata in un preciso contesto sto­
rico e geografico, ha un significato universale, è di tutti i tempi e
viene, pertanto, ad interpellare anche l'uomo d'oggi.
Ignazio appare sempre più l'uomo della discreta caritas: il
movimento discendente della caritas di Dio - alla cui azione
Ignazio sempre più si affida e si dona con una speranza pura, che
sempre più accetta come un al di là inafferrabile in modo pieno an­
che se continuamente presente nel concreto della storia e dal qua­
le si lascia progressivamente conquistare fino al più profondo del­
la sua personalità- si incontra con il movimento ascendente del­
la discretio (discernimento spirituale, senso della misura, e prudenza
naturale e soprannaturale ad un tempo). Ignazio, sotto la guida di
Dio e da Lui illuminato, integra e armonizza, in una potente visione
dinamica e unitaria, tutto il reale: Dio e le creature, Cristo e l'uo­
mo, le realtà naturali e quelle soprannaturali, la povertà e l'uso del­
le cose, la crescita della persona singola e la creazione e matura­
zione di un gruppo e di una comunità, la preghiera e l'azione, l'a­
postolato e lo studio, l 'impegno ascetico e le più alte visioni mi-

18
Introduzione

stiche, la mortificazione e la radicalmente ottimistica e positiva vi­


sione della vita.
Per questo, il lettore che tenterà di mettersi al passo del pelle­
grino del '500, troverà un aiuto per soddisfare l'insopprimibile se­
te di ricerca di infinito e di sintesi, di discernimento spirituale e di
criteri per decidere ed essere pienamente libero, di certezze e di spe­
ranze, di solitudine e di comunione, di autentica umanità e di pre­
ghiera profonda, che egli, con ignazio, condivide con l'uomo
d'oggi appena entrato nel terzo millennio.

Una nuova edizione dell'Autobiografia: perché?

Quando apparve la prima edizione di questo libro, l'interroga­


tivo appariva più che legittimo, soprattutto se si tiene presente che
essa usciva a distanza di pochi mesi da una edizione che ha avu­
to in Italia una tiratura di oltre 160.000 copie1• È un fatto, però, che
tutte le precedenti edizioni in italiano presentino un carattere più
divulgativo e non siano di grande aiuto per una lettura comunita­
ria e un approfondimento in gruppo del testo. L'idea di un'edizione
con ampie note è nata non solo dal desiderio di mettere a disposi­
zione di u n più v a s t o p ubb l i c o i r i sul t a ti d i s t u d i o s i
dell 'Autobiograjìa d i questi ultimi decenni2, m a anche dall'espe­
rienza pastorale quotidiana che, sempre più in questi anni, ha evi­
denziato difficoltà a condurre sul testo nudo e crudo un'efficace e

1 Ignazio di Loyola, Storia della vocazione e della missione, Trad. e


note di G. Bisol e G. Casolari, Introduzione di M. Costa, cronologia del­
la vita di V. Marras, supplemento a Jesus n. l O ottobre 1990, Società San
Paolo, 99-VIII.
2 Nella bibliografia (cfr. sotto, pagg. 25-28) mi permetto di ricorda­
re gli studi di quegli autori che mi hanno soprattutto aiutato e dei quali
mi sento particolarmente debitore, ben oltre le poche volte che si trova­
no citati in note particolari.

19
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

fruttuosa riflessione personale e comunitaria da parte di laici che


si ispirano alla spiritualità ignaziana (come per esempio, ma non
unicamente, i membri delle C. V. X.), o di religiose o di gesuiti, tut­
ti desiderosi di essere aiutati dal pellegrino Ignazio nell'itinerario
spirituale della loro vita.
Il fine della riflessione approfondita sul testo da condursi non
solo personalmente, ma pure in gruppo o in comunità, e, pertan­
to, i destinatari principali della presente edizione hanno orientato
anche la scelta dei criteri per la traduzione. in perfetto accordo con
gli editori della recente edizione francese dell'AutobiogrC?fia3, ci
è sembrato che, prima di tutto, fosse necessario rendere il più
esattamente possibile in italiano le caratteristiche del testo origi­
nale. Per questo ci siamo impegnati, nella misura del possibile, a
rispettare lo stile orale del testo con una preoccupazione di fedeltà
analoga a quella del Camara che non ha voluto discostarsi in nul­
la da quanto gli era raccontato da Ignazio. Certamente l'uso di ter­
mini generici, il frequente ricorso al gerundio, le ripetizioni di vo­
caboli a poca distanza rinunciando allo sforzo di trovare un sino­
nimo, i ricorrenti anacoluti e il quasi meccanico y asi- ("e così"),
col quale iniziano numerosissime frasi e periodi, rendono diffici­
le e dura la lettura. Quello, però, che si perde in proprietà di lin­
guaggio e in eleganza stilistica rispetto ad altre traduzioni prece­
denti\ ci sembra sia ampiamente compensato dalla possibilità di
una maggiore fedeltà al pensiero stesso di Ignazio e di una ricer-

3 Cfr. Remarques concernant la traduction a cura dello stesso tra­


duttore, Antoine Lauras S.J., in lgnace de Loyola, Recit . . . , DDB, Paris,
1988,42-43.
4 Sotto questo punto di vista è particolarmente degna di essere ricor­
data la traduzione di G. Bisol e G. Casolari apparsa, la prima volta, in
Ignazio di Loyola, Gli Scritti, a cura di Mario Gioia, UTET, Torino, 1977,
659-714. Successivamente è stata ripresa neli' edizione deli' Autobiografia
pubblicata dai Gesuiti di San Fedele, Milano, 1986, e nella recentissima
edizione del testo citato sopra nella nota l , pag. l 9.

20
Introduzione

ca in comune del significato preciso del messaggio del fondatore,


che una traduzione più interpretativa e più rifinita potrebbe più fa­
cilmente oscurare, orientando già la lettura in una direzione ben de­
terminata e prestabilita.
La traduzione, come già abbiamo accennato sopra (pag. 17) è
stata condotta sul testo critico dei Monumenta Ignatiana (= MI),
Fontes Narrativi(= FN) 1, 354-507. Di questo testo ricopiamo ad
Iitteram la parte in italiano arcaico, che inizia con il §.79 e si
estende fino al termine.
La nostra edizione segue la ormai tradizionale divisione in 11
capitoli e in 101 paragrafi, adottata per la prima volta nell'edizio­
ne critica dei Padri Bollandisti nel 1731 e ripresa anche dagli edi­
tori dei MHSI. Per aiutare maggiormente la lettura, soprattutto quel­
la condotta in gruppo o in comunità, è sembrato utile dare un ti­
tolo ai singoli capitoli. La loro scelta è stata determinata, in mo­
do analogo a quanto operato da J.C. Dhòtel nella recente edizio­
ne francese, dal desiderio che dall'indice stesso apparissero chia­
re le diverse tappe dell'itinerario del pellegrino e si potesse salvare
quanto di positivo racchiude l'intuizione di intitolare tutto il do­
cumento Il racconto del (o di un) Pellegrino. Come ormai comu­
nemente avviene in tutte le edizioni dell'Autobiografia, anche
nella presente il testo viene preceduto dalle autorevoli e illuminanti
Prefazioni o Prologhi dei Padri Nadal e Gonçalves da Camara. La
loro traduzione è stata condotta sul testo critico in spagnolo dei
Monumenta lgnatiana, Fontes Narrativi, I, 354-363. Solo l'ulti­
mo paragrafo del Prologo del P. Gonçalves da Camara è tradotto
sul testo latino del Bollandista P. Ignazio Pien che nel 1730-31, a
Roma, ebbe modo di avere tra le mani il codice, a noi ignoto, che
conteneva il testo integro in lingua spagnola.
Il presente volume è corredato di tre indici particolari. Il primo
vuole essere semplicemente un sussidio per una lettura del testo at­
traverso alcuni temi principali deli'Autobiografia, particolarmen­
te seguiti nelle note. Tale lettura, anche se non è da privilegiarsi so­
pra quella corsiva che segue le diverse tappe dell'itinerario del pel­
legrino, può risultare particolarmente utile nella riflessione in

21
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

gruppo o in comunità, per approfondire punti particolari che la di­


scussione comunitaria può far eventualmente emergere. Il secon­
do, quello dei nomi delle persone e dei luoghi, rinvia unicamente
al testo dell 'Autobiogr�fia e non anche al commento. Il motivo è
facilmente comprensibile data l'ampiezza delle note: non sarebbe
stato difficile, disponendo oggi del computer, raccogliere ed elen­
care tutti i nomi delle persone e dei luoghi citati, ma il risultato ot­
tenuto avrebbe rese in molti casi onerose la ricerca e la consulta­
zione da parte del lettore. Il terzo indice, infine, raccoglie i testi de­
gli Esercizi Spirituali e delle Costituzioni citati nelle note.
Questa terza edizione dell'opera, edita dall'Apost o lato della
Preghiera, riprende sostanzialmente e solo con piccoli ritocchi le
prime due- ormai esaurite- curate dali'Editrice C. V.X negli an­
ni '90. Le novità principali riguardano l'impaginazione e la bi­
bliografia: circa la prima, abbiamo collocato il testo in entrambe
le pagine e non più solo nella pagina di sinistra; circa la seconda,
abbiamo voluto aggiornarla con l'aggiunta delle pubblicazioni in
lingua italiana sia dei testi stessi dell'Autobiogr�fìa, sia degli stu­
di più significativi di questi ultimi 15 anni.
Lunga sarebbe la lista delle persone che vorrei ringraziare, a co­
minciare dai molti compagni e amici nella Compagnia, alcuni dei
quali già passati alla vita eterna, che con i loro scritti e consigli mi
hanno particolarmente aiutato. Quelli ricordati nella bibliografia
sono solo alcuni, perché tanti altri mi hanno influenzato e sono en­
trati così profondamente in me da non avere nemmeno più coscienza
di avere compiuto, forse, un furto nei loro riguardi. Desidero espli­
citamente ringraziare solo gli amici delle Comunità di Vita Cristiana
di Milano che con calore e affetto hanno seguito la gestazione (e
anche oltre!) di questo volume, i fratelli coadiutori gesuiti della
Lombardia che mi hanno aiutato a comprendere in questi ultimi tre
anni nei loro ritiri mensili l'importanza della lettura comunitaria
deli'Autobiografia per una migliore còmprensione del testo, e la
Signora Clara Mina per il prezioso e paziente lavoro di revisione
del testo, che solo Dio può misurare.

22
Sigle- Bibliografia

SIGLE E ABBREVIAZIONI

AHSI Archivum Historicum Societatie Iesu, rivista


edita a Roma dali 'Istituto Storico della Com­
pagnia di Gesù.

Autob. Autobiografia di Ignazio di Loyola.

cfr. confrontare.

CIS Centrum lgnatianum Spiritualitatis: pubblica­


zioni o la rivista stessa edita dal Centro Igna­
ziano di Roma.

Cost. Testo del Proemio e delle Dieci Parti delle Co­


stituzioni della Compagnia di Gesù.

ed. edizione

EESS Testo degli Esercizi Spirituali di Ignazio di


Loyola.

Epp. Epistolae Ignatianae, MHSI, Madrid 1903-


19ll, 12 volumi.

Es. Gen. Testo degli otto capitoli dell'Esame Generale


premesso alle Costituzioni propriamente dette.

FD Fontes Documentales de S. Ignatio de Loyo­


la, a cura di Candido de Dalmases S.J., MH­
SI, Roma 1977.

FN Fontes Narrativi de S. lgnatio de Loyola et de


Societaties Iesu initiis, MHSI, Roma 1943-
1965, 4 volumi.

ibid. ibidem, stessa opera immediatamente prima ci­


tata.

23
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

Idem. Idem, stesso autore immediatamente prima ci­


tato.

Manr. Manresa, rivista di spiritualità ignaziana edita


a Madrid.

MHSI Monumenta Historica Societatis lesu, docu­


menti storici della Compagnia di Gesù, pub­
blicati a Roma dali 'Istituto Storico della Com­
pagnia di Gesù.

MI Monumenta Ignatiana, sezione dei MHSI che


riguarda in particolare la persona e gli scritti
di Ignazio di Loyola.
n. numero.
o.c. opera citata
pag. pagina.
Récit. . . Ignace de Loyola, Récit... , la recente edizio­
ne francese dell'Autobiografia, Paris, 1988.

Reg. Regola.
Summ. Hisp. Alfonso de Polanco, Summarium Hispanicum
de origine et progressu Societatis /esu, l 547-
1548, FN I, 146-256.
Vol. Volume.

N.B. A proposito delle citazioni dali' Es. Gen. e dal­


le Cast.: per aiutare il lettore a cogliere me­
glio l'esatto senso dei testi, al numero margi­
nale, citato in cifra arabica entro parentesi qua­
drata, premettiamo, in cifra romana, il nume­
ro del capitolo (per l Es. Gen.) o della parte
'

(per le Cast.), per es.: Es. Gen., IV [57] = Es.


Gen., Capit. 4°, n. marg. 57 ; Cast., IX [739]
= Cast., Parte IX, n. marg. 739.

24
BIBLIOGRAFIA

Edizioni critiche del/ 'Autobiografia:

MHSI, MI, Scripta de S. lgnatio , Vol. I, Madrid 1904, pp. 31-98.

MHSI, MI, Fontes Narrativi de S. Jgnatio, Vol. l, Roma 1943, pp.323-507,


a cura di D. Femandez Zapico S.J. col titolo: Acta Patris lgnatii
scripta a P Lud. Gonzalez de Camara (1553-1555). Viene data an­
che la traduzione latina di P. Annibale du Coudray edita dai Padri
Bollandisti in Acta Sanctorum Julii , Antuerpiae 1731; Venezia 1749.

Edizioni in italiano:

Sant'Ignazio di Loyola, Esercizi Spirituali, preceduti dalla sua Autobiografia,


prefazione di G. Papini, Firenze, Libr. Ed. Fiorentina, 1928.

S. Ignazio di Loyola, Autobiografia e Diario Spirituale, trad. di F. Guerello,


introduzioni e note di G. Rambaldi, F irenze, Libr. Ed. Fiorentina,
1959, pp. 278.

Il racconto del pellegrino. Autobiografia di S. Ignazio di Loyola , a cura di


R. Calasso, Milano, Adelphi, 1966, 1985, 108.

Autobiografia, introduzione di A. Scurani, versione e note di G. Bisol e G.


Casolari in Gli Scritti di Ignazio di Loyola a cura di M. Gioia, Torino,
UTET, 1977, pp. 653-714.

Ignazio di Loyola, Autobiografia. Storia di una vocazione e di una missio­


ne, a cura dei Gesuiti di "La Civiltà Cattolica" (Roma) e di San Fedele
(Milano). Realizzazione di P. Vanetti. Milano 1986, pp. 128.

Ignazio di Loyola, Il racconto di un Pellegrino, introduzione, traduzione e


note di G. De Gennaro, Roma, Città Nuova, 1988, pp. 146.

Storia della vocazione e della missione di Ignazio di Loyola , introduzione


di M. Costa, traduzione e note di G. Bisol e G. Casolari, cronologia del­
la vita di Ignazio di V. Marras, "Supplemento a Jesus" n. l O, ott. 1990,
Società San P aolo, 1990, pp. 99-VIII.
S. Ignazio di Loyola, Autobiografia, Ed. TEA, 1992.

25
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

S. Ignazio di Loyola, Autobiografia, Ed. Garzanti, 1997.


S. Ignazio di Loyola, Autobiogrqfia, C. Chiappini a cura di, in Gli Scritti di
S. Ignazio di Loyola, Ed. AdP, Roma 2007, pp. 63-163.

Altre edizioni del testo in lingue moderne:

Autobiografia, lntroducci6n, texto y notas por el P. C. de Dalmases S.J. in


San lgnacio de Loyola, Obras Completas, 4 ed. Madrid, BAC, 1982,
pp.1078.

El Pe/egri. Autobiografia de sant lgnasi de Loyola. Trad. e commento a cu­


ra di J. M. Rambla, Barcellona, Ed. Claret, 1983, pp. 154.

A Pilgrim s testament. T he Memoirs of Ignatius of Loyola, a cura di


Parmananda R. Divarkar, Roma, Tip. PUG, 1983, pp. 128.

lgnace de Loyola, Récit écrit par le Père L. Gonçalves aussitot qu 'il l'eut
recueilli de la bouche méme du Père lgnace, trad. par A. Lauras S.J.,
Intr., notes et index par J.-C. Dhòtel S.J., Paris, DDB-Bellarmin, 1988,
pp. 1 99.

lgnatius of Loyola, A Pilgrim s Testament. Translated by Divarkar, St. Louis


1995.

lgnacio de Loyola, A Pilgrim s Journey. The Autobiography of lgnatius of


Loyola, Translated by J. N. Tylenda, San Francisco 2001.

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Deutsche Werkausgabe: Bd. Il - Griindungstexte der Gesel/schaft Jesu,
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28
PROLOGO DEL PADRE
LUIS GONçALVES DACÀMARA1

l Nel! 'anno l 553, un venerdì mattina, 4 di agosto, vigilia


della Madonna delle Nevi, mentre il Padre si trovava nel giardi­
no, vicino alla casa o appartamento del Duca, cominciai a rendergli
conto di certe particolarità della mia anima; tra le altre cose gli
parlai della vanagloria. Il Padre mi diede come rimedio di riferi­
re molto spesso le mie cose a Dio, sforzandomi di offrirGli tutto
ciò che di buono si trovasse in me, riconoscendolo come Suo e
rendendoGliene grazie; e di questo mi parlò in modo tale da con­
solarmi molto, fino al punto che non potei trattenere le lacrime.
E così il Padre mi raccontò che per due anni era stato travaglia­
to da questo vizio, tanto che, quando a Barcellona si stava im­
barcando per Gerusalemme, egli non osava dire a nessuno che an­
dava a Gerusalemme, e così accadeva in altre simili circostanze;

1 Il testo originale del Càmara è stato scritto in spagnolo, ma purtroppo

è andato perduto. Per di più le copie manoscritte antiche (per esempio


il Testo C e il Testo Ve) non lo riportano per intero. La traduzione del­
l'ultima parte mancante è stata condotta sulla traduzione latina del P.
Giovanni Pien (edita dai MI, FN l, 363), fratello del P. Ignazio che nel
1730-31, a Roma, ebbe modo di avere tra le mani un manoscritto anti­
co, a noi ignoto, che riportava integro il testo spagnolo. Si discute sulla
data esatta di composizione di questa prefazione: la sentenza più probabile
ritiene che i paragrafi 1-4 siano stati scritti entro l'ottobre 1555 e il pa­
ragrafo 5 sia stato aggiunto in un secondo tempo, ad ogni modo sempre
prima del settembre 1556, quando giunse al Gonçalves da Càmara la no­
tizia della morte di Ignazio. Gli argomenti in favore di questa sentenza
non sono, però, così cogenti da escludere l'opinione di chi vorrebbe da­
tare questa prefazione nel 1558 o, addirittura, nel 1559 (cfr. FN l, 329-
330).

29
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

aggiunse, inoltre, che in seguito su questo punto aveva sentito una


grande pace nella sua anima. Una o due ore dopo andammo a man­
giare; e, mentre stava mangiando col Maestro Polanco e con me,
nostro Padre disse che Maestro Nadal e altri della Compagnia mol­
te volte gli avevano fatta richiesta di una cosa e che non si era mai
deciso a farla. Ma aggiunse che, dopo aver parlato con me, men­
tre si trovava tutto raccolto in camera, aveva provato molta de­
vozione e inclinazione afarla; e, parlando in modo da manifestare
che Dio gli aveva dato grande chiarezza sul doverla compiere, dis­
se che si trovava ormai del tutto deciso. La cosa era questa: ma­
nifestare tutto quello che era passato nella sua animafino allora;
aggiunse che aveva anche deciso che fossi io la persona alla qua­
le avrebbe rivelato queste cose.

2 In quel tempo il Padre stava molto male e non aveva affat­


to l 'abitudine di ripromettersi un solo giorno di vita; anzi, quan­
do qualcuno diceva: «lo farò questo tra quindici giorni o fra ot­
to giorni», il Padre diceva sempre, quasi spaventato: «Come ! E
voi pensate di vivere così a lungo?». Tuttavia quella volta disse che
sperava di vivere tre o quattro mesi per portare a compimento quel­
la cosa. L 'indomani gli chiesi quando avrebbe voluto che comin­
ciassimo; ed egli mi rispose che glielo ricordassi ogni giorno
(non mi ricordo per quanti giorni) fino a che non avesse l 'oppor­
tunità difarlo. E così, poiché non l 'aveva al presente a causa del­
le occupazioni, venne a dire in seguito che glielo ricordassi ogni
domenica. A settembre (non mi ricordo quale giorno fosse) il
Padre mi chiamò e cominciò a narrarmi, con chiarezza e precisione,
tutta la sua vita e le sue ragazzate, con tutte le loro circostanze.
In seguito mi chiamò, nello stesso mese, altre tre o quattro volte
e arrivò con il racconto fino al punto in cui la sua permanenza a
Manresa è datata da alcuni giorni, come risulta dal cambiamen­
to di scrittura.

3 Il modo di narrare del Padre è quello che gli è abituale in


tutte le cose, cioè così chiaro che sembra che renda presente al-

30
Prologo del Padre Luis Conçalves da Camara

l'altro tutto il passato. Pertanto non c'era bisogno di domandar­


gli nulla, perché tutto quello che importava che l'ascoltatore ca­
pisse, il Padre si ricordava di dirlo. Io, senza dire niente al Padre,
andavo immediatamente a metter/o per iscritto, dapprima infor­
ma di appunti di mia mano, poi in maniera più estesa, come ora
risulta scritto. Ho cercato di non introdurre nessuna parola che non
l 'abbia udita dal Padre; e se in qualche cosa temo di avere man­
cato, è nel non essere riuscito a rendere bene laforza di alcune pa­
role del Padre, proprio per non essermene voluto discostare. E co­
sì scrissi questo, come è detto sopra, fino al settembre 1553; da al­
lora fino a quando giunse il Padre Nadal, il 18 ottobre 1554, il
Padre si scusava continuamente per alcune sue malattie e per di­
versefaccende che gli capitavano, dicendomi: «Quando questafac­
cenda sarà conclusa, ricordatemelo». Appena concluso quell 'af­
fare, glielo rammentavo, ma egli diceva: «Ora siamo impegnati in
quest'altrafaccenda; quando sarà conclusa, ricordatemelo».

4 Ma il Padre Nadal, appena arrivato, pur rallegrandosi mol­


to per quanto era stato iniziato, mi comandò che importunassi il
Padre, dicendomi molte volte che con nessuna altra cosa il Padre
poteva fare un bene maggiore alla Compagnia che con il fare
questo, e che questo significavafondare veramente la Compagnia;
ed egli stesso molte volte parlò in questa linea al Padre. Questi mi
disse che glielo ricordassi dopo che fosse stato concluso l 'affare
della dotazione del collegio e, finito quello, quando fosse termi­
nato lafaccenda del Prete efosse partita la posta. Cominciammo
a riprendere il racconto il 9 marzo. Subito dopo il Papa Giulio III
cadde gravemente malato e morì i/23. Il Padre rimandò la cosa
fino ali 'elezione del nuovo Papa. Questi, appena eletto, si ammalò
lui pure e morì (ju il Papa Marcello). Il Padre differì la cosafino
alla creazione del Papa Paolo IV. e poi, per il gran caldo e per le
molte occupazioni, fo sempre impeditofino al21 settembre, quan­
do si cominciò a pensare di mandarmi in Spagna. Per questo io in­
sistetti allora molto presso il Padre perché adempisse quello che

31
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

mi aveva promesso. Fu così che decise subito un incontro per il mat­


tino del22, alla Torre Rossa. Appena finii di dire Messa2, mi pre­
sentai a lui per chiedergli se era giunto il momento.

5 Mi rispose che andassi ad aspettarlo alla Torre Rossa, co­


sì che, quando eglifosse arrivato, io mi trovassi già là. Compresi
che avrei dovuto aspettarlo in quel posto a lungo e, mentre mi in­
trattenevo sotto un portico a parlare con un Fratello che mi ave­
va chiesto una cosa, arrivò il Padre e mi rimproverò perché, ve­
nendo meno all'ubbidienza, non lo avevo a!>pettato nella Torre
Rossa, e per tutto quel giorno non volle fare niente. Poi tornam­
mo afargli molta insistenza. Allora tornò alla Torre Rossa. Dettava
passeggiando, come prima sempre faceva. Io, per guardare il suo
volto, mi avvicinavo sempre un poco a lui, e il Padre mi diceva:
«Osservate la Regola». Siccome qualche altra volta, dimentican­
do il suo avvertimento, mi avvicinavo a lui -ricadendo in questo
due o tre volte- il Padre mi rifece la stessa osservazione e se ne
andò. Finalmente, in seguito, tornò indietro nella stessa Torre
per finirmi di dettare quanto ora rimane scritto. Ma, poiché sta­
vo in procinto di mettermi in viaggio da un momento ali'altro (in
effetti il giorno prima della mia partenza fu l'ultimo in cui il
Padre parlò con me di quelle cose). non mijù possibile trascrivere
tutto per esteso a Roma. E poiché a Genova non disponevo di un
amanuense spagnolo, dettai in italiano quello che da Roma ave­
vo portato con me appuntato e ultimai questa redazione nel di­
cembre 1555, a Genova.

2 Terminano a questo preciso punto, con la frase ancora sospesa, i ma­


noscritti spagnoli a noi noti; d'ora in avanti la nostra traduzione è con­
dotta sul testo latino dei Padri Bollandisti (cfr. sopra, nota l), edito nei
FN I, 363.

32
PROLOGO DEL PADRE
GEROLAMO NADAV

l lo e altri Padri avevamo sentito dire da parte di nostro


Padre Ignazio che egli aveva chiesto a Dio di ottenere tre grazie
pr ima di lasciare questa vita: la prima, che l'Istituto della
Compagniafosse approvato dalla Sede Apostolica; la seconda, che
lo fossero anche gli Esercizi Spirituali, la terza, che avesse la
possibilità di redigere le Costituzioni.

2 Ricordandomi di questo e vedendo che egli le aveva già con­


seguite tutte e tre, temevo che stesse ormai per essere chiamato di
tra noi a miglior vita. Sapendo, poi, che i santi Padri Fondatori
di un Istituto monastico avevano usato lasciare ai posteri, a mo'
di testamento, alcune raccomandazioni, dalle quali confidavano
che questi avrebbero potuto essere aiutati per raggiungere la per­
fezione della virtù, cercavo il momento nel quale poter chiedere op­
portunamente la stessa cosa al Padre Ignazio. Nell'anno 155J2,
mentre ci trovavamo insieme, avvenne che Padre Ignazio dicesse:
«In quel momento io ero più in alto del cielo». Aveva avuto, come
ritengo, un'estasi o un rapimento, come spesso gli capitava. Tutto
pieno di rispetto gli domandai: «Di che si tratta, Padre?». Egli cam­
biò discorso. Pensando, dunque, che quellofosse il momento buo­
no, domandai al Padre e lo supplicai che egli ci volesse esporre

1 Il Prologo del P. Nadal è stato redatto dopo quello del P. Gonçalves


da Càmara. La data esatta dovrebbe essere collocata tra il 1561 e il
1567. Il testo originale è in latino.
2 Avrebbe dovuto dire 1552. Per tutto il 1551, infatti, il Nadal si trat­
tenne in Sicilia e solo il 5 gennaio partì alla volta di Roma.

33
S. Ignazio di Loyo/a - Autobiografia

come il Signore lo aveva guidato dali 'inizio della sua conversio­


ne, a.ffìnché quel racconto potesse avere per noi valore di testamento
e di direttiva patema. «Infatti -dico- avendo già tu ottenuto, o Padre,
quelle tre cose che hai desiderato vedere prima della tua morte,
temiamo che tu debba essere ormai chiamato al cielo».

3 Il padre adduceva come scusa le sue occupazioni: per que­


sto non poteva dedicare alla faccenda né la sua attenzione, né il
suo tempo. Nondimeno egli disse: «Celebrate Polanco, Ponzio e
tu tre Messe secondo questa intenzione; e, dopo aver pregato, ri­
feritemi che cosa ne pensate». «Padre -dissi- penseremo lo stes­
so di adesso». Egli aggiunse in modo molto dolce: «Fate quello
che dico». Dicemmo le Messe; riferimmo lo stesso; promise che
lo avrebbe fatto. L 'anno seguente, quando ritornai di nuovo dal­
la Sicilia per essere mandato in Spagna, chiesi al Padre se aves­
se fatto qualcosa. «Nulla», rispose. Ritornando dalla Spagna nel
l 554, ancora lo pregai: non vi aveva ancora messo mano. A que­
sto punto, però, spinto da non so quale sentimento e, certamente,
con insistenza, dissi al Padre: «Sono quasi quattro anni che ti pre­
go non solo a nome mio, ma anche a nome di altri Padri, che tu,
o Padre, ci spieghi come Dio ti ha diretto dali 'inizio della tua con­
versione; noi siamo persuasi che questo sarebbe utile prima di tut­
to a noi e alla Compagnia. Ma, siccome vedo che tu non lo fai, ti
voglio assicurare di questo: se farai ciò che tanto desideriamo, noi
ci gioveremo accuratamente di questo benejìcio; se non lo.fàrai,
non per questo saremo d'animo più debole, ma metteremo ugual­
mente la nostra .fiducia nel Signore come se tu ci avessi lasciato
tutto per iscritto».

4 Il Padre non rispose nulla, ma quello stesso giorno, come


ritengo, chiamato a sé P Luis Gonçalves, cominciò a raccontar­
gli ciò che quel Padre, di ottima memoria, metteva poi per iscrit­
to. Questi sono gli Atti del Padre Ignazio che ora stanno andan­
do in giro. Il Padre Luis, poi, fu elettore nella prima Congregazione

34
Prologo del Padre Gerolamo Nadal

Generale e nella medesima, fu eletto Assistente del Preposito


Generale, Padre Laynez. In seguito formò alle lettere e ai costu­
mi cristiani Sebastiano, Re di Portogallo; è, insomma, un Padre
veramente insigne per pietà e per virtù. Padre Gonçalves scrisse
parte in spagnolo e parte in italiano, a seconda degli amanuensi
che aveva a disposizione. La traduzione in latino è del Padre
Annibale du Coudray, Padre assai dotto e pio. Entrambi, autore
e traduttore, sono ancora viventi.

35
Capitolo primo
LOYOLA

l Fino a 26 anni1 fu uomo dedito2 alle vanità del mondo3 e tro­


vava soprattutto piacere ne/l 'esercizio delle armi, con grande e va-

1 Questo dato ha sviato più di uno studioso nello stabilire la data di

nascita di Ignazio. Infatti, se egli avesse avuto 26 anni al tempo della fe­
rita a Pamplona, sarebbe nato nel 1495, essendo certo che la battaglia,
alla quale si fa allusione in questo paragrafo, avvenne nel maggio 1521.
Alcuni, per evitare di ammettere che Ignazio sia incorso in un errore, ipo­
tizzano in lui una doppia conversione: questo dato, secondo costoro, do­
vrebbe riferirsi ad una prima conversione che si sarebbe verificata nel
1517 quando Ignazio, dalla corte di Arevalo, passò al servizio del duca
di Najera, viceré di Navarra. Ma le parole del testo «trovandosi in una
fortezza assediata dai Francesi)) legano strettamente i 26 anni alla bat­
taglia di Pamplona del 1521. D'altra parte, la data di nascita di Ignazio
è da porsi necessariamente nel 1491 come aveva sempre sostenuto la sua
nutrice, Maria Garin, come prova un atto notarile del 1505 riguardante
la compravendita di un cavallo in cui Ignazio appare come testimone­
funzione per la quale si dovevano avere almeno 14 anni di età-, e co­
me soprattutto hanno ritenuto i Padri della Compagnia riuniti in Roma
alla morte del santo nel 1556, quando si trattò di stabilire con esattezza
l'età di Ignazio al momento della morte- 65 anni -per scriverlo sul­
l'epitat1ìo tombale. Pertanto, è più logico pensare che Ignazio si sia
sbagliato per un difetto di memoria che, come vedremo in altri passi
dell'Autobiografia, non sembra essere molto viva e precisa alla fine
della sua vita (cfr. anche sotto,§ 30, nota 102).
2 Il termine spagnolo "dado" esprime bene lo stato di dedizione e di
schiavitù in cui Ignazio si trovava rispetto alle realtà mondane. La con­
versione comporterà un "darsi" o un "essere dato" a Dio, agli esercizi spi­
rituali, alle "cose interne" (cfr. Esercizi Spirituali, nn. 348. 44). Non si
tratta solo di un 'affezione o di un sentimento passeggero, ma di uno sta-

37
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

no desiderio4 di procurarsifama. E così, trovandosi in una for­


tezza assediata dai Francesi5, mentre tuttt• erano del parere di ar-

to permanente, che imbeve tutta l'esistenza e inclina spontaneamente la


persona verso il fine che l'attrae.
3 Le vanità del mondo sono le stesse realtà mondane quando vengo­
no assolutizzate e giocano un ruolo decisivo nell'orientamento delle
scelte e dello stile di vita deli 'uomo. In particolare, su Ignazio prima del­
la conversione facevano presa il piacere dell'esercizio delle armi e, so­
prattutto, la ricerca di onori e fama. L'affermazione circa il piacere che
provava nell'esercizio delle armi per molto tempo ha fatto ritenere che
Ignazio fosse uomo d'armi, un soldato di mestiere e valoroso, addirittu­
ra uno stratega e una persona esperta di tattica e di disciplina militare. In
questa luce militaresca è stata interpretata la sua stessa spiritualità e la
spiritualità della Compagnia di Gesù. Di fatto, Ignazio era più uomo di
corte, amante delle buone maniere, dell'eleganza e degli onori, che uo­
mo di campo di battaglia; se portava la spada, essa aveva per lui soprat­
tutto un valore decorativo o utile per essere sguainata nelle liti notturne,
come accadde nel carnevale del 1515, o per i begli occhi di qualche da­
ma. L'arma è in funzione dell'onore, è un mezzo per affermarsi perso­
nalmente e per farsi valere e onorare presso gli altri. La sua ricerca de­
gli onori, agli inizi della vita, è giudicata da Ignazio ormai più che ses­
santenne una vanità, una realtà frivola, leggera e incapace di costruire una
forte personalità. Si tratta di quella vanagloria o di quel vano onore del
mondo al quale, attraverso l'attaccamento alle ricchezze, si è spinti dal
tentatore (EESS., nn. 142. 146), cioè da colui che si comporta come il "va­
no innamorato", che vive e opera nel nascondimento e nelle tenebre
(EESS., Regole del Discernimento per la l Sett., Reg. 13, n. 326). Contro
questa tentazione che viene dal di fuori, bisogna reagire in maniera dia­
metralmente opposta, dando cioè gloria a Dio e ringraziandolo dei be­
nefici ricevuti, come il santo consigliò al Camara (cfr. L uis Gonçalves
da Camara, Prologo all'Autobiografia, n. 1., sopra, pag. 29). Ignazio pen­
sa che la vanagloria costituisca un vero pericolo per i suoi seguaci nel­
la Compagnia di Gesù: per questo non ha paura di parlame nell'Au­
tobiograjia, testo fondazionale, sulla scia di quanto aveva raccomanda­
to al Camara quando, la mattina del venerdì 4 agosto 1553, questi ave-

38
Capitolo primo - Loyola

rendersF, alla sola condizione che fosse salva la vita, poiché ve­
devano chiaramente che non si potevano più difèndere, egli pre-

va a lui aperto il cuore e aveva manifestato di essere fortemente tentato


da questo vizio. Di fatto, è proprio a partire da quel colloquio tra Ignazio
e il Camara sulla vanagloria, che il santo, dopo averci riflettuto e pregato
sopra, manifestò la decisione di raccontare la sua vita passata, perché mos­
so da un impulso che non riteneva più solo proveniente dai Compagni,
ma da Dio stesso (ibid.). Nelle Costituzioni della Compagnia di Gesù,
per provare e nello stesso tempo per dare fondamento alla vocazione del
futuro gesuita, Ignazio gli prescrive per il tempo del noviziato, come 2°
esperimento dopo quello degli Esercizi Spirituali, il servizio in un ospe­
dale per la durata di un mese: attraverso di esso «si mira ad abbassarsi
e ad umiliarsi maggiormente, e i soggetti devono mostrare apertamente
di essere persone che si sono distaccate completamente dal mondo, dai
suoi fasti e dalle vanità, per servire in ogni cosa il proprio Creatore e
Signore croce_fisso per essi» (Es. Gen. , IV, [66]).
4 Ignazio, già da questi primi paragrafi, appare diverso da quell'uo­
mo freddo e glaciale, quale spesso è stato descritto. È una persona che
si lascia guidare da amori e da desideri; egli sa che questi hanno una for­
za particolare e rivestono un'importanza non secondaria per la matura­
zione della personalità. Di qui l'assoluta necessità che essi siano bene or­
dinati. Essi possono, invece, essere disordinati, cioè fuori dell'ordine, sia
perché si indirizzano verso realtà che sviano dal fine ultimo, addirittura
pretendendo di porsi come fine ultimo, sia perché procedono da un cuo­
re bisognoso di purificazione perché può inclinare a desiderare e amare
male anche ciò che è in se stesso un bene. Come tali, questi desideri so­
no detti -come in questo caso- vani. Nelle Costituzioni si insiste molto
sulla purificazione dei desideri (p.e., Es.Gen. II, [23]; Cost. l, [ 143]. [183];
IV, [390]) e sul valore dei santi desideri, che sono doni da chiedere a Dio
(Es. Gen. l,[14]; lll, [501]; IV, [98]. [ 1 0 1 ]. [l 02]; Cost. III, [269], IV, [424].
VI, [602]. VII, [622] e [638] Cfr.anche sotto, §.1 O, nota 50).
.

5 Si tratta della città di Pamplona, nella quale si erano rifugiati po­


chi coraggiosi, fedeli all'imperatore, di fronte all'attacco delle truppe fran­
cesi guidate da Andrès de Foix, inviate da Francesco l in appoggio alle
pretese di Enrico d'Albert al trono di Navarra. I fatti descritti avvenne­
ro intorno al 20 maggio 1521.

39
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

sentò al comandante tanti argomenti, da persuader/o a continua­


re, malgrado tutto, a difendersi8, nonostante il parere contrario di
tutti gli altri cavalieri. Questi, però, ripresero insieme ad ani­
marsi l 'un l'altro, trascinati dal suo coraggio e dal suo ardimen­
to. Venuto il giorno in cui si aspettava l 'attacco del/ 'artiglieria, egli
si confessò9 ad uno dei suoi compagni d'arme. Dopo che già da

6 Tutti(= spago. todos): fa da contrasto a egli(= spago. el) di qual­


che riga più in basso e sottolinea la forza di volontà e il carattere fermo,
deciso e indipendente di Ignazio.
7 Erano del parere di arrendersi: il testo è rivelatore di una elezione
maturata attraverso un processo di discernimento: analisi della situazione:
non ci si può difendere; fine da conseguire: aver salva la vita; mezzo da
eleggere: arrendersi. Ignazio, diversamente dagli altri, è guidato da un al­
tro fine: l'onore(= spago. ganar honra) che tanto fortemente e vanamente
desiderava. Pertanto, per chi, come lui, è pronto a morire, la situazione
di partenza non può essere motivo assoluto di scelta della resa al nemi­
co. C'è irriducibilità tra l'elezione dei compagni d'arme e la sua. Ne è
motivo fondamentale la differenza tra i due fini: quello che è assoluto per
gli uni (la vita), è relativo per l'altro, per Ignazio, perché altro è il suo
assoluto (l'onore) di fronte al quale si è indifferenti circa il binomio vi­
ta-morte (cfr. EESS., Principio e Fondamento, n. 23) ·

8 Il comandante della fortezza di Pamplona era Miguel de Herrera.


Anche da parte sua c'è una decisione: resistere, difendersi. Non sappia­
mo quale maturazione e quale itinerario questa decisione abbia avuto.
Sappiamo solamente che in essa ebbe un ruolo decisivo la forza persua­
siva di Ignazio. Essa si attua non solo attraverso illuminazioni per l'in­
telletto, ma anche attraverso stimoli e impulsi sulla volontà e sull'emo­
tività dei compagni, che finirono per essere trascinati dal suo esempio di
ardimento e di coraggio.
9 È chiaro che non si tratta di una confessione sacramentale, ma di un
pio esercizio di umiltà in previsione di una non improbabile morte.
Questa confessione dimostra come Ignazio aveva chiara coscienza di an­
dare incontro alla morte e, pertanto, costituisce una conferma di quanto
sopra annotato (cfr. nota 7) circa l'irriducibilità tra l'elezione dei com­
pagni d'arme e la sua.

40
Capitolo primo - Loyola

parecchio tempo durava il cannoneggiamento, una bombarda lo


colpì alla gamba, rompendogliela tutta; e poiché il proiettile gli
passò tra le gambe, anche l'altra restò malamenteferita10.

2 E così, caduto lui, quelli dellafortezza si arresero subito ai


Francesi. Questi, dopo aver preso possesso de/luogo, trattarono
molto bene ilferito, usandogli cortesia e amichevolezza. E dopo
essere rimasto a Pamplona dodici o quindici giorni, fu trasporta­
to in lettiga nella sua terra. Qui, poiché stava molto male, tutti i
medici e i chirurghi11 che erano stati chiamati da varie parti, giu­
dicarono12 che si doveva nuovamente rompere la gamba e rimet-

10 Come Paolo di Tarso, Ignazio è piegato e vinto da un intervento for­


te dall'esterno, dal di fuori. Il Padre Polanco afferma nel Chronicon
Societatis /esu che una gamba fu rotta in più parti e che l'altra fumala­
mente ferita senza, però, alcuna frattura di ossa. S.Ignazio sa bene cosa
vuoi dire rompersi un osso e quale differenza intercorra tra il rompersi
un osso e il ferirsi solamente nella carne! Perciò, quando negli Esercizi
Spirituali parla di mortificazione corporale (EESS., n.85), si ferma a di­
re soltanto che si può «castigare la carne, dandole dolore sensibile», sen­
za andare oltre.
11
Noi conosciamo solo il nome di un chirurgo. Martin Itziola di
Azpeitia: egli ricevette l O ducati per l'operazione e le cure prestate (FN
l, 625-626).
12 È interessante vedere come Ignazio rilegge la decisione dei medi­
ci non secondo la loro metodologia imperniata sul binomio diagnosi-te­
rapia, ma secondo la propria metodologia del discernimento. Egli si de­
cide per il mezzo (=rompere di nuovo la gamba e/per rimettere le ossa
al loro posto) come punto di incontro tra la situazione di partenza (il da­
to storico dal basso: l'essere le ossa fuori posto) interpretata e analiz­
zata («O perché erano state malamente ricomposte la prima volta, o per­
ché si erano spostate durante il viaggio») e iljìne da raggiungere (il da­
to "dall'alto", il valore scelto e accettato a priori come criterio di di­
scernimento: la guarigione da ottenere). Si sceglie quello che è neces­
sario operare nella situazione concreta per meglio conseguire il fine: ana­
lisi, valutazione, scelta, decisione, operazione per raggiungere il fine.

41
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

tere le ossa al loro posto un 'altra volta. Dicevano che esse si tro­
vavano fuori posto o perché erano state malamente ricomposte la
prima volta, o perché si erano spostate durante il viaggio, e che
cosi non poteva guarire. Si ripeté quella carneficina. In questa, co­
me in tutti gli interventi prima subiti o che avrebbe dovuto subire
in seguito, non disse mai parola, né diede altro segno di dolore se
non stringere forte i pugni13•

3 Ma continuava a peggiorare, senza poter mangiare e con gli


altri sintomi che di solito sono preannuncio di morte. Giunta lafe­
sta di san Giovanni14, siccome i medici avevano scarsissimafiducia
circa il suo stato di salute, gli fu consigliato di confessarsi; e co­
sì, ricevuti i sacramenti, la vigilia dei santi Pietro e Paolo15 i me­
dici dissero che, se entro la mezzanotte non sifosse notato un mi­
glioramento, lo si poteva dare per morto. Il malato era sempre sta­
to devoto di san Pietro16 : 17 Nostro Signore volle che in quella stes-

13 Ancora una volta appare la grande forza di volontà di Ignazio. Si


tratta, però, di una volontà ancora a punta di spillo e molto ricca di or­
goglio. Di essa Ignazio si servirà per acquisire quel dominio di sé che rac­
comanda all'esercitante come necessario per vincere il nemico (EESS.,
n. I 3), per conseguire il fine proprio degli Esercizi Spirituali (EESS., nn.
21 e 87) e per stroncare i pensieri cattivi e le tentazioni (EESS., nn. 33.
34. 217). Questo atteggiamento di Ignazio è raccomandato al gesuita dal­
le Costituzioni, particolarmente per i momenti di malattia e in punto di
morte: «Ciascuno della Compagnia deve sforzarsi e procurare che Dio
Nostro Signore sia in lui glorificato e servito, e il prossimo sia edifica­
to, almeno dall'esempio di pazienza e di fortezza . .. » (Cast., VI, [595]).
14 La festa di S.Giovanni Battista, il 24 giugno.
15 Il 28 giugno
16
Il Polanco ricorda (FN II, 517) che Ignazio nella sua gioventù
compose un poemetto in onore del Principe degli Apostoli. A monte di
questa devozione, probabilmente, c'è l'ambiente culturale della corte di
Arevalo dove la figura di S.Pietro era molto sfruttata dagli eroici e cre­
denti cantori di corte. Sono questi da considerarsi come primi semi del­
la sua futura devozione al Papa, che, attraverso il Voto di Montmartre,

42
Capitolo primo - Loyola

sa notte cominciasse a star meglio18• Tanto rapido fu il migliora­


mento che di lì a qualche giorno lo giudicarono fuori pericolo di
morte.

4 Quando ormai le ossa si erano saldate, gli rimase sotto il gi­


nocchio un osso accavallato sopra un altro, di modo che la gam­
ba rimaneva più corta e l 'osso rimaneva così sporgente da esse­
re cosa brutta a vedersi. Questo egli non lo poteva sopportare, per­
ché aveva deciso di seguire il mondo e perché pensava che ciò lo
avrebbe reso de.fòrme. Si informò presso i chirurghi se si poteva
tagliare quel/ 'osso. Essi dissero che lo si poteva certo tagliare, ma
che i dolori sarebbero stati maggiori di tutti quelli che aveva già
sofferto, perché quel/ 'osso era già sano e perché ci sarebbe volu­
to tempo per tagliar/o. Nonostante tutto, per suo proprio capric­
cio, decise19 di sottoporsi a quel martirio, quantunque suo frate/-

lo condurrà alla determinazione del IV voto per la Compagnia di Gesù


? Intanto è interessante notare come Ignazio appaia persona devota se­
condo, però, i connotati che la devozione assumeva nella gente sempli­
ce di quei tempi e nella sua famiglia. Si tratta di una devozione che con­
siste soprattutto in atti esterni. Ben altro spessore spirituale assumerà per
lui la "devozione" al termine della sua vita (cfr. sotto, §.99, nota 23).
17 Il segno di interpunzione dei due punti, che traduce il -y asì- del

testo spagnolo, sottolinea come Ignazio, nella rilettura che fa di questa


esperienza a 32 anni di distanza, colga l'evento della guarigione come
dipendente e intimamente legato alla sua devozione per S.Pietro, anche
se poi, più radicalmente e principalmente, essa è attribuita alla volontà
di Dio Nostro Signore.
18 Una tradizione popolare, ripresa dal Padre Ribadeneira (Vita di S.
Ignazio, FN IV, 85) e attestata nell'iconografia stessa del santo (cfr.
Vetrata del sec.XVH nel corridoio davanti alle stanze di S.Ignazio a
Roma), vuole che nella notte tra il 28 e il 29 giugno 1521 S. Pietro sia
apparso ad Ignazio per guarirlo.
IIJ È utile seguire attentamente la maturazione della decisione di

Ignazio di farsi nuovamente operare. In essa appaiono chiaramente de-

43
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

lo maggiore fosse spaventato e dicesse che egli non avrebbe mai


osato sopportare un tale dolore20• Il ferito, però, lo sopportò con
la pazienza di sempre21.

lineati. l o il fine ultimo, che illumina e guida il processo come criterio


fondamentale "dall'alto": seguire il mondo; 2° l'analisi della situazio­
ne: la situazione "dal basso" evidenzia una gamba più corta dell'altra e,
soprattutto, la deformità costituita da un osso sporgente; 3° la valutazione
della situazione in ordine al fine: non si può accettare la deformità fisi­
ca in nessun modo, perché il corpo ha un suo valore non -però- perché
creato da Dio o perché strumento per conseguire meglio il fine ultimo so­
prannaturale, ma perché strumento indispensabile per meglio seguire il
mondo. Il Padre Ribadeneira afferma che questo difetto avrebbe impe­
dito ad Ignazio di calzare «stivali molto attillati ed eleganti)) ai quali egli,
«giovane brillante e raffinato molto amante di abiti sfarzosi e di vestir­
si bene)), non avrebbe mai potuto rinunciare (Vita, FN IV, 85); 4° la scel­
ta del mezzo per conseguire meglio il fine nella situazione concreta:
cambiare radicalmente la situazione, costi quel che costi, anche se ciò com­
porta affrontare dolori atroci, perché l'osso era già saldato e l'operazio­
ne si prevede lunga. Il desiderio dell'onore mondano e della propria af­
fermazione è più forte della paura dei dolori fisici e delle difficoltà ester­
ne. Già allora per Ignazio l' "interno" vale più del/' "esterno". Già al­
lora è presente la struttura e la dinamica dell'elezione, ma manca l'or­
dine e la gerarchia esatta dei valori e dei contenuti. C'è già il tanto
quanto del Principio e Fondamento degli Esercizi Spirituali (EESS., n.
23), c'è già anche il magis (=la scelta e il desiderio di quello che meglio
conduce al fine), ma manca ancora l'esatta identificazione del fine: per
Ignazio, allora, esso non era la gloria di Dio o il bene reale dell'io, quel­
lo per cui l'uomo è creato, ma il proprio gusto, il proprio capriccio. Non
c'è possibilità e spazio né per una vera indifferenza, né per un autentico
vince te ipsum. Ignazio è un uomo ancora schiavo delle passioni: c'è,
senz'altro, una sottomissione del corpo alla volontà, ma essa è fasulla e
vana, sia perché il bene del corpo è considerato in se stesso e assolutiz­
zato come un fine, sia perché la volontà non è soggetta all'intelletto eque­
sto, ancor più, non è soggetto a Dio. Siamo ancora ben lontani dal fine
degli Esercizi Spirituali descritto nel n. 21: «vincere se stessi e ordina­
re la propria vita senza lasciarsi determinare da alcun affetto disordina-

44
Capitolo primo - Loyola

5 Una volta incisa la carne e segato l 'osso che sporgeva, si


cercò di usare vari rimedi perché la gamba non rimanesse così cor­
ta, ricorrendo a molti unguenti e tenendo/a con attrezzi in conti­
nua trazione. Così passarono molti giorni di martirio. Ma Nostro
Signore progressivamente gli restituì la salute ed egli andò mi­
gliorando a tal punto, che per tutto il resto era sano, ma non po­
teva reggersi sulla gamba e perciò era costretto a stare a letto. E
poiché era molto dedito alla lettura di libri mondani e falsi22, co-

tm> (per capire il «vincere se stessi», cfr. EESS., n. 87: «vincere se stes­
si, vale a dire perché la sensualità obbedisca alla ragione e tutte le par­
ti inferiori stiano più soggette alle superiori»).
20
Ancora una volta si può notare la forza di carattere di Ignazio e la
sua indipendenza di fronte a tutti, persino di fronte al fratello maggio­
re, Martin Garcia, che incontreremo ancora in seguito (cfr. sotto,§. lO,
nota 54; §. 87, nota 4).
21
Nelle Costituzioni della Compagnia di Gesù si parla della pazien­
za soprattutto in riferimento alle situazioni di malattia, sia perché in es­
se si presenta l'occasione di edificare il prossimo attraverso la testimo­
nianza di questa virtù (Es. Gen. , IV, [89]; Cost. , III, [272]. [304]; VI,
[595]), sia perché in questi momenti c'è più pericolo di mancare contro
di essa, data la debolezza della natura umana ( Cost., VI, [595]).
Certamente questi paragrafi del! 'Autobiografia dedicati alle infermità di
Ignazio sono una preziosa chiave di interpretazione dei testi che le
Costituzioni dedicano alle infermità dei membri della Compagnia di
Gesù. l gesuiti hanno, nell'esperienza del fondatore a Loyola, un modello
e criteri molto validi (non certo per le finalità, quanto piuttosto per al­
cune modalità e alcuni atteggiamenti interiori), di cui avvalersi per i mo­
menti di prova causati dal dolore fisico.
22 S.Ignazio insiste nell'umiliarsi e nel manifestare i propri gusti
corrotti: leggeva libri mondani e falsi, anzi ne era lettore abituale e ap­
passionato. Come persona consegnata (nel testo origin ale "dado") alle
vanità del mondo (cfr. sopra§. l, nota 2), non aveva paura di darsi e di
affidarsi a queste letture svianti: erano i libri di quella letteratura caval­
leresca allora molto in voga e che Ignazio aveva avvicinato soprattutto
ad Arevalo. Tra essi è da ricordare soprattutto l 'Amadigi di Gaula, al qua-

45
S. Ignazio di Loyola - Autobiograi
f a

siddetti di cavalleria23, sentendosi bene chiese che gliene dessero


alcuni per passare il tempo24; ma in quella casa non si trovò nes­
sun libro di quelli che egli era solito leggere, e così.fìnirono per
dargli una Vita Christi e un libro sulla vita dei santi in volgare25•

6 Leggendo e rileggendo più volte quei libri, finiva per affe­


zionarsi per un po' di tempo a quanto vi si trovava scritto26• Ma

le molto bene si applicano i due aggettivi attribuiti da Ignazio ai libri di


questo tipo: mundanos yfalsos. Quel 'falsos" apre, forse, uno spiraglio
sul carattere della conversione di Ignazio: non fu solo un passaggio dal
mondo a Dio, dal peccato alla grazia, ma anche dali' errore alla verità,
dalle passioni al discernimento spirituale. Il processo della sua conver­
sione si attua come processo di elezione.
23 Ignazio, quasi, si ribella al dover chiamare "libri di cavalleria" quei
libri "mondani e falsi"; preferisce dire che "suelen llamar de caballerias".
Della cavalleria Ignazio ha un concetto nobilissimo (cfr. EESS.,
Meditazione della Chiamata del Re, nn. 91-98).
24 È evidente che prima della lettura della Vtta Christi e del Flos
Sanctorum non appare alcun indizio di conversione; anzi Ignazio chie­
de ancora di poter leggere quei libri "mundanos y falsos", che tanto lo
avevano attirato fino allora. Per questo Ignazio non considera l'infermità
quasi come un sacramento santificante per se stesso, e nelle Costituzioni
si asterrà dal dire che la malattia è automaticamente, di per se stessa, mo­
mento di crescita spirituale, anche se può diventarlo per quelli -però­
che si sforzano di ricavarne frutto non solo per sé ma anche per l'edifi­
cazione degli altri ( Cost., Il/, [272]). Le Costituzioni, anzi, sottolineano
come il gesuita, nel tempo in cui è sano, deve ricordarsi della debolez­
za della natura umana per meglio prepararsi ad affrontare i pericolì che
incontrerà nel tempo della grave infermità (Cost., VI, [595]).
25 Si tratta della Vtta Christi del certosino Ludolto di Sassonia (mor­
to nel 1377), tradotta in castigliano da Ambrogio Montesino, e della
Leggenda aurea o Flos Sanctorum di Giacomo da Varazze (arcivesco­
vo di Genova, dove morì nel 1 298 ) pure essa in traduzione castigliana
ad opera del cistercense f. Gualberto Maria Vagad.
26 La lettura più volte ripetuta della Vtta Christi e del Flos Sanctorum
suscita in Ignazio mozioni interiori che orientano la sua affettività ver-

46
Capitolo primo - Loyola

quando cessava di legger/i, si sojjèrmava a pensare talvolta alle


cose che aveva letto27, altre volte alle cose del mondo alle quali pri­
ma era solito pensare. E tra le molte cose vane28 che gli si pre-

so quanto vi era narrato. Negli Esercizi Spirituali si parla spesso degli


affetti o delle inclinazioni affettive. Talora esse si presentano come "di­
sordinate", cioè come realtà che sviano dalla retta ordinazione dell'uo­
mo verso il fine per il quale è stato creato. Come tali, esse sono di im­
pedimento per chi deve prendere decisioni secondo la volontà di Dio
(EESS., nn. l . 21. 169) e, pertanto, devono essere eliminate da parte di
chiunque voglia agire rettamente (EESS., nn. l . 150. 169. 172. 342), col
prendere una posizione diametralmente opposta ad esse (EESS., n. 16)
e col cercare di raggiungere lo stato di "indifferenza", presupposto ne­
cessario per ogni buona scelta e decisione (EESS., nn. 23. 155. 169. 179).
Altre volte, invece, le inclinazioni affettive presentano una connotazio­
ne positiva: per una buona elezione, infàtti, si richiede che l'esercitante
si atlèzioni alla persona, al servizio e alla vera dottrina di Cristo (EESS.,
mi. 97. 169. 164); nella IV Settimana a lui si raccomanda di rallegrarsi
della gioia intensa e della letizia di Cristo Nostro Signore (EESS., n.
229);
nella Contemplatio ad amorem, infine, egli è chiamato a considerare con
molto affetto i benefici di Dio e a donarsi totalmente a Lui con l'offer­
ta del Suscipe Domine (EESS., n. 234). Come nell'esperienza vitale di
Ignazio, così anche negli Esercizi Spirituali, si dà un legame tra ripeti­
zione e inclinazioni affettive: le mozioni di segno positivo, infatti, sono
aiutate a svilupparsi e ad essere meglio recepite dalla ripresa dello stes­
so tema, o mistero già contemplato, nei successivi esercizi lungo l'arco
della giornata.
27 La sospensione della lettura produce la sospensione della mozio­
ne. L'animo di Ignazio, allora, viene occupato dai pensieri. l pensieri che
occupano la sua mente sono di due tipi: pensieri che andava cercando men­
tre rifletteva sulle mozioni sante (movimento dall'affetto all'intelletto)
e pensieri sulle cose vane che, questa volta, non erano cercati da Ignazio,
ma affioravano nel suo spirito spontaneamente, perché riguardavano
realtà cui prima era solito pensare. Verso questi ultimi aveva quasi ac­
quisito un abito naturale. Questi pensieri suscitano, a loro volta, altre mo­
zioni e altri affetti (movimento dall'intelletto all'affetto).
2x
Le mozioni sono descritte come una forza che soggioga il cuore,
come un restare assorbito (nel testo originale "embebido", imbevuto, im-

47
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

sentavano alla mente, una teneva talmente soggiogato il suo cuo­


re, che ne restava subito assorbito nel pensare ad essa per due o
tre o quattro ore di seguito senza accorgersene: immaginava quel­
lo che dovevafare al servizio di una dama, i mezzi che avrebbe usa­
to per raggiungere il luogo dove essa risiedeva, le frasi cortesi e
le parole che le avrebbe rivolto, i fatti d 'arme che avrebbe com­
piuto al suo servizio29• E restava così portato via da quei pensie-

pregnato) nel pensare a queste cose vane, fino al punto da esserne stimolate
l 'immaginazione e l'azione stessa. Tutto l 'uomo ne è coinvolto: pensie­
ro, cuore, immaginazione fino all'operatività (cfr. sotto:- "quello che im­
maginava fare"). Negli Esercizi Spirituali Ignazio scriverà che "alle
persone che passano da un peccato mortale all'altro, il nemico (Satana)
è comunemente solito proporre piaceri apparenti facendo immaginare di­
letti e piaceri dei sensi"(EESS., n. 314), e che, proprio come aveva agi­
to con lui a Loyola, "il nemico si comporta come il falso innamorato che
vuole restare segreto e non scoperto" (EESS., n. 326).
29 Da questa confessione di Ignazio circa il modo nel quale pensava
di seguire le vanità del mondo, si può forse cogliere il punto di inserzione
nella sua personalità deli 'interesse che suscita in lui la lettura della Vita
Christi e del Flos Sanctorum, e il motivo per cui questi libri riescono a
far presa su di lui. Ignazio concepisce i suoi ideali mondani in termini di
"fare"(= «quello che doveva fare»), di servizio, di peregrinazione(=
«raggiungere il luogo dove essa risiedeva»), di parole e di discorsi. Ora,
la vita cristiana presentatagli dai due libri è un servizio a Cristo Re eter­
no, peregrinando (subito lo materializza a Gerusalemme, il luogo dove
Cristo aveva vissuto e "stava"), compiendo opere per il proprio Signore,
parlando a Lui e di Lui agli altri, ad imitazione di quei "caballeros de
Dios" che furono i Santi. La struttura di fondo è la stessa (''fare", servi­
zio, mobilità, peregrinazione, valore della parola), ma l'oggetto verso cui
si indirizza è differente: da una parte la dama, dall'altra Cristo; da una
parte le imprese d'armi, dall'altra le azioni dei santi (cfr. sotto, §.7). La
sua conversione comporterà un cambiamento dell'oggetto della sua ri­
cerca, ma non un cambiamento della maniera seguita nel cercare. Si no­
ti, inoltre, in questo suo "iminaginare" a proposito della dama, come si
ritrovino vari elementi che Ignazio sfrutterà nella meditazione e nella con-

48
Capitolo primo - Loyola

ri vanP0• da non badare quanto fosse impossibile realizzar/i; quel­


la dama, injàtti, non era una nobile qualunque, e neppure una con­
tessa o una duchessa, ma il suo rango era più alto di tutti questP1•

7 Tuttavia Nostro Signore gli veniva in aiuto32.facendo sì che


a questi pensieri ne succedessero altri che nascevano da quello che

templazione in ordine a Dio negli Esercizi Spirituali: azione dell'intel­


letto, immaginazione, riflessione, propositi di servizio e di "fare qualcosa
per", colloquio, preparazione del colloquio, ecc....
30 Il testo originale dice che Ignazio «estaba con esto tan envaneci­
do»: il termine spagnolo "envanecido" riprende quanto detto sopra,
quando affermava di restare assorbito ( "embebido ) dai pensieri di
"

quelle cose che gli si presentavano alla mente. Ignazio, a distanza di 32


anni, valuta chiaramente come vanità, cioè come realtà di poco conto,
queste immaginazioni e questi pensieri che allora, nel 1521, a Loyola era­
no capaci di occupargli il cuore fino al punto di renderlo per più ore schia­
vo e di esaltarlo oltre misura.
31 Come sempre Ignazio punta in alto, al "più". La mediocrità in lui,
l'uomo che vuole "segnalarsi in ogni servizio" (EESS.. n.97), non ha al­
cun senso e non può sussistere. L'identificazione della dama di Ignazio
rimane un problema aperto. Si sono fatti i nomi di Germana de Foix, ni­
pote di Luigi Xli, re di Francia, e vedova di Ferdinando il Cattolico (mor­
to nel 1516); di Eleonora, sorella maggiore di Carlo V. Soprattutto,
però, si è pensato a Caterina, sorella minore dell'imperatore e figlia di
Giovanna la Pazza, che nel 1525 andrà sposa a Giovanni III di Portogallo.
Le difficoltà che si oppongono contro queste ipotesi (nel 1521 le prime
due erano maritate e la terza aveva solo 14-15 anni) hanno fatto pensa­
re ad alcuni che non si tratti di una donna realmente esistita, ma di un'i­
dealizzazione in linea mondana, analoga a quella che, in linea spiritua­
le, Francesco d'Assisi aveva avuto per "Madonna Povertà".
32 Ignazio da solo non arriva a convertirsi e a trovare Dio. Se prima
era il suo "io" a guidare la storia e ad avere il coltello per il manico, co­
stringendo gli assediati nella rocca di Pamplona a resistere al nemico (cfr.
sopra§. 1), convincendo i medici a martirizzarlo (cfr. sopra, §.4) e la­
sciando che la fantasia galoppasse dietro sogni di gloria e aspirazioni di
altissimo servizio per la dama (cfr. sopra,§.6), ora è l'azione di Nostro

49
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

leggeva33• Infatti, leggendo la vita di Nostro Signore e quella dei


santi, sifermava a pensare, riflettendo tra sé: «Che accadrebbe se
iofacessi ciò che hafàtto san Francesco e quello che ha fatto san
Domenico?»34. E in tal modo rifletteva, quasi passando/e in ras-

S ignore a venirgli in aiuto e a prendere il sopravvento. Come già aveva


agito con Paolo di Tarso (Atti, 9, 8-9. 17-18; 22, Il. 13-16; 26, 17-18),
Cristo fa passare Ignazio dalle tenebre alla luce (cfr. anche §§. 8. 14. 30)
e, a poco a poco, progressivamente gli insegna che Dio è il primo, che
decidersi è accettare ciò che Dio ha scelto più che determinarsi in ma­
niera autonoma e indipendente. Loyola non è che la prima tappa di una
lunga pedagogia purificatrice da parte di Dio: attraverso consolazioni, vi­
sioni e conferme interiori (§. Il ), ma anche attraverso prove e scrupoli
(§§. 15-16. 20-25), Dio arriverà a trattarlo «come un maestro di scuola
tratta un bimbO>) (§.27).
33 È interessante vedere come Dio venga in aiuto ad Ignazio e cominci
a prendere piede nel suo spirito. Dio si serve, come strumenti, della let­
tura di libri, di quello che essi contenevano, in particolare dell'ideale eroi­
co di santità vissuto da S. Francesco e da S . Domenico. Essi esercitano
un'attrattiva formidabile sul suo animo generoso. Inizialmente, in que­
sto desiderio di imitazione, si insinua un certo compiacimento dell'amor
proprio, un desiderio di primeggiare: Dio entra gradualmente nello spi­
rito di Ignazio, non volendo distruggere con la zizzania (affetti disordi­
nati, aspirazione smodata all'onore e alla stima) anche il grano (la strut­
tura di fondo che va diversamente orientata). Per questo siamo solo ai pri­
mi passi della conversione-discernimento.
34 È significativo che Ignazio, alla fine della sua vita, raccontando que­
ste esperienze a distanza di 32 anni, tra i santi che lo guidarono alla con­
versione ricordi proprio due uomini apostolici ed entrambifondatori di
ordini religiosi, e non faccia, invece, il nome di altri santi come, per esem­
pio, sant'Onofrio, prototipo di vita eremitica nell'austerità e nella peni­
tenza, che pure -come sappiano dal Padre Nadal (Esortazioni ad Alcalà
nel l 561)- tanto influsso esercitò su di lui attraverso la lettura del Flos
Sanctornm. Certamente a Loyola, nel 1521, Ignazio fu colpito dall'esempio
di S. Francesco e di S. Domenico, ma allora in entrambi colse non lo spi­
rito apostolico e l'ideale di fondatore di un Ordine religioso o anche di
una comunità religiosa, ma lo spirito di povertà, di austerità e di penitenza,

50
Capitolo primo - Loyola

segna, su molte cose che trovava buone, proponendo sempre a se


stesso imprese d�fficili e importanti. Nel proporsele, gli pareva di
trovare dentro di sé la forza per poter/e attuare con facilità35. Ma

e l'amore per il Signore. La dimensione apostolica e la dimensione co­


munitaria atlioreranno nella vita di Ignazio solo più tardi, in un secon­
do tempo: per il momento Ignazio si sente spinto verso una vita di au­
sterità e di penitenza, in povertà e in umiltà, nella linea di una vita soli­
taria con Dio.
35 Se Dio è il primo, se la conversione e il discernimento hanno la lo­
ro radice nell'azione di Dio e sono, pertanto, fondamentalmente dono
dali' Alto, se è Dio che si fa trovare e che aiuta a cercarLo, nondimeno
l'uomo deve collaborare: conversione e discernimento sono anche con­
quista e Dio vuole che l'uomo Lo cerchi. Anzi, proprio attraverso que­
sta cooperazione dell'uomo, Dio agisce e viene in soccorso ad Ignazio.
Questi annota in modo molto chiaro i passi della cooperazione del­
l'uomo, probabilmente sulla falsariga della dinamica dell'esercizio di pre­
ghiera (sia della meditazione che della contemplazione) degli Esercizi
Spirituali: la lettura de/libro: Dio è il direttore che dà i punti ed espo­
ne la materia che dovrà essere approfondita da Ignazio (=l'esercitante)
nella preghiera e nella riflessione personale (EESS., n. 2); la constata­
zione dei fatti da parte di Ignazio («S. Francesco ha fatto questo.... S.
Domenico ha tàtto questo . . . » ): esercizio della memoria nelle medita­
zioni della l Settimana degli Esercizi Spirituali oppure l preludio ed eser­
cizio della contemplazione nella 11-111-IV Settimana; la rtflessione da par­
te di Ignazio («si fermava a pensare riflettendo tra sé» e «E in tal modo
rifletteva, passandole in rassegna, su molte cose che trovava buone»): mo­
mento dell'intelletto nella preghiera delle tre potenze della l Settimana
ed esercizio del "riflettere per poi trarre profitto" nelle contemplazioni
dei misteri diCristo(EESS., nn. 106-108.114.115.116.123. 124.194);
il proposito da parte di Ignazio («proponendo sempre a se stesso imprese
ditlicili e importanti>> e «ebbene devo farlo anch'io»): momento della vo­
lontà che si orienta verso il "fare" nel futuro, cioè il frutto da consegui­
re o quanto si richiede al Signore nel preludio di petizione (EESS., rin.
48. 55. 65 ); l'e.flètto che si produce nell'animo di Ignazio, cioè la mo­
..

zione di consolazione («Nel proporsele gli pareva di trovare dentro di sé


la forza per poter! e attuare con facilità»): momento della rilettura del-

51
S. ignazio di Loyola -Autobiografia

tutto il suo ragionamento, consisteva nel dire a se stesso: «San


Domenico ha fatto questo, ebbene devo farlo anch'io; san
Francesco hafatto questo, ebbene devofarlo anch 'io»36• Anche que­
sti pensieri duravano un buono spazio di tempo. Ma se poi lo di­
straevano altre cose, ritornavano i pensieri mondani già ricorda­
ti e anche in essi sifermava per un grande spazio di tempo. Questo
alternarsi di pensieri così diversi gli durò a lungo ed egli si fer­
mava sempre sul pensiero ricorrente- o fosse il pensiero di quel­
le imprese mondane che desiderava compiere, o fosse il pensiero
di quelle altre a servizio di Dio che gli si presentavano alla fan­
tasia-fino a tanto che, stanco, le abbandonava e si applicava ad
altre cose37•

l'esercizio di preghiera con attenzione particolare alle mozioni prodot­


te nello spirito (EESS., nn. 77. 6. Cfr. anche le Regole per il Discernimento
degli Spir i ti soprattutto n.
, 315: «è proprio dello spirito buono dar ani­
mo eforze, consolazioni, lacrime, ispirazioni e caJma,facilitando e ri­
movendo tutti gli ostacoli, affinché si proceda avanti nel ben operare»),
36 Dietro alla grande semplicità e generosità del santo, si avvertono pu­
re intenzioni e desideri non ancora pienamente purificati, perché propri
di un uomo legato a quanto appare esteriormente e poco interiorizzato.
Nell'attuare quello che i santi avevano compiuto circa la povertà, le au­
sterità, le penitenze ecc..... Ignazio non prendeva in considerazione alcuna
circostanza personale. Gli bastava il suo desiderio di emularli; non ana­
lizzava minimamente le disposizioni interiori necessarie per compiere ret­
tamente queste azioni, ma era esclusivamente preoccupato dell'esecuzione
dell'aspetto esterno. Come dirà in seguito(§. 14), egli, a Loyola, in que­
sti primi passi della sua conversione, era ancora una persona tutta effu­
sa all'esterno, superficiale, carente di interiorità e incapace di tàre atten­
zione alle circostanze particolari. Anche se generoso, nella vita spiritua­
le Ignazio è ancora un principiante rozzo e superficiale.
37 È molto efficace la descrizione dello stato d'animo di Ignazio: il
suo spirito è un vero campo di battaglia in cui si scontrano tra loro le nuo­
ve idee, che sorgono dalle letture, e gli ideali umani e vani, che aveva­
no diretto e guidato la sua vita fino ad allora. Ignazio si pone, però, an­
cora come spettatore: constata, ma non controlla i vari pensieri e movi-

52
Capitolo primo - Loyola

8 C'era, però, questa differenza38: quando pensava alle cose


del mondo, ne provava molto piacere, ma quando, per stanchez­
za, le abbandonava, si ritrovava arido e scontento; quando inve-

menti del suo spirito. Non cerca di combattere per far trionfare gli uni
piuttosto che gli altri pensieri. Il suo criterio di azione resta ancora quel­
lo del «mi piace»: quando si trova stanco e annoiato da un pensiero pas­
sa all'altro. Tuttavia, questa completa passività dimostra, almeno, un'i­
niziale docilità all'azione del Signore. Dio è paziente e tocca l'anima di
Ignazio anche senza che questi lo desideri positivamente. Non è, però,
nemmeno giusto pensare che Ignazio si ponga come spettatore in posi­
zione di perfetta "indifferenza" circa l'oggetto dei pensieri che si scon­
trano dentro di lui. Mentre, infatti, desidera positivamente l'oggetto dei
pensieri mondani («le imprese mondane che desiderava compiere») e,
pertanto, si sente ancora affettivamente inclinato verso i pensieri vani,
subisce gli altri, quelli che provengono da Dio; però li avverte e non li
allontana. Ecco il primo passo verso la conversione: aprire la porta al
Signore.
38 In questo paragrafo Ignazio, a distanza di 32 anni, si fa premura di
annotare scrupolosamente quanto avvenne in lui a Loyola dopo la let­
tura della Vita Christi e del Flos Sanctorum, riassumendolo in 5 punti:
l 0- Esistenza nel suo animo di una differenza tra i pensieri e i proposi­
ti mondani, da una parte, e i pensieri e i propositi santi, dall'altra, o -me­
glio ancora- tra lo stato d'animo in cui veniva a trovarsi dopo aver la­
sciati i primi pensieri e propositi, e lo stato d'animo in cui si veniva a tro­
vare una volta lasciati i secondi. Mentre "esistevano" a livello di pensiero,
gli uni e gli altri procuravano gioia e consolazione; la differenza comincia
quando egli li abbandona e non fa più caso ad essi; 2°- noncuranza di
Ignazio circa tale diversità(«non vi faceva caso, né si fermava a valu­
tare tale differenza»); 3°- intervento di Dio, con un dono particolare
dali'Alto («finchè una volta gli si aprirono un poco gli occhi»); 4 o- rea­
zione di Ignazio al dono: meraviglia («cominciò a meravigliarsi di que­
sta diversità») e riflessione («e a riflettervi sopra»); 5° - frutti della pro­
pria riflessione: conoscenza per esperienza delle consolazioni e delle de­
solazioni e conoscenza della differenza degli spiriti.

53
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

ce pensava di andare scalzofino a Gerusalemme39 e di non cibarsi


che di erbe o di praticare tutte le altre austerità che vedeva esse-

39 È la prima volta che affiora nel testo esplicitamente il suo ideale


gerosolimitano: esso ha ricevuto influsso, remotamente, dall'ambiente(la
devozione ai luoghi santi aveva preso forte impulso sotto i re cattolici),
ma più immediatamente dalle letture fatte a Loyola, soprattutto dalla Vita
Christi. Per ora si tratta solo di un breve accenno al proposito di pere­
grinare in Terra Santa. Come vedremo, il suo ideale a poco a poco si svi­
lupperà lungo tutto l'itinerario della sua conversione. All'inizio si pre­
senta come ideale di pellegrinaggio in povertà e in penitenza (§.9);
Gerusalemme appare come termine ideale di un pellegrinaggio esterio­
re e visibile, anche se, progressivamente, esso si farà sempre più interiore
e spirituale, sempre, però, visto come meta provvisoria(§. 12). Dopo mol­
ti accurati preparativi(§§. 11-12. 16. 24. 40. 42-43 ) dopo forti resistenze
,

contro chi cercava in tutti i modi di dissuaderlo dal viaggio(§§. 12. 36.
40. 43), soprattutto dopo difficoltà di ogni tipo(§§. 19. 27. 34), dopo le
luci dali' Alto a Manresa (§§. 27-30) e l'insorgere deli 'interesse aposto­
lico (§§. 19. 26. 29) che avevano in parte sbollito «l'odio concepito
contro se stesSO))(§. 12), finalmente Gerusalemme appare ai suoi occhi
di pellegrino(§§. 44-45). Nel frattempo, il suo primo proposito aveva su­
bito una trasformazione e si era arricchito, divenendo ferma decisione di
rimanere a Gerusalemme per visitare sempre quei luoghi santi (§ 45 ). .

Ignazio, però, non sa ancora che il suo ideale apostolico, che era già sor­
to, si preciserà con maggiore evidenza, fino al punto da scalzare quel­
l'ideale materiale-locale che, per amore di Cristo, aveva localizzato nel­
la Città Santa. Pensava di aver trovato Cristo, il suo amore, nei luoghi che
il Figlio di Dio santificò con la sua presenza terrena, in modo speciale
nelle sue impronte al monte degli Ulivi(§. 47). Tutto questo era ancora
troppo semplice, troppo umano, troppo facile da capire, troppo esterio­
re. C'era ancora molto da purificare. Dio si serve, per incominciare a scio­
gliere la sua fermissima e rigida volontà di restare a Gerusalemme(§. 46),
proprio dell'ubbidienza ecclesiastica alla persona del P. P rovinciale dei
Frati francescani, rappresentante dell'autorità della Chiesa gerarchica, il
quale lo rispedì in Europa(§. 46). Gerusalemme, ormai, diventa nella vi­
ta di Ignazio una meta che egli non raggiungerà più se non dopo aver at­
traversato tante strade d'Europa ed essere giunto a Roma, la sua

54
Capitolo primo - Loyola

re statefàtte dai santi40, non solo trovava consolazione nel tempo


in cui restava con questi pensieri, ma anche dopo che essi lo ave­
vano abbandonato restava contento e allegro41• Ma allora non vi

nuova Gerusalemme terrena, in attesa di salire il 31 luglio 1556 nella


Gerusalemme celeste. Ormai Cristo, che continuamente cercava, di­
venta per lui la Chiesa sotto il Romano Pontefice da servire in spirito di
povertà e di umiltà: «La Gerusalemme delle sue antiche mozioni si era
trasformata nella Roma de La Storta» (Pedro de Leturia, Estudios
lgnacianos Il, 36).
40 Le penitenze dei santi hanno esercitato su Ignazio un'attrattiva tut­
ta particolare. Gli studiosi generalmente fanno notare che nel pensiero
di andare a Gerusalemme a piedi nudi si risente l'influsso di S. Francesco,
come nell'intenzione di non cibarsi che di erbe quello di Sant'Onofrio.
41 Come osserva attentamente G. Wilkens (Compagnons de Jésus,
Roma, CIS, I 978, 23 ss. ), le esperienze suscitate dalle letture del Flos
Sanctorum e dalla Vita Christi presentano una struttura diversa rispetto
a quelle che riguardavano i suoi pensieri mondani. Non si tratta più di
fantasmi, oggetto di una relazione solamente desiderata, e della proie­
zione di un desiderio, ma di persone reali (i santi e Cristo) che servono
come esempi di identificazione. Nel caso dei pensieri vani e mondani,
il pensiero si muove sull'asse di un movimento di proiezione dall'interno
di sé al di fuori tàntastico e creato dal desiderio; qui i pensieri si realiz­
zano, invece, sull'asse di un movimento da un "di fuori" reale (la vita
dei santi) ad un "di dentro" dell'io che vuole identificarsi sul modello rea­
le. La differenza esistente tra i primi pensieri e i secondi è quella che esi­
ste tra fantasmi ed esempi, tra pensieri di una relazione alienante, per­
ché irreale e fantastica, e i pensieri di una relazione non alienante per­
ché reale o, almeno, realizzabile, come è quella che si ha con un esem­
pio o con un modello. Nel primo caso, il desiderio di farsi un nome e di
ricevere gloria e onori, rende Ignazio molto sensibile ai giudizi degli al­
tri. Sostenuto, inoltre, da una grande fierezza, questo desiderio lo porta
a cercare di aver presa su chi lo circonda e a compiere grandi imprese
per essere stimato dagli altri; lo riduce ad essere schiavo degli altri; lo
induce ad una relazione falsa e irreale. Se nel momento in cui è pensa­
ta, e quindi "reale-solo-nel-pensiero", questa relazione gli procura mol­
to piacere, appena cessa di essere pensata, essendo irreale, come un

55
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

faceva caso, nè si fermava a valutare questa differenza;fìnchè una


volta gli si aprirono un poco gli occhi42, cominciò a meravigliar-

fantasma, produce un vuoto che lo lascia triste, arido e desolato (cfr. de­
scrizione della desolazione nelle Regole del discernimento degli spiriti,
EESS., n. 317). È infatti una relazione alienante, assoluta e non media­
trice di una relazione con Dio. Pertanto, non veicolando nulla, quando
scompare lascia il nulla. Amando la cosa creata sulla faccia della terra
in se stessa e non nel Creatore di tutte le cose (cfr. descrizione della con­
solazione nelle Regole del discernimento degli spiriti, EESS., n. 31 6 ) e
chiudendosi nella relazione con una creatura, Ignazio non riceve dai
pensieri mondani una vera consolazione. Questa presuppone un'adesio­
ne alla realtà, al dato storico e non può -invece- costruirsi sul vuoto, sul­
l'irreale, su un desiderio alienante e fuorviante quale può essere quella
assolutizzata, chiusa con una creatura e non aperta a Dio. Nel secondo
caso, quello dei pensieri che nascono dalla lettura delle azioni di S.
Francesco e di S. Domenico, il desiderio di imitazione e di emulazione
-ancorché bisognoso di purificazione- ha un suo fondamento reale. Per
questo si produce nell'animo di Ignazio un effetto positivo e durevole al
di là della permanenza del pensiero: anche quando non pensa più a que­
sti esempi, egli rimane contento e allegro (cfr. descrizione della conso­
lazione, EESS., n. 316). La relazione con i santi non è alienante: nel ca­
so dell'identificazione con i modelli e gli esempi non si dà più alcun giu­
dizio o sguardo di approvazione o di disapprovazione. S. Francesco e S.
Domenico non giocano nessun ruolo di lodatori o di censori circa il mo­
do in cui Ignazio li imiterà. La relazione immaginaria è sostituita da un'e­
semplarità vissuta e reale. Se il pensiero fantastico e irreale alienava e cor­
rompeva, l'esempio riporta alla realtà e purifica. Inoltre, la relazione con
i santi non è alienante anche perché fa da mediatrice alla relazione con
Dio. Di qui il carattere relativo di questa relazione, che permette di non
cadere in desolazione perché rimane l'obiettivo ultimo della mediazio­
ne: la presenza di Dio che consola. Sotto l'ideale dell'imitazione dei san­
ti, Ignazio comincia a esperimentare Dio stesso come presente nella
consolazione e come forza che lo confronta con la realtà, con la verità
vera, quella della sua propria persona. Cosi facendo, nota ancora G.
Wilkens (o. c., 26), «egli percepisce nello stato d'animo dapprima eufo­
rico, che però poi si trasforma in desolazione, il carattere ambiguo del-

56
Capitolo primo - Loyola

si di questa diversità e a r(flettervi sopra, cogliendo, attraverso l 'e­


sperienza, che dopo alcuni pensieri restava triste, e dopo altri al­
legro; e venendo a conoscere a poco a poco la diversità degli spi­
riti che si agitavano in lui43: l 'uno del demonio e l 'altro di Dio.

le relazioni umane fino allora desiderate». La vera consolazione, che at­


testa la validità e la veridicità della relazione, si ha quando «nell'anima
si produce una qualche mozione interiore, con la quale essa viene ad in­
fiammarsi di amore per il suo Creatore e Signore e, conseguentemente,
quando non può amare nessuna cosa creata sopra la faccia della terra in
se stessa, ma solo nel Creatore di tutte esse» (EESS., n. 316).
42 Senza un nuovo dono dall'Alto, senza una grazia di luce per l'in­
telletto, le grazie precedenti sarebbero state inefficaci a causa della sua
disattenzione, noncuranza e incapacità di disporsi a riflettere sulle dif­
ferenze che si verificavano nel suo spirito. Dio previene Ignazio con la
Sua grazia: Dio è il primo; Ignazio, però, è pronto a corrispondervi su­
bito con i suoi mezzi: si lascia meravigliare e si mette a riflettere. A Dio
che lo illumina, egli risponde con tutto se stesso: con il cuore e con l'in­
telletto, con il sentimento e con la ragione. La meraviglia risveglia la cu­
riosità e la capacità di interrogarsi, come fu per Mosè di fronte al Roveto
ardente. L'esperienza interna, avvertita per grazia di Dio che gli apre gli
occhi del cuore, invita Ignazio ad una riflessione che lo porta a coglier­
si come un campo che si contendono e in cui si danno battaglia Dio e
Satana. È l'esperienza interiore che si trova alla base della meditazione
dei Due Vessilli. Ormai Ignazio si interiorizza sempre più autentica­
mente: prima la riflessione sorgeva dalle letture (cfr. §.6 e, soprattutto,
§.7, nota 35), da un'esperienza di fatti esteriori; ora, invece, sorge da espe­
rienze interne. Si tratta, però, sempre di riflessione sulla parola di Dio
che prima gli parla attraverso i libri -realtà esterne-, ora attraverso il mo­
vimento degli spiriti.
43 Può essere utile confrontare la descrizione dei frutti prodotti dal­
Ia sua riflessione a Loyola sulla diversità degli spiriti e presentata
nell'Autobiogrqfia con la descrizione del Secondo Tempo perfare sana
e buona elezione: «Il secondo: quando si raggiunge un grado sufficiente
di chiarezza e di conoscenza attraverso l'esperienza di consolazioni e di
desolazioni e attraverso l'esperienza del discernimento dei diversi spi­
riti>> (EESS., n. 176).

57
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

Questo fu il primo ragionamento che fece sulle cose di Dio. In


seguito, quando fece gli Esercizi, proprio di qui cominciò a pren­
dere luce su quanto si riferisce alla diversità degli spiriti44•

9 Ricevuta non poca luce da questa esperienza45, cominciò a


riflettere più seriamente sulla sua vita passata e sul grande biso­
gno che aveva di farne penitenza46• A questo punto gli si presen-

44 I brani, come questo, riportati nel testo con carattere tondo, sono
annotazioni marginali aggiunte dal Padre Luis Gonçalves da Camara al
testo primitivo.
45 Più esattamente Ignazio chiama questa esperienza "lezione", ter­
mine usato varie volte nella famosa lettera a Teresa Rajadell del 18 giu­
gno 1536 (MI, Epp. l, 99-107): Dio attraverso i fatti si pone come mae­
stro di scuola che insegna e guida (cfr. anche sotto, §.27).
46 Il discernimento si orienta verso l'elezione: la scelta di una vita pe­
nitente e del pellegrinaggio a Gerusalemme. Questo, però, non avviene
senza una "dilatazione" in chiave storico-temporale della propria esistenza:
l'esperienza presente lo porta a riflettere sul passato per aprirlo poi sul
foturo. Dalla constatazione del suo stato speciale presente, Ignazio pas­
sa all'analisi della propria vita vissuta fino ad allora. L a luce dell'oggi
mette soprattutto in rilievo le tenebre di ieri: il suo passato di peccatore
sta dinanzi a lui come un tratto di strada da percorrere perché egli, che
comincia ad essere pellegrino, possa raggiungere Cristo e i santi. L'analisi
del passato gli fa emergere dall'interno la necessità della penitenza.
Prima il desiderio della penitenza e della mortificazione sorge va dal! 'e­
sterno, dall'esempio dei santi che egli voleva superare in tutto. Ora na­
sce dal! 'interno, dalla constatazione del disordine interiore, dalla necessità
di superare se stesso. Il desiderio di emulazione resta, ma da fine comincia
a diventare mezzo: non si tratta di ingaggiare una lotta tra sé e i santi,
ma tra sé e se stesso. In questo i santi possono essere preziosi alleati per
superare il problema interno. In sintesi si può dire che la maturazione del­
Ia dinamica interiore si snodi attraverso i seguenti passi: 1 o- forte espe­
rienza al presente; 2°- riflessione sull'esperienza presente; 3°- insegna­
menti che si ricavano dall'esperienza presente; 4°- proiezione di questi
insegnamenti su tutta la vita; 5°- analisi di tutta la vita passata alla luce

58
Capitolo primo - Loyola

tavano i desideri di imitare i santi, senza badare tanto alle circo­


stanze, quanto piuttosto al solo ripromettersi, con la grazia di Dio47,
di fare lui pure quello che essi avevano fatto. Ma quello che so­
prattutto desiderava fare, appena fosse guarito, era di andare a

degli insegnamenti dell'esperienza presente; 6°- constatazione di dati,


di problemi e di necessità per la propria vita che si sta aprendo al futu­
ro, conoscenza di ciò che si dovrebbe decidere; 7°- desideri (=imitare i
santi e andare a Gerusalemme) che sorgono in continuità con la consta­
tazione delle necessità interiori; desiderio di ciò che si dovrebbe deci­
dere; 8°-elezione, decisione. Si tenga presente che questo è l'unico ri­
ferimento ai peccati della vita passata che noi incontriamo nel suo pro­
cesso di conversione a Loyola. II fatto non può non meravigliare, so­
prattutto se pensiamo alla sua vita di gioventù piuttosto travagliata e tem­
pestosa. Forse ci saremmo aspettati a questo punto un'ossessionante
analisi interiore come sarà più tardi a Manresa, oppure l'affiorare di quei
sentimenti, o di quei pensieri, o di quelle considerazioni che il santo ri­
chiama nella l Settimana degli Esercizi Spirituali: «esclamazione e am­
mirazione con profonda emozione» (EESS., n. 60), «profondo e inten­
so dolore e lacrime per i miei peccati» (EESS., n. 55), la valutazione dei
«peccati considerando la schifezza che ogni peccato mortale porta con
sé» (EESS., n. 57), un confronto tra il suo "io" peccatore e Dio offeso
(EESS., n. 58-5 9). Ma questo non si verificherà.
47 Se da una parte il desiderio ardente di Ignazio, proprio di un'ani­
ma da lui stesso giudicata generosa e innamorata di Dio ma ancora cie­
ca, lo porta a sottovalutare e a trascurare le circostanze, dall'altra parte
le esperienze passate lo illuminano in maniera sufficiente per fargli av­
vertire la necessità della grazia di Dio. L'imitazione dei santi non è una
tàccenda che può sbrigare da solo; essa è troppo superiore alle. sue for­
ze. Ignazio comincia a non essere più quell'uomo capace di convincere
i compagni d'armi ad una difesa impossibile della fortezza di Pamplona
(cfr. sopra,§. l) o così sicuro di sé, immerso com'era nei suoi pensieri
fantastici a favore della dama, da non prendere nemmeno in considera­
zione l'eventualità deli'inattuabilità deli'impresa di conquistarsela (cfr.
sopra, §.6). Le luci dall'Alto, attraverso l'esperienza di consolazioni e
di desolazioni, e attraverso l'esperienza della discrezione degli spiriti, co­
minciano ad avviarlo verso l'umiltà.

59
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

Gerusalemme, come si è detto sopra, con tante discipline4K e con


tanti digiuni quanti un animo generoso e innamorato di Dio desi­
dera ordinariamente fare49.

l O Ormai i pensieri di prima stavano scomparendo, grazie


ai santi desideri che aveva50 e che glifurono confermati51 da una

48 Per "discipline" si può intendere sia lo strumento di penitenza che


si usa per flagellarsi, sia l'azione stessa di flagellarsi
49 Gerusalemme si presenta ancora solo come ideale di pellegrinag­
gio in povertà e in penitenza, motivato -però- non più solo da una gene­
rosità d'animo propria di chi vuoi imitare ed emulare i santi (cfr. sopra,
§.8), ma ormai anche da un amore appassionato per Dio. Dietro
Gerusalemme chiaramente non c'è più solo il volto dei santi, ma comincia
a delinearsi il volto di Cristo. Pertanto, dietro la decisione di andare in
pellegrinaggio a Gerusalemme si intravvede la scelta di Cristo: illumi­
nato progressivamente dal discernimento, Ignazio deciderà di conse­
gnarsi totalmente al servizio di Dio. Per questo, andare a Gerusalemme
era quello che gli stava maggiormente a cuore (cfr. sopra, §.8, nota 39).
50 La purificazione dei pensieri vani avviene attraverso i santi desi­
deri. Negli Esercizi Spirituali si parla di desideri ordinati (EESS., n. 16)
che sono dono e frutto dell'azione ordinatrice di Dio; di desiderio di ob­
brobri e di umiliazioni: ad esso Cristo nostro Signore raccomanda che sia­
no indotti tutti coloro ai quali Egli invia i suoi servi e amici (EESS., n.
146); e di desiderio di poter meglio servire Dio nostro Signore come for­
za per prendere le giuste decisioni (EESS., n. 155). Il desiderio rettamente
ordinato -perché motivato solo dal servizio e dall'onore e gloria di Dio
e perché dono e frutto dell'azione di Dio- permette al Creatore e Signore
di operare con maggiore certezza con la creatura (EESS., n. 16). Per que­
sto, per combattere la forza alienante dell'onore mondano, è fondamen­
tale avere un vivo desiderio di obbrobri e di umiliazioni.
Anche nelle Costituzioni il tema del desiderio occupa un posto di ri­
lievo. Per discernere l'autenticità della vocazione del candidato e della
sua decisione di entrare in Compagnia di Gesù, Ignazio vuole che lo si
interroghi da quanto tempo cominciarono a venirgli i desideri di abban­
donare il mondo e di seguire Cristo, e con quali segni e motivi essi af-

60
Capitolo primo - Loyola

visione in questo modo. Una notte, mentre era ancora sveglio, vi­
de chiaramente un 'immagine di Nostra Signora52 con il santo

fiorarono nel suo spirito (Es. Gen. , Ilf, [501 ) . Questi desideri di entra­
re e di perseverare nella Compagnia devono essere "enteros , cioè ca­
"

paci di riempire tutto l'essere anche dal punto di vista temporale: si trat­
ta, infatti, di perseverare nell'Ordine per tutta la vita. Il candidato, inol­
tre, deve essere interrogato se abbia il desiderio di amare e di abbracciare
quanto Cristo ha amato ed ha abbracciato, cioè tutto il contrario di quel­
lo che desiderano gli uomini mondani(onori, stima, fama e grande no­
me sulla terra): «vestirsi delle stesse vesti e livrea del Signore per suo
amore e riverenza» e -se non ci fosse offesa per Sua divina Maestà- «in­
giurie, false testimonianze, offese ed essere stimato pazzo( ... ) per me­
glio imitare e seguire Cristo, via che conduce gli uomini alla vita» (Es.
Gen., IV, [l O l]). È talmente importante questo desiderio che, qualora il
candidato «non abbia in sé desideri così ardenti nel Signore», deve es­
sere interrogato se almeno abbia il desiderio di provare tali desideri
(Es. Gen., IV, [102]). Dal gesuita, inoltre, le Costituzioni della Compagnia
di Gesù si attendono che sia un uomo pieno di desideri: essi si devono
manifestare nella tensione alla gloria di Dio, ad ogni virtù, alla propria
perfezione spirituale, alla propria emendazione e al progresso nella via
dello Spirito (Cost., l, [156]; III, [269]; VI, [602]). Devono avere, poi,
come oggetto: la maggior gloria di Dio (Cost., l, [156], VI, [602]), il di­
vino servizio (Cost., IV [33]), il bene maggiore e più universale della
Compagnia (Cost., III [2 59], I, [I 56]), la conservazione e lo sviluppo del­
la medesima (Cost., IV, [3081 ), la propria correzione spirituale( Cost.,
/11, [26 9 ]), la propria santiticazione e perfezione interiore (Cost., III,
[2 69]); VI, [602]), i frutti spirituali( Cost., VII, [60 5 ]), la crescita nelle
virtù (Cosi., IV, [484]), l'aiuto nelle cose spirituali (Cost., IV, [3431. [409 ]),
l'osservanza delle Costituzioni (Cosi., VI, [602]), la capacità di aiutare
sia la Compagnia (Cost. I, [ 1 56 ] ) che i Superiori (Cost., VII, [6 51]), la
retta e completa informazione (Cost., VI, [551]) ecc ... In particolare i
santi desideri devono animare e riempire la preghiera apostolica del
membro della Compagnia (Cosi., IV, [424]; VII, [638]; IX, [790]).
51 La "confirmatio" nella spiritualità ignaziana ha il doppio signifi­
cato di autenticazione-ratificazione da parte di Dio della scelta e del di­
scernimento dell'uomo (EESS., n. 183 e spesso nel Diario Spirituale) e

61
S. Ignazio di Loyola- Autobiografia

Bambino Gesù. A tale vista, durata un notevole spazio di tempo,

ricevette una consolazione molto intensa e rimase con tale schifo

di tutta la sua vita passata, specialmente delle cose carnali, da sem-

di realtà che rafforza-irrobustisce secondo l'etimologia del termine lati­


no (EESS., n. 262; Es. Gen., l, [l]; IV, [98}; Cost., IV, [346]; V, [5 44] ;
IX, [759]). L'apparizione della Madonna con il Bimbo gioca entrambi i
ruoli: rassicura Ignazio circa le scelte che ha stabilito di attuare e perfe­
ziona l'azione di purificazione e di santificazione da parte di Dio.
52 È la prima volta che Ignazio parla di Maria nell'Autobiogrqfia. Come
abitualmente capita negli Esercizi Spirituali, anche qui essa è designata
col titolo di "Nostra Signora". Nella vita di Ignazio la presenza di Maria
è discreta, silenziosa, ma continua. Egli, più che parlare di Maria, pre­
ferisce mettersi sotto la sua protezione per accedere meglio a Cristo, il
suo unico Signore. Tutta la sua vita si svolge "coram sacratissima Virgine
Maria". Essa è, per Ignazio, mediatrice a fianco e sotto il Figlio, unico
m ed i a t o r e; è Signo r a a f i a nc o e s o t t o C r isto, unico Si gnore.
L'Autobiografia ci presenta Maria costantemente presente ad Ignazio e
oggetto del suo ossequio e della sua devozione. Oltre che qui a Loyola,
incontreremo Maria nel! 'itinerario del santo ad Aranzazu (§. 13), a
Navarrete (§. 13), lungo la via verso Monserrat nell'episodio del moro
(§. 15), a Monserrat nella veglia d'arme§§. 17. 18), a Manresa (§2
. 9),
a La Storta (§.96). Per gli atti e i passi più importanti e decisivi nella sua
vita Ignazio sceglie luoghi, o altari, o feste mariane: per la veglia d'ar­
mi a Monserrat, la notte che precede la festa dell'Annunciazione (25 mar­
zo 1521); per i primi voti con i Compagni a Parigi, il santuario mariano
di Montmartre nella festa dell'Assunzione della Vergine ( 15 agosto
15 34); per la prima Messa, la Chiesa di S. Maria Maggiore a Roma (Natale
1538); per i voti religiosi nella Compagnia di Gesù, l'altare della Vergine
a S. Paolo fuori le Mura (22 aprile 1541) .

Il Diario Spirituale ci presenta Maria soprattutto attraverso la preghiera


personale di Ignazio: essa appare sempre indissolubilmente unita a
Cristo, ma mai in parallelo con il Figlio. Entra nel movimento della spi­
ritualità trinitaria, cristologica ed eucaristica, assumendo funzioni diverse,
secondo i problemi e gli aspetti particolari che di volta in volta affiora­
no nella vita spirituale di Ignazio. Prevalentemente, però, essa vi appa-

62
Capitolo primo - Loyola

brargli che .fossero scomparse dali 'anima tutte le immaginazioni


che vi teneva prima impresse e vivamente raffigurate. E così, da
quel momento.fìno all'agosto 1553 in cui si scrive questo, non die­
de mai neppure il più piccolo consenso alle sollecitazioni della car­
ne; e proprio da questo effetto53 si può giudicare che la cosa ve­
niva da Dio, anche se egli non osava sentenziar/o con tutta cer­
tezza e non diceva nulla di più che affermare quanto detto sopra.

re come Mediatrice, sia nel movimento ascendente da Ignazio a Dio, che


in quello discendente da Dio ad Ignazio.
Negli Esercizi Spirituali la relazione a Maria è una proiezione del­
l'atteggiamento di fondo che Ignazio ha vissuto verso di Lei nella pro­
pria vita. Schematicamente potremmo dire che Maria entra negli Esercizi
Spirituali in due serie di testi. Alla prima serie appartengono i testi che
evocano i misteri della vita di Maria, meditati e contemplati -però- sem­
pre in relazione ai misteri di Cristo. Maria non vi è mai contemplata co­
me oggetto principale del mistero, ma piuttosto come via per meglio in­
contrare Cristo. Particolarmente importanti tra i testi di questa prima se­
rie sono quell' che si riferiscono alla presenza di Maria nella meditazione
dell'Incarnazione, perché bene esplicitano la funzione mediatrice di
Maria tra Dio e l'uomo, proprio a riguardo del tema dell'elezione così
fondamentale e centrale deli' esperienza degli Esercizi. Alla seconda se­
rie appartengono, invece, i testi che propongono incontri privilegiati con
Maria, secondo il ritmo interiore dell'esercitante. Come nella vita di
Ignazio, così nell'itinerario spirituale dell'esercitante Maria appare nei
momenti più delicati e decisivi, proprio nel cuore dell'esperienza: nel
Triplice colloquio della l Settimana (EESS., n. 63), nell'offerta finale del­
la meditazione del Regno (EESS., n. 98), nel Triplice colloquio della me­
ditazione dei Due Vessilli (EESS., nn. 147. 148) e delle Tre Classi di uo­
mini (EESS., n. 156). Quest'ultimo colloquio a Maria, come vedremo,
costituisce la sostanza della preghiera che Ignazio andava facendo sul­
la via da Siena a Roma, a La Storta, quand'ebbe la celebre visione de­
scritta anche nell'Autobiografia (cfr. sotto, §.96).
53 Cfr. Mt. 7, 16: «dai loro frutti li riconoscerete». S. Ignazio si av­
vale molto spesso di questo fondamentale criterio di discernimento spi­
rituale (cfr. EESS., nn. 331-334).

63
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

Però, sia il fratello che tutte le altre persone di casa capirono dal
comportamento esterno il cambiamento che si era prodotto nella
sua anima interiormente54•

11 Egli, senza curarsene55, continuava nella sua lettura e nei


suoi buoni propositi; quando conversava con quelli di casa, si in­
tratteneva sempre sulle cose di Dio, e con questo faceva del bene
alle loro anime56• Poichè da quei libri ora ricavava molto gusto,

54 Nel fatto che il fratello maggiore e tutti quelli di casa riconoscano


"por lo esterior" il mutamento che si era venuto ad operare interiormente
nell'animo di Ignazio, troviamo traccia di quella dialettica tra l'esterno
e l'interno molto caratteristica della spiritualità ignaziana e della spiri­
tualità della Compagnia di Gesù (cfr. il principio secondo cui «sono le
cose interne quelle da cui deriva l'efficacia nelle esterne», Cost., X,
[813]). Il fratello, di cui si parla in questo paragrafo, è Martin Garcia. Il
14 settembre 1493 aveva sposato Maddalena deAraoz; nell507, alla mor­
te del padre, essendo già deceduto il primogenito Giovanni P erez, egli
divenne signore e padrone della casa di Loyola.
55 Senza curarsene: Ignazio mostra come vincere il rispetto umano
e la vanità. Se questa è determinata da una relazione alienante, perché trop­
po dipendente dal giudizio di quelli che lo circondano, il modo miglio­
re di vincerla è quello di prendere le distanze dagli altri. Ignazio sembra
ragionare in questo modo: «Mi trovano cambiato? è il loro un giudizio
positivo o negativo nei miei riguardi? Questo problema non mi deve in­
teressare: continuiamo per la strada intrapresa, guardando solo a Dio!».
Per tutto quello che riguarda la sua persona, in particolare per quanto ri­
guarda i sentimenti che lo animano nell'interno e la mozione divina di
cui è fatto oggetto, Ignazio prende le distanze dall'ambiente che lo cir­
conda: tiene nascosto ai parenti i suoi propositi e i suoi piani. La rifles­
sione sull'esperienza lo ha portato alla convinzione che solo in questo mo­
do e solo conservando scrupolosamente per sé ciò che ha colpito la sua
anima, si può scoprire l'ambiguità delle relazioni umane e avvertire con
chiarezza la consolazione che sgorga dalla relazione con Dio. Con i pa­
renti, ormai, parla solo delle "cose di Dio".
56 È il primo "apostolato" di Ignazio. Il dialogo e la conversazione spi­
rituale sono classificati dal P. Gerolamo Nadal nel genere del "Ministerium

64
Capitolo primo - Loyola

gli venne l 'idea di stra/ciare in breve alcune cose più essenziali del­
la vita di Cristo e dei santi, e così, dal momento che già cominciava
ad alzarsi e ad andare in giro per casa, si mise a compilare un li­
bro con molta diligenza, scrivendo le parole di Cristo in rosso e
quelle di Nostra Signora in azzurro, su carta lucida e a righe, con
bella calligrafia, perché sapeva scrivere bene57•

Questo libro contava quasi 300 fogli in quarto, scritti per inte-
ro.
Impegnava parte del suo tempo nello scrivere e parte nella pre­
ghiera. La consolazione più grande che riceveva era contempla-

Verbi". Essi marcheranno l'apostolato futuro suo e dei suoi Compagni


(cfr. D.Restrepo, Comunion en el Espiritu. La "conversacion espiritual"
segim San lgnacio de Loyola (1521-1556), Coll. CIRE 2, Bogotà, 1975).
Da questo racconto di Ignazio appare, seppure ancora ad uno stadio con­
fuso e germinale, il rapporto di interdipendenza tra il fine della santifi­
cazione propria e quello dell'aiuto e del progresso spirituale del prossi­
mo. Esso si chiarificherà pienamente solo 30 anni più tardi, a tutto van­
taggio dei suoi seguaci nella Compagnia di Gesù (cfr. Es.Gen., l, [3}).
57 Può essere interessante fermarsi a riflettere sul metodo di lavoro
impiegato da Ignazio "per crescere in devozione. Esso può essere applicato
anche allo studio e al lavoro intellettuale (cfr. Cost., IV, [374]. [376]).
Degna di nota è la sottolineatura da parte di Ignazio circa la brevità, la
sinteticità e l'essenzialità delle annotazioni: non si tratta di fare un trat­
tato. Ma annotare solo le cose essenziali e più significative comporta una
scelta e, prima ancora, il discernimento, molto tipico nella spiritualità igna­
ziana, tra l'essenziale e l'accidentale, tra il prindpale e il secondario.
Inoltre, non deve sfuggire la richiesta di diligenza nel lavoro («con mu­
cha diligencia»), che deve impegnare tutto l'uomo, e la cura per i parti­
colari (diversità di colori, qualità della carta, calligrafia): Ignazio non giu­
dica che siano piccinerie o forma di scrupolo le attenzioni prestate a cer­
ti elementi più particolari. Esse sono piuttosto, in Ignazio, la manifesta­
zione del suo amore per la concretezza e i segni della sua preoccupazione
che neli'avventura spirituale sia coinvolto tutto l'uomo: intelletto, volontà,
memoria, ma anche corpo, sensibilità e affettività.

65
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

re il cielo e le stelle; questo lo faceva molte volte e a lungo, per­


ché con questo sentiva dentro di sè un impulso molto grande a ser­
vire Nostro Signore58. Ripensava molte volte al suo proposito, de­
siderando di essere già guarito del tutto, per potersi mettere in cam­
mino59.

12 Facendo poi i suoi conti60 su quello che avrebbe fatto al


ritorno da Gerusalemme allo scopo di vivere in penitenza conti-

58 Nella vita di Ignazio la contemplazione del creato, soprattutto del


cielo e delle stelle, fu sempre molto presente. Ancora oggi si mostra a
Roma, presso le camerette di S. Ignazio, il terrazzino dove spesso il san­
to sostava in preghiera e dove, contemplando il cielo, proruppe in quel­
l'esclamazione che comunemente gli si attribuisce: «Quanto vile e di po­
co conto mi appare la terra quando fisso gli occhi in cielo!». In Ignazio,
però, come appare anche dagli Esercizi Spirituali (cfr. la Contemplatio
ad amorem), la contemplazione del creato e gli slanci mistici del suo cuo­
re di fronte alle opere del Creatore non erano fini a se stessi, o eventi or­
dinati quasi unicamente alla sua perfezione e alla sua gioia e consolazione
interiore. Come già quest'episodio dell'Autobiografia all'inizio della
sua conversione dimostra, le lunghe e ripetute contemplazioni erano per
Ignazio una forza che lo spingevano e lo indirizzavano maggiormente al
servizio di Dio (cfr. anche la definizione della consolazione nelle Regole
del discernimento degli spiriti, EESS., n. 3 t 6, cfr. anche n. 3 15). Ignazio
non è un puro "esteta", ma un uomo concreto e "pratico".
59 Ogni tanto affiora l'ideale di Gerusalemme. A questo punto dell'i­
tinerario spirituale di Ignazio è chiaro che la decisione del pellegrinag­
gio in Terra Santa è definitivamente maturata e presa. Solamente la non
perfetta salute impedisce ad Ignazio di tradurla subito in opera.
60
Anche se la conversione interiore mostra i suoi effetti all'esterno
(cfr. sopra,§. 10, nota 54), di fatto Ignazio si trova ancora ai primi pas­
si nella via della purificazione. Lo scopriamo ancora impegnato a fare i
propri conti su quello che avrebbe fatto al ritorno da Gerusalemme.
Sembra che egli voglia anticipare la grazia, che voglia determinare con
precisione tutto in anticipo e che desideri fissare un piano perfetto nel qua­
le tutto il futuro è, per così dire, previsto e ipotecato. In questo, certamente,

66
Capitolo primo - Loyola

nua61, gli si affacciava l'idea di rinchiudersi nella Certosa di


Siviglia62, senza dire chi fosse per essere preso meno in conside-

si può vedere lo slancio di amore e di generosità di un cuore innamora­


to di Cristo che vuole dare tutto, ma al quale fa ancora difetto la discre­
zione e, soprattutto, la speranza e la fiducia in Dio propria del cuore umi­
le che dà pure se stesso. Forse in questo caso, in lui inconsciamente ha
gioco un meccanismo di difesa contro il proprio temperamento, forte sì,
ma anche analitico e ansioso, in particolare quando viene a trovarsi di
fronte a situazioni nuove. In quei casi egli cerca di "riempire il vuoto"
che il futuro incerto e sconosciuto gli presenta. Incontreremo questa preoc­
cupazione pure più avanti, per esempio a Barcellona, già di ritorno da
Gerusalemme: «mentre decideva ... se studiare e quanto, il pellegrino si
proponeva soprattutto il problema se, una volta .finiti gli studi, sarebbe
entrato in religione oppure sarebbe andato così alla buona per il mondo»
(§. 71, nota 51). Abbiamo la stessa impostazione di fronte al futuro in­
certo come a Loyola: solo che gli "studi" hanno sostituito "Gerusalemme",
e il generico "entrare in religione" prende il posto della ben più deter­
minata "scelta della Certosa". L'ansia e la preoccupazione della deter­
minazione del futuro si riflette, ma questa volta a livello comunitario, nel
caso del Voto di Montmartre (§. 85). Solo dopo vari anni di esperienze
che gli insegneranno come sia Dio che guida gli eventi ed è padrone del­
la storia, ma anche attraverso incertezze, dubbi, cambiamenti di rotta, pro­
cessi, malattie ecc.... Ignazio si aprirà a quella totale speranza e fiducia
in Dio propria dell'uomo che si è lasciato convertire da una fase di or­
goglio desideroso di possedersi e di determinarsi in modo totalmente in­
dipendente e definitivo, ad uno stadio di umiltà amorosa, che si offre sem­
pre più in piena disponibilità a chi lo guida.
61 A questo punto della vita di Ignazio il pellegrinaggio a Gerusalemme
rappresenta un ideale provvisorio e temporaneo, mentre la vita di peni­
tenza è un ideale assoluto e definitivo. Il pellegrino penitente appare più
penitente che pellegrino.
62 Ignazio sembra essere spinto verso una nuova elezione: come "dar
corpo" al proposito di penitenza e di vita austera scelto come stile di vi­
ta definitivo? Quali mezzi in concreto adoperare per vivere la peniten­
za e l'austerità, già scelte come tini e valori indiscutibili per la propria
vita? Ritirarsi nella Certosa oppure andare, cosi alla buona, per il mon-

67
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

razione, e lì di non nutrirsi che di erbe. Ma quando in altri momenti


tornava a pensare alle penitenze che desiderava praticare an­
dando per il mondo, gli si raffreddava il desiderio della Certosa
per il timore di non potervi esercitare quel! 'odio che ormai ave­
va concepito contro se stesso. Tuttavia incaricò un servo di casa,
che andava a Burgos, di prendere informazioni sulla regola del­
la Certosa, e le notizie che ne ebbe gli parvero buone. Ma per il
motivo sopra accennato, e perché egli era tutto assorbito dal
viaggio che pensava di attuare subito e perché di questa .faccen­
da non si sarebbe potuto trattare se non dopo il ritorno, ad essa
non dedicò molta attenzione63. Anzi, sentendosi ormai con un po'

do? Ignazio, come già all'inizio della sua convalescenza, quando si è sen­
tito sollecitato a dover scegliere tra il seguire i pensieri mondani e ser­
vire la dama, da una parte, e il seguire i pensieri suggeriti dalle letture e
le mozioni della grazia a servire Cristo come fecero i santi, dall'altra(§§.
6-8), anche adesso -alla fine della sua convalescenza- si viene a trovare
di fronte ad un bivio: alternativamente, il pensiero e il desiderio di una
vita fissa nella Certosa e il pensiero e il desiderio di una vita nella mo­
bilità attraverso il mondo gli vengono ad occupare il cuore e gli appaiono
come mezzi più adeguati al fine che vuole raggiungere. Posto in stato di
discernimento e di elezione, Ignazio avverte la carenza di dati: per ope­
rare un retto discernimento è necessario possedere un'informazione il più
completa possibile. La raccolta dei dati, il lavorio della memoria, se lo
fa espletare da un servo (un P. Polanco ... anticipato). Questi, dovendo­
si recare a Burgos, poteva prendere le dovute informazioni sulla regola
certosina presso la Certosa di Miralores, ancora oggi esistente vicino a
quella città. La riflessione sui dati raccolti condusse Ignazio ad un giu­
dizio positivo su quella regola e questo ebbe influsso sui rapporti futuri
tra la Compagnia di Gesù e l'Ordine Certosino. Ma sul momento non se
ne fece niente; anzi il processo stesso di quell'elezione si arenò (cfr. sot­
to,§. 12, nota 63).
63 Non ne jèce tanto caso: così Ignazio esprime come si risolse la ri­
flessione sul progetto della Certosa. Anche questo, però, è un punto di
arrivo di un suo discernimento. Il santo stesso richiama nel testo i moti-

68
Capitolo primo - Loyola

di .fòrze, decise che era tempo di partire, e disse a suo fratello:


«Signore, come sapete, il duca di Najerc/'4 sa già che sto bene. Sarà

vi che lo portarono alla decisione, come se fossero argomenti in favore


di una decisione maturata secondo ili Modo del Terzo Tempo di fare ele­
zione (EESS., nn. 178-183). Tre sono i motivi che inducono Ignazio a so­
prassedere circa la questione della Certosa: l o motivo: «il motivo sopra
accennato», cioè la persistenza del timore al quale aveva fatto riferimento
precedentemente: in concreto qual è? Probabilmente lapersistenza nel suo
spirito, accanto al desiderio di andare nella Certosa non mangiando che
erbe e ignorato da tutti, del pensiero di esercitare la penitenza non ri­
manendo fisso in un posto, come poteva essere la Certosa, ma andando
per il mondo. L'essere pellegrino, anche se per il momento è meno evi­
denziato che l'essere penitente, comincia a farsi strada nello spirito di
Ignazio. Sarà questo movimento interiore a portarlo non solo material­
mente e fisicamente a Gerusalemme e lungo le vie d'Europa, ma anche
spiritualmente ad esercitare lo zelo per le anime e l'apostolato nella
mobilità scelta, soprattutto, come stile di vita permanente, come "realtà
interiore" talmente fondamentale e appartenente al suo carisma di fon­
datore -e, pertanto, anche al carisma dell'intera Compagnia- da anima­
re dali'interno anche l'apostolato residenziale (cfr. la struttura della
Parte VII delle Costituzioni). Alla luce di questo episodio, la mobilità ap­
pare ancora meglio come una forma che incarna ed esprime nella ma­
niera tipicamente ignaziana lo spirito stesso di penitenza e di purifica­
zione: la mobilità come penitenza, l'essere pellegrino non come ag­
giunta all'essere penitente, ma come un "magis" dell'essere penitente.
2° motivo: «perché era tutto assorbito dal viaggio che pensava subito
attuare». In Ignazio fanno difetto le disposizioni richieste per una retta
elezione. il suo animo non è sufficientemente libero per una valida de­
cisione a proposito della Certosa. Infatti tutta la sua persona era polarizzata
sul progetto e sul pensiero del viaggio a Gerusalemme ormai imminen­
te. Era tutto assorbito (
= embebido) : è lo stesso termine già usato per ca­
ratterizzare la propria situazione d'animo di fronte a quello che imma­
ginava di compiere e di operare in servizio e per amore alla dama (§.6).
L'ideale della dama a poco a poco viene sostituito dall'ideale di
Gerusalemme, ideale di un pellegrinaggio penitente compiuto in solitu­
dine. Due forme di vita gli si parano davanti come possibili: l'una, se-

69
S. Ignazio di Loyo la - Autobiografia

conveniente che io mi rechi a Navarrete65 » (là si trovava in quel


momento il duca). Jf.fratello lo condusse in una camera e poi in

guire una regola come poteva essere quella della Certosa e, l'altra, an­
dare solo per il mondo e praticare liberamente le penitenze che vuole. In
questo momento Ignazio percepisce come unica o, almeno, come migliore
forma concreta della propria vocazione la seconda. Egli vuoi essere li­
bero, libero -come nota bene Osuna (Amigos en el Senor. p. 9)- di poter
andare da solo, libero per poter fare le penitenze che vuole. Per uno che
era stato schiavo di pensieri mondani e del vano onore del mondo, la pu­
rificazione e la conversione è vista ed è vissuta come liberazione, come
un dono-conquista di libertà. Tuttavia inizialmente Ignazio (che era
schiavo del giudizio altrui e dipendente da quello che gli altri potevano
pensare o dire sul suo conto, lodandolo e approvandolo, oppure criti­
candolo e disapprovandolo) vive questa libertà come liberazione da ogni
legame, come autarchia assoluta, come capacità di vivere da solo. Dio
lo guida, al principio, verso una vita anacoretica ed eremitica: andare da
solo a Gerusalemme in spirito di penitenza. La vita nella Certosa, con la
soggezione che comporta ad una regola, ha un senso comunitario e, so­
prattutto, qualcosa di istituzionale che, per il momento, rimane neces­
sariamente fuori del suo orizzonte di vita. Anche più tardi a Barcellona,
a Parigi e perfino a Roma stessa, !'«entrare in religione)) verrà da lui e
dai primi Compagni rifiutato come una realtà che viene a minacciare la
loro vocazione, il loro modo di procedere, lo spirito genuino del loro idea­
le di vita nella povertà, nell'umiltà e, soprattutto, nella mobilità al di fuo­
ri di strutture esistenti. Anche per Ignazio a Loyola, in sostanza, il so­
prassedere all'elezione circa la Certosa è frutto di un inconscio mecca­
nismo di difesa o, più esattamente, di un istinto di preservazione del suo
genuino ideale di pellegrino penitente, amante delle austerità, della po­
vertà, del nascondimento, dell'umiltà, vissute o da viversi sempre nella
mobilità, al di fuori di schemi comunitari o istituzionali prestabiliti.
Questi, infatti, sono ancora colti da Ignazio come limitanti la piena libertà
alla quale si sente chiamato. Egli vuoi essere un laico -battitore libero­
al servizio di Cristo e basta! Di qui il timore di non poter essere se stes­
so, nel caso dovesse scegliere di entrare nella Certosa; di qui il lasciar­
si invadere tutto ( "toto embebido ) " dal pensiero del pellegrinaggio a
Gerusalemme, a lui in quel momento più connaturale; di qui il trascura­
re il pensiero circa la Certosa.

70
Capitolo primo - Loyola

un 'altra, e, con segni di molto stupore, cominciò a pregar/o di non


buttarsi a perdere e di considerare quanta speranza riponeva in
lui la gente e quanto potesse egli valere; aggiungeva altri argo­
menti del genere, tutti orientati a distoglierlo dal buon proposito
che aveva concepito.

Il fratello e alcune persone di casa sospettavano che egli volesse


attuare qualche grande cambiamento.

3° motivo: «perché di questo non si sarebbe potuto trattare se non do­


po il ritorno». Ignazio non ha urgenza di dover decidere, perché può ri­
solvere il problema al ritorno da Gerusalemme. Di fronte al futuro incerto,
il primo moto di Ignazio è quello di "riempire il vuoto" e di prendere su­
bito una decisione, quasi ipotecando e prevedendo il futuro stesso; ma
poi, in un secondo tempo, questa decisione gli appare frutto di un di­
scernimento fatto più a tavolino che sopportato dall'esperienza vissuta
e dalle circostanze concrete che - per il momento - possono essere solo
supposte e pensate, ma non sono ancora reali, come non ancora reale è
il futuro. La decisione viene, perciò, annullata o, al massimo, dilazionata.
Un caso analogo si verificò 12 anni dopo a Parigi, quando Ignazio e i pri­
mi Compagni si riunirono per le complesse deliberazioni che sfociaro­
no nel Voto di Montmartre nell'agosto 1534 (cfr. sotto,§. 85): circa il pun­
to della permanenza o meno del gruppo a Gerusalemme, non essendo­
ci accordo tra i componenti del gruppo, si giunse al compromesso di dif­
ferire la soluzione definitiva a tempo debito, cioè quando si fossero tro­
vati a Gerusalemme. Là avrebbero ripreso in mano il problema, racco­
mandandolo a Dio con la ferma speranza di ricevere da Lui luce su che
cosa Gli fosse più gradito.
64 Antonio Manrique de Lara, che nel 1515 fu duca di Najera e dal
1516 al 1521 viceré di Navarra. Ignazio restò al suo servizio fino alla ca­
duta di Pamplona.
115 Navarrete è un piccolo paese situato tra Logrofio e Najera.

71
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

Ma la sua rispostafu tale che, senza allontanarsi dalla verità,


perché di essa si jàceva ormai gran scrupolo66, egli riuscì a libe­
rarsi dal fratello67•

66 Il periodo di Loyola è caratterizzato anche da una progressiva


apertura e da un amore più attento alla verità da parte di Ignazio.
L'esperienza del discernimento è stata per lui un'esperienza di liberazione,
ma anche un'illuminazione, un'esperienza di luce circa la verità (cfr. so­
pra, §. 8). Ignazio parte da Loyola innamorato della libertà, ma di quel­
la libertà che ha per fondamento la verità («è la verità che vi farà libe­
ri», Gv. 8, 32; cfr. negli Esercizi lo stretto legame tra libertà, elezione e
discernimento nella meditazione dei Due Vessilli: in essa Ignazio fa
chiedere all'esercitante nel preludio di petizione, come grazia specifica
della meditazione stessa, «conoscenza degli inganni del capo malvagio
e l'aiuto per difendermi da essi e conoscenza della vera vita che il som­
mo e vero capitano ci addita e la grazia per poterlo imitare», n. 139).
67 Questo episodio della lotta con il fratello, mentre evidenzia la for­
za di carattere di Ignazio e la sua determinazione nel resistere alle pres­
sioni e alle lusinghe dei parenti che cercano di distoglierlo dai suoi pro­
positi, dà anche fondamento ai testi delle Costituzioni riguardanti l'at­
teggiamento del gesuita, in particolare di coloro che si trovano ancora in
formazione, nei riguardi dei parenti e dei genitori (cfr. Es. Gen., Il/, [36].
[38]; IV, [59]. [61] (soprattutto). [62]; Cost.,l, [143]; III, [256]).

72
Capitolo secondo

DA LOYOLAA MONSERRAT

13 Partì, dunque, cavalcando una mula. Un altrofratello1 lo


volle accompagnarefino a Onate, ed egli, lungo il cammino, lo per­
suase2 a fare insieme una veglia nel santuario di Nostra Signora
di Aranzazu3•

1 Probabilmente si tratta di Pedro Lopez di Loyola, sacerdote, che nel


1515 era stato processato con Ignazio in seguito ad un atto di accusa per
«crimini enormi, perpetrati di notte, con premeditazione, con ronde not­
turne e a tradimento» (Polanco) durante il carnevale; nel 1525 divenne
rettore della chiesa di S. Sebastiano di Soreasu in Azpeitia, dove mori
poco tempo dopo, nel 1527.
2 È il secondo, piccolo e timido accenno all'azione apostolica (cfr. so­
pra, §. Il, nota 56). Si noti ancora una volta la grande forza di persua­
sione di cui era dotato Ignazio.
3 È la terza volta che incontriamo la presenza di Maria nella vita di
Ignazio convertito (cfr. sopra, §. l O, nota 52 e §. 11) . A questa veglia di
preghiera fa riferimento Ignazio in una lettera a S. Francesco Borgia del
20 agosto 1554 (MI, Epp., VII, 422), in risposta alle richieste a lui per­
venute di ottenere dal Romano Pontefice sovvenzioni per il restauro del
monastero e del santuario di Nostra Signora di Aranzazu, distrutti da uno
spaventoso incendio nella notte del 26 dicembre 1553. Dalle parole di
Ignazio al Borgia alcuni studiosi pensano di trovare una conferma del­
la tradizione secondo la quale, precisamente in quell'occasione della ve­
glia di preghiera con il fratello, il santo fece voto di castità, che altre fon­
ti (Lainez, Epistula de vita P lgnatii, FN l, 76; Summ. Hisp. FN I, 158;
Pedro de Ribadeneira, Vita... , Lib. 3, cap. 3) attestano solo genericamente
essere stato emesso durante il suo cammino da Loyola a Monserrat.

73
S. Ignazio di Loyo/a - Autobiografia

Dal giorno della partenza dalla sua terra si flagellava ogni not­
te.

Là passò la notte in preghiera per ottenere nuove energie per


il suo viaggio; poi lasciò il.fratello in Ofiate, in casa di una sorellct
alla quale voleva far visita, e lui si recò a Navarrete. Ricordandosi
che in casa del duca gli dovevano alcuni pochi ducati, gli parve
opportuno riscuoter/i. A questo fine scrisse una richiesta al teso­
riere. E siccome il tesoriere disse che non aveva denaro, il duca,
quando lo seppe, disse che il denaro poteva mancare per tutto il
resto, ma non per un Loyola, al quale, anzi, infòrza della.fìducia
che si era guadagnata nel passato, desiderava a.f}ìdare un buon po­
sto, se l 'avesse voluto accettare. Riscosse il denaro, ordinando di
dividerlo in parte fra certe persone verso le quali si sentiva ob­
bligato5, e in parte per far restaurare e adornare nel migliore dei
modi un 'immagine di Nostra Signora che si trovava in cattivo sta­
to6. Quindi, licenziati i due servitori che lo accompagnavano,
partì tutto solo7 sulla sua mula, da Navarrete verso Monserrat.

4 Probabilmente si tratta di Maddalena, sposata con Giovanni Lopez


de Gallaiztegui.
5 Il saldare debiti, probabilmente solo morali, è stato il fine ultimo che
ha guidato la decisione di Ignazio di riscuotere i pochi ducati di cui era
creditore presso il duca. Questo episodio è stato forse narrato per dare fon­
damento a quanto nel 1553 era già scritto nelle Costituzioni a proposito
del modo che il candidato, che vuole entrare in Compagnia, deve segui­
re nel disporre e nel lasciare i suoi beni (Es. Gentile., IV, [53]. [55])?
6 Ancora una volta nell'itinerario spirituale di Ignazio appare un se­
gno della sua devozione a Maria (cfr. sopra, §. l O, nota 52; §. Il; §. 13,
nota 3).
7 La solitudine di Ignazio, nel periodo della sua conversione a Loyola,
oltre ad essere un traguardo da lui agognato e un segno della sua voca­
zione anacoretica, è anche un segno dell'ormai completo distacco da tut­
ti e da tutto, ed espressione della sua totale povertà penitente. Dopo es­
sersi staccato dal suo castello, dai famigliari, dal suo duca, dal suo stes-
" "

74
Capitolo secondo - Da Loyola a Monserrat

14 Durante questo viaggio gli accadde unfatto che sarà be­


ne rtferire, per comprendere in che modo Nostro Signore agiva con
quest 'animax ancora cieca9, nonostante avesse grandi10 desideri

so corpo un tempo molto ben curato (cfr. voto di castità e fiagellazione


ogni notte), congedando i due domestici Ignazio prende ormai decisa­
mente le distanze anche di fronte al suo rango sociale: non appartiene che
a Dio!
x Tutta l 'Autobiografia potrebbe essere analizzata alla luce di questa
considerazione: essa manifesta l'opera pedagogica di Dio nei riguardi di
Ignazio. P rima di essere una narrazione di eventi storici, o un resocon­
to di fatti esterni, o una descrizione di fenomeni puramente psicologici,
I'Autobiogrqfia è il racconto di un pellegrino alla ricerca di Dio, è la sto­
ria del lavoro di Dio nell'anima di Ignazio, è l'espressione di «come il
Signore l'aveva diretto dall'inizio della sua conversione>> (Prologo del
P. Nadal, n.2, sopra, pag. 33). Solo in un secondo tempo, a questa "sto­
ria" di Dio in un'anima corrisponde la "storia" della collaborazione di
Ignazio, teso alla ricerca della volontà di Dio. Nella luce sapienziale, ar­
ricchita dall'esperienza di tanti doni, 30 anni più tardi Ignazio sa cogliere,
dietro il suo pellegrinare esterno da un posto all'altro della terra, un cam­
mino più interiore verso Dio e verso il centro del proprio "io".
In questo paragrafo il santo sembra arrestarsi un poco: non racconta
fatti o episodi nuovi, ma si limita, attraverso un rapido e sintetico sguar­
do retrospettivo, a giudicare, a vagliare, a discernere i primi passi della
sua conversione. Sembra che egli voglia fare un bilancio del cammino
percorso da Pamplona fino alla partenza da Loyola, prima di arrivare a
Monserrat. Da una parte abbiamo: incondizionata generosità; desideri sin­
ceri di servire Dio, di piacergli e di compiere azioni a Lui gradite; fer­
mezza di carattere e saldezza nei propositi e nelle decisioni, segno di una
conversione non superficiale; serio desiderio di imitare i santi, so­
prattutto nelle penitenze; tensione al magis e desiderio della gloria di Dio.
Ma dall'altra parte abbiamo pure: cecità interiore: i desideri di servire
Dio e di compiere penitenze sono grandi, ma non illuminati; mancanza
di interiorità; soprattutto assenza di discrezione, per cui le varie virtù
(umiltà, carità, pazienza), mancando di senso della misura, rimangono
puramente esterne, apparenti e false. Anche l'anelito del magis, senza la

75
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

di servir/o in tutto ciò che riusciva a capire; infàtti si decideva a


fare grandi penitenze, non badando tanto allora a scontare i pro­
pri peccati, quanto piuttosto a far cosa gradita a Dio e a piacer­
glill.

discrezione, è una freccia verso un infinito extramondano, un'evasione


e una fuga dal mondo e dalla storia, piuttosto che una tensione parago­
nabile a quella di poligoni circoscritti e iscritti ad una circonferenza
che, aumentando i lati, tendono indefinitamente alla circonferenza che
sta nel mezzo. Non ci sarebbe spazio senza la discrezione per una cre­
scita progressiva e graduale. Si capisce, quindi, perché Ignazio, in quel
momento del suo itinerario spirituale, non desse ancora peso alle circo­
stanze: la sua non era ancora quella spiritualità storica, attenta alle più
piccole particolari circostanze e caratterizzata dal senso della misura o
dali 'interiorità che, alla fine della sua vita, dopo un itinerario protratto
per molti anni di continua conversione e purificazione, di tensione all'i­
deale, di discernimento e di ricerca della volontà di Dio, apparirà ad uno
stadio maturo nella sua persona. Saranno proprio questo senso della mi­
sura e quest'interiorità faticosamente conquistata a permettergli di for­
mulare un preciso giudizio benevolo e, al tempo stesso, critico su que­
sto primo tempo della sua conversione; e a consentirgli di valutare quan­
to la carenza di interiorità e di discrezione, necessarie per l'autenticità del
magis e di tutte le virtù, avesse infirmato i primi passi del suo cammino
spirituale.
9 Nonostante Dio avesse già cominciato ad aprirgli gli occhi e lo aves­
se un poco illuminato (cfr. §.8, nota 42; § 9, nota 45; §. IO, visione di
Nostra Signora), Ignazio giudica la sua anima ancora cieca. Non è que­
sta una contraddizione nel santo, ma l'espressione della dialettica del "già"
e del "non ancora" applicata al processo di illuminazione della sua ani­
ma: il "già" (illuminazione della mente) nel 1553, quando detta
l'Autobiografia, praticamente è un "non ancora" (non illuminazione e,
quindi, cecità) nell521, quando è ancora ai primi passi della conversione.
10
I desideri, come pure le penitenze, sono grandi, ma non retti e or­
dinati: nella visione di Ignazio c'è ancora troppo di "quantitativo" e t rop­
po poco di "qualitativo"; c'è ancora troppa "esteriorità" e troppo poca "in­
teriorità"; nella sua incipiente vita spirituale c'è ancora troppo materia­
lismo.

76
Capitolo secondo - Da Loyola a Monserrat

Abborriva talmente i peccati passati e aveva un desiderio così


vivo di fare grandi cose per amore di Dio, che, senza giudicare se
i suoi peccati fossero già perdonati, tuttavia nelle penitenze che si
imponeva non li teneva molto presenti.

E così, quando si ricordava di praticare qualche penitenza


fatta dai santi, si proponeva di fare altrettanto e più ancora12• E

11 Ignazio giudica e valuta negativamente la motivazione che Io in­


duceva a fare grandi penitenze: «fare cosa gradita a Dio e piacerGii». A
Dio, infatti, non piacciono il sacrificio e la penitenza esterna per se stes­
si, o anche prima e indipendentemente dalla conoscenza, che l'uomo de­
ve avere dei suoi peccati passati, e dal conseguente suo desiderio di emen­
darli. Sotto la motivazione che allora lo induceva ad affrontare le peni­
tenze, non c'era una retta e realistica visione né di Dio, né dell'uomo (cir­
ca i motivi per cui si tànno penitenze esterne, cfr. EESS., n. 87). Questa
affermazione di Ignazio, inoltre, va intesa alla luce delle affermazioni prin­
cipali di questo§. 14, in particolare del giudizio che egli dà sulla sua vi­
ta ancora tutta effusa all'esterno e ignorante circa le cose spirituali: non
è certo ancora un uomo interiore.
12 È ancora un magis indiscreto, privo di discrezione e, pertanto, per
Ignazio, falso e degno di biasimo. C'è pericolo che diventi un superla­
tivo, un maxime, invece che un comparativo. Con questo verrebbero an­
nullati, da una parte, il dinamismo della vita spirituale -che sarebbe ri­
dotta ad una ricerca di perfezi·onismo legalistico e, quindi, sterile, oltre
che sorgente di superbia e di orgoglio- e, dall'altra, la dimensione rela­
tiva di tutti i valori creati. Conseguentemente questi, una volta assolu­
tizzati, oltre che esposti al pericolo di essere idolatrati e di offuscare la
gloria di Dio, si porrebbero in opposizione esclusiva l'uno dell'altro,
annullando la possibilità della vicendevole integrazione. La distinzione
tra i valori da scegliere, invece che fondare una "gerarchia" e una "re­
lazione per subordinazione" verrebbe intesa e vissuta come "contrap­
posizione". Perciò, la scelta di un valore escluderebbe quella di un al­
tro: non "e ... e" - mantenendo una gerarchia di valori -, ma "o ... o".
Questo, al limite, comporterebbe la distruzione dei valori naturali e del­
l'uomo stesso in chi volesse darsi a Dio, o, viceversa, l'ateismo in chi
volesse atTermare solo l'uomo.

77
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

in questi pensieri trovava tutta la sua consolazione, senza far ca­


so ad alcuna cosa interiore13, e senza sapere cosa .fosse l'umiltà
o la carità o la pazienza o la discrezione, necessaria per regola­
re e misurare queste virtù. Ma tutto il suo intento stava ne/fare di
queste opere grandi ed esteriori, perché così le avevano.fatte i san­
ti a gloria di Dio, senza prendere in considerazione nessuna altra
circostanza più particolare14•

Ignazio sentiva vivissimo il fascino delle creature, il valore e l 'at­


trattiva delle realtà umane e naturali da perfezionare con anelito costante.
Prima della conversione, questa sua struttura interiore si attuava in una
dinamica tensione verso la gloria umana, gli onori e i piaceri, ancor più
che verso il possesso di beni materiali, perché, come ultimo di 13 figli,
in questo campo era per lui più difficile "sfondare" ed "eccellere". La
conversione viene ad introdurre nella sua struttura un nuovo dinamismo,
una nuova orientazione. Tuttavia, sulle prime, i nuovi valori (Dio, la pe­
nitenza, le grandi imprese per Dio e le varie virtù) si pongono afìanco
a lui e alla sua sensibilità per i valori naturali. Il nuovo dinamismo sem­
bra persino soffocare la sua intrinseca sensibilità per quanto è umano e
creato. L'assoluto di Dio si pone in opposizione a quanto è storico,
contingente e relativo. La valorizzazione del positivo insito nel relati­
vo e nel contingente e il ricupero della sua stessa struttura fondamen­
tale avverrà a poco a poco col crescere in lui della discrezione. Di qui
l'importanza fondamentale di questa virtù nella spiritualità concreta e
storica di Ignazio e della futura Compagnia di Gesù.
13 La mancanza di interiorità porta effusione verso le cose esterne, del­
le quali si finisce per diventare schiavi; gli ideali si presentano ancora in
modo astratto e ideologico, senza diventare potenza di vita, di amore e di
servizio. La carenza di attenzione alle cose interne, a sua volta, produce
una mancanza di attenzione per le circostanze concrete storiche, anche quel­
le più particolari. Sarà, invece, attraverso il cogliere e il conoscere le realtà
sempre più ali 'interno di sé, sarà attraverso il «sentire e il gustare le co­
se internamente» (EESS., n. 2) che Ignazio imparerà a vedere tutto in
Domino e a valutare l 'autenticità delle virtù che non consistono solo in at­
ti, ma, più radicalmente, in atteggiamenti di un cuore talmente pieno di
Dio da riconoscerLo presente e da amarLo in ogni realtà creata.
14 Senza prendere in considerazione nessun altra circostanza più

78
Capitolo secondo - Da Loyola a Monserrat

15 Andando, dunque, per la sua strada, lo raggiunse un mo­


ro che cavalcava un mulo. Conversando15 tra loro, i due vennero

particolare: già avevamo visto Ignazio non badare alle circostanze quan­
do si riprometteva di imitare i santi e di far penitenze (§.9). Nelle
Costituzioni Ignazio attribuisce grande importanza alle circostanze di tem­
po, di luogo e di persona (Cost.,Proemio, [136]; Il, [211 ]. [238]; III, [295];
IV, [343]. [351). [3821. [395]. [462]; VI, [581]; VII, [618]; IX, [746].
[754]). Le Costituzioni potranno aiutare il corpo della Compagnia solo
se esse rimarranno aperte ad un pluralismo di determinazioni e di ap­
plicazioni concrete, in modo tale da potersi incarnare in norme sempre
più particolari secondo la volontà di Dio. Essa, infatti, si manifesta
diversamente attraverso le varie necessità dei tempi, dei luoghi e delle
persone. Per questo, chi è chiamato a tàr osservare le Costituzioni deve
tener conto, «con la discrezione che la Luce eterna gli darà» ( Cost.,
IX,[746]), di tutte le circostanze particolari. Magis, interiorità, discrezione
e senso delle circostanze, nella spiritualità ignaziana e in quella della
Compagnia, si richiamano mutuamente, tanto che solo nella loro inte­
grazione vicendevole, quando sono vissuti tutti insieme, possono dirsi
valori autentici. Con l'ignoranza e la trascuratezza delle circostanze
concrete non può coesistere la tensione del magis autentico, cioè del ma­
gis "discreto", del magis che non è disgiunto dalla "mediocridad de la
discreci6n". È la discrezione che fa trovare il "giusto mezzo" delle virtù,
la loro piena verità e autenticità, perché aiuta ad evitare gli estremi op­
posti della tiepidezza e del fervore indiscreto di chi «non tiene mo ·

derazione» (cfr. lettera di Ignazio ai Padri e Fratelli di Coimbra, M I, Epp.,


l, 504-506). D'altra parte, senza interiorità, senza un'illuminazione in­
teriore dall'Alto, non si può cogliere il valore delle circostanze concre­
te e, conseguentemente, è tàcile polarizzarsi sugli estremi, perdendo il
senso del "giusto mezzo, nel quale sta propriamente la virtù, e si finisce
per rendersi schiavi delle realtà esteriori.
15 La conversazione è il primo modo di relazionarsi apostolicamente
col prossimo da parte di Ignazio. Dopo i parenti (cfr. §. 11 ), ecco ora il
moro. La conversazione spirituale sarà molto importante dal punto di vi­
sta apostolico anche per la Compagnia di Gesù (cfr. D. Restrepo, o. c. ,
sopra§. Il, nota 56).

79
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

a parlare di. Nostra Signora16; il moro diceva che pure a lui pare­
va vero che la Vergine avesse concepito senza intervento d'uomo,
ma che avesse partorito restando vergine, questo non lo poteva cre­
dere, adducendo le ragioni naturali che gli si presentavano alla
mente. Il pellegrino17, nonostante gli avesse portato numerosi ar­
gomenti per attestare il contrario, non riuscì a smuover/o da quel­
la opinione. Il moro, poi, si allontanò così in.fretta, che egli lo per­
se di vista, restando a riflettere su quello che era capitato con quel-

16 È la quinta volta che nell A utobiogrqfia si parla di Maria (cfr. so­


'

pra,§. 10, nota 52;§. l l;§. 13, nota 3 e alla fine); a mano a mano che
egli rompe i legami con il mondo precedente, sempre più si afferma nel­
la sua vita la nuova relazione con Nostra Signora. Nel dire addio al
mondo vecchio, sembra che Ignazio presti particolare interesse e atten­
zione a Maria. Con questo vuoi forse egli ricordare ai Compagni la for­
za purificatrice di Maria e la funzione di mediazione a Cristo Nostro
Signore esercitata dalla devozione a Nostra Signora?
17 D'ora in avanti nell'Autobiogrqfìa Ignazio si designerà con questo
titolo di pellegrino. Di qui il titolo Racconto del Pellegrino attribuito al
testo in varie edizioni in volgare in questo secolo. Ormai Ignazio si con­
sidera pellegrino e tale vuole che sia considerato e si consideri ogni uo­
mo, in particolare ogni gesuita: il pellegrino è un uomo in cammino, un
essere storico che non si ferma mai e che segue la via di Cristo; egli va
dove lo portano i suoi pensieri e la sue mozioni, è un uomo in continuo
stato di discernimento e di ricerca della volontà di Dio, di quel Dio che
lo guida attraverso le vie della storia e del mondo (J. Thomas, Il segre­
to dei Gesuiti, Casale Monferrato 1988, 55). Si noti che la più antica let­
tera di Ignazio che possediamo -quella indirizzata a lnes Pascual in da­
ta 6 dicembre 1525 da Barcellona- è da lui firmata «il povero pellegri­
no Ifiigo». L'idea del pellegrinaggio ha giocato un ruolo così importan­
te nella sua vita, che egli ha voluto che i futuri membri dell'ordine da lui
fondato verificassero e maturassero la loro vocazione nel periodo del no­
viziato anche attraverso l'esperimento del pellegrinaggio (Es. Gen. IV, .

[67]), orientato a far crescere la speranza in Dio solo, punto fondamen­


tale della vita della Compagnia (cfr. Cast., X, [812]).

80
Capitolo secondo - Da Loyola a Monserrat

l 'uomo1x. A questo punto gli vennero alcune mozioni interiori che

gli lasciavano nel/ 'animo un certo disgusto perché gli sembrava


di non averfatto il proprio dovere. Esse, inoltre, gli causavano sen-

IX Ignazio "rilegge" quanto avvenuto nel suo incontro con il moro.


Certamente, come è stato notato (J. Thomas, o. c., 83), il termine "rilet­
tura" è ignorato da Ignazio. Tuttavia designa un'insieme di tecniche pe­
dagogiche precise che gli Esercizi Spirituali richiameranno, e soprattutto
un'attitudine costante in Ignazio. Questa sarà, per così dire, codificata
nell'addizione quinta degli Esercizi Spirituali: «Finito l'esercizio ri­
penserò, per la durata di un quarto d'ora, seduto o passeggiando, come
mi è andata la contemplazione o meditazione. Se male, ne ricercherò la
causa e, trovatala, me ne pentirò per correggermi per l'avvenire; se be­
ne, renderò grazie a Dio Nostro Signore, e farò in seguito nello stesso
modo» (EESS.. n. 77). La preoccupazione principale nel compiere que­
sto esercizio non è quella di restare ripiegati sul passato. Si tratta di an­
dare avanti: la revisione è sempre in prospettiva futura: «ignazio più che
invitarci a vedere come è andata, inserisce questi ritorni metodici in una
dinamica volta verso l'avvenire. Non si arriverà a progredire, fino a che
non si sarà tàtto tesoro delle lezioni che ci vengono dalle esperienze pas­
sate» (J. Thomas., o. c., 85). La maturazione dell'uomo avviene attra­
verso il gioco dialettico tra "esperienza" e "riflessione": le "esperienze"
diventano "esperienza", maturità, solo se filtrate attraverso la riflessio­
ne, attraverso il ritorno su di esse per capirle e per meglio orientarsi ver­
so il futuro. Per diventare formatrice e linguaggio o parola umanizzante,
la singola esperienza, il semplice accadimento dell'avvenimento va in­
teriorizzato: per questo si richiede la rilettura, l'esame, il ritorno su
quanto si è vissuto, cercando di capirlo perché diventi luce e nutrimen­
to. Cfr. negli EESS.: l'esame di coscienza generale (n. 43): dal ricordo
di quanto è capitato nel passato, attraverso la riflessione, si passa al pro­
posito e ali'impegno di correggersi per il futuro; esame di coscienza par­
ticolare (n. 25); la meditazione dei peccati propri nella l Settimana: dal
richiamare alla memoria tutti i peccati della vita, analizzando anno per
anno, o periodo per periodo (n.56), al «grido di ammirazione con immenso
amore» (n.60) e, soprattutto, al colloquio di misericordia che termina con
il "proposito di emendarmi per l'avvenire, con la Sua santa grazia))
(n.61 ); Colloquio del primo esercizio della l Settimana (n.53): il rileg-

81
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

timenti di indignazione contro il moro, perché gli sembrava di aver


operato male nel permettere che un moro dicesse tali cose di
Nostra Signora, e di essere obbligato a ritornarvi sopra per di­
fenderne l'onore. Perciò gli affioravano desideri di andare a cer­
care il moro e di prender/o a pugnalate per quello che aveva det­
to. E restando per molto tempo combattuto tra questi desideri, al­
la fine rimase in dubbio, senza sapere che cosa fosse tenuto a jà­
re19. Il moro, che intanto si era allontanato, gli aveva detto di es-

gere nella mia vita e l'interrogarmi su che cosa ho fatto e tàccio per Cristo
è per arrivare a capire che cosa devo tàre per Lui nel futuro; e,intìne, la
pratica dellaripetizione(nn.62.99.118.119. 120.129.132.134.148.
159.204.208.221. 227.).
19 Si apre una nuova fase nell'itinerario di purificazione di Ignazio:
cominciano ad apparire i primi scrupoli (cfr. sotto,§§.22-25, l'esperienza
degli scrupoli che sarà a fondamento delle Note circagli scrupoli negli
Esercizi Spirituali, nn.345-351 ). S.Ignazio descrive questa nuova espe­
rienza, che prende le mosse dalla riflessione sul suo comportamento
con il moro, proprio come descrive lo scrupolo nella nota seconda:
«Dopo aver pensato o detto o fatto una qualsiasi cosa (in questo caso la
conversazione e la discussione con il moro), mi viene dal di fuori l'idea
di aver peccato; a me sembra d'altra parte che non ho peccato,eppure in
tutto ciò mi sento turbato, in quanto dubito e in quanto non dubito. E que­
sto è precisamente lo scrupolo» (EESS., n.347). Esso è da distinguersi
bene da ciò che propriamente è un giudizio erroneo, descritto nella no­
ta precedente (EESS., n.346). Mentre questo è da detestare radicalmen­
te, lo scrupolo autentico «per un certo spazio di tempo giova molto al­
l'anima che si applica agli esercizi spirituali; anzi grandemente la puri­
fica e la rende limpida, allontanandola molto da ogni parvenza di pec­
cato» (EESS., n. 348).La rilettura della conversazione con il moro sca­
tena in Ignazio mozioni e desideri: l'idea di non aver fatto il proprio do­
vere e di aver peccato per aver permesso quelle affermazioni contro la
verginità della Madonna, suscita scontentezza verso se stesso e indignazio­
ne contro il moro. Questo stato, a sua volta, gli origina un duplice desi­
derio: quello di difendere l'onore di Maria e quello di inseguire il moro
e prenderlo a pugnalate per le affermazioni che aveva fatto. Subito gli sem-

82
Capitolo secondo - Da Loyola a Monserrat

sere diretto ad una località di lì poco distante, lungo il suo stesso


cammino, situata molto vicino alla strada maestra, senza -però­
che la strada maestra l 'attraversasse.

16 E così, stanco di esaminare quello che sarebbe stato be­


ne fare, non trovando una soluzione sicura per la quale determi­
narsP-0, prese questa decisione21, cioè di lasciare andare la mula

bra che ci sia continuità, nesso logico e coerenza tra i due desideri: l'at­
tuazione del secondo gli appare come il mezzo necessario per realizza­
re il primo. Ma quello che sarebbe stato un grave giudizio erroneo
(EESS., n. 346), che lo avrebbe condotto ad un autentico delitto preme­
ditato, è stato impedito dalla percezione dell'opposizione tra i due desi­
deri. Di qui la lotta tra i due desideri. Essa si protrae a lungo e gli lascia
il dubbio sul da farsi. Ignazio viene a trovarsi come di fronte ad un bi­
vio, senza sapere dove andare. Il pellegrino è frenato dal dubbio e dal­
l'incertezza. Tuttavia questa situazione di scrupolo, certamente doloro­
sa, soprattutto per un uomo forte e volitivo come Ignazio, abituato a pren­
dere decisioni con facilità, fu la sua salvezza. Infatti, anima cieca qual
era e tutta effusa ali'esterno, generosa, ma anche carente di discrezione
e di discernimento (cfr. sopra,§. 14), aveva bisogno di molta purifica­
zione prima di giungere a quell'autentica trasparenza interiore che gli
avrebbe permesso di decidersi secondo i desideri di Dio.
20 L'episodio del moro mostra quanto cieca e carente di interiorità e,
quindi, bisognosa di purificazione, tosse l'anima di Ignazio anche per il
fatto che egli non arriva a prendere una decisione per se stesso, se non
quella di rinunciare alla propria capacità di discernere e quella di rimettersi
alla muta, cioè al concorso fortuito delle circostanze. Ignazio si viene a
trovare di fronte ad un dilemma per lui allora insolubile: i termini della
scelta che deve operare sono così contraddittori che non è possibile una
terza soluzione, neppure quella di non scegliere. Si trova come di fron­
te ad un bivio senza la possibilità di fermarsi o di tornare indietro. E il
bivio stradale, che di fatto gli si para davanti tra la strada maestra e la
strada del villaggio, è come il simbolo di numerosi bivi interiori nei qua­
li egli viene a trovarsi prima di prendere una decisione. Nel caso concreto
esso si presenta come uno schermo sul quale viene proiettata la situazione
della sua anima indecisa. Altre volte troviamo il pellegrino di fronte a bi-

83
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

a briglia sciolta fino al punto in cui le strade si dividevano; se la


mula avesse preso la strada del villaggio, egli avrebbe cercato il
moro e lo avrebbe preso a pugnalate; se non avesse imboccato la
strada del villaggio, ma avesse preso la strada maestra, lo avreb-

vi stradali nei quali, però, si cela e si incarna in profondità la necessità


di una scelta più interiore e spirituale (cfr. per esempio, i bivi sulla stra­
da da Monserrat a Manresa, §. 18, e su quella da Ferrara a Genova, §.51).
Più spesso, però, il "bivio" direttamente descritto è dentro al cuore: tra
i pensieri mondani e il servizio alla dama, da una parte, e le mozioni del­
la grazia, l'imitazione dei santi e il servizio a Cristo, dall'altra (§§.6-8);
tra il confessarsi e il non confessarsi; tra digiunare e mangiare; tra con­
tinuare le penitenze e sospenderle nei giorni drammatici della lotta con­
tro gli scrupoli a Manresa §§.22-26); tra il partirsene da Barcellona con
la sola speranza in Dio e il far provviste per il viaggio verso Gaeta
§§.35-36); tra il dire che è diretto a Gerusalemme e il dire che si reca so­
lo a Roma (§.36); tra il dare il "voi" e il dare il "Signoria" al capitano del­
l'esercito imperiale (§.52); tra l'andare a studiare dal frate dell'ordine di
san Bernardo a Manresa e lo studio a Barcellona, secondo le proposte di
Isabella Roser e del maestro Ardevo! (§.54); tra il restare ad Alcalà (=so­
lo studio) e il passare a Salamanca (=studio e apostolato) (§.63); tra il
rispondere e il non rispondere all'interrogativo e al dilemma dei dome­
nicani di Salamanca §§.65-66); tra l'andare a Rouen ad aiutare il com­
pagno spagnolo e il restarsene a Parigi (§. 79); tra il "prendere la pietra"
e il "non prenderla" quando era studente a Parigi (§.84); tra il ritornare
e il non ritornare a Loyola prima di recarsi a Venezia nel 1535 (§.84-85).
Anche nella struttura delle decisioni che hanno portato al voto di
Montinartre ritornano "la strada maestra" e "la strada del villaggio" nel
"partire da Venezia per Gerusalemine" - che apriva poi su un altro bivio
tra il restare a Gerusalemme e il ritornare indietro - e "non partire da
Venezia", che orientava verso un futuro incerto, per chiarificare il qua­
le i Primi Compagni fanno voto di presentarsi al Romano Pontefice.
21 Nell'incertezza e nell'oscurità Ignazio decise di affidarsi alla mu­

la, come ad una specie di giudizio di Dio e di incarnazione e sacramen­


to della Sua volontà. Nella mula egli trova la vicaria della volontà di Dio
che, non senza un lungo cammino di interiorizzazione e di spiritualiz­
zazione, passando attraverso altri suoi segni e presenze, troverà più tar-

84
Capitolo secondo - Da Loyola a Monserrat

be lasciato stare. Fece come aveva pensato e Nostro Signore vol­


le22 che la mula prendesse la strada maestra e lasciasse quella del

di nel Papa. Nel Romano Pontefice la sua ansia di "toccare" la volontà


di Dio troverà piena soddisfazione e la sua ricerca di sicurezza un fon­
damento solidissimo. Ignazio non si affiderà più alla mula -ad un sem­
plice, istintivo animale-, ma si affiderà al Papa: è, però, sempre un affi­
darsi a Dio che fa conoscere la Sua volontà attraverso segni, attraverso
realtà visibili. Ma alla visione di Dio e della Provvidenza piuttosto
estrinseca, indiscreta e miracolistica di un Ignazio ancora rozzo, indiscreto
ed effuso all'esterno, anche se entusiasta e generoso, qual era nel 1522
appena convertito(cfr.§. 14), si sostituirà una visione più profonda e più
spirituale, più concreta e più incarnata, di un uomo che dall'esperienza
ha appreso che, se è vero che non c'è nulla di così grande da poter cir­
coscrivere l'azione di Dio, è altrettanto vero che non vi è neppure qual­
cosa di così piccolo, nella storia concreta, che non Lo contenga.
Quell'ancora di salvezza e quella vicaria della volontà di Dio che nel­
l'episodio del moro è stata la mula, successivamente Ignazio spererà di
trovarla, durante il periodo degli scrupoli di Manresa, negli uomini spi­
rituali e, soprattutto, nel confessore(§.22), oppure -visto il fallimento di
questo progetto- ancora in una soluzione miracolistica (è disposto, pur
di trovarla, «ad andare anche dietro ad un cagnolino», §.23); a Barcellona,
prima del viaggio per Gaeta, nel confessore(§. 36); a Gerusalemme, nel
Provinciale dei francescani(§.46). Questa stessa funzione della mula, del
confessore e del Provinciale, più tardi, la vediamo ancora addossata da
Ignazio al dottore di teologia, dal quale si fa esaminare a Barcellona, non
fidandosi dei consigli del M0 Ardevo) (§.56); all'autorità dalla quale vie­
ne processato ad Alcalà (§.59); al Vescovo di Toledo, Foriseca, al qua­
le si affida totalmente dopo la sentenza di Alcalà, per decidere sul da far­
si nel futuro(§.63); alla comunità degli amici e dei compagni a Salamanca
e, soprattutto, da Parigi in poi(§§. 7 l. 85); al maestro di Parigi, al qua­
le ricorre per risolvere il dubbio se "prendere o non prendere la pietra"
(§.84); agli eventi storici umani nel caso della partenza da Venezia con
i compagni(§.85) e all'autorità competente a dar la licenza di restare a
Gerusalemme nel dilemma tra il restare nella Città santa o il ritornare in
Italia nel caso fossero riusciti a partire da Venezia(§.85). Di fatto, però,
questa vicaria della volontà di Dio, per lui ancora di salvezza, egli la tro-

85
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

villaggio, nonostante questi stesse a poco più di 30-40 passi e la


strada che ad esso conduceva fosse molto larga e molto buona.
Giunto ad una grossa borgata prima di Monserrat23, volle comprare
lì il vestito che aveva deciso di indossare e con il quale sarebbe an­
dato a Gerusalemme24; comprò perciò una tela da sacco, non

molto ben lavorata e molto pungente, e subito dopo se ne fecefà­


re una tunica lungafino ai piedi; comprò anche un bordone e una
borraccia25, e sistemò tutto davanti ali 'arcione della mula.

verà definitivamente solo nel Romano Pontefice, la cui vicaria, come ve­
dremo, sotto diversi punti di vista, trascende tutte le altre e, nello stesso
tempo, si presenta più interiore e più visibile, più spirituale e più concreta,
di tutte quelle precedentemente incontrate.
22 Rileggendo a distanza di 32 anni l'episodio del moro, Ignazio, die­
tro il caso e il concorso fortuito delle circostanze, scorge la volontà di Dio
(«Nostro Signore volle ... » ). Questa gli appare tanto più chiara, quanto più
si consideri -come egli stesso fa notare- che da un punto di vista stretta­
mente naturale le circostanze concrete sembravano favorire piuttosto l'al­
tra soluzione: il villaggio stava a poco più di 30-40 passi e la strada che
ad esso conduceva era molto larga e molto buona.
23 Si disputa se fosse lgualada (Creixe/1, S. lgnacio de Loyola, l ,
Barcellona, 1922, 48-51; Leturia, P . de, E l gentil hombre liiigo Lopez de
Loyola, Barcellona, 1949, 253) o, come sembra più probabile, Lerida, se­
condo la testimonianza deii'Araoz riferita dal Ribadeneira (Vida de san
lgnacio, MI, Scripta l, 725).
24 Appare molto chiaro come, per Ignazio, il pellegrinaggio a
Gerusalemme fosse marcato dall'idea e dallo spirito di penitenza e di po­
vertà: l'abito ne doveva essere l'espressione esteriore; Ignazio si prepa­
ra la livrea di Cristo (cfr. EESS., n.93 e Es. Gen., IV, [101]; circa il ve­
stito nelle Costituzioni, cfr. sotto, §. 49, nota 9).
25 Con "borraccia" traduciamo il termine spagnolo calabacita che,
letteralmente, significa "piccola zucca". Più esattamente si tratta del
piccolo frutto della lagenaria, pianta tropicale delle cucurbitacee che ha
forma di bottiglia e ancora oggi è usato come recipiente per vino (=zuc­
ca da vino) o per altre bevande.

86
Capitolo secondo - Da Loyola a Monserrat

Comprò pure delle scarpe di corda, ma ne calzava una sola; que -


sto non per fare una stranezza, ma perché una gamba era tutta fa­
sciata con una benda ed era un po' malconcia, fino al punto che,
anche se andava a cavallo, ogni sera se la trovava gonfia: gli par­
ve necessario che quel piede fosse calzato.

17 Riprese il suo cammino verso Monserrat, pensando, co­


me al solito, alle imprese che doveva compiere per amore di Dio.
E poiché aveva la testa tutta piena di quelle cose narrate
n eli' Amadigi di Gaula e in libri del genere, gli venivano in men­
te alcune cose simili a quelle. Così venne nella determinazione26

26
La decisione della veglia d'armi a Monserrat, presa prima di in­
contrare il confessore, si pone nel punto di incontro tra la folla di pen­
sieri suscitati dalla lettura dei libri di cavalleria (soprattutto del! 'Amadigi
di Gaula, nel quale si descrive in modo vivo e con accenti pii e cristia­
ni la veglia d'armi di Esplandiano, figlio di Amadigi, cfr. Leturia, El gen­
tilhombre... ,232-233), e i desideri di imitare i santi compiendo imprese
in servizio del suo nuovo Re e Signore, Gesù Cristo, desideri maturati
in seguito alle letture del Flos Sanctorum e della Vita Christi. Non più
cavaliere del mondo, con la veglia d'armi a Monserrat Ignazio vuoi di­
ventare cavaliere di Cristo. Per questo, come facevano i novelli cavalieri
prima di iniziare la loro milizia terrena, anche Ignazio vuoi rivestirsi del­
le armi di Cristo, vuole indossare l'abito del penitente, povero e umile,
«il suo desiderato vestit m> (A utob §. 17), la «livrea di Cristo» (Es. Gen.,
.,

IV, [IO l]). Quest'ultima espressione coniuga il suo mondo di idee ca­
valleresche (la livrea è il vestito adornato con lo scudo e le armi del re
e del signore che il nobile cavaliere è chiamato ad indossare) con l'amore
insorgente per Cristo, il suo nuovo Re e Signore, al cui servizio vuole
porsi. È il vestito di obbrobri, false testimonianze e ingiurie di ogni ti­
po (Lainez, FN l, 53; Es. Gen.,IV, [l O l]), il vestito di gala del nuovo sol­
dato di Cristo (Nadal, FN l, 392), che si prepara al servizio cristiano «con
le armi della povertà, delle umiliazioni e dell'umiltà» (Nadal, FN Il, 65).
Per questo è necessario lasciare gli abiti di prima: è il rifiuto del mondo
passato. Di esso rimane la struttura naturale; ne sono abbattuti i conte­
nuti e il fine. Il cambiamento dei vestiti, segno esterno ed espres-

87
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

di vegliare le proprie armi una notte intera, senza sedersi né co­


ricarsi, ma un po' in piedi e un po' in ginocchio, davanti ali'alta­
re di Nostra Signora27 di Monserrat28, dove aveva deciso di lasciare
i suoi abiti e di rivestirsi delle armi di Cristo. Partito -dunque- da
quel luogo, riprese, secondo le sue abitudini, a pensare ai suoi pro­
positi. Una volta arrivato a Monserrat, dopo aver fatto orazione
e dopo aver preso accordi con il confessore29,.fèce una confessio-

sione efficace di quella mutazione interiore da cavaliere del mondo a ca­


valiere di Cristo, ha qualcosa di spettacolare e di puerile: c'è ancora trop­
pa esteriorità e poca discrezione (cfr. sopra,§.
14). In essa, come dice il
Lainez (FN I, 76), possiamo vedere come Ignazio «non possedesse lu­
ce nelle cose spirituali» e come, d'altra parte, Dio «sia solito muovere
ognuno secondo il proprio stile e secondo la propria inclinazione natu­
rale».
27 Come negli Esercizi Spirituali, anche nella vita di Ignazio Maria
è presente nei momenti cruciali e di passaggio,soprattutto là dove biso­
gna purificarsi dal peccato (cfr. Autob., .'l'>:f IO. 13. 16. 1 7 ; EESS., nn. 98.
109. 147-148). In questa seconda veglia notturna mariana, la devozione
a Nostra Signora si evidenzia attraverso diversi fattori: la scelta de/luo­
go: il santuario di Monserrat,proprio davanti all'altare di Nostra Signora;
la s c e l t a d e l t empo: l a n o t t e t r a il 24 e il 25 m a r z o , festa
deli'Annunciazione; la decisione di collocare la spada e il pugnale al­
l'altare della Madonna.
28 Monserrat è a 35 Km a Nord-Ovest di Barcellona. Il santuario del­
la Beata Vergine presso il monastero dei Benedettini nel Medio Evo era,
e anco-ra oggi è, meta di numerosi pellegrinaggi.
29 Si tratta del Padre benedettino francese D. Jean Chanon. Il termi­
ne confessore non va inteso in senso stretto e rigoroso. D. Jean Chanon,
come altri confessori di cui si parla nel! 'Autobiografia e nella vita di
sant'Ignazio, non è solamente colui che amministra il sacramento della
Riconciliazione, ma anche il Direttore o Consigliere Spirituale, con il qua­
le si cerca la volontà di Dio e nel discernimento si maturano le decisio­
ni. Circa i confessori nell'Autobiogrqfìa cfr. §§. 22. 23. 25. 27. 36. 64;
cfr. anche la relazione di Ignazio con fra Teodosio da Lodi in S. Pietro
in Montorio a Roma in occasione del problema della sua elezione a Pre-

88
Capitolo secondo - Da Loyola a Monserrat

ne generale per iscritto. Questa confessione durò tre giorni. Poi


si mise d'accordo con il confessore che facesse ritirare la mula e
che .facesse appendere la spada e il pugnale in chiesa, ali 'altare

posito generale della Compagnia di Gesù nel documento Forma de la


Campania y oblacion, 1541, (FN I, 15-22). Negli Esercizi Spirituali vie­
ne sottolineato il valore del Sacramento della Riconciliazione, racco­
mandandone la pratica ogni otto giorni (nn. 18. 354), ribadendo il valo­
re della Confessione Generale (n. 44), e la necessità di istruzioni circa
il modo di confessarsi (nn. 18. 19); ancora negli Esercizi Spirituali è si­
gnificativa la premura che Ignazio si fa di distinguere formalmente la fun­
zione del confessore da quella del direttore degli Esercizi e, conse­
guentemente, da quella del Direttore o Consigliere Spirituale (n. 17). Nelle
Costituzioni il problema del confessore e della confessione viene tratta­
to sotto diversi punti di vista: si prevede che per alcuni casi (cfr. cura dei
monasteri, cura delle suore, VI, [588]) o persone (cfr. Padre Generale,
IX, [789] e Padri Assistenti, IX, [803]) ci siano limitazioni e che sia ne­
cessaria la licenza da parte dei Superiori per esercitare il ministero del­
la confessione (Es. Gen., V, [IlO]), ma, contemporaneamente, si sotto­
linea la convenienza che si diano confessori ordinari per i membri
dell'Ordine (Es. Gen.,ll, [23]; Cast., III, [261]. [263]. [278]; VI, [584];
IX, [749]) e per gli esterni (Cast., vr, [528]; VII, [642]. [643]), accura­
tamente scelti dai Superiori.
In particolare, il futuro gesuita si deve preparare a saper trattare
quello che è uno dei mezzi più propri attraverso il quale la Compagnia
aiuta le anime e, perciò, giunge a realizzare il proprio fine (Cast., IV, [3081;
VI, [528]. [587]; VII , [623]. [624]. [642]). Questa formazione del futu­
ro confessore si attua non solo attraverso la scuola e l'insegnamento di­
rettamente orientato verso l'aiuto al prossimo (Cast., IV, [406]. [407]; VI,
[521]) ma anche attraverso l'esperienza. Questa è duplice: attiva, nel­
l'esercizio del ministero del sacramento della Riconciliazione per quan­
ti entrano in noviziato già sacerdoti (Es. Gen., IV, [70]. [77]; Cast., IV,
[356]. [362]), e, soprattutto, passiva, cioè attraverso la pratica della
confessione ogni otto giorni (Es. Gen., IV, [80]; Cast., 111, [261]. [278];
per gli studenti esterni la confessione è raccomandata una volta al me­
se (Cost., IV, (394]. [3951. [481]) a meno che uno non possa essere con­
dotto a farla ogni otto giorni per suo maggior profitto spirituale (Cast.,

89
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

di Nostra Signora. Questi fu la prima persona a cui svelò la sua


decisione, perché.fìno allora non l 'aveva manifestata a nessun con­
fessore30.

IV, [482]) e attraverso la Confessione Generale prescritta più volte per


chi è all'inizio della vita in Compagnia, con una frequenza semestrale nel
periodo della formazione (Es. Gen., IV, [65]. (98]; II, [200]. [242]). Ad
essa Ignazio sembra attribuire molta importanza. Ed è, probabilmente,
ricordando le prescrizioni circa la Confessione Generale contenute nel­
le Costituzioni, che nell 'Autobiogrqfia egli ricorda con cura la confes­
sione fatta a Manresa con D. Jean Chanon.
Non deve meravigliare il fatto che essa, come quella che farà 19 an­
ni più tardi in Roma a Fra Teodosio da Lodi nel triduo sacro della Pasqua
del 1541, sia durata ben tre giorni: spesso, nel secolo XVI, ci si confes­
sava dopo essersi ampiamente esaminati su tutti i tipi di peccato ripor­
tati nelle liste ai confessionali o nei manuali di confessione, specifican­
do minutamente le circostanze, ancorché irrilevanti dal punto di vista mo­
rale; inoltre, con tutta probabilità, Ignazio volutamente si è riservato uno
spazio di tempo più lungo per motivi più contingenti e personali: da una
parte, egli desiderava raccogliere frutti più copiosi dal sacramento del­
la purificazione, avvalendosi dell 'Esercitatorio della vita spirituale di
Garcia Jimenez de Cisneros, riformatore del monastero (questo libro gli
fu consegnato da Jean Chanon) e, dall'altra, voleva meglio verificare i
suoi progetti e le proprie decisioni con il suo primo Padre Spirituale e ri­
ceverne da lui conferma e incoraggiamento. Anche per il membro della
Compagnia, Ignazio, come per sé, vede nel confessore non unicamente
il semplice amministratore del perdono di Dio, ma anche il consigliere
e la guida spirituale nella ricerca della volontà di Dio, il compagno di di­
scernimento circa l'intera vita spirituale, soprattutto circa le penitenze e
l'orazione (Es. Gen., l, [9]; IV, [80]; Cast., III, [300]; VI, [582]). Per que­
sto raccomanda che sia possibilmente sempre lo stesso (Cast., lll, [278])
e che si abbia verso di lui una piena apertura di coscienza senza tener­
gli nulla nascosto (Cast., lll, [261]. [263]. [278]).
30 È molto significativa la convinzione, implicita in questa ultima af­
fermazione del paragrafo, che la sua decisione, toccando la sfera del mon­
do interiore, non potesse essere manifestata che ad un confessore. Solo
a poco a poco, probabilmente attraverso la prova dolorosa dello scarso

90
Capitolo secondo - Da Loyola a Monserrat

18 La vigilia di Nostra Signora di marzo del 152231, di not­


te, con la maggior segretezza possibi/e32, si recò da un povero, e,

aiuto e delle delusioni ricevute dai confessori per la sua vita spirituale
(cfr. i confessori a Manresa §§. 22. 23. 25. 27 e il frate domenicano a
Salarnanca, §.64) e attraverso il fatto di non trovare in essi una capacità
di ascolto(§§. 34. 37) colta, invece, in una donna (§.37), Dio lo condusse
a distinguere formalmente la tùnzione del confessore da quella del
Direttore Spirituale, il foro interno sacramentale dal foro interno non sa­
cramentale, ancorché accumulabili nella stessa persona. Questa prima ri­
velazione del proprio interno ad una altra persona in una conversazione
che riveste contemporaneamente la forma di confessione, di rendicon­
to di coscienza e di colloquio spirituale, segna in Ignazio l'inizio della
pratica della sua conversazione nella fede, che diverrà in seguito con­
versazione apostolica, "principio e fondamento" del tipico ministero
della parola nella vita della Compagnia di Gesù.
31 Cfr. sopra, §.17, nota 27.

32 Tutto il paragrafo sottolinea il nuovo atteggiamento di Ignazio, or­


mai rivestito delle "arini di Cristo", diametralmente opposto all'antico
desiderio di apparire, di essere conosciuto, stimato e onorato. La libe­
razione operata dalla grazia di Dio attraverso il sacramento della
Riconciliazione si manifesta, nel suo itinerario di conversione, nello
spirito di umiltà e di nascondimento che lo guidano ad alcune scelte si­
gnificative: sceglie la notte per ricercare nel modo più nascosto possi­
bile il povero a cui donare i suoi vestiti; sceglie l'ora mattutina per non
essere riconosciuto da nessuno al momento di partire da Monserrat;
sceglie la strada per Manresa, invece che la via diretta per Barcellona,
per non incontrare gente che lo avrebbe potuto riconoscere e coprire di
lodi o di onori; sceglie di stabilirsi in un ospizio per i poveri di un pae­
sino sconosciuto, Manresa, per sfuggire ogni stima da parte di altri .
Eppure Dio sembra divertirsi a sconvolgere i suoi piani: il suo dono al
povero è scoperto e, per di più, in un modo doloroso per il povero stes­
so e non meno umiliante per chi aveva pensato di aver preso una buona
decisione e di aver fatto del bene ad una persona; nonostante l'ora mat­
tutina, è lontano appena una lega da Monserrat quando viene raggiunto
dal servo-poliziotto del monastero; a Manresa non si fermerà pochi

91
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

dopo essersi spogliato di tutti i suoi vestiti, glieli diede e indossò


il suo desiderato33 abito. Andò poi ad inginocchiarsi davanti al­
l 'altare di Nostra Signora34 e lì passò tutta la notte, ora in questa
posizione, ora in piedi con il suo bordone in mano. Partì su/far
del mattino per non essere riconosciuto; non prese la strada diritta
per Barcellona dove avrebbe incontrato molti che l 'avrebbero ri­
conosciuto e onorato, ma deviò verso un paese chiamato Manresa35,

giorni come preventivato e ben presto la sua fuga dalla stima della gen­
te viene vanificata dal gran parlare che si fece di lui e di quanto aveva
operato a Monserrat.
33 Cfr. sopra, §.17, nota 26.
34 Cfr. sopra, §.17, nota 27
35 Ancora una volta ci imbattiamo in un bivio stradale sul cammino
del pellegrino. Questa volta non c'è una muta a fargli scegliere Manresa,
ma il criterio dell'umiltà e del nascondimento: esso gioca il ruolo di vi­
cario di Dio prima svolto dalla muta. Ci si può interrogare da quali per­
sone in concreto Ignazio potesse avere paura di essere riconosciuto e os­
sequiato, se avesse preso la strada diretta per Barcellona. Aveva forse pau­
ra di incontrare il Papa Adriano VI col suo seguito, nel quale certamen­
te si trovavano funzionari della corte di Castiglia a lui ben noti? Il 29 mar­
zo 1521, solo 4 giorni dopo i fatti raccontati in questo paragrafo, il Papa
si trovava ancora in Saragozza. Per altri il vero motivo del suo puntare
su Manresa sarebbe dato dal fatto che, nonostante egli dica che era nel
suo piano restare a Manresa pochi giorni -alludendo con questo all'in­
tenzione di proseguire subito il suo pellegrinaggio in Terra Santa-, in realtà,
dopo i tre giorni di ritiro a Monserrat, il suo progetto prevedeva anche
un periodo di preparazione spirituale a quanto si accingeva a compiere.
In questa ipotesi sembrava davvero ideale una località isolata e nasco­
sta come Manresa, tanto più che si trovava vicina a Monserrat, dove sa­
rebbe potuto ritornare con maggiore comodità, per consigliarsi con il suo
confessore benedettino D. Jean Chanon. Di fatto, al di là di tutte le sup­
posizioni, resta vero che Ignazio da Monserrat discese direttamente a
Manresa e che, ancora a distanza di più di 30 anni, la scelta di questo pae­
se gli apparve come una scelta dell'ultima ora, fuori dei suoi program­
mi precedenti e dettata da un motivo di coerenza con le nuove "armi di

92
Capitolo secondo - Da Loyola a Monserrat

dove aveva deciso difermarsi alcuni giornP6 in un ospizio37• Aveva


deciso anche di annotare alcune cose nel suo libro38 che portava
con sé molto gelosamente e che gli dava molta consolazione39.

Cristo", di cui si era rivestito, e con quella novità di vita, con la quale
voleva cancellare il passato di vanagloria e di ricerca di onori.
36 In realtà, la permanenza a Manresa si protrasse per più di l O me­
si: dal 25 marzo 1522 al febbraio 1523. Gli studiosi si interrogano su que­
sto tàtto. Per alcuni ad arrestarlo così a lungo a Manresa fu la salute ca­
gionevole; per altri il ritardo nel viaggio di ritorno verso Roma di Papa
Adriano VI: questo gli avrebbe impedito di ottenere a Roma la benedi­
zione per il pellegrinaggio in tempo utile per potersi imbarcare, a Venezia,
sulle ultime navi di pellegrini in partenza in quel 1522; per altri ancora,
la causa principale fu la peste che, proprio in quella primavera del 1522,
costrinse le autorità di Barcellona a proibire agli stranieri l 'ingresso in
città. Forse il ritardo può anche essere spiegato col fatto che a Manresa
Ignazio trovò condizioni favorevoli per la vita di preghiera, di peniten­
za e di povertà, con la quale voleva prepararsi al pellegrinaggio.
Certamente questa permanenza risultò provvidenziale e decisiva: attra­
verso prove interiori e illuminazioni straordinarie, Dio lo guidò ad una
più piena e matura conversione e purificazione.
37 Si tratta del ricovero dei poveri vecchi e degli infermi, detto ospe­
dale di Santa Lucia. Fu lnés Pascual a procurargli in un primo tempo que­
sto alloggio, come, più tardi, prolungandosi la sua permanenza, gli ot..:
tenne il posto nel convento dei domenicani. Questa permanenza di
Ignazio nell'ospedale di Santa Lucia nel tempo di Manresa, da lui defi­
nito "la sua Chiesa primitiva" (espressione riportata dal Lainez, FN l, 140,
per significare l'inizio della sua vita spirituale e, insieme, lo straordina­
rio fervore di quel periodo iniziale), è la prima esperienza che si trova
alla base del 2° esperimento del novizio gesuita. Questi è chiamato a fon­
dare la propria vocazione ripercorrendo le esperienze fondamentali del
fondatore. Il testo del! 'Esame Generale ci rivela come Ignazio abbia giu­
dicato il valore di queste permanenza negli ospedali e l 'utilità da esse ri­
cavate: «il secondo esperimento consiste nel servire in uno o più ospe­
dali, per un altro mese... Con questo esperimento si mira ad abbassarsi
e ad umiliarsi maggiormente, e i soggetti devono mostrare di essere per­
sone che si sono distaccate completamente dal mondo, dai suoi fasti e

93
S. Ignazio di Loyola - Autobiograjìa

Era già ad una lega da Monserrat, quando lo raggiunse un uo­


mo che veniva in granfretta sulle sue tracce e che gli chiese se fos­
se stato lui a dare degli abiti ad un povero, come questi afferma­
va; e, mentre rispondeva di sì, gli vennero le lacrime agli occhi per
compass ione verso il povero al quale aveva dato i suoi abiti; per
compassione, perché capì che lo avevano malmenato, credendo che
li avesse rubati40. Ma, quantunque egli.fàcesse molto per sottrar-

dalle sue vanità, per servire in ogni cosa il proprio Creatore e Signore cro­
cefisso per essi» (Es. Gen., IV, [66]).
38 Ignazio parla di "libro". Probabilmente si tratta di quei «quasi 300
fogli in quarto, scritti per intero», nei quali riportava le parole di Cristo
in rosso e quelle di Nostra Signora in azzurro» (cfr. sopra,§. Il), oppu­
re di alcuni appunti trascritti su fogli di quaderno, maturati a partire dal­
le sue esperienze e riflessioni a Loyola circa la diversità degli Spiriti e
l'elezione (cfr. sopra,§. 8) e che, arricchiti dalle esperienze e riflessio­
ni del periodo di Manresa e rielaborati e trasfusi in un nuovo schema, die­
dero origine al libro degli Esercizi Spirituali, che andò poi compilando,
a poco a poco, nella sua vita (cfr. sotto,§. 99). Per il momento, però, que­
gli appunti hanno significato solo per la sua devozione privata, secondo
la prospettiva prevalentemente, per non dire esclusivamente, individua­
listica della sua vita spirituale.
39 Può essere interessante confrontare quello da cui Ignazio era con­
solato prima di Monserrat (cfr. sopra,§. 14), con quello che, invece, ora
gli procura consolazione.
40 L'episodio del povero maltrattato, per il quale Ignazio versa lacri­
me di compassione, più che far risaltare la bontà del pellegrino, forse è
stato raccontato da Ignazio per dare un esempio, attraverso la propria vi­
ta, della pericolosità della "caritas indiscreta". Di fatto, come l'episodio
del moro o come la descrizione spettacolare, ma un po' ingenua, della ve­
glia d'armi a Monserrat, questo episodio esemplifica quanto atTermato
dal santo nel§. 14: Ignazio certamente si mostra generoso e magnanimo,
ma, con un po' più di prudenza e di discrezione, avrebbe dovuto preve­
dere che il povero sarebbe facilmente finito nelle mani del servo-poliziotto
o di altra gente del monastero, e che -come di fatto avvenne- avrebbe po­
tuto essere accusato di furto.

94
Capitolo secondo - Da Loyola a Monserrat

si alla stima della gente, non poté stare a lungo in Manresa sen­
za che la gente dicesse grandi cose di lui, essendo giunta l 'eco di
quanto era capitato a Monserrat. Subito lafama crebbe, fino a dir
di più di quello che era: che aveva lasciato un grande patrimonio,
ecc.

95
Capitolo terzo

MANRESA

19 A Manresa1 andava a chiedere elemosine ogni giorno2• Non


mangiava carne e non beveva vino anche se gliene davano. Ma la

1 Dal punto di vista temporale il periodo di Manresa si estende per


quasi Il mesi, dalla fine del marzo 1522 a metà febbraio 1523.
Nell'Autobiografia abbraccia 16 paragrafi(§ 19-34). Generalmente la per­
manenza di Ignazio a Manresa viene divisa in tre periodi successivi: il
primo periodo, di quattro mesi, è caratterizzato da una costante e so­
stanziale pace e tranquillità interiore, da preghiere prolungate e da pe­
nitenze esteriori intense, senza, però, una vera conoscenza delle realtà
interiori e spirituali da parte di Ignazio. Solo alla fine dei primi quattro
mesi affiorano le prime tentazioni e repentine mutazioni interiori, con al­
ternanza di consolazione e di desolazione(§ §. 19-21 ) . Il secondo periodo
è caratterizzato, invece, da durissime lotte interiori, da tentazioni e, so­
prattutto, da scrupoli(§§. 22-27, prima parte)./1 terzo periodo è un pe­
riodo di illuminazioni, di doni interiori, di forte consolazione e, solo al­
la fine, è pure marcato da una grave malattia(§§.27, seconda parte, 34).
Ci si può interrogare se quanto è narrato nell'A u tobiografi a circa il pe­
riodo della permanenza di Ignazio a Manresa sia disposto secondo l'or­
dine cronologico in cui i fatti si sono verificati, oppure sia intervenuto
un lavorio redazionale che abbia ordinato gli episodi narrati secondo un
ordine sistematico. Se risultasse vera questa seconda ipotesi, ci si dovrebbe
ulteriormente interrogare perché mai Ignazio (o il Camara) abbia volu­
to redigere i fatti di Manresa ordinando! i nella successione quale appa­
re oggi nel testo deli'Autobiogrqfia. Il primo interrogativo è suscitato dal
fatto che almeno i § §. 28-31, che riportano i famosi "cinque punti" sot­
to cui vengono raccolte le visioni e le grazie straordinarie del periodo man­
resiano, presentano un'indubbia organizzazione sistematica, non solo nel­
la loro successione, ma anche all'interno di ciascuno di essi. Inoltre, al-

97
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

domenica non digiunava e, se gli offrivano un po' di vino, lo be­


veva. Poiché, secondo la moda di quel tempo, era stato molto ri­
cercato nel curare i suoi capelli che aveva molto belli, decise di

cuni passi del racconto relativo al periodo degli scrupoli (per esempio,
cfr. §. 23, dove si dice che gli scrupoli «ormai lo tormentavano da mol­
ti mesi», oppure§. 25: «aveva ormai una certa esperienza della diversità
degli spiriti grazie alle lezioni che Dio gli aveva dato>>) non rendono af­
fatto semplice una ricostruzione cronologica dei fatti come sono narra­
ti nel ristretto spazio di l O mesi e mezzo e, per lo meno, fanno sorgere
dubbi che almeno l'illuminazione del Cardoner, descritta nei§§. 30-31,
abbia storicamente preceduto l'esperienza degli scrupoli, narrata prece­
dentemente nei §§. 22-27. Generalmente quasi tutti gli studiosi e agio­
grafi del santo ritengono che i fatti siano narrati secondo l'ordine stesso
in cui si sono verificati. Personalmente inclino per la seconda ipotesi, con
Granero (San lgnacio de Loyo/a, Razon y Fe, Madrid, 1967, pagg. 41-
44) e soprattutto con il Lainez (Epistula P. Lainii de Patre Jgnatio, n. l O,
FN l, 80), che pone l'esperienza del Cardoner al termine del primo pe­
riodo di quattro mesi della permanenza a Mariresa, e con il Polanco
(Summarium Hispanicum, n. 18, FN l, 1 60 ; cfr. anche FN II, 526). Tra
l'altro essa permette di rispondere meglio e in modo più coerente ai pro­
blemi riguardanti l'esperienza e la composizione degli Esercizi Spirituali
che, come si sa, è propria e specifica - anche se non esclusiva- di questo
periodo di Manresa. Se ci si interrogasse perché mai, allora, il testo in­
vece riporti l'esperienza del Cardoner dopo l'esperienza degli scrupoli,
molte potrebbero essere le risposte. La più soddisfacente, probabilmen­
te, è quella che, richiamandosi all'intenzione fondamentale per cui
Ignazio ha ceduto alle istanze dei compagni di raccontare esperienze del­
la sua vita, cioè "per fondare in verità la Compagnia", ravvisa nella tra­
sposizione della materia una sua preoccupazione pedagogica in ordine
alla formazione del gesuita e, in genere, dell'uomo spirituale: nella sem­
plice narrazione cronologica dei fatti, con la visione del Cardoner col­
locata immediatamente dopo il primo periodo marcato da forti austerità
nella povertà e nelle penitenze, e prima del periodo degli scrupoli, c'e­
ra pericolo che il lettore o potesse dare un valore positivo a quelle "san­
te pazzie", facendole apparire come la disposizione ottimale per dispor­
si ai doni di Dio, o non rendesse abbastanza conto della gratuità e del ca-

98
Capitolo terzo - Manresa

/asciarli crescere, così naturalmente, senza pettinar/i né tagliar­


li, e senza coprirli con qualcosa né di notte, né di giorno. Per lo
stesso motivo, si lasciava crescere le unghie dei piedi e delle ma­
ni, perché anche in questo era stato ricercato3• Mentre si trovava

rattere straordinario delle esperienze mistiche, oppure - soprattutto se po­


co esperimentato nelle vie dello Spirito- potesse fraintendere tutto il di­
scorso sugli scrupoli, magari banalizzandoli quasi si trattasse di esperienze
di soli principianti, o non cogliendone il valore purificativo secondo le
note sull'argomento esposte negli Esercizi Spirituali (cfr. nn. 345-352).
2 La vita di povertà di Ignazio a Manresa inizialmente si ispira alla
povertà francescana, in continuità con quanto si era proposto e aveva de­
ciso a Loyola e aveva cominciato a praticare a Monserrat. Si tratta di una
povertà penitente, di una povertà che si identifica quasi con il suo stes­
so stile di vita mortificato. È una povertà rude, con asprezze e rigidità
che lo portano al rifiuto di relazione con le realtà materiali, alla fuga dal
mondo e all'opposizione radicale a tutto quanto è naturale. In questo pri­
mo periodo, a Manresa, Ignazio attribuisce alla povertà un valore asso­
luto in se stesso: come tale rimane più come una prassi esterna che co­
me uno spirito interiore. Nell'Autobiografia non si fa menzione del suo
servizio ai poveri neli'ospedale e del suo elemosinare anche per loro, co­
me espressione del suo amore per la povertà. Nelle Costituzioni Ignazio
stigmatizzerà implicitamente questo stile di povertà e di penitenze cir­
ca il mangiare e il bere, richiamando la necessità della discrezione, del­
la discreta caritas, della moderazione e del giusto mezzo ( Cost., III,
[300]; VI, [582]. [583]) e richiamando l'attenzione sul fine apostolico del­
la Compagnia e sul servizio divino che richiedono forze e, quindi, un'e­
quilibrata cura della salute (Cost., III, [243]. [298]; IV, [339]. [3401; X,
[822]. [826]).
3 Se nella penitenza circa il cibo e il vino era in gioco la sua relazio­
ne con il mondo materiale e la realtà corporea, la sua trascuratezza cir­
ca i capelli e le unghie dei piedi e delle mani apre uno spiraglio sul suo
atteggiamento a riguardo della sua relazione col mondo propriamente uma­
no. È qui in gioco il problema della sua nuova relazione con il mondo
degli uomini. Cosciente di essere sensibile all'opinione e alla stima di
quanti lo circondano, Ignazio adotta misure che vanno in senso opposto

99
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

nel/ 'ospizio, gli accadeva molte volte di vedere in aria, in pieno


giorno, vicino a sé, una cosa che gli dava molta consolazione, per­
ché era molto bella, estremamente bella. Non riusciva a com­
prendere bene che genere di cosa fosse, ma gli pareva che in
qualche modo avesseforma di serpente e avesse molte cose che bril­
lavano come occhi, ma non lo erano. Nel contemplarla provava
molto piacere e consolazione; quanto più spesso la vedeva, tanto
più cresceva la consolazione; e quando quella cosa scompariva,
ne provava dispiacere4.

alle sue inclinazioni (cfr. J'"agere contra" negli Esercizi Spirituali, nn. 16.
319. 325. 351. 12. 13. 324 e nelle Costituzioni: Es. Gen. IV, [82]; Cost.,l,
[101]; III, [265]; VI, [553]). Egli vuole operare una rottura totale col pas­
sato, con la sua vita mondana e con il suo stesso rango sociale. Vuole,
per così dire, compensare il suo amore esagerato per l'eleganza e l'ap­
parenza esteriore di un tempo, quando erano orientate agli onori e al­
l'approvazione da parte degli altri, con un disprezzo del corpo e con una
trascuratezza nella sua figura esteriore, per rompere ogni relazione con
la gente e, in tal modo, per potersi sottrarre alla stima o, in ogni caso, di­
minuirne l'influenza sul suo stato d'animo. L'isolamento dall'ambiente,
che in gioventù era stato adottato come mezzo per amore agli onori e per
salvaguardare la propria stima di fronte agli altri (cfr., per esempio, il ca­
so dell'infezione al naso raccontato dal Ribadeneira, FN Il, 326), ora vie­
ne scelto come mezzo per fuggire onori e stima. Ignazio in questo ma­
nifesta ancora mancanza di interiorità: dà ancora troppo peso al portamento
esteriore, non si mostra autenticamente "indifferente" e libero di fronte
ad esso. Egli si vede ancora "guardato" dagli altri. E a questo punto fa
riferimento la tentazione del serpente descritta in questo stesso paragrafo.
4 Alcuni studiosi interpretano questa visione come un'allucinazione
causata dalla cattiva e scarsa nutrizione; sarebbe un po' come l'effetto del­
le sue penitenze che gli rovinarono per sempre la salute. Probabilmente
questa interpretazione non è esatta, almeno in tutti i suoi aspetti, perché
questa visione ritornerà anche quando avrà smesso di digiunare e quan­
do, alla luce dell'esimia illuminazione del Cardoner, riuscirà a discernere
in essa l'azione dei demonio (cfr. sotto,§. 31 ) Ma, probabilmente, non
.

100
Capitolo terzo - Manresa

20 Fino a questo momento era quasi sempre rimasto nello stes­


so stato d'animo caratterizzato da un 'allegria molto costante,

è nemmeno pensabile che questa visione fosse immediatamente opera di­


retta di Satana, non senza la mediazione di uno psichismo perturbato e
ancora bisognoso di purificazione. Per il momento, prima della illumi­
nazione del Cardoner, Ignazio non sa operare un retto discernimento, per­
ché ancora «non aveva conoscenza di cose spirituali» e perché era an­
cora «rimasto allo stesso stato d'animo» di prima, «senza possedere al­
cuna conoscenza di cose interiori spirituali» (cfr. sopra, §§. 21 e 20).
Ignazio riesce solo a constatare e a registrare le mozioni che la visione
gli suscita neli' animo: il «molto piacere e consolazione» quando la con­
templava, anzi la crescita di consolazione quanto più l'osservava, e il di­
spiacere quando essa cessava. Ma non riesce «a comprendere bene che
genere di cosa fosse»; non riesce a giudicare, a vagliare e ad interpreta­
re il significato di questa "cosa" simile a un serpente con molti punti che
splendevano come occhi. La visione del Cardoner lo illuminerà sulla fal­
sità spirituale di quella consolazione che era puramente sensibile e di quel­
la visione. Al Cardoner, avvalendosi del dono del discernimento che lo
spinge ad esaminare lo sviluppo intero "l'inizio, il mezzo e il termine"
dei pensieri e delle mozioni interiori (EESS., n. 333), arriva a riconoscere
con molta chiarezza, nella perdita della primitiva bellezza e lucentezza
della visione (cfr. sotto, §. 31 ), «la coda serpentina e il cattivo fine al qua­
le induce ... il nemico della natura umana» (EESS., n. 334) che sa «tra­
sformarsi in angelo di luce per cercare di portare a poco a poco l'anima
al suo intento, trascinandola nei suoi inganni dissimulati e nelle sue
perverse intenzioni» (EESS., n. 332). Satana vuoi riportare Ignazio al de­
siderio disordinato della vana gloria, alla ricerca di un compiacimento
e di una soddisfazione di sé ricercata all'esterno, nella speranza di essere
visto e applaudito dagli altri, analogamente a quanto gli capiterà più tar­
di, quando proverà la tentazione di credersi "giusto" (cfr. sotto, §. 32) o
lo scoraggiamento di fronte alle difficoltà della vita futura (cfr. sotto, §.
20). Il fantasma di questo serpente, che simboleggia un falso piacere in­
cantatore (cfr. "inganni dissimulati" in EESS., n. 332), «può essere con­
siderato nel prolungamento dei sogni di un tempo a Loyola, quando
Ignazio ricercava l'onore e l'ammirazione o lo sguardo appassionato del-

101
S. lgiWzio di Loyola - Autobiografia

senza possedere alcuna conoscenza di cose interiori e spirituali5•


Nei giorni in cuiperdurava quella visione, o pocoprima che co­
minciasse (essa continuò, infatti, per molti giorni6), gli venne un
pensiero violento che lo molestò mettendogli davanti la d{flìcoltà

la dama di rango elevato. I desideri, che egli a Loyola ha respinto e ha


rigettato nelle profonde oscurità del proprio animo attraverso la decisione
energica di condurre una vita nuova ad imitazione dei santi, gli si mani­
festano qui come seducenti in maniera velata e misteriosa. L'era della vi­
ta di un tempo sembrava definitivamente chiusa. Tuttavia gli occhi se­
duttori tornano a brillare. Aveva optato in favore di una vita nuova e la
sua esistenza se n'era ritrovata tutta trasformata. Gli occhi luccicanti del
serpente, che lo fissano, e il piacere, che ne prova, fanno già presentire
che il processo di purificazione dovrà ancora approfondirsi» (Wilkens,
o. c. , pag. 52). Esso dovrà durare tutta la vita e sarà proprio la presen­
za di questa visione, riconosciuta -però- ormai come tentazione, anche
a Parigi e a Roma (Polanco, Summ. Hisp., FN l, 160), a ricordarglielo con­
tinuamente.
5 Il primo periodo della permanenza a Manresa viene ricordato da
Ignazio come un tempo caratterizzato da uno stato d'animo molto costante
e da grande tranquillità. Si noti l'insistenza del testo nel marcare questa
costanza: "sempre", "rimasto-, "stesso stato d'animo", "molto costante"
(nel testo originale spagnolo: "con igualidad grande de ... -). Questo fat­
to è tanto più rimarchevole quando si consideri la rozzezza spirituale del
santo. Con precisione, però, egli aggiunge al "sempre" un "quasi": di fat­
to non si può dire che non senta alcuna mozione spirituale o non sia agi­
tato da alcuno spirito (cfr. situazione dell'esercitante descritta
ne/l 'Annotazione 6, EESS., n. 6), date la visione del serpente (cfr. sopra,
§. 19) e la tentazione di sfiducia e di scoraggiamento che precedono im­
mediatamente l'accentuato alternarsi di stati d'animo opposti, di conso­
lazione e di desolazione (cfr. sotto, §. 21 ), che stanno alla fine di questo
primo periodo.
6 Il Polanco attesta che questa visione continuò anche dopo Manresa,
addirittura anche a Parigi e a Roma (Summ. Hisp., FN l , 160). Certamente
a Manresa si protrasse per molti giorni, probabilmente anche durante il
tempo degli scrupoli e certamente dopo la visione del Cardoner (cfr. sot­
to , §. 31).

102
Capitolo terzo - Manresa

della sua vita7, come se gli dicessero dentro l 'anima8: «Come po­
trai tu sopportare questa vita per i settanta anni che dovrai vive­
re?»9. Ma a questo, pure interiormente, gli ribatté con grande for­
za, sentendo che proveniva dal nemico10: «0 miserabile! Puoi tu

7 Satana tenta Ignazio attraverso la via della sfiducia e dello scorag­


giamento, per indurlo a cambiare vita. Però,più in profondità, Satana vuo­
le indurlo a non credere che solo Dio è il Signore e il padrone di ogni
momento della nostra esistenza. Il Lainez lega la tentazione con le pe­
nitenze fino ad allora condotte, sembrando quasi suggerire che essa fu
effetto di queste, piuttosto che legarla con la rottura del periodo di tran­
quillità e con l'inizio dei forti movimenti e delle lotte interiori che si stan­
no aprendo nel futuro dell'itinerario di Ignazio: «Un'altra volta, sentendosi
stanco e debilitato, lo molestò un'altra tentazione all'interno che gli di­
ce: "Povero te! Hai cinquant'anni da passare in questa vita?". Ma egli,
riconoscendo il cattivo spirito, con efficacia gli risponde: "Dammi uno
scritto in cui mi assicuri un giorno di vita, e io allora muterò vita", vo­
lendo significare che era il nemico e non il padrone neppure di un istan­
te della nostra vita, la quale, come quella del tentatore, è nelle mani di
Signore»(Lainez,Epistula de S. Ignatio, FN I, 78. 80).
H La tentazione, diversamente dalla precedente esperienza che si pre­
sentava come visione e colpiva gli occhi, si presenta come voce che ri­
suona ed è ascoltata interiormente. Come nel caso dei doni dali'Alto al­
cuni hanno un tono o una dimensione uditiva e si indirizzano all'udito
(cfr. sotto,§. 28, nota 71) e altre hanno un tono o una dimensione visi­
va e si indirizzano alla vista(cfr. sotto,§. 29,2, 3, 4), così nel caso del­
le tentazioni da parte di Satana alcune sono uditive (per esempio nel§.
20) e altre sono visive (per esempio nei §§. 19 e 31 ). Si può notare co­
me anche attraverso la tentazione Dio educhi Ignazio alla percezione del­
lo "spazio" interiore e alla conoscenza delle cose interiori dello spirito,
di cui egli era allora completamente digiuno (cfr. sopra, nota 5).
9 La tentazione si presenta ad Ignazio sotto forma di interrogativo,co­
me nel caso della tentazione del serpente ad Adamo ed Eva (Gen. 3, 1 ).
10
Ignazio comincia ad acquistare conoscenza delle cose interiori
(«pure interiormente gli ribatté») La tentazione viene rapidamente sma­
.

scherata nella sua origine: l'idea e il pensiero esplicito(= tu non puoi sop-

103
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

promettermi un 'ora di vita?» Così vinse la tentazione e restò in pa­


ce. Questa fu la prima tentazione11 che ebbe, dopo quanto sopra
è stato narrato. Questo accadde entrando12 in una chiesa13, nella

portare tale vita per settant'anni; abbandona, perciò, i tuoi propositi) è


accompagnato implicitamente da una falsità(= tu o io -Satana-, ma non
Dio, siamo i padroni della tua vita). Questa falsità permette di scoprire
l'origine e la causa del sentimento di sfiducia e di scoraggiamento pro­
prio nell'azione del nemico del nostro bene e della nostra eterna salvez­
za: egli vuole infiacchire e turbare l'anima, togliendole la pace e la tran­
quillità che prima possedeva (EESS., n. 333; cfr. pure nn. 317. 321). È
la desolazione che proviene da Satana; ora, «in tempo di desolazione non
bisogna mai far cambiamenti, ma restare fermi e costanti nei propositi e
nella determinazione in cui si era nella consolazione precedente» (EESS.,
n. 318).
11
Questa tentazione fu almeno la prima ad essere riconosciuta come
tale, come tentazione da parte di Satana, e fu la prima ad essere da lui
superata. La tentazione del serpente (cfr. sopra, §. 19), oltre a non esse­
re certo che nemmeno per Ignazio si verificò prima della tentazione di
sfiducia e di scoraggiamento («nei giorni in cui perdurava quella visio­
ne o un poco prima che cominciasse essa continuò, infatti, per molti gior­
-

n i-, gli venne un pensiero violento che lo molestò ... » ), certamente non
venne riconosciuta come tale se non dopo la visione del Cardoner (cfr.
sotto, §. 31 ). Era più subdola e nascosta perché il tentatore si presenta­
va sotto le vesti di angelo di luce.
12 Alcuni traduttori (per esempio Guerello in: Sant'Ignazio di Loyola,
Autobiografia e Diario Spirituale, Libr. Ed. Fiorentina, Firenze, 1959, pag.
78) e alcuni studiosi (per esempio Wilkens, o. c. , pag. 5 l) sembrano ri­
tenere che l 'ingresso in chiesa sia stato il mezzo attraverso il quale
Ignazio rispose al tentatore e superò la prova. Di tàtto il testo spagnolo
dice genericamente: «Y fue esto entrando en una iglesia)) senza specifi­
care se "esto" si riferisca alla vittoria sulla tentazione o alla tentazione
stessa. In quest'ultimo caso si tratterebbe di una semplice annotazione
di una circostanza temporale della tentazione, senza alcun riferimento al
modo attraverso il quale il santo la superò.
13 Probabilmente si tratta della chiesa dei domenicani, o della
Cattedrale.

104
Capitolo terzo - Manresa

quale ogni giorno ascoltava la Messa solenne, i Vespri e la


Compieta in canto14• E in questo provava grande consolazione. Di
solito, durante la Messa leggeva la Passione, andando avanti
sempre con lo stesso stato d'animo.

21 Ma subito dopo la tentazione sopra riferita, cominciò ad


esperimentare grandi cambiamenti nella sua anima, trovandosi al­
cune volte talmente arido, che non provava gusto a pregare, né ad
ascoltare la Messa, né in qualunque altra preghiera facesse, e al­
tre volte gli succedeva tutto il contrario di questo, in modo tale e
così repentinamente, da sembrargli che la tristezza e la desolazione
gli fossero tolte come viene tolto a qualcuno una cappa dalle
spalle15. A questo punto cominciò spaventarsi di questi cambiamenti,
e a dirsi tra sé: «Che nuova vita è mai questa che ora comincia­
mo?»16.ln questo periodo conversava17 ancora, alcune volte, con

14 Nel primo periodo manresiano, prima di passare alle «sette ore di


preghiera in ginocchio» (cfr. sotto,§§. 23 e 26), la preghiera di Ignazio
era soprattutto vocale e liturgica.
15 Cfr. EESS., nn. 316 e 317: terza e quarta regola della Prima Serie
delle Regole del Discernimento degli Spiriti
16 Per Ignazio l'essere mosso interiormente da spiriti diversi,se da una
parte è il frutto e la conseguenza spirituale della fedeltà ai suoi impegni
di preghiera (cfr. Annotazione sesta, EESS., n. 6), dall'altra segna defi­
nitivamente il termine del primo periodo del suo soggiorno a Manresa
caratterizzato da pace e da tranquillità, oltre che da uno stesso stato d'a­
nimo sempre fondamentalmente consolato, e l'inizio di una nuova tap­
pa del suo itinerario spirituale. Ignazio stesso l'avverte come tale: «Che
nuova vita è mai questa che ora cominciamo?». A distanza di trenta e più
anni egli, infatti, ricorda queste mozioni alterne e questi cambiamenti di
stato d'animo come qualcosa di mai esperimentato nel tempo precedente.
Già a Loyola, in verità, Ignazio aveva provato un'analoga alternanza di
consolazione e di desolazione, ma questa di Manresa non è affatto pa­
ragonabile a quella: le mozioni ora si presentano più intense, più forte­
mente contrapposte e improvvise. Ma la differenza è soprattutto data dal

105
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

persone spirituali, che gli accordavanofìducia e desideravano par­


largli perché, anche se non aveva conoscenza delle cose spiri tua-

fatto che allora la loro diversità dipendeva da una chiara diversità delle
cause, cioè dai pensieri che le animavano e le originavano - i pensieri se­
condo Dio e i pensieri mondani-, mentre qui a Manresa, almeno appa­
rentemente, un'identica situazione e occupazione produceva ora aridità,
tristezza e desolazione, e ora, invece, un improvviso senso di liberazio­
ne e di leggerezza. Si tratta di un fatto nuovo ed Ignazio ne rimane inti­
morito: le inspiegabili e contraddittorie oscillazioni pongono il suo spi­
rito nella situazione di chi ha paura di non possedersi e padroneggiarsi
più per l'incapacità di riconoscere le cause delle difficoltà. Tutto questo
lo avvia su un nuovo cammino di ricerca e di discernimento circa il sen­
so della propria vita.
17 n testo originale usa il verbo "conversar", termine molto pregnante
nella letteratura spirituale ignaziana (cfr. sopra,§. Il, nota 56 e§. 15, no­
ta 15). Probabilmente, quando Ignazio affida al Padre L. Gonçalves da
Càmara i suoi ricordi di Manresa, il termine è già gravido di contenuto
apostolico. In questo caso si potrebbe pensare che Ignazio, usandolo per
connotare una sua attività a Manresa prima dell'esimia illuminazione del
Cardoner, abbia voluto mostrare al lettore come il Signore già stava
preparando il pellegrino a ricevere quello straordinario dono che avreb­
be dato un orientamento decisamente apostolico e, poi, comunitario al­
la sua vita (cfr. J. Osuna, Amigos e n el Se nor, Roma, 1971, pagg. 12-13 ) .

È da notarsi, tuttavia, come questa conversazione, più che essere "cer­


cata", inizialmente, almeno, è "accettata": più che essere Ignazio a cer­
care le persone spirituali, in questo caso sono esse che cercano il pelle­
grino. Anche riguardo al tema della "conversazione", vale il principio che
la ricerca parte dal dono ricevuto, che la dimensione attiva prende le mos­
se dalla passività. Riguardo al senso profondo nell'esperienza e nella spi­
ritualità ignaziana del termine "conversar", che significa sia il "versari
cum"(il convivere, la "conversazione" di vita), sia il "conversari" (l 'in­
trattenersi, il dialogare, la "conversazione" tramite la parola), e riguar­
do all'integrazione che esso viene ad operare nella spiritualità della
Compagnia di Gesù e del gesuita tra la dimensione apostolica e quella
comunitaria, cfr. D. Restrepo, Al enquentro del Espiritu: la conversaci6n
espiritual de S.Jgnacio de Loyola, tesi di laurea difesa all'Inst. Catholique

106
Capitolo terzo - Manresa

li1x, tuttavia nel parlare mostrava moltofervore e molta volontà di


progredire nel servizio di Dio. C'era allora in Manresa una don­
na molto anziana19, e pure già da molti anni dedita al servizio di
Dio e conosciuta come tale in molte parti della Spagna, fino al pun­
to che una volta il Re Cattolico l 'aveva fatta chiamare per comu­
nicarle alcune cose. Questa donna, intrattenendosi un giorno con
il nuovo soldato di Cristo, gli disse: «Oh! piaccia al mio Signore
Gesù Cristo di volervi un giorno apparire». Ma egli si spaventò
di questo, interpretando la cosa così alla buona20: «Come, proprio

de Paris, Faculté de Theologie, 197l,Voll. I e II; e Idem, Para conver­


sar, Recherches Ignatiennes, 11-1974/3 (testo datt. e fotoc.), l-21.
18
Il fatto che la gente venga a cercare Ignazio per conversare con lui
benché egli non abbia conoscenza approfondita della vita spirituale, è se­
gno del forte potenziale carismatico-apostolico della sua volontà di pro­
gredire nel servizio di Dio che si irradia attraverso la testimonianza di
tutta la sua vita di preghiera e di penitenza. Alla fine della sua vita, con­
frontando la sua situazione spirituale nei primi quattro mesi a Manresa
con quello che sarebbe diventato dopo la visione del Cardoner, Ignazio
si coglie ancora spiritualmente rozzo e ignorante. La cosa potrebbe me­
ravigliare se si tiene conto del cammino spirituale percorso dal pellegrino
da Pamplona a Manresa. Tuttavia anche il Lainez («Nei primi quattro me­
si non comprendeva quasi nulla circa le cose di Dio», Epistula. , FN I,
. .

78) e il Polanco («non comprendeva quasi nulla e tanto meno era capa­
ce di gustare le cose spirituali», Summ. Hisp., FN I, 159; cfr. anche FN
II, 66. 135. 151. 237. 307) sembrano confermarlo.
19
Di questa donna Ignazio darà un giudizio ancora più lusinghiero
nel§. 37, ritenendola l'unica veramente addentro nelle cose dello spiri­
to e capace di aiutarlo. Di essa si è persa ogni traccia e non ne conosciamo
nemmeno il nome.
20 Ignazio interpreta la preghiera della donna in modo troppo lette­
rale. Egli non capisce ancora che, per diventare "soldato di Cristo", è ne­
cessario che Cristo stesso "appaia" nel suo cuore con la grazia del Suo
amore misericordioso. È necessario per lui rispondere alla chiamata del
Re e porsi al Suo servizio. Ma questo non si fa senza l'aiuto della gra­
zia, umilmente richiesta e sollecitata attraverso un'offerta totale di sé

107
S. Ignazio di Loyola- Autobiografia

a me può apparire Gesù Cristo?». Perseverava sempre nella con­


suetudine di confessarsi e di comunicarsi ogni domenica21 •

(EESS., nn. 97. 98) propria di chi, libero da appoggi umani e dal disor­
dinato attaccamento alla stima da parte degli altri, può scegliere Cristo
come il suo "Unico" e il suo "Tutto". L'augurio-preghiera della pia don­
na, quasi come un preludio di petizione (EESS. , n. 91) prepara e orien­
ta Ignazio verso la Contemplazione della Chiamata del Re Eterno che,
di lì a poco, l'illuminazione del Cardoner gli farà esperimentare prima
ancora che capire e pregare. Ma Ignazio lo capirà solo dopo l'esperien­
za; per ora, questa "apparizione" di Cristo, invocata dalla donna, egli la
vede ancora secondo il metro umano di un convertito effuso all'esterno,
ancora ignorante e rozzo nelle cose dello Spirito e, pertanto, si spaven­
ta vedendosi proporre traguardi fuori dalla propria portata.
21 Questa è la prima volta in cui appare l'uso frequente dei Sacramenti
in Sant'Ignazio. Per quanto riguarda il Sacramento della Riconciliazione,
cfr. sopra, §. 17, nota 29. Circa l'Eucarestia è ben noto come il Diario
Spirituale ne evidenzierà l'importanza e il senso per la sua vita spirituale
quasi ad ogni pagina (cfr. G.A. Suquia, La S. Misa en la espiritualidad
de San lgnacio de L oyola Madrid, 1950, pagg. 265). L'esperienza per­
,

sonale di Ignazio circa il Sacramento dell'Eucarestia ha una sua evidente


proiezione sull'esperienza della fondazione della Compagnia (cfr. M.
Costa, Legge Religiosa... , 92-99), sulle Costituzioni della Compagnia di
Gesù e, attraverso queste, sulla vita apostolica de li 'Ordine. Nelle
Costituzioni sono particolarmente significativi i paragrafi riguardanti la
frequenza della S. Comunione (Cost., II I, [261]; IV, [342]. [343]; VI, [584])
e della celebrazione o partecipazione alla S. Messa (Es. Gen., IV, [80];
Cost., IV, [481]); la sottolineatura di alcuni momenti o di alcune circo­
stanze significative per accostarsi a ricevere l 'Eucarestia (per esempio:
il momento dei voti -Cost., V, [525]. [526]. [530]. [531 ]. [532]. [546]-,
del passaggio dalla prima alla seconda probazione -Es. Gen., III, [46];
Cost., l, [200]-, del punto di morte -Cost., VI, [595]-, della Congregazione
Generale -Cost., VIII, [692]. [693]. [711]- e, in particolare, il giorno del­
l'elezione del Generale -Cost., VIII, [697]-); il legame tra Eucarestia e
povertà (Es. Gen. , l, [4]; Cost., IV, [324]. [325]; VI, [565]. [567]; X,
[816]); le intenzioni per le quali si devono offrire i SS. Sacrifici ( Cost.,
IV, [309]. [3101. [315]. [316]; VI, [598]; VI I, [640]; VIII, [692]. [693].
[711]; IX, [790]. [803]; X, [812]); e il modo di celebrare che deve esse-

108
Capitolo terzo - Manresa

22 Ma in questo cominciò ad essere molto tormentato da scru­


polP2. Infatti, quantunque la confessione generale fatta a Monserrat
fosse stata assai diligente e tutta per iscritto come è stato detto23,
tuttavia a volte24 gli sembrava che alcune cose non fossero state
confessate; e questo lo affliggeva25 molto perché, anche se torna-

re secondo le nonne liturgiche e secondo l'uso della Compagnia (Es Gen.,.

V, [I IO]; Cost., IV, [401 ]), favorendo il maggior frutto spirituale e la mag­
giore devozione possibile (Cost., III, [277]; IV, [40 6]) e rispettando in
genere la dimensione apostolica della Compagnia (Cost., VI, [586].
[589]; VII, [624]. [642]. [643]. [644]).
22 L'esperienza degli scrupoli a Manresa, descritta nell'Autobiografia
§. 22-25), si trova alla base delle note degli Esercizi Spirituali che aiu­
tano ad accorgersi e a rendersi conto di scrupoli e di altre insinuazioni
da parte del nemico della natura umana (EESS., nn.. 345-351) e alla ba­
se di alcune disposizioni delle Costituzioni. Queste ultime rivelano la
preoccupazione di Ignazio di prevenire la malattia degli scrupoli, dan­
no per la vita spirituale, che potrebbe sorgere o da mancanza di chiarezza
circa la via da seguire (Cost., Proemio, [136]; IV, [330]), o da legami che
si oppongono ad una vera libertà qi spirito e che potrebbero allontana­
re l'individuo dal giusto mezzo necessario per poter discernere secon­
do verità (Cost.,II, [235]; IV, [330]; VI, [559]).
23 Cfr. sopra,§. 17.
24 L'alternanza dubbio/certezza è caratteristica dello scrupolo pro­
priamente detto (EESS., n. 347). Il dubbio che talora affiora nell'animo
di Ignazio al ricordo dei peccati passati (cfr. sotto,§. 25) di non averne
confessati bene alcuni, si oppone ai momenti di certezza di essere a po­
sto, ricordando di essersi confessato con molta diligenza e accuratezza
e di aver messo tutto per iscritto. Questo è il contenuto originario e fon­
damentale degli scrupoli di Ignazio a Manresa.
25 Ignazio si preoccupa di annotare fedelmente gli effetti che gli
scrupoli producono nel suo animo: afflizione, insoddisfazione, tribola­
zione e angustia, molto danno, affaticamento interiore, tentazione di
suicidio, disgusto della vita. Le note intorno agli scrupoli negliEsercizi
Spirituali sottolineano il turbamento (EESS., n. 347), l 'incertezza o, più
esattamente, l'alternanza dubbio/certezza (EESS., n. 347), ma anche
l'aspetto positivo di purificazione dell'anima (EESS., n. 348).

109
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

va a confessarsenél-6, rimaneva senza soddisfazione. Allora cominciò


a cercare alcune persone spirituali27 che lo guarissero da questi
scrupoli, ma niente lo aiutava. Allafine un dottore della cattedrale,
uomo molto spirituale che lì predicava, gli disse un giorno in
confessione28 di mettere per iscritto tutto quello che riusciva a ri-

26 È il primo rimedio per combattere gli scrupoli che Ignazio mani­


festa di aver adottato. Come altri che annoteremo in seguito, anche que­
sto rimedio di rinnovare la confessione dei peccati che gli sembrava di
aver confessato male,non risulta efficace, soprattutto perché è espressione
di un'iniziativa più umana che divina, propria di un uomo che vuole li­
berarsi piuttosto che, invece, lasciarsi liberare da Dio. Vive ancora in
Ignazio lo spirito troppo attivistico e pelagiano del pellegrino impegna­
to nel fare i suoi conti per decidere su cosa avrebbe fatto al suo ritorno
da Gerusalemme, o desideroso di abbracciare una vita penitente, andando
per il mondo,per «potervi esercitare quell'odio che ormai aveva conce­
pito contro di sé» (cfr. sopra,§. 12); è ancora lui che vuole avere il ba­
stone per il manico e trovare il rimedio adatto al suo caso.
27 La ricerca di uomini spirituali è il secondo rimedio che Ignazio cer­
ca di mettere in opera. Anche questo tentativo, però,fallisce (A propo­
sito della ricerca di uomini spirituali, cfr. sotto,§. 34, nota 124 e §. 37,
nota 145). Qui è la prima volta in cui è detto che Ignazio ricorre all'aiu­
to di altri che non sia il confessore.
28 Il ricorso alla confessione con il teologo della Cattedrale, uomo mol­
to spirituale,rappresenta il terzo rimedio messo in atto da Ignazio per li­
berarsi dagli scrupoli. Si tratta probabilmente di un confessore straordi­
nario: Ignazio,infatti,non lo nomina come "confessore",ma dice sola­
mente di essersi confessato con lui.
Forse si tratta del canonico Giovanni Bocotavi (FN l, 394, nota 8).
Il suo confessore ordinario,del quale si parla,invece, in seguito (cfr. sot­
to,§§. 22. 23. 25),era un domenicano del convento presso il quale era
ospitato,il Padre Guglielmo Perello o Perellos (FN J, 394,nota 15). Questo
rimedio sembrava molto valido: assommava in sé i valori dei due pre­
cedenti e,in più,vi aggiungeva il valore della dottrina e della scienza (si
trattava infatti di un dottore in teologia). Eppure anche questo rimedio
risulta all'atto pratico inefficace. Tuttavia il ricorso ad esso o, più preci­
samente il fallimento di esso, aiutò Ignazio: infatti, fu la via attraver-

110
Capitolo terzo - Manresa

cordare29• Fece così, ma, dopo essersi confessato, gli tornarono an­
cora gli scrupoli, facendosi le cose ogni volta sempre più sottili,
di modo che egli si veniva a trovare molto afflitto; e, pur renden­
dosi conto che quegli scrupoli gli facevano molto danno e che sa­
rebbe stato bene sbarazzarsene, tuttavia da solo non riusciva a com­
pierlo. Alcune volte pensava che il rimedio sarebbe stato se il suo
confessore gli avesse comandato, in nome di Gesù Cristo, di non
confessarsi più di alcuna cosa passata, e proprio questo deside­
rava che il corifessore gli comandasse, ma non aveva il coraggio
di dirglielo30•

so la quale Dio gli fece capire che da solo non sarebbe mai riuscito a li­
berarsi dagli scrupoli.
29 Questa direttiva spirituale, ancorché pronunciata da un dotto uo­
mo spirituale, si rivela inefficace, anzi diventa un mezzo per rendere sem­
pre più sottili gli scrupoli e, conseguentemente, sempre più aggrovigliata
la situazione spirituale interiore di Ignazio.
30 Nonostante tutto, nonostante la desolazione, Ignazio, quasi estra­
polandosi e sdoppiandosi (cfr. EESS., n. 185), riesce a discernere un buon
rimedio per risolvere la situazione: l'ordine autoritativo del confessore,
in nome di Gesù, di non confessarsi più dei peccati passati. Ignazio, tut­
tavia, non osa nemmeno suggerirglielo. Questa sua riservatezza e di­
screzione (eccessiva?) è quella stessa che più tardi, come fondatore
de li 'Ordine, lo porterà a raccomandare ai membri della Compagnia,
nelle Costituzioni, di non maneggiare e di non cercare di manipolare e
influenzare in nessun modo il governo di coloro che il Signore ha pre­
posto come superiori alla guida degli altri. Queste raccomandazioni, in
ultima analisi, affondano le loro radici in quell'interiore rispetto verso
Dio del quale esse vogliono essere incarnazione, manifestazione ester­
na ed espressione visibile. Tuttavia, sotto questo desiderio di un inter­
vento del confessore in nome di Dio, si cela un'aspirazione alla defini­
tività, al rinnegamento del passato, ad un perdono completo, dietro al qua­
le -a sua volta- si nasconde il desiderio non totalmente retto di rimette­
re la propria responsabilità in qualcuno tùori di sé, in un'istanza esteriore
e superiore alla propria coscienza, in un'autorità che lo dispensi dal fa­
ticoso lavorio dei discernimento spirituale.

Il l
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

23 Però, senza che glielo suggerisse, il confessorefìnì per co­


mandargli di non confessare più alcuna cosa passata, a meno
che non si trattasse di cosa ben chiara31• Ma siccome tutte quelle
cose gli sembravano molto chiare, questo comando non gli servì
a nulla, e così continuava ad essere sempre come affaticato.
Durante questo tempo viveva in una cameretta che i Domenicani
gli avevano messo a disposizione ne/loro monastero32• Egli per­
severava nelle sue sette ore di preghiera in ginocchio, alzandosi
regolarmente a mezzanotte, oltre che in tutti gli altri esercizi già
menzionatP3. Tuttavia in nessuno di essi riusciva a trovare qual-

31 L'intervento del confessore ordinario che gli comanda, proprio


come egli aveva desiderato e aveva giudicato giusto (cfr. sopra,§. 22, no­
ta 30), di non confessarsi più dei peccati passati,costituisce il quarto ri­
medio, che Ignazio affronta per essere liberato dagli scrupoli. Esso si dif­
ferenzia dai precedenti perché non lo sceglie di sua iniziativa, ma gli ar­
riva dal di fuori; non se lo dà, ma lo riceve. Tuttavia la clausula finale
(«a meno che non si trattasse di cosa ben chiara») rende parziale e inef­
ficace tale rimedio. Di fatto,proprio questa clausula gli impedisce di tro­
vare la pace completa,perché tutto evidentemente gli appare come mol­
to chiaro! Ignazio non sarebbe più uno scrupoloso se non gli capitasse
questo. È nuovamente messa in gioco la sua attività di ricerca,mentre egli
è solo bisognoso di ricevere e di essere investito dall'Alto,dall'amore mi­
sericordioso di Dio, l'unico che lo può salvare.
32 È la prima volta che Ignazio parla esplicitamente di un rapporto con
i domenicani che incontrerà ancora spesso, soprattutto nel tempo degli
studi a Salamanca e a Parigi. Attraverso di essi,il pellegrino entra in con­
tatto con una corrente di spiritualità molto viva; di essa terrà conto nel
lavoro di fondatore e di autore delle Costituzioni. Il convento dei do­
menicani fu la sua residenza abituale negli undici mesi di Manresa, ec­
cettuati i primi giorni passati nell'ospedale di S. Lucia (cfr. sopra,§§. 18
e 20) e il periodo delle malattie molto violente durante le quali,trovò ospi­
talità nelle case di alcuni benefattori (cfr. sotto,§. 34).
33 Non trovando rimedio da persone all'esterno,nemmeno da un uo­
mo dotto e santo come il teologo della Cattedrale o dal confessore che

112
Capitolo terzo - Manresa

che rimedio per i suoi scrupoli, che ormai lo tormentavano da mol­


ti mesP4. Una volta, mentre si trovava molto tribolato a causa di
essi, si mise a pregare e, ne/fervore della preghiera, cominciò a
gridare verso Dio ad alta voce, dicendo: «Soccorrimi, Signore, per­
ché non trovo alcun rimedio negli uomini, né in altra creatura; se
io pensassi di poter/o trovare, nessuna fatica mi sembrerebbe
grande. Mostrami Tu, Signore, dove lo posso trovare; anche sefos­
se necessario andare dietro ad un cagnolino perché mi desse ri­
medio, io lo farò35 ».

autoritativamente in nome di Dio gli impone una direttiva, Ignazio cer­


ca un rimedio, il quinto, nella preghiera prolungata e nei vari esercizi di
penitenza dei quali aveva già parlato nei §§. 19 e 20. È sempre lui,
però, che cerca la soluzione attraverso opere ed esercizi, piuttosto che
ricever/a dalla mano di Dio. Per questo, anche il quinto rimedio risulta
inefficace ed Ignazio rimane sempre angustiato e tormentato.
34 Questa annotazione temporale è importante per l'esatta cronolo­
gia dei fatti e delle esperienze del periodo di Manresa raccontate
nell'Autobiografia (cfr. sopra, §. 19, nota l).
35 È questa la prima preghiera di Ignazio a Dio che noi possediamo.
La prova degli scrupoli, e l'impossibilità e l'incapacità di trovare un ri­
medio per esserne liberato, a poco a poco hanno educato Ignazio a por­
re la fiducia totale in Dio solo. Accetta ormai di non trovare rimedio da
nessuna creatura e da nessuna persona: nella preghiera egli protesta al
Signore una fiducia cieca, tanto maggiore quanto più la si scopre anche
aperta alla dimensione dell'incarnazione e disponibile a trovare Dio an­
che nel più piccolo dei segni. In questa preghiera c'è già, a livello di se­
me, la preghiera del Sume et Suscipe (EESS., n. 234) e, in un certo qual
senso, almeno qualcosa dello spirito di quella famosa massima attribui­
ta ad Ignazio, composta da un ignoto gesuita per la tomba del fondato­
re nella ricorrenza dei l 00 anni della Compagnia: «Non coerceri maxi­
mo, contineri tamen a minimo, divinum est». Ignazio sembra aver ac­
cettato che il rimedio gli sia dato e che lo possa trovare solo come do­
no ricevuto, piuttosto che come realtà cercata e conquistata.
Tuttavia, egli cerca ancora una risposta al suo problema degli scru­
poli al di fuori di sé e al di fuori di una relazione personale con Dio: non

113
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

24 Mentre si trovava in questi pensieri, molte volte gli veni­


vano violente tentazioni di gettarsi da un grande buco36 che c 'e­
ra in quella camera, proprio vicino al punto dove .faceva orazio-

ha ancora capito- e il passo del cagnolino lo sta a testimoniare- che egli


la troverà dentro se stesso, ma al di là di una situazione di solitudine, per­
ché la troverà in una relazione personale e diretta con Dio. Era necessa­
rio, però, per arrivare ad essa, passare attraverso la solitudine che il fal­
limento delle varie relazioni con le persone, con il confessore primo di
tutte, hanno fatto maturare nel suo spirito. Il futuro fondatore della
Compagnia di Gesù, di quell'Ordine i cui membri si dicono compagni,
doveva passare attraverso un'esperienza di profondo anacoretismo, per­
ché i suoi seguaci si ricordassero che è dal rapporto personale con Gesù,
maturato nella solitudine, che la Compagnia cresce e si sviluppa e i suoi
membri si trovano sempre più compagni e uniti tra di loro. Inoltre, que­
sto passaggio attraverso la più profonda solitudine era necessario per far
maturare in lui,jùturo fondatore di un Ordinejòndato sulla speranza in
Dio solo ( Cost., X, [812]), una incrollabile fiducia nel solo Signore,
Creatore e Salvatore degli uomini. Certamente, però, Ignazio allora, a
Manresa, non poteva immaginare attraverso quali paradossali segni il suo
Dio si sarebbe manifestato e attraverso quali strane vie lo avrebbe libe­
rato dagli scrupoli.
36 Ignazio a Manresa esperimento la tentazione dei suicidio, e non una
sola volta. La lotta contro gli scrupoli e la desolazione prolungata han­
no scavato e fatto breccia nel suo spirito, umiliato da una conoscenza del­
Ia propria debolezza percepita con tanta maggiore limpidezza e chiarezza,
quanto più egli veniva illuminato dalla luce dali' Alto. L'ansia di purifi­
care i propri peccati sempre meglio conosciuti e che sempre più faceva­
no crescere il contrasto irriducibile tra la propria miseria e la luce di Dio
e del suo piano meraviglioso per l'uomo (cfr. EESS., n. 59), ansia per di
più non sostenuta da un abbandono totale all'amore misericordioso di
Colui che solo può perdonare, andava sempre più scavando un perico­
loso disprezzo di sé e una depressione sempre più profonda nel suo spi­
rito, fino ad un certo gusto di morte e di autodistruzione. Quell'«odio che
aveva concepito contro di sé» (cfr. sopra, §. 12) nei primi passi della sua
conversione e del suo itinerario di purificazione, arriva alle estreme
conseguenze: Ignazio pensa di sbarazzarsi del passato, diventato ormai

114
Capitolo terzo - Manresa

ne37• Ma, sapendo che era peccato uccidersP8, tornava a gridare:


«Signore, nonfarò mai cosa che ti offenda», ripetendo39 molte vol­
te queste parole, come pure quelle di prima. E così gli venne in men­
te la storia di un santo40 che, per ottenere una cosa da Dio che de-

insopportabile per le sue sole forze, privandosi del futuro, che gli appa­
re ormai chiuso, insignificante e totalmente tenebroso. Il suicidio appa­
re, allora, ad Ignazio come un rimedio per liberarsi dagli scrupoli, il se­
sto rimedio, che, purtroppo, però, è anche un terribile veleno che lo coin­
volge in una nuova lotta per renderlo innocuo. Ignazio reagisce attraverso
un discernimento morale (cfr. sotto, nota 38), attraverso il ricorso alla pre­
ghiera insistente (cfr. sotto,§. 25, nota 44), al digiuno (cfr. sotto,§. 24,
nota 41 ), al confessore e all'ubbidienza a quest'ultimo (cfr. sotto, §. 25,
note 46 e 47), ma soprattutto attraverso un abbandono totale e definiti­
vo a Dio, accettando umilmente di essere preceduto dal Suo amore mi­
sericordioso (cfr. sotto, §. 25, note 52 e 55).
37 I domenicani costruirono una piccola cappella in onore di S.
Ignazio nel luogo in cui, secondo una loro tradizione, il santo abitò nel
loro convento a Manresa. È difficile, però, reperire il buco nel quale
Ignazio avrebbe voluto gettarsi per uccidersi. Forse, vicino a quella ca­
meretta, c'era una cava sotterranea (cfr. FN I, 396-397, nota Il).
38 Quello che trattiene Ignazio dal suicidio è il giudicare che esso è
peccato. Questo giudizio morale gli dava la certezza e, conseguentemente,
la forza di respingere i pensieri di morte come autentiche tentazioni di
Satana. Il proposito di non commettere azione che fosse di offesa al
Signore era ormai così fermo nella sua volontà, da costituire criterio cer­
to di discernimento che non può essere scalfito da scrupoli di qualsiasi
genere.
39 L'esperienza dell'efficacia di questa preghiera ripetuta potrebbe es­
sere alla base del principio pedagogico della ripetizione, che attraversa
tutti gli Esercizi Spirituali.
40 Questo santo potrebbe essere o S. Paolo eremita, o S. Onofrio, o -
più probabilmente - S. Andrea Apostolo. Di questo santo si racconta nel
Flos Sanctorum, letto da Ignazio a Loyola, che abbia digiunato cinque
giorni per impetrare da Dio la conversione di un certo vecchio Nicola,
vissuto per sessant'anni in stato di peccato. Alla fine il santo avrebbe ot-

115
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

siderava molto, restò senza mangiare molti giorni, finché l 'otten­


ne. Dopo averci pensato per un buono spazio di tempo, alla fine
si decise afarlo41, dicendo a se stesso che non avrebbe mangiato
né bevuto fino a quando non si vedesse la morte ormai del tutto
vicina. Decise, infatti, che, se glifosse accaduto di vedersi in ex­
tremis, al punto di dover morire di lì a poco se non avesse man­
giato, allora avrebbe chiesto del pane e avrebbe mangiato42 (co­
me se poi, ridotto a quegli estremi, fosse stato in grado di chiedere
o di mangiare!43)

25 Questo avvenne una domenica, dopo essersi comunicato;


perseverò tutta la settimana a non mettere nulla in bocca, senza

tenuto da Dio la grazia richiesta (cfr. FN I, 397-398, nota 12). Circa il va­
lore impetratorio delle penitenze negli Esercizi Spirituali, cfr. n. 87.
41 Il digiuno è il settimo rimedio intentato da Ignazio per liberarsi da­
gli scrupoli. Concretamente, per lui è punto di arrivo di un processo di
discernimento e di elezione. Esso matura in un clima di preghiera («una
domenica dopo essersi comunicato»), a partire da una mozione interio­
re suscitata da un pensiero che viene dali'esterno ( = la storia del santo
letta nel Flos sanctorum), attraverso una riflessione interiore («dopo
averci pensato un buono spazio di tempo»), nella quale, probabilmente,
l'esperienza storica concreta dell'insufficienza della preghiera, ancorché
necessaria, ma bisognosa di essere corroborata dalla penitenza, si inte­
grava con il principio più universale dell'imitazione dei santi, che in con­
creto prendeva forma nel caso di S. Andrea (o di S. Paolo eremita, o di
S. Onofrio) .

42 La condizione che Ignazio pone all'esecuzione del suo proposito


e della sua decisione è determinata dalla sua fede nel Dio della vita che,
come tale, non può certo volere la morte. Questa convinzione, per di più,
recentemente era stata rafforzata dal superamento delle prime tentazio­
ni di suicidarsi.
43 È molto significativa l'ironia con la quale Ignazio giudica e valu­
ta, a più di trent'anni di distanza, la propria decisione circa quanto avreb­
be richiesto nel caso fosse venuto a trovarsi in pericolo di morte.

116
Capitolo terzo - Manresa

tralasciare i suoi soliti esercizi, compreso l 'andare agli Uffici di­


vini e il fare orazione in ginocchio, anche a mezzanotte, ecc. . 44• .

Ma la domenica seguente, dovendo andare a confessarsi45, sicco­


me era solito dire molto dettagliatamente al confessore quello
chefaceva, gli disse pure che in quella settimana non aveva man­
giato nulla. Il confessore gli ordinò di rompere quel digiuno46; ed
egli, sebbene si sentisse ancora in forze, tuttavia ubbidì al con­
fessore47, e per quel giorno e per il seguente si trovò libero dagli
scrupoli48• Ma il terzo giorno, che era martedì, mentre era in pre-

44 È evidente che,per Ignazio,il ricorso al settimo rimedio,quello del


digiuno, non annulla i precedenti, ma li integra. Circa la sua preghiera
nel periodo di Manresa,cfr. anche sopra,§§. 20, nota 14 e §. 23,nota 33.
45 Circa la pratica della Confessione in S. Ignazio, cfr. sopra, §. 17,
nota 29.
46 Dopo l'elezione circa il digiuno e l'esecuzione di essa per un'inte­
ra settimana, Ignazio,sottoponendo la propria decisione al confessore,pra­
ticamente attua quanto dirà negli Esercizi Spirituali, di offrire, cioè, l'e­
lezione «perché Sua divina maestà voglia riceverla e confermarla,nel ca­
so sia di suo maggior servizio e lode» (EESS., n. 183). Pertanto, l'ordine
del confessore rappresenta per Ignazio,in concreto,il rifiuto della conferma,
da parte di Dio,dell'elezione fatta.
47 Accettando l'ordine del confessore di rompere il digiuno,Ignazio
scopre che questa pratica non entrava nel piano di Dio come rimedio per
i suoi scrupoli. Entra, allora, implicitamente in crisi il valore assoluto at­
tribuito all'imitazione dei santi,che lo aveva portato a decidersi per il di­
giuno. È questo un momento importante dell'itinerario spirituale di
Ignazio, perché sempre meglio, d'ora in poi, capirà come bisogna pas­
sare dali 'imitazione dei santi alla sequela di Cristo.
48 Dio conferma il valore dell'ubbidienza di Ignazio con la liberazione
dagli scrupoli per due giorni, ma non definitivamente, perché Dio vuo­
le far capire ad Ignazio quale sia il vero rimedio: non basta l'accettare
di non porre un rimedio escogitato da sé, non basta l'assenza di un ri­
medio "dal basso". Si tratterebbe ancora di qualcosa di "negativo", di un

117
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

ghiera, cominciò a ricordarsi dei suoi peccati; e così, come quan­


do si va mettendo infila una cosa dopo /'altrcfl9, andava col pen­
siero da un peccato ali'altro della vita passata, sembrandogli di
esser obbligato a confessarlo un 'altra volta50• Ma, allafine di que­
sti pensieri, gli sopravvenne un gran disgusto della vita che sta­
va conducendo, con alcuni impulsi ad abbandonarla51• Proprio a

rimedio "negativo", poco in accordo con quello che Dio è, cioè il Dio
del SI', il Dio della vita, che a poco a poco , sempre di più, desidera ri­
velarsi e "apparire" (cfr. sopra, §. 21, nota 20) al cuore del pellegrino. Il
vero rimedio, come vedremo (cfr. sotto, nota 55), consiste in un'azione
positiva, proveniente da Dio e totalmente gratuita del Suo amore mise­
ricordioso che è il solo ad operare la salvezza e la liberazione. L'ubbidienza
al confessore, con la conferma dell'approvazione da parte di Dio nei pri­
mi due giorni seguenti, ancor più che il digiuno e la stessa preghiera, aiu­
ta Ignazio a capire quanto sia fondamentale nella vita spirituale il lasciare
a Dio la guida della propria vita.
49 Cfr. il primo punto della Meditazione dei peccati propri, cioè del
Il Esercizio della I Settimana (EESS., n. 56).
50 È significativo che la ripresa degli scrupoli avvenga proprio durante
la preghiera, al ricordo delle mancanze della vita passata, e che, ancora
una volta, essi si manifestino come incertezze circa l'obbligo di confes­
sare peccati già confessati.
51 Con gli scrupoli torna nuovamente la tentazione del suicidio.
Tuttavia ora, più che dalle tribolazioni e dalle angosce, essa sembra na­
scere dal disgusto della vita che sta conducendo e da uno stato di vera
depressione psichica, propria di una persona chiusa tra due evidenze in­
conciliabili. Infatti, dalla sua esperienza di ubbidienza Ignazio appren­
derà che la parola d'autorità non agisce per se stessa come elemento li­
beratore, ma unicamente per il fatto che media la grazia di Dio. Gli
scrupoli, in realtà, ritornano anche dopo la sua ubbidienza. Questo dato
induce Ignazio a percepire la contraddizione esistente tra gli scrupoli e
la nuova vita di penitente e di pellegrino, circa la quale aveva la certez­
za che gli fosse donata da Dio stesso fin da Loyola e riconfermata a
Manresa soprattutto con Illuminazione del Cardoner. Di qui il dilemma
per Ignazio: o rifiutare il Dio di Loyola e del Cardoner, o rifiutare gli scru­
poli (cfr. Wilkens, o.c., pag. 60).

118
Capitolo terzo - Manresa

questo punto il Signore volle che si svegliasse come da un sogno52.


Siccome aveva già una certa esperienza della diversità degli spi­
riti grazie alle /ezioni53 che Dio gli aveva dato, cominciò a consi­
derare attraverso quali mezzi quello spirito si era introdotto in /ui54;

52 La liberazione arriva in modo totalmente imprevisto e gratuito. Per

Ignazio si tratta come di un ritorno alla realtà, come un risveglio da un


brutto sogno. In questo egli percepisce l'intervento dell'amore miseri­
cordioso di Dio, dall'Alto (cfr. sotto, nota 55). È proprio questo quello
che lo salva e lo libera. Forse questa esperienza fondamentale è alla ba­
se di quello stupore e di quel grido di ammirazione del peccatore toccato
dalla misericordia di Dio del quale si parla nel 5' punto del Il Esercizio
della l Settimana (EESS., n. 60), o alla base della I Regola del2° modo
del Terzo Tempo di elezione (EESS., n. 184). A questo punto del suo iti­
nerario spirituale, Ignazio coglie con pienezza il valore della purificazione
passiva operata dali'Amore che discende dali' Alto, così essenziale per
la sua spiritualità, che fortemente sottolinea, e proprio perché forte­
mente sottolinea, il valore dell'azione e dell'attività umana.
53 La decisione di non confessarsi più dei peccati passati, la quale lo
renderà libero dagli scrupoli per sempre, è percepita da Ignazio soprat­
tutto come un dono della misericordia di Dio, che lo ha condotto attra­
verso un discernimento spirituale nel quale hanno avuto peso «le lezio­
ni che Dio gli aveva dato». Attraverso di esse, egli aveva acquistato quel­
l'esperienza della diversità degli spiriti che gli permetterà una visione tal­
mente chiara della realtà e del problema da potersi ormai decidere con
fermezza (cfr. «decise definitivamente con grande chiarezza ... », in que­
sto stesso paragrafo; cfr. pure, EESS., n. 176b). Quali sono queste "le­
zioni" di Dio? Quelle ricevute a Loyola (cfr. sopra,§§. 8 e 9), oppure quel­
le ricevute a Manresa, cioè l'insegnamento di Dio che lo tratta come un
maestro di scuola fa con un bambino (cfr. sotto, §.27) e del quale si può
avere un'idea nei cinque punti che ritmano altrettante serie di visioni cul­
minanti con l'esimia illuminazione del Cardoner (cfr. sotto, §§. 28-30)?
Sembra da preferirsi questa seconda ipotesi (cfr. sopra, §. 19, nota 1).
54 Ignazio collabora all'azione illuminante di Dio, che lo conduce al­

la decisione di non confessare più i peccati passati, attraverso un di­


scernimento nel quale egli analizza attentamente i mezzi usati dallo spi­
rito cattivo per potersi introdurre nel suo animo. Cfr. EESS., nn. 333 e

119
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

e cosi decise definitivamente, con grande chiarezza, di non con­


fessare più nessuna cosa passata; da quel giorno in poi, rimase li­
bero da quegli scrupoli, ritenendo come cosa certa che Nostro
Signore lo aveva voluto liberare per Sua misericordia55•

2 6 Oltre alle sue sette ore di preghiera56, impegnava il suo


tempo ad aiutare nelle cose spirituali alcune anime-'7, che venivano

334: la corrispondenza tra questa esperienza di Ignazio a Manresa e il te­


sto degli Esercizi, valido soprattutto per chi, dopo la meditazione della
Chiamata del Re eterno, si trova in Il Settimana, potrebbe costituire una
conferma della tesi secondo la quale l'esperienza degli scrupoli, più che
preparatoria alle grandi visioni del periodo di Manresa e in particolare
all'illuminazione del Cardoner, come una purificazione analoga a quel­
la della I Settimana che dispone l'esercitante alla Il Settimana, sia da ve­
dersi come ad esse posteriori, come un'esperienza di purificazione pas­
siva, propria di chi è già avanti nella via dello spirito, cioè nella via il­
luminativa. La considerazione del modo di procedere usato dallo spiri­
to cattivo con Ignazio rimane alla base delle regole che egli negli Esercizi
Spirituali andrà formulando per coloro che vogliono liberarsi dagli scru­
poli, in particolare è a fondamento delle note quarta e quinta (EESS., rin.
349 e 350).
55 È chiaro che per Ignazio la liberazione dagli scrupoli è stata frut­
to della misericordia di Dio, dell'Amore che discende dali'Alto, che pu­
rifica e che fa vedere. Questa esperienza si trova anche alla base di tut­
ta la dottrina, tipica della spiritualità ignaziana, circa la discreta caritas.
L'amore misericordioso di Dio purifica la mente e introduce in essa
quella chiarezza, quella luminosità e quella trasparenza che permettono
di discernere l'azione e il modo di procedere del nemico della natura uma­
na, e di decidersi secondo quello che è gradito a Dio. Per quanto riguar­
da la discreta caritas, cfr. M. Costa, Legge Religiosa. , soprattutto pagg.
. .

384-388 e nota 260 a pag. 384-385.


56 Cfr. sopra,§. 23, nota 33 e§. 25, nota 44.
57 Se già a Loyola avevamo visto Ignazio aperto ad intrattenersi con
quelli di casa per il loro profitto spirituale (cfr. sopra,§. Il, nota 56), pri­
mo segno del futuro impegno apostolico, qui troviamo per la prima voi-

120
Capitolo terzo - Manresa

a cercar/o5x; passava tutto il resto della giornata, che rimaneva li­


bera, a riflettere sulle cose di Dio, più precisamente su quello che
aveva letto o meditato quel giorno59• Ma quando andava a cori-

ta l'espressione "ayudar a las animas" che caratterizza e definisce il suo


stile apostolico (cfr. sotto, §§. 45.50. 54. 56. 59. 70. 71. 85). Essa è quan­
to mai significativa per esprimere l'azione apostolica in una spiritualità
incentrata sul servizio e sul discernimento spirituale: aiutare è collabo­
rare con Dio più che conquistare, imporre o dirigere; situa l'apostolo nel­
la giusta posizione di servizio e di umiltà, nella posizione cioè di stru­
mento, propria di colui che collabora nelle mani di Dio all'opera di san­
tificazione, per la cui realizzazione l'iniziativa è solo di Dio. L'espressione
risponde, pertanto, perfettamente alla posizione dell'apostolo sia nei ri­
guardi di Dio, del quale rispetta il primato e dal quale è guidato, sia nei
riguardi dell'uomo, al quale è inviato e che è chiamato a servire, perché
egli possa trovare la verità della propria esistenza soprattutto nella sua
relazione con Dio (il significato del termine "anima- in Ignazio, come
del resto nella Spagna del XVI secolo, designa la persona umana tutta
intera, vista formalmente nella sua dimensione verticale verso Dio o, in
genere, nella sua dimensione religiosa). Negli Esercizi troviamo questa
espressione in uno dei momenti più importanti dell'itinerario spirituale
dell'esercitante (EESS., 3' punto della Meditazione dei Due Vessilli, n.
146): Cristo nostro Signore invia i Suoi servi e amici ... raccomandan­
do loro che vogliano aiutare tutti, traendoli alla povertà, al desiderio di
obbrobri e di umiliazioni, da cui sorge l'umiltà. Anche nelle Costituzioni
troviamo l'espressione "ayudar a las animas" per definire l'azione apo­
stolica della Compagnia e del singolo gesuita ( Es. Gen. /, [3 ] . [ 1 3]; III,
[52]; Cost., l, [153]. [163]; IV, [308]. [351]. [402]. [446]; VI, [555]. [567];
VII, [616]. [636]. [639]; IX, [803]). Anzi, "ayudar a las animas" è co­
stitutiva del fine stesso della Compagnia (Es. Gen., l, [31], Ili, [521; Cosi.,
l, [156]. [163]; IV, [3 07] . [308 ] . [351]; X, [813]).
sx
Sono gli altri che cercano Ignazio piuttosto che essere lui a cerca­
re gli altri (cfr. sopra, §. 21, nota 18).
5'� Altre volte Ignazio sembra interessato a precisare come ripartiva
le diverse occupazioni nell'arco delle 24 ore della giornata (per esem­
pio, sopra, §. 21 ). Nelle Costituzioni indica come il Generale debba im­
piegare il suo tempo, dividendolo in tre parti: una parte con Dio, una par-

121
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

carsi, molte volte gli venivano grandi illuminazioni e grandi con­


solazioni spirituali, in modo tale da fargli perdere molto del tem­
po che egli aveva destinato al sonno, il quale non era già molto.
Facendo alcune volte riflessione su questo, finì per pensare tra di
sé che aveva destinato tanto tempo a trattare con Dio e, in più, tut­
to il resto del giorno. A partire da qui cominciò a dubitare che quel­
le illuminazioni venissero dallo spirito buono, e venne a conclu­
dere con se stesso che era meglio fasciarle perdere e dormire tut­
to il tempo stabilito60• E così fece.

te con i ministri e i capo-uffici, e una parte con se stesso (Cast., IX, [809]).
Anche a proposito degli scolastici nel tempo della formazione, Ignazio
afferma che sarà di aiuto per essi «l'equilibrata ripartizione del tempo per
lo studio, per la preghiera, per la Messa, per le lezioni, per i pasti, per il
sonno e per il resto» (Cost., IV, [435]).
60
In altre analoghe situazioni Ignazio è visitato da luci e da conso­
lazioni, che lo distolgono dal compito che è chiamato a svolgere (cfr. sot­
to, le illuminazioni e le consolazioni nei primi momenti dello studio del­
la grammatica a Barcellona, §§. 54-55; e anche a Parigi, §. 82). Da que­
ste esperienze, Ignazio impara che solamente la "consolatio sine causa"
è segno dell'azione di Dio (EESS., n. 330). Anche lo spirito cattivo può
procurare consolazioni per fini opposti a quelli intesi dall'angelo buono,
che vuoi far progredire e far salire l'anima dal bene al meglio (EESS., n.
331 ). Il pellegrino esperimenta in se stesso come l'angelo cattivo possa
trasfigurarsi in angelo di luce e come sia una sua peculiare prerogativa
introdursi in conformità con l'anima devota, per concludere, poi, secondo
i propri piani; insinua, cioè, buoni e santi pensieri conforme all'anima pia
e, poi, a poco a poco, esce vittorioso, trascinandola verso i suoi inganni
occulti e verso le sue perverse intenzioni (EESS., n. 332). Ignazio sma­
schera il tentatore e riconosce la presenza del nemico della natura uma­
na attraverso un processo di discernimento che porta la sua attenzione sul
corso dei suoi pensieri e delle sue mozioni (EESS., n. 333): prima di tut­
to si accorge che luci e consolazioni avvengono nel tempo destinato al
sonno, già di per sé scarso. Passa, poi, in un secondo tempo, a riflettere
su questo fatto, evidenziando altri dati, in particolare di avere dedicato
già molte ore del giorno a trattare con Dio e, in più, di avere a disposi-

122
Capitolo terzo - Manresa

2 7 Mentre continuava ad astenersi dal mangiare carne61 e


mentre era così saldamente irremovibile in questa posizione che
per nessun motivo pensava di cambiare, una mattina, appena al-

zione tutto il resto della giornata. Questa riflessione mette in crisi la po­
sitività di quelle luci e consolazioni; gli nasce il dubbio che esse siano
originate davvero dall'azione di Dio. Ignazio si viene a trovare come di
fronte ad un bivio: dare al sonno il tempo destinato, o essere consolato
ed avere molte luci spirituali. La sua elezione lo porta alla determinazione
di dare al sonno il tempo fissato, perché, dietro la luce delle consolazioni
e delle illuminazioni, egli scorge"la coda serpentina" e il"cattivo fine"
dello spirito malvagio. Satana lo conduce verso realtà in se stesse non
cattive, ma futili o, per lo meno, «meno buone di quella che l'anima si
era proposta di fare prima»(= tempo destinato al sonno; cfr. EESS., n.
334). Queste luci, alla fine, lo avrebbero infiacchito e, probabilmente, lo
avrebbero anche distolto dalla pace riacquistata dopo la tempesta degli
scrupoli (cfr. anche EESS., n. 333.). Probabilmente Ignazio ha voluto ri­
cordare nell'Autobiografia questa sua esperienza spirituale per aiutare
i gesuiti a cogliere il fondamento e il senso spirituale delle prescrizioni
riguardanti il tempo da dedicare al sonno contenute nelle Costituzioni (cfr.
soprattutto Cost., III, [30 l]; IV, [339]; ma cfr. anche Es. Gen., IV, [8 l
}; Cost., li/, [294]. [295]; IV, [4351. [436]; VI, [580]; e EESS., n. 84: la
decima addizione che riguarda il modo di regolarsi nella penitenza cir­
ca il sonno). Ignazio a Manresa aveva percepito Dio, liberatore dagli scru­
poli, come uno che lo sveglia da un sogno. Ora, come acutamente nota
Wilkens, «Ignazio può abbandonarsi al sonno nella convinzione che
Dio non si situa nel prolungamento imposto dal proprio slancio religio­
so (Wilkens, o. c. , pag. 61 ). Svegliato da un sogno ad opera di Dio, egli
deve ora abbandonarsi al sonno dove Dio è presente. Liberato dal pec­
cato e dalle angosce degli scrupoli, si accorge che Dio vuole che si li­
beri anche dall'attaccamento alle consolazioni e alle illuminazioni spi­
rituali.
61
Quando, su ordine del confessore, interrompe il digiuno, Ignazio
continua sempre, con assidua fedeltà, l'astinenza dalle carni, che aveva
iniziato fin dai primi tempi del suo soggiorno a Mariresa (cfr. sopra, §.
19).

123
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

zato, gli si presentò dinanzi carne pronta per essere mangiata, co­
me se la vedesse con gli occhi del corpo, senza che ne avesse avu­
to prima alcun desiderio62• Allo stesso tempo gli venne grande as­
senso della volontà perché da allora in poi ne mangiasse; e pur
ricordandosi del proposito di prima, non poteva dubitare su que­
sto assenso63, ma poteva solo decidersi di dover mangiare carne.
Quando più tardi ne riferì al suo confessore, questi gli disse di con­
siderare se per caso non si tratta<;se di una tentazione; ma egli, do-

62
Il carattere repentino e improvviso della mozione, senza alcuna mo­
tivazione o causa precedente, indurrà Ignazio a ritenerla un segno pro­
veniente da Dio, ordinato a fargli interrompere l'astinenza (cfr. EESS.,
n. 330).
63 Più volte Ignazio manifesta la sua certezza e fermezza circa il do­
vere di interrompere l'astinenza: «non poteva dubitare su questo assen­
so, ma poteva solo decidersi di dover mangiare carne», «non poté mai
dubitare di essa». Sembra che si tratti di una scelta, quella di riprendere
a mangiare, fatta in Primo Tempo di elezione, che si verifica «quando Dio
nostro Signore muove e attira tanto la volontà, che l'anima devota, sen­
za dubitare né poter dubitare, segue quello che gli viene mostrato»
(EESS., n. 175).
Questa esperienza si pone pure alla base della seconda delle Regole
del discernimento spirituale più proprie per la Il Settimana (EESS., n. 330).
Siccome l'astinenza se l'era imposta lui, essa poteva risultare come un
segno della propria volontà di autosalvarsi; il riprendere a mangiare la
carne è agere contra il precedente orientamento e, pertanto, espressio­
ne di una libertà interiore propria di chi si è ormai abbandonato totalmente
a Dio, lasciando che Egli trionfi sulle proprie risoluzioni e decisioni per­
sonali. È più meritorio ed espressione di libertà il lasciarsi guidare da Dio,
che la penitenza esterna circa il vitto scelta con propria decisione personale.
Questa esperienza aiuta a comprendere meglio il significato di alcune pre­
scrizioni riguardanti il senso e le modalità della penitenza circa il vitto
contenute nelle Costituzioni (per esempio: Es,Gen., IV, [66]. [67]; Cast.,
III, [292]; IV, [453]; VI, [580]; IX, [768]) e delle stesse Regole per or­
dinarsi nel vitto contenute alla fine della III Settimana degli Esercizi
Spirituali (EESS., n. 21 0-217).

124
Capitolo terzo - Manresa

po aver esaminata bene la cosa, non poté mai dubitare di essa64.


Durante questo tempo Dio lo trattava come un maestro di scuola
tratta un bambino: gli insegnava65. Fosse questo dovuto alla sua
rozzezza o al suo ingegno ottuso, o al fatto che non aveva chi lo
istruisse, o alla decisa volontà che Dio gli aveva dato di servirLo66,
egli con chiarezza riteneva allora, e sempre ha ritenuto, che Dio
lo trattava in questo modo. Anzi, se ne dubitasse, penserebbe di of-

04 Sembra che Ignazio decida contro il parere del confessore. È la pri­


ma volta, infatti, che il pellegrino manifesta una vera libertà di spirito nei
riguardi del confessore. Anche in questo caso, tuttavia, segue quello che
il confessore gli impone: fare un discernimento per accertare che la de­
cisione di interrompere l'astinenza dalla carne non sia una tentazione («gli
disse di considerare se per caso non si trattasse di una tentazione»). In
realtà egli prende in esame il caso («dopo aver esaminata bene la cosa»),
ma rimane con uguale fermezza. Non può minimamente dubitare che deb­
ba mangiare carne: egli ubbidisce alle mozioni divine che si impongo­
no con forza al suo spirito. Si potrebbe dire che in questo caso ci troviamo
di fronte ad una elezione in Terzo Tempo che viene a confermare l'ele­
zione precedentemente fatta in Primo Tempo.
65 Quando si apre un nuovo cammino o, almeno, una nuova tappa,
Ignazio si sente trattato come un bambino (cfr. Diario Spirituale, 7 mar­
zo) e percepisce Dio come un maestro che lo istruisce e gli insegna la
verità (cfr. Diario Spirituale, Giovedì dell'Ascensione, 22 maggio; let­
tera a Francesco Borgia, fine 1545, MI, Epp. l, 341 ) L'insegnamento
.

della verità da parte di Dio esprime il versante positivo di quell'esperienza


globale sopra descritta di inutile e fallimentare ricerca di salvezza e di
liberazione operata da sé solo e in sé solo,o presso altre persone ma al
di fuori della fiducia in Dio solo (cfr. sopra,§§. 22-25).
66 Nel cercare di dare una spiegazione degli aiuti che Dio gli aveva
dato a Manresa,soprattutto attraverso le visioni e le illuminazioni del­
le quali tratterà nei paragrafi seguenti (cfr. sotto,§§. 28-30),Ignazio, nel­
la rilettura della propria vita pochi anni prima di morire, mette le gran­
di consolazioni e illuminazioni divine in relazione con la vocazione al
servizio, che, proprio da queste esperienze mistiche, assumerà un'o­
rientazione sempre più decisa e sempre più precisa.

125
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

fendere la Sua divina Maestà67• Se ne può avere una qualche idea


dai cinque punti che seguono68:

67 Ancora una volta Ignazio ritorna sulla sua ferma convinzione cir­
ca il fatto di essere illuminato e guidato direttamente da Dio.
L'insegnamento interiore dall'Alto gli permette di giudicare con chiarezza
e di non poter dubitare dell'autenticità dell'esperienza, senza correre il
pericolo di offendere Dio.
68 Questa annotazione è preziosa, perché offre una chiave di inter­
pretazione circa quello che Ignazio espone nei paragrafi seguenti (§ §.
28-31 ) Il santo, a questo punto, non sembra preoccupato di raccontare
.

in modo cronologico quanto si è succeduto nella sua vita a Manresa (non


parlerebbe di "puntos siguentes", ma probabilmente di "e!.perienze" o
di "fatti"); piuttosto vuole presentare la sua rilettura delle "lezioni che
Dio gli aveva dato". Ignazio le ordina in modo sistematico, tenuto con­
to anche della luce delle molteplici esperienze dei 33 (o 31) anni che se­
parano il momento dell'avvenimento storico ne11522 dal momento in cui
i fatti sono raccontati e scritti nel 1555 (o 1553 ). Ignazio in questi cin­
que punti presenta la sua weltanschauung di uomo di Dio, il Principio e
Fondamento dell'uomo in quest'ordine di provvidenza (EESS., n. 23) e
del discepolo e apostolo che Cristo chiama a Sé per mandarlo verso gli
altri (EESS., nn. 91-98). Ignazio lo compie per aiutare quanti lo voglio­
no seguire, soprattutto i membri della Compagnia di Gesù da lui fonda­
ta, a comprendere meglio le nervature spirituali e gli assi portanti della
sua opera di maestro e iniziatore di una specifica spiritualità e di fonda­
tore di un nuovo Ordine religioso. Più che mai, nei paragrafi che seguono,
dobbiamo ricordare quanto fu provvidenziale l'insistente richiesta di
Gerolamo Nadal e di Luis Gonçalves da Camara perché Ignazio rac­
contasse le esperienze della propria vita antecedenti la fondazione del­
la Compagnia (cfr. Prologo del P. Luis Gonçalves da Cdmara, n.4, so­
pra, pag. 31 ) : l'esperienza delle illuminazioni e delle visioni a Manresa,
che sono sintetizzate nell'esimia illuminazione del Cardoner, "fonda", "gui­
da" e "norma", come vera esperienza fondazionale, tutta l'opera se­
guente degli "Amici nel Signore" che culminerà con la fondazione del­
la Compagnia, si prolungherà nella composizione delle Costituzioni e, at­
traverso di esse, nella vita dell'intero Ordine e di ciascun membro di es­
so. È in questa luce che bisogna intendere i riferimenti che Ignazio fa-

126
Capitolo terzo - Manresa

28 Primo: Aveva molta devozione alla Santissima Trinità69,


e così ogni giorno jàceva orazione alle Tre Persone distintamen­
te. E, siccome Jejàceva pure alla Santissima Trinità, gli veniva da
domandarsi interiormente come mai facesse quattro orazioni al­
la Trinità. Questo pensiero, però, lo disturbava poco o nulla, co-

ceva alle visioni di Manresa, e in particolare al Cardoner, quando egli go­


vernava la Compagnia (cfr. L. Gonçalves da Càmara, Memoriale, 17 feb­
braio 1555, n. 137, FN l, 61 0). Questi riferimenti al periodo delle visioni
a Manresa non vogliono affatto dire, come alcuni hanno inteso, che là
Ignazio abbia percepito con chiarezza la fondazione futura della
Compagnia. Di fatto, negli anni seguenti, troviamo spesso il santo incerto
circa il cammino da percorrere, e sappiamo dal Nadal che egli «era por­
tato passo dopo passo in una direzione che egli stesso ignorava» (FN Il,
252).
69 Inizia ad apparire a Manresa quella dimensione e impronta trini­
taria che caratterizza la spiritualità di S. Ignazio. Lainez riferisce addi­
rittura che Ignazio si mise anche a scrivere un libro Sulla SS. Trinità
(Epistula de S. lgnatio, n. 12, FN I, 82). La devozione alla Trinità era mol­
to sviluppata soprattutto in Spagna, dove nell'antichità e nel Medio Evo
la verità cattolica circa il dogma trinitario trovò molti ostacoli da parte
del priscillianesimo e dell'arianesimo, prima, e da parte dell'invasione
giudaica e islamica, poi. In Ignazio sono le grandi esperienze mistiche
a marcare la sua vita spirituale, in generale, e la sua devozione trinita­
ria, in particolare. Le visioni di Manresa, la visione de La Storta, la strut­
tura degli Esercizi Spirituali nel loro insieme e in alcuni loro punti fon­
damentali e nevralgici (cfr. soprattutto le Meditazioni della Chiamata del
Re eterno, dei Due Vessil/i, deli' Incarnazione, e quanto si riferisce al di­
scernimento spirituale e all'elezione), e le pagine del Diario Spirituale
sono sufficienti per attestare la veridicità delle affermazioni di Ignazio
stesso circa la sua grande facilità a trovare le Tre Persone e circa quel­
la che egli suole chiamare "devozione" alla SS. Trinità (cfr G. Dumeige,
voce "Ignace ", DSp. VII, 1279; P. Arrupe, L 'ispirazione trinitaria del
carisma ignaziano, confer. presso il CIS a Roma l' 8.2.1980, in Appunti
di spiritualità S.I., num. 13, pagg.48).

127
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

me cosa di poca importanza70. Un giorno, mentre stava recitando


le Ore di Nostra Signora sui gradini del medesimo monastero, il
suo intelletto cominciò ad elevarsi come se vedesse la Santissima
Trinità sotto forma di tre tastP1, e tutto questo accompagnato da

70 Se a Manresa il pensiero di fare quattro orazioni alla SS. Trinità po­


teva da lui essere trascurato come cosa di poca importanza, quasi come
un pensiero puramente teorico e astratto senza significato per la vita spi­
rituale, a distanza di 33 (o di 31) anni, dopo aver vissuto molte esperienze
nella luce del suo Dio Uno e Trino ed essere cresciuto nella devozione
alla SS. Trinità forse questo non gli appare più secondario e insignifi­
,

cante, se arriva addirittura a voleri o ricordare nel racconto al Càmara del­


le sue esperienze passate. L'interrogativo di Ignazio allora, a Manresa,
è lasciato cadere, ma viene ripresentato al lettore. Si può forse trovare una
risposta nel fatto che Ignazio colga, in quel pensiero, a distanza di 33 (o
di 31) anni, come un seme di quello a cui Dio lo avrebbe condotto lun­
go il suo itinerario spir i tuale, cioè ad una contemplazione dinamica del­
la Trinità e dell'Unità divina o, meglio, dell'Unità nella Trinità e a par­
tire dalla visione delle tre Persone distinte, e della T ri nità nell'Unità, del­
la mutua inabitazione delle Persone nell'Unità divina, a partire dalla qua­
le si ridiscende alla pluralità delle Persone. Le quattro orazioni alla
Trinità sono un segno della maturazione spirituale futura nella vita di
Ignazio del/ 'integrazione dinamica tra plural i smo e unità, tra contem­
plazione e azione, per raggiungere la quale si richiede un lungo e conti­
nuo processo di maturazione della capacità di discernimento spirituale
sotto l'azione contin ua di Dio, ad un tempo Uno e Trino, al quale -per­
tanto- ci si accosta con quattro orazioni (l + 3 = 4). È l'unità divina del­
le Tre Persone distinte che costituisce il terreno da cui prende alimento
l'un ifi cazione interiore di Ignazio.
71 Il carattere di questa esperienza mistica è più ricco di quanto pos­
sa apparire in un primo tempo. Si tratta di una visione intellettuale, tut­
tavia si indirizza soprattutto all'udito. L immagine apparentemente mol­
'

to rudimentale dei tre tasti d'organo usata da Ignazio per esprimere l'e­
sperienza della quasi-visione della SS. Trinità, da una parte può essere
interpretata come la proiezione psichica dell'emozione esperimentata nel­
la profondità del suo "io", data la sobrietà troppo corrispondente alla sua
immaginazione naturale, e, da un 'altra parte, potrebbe essere interpre-

128
Capitolo terzo - Manresa

tante lacrime e da tanti singhiozzi che egli non riusciva a tratte­

nersi72. E quella mattina, mentre partecipava ad una processione

tata come profonda espressione di quanto percepito da Ignazio circa l'ac­


cordo delle Tre Persone nell'Unità divina, come audizione di suoni di­
stinti che si trovano in armonia tra loro. Questo è difficilmente esprimibile
soprattutto da una persona illetterata e povera di mezzi espressivi qua­
le è Ignazio. Si noti che non si parla propriamente di tre" suoni d'orga­
no", ma di tre "tasti" d'organo: forse con questo si vuoi indicare che ne
fu interessato, oltre la vista dell'intelletto e l'udito, anche il senso del tat­
to, quasi per sottolineare maggiormente come l'esperienza della SS.
Trinità lo prese tutto fino al punto da esserne come "toccato"? Sarebbe
un segno ulteriore della passività di Ignazio di fronte al dono e, conse­
guentemente, della gratuità dell'intervento di Dio.
72 La visione produce nel pellegrino vari effetti: lacrime e singhioz­
zi incontenibili, desiderio di parlare agli altri sulla Trinità, quell'indele­
bile senso di devozione che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita,
ogni volta che dal suo cuore si elevava la preghiera alla SS. Trinità. A
proposito delle lacrime, certamente il più appariscente dei fenomeni
che accompagnano la mistica di Ignazio, il massimo della loro frequen­
za è attestato nel Diario Spirituale. J. De Guibert ha calcolato che nel­
la prima parte del manoscritto, che si riferisce ai 40 giorni compresi tra
il 2 febbraio e il 12 marzo del 1543, si fa menzione delle lacrime più di
175 volte (più di 4 volte al giorno come media!) e ancora frequentissi­
mo questo dono è registrato nella seconda parte dello scritto; 26 volte il
dono delle lacrime è accompagnato da quello dei singhiozzi, come in que­
sto caso a Manresa; talvolta, poi, si presenta così abbondante da teme­
re la perdita della vista, come per esempio il 5 febbraio, il 4 marzo, il 5-
6-7-21 ottobre (J. De Guibert, La Spiritualité de la Compagnie de Jésus,
Roma, 1954, pag. 45). In una lettera del 20 settembre 1549 a Francesco
Borgia (MI, Epp. Il, 236-237), Ignazio distingue tre tipi di lacrime, tut­
te dono di Dio, ma di valore diverso secondo un ordine crescente dalle
meno alle più perfette: l o -quelle che vengono versate per i peccati pro­
pri e degli altri; 2°- quelle che sgorgano dalla contemplazione dei misteri
della vita di Cristo; 3°- quelle che nascono dalla riflessione sulle Persone
divine e dall'amore per Esse. La stessa ripartizione, anche se espressa
in modo meno chiaro, si può cogliere nella definizione di consolazione

129
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

che partiva di là, non riuscì mai a frenare le lacrimejìno a pran­


zo; e anche dopopranzo non poteva stare senza parlare della
Santissima Trinità73, e questo con numerosi e molto diversi para­
gonF4 e con molta gioia e consolazione, così che, per tutta la sua

spirituale (EESS., n. 316). Negli Esercizi le lacrime sono viste come un


dono dall'Alto, una vera consolazione spirituale (EESS., nn. 322. 315. 31 6),
segno dello spirito buono (EESS., n. 315), che noi non abbiamo la capacità
di produrre, ma che dobbiamo cercare e domandare soprattutto per la pu­
rificazione dei nostri peccati e come frutto della l Settimana in genere
(EESS., nn. 4. 78) o di qualche esercizio in particolare (EESS., nn. 55.
69) oppure per meglio conseguire il frutto della III Settimana (EESS., nn.
48. 203), confonnandoci meglio a Cristo che patisce e soffre per noi. Negli
Esercizi Spirituali le lacrime non appaiono come una ridondanza sul fi­
sico di grazie spirituali che accompagnano esperienze gioiose, o come
un effetto di una pienezza di gioia interiore, come si verifica, invece, in
questo caso dell'Autobiografia, in moltissimi casi del Diario Spirituale
o anche nel giorno dei Voti a San Paolo tùori le Mura nell'aprile del 1541
(cfr. Forma de la Campania y oblacion, -1541-, FN l, 22).
73 La forza e la pienezza della consolazione divina, oltre che nel se­
gno esterno delle lacrime e dei singhiozzi, si manifesta anche nel desi­
derio -esso pure dono di Dio- di comunicare con gli altri e di non poter­
si intrattenere con loro su un argomento diverso da quello della SS.
Trinità. Questo fatto mostra in modo molto chiaro come proprio dall'e­
sperienza di Dio, che gli si comunica, e dai doni divini dall'Alto, si
sprigioni in Ignazio un grande slancio apostolico e missionario. Questo
è tanto più rimarchevole quando si consideri, da una parte, l'altezza del­
l'argomento trattato nelle conversazioni, il tema cioè della Trinità, e, dal­
l'altra, colui che parla, Ignazio, uomo assolutamente privo di cultura e,
in quel tempo a Manresa, immerso in una vita di raccoglimento interio­
re di tipo anacoretico. L'esperienza della Trinità fa tale presa su Ignazio,
da impedirgli di tacere e da tirarlo fuori dalla solitudine per aprirlo alla
comunicazione con gli altri: la contemplazione diventa azione.
74 Ancor più della gioia e della consolazione interiore è segno del­
l'autenticità della mozione divina, che lo spinge a parlare della SS.
Trinità, proprio il fatto di portare nel suo discorso molti paragoni diver­
si. L'esercizio del fàre raffronti(= "comparaciones") è spesso suggerito

130
Capitolo terzo - Manresa

vita, gli è rimasta questa impronta di sentire grande devozione nel


fare orazione alla Santissima Trinità75 •

. 2 9 Secondo: Una volta gli si rappresentò al/ 'intelletto76, in­


sieme ad una grande allegria spirituale, il modo con cui Dio ave-

negli Esercizi Spirituali (EESS., nn. 50 58. 59. 224. 252) come modo per
.

meglio conseguire il frutto spirituale della preghiera o dell'esercizio


che si sta compiendo.
75 Analogamente a quanto si dirà pure circa il4' punto (cfr. sotto,§.
29) e, soprattutto, circa il 5' punto a proposito della visione del Cardoner
(cfr. sotto, §. 30), anche riguardo a questa visione della SS. Trinità,
Ignazio si fa premura di notare come questi -insegnamenti-, che riceve
dall'Alto, non sono semplici luci e illuminazioni per l'intelletto, ma an­
che doni che trasformano e marcano in modo indelebile tutta la sua esi­
stenza. Anche questa visione della Trinità, probabilmente compresa nel­
la stessa visione del Cardoner, rimarrà un punto di partenza fondamen­
tale per tutta la sua futura vita di orazione e, in particolare, per la sua re­
lazione con Dio.
76 Anche a proposito di questa seconda esperienza mistica Ignazio si
preoccupa di sottolineare: l 0- come sia un dono totalmente gratuito da
parte di Dio («gli si rappresentò ... »: si tratta di una realtà che viene dal
di tùori in modo imprevisto e senza alcuna conoscenza previa; «quelle
conoscenze spirituali che in quei momenti Dio gli imprimeva nell'ani­
ma»); 2°- il tipo o il carattere mistico dell'esperienza: si tratta di una espe­
rienza che più che all'udito, come la precedente, si indirizza piuttosto al­
la vista, come le seguenti dello stesso §. 29 («gli pareva di v edere»); si
tratta, più esattamente, di una visione intellettuale («gli si rappresentò nel­
l'intelletto», «Dio gli imprimeva nell'anima» «conoscenze spirituali»)
totalmente ineffabile («Queste cose non le sapeva spiegare>>); 3° -l'im­
magine rappresentativa che l'accompagna («una cosa bianca dalla qua­
le uscivano alcuni raggi e con la quale Dio faceva luce»); 4°-l'effetto che
essa produce nel suo spirito («grande allegria spirituale»); 5°-l'ogget­
to e il contenuto della visione: il mistero della Creazione o, meglio, «il
modo con cui Dio aveva creato il mondo»).

131
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

va creato il mondo17. Gli sembrava di vedere una cosa bianca, dal­

la quale uscivano raggP8 e con la quale Dio faceva luce. Queste

77 Ignazio non contempla la Trinità, la Divina Maiestas, nella Sua inac­


cessibile essenza, quasi come una realtà "sovrapposta" agli altri ogget­
ti della nostra esperienza comune e quotidiana. Per Ignazio il divino è di­
stinto, ma non separato, dalla creazione; egli vede Dio e mondo in una
visione unitaria, vede Dio soprattutto nell'atto in cui si comunica, si do­
na e diventa sorgente di doni. All"'acatamiento", cioè al rispetto, che la
visione di Dio Uno e Trino produce nel suo intimo, si unisce anche la sua
risposta di amore: "acatamiento amoroso", cioè amore riverenziale e ad
un tempo anche riverenza amorosa e umile: ecco l'atteggiamento fon­
damentale di Ignazio verso Dio. È proprio dell'amore agire e comunicarsi
ed Ignazio, uomo di azione, è colpito soprattutto dall'azione di Dio. Più
esattamente, la sua persona, che sentiva vivissimo il fascino delle crea­
ture e si sentiva forse un po' indifesa e debole di fronte ad esse, è colpi­
ta soprattutto dall'azione di Dio nei riguardi delle creature e nelle crea­
ture. Percepisce Dio come uno che «si adopera e lavora in tutte le cose
create sulla faccia della terra, id est habet se ad modum laborantis»
(EESS., 3° punto della Contemplatio ad Amorem, n. 236), e percepisce
il mondo, tutto il creato, come un insieme di beni e di doni che «discendono
dall'alto ... come dal sole discendono i raggi e dalla sorgente il rivolo d'ac­
qua>> (EESS., 4' punto della Contemplatio ad Amorem, n. 237). Questa
visione aiuterà Ignazio a purificare la sua visione di Dio: non sarà più per
lui come una realtà "sovrapposta" alle altre creature o un "oggetto" fra
gli altri, anche se il primo della serie (ma pur sempre nella serie!), con­
cezione che necessariamente costringe a separare gli atti con cui si en­
tra in relazione con Dio da quelli con i quali si entra in relazione con le
creature. La visione del modo con cui Dio aveva creato il mondo, ponendo
Dio e mondo in un unico quadro, lo aiuta a cogliere nel senso giusto l'im­
portante distinzione tra il Creatore e la creatura, distinzione che è unica
e che non può essere intesa in modo univoco, ma solo analogico, rispetto
a quella esistente tra creatura e creatura. Presenza e azione di Dio nelle
creatura: questa visione è a fondamento non solo della Contempla/io ad
Amorem (EESS., n. 230-237) e del Principio e Fondamento (EESS., n.
23) degli Esercizi Spirituali, ma anche di quel "cercare e trovare Dio in

132
Capitolo terzo - Manresa

cose, però, non le sapeva spiegare79, e neppure si ricorda esatta­


mente bene di quelle conoscenze spirituali che in quei momenti Dio
gli imprimeva ne/l 'anima.

tutte le cose- ( Cost., 111, [288]; cfr. R. Mejia Saldarriaga, La dinamica


de la integraci6n espiritual, Roma, CIS, 1980, pagg. 493) e, più oltre,
della spiritualità del Servizio per amore così caratteristica della spiritualità
ignaziana e di quella della Compagnia di Gesù. La visione di Dio Uno
e Trino, della Divina Maiestas, che crea il mondo e opera nel mondo, di­
venta in Ignazio cooperazione e servizio alla Sua opera. La contempla­
zione di Ignazio è una contemplazione attiva in due sensi tra loro inter­
dipendenti: in senso oggettivo, in quanto l'oggetto e il termine della sua
contemplazione è Dio stesso in opera, è l'azione stessa di Dio; in senso
soggettivo, in quanto diventa azione e servizio, e nell'azione e nel ser­
vizio si attua, si esprime, si approfondisce e cresce sempre di più.
78 Già in precedenza abbiamo notato come, per esprimere l'esperienza
mistica, Ignazio si avvalga di immagini apparentemente molto rudi­
mentali, che potrebbero essere interpretate come la proiezione psichi­
ca dell'emozione esperimentata nel profondo del suo "io" toccato dal­
la grazia straordinaria di Dio. Anche nel caso di questa seconda visio­
ne, la povertà e la semplicità dell'immagine potrebbe essere conside­
rata alla luce della sobrietà naturale della immaginazione. Tuttavia
l'immagine, nella sua essenzialità con quei raggi che escono dalla "co­
sa bianca" e per il fatto che è Dio ad irradiare luce da quella "cosa", sot­
tolinea bene e in modo significativo, per nulla ingenuo e superficiale,
la direzione dal/ 'Alto di questa manifestazione divina e la sua lumino­
sità, proprio come quelle che l'esercitante è chiamato a contemplare al­
la fine degli Esercizi Spirituali nella Contemplatio ad amorem (EESS.,
n. 230-237).
79 L'incapacità che Ignazio professa circa la spiegazione del fenomeno
può essere attribuita al carattere ineffabile di una esperienza di Dio
troppo forte e abbondante perché linguaggio umano possa esprimerla in
modo adeguato, ma anche alla rozzezza del suo ingegno allora ancora
poco istruito e, pertanto, impossibilitato a tradurre l'esperienza in un lin­
guaggio meno inadeguato per poterla fissare nella memoria, prima, e co­
municarla, poi.

133
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

Terzo: Ancora in Manresa, dove si intrattenne quasi un anno80,


dopo che cominciò ad essere consolato da Dio e dopo che vide il
frutto che operava nelle anime, trattando con esse, abbandonò que­
gli eccessi che praticava prima; ora si tagliava le unghie e i ca­
pelli81. Fu così che, mentre un giorno in questo paese si trovava
nella chiesa del suddetto monastero82 ad ascoltare Messa, vide83

80 Ignazio si trattenne a Manresa dal 25 marzo 1522 al 17 o 18 feb­


braio 1523 (cfr. sotto,§. 35, nota 126).
81 La decisione di mitigare gli eccessi nelle penitenze matura attra­
verso un processo di discernimento: le consolazioni divine (((dopo che
cominciò ad essere consolato da Dio») e l'esperienza del frutto spirituale
che le sue conversazioni producono negli altri (((e dopo che vide il frut­
to che operava nelle anime») convergono verso il medesimo punto dal­
la doppia faccia di distacco dalla penitenza e di apertura agli altri. Questi
due fatti concomitanti lo incamminano su quel movimento di conversione
da pellegrino penitente ad apostolo, del quale Dio si servì per guidarlo
alla discrezione. La visione del modo col quale Dio aveva creato il mon­
do e, soprattutto, la visione del Cardoner che probabilmente la precedette
(cfr. sopra,§. 19, nota 1), annullano o, almeno, attenuano quel disprez­
zo per le cose del mondo maturato a Loyola e nei primi tempi del sog­
giorno a Manresa. La rottura col suo ambiente e con la vita mondana era
stata violenta, ma necessaria, anche se pagata al prezzo di una ridicola
assolutezza e della perdita di discrezione. Ma ora, interiormente più li­
bero e integrato dalle luci dall'Alto e dalle esperienze della nuova vita,
può riprendere il rapporto con quello che lo circonda e può ricuperare,
in una visione del reale più armonica, la discrezione e il senso della mi­
sura. L'orientamento apostolico, che la sua vita sta per prendere, porta
un cambiamento anche nella sua vita di povertà: essa, senza diminuire
nella sostanza, ma solo nel rigore esterno, si arricchirà di nuovi signifi­
cati e di nuove manifestazioni più interiori.
82
Si tratta del convento dei Padri domenicani a Manresa, presso i qua­
li Ignazio aveva alloggiato dopo i primi giorni passati nell'ospedale di
S. Lucia.
83 Riguardo a questa terza visione, Ignazio si fa premura di rilevare:
l 0-le circostanze di luogo (Manresa, chiesa del convento dei domenicani)

134
Capitolo terzo - Manresa

con gli occhi interiori come dei raggi bianchi che scendevano dal­
l 'alto84, e benchè questo, dopo tanto tempo, non lo possa spiega­
re bene85, tuttavia ciò che egli vide chiaramente con l 'intelletto era
come Gesù Cristo nostro Signore fosse presente in quel Santissimo
Sacramento86•

e di tempo (durante la S. Messa, più esattamente, al momento dell'ele­


vazione); 2°- il tipo e le caratteristiche dell'esperienza mistica: si trat­
ta di una visione interiore intellettuale, difficilmente esprimibile;
3°- l'im­
magine rappresentativa che l'accompagna («raggi bianchi che scende­
vano dall'alto»); 4°- l'effetto che essa produce (chiarezza nell'intellet­
to); 5°- l'oggetto e il contenuto della visione: come Gesù Cristo è pre­
sente nel SS. Sacramento.
84 De arriba: ancora una volta la visione segna, attraverso l'imma­
gine, una direzione di marcia. Si tratta della direzione del dinamismo spi­
rituale dall'alto verso il basso, di quello stesso dinamismo dell'amore
di Dio che muove e fa scegliere all'esercitante quello che è meglio se­
condo la volontà di Dio (EESS., n. 184), che si comunica nei suoi doni
(EESS.. n. 237), che induce a fare un'elemosina secondo rettitudine
(EESS., n. 338), o che è affermato come principale vincolo di unione dei
membri della Compagnia tra loro e con il loro capo (Cost., VIII, [671])
e che, anzi, presiede alla stessa esistenza, conservazione e sviluppo
della Compagnia (Proemio, [134]; Cost., X, [813]). Si tratta del movi­
mento dello sguardo di Dio dal quale l'orante deve sentirsi penetrato al­
l'inizio della preghiera (atto della presenza di Dio, EESS., terza addizione,
n. 75). Cfr. anche sotto,§. 30, nota 96, e M. Costa, Legge Religiosa . , . .

56-57.
85 Cfr. sopra,§. 29, nota 79. Il testo originale è suscettibile di una dop­
pia interpretazione: l o - Ignazio non sa spiegare il fenomeno perché è
passato troppo tempo da quando questo si è verificato (33 o 31 anni);
2° -Nonostante sia passato tanto tempo e, pertanto, Ignazio abbia avu­
to modo di ritlettervi molto sopra, di fatto egli non riesce ancora a com­
prenderlo bene, ad afferrarne il senso e, quindi, a spiegarlo. Sembra che
la prima interpretazione sia più raccomandabile.
86 Dopo il mistero della Trinità e quello del modo con cui Dio ha crea­

to il mondo, ecco il mistero dell'Eucarestia, aspetto fondamentale del­


la spiritualità ignaziana e di quella della Compagnia di Gesù (cfr. sopra,

135
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

Quarto: Molte volte e per molto tempo, mentre stava in orazione,


vedeva""7 con gli occhi interiori l 'umanità di Cristo88; la jìgura che
gli appariva era come un corpo bianco non molto grande né mol-

§. 21, nota 21). Polanco attesta che Ignazio, nel processo che subirà a
Salamanca, venne interrogato sul mistero della SS. Trinità e sul «modo
con cui Cristo stava nel Sacramentm> (Summ. Hisp., n. 42, FN l, 176).
Di queste interrogazioni al processo di Salamanca «sulla Santissima
Trinità e sul Santissimo Sacramento, circa il modo con cui l'intendeva»,
si fa pure menzione nell'Autobiograi
f a stessa (cfr. sotto, §. 68).
87
Sotto il quarto punto Ignazio raggruppa molte visioni dell'umanità
di Cristo, disseminate lungo un ampio arco di tempo. Questo fatto co­
stituisce una conferma di quanto abbiamo già affermato a proposito del
carattere redazionale dei racconti dei fatti di Manresa e dello scarso in­
teresse, da parte di Ignazio, per la successione cronologica degli avve­
nimenti. Piuttosto egli è preoccupato di rileggere quanto vissuto 33 (o 3 l )
anni prima a Manresa, per coglierne il significato per se stesso e per i suoi
compagni. Anche circa queste visioni, raccontate nel quarto punto,
Ignazio mette in rilievo: 1°- le circostanze di luogo ("in Manresa", ge­
nericamente) e di tempo ("per molto tempo", "mentre stava in orazione);
2°- il tipo e le caratteristiche di queste esperienze spirituali: si tratta, co­
me le due precedenti, di esperienze che si indirizzano alla vista (''vede­
va", "vide"), più esattamente si tratta di visioni interiori (''con gli occhi
interiori"); ma, diversamente dalle precedenti, non parla in questo caso
di visione intellettuale, non si fa cenno alcuno al carattere ineffabile
dell'esperienza (l'ignoranza, infatti, che Ignazio professa circa queste espe­
rienze riguarda solo il numero e la ftequenza di esse); 3°-l'immagine rap­
presentativa che l'accompagna («un corpo bianco, non molto grande né
molto piccolo, senza vedere distinzione alcuna di membra»); 4° -l'effetto
che esse producono in Ignazio (la conferma nella fede e il dono della fer­
mezza circa le verità rivelate); 5°- l'oggetto o il contenuto della visio­
ne: l'umanità di Cristo.
88
Dopo i misteri della Trinità, della Creazione e dell'Eucarestia, nel­
la sua visione "discendente" del reale, Ignazio pone l'umanità di Cristo.
Nella spiritualità ignaziana è fortemente sottolineata la dimensione cri­
stologica. Il nucleo più interiore dell'atteggiamento teologale di Ignazio
è costituito dalla relazione personale con Cristo. Il Dio di Ignazio è

136
Capitolo terzo - Manresa

to piccolo, senza, però, vedere distinzione alcuna di membra89•


Questo egli vide in Manresa molte volte: se dicesse venti o qua-

Cristo, il Creator ac Dominus, il suo Redentore e Salvatore, che lo chia­


ma a cooperare alla buona riuscita della Sua opera di inviato dal Padre,
di servitore del Padre per il bene dell'uomo, di Verbo incarnato, fatto uo­
mo, che proprio attraverso la Sua umanità è costituito mediatore tra
Dio e il mondo. Ci si potrebbe chiedere come mai queste visioni di
Cristo siano poste dopo la terza, che ha come oggetto il modo in cui Cristo
è presente nel santissimo Sacramento. Nella sua visione "de arriba", do­
po essere disceso dalle altezze della Divina Maiestas, dalla Trinità (pri­
mo punto, §. 28) nel mondo, lungo l'asse dell'azione creativa di Dio (se­
condo punto, §. 29), Ignazio coglie Cristo, uomo-Dio, là dove è mag­
giormente presente nel mondo, cioè nell'Eucarestia (terzo punto, §. 29):
là è presente tutto il suo Dio, tutta la Trinità. Ma come nel Diario
Spirituale -sulla linea dell'esperienza della visione de La Storta- è dal­
la Trinità che gli viene di vedere o di sentire Gesù, cioè l'umanità di Gesù
(23 febbraio), e varie volte vede Gesù ai piedi della SS. Trinità in atto
di presentare le sue preghiere (25 febbraio), o di intercedere perché gli
venga perdonata la mancanza di rispetto (24 febbraio), o di comunicar­
gli la conferma dall'Alto della elezione fatta in precedenza (24 feb­
braio), così qui, in questa quarta visione, anche se non è possibile sepa­
rare in Gesù Cristo il mediatore dall'essere Dio, è soprattutto Gesù me­
diatore, Gesù nella sua umanità, Gesù "inferiore" al Padre o Gesù ai pie­
di della Divina Maiestas, e quindi più in basso di Gesù Eucarestia, che
gli appare e gli si pone davanti. Per questo, nella sua visione discendente,
Gesù nella sua umanità viene dopo l'Eucarestia. Quale sia stata la de­
vozione di Ignazio all'umanità di Cristo è attestato da molti segni e fat­
ti (cfr. per esempio, l'importanza della meditazione sull'Incarnazione e,
in genere, di tutte le contemplazioni evangeliche della II-III-IV Settimana
degli Esercizi Spirituali, oppure cfr. sotto,§. 47, quando a Gerusalemme
volle tornare sul Monte degli Ulivi per vedere bene «da che parte era il
piede destro e da che parte il piede sinistro)) delle impronte lasciate da
Gesù prima di salire in cielo). Ma tutta la sua vita è marcata da un amo­
re appassionato per Gesù e da un vivo desiderio di conoscerLo sempre
più intimamente per maggiormente amarLo e sempre più perfettamen­
te seguirLo.

137
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

ranta volte, non si azzarderebbe a giudicarlo una bugia. Un 'altra


volta Lo ha visto mentre era a Gerusalemme, e un 'altra ancora men­
tre era in viaggio vicino a Padova90• Ha visto pure Nostra Signora
allo stesso modo, senza distinzione di membra91• Queste cose, che
egli ha visto, lo confermarono e gli diedero poi per sempre tanta
fermezza nella fede92 da pensare molte volte tra sé che, anche se
non cifosse la Scrittura a insegnarci queste cose dellafede, egli si
deciderebbe a morire per esse soltanto in jòrza di quello che egli
ha visto93•

89 Ancora una volta ci troviamo di fronte ad una rappresentazione im­


maginifi ca molto se mplice, rudimentale e molto generica. L'assenza
della distinzio ne di membra, tuttavia, potrebbe indicare la percezione, da
parte di Ignazio, di una identità o continuità tra il corpo fisico e l'uma­
nità gloriosa di Cristo e, quindi, una concezione teologica niente affatto
ingenua della mediazione di Cristo, come fondata sull'inte ro mistero del­
Ia Sua vita, dall'Incarnazione alla Risurrezione l Ascensione.
90 Nell'Autobiografia sono ricordate altre app arizioni di Cristo ad
Ignazio: in cammino verso Padova (§. 41 ) , nel viaggio tra Cipro e
Gerusalemme(§. 44) a Gerusalemme, mentre ne percorreva le strade tra­
,

scinato da un cristiano che serviva al convento del Monte Sion (§. 48),
a La Storta, vicino a Roma(§. 96), e a Roma negli ultimi anni della sua
vita(§. 99). Cfr. anche sotto, §. 52., nota 24.
91 Accanto alle visioni di Cristo mediatore, ma dopo di esse, incon­
triamo quelle di Maria, Nostra Signora. Per quanto riguarda la presenza
di Maria nella vita di s. Ignazio e negli Esercizi Spirituali, cfr. sopra, §.
10, nota 52.
92 Ignazio, a oltre trent'anni di distanza, percepisce le visioni di
Manresa come una "confirmatio" da parte di Dio circa l 'itinerario in­
trapreso. La "confirmatio" negli Esercizi Spirituali (EESS., nn. 183. 262.)
e nelle Costituzioni (Es. Gen., I, [l ]; IV, [98]; Cost., IV, [346]. [490];
V, [544]; IX, [ 75 9]) è più compiutamente compresa quando la si consi­
deri alla luce del processo e della dinamica dell 'elezio ne : è il momento
in cui la scelta, dopo essere stata presa ed offerta al Signore, riceve la sua
ratificazione da parte di un'istanza s uperi ore(in ultima analisi da Dio),
per essere maggiormente corroborata e resa più salda.
93 Anche queste esperienze spirituali, delle quali si parla nel quarto

138
Capitolo terzo - Manresa

3 O Quinto: Una volta se ne andava per sua devozione ad una


chiesa distante da Manresa poco più di un miglio: credo che si chia­
mi San Paolo94• La strada correva lungo il torrente95• E mentre co­
sì camminava assorto nelle sue devozioni, si sedette un poco con
la .faccia rivolta al torrente che scorreva in basso96• Mentre stava

punto, producono in Ignazio un effetto indimenticabile e lasciano nella


sua esistenza una impronta incancellabile di certezza circa le realtà ri­
guardanti la fede (cfr. anche sotto,§. 30 nota 102). Questo fatto deve es­
sere interpretato, da una parte, come garanzia dell'autenticità di queste
esperienze interiori, e, dall'altra, come segno della coscienza che Ignazio,
alla fine della sua vita, aveva circa la concordanza tra questi doni straor­
dinari ricevuti all'inizio del suo cammino spirituale e le verità della
Scrittura, che egli andrà sempre più approfondendo attraverso gli anni
di studio e mediante la riflessione e la preghiera personale sul testo sa­
cro
94 Si tratta del monastero di San Paolo e Valldaura che, dal 1472, pas­
sò sotto la giurisdizione dell'abate cistercense di Poblet. Nel 1700 l'a­
bate di Poblet vendette il monastero ai Padri della Compagnia di Gesù,
ma, per effetto del decreto di espulsione di Carlo III dell767, venne lo­
ro confiscata la proprietà che passò in mano di privati, situazione che si
verifica ancora adesso. Da Manresa la chiesa del monastero era rag­
giungibile o tenendosi lungo la riva del fiume, oppure per un sentiero che
corre lungo il fianco del monte, più in alto. È più probabile che Ignazio,
quel giorno, abbia preso questa seconda strada, sia perché, percorrendola,
ci si imbatteva nella croce del Tort, alla quale egli fa riferimento nel suo
racconto (cfr. sotto, §. 31 ), sia perché si vede il torrente scorrere «profon­
do» (testo spagnolo: «hondo»). Questo ha senso solo rispetto ad uno che
guardi il torrente da lassù; per questo opportunamente i traduttori sia an­
tichi, in latino, che recenti, nelle lingue volgari, traducono "hondo" con
"in basso".
95 Si tratta del fiume Cardoner: è da esso che prende nome la esimia
illuminazione della quale si parla in questo paragrafo.
96 Non mi sembra di secondaria importanza il dato della collocazio­
ne geografica di Ignazio rispetto al fiume: egli si trova in alto e il fiume
in basso. È dall'alto, "de arriba", che egli contempla il fiume, che è in

139
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

lì seduto, cominciarono ad aprirglisi gli occhi della mente97: non


è che avesse una visione98, ma capì e conobbe molte cose, sia del-

basso, quasi per meglio sintonizzarsi con l'illuminazione o quasi per me­
glio introdurre il lettore a cogliere qualcosa di quella straordinaria espe­
rienza mistica. Di essa non si descrive il contenuto se non in termini mol­
to generici (si parla di «molte cose>>, di «cose spirituali>>, di «cose di fe­
de>>, di «cose di lettere», di «molti particolari», e si dice che «tutte le co­
se gli apparivano nuove» e che «imparò tanto»). Probabilmente l'illu­
minazione abbracciava tutto il reale in una visione architettonica e di in­
sieme nella quale le realtà erano colte come in un movimento discendente
dall'alto al basso (le cose della fede prima di quelle riguardanti gli stu­
di, gli aiuti ricevuti da Dio prima di tutto ciò che ha imparato e appre­
so), quello stesso movimento secondo il quale il santo ha ordinato le vi­
sioni di Manresa precedentemente raccontate nei §§. 28 e 29, e lungo il
quale si muove il suo sguardo dal sentiero, dove si trova seduto, al fiu­
me che scorre in basso.
97 Nel raccontare questa quinta esperienza, di tutte la più famosa,
Ignazio sembra voler far risaltare: l o - Le circostanze di tempo: «assor­
to nelle sue devozioni» (Lainez precisa «al termine dei primi quattro me­
si dal suo arrivo a Manresa», Epistula de P. lgnatio, n. l O, FN I, 80); e di
luogo: seduto vicino alla croce che si incontra lungo il sentiero che con­
duce alla chiesa del monastero di S. Paolo, distante poco più di un miglio
da Manresa, sopra il fiume Cardoner; 2°- il tipo e le caratteristiche del­
l'esperienza mistica: si tratta di un'apertura degli occhi deli 'intelletto, ac­
compagnata da comprensione e da conoscenza di molte cose, senza ave­
re alcuna visione. L'esperienza del Cardoner, inoltre, presenta un carat­
tere di sinteticità e di globalità che non solo la diversifica dalle precedenti,
che si rapportano invece ad un preciso contenuto categoriale (il mistero
della Trinità, o della Creazione, o dell'Eucarestia, o dell'umanità e della
mediazione di Cristo e di Maria), ma addirittura rende impossibile spie­
gare i particolari che allora penetrò, sebbene fossero molti. Ancora una vol­
ta, anzi, più delle altre volte, è sottolineato il carattere ineffabile dell'e­
sperienza. La differenza qualitativa dalle esperienze precedenti, poi, è da­
ta dal fatto che, mentre quelle erano visioni e comportavano un riferimento
ad immagini rappresentative che si indirizzavano o ali 'udito (cfr. primo
punto) o alla vista (cfr. secondo-terzo-quarto punto), l'esimia illumina­
zione del Cardoner si indirizza all'intelletto e ha effetti superiori; 3°- gli

140
Capitolo terzo - Manresa

le cose spirituali che delle cose concernenti la fede e le lettere99,


e questo con un 'illuminazione così grande che tutte le cose gli ap-

ejjètti che produce: essa è una forza trasformante e rinnovatrice che in­
duce chiarezza nell'intelletto, sovrabbondanza di luce e di conoscenze nel­
lo spirito, capacità di discernimento e forza per la volontà; 4°- il conte­
nuto o l'oggetto: è, come abbiamo già visto, descritto con termini molto
generici, quasi per sottolineare l'importanza prioritaria della profondità
e dell'intensità dell'illuminazione in se stessa, tale da comportare una per­
cezione sintetica del reale, quasi come una chiave interpretativa e, nello
stesso tempo, capace di rendere nuove tutte le cose. Il contenuto dell'e­
sperienza si confonde quasi con gli effetti di rinnovamento che essa pro­
duce: dall'esperienza del Cardoner Ignazio esce come uomo nuovo e con
un nuovo intelletto, cioè con una capacità di cogliere le cose con uno spi­
rito diverso, e, quindi, di entrare in possesso di un senso e di un signifi­
cato più profondo dell'esistenza (cfr. sotto, nota 100).
98 Ignazio vuoi sottolineare la distinzione e la superiorità dell 'illu­
minazione del Cardoner rispetto alle altre esperienze mistiche di Manresa,
le quali erano accompagnate da elementi sensibili, frutto, probabilmen­
te, della sua immaginazione. Il piano dei sensi non è direttamente inte­
ressato in questa nuova e straordinaria esperienza, che raggiunge il suo
"io" molto più in profondità, là dove tutto si semplifica e si unifica.
99 In questa illuminazione non sono interessati solo i misteri della fe­
de, ma tutta la realtà. Si tratta di una nuova visione di tutte le cose, di una
conoscenza e di una comprensione più profonda del proprio mondo, del­
le realtà dell'ordine naturale e di quelle dell'ordine soprannaturale, di quan­
to appreso per via di esperienza e di quanto imparato attraverso lo stu­
dio. Come tale, la visione del Cardoner, più che una visione oggettiva
di Dio o di altri misteri della fede, è una visione in Dio di tutte le cose
e comporta un nuovo modo di vedere tutte le cose alla luce divina che
le illumina a partire dal suo intelletto che la riceve. È una visione -sep­
pure di visione in questo caso si possa parlare- sintetica o, come è stato
affermato dal Nadal, "architettonica" (Scholia, Prato, 1883, 135): le
realtà, più che nella loro molteplicità, vengono colte nella loro unità in
Dio. Quasi seguendo il suo sguardo dall'alto del sentiero al basso del fiu­
me che vede "hondo", egli ha visto tutte le cose nella loro profondità, per­
ché viste dall'Alto nelle loro mutue relazioni e nel loro essere collega­
te da Dio, dal quale tutte sono viste dipendere e derivare.

141
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

parivano come nuoveHlO. Non si possono descrivere tutti i particolari


che allora egli comprese, sebbene essi fossero molti, ma si può so­
lo dire che ricevette una grande luce nel/ 'intelletto 101•

100
Più che dalla quantità delle cose conosciute e apprese, che pure so­
no molte e ricche di particolari, Ignazio è colpito dalla loro novità. Essa
è frutto dell'illuminazione che, con la sua forza trasformante, gli ha da­
to occhi nuovi e lo ha reso uomo nuovo (Lainez: «Cominciò a vedere con
altri occhi tutte le cose», Epistula..., FN I, 80; Nadal: «Totus sibi visus
est in alium virum immutatus, novo ingenio, nova voluntate, nova rerum
omnium et intelligentia et sensu uti», FN Il, 66). Questa esperienza gli
lascia l'intelletto talmente illuminato da sembrargli di essere un altro uo­
mo e di avere una mente diversa da quella che possedeva prima (cfr. Nota
aggiuntiva in margine di Luis Gonçalves da Camara). La trasformazio­
ne incominciata a Loyola viene a perfezionarsi al Cardoner: non nel sen­
so che si debba vedere nel Cardoner il punto culminante della sua vita
interiore o che, dopo di esso, non ci sia stata una crescita e un progres­
so nella vita dello Spirito, ma nel senso che questa esperienza marca in
modo decisivo l'orientamento della sua vita futura e costituisce una
nuova e definitiva luce nel proseguimento del suo itinerario spirituale.
Più che un piano concreto da realizzare e da eseguire, Ignazio al Cardoner,
partecipando alla luce di Dio, riceve una nuova mentalità, un nuovo
spirito, un nuovo sistema axiologico e nuovi criteri per orientarsi nella
vita, e la capacità di sapersene avvalere. Non a caso il Lainez, dopo aver
affermato che Ignazio al Cardoner «cominciò a vedere con altri occhi tut­
te le cose», aggiunge che cominciò anche «a discernere e a provare gli
spiriti buoni e cattivi>> (Epistula... , n. IO, FN l, 80). Certamente uno de­
gli aspetti fondamentali della grazia del Cardoner è questa luce per l'in­
telletto, questa luce di discernimento degli spiriti, con la quale imparerà
a scoprire con facilità e sicurezza il passo di Dio nella propria vita futu­
ra. Sappiamo dagli scritti dei più stretti collaboratori di Ignazio, soprat­
tutto da Gerolamo Nadal (FN l, 307; MHSI, Nadal V, 5; IV, 649) che la
luce del Cardoner si rende concreta negli Esercizi Spirituali e, più pre­
cisamente, nelle meditazioni della Chiamata del Re eterno e dei Due
Vessilli.
101
Ancora una volta Ignazio vuoi mettere in primo piano la qualità
e l'intensità dell'illuminazione interiore più che la quantità e la molte-

142
Capitolo terzo - Manresa

E questo di restare con l 'intelletto illuminato si verificò in ma­


niera cosi forte, che gli pareva di essere come un altro uomo e di
avere un altro intelletto, diverso da quello che aveva prima.

Di modo che, in tutto il corso della sua vita, fino ai sessanta­


due anni compiuti102, mettendo insieme tutti e quanti gli aiuti ri-

plicità delle cose particolari che comprese e venne a conoscere. <d doni
interni -scriverà più tardi nelle Costituzioni (Cast., X, [813 ])- sono quel­
li da cui è necessario che derivi l'efficacia per quelli esterni in ordine al
fine che si persegue». Se il Cardoner è alla sorgente e alla base del mo­
vimento discendente dall'alto al basso, caratteristico della spiritualità igna­
ziana, non meno è alla base della dialettica "interno/esterno", altrettan­
to propria della sua visione spirituale: tutti gli aiuti ricevuti da Dio, tut­
te le cose apprese e conosciute, proprio perché si collocano rispetto al­
l'esperienza interiore della grazia e della luce divina come "realtà ester­
ne" rispetto alla "realtà interna", ancorché unite e assommate insieme,
non raggiungono il valore di quanto ricevuto al Cardoner, che per lui ri­
marrà sempre punto di riferimento principale e fondamentale, il vero
Principio e Fondamento della sua vita (cfr. EESS., n. 23). È indispensabile,
pertanto, per Ignazio, fondatore della Compagnia, richiamare ai suoi com­
pagni e a tutti i membri deli 'Ordine presenti e futuri questo momento de­
cisivo della sua esperienza, per ricordare come veramente alla base del­
la Compagnia non ci siano leggi scritte, le Costituzioni, o che queste pos­
sano essere prese come la descrizione di un piano concreto da eseguire,
quanto piuttosto ci siano la legge interna della carità e dell'amore che di­
scende dali'Alto, l 'unzione dello Spirito Santo, la discreta caritas, la lu­
ce e l'amore divino che permette di discernere quello che, secondo le cir­
costanze di tempo, di luogo e di persona, è meglio per la gloria di Dio e
il bene delle anime.
102 Questo dato, circa l'età di 62 anni che Ignazio si attribuisce in que­
sto paragrafo, ha creato molti problemi negli storici e negli agiografi del
santo. Al di là delle date comunemente accettate, relative alla sua nascita
nel 1491 e alla sua morte a 65 anni di età, vi sono divergenze circa il mo­
do di interpretare questi 62 anni. Alcuni ritengono che Ignazio sia incorso
in un nuovo errore, come già in apertura del racconto quando si attribui

143
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

cevuti da Dio, e tutte e quante le cose che aveva appreso, anche


riunite tutte insieme, non gli sembrava di aver imparato tanto co­
me in quella sola volta.

3l Questo durò un buono spazio di tempo; poi egli andò ad


inginocchiarsi ai piedi di una croce103, che si trovava lì vicino, per
ringraziare Dio. Lì gli apparve quella visione che molte volte gli
era apparsa, e che mai era riuscito a comprendere, cioè quella co­
sa di cui già sopra si è parlato e che gli sembrava molto bella, con
molti occhi104• Ma ora, stando davanti alla croce105, vide bene106

26 anni mentre ne aveva già 30. Ritengono, infatti, provato in modo apo­
dittico, sulla base di alcune testimonianze del Gonçalves da Càmara e del
Nadal, che la prima intenuzione del racconto da parte di Ignazio al suo
confidente sia intervenuta prima delle narrazioni delle visioni di Manresa
e subito dopo l'esposizione della prova degli scrupoli (praticamente al
§. 27). P ertanto, quando Ignazio racconta la visione del Cardoner, si sa­
rebbe durante la seconda tornata di incontri, tra il 9 e il 23 marzo 1555,
l'anno prima della morte. Ignazio avrebbe avuto allora 64 anni e non 62
come, invece, viene affermato nel testo. I fautori di questa opinione tro­
vano appoggio alla loro tesi in una lettera del Padre Ribadeneira al P. Nadal
del 24 ottobre 1567 (MHSI, Nada! III, 540), quando viene affermato che
Ignazio, sebbene nella sostanza sia stato fedelissimo, in alcuni partico­
lari e nella cronologia talvolta sbaglia, perché alla fine della vita gli ve­
niva meno la memoria. Questo del §. 30, come quello dei 26 anni a
Pamplona (§. l, nota 1), sarebbe uno dei casi nei quali il santo sarebbe
incorso in errore circa la cronologia dei fatti. Altri, invece, pur ritenen­
do esatta come i precedenti la data dell491 per la nascita di Ignazio, pen­
sano che il santo non cada in errore nell'attribuirsi 62 anni al momento
in cui relazione al P. Gonçalves da Camara le sue illuminazioni al
Cardoner. Essi contestano sia chi sostiene che Ignazio sarebbe morto a
63 anni (e quindi nato nel 1493), come per un certo tempo ritenne il P.
Polanco pensando che Ignazio avesse raccontato al Càmara la visione del
Cardoner nel 1555, sia chi preferisce parlare di errore di Ignazio piutto­
sto che rinunciare a sostenere che solo dopo l'interruzione del racconto

144
Capitolo terzo - Manresa

che quella cosa così bella non aveva più il colore di prima, ed eb­

be una chiarissima conoscenza, accompagnata da un grande as-

nell'estate del 1553 e, quindi, nella ripresa della narrazione col 1555 sia­
no state raccontate le visioni di Manresa. Per ritenere esatto il dato dei
62 anni affermato da Ignazio, essi pensano che l'interruzione dell'ago­
sto 1553 sia avvenuta quando i paragrafi relativi alla visione del Cardoner
erano già stati scritti e, pertanto, dopo il §. 3 1. Sembra più probabile la
prima ipotesi, quella dell'errore da parte di Ignazio. Infatti dal Memoriale
del P. Gonçalves da Càmara, in data 17 febbraio 1555, risulta che
Ignazio, a quell'epoca, non aveva ancora parlato con il suo confidente
della visione del Cardoner perché gli promette che gliene avrebbe par­
lato in seguito (Luis Gonçalves da Càmara, Memoriale, n. 137, FN l, 610).
L'interruzione avvenne, pertanto, prima del §. 30; rimane, però, insolu­
to a quale punto preciso Ignazio interruppe il racconto nell'estate del 1553
perché non possediamo il testo manoscritto originale.
103
Si tratta della croce del Tort, situata sul sentiero che corre lungo
il fianco del monte, sopra il Cardoner.
104
Cfr. sopra, §. 19, nota 4.
105 È molto significativa questa precisazione: essa manifesta un nuo­
vo modo di fare discernimento, effetto della visione del Cardoner. Il mo­
vimento dall'Alto spinge verso il basso, fino al ... "basso più basso", fi­
no all'estremo annientamento del Crocefisso. È in atto di umiltà e di rin­
graziamento ai piedi del suo Signore, annientato per amore e misericordia
sulla croce, che si perfeziona il discernimento. Negli Esercizi Spirituali
il discernimento operato nella II Settimana alla luce dello spirito di po­
vertà e di umiltà assimilato nelle meditazioni dei Due Vessilli, delle Tre
Classi e dei Tre Gradi di umiltà, trova la sua conferma nelle meditazio­
ni della Passione, in unione con Cristo crocefisso.
106
La luce del Cardoner permette ad Ignazio di discernere con
chiarezza la falsità della luce seducente, dietro la quale egli riconosce
la figura tentatrice di Satana. Di fronte alla chiarezza interna, dono di
Dio, il simbolo delle tentazioni di un tempo si scolora, impallidisce e
viene smascherato e riconosciuto nella sua realtà da Ignazio ormai pu­
rificato dalla vana gloria. Circa la relazione antitetica tra "vana gloria"
e "ringraziamento", cfr. Prologo del P. Gonçalves da Camara, n. l, so­
pra, pag. 29.

145
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

senso della volontà107, che quello era il demonio. Anche in segui­


to, per molto tempo, continuò ad apparirgli spesso1°K, ma egli, in
segno di scherno, lo cacciava via con un ba�'tone che era solito por­
tare in mano.

3 2 Una volta, mentre era malato in Manresa, per unafebbre


molto violenta venne in pericolo di morte, tanto da giudicare con
chiarezza che la sua anima dovesse proprio partire di lì a poco109.

107 L'esimia illuminazione del Cardoner non è stata solo una grazia
di luce per l'intelletto, ma anche di forza per la volontà. Il dono del di­
scernimento che Ignazio riceve attraverso le illuminazioni di Manresa è
strettamente legato all'elezione, alla scelta, perché ad essa è fondamen­
talmente orientato. La contemplazione ignaziana non si limita ad una spe­
culazione di verità, ma si fa azione, si fa azione di grazia, si fa ringra­
ziamento, si fa contemplazione nell'azione. Per questo è coinvolta anche
la volontà, per questo ne è interessata la libertà dell'uomo, che sceglie e
aderisce totalmente alle indicazioni che vengono dali'Alto.
toK
L'illuminazione del Cardoner non immunizza il pellegrino dalla
tentazione precedente: essa, nonostante tutto, rimane (cfr. sotto,§§. 32
e 33). Ma ormai Ignazio possiede la chiave per riconoscerla e per rin­
tuzzarla con un moto di superiorità e di disprezzo, diametralmente op­
posto a quello di sudditanza, di dipendenza o di ammirazione nella qua­
le essa vorrebbe coinvolgerlo (cfr. EESS., n. 351 e n. 325).
109 Se nel raccontare la sua vita Ignazio fosse stato guidato unicamente
da una preoccupazione cronologica, l'episodio narrato sarebbe stato col­
locato più opportunamente dopo, al §. 34, quando si fa cenno alla sua gra­
ve malattia. Ma egli vuole ora ricordare la prima volta che venne a tro­
varsi in pericolo di morte, perché fu proprio in quella occasione che espe­
rimentò ancora la tentazione di credersi giusto. Questo racconto serviva
al santo per confermare l'affermazione finale del §. 31, quando annota
che, anche dopo la visione del Cardoner, non cessarono le tentazioni di
vanagloria. Per associazione di idee,poi, al racconto di questa situazio­
ne in cui la morte gli si avvicinò, aggiunge nel paragrafo seguente(§. 33)
altri due casi di pericolo grave per la sua vita, patiti negli anni seguenti,
rispettivamente nel 1535 e nel 1550.

146
Capitolo terzo - Manresa

In quel momento gli venne un pensiero che gli diceva: «Sei un giu­
sto»110. Questo gli procurava tanta pena che nonfaceva altro che
respinger/o e mettersi innanzi i propri peccati. Questo pensiero lo
faceva soffrire di più che la stessafebbre, ma, per quanto si des­
se molta pena per vincer/o, non ci riusciva111• Ma quando lafeb-

Questo fa dei due paragrafi 32 e 33 un'unità ideale costituita intor­


no al tema dell'atteggiamento che il santo, successivamente e secondo
una progressione spirituale, assume concretamente di fronte alla morte.
In tal modo viene ancora una volta confermato il carattere redazionale
del racconto, teso a trovare neli'esperienza passata del pellegrino il ve­
ro fondamento (cfr. il «per fondare veramente la Compagnia», fine in­
teso dal Nadal per la narrazione delle esperienze di Ignazio ai suoi com­
pagni) delle prescrizioni contenute nelle Costituzioni circa l'aiuto da pre­
starsi ai membri dell'Ordine che versano in pericolo di morte ( Cost., VI,
[595]. [596]).
110
Questo pensiero è una vera tentazione di vanagloria, che si pone
in continuità con le precedenti, sia con quelle riguardanti il periodo pre­
cedente la conversione di Loyola, sia con quelle del periodo manresia­
no simboleggiate da quella realtà «bellissima e con molti occhi))(§. 3 l)
e «piena di fascinm) che «gli pareva che in qualche modo avesse forma
di serpente e avesse molte cose che brillavano come occhi, ma non lo era­
nm>(§. l 9). Anche questa nuova tentazione si iscrive nella sua propen­
sione a desiderare la stima da parte degli altri: questo lo cogliamo dal fat­
to che, proprio per agire in senso diametralmente opposto all'azione di
Satana come raccomanderà negli Esercizi Spirituali (nn. 351 e 325), fa
memoria dei propri peccati e raccomanda alle donne, che erano venute
a visitarlo, di chiamarlo peccatore e di ricordargli, a loro volta, le offe­
se fatte a Dio nel suo passato.
111 Nonostante la visione del Cardoner e le luci spirituali preceden­
ti, Ignazio stenta a ottenere vittoria sulla tentazione che continua sem­
pre a molestarlo. Questa esperienza della propria impotenza è molto im­
portante per fargli capire qualcosa circa la santità e la giustizia: non so­
no realtà che si possano conquistare con le proprie forze e delle quali ci
si possa gloriare, ma sono fondamentalmente doni di Dio di cui ci si può
rallegrare solo nel Signore. Come si può ricavare anche dal racconto sue-

147
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

bre si abbassò unpoco, non venne più a trovarsi in pericolo im­


minente di morte e cominciò a scongiurare ad alta voce alcune si­
gnore, che erano venute a visitarlo112,perché, per amor di Dio,
quando un 'altra volta lo avessero visto in punto di morte, lo sgri­
dassero ad alta voce, chiamandolo peccatore e dicendogli che si
ricordasse113 delle offese che aveva fatte a Dio.

cessivo, circa la seconda volta in cui venne a trovarsi in pericolo di


morte, nel l535 (cfr. sotto§ . 33), la lotta di Ignazio contro la tentazione
di ritenersi giusto, è combattuta con il timore delle pene dei propri pec­
cati, del quale - come anche della speranza dei premi - ci si deve pure
giovare (Cost., III, [288]). Tuttavia, questa reazione di fronte alla mor­
te viene giudicata da Ignazio, dopo più di trent'anni di intense esperienze
spirituali e di prove, ancora appena iniziale. Per questo sentirà il bisogno
di raccontare anche le reazioni interiori provate nel 1535 e nel 1550 quan­
do, per una seconda e una terza volta, venne di nuovo a trovarsi in peri­
colo di morte. Nella loro successione, esse marcano un progresso spiri­
tuale (cfr, Wilkens, o. c., 73-74)
112 Di queste signore che a Manresa vengono a visitarlo e desidera­
no intrattenersi con lui, nell'Autobiografia si è già fatta menzione in pre­
cedenza (cfr.§§. 21. 26. 29) e se ne parlerà ancora in seguito, sempre a
proposito della malattia dell'inverno 1522- 1523 (cfr.§ . 34).
113
Cfr. Cost., VI, [595]: «Poiché molte volte l'infermità è di tale na­
tura da togliere in gran parte l'uso delle potenze dell'anima, e poiché quel
momento di passaggio, per i violenti attacchi del demonio e per la gran­
de importanza che riveste il non essere da lui vinto, è tale da richiedere
il soccorso della carità.fraterna, il superiore . . )) e Cost., VI, [596]: «Così
.

pure, l'infermo deve essere aiutato da parte di quelli di casa con orazioni
fino a che non abbia reso l'anima al suo Creatore. E oltre le diverse per­
sone che potranno entrare da lui per assistere alla sua morte, (...),devo­
no essere designati in modo particolare alcuni che gli facciano compa­
gnia, infondendogli coraggio e ricordandogli quanto può conveniente­
mente aiutarlo in quel momentm).

148
Capitolo terzo - Manresa

33 Una volta, mentre era in mare in viaggio da Valencia ver­


so l 'Italia 114, durante una grande tempesta, si ruppe il timone del­
la nave e si giunse al punto che, a giudizio di molti passeggeri, or­
mai con i soli mezzi naturali non si sarebbe potuto sfuggire alla
morte. In quel momento, esaminandosi bene e prepa randosi a
morire, gli era impossibile aver paura dei propri peccati e neppure
di essere condannato; ma provava grande confusione e dolore per­
ché giudicava di non aver impiegato bene i doni e le grazie che Dio
nostro Signore gli aveva concesso115•

114 Cfr. sotto, §. 91. Si tratta del viaggio da Valencia a Genova del­
l'autunno 1535 che Ignazio intraprese per raggiungere a Venezia i suoi
compagni. Da essi si era separato sei mesi prima a Parigi, per andare a
curarsi la salute nella terra natia secondo i consigli dei medici e degli stes­
si coml?agni.
115 E la seconda volta che Ignazio vede la morte vicina dopo la sua
conversione. Le sue reazioni sono ben diverse da quelle manifestate nel
caso precedente: all'atmosfera di lotta e di fatica, subentra ora un at­
teggiamento di calma e di serenità, che lo dispone a esaminarsi accura­
tamente e a prepararsi alla morte in modo conveniente. Tuttavia, il pro­
gresso spirituale di Ignazio di fronte alla stessa situazione di vita, quel­
la decisiva perché di fronte alla morte, è soprattutto marcato dal fatto che,
al pensiero di essere un giusto e al timore della pena futura per i propri
peccati, subentrano sentimenti di confusione e di dolore per non aver traf­
ficato bene i doni ricevuti da Dio. Alla preoccupazione, incentrata su se
stesso, per il male fatto, e all'orientazione verso il futuro, subentra il di­
spiacere del bene non compiuto secondo la destinazione delle grazie di
Dio ricevute nel passato. Verso il futuro egli non si sente più preoccu­
pato. «La tentazione primitiva di gloriarsi della propria giustizia, a po­
co a poco, si trasforma in certezza di essere giustificato da Dia» (Wilkens,
o. c. , 74); ma questo non avviene senza passare attraverso l'umiltà del
timore filiale, che ingenera confusione e dolore per non essersi sforza­
to di «procedere in spirito di amore» (Cast., VI, [547]), con uno spirito
-cioè- costruttivo e positivo, teso al magis, al miglior impiego dei doni
ricevuti da Dio

149
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

Un'altra volta, nel1550, si trovava molto malato a causa di una


infermità molto grave che, a giudizio suo e anche di molti, dove­
va essere l'ultima116• In quell'occasione, pensando alla morte,
provava tanta allegria e tanta consolazione spirituale per il fatto
di dover morire, che si scioglieva tutto in lacrime. E questo lacri­
mare venne ad essere così continuo, che molte volte cessava di pen­
sare alla morte per non provare in maniera così abbondante quel­
la consolazione117•

34 Al sopraggiungere dell'inverno si ammalò molto grave­


mente118 e, per curarlo, le autorità cittadine lo fecero portare a ca­
sa del padre di un certo Ferrer119, che più tardi fu a servizio di

116 Ignazio cadde gravemente malato verso la fine del 1550 e rimase
in tale stato di infermità per tutto il mese di gennaio del 1551, al termi­
ne del quale rinunciò al generalato e cercò, senza successo, di persuadere
i compagni ad accettare le sue dimissioni . Tutti, infatti, eccettuato il P.
Oviedo, le respinsero categoricamente
1 17 Le reazioni di Ignazio, per la terza volta in pericolo di morte, de­
scritte in questo paragrafo dell'Autobiografia, sono ancora una volta di­
verse dalle precedenti: allegria, consolazione e lacrime accompagnano
il suo desiderio e il pensiero della morte vicina. La paura di fondarsi sul­
la propria giustizia (cfr. il primo caso, sopra,§. 32) non è che il primo
passo della sua ascensione spirituale che, attraverso l'umile confusione
e dolore per l'uso non completamente retto dei doni di Dio, va a culmi­
nare, di fronte al pensiero di morire, in una pienezza di consolazione che
solo l'interruzione del pensiero suddetto poteva frenare. Si noti come, an­
cora una volta, il dono delle lacrime appaia come ridondanza di un'e­
sperienza gioiosa e come effetto di una consolazione interiore inconte­
nibile (cfr. sopra, §. 28, nota 72).
118 Cfr. sopra,§. 32. Secondo il Ribadeneira (FN IV, 142) e il Polanco
(FN I, 165 e FN II, 53 l) Ignazio a Manresa sarebbe caduto malato più
volte. Questa, all'inizio dell'inverno 1522-1523, sarebbe la terza.
119
Si tratta, probabilmente, di un figlio di Antonio Benedetto Ferrer
(o Ferrera, come si diceva allora). La madre, Giovanna Ferrer, è spesso
ricordata nei processi di beatificazione del santo tra le sue benefattrici.

150
Capitolo terzo - Manresa

Baltazar de Faria120• Lì era curato con molta attenzione e molte


signore della buona società, spinte dalla devozione che già pro­
vavano verso di lui, venivano a vegliar/o la notte121• Quando si ri­
mise da questa malattia, restò, però, molto debole e confrequen­
ti dolori di stomaco122• E così, per questi motivi e perché l 'inver-

120 Baldassarre de Faria fu ambasciatore del re di Portogallo a Roma


dal 1543 al 1551. Della sua prudenza, zelo e abilità diplomatica Ignazio
fa ripetute lodi nel suo epistolario (per esempio: M I, Epp. I, 216. 222.
225 ...) .

121 Tra di esse certamente vi era Inés Pascual, che lo assistette fin dai
primi giorni dopo il suo arrivo a Manresa,procurandogli l'alloggio in un
primo tempo presso l'ospedale Santa Lucia, e,poi, presso il convento dei
Domenicani. Essa aiutò Ignazio anche in seguito,a Barcellona, nell523
e nel 1525. Dai processi per la beatificazione di Ignazio fatti a Manresa
conosciamo anche il nome di altre signore: Gerolama e Inés Claver,
Michaela Canyelles, Angela Amigant, Brianda de Paguera. Per qualcu­
no quest'ultima è da identificarsi con la donna molto spirituale che gli
disse. «Piaccia al mio Signore Gesù Cristo di volervi apparire un gior­
no» (cfr.§§. 21 e 37. Cfr. anche sopra,§. 32. 26. 29).
122 Dopo Manresa questi dolori di stomaco accompagneranno Ignazio
per tutta la vita fino alla morte . Anche se sono già stati condotti vari stu­
di sulla salute fisica di Ignazio (per esempio: P. Dudon, Saint lgnace de
Loyo/a, Paris, 1934,
582-587; A. Laburu,La salud corpora/ y S.lgnacio
de Loyola, Bilbao, 1956, pag. 157; H. Rahner, Der Kranke lgnatius,
Stimmen der Zeit 158 (1956), 81-90), sarebbe utile ricostruire, in modo
dettagliato, l'andamento della sua salute, seguendo accuratamente l'e­
pistolario ignaziano (per quanto si riferisce agli ultimi tre anni di vita,
dal 31 luglio 1553 alla sua morte, possiamo trovare più di 120 annota­
zioni o riferimenti al suo stato di salute) e le testimonianze dei suoi pri­
mi compagni o stretti collaboratori. Questo lavoro probabilmente verrebbe
a mostrare l'importanza e l'incidenza di questa sua dolorosa esperienza
nella stesura stessa dei passi delle Costituzioni che si riferiscono alla cu­
ra della salute, per l'interpretazione dei quali, forse, Ignazio ha voluto
ricordare queste sue prime malattie a Manresa nell A utob iografia (cji:
'

Cost., III, [243]. [292-306]; IV, [3391; VI, [582]; X, [826]).

151
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

no era molto rigido, lo convinsero a coprirsi, a calzarsi e a met­


tersi qualcosa in testa. Gli fecero dunque accettare due casacche
scure di panno grossolano e uno zucchetto della stessa stoffa, co­
me sefosse un mezzo berretto123• In questo periodo accadeva che,
molti giorni, era avido di parlare di cose spirituali124 e di incon-

123
Il fatto di accettare le cure premurose delle donne, che lo assiste­
vano giorno e notte durante la sua malattia, è un segno di quella discre­
zione e di quel dono del discernimento che Dio gli comunicò attraverso
l'illuminazione del Cardoner, e segno anche di quell'incipiente deside­
rio di apostolato, del quale si fa menzione immediatamente dopo. Questo
fatto può essere meglio inteso se lo si colloca in continuità con quanto
già raccontato al §. 29, quando abbandonò gli eccessi di austerità che si
era imposto, perché vedeva i buoni risultati che si producevano nelle per­
sone che egli cercava di aiutare. La sua penitenza ora, più che essere at­
tenuata, viene interiorizzata: Ignazio impara ad essere passivo (si lascia
convincere e «gli fecero accettare»).
124
Nel racconto di Ignazio il periodo di Manresa si chiude con il ri­
ferimento al suo ardente desiderio di contatti con persone che fossero ca­
paci «di parlare di cose spirituali». È il frutto più evidente delle visioni
di Manresa e, in particolare, dell'illuminazione del Cardoner. Manresa
e il Cardoner hanno trasformato Ignazio in un uomo nuovo, lo hanno "con­
vertito" dali 'imitazione dei santi alla sequela di Cristo Re, inviato dal
Padre, che cerca collaboratori per portare avanti l'opera universale affi­
datagli e che invia altri ad aiutare le anime. Manresa e il Cardoner in­
nestano nell'umile e povero pellegrino penitente un ardente zelo apostolico.
Alla fine del suo soggiorno a Manresa possiamo distinguere in Ignazio
un doppio ardente desiderio. Prima di tutto c'è il desiderio di apostola­
to, cioè di aiutare le anime attraverso il ministero della Parola, median­
te la comunicazione di quella pienezza spirituale che i doni dall'Alto ave­
vano creato in lui. In questa linea, il suo rapportarsi ad altri non nasce da
un senso di vuoto interiore, come nei primi tempi a Manresa (cfr. sopra,
§. 21, nota 17), quando si trovava privo di «conoscenza delle cose spi­
rituali» (cfr. sopra,§. 21, nota 18) e privo di un maestro che istruisse il
suo ingegno ancora rozzo e incolto (cfr. sopra, §. 27). Ora, dopo il
Cardoner, una realtà nuova, il desiderio di aiutare le anime, si innesta nel-

152
Capitolo terzo - Manresa

trare persone che nefossero capaci. Si avvicinava il tempo che egli


aveva fissato per partire alla volta di Gerusalemme125•

la sua vita. Esso si svilupperà lungo tutto l'arco della sua esistenza e si
arricchirà anche di una dimensione comunitaria. Di questa dimensione
comunitaria è piccolo seme il secondo desiderio ardente espresso da
Ignazio, quello cioè di trovare persone che fossero capaci «di parlare
di cose spirituali». Questa frase, forse,ci fa capire che il Cardoner non
ha trasformato Ignazio da pellegrino penitente solo in apostolo-laico-so­
litario. Infatti il desiderio di intrattenersi con persone spirituali comporta
una connotazione che non è compresa nell'idea di aiutare le anime.
Come interpretarlo? Certamente in una linea diversa da come ne ha
parlato precedentemente quando l'intrattenersi con gli altri o gli era im­
posto dall'esterno, oppure - se da lui cercato- era motivato dal deside­
rio di trovare rimedio ai suoi mali, come,per esempio, nel caso degli scru­
poli (cfr. sopra, §. 22). Sembra piuttosto che ora questo desiderio pro­
venga dal bisogno di verificare i propri progressi nella vita spirituale apo­
stolica, creando legami per andare sempre più e meglio verso Dio e ver­
so gli uomini, e, contemporaneamente, per crescere nel servizio di Dio
e nell'aiuto alle anime. Il fatto di non trovare l'aiuto desiderato, salvo che
in quella donna che l'orienta a Cristo -la sola persona che egli giudica
meritevole di essere detta "spirituale - (cfr. sotto, §. 37), purificherà
Ignazio da visioni troppo umane della dimensione comunitaria dell'a­
postolato, la quale deve essere ricevuta prima che conquistata. P ertanto,
essa pure ha bisogno di nascere "dall'Alto", da quel «principale vinco­
lo che concorre all'unione dei membri tra di loro e con il loro capo», che
è «l'amore di Dio Nostro Signore>> (Cost., VIII, [671]). Si comincia ad
intravvedere, in queste ultime annotazioni relative al periodo di Manresa,
come è il servizio apostotìco a condurre Ignazio verso l'ideale comuni­
tario.
125
Cfr. sopra,§. 9, nota 48. Circa l'ideale gerosolimitano cfr. pure §§.
8. Il . 12. 16. 36. 40-42. 43. 44. 48. Ci si potrebbe interrogare perché
Ignazio, raccontando i fatti di Manresa, non faccia alcun cenno agli
Esercizi Spirituali, né a quelli da lui fatti ed esperimentati, né alla tra­
scrizione e alla stesura del testo. N eli' Autobiografia si fa cenno alla ste­
sura del testo alla fine del racconto su precisa richiesta del P. Luis
Gonçalves da Càmara (cfr. sotto,§. 99). Si è voluta giustificare questa

153
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

3 5 Pertanto, al principio del1523, si recò a Barcellona per


imbarcarsi126• E benché alcuni gli si offrissero per accompagnar­
lo, volle partire solo, perché l 'unica cosa che per lui contava era
avere Dio solo come rifugio127. Così un giorno, ad alcuni che lo

assenza col fatto che non era necessario insistere su dati ben noti e sui
quali già abbondavano testimonianze dei suoi primi compagni e colla­
boratori, come Lainez, Polanco e Nadal. Forse si è più vicini alla realtà
se si risponde che per Ignazio non entrava nel fine deii'Autobiogrqfìa una
registrazione storica ed esatta di tutto quanto avvenuto nella sua vita, ma
che egli intendeva sopra tutto dare un fondamento autentico all'esisten­
za della Compagnia, enucleando, tra le varie esperienze di vita, quelle che
avevano maggiore significato e attinenza con il suo carisma di fondato­
re. La stesura degli Esercizi Spirituali, che sono indirizzati alle "anime"
e non ai soli gesuiti, riguarda il suo carisma di "uomo della Chiesa" piut­
tosto che quello di "fondatore della Compagnia di Gesù".
126 La data della partenza di Ignazio da Manresa per Barcellona, da
cui si sarebbe imbarcato per l'Italia e di lì alla volta di Gerusalemme, può
essere desunta dalla data della Pasqua, giorno nel quale i pellegrini per
la Terra Santa ricevevano la benedizione dal Papa. Nel 1523 la Pasqua
cadde il 5 aprile; ora, secondo i calcoli più probabili, tenendo conto del­
la durata del viaggio da Manresa a Barcellona, dei più di 20 giorni di sog­
giorno nella città catalana (cfr. sotto, §. 37), dei 5 giorni della traversa­
ta in mare da Barcellona a Gaeta (cfr. sotto, §. 38) e dei giorni del tra­
vagliato itinerario da Gaeta a Roma, dove giunse la domenica delle
Palme, cioè il 29 marzo, Ignazio dovrebbe aver lasciato Manresa il 17 o
il 18 febbraio 1523 (cfr. FN I, 81, nota 16).
127 La conversione operata dalle visioni di Manresa, soprattutto da quel­
la del Cardoner, in un primo tempo sembra soffocare la sua innata sen­
sibilità per i valori naturali. l due paragrafi 35. 36 deii'Autobiogrqfia ri­
portano il primo momento di un lungo processo di elezione che si attua
nella vita di Ignazio intorno al rapporto dialettico tra l'aiuto di persone,
la "compagnia" di persone e l 'uso di mezzi naturali, da una parte, e la sua
speranza assoluta e totale in Dio solo, dall'altra. Di essa rimarrà traccia
proprio nel centro vitale delle Costituzioni (la Parte Decima), anzi, più
precisamente, nel cuore di esso (i paragrafi 1-3, [812]-[814]), che si tro-

154
Capitolo terzo - Manresa

importunavano molto perché, dato che non sapeva né l 'italiano né


il latino, prendesse con sé uno come compagno, evidenziando

va alla base della vita e dell'esperienza della Compagnia di Gesù e del­


la vocazione di ogni suo membro (cfr. M. Costa, Legge Religiosa . .. , 45-
138). Questi due paragrafi de!l'Autobiografia hanno un grande valore dal
punto di vista fondazionale per la Compagnia di Gesù: aiutano i suoi mem­
bri a cogliere, nell'esperienza viva del fondatore, la roccia ultima della
propria vocazione e del carisma della Compagnia: Dio stesso, il Suo pri­
mato, la Sua azione e, da parte nostra, la dinamica dell'elezione e del di­
scernimento, la speranza in Dio solo, l'uso dei mezzi naturali come aiu­
ti per meglio cooperare con Colui che richiede da noi una fiducia asso­
luta.
Se nei§§ . 28-31, con i racconti delle luci "dall'Alto" ricevute a
Manresa, Ignazio vuole ricordare ai confratelli che la Compagnia e la lo­
ro stessa vocazione nascono pure esse "dall'Alto", come dono prima che
conquista, come realtà fondata da Dio e in Dio e, quindi, da consérvar­
si e da svilupparsi unicamente se tenuta nelle mani onnipotenti di Dio
(«Poiché la Compagnia non è stata istituita con mezzi umani, non può
conservarsi, né svilupparsi con essi, bensì con la mano onnipotente di
Cristo Dio e Signore nostro, .. . », Cast., Parte X, n. l, [812]), nei§§. 35-
36 il fondatore vuole aiutare a comprendere meglio, alla luce della sua
esperienza, la logica conseguenza dell'atteggiamento fondamentale
umano "dal basso": esso è costituito dalla speranza in Cristo solo
(«Poiché . , è necessario riporre in Lui solo la speranza che Egli voglia
. .

conservare e portare avanti quello che si è degnato cominciare», Cast.,


lbid.). La scelta della speranza e della fiducia in Dio solo («l'unica co­
sa che per lui contava era avere Dio solo come rifugio», «questa fiducia,
questo aftètto e questa speranza egli voleva riporle in Dio solo», «Con
tali idee egli desiderava imbarcarsi non soltanto senza compagni, ma an­
che senza alcuna provvista») sono nella vita di Ignazio, non altrimenti
che nelle Costituzioni, come una risonanza di un discernimento interio­
re, espletato partendo da quanto Dio aveva operato nella sua vita. È sce­
gliendo di porre tutta la sua speranza solo in Dio che Ignazio si appro­
pria concretamente ed esistenzialmente, nel profondo del cuore (per
questo parla di "fiducia" e di "affetto" e non solo di speranza!), dell'o­
pera del tutto gratuita che il Signore è andato in lui compiendo attraverso

155
S. Ignazio di Loyola- Autobiografia

quanto ne sarebbe stato aiutato e facendone molte lodi128, egli dis­


se che non sarebbe andato con lui neppure se fosse stato.fìglio o

le visioni (cfr. sopra,§ §. 28-31),cioè degli insegnamenti di Dio che lo


trattava come fa un maestro di scuola con un bambino (cfr. sopra,§. 27).
Proprio perché hanno un grande valore e significato dal punto di vi­
sta fondazionale per la Compagnia, questi paragrafi, §§. 35-36, hanno un
grande valore e significato in particolare per il novizio S.I.. Egli, non di­
versamente da come Ignazio imparava da Dio a Manresa - il suo novi­
ziato o "la sua Chiesa primitiva" come era solito definirla (Lainez,
Epistula de S. lgnatio, n. 59. FN I, 140)-, è chiamato ad imparare a met­
tere le basi della propria vocazione sulla speranza in Dio solo,partendo
dall'esperienza-esperimento del pellegrinaggio,voluto precisamente dal
fondatore «perché,lasciando ogni speranza che si potrebbe mettere nel
denaro o in altre cose create, la si riponga interamente, con vera fede e
amore intenso, nel suo Creatore e Signore» (Es. Gen., IV, [67]). Come
per il novizio,anche per Ignazio la scelta della speranza in Dio solo non
è altro che un primo passo -come si diceva- in un processo di elezione,
che lo porterà ad integrare nella sua scelta finale proprio quello che ini­
zialmente aveva rifiutato: compagni e mezzi naturali.
Può, infatti, meravigliare e stupire il fatto che, proprio colui che per
la speranza in Dio solo a Barcellona, nel febbraio 1523, aveva rifiutato
la compagnia e l'aiuto di qualsiasi persona per il viaggio, vada a fonda­
re un Ordine religioso, che addirittura chiamerà Compagnia di Ges ù e i
cui membri si sentiranno compagni tra di loro, proprio sulla speranza in
Dio solo; può suscitare un sorrisino ironico il fatto che colui che a
Barcellona voleva imbarcarsi senza alcuna provvista, quasi che il cibo
che è costretto a prendere con sé costituisca un'arma contro la speranza
e la fede in Dio e che al momento di salpare lascia su un banco, lì vici­
no sul molo,5-6 monete che aveva ricevuto in elemosina come fossero
mine che possono far saltare in aria tutta la sua vita spirituale, alla fine
della sua esistenza si sia dato molto da fare, come Generale, per risol­
vere alcune questioni spinose riguardanti i suoi sudditi, come i casi dei
vescovadi (cfr. per esempio quando difese Claudio Le Jai dal pericolo di
essere creato vescovo di Trieste: in quell'occasione l'ambasciatore di
Ferdinando I a Roma, Von Lasso, scrisse al suo imperatore, facendo al­
lusione alla grande attività svolta dal santo per impedire tale elezione,

156
Capitolo terzo - Manresa

fratello del duca di Cardona129• Egli, infatti, desiderava esercitarsi

in tre virtù: carità, fede e speranza; ora, se avesse portato un c om-

«Creda V.M. che si è fatto più rumore e si è trattato più per questo ve­
scovado che se fosse stato per l'elezione del Papa», (Tacchi Venturi, Storia
della Compagnia di Gesù in Italia, Vol.. 11/2, appendice 12, 671-672).
E anche come Fondatore, al termine della vita finirà per affermare,
proprio nel cuore delle Costituzioni, dopo la sottolineatura della speranza
in Dio solo, che «i mezzi naturali che dispongono lo strumento di Dio
verso il prossimo, universalmente parlando costituiranno un aiuto per la
conservazione e per lo sviluppo di questo corpo», cioè della Compagnia
( Cost., Parte X, n. 3, [ 8 1 4]). È, in fondo, la stessa meraviglia e sorriso,
forse anche un po' ironico e scettico, che facilmente sorge in chi, per la
prima volta, legge la famosa sentenza attribuita ad Ignazio: «Sic Deo fi­
de, quasi rerum successus omnis a te nihil a Deo penderet; ita tamen iis
operam omnem admove, quasi tu nihil, Deus omnia solus sit facturus»
(G. Hevenesi, Scinti/lae lgnatianae, Vienna, 1705, 2). La meraviglia è
la stessa, perché fondamentalmente identica è la dialettica alla quale ci
troviamo davanti. L'itinerario del pellegrino circa i problemi della rela­
zione tra grazia e natura, tra speranza in Dio solo e aiuto dei compagni
o dei mezzi naturali da Barcellona a Roma è lo stesso di quello che va
dal n. l al n. 3 della Parte Decima delle Costituzioni: è il cammino di un
processo di elezione nella quale ci si trova a scegliere, al termine, quan­
to sembra rifiutato all'inizio (perché apparentemente opposto a quanto
scelto all'inizio) e lo si sceglie proprio come incarnazione ed espressione
di quanto scelto all'inizio del cammino: la speranza in Dio solo, alla qua­
le non si oppongono più i valori umani e naturali, ma con la quale piut­
tosto essi vengono ad integrarsi. È la maturazione nello stile dell'elezione
che ha permesso una vera integrazione spirituale, perché ha portato
Ignazio, come in tanti altri casi concreti (cfr. M. Costa, Aspetti dello sti­
le di elezione di S. Ignazio nel/ 'Autobiografia, Roma, CIS, 1973, 54ss.),
ad un'impostazione meno "angolosa" e meno "geometrica" della scel­
ta e lo ha indotto a sfumare e ad ammorbidire l'opposizione tra i diver­
si termini in gioco, fino ad armonizzarli in una sintesi globale, senza, tut­
tavia, sopprimeme la distinzione, ma ordinandoli secondo una chiara ge­
rarchia di valori. In questo ha giocato un ruolo decisivo quel dono del
discernimento, frutto principale dell'illuminazione del Cardoner, che lo

157
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

pagno, quando avesse avuto fame, da lui si sarebbe aspettato aiu­


to; e, quando fosse caduto, da lui avrebbe atteso di essere aiuta­
to ad alzarsi. Così, per questi motivi, egli avrebbe anche messo la
sua fiducia in lui e gli si sarebbe affezionato, mentre, invece, que­
stafiducia, questo affetto e questa speranza egli voleva riporre in
Dio solo130• E quello che così diceva, lo sentiva alla stessa maniera

ha progressivamente "convertito" dal maxime al magis discreto. A


Barcellona il suo stile di elezione è ancora imperfetto. Se era vero che
allora per Ignazio l'alternativa tra il"partire da solo" e il"partire con com­
pagni" , o quella tra "il partire senza provviste" e il "partire con provvi­
ste" ricalcava il bivio della" strada maestra" e della" strada del villag­
gio" dell'episodio del moro, perché i termini gli appaiono contraddittori
ed escludentesi a vicenda, non altrettanto vera era, oggettivamente, nel­
la realtà, l'opposizione tra lo"sperare in Dio solo" (che Ignazio vedeva
e leggeva dietro il "partire da solo" e il "partire senza provviste") e l'a­
ver "fiducia nei compagni" o l'aver "fiducia nei mezzi naturali" (che
Ignazio vedeva e leggeva dietro il "partire con compagni" e il "partire
con provviste"): c'era solo distinzione, come più tardi arriverà a capire,
ma non contraddittorietà.
128
In queste ultime righe vengono esposte le "razones", i vantaggi,
in favore dell'alternativa che Ignazio rifiuterà (cioè "partire con com­
pagni") e i pericoli della soluzione che aveva manifestato di voler ab­
bracciare, cioè di"partire da solo" (cfr. EESS., n. 181 ) .

129 I Cardona erano una delle famiglie più nobili della Catalogna.
Giovanna di Cardona, sorella del Duca di Cardona, fu moglie del Duca
di Najera, vicerè di Navarra, presso il quale Ignazio aveva prestato ser­
vizio dal 1517 fino alla caduta di Pamplona, quando tù tèrito, nel mag­
gio 1521.
130
Nel modo di esporre e di presentare i vantaggi in tàvore della pro­
pria soluzione (''partire da solo") e i pericoli dell'alternativa che gli era
stata proposta (''partire con compagni"), appare chiaro come per Ignazio
"partire da solo" equivale a "porre la speranza in Dio solo" e, parallela­
mente, "partire con compagni" equivale a "porre la speranza, la fiducia
e l'affetto nei compagni". A questo punto è naturale che il carattere di op­
posizione e di assoluta inconciliabilità tra il "partire da solo" e il "parti­
re con compagni" si rifletta nell'opposizione assoluta tra "porre la spe-

158
Capitolo terzo - Manresa

nel cuore131• Con tali idee egli desiderava imbarcarsi non soltan­

to senza compagn i , ma anche senza alcuna provvista132• Quando

ranza, l'affetto e la fiducia in Dio solo" e il "porre la speranza, l'affet­


to e la fiducia nei compagni" e, quindi, tra "scegliere Dio" e "sceglie­
re dei compagni". Dio e gli altri, nonostante le luci del Cardoner e le vi­
sioni di Manresa, sono ancora su due piatti di una bilancia, come due
realtà inversamente proporzionali, o come la "strada maestra" e la
"strada del villaggio", che non si possono percorrere contemporanea­
mente. Per chi aveva scelto Dio, non resta, in questo caso, che sceglie­
re di partirsene da solo.
131 L'elezione di Ignazio in Terzo Tempo (cfr. EESS., nn. 177-183) tro­
va una conferma nel Secondo Tempo di elezione (EESS., n. 176). La scel­
ta della speranza in Dio solo è anche la risonanza di un discernimento
interiore profondo, che prende le mosse dalla scelta e dall'accettazione
amorosa e affettiva di quanto Dio aveva operato nel suo cuore attraver­
so le straordinarie luci e visioni dall'Alto a Manresa.
132 L'elezione precedente, riguardante il rapporto con gli altri di fron­
te alla relazione unica e prioritaria con Dio, viene ripetuta nella sua di­
namica e nel suo significato fondamentale in una seconda elezione, che
riguarda -invece- il rapporto con i mezzi naturali, l'uso delle creature e
la povertà. Anche in questo caso, la mancanza di discrezione non gli per­
mette ancora di superare una visione rigorista che, per garantire la scel­
ta di Dio, lo porta a rifiutare i mezzi naturali. Solo più tardi, dopo varie
vicissitudini e prove, Ignazio arriverà a capire che è meglio, è più (ma­
gis) secondo Dio scegliere Dio accettando di prendere anche altre co­
se, senza -però- mettere in esse la propria fiducia (cfr. Cost., Parte
Decima, n. 3, [814]), che scegliere Dio, ma contemporaneamente sce­
gliere anche la propria volontà che si determina di lasciare tutto da so­
la, senza essere mossa o prevenuta dali'Amore che discende dall'Alto.
Anche in questo caso, anche se a prima vista la sua decisione di non pro­
curarsi il necessario per il viaggio può sembrare lo slancio di un inna­
morato di Cristo desideroso di seguirLo in totale povertà e penitenza, di
tàtto nasconde una visione ancora troppo "materiale" di Dio, quasi Egli
fosse una realtà sovrapposta alle altre creature, un "oggetto" anch'esso,
per cui l'uomo si troverebbe costretto a separare gli atti con cui entra in
relazione con L ui da quelli con cui entra in relazione con le altre crea-

159
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

cominciò a trattare per l'imbarco, ottenne dal padrone della na­


ve di essere preso gratuitamente perché non aveva denaro133, ma
alla condizione di portare con sé una certa quantità di biscotto per
il proprio sostentamento; altrimenti per nessuna ragione al mon­
do lo avrebbero accettato134•

3 6 Al momento di dover comprare quel biscotto, gli venne­


ro grandi scrupoli135: è questa la �peranza e la fede che tu ripo­
nevi in Dio, che non ti sarebbe mai mancato, ecc ... ?

ture. Nonostante le luci di Manresa (cfr. sopra,§. 29, Punto secondo),


Ignazio non ha ancora colto o, almeno, non ha ancora saputo incarnare
esistenzialmente nella propria vita il valore e il senso della distinzione
tra Dio e le creature naturali. La "speranza in Dio solo" inevitabilmen­
te gli appare, allora, in netta contraddizione con la ricerca di provviste
per il viaggio. Solo quando capirà (e, soprattutto, vivrà) il suo "agire" e
il suo "fare" come un "ricevere", solo allora il mezzo naturale potrà es­
sere scelto insieme con (e non invece che) la fiducia e la speranza in Dio
solo, sempre -però- in gerarchica subordinazione: unità e integrazione che
non annulla la diversità, ma comporta "ordine".
133 Ignazio viveva di elemosine (cfr. sotto,§. 36, nota 142).
134 La condizione che il padrone della nave pone ad Ignazio per po­
terlo imbarcare, sarà la causa del sorgere degli scrupoli di cui si parla nel
paragrafo seguente e, pertanto, alla radice dell'azione attraverso la qua­
le Cristo, a poco a poco, arriverà a smussare la sua volontà indiscreta, fa­
cendola maturare verso un uso più retto delle realtà create e dei mezzi
naturali.
135 Anche dopo Manresa riaffiorano in Ignazio gli scrupoli. Qui si pre­
sentano sotto forma di incertezza e di turbamento. Ignazio si sente dila­
niato tra due alternative che, entrambe, vengono ad ostacolare i proget­
ti che credeva di aver concepito alla luce di Dio: "partire con le prov­
viste", come richiedeva il padrone della nave, contraddice il suo desiderio
di povertà e di porre tutta la sua speranza solo in Dio; "non procurarsi
il biscotto", d'altra parte, dopo l'incontro con il padrone della nave,
equivale praticamente a rinunciare alla partenza e, più oltre, al suo idea­
le di andare pellegrino a Gerusalemme. In entrambi i casi, quindi, gli sem-

160
Capitolo terzo - Manresa

E tutto questo con taleforza da procurargli grande sofferenza.


Allafìne, non sapendo chefare136, perché vedeva buone ragioni da

bra di non rispettare Dio che, secondo il suo discernimento gli aveva mes­
so in cuore il desiderio di povertà e di piena fiducia in Lui e, insieme,
voleva il pellegrinaggio a Gerusalemme. La conditio sine qua non del
padrone della nave è la causa di questi scrupoli; essi diventano, però, il
crogiuolo di cui Dio si serve per purificare il suo modo di intendere la
povertà, mitigandone il rigore esterno, senza che ne venga minima­
mente scalfita l'orientazione alla speranza in Dio solo e il totale abban­
dono alla Divina Provvidenza. Raccontando questi nuovi scrupoli, co­
me subito dopo riferendo delle nuove tentazioni di vanagloria, Ignazio
offre una conferma a quanto già si diceva a proposito della visione del
Cardoner(cfr. sopra, §. 30, nota l 00), che, cioè, non si deve vedere in
essa il punto culminante della sua vita interiore e una luce talmente de­
finitiva da escludere, dopo di essa, una crescita e un progresso nella ca­
pacità e nello stile di elezione attraverso continue purificazioni e un cam­
mino di conversione, di interiorizzazione e di integrazione. Non dobbiamo
credere che il Cardoner abbia confermato in grazia il pellegrino e che il
dono del discernimento ricevuto a Manresa sia stato tale da dispensar­
lo da ogni faticosa collaborazione alla grazia nella ricerca della volontà
di Dio. Questo rappresenta un insegnamento e un ammonimento prezioso
per tutti, ma soprattutto per i suoi compagni, membri del nuovo Ordine,
perché ricorda loro che non c'è livello di vita spirituale, o grado di ca­
pacità di discernimento della volontà di Dio, che non possa essere superato
e migliorato, anche se a prezzo di lotte e di purificazioni interiori. La con­
tinua tensione del magis -in forza del quale ci si deve sforzare «di pro­
cedere in spirito di amore e non conturbati dal timore, in modo che tut­
ti ci possiamo far animo per non perdere neanche un punto di quella per­
fezione che, con la sua divina grazia, possiamo conseguire nell'adem­
pimento di tutte le Costituzioni e del nostro modo di procedere nel
S ignore » (Cost., VI, [547])- esige, da parte di ciascuno, «il più grande
e più energico impegno( ... ) nel cercare, nel Signor nostro, un'abnega­
zione sempre più grande di se stessi e una continua mortificazione in tut­
te le cose possibili» (Es. Gen., IV, [ 103]). Questo è indispensabile per
il gesuita per poter raggiungere meglio quell'ideale dell'imitazione e del­
Ia sequela di Cristo povero e umiliato tracciato neli' Esame Generale (cfr.

161
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

tutte e due le parti, decise di mettersi nelle mani del confessore137•


Gli manifestò, pertanto, quanto desiderasse seguire la via della per­
fezione e quello che tornava a maggior gloria di Dio, e i motivi che
lo inducevano a dubitare138 sul dovere di procurarsi il sostenta­
mento. 11 confessore jit del parere che mendicasse il necessario e

che lo prendesse con sè. Una signora, alla quale aveva chiesto l'e­
lemosina, gli domandò per dove volesse imbarcarsi. Egli restò un
po' in dubbio se dirglielo, ma alla fine non si arrischiò a dirle al­
tro se non che andava in Italia e a Roma139• Ed essa, come spa-

Es. Gen., IV, [101]) sulla linea dello spirito delle meditazioni della
Chiamata del Re eterno e dei Due Vessilli e della considerazione dei Tre
Gradi di umiltà (EESS., nn. 91-98. 136-147. 164-168).
136 In questo caso l'incapacità a prendere una decisione è frutto e con­
seguenza degli scrupoli.
137 II confessore si presenta ad Ignazio come ancora di salvezza a cui
affidarsi, non diversamente da come era stata precedentemente la mula
nell'incertezza tra il seguire la strada maestra e il prendere per la strada
del villaggio (cfr. sopra, §. 16, nota 21 ) .

m Nel rapporto di Ignazio col confessore sono importanti due elementi:


lo - il fatto che Ignazio, nel richiedergli un aiuto per la decisione e il di­
scernimento, senta la necessità di offrirgli i dati necessari perché egli lo
possa adeguatamente dare: il fine e l'orientamento generale della sua vi­
ta, i motivi delle sue incertezze e dei suoi dubbi, e -naturalmente- l'og­
getto circa il quale attendeva una decisione; 2°- la chiarezza e la fermezza
di Ignazio, a questo punto del suo itinerario spirituale, circa il desiderio
di perfezione, circa l'anelito al magis, e, più concretamente ancora, cir­
ca il desiderio della maggior gloria di Dio. Questi sono ormai punti ac­
quisiti, che si pongono come criterio di discernimento indiscutibili nel
cammino di ricerca della volontà di Dio non solo per sé, ma anche per i
membri della Compagnia, che in essi possono trovare aiuti per meglio
interpretare le situazioni e, quindi, per meglio orientare la vita deli 'Ordine.
139 Anche nella risposta alla donna troviamo un Ignazio incerto e dub­
bioso. Tuttavia, questa volta, dietro il dubbio non si nascondono scrupoli,
ma una tentazione di vanagloria, come il santo stesso riconosce. Ancora
una volta affiora, nei ricordi di Ignazio, questa irriducibile tentazione (cfr.

162
Capitolo terzo - Manresa

ventata, disse:« Volete andare a Roma? Ma quelli che vanno là,


non so come ne tornino» (volendo dire che a Roma le personefan­
no poco profitto nelle cose spirituali140). Il motivo per cui non osò
dire che andava a Gerusalemme fu il timore di vanagloria; que­
sto timore lo affliggeva tanto che non osava dire di quale luogo d'o­
rigine e di quale casato eglijosse141• Alla fine, ottenuto il biscot­
to, si imbarcò; ma trovandosi sulla spiaggia con in mano ancora
cinque o sei monete che gli avevano dato mentre elemosinava di

sopra, §. l, nota 3; §. 19, nota 4; §. 31; §. 32, nota 11 0), quasi egli vo­
glia ammonire e mettere in guardia i suoi compagni da questo pericolo
così facile per loro, e richiamar!i al fondamento spirituale della loro vo­
cazione, che è l'umiltà. Dietro il problema degli scrupoli, originati da una
non esatta visione della povertà, e dietro il problema della vanagloria,
forse Ignazio in questo paragrafo vuoi riprendere il binomio povertà­
umiltà, punto capitale della vocazione dei gesuita e della vita dell'Ordine,
chiamati ad una missione apostolica in povertà e in umiltà, secondo lo
stile roprio della meditazione dei Due Vessilli (cfr. M. Costa, Legge
Religiosa , 164- 169. 220. 230-233; per il binomio povertà-umiltà nel­
. . .

le Costituzioni, cfr. i rapporti tra X, [816] e X, [817]; tra lll, [282-286]


e III, [287]; e nel! 'Esame Generale tra IV, [66] e IV, [67]; tra IV, [81-82]
e IV, [83]). Si può anche pensare, sulla linea di quanto afferma P.
Gonçalves da Càmara nel suo Prologo (cfr. sopra, pag. 29), che Ignazio
abbia raccontato queste sue miserie per consolare proprio lo stesso com­
pagno-suddito, che gli aveva aperto il cuore, informandolo delle tenta­
zioni di vanagloria dalle quali era assalito.
140 È curiosa questa annota;zione di Ignazio circa l'opinione della gen­
te intorno allo scarso profitto che si ricava, in campo spirituale, a Roma,
proprio nel centro della cristianità.
141 Questo timore di Ignazio a manifestare il vero termine del suo viag­
gio, Gerusalemine, il suo luogo di origine e il suo casato, mostra quan­
to allora egli fosse ancora poco libero di spirito e quanto il distacco dal­
la propria terra e dalla famiglia, materialmente operatosi quando si av­
viò solo verso Monserrat (cfr. sopra,§. 13), fosse !ungi dall'essere rag­
giunto e completato.

163
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

porta in porta (perché in questo modo era solito campare)142, le la­


sciò su un banco lì vicino alla spiaggia143•

142 La povertà di Ignazio a Barcellona si realizza anche nel mendicare


di porta in porta. Nel suo tempo di noviziato, il tempo della "sua chiesa
primitiva", egli sperimenta quanto farà sperimentare al novizio (Es.
Gen. . IV, [67]) o chiederà al gesuita già formato che sia disposto a pro­
vare ( Cost., V I, [569]; VII, [61 O] e [625;] in casi straordinari lo chiederà
anche allo scolastico, cfr. Cost., IV, [331 ]). È particolarmente interessante
il testo dell'Es ame Generale nei quale viene indicato il fine del chiede­
re l'elemosina di porta in porta: la maggiore umiltà, il maggiore profit­
to nello spirito e la maggiore disponibilità del gesuita, chiamato a «non
attendere alcuna ricompensa in questa vita presente e passeggera, ma ad
aspettare sempre la vita che è eterna sotto ogni rispetto da parte della mi­
sericordia divina» (Es. Gen., IV, (82]). Si può notare come la povertà è
vista in unione con l'umiltà (cfr. la meditazione dei Due Vessilli. il cui
spirito da poco era maturato in Ignazio a Manresa), con l'apostolicità (pu­
re da poco tempo, a Manresa, era sorto in Ignazio il desiderio di "aiuta­
re le anime", che si era aggiunto al suo proposito di pellegrino peniten­
te e innamorato di Cristo, e al suo desiderio di stabilirsi a Gerusalemme
per visitare in continuità quei luoghi santi: cfr . sopra, §§. 26e 29, e sot­
to,§. 45) e con la fiducia e l'abbandono alla Pro vvidenza (cfr. il suo at­
teggiamento a riguardo del partire senza compagni e senza provviste, per
porre tutta la sua speranza in Dio solo: cfr. sopra,§. 35. Cfr. anche Cost.,
VI, [555]).
143 Evidentemente quelle 5o 6monete dovevano bruciare nelle ma­
ni di Ignazio, quasi fossero ordigni pericolosi per se stessi. Più tardi, uscen­
do da Roma verso Venezia, vedremo che egli darà i 6-7 ducati, che gli
erano rimasti, in elemosina: bruciano ancora nelle sue mani, ma solo per
lui, non in se stessi; per altri, infatti, sono qualcosa di utile (cfr. sotto, §.
40). Quando, infine, arriva a Venezia, Dio permette che gli rimangano an­
cora alcuni «pochi quattrini che gli furono necessari quella notte>> (Jbid.),
forse per fargli capire che anch'egli era un povero bisognoso di riceve­
re elemosine da Dio.

164
Capitolo terzo - Manresa

3 7 Poi si imbarcò, dopo essere stato a Barcellona poco più


di venti giorni144. Mentre era ancora in Barcellona, prima di im­
barcarsi, come al solito, andava in cerca di tutte le persone spi­
rituali con le quali avrebbe potuto intrattenersi145, quand'anche si
trovassero in eremi lontani dalla città. Ma né in Barcellona, né in
Manresa, durante tutto il tempo della sua permanenza, poté tro­
vare persone che lo aiutassero tanto quanto egli desiderava146, ad
eccezione di quella donna in Manresa della quale si è parlato so­
pra147 e che gli aveva detto che pregava Dio affinché Gesù Cristo
gli apparisse. Gli sembrava che essa sola entrasse di più nelle co-

144 Ignazio si trattenne a Barcellona dal 19-20 febbraio alla metà di


marzo del 1523.
145 Cfr. sopra, §. 34, nota 124.
146 Ignazio ricercava persone spirituali per ricevere aiuto nel suo
cammino di fede, come ai primi tempi di Manresa (cfr. sopra,§. 22).
147 Cfr. sopra,§. 21.
143 Questa donna, orientando e rinviando Ignazio a Cristo, lo purifi­
ca dal desiderio e dal bisogno di esprimersi, di raccontarsi e di confrontarsi,
alla base del quale si può nascondere una sottile ricerca di sé e la vana­
gloria. Ignazio giudica questa donna, pertanto, come l'unica persona ve­
ramente spirituale, capace di intrattenersi con lui su argomenti spiritua­
li e di aiutarlo secondo i suoi più veri e più profondi desideri. E molto
significativa l'espressione «entrar mas en las cosas espirituales», che i
traduttori moderni traducono in vari modi. Il verbo "entrar" (''entrare")
esprime bene il dinamismo di interiorizzazione dell'uomo verso ciò che
può essere detto in verità "spirituale": lo "spirituale" non è una cosa, un
oggetto, ma piuttosto una relazione, un rapporto di vita, o la dimensio­
ne interiore della realtà e delle persone. "Entrare" è il verbo che usa Gesù
per indicare il rapporto con la vita: al giovane ricco che Gli chiede che
cosa deve fare di bene per possedere la vita eterna, Gesù risponde, cor­
reggendogli l'atteggiamento troppo mercantile e materialista,dicendo non
«Se vuoi possedere la vita ... », ma «se vuoi entrare nella vita ... » (M t.
19, 17). La vita è offerta da Dio, le cose spirituali sono doni di Dio, non
è quindi possibile possederle come si possono possedere denari e ric-

165
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

se spirituali148• Perciò, dopo la partenza da Barcellona, perdette


totalmente quel! 'ansia di cercare persone spirituali.

chezze; piuttosto dobbiamo in esse addentrarci, per esserne posseduti sem­


pre di più. "Entrare" è pure il verbo che Ignazio usa negli Esercizi
Spirituali, per indicare il movimento del!'esercitante verso l'esperienza
degli Esercizi (si entra negli Esercizi: EESS., n. 5) o della meditazione
o contemplazione (EESS., mi. 76. 131. 228. 239), o deli'elezione (EESS.,
n. 164), oppure per indicare il movimento degli spiriti buoni e cattivi ver­
so l'anima dell'esercitante (EESS., nn. 330. 332. 335), o per indicare il
movimento di Cristo che ritorna nella gloria del Padre, come è descrit­
to nella meditazione della Chiamata del Re eterno (EESS., n. 95). Esse
fanno eco alle parole di Gesù ai discepoli di Emmaus: «Non bisognava
che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?))
(Le. 24, 26), puntualmente riprese da Ignazio nel 2° punto della V
Apparizione (EESS., n. 303). L'esercitante è chiamato a far suo questo
dinamismo di Cristo glorioso, Re eterno, precisamente perché è chiamato
ad essere con Cristo per poter lavorare con Cristo, cosi che, seguendo­
lo nella pena, Lo possa seguire anche nella gloria (EESS .. n. 95).

166
Capitolo quarto

IL PELLEGRINAGGIO A GERUSALEMME

3 8 Ebbero un vento in poppa così forte, che da Barcellona1


giunsero a Gaeta in 5 giorni e 5 notti, anche se con grande pau-

1 Con la partenza da Barcellona inizia una nuova tappa della vita di


Ignazio: il viaggio a Gerusalemme. Complessivamente esso durò 11
mesi: dal marzo 1523 al febbraio 1524, quando lo ritroviamo nuovamente
a Barcellona da dove era partito. Questa tappa, pertanto, si estende tan­
to quanto la sua permanenza a Manresa e, come alla tappa di Manresa,
ad essa sono dedicati 16 paragrafi (circa 116 dell'Autobiografia).
Concepito e vissuto come pellegrinaggio in povertà -senza mezzi di so­
stentamento- e in solitudine -senza compagni- per poter maturare la
speranza in Dio solo, questo viaggio viene descritto da Ignazio sottoli­
neando continuamente i pericoli e le prove di ogni tipo che vengono a
sfidare il suo proposito, ma dalle quali Dio sempre lo libera e lo fa usci­
re vincitore. Attraverso l'esercizio di una confidenza e di un abbandono
totale al Signore che lo guida e porta avanti il suo cammino di santifi­
cazione, come si è degnato cominciarlo, e che - pertanto - lo conferma
nel suo proposito fondamentale, Ignazio consegue proprio quanto, alla
fine della sua vita, ritiene fondamentale per la conservazione e lo sviluppo
della Compagnia di Gesù ( Cost., x; [812]) e che ha voluto alla base del­
la vocazione di ogni suo membro (cfr. il fine specifico del3° esperimento
dei novizi descritto nell'Esame Generale: cfr. sotto nota 14). Descrivendo
il suo viaggio a Gerusalemme, sembra che Ignazio voglia principalmente
offrire la chiave di interpretazione privilegiata di lettura di un aspetto fon­
damentale della sua grazia di fondatore e del carisma della Compagnia
e rivolgere a tutti gli uomini un invito ad accettare la sfida della menta­
lità mondana che, soprattutto nelle prove o in previsione delle prove che
la vita sempre presenta, spinge a porre la propria sicurezza in espedien­
ti umani o in mezzi creati, invece di collocarla unicamente in Dio e di
abbandonarsi totalmente alla divina Provvidenza.

167
S. Ignazio di Loyola - Autobiogrqfia

ra da parte di tutti per quella violenta tempesta2• In tutta quella re­


gione c 'era timore della peste3; ma egli, appena sbarcato, si mi­
se in viaggio verso Roma. Tra quelli che avevano viaggiato sulla
nave, si unirono a lui, come compagni4, una madre con la propria
figlia, che indossava abiti da ragazzo5, e un altro giovane. Essi lo

2 La tempesta in mare è la prima prova-sfida contro la sua fiducia in


Dio. Soprattutto se letta in congiunzione con le altre che seguono (peste,
violenza dei soldati, opposizione da parte della gente conosciuta e ami­
ca,ecc ... ) questa prova non può non richiamare alla mente le prove at­
,

traverso le quali passò San Paolo (2Cor. Il ,23-27) e che, una volta su­
perate, furono pure per l'apostolo delle genti oggetto di vanto nel Signore
e strumento dell'azione pedagogica di Dio verso una crescita della spe­
ranza teologale e dell'abbandono alla Provvidenza
3 La peste, oltre al pericolo di esserne colpito, rappresenta per Ignazio
un impedimento ulteriore nel suo viaggio attraverso l'Italia: a causa dei
cordoni sanitari posti intorno ai villaggi e alle città, essa viena a limita­
re il suo mendicare. Nello stesso tempo, però, permette l'esercizio di at­
ti di fiducia che sempre più fanno maturare in lui la desiderata speranza
in Dio solo.
4 È la prima volta che si parla nel racconto di una compagnia che si
forma intorno ad Ignazio e al suo seguito. Essa si realizza in un "unirsi
a lui come compagni", motivato da un identico progetto di stile di vita:
la povertà mendicante, che in questa "compagnia" è il "vincolo di unità".
Questa struttura e questa dinamica presiederà pure alla formazione
dell'Ordine che da lui prenderà inizio. Il progetto di vita in comune in
povertà, mendicando, vissuto insieme alle due donne e ad un ragazzo per
poco tempo, si allargherà e si arricchirà di altri elementi e dati carisma­
tici: diventerà una forma di vita stabile con nuovi seguaci uniti dall'amore
di Gesù, intorno al quale gli "amici nel Signore" realizzeranno una nuo­
va "compagnia", che sarà appunto detta dal suo capo e centro di unità:
Compagnia di Gesù (cfr. Cast., VIII, [671]).
5 Nel '500 era un fatto davvero insolito che una ragazza indossasse
abiti maschili. Nella versione latina dei Bollandisti (anno 1731) si par­
la di «monachae habitm> (in abito da monaca) che interpreta il «mona­
chi habitu» (in abito monacale) della versione di P. Annibale Coudret (an­
ni 1559-1561).

168
Capitolo quarto - l/ pellegrinaggio a Gerusalemme

seguivano, perché anch'essi mendicavano. Arrivati ad un casci­


nale, trovarono un granfuoco e, attorno ad esso, molti soldati che
diedero loro da mangiare, e offrirono loro molto vino, sollecitan­
do/i con tale insistenza da sembrare che avessero l'intenzione di
ubriacar/i. Poi li divisero, mettendo la madre e lafiglia in una ca­
mera in alto, e il pellegrino e il giovane in una stalla. Ma al so­
praggiungere della mezzanotte, sentì che lassù in alto si levava­
noforti grida; si alzò per vedere che cosa stava succedendo e trovò
la madre e la figlia giù in basso, nel cortile, tutte in lacrime e che
si lamentavano che volevano violentar/e. Gli venne, per questo, un
impeto di collera così forte, che cominciò a gridare dicendo: «E
si deve sopportare questo?» e altre proteste del generé Le espri­
meva con tantajòrza, che tutti quelli che si trovavano nella casa
ne rimasero spaventati, senza che nessuno gli facesse alcun ma­
le1.11 giovane era giàfuggito e tutti e tre ripresero il cammino men­
tre era ancora notte.

6 Nel suo modo di reagire contro il comportamento dei soldati, da una


parte sembra che riviva in Ignazio il vecchio uomo collerico e la forza
del soldato di Pamplona capace di opporsi da solo a tutti gli altri che con­
sigliavano la resa ai Francesi (cfr. sopra, §. l), dali'altra sembra che ven­
ga come anticipato lo slancio di carità che marcherà il suo futuro zelo
apostolico e il servizio della Compagnia a Roma per i più deboli e i più
indifesi.
7 L'incontro con i soldati rappresenta per Ignazio una nuova sfida, la
terza dopo la tempesta e la peste, contro la sua fiducia in Dio solo e, al
tempo stesso, un'occasione per esercitarla. Ignazio non solo supera le pro­
ve, ma -anzi- da esse la sua speranza in Dio esce rafforzata: il fatto che
tutti i soldati restino come paralizzati di fronte alle sue parole e nessu­
no di essi gli faccia del male, malgrado la sua protesta vigorosa, ha qual­
cosa di meraviglioso e di inaspettato, quasi fosse una "conferma" (nei
due sensi di "risposta di approvazione" e di "azione di rafforzamento")
da parte di Dio riguardo al suo atteggiamento di totale fiducia in Lui so­
lo, assunto fin dalla partenza da Barcellona.

169
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

3 9 Arrivati ad una città che si trovava poco distanteR, la tro­


varono chiusa; non potendo entrare, tutti e tre passarono quella
notte in una chiesa lì vicino, nella quale pioveva dentro. La mat­
tina non vollero aprire loro le porte della città9; al di .fuori di es­
sa non c 'era modo di trovare elemosine, nonostante si .fòssero re­
cati ad un castello che sembrava essere lì vicino. Lì il pellegrino
si sentì venir meno, sia per la sofferenza patita in mare che per il
resto, ecc ... E siccome non ce la faceva più a camminare, sifermò
lì, mentre la madre e lafiglia si incamminarono verso Roma10• Quel
giorno uscì dalla città molta gente; e così, venuto a sapere che sta­
va per arrivare lì la signora di quelle terre11, le si presentò davanti

8 Bohmer (Studien zur Geschicthe der Gesellschafi Jesu, Vol. I,


Bonn a Rhein, 19 1 4 72, ann. 2) ritiene che si tratti di Paliano, argo­
,

mentando dall'identificazione della "signora di quelle terre" con la per­


sona di Giovanna D'Aragona, moglie di Ascanio Colonna. Più proba­
bilmente, invece, dobbiamo identificare la cittadina con Fondi e la "si­
gnora di quelle terre" con la contessa Beatrice Appiani, sposa di Vespasiano
Colonna.
9 Continuano le circostanze avverse: Ignazio trova ostacoli dal cor­

done sanitario disposto dalle autorità di Fondi per difendere la popola­


zione contro il pericolo della peste.
10
Questa breve e semplice annotazione dà la misura di quanto tosse
compromessa la salute di Ignazio: due donne,per di più povere e una an­
cora in tenera età, dimostrano più forze fisiche di lui, ancorché uomo di
32 anni. Le operazioni di Loyola e la vita austera di Manresa, alle qua­
li il santo fa implicita allusione con l'espressione "che per il resto ecc...... "
hanno lasciato nel suo fisico un segno che lo accompagnerà tutta la vi­
ta. Nel suo viaggio verso Gerusalemme Ignazio dovrà lottare non solo
contro le circostanze esterne avverse, ma anche contro l'infermità (cfr.
sotto,§§. 41. 43).
11
Con Tacchi Venturi e altri (per esempio Tellechea ldigoras, Ignazio
di Loyola solo e a piedi, Roma, 1990, 164) riteniamo che si tratti di
Beatrice Appiani, Signora di Fondi, sposata a Vespasiano Colonna.

170
Capitolo quarto - Il pellegrinaggio a Gerusalemme

e le disse che era malato di solo s.fìnimento12; poi le chiese il per­


messo di entrare in città per cercarvi qualche rimedio. Essa glie­
lo concesse senza d{fficoltà13. Cominciò a mendicare14 per le vie
della città e raccolse molti quattrini. Dopo essersi rifatte le forze
per due giorni in quel luogo, riprese il suo cammino e arrivò a Roma
la domenica delle Palme15•

40 Là, tutti quelli che parlavano con lui, sapendo che non ave­
va denaro per recarsi a Gerusalemme, cominciarono a dissuaderlo
da quel viaggio, sostenendo con molti argomenti che senza dena­
ro era impossibile trovare un passaggio. Ma egli nutriva nel! 'a­
nima una grande certezza che non ammetteva dubbi; era certo che,
al contrario, avrebbe trovato il modo di andare a Gerusalemme16•

12 Ignazio ha paura di essere preso per un appestato e, per questo, si


fa premura di dare una diagnosi della sua infermità.
13 La tàcilità con cui il pellegrino ottiene il permesso da parte di
Beatrice Appiani è un nuovo segno della protezione divina, uno dei tan­
ti disseminati lungo l'itinerario di Ignazio verso Gerusalemme.
14 Ignazio, a più di 30 anni di distanza, rilegge il suo pellegrinaggio
a Gerusalemme nella luce del 3° esperimento dei novizi: «il terzo espe­
rimento consiste nell'intraprendere un pellegrinaggio di un mese, sen­
za denaro (anzi mendicando a tempo opportuno di porta in porta per amo­
re di Dio nostro Signore), per potersi abituare a mangiar male e a dor­
mire disagiatamente, e anche perché si la�ci ogni speranza che si potrebbe
fondare sul denaro o su altre cose, e la si riponga interamente, con ve­
ra fede e con amore intenso, nel suo Creatore e Signore» (Es. Gen., IV,
[67]).
15 In quell'anno, nel 1523, la domenica delle Palme cadde il29 mar­
zo.
16
Nel contrasto tra il parere degli amici, che cercano di distoglierlo
dal viaggio a Gerusalemme in totale povertà senza denaro, e la certez­
za di Ignazio che avrebbe trovato comunque modo di andare in Terra
Santa, ritroviamo una situazione strutturalmente analoga a quella veri­
tìcatasi a Pamplona di fronte all'impossibilità di difendere la fortezza (cfr.

171
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

E dopo aver ricevuta la benedizione del papa Adriano VJI7, partì


per Venezia, otto o nove giorni dopo la Pasqua18• Portava con sé
ancora 6 o 7ducati che gli avevano dato per il viaggio da Venezia
a Gerusalemme. Egli li aveva accettati, vinto un poco dalla pau-

sopra, §. l). Come allora la decisione dei "tutti" fa contrasto con l' ele­
zione di "lui"; come allora il "buon senso" di coloro che cercano di sviar­
lo dal suo proposito va a cozzare contro la sua fermissima volontà, sen­
za poterla minimamente scalfire. La differenza è solo data dal fatto che,
mentre a Pamplona Ignazio alle motivazioni dei "tutti" oppone le pro­
prie motivazioni, al punto da trascinarli con il suo coraggio e la sua in­
trepidezza a combattere e da convincere il governatore alla difesa, qui a
Roma, nella primavera del 1523, oppone una grande certezza interiore
che esclude ogni dubbio, come se la sua elezione di andare a Gerusalemme
senza denaro fosse stata operata in Primo Tempo (cfr. EESS., n. 175:
«quando Dio nostro Signore muove e attrae la volontà in modo tale che,
senza dubitare e senza poter dubitare, l'anima devota segue quello che
gli è mostrato»), oppure in altro modo, ma fosse già stata confermata da
Dio. Il motore primo della sua elezione non è più il fine di procacciarsi
gloria e onori, ma la mozione di Dio percepita nell'interno in modo in­
dubitabile. Questa differenza può dare un poco la misura del cammino
spirituale percorso da Ignazio tra il maggio 1521, a Pamplona, e la pri­
mavera 1523, quasi due anni dopo, a Roma.
17 La concessione del papa, quasi come una specie di passaporto per
la Terra Santa, giunse ad Ignazio solo due giorni dopo, il martedì santo
31 marzo 1523. Un documento redatto in latino e conservato negli archivi
vaticani riporta la sua richiesta e il permesso di visitare i luoghi santi (FD,
290): Ignazio vi risulta come "Enecus de Loyola, clericus pampilonen­
sis diocesis". Questo potrebbe spiegare come mai, in seguito ad un atto
di accusa a suo carico «di crimini enormi, perpetrati di notte, con pre­
meditazione, con ronde notturne e a tradimento» per fatti compiuti col
fratello Pedro, sacerdote, nel Carnevale del 1515, quando era ancora ad
Arevalo, egli abbia potuto allora pensare di poter ricorrere alla protezione
del Vescovo di Pamplona, e come, ancora una volta ora a Roma, egli ab­
bia voluto approfittare del suo titolo di chierico, ancorché spiritualmen­
te orien-tato, in quel momento, in tutt'altra direzione.
18 Ignazio partì da Roma il 13 o il 14 aprile.

172
Capitolo quarto - Il pellegrinaggio a Gerusalemme

ra, che glì avevano messo, di non potersi diversamente imbarca­


re19. Ma due giorni dopo la partenza da Roma, cominciò a rico­
noscere che quello che aveva provato era stata mancanza di fiducia;
gli dispiacque molto aver accettato quei ducati e si interrogava se
nonfosse stato bene liberarsene2°. Ma allafine decise di distribuirli

19 Intorno a questi 6-7 ducati maturano in Ignazio successive elezio­


ni e prese di posizione, delle quali fa menzione in questo paragrafo. Esse
mostrano quanta strada Ignazio debba ancora percorrere prima di arri­
vare ad una vera e piena libertà interiore di fronte ai mezzi naturali (ai
soldi, in questo caso specifico). Anche se c'era già stata l'illuminazio­
ne del Cardoner, come già a Barcellona, egli non riesce ancora a com­
porre nel suo interno quella mirabile sintesi tra la fiducia e la speranza
in Dio solo, da una parte, e l'uso dei mezzi naturali, dall'altra, come farà,
invece, più tardi da fondatore, quando stenderà i primi tre paragrafi del­
la Parte Decima delle Costituzioni. Qui c'è ancora opposizione tra fiducia
in Dio e denaro. Dapprima Ignazio manifesta un netto rifiuto di prendere
denaro per il viaggio come avrebbero voluto i suoi amici e conoscenti
(cfr. sopra, nota 16). In un secondo tempo sembra correggersi, ma, di fat­
to, l'opposizione tra i mezzi naturali e la fiducia in Dio sussiste anche
quando accetta i 6-7 ducati per il viaggio da Venezia a Gerusalemme.
Infatti, la decisione di prender! i non è determinata da un retto modo di
sentire e di valutare i mezzi naturali (in questo caso i soldi da adoperar­
si «unicamente per il servizio di Dio e non per riporre in essi la propria
fiducia, ma per collaborare con la grazia divina secondo il piano della
somma Provvidenza di Dio nostro Signore, che vuoi essere glorificato
con quello che egli dona come Creatore . .. », Cost., X, [814 ]). Ignazio,
nell'accettare i ducati, è mosso solo dalla paura di non poter andare a
Gerusalemme in altro modo. Il timore di coloro che egli avvicina lo con­
tagia: perciò egli rimane vinto e influenzato da loro fino al punto da es­
sere indotto alla sfiducia.
20
La mancanza di libertà e di integrazione tra fiducia in Dio e uso dei
mezzi naturali si manifesta pure quando si accorge di aver ceduto alla sfi­
ducia e, in Terzo Tempo (EESS., nn. 177 ss.), allora, prende la decisio­
ne di disfarsi del denaro. I 6-7 ducati sono per lui un peso: gli bruciano
tra le mani, perché non riesce a non vederli come simbolo della sua man­
canza di fiducia. Per questo nel suo spirito l'opposizione tra l 'uso dei mez-

173
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

con larghezza a quelli nei quali sifosse imbattuto, che generalmente


erano deì poverP1• E così fece tanto che, quando poi arrivò a
Venezia, egli non aveva più che alcuni quattrini che glijùrono ne­
cessari quella notte22.

41 Tuttavia, durante questo cammino verso Venezia23, a cau­


sa delle precauzioni prese contro la peste, dormiva sotto i porti­
ci24. Una volta gli capitò, nell'alzarsi al mattino, di imbattersi in
un uomo che, accorgendosi di essere da lui visto, tutto spaventa-

zi naturali e la fiducia in Dio continua anche quando sembra che Ignazio


si ordini interiormente e riprenda il primitivo stile di orientamento ver­
so Gerusalemme.
21 La decisione di distàrsi dei 6-7 ducati apre ad una nuova elezione:
come abbandonare questo denaro? Dio viene incontro ad Ignazio per smus­
sare la sua volontà troppo angolosa e i suoi desideri indiscreti. Se a
Barcellona lasciò le 5-6 monete ricevute in elemosina su un banco pres­
so la riva (cfr. sopra,§. 36), quasi fossero ordigni pericolosi, uscendo da
Roma i 6-7 ducati li dà in elemosina: per qualcuno, almeno, sono utili!
22 Ancora una volta Dio viene incontro ad Ignazio e lo educa proprio
attraverso le situazioni storiche che egli è chiamato a vivere. Dio permette
che, all'arrivo a Venezia, gli rimangano ancora quei «pochi quattrini che
gli furono necessari quella notte)) per insegnargli che tra i "qualcuno per
i quali i soldi sono qualcosa di utile" c'è pure lui, perché anche lui è un

povero, bisognoso di ricevere elemosine da Dio.


23 Per raggiungere Venezia è molto probabile che Ignazio sia passa­
to per Tivoli, Orvieto, Spoleto, Macerata, Loreto, Ancona e di lì, una vol­
ta raggiunta la costa adriatica, sia risalito a Chioggia attraverso Pesaro,
Rimini e Ravenna. Infine, dopo aver deviato su Padova al seguito di com­
pagni di viaggio per procurarsi il certificato medico necessario per en­
trare in Venezia (di cui, poi, egli all'atto pratico non si dette pensiero, cfr.
sotto, nota 32), raggiunse la città lagunare verso la metà di maggio, un
mese, circa, dopo la sua partenza da Roma.
24 Soprattutto a causa delle misure sanitarie prese dalle autorità con­
tro la peste, Ignazio è costretto a condurre una vita come quella dei bar­
boni e degli emarginati, andando a dormire sotto i portici delle città.

174
Capitolo quarto - Il pellegrinaggio a Gerusalemme

to, si mise a fuggire, perché, a quanto pare, gli doveva essere


sembrato molto pallido25• Viaggiando così, arrivò Chioggia26 e, in­
sieme ad alcuni compagni che si erano uniti a lui, venne a sape­
re che non li avrebbero lasciati entrare in Venezia. I compagni de­
cisero di andare a Padova per prendervi il certificato di sanità, ed
egli pure partì con essi. Ma non poté tener loro dietro, perché cam­
minavano molto velocemente, !asciandolo, sul far della notte, in
un grande campo27• Mentre si trovava lì, gli apparve Cristo nel mo­
do in cui di solito gli appariva, come abbiamo detto sopra28, e lo
confortò molto29. Con questa consolazione il giorno dopo, in mat-

25 Questo episodio, se da una parte dà un po' la misura della sua mal­


ferma salute, tale da spaventare e far fuggire chi lo incontrava, coglien­
do dal solo suo sguardo e dal suo pallore segni di peste incipiente, dal­
l'altra serve ad Ignazio per far risaltare in questo paragrafo come Dio lo
educhi alla confidenza in Lui solo attraverso l'abbandono e l'emargi­
nazione da parte degli uomini.
26 Chioggia dista da Venezia una trentina di chilometri, all'estremità
meridionale della laguna.
27 Ignazio continua a sottolineare le emarginazioni subite durante il
viaggio verso Venezia. Qui è abbandonato persino dai compagni che, in
un primo tempo si erano uniti a lui, e che, forse, potevano essere ritenuti,
oltre che poveri, anche infermi e malati; tanto è vero che, per entrare in
Padova, dovettero fare carte false (cfr. sotto, nota 29). È la prima volta
che Ignazio nell'Autobiografia, usa il termine "compafieros" ("compa­
gni"). Nelle Costituzioni il termine ritorna quattro volte (Cast., VIII, [659].
[660]. [661]. [701 ]): sembrerebbero poche, ma si tenga presente che mol­
to di rado nelle Costituzioni si considerano i singoli membri della
Compagnia principalmente e direttamente nella loro relazione mutua di
parità e di uguaglianza, indipendentemente dalla relazione al corpo in­
tero dell'Ordine o dalla relazione con il Superiore o gli altri incaricati uf­
ficiali. È significativo che questi compagni di Ignazio, come già le due
donne e il giovane sulla strada da Gaeta a Roma, siano persone povere
o inferme e siano compagni di viaggio.
2x
Cfr. sopra, §. 29, nota 90.
29 L'apparizione di Cristo fa da contrasto all'abbandono da parte de­
gl i uomini. Se l'emarginazione da parte degli altri era stata occasione di

175
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

tinata, senza falsificare30 il certificato come -credo- avevano fat­


to i suoi compagni, giunse alle porte di Padova e vi entrò senza
che le guardie gli domandassero nulla. Lo stesso accadde ali 'u­
scita. Ne rimasero molto spaventatP1 i suoi compagni che si era­
no appena muniti del certificato per entrare in Venezia, mentre egli
non se ne era curato affatto32.

desolazione e di sconforto, la visione di Cristo è motivo di consolazione


e ali' origine della certezza interiore che, in questo momento del suo iti­
nerario spirituale, sembra tanto più crescere, quanto più diminuisce l'ap­
poggio e la sicurezza che proviene dali' esterno, sia che questa sia costi­
tuita: da amici ben intenzionati ad aiutarlo -ma che in fondo gli si voglio­
no imporre- (cfr. sopra,§. 35, a Barcellona, e§. 40, a Roma), sia che, in­
vece, provenga da compagni che finiscono per fuggirlo ed abbandonar­
lo. Dio educa Ignazio a trovare in Cristo solo la propria sicurezza e for­
za, proprio attraverso l'esperienza della solitudine e del distacco totale da
tutti.
30 Il termine spagnolo "contrahacer" è stato variamente interpretato.
Alcuni (per esempio F. Guerello, e G. De Gennaro) lo traducono con
"procurarsi"; altri, a nostro giudizio più esattamente, con "falsificare"
(per esempio Bisol-Casolari). Forse i compagni abbandonarono Ignazio,
vedendolo poco disponibile a trasgredire le leggi e a compiere un'azione
disonesta come il fare carte false? Di certo resta che Ignazio supera la
difficoltà dell'entrata e dell'uscita da Padova contrapponendo agli
espedienti disonesti dei compagni la sua illimitata fiducia nella
Provvidenza. Questo lo premia perché, di fatto, nessuno gli richiede i
documenti.
31 Ignazio esperimenta come possono essere occasione di spavento e
di emarginazione da parte degli uomini non solo la povertà e la salute ca­
gionevole, ma persino i favori divini, che vengono a premiare la sua one­
stà.
32 Nel rifiuto di procurarsi il certificato per entrare in Venezia si può
leggere e intuire una certa paura di vederselo negato e, con questo, di ar­
rivare alla convinzione di essere veramente ammalato, con conseguen­
ze negative circa il suo progettato viaggio a Gerusalemine; oppure, più
semplicemente vi si può scorgere un segno del suo stile di totale abban-

176
Capitolo quarto - Il pellegrinaggio a Gerusalemme

4 2 Arrivati a Venezia, le guardie montarono sulla barca per


controllare tutti i passeggeri, a uno a uno; di lui solo non si oc­
cuparono33. In Venezia si manteneva chiedendo elemosine e dor­
miva in piazza San Marco34• Non volle mai andare a casa del­
l'ambasciatore dell'imperatore e neppure si diede da fare con
impegno particolare nel cercare il necessario per ottenere il pas­
saggio. Aveva una grande certezza nell'anima che Dio gli avreb­
be dato modo di andare a Gerusalemme35• E questo lo rafforzava

dono alla divina Provvidenza, che,dal giorno della partenza da Barcellona,


aveva già ricevuto molte approvazioni e conferme da parte di Dio
33 Dio continua ad aiutare Ignazio con speciali favori: proprio solo
lui, che è sprovvisto del salvacondotto per entrare in Venezia, ma che por­
ta nel cuore un grande abbandono alla Provvidenza divina, le guardie tra­
lasciano di controllare. Questo fatto è interpretato da Ignazio come un
nuovo segno di Dio che lo rafforza sempre di più nella certezza che il
suo Signore gli avrebbe dato modo di andare a Gerusalenune (cfr. sopra,
§. 40, nota 16, e sotto, nota 36).
34 Ignazio dorme in piazza San Marco sotto i portici nominati
Procuratie vecchie con i poveri, provvedendo -come loro- im­
mediatamente alla propria sussistenza e alle prime necessità del dormi­
re e del mangiare.
35 Ambasciatore di Carlo V presso la Repubblica di Venezia era in quei
giorni Alonso Sanchez. Intorno alla sua casa gravitava la colonia di
Spagnoli residenti a Venezia, o di passaggio per la città lagunare per mo­
tivi di lavoro o di pellegrinaggio in Terra Santa, come sarebbe stato il ca­
so di Ignazio. Ma egli non volle avvalersi dell'aiuto dell'ambasciatore
e della colonia spagnola. A determinare questa sua scelta potrebbe essere
stato quello stesso spirito di umiltà e quello stesso desiderio di nascon­
dimento che, partendo da Monserrat, lo aveva indotto a scegliere la
strada per Manresa e non la strada più diritta per Barcellona,proprio «per
non essere riconosciuto da nessuno» (cfr. sopra,§. 18). Ma più proba­
bilmente fu indotto ad evitare ogni contatto con tutti coloro che avreb­
bero potuto aiutarlo, sia per una più dignitosa permanenza a Venezia, sia
per il viaggio a Gerusalemme, per non essere alienato dalla sua fiducia

177
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

tanto che, per quanti argomenti e timori gli ponessero davanti, nul­
la poteva indur/o a dubitare36• Un giorno lo incontrò un ricco spa­
gnolo37 che gli chiese che cosa faceva e dove voleva andare.
Conosciuta la sua intenzione, lo condusse a mangiare a casa sua
e poi lo trattenne alcuni giorni, finché non fu tutto pronto per la
partenza. Il pellegrino, già da Manresa, aveva preso l'abitudine
che, quando si trovava a mangiare con qualcuno, a tavola non par­
lava mai, se non per dare qualche breve risposta, ma stava ad a�·col-

in Dio solo e dalla certezza interiore che Dio avrebbe trovato il modo di
farlo arrivare a Gerusalemme. Per questo è molto significativo il fatto che
egli non volesse darsi da fare in modo straordinario per procurarsi i
mezzi per la traversata in Terra Santa. È questa certezza il principio che
ispira tutto il suo stile di vita a Venezia: da essa sono marcate la sua po­
vertà mendicante, la sua vita solitaria con una presa di distanza soprat­
tutto da coloro che lo avrebbero potuto conoscere e, conseguentemente,
aiutare in modo particolare a raggiungere il suo scopo, e la cura per non
strumentalizzare a proprio vantaggio gli atteggiamenti di favore e di
benevolenza di coloro che, avendolo incontrato, sono colpiti e attirati dal­
la sua figura (cfr. sotto, nota 38). Sulla permanenza di Ignazio a Venezia
cfr. Maurizio Costa, voce "Venezia", in Diccionario de e.spiritualidad igna­
ciana, Bilbao-Santander vol. Il, 1757-1766.
36 Di questa certezza interiore Ignazio aveva già parlato in precedenza
(§. 40), quando si accingeva a lasciare Roma per Venezia e Gerusalemme.
Anche qui, a Venezia, essa esclude non solo ogni dubbio, ma persino ogni
possibilità di dubbio (cfr. EESS., n. 175). Con questa certezza Ignazio an­
cora una volta si oppone con forza alle ragioni e ai timori che gli ven­
gono presentati e fatti balenare davanti per distoglierlo dal suo proposi­
to di recarsi a Gerusalemme.
37 Il nome di questo ricco spagnolo finora è rimasto ignoto. Sappiamo
solo che Ignazio, prima della sua partenza per la Terra Santa, era stato
ospitato da due signori (cfr. sotto, §. 50, nota l O) e che uno dei due era
il senatore Marco Antonio Trevisan, il cui palazzo (oggi Palazzo Cappello)
non distava molto dal porticato di piazza San Marco, sotto il quale
Ignazio passava la notte.

178
Capitolo quarto - Il pellegrinaggio a Gerusalemme

fare quello che si diceva, cercando di cogliere alcune cose dalle


quali prendere spunto per parlare di Dio; e ciò faceva terminato
il pranzo3H.

4 3 Fu questa la ragione per cui quel gentiluomo e tutti quelli


di casa sua gli si affezionarono tanto che vollero trattener/o e si
impegnarono ajàrlo restare con loro39• Il suo ospite lo portò di per­
sona dal Doge di Venezùt�0, perché potesse parlargli, cioè gli ot­
tenne di essere ricevuto e ascoltato. Il Doge, dopo aver udito il pel­
legrino, ordinò che lo facessero imbarcare sulla nave dei gover-

38 È notevole che un uomo in così gravi strettezze economiche e co­


sì desideroso di passare a Gerusalemme, quale era Ignazio a Venezia nel
giugno-luglio 1523, non strumentalizzi ai suoi fini la situazione di favore
che si era creata per lui, trovandosi a pranzare con un ricco Spagnolo, il
quale -per di più- era desideroso di aiutarlo; Ignazio, invece, cerca at­
tentamente, in modo disinteressato, di cogliere da ogni situazione o di­
scorso l'occasione propizia per parlare di Dio. Sul tema della conversa­
zione spirituale in Ignazio cfr. sopra,§. 21, nota 17; e §§. 17. 22. 26. 34.
37. 55. 82. 84.
39 L'atteggiamento disinteressato e spirituale di Ignazio gli attira le
simpatie e l'affetto del ricco Spagnolo e della sua famiglia. Ma questo
favore produce, a sua volta, due effetti contrastanti: in parte si ritorce con­
tro il pellegrino stesso, come impedimento e freno alla sua partenza: il
ricco Spagnolo e i suoi familiari - non diversamente dai conoscenti di
Roma, cfr. sopra, §.40- cercano di dissuaderlo dai suoi propositi e gli
manifestano il desiderio, un po' interessato, che egli rimanga con loro;
in parte si risolve a suo vantaggio e gli facilita la partenza: sarà proprio
il ricco benefattore, contagiato forse dallo spirito di disinteresse di
Ignazio, ad ottenergli un'udienza dal Doge di Venezia che, a sua volta,
col suo intervento decisivo, gli darà modo di salpare per Gerusalemme
senza pagare nulla per il viaggio e con la sola speranza in Dio, precisa­
mente come egli desiderava.
40 Si tratta di Andrea Gritti, che solo da pochi giorni era stato eletto
Doge di Venezia.

179
S. lgnazio di Loyola - Autobiografia

natori che si recavano a Cipro41• Sebbene quel! 'annofossero giun­


ti molti pellegrini diretti a Gerusalemme, la maggior parte di es­
si era rientrata ai rispettivi paesi a causa della nuova situazione
creatasi dopo la conquista di Rodi42. Con tutto ciò, ce n 'erano tre-

41 Circa i problemi inerenti al pellegrinaggio in Terra Santa, l'auto­


rità del Doge era decisiva: dopo che i Turchi si erano impadroniti dei
Medio Oriente, infatti, alla sola Repubblica di Venezia e per una sola vol­
ta l'anno, era stato concesso il permesso di organizzare i pellegrinaggi
in Palestina. I pellegrini si radunavano a Venezia da tutte le parti in oc­
casione della festa della Pentecoste. Oltre il permesso speciale del Papa
si richiedevano loro molti soldi per l'imbarco, per i viveri, per l'allog­
gio, per le guide ecc ... Essi rimanevano sotto la giurisdizione della
Repubblica di Venezia e del suo Doge fino all'arrivo in Terra Santa. Come
vi mettevano piede, passavano automaticamente sotto la giurisdizione dei
Padri francescani. Per Ignazio, il permesso di imbarcarsi, ottenuto dal
Doge, rappresenta concretamente la possibilità di partire con la sola
speranza in Dio e, per di più subito, senza dover attendere molto tempo
per elemosinare la forte somma di denaro richiesta. La nave, sulla qua­
le il Doge fa imbarcare Ignazio, è detta "nave dei governatori", perché
doveva trasportare Niccolò Do! fin, da poco eletto governatore di Cipro,
isola allora dipendente da Venezia. Essa era stata ceduta dai Turchi nel
1489 e sarà da essi nuovamente conquistata nel 1570-71. Sul viaggio dei
pellegrini da Venezia in Palestina di quel 1523, abbiamo notizie ab -
bondanti da due diari, scritti in dialetto elvetico e strasburghese, di al­
trettanti compagni di viaggio di Ignazio: Peter Ftissli, di Zurigo, fondi­
tore di campane, e Filippo Hagen, di Strasburgo (circa il primo diario,
cfr. Leza M. Utfer, Peter Fiiessli Jerusalemfahrt 1523 und Briefaber den
Fa/l von Rhodos 1522, ZUrich 1982, 192). Sappiamo anche che Ignazio
stesso, da Gerusalemme, inviò ai suoi amici a Barcellona una relazione
del suo viaggio (cfr. sotto, 46, nota 61).
42 Rodi era caduta nelle mani dei Turchi il 12 dicembre 1522. Questo
fatto portava un inasprimento nelle relazioni tra Venezia e l'impero ot­
tornano che, proprio con l 'avvento al trono di Solimano l ( 1520 -1566),
raggiunge il suo apogeo e diventa minaccioso nei riguardi dell'impero
di Carlo V. Sarà questo conflitto ad impedire 14 anni dopo, nel 1537, ad
Ignazio e ai Primi Compagni di partire da Venezia per la Terra Santa. Nel

180
Capitolo quarto - Il pellegrinaggio a Gerusalemme

dici sulla nave pellegrina43, che partì per prima, e ne restarono ot­
to o nove per quella dei governatori44. Quando questa stava per
partire, il nostro pellegrino cadde in una grave malattia dovuta a
febbri violente. Esse lo lasciarono, dopo averlo tormentato per al­
cuni giorni. La nave doveva partire proprio il giorno in cui ave­
va preso una purga. Quelli di casa chiesero al medico se egli si po­
teva imbarcare per Gerusalemme, e il medico disse che, se inten­
deva essere sepolto là, si poteva pure imbarcare; ma egli prese
ugualmente posto sulla nave e partì quel giorno stesso. Poi vomitò
tanto che si trovò molto sollevato e cominciò a guarire del tutto45.
In questa nave si commettevano apertamente azioni sporche e
turpi, che egli riprendeva con severità46•

1523 la caduta di Rodi aveva indotto non pochi pellegrini a lasciare


Venezia e a ritomarsene a casa. Secondo i diari di Peter Fiissli e di Filippo
Hagen, i pellegrini che ebbero il coraggio di affrontare il viaggio in
Palestina in quel 1523 furono solamente 21: 4 Spagnoli (tra i quali
Ignazio), 3 Svizzeri, l Tirolese, 2 Tedeschi, e l l tra Fiamminghi e
Olandesi. Il numero 21 coincide con le annotazioni dell'Autobiografia che
parla di 13 partenti sulla prima nave, la "pellegrina", e di 8-9 sulla seconda,
-quella dei governatori-. Dei tre Spagnoli, oltre Ignazio, sappiamo che uno
era sacerdote, un altro era Diego Manes, ricordato anche da Ignazio (cfr.
sotto,§. 44, nota 52), e il terzo era un servo di quest'ultimo.
43 Si tratta della nave più piccola, denominata Peregrina, capitanata
da Giacomo Alberto. Salpò da Venezia il 29 giugno 1523 con 13 pelle­
grini, tra i quali Filippo Hagen, che scrisse il diario di viaggio in dialet­
to strasburghese.
44 Si tratta della nave più grande, la Negrona, capitanata da Benedetto
Regazzoni. Salpò da Venezia il 141uglio 1523 con Ignazio e altri 7 o 8
pellegrini, tra i quali Peter Fiissli, che scrisse il diario di viaggio in dia­
letto elvetico. Con i pellegrini e il neoeletto governatore di Cipro,
Niccolò Dolfin, viaggiavano anche molti mercanti e 32 uomini di equi­
paggio.
45 Sembra che in questo paragrafo Ignazio, per far risaltare la presenza
dell'azione di Dio nella sua vita, voglia sottolineare come la sua partenza

181
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

44 Gli Spagnoli che viaggiavano lì sopra, lo consigliavano


di nonfarlo, perché quelli dell'equipaggio stavano parlando di ab­
bandonarlo su qualche isola47• Ma nostro Signore volle che arri-

da Venezia presenti aspetti e situazioni che, da un punto di vista umano,


non si possono spiegare: egli riesce a partire nonostante una situazione
politica molto ingarbugliata e tesa, fino al punto da indurre molti pelle­
grini, già venuti a Venezia, a rinunciare al viaggio e a ritornarsene a ca­
sa; a livello personale, poi, riesce ad essere ricevuto in udienza presso il
Doge senza aver fatto alcuna pressione particolare o aver messo in atto
particolari espedienti; ottiene subito il passaggio gratuitamente e per di
più proprio sulla Negrona, la nave più grande e solida, quella che trasporta
a Cipro il nuovo governatore; infine, nonostante la resistenza di perso­
ne a lui affezionate e,soprattutto,nonostante un'infermità tale da indurre
il medico, interrogato sull'opportunità di intraprendere il viaggio in
quelle condizioni, a dare un parere decisamente negativo e quasi a scher­
zare sull'ipotesi perseguita dal pellegrino di partire, Ignazio riesce ad im­
barcarsi e a salpare da Venezia,e proprio nel giorno meno indicato a cau­
sa della purga che aveva dovuto prendere. Parte povero, solo e infermo,
ma con una forte speranza in Dio, unica cosa che porta con sé per il man­
tenimento (cfr. sotto,§. 44). Il ricupero della salute,appena partito, sem­
bra essere ricordato come un primo segno di risposta positiva del cielo
all'offerta della sua fiducia in Dio.
46 Riaffiora in Ignazio il grande zelo per la verità, per l'onestà e per
la correttezza dei costumi,già incontrata nell'episodio del moro e che ap­
parirà altre volte nell'Autobiografia, ad esempio quando nel 1535, di ri­
torno da Parigi ad Azpeitia e a Loyola, prende posizione contro le im­
moralità dei suoi compaesani (cfr. sotto,§§. 88-89).
47 L'atteggiamento coraggioso e deciso di Ignazio nei riguardi delle
immoralità perpetrate sulla nave crea una divisione tra tutti i passegge­
ri: c'è chi, probabilmente colpito sul vivo, si schiera contro il pellegri­
no, che, come risposta all'aver ottenuto gratuitamente il passaggio sul­
la nave, osa addirittura stigmatizzare il comportamento di altri e dettar
norme di azione; c'è chi, invece,lo difende e lo vuole salvare. Lainez ri­
corda che tutti i pellegrini provavano amore e rispetto per lui,e un buon
numero di coloro che si trovavano sulla nave si sentivano confortati e aiu-

182
Capitolo quarto - Il pellegrinaggio a Gerusalemme

vassero rapidamente a Cipro4"' dove, lasciata quella nave, via ter­


ra raggiunsero un altro porto, detto Le Saline, distante l O leghe.
Qui salirono sulla nave pellegrina49, sulla quale pure egli non portò
per suo sostentamento altro che la speranza riposta in Dio, come
aveva fatto sul/ 'altra. Durante tutto questo tempo, molte volte gli
appariva nostro Signore, che gli infondeva molta consolazione e
forza. Gli sembrava di vedere una cosa rotonda e grande, come se

tati dal suo ese mpio (Epistula de S. Ignatio, n. 19, FN I, 88). Ignazio tra
tutti i suoi difensori si limita a fare allusione ai soli compagni spagnoli.
Il loro consiglio a tacere, tuttavia, anche se motivato dall'intenzione di
salvario dai progetti di chi gli è avverso, di fatto finisce per porre Ignazio
in una situazione di tensione, perché nemmeno la soluzione politica e di­
plomatica degli amici può soddisfarlo: Ignazio non è tipo che si lasci chiu­
dere la bocca facilmente. A dispetto del favore e dell'affetto di quanti lo
circondano, appare ancora una volta solo, come del resto aveva sempre
desiderato.
48 Ignazio sfugge alla situazione ostile e alla tensione in cui viene a
trovarsi dopo il consiglio degli amici spagnoli, in un modo umanamen­
te inesplicabile. A suo parere, infatti, è Dio che lo ha liberato, volendo
che la nave arrivi velocemente a Cipro, in contrasto con la lenta marcia
tenuta fino a quel momento: a causa dell'assenza di vento per buon
tratto del viaggio, la Negrona entra nel porto di Famagosta solo il 14 ago­
sto, un mese esatto dopo la partenza da Venezia.
49 Dal diario di Peter Filssli apprendiamo che la Negrona, lasciato a
Famagosta il neogovematore Niccolò Dolfin, avrebbe dovuto portare i
pellegrini a Beyrut in Siria. Di là, essi avrebbero quindi raggiunto
Gerusalemme attraverso la Galilea e la Giudea. Ma la notizia che la pe­
ste aveva colpito la Siria, dissuase il capitano, Benedetto Regazzoni, dal
proposito di proseguire il viaggio. l pellegrini furono costretti a trasfe­
rirsi a piedi al porto di Le Saline (attuale Lamaka), distante solo l O le­
ghe, e lì imbarcarsi sull'altra nave, la Peregrina, partita per prima da
Venezia i129 giugno. In tal modo Ignazio fu definitivamente liberato dal­
l'atteggiamento ostile dell'equipaggio della Negrona: questa volta la pe­
ste da ostacolo diventa per Ignazio un alleato. La Peregrina salpò da Le
Saline (Lamaka) verso Giaffa il 19 agosto 1523.

183
S. Ignazio di Loyola - Autobiograi
f a

fosse d'oro50; e gli si rappresentava questo dopo che, partiti da


Cipro, giunsero a Giaffa51• Nel cammino verso Gerusalemme, an­
dando sul dorso di asinelli come si faceva comunemente, due mi­
glia prima di arrivare a Gerusalemme, uno Spagnolo, un nobile
a quanto sembrava, di nome Diego Manes52, disse con molta de­
vozione a tutti i pellegrini che, siccome stavano per arrivare di lì
a poco a/luogo da dove si poteva vedere la città santa, era bene

50 Dopo il pronto ricupero della salute appena iniziato il viaggio (cfr.


sopra,§. 43, nota45), dopo l'intervento di Dio che tà arrivare rapidamente
la nave a Famagosta, mandando in fumo i progetti degli uomini dell'e­
quipaggio contro il pellegrino e dopo la possibilità di poter proseguire
il viaggio con la Peregrina, nonostante questa fosse partita da Venezia
più di 15 giorni prima, Ignazio ricorda come particolare segno di ap­
provazione e di conforto da parte di Dio le numerose visioni di Cristo du­
rante l'ultima parte del viaggio. Come nei casi precedenti di M anresa (cfr.
sopra,§. 29) e di Padova (cfr. sopra,§. 41), si tratta di visione e, come
nel caso delle esperienze di Manresa, Ignazio cerca di descrivere l'im­
magine rappresentativa che l'accompagna. Come allora, anche in que­
sto caso ci troviamo di fronte a una rappresentazione immaginifica mol­
to semplice, rudimentale e generica.
51 Il testo spagnolo adottato dagli editori dei Monumenta Historica
Societatis lesu (FN I, 422), «y esto se le representaba después de parti­
dos de Cipro llegaron a Jafa», è di difficile lettura, perché carente di in­
terpunzione. Si presta a diverse interpretazioni. Alcuni pongono, come
già l'antico manoscritto Ve, un punto dopo "se le representaba": con que­
sta interpunzione non si fissa né tempo né luogo per queste apparizioni,
ma se ne vuole solo sottolineare fortemente l'immagine rappresentativa
che accompagna la visione di Cristo. Con altri preferiamo seguire, piut­
tosto, l'antico codice C, più vicino al testo N, che pone un segno di in ­
terpunzione dopo "Cipro". Con questo si assegna un tempo e un luogo
a queste apparizioni e si evita di rendere pleonastica l'affermazione «y
esto se le representaba». La nave arrivò in porto a Giaffa il24 o il25 ago­
sto, nonostante già il 22 fossero in vista della città. Fu un errore di ma­
novra a ritardare l'attracco. Tuttavia solo il31 agosto giunse ai pellegrini
il permesso di sbarcare.

184
Capitolo quarto - Il pellegrinaggio a Gerusalemme

che tutti si preparassero nel! 'interno della propria coscienza e ri­


manessero in silenzio.

4 5 Poiché a tutti sembrò una cosa buona, ognuno cominciò


a raccogliersi. E un po'prima di arrivare a/luogo dal quale si ve­
deva la città, scesero dalle cavalcature, perché videro i frati con
la croce che li stavano aspettando53• Alla vista della città, il pel­
legrino provò grande consolazione, e, al dir degli altri, essa fu co­
mune in tutti, accompagnata da un 'allegria che non sembrava na­
turale. E la stessa devozione egli sentì sempre durante tutta la vi­
sita dei luoghi santf54• Era suo fermo proposito rimanere a

52 Diego Manes, uno dei 4 pellegrini spagnoli, era un nobile, com­


mendatore dell'Ordine di San Giovanni. In seno al gruppo dei pellegri­
ni, almeno tino al loro ingresso in Gerusalemme, egli sembra svolgere
un ruolo di capo e di guida.
53 Dopo lunghe peripezie, finalmente Gerusalemme sta per apparire
agli occhi del pellegrino. Sembra che Ignazio stia per raggiungere il suo
ideale e che il suo proposito, a lungo desiderato e agognato, abbia pie­
na attuazione. L'arrivo e la visione di Gerusalemme sono descritti e ri­
cordati con intensa emozione. Per Ignazio si tratta di un momento solenne
e ricco di interiorità: l'esortazione al silenzio del capo gruppo, Diego
Manes, il raccoglimento dei pellegrini, che ne segue, e la croce portata
dai frati, più che un'atmosfera da Gerusalemme liberata, creano un cli­
ma di intensa spiritualità. Ne sono segno la consolazione e l'allegria
interiore e soprannaturale che si manifestano in tutti, in Ignazio per pri­
mo.
54 È la prima volta che Ignazio parla delle consolazioni spirituali di
altri. l doni divini si prolungheranno per tutte e tre le settimane della per­
manenza in Terra Santa. In particolare il Lainez(Epistula de S. lgnatio,
FN l, 90) e il Polanco (Summarium Hisp., FN I, 169) riferiscono che il
pellegrino, in quei giorni, fu visitato pure dal dono delle lacrime che, co­
me già notato, nella vita di Ignazio appaiono come ridondanza di un'e­
sperienza di intensa consolazione e come l'effetto di una gioia interio­
re incontenibile (cfr. sopra,§. 28, nota 72 e§. 33, nota 117). I pellegri­
ni entrarono in Gerusalemme il venerdì 4 settembre. Dai diari di Peter

185
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

Gerusalemme, per visitare in continuazione quei luoghi santi55; e,


oltre a questa devozione, si proponeva anche di aiutare le anime'6•

Fi.issli e di Filippo Hagan risulta che la visita della Terra Santa ebbe ini­
zio il giorno dopo, sabato 5 settembre. Nella prima settimana, fino a ve­
nerdì 11, i pellegrini alla visita dei luoghi santi in Gerusalemme(Cenacolo,
Chiesa della Dormizione della Vergine, Chiesa del S. Sepolcro), a
Betania, al Monte degli Ulivi, a Betlemme, alla valle di Giosafat e all'orto
del Getzemani,unirono le classiche pratiche devozionali(processioni, Via
Crucis, Confessione, Comunione, Veglia notturna al S. Sepolcro). Dopo
due giorni di riposo (sabato 12 e domenica 13), dal 14 al 16 i pellegrini
visitarono Gerico e il Giordano. Dal 16 al 22 furono costretti a rimane­
re a Gerusalemme nel monastero dei Frati per l'arrivo in città di cava­
lieri turchi.
55 La consolazione intensa che accompagna Ignazio nella visita del­
la Terra Santa porta a maturazione in lui una doppia elezione: rimanere
sempre a Gerusalemme e aiutare le anime. Se dopo un primo momento,
ancora a Loyola, Gerusalemme poteva apparire come un ideale provvi­
sorio (cfr. sopra, §. 8, nota 39; §. 9, nota 49; §. 11, nota 59; §. 12, nota
61), col passar del tempo il suo primo proposito aveva subito una tra­
sformazione e si era arricchito, divenendo ferma decisione di rimanere
a Gerusalemme per visitare continuamente quei luoghi santi.
56 La semplicità del suo primo proposito si era arricchita di un nuo­

vo elemento: restare sempre a Gerusalemme non solo per visitare i luo­


ghi santi,ma anche per aiutare le anime. Questa scelta è anch'essa frut­
to della consolazione provata in quella città. Essa aveva preso avvio dal­
le esperienze e dai contatti con i parenti a Loyola (cfr. sopra,§§. l O e Il),
ed era molto maturata a Manresa(cfr. sopra, §. 21, nota 1 7 e § .26, nota
57), fino al punto da indurlo a mitigare gli eccessi di penitenza ai quali,
in un primo tempo,si era dato (cfr. sopra,§. 29, nota 81). Dopo Manresa,
il desiderio di "aiutare le anime" cresce ancora e si manifesta in vari mo­
di: nel rimproverare i soldati incontrati tra Gaeta e Roma(§ . 38, nota 7)
e la gente viziosa della nave che da Venezia lo porta a Cipro (43, nota,
46), nel cercare lo spunto per poter parlare di Dio in occasione degli in­
viti a pranzo da qualcuno come,per esempio, nel caso del ricco spagnolo
di Venezia (§. 42, nota 38). Tuttavia, quando arriva a Gerusalemme,
Ignazio non sa ancora che l'ideale apostolico balzerà maggiormente in

186
Capitolo quarto - Il pellegrinaggio a Gerusalemme

A questo scopo portava con sé lettere di raccomandazione per il


Padre Guardiano57• Gliele diede e gli manifestò la sua intenzione
di restare lì per propria devozione. Ma non gli disse la seconda par­
te, di volere, cioè, rendersi utile alle anime, perché questo non lo
diceva a nessuno, mentre della prima parte aveva molte volte
parlato in pubblico58• Il Padre Guardiano gli rispose che non ve­
deva come fosse possibile la sua permanenza, perché la casa si
trovava in così grandi strettezze che non poteva mantenere nem­
meno ifrati, e che, per questo motivo, aveva già deciso di rinviarne
alcuni dalle nostre parti insieme ai pellegrini. Il pellegrino rispose
che non voleva nulla dalla casa, ma solo che ascoltassero le sue

evidenza, non come qualcosa di aggiunto al "visitare i luoghi santi", ma


addirittura fino al punto da sostituire quell'ideale materiale-locale, il suo
unico ideale, costituito dalla Città Santa, nella quale aveva deciso di ri­
manere sempre.
57 Non conosciamo il nome del superiore del convento di Monte Sion,
nel quale Ignazio e gli altri pellegrini erano ospitati. Sappiamo che il 23
maggio di quello stesso anno, il 1523, era già stato eletto per tale ruolo
dal Capitolo Generale tenuto a Burgos il P. Angelo Tassi da Ferrara. Questi,
però, non poté partire se non un anno dopo.
58 Il fatto di non rendere noto agli altri il suo proposito di "aiutare le
anime" potrebbe essere un segno di minore maturazione dell'elezione cir­
ca questo punto, rispetto alla decisione di restare sempre in Gerusalemme
per visitare i luoghi santi. Ma potrebbe essere inteso anche come una mi­
sura precauzionale, dettata dal timore che altri possano porgli impedi­
menti per la sua mancanza di studi, e, pertanto, un atto di prudenza pro­
prio di chi intuisce, seppure in modo confuso, di muoversi su un terre­
no nuovo per un cristiano laico, libero battitore nella Chiesa di Cristo qua­
le voleva essere allora il pellegrino. Per di più Ignazio avverte la presenza
di un ambiente ditlìcile all'apostolato, perché costituito -oltre che dai po­
chi cristiani, praticamente dai pellegrini, già atlìdati alle cure dei Frati­
da gente mussulmana, notoriamente ostile e chiusa verso la fede cristiana.
Tuttavia, ormai, non solo la persona di Gesù ("visitare i Luoghi Santi"),
ma anche la sua missione ("aiutare le anime") si trova al centro del suo
progetto di vita.

187
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

confessioni, quando alcune volte egli si fosse presentato per con­


fessarsi59. In base a questo, il Padre Guardiano gli disse che, a que­
ste condizioni, la cosa si sarebbe potuta fare, ma che aspettasse
l'arrivo del Padre Provinciale60• (credo che fosse il Superiore
Maggiore dell'Ordine in quella regione) che si trovava a Be­
tlemme.

46 Con questa promessa, il pellegrino si rassicurò e comin­


ciò a scrivere lettere per Barcellona, destinate a persone spirituali.
Ne aveva già scritta una e stava scrivendone un 'altra61, quando,
il giorno prima della partenza dei pellegrim"62, vennero a chiamarlo
da parte del Provinciale - era infatti arrivato - e del Padre
Guardiano63. Il Provinciale con buone parole gli disse di aver sa-

59 Ignazio ha ormai scelto la povertà come stile di vita. Pertanto le dif­


ficoltà presentate dal P. Guardiano sono facilmente superabili. Egli non
vuoi essere a carico della comunità dei Frati, ma vivere solo di elemosi­
ne. Con i francescani vuoi avere solo un legame strettamente spirituale.
60
Era allora P. Provinciale dei francescani in Terra Santa il P. Marco
di Salodio.
61 La risposta del P. Guardiano aveva illuso Ignazio. Egli pensava che
la conferma del P. Provinciale fosse un atto puramente formale e che si
dovesse dare per scontata una sua risposta affermativa. Per questo, in at­
tesa del rientro a Gerusalemme da Betlemme del P. Provinciale, molto
presumibilmente tra il 16 e il 22 settembre, il pellegrino si mette a scri­
vere lettere agli amici. La prima, quella alla quale egli fa allusione nel
testo, fu scritta a Inés Pascual a Barcellona, come risulta da testimonianze
al processo di canonizzazione nella città catalana nel 1595 e dal Riba­
deneira, che ebbe modo di averla tra le mani. Questa lettera, andata pur­
troppo perduta, conteneva una relazione del viaggio da Venezia a
Gerusalemme e, probabilmente, anche notizie sulla visita ai Luoghi
Santi da parte di Ignazio e dei pellegrini (FN l, 14).
62 Il 22 settembre; i pellegrini, infatti, lasciarono Gerusalemme il 23
settembre.
63 Il colloquio di Ignazio con il P. Provinciale, cosi come viene rela­
zionato dal santo alla fine della sua vita, si articola in quattro tempi: l 0-

188
Capitolo quarto - Il pellegrinaggio a Gerusalemme

puto della sua buona intenzione di rimanere in quei luoghi santi


e di avere considerato bene la cosa, ma che, per l 'esperienza che
aveva di altre persone, giudicava che questo non fosse conve­
niente. Molti, infatti, avevano avuto lo stesso desiderio, e chi era
stato fatto prigioniero, e chi era stato ucciso, e l 'Ordine restava
poi obbligato a riscattare i prigionieri. Si preparasse, pertanto, a
partire l 'indomani con i pellegrini64 • • • A questo egli ribatté che

esposizione da parte del P Provinciale del proprio parere motivato,


quale conclusione di un discernimento spirituale personale; 2° - affer­
mazione recisa di Ignazio che, al parere negativo per una sua permanenza
nei luoghi santi da parte del Provinciale, contrappone la sua decisione,
già manifestata e frutto anch'essa di un discernimento personale, di re­
stare a Gerusalemme; 3°- nuovo intervento, questa volta autoritativo e
non solo espositivo della conclusione del proprio discernimento, da par­
te del Provinciale; 4° - Risposta definitiva e conclusiva da parte di
Ignazio che decide di seguire il parere del Provinciale in spirito di ubbi­
dienza, per compiere quella che ormai era per lui chiara volontà di Dio,
cioè lasciare la Terra Santa. La dinamica e la struttura di questo collo­
quio è molto interessante per approfondire, attraverso la diversa posizione
che il P. Provinciale e Ignazio assumono l'uno di fronte all'altro, dando
luogo a 2 tipi di relazioni diverse (rapporto tra due fratelli che discernono
nella fede, prima, e rapporto autorità-ubbidienza, poi), alcuni aspetti del­
Ia relazione tra discernimento e ubbidienza, e per rilevare come questa,
in particolare, più che contrapporsi a quello, venga piuttosto ad integrarlo
e ad allargarne l'orizzonte per un migliore adempimento della volontà di
Dio da parte del suddito.
64 Nel partecipare ad Ignazio il proprio parere negativo circa la per­
manenza del pellegrino in Terra Santa, il P. Provinciale comunica il
processo di discernimento e di riflessione che lo porta alla determinazione.
Sembra di trovarsi di fronte ad una elezione nel 1° Modo del Terzo
Tempo (EESS., nn. 177. 181-182): al motìvo, ìn favore dì Ignazio, dato
dalla rettìtudìne e dalla bontà foridamentale del proposito del pellegri­
no, che per questo era da approvarsi e da lodare, si contrappongono, in
modo decisivo, altre motivazioni negative tratte dall'esperienza passa­
ta di altri pellegrini e dalla responsabilità, anche economica, dei frati di
fronte ad un eventuale caso di rapimento da parte dei turchi.

189
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

il suo proposito era molto fermo, e che riteneva di non poter de­
sistere dali 'attuarlo per nessuna cosa al mondo, lasciando corte­
semente capire che per timore di nulla avrebbe desistito dal suo
proposito, anche se il Provinciale non ne era del parere, purché
non si trattasse di cosa che lo obbligasse sotto pena di peccato65•
Allora il Provinciale disse che essi avevano ricevuto dalla Sede
Apostolica l 'autorità di far partire di lì oppure di farvi restare, a
loro giudizio, chiunque, e di poter scomunicare chi non volesse lo­
ro ubbidire. Disse anche che, nel caso spec!fìco, essi giudicava­
no che egli non doveva rimanere ecc... 66•

65 Al parere del P. Provinciale, Ignazio risponde manifestando con al­


trettanta fermezza il proprio parere maturato in direzione diametral­
mente opposta. Ignazio è cosi tenacemente ancorato alla sua decisione
di restare sempre a Gerusalemme, che nessun timore, neppure quello di
venire ucciso, o di essere rapito, o di dover contrastare la volontà del P.
Provinciale -del quale, però, non si percepisce ancora suddito- lo potrebbe
smuovere da quella che egli ritiene essere volontà di Dio. Pensa che la
sua decisione sia frutto non di un capriccio, ma proprio di una scelta di
quello che Dio attende da lui, di una vera elezione. Se il parere del P.
Provinciale sembra essere maturato nel 1° Modo del Terzo Tempo, la de­
cisione di Ignazio sembra essere stata presa quasi in Primo Tempo
(EESS., n. 175). Per questo il pellegrino sente che potrebbe cedere solo
nel caso che qualcosa lo obblighi in senso contrario sotto pena di pec­
cato.
66 I pellegrini, per tutto il tempo della loro permanenza in Terra
Santa, erano sotto la giurisdizione del Superiore dei Frati francescani dei
Luoghi Santi, il quale poteva addirittura arrivare a comminare la sco­
munica. Il P. P rovinciale, visto il punto morto al quale era sfociato il col­
loquio con Ignazio per la netta contrapposizione dei pareri, pensa ne­
cessario fare appello all'autorità ricevuta dalla Sede Apostolica e ricor­
rere, pertanto, alla richiesta di vera ubbidienza da parte del pellegrino.
Il "non era conveniente" di prima, relazionato alla permanenza di Ignazio
a Gerusalemme, diventa un chiaro "non doveva" ora.

190
Capitolo quarto - ll pellegrinaggio a Gerusalemme

4 7 E poiché voleva mostrargli le bolle, in forza delle quali


avrebbe potuto scomunicar/o, egli disse che non c 'era bisogno di
veder/e, che credeva alle loro Riverenze e che, dal momento che
avevano giudicato in quel modo in forza dell'autorità che aveva­
no, avrebbe loro prestato ubbidienza67• Conclusa la cosa, mentre

67 Il colloquio è stato vissuto, almeno da parte di Ignazio, come un


momento di discernimento della volontà di Dio nella sua vita. Egli pen­
sa che si sarebbe risolto in una nuova conferma da parte di Dio circa la
decisione già presa di restare sempre a Gerusalemme. Lì, nella città
materiale tàtta di pietre, proprio nei luoghi che il Figlio di Dio santificò
con la Sua presenza, egli pensa di aver trovato Cristo. Non aveva anco­
ra capito che tutto ciò è troppo semplice, troppo umano, troppo facile da
capire, troppo esteriore. Dio, invece, vuole insegnare ad Ignazio il sen­
so trascendente dell'ideale, che va a porsi sempre più in là, sempre ol­
tre il piano terreno e le mire di Ignazio stesso. Noi avremmo pensato che,
per staccare Ignazio dali' esteriorità, ci sarebbe stato bisogno di qualche
luce divina. Invece Dio interviene proprio attraverso qualcosa di visibi­
le, di incarnato, proprio attraverso l'autorità della Chiesa gerarchica, rap­
presentata dalla persona del P. Provinciale dei francescani, Custodi del­
la Terra Santa. E così la sua fermissima volontà (cfr. sopra, §. 46, nota
65), la quale non si era arresa alle lusinghe dei fratelli nn. 12. 13), né ai
consigli delle persone che ebbe modo di incontrare a Roma(§. 40), né
alla bontà di chi gli dette ospitalità a Venezia(§. 43), né alla malattia e
al parere del medico prima di imbarcarsi nella città lagunare per la Terra
Santa (§. 43), né al guardiano del convento del Monte Sion a Ge ­
rusalemme (§. 45), anzi neppure allo stesso P. Provinciale finché non lo
conobbe come autorità a cui dover prestare ubbidienza(§. 46), quella vo­
lontà che credeva di aver diritto, di fronte a Dio, di restare ferma e ina­
movibile, proprio essa viene a scontrarsi per la prima volta con l'auto­
rità ecclesiastica e con il dovere di ubbidire ad un'altra persona. A que­
sto punto la sua volontà si liquefa come un po' di neve al sole. Il suo di­
scernimento si arricchisce di un nuovo dato che mette in questione la cer­
tezza della decisione, fino addirittura al punto di capovolgerla. La strut­
tura e la dinamica del colloquio mostrano come Ignazio finisca per se­
guire il parere del Provinciale e decida di lasciare Gerusalemme solo per

191
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

ritornava dove prima si trovavd'8, gli venne un grande desiderio69


di visitare ancora una volta il monte degli Ulivi, dato che non era
volon tà di nostro Sign ore che egli rimaness e in quei luoghi santi.
Sul monte degli Ulivi c 'è una pietra dalla quale nostro Signore asce­
se in cielo e, ancora oggi, si vedono le impronte dei suoi piedi: pro-

un motivo di fede, solo perché riconosce nel Frate una vera autorità so­
pra di lui, un vero superiore. Solo per ubbidienza, egli decide di partire
l'indomani con i compagni pellegrini. Ma questa ubbidienza, lungi dal­
l'essere vissuta come un ostacolo al discernimento della volontà di Dio,
è da lui subito vista ed esistenzialmente vissuta come un canale che gli
manifesta meglio proprio quel disegno divino da lui sempre cercato e, per­
tanto, come un aiuto al proprio discernimento. Non è sconfessato il
discernimento passato, perché faceva parte di esso quella clausula «pur­
ché non si trattasse di cosa che lo obbligasse sotto pena di peccato» (cfr.
sopra, §. 46, nota 65). Ora, come Ignazio stesso scrive negli Esercizi
Spirituali (EESS., n. 42), non solo i dieci comandamenti, ma anche i pre­
cetti della Chiesa e gli ordini ("comendaciones") dei superiori possono
obbligare l'individuo sotto pena di peccato. Questa esperienza marcherà
il seguito del suo itinerario spirituale: sempre di più crescerà il senso del­
l'ubbidienza e il senso della Chiesa, non in una chiave servile o puramente
razionalistica, o come una necessità di ordine sociologico o di dipendenza
psicologica, ma in una linea sempre più spirituale, come vera esperien­
za dello Spirito di Dio che opera nella storia e guida l'uomo e la Chiesa
alla salvezza attraverso strumenti umani.
6R Durante la permanenza a Gerusalemme, Ignazio viveva presso
l'ospedale di S. Giovanni, dove si poteva alloggiare per tutto il tempo che
si voleva con due soli marchetti, e con un'offerta di 5 ducati al giorno ai
Padri francescani per i due pranzi e, una volta al giorno, anche un po' di
vino (G. Switek, o. c., 51). Probabilmente queste spese, come le altre per
le visite ai luoghi santi, erano sostenute per Ignazio dai compagni di pel­
legrinaggio.
69 Non è questa l'unica volta che Ignazio annota di essersi lasciato gui­
dare nelle sue azioni, a Gerusalemme, dai suoi desideri (cfr. in questo stes­
so paragrafo, «gli venne il desiderio di andare a Betfage» ). Sul tema del
desiderio cfr. sopra, §. l , nota 4 e §. l O, nota 50.

192
Capitolo quarto - Il pellegrinaggio a Gerusalemme

prio questo egli voleva tornare a vedere70• E così, senza dir nulla
e senza prendere alcuna guida (difiatti quelli che vanno senza un
turco per guida corrono gran pericolo), se la svignò dagli altri e

70 L'oggetto del suo intenso desiderio è il luogo nel quale Gesù ven­
ne a trovarsi con i suoi discepoli per l'ultima volta prima di ascendere
al cielo . Prima di partire da Gerusalemme, Ignazio vuole imprimersi be­
ne nella mente, nella fantasia e nel cuore le impronte dei piedi di Gesù,
l'ultimo segno che il Maestro divino ha lasciato sulla terra prima di par­
tire da essa. Ignazio, come Gesù, sta per partire dalla Terra Santa: la de­
cisione del P. Provinciale gli ha ormai dato la certezza che nostro Signore
non vuole che resti in quei luoghi santi. È certamente questo un atto di
profonda devozione ali 'umanità santissima di Cristo da parte di colui che,
attraverso la contemplazione dei luoghi, aveva cercato soprattutto di con­
templare la persona stessa di Gesù per maggiormente amarLo e seguirLo
(EESS., n. 104), per identificarsi sempre più con Lui (cfr. la meditazio­
ne della Chiamata del Re eterno, EESS., nn. 91-98), in modo da non es­
sere sordo alla Sua chiamata, ma sollecito e diligente a compiere la Sua
santa volontà (EESS., n. 91 ). Ignazio, però, a questo punto del suo iti­
nerario spirituale, sa dove non deve rimanere, ma non sa dove deve an­
dare e che cosa deve fare (cfr. sotto,§. 50). L'ubbidienza lo rituffa in un
nuovo processo di discernimento, per il quale sente la necessità di
un'assimilazione a Cristo più profonda per meglio disporsi a percepire
lo Spirito. Il mistero deli'Ascensione, come mistero-ponte tra la vita ter­
rena di Cristo, di cui è l'ultima tappa che quasi precontiene tutte le pre­
cedenti, e la Pentecoste, sembra quanto mai indicato per la contempla­
zione di Ignazio proprio nel momento in cui sta per terminare il suo pel­
legrinaggio alla Gerusalemme terrestre e sta per iniziare un nuovo pel­
legrinaggio verso quella Gerusalemme che finora ignora e che deve an­
cora discernere, cioè la Roma della Chiesa istituzionale, mistica sposa
di Cristo, in cui prenderà corpo e forma concreta l'ideale mistico del ser­
vizio a Cristo, suo Re. Sul monte degli Ulivi Ignazio contempla, come
ultimo segno lasciato da Cristo in terra, le orme dei Suoi piedi. Si trat­
ta ancora di camminare, di muoversi, di andare avanti. La partenza da
Gerusalemme non è più vissuta come una frustrazione, ma, con l'aiuto
della contemplazione delle orme di Cristo, come apertura ad una novità
di vita nella consolazione.

193
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

si recò tutto solo71 al monte degli Ulivi. l guardiani non volevano


!asciarlo entrare. Diede loro un piccolo tagliacarte che aveva
con sé. Dopo aver.fàtto orazione con intensa consolazione, gli ven­
ne il desiderio di andare a Bet.fàge. E mentre si trovava là, si ri­
cordò che non aveva osservato bene sul monte degli Ulivi da che
parte fosse il piede destro e da che parte quello sinistro. 72 Tornato
sul posto, diede - mi sembra - le forbici ai guardiani perché lo
lasciassero entrare73.

71 Ancora una volta, Ignazio prende le distanze da tutti quelli che lo


circondano e cerca la solitudine. Negli Esercizi Spirituali scriverà che l'e­
sercitante «tanto più ricaverà vantaggio quanto più si apparterà da tutti
gli amici e conoscenti e da ogni cura terrena( ... ) Da tale isolamento de­
rivano, tra i molti altri, tre principali vantaggi: il primo è che, nell'iso­
larsi dai molti amici e conoscenti, e così pure dai molti affari non ben or­
dinati, per servire e lodare Dio nostro Signore, si acquistano non pochi
meriti agli occhi della Sua divina Maestà; il secondo, stando così isola­
to senza avere l 'intelletto diviso fra molte cose, ma concentrando ogni
cura in una sola cosa, cioè nel servire il proprio Creatore e nel giovare
alla propria anima, si fa uso con maggiore libertà delle proprie capacità
naturali per cercare con diligenza quello che tanto si desidera; il terzo,
quanto più la nostra anima si trova sola e isolata, tanto più sarà in grado
di accostarsi e arrivare al suo Creatore e Signore, e quanto più così vi ar­
riva, tanto più si dispone a ricevere grazie e doni dalla Sua divina e som­
ma Bontà)) (EESS., n. 20).
72 Questo preciso e particolare dato non è solo un semplice indizio del­
la devozione intensa di Ignazio all'umanità santissima di Cristo. Esso ha
un significato pure per il suo e per ogni discernimento: non è solo im­
portante cercare di camminare (visione delle impronte dei piedi), ma è
anche necessario, a partire dalla contemplazione di Cristo, discernere in
quale direzione bisogna cercare di camminare (visione dell'esatta col­
locazione del piede destro e del piede sinistro).
73 Il fatto che Ignazio abbia consegnato ai guardiani le forbici, come
prima aveva fatto con un tagliacarte, proprio nell'unica occasione in cui
egli si distaccò dal gruppo, sta ad indicare, con tutta probabilità, che le
altre volte erano i suoi compagni pellegrini a pagare per lui.

194
Capitolo quarto - Il pellegrinaggio a Gerusalemme

48 Quando al monastero si seppe che egli era partito così,


senza guida, i_frati si diedero da fare per cercarlo74• Fu così che,
mentre discendeva dal monte degli Ulivi, egli si imbatté in un cri­
stiano della cintura75, che prestava servizio nel monastero. Questi,
con un grande bastone e mostrandosi molto irritato, minacciava
di dargliele. Quando gli.fù vicino, lo afferrò energicamente per un
braccio; ed egli si lasciò portare via senza opporre difficoltà76• Ma
il buon uomo non lo mollò più. Mentre percorreva quelle strade,
trattenuto in quel modo dal cristiano della cintura, ricevette gran­
de consolazione da nostro Signore77: gli sembrava di vedere con-

74 Siccome i pellegrini, durante la loro permanenza in Terra Santa, re­


stavano sotto la giurisdizione dei francescani, in caso di rapimento spet­
tava a questi l'obbligo del riscatto. Di qui la comprensibile preoccupa-'
zione al monastero quando ci si accorse che Ignazio si era allontanato
tutto solo, senza guida.
75 Erano cosi chiamati, per la cintura che portavano, i cristiani della
Siria che prestavano servizio presso i francescani al convento Monte Sion.
76 Questo episodio è tanto più mirabile e stupefacente quando lo si
paragoni con l'atteggiamento fiero e deciso manifestato da Ignazio in pre­
cedenza. La docilità del pellegrino nei riguardi del servo del convento
può essere interpretata come un nuovo atto di ubbidienza, analoga a quel­
la che, in futuro, raccomanderà ai Gesuiti da prestarsi a tutte le autorità
subordinate al Superiore di casa o al Rettore del collegio (in generale:
Es.Gen., IV, [86]. [8 7 ] ; Cost., /Il, [286]; IV, [434]; al ministro: Es. Gen.,
IV, [87]. [881; Cost., IV, [434], al sottoministro: Es. Gen., IV, [87]. [88];
al cuoco:Es. Gen., IV, [84]. [85]; all'infermiere e al medico: Es. Gen.,
IV, [89]; Cost., Jll, [272]. [304]).
77 Ignazio aveva già fatto cenno a questa esperienza straordinaria avu­
ta a Gerusalemme, nella quale gli sembra di vedere Cristo sopra di sé,
quando raccontò le sue visioni di Manresa (cfr. sopra,§. 29, punto 4°).
La consolazione abbondante, che in questa circostanza esperimenta, è la
risposta di Dio alla sua ubbidienza e nello stesso tempo il frutto della sua
ubbidienza e della sua umiliazione. Egli prova nel profondo del cuore la
gioia di sentirsi unito a Cristo e sotto Cristo arrestato e umiliato nel mo-

195
S. Ignazio di Loyola- Autobiografia

tinuamente Cristo sopra di sé. E questo gli durò sempre con gran­
de intensità, finché non giunse al monastero78.

mento stesso in cui prende la decisione di conformarsi alla Chiesa in spi­


rito di ubbidienza. «A Gerusalemme, nella sua ubbidienza alla Chiesa,
è confermato il suo desiderio di essere messo con il Figlio ubbidiente»
(G.Wilkens, o.c., 95).
78 Nell'itinerario spirituale di Ignazio, Gerusalemme rappresenta una
tappa importante: a contatto con la Terra Santa il suo ideale di essere mes­
so con Cristo e i suoi propositi di imitare e di servire il suo Signore, emer­
si a Manresa in riva al Cardoner, trovano una conferma. Più che da
esperienze spirituali originali, che gli facciano comprendere cose nuo­
ve, la sua permanenza a Gerusalemme è marcata da grazie orientate so­
prattutto a "confermare" le luci di Manresa e a incamminarlo più
coscientemente in una direzione decisamente più ecclesiale.

196
Capitolo quinto
IL RITORNO DA GERUSALEMME

4 9 Partirono il giorno seguente1• Arrivati a Cipro2, i pellegrini


si distribuirono su diverse navi. C 'erano nel porto tre o quattro na­
vi in partenza per Venezia3• Una apparteneva a dei turchi, un 'al­
tra era un 'imbarcazione molto piccola, e la terza era una nave mol-

1 I pellegrini lasciarono Gerusalemme la sera del23 settembre 1523,


ma, per tutta una serie di difficoltà e di vessazioni subite da parte dei tur­
chi, solo il 3 ottobre la nave pellegrina poté salpare dal porto di Giaffa.
2 Dal diario del Fiissli sappiamo che, a causa della bonaccia, la na­
ve dei pellegrini attraccò al porto di Le Saline (attuale Lamaka), nell'i­
sola di Cipro, solo il 14 ottobre. La nave Negrona, sulla quale Ignazio
aveva viaggiato da Venezia a Cipro, era già partita da una decina di gior­
ni. Questo obbligò i pellegrini a cercarsi una nave per poter proseguire
il viaggio fino in Europa.
3 Nel seguito del suo racconto, Ignazio parla solo di tre navi, anche
se probabilmente esse erano quattro, senza contare quella che li aveva
trasportati da Giaffa ali' isola di Cipro. Infatti, sempre dal diario del
Fiissli, sappiamo che questi viaggiò su una nave chiamata Malepiera.
Questa nave non si identifica certamente con la prima indicata da Ignazio,
la nave dei turchi, perché -come riferisce Ignazio- nella tempesta si per­
se e non si salvò nessun passeggero; neppure sembra che la Malepiera
possa identificarsi con la terza nave indicata da Ignazio, la nave grande
di proprietà di un ricco armatore veneziano, sia perché questa nella tem­
pesta naufragò contro le stesse coste del! 'isola di Cipro in modo così rovi­
noso che solo i passeggeri si poterono salvare, sia perché su di essa viag­
giavano i due spagnoli, Diego Manes e il suo servitore, che, sappiamo,
non hanno viaggiato con il Fiissli; neppure, infine, la Malepiera può iden­
tificarsi con la nave su cui viaggiò Ignazio e della quale ignoriamo il no­
me: il Fiissli, nel dettagliato racconto del suo.avventuroso viaggio, non
fa minimamente allusione ad un approdo in Puglia, e, inoltre, la Malepiera

197
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

to lussuosa e forte di un ricco veneziano4. Fu al capitano di que­


st'ultima che alcuni pellegrini chiesero di voler imbarcare il pel­
legrino; ma quegli, quando seppe che non aveva denaro, rifiutò,
benché molti lo pregassero facendo le lodi del pellegrino ecc .. ll .

capitano rispose che, se era santo5,facesse la traversata come San


Giacomo6, o qualcosa di simile. Gli stessi che lo avevano racco­
mandato gli ottennero molto facilmente il favore del capitano del-

era una nave grande alla quale poco si addice la descrizione di «navio muy
pequefio» con la quale Ignazio indica l'imbarcazione sulla quale egli trovò
posto per il ritorno a Venezia. Per identificare la Malepiera con la nave
sulla quale Ignazio compi la traversata verso l'Europa e per ritenere che
tre e non quattro erano le navi in partenza da Cipro per Venezia, biso­
gnerebbe ritenere che il «muy pequefio» o «pequefio», che Ignazio at­
tribuisce alla sua nave, sia detto non in assoluto, ma in relazione alla na­
ve ricca e di grande stazza dell'armatore veneziano e che Ignazio, par­
lando di "Puglia" come luogo in cui approdarono dopo I; avventurosa tra­
versata, sia incorso in un errore di geografia, confondendo la Puglia
con l'lstria, dove appunto, nel porto di Parenzo, approdò il Fiissli con la
Malepiera.
4 Si tratta di Gerolamo Contarini.
5 Questa battuta del capitano della nave ricca e potente indirettamente
ci fa conoscere in quale stima Ignazio fosse ritenuto dai suoi stessi com­
pagni di pellegrinaggio. Certamente essi, in più occasioni, avevano con­
statato le sue virtù ed erano rimasti attratti dal suo attegiamento di po­
vertà e di mitezza, fino al punto di farsi essi stessi suoi protettori e be­
nefattori. C'è stato, pertanto, un cambiamento di atteggiamento nei riguardi
del nostro pellegrino da parte delle persone che gli si trovavano vicino:
non lo considerano più, come nell'andata, un tipo da tenere isolato e un
po' strano o sconsiderato. Ma anche in Ignazio c'è un cambiamento: le
lodi e la stima da parte degli altri sorprendentemente non gli procurano
scrupoli o disagi. Sembra che egli abbia acquistato ormai una certa libertà
interiore di fronte ad esse.
6 Cioè in modo miracoloso e portato dalla Provvidenza. Una pia tra­
dizione dice che San Giacomo dalla Palestina sarebbe an dato a
Compostela, facendo la traversata del Mediterraneo su una nave senza
remi e senza vela.

198
Capitolo quinto - Il ritorno da Gerusalemme

l'imbarcazione piccola7. Partirono in un giorno di vento favore­


vole, al mattino"', ma, verso sera, li colse una tempesta, che separò
le navi l 'una dali 'altra. Quella più grande andò a perdersi nei pres­
si della stessa isola di Cipro e le persone si salvarono; la nave dei
turchi scomparve nella stessa burrasca insieme con tutti i pas­
seggeri. L'imbarcazione piccola ebbe molto a faticare, ma alla.fì­
ne riuscì a toccare terra in Puglia. Ciò accadde nel rigore del­
l 'inverno: faceva molto freddo e nevicava. Il pellegrino aveva in­
dosso solo un paio di calzoni di tela grezza fino al ginocchio, la­
sciando le gambe scoperte, le scarpe, un giubbotto di tela nera,
aperto con molti strappi sulle spalle, e una mantellina corta e sdru­
cita9.

7 Una volta di più appare come Ignazio sia ripagato della sua fidu­
cia nella Provvidenza. Quando gli amici spagnoli non possono più per­
mettersi di pagargli i 15 ducati per il viaggio da Cipro a Venezia, egli tro­
va con facilità un posto gratis su una nave. Certamente questa è picco­
la e meno confortevole delle altre, ma, all'atto pratico, si mostrerà più
sicura di quella ricca e potente di Gerolamo Contarini, sulla quale gli era
stato rifiutato il passaggio. Dio, nella Sua provvidenza, attraverso l'e­
sperienza stessa, nella linea dello spirito evangelico delle Beatitudini (Le.
6, 20-26) e della meditazione dei Due Vessilli (EESS., nni. 136-147), edu­
ca Ignazio a non porre la propria fiducia in ciò che è ricco e potente, ma
in ciò che è piccolo, povero e umile.
H Il viaggio di ritorno inizia ai primi di novembre. Restarono in ma­
re tutto il mese di novembre e il mese di dicembre.
9 Non raramente Ignazio ne/l 'Autobiografia fa allusione ai suoi abi­
ti o al modo di vestirsi dei compagni e degli amici (cfr. §§. 16. 17. 18.
34. 50. 51. 55. 58. 59. 62-64. 66 ... ) Questi passi possono aiutare ad in­
.

terpretare meglio i passi delle Costituzioni nei quali è trattato il tema del
vestito. Sono particolarmente significativi, intorno a questo tema, i te­
sti della Parte III riguardanti la cura della salute e delle forze fisiche di
quanti si trovano in probazione ([296). [297]), quelli del capitolo 2° del­
la Parte VI riguardanti la povertà dei membri già incorporati nella
Compagnia ( [577]. [579]) e un testo del capitolo l o della Parte VIli ri­
guardante quello che è di aiuto per l'unione delle persone tra loro in

199
S. Ignazio di Loyola- Autobiografia

5O Arrivò a Venezia a metà del gennaio del l 524, dopo es­


sere stato in mare da Cipro tutto il mese di novembre e di dicem­
bre e quanto era trascorso di gennaio. A Venezia lo incontrò uno
di quei due10 che lo avevano accolto in casa loro prima che par-

Compagnia ([671 ]). Anche il vestito da indossare,in un certo senso, è og­


getto di un discernimento e di un processo di elezione nel quale, alla lu­
ce della finalità intrinseca del vestito,identificata dal fondatore con il di­
fendere dal freddo e dalla sconvenienza (Cosi., III, [297]), entrano in gio­
co molti fattori da armonizzarsi e da integrarsi tra loro. Nel discernimento
bisogna tener conto,da una parte, quali criteri universali "dall'alto", dei
valori fondamentali: l'equilibrata cura del corpo e delle forze fisiche (Cost.,
III, [292]. [296]; cfr. anche la struttura del paragrafo [292]), l'esercizio
della povertà (Cosi., VI, [577/9]), della mortificazione (Cosi., l/l, [297]),
dell'abnegazione (Cosi., II/, [297]. [294]), dell'umiltà (Cost.,lll, [297],
VI, [577]) conforme allo spirito della meditazione dei Due Vessilli e del
3° grado di umiltà,del decoro (Cosi., III,[297]; VI,[577]. [579]) richiesto
soprattutto dalle necessità apostoliche, e deli 'uniformità anche esterna per
una maggiore unità del corpo della Compagnia (Cosi., VIII, [671]).
Dall'altra parte bisogna tener conto,invece,quali particolari circostan­
ze storiche "dal basso", della costituzione fisica ( Cost., III, [297]; VI,
[579]), dell'età (Cost., VI, [679]), delle abitudini (Cost., 111, [297-299]),
deli 'ufficio (Cosi., III, [297]) e di altri dati riguardanti le singole perso­
ne (Cosi., III, [297]) e gli usi della regione in cui si vive (Cosi., VI, [577]),
ai quali bisogna cercare di uniformarsi o dai quali -almeno- non bisogna
totalmente diversificarsi (Cost., VI, [578]). Particolarmente significati­
vo è il testo del capitolo 2° della Parte VI, nel quale i fondatori indica­
no sinteticamente le tre qualità che il vestito deve avere: «la prima, che
sia decoroso; la seconda,che sia conforme all'uso della regione in cui si
vive; la terza,che non sia in contraddizione con la professione di pover­
tà» (Cosi. VI, [577]).
1° Cfr. sopra,§.42, nota 37. Quando nei§§. 42-43 riferisce del suo
primo soggiorno a Venezia, Ignazio menziona solamente una persona tra
coloro che l'ospitarono a casa, cioè un ricco spagnolo a noi restato igno­
to. Ma dal Ribadeneira, e soprattutto dalla testimonianza di Lorenzo
Masso,segretario della Repubblica di Venezia, il quale a sua volta lo ave-

200
Capitolo quinto - Il ritorno da Gerusalemme

fisse per Gerusalemme. Gli diede in elemosina 15 o 16 giuli 11 e un


pezzo di sto.flà che ripiegò più volte e si mise sullo stomaco a cau­
sa del gran freddo che.faceva12•
11 pellegrino, da quando capì che era volontà di Dio che non
resta<;se a Gerusalemme, andava sempre pensando tra sé quid agen­
dum13. Alla fine si sentiva maggiormente inclinato a studiare, per

va saputo dal segretario del Consiglio dei Dieci, Antonio Milledonne, co­
nosciamo anche il nome dell'altra persona: si tratta del senatore vene­
ziano Antonio Trevisan.
11 Dieci giuli facevano poco più di un ducato. Questa moneta d'ar-
·

gento prendeva nome dal Papa Giulio II.


12 Ignazio, già allora, in seguito alle rigorose penitenze del periodo
di Manresa, pativa di quei forti dolori di stomaco che lo accompagne­
ranno tutta la vita (cfr. sopra,§. 34, nota 122). L'accettare non solo i sol­
di in elemosina, ma anche l'impegno a_curarsi e a vestirsi con maggio­
re attenzione contro il freddo dell'inverno, è il segno di un piccolo pas­
so in avanti nel lungo itinerario verso l'integrazione tra la speranza in Dio
solo e l'uso dei mezzi naturali. Ignazio non giudica più "mancanza di fi­
ducia-l'aver accettato i 15-16
giuli in elemosina, come, invece, giudicò
tale l'accettazione dei 6-7
ducati ricevuti a Roma per il viaggio da Ve­
nezia a Gerusalemme (cfr. sopra,§. 40, note 19 e 20). Le peripezie che
marcarono il suo pellegrinaggio in Terra Santa, disposte dalla divina
Provvidenza per staccarlo soprattutto da se stesso, a poco a poco lo por­
tano a comprendere e, soprattutto, a "vivere" che è più (=magis!) sce­
gliere Dio solo, accettando di prendere anche altro, senza - però - riporre
in esso la propria fiducia, che scegliere Dio solo, ma in modo tale da com­
portare implicitamente la scelta della propria volontà che si determina
a rifiutare e a lasciare tutto, senza -però- essere mossa e prevenuta
dall'Amore che discende "dall'Alto". La concezione un po' rigorista del­
la fiducia in Dio, alla quale corrisponde una visione un po' miraco­
listica e, al tempo stesso, poco spirituale della Provvidenza, senza derogare
in nulla al primato di Dio e allo slancio del suo amore per Cristo pove­
ro e penitente, a poco a poco si stempera, perde rigidità e durezza, e si
inclina verso un "giusto mezzo", nel quale -in forza della discrezione­
hanno gioco e valore anche le creature e i doni naturali.
13 Ignazio appare tanto sicuro e determinato nel viaggio di andata a

201
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

un po di tempo14, per poter aiutare le anime15• E decise di anda­


'

re a Barcellona e, pertanto, partì da Venezia alla volta di Genova16•

Gerusalemme, quanto, invece, incerto e sconcertato nel suo ritorno dal­


la Terra Santa. C'è un'involuzione nel suo spirito? Si tratta di un passo
indietro nel suo processo di maturazione spirituale? Tutt'altro! Attraverso
l'autorità della Chiesa, rappresentata dal P. Provinciale dei francescani,
custodi della Terra Santa, Dio educa Ignazio ad affinare, in una linea ad
un tempo di interiorizzazione e di spiritualizzazione, il suo stile di di­
scernimento e di elezione. Proprio nel momento in cui è respinto dalla
Gerusalemme terrena e questa città diventa per lui una meta che non rag­
giungerà più, Ignazio comincia a vivere l'elezione come uno stato per­
manente di vita, perché Cristo, interiorizzandosi in lui, diventa un "cri­
terio" e una luce, più che una realtà che possa essere fissata in qualcosa
di circoscritto, anche se santo, come la terra di Palestina, il luogo dove
si consumò la salvezza di tutto il genere umano. Ignazio sta imparando
a non "chiudere" Dio in qualche realtà creata, perché non c'è nulla di co­
sì grande che Lo possa contenere; sta imparando a non "materializzare"
Dio, rispettando pienamente il Suo essere sempre "al di là". Con questo
Ignazio impara a rimanere aperto e disponibile all'azione di Dio, che si
incarna e si manifesta nella quotidianità della vita, sempre alla ricerca del
quid agendum ?, sempre pellegrino, ma in una maniera diversa da pri­
ma: non più pellegrinaggio come momento della vita, ma vita come
continuo pellegrinaggio.
14 È la prima volta che lo studio appare nei progetti di Ignazio dopo
la conversione. Ci sono molte discussioni su come e perché Io studio af­
fiori all'orizzonte della sua vita. È un dato fondamentale e irrefutabile il
rapporto esistente tra "studio" e "aiuto alle anime": l'ideale dello studio
fiorisce sul terreno dell'ideale apostolico. Lo studio è un mezzo funzio­
nale in ordine ali 'apostolato: «per poter aiutare le anime» (cfr. sotto, no­
ta 15). Ma in Ignazio l'idea della necessità dello studio «per poter aiu­
tare le anime» è frutto di una riflessione razionale oppure sorge da espe­
rienze contingenti che gli fanno toccare con mano che, di fronte a certi
problemi che si incontrano nell'apostolato, si richiede qualcosa di più del
fondamentale buon senso umano e spirituale? Si richiede, in concreto, la
dottrina oggettiva oltre all'esperienza personale, si richiede uno stile
"professionistico" e non solo "dilettantistico" nell'approccio agli altri?

202
Capitolo quinto - Il ritorno da Gerusalemme

Un giorno a Ferrara, mentre stava facendo le sue devozioni nel­


la cattedrale, un povero gli chiese l 'elemosina ed egli gli diede un

II Nadal sembra quasi presupporre una scelta di tipo razionale: nelle sue
esortazioni ad Alcalà nel 1561 FN II, 195-197), nel Collegio Romano nel
1557 (FN Il, 6) e a Coimbra nel 1561 (FN Il, 154) e in altri suoi scritti
(cfr. Apologia contra censuram, FN Il, 68; Dialogi pro Societate, FN II,
245), oltre che sottolineare il fatto della coscienza molto viva che Igna­
zio aveva della sua totale ignoranza in materia di studi umanistici e teo­
logici, adduce come argomenti della sua scelta in favore dello studio il
pericolo di errori e di eresia, la necessità di studiare per poter essere con­
cretamente inviato, per poter parlare con autorità oltre che con compe­
tenza e per poter svolgere un apostolato efficace, sicuro e tranquillo.
Tutto questo è vero, ma forse il Nadal, preoccupato più di chiarificare
i dati della spiritualità della Compagnia e, in particolare, la dimensione
istituzionale e sacerdotale del suo servizio apostolico nella Chiesa sot­
to il Romano Pontefice, che di delineare un rigoroso quadro storico, an­
ticipa motivazioni in favore dello studio che affioreranno più chiaramente
nella coscienza e nella vita di Ignazio in un tempo posteriore. Non va tra­
scurato, difatti, quel «per un po' di tempo», col quale si potrebbe forse
pensare che l'ideale dello studio possa essere stato concepito da Ignazio,
a quel tempo della sua vita, come provvisorio e di passaggio per un ge­
nerico "aiuto alle anime" un poco più qualificato: Ignazio non pensa an­
cora certo a studi molto approfonditi e intensi; si accontenta di quello che
è puramente indispensabile. Di fatto, forse, è più esatto pensare che, sep­
pure in clima di Terzo Tempo di elezione, come sembra suggerire il ter­
mine "inclinazione", che suppone una ricerca e una valutazione dei mo­
tivi "pro" e "contra"quello circa il quale si vuoi prendere una decisio­
ne, abbia avuto buon gioco anche l'analisi induttiva dell'esperienza sto­
rica e contingente: l'esperienza ecclesiale di Gerusalemme aveva fatto
maturare, in forza del comando autoritativo del Provinciale dei francescani,
nonostante l'attrazione spontanea verso la permanenza nella città santa,
la certezza che era volontà di Dio che non restasse in Palestina.
Probabilmente questa stessa esperienza ha fatto maturare in lui una cer­
ta presa di distanza dalle consolazioni sensibili e soggettive e l'esigen­
za di dare maggiore peso all'aspetto oggettivo della verità e alla di­
mensione istituzionale dell'aiuto alle anime, fino allora concepito in

203
S. Ignazio di Loyola- Autobiografia

marchetto17, moneta che vale 5o 6 quattrini18• Dopo quel povero


ne venne un altro, e gli diede un'altra piccola moneta che valeva
un po'di più. A un terzo, non avendo che giuli, diede un giulio.
Allora i poveri, vedendo che distribuiva elemosine, nonfacevano
che venire, e così finì tutto quello che aveva. Alla fine vennero a
chiedere elemosina molti poveri in gruppo. Egli rispose che vo­
lessero perdonar/o, perché non aveva più nulla19.

modo puramente individuale e personale. Dopo Gerusalemme, nell'ideale


apostolico di Ignazio si attua un passaggio da un tipo di apostolato "di­
lettantistico", perché unicamente individuale e poggiato sulla spontaneità,
ad un apostolato più qualificato, istituzionale e "professionistico". Si po­
trebbe, forse, vedere proprio in questo un remoto seme, probabilmente
non ancora pienamente esplicitato al livello della coscienza di Ignazio,
del suo ideale sacerdotale-presbiterale, che lo porterà, prima, a farsi or­
dinare insieme ai suoi compagni e, poi, a fondare la Compagnia come cor­
po essenzialmente sacerdotale-presbiterale sotto il Romano Pontefice, dal
quale deriva ogni missione per l'aiuto alle anime. .
15 "Aiutare le anime" è un ideale ormai acquisito per Ignazio, anche
se la modalità di esso dovrà essere ancora precisata e meglio determinata.
È ormai il fine che regola tutte le sue scelte (cfr. sopra,§. 26, nota 57 e
§. 45, nota 56).
16 Come il fine dell'"aiutare le anime" determina la scelta del mez­
zo (quella dello studio), cosi la decisione di studiare, a sua volta, deter­
mina, come fine, la scelta di Barcellona e, conseguentemente la parten­
za da Venezia per Genova. Le scelte sono gerarchicamente disposte e or­
dinate. Ignazio ritorna a Barcellona, al punto di partenza del suo pelle­
grinaggio. Pertanto il viaggio da Venezia alla città catalana va anche vi­
sto come l'epilogo del suo pellegrinaggio. Ormai Ignazio ha capito che
Dio vuole che sia concluso, in attesa di aprirgli nuove strade su cui es­
sere pellegrino.
17 Il marchetto aveva il valore di un soldo, che equivaleva a 20 cen­
tesimi della lira veneta. Con 2 marchetti i pellegrini in Gerusalemme po­
tevano risiedere nell'ospedale di San Giovanni tutto il tempo che vole­
vano.
18 //quattrino valeva 3-4 centesimi della lira veneta.
19 Questo episodio mette ancora una volta in luce la fiducia illimita-

204
Capitolo quinto - Il ritorno da Gerusalemme

51 E così partì da Ferrara per Genova. Lungo il cammino in­


contrò alcuni soldati spagnoli, che quella notte lo trattarono be­
ne. Si stupirono che facesse quel percorso, perché sarebbe dovu­
to passare quasi in mezzo ai due eserciti, quello francese e quel­
lo imperiale20• Lo pregarono di abbandonare la via maestra e di
prenderne un 'altra, più sicura, che gli indicarono. Ma egli non se­
guì il/oro consiglio21; al contrario, camminando dritto per la sua

ta del pellegrino nella divina Provvidenza e, nello stesso tempo, il suo


amore per i poveri per amore di Cristo. Ignazio dà a loro tutto, fino in .
fondo, e arriva a mettersi al loro posto, divenendo uno di loro nel senso
più vero della parola. Infatti, come racconta il Lainez a continuazione di
questo episodio (Epistula de S. lgnatio, FN I, 86), egli si mise a mendi­
care quello che gli era necessario per nutrirsi, come gli altri poveri. Se
inizialmente a Loyola la povertà era stata solamente un mezzo per fare
penitenza, ora, dopo Manresa e ancor più dopo Gerusalemme, è vissu­
ta da Ignazio sempre più come modo di realizzare pienamente la sequela
di Cristo, che da ricco quale era, si è fatto povero per noi poveri uomi­
ni. Ignazio vuoi essere povero come Cristo e perché Cristo si è fatto po­
vero. Il suo gesto lascia talmente trasparire un autentico spirito evange­
lico che -come annotano il Lainez e il Ribadeneira nel riferire questo epi­
sodio- i poveri lo accolsero all'uscita dalla chiesa col grido «il santo, il
santo!»: è la risposta dei poveri di Dio alla richiesta di perdono da par­
te di Ignazio per non aver più nulla da dare.
20 Nel suo cammino da Ferrara a Genova, Ignazio si imbatte succes­
sivamente nell'esercito spagnolo dell'imperatore Carlo V e in quello fran­
cese di Francesco L L'imperatore e il re di Francia si trovavano allora
in guerra per il possesso del ducato di Milano. Nel febbraio 1524, al tem­
po del viaggio di Ignazio da Ferrara a Genova, la guerra languiva e si stra­
scicava in attesa della soluzione definitiva. Essa avvenne nel 1525, con
la battaglia di Pavia, nella quale Francesco I fu fatto prigioniero e por­
tato a Madrid.
21 Un'altra volta, nella scelta tra due strade da percorrere, come nel
caso della mula o nel caso della sua partenza da Monserrat per Manresa,
Ignazio finisce per seguire quella che, umanamente parlando, sarebbe sta­
ta la meno logica. Nella strada verso Monserrat fu la m ula a guidarlo sul-

205
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

strada, si imbatte in un villaggio bruciato e distrutto, e così, fino


a sera, non trovò nessuno che gli desse qualcosa da mangiare. Ma,
al tramonto, arrivò in un villaggiofortificato. I soldati di guardia22
lo presero subito, pensando chefosse una spia. E dopo averlo mes­
so in una baracca presso la porta, cominciarono ad esaminarlo,
come si è soliti fare nei casi sospetti. A tutte le domande egli ri­
spose che non sapeva nulla. Lo denudarono e lo perquisirono fi­
no alle scarpe e in tutte le parti del corpo, per vedere se era lato­
re di qualche lettera. E visto che non riuscivano a saper nulla in

la strada maestra, abbandonando la strada larga e comoda del villaggio;


partendo da Monserrat fu il suo spirito di umiltà e il desiderio di fuggi­
re gli onori a fargli scegliere non la strada che portava direttamente a
Barcellona, ma quella secondaria che lo condusse a Manresa; qui a sug­
gerirgli il cammino da percorrere sono ad un tempo la sua fiducia in­
crollabile nella Provvidenza e la sua scelta di povertà. Da una parte, for­
temente ancorato com'era alla speranza in Dio solo, non prende nemmeno
in considerazione i pericoli che possono sorgere dali'esterno, trascuran­
do anche le elementari regole di prudenza umana che gli sono suggeri­
te da gente amica come i soldati spagnoli, che ebbero verso di lui un buon
trattamento; dall'altra, tuttavia, la scelta della povertà spinge a non ab­
bandonare la strada principale sulla quale presumibilmente avrebbe avu­
to maggiori possibilità di mendicare il cibo necessario. l n questo caso sem­
bra che, nella scelta di Ignazio, si insinui una motivazione logica e ra­
zionale, seppure in dipendenza da un dato storico: la necessità di men­
dicare, che si era liberamente scelto a partire dal momento in cui aveva
deciso di dare in elemosina a Ferrara i 15-16 giuli ricevuti a Venezia.
Certamente Ignazio paga cara questa logicità: prima incontra terra bru­
ciata e, con essa, l'impossibilità di chiedere elemosine necessarie per pro­
cacciarsi il cibo; poi viene preso come spia e sottoposto a dure umilia­
zioni.
22
Nel! 'Autobiografia non si dice se le guardie appartenessero all'e­
sercito francese o a quello spagnolo. Per il Nadal (FN II, 68) e per il
Polanco (FN 11,539) si tratta di soldati spagnoli. Il Lainez sembra, inve­
ce, ritenere che questi soldati fossero francesi (Epistula de S. lgnatio, FN
l, 90).

206
Capitolo quinto - Il ritorno da Gerusalemme

alcun modo, lo legarono per portar/o dal capitano: ci sarebbe riu­


scito lui a farlo parlare! Quando chiese che lo conducessero co­
perto con la sua mantellina non vollero dargliela, e lo condusse­
ro cosi, con i calzoni e il giubbotto di cui si è parlato sopra23.

52 Lungo il tragitto il pellegrino ebbe come una rappresen­


tazione di quando portavano Cristo, ma non fu una visione come
le altre24. Fu condotto attraverso tre strade principali; ed egli an-

23 Cfr. sopra,§. 49, nota 9. Probabilmente Ignazio del suo viaggio da


Ferrara a Genova, ricco di tanti altri fatti (cfr. sotto,§. 53), si attarda a
ricordare questi particolari del secondo dei tre incontri con fortificazio­
ni di eserciti in stato di guerra, perché sembrano bene evidenziare come
la scelta della povertà comporti conseguenze umilianti. L'essere preso
come spia e sottoposto ad interrogatorio come persona sospetta, l'esse­
re spogliato, l'essere condotto legato per le vie della città e l'essere pri­
vato della sua mantellina sono, in fondo, le conseguenze della sua scel­
ta di vivere di elemosine. Questo non è privo di significato per chi si ispi­
ra alla spiritualità ignaziana e per i gesuiti in particolare. Per chi è stato
formato alla scuola degli Esercizi Spirituali e, in particolare, nello spi­
rito della meditazione dei Due Vessilli e della considerazione dei Tre Gradi
di umiltà (EESS., nn. 136-147. 164-168), o per chi, prima di emettere i
voti in Compagnia, è stato interrogato sul suo desiderio di affrontare pro­
ve e umiliazioni come Cristo, per assimilarsi sempre di più a Lui, cer­
cando in tutto Lui che è la via che conduce gli uomini alla vita (Es. Gen.,
IV, [l 02]. [l O l]), la raccomandazione dei fondatori «amino tutti la po­
vertà come madre e secondo la discrezione nei tempi opportuni ne sen­
tano alcuni effetti» ( Cost., III, [287]), acquista particolare trasparenza e
vivezza alla luce di queste esperienze vissute da Ignazio.
24 Non si tratta propriamente di .una visione né di una apparizione si­
mile a quelle avute a Manresa (cfr.sopra, §. 29) e vicino a Padova (cfr.
sopra, §. 41 ), accompagnate dali 'immagine rappresentativa di «un cor­
po bianco, non molto grande né molto piccolo, senza, però, vedere di­
stinzione alcuna di membra» (cfr. sopra,§. 29, nota 89 e§. 41, nota 28),
o simile a quelle avute a Gerusalemme, accompagnate dall'immagine di
«una cosa rotonda e grande come se fosse d'oro» (cfr. sopra,§. 44, no-

207
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

dava senza alcuna tristezza, anzi tutto allegro e contento25• Egli ave­
va l 'abitudine di rivolgersi alle persone, chiunque fossero, dando
del voi: lo faceva per devozione, perché così parlavano Cristo e

gli apostoli ecc ... 26• Mentre percorreva quelle strade, gli passò per
la mente che sarebbe stato bene in quella circostanza abbandonare
quella abitudine e dare al capitano del Signoria, e questo anche
per un certo timore di torture che gli avrebbero potuto infliggere
ecc... Appena, però, si accorse che si trattava di una tentazione,
si disse: «Visto che è così, non gli darò del Signoria, né gli farò
riverenza, né mi toglierò il berretto»27•

ta 50). Si tratta di un'esperienza più vicina a quella avuta in Gerusalemme


stessa il 22 settembre, la vigilia della sua partenza dalla Terra Santa, quan­
do percepì la presenza di Cristo sopra di sé, mentre era trascinato al mo­
nastero dall'uomo della cintura (cfr. sopra,§. 48, nota 77).
25 Come già a Gerusalemme, anche in questo caso l'esperienza di es­
sere condotto legato attraverso le strade della città è accompagnata da una
grande consolazione. Il suo desiderio di essere assimilato a Cristo, che
certamente il soggiorno in Terra Santa aveva fatto crescere, trova nelle
umiliazioni patite ad opera dei soldati un appagamento e una conferma.
Ormai Ignazio non cammina solo verso Cristo, come quando era in
viaggio verso Gerusalemme; ormai Ignazio è con Cristo: Gesù lo ac­
compagna e, più che un punto di arrivo verso cui tendere, diventa sem­
pre più un punto di partenza o, meglio ancora, uno di casa col quale abituai -
mente si vive. In lui sta maturando quel rapporto di familiarità che lo por­
terà a desiderare sempre più di "essere messo con Cristo che porta la cro­
ce", desiderio che nella visione de La Storta riceverà la sua consacrazione
e conferma (cfr. sotto,§. 96).
26
ll voi veniva abitualmente usato, nella Spagna del secolo XVI, per
rivolgersi a persone uguali o inferiori, anche se ci si rivolgeva ad una per­
sona singola: esso era segno di familiarità. Ai superiori, invece, si dava
del Signoria in segno di rispetto e di deferenza. Dando del voi a tutti,
Ignazio sembra voler trascurare queste "regole di buona educazione" in
nome della libertà che egli pensa venirgli dall'esempio di Cristo e degli
Apostoli.
27 Ignazio si trova un'altra volta dinanzi ad un bivio: dare del voi o
dare del Signoria al capitano francese? Ignazio discerne, nel pensiero di

208
Capitolo quinto - Il ritorno da Gerusalemme

53 Giungono al palazzo del capitano e lo lasciano in una sa­


la al pianterreno. Di lì a poco il capitano viene a parlargli. Egli,
senza usare alcuna forma di cortesia, risponde con poche parole,
con lunghe pause tra l 'una e l 'altra. Il capitano lo prese per paz­
zo2M e tale lo dichiarò a quelli che glielo avevano condotto:

dare del Signoria, una tentazione da dover assolutamente rifiutare. Esso


è accompagnato da una mozione nel suo spirito di paura per le torture
che avrebbe potuto subire. In questo timore il pellegrino riconosce un se­
gno di desolazione negativa, perché viene a turbare la gioia e l'allegria
precedente, già riconosciuta come autentica consolazione proveniente da
Dio (EESS., n. 3 18) . Questa paura, inoltre, produce, come frutto, il pen­
siero di avere un atteggiamento più morbido col capitano dandogli del
Signoria: questo pensiero che deriva dall'esterno, da una parte, viene a
porsi in contrasto con il comportamento abituale di dare del voi a tutti,
fondato sull'esempio di Cristo e degli Apostoli, e, dall'altra, lo allonta­
na dall'assimilazione al Cristo umiliato e percosso, contemplato nella
Passione. Il suo desiderio di "essere messo con Cristo che porta la cro­
ce" ancora una volta gli detta il comportamento da seguire. E, «dato che
nella desolazione non dobbiamo cambiare i propositi precedenti» (EESS.,
n. 319), ma aiuta molto andare contro la tentazione e la desolazione stes­
sa (EESS., nn. 13. 35 l) o contro i propri sentimenti e l'amore carnale e
mondano (EESS., nn. 97. 357. 168.), una volta riconosciuta la presenza
del nemico della natura umana dalla sua coda serpentina e dal cattivo fi­
ne al quale conduce (EESS., n. 334), Ignazio prende la ferma decisione
non solo di non dare del Signoria al capitano, ma anche di non dargli al­
cun segno di riverenza, né di togliersi il berretto.
28
Al candidato che sta per entrare in Compagnia le Costituzioni ri­
cordano che «quelli che camminano nella via dello spirito e seguono con­
cretamente Cristo nostro Signore, amano e desiderano ardentemente
( ...)vestirsi della stessa veste e divisa del loro Signore per l'amore e la
riverenza che gli sono dovuti. Cosicché, qualora non vi fosse offesa al­
cuna nei riguardi di Sua divina Maestà,(...) desiderano subire ingiurie,
false testimonianze, affronti ed essere ritenuti e stimati pazzi (senza, però,
dame alcuna occasione), spinti dal desiderio di rassomigliare e di imi­
tare in qualche misura il nostro Creatore e Signore Gesù Cristo ecc ..»
.

(Es. Gen .. IV, [l O l]). Ignazio accetta le conseguenze della scelta opera-

209
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

«Quest'uomo non ha cervello, dategli la sua roba e cacciatelojùo­


ri». Uscito dal palazzo, incontrò subito uno spagnolo29 che vive­
va in quel luogo. Questi lo condusse a casa sua così come era e
gli diede da sfamarsi e tutto il necessario per quella notte. Partì
al mattino e camminò fino a sera, quando due soldati, che erano
sopra una torre, lo videro e scesero a prender/o. Lo portarono al
capitano che erafrancese. Tra le altre cose, il capitano gli domandò
di che regione fosse. Saputo che era della Guipuzcoa, gli disse: «lo
sono di lì vicino»; sembra che fosse dei pressi di Bayonne30; e poi

ta circa il modo di relazionarsi con il capitano, perché desidera «essere


ritenuto stupido e pazzo per Cristo,che per primo fu considerato tale, piut­
tosto che saggio e prudente in questo mondo» (3° Grado di umiltà,
EESS., n. 167). Gesù, che cammina verso la croce nella Passione attra­
verso umiliazioni, ingiurie,accuse false e l'essere ritenuto pazzo da par­
te di Erode,diventa sempre più criterio decisivo delle scelte del pellegrino
e faro illuminante della sua esistenza. Sempre più Ignazio si sente iden­
tificato a Cristo.
29 Ancora una volta, uno spagnolo innominato incrocia la via di
Ignazio e gli viene in aiuto in un momento di particolare difficoltà, co­
me già si era verificato a Venezia (cfr. sopra,». 42- 43), lungo tutto il pel­
legrinaggio a Gerusalemme -durante il quale praticamente venne sem­
pre sostenuto dai compagni di viaggio spagnoli- e, ancora più recente­
mente, all'uscita da Ferrara verso Genova,quando alcuni soldati dell'e­
sercito imperiale gli fecero buona accoglienza per la notte e cercarono
di dargli buoni consigli per l'itinerario da seguire nel suo viaggio (cfr. so­
pra, §. 51). Ignazio sottolinea la nazionalità spagnola del suo benefatto­
re forse per controbilanciare la cattiva impressione lasciata dal compor­
tamento nei suoi riguardi da parte dei soldati e del capitano, presumi­
bilmente appartenenti all'esercito di Carlo V?
30 Trattandosi di un capitano dell'esercito francese e di un luogo vi­
cino alla Guipuzcoa, sembrerebbe più logico identificare "Bayona" del
testo originale con Bayonne nel Sud-Est della Francia, a una trentina di
chilometri dalla frontiera franco-spagnola di lrun, piuttosto che con l'at­
tuale Bayona nell'Ovest della Spagna, a 15 chilometri da Vigo, sulla co­
sta atlantica.

210
Capitolo quinto - Il ritorno da Gerusalemme

aggiunse: «Portate/o via, dategli da mangiare e trattate/o be­


ne»31. In questo viaggio da Ferrara a Genova gli capitarono mol-

31 Per il pellegrino si viene a verificare una situazione analoga a


quella vissuta il giorno precedente. Questa volta, però, Ignazio si fa
premura di notare che si tratta di soldati e di un capitano dell'esercito fran­
cese. La scena ha una soluzione opposta: nessuna umiliazione, nessun
vituperio, nessun oltraggio, nessuna avversità, ma amicizia, conversazione
tàmiliare con il capitano, cibo e buon trattamento. La descrizione del com­
portamento di questa guarnigione dell'esercito francese richiama alla me­
moria il trattamento cortese e benevolo usato nei suoi riguardi daifran­
cesi vincitori a Pamplona tre anni prima (cfr. sopra,§. 2), e -dall'altra par­
te- le gentilezze e le cure avute per lui dai soldati spagnoli incontrati ap­
pena uscito da Ferrara (cfr. sopra, §. 51, prima parte). Ignazio è basco,
ha combattuto per l'imperatore Carlo V, ma ormai è di tutti e non è di
nessuno. L'incontro con il Re eterno, Signore di tutto il mondo, che in­
via i suoi discepoli dappertutto, come pure l'esperienza di vita passata
per vari mesi con i compagni pellegrini appartenenti a diverse naziona­
lità, ha tàtto sorgere e maturare in lui uno spirito universalistico e inter­
nazionale, che lo porta al di sopra delle parti. Per relazionare sul suo viag­
gio da Ferrara a Genova, sembra che Ignazio, tra i numerosi episodi e
vicende particolari che egli stesso ci dice essergli occorsi, abbia voluto
scegliere, come per lui più importanti e significativi, proprio quelli che
riguardavano i suoi incontri con i due eserciti di Carlo V e di Francesco
l in guerra tra loro. È sintomatico che, quando si tratta di accoglienze fa­
vorevoli da parte dei soldati, egli si fa premura di indicarne la naziona­
lità, siano essi spagnoli o francesi; dei soldati e del capitano che lo trat­
tarono male non dice, invece, se appartenessero all'esercito imperiale di
Carlo V o a quello francese di Francesco l. Sembra che Ignazio voglia
far capire ai suoi seguaci il significato della cura «di mantenersi sempre
in clima di amore e di carità con tutti)), raccomandata dalle Costituzioni
come aiuto importante per la conservazione e lo sviluppo della Compagnia
in pienezza di vita (Cost., X, [823]) e, in particolare, come sia «impor­
tante che non vi sia o non si senta nella Compagnia preferenza ad una
fazione piuttosto che ad un'altra tra principi e signori cristiani, ma vi sia
-anzi- un amore universale, che, nel Signor nostro, abbracci tutte le par­
ti, anche se tra loro sono in contrastm) (Cosi., lbid. ).

211
S. Ignazio di Loyola- Autobiografia

te cose di minore importanza. Alla fine giunse a Genova, dove lo


riconobbe un biscaglino, di nome Portundo32, col quale aveva
parlato altre volte, quando prestava servizio alla corte del Re
Cattolico33. Questi lo fece imbarcare su una nave diretta a
Barcellona, sulla quale corse grave pericolo di essere catturato da
Andrea Doria34 che, essendo allora a servizio dei francesi, diede
la caccia alla nave.

32 Il suo vero nome era Rodrigo Portuondo. Di lui parla il Ribadeneira


nella Vita di Sant'Ignazio come «generale delle galere di Spagna» (FN
IV, 166). Nel1524 protesse il ritorno della flotta imperiale da Marsiglia
a Genova quando venne fatto prigioniero il suo comandante Ugo de
Moncada. Perse la vita nel 1529 in un combattimento contro i corsari pres­
so l'isola Fonnentera (FN Il, 435).
33 Si può dire che Ignazio abbia prestato servizio alla corte del Re
Cattolico solamente in un senso analogo. Propriamente egli prestò ser­
vizio, dall'età di 15 anni fino al 1517, in casa di Juan Velazquez de
Cuéllar, il quale - in forza del suo ufficio di Contador Mayor (pratica­
mente Ministro delle Finanze)- era spesso chiamato a seguire il Re, do­
vunque questi si trovasse.
34 Andrea Doria, navigatore e ammiraglio genovese ( 1466-1560),
poneva le sue capacità e le sue galere a disposizione dei diversi eserciti
in guerra tra loro. Dal1522 egli si pose dalla parte di Francesco l e, qua­
le ammiraglio della flotta francese, nel 1524, davanti a Marsiglia, scon­
fisse la flotta imperiale di Carlo V che, protetta da Portuondo, riparò a
Genova. In quel momento, pertanto, la nave spagnola diretta a Barcellona
sulla quale Ignazio aveva ottenuto l'imbarco attraverso il Portuondo, era
oggetto di caccia da parte di Andrea Doria. Dopo la sconfitta di France­
sco I a Pavia nel1525, vedendo che le sorti della guerra volgevano a fa­
vore dell'imperatore, Andrea Doria, da grande opportunista qual era, cam­
biò bandiera: prima si mise al servizio del Papa Clemente VII e, poi, nel
1528, passò definitivamente dalla parte di Carlo V.

212
Capito sesto

BARCELLONA E ALCALA

54 Arrivato a Barcellona, mise a parte della inclinazione che


aveva di studiare Isabella Roser1 e un certo Maestro ArdévoP, che

1 Isabella Ferrer, moglie di Francesco Roser, aveva conosciuto Ignazio


nel 1523 durante la precedente permanenza del santo a Barcellona, pri­
ma di partire per la Terra Santa. Colpita dalla luminosità del volto di
Ignazio, mentre questi ascoltava una predica seduto in mezzo ai ragaz­
zi sui gradini della chiesa di San Giusto, convinse il marito ad invitarlo
a pranzo. Isabella fu talmente toccata dai discorsi del santo sulle cose di
Dio e sul suo progettato viaggio a Gerusalemme, che gli restò affezio­
nata e, rientrato Ignazio in Europa, divenne la sua migliore benefattrice
durante il tempo degli studi. Nel 1543, due anni dopo essere rimasta ve­
dova, Isabella Roser, insieme ad una sua domestica, Francesca Cruyllas,
e ad un'altra nobildonna barcellonese, Isabella de Josa, venne a Roma
col proposito di porsi sotto l'ubbidienza di Ignazio. Di fronte al netto ri­
fiuto del santo, Isabella de Josa si arrese, ma venne sostituita da un'ita­
liana, Lucrezia de Biadene. La Roser non si diede per vinta: fece ricor­
so direttamente al Papa e ottenne da Paolo III di poter fare la professio­
ne solenne nella Compagnia di Gesù il giorno di Natale del 1545, insieme
alle altre due compagne. Tuttavia, insorsero subito tali difficoltà da in­
durre Ignazio, dopo non poco discernimento, a fare a sua volta ricorso
presso il Papa e ad ottenere, in data l ottobre 1546, la dispensa dai voti
per le tre donne. Tornata a Barcellona, Isabella Roser si ritirò nel con­
vento di Santa Maria di Gerusalemme, dove, professa sotto la regola di
San Francesco, nel 1555 morì santamente, senza mantenere sentimenti
di rancore o di amarezza nei riguardi di Ignazio e della Compagnia, co­
me stanno ad attestare due sue lettere.
2 Gerolamo Ardévol, baccelliere in Arti, teneva la cattedra di gram­
matica latina nello Estudio Generai (o Scuola Superiore) di Barcellona

213
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

insegnava grammatica. A tutti e due la cosa parve molto buona:


lui si offrì a dargli lezioni gratuitamente e lei a procurargli il ne­
cessario per mantenersi. Il pellegrino conosceva a Manresa un fra­
te3, credo del! 'Ordine di San Bernardo, uomo molto spirituale, pres­
so il quale era suo desiderio rimanere sia per imparare che per po­
tersi dare con maggiore comodità alla vita spirituale, anche per
fare del bene alle anime. Pertanto rispose che avrebbe accettato
l 'offerta se non avesse trovato a Manresa quel! 'opportunità che spe­
ravif. Ma, recatosi colà, trovò che il frate era morto5; e così, tor-

durante l'anno scolastico 1525-1526, con uno stipendio di 40 libbre da


parte dell'amministrazione comunale della città catalana. Precedentemente,
quando Ignazio arrivò a Barcellona nel marzo 1524, fino al giorno di San
Luca -18 ottobre- del 1525, quando assunse la cattedra, MQ Ardévol era
uno dei professori ausiliari o ripetitori, previsti dagli statuti del/'Estudio
Generai del 1508. Come tale, aveva diritto a ricevere una modica som­
ma da ciascuno dei suoi allievi, ma ad Ignazio volle insegnare gratuita­
mente. Almeno dall'ottobre 1525 Ignazio cominciò a frequentare le le­
zioni pubbliche del suo professore, perché questi, una volta ottenuta la
cattedra, secondo gli statuti dell 508 non poteva più dare lezioni priva­
,

te (cfr. C. de Dalmases, Los estudios de san Jgnacio en Barcelona, AH­


SI l O (1941 ), 283-293). Gerolamo Ardévol fu, inoltre, uno dei soci fon­
datori di una speciale Accademia di studi umanistici insieme a Martin de
Ibarra, il grande animatore degli studi umanistici a Barcellona nel seco­
lo XVI.
3 Non conosciamo il nome di questo monaco cistercense. Certamente
si trattava di un frate del monastero di San Paolo, un miglio fuori Manresa
(cfr. sopra,§. 30, nota 94).
4 Appena arrivato a Barcellona, Ignazio si trova nuovamente di fron­
te ad un bivio: è chiamato a scegliere tra l'andare a studiare a Manresa
presso il monaco cistercense, «uomo molto spirituale», e il seguire le pro­
poste di MQ Ardévol e di Isabella Roser di restare a studiare a Barcellona
sotto la loro guida e il loro aiuto: l'uno era disposto, infatti, ad insegnargli
gratis e l'altra a procurargli il necessario per il mantenimento. La scelta
di Ignazio si orienta, in un primo tempo, verso la prima soluzione e
condiziona l'accettazione della seconda al fallimento della prima. Il te-

214
Capitolo sesto - Barcellona e Alcalà

nato a Barcellona6, cominciò a studiare con grande diligenza7. Ma

una cosa lo disturba va molto, ed era che, quando si metteva ad

sto lascia trasparire le motivazioni della scelta: a quel tempo Ignazio, or­
mai trentatreenne, era ancora lontano dal pensare ad uno studio ap­
profondito per il quale fossero necessari un impegno e una dedizione to­
tale. Pensava di studiare solo «per un po' di tempo»(§. 50, nota 14), quel
tanto necessario per poter esporre iuxta e cclesiasticum morem la ricchezza
dei doni ricevuti a Manresa e nell'orazione, e per rendere in tal modo suf­
ficientemente sicuro ed efficace il suo aiuto alle anime (cfr. Nadal,
Apologia contra censuram, FN II, 68). Il pellegrino non voleva affatto
sacrificare sull'altare dello studio il tempo da dedicare alla vita di pre­
ghiera, di penitenza, di povertà e di contatto con le anime. Vita intellet­
tuale, vita spirituale e vita apostolica: tre forze e tre dimensioni di vita
che Ignazio subito avrebbe voluto far coesistere insieme. Tuttavia, l'a­
ver scelto Manresa piuttosto che Barcellona, il frate cistercense, uomo
spirituale, invece di M0 Ardévol, uomo di scienza, sembra manifestare
in Ignazio una preferenza -del resto da lui stesso indicata nelle motivazio­
ni della scelta- al «potersi dare con maggiore comodità alle cose spirituali»
prima che allo studio e all'apostolato. Ma, soprattutto, sembra che Ignazio,
piuttosto che sulle esigenze dello studio, ponga un'accentuazione parti­
colare sulle pratiche esteriori di orazione e di penitenza, che nel seguito
della sua vita di studente andrà scemando in favore di una maggiore va­
lorizzazione del dovere di stato di studente.
L'intuizione di integrare studio e vita spirituale, nel fondo, era sen -
z'altro positiva, ma necessitava di una messa a punto più precisa circa
il modo di operarla. Ignazio aveva ancora bisogno di una lunga azione
educativa da parte di Dio che purificasse e ridimensionasse il suo desi­
derio delle "cose spirituali", senza che ne patisse danno la serietà del­
l'impegno nello studio e lo stesso spirito di preghiera. Per questo è ne­
cessario un doppio movimento: l'uno, di interiorizzazione delle cose spi­
rituali, e, l'altro, di valorizzazione in chiave spirituale e di fede dell'a­
zione propria dello studente. Ancora un lungo cammino attende Ignazio
prima di arrivare a capire che l'applicazione allo studio è molto esigen­
te e assorbe, in un certo senso, tutto l'uomo. Solo più tardi l'integrazio­
ne tra vita spirituale e vita di studio arriverà a chiarificarsi nel suo spi­
rito e prenderà, allora, corpo nelle disposizioni e nei principi affidati da

215
S. Ignazio di Loyola- Autobiografia

imparare a memoria, come è necessario fare agli inizi dello stu­


dio di grammatica, gli venivano nuove intelligenze di cose spiri­
tuali e nuove consolazioni in una maniera così.fòrte, da non po-

Ignazio fondatore alle Costituzioni (per l'orazione nel tempo dello


studio, cfr. soprattutto Cost., IV, [340]. [362]. [361]) o più chiaramen­
te ancora alle lettere che da Generale scrisse personalmente o fece
scrivere al P olanco suo segretario (cfr. soprattutto: ai PP. e FF. di
Coimbra, MI, Epp. l, 508-509; a P. Urbano F emandez, MI, Epp. lll, 502;
a P. Antonio Brandao, MI, Epp. III, 506-513; a P. Barma, MI, Epp. IV,
280; a P. Berceo, MI, Epp. VI, 90-91; a P. Bartolomeo Hemandez, MI,
Epp. VII, 270).
5 La morte del frate cistercense annulla alla radice i vantaggi che la
permanenza a Manresa piuttosto che a Barcellona poteva avere, e, con
essi, annulla anche i desideri e le speranze di Ignazio. Dio continua ad
educarlo attraverso le esperienze della vita: la morte del frate è il primo
passo attraverso il quale Ignazio è staccato dalla sua ingenua e troppo sem­
plicistica soluzione di integrazione tra vita spirituale, vita di studio e vi­
ta di apostolato.
6 A Barcellona Ignazio prese alloggio in casa di Inés P ascual. Essa fu
la prima donna che Ignazio incontrò a Manresa; da allora essa ebbe
sempre molta cura del santo. In casa sua, a Barcellona, Ignazio condivideva
la mansarda col figlio di lei, Juan Sagristà. A lui, direttamente prima del­
la sua morte ( 1589) o attraverso la moglie e la figlia, risalgono molte no­
tizie e dati riguardanti i due anni di permanenza di Ignazio in quella città
(1524-1526), testimoniati nei processi di canonizzazione del santo a
Barcellona e a Manresa.
7 Anche se solamente nel 1533 Barcellona ebbe una sua università,
il clima culturale di studio nella città catalana negli anni della permanenza
di Ignazio era molto curato e intenso. Il tono era dato dallo Estudio
Genera/, una specie di Scuola Superiore, frutto deli 'unione delle scuo­
le della città con quelle della cattedrale. Esso era retto da un ordinamento
degli studi, emanato già nel 1508, dal quale si può cogliere come a
Barcellona si fosse già usciti dagli schemi medioevali e si respirasse l 'a­
ria nuova dell'umanesimo. La serietà degli studi non poteva che stimo­
lare Ignazio ad un impegno serio e diligente.

216
Capitolo sesto - Barcellona e Alcalà

ter imparare a memoria e da non poter/e scacciare, nonostante vi


facesse molta opposizioné

55 E cosi, riflettendovi sopra molte volte, si diceva tra sé:


«Neppure quando mi metto a pregare o quando sono a Messa, mi
vengono intelligenze così vive come queste»; per cui, a poco a po­
co, venne a riconoscere che quella era una tentazione9• Dopo

8 Proprio come a Manresa quasi due anni prima (cfr. sopra, 26, nota
60) e come sarà poi a Parigi (cfr. sotto, §. 82, nota 62), luci interiori e
consolazioni spirituali vengono a distogliere Ignazio dal compito prin­
cipale che è chiamato a svolgere. A Manresa si trattava di dormire, a Parigi
di ascoltare le lezioni dei professori, qui a Barcellona di studiare a me­
moria in privato la grammatica latina. Certamente la tentazione di stac­
carsi dall'impegno richiesto, per rifugiarsi nelle consolazioni spirituali,
trova terreno favorevole nella sua non più giovane età di uomo trentatreen­
ne, costretto a cimentarsi con uno studio da ragazzini, oltre che -ben in­
teso- nell'attrattiva e nell'inclinazione per le cose spirituali. Perciò era
naturale che, come attesta il Lainez (Epistula de S. lgnatio, FN I, 90-92),
il pellegrino sentisse molta difficoltà nello studio, trattandosi, per di
più, dello studio di grammatica e di realtà umane. Questo spiega come,
nonostante le esperienze precedenti, Ignazio non abbia riconosciuto su­
bito nelle luci e nelle consolazioni spirituali la tentazione del nemico del­
la natura umana, che si trasfigura in angelo di luce per distoglierlo dal
retto fine (EESS., n. 332).
9 Come a Manresa, Ignazio supera la tentazione attraverso un atten­
to processo di discernimento spirituale. Il primo passo è costituito dal ri­
conoscere come tentazione, cioè come mozione proveniente dallo spi­
rito cattivo, le luci e i gusti spirituali. La constatazione di due dati fon­
damentali lo incamminano verso questo punto: prima di tutto il fatto di
non riuscire ad imparare a memoria e, in genere, lo scarso profitto che
consegue nello studio; secondariamente, il confronto tra il suo stato in­
teriore al momento dello studio e quello nel momento della preghiera e
della S. Messa: nemmeno in quei momenti spirituali, nei quali l'anima
è maggiormente sensibilizzata e le mozioni, generalmente, si fanno sen­
tire più intense, egli si accorge di essere mosso da illuminazioni così vi-

217
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

aver.fàtto orazione10, si recò a Santa Maria del Mare11, vicino al­


la casa del maestro al quale aveva precedentemente chiesto di vo­
ler/o un poco ascoltare in quella chiesa. Una volta seduti, gli ma­
nifestò fedelmente tutto quello che pa�·sava per la sua anima e quan­
to poco profitto avesse fatto fino allora per quel motivo12, ma ag-

ve quali quelle provate durante lo studio. Sopra questi tàtti Ignazio in­
nesta una lunga riflessione («riflettendovi sopra molte volte))). Attraverso
di essa egli scopre la causa dell'effetto cattivo e sviante costituito dallo
scarso profitto nello studio: è l'angelo cattivo che si presenta sotto for­
ma di luce, più nel profumo di incenso che nella puzza di zolfo, e del qua­
le «è proprio entrare con l'anima devota e uscime poi insieme con essa:
ossia, portare pensieri buoni e santi conforme a quella certa anima giu­
sta, e quindi, a poco a poco, cercare di uscime traendo l'anima ai suoi
celati inganni e alle sue perverse intenzioni)) (EESS., n. 332). Di fatto,
quelle "consolazioni" sviano e distolgono Ignazio da quello che in pre­
cedenza si era proposto di fare e finiscono per infiacchirlo (EESS.. n. 333),
proprio nel campo del dovere allo studio, circa il quale avrebbe avuto bi­
sogno di incoraggiamento e di forza.
10 Ignazio si mette a pregare non tanto per ottenere da Dio la forza di
allontanare la tentazione, dato che, per quanto si dia da fare con le sue
forze non ci riesce (cfr. sopra, §,54), quanto piuttosto, più in generale,
per far maturare il discernimento verso una decisione operativa effica­
ce. Spesso Ignazio raccomanda che tutto il processo di discernimento e
di elezione sia accompagnato da intense preghiere e si attui in un clima
di preghiera (cfr. soprattutto il documento Delibera/io Primorum Patruum,
MI, Const. l, 2 ss).
11
Si tratta di una grande chiesa gotica di Barcellona, situata nelle vi­
cinanze del porto. La sua costruzione ebbe termine nel 1383.
12
Il secondo e decisivo passo attuato da Ignazio per allontanare la ten­
tazione e per riordinare la propria vita sulla linea di uno studio più serio
ed efficace, è costituito dall'apertura della propria coscienza al suo stes­
so professore Gerolamo Ardévol. Le esperienze passate gli hanno inse­
gnato che il nemico della natura umana si comporta come un tàlso inna­
morato che vuole restare nascosto e non vuole che le sue mene siano re­
se manifeste (EESS., n. 326), e ama agire nel fumo e nella confusione
(EESS.,_ n. 140). Ignazio sa che a Satana molto dispiace se colui che è

218
Capitolo sesto - Barcellona e Alcalà

giunse chefaceva promessa al detto maestro con queste parole: «Vi


prometto di non mancare mai di venirvi ad ascoltare durante que­
sti due anni, fintantoché troverò in Barcellona pane ed acqua per
sostentarmi» 13• E dopo che con grande forza fece questa promes­
sa, non ebbe mai più quelle tentazioni. Il dolore di stomaco che lo
aveva preso a Manresa14 e a causa del quale si era messo le scar­
pe, lo aveva lasciato e dalla partenza per Gerusalemme si era sen­
tito bene di stomaco. Perciò, mentre si trovava a Barcellona im­
pegnato negli studi, gli venne il desiderio di riprendere le penitenze
passate15• Cominciò, pertanto, afarsi un buco nelle suole delle scar-

tentato ne svela le astuzie e le suasioni al suo bravo confessore o ad al­


tra persona spirituale, che ne conosca gli inganni e le malizie: in tal ca­
so, lo spirito cattivo non potrà riuscire nell'opera maliziosa incomincia­
ta, perché i suoi inganni vengono alla luce, dove lui -il principe delle te­
nebre- non può aver buon gioco (EESS., n. 326). L'esperienza positiva,
visti i risultati ottenuti dalla manifestazione fedele e al tempo stesso umi­
liante di sè al proprio professore, dà fondamento a quell'apertura di co­
scienza tanto raccomandata nelle Costituzioni a tutti i membri, anche pro­
fessi, della Compagnia di Gesù (Es. Gen. IV, [921. [9 7]; Cosi., VI, [551];
IX, [764]), ma, in particolare, a coloro che sono nel periodo della for­
mazione (Es. Gen., IV, [93]. [94]. [95]. [96]; Cost., l, [200]; III, [263]).
13 Ignazio non si accontenta di aprire la coscienza al proprio profes­
sore, ma -e questo è il terzo e decisivo passo- con ferma decisione arri­
va a promettergli di seguime tutte le lezioni per i due anni del corso. Di
fronte alla tentazione violenta, che cerca di distoglierlo dallo studio, il
pellegrino si percepisce ancora debole e insicuro. La sua promessa è il
mezzo che trova per ancorarsi a chi può dargli sicurezza e costanza nel­
l'impegno negli studi. Lainez (FN l, 92), Polanco (FN I, 169) e Nadal
(FN Il, 154. 196) aggiungono che Ignazio avrebbe supplicato in ginoc­
chio M0 Ardévol che, quando non avesse saputo bene la lezione, lo cor­
reggesse e lo castigasse non solo con le parole, ma anche con la mano,
come avrebbe fatto con il più piccolo dei suoi giovani studenti.
14 Cfr. sopra,§. 34, nota 122.
15 In Ignazio la vita di studio entrerà presto in tensione non solo con
la preghiera e la povertà, ma anche con la ricerca di penitenza.

219
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

pe. Lo andava allargando a poco a poco, finché, quando giunse


il freddo del/ 'inverno, ormai non portava che le tomaie16•

Inizialmente, a Barcellona, come risulta da questi ricordi che ci ha lasciato,


Ignazio pensa che la vita di studio possa coesistere con una seria e intensa
vita di mortificazione e di penitenze corporali. Non ha ancora capito che
lo studio, in un certo senso, prende tutta la persona e che diventa in se
stesso fattore di molteplice penitenza e mortificazione. A Barcellona
pensa ancora che l'unico limite alle penitenze possa essere costituito dal­
la malferma salute, come le esperienze di Manresa gli avevano già inse­
gnato, mitigando solo in parte, però, il primitivo e rigoroso modo di espri­
mere lo spirito di mortificazione praticato a Loyola. È bastato, infatti, che
il dolore di stomaco dopo Gerusalemme cessasse, per pensare di avere
il diritto di riprendere a fare le sue penitenze corporali. Tuttavia, sicco­
me nel frattempo sta in lui maturando l'ideale apostolico dell'aiuto alle
anime, non sono più concepibili le forme di penitenza praticate all'ini­
zio (cfr. anche sopra, §.29, nota 81). Sceglie un tipo di mortificazione na­
scosta agli occhi degli altri: un buco nella suola delle scarpe. L'esperienza
prolungata negli studi gli mostrerà, però, che coloro che studiano, come
prescriverà per gli scolastici della Compagnia, non devono eccedere
nella pratica delle penitenze, dando molto spazio alle mortificazioni, per­
ché «l'applicazione alle lettere, che si apprendono con intenzione pura
di servire Dio e che assorbono in un certo senso tutto l'uomo, non sarà
meno, ma anzi più gradita a Dio nostro Signore nel tempo degli studi»
(Cost., IV, [340], cfr. anche IV, [341 ]). Per essere di maggior aiuto al pros­
simo una volta finita la formazione, è bene che lo scolastico differisca
al tempo successivo agli studi le intense mortificazioni che intendesse af­
frontare (Cost., IV, [362]; cfr. anche la lettera a P. Urbano Femandez, del
l giugno 1555, MI, Epp. III, 499-503 e quella ai Padri e Fratelli di
Coimbra, del 7 maggio 1547, MI, Epp. I, 495-510).
16
Dai processi per la canonizzazione di Ignazio condotti a Barcellona
verso la fine del secolo XVI e da testimonianze dei primi compagni o del
figlio di lnés Pascual, Juan, conosciamo molti altri dati e fatti dei due an­
ni di permanenza del santo a Barcellona (1524-1526). Sappiamo che egli
cercava di aiutare le persone che avvicinava non solo con la buona te­
stimonianza di vita, ma anche con la conversazione spirituale e con con­
tatti personali, soprattutto per indurre alla pratica dei sacramenti e per ri-

220
Capitolo sesto - Barcellona e Alcalà

56 Terminati i due anni11 di studio, durante i quali -a quel che


gli dicevano- avevafatto molto profitto, il suo maestro gli disse che

conciliare i dissidenti. Visitava, inoltre, gli ammalati negli ospedali, i pri­


gionieri nelle carceri, e aveva cura dei poveri, ai quali distribuiva quan­
to ricevuto in elemosina dalle signore della città con le quali, attraverso
Inés Pascual, era entrato in contatto. Ad esse, poi, prestava il suo aiuto
spirituale con conversazioni ed esortazioni. Particolarmente significati­
vi furono i contatti che Ignazio ebbe in quel tempo con almeno tre de­
gli otto conventi di suore esistenti allora in Barcellona. Egli si avvicinò
a questo mondo di persone mosso dal desiderio ardente di contribuire al­
la riforma spirituale dei monasteri allora in forte decadenza, sia sul pia­
no della disciplina esteriore, sia, soprattutto, allivello della vita spirituale
e interiore. Infine, è in questo periodo di Barcellona che Ignazio mosse
i primi passi per indurre altri a fare gli Esercizi Spirituali. È probabile
che attraverso di essi si siano avvicinati a lui i primi compagni: Giovanni
de Arteaga, Lope de Caceres e Callisto de Sa. Di costui, il più noto dei
tre, sappiamo che i contatti con Ignazio lo condussero, prima, a recarsi
-come Ignazio- in pellegrinaggio a Gerusalemme e, poi, ritornato a
Barcellona, ad impegnarsi nello stesso genere di vita di Ignazio. Non si
tratta solo di un rapporto personale di amicizia, ma del desiderio di con­
dividere lo stesso stile di vita nella povertà, nell'umiltà e nell'aiuto alle
anime. Secondo il Polanco, la formazione di un gruppo sarebbe rientra­
ta negli espliciti piani programmati di Ignazio: «cominciò da allora a
desiderare di radunare delle persone intorno a sé, per attuare il proget­
to, che fin da allora aveva, di aiutare a riformare le deficienze che ve­
deva nel servizio divino, perché fossero come delle trombe di Gesù
CristO>) (Polanco, Summ. Hisp., FN I, 170). Forse, invece, più che una
preoccupazione dominante di reclutamento di compagni da parte di
Ignazio, la formazione di un gruppo è il risultato di uno spontaneo mo­
vimento di persone verso di lui. Esse sono come inconsciamente attrat­
te dalla forza del desiderio di Ignazio di comunione con altre persone ca­
paci di infiammarsi per i suoi stessi ideali. Ignazio stesso ne viene a pren­
dere coscienza solo a poco a poco e proprio attraverso l'esperienza del­
la rispondenza che in altri suscitala sua conversazione e il suo contatto
personale. Barcellona riveste un momento importante dell'itinerario del

221
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

ormai poteva passare allafacoltà di Arti e che andasse ad Alcalà1s.


Ma egli si fece ancora esaminare da un dottore in teologia19, che

suo ideale apostolico: da personale sta per acquistare una forma sociale
e comunitaria. E con questo a Barcellona assistiamo alla nascita nella vi­
ta di Ignazio di quell'ideale comunitario che, attraverso vari tentativi ed
esperienze, prenderà corpo stabile, circa 15 anni dopo, a Roma, nella fon­
dazione della Compagnia di Gesù.
17 Generalmente si ritiene che Ignazio, arrivato a Barcellona dalla Terra

Santa nel marzo del 1524, se ne sia partito per Alcalà nel marzo 1526.
Il tempo di "quasi un anno e mezzo", indicato dal pellegrino per la du­
rata della sua permanenza ad Alcalà, è interpretato come approssimati­
vo: al massimo, infatti, si tratta di 15 mesi, perché si sa per certo che par­
ti per Salamanca nel giugno del 1527, una ventina di giorni dopo la sen­
tenza del terzo processo comunicatagli il l giugno 1527 (FD, 342-343;
cfr. anche: Polanco, Summ. Hisp., n. 40, FN l, 175, il quale, però, certa ­
mente sbaglia nel ritenere di soli sette mesi la permanenza del santo in
Alcalà). Incerte rimangono, invece, la data di partenza da Barcellona e
quella di arrivo ad Alcalà. Dai verbali del primo processo contro Ignazio
in quest'ultima città, sappiamo che la moglie del direttore dell'ospeda­
le di Antezana, presso il quale il santo fu ospitato, in data 19 novembre
1526, attestò che Ignazio e Callisto da circa 4 mesi si trovavano nella ce­
lebre città universitaria. Questo collocherebbe l'arrivo di Ignazio nel lu­
glio 1526 e, quindi, la partenza da Barcellona nel giugno, alla fine del­
l'anno scolastico. Questa datazione della partenza da Barcellona parrebbe
più plausibile, perché sembrerebbe strano che Ignazio abbia voluto inter­
rompere il corso a metà anno, nel mese di marzo.
18 Alcalà di Henares, nella diocesi di Toledo, si trova in Castiglia a

circa 20 Km da Madrid. La sua università, fondata nel 1508 da Francesco


Ximénez de Cisneros, era divenuta presto celebre e polo di attrattiva per
i giovani studenti desiderosi di rinnovamento negli studi e nella vita spi­
rituale, secondo lo spirito umanistico e rinascimentale del tempo.
Particolarmente vivi erano il movimento erasmiano e il movimento di rin­
novamento francescano presente in Castiglia. Quando Ignazio arriva ad
Alcalà per studiarvi filosofia, il corso di Arti (o di Filosofia), secondo gli
statuti promulgati il 17 ottobre 1517, prevedeva la durata di tre anni e quat­
tro mesi di studio e 8 cattedre, contro le 3 del corso di Teologia.

222
Capitolo sesto - Barcellona e Alcalà

gli diede lo stesso consiglio. E così se ne partì solo per Alcalà, seb­
bene avesse già alcuni compagnP0, a quanto mi pare. Giunto ad

19 Ignazio è del tutto incompetente per discernere come organizzare


il curriculum dei suoi studi. Si fida del suo Maestro Ardévol, ma vuole
avere una conferma dall'unico professore di teologia allora presente in
Barcellona: è un segno di quel senso del primato della teologia sopra tut­
te le altre scienze, che lo porterà in seguito, dopo le più positive espe­
rienze di studio a Parigi e il contatto con il Modus parisiensis, a prescrivere
nelle Costituzioni che, «siccome il fine della Compagnia e degli studi è
aiutare il prossimo a conoscere e ad amare Dio, e a salvare la propria ani­
ma, e poiché il mezzo più adatto a tale scopo è la facoltà di teologia, in
questa si deve soprattutto insistere nelle università della Compagnia»
(Cost., IV, [446], cfr. anche IV, [366]. [447]. [450]).
20
L a forma dubitativa dell'inciso probabilmente è d i Gonçalves da
Càmara. Di fatto, già dal periodo di Barcellona, ad Ignazio si erano uni­
ti tre compagni: Giovanni de Arteaga, Lope de Caceres e Callisto de Sa
(cfr. sopra, §. 55, nota 16). Essi lo seguiranno ad Alcalà, dove al grup­
po si unirà Juan de Reynalde, giovane francese, paggio del viceré di
Navarra, meglio conosciuto con il nome di Juanico. Dai documenti re­
lativi al periodo della permanenza di Ignazio ad Alcalà, risulta che nel
gruppo dei cinque il pellegrino, soprattutto, e Callisto, in secondo luo­
go, godevano di una posizione preminente. Fino a quando Juanico non
si aggregò ai compagni, Callisto, Arteaga e Caceres vivevano insieme in
casa del tipografo Miguel de Eguia (cfr. sotto,§. 57). In un secondo tem­
po andarono ad abitare a due a due: Caceres e Arteaga furono ospitati in
casa di Ferdinando de la Parra, mentre Callisto e il piccolo francese tro­
varono alloggio presso il panettiere Andrea de Avila (o Davila, cfr. FD,
325-326). Ignazio, da parte sua, prese alloggio, in un primo tempo nel­
l'ospedale di Antezana, e poi, in un secondo tempo, in una casetta fuo­
ri dell'ospedale (cfr. sotto,§. 60). L'unità del gruppo era caratterizzata
e sostenuta da amicizia e aiuto fraterno, e, soprattutto, dalla condivisione
dell'ideale della sequela di Cristo povero e umile, secondo lo spirito del­
le meditazioni della Chiamata del Re eterno e dei Due Vessilli, da riu­
nioni comunitarie che, per lo più, si tenevano nella camera di Ignazio o
nell'atrio dell'ospedale di Antezana, e dalla messa in comune delle ele­
mosine raccolte per il loro necessario sostentamento e per l'aiuto alle per-

223
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

Alcalà, cominciò a mendicare e a vivere di elemosine21• Poi, do­


po l O o 12 giorni che viveva in questo modo, un giorno un chie­
rico e altri che stavano con lui, vedendo/o chiedere elemosine, co­

minciarono a deriderlo e a ingiuriar/o, come si suolefare con quel­


li che, pur essendo sani di mente, vanno a mendicare22• Passava

sone più povere. Agli occhi della gente, all'esterno, il gruppo era rico­
noscibile dalla pratica del mendicare, dal modo di vestire comune (cfr.
sotto, §. 58, nota 37) e, soprattutto, dalla intensa attività apostolica.
Certamente all'unità del gruppo furono di aiuto anche i tre processi che
Ignazio e i compagni dovettero subire ad Alcalà tra il novembre 1526 e
il giugno 1527 (cfr. sotto, §§. 57 e 58).
21
La vita di povertà di Ignazio passa attraverso diverse tappe.
Inizialmente è caratterizzata da pura mendicità. Per l 0-12 giorni trova
alloggio presso l'asilo dei vagabondi di Santa Maria la Ricca e si dà a chie­
dere elemosine per sé, per il proprio sostentamento. Dalla mendicità pu­
ra passa ali'ospitalità ne li'ospedale nuovo di Antezana, dove gli viene as­
sicurato gratuitamente «corner y beber y candela y cama>> («cibo, bevande,
candela e letto>>, FD, 330), «una camera e tutto il necessarim> (in questo
stesso paragrafo). Non è Ignazio che prende l'iniziativa; egli accetta
l'offerta e l'invito da parte del direttore dell'ospedale, toccato dalle in­
giurie e dal disprezzo di cui il santo era stato fatto oggetto da parte di un
chierico con alcuni suoi compagni. Tuttavia Ignazio non smette di men­
dicare e di chiedere elemosine, ma, avendo la «camera e il necessario per
vivere>>, egli si fa mendicante per aiutare i più poveri di lui, per essere
loro vicino e per condividerne la vita in pienezza (cfr. sotto,§. 57, nota
32).
22
Sono gli effetti della povertà liberamente scelta. La mendicità vis­
suta come scelta appare agli occhi degli esterni una realtà inconcepibi­
le, che non può non suscitare disprezzo, umiliazioni e disistima. Ignazio
comincia a verificare nella sua vita quanto aveva domandato al termine
della meditazione della Chiamata del Re eterno (EESS., n. 98) e quan­
to la contemplazione evangelica di Cristo povero e umiliato lo aveva con­
dotto ad identificare come proprio della pedagogia divina nella medita­
zione dei Due Vessilli (cfr. il discorso che Cristo fa ai suoi servi e amici
mentre sta per inviarli a tutti gli uomini per indurii « 1°, ad una somma
povertà spirituale e, se cosi piacesse alla Sua divina Maestà e questa li

224
Capitolo se s to - Barcellona e Alcalà

di lì, in quel momento, il direttore del! 'ospedale nuovo di Antezana23•


Mostrando pena per l 'accaduto, lo chiamò e lo condusse al! 'o­
spedale, dove gli diede una camera e tutto il necessario.

57 Studiò ad Alcalà quasi un anno e mezzo; e poiché a Bar­


cellona, dove aveva studiato due anni, era arrivato nella Quaresima
de/1524, ad Alcalà giunse nel 152@4. Studiò la logica di Soto25,

volesse scegliere, anche alla povertà materiale; 2°,al desiderio di obbrobri


e di disprezzi, perché da queste due cose discende l'umiltà; così che si
abbiano tre gradini: il l 0, povertà contro ricchezza; il2°, obbrobri e di­
sprezzo contro l'onore del mondo; il 3°, l'umiltà contro la superbia»,
EESS., n. 146). Probabilmente queste umiliazioni dovevano bruciare in
modo particolare ad Ignazio per il fatto che a procurargliele era un chie­
rico. Questo non era di certo molto incoraggiante per uno che, per aiu­
tare le anime, comincia a pensare se forse non sia necessaria una missione,
un essere inviato per questo fine, che - secondo il diritto allora vigen­
te- solo un sacerdote poteva ricevere, purché al tempo stesso fosse in pos­
sesso di scienza sujfìciente, acquisita attraverso studi riconosciuti (cfr.
Luis De Diego, La opcion sacerdotal de Ignacio de Loyola y sus com­
paneros (1515-1540), Caracas, Centrum Ignatianum UCAB, 1975,78-
85). Certamente questa esperienza lo avrà ancor più convinto a prende­
re le distanze da quel tipo di sacerdozio beneficiario, maggioritario al­
l'epoca, che non poteva non creare problemi per persone innamorate del­
lo stile evangelico qual era Ignazio.
23Si tratta dell'ospedale di Nostra Signora della Misericordia, det­
to di Antezana dal nome di colui che lo fondò nel 1483. Non si conosce
con certezza il nome del direttore dell'ospedale nel 1526, al tempo del­
l' arrivo di Ignazio ad Alcalà. Per alcuni si tratta di Lope de Deza, per al­
tri, come sembra più probabile, di un certo Juan Vasquez.
24 Circa la cronologia relativa alla permanenza di Ignazio ad Alcalà,
cfr. sopra,§. 56, nota 17.
25 Si tratta del corso di Logica, che gli studenti di Alcalà, nel 1526,
affrontavano avvalendosi delle Summulae di Domenico deSoto (1494
o 1495-1560), già allora entrato nell'Ordine dei Predicatori e professo­
re, tìn dal 1524, nella celebre università castigliana. Siccome il testo del-

225
S. Ignazio di Loyola- Autobiografia

la fisica di Alberto26 e il Maestro delle Sentenze27. Mentre era ad


Alcalà, si esercitava a dare esercizi spirituafPH e a spiegare la dot-

le Summulae non venne stampato prima del 1529, è da ritenere che ad


Alcalà ne circolasse un compendio o un estratto manoscritto per uso de­
gli studenti.
26
Si tratta dell'opera di Sant'Alberto Magno ( 1193?-1280) Phisicorum
libri VIII che commenta i trattati di Aristotele e si occupa di argomenti
e di questioni di cosmologia scolastica e, pertanto, legati alla filosofia più
che alla fisica moderna.
27 Pietro Lombardo, detto il Maestro delle Sentenze, perché autore del­
l' opera Sententiarum libri quattuor, nacque vicino a Novara ali' inizio del
secolo XII. Il Sententiarum libri quattuor è un manuale di base dell'in­
tera teologia scolastica, che restò in vigore presso tutti i centri di studio
della teologia fino a quando, a poco a poco, fu sostituito dalle opere di
San Tommaso d'Aquino. Non può non meravigliare che Ignazio, negli
otto paragrafi relativi alla sua permanenza ad Alcalà dove si portò prin­
cipalmente per studiare, dedichi al resoconto della sua vita di studio so­
lo questa breve annotazione. Spazio molto più ampio, invece, viene
dedicato nell'Autobiografia alla sua vita di apostolato e di povertà, e, so­
prattutto, ai processi subiti con i compagni. Il fatto è che l'esperienza de­
gli studi ad Alcalà risultò del tutto negativa e fallimentare. Egli stesso con­
fesserà al vicepriore dei domenicani di Salamanca che fino allora aveva
studiato poco e senza basi solide (cfr. sotto, §. 64, nota 9). Di fatto, an­
che a prescindere dal tempo dedicato ai compagni e all'attività aposto­
lica, appare evidente che uno studio condotto per un anno sui due fron­
ti della Filosofia (la Logica di Soto e la Fisica di Alberto Magno) e del­
la Teologia (le Sententiae di Pietro Lombardo) contemporaneamente, pre­
senta caratteri di improvvisazione e di superficialità, oltre che di man­
canza di logica interna. Questo è rafforzato anche dal fatto che Ignazio
non frequentò regolarmente le lezioni, che erano seguite da chi aspira­
va ai titoli accademici, ma si avvalse deli 'aiuto di qualche ripetitore o di
qualche amico (FD, 324), e dal fatto che -come riferisce il Polanco (FN
II, 544. 549)- egli non studiò sui libri, ma solo sui compendi. È vero che
la sua intenzione non era quella di studiare per diventare un professore
sapiente, ma per mettersi al servizio degli uomini. Tuttavia, uno studio
condotto in quel modo così saltuario, perché disturbato dall'attività apo-

226
Capitolo sesto - Barcellona e Alcalà

trina cristiana, e con ciò si conseguivano buoni risultati a gloria


di Dio. Ci jùrono molte persone che pervennero a grande cono-

stolica, e così superficiale e disorganizzato finiva per essere una pura per­
dita di tempo e non giovava per nulla alla formazione dell'apostolo. Anche
se negativa, questa esperienza risultò poi utile per il futuro fondatore del­
la Compagnia: egli imparò a sue spese quanto sia necessario un meto­
do per progredire nell'apprendimento delle materie e nella vita di stu­
dio (una vera Ratia Studiarum!), in modo tale che esso risulti efficace
per la formazione del futuro apostolo (cfr. Cast., Parte IV, cap.6°).
Ignazio imparò anche come sia necessario che gli studenti si concentri­
no nello studio, non lasciandosi distrarre da impegni e da attività ester­
ne, ancorché pie e sante, quali quelle esercitate nel servizio apostolico
a vantaggio degli altri (cfr. Cast., IV, [362]-[365]).
2x Sull'attività apostolica di Ignazio offrono ampio e prezioso mate­
riale storico gli atti dei processi che si tennero in Alcalà tra il novembre
del 1526 e il giugno del 1527 (FD, 319-349). Sappiamo che Ignazio e i
suoi compagni, tra i quali soprattutto Callisto, svolgevano il loro lavo­
ro apostolico attraverso conversazioni personali o in riunioni a piccoli
gruppi. Può forse interpretarsi in questa luce la distinzione che Ignazio
fa tra "dare esercizi spirituali" e "spiegare la dottrina cristiana"? Non sem­
bra che ad Alcalà il pellegrino dia gli Esercizi Spirituali nel senso più pro­
prio e più pregnante del termine. Probabilmente si tratta di quei tipi di
Esercizi "leggeri" e più propri della Prima Settimana che sono descrit­
ti nell'annotazione 18 (EESS., n. 18), adatti soprattutto per persone più
semplici e senza istruzione o per persone dotate di scarse capacità na­
turali. L'insegnamento della dottrina cristiana aveva, invece, una fina­
lità di istruzione più oggettiva. Ignazio trattava argomenti di ordine mo­
rale, spiegava i Vangeli e la vita di San Paolo o di altri santi, insegnava
a fare l'esame di coscienza ed esortava alla Comunione e alla Confessione
settimanali (FD, 325. 332. 333. 334). Le persone che Ignazio avvicina­
va ad Alcalà non erano generalmente di alto rango sociale, come era sta­
to prevalentemente a Barcellona, ma piuttosto gente semplice e umile.
Erano di vario tipo e di varie categorie: vedove e spose, signore e signorine
sui 16-17 anni, studenti, chierici e frati. Grazie agli atti dei processi, pos­
siamo anche conoscere il nome di almeno una ventina di persone che fre­
quentavano Ignazio. Particolarmente significativi furono gli incontri

227
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

scenza e gusto di cose spirituali; altre avevano varie tentazioni:


come accadde ad una che, volendosi dare la disciplina, non ci riu­
sciva, come se le trattenessero la mano, e altre cose simili chefa­
cevano scalpore tra la gente, soprattutto perché, dovunque egli spie­
gasse la dottrina, si verificava un accorrere di molta gente29.

che il santo ebbe per la prima volta con Martino de O lave, allora studente
di Vittoria e, in seguito, novizio in Compagnia nel 1552 e professore di
teologia al Collegio Romano fino alla morte, avvenuta 17 giorni dopo quel­
la di Ignazio, e con il sacerdote portoghese Manuel Miona, che Ignazio
stesso scelse come suo confessore e che sarebbe entrato pure lui, più tar­
di a Roma, ne11545, in Compagnia, nella quale mori il 4 marzo 1567.
29 L'attività apostolica di Ignazio ad Alcalà produce effetti diversi: da
una parte, «si conseguivano buoni risultati a gloria di Dim>, «molte per­
sone pervennero a grande conoscenza e gusto di cose spirituali» e si ve­
rificava un grande accorrere di gente dovunque egli spiegasse la dottri­
na cristiana, ma, da un'altra parte, si verificano anche mozioni e feno­
meni strani che suscitano sospetti e scalpore tra la gente. Questi tàtti gli
procureranno in Alcalà ben tre processi e 42 giorni di prigione. Circa que­
sti fenomeni strani, Ignazio nell'Autobiograi
f a parla solo di quanto ca­
pitò ad una donna la quale, «volendosi dare la disciplina, non ci riusciva,
come se le trattenessero la mano». Ma, dagli atti dei processi, sappiamo
che, in particolare presso l'uditorio femminile, si verificarono casi di iste­
ria, di perdita temporanea della parola, di svenimenti e di perdita totale
della coscienza (FD, 337). In questi fenomeni, che si verificavano in un
contesto religioso di comunicazione spirituale, la gente ravvisava facil­
mente la presenza di cause soprannaturali, mentre si tratta di dati che pos­
sono anche essere spiegati dal punto di vista puramente psicologico: per
esempio, in alcuni casi, come in quello degli svenimenti e della perdita
di coscienza, si può trattare di una rottura temporanea di contatto con la
realtà in chi, sollecitato a cambiare vita, cerca di prendere le distanze da
un vissuto un tempo desiderato, ma ora avvertito come peccaminoso e
disordinato; oppure, in altri casi, l'atteggiamento riservato di Ignazio nei
riguardi delle donne, può essere stato per alcune di esse, soprattutto per
le più giovani, inconsciamente mosse verso una dipendenza affettiva da
lui, causa di una intensa frustrazione di sentimenti, capace di produrre al-

228
Capitolo sesto - Barcellona e Alcalà

Devo ricordarmi della paura che egli stesso provò una notte.

Appena arrivò ad Alcalà, fece conoscenza di don Diego de


Eguia30, il quale abitava in casa di suo fratello31, che aveva una

cuni fenomeni strani (cfr. G. Wilkens, o. c., 114-117). A detta del santo,
interrogato durante il terzo processo il 17 maggio 1527, 5o 6 furono le
donne interessate da questi fenomeni. In quell'occasione Ignazio iden­
tifica la causa degli svenimenti nella forte ripugnanza avvertita da esse
di fronte al cambiamento di vita che, da una parte, percepivano dover ope­
rare e contro il quale, dall'altra, erano sollecitate ad opporsi da tentazioni
provenienti sia dal demonio che dalle persone deli' ambiente da esse fre­
quentato (FD, 339-340). È quasi certo, però, che Ignazio nel suo zelo,
per altro lodevole, ma insieme nella sua ingenuità e nella sua purezza e
trasparenza interiore di uomo fortemente gratificato da doni straordinari,
abbia superato i confini della prudenza da aversi nel trattare con le don­
ne, soprattutto dovendo tener conto del contesto concreto del tempo e del­
la fragilità e della debolezza psicologica di alcune delle persone che lo
frequentavano. Per questo non si può dire che l'autorità ecclesiastica non
avesse ragioni plausibili nel voler istituire processi per far luce sull'at­
tività del pellegrino.
30 Don Diego de Eguia, nativo di Estella in Navarra e imparentato con
Francesco Saverio, in quel tempo era già sacerdote. Più tardi, nel 1540,
entrò in Compagnia e per qualche tempo a Roma fu confessore di S.
Ignazio. Mori a Roma il 16 giugno 1556, proprio un mese e mezzo pri­
ma del santo.
31 Si tratta di Miguel de Eguia, tipografo ad Alcalà, noto soprattutto
per aver pubblicato per la prima volta in Spagna l' Enchiridion militis ch­
ristiani di Erasmo nel 1525, e per averlo ristampato nel 1526, proprio
quando Ignazio giungeva ad Alcalà. Ignazio ebbe certamente tra le ma­
ni il libro di Erasmo: sappiamo dal Càmara (Memoriale, n. 98, FN l, 585)
che il confessore del santo in Alcalà, Manuel Miona (cfr. sopra, nota 28),
consigliò al suo penitente di leggere quel libro circa il quale fervevano
molte discussioni in Spagna in quegli anni. Secondo il Ribadeneira, in­
vece, Ignazio avrebbe conosciuto e letto I'Enchiridion militis christiani
a Barcellona. La divergenza tra il Camara e il Ribadeneira riguarda an­
che il motivo per cui Ignazio si sarebbe astenuto dalla lettura del libro

229
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

tipografia in Alcalà e aveva ben più del necessario. Essi lo aiuta­


vano con elemosine a mantenere alcuni poverP2, e ospitavano a

di Erasmo: per il Ribadeneira Ignazio avrebbe interrotto la lettura per­


ché gli raffreddava il fervore spirituale (motivo soggettivo-personale); per
il Camara, invece, perché predicatori e persone di autorità già allora si
mostravano critici nei riguardi dell'autore (motivo esteriore-di auto­
rità). Entrambe le motivazioni sono verisimili nella visione spirituale di
Ignazio e, probabilmente, vanno prese insieme. Come tali diventano un
significativo parametro di valutazione del confronto tra Ignazio e Lute -
ro, anche questi avverso ad Erasmo: i due, Ignazio e Lutero, se poteva­
no andare d'accordo sul primo motivo, quello del Ribadeneira, si trova­
vano diametralmente all'opposto circa il secondo, quello riportato dal
Camara. Mai Lutero avrebbe potuto ritenere valido un motivo di auto­
rità.
32 Come è già stato detto (ctì-. sopra,§. 56, nota 22), Ignazio conti­
nua a mendicare anche dopo aver ottenuto «una camera e tutto il neces­
sario)) presso l'ospedale di Nostra Signora della Misericordia, detto di
Antezana. Lo fa non per sé, ma per i poveri. La sua povertà, senza ces­
sare di essere mendicante, si apre a prospettive di servizio verso quella
che sarà più tardi la povertà apostolica e l'apostolato in povertà proprio
della Compagnia di Gesù. Ignazio ritiene che il servizio ai poveri, cer­
cando di essere loro di aiuto nelle necessità materiali, faccia parte del­
l'autentico esercizio della povertà. Mai Ignazio, dopo la sua conversio­
ne, cessò di stare in mezzo ai poveri e agli emarginati, condividendo la
loro sorte, ma nello stesso tempo cercando di aiutarli ad uscire dalla lo­
ro situazione di emarginazione. Questo spirito di servizio ai poveri, fa­
cendosi povero con loro, contagerà i suoi compagni non solo qui ad Alcalà,
ma soprattutto a Venezia nel 1537 e a Roma durante la carestia dei
1538-1539. Esso, inoltre, si trova a fondamento delle diverse opere di ca­
rattere sociale e caritativo che, sotto la sua guida, la Compagnia inizierà
a Roma. Queste esperienze personali e comunitarie di Ignazio e dei
Primi Compagni lasceranno la loro impronta nelle Costituzioni dell'Ordine.
Esse prevedono l'esercizio delle opere di misericordia corporale e del­
le opere di promozione integrale dell'uomo non solo sotto l'angola­
zione dell'apostolato, ma anche sotto quella più diretta ed esplicita del
tema della virtù della povertà (per esempio, Cost., VI, [ 650]). Esse ne rac-

230
Capitolo sesto - Barcellona e Alcalà

casa loro i tre compagni del pellegrino33• Una volta, venendo


quasi a chiedergli elemosine per certe necessità, don Diego disse
che non aveva denaro, ma aprì un cassone dove teneva diverse co­
se, e così gli diede copriletti di vari colori, alcuni candelabri e al­
tre cose del genere. Dopo aver avvolto tutto in un lenzuolo, il pel­
legrino se le caricò sulle spalle e andò a portare aiuto ai poverP4•

58 Come sopra si è detto35, si faceva un gran parlare in tut­


ta quella zona delle cose che accadevano ad Alcalà, e chi le diceva
in un modo e chi in un altro. La cosa arrivòfino a Toledo, agli in­
quisitorP6. Come essi giunsero ad Alcalà, il pellegrino ne fu irlfor-

comandano l'esercizio sotto forma di servizio ai poveri e agli infermi,


quelli che oggi chiameremmo "emarginati" (cfr. il secondo esperimen­
to dei novizi, Es. Gen., IV, [66]; e il modo di fare la rinuncia dei propri
beni secondo «il consiglio evangelico che non dice "dà ai parenti", ma
"dà ai poveri", Es.
Gen., IV, [54]. [53]).
33 Circa i compagni di Ignazio ad Alcalà, cfr. sopra,§. 56, nota 20.
34 Circa il mendicare per i poveri, cfr. sopra,§. 56, nota 21 e§. 57,
nota 32.
35 Cfr. sopra,§. 57, nota 29.
36 Era inevitabile che le mormorazioni e i sospetti contro Ignazio e
contro i suoi compagni giungessero all'Inquisizione di Toledo, sede ar­
civescovile della diocesi, soprattutto se si tiene conto che, proprio l'an­
no prima, essa aveva preso posizione contro un gruppo di illuminati (alum­
hrados) non distante da Alcalà. Un editto del settembre 1525 aveva
condannato 48 proposizioni sospette. Nell'autunno 1526 il clima teolo­
gico-spirituale nella diocesi era ancora molto caldo e saturo di sospetti,
tanto è vero che una lettera dell'Inquisitore generale, Alonso Manrique,
aveva dato incarico a Miguel Carrasco, residente ad Alcalà dove era ca­
nonico della collegiata di San Giusto, e ad Alonso Mejia, canonico del­
la cattedrale di Toledo, di visitare i principali centri della diocesi, per in­
quisire sugli errori serpeggianti, soprattutto su quelli degli alumhrados.
Inoltre, con un'altra lettera, l'allora consigliere della Suprema Inquisizione
Spagnola, Fernando de Valdés, in data 24 luglio 1526, faceva urgenza

231
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

mato da chi li ospitava. Questi gli riferì che li avevano chiamati


"insaiati" 37 e credo anche "illuminati" 38, e che avrebbero fatto

al Mejia, perché fosse fedele esecutore dell'incarico assegnatogli. Furono


appunto il Carrasco e il Mejia i due inquisitori che vennero ad Alcalà per
controllare la posizione di Ignazio e dei compagni.
37Insaiati (o Insaialati): erano così chiamati dal tessuto di lana greg­
gia (saio, spagnolo sayal) della veste che indossavano. Del modo di ve­
stire di Ignazio e dei suoi compagni si parla più volte nei documenti re­
lativi ai processi subiti dal pellegrino ad Alcalà: risulta che essi indos­
savano una tunica chiusa di lana greggia, chiara, lunga fino ai piedi, e che
alcuni di essi, tra i quali Ignazio, andavano scalzi (FD, 322. 324. 327. 329.
331).
38 Gli alumbrados, illuminati, si presentano più come una corrente spi­
rituale-ideologica che come movimento organizzato e omogeneo. Nella
sua forma castigliana si sviluppa verso gli anni 1519-1523, soprattutto
nelle città di Toledo e di Guadalajara, e principalmente nell'ambiente dei
convertiti dal giudaismo. Varie caratteristiche si attribuiscono a questo
gruppo: disprezzo delle devozioni e delle forme esteriori di manifesta­
zione della fede; spiritualismo che rifiuta la legge dell'incarnazione e del­
la visibilità; tendenza verso il quietismo e verso una pseudognosi nella
pratica dell'orazione mentale, con disprezzo della preghiera vocale; pri­
mato assoluto della propria esperienza religiosa e convinzione rigida e
pertinace circa l'autenticità di essa, anche sopra e contro qualsiasi af­
fermazione teologica di fede; contrapposizione netta tra l'uomo spirituale
e l'uomo studioso; rifiuto di qualsiasi tipo di studio filosofico e teologi­
co, di qualsiasi autorità nella Chiesa che non sia quella di persone "illu­
minate- e spirituali; interpretazione libera e spontanea della Sacra Scrittura
e rifiuto di un'esegesi scientifica che si ponga alla ricerca del senso let­
terale del testo; rifiuto della visibilità e della mediazione della Chiesa e,
conseguentemente, anche della gerarchia e dei sacramenti, in favore di
una autogestione libera del fatto religioso e di una comunicazione diretta
con Dio. Soprattutto nella diocesi di Toledo coloro che hanno più influsso
tra gli alumbrados non hanno fatto studi di filosofia e di teologia, anzi,
costituisce per essi motivo di vanto l'accusa di essere «idioti e senza let­
tere». Spesso il loro spiritualisino superbo e l'affermata libertà di spiri­
to vanno a sfociare in disprezzo per le pratiche ascetiche e per il cammino
di purificazione, e in libertinaggio morale.

232
Capitolo sesto - Barcellona e Alcalà

di loro una carneficina39• E così cominciarono subito a fare inda­


gini e ad aprire un 'istruttoria4° su/loro genere di vita. Alla fine se

39 Le premesse non sono affatto incoraggianti. L'annotazione è un pre­


zioso indice del clima di sospetto che si era venuto a creare ad Alcalà in­
tomo ad Ignazio.
40 Il testo spagnolo ha «hacer pesquisa y proceso». Traduciamo pro­

cesa con istruttoria, non solo perché appare chiaro da quanto segue che
gli inquisitori vennero ad Alcalà solo per iniziare il processo, )asciandone
il proseguimento e la conclusione al Vicario Figueroa, senza nemmeno
interrogare Ignazio o qualche compagno, ma anche perché dagli atti del
processo, redatti dal notaio Francesco Ximenes, risulta che ufficial­
mente alla presenza del Carrasco e del Mejia non si ebbe che l'interro­
gatorio di 4 testimoni tenuti a giuramento, e cioè del sacerdote Ferdinando
Rubio, di Beatrice Ramirez, di Giuliano Martinez, custode dell'ospeda­
le di Antezana, e di sua moglie Maria. È interessante notare che anche
negli Esercizi Spirituali il termine proceso ritorna due volte (nn. 19. 56),
in entrambi i casi in riferimento alla realtà del peccato: "il processo dei
peccati" comporta e si identifica con un <<richiamare alla memoria tutti
i peccati della vita passata». Il tempo della memoria, nella dinamica del
discernimento è il tempo iniziale, il tempo della raccolta dei dati e del­
l'impostazione dell'elezione. Gli inquisitori Carrasco e Mejia nel pro­
cesso di Ignazio si arrestano a questo primo momento iniziale. In una let­
tera a Giovanni III di Portogallo del 15 marzo 1545 (FN l, 51-54, oppure
MI, Epp. l, 296-298), Ignazio parla di otto processi subiti durante tutta
la sua vita e, in particolare, ricorda che «ad Alcalà de Henares, dopo che
i miei superiori intentarono contro di me tre processi, fui preso e impri­
gionato per 42 giorni». Si parla in modo molto improprio quando si di­
ce che Ignazio subì ad Alcalà tre processi. Di fatto si danno solo due sen­
tenze: la prima fu emessa dal Vicario Figueroa in data 21 novembre 1526
a conclusione del primo processo aperto dagli inquisitori il 19 novem­
bre (ed è di questo processo che si parla in questo§. 58; cfr. FD, 322-
331 ); la seconda fu emanata il l giugno 1527, dopo due serie di
interrogatori, considerati comunemente come due processi distinti,
rispettivamente in marzo (il 6.3.1527, FD), 331-333) e in maggio (i
giorni IO. 14. 18.2 1 maggio 1527, FD), 333-343). Tra l'uno e l'altro "pro­
cesso", il 18 o il 19 aprile, Ignazio fu posto in carcere, dove rimase per
42 giorni fino alla sentenza definitiva.

233
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

ne tornarono a Toledo, senza averli convocati41, perché erano ve­


nuti solo per quello scopo. Lasciarono il processo in mano al
Vicario Figuerod2, che ora si trova presso l'imperatore. Di lì a qual­
che giorno43, costui li convocò: disse loro che si era tenuta un 'in­
chiesta ed era stata aperta un 'istruttoria su/loro genere di vita da
parte degli inquisitori, che non si trovava nessun errore né nella
loro dottrina, né nel loro genere di vita«, e che pertanto poteva­
no continuare a fare ciò che facevano prima, senza alcun impe­
dimento. Ma, poiché non erano dei religiosi, non sembrava op­
portuno che portassero tutti lo stesso abito; e che sarebbe stato be­
ne -e questo era un ordine45 - che due di loro, indicando il pelle-

41 Per questo il Nadal, senza mentire, poté affermare, nell'apologia


degli Esercizi contro P. Thomas de Pedroche O. P., che Ignazio non fu mai
né condannato, né interrogato dagli inquisitori, ma unicamente dai Vicari
dei Vescovi o degli Inquisitori stessi (FN I, 317).
42 Giovanni Rodriguez de Figueroa era allora Vicario del Vescovo di
Toledo, Alfonso de Fonseca, in Alcalà. Nel 1538, durante l'ottavo e ul­
timo processo contro Ignazio, si trovava a Roma e testimoniò in favore
di Ignazio. Ricevette incarichi e dignità sia da Carlo V che da Filippo II.
In Germania ebbe come confessore il Beato Pietro Fabro. Dal 1563 al­
la sua morte, marzo 1565, fu Presidente del Consiglio di Castiglia.
43 La sentenza del Figueroa fu emessa due giorni dopo gli interroga­
tori degli inquisitori, il 21 novembre 1526.
44 Nella lettera a Giovanni III di Portogallo del 15 marzo 1545 sopra
citata (nota 40), Ignazio scrive che «in tutti gli otto processi, per sola gra­
zia e misericordia di Dio, mai fui incolpato di una sola proposizione, nep­
pure di una sola sillaba», né fu mai condannato dall'Inquisizione o man­
dato al confino (FN I, 52; opp. MI, Epp. l, 526).
45 La sentenza suona in maniera solenne: comanda «in virtù di san­
ta ubbidienza e sotto pena di scomunica maggiore, nella quale incorre­
rebbero ipso facto agendo in maniera contraria, che essi e ciascuno di
essi, entro lo spazio dei seguenti otto giorni, lascino l'abito suddetto e
il loro modo di vestire, e si conformino nel vestito con quello che i chie­
rici e i laici indossano comunemente in questi regni di Castiglim> (FD,
331 ) .

234
Capitolo sesto - Barcellona e Alcalà

grino e Arteaga, tingessero le loro vesti di nero46, e gli altri due,


Callisto e Caceres, le tingessero di colore marrone; Juanico47, poi,
che era un giovane francese, poteva restare com 'era.

59 Il pellegrino dice che faranno quello che è stato loro co­


mandato4x, «ma non so - soggiunge- a che servano queste inqui-

46 Propriamente nella sentenza del Figueroa, come risulta dagli atti


del processo (Fl), 331), non viene prescritto ad Ignazio e ai compagni
di tingere in diverso modo i loro abiti, ma di cambiarli senz'altro.
Probabilmente, però, data la loro situazione economica, Ignazio e i com­
pagni ottennero, in un secondo tempo, di poter semplicemente tingere l'a­
bito, senza doversene procurare altri diversi. Il colore nero, proprio dei
vestiti indossati dai chierici, e il fatto che nella sentenza si faccia allu­
sione al modo comune di vestire non solo dei laici, ma anche dei chie­
rici, sono segni che Ignazio ufficialmente era considerato "chierico"?
47 È la prima volta che nell 'Autobiografia si fa menzione di Juanico
(cfr. sopra, §.56, nota 20).
4x Come è rivelato anche dal vivace scambio di battute con il Figueroa,
riportato in questo paragrafo, per Ignazio ubbidire non comporta affat­
to lasciarsi intimidire. È la seconda volta che Ignazio viene ad imbattersi
nell'autorità della Chiesa. Si può discutere con quale autorità il Figueroa
abbia proceduto nei suoi riguardi: in forza di una sua propria autorità qua­
le Vicario generale del Vescovo di Toledo, o per autorità delegata dal­
l'inquisizione toledana? L'espressione dell'Autobiografia secondo la
quale gli Inquisitori, tornando a Toledo, «lasciarono il processo in ma­
no al Vicario Figueroa» indica che affidarono il caso alla giustizia ec­
clesiastica ordinaria, oppure che investirono il Figueroa della loro stes­
sa autorità? l termini in cui viene redatta la sentenza sembrano supera­
re le facoltà che allora un Ordinario diocesano poteva avere; d'altra
parte, l'atteggiamento di Ignazio che -come vedremo- ricorre al Vescovo
e che, per consiglio dello stesso Vescovo Fonseca, si porta a Salamanca
fuori della diocesi di Toledo, sembra far ritenere che probabilmente
Ignazio pensa di essere obbligato a sottostare alla sentenza solo in virtù
dell'autorità ordinaria del Vicario Figueroa. Ad ogni modo, Ignazio,
anche se di certo poco soddisfatto della sentenza, almeno per il tempo

235
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

sizioni; l'altro giorno un sacerdote non ha voluto dare l'Eucarestia


a un tale perché si comunicava ogni otto giorni, e anche a me han­
no fatto difficoltà. Noi vorremmo sapere se hanno trovato in noi
qualche eresia»49. «No -dice Figueroa- perché se l'avessero tro-

in cui resta in Alcalà, si sente obbligato a mettere in esecuzione quanto


gli è comandato in spirito di docile sottomissione: fa tingere le vesti, si
rimette le scarpe e accetta che i membri del gruppo non vadano più ve­
stiti alla stessa maniera.
49 La preoccupazione principale di Ignazio riguarda l'aspetto dottri­
nale, mentre la questione dell'abito rimane per lui in secondo piano. Per
gli inquisitori, invece, in questo primo processo il modo di vestire, ac­
compagnato dal fatto che i cinque si riuniscono insieme e si danno al­
l 'insegnamento della dottrina e della verità cristiana, costituisce il pun­
to di interesse più importante delle loro inchieste. L'uniformità nell'abito
dà l'impressione che i cinque stiano per formare un nuovo gruppo: «poi­
ché non erano dei religiosi, non sembrava opportuno che portassero tut­
ti lo stesso abito» (cfr. sopra,§. 58). Per Ignazio e per i 4 compagni il ve­
stito ha valore solo come segno di una realtà interiore, dell'identità del
gruppo che vuole condurre una vita nuova nella povertà alla maniera de­
gli apostoli; questa, però, può sussistere anche senza la manifestazione
esteriore data dal vestirsi tutti allo stesso modo. Per questo Ignazio non
pensa che le disposizioni del Figueroa possano impedire la realizzazio­
ne del progetto di vita che con i compagni sta maturando e ritiene, per­
tanto, che non ci si debba troppo preoccupare per esse: l'abito poco im­
porta! Questa esperienza, come è riferito nel Memoriale del Camara, si
trova alla base del fatto che Ignazio non abbia voluto fissare per la
Compagnia un abito comune particolare: «Domandai al Padre quale
motivazione lo avesse spinto a non determinare un abito particolare. R.:
"Al principio io mi davo delle penitenze e indossavo abiti differenti: i giu­
dici mi hanno comandato che mi vestissi in modo ordinario e comune;
di qui presi questa devozione: poiché me lo comandano, voglio fare co­
sì; perché l'abito poco importa" (FN l, 609; si noti che la stesura di que­
sta affermazione di Ignazio nel Memoriale è del febbraio 1555, un me­
se solo prima che Ignazio riferisse al Camara sui fatti di Alcalà per
l'Autobiografia). L'aspetto dottrinale, invece, per Ignazio riguarda qual-

236
Capitolo sesto - Barcellona e Alcalà

vata, vi avrebbero bruciati». E il pellegrino a sua volta: «Pure voi


brucerebbero se vi trovassero in eresia». Tinsero i loro vestiti co­
me era stato loro ordinato. Di lì a 15 o 20 giorni Figueroa comanda
al pellegrino di non andare più scalzo, ma di mettersi le scarpe.
Ed egli lo esegue tranquillamente, come nel caso di tutte le cose
di questo tipo che gli venivano comandate.

Devo ricordarmi di quello che mi ha raccontato Bustamante50•

Quattro mesi dopo51, lo stesso Figueroa tornò ad inquisire sul


loro conto; e, oltre i soliti motivi, credo che ne desse pure una qual­
che occasione ilfatto che una donna sposata e di rango aveva spe­
ciale venerazione per il pellegrino. Per non essere vista, veniva al­
l 'ospedale velata, come è usanza in Alcalà di Henares, alle prime
luci del! 'alba. Quando entrava, si toglieva il velo e si recava nel­
la camera del pellegrino52• Ma anche questa volta non fecero nul-

cosa di più interiore; egli, uomo della Chiesa, vuoi essere ·soprattutto si­
curo di trovarsi nell'ortodossia.
50 Non sappiamo a che cosa possa alludere questo "pro memoria" del
Camara.
51 Dagli atti dei processi di Alcalà contro Ignazio e i 4 compagni ri­
sulta che il secondo processo ebbe inizio il 6 marzo 1527, quasi 4 mesi
dopo la sentenza del primo processo (21 novembre 1526), con le depo­
sizioni di Mencia de Benavente, di Anna de Benavente e di Eleonora, fi­
glia di Anna de Mena (FD, 331-333). Dagli atti stessi risulta che l'at­
tenzione del Figueroa si concentra soprattutto su Ignazio e che non cer­
ca più di indagare sulla foggia del vestito, ma piuttosto sull'apostolato
del pellegrino e, più precisamente, sui contenuti dottrinali trasmessi, sul­
le persone da lui avvicinate e sul luogo in cui egli è solito incontrare la
gente.
52 È significativo che Ignazio di questo secondo processo nel -
l 'Autobiografìa voglia ricordare solamente l'occasione che l'ha de­
terminato, cioè l'imprudenza di una devota, quasi per confermare le rac­
comandazioni fatte ai gesuiti sul tratto con le donne affidate alle lettere
o alle Costituzioni stesse (per esempio III, [266]. [267]; cfr. anche sot­
to,§. 97, nota 44).

237
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

la contro di essi, né li convocarono dopo aver istituito il proces­


so, né dissero loro qualche cosa53•

60 Dopo altri quattro mesi54, quando già egli abitava in una


casettafuori del! 'ospedale55, un giorno una guardia si presenta al­
la sua porta, lo chiama e gli dice: « Venite un po 'con me». E, mes ­
so/o in carcere, gli dice: «Non uscite di qui fino a nuovo ordine».
Era estate56, ed egli non era troppo controllato; pertanto, molti ve-

53 Di fatto, questo cosiddetto secondo processo di Alcalà non si con­


clude con una sentenza particolare da parte dei Vicario Figueroa. La sen­
tenza finale viene data il l giugno 1527, dopo la seconda serie di inter­
rogatori tenuti nel maggio, che viene considerato come terzo processo di
Alcalà.
54 Non è affatto chiaro quale sia il termine a partire dal quale debba
essere computato il periodo di questi «altri quattro mesi». Non può es­
sere il6 marzo 1527, data di inizio del secondo processo (cfr. sopra,§.
59, nota 51): infatti è certo che Ignazio rimase in carcere 42 giorni (cfr.
sotto,§. 62, nota 73), fino alla sentenza che venne data il l giugno 1527;
pertanto Ignazio fu incarcerato ill8 o ill9 aprile (giovedì o venerdì san­
to di quell'anno 1527), 42 giorni, e non 4 mesi, dopo il6 marzo. Neppure
si può intendere come termine a qua la data di installazione nella caset­
ta fuori dell'ospedale, perché il6 marzo -come risulta dall'interrogatorio
a Mencia de Benavente all'inizio del secondo processo- Ignazio viveva
ancora nell'ospedale della Misericordia che è detto di Antezana (FD, 331 ).
Probabilmente i quattro mesi sono da computare a partire dal giorno in
cui Figueroa impose al pellegrino di non andare più scalzo, 15-20 gior­
ni dopo la sentenza del primo processo (cfr. sopra,§. 59), cioè intorno
al l O dicembre.
55 Non sappiamo quando e perché Ignazio abbia nuovamente cambiato
il suo domicilio in Alcalà. Non è temerario pensare che nella casetta fuo­
ri de li' ospedale avesse la possibilità di agire con maggiore libertà.
Certamente Ignazio abbandonò l'ospedale dopo il 6 marzo 1527 (FD, 331;
cfr. sopra nota precedente 54).
56 Certamente non si era di estate. Come in altre occasioni la memo­
ria di Ignazio circa dati cronologici, a distanza di 28 anni, fa difetto.

238
Capitolo sesto - Barcellona e Alcalà

nivano afàrgli visita ed egli continuava a fare quelle stesse cose


che faceva quando era libero: spiegare la dottrina e dare eserci­
zi57. Non volle mai prendersi un avvocato o un procuratore, anche
se molti gli si erano offèrti58.

57 Non si tratta di un carcere molto rigoroso, se Ignazio poteva con­


tinuare tranquillamente la sua solita attività in aiuto alle anime (cfr. so­
pra,§. 57, nota 28). Di alcuni visitatori conosciamo anche il nome, co­
me per esempio quello del sacerdote e professore portoghese Manuel
Miona, che in quel tempo era suo confessore, come è ricordato dal
Camara non solo nella nota marginale,ma anche nel Memoriale (n. 98,
FN l, 585. Nella vita di Ignazio egli è ricordato anche perché destinata­
rio della celebre lettera del santo, da Venezia dell6 novembre 1536 -MI,
Epp. l, 111-113-, sopra l'utilità e il valore degli Esercizi Spirituali). I 42
giorni di carcere di Ignazio ad Alcalà hanno più di una somiglianza con
la prigionia di San Paolo a Roma: in entrambi i casi, per esempio, si dà
la possibilità al prigioniero di continuare l'esercizio dell'attività apostolica
e si verifica un grande concorso di gente che va a visitarlo per esserne
aiutata. È significativo quanto riferisce il Bartoli di un certo dottor
Naveros, professore di fisica e metafisica in Alcalà e predicatore di
Carlo V: un giorno, avendo prolungato più del solito la visita ad Ignazio
in carcere ed essendo per questo arrivato in ritardo all'università, quasi
per scusarsi, iniziò la lezione dicendo «Vidi Paulum in vinculis» (D.
Bartoli, Della Vita e dell'Istituto di S. Ignazio, Roma 1659, 83).
SR
Come viene esplicitato dall'affermazione finale di questo stesso pa­
ragrafo, ci troviamo di fronte ad un nuovo segno di abbandono alla di­
vina Provvidenza da parte di Ignazio,analogo a quelli riscontrati durante
il viaggio a Gerusalemme fin dalla partenza da Barcellona (cfr. sopra,§§.
35. 36. 40. 43; ma anche i §§. 41. 42. 44). Come allora aveva rifiutato
il consiglio di chi gli raccomandava di prendere un compagno e le ne­
cessarie provviste per il viaggio, arrivando persino a resistere alle pres­
sioni di amici, sempre in nome della fiducia e della speranza in Dio so­
lo, così ora non accetta l'aiuto di quanti si offrono di difenderlo o di quan­
ti gli propongono potenti favori per tirarlo fuori dalla prigione,affinché
risulti che la sua eventuale liberazione sarà opera di Cristo,per il cui amo­
re è convinto di essere finito in carcere (cfr. Es. Gen., IV, [101]). Entrato
in prigione per Dio, la sua ferma fiducia e il suo totale abbandono in Lui

239
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

M. era uno di essi, ed era suo confessore59•

Ricorda in modo particolare donna Teresa de Cardena.s·60, che


gli mandò persone a fargli visita e che molte volte gli offrì di ti­
rar/o fuori di lì. Ma egli non accettò nulla, dicendo sempre: «Co­
lui per amore del quale sono entrato qui, di qui mi tirerà.fùori, se
ciò tornerà a Suo servizio».

61 Rimase in prigione 17 giorni, senza che lo interrogasse­


ro e senza che egli ne sapesse il motivo. Al termine di questo pe­
riodo, Figueroa venne alla prigione e lo interrogò su molte cose61,

gli fanno credere che per Dio ne sarebbe uscito, a meno che questo non
tomi a gloria e servizio di Lui. È naturale, allora, che il rifiuto di un av­
vocato o di un procuratore sembri la logica scelta a conclusione di un pro ­
cesso di discernimento per chi ha già inamovibilmente scelto il servizio
di Dio al di sopra di ogni tornaconto personale, e la speranza in Lui so­
pra ogni fiducia che si potrebbe riporre nelle proprie capacità o nelle in­
dustrie umane. Nella lettera a Giovanni III di Portogallo sopra citata (cfr.
§.58 , nota40), Ignazio scrive che nei primi5 processi da lui subiti, i pri­
mi dei quali ad Alcalà, «non ho mai voluto prendere né ho preso altro di­
fensore, procuratore e avvocato che Dio, in cui ho posto con la Sua di­
vina grazia e favore tutta la mia speranza presente e futura» (MI, Epp.
l, 297 oppure FN I, 52).
59 Per M. si legga Miona.
60 Donna Teresa Enriquez (1456?-1529), moglie di Gutierrez de
Cardenas, detta "la pazza di Dio", era molto nota in Castiglia per la sua
generosità verso i poveri e per i prigionieri, e per la sua devozione al
Santissimo Sacramento. Tra coloro che offrirono il loro aiuto al pellegrino,
il Ribadeneira annovera anche donna Eleonora Mascarenhas (cfr. sotto,
§. 80, nota49).
61
Gli atti del terzo processo di Alcalà riferiscono solo di un interro­
gatorio da parte del Figueroa ad Ignazio in data 18 maggio 1527 (FD,339-
340). Per questo alcuni (cfr. per esempio G. Wilkens, o. c. , 120) riten­
gono che il santo sia stato incarcerato il2 maggio 1527, in base all'af­
fermazione dell'Autobiogrqfìa che pone l'esame del Figueroa dopo 17

240
Capitolo sesto - Barcellona e Alcalà

fìno a domandargli sefaceva osservare il sabato62• E anche se co­


nosceva due certe donne, madre efiglia63• A questo rispose di sì.
E se aveva saputo della loro partenza prima che partissero. E ri­
spose di no, per il giuramento al quale era legato64•

giorni di prigionia. È più esatto non identificare l'interrogatorio del 18


maggio, riportato dai verbali del processo, con quello riferito da Ignazio
nel testo dell'Autobiografia, perché è diversa la materia degli argo­
menti circa i quali egli ha dovuto rispondere al Vicario. Pertanto sem­
bra che non possa essere messa in discussione, per questo motivo, la da­
ta del 18-19 aprile come giorno dell'incarcerazione del pellegrino.
Rimane sconosciuto il motivo per cui questo primo interrogatorio avvenuto
il 5 o 6 maggio, 17 giorni dopo che era stato imprigionato, non sia re­
gistrato negli atti del processo, nonostante da esso meglio risulti il mo­
tivo dell'arresto e della detenzione di Ignazio, e nonostante il Figueroa
si sia fatto accompagnare da un notaio che annotò tutto per iscritto, co­
me è riferito alla fine di questo paragrafo.
62
Questa domanda miro ad accertare se Ignazio faccia parte della cer­
chia degli alumbrados. Molti di essi, infatti, erano cristiani convertiti dal
giudaismo, "cristiani nuovi" come erano allora denominati. Dal Polanco
sappiamo che alla domanda circa il sabato Ignazio risponde che per lui
quel giorno era dedicato a Nostro Signora (Summ. Hisp., FN l, 174) e che
per quel giorno raccomandava una particolare devozione alla Beata
Vergine (FN Il, 548) .
63 Si tratta di Maria del Vado e della figlia Ludovica Vellisquez. Con
la loro domestica Caterina, come viene riferito nel seguito del raccon­
to, tècero un pellegrinaggio alla Veronica di Jaén all'insaputa di Ignazio.
Il Polanco ritèrisce che esse partirono mentre Ignazio si trovava a
Segovia, dove era andato a trovare Callisto de Sa gravemente ammala­
to (FN l, 174; FN Il, 547). Dagli atti dei processi di Alcalà risulta che,
al loro ritorno, vennero interrogate dal Figueroa il 21 maggio 1527.
Esse contèrmarono quanto Ignazio aveva deposto a loro riguardo: era­
no davvero partite spontaneamente per propria devozione, senza essere
in alcun modo consigliate o esortate dal pellegrino (FD, 341-342).
64 La frase «por el j uramento que habia recibido» del testo spagnolo
è per lo meno oscuro. Alcuni pensano che la risposta di Ignazio sia det­
tata dal fatto di essere vincolato dal segreto circa quanto ricevuto in con-

241
S. Ignazio di Loyola- Autobiografia

Il Vicario, allora, ponendogli la mano sulla spalla e mostran­


do la sua gioia, gli disse: "Questo è il motivo per cui siete finito
qui dentro " Tra le molte persone che seguivano il pellegrino,
c 'erano una madre e unafiglia, ambedue vedove; lafìglia era mol­
to giovane e assai vistosa. Esse avevano progredito molto nello .�pi­
rito, soprattutto la figlia65• Tanto che, pur essendo nobili, si era­
no recate alla Veronica di Jaén66 a piedi, da sole e non so se men­
dicando. Questofece molto scalpore in Alcalà. Il dottor Ciruelo67,

fidenza dalle due donne, e traducono senz'altro l'espressione con «per­


ché era vincolato da segreto». La nostra traduzione fa sua, invece, l'in­
terpretazione di J.C. Dhòtel nella recente edizione francese (cfr. Récit....
117, nota 29) e già propria di Annibale du Coudray ne Il'antica versione
latina. Secondo questa interpretazione, nella frase del testo si farebbe al­
lusione al giuramento prestato da Ignazio in qualità di teste formalmen­
te interrogato in un processo. A questo giuramento il pellegrino si sarebbe
richiamato per avvalorare la propria deposizione. li fatto che le due don­
ne abbiano confermato la risposta di Ignazio (FD, 341-342), rafforza l'in­
terpretazione data nella nostra traduzione.
65 Gli atti dell'interrogatorio a Ludovica Velasquez rivelano che es­
sa aveva conosciuto Ignazio già prima di Natale e che lo aveva incon­
trato varie volte in casa della madre, Maria del Vado, o in casa di Mencia
de Benavente e di Beatrice Ramirez, e due volte anche all'ospedale do­
ve risiedeva il santo (FD, 341 ).
66 Jaén si trova a 300 Km a Sud di Madrid; qui era venerata una ce­
lebre immagine del Santo Volto, probabilmente esemplare apografo del­
l'immagine che, in certi giorni, viene esposta alla pubblica venerazione
nella Basilica di S. Pietro, in Vaticano.
67 Il dottor Pedro Ciruélo, filosofo, teologo e matematico, era uno dei
più autorevoli professori in Alcalà. Dallo stesso fondatore dell'univer­
sità, Ximénez de Cisneros, ottenne la prima cattedra dell'insegnamento
di Tommaso d'Aquino. Il suo intervento contro Ignazio si spiega col tàt­
to che egli era molto amico della famiglia Velasquez, alla quale appar­
tenevano le due donne, e col fatto che a tutti, in Alcalà, era nota la par­
tecipazione sia della madre che della figlia agli incontri di Ignazio e dei
suoi compagni.

242
Capitolo sesto - Barcellona e Alcalà

che era un po' il/oro tutore, pensò chefosse stato il pellegrino ad


averle persuase: per questo, lo fece arrestare. Allora, appena in­
tese ciò che il Vicario aveva detto, il prigioniero gli disse: «Volete
che parli un poco di più su questo argomento?». «Sì», gli rispo­
se. «Allora dovete sapere -dice il prigioniero- che queste due don­
ne molte volte hanno insistito con me che volevano andare per tut­
to il mondo, a servire i poveri da un ospedale ali 'altro; io le ho sem­
pre distolte da questo proposito, tenuto conto del fatto che la fi­
glia era così giovane e così vistosa ecc .. E ho detto loro che, se
.

volevano visitare i poveri, lo potevano fare in Alcalà, e potevano


anche accompagnare il Santissimo Sacramento». Finita questa con­
versazione, il Figueroa se ne andò con il suo notaio, portandosi
tutto per iscritto6"'.

6 2 In quel tempo Callisto si trovava a Segovia. Quando sep­


pe che il pellegrino era in prigione, tornò subito, nonostante fos­
se appena convalescente da una grave malattia69, e si mise in

68 Dal racconto di Ignazio nell'Autobiografia sembrerebbe che que­


sto primo interrogatorio al pellegrino in prigione si sia svolto in manie­
ra strettamente formale, con tanto di notaio e di registrazione per iscrit­
to. Di fatto, come si è detto sopra (nota 61 ), non è rimasta traccia di que­
sto interrogatorio negli atti ufficiali del processo.
69 Su questa grave malattia di Callisto riferisce il Polanco (Summ. Hisp.,
n. 38, FN l, 174; Vita P. Jgnatii, n. 43, FN n, 547), per ricordare come
Ignazio da Alcalà si sia portato con grande premura e carità a Segovia
ad offrire aiuto e soccorso al compagno, ma soprattutto per scagionare
il santo dall'accusa del dottor Ciruélo di aver indotto Maria del Vado e
Ludovica Veilisquez allo scriteriato pellegrinaggio alla Veronica di Jaén:
esse partirono mentre Ignazio si trovava in Segovia e solo al suo ritor­
no ad Alcalà venne a conoscenza della partenza delle due donne. Situazio­
ne analoga a quella della visita di Ignazio a Callisto, gravemente ammalato
a Segovia, si verificherà IO anni più tardi, nell'estate del 1537, quando
da Vicenza il pellegrino andrà a Bassano, per portare conforto e aiuto ad
un altro compagno, Simon Rodriguez, pure lui gravemente ammalato (cfr.

243
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

carcere con luP0. Ma il pellegrino gli disse che sarebbe stato me­
glio che si presentasse al Vicario71• Questi lo trattò bene e gli dis­
se che lo faceva mettere in prigione, perché era necessario che vi
restasse fino al ritorno di quelle donne, per vedere se con la loro
parola avrebbero confermato le deposizioni del pellegrino. Callisto
restò in carcere alcuni giorni, ma il pellegrino, vedendo che gli nuo­
ceva alla salute fisica, lo fece uscire per mezzo di un dottore, suo
grande amico72• Dal giorno in cui il pellegrino entrò in carcere,

sotto, §. 95, nota 32). Entrambi i casi sono segno della grande carità di
Ignazio verso i compagni ammalati e un insegnamento per quanto riguarda
la cura e la preoccupazione per la salute dei sudditi da parte dei superiori
(cfr. Cost., III, [303]. [304]; X, [827]).
7° Callisto sembra voler restituire il favore ricevuto il mese precedente,
quando, gravemente ammalato, Ignazio venne a visitarlo a Segovia.
Probabilmente, però, questo suo gesto è anche un segno di quanto fos­
se profondo in lui il senso del gruppo, la partecipazione alla causa di
Ignazio e la solidarietà con colui che era universalmente riconosciuto non
solo come il capo, ma anche come la persona nella quale si impersona­
va tutto il gruppo. Non ci sono, invece, note le reazioni degli altri tre com­
pagni.
71 Il suggerimento di Ignazio al compagno di presentarsi al Vicario
Figueroa può essere interpretato in vari modi. Può intendersi come un sem­
plice atto di convenienza e di correttezza procedurale, ma può anche es­
sere inteso con Wilkens (o.c., 122) come un'approvazione e una sotto­
lineatura del significato che Callisto attribuiva al gesto di volersi ritenere
responsabile dei medesimi atti che gli si imputavano. Anche all'esterno
era conveniente che apparisse la cosciente solidarietà e l'unità di azio­
ne tra i membri del gruppo. Dagli atti del processo appare che, anche se
il solo Ignazio è direttamente attaccato, di fatto lo è soprattutto come ca­
po di un gruppo e, pertanto, in una certa maniera, tutto il gruppo è mes­
so in questione e imputato.
72 Si ignora il nome di questo medico, amico di Ignazio. È interessante
notare ancora una volta la cura e la preoccupazione del santo per la sa­
lute del compagno. Per poterla assicurare in modo efficace, Ignazio non
ha paura e vergogna di ricorrere a raccomandazioni e ad aiuti esterni, e

244
Capitolo sesto - Barcellona e Alcalà

fino a quando lo fecero uscire, passarono 42 giorni73• Al termine


di questi, essendo ormai ritornate le due pie donne74, il notaio si
recò al carcere a leggergli la sentenza: potevano ritenersi liberi,
ma dovevano vestirsi come gli altri studenti e non parlare di co­
se riguardanti la fede per quattro anni, che dovevano ancora de­
dicare allo studio, poiché essi non erano sufficientemente istrui­
tf15. A dir il vero, il pellegrino era quello che ne sapeva di più, ma

persino di rinunciare a quel prezioso segno di unità e di presenza del grup­


po che la permanenza di Callisto, vicino a lui in prigione, veniva a rap­
presentare.
73 Ignazio rimase in carcere da118-19 aprile al l giugno, quando gli
fu letta la sentenza.
74 Era chiaro che Ignazio dovesse restare in prigione fin dopo il ri­
torno di Maria del Vado e di Ludovica Vehisquez con la loro domestica
Caterina, perché gli interrogatori e prove eventuali contro il prigionie­
ro non potessero essere inquinate. Dagli atti del processo, risulta che le
pie donne rientrarono ad Alcalà prima del21 maggio, giorno in cui fu­
rono sottoposte ad interrogatorio da parte del Vicario Figueroa (FD,
340-342). In tale circostanza esse confermarono in pieno la deposizio­
ne di Ignazio: avevano intrapreso il pellegrinaggio spontaneamente e non
«per consiglio di qualche persona».
75 La sentenza è notificata ad Ignazio di fronte a due testimoni,
Alvaro de Lusòn e Francesco de Antequera, dallo stesso Figueroa in da­
ta l giugno 1527 e ai 4 compagni nello stesso giorno, ma in un secon­
do tempo e di fronte ad altri testimoni. Ignazio e i compagni non sono
riconosciuti colpevoli di alcun crimine od errore contro la fede e i co­
stumi. Gli interrogatori dei vari processi hanno convinto il Figueroa e gli
inquisitori che Ignazio non era certo un afumbrado: il suo desiderio di
studiare, il fatto che creda nel peccato e distingua una maggiore e minore
gravità intorno ad esso, il fatto che sottolinei nel suo insegnamento il valo­
re delle pratiche esteriori, dei sacramenti, dell'orazione vocale, dell'e­
same di coscienza, e che, infine, pratichi una povertà esteriore e in tut­
to si mostri obbediente, sono segni più che eloquenti della sua non ap­
partenenza al gruppo di quei spiritualisti eterodossi gnosticizzanti della
Spagna del secolo XVI. Tuttavia si ingiunge ad Ignazio e ai compagni,

245
S. Ignazio di Loyola- Autobiografia

le sue conoscenze avevano scarsi fondamenti: e questa era la pri­


ma cosa che so/eva dire quando lo interrogavano76

«sotto pena di scomunica maggiore nella quale si incorre ipsofacto ope­


rando in maniera contraria», l 0- di indossare entro l O giorni vesti co­
munemente portate da chierici o da laici, come era loro di maggior gra­
dimento, abbandonando per sempre quelle un po' particolari e proprie di
un religioso, quasi si volesse con questo stroncare e scoraggiare qualsiasi
tentativo o desiderio di formare un nuovo gruppo religioso; 2°- di non
insegnare la dottrina, né di spiegare i comandamenti o altre verità ri­
guardanti la fede cattolica, a nessuna persona, sia in pubblico che in pri­
vato, per lo spazio di tre anni interi. E chiara l'intenzione del Figueroa:
se Ignazio e i compagni vogliono continuare ad esercitare il loro aiuto
alle anime in Alcalà e in tutto il territorio della diocesi, come hanno fat­
to fino ad ora, devono prima studiare per tre anni e, in tal modo, ottene­
re una espressa licenza per insegnare. Figueroa si metteva in linea con
il diritto vigente: per predicare si richiede scienza sufficiente e che lo si
faccia "in facie Ecclesiae" e con l'approvazione della legittima autorità
ecclesiastica, che -normalmente- viene concessa solo a chi è sacerdote
(cfr. Nadal, Esortazione ad Alcalà (l 561), FN Il, 200). «Laici, quan­
tumcumque idonei, praedicare non debent, nec etiam c lerici, nisi quibus
ex officio concessum esb> si diceva in una decretale allora vigente
(Decreta/es, X, V, 7. 12; Richter L., Friedberg, E., Corpu� luris Canonici,/!,
Decretalium Collectiones, 785-786). Ignazio né era sacerdote, né aveva
scienza sufficiente perché non aveva condotto, per sua stessa attestazione,
studi in maniera decente e approfondita. Egli era un laico fervoroso, de­
sideroso di aiutare gli altri, comunicando loro le verità di fede che ave­
va ricevuto dal Signore, in uno stile povero e umile, "all'apostolica", cioè
alla maniera degli Apostoli, come egli pensava e diceva. Ignazio, però,
allora dimenticava, o non poneva sufficiente attenzione al fatto che gli
Apostoli non erano semplici laici e che, soprattutto, avevano ricevuto una
"missione". Pertanto, l'andare alla maniera degli Apostoli, comportava
qualcosa di più che lo zelo per le anime, l'annuncio delle verità evangeliche
e lo stile di povertà e di umiltà. Saranno proprio esperienze dolorose co­
me questa della sentenza di Alcalà a condurlo, a poco a poco, ad allar­
gare gli orizzonti e a far maturare in lui il desiderio di uno studio serio
e approfondito e del sacerdozio, per meglio realizzare il progetto apostolico
inizialmente concepito.

246
Capitolo sesto - Barcellona e Alcalà

6 3 In seguito a questa sentenza, egli rimase un poco in dub­


bio su quello che avrebbefatto, perché sembrava che gli chiudessero
la porta per .fare del bene alle anime, senza dargli alcuna moti­
vazione, se non ilfatto di non aver studiato77. Alla fine egli deci-

76 Gli atti del processo di Alcalà riferiscono che Ignazio accettò la sen­
tenza del Figueroa. Egli aveva ben coscienza della sua scarsa istruzio­
ne, nonostante dei cinque del gruppo fosse il più preparato. Di questo non
voleva fare mistero con nessuno, nemmeno di fronte a coloro che lo in­
quisivano: non era solo un mettere le mani avanti per attirare simpatie,
ma piuttosto un modo di contribuire a fare verità, tanto più necessaria in
una situazione molto confusa qual era quella della Spagna degli anni 1520-
1530. Ignazio, infatti, sapeva che la situazione culturale era marcata da
un clima di sospetto per l'irrompere quasi contemporaneo dell' "il­
l uniinismo", dell'erasmismo e delle prime avvisaglie di luteranesimo.
Le difficoltà oggettive di discernere sempre con esattezza l'errore dai se­
mi di bene e di verità rendevano più che giustificabile un atteggiamen­
to di vigilanza e di freno di fronte alle novità da parte dell'autorità ec­
clesiastica. Per questo Ignazio poteva ben comprendere, mettendosi nei
panni del Figueroa, l'opportunità, almeno, se non proprio il senso pie­
no, della sentenza. Questo era sufficiente per lui per riconoscerla legit­
tima e per sentire il dovere di accettarla.
77 L'accettazione della sentenza, però, non lascia tranquillo Ignazio:
automaticamente essa lo fa ripiombare in un nuovo processo di discer­
nimento e di elezione circa l'orientamento della sua vita. La sentenza,
infatti, lo pone di fronte ad un bivio: da una parte, restare ad Alcalà, ma,
conseguentemente, rinunciare ad "aiutare le anime" e intraprendere una
vita di solo studio; dall'altra, portarsi altrove, in una città di studio al di
fuori della diocesi di Toledo (in concreto egli pensa a Salamanca), do­
ve non sia obbligato a seguire le prescrizioni della sentenza del l giu­
gno emanata dal Figueroa e dove, pertanto, possa continuare ad eserci­
tare il servizio apostolico in aiuto agli altri. Il fatto che «gli chiudesse­
ro la porta per far del bene alle anime» per il solo motivo di non aver stu­
diato e ottenuto diplomi o attestati di buon esito negli studi, e non per­
ché il suo insegnamento fosse erroneo o anche solo lacunoso, rende la
seconda ipotesi più verosimile. La sentenza non offre in se stessa alcun

247
S. Ignazio di Loyola- Autobiografia

se di andare dall'Arcivescovo di Toledo, Fonseca, e di rimettere


la cosa nelle sue manP8• Partì da Alcalà79 e incontrò l 'arcivesco­
vo a Valladolid8°. Dopo avergli raccontato.fedelmente quello che
stava succedendo, gli disse che, sebbene nonfosse più sotto la sua
giurisdizione né fosse obbligato ad attenersi alla sentenzaH1, tut­
tavia avrebbefatto quanto gli avesse ordinato (gli dava del voi co-

elemento intrinseco per risolvere l'alternativa tra l'esercitare l'apostolato


anche in tempo di studio e lo studiare unicamente. Tuttavia, provviden­
zialmente,essa farà sorgere in modo più chiaro e renderà maggiormen­
te cosciente in Ignazio la tensione esistente tra vita di studio e vita di apo­
stolato. Scegliendo,come vedremo, di andare a Salamanca, Ignazio ri­
fiuta una soluzione che lo privi dell'esercizio dell'apostolato; sembra,an­
zi, che egli attribuisca ancora un peso maggiore all'attività in aiuto alle
anime che allo studio. Ma la sentenza dei giudici è un ottimo strumento
nelle mani di Dio per cominciare a purificare il modo stesso di elezione
di Ignazio secondo il solito stile,cioè "interiorizzando" l'attività ester­
na apostolica da una parte, e facendo contemporaneamente crescere il sen­
so del valore e dell'importanza dello studio,dall'altra, e -conseguente­
mente- indirizzando in altra linea l'integrazione tra studio e apostolato.
78 Come neli'episodio della mula, non sapendo che fare di fronte al
bivio,Ignazio si affida a qualcosa di esterno a lui, per essere aiutato a tro­
vare la volontà di Dio. In questo caso, la funzione della mula,che abbiamo
già vista attribuita al confessore o a uomini spirituali(§§. nn. 22. 36), al
Provinciale dei francescani a Gerusalemme(§. 46), al dottore in Teologia
a Barcellona 56),e -in un certo qual senso- alla stessa autorità dalla qua­
le ad Alcalà era stato giudicato,ma solo nella misura in cui si sente sog­
getto alla obbedienza(§§. nn. 59. 62; cfr. anche sotto,§§. 65 e 70), vie­
ne ora attribuita al Vescovo Alfonso de Fonseca Acebedo,arcivescovo
di Toledo dal 1523 alla sua morte nel 1534. Di questo Vescovo sono no­
te le relazioni di amicizia con Erasmo e la protezione esercitata in tàvo­
re degli erasmiani spagnoli. Certamente Ignazio era al corrente dell'a­
pertura mentale del Vescovo di Toledo e,forse, per questo ricorre a lui,
al fine di ottenere un illuminato indirizzo circa il suo futuro. Ignazio non
ricorre al Fonseca formalmente considerato come Vescovo di Toledo e,
pertanto, suo superiore al quale dover ubbidienza,ma neppure in una li-

248
Capitolo sesto - Barcellona e Alcalà

me era solito fare con tutti)82• L 'Arcivescovo lo accolse molto be­


ne e, venuto a sapere che desiderava trasjèrirsi a Salamanca83, gli
disse che aveva amici e un collegio a Salamanca84: metteva tutto
a sua di.�posizione. E quando poi il pellegrino se ne andò, gli .fe­
ce dare quattro scudi.

nea strettamente giuridica-giudiziale, quasi per ottenere l'abrogazione del­


la sentenza del Figueroa. Se Ignazio avesse accostato il Vescovo per ap­
pellarsi contro la sentenza, avrebbe atteso il ritorno del Fonseca in dio­
cesi, e non sarebbe andato a cercarlo a Valladolid (cfr. sotto, nota 80).
Inoltre non avrebbe impostato la conversazione e l'incontro premetten­
do che non si trovava sotto la sua giurisdizione (cfr. sotto, nota 81) e che,
quindi, non era, in quel posto, tenuto ad osservare la sentenza.
79 Fu il 20 o il 21 giugno 1527: dal Polanco, infatti, sappiamo che
Ignazio parti da Alcalà 20 giorni dopo la sentenza (Summ. Hisp., n. 40,
FN I, 175).
80
Valladolid dista più di 200 Km da Alcalà. L'Arcivescovo Fonseca
si era portato in quella città per battezzare il 5 giugno Filippo II, erede
di Carlo V, nato il 21 maggio. Ma il vescovo vi si trattenne più a lungo,
perché il 27 giugno iniziarono in Valladolid riunioni di teologi per di­
scutere e per giudicare sull'ortodossia di Erasmo.
81
Questa premessa di Ignazio rivela la sua premura di mettere subi­
to in chiaro su quale terreno si instauri la sua relazione con il vescovo.
Con questo, però, Ignazio nemmeno impedisce al Vescovo, qualora lo
ritenga opportuno, di abrogare la sentenza del Figueroa. Ma, se questo
si fosse verificato, sarebbe accaduto per iniziativa del Fonseca e non in
seguito ad un appello formale da parte sua all'istanza superiore.
82
Cfr. sopra, §. 52, nota 26. Quanto è riportato in questa parentesi non
si trova nel testo spagnolo, ma solo nella traduzione latina di Annibale
du Coudray.
83 Da questa breve annotazione, si può facilmente dedurre che Ignazio,
già prima di accostare il Fonseca, era più incline a lasciare Alcalà, per
non privarsi dell'opportunità e della possibilità di esercitare l'apostola­
to (cfr. sopra, §. 63, nota 77).
84 L'Arcivescovo Fonseca aveva fondato in Salarnanca un Collegio
per studenti poveri, il Collegio di S. Giacomo detto anche "del­
l' Arcivescovo".

249
Capitolo settimo
SALAMANCA

64 Giunto a Salamanca1, mentre stava facendo orazione in


una chiesa, una devota lo riconobbe come uno della compagnia2,

1 Non si conoscono con esattezza né il giorno di arrivo di Ignazio a


Salamanca, né il giorno in cui egli partì per Barcellona e per Parigi. Restò
a Salamanca circa due mesi, probabilmente da metà luglio a metà set­
tembre. Sappiamo, infatti, che 10-12 giorni dopo il suo arrivo ebbe l'in­
vito dal suo confessore a recarsi la domenica seguente a pranzo con i Padri
domenicani(che pertanto avvenne tra l' Il' e il18' giorno della sua per­
manenza a Salamanca) (§. 64); al convento di Santo Stefano dei dome­
nicani venne trattenuto per tre giorni prima di venire incarcerato con i
compagni(§. 66 e §. 67, nota19); la permanenza in carcere si estese per
22 giorni(§. 70, nota 43); tra la sentenza, il giorno della scarcerazione,
e la partenza da Salamanca passarono ancora 15-20 giorni(§. 72, nota
59). In totale, pertanto, secondo l'Autobiografia, Ignazio sarebbe resta­
to a Salamanca per un periodo che va da un minimo di 51 a un massi­
mo di 63 giorni. Probabilmente, pertanto, il pellegrino non si iscrisse nem­
meno all'Università, dato che le lezioni cominciavano solo il18 ottobre,
festa di S. Luca. È notevole il fatto che, pur trattandosi di uno spazio di
tempo ristretto, l' Autobiogrqfìa vi dedichi ben 9 paragrafi.
2 È la prima volta che Ignazio usa il termine "compagni"a

nell'Autobiogrqfìa per designare il gruppo che formava con le altre


quattro persone con cui condivideva ideali e stile di vita. Il fatto che una
pia donna, che aveva già avuto contatti con i quattro amici, arrivati a
Salamanca prima di lui, lo riconosca come membro del gruppo, sta a te­
stimoniare che l'esistenza e l'identità di questo si stava già ben affermando
anche al! 'esterno. Certamente, come sembra insinuare il richiamo alla sen­
tenza di Alcalà, che segue immediatamente, interrompendo il racconto
dei fatti di Salamanca, poteva a ciò giovare il vestito uniforme (berret­
to e abito da studenti) che era stato loro fornito dal Vicario Figueroa ad

251
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

perché erano già alcuni giorni che i compagni erano là. Gli chie­
se il suo nome e, poi, lo condusse dove i compagni alloggiavano.
Quando in Alcalà emisero la sentenza che si vestissero come gli
studenti, il pellegrino disse: «Quando ci avete ordinato di tinge­
re i vestiti, lo abbiamo fatto; ma ora questo non lo possiamo fa­
re, perché non abbiamo con che comprarli». Allora il Vicario
stesso procurò loro vestiti, berretti e tutto il resto proprio degli stu­
denti. E vestiti in quel modo erano partiti da Alcalà. A Salamanca
si confessava da un.frate domenicano in Santo Stefano3• Erano già
l O o 12 giorni che era arrivato, quando un giorno il confessore gli
disse: «i Padri di casa vorrebbero parlarvi»; ed egli rispose: «In
nome di Dio !». «Allora- disse il conjèssore- sarà bene che ve­
niate qui a pranzo domenica; ma vi avverto di una cosa: essi vor­
ranno sapere molte cose sul vostro conto4)). E così la domenica vi

Alcalà; ma forse, ancor più, il fatto che il gruppo, soprattutto nella per­
sona del capo, venisse sottoposto a processi e incarcerazioni, finiva, in
ultima analisi, per fortificarne la coscienza comunitaria e per fame ri­
conoscere i componenti dagli altri come "quelli che arrivano da Alcalà",
intimamente uniti tra di loro.
3 Non conosciamo il nome di questo confessore di Ignazio a Salamanca.
Sappiamo che nel 1527 era priore del convento di Santo Stefano dei do­
menicani P. Diego di San Pietro. Quando il pellegrino giunse a Salamanca,
questi si trovava assente, insieme ad altri professori che davano lustro
all'Università di quella città, tra i quali il celebre teologo Francesco de
Vittoria: stavano partecipando tutti all'incontro di Valladolid (27 giugno
- 13 agosto), durante il quale si discusse e si prese posizione intorno a
21 proposizioni di Erasmo. Rispetto all'Università di Alca!à, quella di Sala­
manca si presentava più conservatrice e meno aperta alle idee nuove. l
domenicani, che dominavano nell'insegnamento filosofico e teologico,
insieme ai francescani, erano i più fieri oppositori di Erasmo, ed ebbe­
ro molto peso nell'incontro di Valladolid.
4 L'atteggiamento esteriore di Ignazio e dei compagni aveva già at­
tirato l'attenzione dei frati e, probabilmente, aveva ingenerato discussioni
in comunità, forse anche una divisione tra chi era favorevole al gruppo

252
Capitolo settimo - Salamanca

andò con Callisto. Dopo mangiato, il sottopriore5 - in assenza del


priore -, il confessore e, mi pare, un altrofrate, si portarono insieme
a loro in una cappella6, e il sottopriore con buone e affabili ma­
niere prese a dire quante buone notizie essi avessero ricevuto sul­
la loro vita e sul loro comportamento, che sapeva del loro anda­
re a predicare all'apostolica?, e che avrebbe fatto loro piacere co-

e chi nutriva, invece, sospetti nei loro riguardi. L'incontro con Ignazio
e con Callisto non risolverà le discussioni dei frati; anzi, evidenzierà an­
cora di più la divisione all'interno del convento (cfr. sotto,§. 66).
5 !in assenza del priore, trattenuto a Valladolid, governava la comu­
nità il sottopriore, P. Nicola di San Tonunaso.
6 Il luogo scelto per l'incontro, la cappella, sembra indicare che non
si doveva trattare di una semplice conversazione informate, ma che, al­
meno da parte dei frati, l'incontro con Ignazio e Callisto era stato ben con­
certato, come se si trattasse di un interrogatorio preliminare in vista di
un vero processo, per il quale era necessario che fossero presenti, vici­
no al sottopriore, anche altri come testimoni.
7 Secondo le buone regole della disputa scolastica e dell'umana edu­
cazione, il sottopriore inizia da quanto poteva essere "concesso" ad
Ignazio e ai suoi compagni, da quello che era degno di approvazione e
che probabilmente era motivo di appoggio e di stima da parte di quanti
in comunità si mostravano favorevoli al nuovo gruppo. "Predicare al­
l'apostolica", cioè alla maniera degli apostoli, era una forma stereotipata,
che già dal secolo IV serviva per designare la vita religiosa. Con San
Domenico, soprattutto, la vita apostolica viene a designare la predicazione
itinerante dei religiosi nella povertà e nella mendicità, secondo il testo
di M t. l O, 9-14. Questa concezione domenicana della vita religiosa apo­
stolica si trova anche all'interno della vita della Compagnia che nell'e­
sperienza di Ignazio, futuro suo fondatore, andava, a poco a poco, pren­
dendo corpo e assumendo contorni sempre più chiari. Questo spiega an­
che perché potesse essere molto lodato dai Domenicani il genere e lo sti­
le di vita del quale Ignazio e i suoi compagni stavano dando testimonianza
in Salamanca.

253
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

nascere un po' di più queste cose nei particolari. E, pertanto, co­


minciò a domandare che cosa avessero studiatoR. Il pellegrino ri­
spose: «Tra tutti noi, chi ha studiato di più sono io» e gli rese con­
to con chiarezza del poco che aveva studiato e con quanto scarso
fondamento9•

65 «Bene, dunque, che cos'è che predicate ?»10• «Noi altri­


rispose il pellegrino- non predichiamo, bensì parliamo solo in

8 La "conversazione" scivola subito sui binari di un interrogatorio. Si


vuoi arrivare a scavare su quanto è oggetto di sospetto da parte di alcu­
ni. Non interessano particolarmente, come nei processi di Alcalà, i fatti
e le azioni personali di Ignazio e dei compagni, quanto piuttosto diret­
tamente i contenuti della loro predicazione. Si vuoi accertare se davve­
ro la loro poteva essere considerata "predicazione apostolica", che è ta­
le -nella mentalità dei frati e dell'opinione ecclesiastica corrente- se
supportata da precisi contenuti trasmessi e non solo da uno stile di vita
esteriore di povertà e di mendicità. Passaggio obbligato nella mentalità
piuttosto deduttiva e giuridica dei frati era l'accertamento circa gli stu­
di compiuti: solo chi aveva percorso un itinerario regolare di studi filo­
sofici e teologici poteva di fatto trasmettere i contenuti della "pre­
dicazione apostolica" e, a buon diritto, affermare di "predicare ali 'apo­
stolica".
9 Probabilmente, Ignazio avvertì immediatamente la piega che la
conversazione andava prendendo e, insieme, i pericoli e le insidie che una
discussione sul terreno dei contenuti e su quello degli studi compiuti po­
teva nascondere per lui e per il gruppo. Tuttavia, con la sua solita fran­
chezza di uomo amante della verità, non cerca di nascondere i lati deboli
e compromettenti: non solo aveva studiato poco, ma per di più male, sen­
za ordine e senza porre solide fondamenta (cfr. sopra,§. 57, nota 27 e§.
62, nota 76).
10
La risposta di Ignazio a riguardo degli studi compiuti da lui e dai
compagni viene a rafforzare i sospetti del sottopriore nei loro confronti
e a giustificare l'approfondimento dell'interrogatorio, per poter meglio
conoscere e, quindi, meglio giudicare ed, eventualmente, a più buon di-

254
Capitolo settimo - Salamanca

modo.fàmiliare con qualcuno di cose di Dio, per esempio dopo man­


giato, con alcune persone che ci invitano»11• «Ma- riprese il fra­
te- di quali cose di Dio parlate? Perché è proprio questo che vor­
remmo sapere»12• «Parliamo - disse il pellegrino - ora di una
virtù, ora di un 'altra, facendone l 'elogio; ora di un vizio, ora di
un altro, biasimandoli». «Voi non avete studiato - ribatté il frate
- e parlate di virtù e di vizi: di questo nessuno può parlare se non
in due modi: o per scienza, o per Spirito Santo. Non per scienza,
ergo per Spirito Santo»13•

ritto condannare i contenuti della predicazione dei membri di quel nuo­


vo gruppo di sedicenti apostoli.
11
Alla domanda precisa del sottopriore, Ignazio risponde a tono: si
mette sulla stessa lunghezza d'onda con una precisazione sui termini. Essi
non predicano, come forse probabilmente intendeva il sottopriore; la lo­
ro comunicazione alla genteè un sempl i ce parlare delle cose di Dio e,
per di più, fatto in
tono familiare, senza pretese di sfoggio di dottrina,
in un momento del giorno nel dopopranzo -generalmente non dedicato
-

a lavori impegnativi, e unicamente con persone che si rivolgono a loro.


Con questa risposta, sul genere di comunicazione di fede ad altri, Ignazio
pensa di aver evitato di parlare direttamente dei contenuti proposti e di
sfuggire al pericolo di impantanarsi in compromettenti discussioni dot­
trinali.
12
Il sottopriore insiste e continua ad incalzare il pellegrino, manife­
stando chiaramente le intenzioni fondamentali e i desideri prioritari dei
frati circa l'operato di Ignazio e dei compagni.
13 Il ragionamento sotista del sottopriore rivela il punto al quale i fra­
ti vogliono condurre la conversazione con Ignazio e con Callisto. I loro
sospetti di trovarsi di fronte ad alumbrados e forse anche a erasmiani tro­
vano sempre più conferma e ormai essi pensano che la trappola escogi­
tata abbia funzionato bene. È evidente che il sottopriore non tiene mol­
to conto della risposta precisa di Ignazio, con la quale egli aveva preso
le dovute distanze dal "predicare" (cfr. sopra, nota Il). Del resto, la men­
talità giuridica del tempo non facilitava certamente la comprensione
della distinzione, insinuata da Ignazio, tra il "predicare" e il "parlare del­
le cose di Dio familiarmente, dopo pranzo, su richiesta degli uditori". La

255
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

E ciò che è dello Spirito Santo, è proprio quello che vorremmo


sapere.

A questo punto il pellegrino rimase un po' pensoso sulle sue,


perché quel modo di argomentare non gli sembrava giusto. E do­
po aver taciuto per un momento, disse che non c 'era bisogno di
parlare oltre su quegli argomenti14• Il frate intanto insisteva:
«Come! proprio ora che circolano tanti errori di Erasmo15 e di tan-

comunicazione di fede esigeva, in quei tempi, competenza acquisita at­


traverso studi filosofici e teologici, e la missione canonica. Studi e mis­
sione, normalmente, dovevano unirsi, poi, in una persona che fosse al tem­
po stesso sacerdote. Ignazio era, invece, un laico che, però, voleva aiu­
tare le anime. Per di più non aveva studiato. Questa sua situazione con­
creta non era minimamente contemplata nel "sentire con e nella Chiesa!"
Si capisce, pertanto, come il pellegrino potesse facilmente essere an ­
noverato tra gli eterodossi, o tra gli alumbrados, o tra i seguaci di
Erasmo.
14 Ignazio non ha ancora acquisito quella scienza che gli permetterebbe
di confutare l'argomentazione del sottopriore. D'altra parte, il suo affi­
nato senso spirituale, unito al desiderio di essere fedele ad un autentico
"sensus Ecclesiae", gli fa fiutare la presenza di una fallacia nel dilemma
proposto dal frate e gli suggerisce il modo migliore per non lasciarsi in­
trappolare: troncare la conversazione su quel tema così scabroso per lui
e per il gruppo. Questa esperienza, tuttavia, non sarà senza frutti preziosi
per il futuro cammino spirituale del pellegrino. Da qui Ignazio inizia una
più profonda riflessione sulla tensione tra l'insegnamento oggettivo del­
la Chiesa e l'ispirazione dello Spirito Santo. Sarà questa iniziale rifles­
sione, della quale l'Autobiografia porta traccia nella descrizione del suo
atteggiamento di «rimanere un po' pensoso sulle sue» e nel suo breve si­
lenzio prima della manifestazione della sua decisione di interrompere la
conversazione, a condurlo alla convinzione circa la necessità di studi più
seri e al desiderio di essere sacerdote.
15 Proprio in quei giorni, come abbiamo già rilevato, si stava svolgendo
un incontro tra teologi in Valladolid, voluto dall'inquisitore generale
Alonso Manrique, Arcivescovo di Siviglia, per discutere su 21 proposi­
zioni tratte dalle opere di Erasmo.

256
Capitolo settimo - Salamanca

ti altri, che hanno ingannato il mondo, non volete spiegare quel­


lo che andate dicendo?».

66 Il pellegrino ri5pose: «Padre, io non dirò nulla di più di


quello che ho detto, a meno che non mi trovi davanti ai miei su­
periori che mi vi possono obbligare» 16. Prima di questo ilfrate ave­
va domandato perché Callisto andasse vestito in quel modo: por­
tava, infatti, un saio corto, un gran cappello in testa, un bordone
nella mano e stiva/etti che arrivavano quasi a mezza gamba; e co­
sì, poiché era molto grande, sembrava ancor più deforme.
Il pellegrino gli raccontò che in Alcalà erano stati messi in pri­
gione e che avevano loro ordinato di andare vestiti come gli stu-

16 Ignazio rifiuta di sottomettersi al giudizio di chi non ha alcuna au­


torità sopra di lui. Solo chi è suo legittimo superiore e può obbligarlo
all'ubbidienza, può rimuoverlo da una chiara determinazione, matura­
ta attraverso la riflessione e il discernimento. Appare qui chiaro quel­
l'atteggiamento che in questi anni di Spagna, tra Gerusalemme e Parigi,
va sempre più maturando in Ignazio: si tratta di un atteggiamento di in­
tegrazione tra una rispettosa e umile sottomissione alla Chiesa e al­
l'autorità; e un senso molto vivo della libertà interiore, frutto di aper­
tura allo Spirito e sorgente di sincerità e di creatività nel perseguire l'o­
riginale via che Dio gli andava a poco a poco tracciando nella Chiesa
e per la Chiesa.
17 Non appaiono chiari i motivi della narrazione di questo episodio
riguardante l'abito di Callisto, posto quasi come un inciso nel racconto
della successione dei fatti (cfr. subito dopo: «per tornare al nostro rac­
conto . .. » ) . Forse Ignazio lo racconta perché gli offriva l'occasione di
ricordare come lui stesso aveva informato i frati dei processi e della sen­
tenza di Alcalà, e come, pertanto, si poteva giustificare l'atteggiamento
sospettoso del sottopriore nei suoi riguardi ? Oppure lo narra per far in­
tendere che, già prima della discussione sui punti riguardanti il contenuto
della loro predicazione e la formulazione del celebre dilemma, il frate
aveva un atteggiamento poco benevolo, anzi ostile, anche se a stento mal
celato («disse come tra i denti, dando segni di disapprovazione»), nei ri-

257
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

denti; quel suo compagno, per il gran caldo, aveva dato la sotta­
na ad un chierico povero. A questo punto il frate disse come tra i
denti, dando segni di disapprovazione.: «Charitas incipit a se
ipsa» (sic)17• Poi, per tornare al nostro racconto, il sottopriore, poi­
ché non riusciva a cavare altre parole dal pellegrino, disse:
«Ebbene, restate qui; troveremo bene il modo di farvi dire tutto».
E, detto questo, tutti i frati se ne andarono con una certa fretta.
Siccome in precedenza il pellegrino aveva domandato se voleva­
no che restassero in quella cappella, o dove volevano che restas­
sero, il sottopriore rispose di restare nella cappella. Subito i fra­
ti fecero chiudere tutte le porte e, a quanto pare, presero contat­
to con i giudici. Tuttavia i due restarono nel convento per tre
giorni, senza che nulla fosse loro comunicato da parte della giu­
stizia; e mangiavano nel refettorio con i_frati. La loro camera, poi,
era quasi sempre piena difrati che venivano ajàr loro visita; il pel­
legrino parlava sempre di ciò che gli era abituale; di conseguenza
tra loro c 'era già una certa divisione, perché erano molti coloro
che si mostravano loro affezionati18•

guardi del gruppo, in questo caso specifico rappresentato dal comporta­


mento di Callisto? Ignazio, di fronte ai frati, sembra difendere il compagno,
ma, a distanza di 28 anni, non sembra molto entusiasta ... della figura este­
tica di Callisto, che ricorda addirittura come se fosse una persona defor­
me.
18 Probabilmente, attraverso questa annotazione, Ignazio vuoi met­
tere in guardia i suoi figli da giudizi negativi o da atteggiamenti di ri­
serva nei riguardi dei Padri domenicani. Non vale il principio ab uno,
disce omnes: accanto ad un sottopriore o ad altri frati un po' prevenuti
contro di lui e decisi ad ostacolarlo, ve n'erano molti altri che si mo­
stravano ben disposti e affezionati a lui e a Callisto. La situazione si ri­
peterà a livello di storia dei Primi Compagni e della prima Compagnia.
Accanto a un Melchior Cano O. P., che accusa i gesuiti di essere alum­
brados («Dichiaro pertanto e dico in tutta verità che questi sono gli
alumbrados che il demonio tante volte ha disseminato nella sua Chie­
sa ... », lettera al confessore di Filippo 11, fra Juan de Regia, citata da

258
Capitolo settimo - Salamanca

6 7 !n capo a quei tre giorni venne un notaio e li condusse in


carcere19• Non li misero abbasso con i malfattori, ma in una stan­
za in alto20, nella quale c 'era molta sporcizia, perché era vecchia
e disabitata. Li legarono tutti e due alla stessa catena, ciascuno
per un piede; la catena era fissata ad un palo che si trovava al cen­
tro de/locale e sarà stata lunga dai l O ai l 3 palmP1; e ogni vol­
ta che uno voleva fare qualche cosa, era necessario che l 'altro lo
accompagnasse22• Tutta quella notte restarono svegli. Il giorno do-

C. M. Abad, El Co/egio de A/ca/à, Manr. 21 (1949), 350), rendendo dif­


ficile l'installazione della Compagnia in Salamanca nel 1548, o anche
accanto a un P. Tommaso de Pedroche O.P. che nel 1553 critica gli
Esercizi Spirituali di S. Ignazio perché inficiati di illuminiamo (cfr.
P olanco, Chronicon , III, 505), c'è un Domenico de Soto O.P., cele­
. . .

bre teologo, che insieme ad altri confratelli si mostrerà molto amico ed


avrà nel 1555 l'occasione di offrire il suo appoggio ai gesuiti di
Salamanca.
19 Evidentemente i rapporti tra i domenicani e i giudici, ai q�ali si fa
allusione nel paragrafo precedente, sortiscono gli effetti desiderati dai fra­
ti. Si ripete la situazione di alcuni mesi prima in Alcalà, quando Ignazio
venne imprigionato senza essere stato previamente interrogato in maniera
formale dalla giustizia.
20
Questo fatto può essere interpretato in modi diversi: si tratta di un
riguardo verso questo "prigioniero" che appariva persona di tutto rispetto
se era già riuscito dopo circa due settimane di permanenza in Salamanca
a creare intorno a sé un certo movimento di persone (cfr. sotto, nota 23)
? Oppure si tratta di una mossa tattica per impedire che il pellegrino, con
la sua forte personalità, possa avere influsso sugli altri prigionieri ed, even­
tualmente, dare origine a disordini o rivolte in carcere? Si potrebbe, for­
se, pure pensare che la separazione dai malfattori comuni dovesse indi­
care e significare una netta distinzione e differenza del caso giudiziario
di Ignazio e Callisto rispetto a quelli della giustizia ordinaria?
21 Equivalgono a poco più di tre metri.
22 Questo piccolo particolare doveva essere stato ben penoso e umi­
liante per Ignazio se, a distanza di 28 anni, rimane ancora vivo nella sua

259
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

po, appena si venne a sapere in città che erano stati messi in pri­
gione, mandarono loro in carcere l'occorrente per dormire e tut­
to il necessario, in abbondanza23• Venivano poi sempre molti a vi­
sitar/i, e il pellegrino continuava i suoi esercizi: parlava di Dio
ecc ... 24• Il baccelliere Frias25 venne ad esaminarli separatamente,

memoria, insieme all'ingiustizia subita per essere stato condotto in pri­


gione senza previo interrogatorio formale, e alla sporcizia del luogo, dav­
vero disumana.
23 Da questi particolari emerge che la gente di Salamanca non solo ave­
va notato Ignazio, ma gli si era anche affezionata, sebbene il pellegrino
fosse arrivato solo da 2 settimane e per tre giorni fosse rimasto seque­
strato nel convento dei domenicani.
24 Nella prigione di Salamanca si ripetono situazioni già verificatesi
durante i 42 giorni di carcere ad Alcalà: visite della gente, attività apo­
stolica di Ignazio in tàvore dei visitatori, rifiuto da parte di Ignazio del­
l'assistenza di un avvocato o di un procuratore (cfr. sopra,§. 60, note 57
e 58). Ignazio definisce la sua attività in aiuto alle anime come un "ha­
blar de Dios etc... " (''parlare di Dio ecc... ") È un'espressione molto si­
mile a quella che aveva usata con il sottopriore dei domenicani del
Convento di Santo Stefano ("hablamos de cosas de Dios"), per precisa­
re che egli e Callisto non avevano affatto la presunzione di "predicare"
(cfr. sopra,§. 65, nota 11). "Hablar de cosas de Dios", insieme con l'in­
segnamento dellà dottrina- «purché non determinassero mai: questo è pec­
cato mortale o questo è peccato veniale»- gli sarà permesso dalla sen­
tenza finale di questo processo di Salamanca (cfr. sotto,70, nota 44 ).
25 Sancho (Gonzatez) de Frias, baccelliere in diritto, non è da confon­
dersi con Martin de Frias, col quale fu per molto tempo identificato.
Quest'ultimo, infatti, almeno dal 1503, era già in possesso del gradus ma­
gisterii. Entrambi furono Vicari Generali del Vescovo di Salamanca,
Francesco de Bobadilla, ma solo dopo la permanenza di Ignazio in quel­
la città. N eli' estate-autunno 1527 di certo era Vicario Generale della dio­
cesi di Salamanca il licenziato in diritto Alonso Gomez de Paradinas, il
quale aveva tutti i poteri per processare ed emettere sentenza nei ri­
guardi di Ignazio (cfr. Benigno Hemandez Montez, ldentidad de las
Personajes que juzgaron a S. Jgnacio en Sa!amanca, AH SI 52 ( 1983),
3-51 ) .

260
Capitolo settimo - Salamanca

e il pellegrino gli diede tutti i suoi scritti, cioè gli Esercizi, perché
li esaminassero26• E, avendoli interrogati se avessero compagni,

26 Ignazio collabora con i giudici perché si faccia pienamente luce sul


suo operato. Egli ha sempre amato molto la verità; per questo non ha pau­
ra di consegnare quella parte deli'opera degli Esercizi Spirituali, che ave­
va redatto fino a quel momento, perché fosse sottoposta al giudizio del­
la Chiesa. È la prima volta che neli'Autobiografia si parla esplicitamente
dello scritto degli Esercizi Spirituali. Si noti che, se «tutti gli scritti», che
Ignazio consegna nel 1527 ai giudici di Salamanca, erano gli Esercizi Spi­
rituali, a quell'epoca Ignazio non aveva più con sé quello scritto di 300
fogli composto con molta diligenza durante la convalescenza a Loyola
(cfr. sopra, §. Il), al quale -forse- fa allusione nel suo racconto dei fat­
ti di Monserrat (cfr. sopra, §. 18: parla del «suo libro che egli conserva­
va con molta cura e con il quale si trovava molto consolato». Potrebbe,
però, trattarsi, come alludevamo in §. 18, nota 28, di un primo abbozzo
del libretto stesso degli Esercizi Spirituali che andava via via componendo
e che soprattutto a Manresa prenderà corpo e un volto più chiaro). A
Salamanca, nel 1527, il libretto degli Esercizi praticamente si presenta
come era già alla partenza da Manresa: non era ancora portato a com­
pimento, ma già esisteva «quanto alla sostanza» ( Lainez Epistula de S.
,

lgnatio, FN l, 82) e «in buona parte» (Nadal, FN l, 318). Lo studio del­


la genesi del libretto induce a ritenere per certo che a quell'epoca gli
Esercizi Spirituali già contenevano quanto si riferisce all'esame particolare
(nn. 24-31) ali 'Esame Generale (nn. 32-44), le meditazioni della Prima
,

Settimana (nn. 45 -71 ), le contemplazioni della 11-111- IV Settimana (nn.


l 01 - 126. 158-161. 190-209. 218-225), i Misteri della vita di Cristo (nn.
261-312), i Tre Modi di pregare (nn. 238-260), almeno alcune delle re­
gole del Discernimento degli spiriti proprie delle l Settimana (nn. 313-
327), le regole e le norme per fare l'elezione, anche se redatte in modo
ancora imperfetto (nn. 169-189) e, infine, le meditazioni della Chiamata
del Re eterno (nn. 91-100) e dei Due Vessilli (136-148), vero centro por­
tante di tutto l'itinerario degli Esercizi. Tuttavia, l'uso del termine "pa­
peles" per designare gli scritti (che in pratica erano gli Esercizi Spirituali)
cons egnati da Ignazio al baccelliere Frias, indica che non si trattava an -
c ora, nel1527, di un'opera ben strutturata e organica, quasi fosse un li­
bretto già ben composto (cfr. sotto, §. 99, nota 21) .

261
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

dissero di sì e dove si trovavano. Subito, per ordine del baccellie­


re, alcuni andarono là e portarono in carcere Caceres e Arteaga,
mentre lasciarono Juanico, che più tardi sifecefrate21. Ma non li
misero di sopra con gli altri due, bensì abbasso, dove si trovava­
no i delinquenti comuni. Questa volta, meno ancora che altre vol­
te, non volle prendersi un avvocato o un procuratore28.

69 Alcuni giorni dopo, fu convocato davanti a quattro giu­


dici: tre erano i dottori Santisidoro29, Paravinhas30 e Fricis31; il quar­
to era il baccelliere Frias32• Tutti avevano già visto gli Esercizi.

27 Juanico fu risparmiato per la sua giovane età. Di lui sappiamo che


in seguito si fece francescano (Nadal, FN Il, 75).
28 Cfr. sopra, nota 24 e §. 60, nota 58.
29 Si tratta di Ferdinando Rodriguez de Santisidro (oppure Santisidoro),
dottore in diritto. Ali' epoca del processo di Ignazio non era più profes­
sore presso l'università, avendo compiuto il 27 aprile 1527 i vent'anni
di insegnamento, tempo massimo di docenza previsto dagli statuti
deli 'Università. Poteva, tuttavia, continuare la sua attività come giudice
in processi civili e religiosi. Morì nel 1534.
30 Alonso Gomes de Paradinas (o Paravinas, o Paravinhas, secondo
la trascrizione dell'amanuense portoghese del testo deli'Autobiografìa)
era licenziato in diritto e non era, propriamente, dottore, come è designato
da Ignazio o dal Camara. Fu giudice diocesano e Vicario Generale del­
la diocesi di Salamanca negli anni 1526-1527 e, pertanto, come tale, a
lui spettò, in forza del diritto e dei poteri trasmessi dal Vescovo Francesco
de Bobadilla, processare ed emettere la sentenza finale nel processo
contro Ignazio e i suoi compagni.
31 C'è discussione intorno ali 'identità di questo dottor Frias. Alcuni
lo identificano con Martin Frias, che, già molto anziano, fu Vicario
Generale della diocesi nei primi mesi del 1528 dopo Alonso Gomes de
Paradinas e prima del baccelliere Sancho de Frias. Altri, più correttamente
(cfr. B. Hemandez Montes, art. cit., 43- 44), lo identificano con Francesco
Frias, dottore in legge e professore molto stimato nell'università, dece­
duto nel 1531.
32 Cfr. sopra,§. 67, nota 25.

262
Capitolo settimo - Salamanca

A questo punto gli posero molte domande33, non solo a proposito


degli Esercizi, ma anche di teologia, come, per esempio, sulla
Trinità, sul Santissimo Sacramento, su come intendeva questi ar­
ticoli di fede. Egli, prima di tutto, fece la sua solita premessa34•
Tuttavia, poiché gli era stato ordinato dai giudici di parlare, rispose
in modo tale che non trovarono nulla da rimproverargli. Il bac­
celliere Frìas, che in queste cose si era sempre esposto più degli
altrP5, lo interrogò anche su un caso di diritto canonico, ed egli

33 Ignazio viene sottoposto dai giudici ad un vero esame globale. Esso


spazia sui vari campi della teologia dogmatica (sulla SS. Trinità e
sull'Eucarestia), del diritto canonico e della morale (sul l o comandamento
e sulla distinzione tra peccato mortale e peccato veniale), senza entrare
nel campo specifico, più propriamente spirituale, degli Esercizi Spirituali.
Probabilmente i giudici stessi non colsero neppure il livello al quale si
collocavano gli Esercizi Spirituali, anche perché li lessero sotto un par­
ticolare angolo di visuale, unicamente preoccupati di accertare l'ortodossia
di Ignazio, un laico che insegnava verità teologiche senza aver compiuto
studi adeguati. È significativo il fatto che, a riguardo degli Esercizi
Spirituali, insistano sul punto che più di ogni altro, forse, ha un valore
catechetico e di istruzione, e non è strettamente legato alla dinamica es­
senziale dell'esperienza proposta dal libretto.
34 Cfr. sopra, §. 62, nota 76 e §. 64, nota 9.
35 Probabilmente è stata proprio questa annotazione dell'Autobiografia,
relativa al ruolo preminente del baccelliere Frias nell'interrogatorio ad
Ignazio, ad indurre gli editori dei Fontes Narrativi, vol. II e, dietro lo­
ro, di altri studiosi a ritenere erroneamente che in quel tempo questi fos­
se Vicario Generale della diocesi e a identificarlo, conseguentemente, con
Martin Frias (cfr. sopra,§. 67, nota 25; e B. Hemandez Montes, art. cit.,
l 3- 27). Al contrario, questa annotazione potrebbe, invece, rappresentare
una conferma dell'identificazione del baccelliere Frias con Sancho Gon­
zalez de Frias: alcuni documenti del tempo e biografie di Ignazio dei pri­
mi due secoli dopo la sua morte, lo presentano come persona dura, in­
transigente e severa, da una parte, e particolarmente esperta in diritto ca­
nonico, dall'altra.

263
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

fu obbligato a rispondere a tutto, premettendo sempre che egli non


sapeva che cosa dicessero i dottori su quegli argomenti. Poi gli/è­
cero spiegare il primo comandamento come di solito faceva. Egli
si mise a farlo, vi si intrattenne tanto e disse così tante cose sopra
il primo comandamento, che non ebbero più voglia di domandar­
gli altro. Precedentemente, quando parlavano degli Esercizi, in­
sistettero molto su un solo punto, che in essi si trova ali 'inizio: quan­
do, cioè, un pensiero è peccato veniale e quando è mortale36. Eque­
sto era perché, senza aver studiato, egli sentenziava su quel pun­
to37. Egli rispose: «Se questo è vero o no, spetta a voi giudicarlo,
e se non è conforme a verità, condannatelo»3x. E allafìne essi se
ne andarono, senza aver condannato nulla.

36 Di questo si tratta negli Esercizi Spirituali quando si parla dell'Esame


Generale di coscienza (nn. 35-37). Siccome nel 1527, al tempo di
Salamanca, gli Esercizi Spirituali non contengono ancora le venti anno­
tazioni (nn. 1-20) e neppure, molto probabilmente, il Principio e
Fondamento (n. 23), corrisponde a verità che quello sul quale i giudici
appuntano la loro attenzione si trovi al principio degli Esercizi. Fu que­
sto il punto chiave del processo: di fatto è principalmente ad esso che fa
riferimento la sentenza finale (cfr. sotto,§. 70, nota 44).
37 Ancora una volta, dopo i processi di Alcalà e gli interrogatori al
Convento di Santo Stefano da parte dei domenicani, Ignazio non è osteg­
giato per i contenuti trasmessi, quanto piuttosto per il fatto che, come per­
sona laica e priva di studi adeguati, egli si permettesse di trattare argo­
menti che, nella visione teologica e canonica del tempo, erano riservati
ai soli sacerdoti in possesso di scienza sufficiente e di missione canoni­
ca.
3x Ignazio, contrariamente ai giudici, è interessato al processo soprat­
tutto per accertarsi della propria ortodossia. A lui sembra più importante
la verità del contenuto trasmesso che la qualifica della persona che co­
munica il messaggio. Al di là delle apparenze più esteriori, è proprio su
questo punto che si gioca in radice lo scontro tra Ignazio e i suoi giudici.

264
Capitolo settimo - Salamanca

69 Tra i molti che venivano a parlargli in carcere, venne una


volta don Francesco de Mendoza39, che attualmente porta il tito­
lo di Cardinale di Burgos, e venne insieme con il baccelliere
Frias40• Avendogli domandato familiarmente come si trovasse in
prigione e se gli pesasse molto di essere incarcerato, gli rispose:
«lo risponderò quello che ho risposto oggi ad una signora che mi
rivolgeva parole di compassione vedendomi incarcerato. Io le ho
detto: "con questo voi mostrate di non desiderare di essere in­
carcerata per amor di Dio. Vi sembra, poi, che sia un male così
grande la prigione? Ebbene io vi dico che in Salamanca non ci so­
no tanti ceppi e tante catene, che io non ne desideri di più per amor
di Dio"»41. Accadde in quei giorni che i detenuti fuggissero tutti

39 Don Francesco de Mendoza y Bobadilla sarà Vescovo a Coria


( 1544-1550), dove nel 1545 ricevette il cappello cardinalizio, e, suc­
cessivamente, Arcivescovo di Burgos ( 1550-1556). Nel 1527, sebbene
ancora ventenne, già reggeva la cattedra di greco nell'Università di
Salamanca. Grande umanista di tendenza erasmiana, ebbe sempre rap­
porti amichevoli con Ignazio: in particolare si adoperò molto nel 1547
per favorire la fondazione del collegio della Compagnia a Salamanca, aper­
to dopo molte traversie solo il 9 febbraio 1548.
40 Qual'è il significato della presenza del severo baccelliere Frias?
Perché Ignazio, a tanti anni di distanza, ricorda questo piccolo partico­
lare? Si potrebbe pensare che la visita dei due non è stata percepita da
Ignazio così familiare e cosi amichevole come l'atteggiamento del gio­
vane Francesco de Mendoza, futuro cardinale di Burgos, sembra far in­
tendere?
41 La risposta di Ignazio rivela come lo spirito della meditazione dei
Due Vessilli (EESS., nn. 136-148) e dei Tre Gradi di umiltà (sebbene que­
sta considerazione a livello di redazione nel testo appartenga al periodo
di Parigi 1528-1535; EESS., nn. 164 - 168) sia già fortemente incarna­
to nella vita del pellegrino. È lo stesso spirito che suggerirà al fondato­
re il testo dell E same Generale, IV, [101], centro e cuore della spiritua­
'

lità del gesuita. Tuttavia si potrebbe leggere la risposta di Ignazio come


un saggio di prudenza e di saggezza umana e soprannaturale: percependo

265
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

dal carcere, mentre i due compagni che stavano con loro non fug­
girono. Quando al mattinofurono trovati con le porte aperte ed es­
si soli senza nessun altro, il fatto diede a tutti molta edificazione
e suscitò molto scalpore in città. E così, subito dopo, assegnaro­
no loro come prigione tutto un palazzo, che stava lì vicino42.

7 O Erano in carcere da 22 giorni, quando li convocarono per


udire la sentenza43• Essa stabiliva che non c 'era alcun errore né
nella vita né nella dottrina; che, pertanto, avrebbero potuto agi­
re come agivano prima, insegnando la dottrina cristiana e parlando
di cose di Dio, purché non definissero mai: questo è peccato mor­
tale o questo è peccato veniale, se non passati 4 anni, durante i qua­
li avrebbero dovuto ancora studiare44.Letta questa sentenza, i giu-

nella presenza di uno dei giudici del processo la possibilità che la visi­
ta, almeno da parte di uno dei due visitatori, non fosse così amichevole
quale l'atteggiamento di Francesco de Mendoza voleva lasciar intende­
re, Ignazio interpreta la domanda ad un livello strettamente spirituale.
Questo gli permette, da un lato, di essere apostolo e di comunicare un im­
pegnativo messaggio interiore ed evangelico, attestando il valore della
prova e delle umiliazioni; e, dall'altro, di porsi fuori del terreno di un even­
tuale incontro con la giustizia ufficiale nella persona del baccelliere
Frias, che poteva indagare in modo indiretto sull'andamento del carce­
re, in genere, o acquisire nuovi elementi e dati utili per la sentenza che
stava per essere pronunciata contro di lui e contro i suoi compagni.
42 Caceres e Arteaga, i due compagni che erano stati messi nelle cel­
le inferiori con i prigionieri comuni (cfr. sopra, §. 67), con i tàtti con­
fermano quanto Ignazio aveva affermato a parole nella conversazione con
Francesco de Mendoza. L'episodio richiama alla mente quanto capitò a
Paolo e a Sila nel carcere di Filippi (Atti 16,25 ss.).
43 Purtroppo, finora, non si è potuto trovare il testo della sentenza da
nessuna parte.
44 Fondamentalmente la sentenza dei giudici di Salamanca quale è ri­
ferita da Ignazio neli'Autobiografia e -nella sostanza- negli scritti dei Primi
Compagni (Lainez, FN l , 96; Polanco, FN l, 176 e FN Il, 551-552;

266
Capitolo settimo - Salamanca

dici mostrarono molta amorevolezza, come se desiderassero che


fosse accettatcf5• Il pellegrino disse che egli avrebbefatto tutto quel­
lo che la sentenza ordinava, ma che non l 'avrebbe accettata, per ­
ché, senza condannarlo in alcuna cosa, gli chiudevano la bocca

Nadal, FN Il, 74. 155. 249), si articola intorno a quattro punti. l o_


Dichiarazione di assenza di errori, sia nella vita che nella dottrina di
Ignazio e dei compagni; 2°- Possibilità di continuare ad insegnare la dot­
trina e a parlare delle cose di Dio in modo generale e teorico; 3°­
Proibizione di definire che un atto è peccato mortale e un altro è pecca­
to veniale; 4°- Questo potrà essere loro permesso solo dopo che avran­
no studiato per quattro anni, il tempo, cioè, allora necessario per ottenere
il baccalaureato in teologia. La sentenza dei giudici di Salamanca è
certamente meno dura di quella emessa il l giugno 1527 ad Alcalà. Ad
Ignazio e ai suoi compagni non viene più impedito di riunirsi e di pro­
seguire gli incontri apostolici con altre persone e non si fa parola circa
l'abbigliamento. La sentenza si concentra sul solo punto riguardante la
differenza tra peccato mortale e peccato veniale, anzi, più esattamente,
sulla possibilità da parte di Ignazio e dei compagni di definire quello che
è peccato mortale e quello che è peccato veniale. Questa possibilità è lo­
ro contestata e impedita, come già si poteva arguire dal racconto dello
svolgimento del processo, perché essi non sono sacerdoti e perché non
hanno studiato e conseguito i titoli di studio necessari per ricevere il man­
dato canonico.
45 l giudici stessi hanno coscienza di essere stati clementi e di aver
fatto il possibile per venire incontro ad Ignazio. Il Nadal stesso lo rico­
nosce (FN Il, 248-249). Non credo che sia facile non condividere la lo­
ro opinione, soprattutto se teniamo presente la situazione nel campo mo­
rale in quei tempi: le posizioni degli erasmiani che, in nome di una re­
ligione interiore, svilivano la validità dei precetti morali, e quelle degli
alumbrados che, in nome dell'illuminazione diretta dello Spirito Santo,
finivano per cadere in interpretazioni soggettive e arbitrarie, necessa­
riamente gettavano ombre di sospetto su un tipo di apostolato carisma­
tico quale quello praticato da Ignazio. Inoltre la riflessione teologica e
canonista di allora considerava questo campo dell'insegnamento mora­
le come specificatamente sacerdotale (cfr. De Diego, o. c., 82-83).

267
S. Ignazio di Loyola- Autobiografia

perché non aiutasse il prossimo nella misura delle sue possibilità.


E per quanto il dottor Frias, che si mostrava molto affezionato, in­
sistesse molto, il pellegrino non disse altro, se non che avrebbefat­
to quello che gli si ordinava, finché si fosse trovato nella giuri­
sdizione di Salamanca46. Furono subito scarcerati, ed egli co-

46 La reazione di Ignazio avrà certamente sconcertato i giudici che,


coscienti della loro indulgenza, si aspettavano una cordiale adesione da
parte dell'imputato, se non addirittura un ringraziamento. Ne è segno l'in­
sistenza del dottor Francesco de Frias, uno dei giudici più inclinati alla
benevolenza e alla compassione (Polanco, FN l, 176), usata per indurre
Ignazio ad accettare la sentenza. Egli, invece, non la poteva accettare: se
era vero che la sentenza gli permetteva di parlare delle cose di Dio,
questo gli era permesso solo in modo teorico e in generale; di fatto
Ignazio percepiva il 3' e il 4' punto della sentenza (cfr. sopra, nota 44)
come impedimenti a parlare in aiuto alle anime secondo il suo stile. Il pel­
legrino non si sente né un professore, né un catechista: si sente un edu­
catore e una guida spirituale. Diremmo oggi che egli percepisce più il suo
servizio agli altri come un ministerium Spiritus che come un ministeriuni
Verbi. Come ministero dello Spirito, il suo aiuto alle anime non può pre­
scindere dali 'aiutare le coscienze a discernere lo Spirito di Dio e a co­
gliere, nel concreto, la differenza tra peccato mortale e peccato veniale,
tra peccato e non peccato. Questo punto aveva stretta attinenza con
quell'elemento, essenziale del suo rapporto apostolico con le persone, che
era costituito dal «vincere se stesso e ordinare la propria vita, senza
prendere decisioni in base ad alcun affetto che sia disordinato» (EESS.,
n. 21 ) . È questo il fine degli Esercizi Spirituali, i quali ispirano e orien­
tano tutta la sua attività in aiuto alle anime. In particolare è in ordine a
questo scopo e risultato che vengono date le regole dei Discernimento
degli Spiriti (EESS., nn. 313-336), le note per regolarsi circa gli scrupo­
li (EESS., nn. 345-351) e quelle relative all'Esame particolare e all'Esame
generale (EESS., nn. 24-43) che, allora, nell 527 a Salamanca, erano pro­
prio all'inizio del libretto e avevano particolarmente attirato l'attenzio­
ne dei giudici. Per questo ad Ignazio sembrava che la sentenza gli chiu­
desse la bocca. Tuttavia, per il vivo senso che aveva dell'autorità legit­
tima della Chiesa, egli dichiara di sottostare a quanto gli è comandato nel-

268
Capitolo settimo - Salamanca

minciò a raccomandarsi a Dio e a considerare quello che doveva


fare41. Trovava grande difficoltà a restare a Salamanca, perché con
questa proibizione di dejìnire in materia di peccato mortale e ve­
niale, gli sembrava di aver la porta chiusa per fare del bene alle
anime.

71 E così decise di andare a studiare a Parigi48• Quando il


pellegrino a Barcellona andava considerando se e quanto studiare49,

la misura in cui egli si trovi sotto la giurisdizione dell'autorità legiferante:


in concreto, fin tanto che fosse rimasto nel territorio della diocesi di
Salamanca.
47 Come già in altre occasioni (cfr. sopra,§. 50, nota 13), l'impossi­
bilità di attuare il progetto concepito mette Ignazio in un nuovo proces­
so di discernimento e di ricerca della volontà di Dio. La difficoltà e l'in­
certezza circa il futuro non lo fa ripiegare su di sé in un atteggiamento
di sterile lamento o di critica, ma piuttosto stimolano in lui un'apertura
in avanti, sulla linea dell'azione pedagogica di Dio. Dio, infatti, si ser­
ve anche della sentenza di Salamanca, apparentemente sfavorevole al­
l'imputato, per spostare, sempre più in avanti e al di là dei suoi programmi,
l'ideale che, attraverso le Sue imprevedibili vie, gli andava a poco a po­
co svelando. Nel testo stesso dell'Autobiografia, nel paragrafo seguen­
te §. 71, rimarrà traccia di questo discernimento.
48 Ignazio conclude il suo discernimento con la decisione di andare
a studiare a Parigi. Egli, però, ha voluto !asciarci anche intendere come
sia maturata questa decisione. Per esporre tutto il processo di discerni­
mento, sente il bisogno di rendere edotto il lettore su tutta una serie di
elezioni che, fin dal periodo del suo ritorno a Barcellona da Gerusalemme,
si è trovato a dover affrontare. In questo paragrafo Ignazio fa allusione
ad almeno tre elezioni che precedono e danno senso alla quarta, quella
fondamentale, relativa alla sua partenza per Parigi. A questa poi, fa se­
guito una quinta condotta insieme con i compagni: Prima elezione: de­
vo o non devo studiare? Se devo studiare, quanto tempo devo dedicare
agli studi? Seconda elezione: una volta finiti gli studi, devo entrare in un
Istituto religioso, oppure devo condurre una vita da semplice laico nel­
la mobilità attraverso il mondo? Terza elezione: supposto che entri in re-

269
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

tutta la questione per lui era se, una volta finiti gli studi50, sareb­
be entrato in religione oppure se ne sarebbe andato così per il mon­
do51. Quando gli veniva il pensiero di entrare in religione, subito
gli affiorava il desiderio di entrare in un Ordine decaduto e poco
riformato, per aver in esso occasione, nel caso dovesse.fàrsi reli­
gioso, di soffrire di più; insieme pensava che forse Dio così avreb-

ligione, quale Ordine o Congregazione dovrei scegliere? Dovrei en­


trare in un Istituto riformato e fiorente, oppure in un Istituto poco rifor­
mato e in decadenza? Quarta elezione: devo restare a Salamanca (=so­
lo studio, almeno per quattro anni secondo la sentenza dei giudici) op­
pure trasferirmi altrove? Dove? Quinta elezione (comunitaria, con i
compagni): quale sorte avrà il gruppo? Dobbiamo spostarci tutti insie­
me a Parigi contemporaneamente, oppure in tempi successivi, prima io
e poi i compagni? La decisione di andare a studiare a Parigi matura su
un terreno che aveva fatto sviluppare e crescere il suo desiderio di aiu­
tare le anime. Questo desiderio, che lo aveva condotto a studiare, a
Barcellona non era ancora ben chiarificato, soprattutto in rapporto alla
sua passione per l'attuazione di opere ardue e grandi e in relazione al suo
amore per la penitenza, la povertà e le umiliazioni. Le scelte che a
Barcellona si trova ad affrontare circa il futuro, una volta terminati gli
studi, sono guidate proprio dall'ideale di aiutare le anime, anche là do­
ve la sua riflessione è attraversata dall'ipotesi di entrare in un Ordine o
in una Congregazione religiosa. Giocando un ruolo importante in que­
ste scelte e attraverso queste scelte (l a, 2a e 3a elezione), la motivazio­
ne apostolica sempre più si rafforza, acquista chiari contorni e diventa
ormai, nella sua vita, il criterio e il punto di orientamento fisso di ogni
sua elezione o scelta.
49 Prima elezione: cfr. sopra, §§. 54 e 55.
50 Ritroviamo la preoccupazione di Ignazio di volere "riempire il vuo­
to" che il futuro incerto e sconosciuto gli presenta, soprattutto quando si
trova di fronte a situazioni nuove. Cfr. sopra, 12, nota 60.
51 Seconda elezione: Ignazio si trova alla fine degli studi come di fron­
te ad un bivio: entrare in un Istituto religioso, oppure condurre una vita
da semplice laico nella mobilità, attraverso il mondo?

270
Capitolo settimo - Salamanca

be aiutato quei religiosi52• Dio gli dava una grande fiducia che
avrebbe sopportato bene tutti gli affronti e le ingiurie che gli
avessero fatto53• Siccome, poi, in questo tempo di prigionia a
Salamanca54 non gli erano venuti meno quegli stessi desideri difa-

52 Terza elezione: supposto che entri in religione, quale Congregazione


o Ordine devo scegliere? Ignazio è di fronte ad un altro bivio: entrare in
un Istituto religioso fiorente e riformato, oppure in uno in decadenza e,
perciò, bisognoso di riforma? Il suo spirito si inclina verso questa seconda
ipotesi. Il primo motivo esplicitamente riportato in favore di questa
scelta fa riferimento al suo desiderio di aver l'occasione di soffrire di più.
È evidente, però, che dietro questo motivo se ne nasconde uno più
profondo: quello di aver l'occasione di esercitare il suo zelo apostolico
attraverso un'azione riformatrice che egli prevede osteggiata e contra­
stata dai membri dell'Istituto religioso o della comunità in decadenza.
Il secondo motivo, anche se espresso in modo più timido, quasi fosse se­
condario perché meno oggettivo e solo supposto, rivela più chiaramen­
te il suo desiderio di aiutare le anime, andando alla radice più pura, di­
sinteressata e autentica di esso, cioè il desiderio che le anime dei religiosi
siano maggiormente aiutate da Dio attraverso il suo esempio.
53 La scelta di entrare in una comunità religiosa da riformare e in de­
cadenza, secondo Ignazio, riceve una conferma da Dio attraverso una ve­
ra consolazione. Essa si presenta sotto la forma di un dono dali'Alto di
fiducia e di forza d'animo di fronte alle difficoltà (cfr. EESS., n. 315).
Con questo, indirettamente, Ignazio rivela come prevedesse ostacoli
contro la sua azione riformatrice e come, pertanto, la sua scelta fosse mo­
tivata proprio dallo zelo apostolico per le anime, che in questo caso era­
no persone religiose da riformare.
54 La scelta di andare a studiare a Parigi, se fu presa in modo defini­
tivo solo dopo la sentenza dei giudici, di fatto ebbe un periodo di ge­
stazione non breve e fu preceduta da un processo di discernimento fin
dal tempo della prigionia a Salamanca. In questo paragrafo Ignazio la­
scia traccia di questo discernimento e rivela come già dal periodo del car­
cere sia arrivato a chiarificarsi meglio e in modo ordinato quello che vo­
leva raggiungere. Il profitto delle anime (e, corrispettivamente, il suo aiu­
to ad esse) è ormai diventato il suo ideale liberamente accettato da Dio

271
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

re del bene alle anime e, per raggiungere questo scopo, di studiare55,


per prima cosa, e di associarsi alcuni con lo stesso proposito e di
conservare quelli che già aveva56, dopo aver deciso di andare a

e scelto in modo irremovibile e definitivo. È questo fine a motivare


principalmente e in ultima analisi la decisione di andare a Parigi. Di -
scendendo dal fine (=aiutare le anime) al mezzo (=andare a Parigi),
scelto come punto conclusivo del suo discernimento, Ignazio ricorda due
mezzi intennedi: lo studio e l'aggregazione di compagni.
55 Il pellegrino decide di andare a Parigi per affrontare in maniera più
seria ed efficace quello studio che già da Barcellona ha colto come ne­
cessario per aiutare le anime. I processi e le sentenze di Alcalà e di
Salamanca, unicamente alla poco felice esperienza degli studi stessi in
Alcalà, lo hanno sempre più convinto della necessità di trovare altrove,
fuori della Spagna, un centro di studi più serio, dove poter condurre ed
approfondire la filosofia e la teologia in modo più organico e confonne
alle sue esigenze di uomo amante dell' "ordine" e desideroso di "ordi­
nare" sempre meglio la propria vita. La fama del Modus parisiensis
dell'Università di Parigi creava in lui un'attrazione irresistibile e deci­
siva sulla scelta di recarsi nella capitale della Francia. Con questa sua scel­
ta di studiare a Parigi Ignazio, anche se non lo comprende ancora in ma­
niera chiara ed esplicita, si mette sulla via di studi clericali e sempre di
più, pertanto, si incammina verso un apostolato sacerdotale.
56 La scelta di Parigi è anche detenninata, sebbene in maniera se­
condaria rispetto al desiderio di studi seri, dal desiderio di aggregarsi com­
pagni. L'esperienza di Alcalà e di Salamanca aveva fatto maturare in lui
una chiarezza circa la motivazione e la direzione del suo aggregare a sé
amici e compagni. Inizialmente questo nasce spontaneamente dalla for­
za di attrazione e di persuasione che egli esercita sulle persone che in­
contra e che gli stanno intorno. Già a Pamplona (§. l) avevamo consta­
tato questa forza di persuasione. La incontreremo anche a Parigi(§. 78,
nota 39), quando verrà accusato di essere seduttore degli studenti. Ma,
a quel tempo, Ignazio si era già chiarificato circa la meta verso cui
orientare la sua forza di aggregazione: un aiuto più efficace alle anime.
Il discernimento personale nella prigione di Salamanca lo conferma cir­
ca l'autenticità del desiderio -secondo Polanco già presente a Barcellona-

272
Capitolo settimo - Salamanca

Parigi, stabilì con questi ultimi57 che essi attendessero da quelle


parti, mentre egli sarebbe andato a vedere se fosse riuscito a fa­
re in modo che anch'essi potessero studiare.

-di unire a sé delle persone per «aiutare a riformare gli errori che avvertiva
nel servizio divino» e perché tutti insieme fossero «come piccole trom­
be di Gesù Cristo» (Polanco, Summ. Hisp., n. 35, FN l, 170). Egli pen­
sava che nella grande università di Parigi egli avrebbe potuto più facil­
mente raggiungere questo scopo della formazione di un gruppo di ami­
ci e compagni che condividessero il suo stesso stile e ideale di vita. Sempre
.più ci appare chiaro, pertanto, come Ignazio approdi all'ideale co­
munitario a partire dall'ideale apostolico e proprio attraverso di esso. È
interessante anche notare come la decisione di andare a Parigi per ag­
gregare persone che condividessero il suo stesso progetto apostolico di
vita si rifletta sul piano della vita della Compagnia in un testo fino al 1551
presente nelle Costituzioni, nel quale si elencano vari mezzi di pastora­
le vocazionale (MI, Const. , 268. 270, Col. A, apparato critico). Tra di
essi, come terzo mezzo e aiuto per reclutare compagni, Ignazio e Polanco
avevano scritto: «Aiuterà porre residenza in città universitarie, dove
sogliano accorrere e convenire un maggior numero di persone inclina­
te agli studi e alle cose spirituali, e più libere dal mondo, e che, quando
fossero chiamate a questo Istituto (=la Compagnia di Gesù), si trove­
rebbero più istruite negli studi, che per esso si richiedono; e, dopo le città
universitarie, i luoghi più grandi e dove vi sia più concorso di gente ...».
Anche se tutto il lungo passo, riguardante i mezzi da ricercarsi e da usar­
si da parte della Compagnia per cooperare alla chiamata di Dio, per va­
ri motivi non è più comparso nel successivo testo B delle Costituzioni,
quello presente alla morte di Ignazio, mi sembra che esso possa illumi­
nare la scelta operata da Ignazio a Salamanca di andare a studiare a Parigi,
città universitaria e molto popolata, anche per aggregare compagni a sé
e al gruppo che già con lui in Spagna stava condividendo i suoi ideali di
vita. Forse l'aggiunta «conservare quelli che già aveva» è stata anche sug­
gerita dal fatto che non tutto filasse liscio e fosse ben chiarificato tra i 5
membri, o, addirittura, dal fatto che Juanico si fosse già allontanato da
essi per farsi francescano (cfr. sopra, §. 67, nota 27).
57 È il primo segno nell 'Autobiografìa di un certo qual discernimento
comunitario. Dalla decisione presa non risulta che il dividersi, andando

273
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

72 Molte persone ragguardevoli insistettero molto con luiper­


ché non andasse via, ma non riuscirono mai a convincerlo58• Non
erano passati che 15 o 20 giorni da quando era uscito di prigio­
ne, che se ne partì tutto solo59, portando alcuni libri sopra un asi-

Ignazio a Parigi mentre gli altri avrebbero aspettato in Spagna, sia da in­
terpretarsi come una decisione a sciogliere il gruppo; risulta, anzi, il con­
trario. Ignazio, infatti, parte per Parigi con l'intenzione ferma e condi­
visa dai compagni di cercare mezzi e modi più opportuni per farsi rag­
giungere da loro in Francia, al fine di conservarli e formarli meglio. Egli
parte pensando di lasciare in Spagna un gruppo di amici a lui già forte­
mente legati, anche se ancora bisognosi di un'ulteriore formazione e di
studi. Per questo, anche se parte solo, come da Loyola, da Manresa, e da
Barcellona per Gerusalemine, questa solitudine è ben diversa da quella
di 4-5 anni prima.
58 Ancora una volta, come già a Pamplona di fronte ai compagni d'ar­
me(§. l), a Loyola di fronte al fratello(§. 12), a Barcellona di fronte agli
amici che lo consigliavano di prendersi un compagno per il pellegrinaggio
a Gerusalemme(§. 35), a Roma di fronte ai conoscenti che cercavano di
dissuaderlo dal viaggio in Terra Santa(§. 40), a Venezia di fronte alla fa­
miglia di colui che l'aveva ospitato e al medico interpellato circa l'op­
portunità di imbarcarsi dato il suo stato di salute molto cagionevole e com­
promesso(§. 43), così ora, a Salamanca, Ignazio dà prova di una gran­
de forza di volontà nel saper resistere alle pressioni di chi cerca di con­
vincerlo a non partire per Parigi. Non si tratta, lo sappiamo bene, di coc­
ciutaggine o di una forza cieca: all'occorenza, infatti, Ignazio sa ritornare
sui suoi passi, come per esempio nel caso del suo incontro col Provinciale
dei francescani a Gerusalemme: di fronte ad un chiaro ed oggettivo se­
gnale della volontà di Dio, la sua volontà si manitèsta flessibile, fino al
punto di rinunziare al progetto che ancora poco prima si sentiva in co­
scienza obbligato a dover seguire. Per questo si tratta di un'autentica e
illuminata forza di volontà: essa trova nella volontà di Dio stesso il
fondamento, il parametro di confronto e la sorgente, che, quasi come dal­
l'interno, la vivifica e la permea.
59 Ignazio parte solo come quando parti da Navarrete per Moriserrat,
staccandosi dai due servi impostigli dal fratello(§. 13), oppure quando

274
Capitolo settimo - Salamanca

nello. Giunto a Barcellona, tutti quelli che lo conoscevano lo


sconsigliarono di passare in Francia, a causa delle grandi guer-

lasciò Manresa per Barcellona(§. 35), o quando si imbarcò a Barcellona


per l'Italia nel marzo 1523 (§. 35), o quando tre anni dopo, nel1526, pas­
sò da Barcellona ad Alcalà (§.56). Questa volta lascia dietro di sé un grup­
po di amici dal quale non vuole dissociarsi, ma con cui vuole crescere
ancor più in comunione. Come in genere nei momenti cruciali, di pas­
saggio o di rottura nell'azione educativa da parte di Dio in ordine ad una
progressiva maturazione umana e spirituale, Ignazio ama mettersi in sta­
to di deserto e di solitudine per ricuperare la possibilità di trovare me­
glio il piano di Dio e il suo posto all'interno di esso. Nel suo cammino
spirituale, la solitudine diventa sempre di più non una fuga dal mondo
e dagli uomini, soprattutto ora dopo aver maturato l'ideale apostolico e
quello comunitario; essa si impone semplicemente come una fase ne­
cessaria per ricuperare quella chiarezza interiore utile a fugare le opacità
delle proprie intenzioni e ad arrivare al vero equilibrio nelle tensioni
profonde, al di là e al di sotto delle ansie che l'incertezza del futuro spon­
taneamente fa nascere in lui(cfr. EESS., n. 20). È una fase transitoria per
poter incontrare il mondo e gli uomini in una luce nuova, più profonda
e più vera. Egli non immaginava, però, mentre si staccava dai compa­
gni a Salamanca con l'intenzione di rivederli a Parigi in un ambiente più
favorevole, che quella solitudine nel piano di Dio era il preannuncio del­
la dispersione dei membri di questa prima comunità di compagni che si
era formata intorno al pellegrino. Di fatto, oltre a Juanico, che si allon­
tanò per farsi francescano, anche gli altri tre non incontreranno più
Ignazio. Mentre, però, Arteaga entrò in un ordine militare e, successi­
vamente, divenne Vescovo di una diocesi di oltremare in Messico,
Caceres e Callisto finirono per condurre una vita in aperto contrasto con
lo stile adottato dal gruppo ad Alcalà e a Salarnanca, fino al punto, nel
caso di Callisto, di suscitare scandalo e meraviglia tra coloro che lo ave­
vano conosciuto quando era ancora vicino ad Ignazio. Probabilmente la
disgregazione del gruppo avvenne per il fatto che esso era più fondato
sulla forza persuasiva e sul fascino personale di Ignazio, che sulle me­
te e sugli oggettivi obiettivi da raggiungere. Non si può, però, del tutto
negare che la sentenza di Salamanca abbia giocato il ruolo di forza di­
sgregante, soprattutto se consideriamo le persone che la vita futura di-

275
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

re che c 'erano, riferendogli, amo' d'esempio,fatti molto partico­


lareggiati,fino a dirgli che mettevano gli spagnoli allo spiedo; ma
egli non provò mai alcun genere di paura60.

mostrerà non dotate di forza di volontà simile, per non dire pari, a quel­
la rivelata da Ignazio. La solitudine, durante il lungo viaggio a Parigi, of­
frirà ad Ignazio ampi spazi di tempo per riflettere su questo primo tentati­
vo comunitario e per chiarificare a se stesso come meglio impostare il
processo di aggregazione di compagni intorno alla sua persona, per il qua­
le aveva ricevuto particolari doni dal Signore.
60 A Barcellona si ripete la stessa situazione di opposizione alla sua
partenza che si era verificata poco tempo prima a Salamanca. Della
"elezione" dei conoscenti di Barcellona i l testo deli' A utobiogrqfìa si tà
premura di ricordare non solo la conclusione (=il consiglio, dato ad
Ignazio, di non andare in Francia), ma anche le motivazioni razionali e
le pressioni psicologiche che l'accompagnarono. La guerra tra Spagna
e Francia stava per riesplodere violenta dopo il ritorno di Francesco I in
patria dalla prigionia in terra iberica. È del 12 dicembre 1527 il fallimento
di un tentativo di negoziazione politica degli ambasciatori di Francia e
di Inghilterra con Carlo V per scongiurare la ripresa delle ostilità. In un
clima di guerra apertamente dichiarata, con gli animi surriscaldati con­
tro i francesi (gli amici barcellonesi di Ignazio accusano i francesi di vo­
ler «emettere allo spiedo gli spagnoli»!), non era proprio il caso che il ba­
sco pellegrino si mettesse in viaggio per la capitale francese. Ancora una
volta la fermezza di carattere di Ignazio respinge ogni ostacolo e ogni pres­
sione contro la sua decisione.

276
Capitolo ottavo
PARIGI

7 3 E così se ne partì alla volta di Parigi da solo e a piedi1•


Arrivò a ParigP più o meno nel mese di febbraio e, a quel che mi
racconta, ciò avvenne nell'anno 1528 o 15273.

Mentre era in carcere ad Alcalà nacque il principe di Spagna4;


e, tenendo conto di questo, si può fare il calcolo di tutto, anche per
quanto riguarda il passato.

Si stabilì in una casa5 con alcuni spagnoli, e andava a studia­


re umanità a Montaigu6• E il motivo era perché, avendolofatto an-

1 Cfr. sopra, §.72, nota 59.


2 In quei tempi Parigi contava 250 0
. 00-300 .000 abitanti ed era par­
ticolarmente famosa in tutta Europa per la sua università, frequentata da
più di 40
. 00 studenti provenienti da tutto il mondo e ripartiti in una ses­
santina di collegi. L'università era composta da quattro facoltà: alla fa­
coltà di teologia potevano accedere solo gli ecclesiastici e i religiosi; a!­
Iafacoltà di diritto e allafacoltà di Arti erano ammessi anche i laici, con
la proibizione -però- di accedere al matrimonio; a/la facoltà di medici­
na non potevano iscriversi né gli ecclesiastici, né i religiosi, e solo da po­
co più di 70 anni i suoi studenti laici avevano ottenuto il diritto di po­
tersi sposare (cfr. L. De Diego, a.c., 111). La sottolineatura dell'esigen ­
za del celibato viene a presentare l'università come un'istituzione for­
temente marcata dallo spirito clericale.
3 In una lettera del 3 marzo 1528 a lnés Pascual, sua benefattrice di
Barcellona, Ignazio scrive di essere arrivato a Parigi il2 febbraio 1528
(MI, Epp, . I, 74).
4 Filippo Il nacque il27 maggio 1527.
5 Avendo ricevuto un assegno di25 scudi (o ducati) dai benefattori
di Barcellona (cfr. sotto, nota 8), Ignazio poteva permettersi di alloggiare
in una locanda nel Quartiere latino vicino al Collegio di Montaigu, pres-

277
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

dare avanti negli studi troppo infretta, si trovava molto sprovvisto


di fondamenti; egli studiava con i bambini, seguendo l 'ordi­
namento e il metodo degli studi di ParigP. Appena giunse a Parigi,

so il quale avrebbe frequentato le lezioni di grammatica negli anni 1528-


1529. La somma di denaro non era piccola: con uno scudo uno studen­
te poteva pagarsi la pensione completa per un mese e a cinque scudi am­
montava la tassa annuale di iscrizione all'università. La scelta del pel­
legrino di alloggiare con amici spagnoli in una locanda, e non in un ospe­
dale o ospizio per i poveri, mostra come la riflessione sull'esperienza de­
gli studi in Spagna aveva maturato in Ignazio un cambiamento circa lo
stile di vita di povertà nel tempo dello studio. Quanto opportuna fosse sta­
ta questa sua scelta in ordine ad uno studio più serio e più intenso sarà,
purtroppo, confermato dagli avvenimenti immediatamente seguenti, che
lo costringono ad una vita di stenti, simile a quella condotta ad Alcalà,
che metterà in pericolo i suoi studi parigini.
6 Il Collegio di Montaigu era stato fondato a metà del secolo XIV
dali'Arcivescovo di Rouen, Gilles Aycelin de Montaigu. Verso la fine del
secolo XV era stato riformato dal fiammingo Standonck, uomo austero
e veramente spirituale. Nel1528, quando Ignazio si iscrisse a questo col­
legio, esso era ancora retto dagli statuti emessi nel 1509 da Noel Beda,
grande avversario di Erasmo. In Parigi il Collegio di Montaigu si pone­
va come roccaforte del conservatorismo e dell'ortodossia scolastica più
stretta contro ogni movimento umanista e di apertura alle nuove idee. Tra
i suoi più celebri alunni sono da ricordarsi anche Calvino, Erasmo e
Rabelais. Questi ultimi due non risparmiarono critiche e ironia contro l'e­
strema austerità e la sistematica opposizione ad ogni innovazione e con­
tro la mancanza totale di igiene e di pulizia degli edifici. Tuttavia, anche
se il piano degli studi del 1509 del corso di umanità appariva più anti­
quato di quello adottato nel 1508 dal Centro di Studi Superiori a
Barcellona, esso si raccomandava per la serietà con la quale veniva ap­
plicato rigorosamente il celebre Modus parisiensis, che Ignazio avreb­
be in seguito scelto come modello per i Collegi della Compagnia di
Gesù. Ed è proprio perché dava garanzie di uno studio solido che Ignazio
decise di frequentare il Collegio di Montaigu per i suoi studi di Umanità.
7 Ancora una volta (cfr. sopra, §. 62, nota 76; §. 64, nota 9; §. 68, no­
ta 34) Ignazio esprime un severo giudizio critico contro gli studi condotti
in Spagna. Egli si rende conto che gli mancano le basi e che lo studio era

278
Capitolo ottavo - Parigi

un mercante gli cambiò una lettera di credito di Barcellona8 con

venticinque scudi. Li diede in custodia ad uno degli spagnoli di quel-

stato condotto troppo in fretta. Questo lo induce a ritenere necessario do­


ver ricominciare dall'inizio, dal corso di formazione umanistica basato
sull'apprendimento del latino, la lingua ufficiale dell'Università, e sui cor­
si di Grammatica, di Retorica e di Metrica. Tuttavia, la scelta di frequentare
Umanità era anche obbligata dali'ordinamento degli studi dell'università,
che impedivano l'accesso al corso filosofico (Arti) a chi non avesse da­
to prova di conoscere adeguatamente la lingua latina. Si noti che Ignazio
non esagera quando ricorda di essersi trovato sui banchi di scuola con i
bambini: al Collegio di Montaigu, infatti, potevano essere ammessi an­
che i bambini di l 0-11 anni! Questo dato aiuta a comprendere come dav­
vero Ignazio ricominci i suoi studi dall'inizio. Riguardo ad essi egli sem­
bra mettere in moto la stessa dinamica attuata a riguardo della seconda
operazione alla gamba a Loyola (cfr. sopra,§. 4). Se, allora, a portarlo
a ricominciare fu il desiderio di seguire il mondo, ora, a Parigi, lo è l'an­
sia di aiutare le anime, fine per il quale aveva deciso di dedicarsi con im­
pegno allo studio. Il Modus parisiensis si raccomandava per l'armoni­
ca sintesi che aveva saputo instaurare tra usi scolastici, norme pedago­
giche, modi di agire nella trasmissione e nell'apprendimento del sape­
re, strutture nel campo della scuola e dello studio personale, e contenu­
ti da insegnare e da assimilare. Esso eserciterà una certa influenza su al­
cuni punti degli Esercizi Spirituali stessi e, unitamente allo spirito degli
Esercizi già prima concepito ed espresso da Ignazio, marcherà la futu­
ra pedagogia gesuitica. Essa prenderà corpo nella fondazione dei primi
collegi della Compagnia di Gesù e, a livello di documenti, nella Parte IV
delle Costituzioni, prima, e nella Ratio Studiorum, poi. In particolare
Ignazio dovette apprezzare nel Modus parisiensis l'applicazione agli stu­
di umanistici dei metodi tradizionali della scolastica, impiegati nei se­
coli del Medio Evo alla Teologia; il tentativo di integrazione tra il con­
servatorismo dei "teologastri" della Sorbona e il progressismo dei "no­
vatores", amanti delle scienze positive e delle lettere umane, tra scien­
za e buoni costumi, tra serietà di dottrina e virtù; la distribuzione degli
alunni in classi, con tutta la serie di elementi che essa comporta (ordine
progressivo nello sviluppo di una materia, insegnamento per gradi,
istituzione del sistema di promozione e di esami per il passaggio da una
classe all'altra, ecc ... ); la necessità di un programma scolastico senza,

279
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

la locanda, il quale in poco tempo se li spese e non aveva di che


rimborsarlo9• Così, passata la Quaresima10, il pellegrino di quel-

però, che venga mortificata l'attenzione alla singola persona o venga as­
solutizzato il fattore "istruzione" a scapito del fattore "educazione"; la
spiccata professionalità e solidità di dottrina nel corpo docente; e, infi­
ne, la forte sottolineatura deli' esercizio e della traduzione nella concre­
tezza e nella pratica di quanto intellettualmente appreso, come metodo
formativo della personalità e non solo come strumento di controllo e di
verifica fine a se stesso, in forza del quale la persona è obbligata a met­
tere in opera, nel processo di educazione e di formazione umana, tutte
le sue risorse e tutte le sue facoltà attraverso un'autentica ginnastica del­
lo spirito (cfr. Costa Maurizio, Note sur !es élements .fòndamentaux de
la Pédagogie de la Compagnie de Jèsus, CIS, n. 55, XVIII ( 1987, n.2),
l 03-135).
8 Ignazio a Barcellona è, da una parte, insistentemente pregato da per­
sone ragguardevoli di non partire dalla Spagna (cfr. sopra,§. 72), ma con­
temporaneamente, dall'altra, trova persone disposte a sostenerlo con
aiuti finanziari, perché possa condurre gli studi a Parigi con una certa age­
volezza. Tra queste persone benefattrici vanno ricordate in modo speciale
Isabella Roser e Inés Pascual: esse vennero incontro alle necessità del pel­
legrino anche successivamente, durante tutti i suoi sette anni di perma­
nenza a Parigi (cfr. MI, Epp., I, 83-84. 90 e FN III, 149. 198).
9 Si discute se il sistema di maneggiare denaro adottato da Ignazio per
tutti gli anni della sua permanenza a Parigi, che escludeva un contatto di­
retto con esso, sia da interpretarsi come difesa contro eventuali furti o,
piuttosto, come testimonianza della sua presa di distanza di fronte ad es­
so e come segno della sua volontà di essere povero, un po' secondo lo
spirito di San Francesco, che non voleva che i suoi figli portassero de­
naro con sé. Certamente questo episodio ci inclina a ritenere che, alme­
no inizialmente, appena arrivato a Parigi, fosse più vera la seconda ipo­
tesi. Probabilmente questa esperienza, dagli effetti negativi per il suo stu­
dio, lo avrà costretto a riflettere e a rivedere le sue opinioni in materia,
per non confondere spirito di povertà con ingenuità. Stupisce il tàtto che,
nonostante tutto, Ignazio abbia voluto andare a visitare il suo compagno
spagnolo a Rouen quando, in partenza per la Spagna, questi cadde ma­
lato (cfr. sotto, §. 79).
10
In quell'anno 1528 la Pasqua cadde il giorno 12 aprile.

280
Capitolo ottavo - Parigi

la somma non aveva già più niente sia per le spese fatte, sia per
il motivo sopra accennato. Perciò fu costretto a mendicare e an­
che a lasciare la casa dove stava11•

11 L'ingenuità di Ignazio produce immediatamente un duplice risul­


tato: il ritorno alla mendicità e l 'abbandono della locanda. L'esperienza
del fallimento degli studi in Spagna, soprattutto adAlcalà, gli aveva fat­
to comprendere che l'auspicata integrazione tra vita di studio e vita di
povertà era ben !ungi dall'essere stata definitivamente risolta. Se in
Spagna non si trovava a dover fare elezioni particolari a riguardo della
povertà e se la convivenza tra l'austero stile di mendicità e la vita di stu­
dio si attuava pacificamente, questo era dovuto non solo alla presenza
di benefattori pronti ad aiutarlo -Isabella Roser e Inés Pascual a Barcellona
(§.54), il direttore dell'ospedale nuovo di Antezana (§. 56) e i due fra­
telli Diego e Miguel de Egufa (§. 57) ad Alcalà, e il vescovo di Toledo,
Fonseca, per il periodo di Salamanca (§. 63)-, ma soprattutto al fatto che
lo studio non era serio e non lo assorbiva totalmente. Quando, però, ar­
riva a Parigi, Ignazio è deciso ad impegnarsi a fondo nello studio, secondo
il rigoroso "ordinamento e metodo di Parigi". A questo punto l'integra­
zione tra studio e povertà non è più possibile se non in un altro schema
mentale, diverso da quello della contemporanea convivenza, cioè piut­
tosto secondo lo schema mezzo-fine lungo l'asse della successione tem­
porale. Pertanto, grazie anche all'aiuto dei benefattori di Barcellona, an­
che se si trova in un paese straniero dove non si è potuto ancora ben or­
ganizzare e dove non ha ancora trovato nuovi amici, per amore allo stu­
dio Ignazio rinuncia alla povertà austera, al presente, in vista di un aiu­
to più efficace alle anime, nel futuro: solo allora, con la ripresa dell'at­
tività apostolica, avrebbe potuto riprendere e attualizzare più concreta­
mente il suo ideale di imitazione di Cristo povero. Per questo egli non
va a vivere in un ospizio con i poveri e non si mette a mendicare.
Tuttavia, l'azione del compagno spagnolo, che gli sperpera tutte le risorse
finanziarie, rivoluziona il suo piano e lo costringe a ritornare a pratica­
re uno stile di vita analogo a quello condotto adAlcalà (mendicità e ospi­
zio), con la differenza che ora, a Parigi, gli studi sono molto più esigenti
ed egli, alla bell'età di 37 anni, non può più permettersi il lusso di per­
dere altro tempo.

281
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

7 4 Fu accolto ne/l 'ospedale di San Giacomo, che sta oltre gli


Innocenti12• Era molto scomodo per gli studi, perché l 'o::,pedale di­
stava dal collegio di Montaigu un buon tratto13 e, per trovarvi la
porta aperta, bisognava tornare al tocco del/ 'Ave Maria e uscire
a giorno già fatto. Pertanto non poteva.frequentare molto bene le
sue lezioni14• Un altro impedimento era anche costituito dal dover
chiedere l'elemosina per mantenersi15• Erano già cinque anni che
non lo prendeva più il mal di stomaco, e così cominciò a darsi a

12 L'ospizio di Saint-Jacques, fondato all'inizio del secolo XIV per i


pellegrini di Compostela, era situato sulla riva destra della Senna, al­
l'attuale numero 133 di rue Saint-Denis, oltre la chiesa e il cimitero de­
gli Innocenti.
13 Siccome il Collegio di Montaigu era situato sulla riva sinistra del­
la Senna, dove attualmente si trova la Bibliothèque de Ste. Geneviève,
vicino al Panthéon, Ignazio doveva iimpiegare più di 30 minuti di cam­
mino per percorrere i circa 3 Km che separavano l'ospizio dal collegio.
14 All'inconveniente della distanza, che rubava tempo prezioso allo
studio privato, si aggiungeva, a rendere più precaria la sua attività di stu­
dente, il fatto che gli orari dell'ospizio e del collegio obbligavano Ignazio
a perdere anche varie ore di scuola: l'attività scolastica al collegio ini­
ziava alle 5 del mattino, un'ora prima della celebrazione della S. Messa
e prima che egli potesse uscire dall'ospizio; così pure la sera Ignazio era
costretto a lasciare il collegio prima che finissero le ore di insegnamen­
to, per poter rientrare prima dell'Angelus e trovare ancora aperta la por ­
ta dell'ospizio. In pratica Ignazio poteva frequentare solo le ore di lezione
dalle 8 alle l O del mattino, la disputa alla fine della mattinata e la prima
delle due ore di scuola del pomeriggio. Era, invece, costretto a rinunciare
almeno alla prelezione mattutina delle ore 5 e alla ripetizione prima del­
la recita di Compieta, la sera.
15 Agli inconvenienti derivanti dal passaggio dalla locanda all'ospi­
zio che lo allontanava dal collegio e gli rendeva difficoltoso l'impegno
nello studio, si aggiungeva per Ignazio la necessità di mendicare, pure
essa imposta dal fatto di trovarsi sperperate dal compagno spagnolo tut­
te le risorse finanziarie.

282
Capitolo ottavo - Parigi

più grandi penitenze e astinenze16• Dopo aver passato un po' di tem­


po in questo genere di vita tra l'ospedale e il mendicare, vedendo
chefaceva poco profitto negli studi, cominciò a riflettere sul dafar­
si11. Vedendo che vi erano alcuni nei collegi che prestavano ser­
vizio ai dirigenti e avevano anche il tempo per studiare18, decise
di cercarsi un padrone19•

16 Da quando era partito per Gerusalemme 5 anni prima, il dolore di


stomaco non lo aveva più tormentato. Di fatto il desiderio di riprende­
re le penitenze e le astinenze lo aveva già concepito a Barcellona, al ri­
torno dalla Terra Santa (cfr. sopra, §.55).
17 Evidentemente Ignazio non è soddisfatto della situazione venuta­
si a creare con il passaggio all'ospizio e il ritorno alla mendicità. Lo stu­
dio, al quale ormai Ignazio ha deciso di attribuire un'importanza prio­
ritaria, non può permetterlo e sopportarlo. Si impone la ricerca di nuo­
ve soluzioni circa il suo stile e modo di vivere. Per questo egli è costretto
ad entrare in un nuovo processo di discernimento e di elezione.
L'esperienza gli ha ormai chiarito che la mendicità, se può essere un va­
lore, non è di certo più tale in tempo di studio.
18 Tra gli studenti dell'università di Parigi alcuni si mantenevano con
borse di studio (=borsisti), altri alloggiavano nei collegi o come porzionisti
(pagavano la pensione completa, ma dividevano la loro camera con al­
tri) o come camaristi (pagavano la pensione con diritto alla camera e al­
la pulizia di essa, oltre che alle lezioni e alle ripetizioni), altri, detti
martinetes, tra i quali Ignazio durante il tempo dello studio di Umanità,
vivevano come alunni esterni e, solo mediante una tassa di iscrizione, po­
tevano assistere alle lezioni; infine c'era una quinta categoria di studenti,
quella dei più poveri: essi lavoravano al servizio di qualche professore
o compagno per potersi pagare gli studi.
19 Nella sua ricerca Ignazio arriva a discernere una prima soluzione:
l'esperienza altrui, quella degli studenti della quinta categoria, gli dice
che vita di lavoro salariato e vita di studio sono compossibili e, pertan­
to, egli decide di cercare di entrare nel numero ristretto di questi studenti
poveri, procurandosi un impiego. Come si vede, Ignazio cerca ancora di
integrare in un rapporto di contemporaneità studio e povertà. L'esperienza
finora gli ha insegnato che con lo studio serio non può coesistere quel­
la forma di povertà legata alla mendicità e alla convivenza con i poveri

283
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

75 Tra di sé faceva questa considerazione e questo proposi­


to, trovandovi consolazione: immaginava, cioè, che il maestro
fosse Cristo; ad uno degli studenti dava nome San Pietro, ad un
altro San Giovanni, e così via per ogni apostolo; e quando mi co­
mandasse il maestro, penserò che è Cristo che mi comanda:
«Quando mi desse ordini un altro, penserò che è San Pietro che
mi dà ordini»20• Mise molto impegno per trovare un padrone; da
una parte ne parlò con il baccelliere Castro 21, e poi con unfrate

in un ospizio, ma non lo ha ancora convinto circa l'impossibilità di por­


tare avanti insieme lo studio e quella forma di povertà legata al lavoro
salariato.
20
Si può notare un'analogia tra l'atteggiamento che Ignazio imma­
gina di avere di fronte al professore e agli studenti, dei quali si sente già
a servizio, e quanto propone all'esercitante di contemplare nel primo pun­
to della contemplazione della Natività: «Vedere nostra Signora, S.
Giuseppe, l'ancella e Gesù Bambino appena nato, facendo di me stesso
un poveretto e uno schiavo indegno, guardandoli, contemplandoli e ser­
vendoli nelle loro necessità, come se io mi trovassi presente, con tutto il
rispetto e la riverenza possibili» (EESS., n. 114) .

21 Giovanni Castro, nato a Burgos in Spagna ne11485, dal 1525 stu­


diava a Parigi alla Sorbona. È una delle tre persone che, in seguito agli
Esercizi Spirituali fatti sotto la guida di Ignazio, fecero una profonda con­
versione e dettero vita al secondo tentativo di Ignazio di formare un grup­
po di compagni intorno a sé (cfr. sotto,§. 77). Nel 1532 conseguì il dot­
torato in teologia ed è a lui che Ignazio indirizzò il Fabro per la confes­
sione generale (cfr. Memoriale B. Fabri, FN l, 33). Appena finiti gli stu­
di rientrò in Spagna: dopo aver predicato per un breve tempo a Burgos,
entrò nella Certosa di Valle Christi, vicino a Segorbe, nel regno di Va­
lencia. lvi, già monaco certosino, ricevette la visita di Ignazio nel­
l'autunno de11535, quando il pellegrino stava per lasciare definitivamente
la Spagna e salpare per Genova, dopo aver visitato la sua terra e i parenti
dei suoi compagni parigini (cfr. sotto, §. 90, nota 25). Nel 1542 Castro
venne eletto priore della Certosa Porta Coeli. Morì ali'età di 71 anni nel
1556.

284
Capitolo ottavo - Parigi

certosino22, che conosceva molti professori. Ma non fu mai possi­


bile che gli trovassero un padrone23.

7 6 disse che sarebbe stato meglio andarsene ogni anno in


Fiandra, e perdervi due mesi, e anche meno, per procurarsi il ne­
cessario per poter studiare tutto l 'anno; e questo, dopo averlo rac­
comandato a Dio, gli parve una buona cosa24• Seguendo questo con­
siglio, portava ogni anno dalle Fiandre quanto gli bastava per ca-

22
Si tratta con molta probabilità di un frate della Certosa di Parigi,
Notre-Dame de Vauvert. Fondata nel l258 e situata vicino all'attuale giar­
dino di Luxembourg, era distante poco più di l Km dai Collegi di
Montaigu e di Santa Barbara. Dopo un periodo di decadenza nel seco­
lo XV, la Certosa di Parigi, attraverso un lento e silenzioso processo di
riforma, era allora diventata un centro di diffusione spirituale molto
forte. Persino Erasmo, solitamente critico e ironico con tutti i monaci,
riconosce i certosini di Vauvert come modelli di santità e di impegno cri­
stiano. Ignazio comincia presto a conoscere e a frequentare la Certosa
di Vauvert, e ad essa indirizza anche i suoi primi compagni di Parigi co­
me luogo per la confessione, per l'Eucarestia domenicale, per la lettura
spirituale e per la preghiera personale.
23 Il piano mistico, sul quale Ignazio si era portato, non si rivela rea­
le. La soluzione ipotizzata era una elezione "sua" e non "di Dio".
L'impossibilità di trovare un padrone, la quale lo mette nella condizio­
ne di disoccupato -un tipo di povero da lui non contemplato!-, lo aiuta
a prendere coscienza che il suo darsi da fare non è una collaborazione
all'azione di Dio: la sua scelta non è sulla rotta dell'Amore che discen­
de dali' Alto (EESS., n. 184 ). Ancora una volta l'esperienza concreta co­
stringe Ignazio a rinunciare ad una soluzione che permetta la coesisten­
za dello studio e di una vita di povertà. Il Signore, come prima gli ave­
va chiuso la porta ad una vita da mendicante, ora, attraverso fatti e
situazioni concrete, gli chiude anche ·ta porta ad una vita da studente­
lavoratore. Se vuole continuare a studiare a Parigi e, perciò, seriamente,
Ignazio è costretto a cercare altre soluzioni e a restare ancora in clima
di discernimento.

285
S. ignazio di Loyola - Autobiografia

varsela in qualche modo. Una volta andò anche in Inghilterra, e


ne riportò elemosine più abbondanti di quelle che era solito rac­
cogliere gli altri annP5•

7 7 Dopo che tornò per la prima volta dalle Fiandre, comin­


ciò a dedicarsi più intensamente del solito alle conversazioni spi­
rituali26, e dava gli Esercizi, quasi contemporaneamente, a tre

24 Ignazio trova la soluzione del problema del suo mantenimento a


Parigi attraverso il consiglio di un frate spagnolo, non senza- però- aver­
lo vagliato e considerato attentamente di fronte a Dio in un vero di­
scernimento spirituale. Ignazio è condotto alla determinazione di men­
dicare d'estate per poter vivere più comodamente nel periodo dell'an­
no scolastico e per poter attendere meglio, pertanto, al dovere principale
dello studio. Egli separa il tempo dello studio dal tempo della vita da
mendicante. L'integrazione tra povertà e studio viene fatta secondo lo
schema verticale dei rapporto mezzo-fine e, per di più, dislocato in
prospettiva temporale: unità nella successione. Sarà solo dopo aver fi­
niti gli studi che egli riprenderà la vita abituale di povertà e negli ospi­
zi (cfr.sotto,§§. 93. 94. 95).
25 Tre furono i viaggi di Ignazio in Fiandra: il primo nella quaresima
del 1529, durante il quale ebbe modo di incontrare a Bruges Ludovico
Vives, umanista e amico di Erasmo (cfr. Polanco, FN Il, 557); gli altri
due ebbero luogo nelle estate del 1530 e in quella del 1531. In quest'ultimo
viaggio il pellegrino si spinse fino in Inghilterra. Il suggerimento di
chiedere elemosine ai ricchi mercanti spagnoli di Bruges e di Anversa,
in Fiandra, o di Londra, in Inghilterra, si rivelò molto utile: con i soldi
ricevuti Ignazio poté trasferirsi nell'ottobre 1529 al Collegio di Santa
Barbara; inoltre, non solo riuscì a mantenersi totalmente nell'intero an­
no seguente il viaggio, ma arrivò addirittura ad intessere tali rapporti di
amicizia con i suoi benefattori, che dopo il 1531 non gli fu nemmeno più
necessario muoversi da Parigi, perché alcuni di quei ricchi e benevoli mer­
canti si presero cura di mandargli a Parigi, ogni anno, le elemosine ne­
cessarie. Con queste, insieme ad altri aiuti finanziari ricevuti dai bene­
fattori di Spagna, ebbe di che potersi sostentare comodamente e poter an­
che aiutare altri poveri (Polanco, FN II, 557).

286
Capitolo ottavo - Parigi

persone27, cioè a Peralta28, al baccelliere Castro29, che stava alla


Sorbona, e a un biscaglino del collegio di Santa Barbara, di no-

26 A prima vista sembrerebbe che Ignazio voglia riprendere l'attività

apostolica. Venuto a Parigi, essa era stata troncata sia dalla scarsa co­
noscenza del francese, che gli impediva di radunare intorno a sé gruppi
di gente semplice e pia come ad Alcalà e a Salamanca, sia, soprattutto,
dalla decisione di dedicarsi totalmente allo studio, che ormai costituisce
il punto che polarizza e condiziona ogni scelta. Come la povertà, così an­
che l'attività apostolica passa in seconda linea di fronte allo studio.
Questo non è una realtà e un'occupazione che si fa insieme ad altre, ma
la realtà, l'occupazione o, meglio, il dovere di stato che si deve adem­
piere con un impegno che prende tutto l 'uomo. Se riprende le con­
versazioni spirituali, se riprende a dare gli Esercizi Spirituali, questo aiu­
to alle anime si colloca su un diverso tipo di rapporto, che comporta an­
che, a sua volta, un diverso tipo di uditorio. L'aiuto agli altri è, infatti,
principalmente orientato al reclutamento e alla formazione di compagni,
che già dal tempo della prigionia a Salamanca era visto come mezzo per
conseguire meglio e più pienamente il fine apostolico verso il quale era
teso. Per questo i suoi interlocutori ed esercitanti non sono più docili e
ubbidienti pie donne come a Barcellona e ad Alcalà, ma studenti uni­
versitari, compagni di studio. Se dovessimo anticipare e applicare ad
Ignazio a Parigi una terminologia e categorie più proprie della futura vi­
ta della Compagnia di Gesù, potremmo dire che Ignazio fa lo scolastico
e il .formatore, ma non l'operaio apostolico nella vigna del Signore. Se
l'apostolato, inteso come dimensione interiore e come zelo sincero per
le anime, rimane sempre presente nel periodo di studi a Parigi, fino al
punto, anzi, da essere motore e anima vivificatrice degli studi stessi -co­
me egli vorrà che tale resti per tutto il tempo della formazione dello sco­
lastico della Compagnia-, inteso, invece, come attività esterna mate­
rialmente cessa e rimane presente come fine da conseguirsi nel futuro.
Anche riguardo all'attività apostolica, come circa la pratica della povertà,
Ignazio cerca un'integrazione, ma la trova secondo lo schema mezzo-fi­
ne (studio in vista dell'apostolato) e in linea verticale dal punto di vista
temporale: unità nella successione (studio ora in vista dell'apostolato nel
futuro).
27 Non è da pensare che Ignazio desse un corso di Esercizi Spirituali
a tre persone, bensì che desse Esercizi individualmente a tre persone qua-

287
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

me Amador30. Questi fecero grandi cambiamenti: subito diedero


ai poveri tutto quello che possedevano, compresi i libri, comin­
ciarono a chiedere elemosina per Parigi e presero alloggio al! 'o­
spedale di San Giacomo31, dove prima stava il pellegrino e da do­
ve se ne era già andato via per i motivi sopra accennati. Questo

si nello stesso periodo di tempo. Questo accadde dopo la Pasqua 1529,


probabilmente nei mesi di maggio e giugno. Tuttavia non sembra erro­
neo pensare che, attraverso questa triplice esperienza personale, si vada
formando un gruppo. Come già intuirono chiaramente i primi opposito­
ri di Ignazio a Parigi, questo orientamento al gruppo mostra la forza ag­
gregativa che si sprigionava dalla forte personalità di Ignazio. Ma, di fat­
to, come vedremo (cfr. sotto,§. 78, nota 34), questo secondo "parto", co­
me il primo, ebbe vita per poco tempo (Polanco, Summ. Hisp., FN I, 190).
28
Pedro de Peralta, della diocesi di Toledo, si era immatricolato nel­
la facoltà di Arti nel 1525. Nel 1529 ottenne il titolo di Maestro in Arti
e cominciò subito ad insegnare. In quello stesso anno Ignazio gli diede
gli Esercizi Spirituali. In lui si produsse un radicale cambiamento che lo
portò ad essere pellegrino a Gerusalemme. Al ritorno in Europa, diven­
ne canonico e predicatore nella cattedrale di Toledo, e rimase sempre ami­
co di Ignazio e ben disposto verso la Compagnia.
29 Cfr. sopra, §. 75, nota 21.
30 Del biscaglino Amador de Elduayen sappiamo solo che era della
diocesi di Pamplona, che si era immatricolato nella facoltà di Arti nel
1525 e che si trovava nel Collegio di Santa Barbara, allora retto da Diego
de Gouvea, il quale si adombrò molto per il cambiamento dei tre ad ope­
ra di Ignazio (cfr. sotto,§. 78). Di lui si perdono poi completamente le
tracce.
31 Gli Esercizi di Ignazio producono effetti devastanti nella tranquil­
la vita dei tre studenti. L'imitazione di Cristo li porta, infatti, ad una vi­
ta di povertà radicale, della quale il testo dell'Autobiografia ricorda, co­
me segni più evidenti, i seguenti: la distribuzione di tutti i loro averi ai
poveri, la mendicità per le vie di Parigi e il trasferimento di tutti e tre al­
l'ospedale di San Giacomo, dal quale Ignazio si era già allontanato per
attendere meglio agli studi. Se teniamo presente che tù anche frutto di
quegli Esercizi la decisione di Peralta di recarsi pellegrino a Gerusalemme,
possiamo vedere che si riproducono nell'esperienza di vita degli esercit-

288
Capitolo ottavo - Parigi

fece scalpore all'università, perché i primi due erano persone


ragguardevoli e assai note. Subito gli spagnoli cominciarono ad

anti tre elementi -mendicità, ospedale e pellegrinaggio- caratteristici


della vita di Ignazio a Manresa. Questi tre elementi costituiranno la ba­
se del 2° e del 3° esperimento che le Costituzioni pre vedono per il no­
vizio che intende entrare nella Compagnia di Gesù (Es Gen IV, [66]-[67]);
. .

sulla ìinea della caratteristica spiritualità della Meditazione dei Due


Vessilli, incentrata sulla povertà e sull'umiltà come criteri di autenticità
della sequela di Cristo maturata nell'esperimento, quello del mese di
Esercizi, questi due esperimenti, come il precedente, hanno un grande
valore in ordine alla formazione del futuro gesuita e alla manifestazio­
ne della sua identità come partecipe del carisma della Compagnia e del
fondatore. Per i tre esercitanti lo studio aveva cessato di essere un valo­
re di fronte al valore preminente, e da loro un po' assolutizzato, della po­
vertà. Di questo è segno eloquente il fatto stesso di disfarsi, per i pove­
ri, persino dei loro libri di studio. Essi, pertanto, prendono con decisio­
ne le distanze dall'ambiente studentesco nel quale vivevano e ricalcano,
a riguardo della povertà e degli studi, atteggiamenti estremi che furono
già di Ignazio stesso. Evidentemente gli Esercizi Spirituali non aveva­
no fatto loro percorrere tutto l'itinerario spirituale di Ignazio, forse an­
che perché essi, nel loro discernimento con la guida, colsero che Dio non
li chiamava nel concreto ad abbracciare in tutto l'ideale che Ignazio an­
dava maturando. In particolare restava un po' fuori della loro prospetti­
va l'aspetto dell'aiuto qualificato alle anime, per il quale si esigevano stu­
di seri e profondi. Non è un caso che uno di essi, il baccelliere Castro,
finì per scegliere una vita strettamente contemplativa e di preghiera, fa­
cendosi certosino. È un fatto, però, che gli effetti prodotti da questi
Esercizi Spirituali sembrano sottolineare soprattutto lapars destruens del
fine degli Esercizi stessi indicata nel testo («disporre l'anima a rimuo­
vere da sé tutti gli affetti disordinati» e «vincere se stesso»), piuttosto che
il positivo «ricercare e trovare la volontà di Dio nella disposizione del­
la propria vita» e «dare ordine e orientazione retta» ad essa (EESS., nn.
l e 21 ) Gli effetti dei loro Esercizi, ali 'atto pratico, appaiono, e così pro­
.

babilmente dovettero apparire ai loro amici e conoscenti di Parigi, più


come una contestazione dello stile di vita dell'ambiente studentesco
parigino da loro prima frequentato, che come una testimonianza positi­
va e una proposta concreta di un nuovo modo di vivere.

289
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

attaccare i due maestrP2 e, non riuscendo a convincerli a ritor­


nare al! 'università aforza di argomenti e di persuasioni, un gior­
no in molti andarono a mano armata all'ospedale e li portarono
via di lì33•

7 8 Dopo che li ricondussero al! 'università, giunsero a que­


sto accordo: solo dopo aver terminato i loro studi, essi avrebbe­
ro allora portato avanti i loro progetti34. Il baccelliere Castro, più
tardi, andò in Spagna, predicò a Burgos un po' di tempo, poi sife-

32 Le reazioni degli amici e dei conoscenti spagnoli contro Peralta e


Castro sono evidenti meccanismi di difesa de!l 'ambiente dal quale i tre
esercitanti avevano preso le distanze. È significativo il fatto che, ini­
zialmente, le difficoltà non nascano direttamente contro Ignazio: il pel­
legrino, come probabilmente anche Amador, era uno dei tanti studenti,
non era ancora una persona in vista nell'ambiente della cultura e dei set­
tori più intellettualmente qualificati dell'università di Parigi, come invece
erano Peralta e Castro. L'esempio dei due maestri poteva risultare decisa­
mente più pericoloso e compromettente.
33 Non bisogna dimenticare quanto fosse effervescente e calda la si­
tuazione nell'università di Parigi in quei tempi: la facoltà di Teologia ave­
va preso posizione contro Lutero nel 1521; ad essa aveva risposto con
forza Melantone accusando l'università di conservatorismo e di chiusu­
ra mentale; nel 1523 si erano bruciate le opere di Lutero, ma le sue idee
continuavano a diffondersi; nel 1527 (l'anno prima deli'arrivo di Ignazio
a Parigi) aveva avuto luogo il Sinodo di Sens, a circa 80 Km da Parigi,
e sempre più venivano a scontrarsi tra di loro conservatori, simpatizzanti
di Lutero e dei protestanti, erasmiani e altri riformatori. In questo con -
testo, evidentemente, il comportamento di Castro e di Peralta poteva ri­
cevere false interpretazioni ed essere caricato di significati imprevisti e
assolutamente non voluti dai due maestri e dallo stesso Ignazio.
34 Probabilmente Ignazio avrebbe sottoscritto la soluzione presa nel­
l'incontro all'Università da Castro e Peralta con i loro amici e conoscenti
spagnoli. Essa ricalca, infatti, il punto di arrivo al quale il pellegrino era
arrivato per sé dopo le esperienze fallimentari degli studi in Spagna e do­
po le difficoltà per uno studio serio che le necessità economiche del pri-

290
Capitolo ottavo - Parigi

ce frate certosino a Valencia35. Pera!ta partì per Gerusalemme a


piedi, come pellegrino. Ma gli accadde di essere preso in Italia da
un capitano, suo parente, che trovò modo di condurlo dal Papa,
e gli fece ordinare di tornare in Spagna36• Queste cose non av­
vennero allora, ma alcuni anni dopo. A Parigi, soprattutto tra gli
spagnoli, si levarono grandi lamentele contro il pellegrino37. Il
"maestro nostro "de Gouvea38, mentre andava dicendo che egli ave-

mo anno di permanenza a Parigi avevano evidenziato. Tuttavia, Ignazio


sembra essere ancora tùori della mischia e non implicato, direttamente,
in prima persona. Questo farebbe supporre che Peralta, Castro e Amador
con Ignazio non costituivano agli occhi della gente un gruppo e, tanto
meno, che di questo fosse capo e guida il santo. Tale ipotesi non con -
traddice, però, quanto afferma in proposito il Polanco: secondo il fede­
le segretario di Ignazio a Roma, i tre «decisero di lasciare il mondo e di
seguire l' istituto di Ignazio (tuttavia questo 2' parto, come il primo, si
conservò in vita per poco tempo, dato che tutti e tre in seguito si ritras­
sero dalla via intrapresa, anche se continuarono a vivere in modo vir­
tuoso)» (Summ. Hisp., FN l, 179; cfr. anche FN Il, 560). Il motivo del
fallimento di questo secondo tentativo di formare un gruppo stabile, sup­
posto che si possa dire che sia veramente esistito e sia veramente nato,
va probabilmente ricercato nella fretta e nella mancanza di pazienza nel
lasciar crescere lentamente la pianta: come il seme evangelico caduto tra
i sassi (Mt. 4, 5-6 e 16-17), il gruppo crebbe senza salde radici e così, al
sopraggiungere di tribolazioni e di persecuzioni dall'esterno, fu subito
abbattuto.
35 Cfr. sopra, 75, nota 21.
36.Cfr. sopra, 77, nota 28.
37 Il grande scalpore, suscitato dalla conversione dei tre esercitanti nel­
l ' ambiente universitario, non poteva, a lungo andare, lasciare fuori del­
la mischia anche Ignazio, la guida degli Esercizi. Anche contro di lui si
scatenarono forti opposizioni e critiche. Si vedeva in lui il responsabile
di quella improvvisa conversione di Peralta, di Castro e di Amador.
Ignazio fa notare che le difficoltà sorsero principalmente non da parte dei
francesi, riguardo ai quali gli amici e i conoscenti di Barcellona aveva­
no cercato di metterlo in guardia pur di impedirgli di andare a Parigi, «fi­
no a raccontargli che lassù mettevano gli spagnoli allo spiedO)) (cfr. so-

291
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

va fatto diventare pazzo Amador, il quale abitava nel suo collegio,


si propose, e lo disse chiaramente, che la prima volta che (il pel­
legrino) fosse venuto al Santa Barbara, lo avrebbe fattojùstiga­
re in sala come seduttore degli studenti39•

pra, §. 72), ma proprio da parte degli spagnoli. Tredici anni più tardi, in
una lettera del 20 febbraio 1542 a P. Araoz, Ignazio non ha paura di fa­
re i nomi di alcuni di questi spagnoli che a Parigi lo avversarono forte­
mente in quella circostanza: Pedro de Garay, Bernardino de Sallinas, Pedro
Maluenda e Francesco de Astudillo, tutti del gruppo di Burgos (MI,
Epp. I, 191 ) Essi -come Ignazio riferisce nella lettera- si erano molto ri­
.

sentiti del comportamento del loro conterraneo di Burgos, Giovanni de


Castro, quando questi si era dato ad elemosinare per le vie di Parigi, do­
po aver distribuito tutto ai poveri, e ne avevano addossata tutta la colpa
ad Ignazio. Sappiamo, però, che, più ancora che da parte del gruppo dei
burgalesi preoccupati di Castro, difficoltà, sospetti e accuse contro il pel�
legrino sorsero da parte di Diego de Gouvea e del dottor Pedro Ortiz, teo­
logo di Toledo, preoccupati rispettivamente per Amador e per Peralta (cfr.
pure sotto, §. 81 ) .

38 Diego de Gouvea ( 1 47 1-1 557), portoghese, da nove anni era il


Rettore del Collegio di Santa Barbara, dove aveva preso stanza Amador.
Egli interviene in difesa del biscaglino, che ritiene essere stato plagiato
o, più esattamente, essere stato reso pazzo da Ignazio, il quale -nel frat­
tempo- stava per diventare anche lui suo suddito al Santa Barbara. Di fat­
to il pellegrino, nell'autunno del 1529, terminati gli studi di Umanità a
Montaigu, si trasferisce nel Collegio del Gouvea per affrontare gli stu­
di di Filosofia (Arti). L'espressione "il maestro nostro" (nel testo origi­
nale spagnolo "nuestro maestro") probabilmente è traduzione letterale
del latino "magister noster", titolo che si dava ai professori delle università
di Pargi e di Lovanio.
39 La punizione minacciata da Diego de Gouvea ad Ignazio per quan­
do sarebbe arrivato al Collegio Santa Barbara consisteva nella fustiga­
zione eseguita dai maestri sul discepolo a torso nudo, in presenza di tut­
ti gli studenti radunati in una sala (di qui il nome salle dato al castigo).
Più che doloroso, questo castigo risultava tremendamente umiliante.
Siccome il de Gouvea fu assente da Parigi dal settembre 1528 fino al giu-

292
Capitolo ottavo - Parigi

79 Lo spagnolo, che gli era stato compagno al principio e che


gli aveva speso tutti i denari40, senza rimborsarglieli, parti per la

gno 1529, è certo che questa minaccia venne annunciata al pellegrino nel­
l'estate 1529. L'Autobiografia non ci riferisce quale fu poi l'esito delle
minacce. Dal Lainez (FN Il, 139) e dal Polanco (FN Il, 562-563) sap­
piamo che Diego de Gouvea in ottobre, quando già Ignazio era arriva­
to al Santa Barbara, voleva di fatto comminare il castigo, anche perché
nel frattempo -come riferisce il Ribadeneira (FN Il, 383-384)- Ignazio
era riuscito a persuadere i compagni di studio a non frequentare nei gior­
ni festivi le esercitazioni e le dispute scolastiche, per attendere invece al­
l'esercizio della preghiera e ai sacramenti della Confessione e
dell'Eucarestia. Questo il santo lo aveva promosso nonostante i ripetu­
ti richiami del Rettore, che di malocchio vedeva diminuire la presenza
degli studenti alla scuola. Polanco e Ribadeneira narrano che, quando già
tutto era stato preparato per la punizione, ad Ignazio venne in mente l'i­
dea di recarsi nella camera del de Gouvea per far valere le proprie ragio­
ni. Egli fu talmente persuasivo, che il Rettore cambiò il proposito di pu­
nire Ignazio in sperticate lodi per lui. Dopo di allora, Diego de Gouvea
si mostrò sempre benevolo verso Ignazio e la Compagnia: sarà proprio
lui il primo a concepire l'idea di inviare alcuni membri della futura
Compagnia nelle Indie Orientali, a raccomandarne l'attuazione e ad ap­
poggiarne il progetto presso Giovanni IJI di Portogallo, quando il Fabro,
a nome di tutti, il 23 novembre 1538 manifestò la disponibilità dei Primi
Padri ad essere inviati in quelle terre; e sarà ancora proprio lui a patro­
cinare la difesa della Compagnia nella disputa tra la medesima e l'uni­
versità di Parigi (FN Il, 379 ss.). Certamente Ignazio era dotato di una
grande forza di persuasione: già l'abbiamo riscontrata a Pamplona nei
rapporti con i suoi compagni d'arme(§. 1), a Loyola con i medici (§.4)
e con il fratello(§§. 12 e 13), tra Gaeta e Roma alle porte di Fondi con
la "Signora di quelle terre"(§. 39), a Roma e a Venezia con coloro che
cercano di dissuaderlo dall'intraprendere il viaggio a Gerusalemme(§§.
40 e 43), a Gerusalemme con il Guardiano del convento dei frati(§. 45),
nei processi di Alcalà e nella formazione del primo gruppo di compagni
in Spagna e, infine, con gli amici e i conoscenti di Barcellona prima di
partire per Parigi (§. 72 ). L'esperienza dello scalpore suscitato dal
comportamento di Peralta, Castro e Amador, unitamente al fallimento del

293
S. Ignazio di Loyola- Autobiografia

Spagna, passando per Rouen. Qui, mentre aspettava un passag­


gio, cadde malato. Il pellegrino venne a sapere che si trovava co­
sì infermo da una sua lettera, e gli vennero desideri di andarlo a
visitare e di portargli aiuto, col pensiero pure che in quella cir­
costanza lo avrebbe potuto guadagnare ali 'idea di lasciare il
mondo e di consegnarsi tutto al servizio di Dio41•

primo gruppo spagnolo, lo rendeva più prudente circa l'uso di questa for­
za di persuasione quando si trattava di formare un gruppo di amici e di
compagni, con i quali condividere lo stesso ideale di vita. Più conscio del­
la forza dello strumento degli Esercizi Spirituali, che il Signore gli ave­
va messo in mano, Ignazio sarà meno precipitoso nel volerli dare subito
agli amici che più tardi si uniranno a lui in Parigi e che costituiranno il
seme della futura Compagnia di Gesù. Li farà loro esperimentare nel tem­
po più propizio e maturo, secondo le esigenze di ciascuno: per esempio,
al Fabro, che conobbe già dal l529, farà attendere ben quattro anni!
4° Cfr. sopra,§. 73, nota 9. L'episodio raccontato in questo paragrafo
capitò nell'agosto-settembre del 1529.
41 Circa la visita al compagno spagnolo che gli aveva dilapidato tut­
ti i soldi e che giaceva malato a Rouen (nel testo italiano "Ruano" e in
quello spagnolo "Ruan") in procinto di imbarcarsi per la Spagna, si so­
vrappongono almeno due elezioni: l'una riguarda propriamente l'attua­
zione del desiderio di visitarlo e di aiutarlo, l'altra il modo di attuare il
viaggio, cioè l'andare scalzo, senza mangiare e bere, in spirito di peni­
tenza. La prima elezione non necessita di un vero processo di discerni­
mento: di fronte al bisogno di una persona che gli chiede aiuto, Ignazio
non sta molto tempo a riflettere se sia opportuno o meno rispondere al­
la richiesta, e non prende in considerazione le qualità e i meriti della per­
sona e neppure il suo comportamento nei propri riguardi. Gli basta sa­
pere che si tratta di una persona nel bisogno. Ignazio è principalmente
ed evangelicamente mosso da un motivo di carità e di aiuto fraterno, e
da uno spirito che rasenta l'ingenuità e lo fa certamente apparire ben di­
verso dallo scaltro e astuto stratega caro ad una certa storiografia avversa
al santo e non ancora del tutto scomparsa. Piuttosto Ignazio sembra dav­
vero ingenuo nello sperare di poterlo ancora guadagnare alla sua causa.
Questa seconda motivazione permette di vedere come, nell'animo di Igna­
zio, l'increscioso episodio della dilapidazione delle sue risorse finanziarie

294
Capitolo ottavo - Parigi

Et per poter conseguir questo, gli veniva desiderio di andare


quelle 28 legue, che sono da Parigi a Ruano42, a piedi, scalzo, sen­
za mangiare né bere; et facendo sopra di questo oratione, si tro­
vava molto pauroso. Alla fine andò a Santo Domenico, et là si ri­
solse di andare al modo predetto, et havendo già passata quella
paura grande che havea di tentar Dio43•

da parte del compagno spagnolo, a distanza di un anno e mezzo dal fat­


to, non avesse minimamente scalfito la buona impressione inizialmen­
te ricevuta da quell'uomo, e, insieme, come si ponga come un piccolo
seme rivelatore dello stile che il pellegrino adotterà in Parigi per la ri­
cerca di compagni. Si tratta di uno stile fatto principalmente di bontà, di
amicizia e di aiuto fraterno nelle difficoltà.
Termina a questo punto del racconto il testo in castigliano. Il P.
Gonçalves da Camara, come egli stesso ci informa alla fine del suo
Prologo ali'Autobiogrqfìa (cfr. sopra, Prologo del Camara, n. 5), non aven­
do a disposizione un amanuense di lingua spagnola, fu costretto a det­
tare in lingua italiana gli appunti degli ultimi incontri avuti con Ignazio
a Roma. D'ora in poi, fino alla fine del racconto, noi riportiamo il testo
originale in italiano arcaico, come è presentato dagli Editori dei
Monumenta Historica Societatis Jesu (FN I, 470-506).
42 Rouen dista da Parigi circa 125 Km.
43 Circa la seconda elezione, quella riguardante il modo di intra­
prendere il viaggio da Parigi a Rouen, Ignazio si trova coinvolto in un
vero processo di discernimento. Esso matura nell'orazione a partire dal
desiderio di affrontare il viaggio con uno stile di autentica penitenza: a
piedi, senza cavalcatura di alcuna specie, per di più scalzo, e senza
mangiare e bere. Il fare penitenza esterna, l'oggetto circa il quale fa di­
scernimento, gli si prospetta come mezzo «per cercare e trovare qualche
grazia o dono che la persona voglia o desideri» (EESS., n. 87), in con­
creto per aiutare efficacemente l'amico infermo e per ottenere che egli
«abbandonato il mondo, si dedicasse totalmente al servizio di Dio»,
che è il fine inteso dal pellegrino. Non si tratta, però, di una elezione in
tempo tranquillo (EESS., n. 177); Ignazio si trova agitato e mosso da sen­
timenti opposti e, pertanto, si tratta di elezione in Secondo Tempo
(EESS., n. 176 ) Infatti, al desiderio e alla inclinazione di percorrere i 125
.

Km da Parigi a Rouen in spirito di penitenza, si sovrappongono senti-

295
S. Ignazio di Loyo/a -Autobiografia

L 'altro giorno, la matina che si dovea partir', si levò di buon 'ho­


ra; et cominciandosi a vestir', gli venne un tanto timore, che qua­
si gli parea non poter vestirsi. Pur con quella repugnantia uscì di
casa et anche della città prima chefosse ben giorno44• Pure la pau­
ra gli durava sempre, et perseverò seco insino ad Argentuer, che
è un castello tre legue lontano da Parigi verso Ruano, dove si di­
ce esser' la veste di nostro Signore. Passando quel castello con quel
travaglio spirituale, montando in un alto, gli incominciò a passa­
re quella cosa, et gli venne una grande consolatione et sforzo
spirituale con tanta allegrezza, che cominciò a gridare per quei

menti opposti, cioè di paura di tentare Dio. Da dove provengono queste


mozioni? La preghiera nel convento dei Padri domenicani fa percepire ad
Ignazio la falsità di quei sentimenti di paura, apparentemente buoni, pro­
postigli dal nemico della natura umana, il quale vuole frenare il primiti­
vo slancio di generosità e di carità del pellegrino (EESS.. nn. 332. 333).
Per questo Ignazio resta fermo nel suo primo proposito (EESS . n. 3 I 8).
.

A questo punto, quelle mozioni si sciolgono come neve al sole e Ignazio,


ormai in tempo tranquillo, «si risolse di andare al modo predetto», cioè
prende la decisione di affrontare il viaggio in stile di povertà e di peni­
tenza.
44 Il timore che affiora dopo l'elezione è di ben altro tipo della pau­
ra precedente di "tentare Dio": si tratta di ripugnanza di fronte ad una co­
sa difficile, che ci si è proposti di compiere. Ancora una volta Ignazio
riconosce la presenza dello spirito cattivo, di cui è proprio rimordere, rat­
tristare e creare ostacoli affinché non si vada avanti nel servizio di Dio
e nell'operare bene (EESS. . n. 315). L'esperienza gli ha ormai insegna­
to che Satana è forte con i deboli, ma debole con i forti e che, pertanto,
non bisogna lasciarsi vincere dalla paura, né perdersi d'animo nella
tentazione, ma reagire con fermezza ad essa, facendo diametralmente l'op­
posto di quanto suggerito (EESS., n. 325). Non c'era motivo di cambia­
re la propria prima decisione, ma, piuttosto, come raccomanderà nelle
Regole del Discernimento negli Esercizi Spirituali (EESS.. n. 319), cer­
cherà di mutare se stesso contro la tentazione: di fronte alla ripugnanza
di andare a Rouen che lo spinge a restare a Parigi, egli uscirà di casa ad­
dirittura di buon mattino.

296
Capitolo oftavo - Parigi

campi et parlar· con Dio etc . . . 45. Et albergò quella sera con un po­
vero mendico a un hospitale, riavendo caminata quel giorno l 4 le­
gue; l'altro giorno andò ad albergare ad un pagliaro; il terzo dì
andò a Ruano: tutto questo tempo senza mangiar' né bere, et scal­
zo, come haveva ordinato46• In Ruano consolò lo ùifermo et lo aiutò
a metter/o in nave per andar' in Spagna; et gli dette lettere, indi­
rizzando/o alli compagni che erano in Salamanca, cioè Ca/isto, et
Caceres et Arteaga47.

45 La visita nella piccola chiesa di Argentuer (attualmente Argenteuil),


dove si dice che sia conservata la tunica inconsutile di Gesù Cristo, gli
richiama alla memoria Gerusalemme e la Passione del Salvatore. Questo
ricordo sembra giocare un ruolo di purificazione: dopo di allora Ignazio
è liberato da ogni paura e viene ricolmato da grande consolazione e for­
za spirituale. Ne sono segni visibili la sua allegria, l'andare gridando per
i campi, il colloquio con Dio e la velocità nel percorrere i restanti dei 62,5
Km percorsi in quel giorno (una lega in Francia misura Km 4,445).
Questa consolazione ha valore di "confirmatio" della decisione pre­
sa di affrontare il viaggio da Parigi a Rouen in penitenza e in povertà.
46 Dopo essere stato "confermato" dalla consolazione provata dopo
Argenteuil, Ignazio non recede minimamente dal suo progetto di com­
piere il viaggio in povertà (passa le due notti con un povero in un ospi­
zio, la prima, e in un pagliaio, la seconda) e in penitenza (non mangia e
non beve nulla, e percorre i 125 Km del viaggio a piedi scalzi). Certamente
sorprende come un uomo, Ignazio, che siamo soliti ricordare fragile e di
costituzione debole, soprattutto per i suoi ricorrenti dolori di stomaco,
si sia reso capace di una tale impresa, degna di uno sportivo e di un uo­
mo ricco di energie fisiche.
47 L' Autobiogrqfìa, come del resto le altre fonti storiche che riferiscono
sull'episodio, non fa cenno alcuno se Ignazio abbia di fatto invitato l'a­
mico spagnolo a lasciare il mondo e a dedicarsi totalmente al servizio di
Dio (cfr. sopra, la seconda motivazione della decisione del viaggio a
Rouen, nota 41 ). Probabilmente il pellegrino rimise tutta la faccenda ai
tre compagni spagnoli, ai quali indirizzò questo innominato amico con
lettere per loro. Di questo episodio è messa in risalto soprattutto la bontà
e carità squisita e disinteressata di Ignazio. Episodio analogo si ripeterà
otto anni dopo, quando da Vicenza si recò -sempre di corsa- a Bassano,

297
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

80 Et per non parlar'più di questi compagni, il/oro succes­


so fu questo48•
Stando il pellegrino in Parigi, li scriveva �pesso, secondo ha­
vevano fatto accordo, della poca commodità che h aveva di farlo
venire a studiare in Parigi. Pure s'è ingegnato di scriver 'a don­
na Leonor de Mazcharegnas49, che agiutasse Calisto50 con lettere

per visitare e per portare conforto a Simon Rodriguez gravemente am­


malato (cfr. sotto, §. 95). Sembra abbastanza chiaro il messaggio che
Ignazio vuoi trasmettere ai suoi figli nel ricordare, proprio lui cosi schi­
vo a parlare del bene compiuto, questi suoi atti di bontà e di carità ver­
so persone malate: egli vuoi richiamare l'attenzione sulla cura degli in­
fermi negli ospedali, raccomandata nella Formula lnstituti, n. 3 e nelle
Costituzioni (Cast., VII, [650]), e sulla cura per i confratelli malati, sot­
tolineata nelle Costituzioni stesse e nell'Epistolario (cfr. per esempio, Cast.,
III, [303]-[304], e lettera al P. G. B. Viola del l O marzo 1554, MI, Epp.
VI, 447-450).
48 Ci si può interrogare sui motivi che hanno indotto Ignazio ad in­
terrompere a questo punto la narrazione dei fatti ed ad aprire una parentesi
sulla sorte dei suoi primi compagni spagnoli. Probabilmente, più che uno
sfogo personale per la delusione subita da quelli che un tempo erano sta­
ti suoi amici in Spagna e compagni con i quali aveva condiviso gioie, spe­
ranze, sofferenze e desideri, sembra che il racconto di quanto capitato a
Callisto, a Caceres e a Arteaga, tutti spagnoli, voglia quasi instaurare un
confronto tra il fallimento della formazione del primo gruppo e l'esito
positivo del lavoro con il gruppo degli Amici nel Signore di Parigi, com­
posto da membri di diverse nazionalità, con i quali arriverà a fondare la
Compagnia di Gesù. Forse con questo Ignazio vuoi ricordare ai suoi ti­
gli che, là dove mancano l 'apertura ali 'universale e il fondamento e il fil­
tro dell'esperienza degli Esercizi Spirituali fatti nella loro forma più
piena, ogni aggregazione alla Compagnia o nella Compagnia è per lo me­
no esposta a fallire o a cadere nel vuoto.
49 Eleonora Mascarenhas era una nobile portoghese, venuta in Spagna
al seguito di Isabella, quando questa sposò Carlo V. Ad essa tù affidata
la cura del principe Filippo Il e delle due figlie di Carlo V, Maria e

Giovanna. Probabilmente essa conobbe Ignazio ad Alcalà, secondo una


testimonianza del Ribadeneira (cfr. sopra, §. 60, nota 60) o, almeno, a

298
Capitolo ottavo - Parigi

per la corte del re di Portugallo, acciò potesse haver ' una bursa
di quelle che il re di Portugallo dava in Parigi. Donna Leonor det­
te le lettere a Calisto, et una mula su la quale andasse, et quatri­
ni per le spese. Calisto se n'andò in la corte del re di Portugallo;
ma alla .fine non venne a Parigi; anci, tornando in Spagna, se
n 'andò all'India dello imperatore'51 con una certa donna spirituale.
Et dipoi, tornato in Spagna, andò un 'altra volta alla medesima
India, et all'hora tornò in Spagna ricco, etfece in Salamanca me­
ravigliar tutti quelli che lo conoscevano prima. Caceres ritornò in
Segovia, che era sua patria, e là incominciò a viver 'di tal modo,
che pareva haver smenticato del primo proposito52.

Valladolid nel giugno-luglio 1527, quando il pellegrino passò per quel­


la città per incontrarsi con il Vescovo di Toledo, Fonseca, prima di re­
carsi a Salamanca. Donna Eleonora Mascarenhas si mostrò sempre mol­
to benevola verso Ignazio, interponendo spesso la propria intercessione
e protezione presso Giovanni III, re di Portogallo, o presso il principe Fi­
lippo II, in seguito re di Spagna, per ottenere appoggi in favore della
Compagnia.
50 Di Callisto si parla nell'Autobiografia nei§§ . 58. 62. 64-67. 71. Di
tutti i compagni del primo gruppo spagnolo, Callisto era certamente il
più vicino ad Ignazio. Per il pellegrino dovette essere cocente la delu­
sione per il rifiuto del compagno di raggiungerlo a Parigi, nonostante si
fosse molto adoperato per lui, più ancora che per gli altri, al fine di pro­
curargli i mezzi per poter attuare il proposito circa il quale si erano im­
pegnati al momento di lasciarsi a Salamanca (cfr. sopra,§. 71). Ma for­
se ancor più doloroso e deludente fu per Ignazio venire a conoscenza del­
la piega che la vita del suo compagno e amico aveva preso.
51 Per "Indie deli' Imperatore" si devono intendere le Indie Occidentali,
i territori imperiali al di là deli' Atlantico, nelle Americhe.
52 Di Lope de Caceres si parla nell'Autobiografia nei§§. 58. 67 e 71.
Anche la sorte di questo compagno, dal punto di vista religioso, fu de­
ludente. Non può non meravigliare il fatto che il 50% dei membri del pri­
mo gruppo spagnolo non riuscì ad attuare uno stile di vita che fosse in
continuità o, almeno, non in contrasto con quanto esperimentato con ge­
nerosità ai tempi di Alcalà e di Salamanca insieme ad Ignazio e sotto la
sua guida.

299
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

Arteaga53 fu fatto commendatore. Dipoi, essendo già la Com­


pagnia in Roma, gli hanno dato un vescovado del!'India. Egli
disse che lo desse ad uno della Compagnia; et rispondendogli la
negativa54, se n 'andò in India dello imperatore, fatto vescovo, et
là morì per un caso strano, cioè: che stando ammalato, et essen­
do due fiaschi d'acqua a rinfrescarsi, uno d'acqua, eh 'el medico
le ordinava, l 'altro di acqua di so/imano, venenosa, gli fu dato per
errar il secondo, che lo ammazzò.

53 Arteaga, insieme al giovane Juanico che si fece frate francescano


(cfr. sopra,§. 67, nota 27), costituiscono l'altra metà del gruppo che, una
volta rimasti liberi da vincoli verso i compagni, restò fedele ad un certo
stile di vita religiosa e di fede. Sappiamo che Arteaga nel 1540 venne no­
minato Vescovo di Chiapas, in Messico, nelle Indie Orientali. Dopo la
consacrazione episcopale in Spagna, si trasferì al di là deli' Atlantico nel­
la sua diocesi, ma morì tragicamente prima di prenderne possesso.
54 Non sappiamo con precisione quando Arteaga scrisse ad Ignazio
per mettere a disposizione di un membro della Compagnia, appena fon­
data, la sua diocesi. È significativo il rifiuto di Ignazio: con esso egli an­
ticipa il documento Contra Ambitum, preparatorio delle Costituzioni
(1544-1545, MI, Const. /, 165-166), e dà inizio a tutta una lunga serie di
rifiuti da parte sua, in quella travagliata storia delle "tribolazioni degli epi­
scopati"- come l'ebbe a definire il Nadal (MHSI, Nadal Il, 3) -,che portò
alla stesura dei testi delle Costituzioni riguardanti la questione delle di­
gnità dentro e fuori della Compagnia ( Cost., X, [817] - [8181; cfr. anche
M. Costa, Legge religiosa e discernimento spirituale, 143-244). Si ten­
ga presente che le ultime correzioni di Ignazio sul testo delle Costituzioni
sono del febbraio 1555, pochi mesi prima che il santo dettasse questi suoi
ricordi al Gonçalves da Càmara, perché fossero affidati al testo
dell'Autobiogrqfia. Nel ricordare questo suo rifiuto ad Arteaga, Ignazio
probabilmente ha voluto richiamare, seppure in maniera velata, l'im­
portanza di rifiutare l'offerta di episcopati ai membri della Compagnia,
come realtà contrarie allo stile di vita del gesuita, che è chiamato a ser­
vire le anime in povertà, in umiltà e nella mobilità apostolica, secondo
il carisma proprio dell'Ordine.

300
Capitolo ottavo - Parigi

8ln pellegrino si tornò di Ruano a Parigi, et trovò che per


le cose passate di Castro et di Peralta si erafatto gran rumor so­
pra di lui55; et che lo inquisitore lo havevafatto domandar56• Ma
lui non volse aspettar ' più, et se n 'andò all'inquisitore, dicendoli
che haveva inteso che lo ricercava; che egli era apparecchiato
per tutto quello che esso volesse (si chiamava questo inquisito­
re magister noster Ori57,frate di Santo Domenico); ma che lo pre­
gava che lo spedisse presto, perché haveva animo di entrar quel
Santo Remigio nel corso delle arti58; che vorrebbe che queste co-

55 Cfr. sopra,§. 78, nota 37. Il Polanco (FN l, 192) ricorda che, tra
coloro che osteggiarono Ignazio a Parigi, c'era anche il Dottor Ortiz.
Questi, in seguito, come ricorda anche il Lainez(FN I, 114), contro ogni
previsione fu molto caritatevole verso i compagni di Ignazio quando, nel
1537, essi scesero a Roma da Venezia per ottenere da Paolo III il pas­
saggio per Gerusalemme. Il medesimo Pedro Ortiz, poi, nel 1538, a
Montecassino, fece gli Esercizi Spirituali per40 giorni sotto la guida di­
retta di Ignazio (cfr. sotto,§. 98), e, in seguito, si mostrò sempre molto
benevolo e ben disposto verso la Compagnia.
56 In questo caso non fu un vero processo contro Ignazio, come ac­
cadde, invece, ad Alcalà e a Salamanca e, più tardi, a Parigi stessa(§. 86),
a Venezia(§. 93) e a Roma(§. 98). L'inquisitore, presso il quale Ignazio
era stato accusato, era il domenicano Matteo Ory, allora priore del con­
vento di San Domenico.
57 Circa il titolo di magister noster, cfr. sopra, §. 78, nota 38.
58 Il corso di Arti (o di Filosofia) iniziava il 1 ottobre, festa di San
Remigio. Siamo nell'anno 1529, 20 mesi dopo l'arrivo di Ignazio a
Parigi, quando egli si stava trasferendo al Collegio Santa Barbara, del qua­
le era allora Rettore Diego de Gouvea (cfr. sopra,§. 78, note 38 e 39).
Siccome era ormai deciso ad affrontare gli studi di filosofia con serietà
e con totale dedizione, il pellegrino non voleva essere stornato, nel suo
impegno, da faccende extrascolastiche, soprattutto da eventuali proces­
si. Per questo prende l'iniziativa di presentarsi spontaneamente all'in­
quisitore, per sollecitare una rapida soluzione della questione relativa ai
fatti di Castro e di Peralta. Ancora una volta dall'atteggiamento di Igna­
zio emergono la decisa volontà che sia fatta chiarezza e una piena di-

301
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

sefossero prima passate, per poter meglio attender' alli suoi stu­
dii. Ma lo inquisitore non lo chiamò più, se non che gli disse che
era vero che gli h avevano parlato de fatti suoi, etc.

82 Di lì a poco venne Sto. Remigio, che è il principio di ot­


tobre, et entrò a sentir il corso delle arti sotto un maestro, chia-

sponibilità verso l'autorità giudiziaria che deve indagare su di lui, già no­
tate ad Alcalà (§. 61) e a Salamanca (§§. 67-68) e che noteremo in se­
guito nei processi di Parigi del 1535 (§. 86) e di Roma (§. 98). Per l 'u­
niversità di Parigi la facoltà di Arti era il fiore ali' occhiello: era stata la
prima ad essere costituita, aveva fatto la fama dell'Università, ad essa spet­
tava la nomina del Rettore. È soprattutto durante il corso di Arti che Ignazio
sperimenta il valore del Modus parisiensis. Ne rimane cosi colpito e am­
mirato da raccomandare, in una lettera del giugno 1532, al fratello Martin
Garcia di non aver dubbi ad inviare il figlio Emiliano a studiare a Parigi,
perché «in questa università farà più frutto in quattro anni che in qual­
siasi altra, che io conosca, in sei» e, ancora, perché «credo che in nes­
suna altra parte della cristianità voi possiate trovare tante possibilità di
formazione come in questa università» (MI, Epp. l, 78). Il corso di Arti
durava tre anni e mezzo e si articolava su tre corsi fondamentali: il pri­
mo era dedicato all'arido studio della logica formale sulle Summulae di
Pietro Ispano; nel secondo si studiava la Logica di Aristotele, e nel ter­
zo la Fisica, la Metafisica e l'Etica del grande filosofo greco. Al termi­
ne, un doppio esame -pubblico, il primo, e in privato, ma più severo, il
secondo- apriva la porta al titolo di "licenziato" in Arti e, successivamen -
te, al dottorato in Arti, in forza del quale lo studente riceveva il grado di
magister artium. Ignazio ottenne la licenza in Arti il 13 marzo 1533 (FD,
390-391 ), mentre il diploma di Maestro o Dottore in Arti porta la data di
ben due anni più tardi, il 14 marzo 1535 (FD, 387. 395-397). Se già la
licenza comportava non poche spese, molto più costoso era ottenere il gra­
do di Maestro. Questo spiega perché il "povero" Ignazio attese due an­
ni prima di conseguirlo. Alcuni compagni, invece, l'ottennero a poca
distanza di tempo dal conseguimento della licenza: per esempio, il Fa ­
bro sei mesi dopo e Francesco Saverio addirittura dopo soli pochi gior­
ni (FD, 386. 388).

302
Capitolo ottavo - Parigi

mato Mro. Gioan Pegiia59, et entrò con proposito di conservar quel­


li, che havevano proposto di servir' al Signore6°, ma non andare
più inanzi a cercar 'altro, acciò potesse più commodamente stu­
diare61.

59 Giovanni Pena, della diocesi di Valenza in Spagna, entrò nell'u­


niversità di Parigi nel 1522 e divenne Maestro in Arti nel 1525. Insegnò
filosofia dal 1526 al 1530, ispirandosi a Giovanni de Celaya. Di lui
sappiamo che nel Collegio di Santa Barbara condivideva la camera con
i suoi discepoli Pietro Fabro, Francesco Saverio e Ignazio stesso. Giovanni
Pena conosceva il pellegrino, prima che questi arrivasse al Santa Barbara,
come colui che nei giorni di festa induceva gli studenti a darsi ad eser­
cizi di pietà e a frequentare i sacramenti, allontanandoli dalla parteci­
pazione alle dispute scolastiche che si svolgevano sotto la sua direzio­
ne. Per questo il giovane professore aveva finito per accusare presso il
Rettore, Diego de Gouvea, il suo futuro discepolo. Fu, pertanto, da
Giovanni Pena che partirono le accuse, le chiacchiere e le voci contro
Ignazio; esse arrivarono fino all'inquisitore e di esse il pellegrino prese
chiara conoscenza al rientro da Rouen (cfr. sopra, 8 l)
60 Quelli che avevano proposto di servire il Signore: questa è la de­
finizione che Ignazio dà di coloro che si uniscono a lui per condivider­
ne il progetto di vita . Ignazio nell A uto b iografia non li designerà mai co­
'

me "suoi compagni". Ai suoi occhi quelli che si sono aggregati al suo


stile di vita, abbandonando il mondo, per darsi totalmente al servizio di
Dio nella povertà e nell'aiuto alle anime, non sono "suoi compagni", non
sono degli iniguisti: egli non li ha guadagnati a sé, ma al servizio di Dio
(cfr. sotto, nota 65). Pertanto, più che"suoi compagni", essi sono (i) com­
pagni, sono compagni di Gesù: questo si andrà sempre più chiarifican­
do da Parigi in poi, lungo tutto l'itinerario spirituale del pellegrino (per
il senso del termine "compagni", cfr. §§. 41. 56. 57. 64. 66. 67. 69. 79.
80. 84. 85. 87. 89. 90. 93. 95. 96. 97).
61 Ancora una volta Ignazio mostra la sua determinazione circa Il pro­
posito di studiare seriamente. Lo stesso motivo che prima lo aveva in­
dotto a sollecitare presso l'inquisitore la soluzione della questione aper­
ta dalle critiche al suo comportamento, lo induce ora a ridimensionare,
in favore di uno studio più serio, non solo il suo lavoro apostolico, ma
anche i contatti per la formazione di un gruppo di persone che condivi-

303
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

Cominciando a sentir ' le lettioni del corso, gli incominciorno


a venir le medesime tentationi, che gli erano venute quando in Bar­
celona studiava grammatica; et ogni volta che sentiva la lettione
non poteva stare attento con le molte cose spirituali che gli oc­
correvano. Et vedendo che in quel modo faceva poco profitto in le
lettere, s'andò al suo maestro et gli fece promessa di non mancare
mai di sentir tutto il corso, mentre che potesse trovar ' pane et ac­
qua per poter sostentarsi. Etfatta questa promessa, tutte quelle de­
vozioni, che gli venivanofuor ' di tempo, lo lasciarono, et andò con
li suoi studi avanti quietamente62.

desse il suo stesso ideale e stile di vita. Non essendo ancora a conoscenza
del fallimento del gruppo spagnolo (Callisto,Oiceres e Arteaga), pensa
che per il momento sia sufficiente dedicare il tempo libero dallo studio
a curare la conservazione di questo primo gruppo, senza volersi impe­
gnare per aggregare nuovi compagni. Del resto il gran chiasso e le ac­
cuse a proposito della vicenda di Peralta,di Castro e di Amador lo spin­
gevano verso questa stessa linea di prudenza e di riservatezza.
62 Superate le difficoltà esterne,contro il suo proposito di studio im­

pegnato e serio nascono ora ostacoli dall'interno. Essi si presentano sot­


to la luce di consolazioni e di illuminazioni spirituali. Ma onnai, nel suo
discernimento acquisito attraverso l'esperienza, Ignazio riconosce, die­
tro queste mozioni interiori, l'azione di Satana, che si trasfigura in an­
gelo di luce (EESS., n. 332). Si ripete nella sua vita quanto gli era già ca­
pitato a Barcellona (cfr. sopra,§. 54, note 8 e 9) e a Manresa (§. 26,no­
ta 60). Egli reagisce nello stesso modo e con gli stessi accorgimenti
usati a Barcellona (cfr. sopra, §. 54, note 4 e 5). Al posto del Maestro
Ardévol di allora, c'è ora,qui a Parigi, il Maestro Giovanni Pefta, pro­
prio quello stesso che dirigeva le dispute e le esercitazioni scolastiche dal­
le quali Ignazio, ancora poco tempo prima, stornava gli studenti per
condurli a gustare le cose spirituali. Proprio da lui Ignazio si reca per pro­
mettergli di seguire fedelmente le lezioni, nonostante le devozioni e le
illuminazioni interiori che sta esperimentando. Questo dà la misura del
cambiamento di rotta e della conversione che si è andata operando nel
pellegrino in quei primi tempi di studio al Santa Barbara. Di questo
profondo mutamento di Ignazio in favore della priorità da darsi allo stu­
dio è confenna un tàtto narrato dal Ribadeneira: «Quando studiava a Parigi,

304
Capitolo ottavo - Parigi

In questo tempo conversava con Mro. Pietro Fabro63 et con Mro.


Francesco Xaviel"4 li quali poi guadagnò a servitio di Dio per mez­
,

zo degli Exercitii65•

Ignazio si era messo d'accordo con Maestro Fabro che, durante il tempo
di studio, non avrebbero parlato di cose spirituali, perché, come si met­
tevano a farlo, subito si trovavano così presi dalla conversazione che si
dimenticavano di Aristotele, della sua logica e della sua filosofia» (De ac­
tis Patris nostri Ignatii, FN Il, 384-385; cfr. anche Cost., IV, [361]-[362].
[384]). Per amore allo studio, intrapreso in vista dell'apostolato nel fu­
turo, Ignazio prende le distanze anche dalle luci e dalle consolazioni spi­
rituali.
63 Pietro Fabro è il primo dei suoi seguaci del 3° gruppo, di quello de­
cisivo che perseverò e che venne a costituirsi come Compagnia di Gesù.
Nacque a V illaret (Alta Savoia) il 13 aprile 1506. Al Collegio Santa
Barbara fu compagno di camera di Ignazio, col quale si intese subito, tan­
to da aprirgli la sua coscienza delicata e, un anno e mezzo dopo, da se­
guido nella povertà e nel suo stile e progetto di vita. Nel frattempo, il 15
marzo 1530, aveva ottenuto la licenza in Arti e sei mesi dopo il dotto­
rato. Ignazio, edotto dall'esperienza negativa della fretta usata con
Castro, con Peralta e con Amador, prima di dargli gli Esercizi Spirituali
(fu all'inizio del 1534 mentre il Fabro stava per terminare gli studi teo­
logici), attese ben quattro anni. Il Fabro venne ordinato sacerdote il 30
maggio dell534 e celebrò la prima Messa il 22luglio seguente. Sarà pro­
prio lui, l'unico sacerdote del gruppo, a celebrare il 15 agosto la S.
Messa, durante la quale Ignazio e i primi compagni emisero il famoso
Voto di Monmartre (cfr. sotto,§. 85).
64 Francesco Saverio, nato il 7 aprile 1506 nel castello di Xavier
(Navarra), venne a Parigi nel 1525. Il 15 marzo 1530 ottenne la licenza
in Arti, e, solo pochi giorni dopo, prese il dottorato. Con questo, a soli
24 anni, venne a far parte del corpo insegnante e ottenne la facoltà di in­
segnare in un Collegio della Sorbona. A differenza del Fabro, Francesco
Saverio, spendaccione e ambizioso oltre le sue reali possibilità, inizial­
mente si pose in un atteggiamento di difesa di fronte ad Ignazio, anche
se si sentiva affascinato da quel compagno di camera che gli procurava
uditori alle lezioni e, soprattutto, denaro. «Conosceva Ignazio -scrisse di
lui il Polanco-, ma aveva con lui poca affinità dal punto di vista spirituale»

305
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

In quel tempo del corso non lo perseguitavano como prima. Et


a questo proposito una volta gli disse il Dottor Frago66, che si me-

(FN Il, 565). Ignazio riuscì a conquistarlo con molta pazienza: fu nella
prima metà del 1533 che il Saverio si decise alla conversione di vita e a
seguire Ignazio nell'ideale di aiutare il prossimo. Siccome era impegnato
nell'insegnamento al Collegio Dormans-Beauvais, il Saverio poté fare
gli Esercizi Spirituali solo nel settembre del 1534, dopo il Voto di
Montmartre (15 agosto).
65 Questa è l'affermazione più chiara contenuta nell'Autobiografia a
riguardo dell'origine del gruppo di Amici nel Signore, che sarà a fonda­
mento della futura Compagnia di Gesù. I futuri primi compagni di Gesù
sono quelli che Ignazio «guadagnò a servitio di Dio per mezzo degli
Exercitii». Nel 1534, oltre al Fabro (gennaio-febbraio) e al Saverio (set­
tembre), fecero gli Esercizi Spirituali Alfonso Salmeron, Giacomo Lainez,
Nicola Bobadilla e Simon Rodriguez. Furono guidati personalmente, uno
ad uno, da Ignazio. Attraverso questa esperienza il pellegrino non li
"guadagna a sé", ma al Signore Cristo Gesù. Il nuovo gruppo viene a fon­
darsi sul! 'unità e sulla convergenza intorno ali 'unico e identico ideale di
sequela a Cristo Re, in uno stile di povertà e umiltà, sotto l'azione del­
lo Spirito Santo, in ordine ad un aiuto universale alle anime da esercitarsi
nella piena disponibilità e mobilità apostolica. Questo ideale viene con­
cepito, maturato e scelto durante l'anacoretica esperienza degli Esercizi
Spirituali fatta da ciascuno all'insaputa dei progetti degli altri. Il grup­
po resterà saldo, perché fondato non più sul fascino personale di Ignazio,
come il Io gruppo spagnolo, ma sulla meta comune, sull'ideale che tut­
ti concordemente vogliono perseguire e, ancor più, sulla persona di
Gesù a lungo meditata e contemplata (cfr. Cost., VIII, [671]). Tuttavia
resta sempre vero che nel gruppo la figura di Ignazio occupa, fin dal prin­
cipio, il posto principale, non solo in virtù dell'età (nel 1534, ai 43 anni
di Ignazio, fanno riscontro i 28 del Fabro e del Saverio, i più anziani dei
sei, e i 19 del Salmeron, il più giovane), ma soprattutto per il tàtto di es­
sere stata la guida dei diversi corsi di Esercizi e la persona nella quale e
attraverso la quale erano maturate le relazioni tra di loro. Attraverso gli
Esercizi Spirituali si è determinata una specie di generazione spirituale
non solo nei riguardi dei singoli come individui, ma, in un certo qual sen­
so, anche del gruppo in quanto tale. In forza di essa i sei compagni lo ri­
conosceranno sempre come il loro Padre, all'unanimità 7 anni dopo lo

306
Capitolo ottavo - Parigi

ravigliava come andava quieto, senza nissuno gli desse fastidio;


et lui gli rispose: «La causa è perch 'io non parlo a nissuno delle
cose di Dio; ma, jìnito il corso torneremo al solito»67•

83 Et parlando insieme tutti do i, venne un frate a pregar al


Dottor Frago, che gli volesse trovare una casa, perché in quella,
doue lui haveva la stanza, erano morti molti, quali pensava che di
peste, perché allora cominciava la peste in Parigi. Il Dottor Frago
col peregrino volsero andare a veder 'la casa, et menorno una don­
na, che se n 'intendeva molto, la quale, entrata dentro, affermò es­
ser 'peste. Il peregrino volse anche entrare; et trovando un 'am­
malato, lo consolò, toccandogli con la mano la piaga; et poi che
l 'hebbe consolato et animato un poco, se n 'andò solo; et questa
imaginatione era tanto vehemente, che non la poteva vincere, fin­
ché con grande impeto si pose la mano in bocca, rivoltandovela
molto dentro, et dicendo: «Se tu hai la peste alla mano, l 'haverai

eleggeranno Generale della Compagnia e lo riterranno sempre fondato­


re dell'Ordine in una maniera peculiare e in un senso più pieno rispetto
a quello secondo il quale essi stessi si ritenevano tali o tali potevano es­
sere ritenuti.
66
Il Dottor Gerolamo Frago y Garcés, aragonese, era allora profes­
sore di Sacra Scrittura alla Sorbona.
67 La "conversione" parigina di Ignazio agli studi ha una ripercussione
sull'ambiente circostante. Intorno ad Ignazio cessano le discussioni e si
crea un clima di pace e di tranquillità che stupisce e meraviglia gli altri.
Ignazio, però, non si fa illusioni. Ormai, nel suo discernimento sull'e­
sperienza passaita, ha compreso che il messaggio evangelico, che vuoi
trasmettere per aiutare le anime, ha in se stesso una carica esplosiva che,
automaticamente, provoca una forza di reazione e scatena aggressività
in chi non vuoi abbandonare il proprio stile di vita ed entrare in un
cammino di conversione. Per questo egli prevede che, ritornando dopo
la necessaria parentesi degli studi ad una vita di maggior impegno apo­
stolico e di contatto più continuato e diretto con le persone, le contrarietà
e le opposizioni si faranno nuovamente sentire.

307
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

anche alla bocca». Et quando ebbefatto questo, se gli levò la ima­


ginatione, et la doglia della mano68•

84 Ma quando tornò al collegio di Santa Barbara, dove al­


l 'hora haveva la stanza69 et sentiva il corso, quelli del collegio, che
sapevano che egli era entrato nella casa della peste, jùgivano da
lui, et non volsero fasciarlo entrare; et così fu costretto star alcu­
ni giorni fuori1°.
S'usa a Parigi, quelli che studian le arti, il terzo anno, perfar­
si baca/aureo, pigliano una pietra71, che loro dicono; et perché in

68 Episodi simili, quasi come i Fioretti di San Francesco, si trovano


spesso nelle vite dei santi e, a proposito di Ignazio stesso, sono narrati
negli scritti dei primi compagni, soprattutto del Lainez, del Polanco, del
Nadal e dei Ribadeneira. Può stupire, piuttosto, il fatto che Ignazio stes­
so l'abbia voluto raccontare nella sua Autobiografia. Evidentemente, at­
traverso questo semplice racconto, egli pensa di poter trasmettere un mes­
saggio. Probabilmente questo concerne il problema dell'educazione del­
l'immaginazione e il modo di opporsi alle tentazioni che attraverso di es­
sa possono insorgere. Ignazio in questo episodio mostra di aver applicato
contro le false immaginazioni il principio del/ 'agere contra insegnato ne­
gli Esercizi Spirituali (EESS., nn. 16. 97. ( 157). 325) e nelle Costituzioni
(Cast., 111, [265]). Soprattutto per chi, come Ignazio, è soggetto ad an­
sie anticipatrici di un futuro immaginato, il principio dell 'agere contra
può essere assai utile e decisivo per superare malattie somatiche o pre­
venire processi di somatizzazione.
69 Ignazio si trasferii al Collegio Santa Barbara (attualmente al n. 4
di rue Valette) in agosto-settembre 1529. Vi prese posto come porzioni­
sta, cioè come ospite fisso che affittava una "porzione" di stanza. l com­
pagni, con i quali condivideva la camera, erano il suo professore Giovanni
Pefia, Francesco Saverio e Pietro Fabro. Quest'ultimo gli fu assegnato co­
me ripetitore dal Pefia stesso.
70 Dall'esperienza Ignazio apprende che anche gli atti di amore più
disinteressati possono costare caro. La sua cura e la carità verso l'appe­
stato ricevette come "premio" il dover restare in quarantena fuori del
Collegio, emarginato dai suoi stessi compagni di studi.
71 Pigliar la pietra: l'espressione rimane oscura e misteriosa. Forse

308
Capitolo ottavo - Parigi

quello si spende uno scudo, alcuni molti poveri non lo possono fa­
re. Il peregrino cominciò a dubitare seria buono che la pigliasse72•
Et trovandosi molto dubbio et senza rissolutione, si deliberò met­
ter la cosa in mano del suo maestro73, il quale consigliandoli che

si riferisce all'esame per ottenere il grado di baccalaureato: il candida­


to, come si faceva all'Università di Coimbra, doveva prendere posto su
una pietra.
72 Ignazio entra in un nuovo processo di elezione. Egli si viene a tro­
vare di fronte ad un bivio: da una parte, prendere il grado di baccellie­
re, ma nello stesso tempo essere costretto a sobbarcarsi una spesa, per
feste e banchetto, corrispondente ad un mese di pensione (le persone ve­
ramente povere non potevano permettersela!); dall'altra, proseguire i pro­
pri studi senza prendere i gradi accademici, ma dover allora rinunciare
ad uno studio profondo e serio, che gli apriva le porte ad un più effica­
ce aiuto alle anime.
La prima soluzione sembra andare contro il suo professato ideale di
vita da condursi in povertà e umiltà; la seconda sembra compromettere
addirittura il suo servizio al prossimo e quell'orientamento verso il sa­
cerdozio che, nella sua vita, si andava sempre meglio configurando in
quei tempi, ancorché secondo una forma che si discostava dai modelli
di sacerdozio allora esistenti. Questi, in una maniera o in un'altra, era­
no legati o all'intenzione mondana di conseguire onori (vedi il sacerdozio
dei dotti professori dell'Università, che traevano benefici di stima e di
onori dai gradi conseguiti) o beni temporali (vedi il sacerdozio benefi­
ciario contattato soprattutto in Spagna), oppure ad ideali di tipo mona­
stico e liturgico (vedi il sacerdozio riformato di Josse Clichtove). Igna­
zio a Parigi non riesce ancora ad individuare con chiarezza l'integrazione
tra vari valori e dimensioni spirituali e umane: la totalità di una dedizione
al servizio di Dio e ali 'aiuto al prossimo, uno stile di vita nella povertà
e nell'umiltà ad imitazione di Cristo, il sacerdozio e la convenienza/ne­
cessità di una cultura seria e dei gradi universitari alla quale lo inclina­
vano sia il suo zelo apostolico, sia la sua ammirazione e stima per il Modus
parisiensis.
73 Ancora una volta, nell'incertezza e nell'impossibilità di risolvere
la questione da solo con un discernimento spirituale personale, Ignazio
si affida ad un'istanza superiore, rimettendo ad essa ogni decisione,
quasi si trattasse di un giudizio di Dio e di un'incarnazione della Sua vo-

309
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

la pigliasse, la pigliò74• Niente dimeno non mancorno murmura­


tori; almeno un spagnuolo che lo notò75.
In Parigi si trovava già a questo tempo molto malo dello stoma­
co, di modo che ogni 15 giorni haveva una doglia di stomaco, che
gli durava una hora grande et glifaceva venir' la febre; et una vol­
ta gli durò la doglia del stomaco 16 o 17 hore. Et havendo già a
questo tempo passato il corso delle arti et studiato alcuni anni in

lontà. Il maestro Giovanni Pefia viene a svolgere, a questo punto dell'i­


tinerario spirituale di Ignazio, quella funzione vicaria di Dio che il pel­
legrino, nel passato, aveva già attribuito o riconosciuto alla mula (§. 16)
e a tante altre persone, prima di attribuirlo -di lì a pochi anni- al Romano
Pontefice, V icario di Cristo in terra e capo universale di tutta la Chiesa.
74 Ignazio ottenne il grado di baccalaureato in Arti al principio del 1532,
almeno un anno prima dell3 marzo 1533, giorno in cui conseguì il gra­
do di licenza. Il conseguimento del titolo di licenza, in forza del quale
egli poteva insegnare, sentenziare, e guidare, discutere ed esercitare gli
atti scolastici magisteriali della facoltà di filosofia in Parigi e in qualsiasi
altra parte del mondo, comportò spese molto rilevanti per Ignazio (cfr.
lettera a Inés Pascual del 13 giugno 1533, MI, Epp., I, 90). Certamente
egli non approvava questi usi dell'Università di Parigi, che finivano per
penalizzare gli studenti più poveri. La memoria del disagio provato af­
fiorerà più tardi durante la composizione delle Costituzioni, quando in
esse viene a prescrivere che «la Compagnia ... conferisca i gradi del tut­
to gratuitamente e si permettano agli esterni solo spese molto limitate,
anche se libere e facoltative, affinché la consuetudine non giunga ad ave­
re forza di legge e col tempo, in questo punto, non si facciano esagera­
zioni)) (Cast., IV, [478]) e che «non si permettano banchetti o altre feste
costose e inutili per il nostro fine, e neppure si diano berretti o guanti o
qualche altra cosa)) (Cast., IV, [495]. [499]).
75 Ignazio aveva ragione ad essere perplesso e incerto circa l'oppor­
tunità di accedere ai gradi accademici. Come di fatto si è poi verificato,
questa scelta poteva dare adito a critiche da parte di chi non vedeva co­
me le spese per il conseguimento dei titoli di studio potessero coesiste­
re con la professione di uno stile di vita semplice e povera che il pelle­
grino andava facendo.

310
Capitolo ottavo - Parigi

theologia76 et guadagnato li compagni77, la malatia andava sem­


pre molto inanzi, senza poter trovar' alcun rimedio, quantunque
se ne provassero moltF8.

76Ignazio iniziò i corsi di teologia nell'ottobre dell533, frequentando


le lezioni nel convento di Saint Jacques dei domenicani e in quello dei
francescani poco distante. Un documento del 14 ottobre 1536 della
Facoltà di Teologia, fattogli pervenire quando si trovava a Venezia, at­
testa che «il diletto nostro venerabile e discreto uomo Maestro Ignazio
di Loyola ... studiò nella nostra facoltà per un anno e mezzo» (FD, 523).
L'espressione per annum cum dimidio» era una formula stereotipata
che si trova anche in diplomi di studenti che avevano studiato per un tem­
po più lungo. Con essa si vuoi attestare che lo studente ha conseguitola
sufficienza negli studi di Teologia. Nel caso di Ignazio, però, l'espres­
sione ha casualmente un riscontro storico: di fatto Ignazio studiò teolo­
gia a Parigi dall'ottobre del 1533 all'aprile del 1535. Prima di termina­
re i suoi studi a Parigi, ill4 marzo 1535, Ignazio conseguì il grado di dot­
torato in Arti. Nel documento che attesta il conseguimento del titolo di
Maestro in Arti (FD, 396-397) il pellegrino è designato col nome di
«Magister lgnatius de Loyola, diocesis pampilonensis». È la prima vol­
ta che compare il nome Ignazio, che -come sappiamo- non ha nulla a che
vedere con il nome Iiiigo(latino Enecus). Non conosciamo in quale pre­
ciso momento e per quali esatti motivi il pellegrino abbia voluto cam­
biare il proprio nome. Alcuni ritengono che egli sia stato influenzato dal­
la devozione per Sant'Ignazio di Antiochia.Di fatto, d'ora in poi, il san­
to sarà abitualmente chiamato Maestro Ignazio.
77 Si fa qui allusione al Voto di Montmartre del 15 agosto 1534(cfr.
sotto, §.85). Si noti l'espressione li compagni. È la prima volta che il ter­
mine compagni appare preceduto dall'articolo determinativo in manie­
ra assoluta: come le altre 17 volte che ritorna fino alla fine del raccon­
to, esso sta ad indicare il gruppo fondatore della futura Compagnia di Gesù.
Precedentemente il termine compagni o compagno designava sempli­
cemente occasionati compagni d'armi(§. l), o di viaggio(§§. 35. 41),
oppure i compagni del primo gruppo spagnolo(§§. 56. 57. 66. 67.69 79.
80; cfr. sopra, §. 82, nota 60).
78 Lainez afferma che il clima di Parigi era nocivo per lo stomaco di
Ignazio (FN I, \00). Tuttavia, in seguito all'autopsia praticata dopo la sua
morte, fu possibile accertare che «l'infermità di Ignazio consisteva fon-

311
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

8 5 Solamente li medici dicevano che non restava altro che


l 'aere nativo che gli potesse giovare. Li compagni anchora lo
consigliavano il medesimo et gli fecero grande istantia19• Et già a
questo tempo erano tutti deliberati di quello che havevano da fa­
re, cioè: di andare a Venetia et a Hierusalem et spender la vita sua
in utile delle anime; et se non gli fosse data licentia di restare in
Hierusalem, ritornarsene a Roma et presentarsi al vicario di
Cristo, acciò gli adoperasse dove giudicasse esser più a gloria di

damentalmente in una calcolosi biliare, con sintomi particolari riferen­


tesi allo stomaco ... Il referto dell'autopsia permette anche di valutare l'a­
trocità dei dolori e la fortezza dell'uomo che li sopportò con tanta sere­
nità». (Dottor Canezza, sul Corriere della sera del 30 luglio l 922, 4; ci­
tato dagli Editori dei Monumenta Historica S.I., FN I, 769, nota 16).
79 L'inefficacia dei rimedi usati contro l'infermità indusse i medici a
ricorrere a quella classica medicina dell'antichità costituita dall'aria na­
tia. Il parere dei medici è fatto proprio dai compagni del pellegrino. In
questo esempio di cura dei compagni per il loro capo spirituale e nella
loro preoccupazione per la salute di Ignazio possiamo individuare qua­
si un seme di quanto sarà scritto più tardi nelle Costituzioni a proposito
dell'autorità e della "provvidenza", cioè dell'atteggiamento interiore di
cura, di attenzione e di amore vigilante, che la Compagnia deve avere nei
riguardi del Preposito Generale (Cost., IX, [766-777], soprattutto [769]
e [773]). Tuttavia i compagni non erano del tutto disinteressati: ritornando
in Spagna, Ignazio avrebbe potuto visitare i loro parenti e sistemare al­
cuni affari che avevano lasciato pendenti prima di trasferirsi a Parigi.
Ignazio, all'inizio, sembra fare resistenza agli inviti dei medici e dei com­
pagni; cede solo per le loro insistenti pressioni. Non è difficile immagi­
nare i motivi che frenavano Ignazio e lo rendevano riluttante circa il pro­
getto di ritornare in Spagna. Certamente era ancora viva in lui la memoria
del fallimento del primo gruppo spagnolo da imputarsi anche ad un di -
stacco dai compagni a Salamanca, prima di salire a Parigi, forse ancora
un poco prematuro. Non è impensabile che il pellegrino avesse un cer­
to timore che si ripetesse il caso sette anni dopo con i nuovi compagni,
quando si trattava di ripercorrere a ritroso il cammino di allora.

312
Capitolo ottavo - Parigi

Dio et utile delle anime. Havevano anchora proposto di aspetta­


re un 'anno la imbarcazione in Venetia; et non essendo quel! 'an­
no imbarcazione per Levante, che fossero liberati dal voto di
80.
Hierusalem et andassero al papa etc.

80
Ignazio fa qui allusione alla decisione che portò il gruppo al Voto
di Montinartre ( 15 agosto 1534). Essa maturò attraverso un prolungato
discernimento in comune con gli a l t r i s e i c o m p a g n i. Il t e s t o
dell'Autobiogrqfìa riferisce solo i n parte quello che fu allora deciso e quel­
lo che fu oggetto del Voto del 15 agosto 1534. Al Voto di Montmartre
Ignazio e i primi compagni arrivano avendo ben fisso nel cuore un idea­
le di vita preciso. Esso era maturato soprattutto nell'esperienza degli
Esercizi Spirituali fatti con Ignazio personalmente e indipendentemen­
te gli uni dagli altri, ma anche attraverso lo stile di vita condotto comu­
nitariamente dal gruppo, soprattutto secondo le linee evangeliche delle
meditazioni della Chiamata del Re Eterno e dei Due Vessilli. Esso si può
sintetizzare nell'espressione «peregrinatio apostolica comunitaria in
aiuto alle anime»: come gli apostoli furono inviati da Cristo a predica­
re in povertà, in umiltà e gratuitamente, così Ignazio e i primi compagni
concepiscono il desiderio di andare qua e là per il mondo "all'apostoli­
ca", cioè evangelizzando alla maniera degli apostoli, cercando sempre
la maggior gloria di Dio e l'aiuto più efficace alle anime. Di questo idea­
le essi ormai, a Parigi, facevano un progetto stabile di vita. Servizio di
Dio, sequela di Cristo, "magis", aiuto alle anime, universalismo, mobi­
lità apostolica, povertà, umiltà e abnegazione, insieme con il desiderio
di compiere in tutto la volontà di Dio, erano elementi ormai definitiva­
mente acquisiti. Dove, però, vivere la "peregrinatio"? Dove essere pel­
legrini? Dove pellegrinare? Probabilmente nel discernimento in comu­
ne sarà stato Ignazio a trascinare gli altri a pensare a Gerusalemme e al­
la Palestina, dove Cristo aveva percorso strade, attraversato città e vil­
laggi e dove aveva compiuto il mistero di salvezza "in aiuto alle anime",
per tutti gli uomini. Ignazio aveva fallito una prima volta da solo; non
voleva fallire una seconda volta con il gruppo di compagni e di amici.
Il gruppo comincia a "vivere" le esperienze del fondatore.
Il Voto di Montmartre è la concretizzazione e l'espressione di questo
ideale. Durante la riflessione in comune, su alcuni punti nel gruppo si era
andata formando chiarezza e unanimità; su altri c'era ancora incertezza

313
S. Ignazio di Loyo/a -Autobiografia

Al/afine il pelegrino si lasciò persuadere dalli compagni, per­


ché anchora quelli che erano spagnuoli haueuano afar alcuni nego-

e dissenso. Questo si riflette nella formulazione stessa del voto. Risultava


chiara l 'intenzione circa i tre voti: voto di povertà e voto di castità, come
concretizzazione degli ideali delle meditazioni dei Due Vessilli e della
Chiamata del Re Eterno e come ideale assunto quale progetto stabile di
vita (essi non fanno voto di ubbidienza perché a Parigi non pensano
minimamente a fondare un Ordine; non vogliono essere religiosi e isti­
tuzionalizzarsi: il gruppo "ricopia" Ignazio che, inizialmente, da chieri­
co vuoi diventare laico e vivere come "battitore libero" nella Chiesa); e,
come terzo, voto di andare in pellegrinaggio a Gerusalemme. Ma poi che
fare a Gerusalemme? Nel gruppo a questo punto non c'è più unanimità.
Evangelizzare? Certamente l'aiuto alle anime era molto sentito da tut­
ti, ma era in Terra Santa che doveva essere espletato? E in caso affermativo,
chi doveva essere evangelizzato? I cristiani pellegrini o/e i mussulmani?
Di fronte alle divergenze di vedute dei membri del gruppo, viene adot­
tata la soluzione che a Gerusalemme si sarebbero sottoposti ad un nuo­
vo processo di discernimento e avrebbero preso le debite decisioni a pro­
posito di questi interrogativi rimasti a Parigi senza risposta. Il gruppo "ri­
vive" Ignazio anche nella sua ansia di fronte al futuro incerto. l compa­
gni con il pellegrino cercano, infatti, di prevedere le ipotesi negative e
contrarie ai loro progetti e di trovare una soluzione a queste ipotetiche
situazioni. Potrebbe essere che, anivati a Gerusalemme, non si possa pren­
dere una decisione perché, come era già capitato ad Ignazio, l'autorità re­
ligiosa competente potrebbe rifiutare la loro presenza in Terra Santa. O
anche, se a Gerusalemme avessero deciso di non restare in Palestina, che
cosa avrebbero dovuto farei n seguito? Anzi, di più: se addirittura non si
fosse potuto partire da Venezia nella data prevista (primavera-estate
153 7), come si sarebbero dovuti orientare? A questo punto i sette si tro­
vano d'accordo nell'aspettare un anno, cioè una seconda partenza per
l'Oriente, che avveniva sempre verso la fine della primavera. E se fos­
se andata in fumo anche questa seconda possibilità di partire dopo l'an­
no di attesa, che fare? (cfr. il "quid faciendum?" di Ignazio dopo
Gerusalemme, sopra, §. 50). Ecco affiorare in questo momento il ricor­
so al Romano Pontefice. Si tratta della famosa clausola del Voto di
Montmartre, che Ignazio soprattutto vuole ricordare nell'Autobiogrqfìa,

314
Capitolo ottavo - Parigi

tii, li quali lui poteva expedire81• Et lo accordo fu che, dapoi che


lui si trovasse bene, andasse a far' li negotii loro, et poi passasse
a Vinetia, et là aspettasse li compagni82•

perché è alla sorgente della "romanità" della Compagnia e del lV voto


al Papa, «principio e principale fondamento» (cfr. Costituzioni, testo a,
Parte VII, cap.2°, MI, Const. Il, 214) della vita dell'Ordine.
A Montrnartre Ignazio e gli altri sei compagni non pensano al Papa
come uno da servire e da aiutare in un momento di pericolo per il pa­
pato e per la Chiesa; pensano piuttosto al Papa come uno di cui servir­
si e dal quale ricevere aiuto in un momento di dubbio e di incertezza sul
piano apostolico da parte loro. Il ricorso al Papa è inteso principalmen­
te come criterio di discernimento per una elezione apostolica. A
Montmartre non c'è ancora il lV voto che comporta un affidarsi alla per­
sona del Romano Pontefice, scelto quale criterio stabile e permanente
di orientamento per tutta la vita; qui il ricorso al Papa è deciso solo co­
me criterio per una scelta, che si sarebbe dovuta fare una volta per tut­
te: si tratta di presentarsi al Romano Pontefice per essere mandati in qua­
lunque parte del mondo, tra fedeli o tra infedeli, dove egli avrebbe giu­
dicato che Cristo sarebbe stato maggiormente servito e glorificato.
Ignazio e i compagni pensano che a un certo punto il Papa avrebbe
ordinato loro di recarsi in Savoia, o in Grecia o in altro luogo concreto
della terra. Invece i fatti si svolsero diversamente. Tuttavia il discerni­
mento e le convinzioni maturate a Parigi rimarranno sempre fonda­
mentali nella loro vita. Essi erano persuasi che Cristo, per mezzo del suo
Vicario in terra, li avrebbe indirizzati nella via del migliore servizio. Per
il ricorso al Papa, a questo motivo cristologico si aggiunse pure un mo­
tivo più strettamente ecclesiologico: eccetto la Palestina, la terra di
Gesù, nessun popolo, nessuna nazione o luogo del mondo poteva ac­
campare una priorità sugli altri circa il servizio che essi erano disposti
ad offrire, anche perché essi erano di diverse nazionalità (Cost., VII, [605]).
C'era, pertanto, bisogno di far ricorso ad un arbitro imparziale e universa ­
le. Essi erano convinti che non ve n'era uno migliore del Papa, perché,
come capo universale della Chiesa, presumibilmente era colui che po­
teva possedere la migliore conoscenza dei luoghi e delle popolazioni più
bisognose di evangelizzazione. Come si può notare, nella decisione del
ricorso al Papa, previsto nella clausola del Voto di Montmartre, conver­
gono, da una parte, gli elementi del carisma del gruppo e di Ignazio che

315
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

8 6 Questo era l 'anno del 35 et li compagni erano per par­


tirsi, secondo il patto, l 'anno del 3 7, il giorno della conversione

stava sempre più prendendo una chiara fisionomia (servizio a Cristo, uni­
versalismo, mobilità apostolica, aiuto alle anime, unione nel servizio apo­
stolico da esercitarsi con uno stile di povertà e di umiltà, "magis" ... ),e
dall'altra, le note e le caratteristiche della persona del Romano Pontefice,
considerata nelle sue relazioni con Cristo (il Papa è il Vicario di Cristo)
e con la Chiesa (il Papa è il capo universale della Chiesa, mistica sposa
di Cristo).
81
Messo in stato di discernimento e di elezione dalla malferma salu­
te, dall'inefficacia dei rimedi tentati e usati, e dal conseguente consiglio
dei medici e dei compagni di recarsi in Spagna nel suo paese natio,
Ignazio, alla fine, arriva alla decisione di distaccarsi dai compagni e di la­
sciarsi da essi persuadere, non -però- in forza del solo motivo del ricu­
pero della buona salute. È significativo che il discorso circa il progetto
del suo ritorno in Spagna e circa la maturazione della sua decisione al ri­
guardo, sia interrotto e inframezzato dal racconto del Voto di Montmartre.
Sembra che Ignazio, nel riferirlo a questo punto, voglia quasi manifestare
il motivo che gli fece superare i dubbi e le difficoltà a proposito dei suo
distacco dai compagni. Il Voto di Montmartre lo tranquillizza, perché be­
ne mostra la differenza abissale esistente tra la situazione del gruppo di
compagni in Spagna alla sua partenza da Salamanca e quella del gruppo
dei compagni, dal quale stava ora per distaccarsi, a Parigi. I compagni di
Salamanca erano ancora troppo dipendenti dal fascino che egli esercita­
va su di loro; quelli di Parigi, invece, dopo il voto fatto a Dio di povertà,
di castità e di pellegrinare insieme a Gerusalemme, erano Amici nel
Signore, legati da un comune progetto di vita, che aveva in Cristo il suo
principale vincolo di unità e di coesione. Doveva, quindi, essere lascia­
ta cadere ogni esitazione proveniente dalla paura di un dissolvimento del
gruppo.
Il testo manifesta in modo esplicito una motivazione certamente de­
terminante la decisione di Ignazio di affrontare il viaggio: l'aiuto da dar­
si ai compagni e amici spagnoli che avevano alcuni affari ancora da ri­
solvere in Spagna. Se ne ha una conferma nella Vita Patris lgnatii di un
autore anonimo (composta intorno al 1567), quando si afferma che «Ì com­
pagni di P. Ignazio dissero che avevano non pochi aftàri da sistemare, ma

316
Capitolo ottavo - Parigi

di S. Pao/o83, benché poi si partirono, per le guerre che venne­


ro, l 'anno del 36, il novembre84. Et stando il pellegrino per par-

P. Ignazio non permise loro di partire per paura che si potessero ritira­
re, essendo ancora deboli. Pertanto stabilirono che lo stesso P. Ignazio
si recasse in Spagna, e risolvesse gli affari a loro nome, e così potesse
anche ricuperare un poco la salute fisica grazie all'aria nativa» (FN Il,
439). A tutti questi motivi del viaggio di Ignazio si può aggiungere an­
cora quello suggerito dal Polanco: nella decisione del pellegrino di re­
carsi nella sua patria avrebbe giocato pure il suo desiderio di offrire mo­
tivi di edificazione proprio là dove, nella sua gioventù, aveva dato scan­
dalo ed era stato, per molti, causa di cattivi comportamenti (FN II, 568).
�2 Ci troviamo di fronte ad uno dei vari casi di discernimento e di ele­
zione comunitaria che altre fonti presentano come abituali nello stile di
vita del gruppo dei compagni a Parigi. La comunità di amicizia e di fra­
ternità che si sta formando tra i sette è una comunità senza superiore ge­
rarchico e formata da persone che non vivono insieme. Mantengono, però,
una intensa comunicazione gli uni con gli altri, insieme pregano e insieme
cercano di scoprire progressivamente la volontà di Dio sopra di loro, at­
traverso un dialogo fraterno e in un discernimento comunitario. Queste
esperienze comuni andranno sempre più creando coesione tra i membri
dei gruppo e, soprattutto, faranno sempre più maturare la convinzione che
è Dio, e non Ignazio, il fondamento che ha dato inizio e vita al gruppo,
e colui che lo conserva e lo sviluppa attraverso un cammino che essi van­
no via via scoprendo sempre più chiaramente. A Parigi i primi compa­
gni prevedono che Ignazio li avrebbe preceduti tutti a Venezia. Di fatto
Ignazio giunse nella città lagunare alla fine di dicembre dei 1535, un an­
no e pochi giorni prima di loro.
83 In un discernimento comune nei primi mesi del 1535, oltre le de­
cisioni riguardanti il viaggio di Ignazio in Spagna, i primi compagni sta­
biliscono la data della loro partenza da Parigi per il 25 gennaio 153 7, fe­
sta della Conversione di San Paolo. A questa decisione essi arrivano, te­
nendo presente, da una parte, le esigenze di alcuni che dovevano anco­
ra portare a termine gli studi intrapresi, e, dall'altra, il desiderio di non
procrastinare oltre il 153 7 la loro partenza per Gerusalemme, già deci­
sa nei discernimenti comunitari del 1534 che portarono al Voto di
Montmartre.
84 Di fatto, le vicende della guerra tra Francesco l e Carlo V costrin-

317
S. Ignazio di Loyola -Autobiografia

tirse, intese che lo havevano accusato allo inquisitore, etfatto pro­


cesso contro di lui. Intendendo questo et vedendo che non lo chia­
mavano, se n 'andò al! 'inquisitore et gli disse quello che haveva
inteso, et che lui era per partirsi in Spagna, et che aveva com­
pagni; che lo pregava volesse dare la sentenza85• L 'inquisitore dis-

sero i compagni ad anticipare la partenza al 15 novembre 1536 e a cam­


biare l'itinerario programmato. Nel 1536 Francesco l aveva invaso la
Savoia ed era arrivato fino a Torino. Carlo V, per tutta risposta, era en­
trato in Provenza. Per evitare le zone calde di battaglia, i primi compa­
gni decisero di passare più a Nord, per l'Alsazia e la Lorena, e di là rag­
giungere Venezia attraverso Basilea, Costanza, Feldkirch, Bolzano,
Trento e Bassano. Essi giunsero a Venezia 1'8 gennaio, dopo 54 giorni
di viaggio. Nel frattempo, ancora a Parigi, il gruppo, pur senza Ignazio,
quasi come segno di una buona autonomia e di una discreta maturità in­
tema già raggiunta, aveva reclutato nuovi membri: i sacerdoti Claudio
Le Jai, savoiardo, e Pascasio Broét, francese di Bertrancourt (Picardia),
e il chierico Giovanni Codure di Seyne, della diocesi di Embrun (Alta
Provenza). Anch'essi, tutti e tre, avevano deciso di seguire lo stile di vi­
ta dei primi compagni e di aggregarsi a loro attraverso l'esperienza de­
gli Esercizi Spirituali, guidati da Pietro Fabro che, secondo il parere di
Ignazio stesso, era il più esperto di tutti nel darli (FN I, 658.). l tre nuo­
vi compagni fecero per la prima volta i voti di povertà, di castità e di an­
dare in pellegrinaggio a Gerusalemme, in occasione delle rinnovazioni
dei voti da parte dei sei primi compagni: Claudio Le Jai il/5 agosto 1535,
Pascasio Broét e Giovanni Codure l'anno seguente. Il gruppo dei futu­
ri fondatori della Compagnia di Gesù era ormai al completo.
85 L'inquisitore, presso il quale Ignazio viene accusato nel 1535, era
il domenicano Valentino Liévin. L'Autobiograjìa non riferisce sui capi
d'accusa portati contro il pellegrino. Molto probabilmente riguardava­
no gli Esercizi Spirituali. Può essere utile avere presente l'atmosfera sur­
riscaldata di quei primi mesi del 1535 a Parigi. E della fine del 1534 l 'af
faire des placards, che aveva fatto esplodere la tensione da molto tem­
po presente e che andava via via lievitando tra i professori erasmiani o,
in genere, umanisti, appoggiati dalla regina e dalla corte, e i luterani, da
una parte, e, dall'altra, i teologi della Sorbona, roccaforte del conserva­
torismo, che si sentivano i guardiani dell'ortodossia. Troppe verità cat-

318
Capitolo ottavo - Parigi

se che era vero in quanto del! 'accusatione; ma che non vedeva


esservi cosa d'importanza. Solamente voleva veder li suoi scrit-

toliche erano contestate e messe alla berlina. La provocazione dei pro­


testanti, che si sentono forti, mette in subbuglio la città e, soprattutto, il
mondo studentesco e universitario. 1121 gennaio 1535 ha luogo una pro­
cessione riparatrice che attraversa le vie della città e si conclude a N otre­
Dame con un intervento di Francesco I in persona, che prende decisa­
mente le parti dell'ortodossia. È l'inizio di una dura e forte repressione:
alcuni eretici vengono messi al rogo, altri ritrattano, altri fuggono dalla
città. È un momento di grande confusione . Ignazio stesso, che aveva in­
dotto alla ritrattazione più di una persona accompagnandola dal­
l'inquisitore Liévin, è accusato a sua volta presso lo stesso inquisitore,
probabilmente perché la pratica riservata degli Esercizi Spirituali e le no­
vità portate dal gruppo degli iiiiguisti in un tempo carico di sospetti e di
caccia alle streghe erano più che sufficienti per esporlo a giudizi di ete­
rodossia e di avversione alla Chiesa. Molti possono essere i motivi che
potrebbero aver indotto Ignazio a prendere la decisione di anticipare la
convocazione da parte dell'inquisitore. Egli era in procinto di lasciare
Parigi per la Spagna a causa della malferma salute: di certo non voleva
che la sua partenza fosse interpretata come una fuga alla maniera di tan­
ti eretici. Questo non avrebbe fatto che accrescere i sospetti su di lui e,
di riflesso, sul nuovo gruppo, e avrebbe certamente messo in difficoltà
i suoi compagni che dovevano restare a Parigi, secondo le decisioni pre­
se insieme, almeno ancora un anno e mezzo. Ignazio, poi, non voleva ri­
tardare troppo la sua partenza, dato che ormai, col 14 marzo, aveva
conseguito il grado di Maestro in Arti e non c'era motivo di perdere al­
tro tempo. Il presentarsi subito all'inquisitore manifesta il desiderio di
sollecitare la sentenza e la soluzione della questione, analogamente a quan­
to era accaduto nel settembre 1529 con l 'inquisitore di allora, Matteo Ory
(cfr. sopra,§. 81 ) Egli, inoltre, vuole mostrare che è ingiustificato con­
.

siderare il loro gruppo quasi come una setta segreta: egli non ha timore
di dire che ha compagni. Piuttosto, sentendosi responsabile della loro sor­
te, se ci fosse qualcosa di meno retto o da condannare nello spirito del
gruppo, l'offrirsi all'inquisitore per sollecitare una sentenza, può signi­
ficare un "Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano" (Gv.
l 8, 8). Infine, se si fosse trattato di accuse a riguardo degli Esercizi
Spirituali, poteva risultare utile una nuova conferma da parte dell'auto-

319
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

ti degli essercitii; et vedendogli, gli lodò molto, et pregò il pele­


grino gliene lasciasse copia; et così lo .fèce86• Nientedimeno

rità ecclesiastica, dopo quella ottenuta a Salamanca, anche perché, nel


frattempo, il testo si era andato perfezionando e si era arricchito di nuo­
vi elementi e di nuove parti.
86
Purtroppo, la copia degli Esercizi Spirituali consegnata da Ignazio
all'inquisitore Liévin è andata perduta. Se l'avessimo tra le mani, po­
tremmo risolvere alcuni dubbi riguardanti la storia del testo e, in parti­
colare, la questione dei contenuti del libretto alla fine del periodo pa­
rigino. Abbiamo, però, il testo del sacerdote inglese Giovanni Helyar,
che fece gli Esercizi sotto la guida del Fabro. Trattandosi di un testo del
1535, anche se accomodato e non archetipo, possiamo farci una certa
idea del grado di evoluzione raggiunto dagli Esercizi Spirituali al mo­
mento della partenza di Ignazio per la Spagna. A Parigi, tra il 1528 e il
1535, il testo viene perfezionato e sottoposto ad una revisione genera­
le. Non si tratta più di "papeles" ( «todos sus papeles, que eran los
Ejercicios», «tutti i suoi scritti, cioè gli Esercizi», come a Salamanca,
cfr. sopra,§. 67, nota 26), ma di una "copia" dei «suoi scritti degli es­
sercitii», un testo, cioè, già organizzato e con una struttura già ben de­
finita. Non si tratta più di scritti per aiutare se stesso a dare gli Esercizi
ad altri, ma di un testo per aiutare altri ad essere, a loro volta, direttori
di corsi di Esercizi. Questo fatto ha comportato novità: l'inserzione di
una parte delle Annotazioni (la 3a. 4a. Sa. l Oa. Ila. 12a. 13a. 16a. 20a),
delle Addizioni (EESS., n. 73-85) e di varie note esplicative, quasi una
specie di "direttorio" incorporato; un continuo lavorio per rendere il te­
sto più preciso, esatto e limpido; i rimandi ad altre parti interne del te­
sto. Inoltre, come possiamo desumere dal testo di Helyar, il libretto de­
gli Esercizi Spirituali a Parigi si era arricchito anche di altre parti im­
portanti: il Praesupponendum (n. 22), il Principio e Fondamento (n. 23),
la meditazione dei Tre Binari (nn. 149-157), la considerazione dei Tre
Gradi di umiltà (nn. 164-168), la Contemplatio ad amorem (nn. 230-237)
e alcune regole per il discernimento degli Spiriti, più proprie della l
Settimana.
Si discute, invece, se la copia consegnata a Liévin contenesse già le
Regole ad sentiendum in Ecclesia o, almeno, le prime tredici, escluse
le ultime cinque (nn. 352-365). Il tatto che non siano riportate nel te­
sto di Helyar non può risolvere la questione: trattandosi di un testo ac-

320
Capitolo ottavo - Parigi

tornò ad instar volesse andare col processo inanci, sino alla


sentenza. Et scusandosi lo inquisitore, lui venne con un notaro

comodato, poteva essere benissimo che il testo archetipo contenesse ele­


menti assenti in quest'ultimo. Tuttavia, quand'anche il testo consegna­
to ali'inquisitore non riportasse le Regole ad sentiendum in Ecclesia, sem­
bra doversi ugualmente ritenere che esse, almeno quanto al loro conte­
nuto e significato più profondo, siano intimamente legate all'esperien­
za del periodo parigino.
Queste regole, infatti, affondano le loro radici nella situazione del­
la Parigi degli anni 1528-1535, aperta alle nuove idee, ma scossa nel­
lo stesso tempo da terribili contrasti in seno alla cristianità, che solle­
citano l'urgenza di chiari criteri di discernimento per un cammino di au­
tenticità evangelica e di verità nella fede. Esse sono il frutto della ri­
flessione di un membro della Chiesa, Ignazio, condotta non a tavolino
sui libri di scuola, ma a partire dalle vicissitudini che attraversano il vis­
suto della Chiesa stessa.
Di qui il loro carattere pratico: più che tesi dottrinali, esse sono di
supporto ad atteggiamenti interiori da nutrire; vogliono favorire, nei ri­
guardi della realtà profonda della Chiesa, un "sentire vero", un senso e
un sentimento interiore, una specie di istinto spirituale, che si pone nel
cuore della persona umana ad un livello più profondo della conoscen­
za sensibile e intellettiva. Tale senso raggiunge il piano della fede e del­
l'amore dell'uomo che nasce dall'Alto e che, al tempo stesso, vive
concretamente nella Chiesa visibile dell'oggi. Attraverso queste Regole,
possiamo cogliere quale ruolo importante giocarono nella vita di Ignazio
le sue riflessioni sui contrasti, sulle dispute e sugli scontri teologici vis­
suti a Parigi, all'interno della cristianità, tra il 1528 e il 1535. Esse orien­
tano il pellegrino a identificare misticamente Cristo con la Chiesa, a tro­
vare Gerusalemme in Roma, a integrare "Spirito" e "Chiesa" e, con que­
sto, a potenziare il "magis" del carisma con la "discretio" e la "misu­
ra" dell'istituzione. Esse incamminano Ignazio verso l'ubbidienza, in­
tesa non come virtù negativa oppure come una realtà da opporre in chia­
ve polemica o apologetica alla "disubbidienza" protestantica, ma come
via per meglio trovare la volontà di Dio, per godere di una più certa di­
rezione dello Spirito Santo e per vincolarsi maggiormente in un solo cor­
po gli uni agli altri all'interno del gruppo.

321
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

publico et con testimonii a casa sua, et pigliò di tutto questo la


fedes7.

R?
Il motivo che in questo processo parigino, come in altre circostanze
(cfr. per esempio a Roma, sotto,§. 98, note 9 e 13), ha guidato Ignazio
a insistere perché il processo aperto contro di lui fosse portato regolar­
mente a termine e ne venisse emessa formale sentenza finale, si deve ri­
cercare nel suo desiderio che fosse eliminato qualsiasi sospetto che po­
tesse diminuire l'efficacia dell'apostolato suo e dei compagni, o potes­
se offuscare l'ortodossia degli Esercizi Spirituali.
Per questo egli non si accontenta delle parole dell'inquisitore Liévin,
né delle sue lodi circa il libro degli Esercizi, né della semplice dichia­
razione verbale che nelle accuse «non vedeva esservi cosa d'importan­
za)) e neppure delle scu
se a voce per il processo intentato contro di lui. Ignazio si reca con tan­
to di notaio e di testimoni a casa dell'inquisitore, perché siano messe per
iscritto, in un documento del quale possa eventualmente anche avvaler­
si nel futuro, le attestazioni di Valentino Liévin. Purtroppo, anche que­
sto documento non ci è pervenuto. Tuttavia, quasi due anni dopo, in oc­
casione di un nuovo processo al quale viene sottoposto in Venezia (cfr.
sotto, §. 93, nota l), Ignazio ottiene da parte dell'allora inquisitore di
Parigi, Thomas Laurency, che al tempo del processo parigino del 1535
era segretario di Valentino Liévin, un documento attestante che il suo pre­
decessore «aveva condotto un 'inquisizione sulla vita, sui costumi e sul­
la dottrina di Ignazio di Loyola; che non si era in lui trovato nulla che
non fosse cattolico e cristiano)). È attestato nello stesso documento:
«noi abbiamo conosciuto il suddetto Loyola e il maestro Pietro Fabro,
e abbiamo visto alcuni dei loro compagni vivere sempre in modo virtuoso
e secondo la verità cattolica, e non abbiamo mai notato nulla se non quel­
lo che conviene a persone cristiane e molto buone. Inoltre, gli Esercizi
che dà il suddetto Loyola, per quanto ne siamo a conoscenza, ci sembrano
cattolici)) (FD, 524).

322
Capitolo nono
SPAGNA

8 7 Et fatto questo, montò in un piccolo cavallo, che li com­


pagni gli havevano comperato, et se n 'andò solo' verso il'paese,
trovandosi per la strada molto meglio. Et arrivando alla provin­
cia2, lasciò la strada comune et pigliò quella del monte, che era
più solitaria3, per la quale caminando un poco, truovò dui homi-

1 Ignazio lascia Parigi negli ultimi giorni di marzo o ai primi di apri­


le del 1535. Parte solo, lasciando i compagni, come sette anni prima quan­
do si distaccò dal gruppo spagnolo a Salamanca. Ma, diversamente da
quella occasione, questa volta non parte a piedi: il piccolo cavallo im­
postogli dai compagni gli sta a ricordare la necessità di essere povero an­
che di fronte ad essi e non solo con essi o come essi. Inoltre, diversamente
dalla partenza da Salamanca, parte ora da Parigi con una tranquillità in­
teriore sul futuro del gruppo: il voto di Montmartre, con le decisioni cir­
ca il pellegrinaggio a Gerusalemme e l'appuntamento a Venezia per l'i­
nizio del1537, come pure le commissioni da sbrigare in Spagna per i com­
pagni presso i loro parenti, erano vincoli di unione molto saldi che fini­
vano per fargli sentire meno la solitudine del viaggio che stava per in­
traprendere. Ormai anche se solo, incomincia a percepire di essere in com­
pagnia di altri e con altri.
2 Così era designata per antonomasia la Guipuzcoa (FN II, 51 l), la
provincia più a Nord dei Paesi Baschi, nella quale si trova Azpeitia e il
castello dei Loyola.
3 Ancora una volta, come già tredici anni prima, scendendo da
Monserrat, dietro la scelta della strada per Manresa e dietro il rifiuto di
percorrere la strada principale e comunemente percorsa dai viandanti (cfr.
sopra, §. 18, nota 35), possiamo individuare una scelta più profonda, quel­
la dell'umiltà, del nascondimento e della fuga dagli onori. L'esperienza
di tredici anni di vita nella sequela di Cristo lo ha, però, anche convin-

323
S. Ignazio di Loyola - Autobiografia

ni armati, che gli venivano incontro (et è quella strada alquanto


infame d'assassini), li quali, di poi che l'hebbero passato un pez­
zo tornorno indietro, seguitando/o con granfretta, et hebbe un po­
co di paura. Pure gli parlò, et intese che erano servitori del suo
fratello4, il quale lo mandava a ritruovare. Perché, secondo pare,
di Baiona di Francia dove il pelegrino fu conosciuto, haveva ha­
vuto nova della sua venuta, et così loro andorno inanti, et lui
andò per la medesima. Et un poco prima che arrivasse alla terra,
truovò li predetti5, che gli andavano incontro, li quali gli fecero
grande instantia per menar/o a casa del fratello, ma non lo pote­
rono sforzare6• Così se n 'andò ali 'hospitale7, et poi a hora com­
moda andò a cercare elemosina per la terrax.

to che è necessario arrivare al suo paese in incognito e senza alcun


preavviso, per poter salvaguardare la propria libertà da pressioni che, non
a torto, prevedeva di dover subire da parte dei parenti.
4 Si tratta del fratello maggiore e signore di Loyola, Martin Garcia (cfr.
sopra,§. IO, nota 54).
5 Una impropria lettura di "predetti", che nel testo si riferisce ai due
servitori inviati dal fratello, per "preti" ha dato origine alla falsa tradi­
zione secondo la quale Ignazio sarebbe stato solennemente ricevuto dai
preti di Azpeitia. Durante il processo di beatificazione di Ignazio, tenu­
to ad Azpeitia sessant'anni dopo, nel 1595, Potenziana di Loyola, nipo­
te di Ignazio, fornisce un'altra versione circa l'ingresso dello zio nella
terra natia: Ignazio sarebbe stato riconosciuto nella locanda di lturrioz
dal fornitore delle macellerie di Azpeitia, Giovanni de Egufbar, il qua­
le, come figlio di Maria Garin, era fratello di latte di Ignazio stesso. Que­
st'uomo, arrivato ad Azpeitia, volle informare subito Martin Garcia del­
la presenza del fratello. li Signore di Loyola inviò un sacerdote, Baltasar
de Garagarza, per verificare la veridicità della notizia e, in caso affer­
mativo, per convincere Ignazio a recarsi nella casa di Loyola. Il sacer­
dote incontrò e identificò il pellegrino, ma in nessun modo riuscì a per­
suaderlo a recarsi a casa del fratello e della cognata (MI, Scripta, Il, 190).
6 Sulle pressioni che Ignazio subì da parte dei parenti, perché si re­
casse presso di loro ad abitare nella casa-torre di Loyola, riferiscono va­
ri testimoni nel processo di beatificazione di Azpeitia del 1595. Ignazio

324
Capitolo nono - Spag/Ul

8 8 Et in questo hospitale cominciò a parlar con molti, che lo


andorno a visitare, delle cose di Dio9, per la cui grafia si fece as-

fece resistenza contro queste pressioni per essere maggiormente libero


di attuare quello stile di vita povera e umile, in aiuto alle anime, alla ma­
niera degli Apostoli, ormai a buon punto di maturazione nella sua vita
personale. L'unione con Cristo esercita in lui un'azione liberatrice nei ri­
guardi dei legami familiari. Probabilmente, proprio perché aveva già
esperimentato quanto gli affetti per i parenti possano nuocere ad una vi­
ta totalmente consacrata a Cristo e dedicata agli altri, da fondatore vorrà
che si ricordi a colui che sta per entrare in Compagnia che «seguendo il
consiglio di Cristo nostro Signore: "Chiunque avrà lasciato il padre ecc
... (Mt. 19, 29)", deve tar conto di lasciare il padre e la madre, fratelli e
sorelle, e quanto nel mondo aveva. Anzi, ritenga detta a sé quella sen­
tenza : "Se uno viene a me e non odia il padre e la madre ... e anche la
sua vita, non può essere mio discepolo (Le. 14, 26)". Perciò deve pro­
curare di lasciare cadere tutto il sentimento carnale verso i parenti, e con­
vertirlo in affetto spirituale, amandoli solamente con quell'amore che la
carità ordinata richiede, come persona morta al mondo e all'amor pro­
prio, e che vive unicamente per Cristo nostro Signore e lo tiene in luo­
go dei genitori, dei fratelli e di ogni altra cosa.» (Es. Gen., IV, [6 1 ]).
7 Si tratta dell'ospedale della Maddalena, situato poco fuori le por­
te di Azpeitia.
x Per i Loyola il fatto che uno di loro non si recasse a vivere nella ca­
sa-torre, ma prendesse alloggio nell'ospedale-ospizio di Azpeitia con i
poveri e, ancor di più, si mettesse a mendicare di porta in porta, costi­
tuiva un affronto bello e buono. Ignazio, però, non si lasciò condizionare
neppure dall'umiliazione che i parenti potevano provare. Dagli atti dei
processo di beatificazione del I 595 ad Azpeitia risulta che il santo chie­
deva elemosine non solo per sé, ma anche per gli altri poveri dell'ospi­
zio. Tuttavia, questa pratica dell'elemosinare non lo trattenne dal darsi
da fare perché fosse abolita o, meglio, regolata la pratica della mendi­
cità (cfr. sotto, §. 89, nota 17).
9 I §§. 88-89 riferiscono sull'attività apostolica di Ignazio ad Azpeitia:
conversazioni spirituali (=parlare delle cose di Dio), insegnamento del­
Ia dottrina ai fanciulli, predicazione, azione di riforma morale, sociale

325
S. Ignazio di Loyola- Autobiografia

sai frutto. Subito al principio che arrivò si deliberò di insegnar'


la dottrina cristiana ogni dì alli putti10, ma suofratello lo repugnò

e religiosa della popolazione (cfr. problema del gioco delle carte, problema
delle concubine dei preti e di altri uomini, problema della mendicità, so­
stegno ai poveri, suono dell'Avemaria ... ) . In base agli atti dei processi
di beatificazione del 1595, alle iniziative di I g n azio ricordate
nell'Autobiografia,si puo a ggiungere l'azione da lui esercitata per ri­
conciliare dissidenti, per regolarizzare matrimoni, per risolvere contro­
versie che si trascinavano da molti anni, come, ad esempio, quella famosa
tra i preti di Azpeitia e le monache del Convento della Concezione, det­
te lsabelitas, conclusa poi felicemente con accordo scritto, in data 18 mag­
gio 1535, che porta la firma di Ignazio stesso (FI), 392-439). Nella vita
del santo ad Azpeitia vediamo anticipata in sintesi quella che sarà più tar­
di l'attività propria della Compagnia, come se si trattasse di una prima
missione del gruppo degli Amici nel Signore, futuri Primi Compagni di
Gesù, nella persona della loro guida. Probabilmente, come il pellegrinaggio
a Gerusalemme, anche queste esperienze apostoliche condotte da Ignazio
ad Azpeitia in spirito di povertà e di umiltà hanno esercitato un non in­
significante influsso sul testo delle Costituzioni relativo agli esperimenti
del Noviziato, soprattutto sul secondo, sul quinto e sul sesto (Es. Gen. .

IV, [66]. [69]. [70]).


10 L'insegnamento della dottrina cristiana ai fanciulli stette sempre mol­
to a cuore ad Ignazio. Se nel 1555 sente la necessità di ricordare questa
sua esperienza apostolica nella terra natia, proprio nel documento scrit­
to «per fondare veramente la Compagnia», questo fu, probabilmente, per
ricordare a tutti i Compagni di Gesù, presenti e futuri, l'importanza e la
necessità di questo ministero per la loro vita personale e per il corpo in­
tero dell'Ordine. Del voto di insegnare la dottrina cristiana ai fanciulli
emesso dai professi e dai coadiutori spirituali (Cast., V, [527]. [532]. [535])
trattarono i Padri fondatori fin dalle Deliberazioni della primavera del 1539
a Roma (MI, Const. I, 12). Il senso di questo voto, che, come è detto, «non
obbliga più degli altri esercizi spirituali in aiuto del prossimo ... cui cia­
scuno deve attendere secondo l'ordine dell'obbedienza ricevuto dai pro­
pri superiori)), è costituito dal «servizio singolare che con esso si rende
a Dio nostro Signore in aiuto alle anime)) e dal «pericolo maggiore che
esso ha di essere dimenticato e tralasciato rispetto ad altri più appariscenti,

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Capitolo nono - Spagna

grandemente, affirmando che nessuno venirebbe. Lui rispose che


basteria uno. Ma dipoi che lo cominciò a fare venivano molti
continuamente a sentir/o, et etiam suo fratello11• Oltre la dottrina
cristiana ' predicava12 anche le domeniche etfeste, con utile et aiu-

come sono il predicare ecc ... » (Cost., V, [528]). Il pericolo che l'inse­
gnamento della dottrina cristiana ai fanciulli potesse essere dimenticato
e trascurato dalla Compagnia era presente nell555, quando Ignazio dettò
l' autobiogrqfia, come è presente oggi alla soglia del 2000, dopo quat­
tro secoli e mezzo di vita dell'Ordine. L'importanza di questo ministe­
ro per la Compagnia è anche attestata dalla raccomandazione che se ne
fa nelle Fonnule del/ 'Istituto (cfr.
Bolla Regimini militantis Ecclesiae, [2].
[3] e [5], MI, Const. I, 25-26. 28; Bolla Exposcit Debitum, [2] e [3], Ibid.,
374. 376), in numerosi altri testi preparatori delle Costituzioni e ancora
nelle stesse Costituzioni, dove si ricorda che il gesuita, eletto rettore di
un collegio, deve insegnare la dottrina ai fanciulli per un periodo di 40
giorni personalmente (Cost., IV, [437]) o attraverso un sostituto, qualo­
ra l'edificazione o altro motivo valido sembri raccomandarlo, ma sem­
pre «dopo aver trattato la cosa col Provinciale e se costui sarà dello stes­
so parere)) (Cost., IV, [438]).
11 La reazione del fratello maggiore è dettata dal senso di umiliazione
e di dispetto nel vedere un Loyola, per di più dottore in Arti a Parigi, ab­
bassarsi ad un tipo di insegnamento così poco onorifico ai suoi occhi e
agli occhi della sua gente. Da qui si comprende sempre meglio il valo­
re contestativo, la dura presa di posizione contro le mancanze di umiltà:
l'insegnare la dottrina ai fanciulli comporta uno spirito di servizio, na­
scosto e gratuito, del tutto estraneo a quella smania di "apparire", che gio­
ca un ruolo decisivo nella società odierna, non meno che al tempo di
Ignazio nell'ambiente della famiglia dei Loyola.
12 Mentre a Salamanca aveva dichiarato al vice priore dei Padri do­
menicani che egli e i compagni non predicavano, ma unicamente parla­
vano delle cose di Dio e per di più alla buona (cfr. sopra,§. 65), qui ad
Azpeitia, dopo gli studi a Parigi, Ignazio non si fa alcuno scrupolo a pre­
dicare apertamente e in pubblico, anche davanti a un gran numero di per­
sone, come attestano gli atti del processo di beatificazione del 1595.
Ignazio è ancora un laico, ma la linea apostolica sacerdotale della sua vo-

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S. Ignazio di Loyola - Aurobiografia

to delle anime, che di molte mi/ia lo venivano a sentire. Ha fatto


anche sforzo di scacciare alcuni abusi13; et con l 'aiuto di Dio si è
posto ordine in alcuno; verbi grafia, nel giuocofece che fosse vie­
tato con executione, persuadendo/o a quello che governava la
giustizia14. Era anche là un altro abuso, in questo modo: le citel­
le in quel paese vanno sempre col capo scoperto, et non lo coprono
se non quando si maritano. Ma sono molte, éhe sijànno concubi­
ne de preti15 et d'altri huomini, et guardanglijede, come se fossero
loro donne. Et questo è tanto comune, che le concubine non han-

cazione e del suo essere comincia a manifestarglisi più chiaramente, an­


che per gli effetti e per i frutti sorprendenti che la sua attività produce.
13 L'azione apostolica di Ignazio non si limita ad un'opera di evan­
gelizzazione attraverso il ministero della Parola («parlare delle cose di
Dim>, insegnamento della dottrina e predicazione ) ma tende anche ad
,

un'opera di promozione della giustizia attraverso la lotta contro i mali


sociali, non rifuggendo dal fare appello anche alle autorità civili perché
emanino leggi atte a difendere la dignità della persona umana. Il perio­
do di Azpeitia, così come è ricordato da Ignazio nel/ 'Autobiografia e an­
cor più esplicitamente e diffusamente negli atti del processo di beatifi­
cazione del 1595, si presta bene a commentare il primo paragrafo della
Formula dell'Istituto, Exposcit Debitum di Giulio III del 1550 (MI,
Const. I, 376-377), e a dare un buon fondamento agli orientamenti più
recenti della Compagnia di Gesù dopo il 1975, quando essa, nella
Congregazione Generale XXXII, individuò nel servizio della fede e nel­
la promozione della giustizia il principio dinamico e ispiratore del suo
essere e del suo agire apostolico oggi.
14 Nel processo di beatificazione del 1595 tenuto ad Azpeitia, un te­
stimone raccontò che molti mazzi di carte finirono nel fiume Urola (MI,
Scripta Il, 220). "Vietare cum esecuzione" significa che la proibizione
non restava lettera morta, ma dijàtto era messa in opera e fatta osservare.
15 Certamente la moralità del clero azpeitiano lasciava molto a desi­
derare. Quattro anni dopo, da Roma, Ignazio scriverà al nipote Beltrano
di Loyola, raccomandandogli di promuovere, quale patrono della chie­
sa di Azpeitia, la riforma dei costumi dei sacerdoti e dei chierici della par­
rocchia (MI, Epp. l, 148).

328
Capitolo nono - Spagna

no punto di vergogna di dire che si hanno coperto il capo per un


tale; et per tali sono conosciute essere.

8 9 Per la qual usanza nasce molto male. Il pelegrino persuase


al governatore che facesse una legge, che tutte quelle, che si co­
prissero il capo per alcuno, non essendo loro donne, fussero ga­
stigate con giustitia; et a questo modo s'incominciò a levar' que­
sto abuso16• Alli poveri ha fatto dar ' ordine come se fosse prove­
duro publico et ordinariamente17• Et che si toccasse tre volte

16
La gravità dell'abuso non era data solamente dal fatto della diffu­
sione del concubinato in sé, ma, ancor di più, dal comportamento sfac­
ciato delle concubine, e persino delle concubine dei preti, che ostenta­
vano apertamente la loro situazione e pretendevano di apparire, nel lo­
ro portamento esteriore, come donne sposate. Gli atti del processo di bea­
tificazione del 1595 parlano di tre donne di malaffare che Ignazio riu­
scì a convertire e a strappare al vizio. Ma di fronte al dilagare dell'abu­
so delle ragazze che si coprivano il capo ancorché non sposate e di
fronte alle conseguenze che ne derivavano per la moralità di tutta la so­
cietà, Ignazio avvertiva che non era sufficiente un'azione di conversio­
ne individuale. Si imponeva come necessaria un'azione che andasse a toc­
care le strutture stesse della società corrotta e, pertanto, anche la pro­
mulgazione di leggi che troncassero il male alla radice. Più precisamente
era necessario far osservare e mettere in atto leggi già esistenti, che pre­
vedevano pene pecuniarie e I' espulsione dal territorio diAzpeitia per le
donne che si coprivano la testa per un marito illegittimo. L