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Crimini contro Dio

viaggio nell’Eresia dentro la Commedia

Ogni dannato muore ne l’ira di Dio (canto III 122-123)1

Nella scansione dei gironi infernali, Dante colloca nel terzo anello del sesto cerchio
gli Eretici, appena dentro le mura della città di Dite. Questa collocazione non è
casuale: l’Alighieri incastra gli eretici esattamente al centro dell’Inferno, dopo gli
incontinenti ma prima dei fraudolenti, rifacendosi a una teoria estremamente
diffusa al suo tempo secondo la quale il peccato di eresia sta in un’errata
interpretazione delle Sacre Scritture e quindi nel fare violenza al testo così come fu
ispirato dallo Spirito Santo2.
Definendo così l’eresia, tuttavia, cioè come una deviazione dottrinale all’interno
della fede cristiana, sorprende come i violenti contenuti all’interno di questo
cerchio non siano esattamente quelli che ci si aspetterebbe. Dante non lascia nessun
rimando esplicito alle eresie che pure inquinavano l’ortodossia cristiana del suo
tempo, fatto che risulta ancora più anomalo sapendo come al tempo di Dante a
Firenze fosse ancora vivo il ricordo dell’epidemia catara (chiamata anche patarina)
e dell’eresia valdese.
Questa mancata menzione, che continua per tutto il resto della Commedia fatta
eccezione di un breve rimando alla fine del Purgatorio e nel Paradiso3, ha fatto
versare fiumi di inchiostro da tutta la critica moderna e contemporanea. Questa
omissione non deve però far cadere nell’errore sia di pensare che sia presente

1
Tutte le citazioni dalla Commedia provengono da Chiavacci Leonardi, Anna Maria (a cura di), La Divina
Commedia, Inferno, Milano, Mondadori, 2010, di seguito abbreviato “Chiavacci Leonardi”.
2
R. Manselli, Eresia in Enciclopedia Dantesca, V, Roma, 1970.
3
In particolare, nel Canto XXXII del Purgatorio, durante la grande visione del carro della Chiesa è ricordata
l’età dell’eresia, e nel Canto XI del Paradiso dove, lodando la sapienza con cui San Domenico ha rafforzato la
fede cristiana, il rimando è chiaramente alla lotta contro gli albigesi.
nell’opera dell’Alighieri un qualche tipo di adesione a queste eresie, sia che Dante
non ne fosse a conoscenza. Un giovane Alighieri era sicuramente entrato in
contatto con le condanne dei patarini a Firenze (tra i quali furono condannati dopo
la morte anche Farinata e sua moglie) ed era sicuramente al corrente della faccenda
albigese (come si evince dall’elogio a San Domenico nel Paradiso).
Se però Dante conosceva queste eresie, per quale motivo nel suo Inferno il crimine
contro Dio appare avere un’incidenza così marginale? Come afferma Virgilio a più
riprese, qualsiasi crimine che faccia uscire dalla grazia di Dio è contro di lui, perciò
quanto più può esserlo un crimine che per definizione è contro la sua dottrina? Le
ipotesi sul perché sono molteplici, forse troppe per essere contenute tutte in questa
sede. In questo breve saggio intendo chiarire come si declini il concetto di “crimine
contro Dio” nella Commedia, prendendo in analisi non solo le figure degli eretici
nel Canto X, ma anche quella di Capaneo nel cerchio dei bestemmiatori.
Gli Epicurei
Storia di un’eresia senza Chiesa.

“Suo cimitero da questa parte hanno


con Epicuro tutti suoi seguaci,
che l’anima col corpo morta fanno.”(Canto X, vv.13-15)

Dopo aver superato le mura della Città di Dite, Dante e Virgilio si ritrovano
catapultati in un’atmosfera improvvisamente calma, quasi silenziosa, interrotta
solamente dalle grida che fuoriescono dai sepolcri aperti e arroventati. In coda al
canto precedente il lettore ha appreso che in questo sesto cerchio dimorano li
eresiarche con loro seguaci, e quando l’Alighieri domanda se sia possibile parlare
con qualcuno di questi dannati Virgilio, dopo avere brevemente spiegato il loro
contrappasso, indica la prima schiera di eretici del canto.
Epicuro e i suoi discepoli, che giacciono insieme nello stesso sepolcro per il
principio già spiegato nel canto precedente (per cui eretici simili giacciono nello
stesso luogo) è, seppur non parli mai in prima persona, il primo vero e proprio
eretico che incontriamo. Conoscendo tuttavia la definizione di eresia già citata, che
la vuole come deviazione dalla dottrina cristiana, qualcosa sembra non quadrare.
Come può Epicuro, il filosofo greco morto ad Atene nel 270 a.C., avere deviato da
una dottrina non ancora esistente?
Le ragioni sono molteplici, e risiedono sia nella storia della dottrina epicurea, sia
nella sua ricezione medievale. L’epicureismo predicava una liberazione dei mortali
dagli inutili timori legati alla superstizione e al sovrannaturale, sostenendo la
possibilità di un’esistenza volta al piacere moderato e senza eccesso e,
contrariamente alla visione comune, non predicava nemmeno l’ateismo. Epicuro
sosteneva che gli dei sì c’erano, ma erano talmente tanto lontani dalla terra da non
potersi occupare dell’uomo, semplicemente se ne disinteressavano. La radice di
questa dottrina, e qui sta la ragione per cui probabilmente Dante decide di
condannarla, è materialistica, fondata sulla concezione atomistica di Democrito.
Poiché l’uomo è fatto di atomi che si disgregano e a loro volta muoiono alla morte
dell’individuo, gli epicurei non concepivano l’esistenza di un’anima immortale che
sopravviveva alla definitiva morte fisica. Nel Medioevo è probabile che una delle
principali fonti sull’epicureismo fosse il De finibus di Cicerone4. I filosofi cristiani
si pronunciano pressoché unanimemente contro questa filosofia, considerandola
capostipite di ogni empietà e, in particolare rifacendosi alla filosofia di padri della
chiesa come Lattanzio5, addirittura colpevole di negare la Provvidenza.
Non stupisce che Epicuro sia menzionato, vista questa fama così nefasta. Dante
stesso lo aveva già nominato nel Convivio6, enfatizzando la natura della sua
filosofia come bestiale. Stupisce invece che l’epicureismo sia l’unica eresiarche di
cui si faccia esplicita menzione nel canto sull’eresia, che tace, come abbiamo già
visto, le più pregnanti e famose deviazioni dottrinali del suo tempo.
Perché Dante pone l’accento su un’eresia antica, pagana, quando da uomo cristiano
del XIV secolo avrebbe così tanto materiale dal quale attingere? Perché, insomma,
gli epicurei sì e i patarini no?
La risposta è più facile di quello che si pensa. È infatti probabile che Dante
percepisse il pericolo epicureo quasi quanto quello patarino dato che, come ricorda
la Chiavacci Leonardi7, negli ambienti intellettuali fiorentini la negazione
dell’immortalità dell’anima era molto diffusa e quasi “di moda”. Tenendo a mente
inoltre il passo del Convivio sull’epicureismo, è altrettanto probabile che Dante
abbia eletto a rappresentante del mondo eretico un pagano per sottolineare il nesso
che, nel suo sistema di valori, ha la dottrina “eretica” e la depravazione logica. Se

4
Su questo argomento, si veda A. Ronconi, Cicerone, in Enciclopedia Dantesca, V, Roma, 1970.
5
G. Stabile, Epicurei, in Enciclopedia Dantesca, V, Roma, 1970.
6
Dico che intra tutte le bestialitati quella è stoltissima, vilissima e dannosissima,
chi crede dopo questa vita non essere altra vita; però che, se noi rivolgiamo
tutte le scritture, sì de’ filosofi come de li altri scrittori, tutti concordano
in questo: che in noi sia parte alcuna perpetuale
Ceriello, G. R. (a cura di), Convivio, II, Milano, Rizzoli, 1952, cap.VIII.
7
Chiavacci Leonardi, p.307.
Epicuro è padre di una filosofia stoltissima, vilissima e dannosissima8 è dunque
irrazionale, insensato. Inoltre, ricordando come nel sistema dantesco ragione e vera
fede siano legate indissolubilmente, gli epicurei sono colpevoli di aver negato
insistentemente la razionale e logica idea dell’immortalità dell’anima. Il loro
crimine è logico ancor prima che dottrinale. La loro elezione non ufficiale a “primi
tra gli eretici”, ancor più che patarini o albigesi, si ascrive dunque in un sistema
calibrato in maniera raffinata e perfetta.

8
Farinata degli Uberti
Può un dannato essere “grande”?

“Oh Tosco che per la città del foco


vivo ten vai così parlando onesto,
piacciati di restare in questo loco.
La tua loquela ti fa manifesto
di quella nobil patria natio,
a la qual forse fui troppo molesto.”(Canto X, vv.21-27)

Con queste parole Farinata interrompe il dialogo tra Virgilio e Dante. Il carattere
improvviso di questa apparizione è sottolineato dallo stesso Dante qualche verso
poco più in là, con la chiosa “Subitamente questo suono uscìo / d’una de l’arche.”
L’entrata di Farinata è tutta qui, in questa voce che compare improvvisamente e che
riempie come una presenza fisica lo spazio del girone ultraterreno. L’anima che
parla è potente tanto quanto le sue parole, quasi fisicamente grande, tanto quanto
doveva essere il ricordo di questo dannato nelle menti dei primi lettori della Com-
media.
Farinata degli Uberti fu uno dei personaggi politici di maggiore spicco nella Fi-
renze del XIII secolo, periodo estremamente complesso per la città toscana, lacerata
dalle lotte sanguinose tra i guelfi, sostenitori del Papa, e i ghibellini, fedeli all’Im-
peratore. Dopo la battaglia di Montaperti del 4 settembre 1260, nella quale le forze
ghibelline da lui capitanate insieme a quelle senesi sconfissero le forze guelfe fio-
rentine, si oppose alla distruzione di Firenze tanto voluta dalle forze vincitrici,
come ricordato dallo stesso Farinata qualche verso più avanti9.
Le prime parole del comandante ghibellino spaventano Dante, che si accosta a Vir-
gilio cercando un rifugio. Come spesso accade nel corso della Commedia, la guida
rimbecca immediatamente il poeta, spronandolo a guardare il dannato che l’ha apo-
strofato e a utilizzare un linguaggio conto.
Farinata compare eretto col petto e la fronte alta dal suo sepolcro fiammeggiante,
come se avesse l’inferno a gran dispitto.
Già in questi primi versi incontriamo una delle caratteristiche cardine non solo
nella figura di Farinata ma anche di tutti quei dannati che, nel loro peccato, hanno
osato in qualche modo sfidare Dio: la superbia. Questa, indissolubilmente legata
alla grande forza d’animo di chi pure all’Inferno conserva la sua dignità, è la cifra
del dramma di Farinata, la cui superiorità umana contiene anche una profonda infe-
licità per il suo destino.
Il capo ghibellino è scelto da Dante quasi come portavoce degli eretici, eppure di
effettiva conversazione sull’eresia nel dialogo non c’è nulla. Farinata non spiega
perché si trova lì (come fa per esempio Francesca da Rimini nel canto V) e, come
se fosse ancora sulla terra, continua ad esprimersi sulle faccende che lo riguarda-
vano in vita chiedendo a Dante chi furono i suoi antenati e lanciandosi in un appas-
sionato discorso nel quale commemora le vittorie passate contro i Guelfi. È come
se Farinata, epicureo che in vita non riconobbe l’immortalità dell’anima, continui a
non riconoscerla anche da morto, in qualche modo restando coerente con quanto
credeva da vivo.
Rimandando al capitolo successivo una riflessione sulla cecità degli eretici, bisogna
ora chiedersi perché il ghibellino riposi nel sesto cerchio, e per meglio compren-
derlo è opportuno fare una breve riflessione sulla storia dell’eresia patarina a Fi-
renze nel XIII secolo.

9
Ma fu’io solo, là dove sofferto
fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
Coli che la difesi a viso aperto.
Chiavacci Leonardi, vv.91-93.
In Italia furono varie le roccaforti dell’eresia catara10, tra le più tenaci ci fu proprio
Firenze, nella quale una comunità di patarini si era insediata attorno al 1229. In
quegli anni i catari prosperarono senza troppi impicci per l’intercessione di vari
personaggi di spicco del tempo, riuscendo anche a sfuggire proprio grazie a questi
agganci all’attività dell’inquisizione locale. Durante questo periodo di relativa pace
molti ghibellini rimasero affascinati da questa dottrina che, oltre che predicare un
dualismo bene e male molto marcato, era fortemente critica nei confronti della
Chiesa e del Papa.
Farinata pare che ne sia rimasto affascinato, o per lo meno così afferma l’accusa
per eresia postuma pronunciata nei suoi confronti e in quelli della moglie dal fra’
minorita Salomone da Lucca11 nel 1282, quando Dante aveva appena diciotto anni.
Questa sentenza ebbe pesanti conseguenze sui discendenti dell’Uberti, tra le quali
la confisca dei beni e la probabile interdizione dai pubblici uffici.
Tuttavia, dalle parole del ghibellino sembra quasi che l’accusa per eresia, che senza
dubbio Dante conosceva, non sia mai stata pronunciata. Farinata è imprecisamente
indicato come “epicureo”, ed è la sua fede politica ad essere messa sotto la lente di
ingrandimento e ad occupare un posto d’onore nel canto, quasi come se fosse stata
quella, e non l’eresia, a mandarlo all’Inferno. L’Alighieri rispetta insomma l’uomo,
quasi lo ammira pur nell’aspro contrasto sulla vicenda politica, ma evita di mettere
in evidenza l’eretico patarino anche se già condannato dalle istituzioni ecclesiasti-
che.

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Le successive informazioni sull’eresia catara provengono tutte da Falcone, P. Eresia ed eterodossia nella
commedia: Equivoci, punti fermi, zone d’ombra. in “Letture Classensi, per il testo e la chiosa del poema
dantesco” a cura di G. Inglese, 47 (2017), pp. 43-72.
11
Noverint universi presentes pariter et futuri quod cum ego frater Salomon de Luca
ordinis minorum autoritate appostolica inquisitor et etiam pravitatis inquisitionem
facerem ex officio inquisitionis ab appostolica sede mihi commisso, inveni per testes
ydoneos et sufficientes dominum Farinatam de Ubertis de Florentia et dominam
Adaletam uxorem eius fuisse de crimine hereseos
craviter et comuniter infamatos atque suspectos benefactores et fautores et receptores
hereticorum et eos adorasse iusta heretici ritus abusum (et) per hoc hereticorum
erroribus fuisse credentes nec ab eorum credulitate aliquando recessisse, sed
ut fama clamat veementi suspitione firmatur in termino sue vite hererticorum damnabili
consolamento recepto in ipsa hereticorum perfidia diem clauserunt extremum.
Ottokar, Studi comunali e fiorentini, Firenze, La Nuova Italia, 1948, p. 120.
Dopo l’interruzione di Cavalcante Farinata, ancora immobile e incurante dello
scambio appena avvenuto, riprende il suo discorso da dove Dante si era interrotto
commentando tristemente le sconfitte ghibelline, il cui dolore lo tormenta più che
questo letto12, e pronunciando una premonizione sul futuro esilio del guelfo. È al
vecchio avversario politico che Dante chiede spiegazioni sia sul perché Cavalcante
non sia in grado di vedere il futuro, sia su chi lo accompagni nel sepolcro arroven-
tato, quasi confermando la sua carica non ufficiale di portavoce degli eretici. Fari-
nata non si risparmia: nella tomba giace con più di mille altri, tra i quali ‘l secondo
Federico e ‘l Cardinale; e de li altri mi taccio13.
Qualche parola deve essere spesa su questi ultimi personaggi. Federico II di Svevia,
morto nel 1250, fu responsabile di una grande impresa politica di riunificazione
dell’Impero che raccolse intorno a lui tutte le forze ghibelline d’Italia. Grande lette-
rato e promotore delle arti, fu condannato come eretico dalla Chiesa per ragioni po-
litiche, e menzione del suo epicureismo sono presenti in tutte le fonti. Il Cardinale è
invece Ottaviano degli Ubaldini, potente arcivescovo di Bologna morto nel 1275 e
rinomato ghibellino, al quale è fatta risalire la celebre frase: Se l’anima è, per i Ghi-
bellini io l’ho perduta. Ricordando il principio spiegato da Virgilio nel canto IX,
per cui simile giace con simile, la presenza di queste tre famose personalità può far
classificare la tomba di Farinata come “quella dei ghibellini”. Ma Dante, probabil-
mente anche per volontà di rimanere al di sopra delle parti, fa giacere con i tre Ca-
valcante Cavalcanti, irriducibile guelfo.
Il Fiorentino, elevando il discorso oltre la semplice diatriba politica, disegna quindi
un affresco di grandi uomini condannati perché, nonostante il valore politico, l’al-
tezza dell’ingegno non è sufficiente a salvarsi se non si aderisce completamente
alla vera fede.

12
Chiavacci Leonardi, Canto X, v.78.
13
Chiavacci Leonadi, Canto X, vv.118-120.
Cavalcante Cavalcanti
Le colpe dei figli ricadono sui padri?

“piangendo disse: ‘Se per questo cieco


carcere vai per altezza d’ingegno,
mio figlio ov’è? E perché non è teco?’”(Canto X, vv.58-60)

L’ombra di Cavalcante Cavalcanti spunta a metà del Canto X, innestandosi all’in-


terno del dialogo tra Farinata e Dante. Il verbo “spuntare” non è usato a caso, per-
ché proprio questa impressione dà l’improvvisa comparsa di Cavalcante, che non si
erge dritto come Farinata ma compare solo dal mento in su, come se gli mancasse
la forza di alzarsi e riuscisse soltanto a restare inginocchiato.
Già da questo particolare si evince una delle caratteristiche di Cavalcante in rap-
porto con Farinata: minore a lui in statura, minore in forza e minore anche nel pec-
cato. Non abbiamo infatti fonti che documentino una qualche condanna inquisitoria
nei suoi confronti, a differenza del comandante ghibellino, ma molti autori lo ricor-
dano come negatore dell’immortalità dell’anima14; il Guelfo è, più che eretico, un
epicureo a tutti gli effetti.
Non appena si erge dal sepolcro, Cavalcante si guarda attorno come se avesse di ve-
der s’altri era meco e, non trovando ciò che stava cercando, irrompe in un pianto di
impressionante dolore e potenza che ancora oggi scuote i lettori della Commedia.
Perché suo figlio, Guido, che pure è uno degli intellettuali più importanti della Fi-
renze culturale del suo tempo, non è al fianco di Dante? La domanda è quella di un

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In particolare Boccaccio, che lo ricorda come “leggiadro e ricco cavaliere, e seguì l'oppinion d'Epicuro in non
credere che l'anima dopo la morte del corpo vivesse e che il nostro sommo bene fosse ne' diletti carnali”
padre orgoglioso, che non capisce perché un compagno abbia meritato un onore per
il quale il figlio sarebbe stato altrettanto degno. In questa terzina c’è un dubbio, una
domanda sottointesa. Cos’ha Dante che Guido non ha? Non sono pari in tutto, forse
Guido ancora più grande di Dante, che lo definiva “il mio primo amico”15?
No, risponde Dante. I due amici di un tempo, seppure con pari meriti poetici, non
sono uguali, come si appresta a spiegare nella famosa terzina:
E io a lui:‘Da me stesso non vegno:
colui ch’attende là, per qui mi mensa
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno’(canto X, vv.61-63)
Nelle dure parole di Dante, di cui si pentirà poche terzine dopo, sembra che ci sia
un eco dell’ardore con cui ha appena ribattuto alle provocazioni politiche di Fari-
nata. Qualsiasi sia il tono con cui sono state espresse, esse contengono uno dei nodi
più importanti del canto. Dante non è all’Inferno per meriti speciali, non per meriti
artistici, nemmeno per meriti morali probabilmente; è lì perché colui ch’attende là
lo ha scelto. Il grande viaggio della salvezza si compie perché Dante accetta la gra-
zia di Dio rinunciando all’orgoglio e alla superbia intellettuale dilagante nell’élite
culturale alla quale Guido apparteneva. È come se più che per i suoi “meriti” da
eretico Cavalcante fosse lì per ricordare a Dante la classe sociale dalla quale si è di-
stanziato, personificata nella figura solo vagamente nominata del suo primo amico
Guido Cavalcanti; il poeta, pur pieno di ingegno, ha avuto a disdegno Beatrice, non
più solo donna-angelo come la vorrebbe la retorica stilnovistica (di cui Guido era
uno dei massimi esponenti) ma vero e proprio veicolo di salvezza.
Prima di proseguire nell’analisi della figura di Cavalcante, occorre forse spendere
qualche parola per spiegare perché Dante senta il bisogno di distanziarsi dal vec-
chio amico. Come abbiamo ricordato, i due erano estremamente legati durante il
primo periodo di produzione del poeta, quello più vicino alla poesia stilnovistica,
come testimonia il sonetto Guido, i’ vorrei che tu, Lapo ed io16. Non sappiamo

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Così Dante chiama Guido nella prefazione de La Vita Nova, che gli dedica.
16
Ricordiamo la prima terzina “Guido, i’vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento
e messi in un vasel, ch’ad ogni vento
esattamente quando sia avvenuta la rottura, che è probabile sia iniziata per motivi
principalmente filosofico-letterari che hanno a che fare proprio con il rapporto con
Beatrice17. Oltre che una crisi letteraria, tra i due amici intercorre anche una crisi
politica: è proprio l’Alighieri durante il suo priorato a bandirlo da Firenze nel giu-
gno del 1300. Da quel confino, a cui Guido era destinato insieme agli altri princi-
pali rappresentanti delle fazioni di guelfi bianchi e neri, tornò ammalato e morì du-
rante lo stesso anno.
Se il Dante auctor conosce già il destino del suo amico, il Dante personaggio, al
tempo del viaggio infernale (aprile 1300), lo sa ancora vivo. Sull’ambiguità di que-
sta conoscenza/non conoscenza si giocano le terzine successive, nelle quali Caval-
cante interpreta erroneamente le parole di Dante e, concludendo che suo figlio deve
essere morto, o sarebbe lì, riaffonda nella sua tomba eterna, morendo una seconda
volta.
Molto è stato detto sulla cattiva interpretazione di Cavalcante. Se da un lato le pa-
role di Dante possono sembrare in qualche modo dubbie (l’utilizzo della forma pas-
sata ebbe per riferirsi a Guido, come se si parlasse di un morto) dall’altro sembra
che Cavalcante con queste parole professi nuovamente l’averroismo che lo ha con-
dannato all’inferno. La disperazione del padre all’idea che non fiere li occhi suoi lo
dolce lume18 è perché, non credendo nell’immortalità dell’anima, la morte è la con-
clusione totale e definitiva dell’esistenza. Se Farinata, pur spirito grande e forte, ri-
mane fissato in morte come era in vita nella vita politica, in Cavalcante la fede ere-
tica che lo impedisce di accedere alla salvezza non è solo quella epicurea, ma anche
e soprattutto questo smodato amore per il figlio Guido, così totalizzante da impedir-
gli di accedere alla grazia di Dio. Così, morendo una seconda volta, Cavalcante
conferma la pena per la quale è stato condannato.

per mare andasse al voler vostro e mio.” Giulio Ferroni, Dante e il nuovo mondo letterario (1300-1380),
in “Storia della letteratura italiana”, vol. 2, Milano, Mondadori, 2006, pp.61-62
17
La critica è pressoché concorde sul fatto che il progressivo allontanamento letterario tra i due abbia a che fare
la differenza concezione di donna angelo, che se per Cavalcanti era ancora rappresentata da Giovanna, donna
santa e amorosa, per Dante era anche donna viva e reale, quasi come se Beatrice fosse un superamento della
donna più puramente stilnovistica. Per maggiori informazioni sull’argomento vedere sia Chiavacci Leonardi
p.330 sia la voce Mari, M., Cavalcanti, Guido, in Enciclopedia Dantesca, V, Roma, 1970.
18
Chiavacci Leonardi, Canto X, v.69.
Destinato come gli altri eretici a una cecità che gli impedisce di conoscere il pre-
sente, ma soltanto il futuro, sembra che l’unica forza che ancora muoveva la sua
anima stanca fosse la consapevolezza che il figlio era vivo e stava bene. Con l’in-
dugio di Dante, la sua paura si concretizza, e nella sua cecità che lo cristallizza an-
cora nelle sue passioni terrene nemmeno riesce a capire che questa esitazione può
essere dovuta ad altro, come per l’appunto è.
In questo sta la vera condanna degli eretici, come spiegherà Farinata poco più
avanti. L’unica cosa che per loro contava in vita era il presente, ed in morte, per un
triste contrappasso, è l’unica cosa che non possono conoscere: Farinata non cono-
sce le sorti della sua parte politica, Cavalcante non sa nulla sulle vicende del figlio.
Loro che erano attaccati esclusivamente ai valori terreni proprio dalla conoscenza
di questi sono esclusi.
Appare quindi chiaro, volendo trarre le conclusioni sul decimo canto, il criterio con
il quale Dante accumuna le diverse personalità racchiuse in questo girone. L’eresia
non è soltanto una deviazione dottrinale, ma un attaccamento tale ai beni terreni da
impedire di apprezzare e amare come si dovrebbe il divino, la grazia di Dio. Per
questo Dante è più grande di Guido, che rappresenta quasi un suo doppio averroi-
sta: perché riconosce che oltre la vita c’è qualcos’altro, e questa conoscenza gli im-
pedisce di basare tutta la sua vita solamente devoto ai beni terreni.
Capaneo e i bestemmiatori
l’umana superbia che si ribella a Dio

“chi è quel grande che non par che curi


lo ‘ncendio e giace dispettoso e torto,
sì che la pioggia non par che l’maturi?”(Canto XIV, vv.46-48)

Per concludere il nostro viaggio nei crimini contro Dio ritratti dentro la Commedia,
concentriamoci ora sulla categoria dei bestemmiatori. Essi rientrano nel terzo
anello del settimo cerchio, dentro la categoria dei violenti contro Dio. La loro cate-
goria, a differenza degli altri due gironi dei violenti (contro il Prossimo e contro Sé
stessi), prenderà ben quattro canti. I bestemmiatori sono i primi ad essere incontrati
da Dante e Virgilio19, e sono distinti dai loro “colleghi” perché la loro colpa è con-
tro Dio stesso, non contro sue emanazioni. Commette questo peccato chi, ricorda
Dante stesso nel canto XI, spregiando Dio col cor, favella20. Costoro non è nem-
meno necessario che siano atei o epicurei come i dannati del canto X, tanto più che
insultare Dio comporta in qualche modo il riconoscerne l’esistenza, e il primo dan-
nato che Dante e Virgilio incontrano sotto la pioggia di fuoco che tormenta i be-
stemmiatori ne è forse l’esempio più lampante.
Capaneo, uno dei re che assaltò Tebe per liberarla dalla tirannia di Eteocle, è proba-
bile che fosse conosciuto a Dante dalla lettura della Tebaide di Stazio. Racconta
l’autore latino che, dopo la battaglia per la liberazione di Tebe, ancora ebbro della
vittoria e sicuro della sua invincibilità aveva scalato le mura della città sfidando
Giove a difenderla, sì che il dio lo aveva fulminato.
La stessa superbia che lo aveva caratterizzato in vita è ancora presente in lui nel

19
Seguiranno i sodomiti (canto XV) e gli usurai (canto XVI).
20
Chiavacci Leonardi, canto XI, v.51
tormento eterno dell’Inferno. Capaneo, superum contemptor come anche Stazio lo
descriveva, giace dispettoso e torto 21 sotto la pioggia di fuoco che tormenta i be-
stemmiatori. È evidente il richiamo a Farinata, che sorgeva dal suo sepolcro come
avesse l’inferno a gran dispitto, ma se la superbia è caratteristica comune della ca-
tegoria di questi “violenti contro Dio”22 tra la magnanimità e grandezza morale del
ghibellino e la ferocia del re greco non c’è confronto.
Possiamo quindi dire, giunti alla conclusione di questa trattazione, che la violenza
contro Dio unisce i grandi spiriti del girone degli eretici e la rabbiosa arroganza di
Capaneo sotto un’unica cifra, quella della superbia. Dante infatti, più che concen-
trarsi sulle vicende del suo tempo (tra le quali le eresie che sconvolsero la Chiesa
nel corso del XIII secolo) preferisce dare una definizione più ampia di comporta-
mento violento nei confronti di Dio, dandoci esempi di personaggi estremamente
diversi tra loro per statura morale e provenienti da tempi diversi ma riuniti dallo
stesso atteggiamento verso il mondo: una superbia sprezzante che fa credere
l’uomo superiore al potere della grazia, e che nonostante i suoi meriti d’ingegno o
eroismo non può salvarlo dalla dannazione eterna.

Irene Generali

21
Chiavacci Leonardi, anto XIV, v.47.
22
Come specificato nell’introduzione a questo lavoro, la violenza degli eretici è sul messaggio divino, vedi p.1.