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COMPOSIZIONE STILE E TENDENZE

DEI GESTA ROBERTI WISCARDI DI GUGLIELMO IL PUGLIESE

ARMANDO BISANTI

1. La letteratura mediolatina relativa all’invasione, alla conquista e


poi alla dominazione dei condottieri Normanni nell’Italia meridionale e
in Sicilia annovera, come è noto, numerose composizioni di cronisti, sto-
rici e letterati intenti, in vario modo, a fare i conti con la nuova realtà che
si è venuta a determinare in quella zona della penisola1. Una produzione
storiografica e letteraria, quella relativa alla Sicilia e all’Italia meridionale
sotto il dominio normanno, che risulta particolarmente vasta e variegata,
sia per ciò che riguarda le differenti tipologie di scrittura, che spaziano
dalle cronache in prosa di Amato di Montecassino2, Goffredo Mala-
1 Si vedano: O. CAPITANI, Motivazioni peculiari e linee costanti della cronachistica nor-

manna dell’Italia meridionale: secc. XI-XII, «Atti dell’Accademia delle Scienze dell’Istituto
di Bologna. Classe di Scienze morali. Rendiconti» 71, 1976/1977, 59-91; M. OLDONI,
Mentalità ed evoluzione della storiografia normanna fra l’XI e il XII secolo, in Ruggero il Gran
Conte e l’inizio dello stato normanno. Atti delle seconde Giornate Normanno-Sveve (Bari, 19-
21 maggio 1975), cur. G. Musca, Bari 1977, 143-178; N. CILENTO, La “coscienza del Regno”
nei cronisti meridionali, in Potere, società e popolo tra età normanna e sveva. Atti delle quinte
Giornate Normanno-Sveve (Bari - Conversano, 26-28 ottobre 1981), cur. G. Musca, Bari
1983, 165-184; P. DELOGU, Idee sulla regalità: l’eredità normanna, in Potere, società e popo-
lo, 185-214.
2 Amato di Montecassino, Storia de’ Normanni volgarizzata in antico francese, ed. V. De

Bartholomaeis, Roma 1935. Su di lui, per un primo approccio: W. SMIDT, Die Historia
Normannorum von Amatus. Eine Hauptquelle für die Geschichte der süditalienischen Politik
Papst Gregors VII, «Studi Gregoriani» 3, 1948, 173-231; A. LENTINI, Ricerche biografiche su
Amato da Montecassino, «Benedictina» 9, 1955, 183-196; A. LENTINI, Il ritmo Cives caele-

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terra3, Alessandro di Telese4, Falcone di Benevento5 e Romualdo da

stis patriae e il De duodecim lapidibus di Amato, «Benedictina» 12, 1958, 15-26; V.


D’ALESSANDRO, Lettura di Amato, in V. D’A.., Storiografia e politica nell’Italia normanna.
Due studi, Napoli 1978, 51-98; G.M. CANTARELLA, I tempi delle storie. Una lettura “superfi-
ciale” di Amato di Montecassino, «Lectures» 13, 1983, 63-80. Si vedano inoltre i manuali
di A. VISCARDI, Le Origini (Storia letteraria d’Italia Vallardi), Milano 19502, 139-140; e di
F. BERTINI, Letteratura latina medievale in Italia (secoli V-XIII), Busto Arsizio 1988, 74-75
(entrambi utili, in genere, per tutta questa produzione).
3 Gaufredi Malaterrae De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae comitis et Roberti

Guiscardi Ducis fratris eius, ed. E. Pontieri, Bologna 1928. Si vedano: E. PONTIERI, Goffredo
Malaterra storico del Gran Conte Ruggero, in E. P., Tra i Normanni nell’Italia meridionale,
Napoli 1948, 211-282; E. D’ANGELO, Ritmica ed ecdotica nel testo di Goffredo Malaterra, in
Poesia dell’Alto Medioevo europeo. Manoscritti, lingua e musica dei ritmi latini, cur. F. Stella,
Firenze 2000, 383-394; E. D’ANGELO, Committenza artistica del conte Ruggero I, in Ruggero
I e la provincia melitana, cur. G. Occhiato Reggio Calabria 2001, 31-35; E. D’Angelo.
4 Della Ystoria Rogerii regis di Alessandro di Telese esiste un’edizione critica abbastan-

za recente: Alexandri Telesini Abbatis Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie, ed.
L. De Nava, commento storico cur. D. Clementi, Roma 1991. La nuova ediz. approntata
dalla De Nava (di cui si veda anche Alessandro di Telese primo storiografo del Regnum Sicilie,
«Atti della Accademia Peloritana dei Pericolanti» 68, 1992, 123-129) ha tenuto ovviamen-
te conto dei capp. 6-10 del libro IV, fortunosamente trovati a Barcellona oltre un quaran-
tennio fa e pubblicati, per la prima volta, da D. CLEMENTI, Alexandri Telesini Ystoria sere-
nissimi Rogerii primi regis Sicilie, lib. IV, 6-10. Twelfth Century political Propaganda,
«Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e Archivio Muratoriano» 77,
1965, 105-126; cfr. A. MARONGIU, I capitoli ritrovati della Ystoria Serenissimi Rogerii di
Alessandro di Telese, in Atti del IV Congresso Storico Calabrese, Napoli 1969, 107-117. Sullo
scrittore e la sua opera esiste una buona bibliografia specifica: A. PAGANO, Alessandro di
Telese e la sua Historia de rebus gestis Rogerii Siciliae regis, in A. P., Studi di letteratura latina
medievale, Nicotera 1931, 134-176; E. PARATORE, Virgilio in Alessandro di Telese, in Studi
medievali in onore di Antonino De Stefano, Palermo 1956, 425-427; M. FUIANO, La fonda-
zione del “Regnum Siciliae” nella versione di Alessandro di Telese, «Papers of the British
School at Rome», 11, 1956, 65-77 (poi in M. F., Studi di storiografia medievale, Napoli
1960, 307-335); M. REICHENMILLER, Bisher unbekannte Traumerzählungen Alexanders von
Telese, «Deutsches Archiv» 19, 1963, 339-352; E. SIPIONE, Ipotesi sulla Vita di Ruggero II
dell’abate Alessandro di Telese, «Siculorum Gymnasium» 20, 1967, 227-285; OLDONI,
Realismo e dissidenza nella storiografia su Ruggero II: Falcone di Benevento e Alessandro di
Telese, in Società, potere e popolo nell’età di Ruggero II. Atti delle III Giornate Normanno-
Sveve (Bari, 23-25 maggio 1977), cur. G. Musca, Bari 1979, 259-283 (ripreso, col titolo
Difesa della libertà ed esegesi del potere nella storiografia su Ruggero II, «Vichiana» 8, 1979,
94-127); C. LAVARRA, Spazio, tempi e gesti nell’Ystoria Rogerii di Alessandro di Telese,
«Quaderni Medievali» 35, 1993, 79-100; E. D’ANGELO, L’immagine del mondo classico
nell’Ystoria Rogerii regis di Alessandro di Telese, ne Gli Umanesimi medievali. Atti del II
Congresso dell’Internationales Mittellateinerkomitee (Firenze, 11-15 settembre 1993), cur. C.
Leonardi, Firenze 1998, 77-84.
5 Anche del Chronicon Beneventanum di Falcone esiste un’edizione critica recente:

Falcone di Benevento, Chronicon Beneventanum. Città e feudi nell’Italia dei Normanni, cur.

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Salerno6 ad un poema epico in esametri di raffinata fattura classicheggian-


te (direi quasi “virgiliana”) quale i Gesta Roberti Wiscardi di Guglielmo il
Pugliese (su cui soprattutto ci intratterremo in questa sede), da un tratta-
to storiografico di robusta e meditata ideologia politica, ossia il Liber o
Historia de regno Sicilie di Ugo Falcando, alla epistolografia, con la Epistola
ad Petrum Panormitane ecclesie thesaurarium de calamitate Sicilie attribuita
allo stesso Falcando7, sia soprattutto per ciò che concerne la visione, il
punto di vista, l’immagine che dei Normanni conquistatori emergono, di
volta in volta, dai singoli testi e dai singoli autori8.

E. D’Angelo, Firenze 1998 (su cui, bene: F. DELLE DONNE, Coscienza urbana e storiografia
cittadina. A proposito del Chronicon di Falcone di Benevento, «Studi Storici» 40, 1999, 1127-
1141). Lo stesso D’Angelo ha fornito alcuni studi preparatori alla sua edizione: Studi sulla
tradizione del testo di Falcone di Beneventano, «Filologia Mediolatina» 1, 1994, 129-181;
Giuseppe Del Re’s “Critical” Edition of Falco of Benevento’s Chronicle, in Anglo-Norman
Studies. XVI, cur. M. Chibnall, Woodbridge 1994, 75-81; si vedano inoltre A. PAGANO, Di
Falcone Beneventano e della sua Cronaca, in A. P., Studi, 177-230; E. GERVASIO, Falcone
Beneventano e la sua Cronaca, «Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e
Archivio Muratoriano» 54, 1939, 1-129; G.A. LOUD, The Genesis and Context of the
Chronicle of Falco of Benevento, in Anglo-Norman Studies. XV, cur. M. Chibnall,
Woodbridge 1993, 177-193.
6 Buoni i profili delineati da VISCARDI, Le Origini, 131-133; e da BERTINI, Letteratura

latina medievale, 97-98; si vedano inoltre H. HOFFMANN, Hugo Falcandus und Romuald von
Salerno, «Deutsches Archiv» 23, 1967, 116-170 (in particolare 16-141); e D.J.A.
MATTHEW, The Chronicle of Romuald von Salerno, in The Writing of History in the Middle
Ages, cur. R.C.H. Davis - J.M. Wallace Hadrill, Oxford 1981, 239-274.
7 Hugonis Falcandi Liber de Regno Sicilie. Epistola ad Petrum Panormitane ecclesie the-

saurarium, ed. G.B. Siragusa, Roma 1897, 3-165 (Liber), 169-186 (Epistola). Si vedano: E.
BESTA, Il Liber de Regno Sicilie e la storia del diritto siculo, in Miscellanea di Archeologia,
Storia e Filologia dedicata al prof. A. Salinas nel XL anniversario del suo insegnamento,
Palermo 1907, 283-306; E. JAMISON, Admiral Eugenius of Sicily, his Life and Work and the
Authorship of the Epistola ad Petrum, and the Historia Hugonis Falcandi Siculi, London 1957,
177-191; FUIANO, Studi di storiografia medievale, 103-197; HOFFMANN, Hugo Falcandus und
Romuald von Salerno, 142-170; A. DE LELLIS, Il Liber de Regno Sicilie e la Epistola ad
Petrum del cosiddetto Ugo Falcando. Stato degli studi, «Archivio Storico Siciliano», 33, 1974
491-572; S. TRAMONTANA, Lettera a un tesoriere di Palermo sulla conquista sveva di Sicilia,
Palermo 1988; A. BISANTI, L’Epistola ad Petrum dello Pseudo-Falcando tra pubblicistica poli-
tica ed ars dictandi, «Bollettino del Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani» 16,
1990, 227-236; E. D’ANGELO, Intellettuali tra Normandia e Sicilia (per un identikit lettera-
rio del cosiddetto Ugo Falcando, in corso di stampa in Cultura cittadina e documentazione: for-
mazione e circolazione di modelli, cur. A.L. Trombetti Budriesi, Bologna, propone una
nuova teoria per quanto riguarda l’identificazione biografica del misterioso scrittore.
8 Cfr. M. CATALANO, La venuta dei Normanni in Sicilia nella poesia e nella leggenda,

Catania 1903; E. JORANSON, The Inception of the Career of the Normans in Italy. Legend and
History, «Speculum» 23, 1948, 353-396.

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Non tutti gli storici, cronisti e poeti che si sono occupati dell’argo-
mento hanno evidentemente palesato la medesima visione apertamente e
scopertamente filo-normanna degli avvenimenti e degli eventi mostrata da
un Amato di Montecassino o da un Goffredo Malaterra (si pensi, per
esempio, ad un Falcone di Benevento, che dipinge i Normanni a tinte
fosche e cupe, come belve sanguinarie e lussuriose)9, né tutti gli storici,
cronisti e poeti che, in un modo o nell’altro, hanno scritto sui Normanni
di Sicilia e dell’Italia meridionale, hanno trattato gli stessi argomenti
(Amato di Montecassino si è occupato prevalentemente dei fatti della
Campania; Guglielmo il Pugliese degli avvenimenti in Puglia e soprattut-
to delle figure di Roberto il Guiscardo e, in subordine, di suo fratello
Ruggero; Goffredo Malaterra della Sicilia, della Calabria e di Ruggero I;
Alessandro di Telese della figura di Ruggero II d’Altavilla; Falcone della
storia di Benevento nel più ampio contesto dell’Italia meridionale; Ugo
Falcando dell’epoca di Guglielmo I e della reggenza di Margherita di
Navarra), in una produzione storico-letteraria molto vasta e varia, i cui
prodromi possono essere individuati nelle più antiche fonti (spesso bizan-
tine, ma anche mediolatine)10 che ci hanno trasmesso notizie sulla fine
9 Cfr. BERTINI, Letteratura latina medievale, 96.
10 Accenni più o meno puntuali alla conclusione della dominazione musulmana e
bizantina nell’Italia meridionale e all’arrivo dei Normanni in quella zona del Mediterraneo
sono forniti da innumerevoli cronisti bizantini e mediolatini della fine dell’XI secolo: si
vedano, in generale, M. MATHIEU, La Sicile Normande dans la poésie byzantine, «Bollettino
del Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani» 2, 1954, 5-37; A. GUILLOU, Grecs
d’Italie du Sud et de Sicile au Moyen Age, «Mélanges d’Archéologie et d’Histoire» 85, 1963,
79-110; M. GALLINA, Il Mezzogiorno normanno-svevo visto da bisanzio, ne Il Mezzogiorno nor-
manno-svevo visto dall’Europa e dal mondo mediterraneo. Atti delle XIII Giornate normanno-
sveve (Bari, 21-24 ottobre 1997), cur. G. Musca, Bari 1999, 197-223; e soprattutto F.
BURGARELLA, I Normanni nella storiografia bizantina, in Miscellanea di Studi Storici
[Università della Calabria], Cosenza 1981, 103-122; F. BURGARELLA, Echi delle vicende nor-
manne nella storiografia bizantina dell’XI secolo, in Categorie linguistiche e concettuali della sto-
riografia bizantina. Atti della Quinta Giornata di studi bizantini (Napoli, 23-24 aprile 1998),
cur. U. Criscuolo - R. Maisano, Napoli 2000, 177-231; e S. CARUSO, Politica “gregoriana”,
latinizzazione della religiosità bizantina in Italia meridionale, isole di resistenza greca nel
Mezzogiorno d’Italia tra XI e XII secolo, in Cristianità d’Occidente e cristianità d’Oriente (seco-
li VI-XI), Spoleto 2004, I 463-541 (in particolare 464-470); S. CARUSO, La Sicilia nelle fonti
storiografiche bizantine (IX-XI sec.), in ?????????.?Studi in onore di Rosario Anastasi, II,
Napoli 1994, 41-87). Cecaumeno, che scrive il suo Strategikon fra il 1071 ed il 1078, allude
al progetto di Roberto il Guiscardo di invadere l’Italia del sud (cap. 173); Michele Psello
(anche lui prima del 1078), pur non menzionando esplicitamente i Normanni nella sua
Chronographia, riferisce della rivolta del generale Giorgio Maniace (VI 78); Michele
Attaliates, autore fra il 1079 ed il 1080 di una Historia, accusa il catepano Michele Dochiano
di aver procurato danni all’Impero Bizantino, brigando per togliere ad esso l’alleanza con

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delle dominazioni bizantina e musulmana nell’Italia meridionale e sulle


origini della conquista normanna.
Nell’analisi dei testi mediolatini in vario modo riguardanti la domina-
zione normanna in Italia meridionale e in Sicilia, è necessario, a mio avvi-
so, tentare di contemperare gli elementi precipuamente storiografici con
quelli spiccatamente e squisitamente letterari, senza perdere di vista, però,
caso per caso, le motivazioni di tipo ideologico e/o gli elementi di commit-
tenza o encomiastici sottesi a ciascuna opera (tenendo conto che sovente
ci troviamo di fronte ad una storiografia e ad una letteratura caratterizza-
te da una fortissima ed ineliminabile componente di “ufficialità”)11. Ci
troviamo di fronte, infatti, ad un frammento di storia letteraria del XII
secolo, troppo spesso considerato prevalentemente (o esclusivamente) per
il suo valore storiografico e che invece, ad una attenta considerazione dei
suoi elementi distintivi e peculiari, risulta notevolmente importante ed
apprezzabile anche dal punto di vista specificamente letterario12.

gli altri territori d’Italia (Michaelis Attaliotae Historia, ed. W. Prunet De Presle - I. Bekker,
Bonnae 1853, 9); Giovanni Skylitzes (che compone anch’egli una cronaca dell’Impero
Bizantino dopo il 1057) ci fornisce un quadro più dettagliato riguardo alle rivolte di Melo
(del 1011) e dei cinquecento mercenari (del 1041) contro Michele Dochiano in Sicilia (V.
VON FALKENHAUSEN, La dominazione bizantina nell’Italia meridionale dal IX all’XI secolo,
trad. ital. Bari 1978, 93; ediz. orig. 1967), soffermandosi anch’egli sulla ribellione di Giorgio
Maniace (Ioannis Scylitzae Synopsis Historiarum, ed. I. Thurn, Berolini et Novi Eboraci
1973, 398-399, 403, 405-406, 416-417, 425-426; cfr. BURGARELLA, Echi delle vicende nor-
manne, 179-181; J. SHEPARD, Byzantium’s Last Sicilian Expedition: Skylitzes’ Testimony,
«Rivista di Studi Bizantini e Neoellenici» 14-16, 1977/1979, 145-159; CARUSO, Politica
“gregoriana”, 467-468), mentre il suo anonimo Continuatore si occupa a più riprese della
figura di Roberto il Guiscardo (Ioannes Skylitzes Continuatus, ed. E.Th. Tsolakis,
Thessalonicae 1968, 167-170: ma si veda anche infra). Passando alla produzione in lingua
latina, altri riferimenti all’intricato e tormentato periodo concernente l’invasione dell’Italia
meridionale da parte dei Normanni possono leggersi nel Chronicon di Ademaro di
Chabannes (III 55), nelle Historiae di Rodolfo il Glabro (III 1,3), nella Chronica monasterii
Casinensis di Leone Marsicano (detto anche Leone Ostiense: Leonis Ostiensis Chronica
Monasterii Casinensis, ed. W. Wattenbach, MGH, SS VII, 551-884), in alcuni carmi di Alfano
da Salerno (assai vicino al principe salernitano Gisulfo II, che egli «accompagnò in missio-
ne a Costantinopoli, nell’estremo tentativo di stringere una valida alleanza con i Bizantini
contro i Normanni»: BERTINI, Letteratura latina medievale, 75) e soprattutto, già nel XII
secolo, nella Historia Ecclesiastica di Orderico Vitale (VII 11-30) e nel Chronicon di Roberto
di Torigny (The Chronicle of Robert of Torigny, ed. R. Howlett, London 1889, 115-116).
11 Sull’argomento: G. FERRAÙ, La storiografia come ufficialità, ne Lo spazio letterario

del Medioevo. I, Il Medioevo latino, cur. G. Cavallo - C. Leonardi - E. Menestò, III, La rice-
zione del testo, Roma 1995, 661-693.
12 Per uno studio su alcune caratteristiche linguistiche degli autori interessati, si veda

E. D’ANGELO, Subordinazione causale e subordinazione completivo-dichiarativa negli storio-

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Armando Bisanti

2.1. Nell’ambito di questo quadro vasto e variegato (di cui qui non si
sono tracciate altro che le coordinate essenziali, sia riguardo alla consi-
stenza dei testi sia in merito alla metodologia di approccio ad essi), la linea
evolutiva riguardante l’interpretazione ideologico-politica delle vicende
dei Normanni di Sicilia già proposta, per esempio, da un Goffredo
Malaterra (per il quale la cifra distintiva che ideologicamente connota la
sua visione dei Normanni – e di Ruggero I in particolare – è costituita
dalla garanzia reciproca esistente fra la strenuitas politico-militare da un
lato, con le sue ineliminabili appendici di ferocitas, calliditas e prudentia, e
la pietas religiosa dall’altro) trova nei Gesta Roberti Wiscardi di Guglielmo
il Pugliese la sua codificazione epico-retorica13.
I Gesta sono, infatti, l’unica opera in versi (2833 esametri14 suddivisi
in cinque libri, con un prologo ed un epilogo) all’interno di un panorama
che prevede e presenta esclusivamente opere in prosa (o tutt’al più, come
nel caso di Goffredo Malaterra, miste di prosa e versi). Guglielmo, nei cui
confronti la critica letteraria è sempre stata in genere assai benevola15, si
inserisce, con questo suo poema, in quel vasto ambito di poesia epico-sto-

grafi meridionali d’età normanna, in Classicità, Medioevo e Umanesimo. Studi in onore di


Salvatore Monti, cur. G. Germano, Napoli 1996, 325-346.
13 Guillaume de Pouille, La Geste de Robert Guiscard, ed. M. Mathieu, Palermo 1961.

Avverto che tutte le citazioni dal poema che ricorrono in questo lavoro sono tratte da que-
sta edizione. Fra le edizioni precedenti del poema, segnalo Guillielmi Apuliensis Rerum in
Italia ac Regno Neapolitano Normannicarum libri quinque, a Joanne Tiremaeo editi, Rouen
1582 (si tratta dell’editio princeps dell’opera); Guillielmi Apuliensis Rerum in Apulia,
Campania, Calabria et Sicilia Normannicarum libri quinque, ed. G.B. Caruso, Panormi 1723
(su queste due vetuste edizioni, si veda MATHIEU, in Guillaume de Pouille, 85-90; M.
MATHIEU, Le ms. 162 d’Avranches et l’édition princeps des Gesta Roberti Wiscardi,
«Byzantion» 24, 1954, 116 ss.); Guillermi Apuliensis Gesta Roberti Wiscardi, ed. R.
Wilmans, MGH, SS IX, Hannoverae 1851.
14 Per quanto riguarda le caratteristiche metrico-prosodiche del poema: R. LEOTTA,

L’esametro di Guglielmo il Pugliese, «Giornale Italiano di Filologia» 28, 1976, 292-299.


15 Si vedano: E. BOTTINI MASSA, Il poema di Guglielmo Pugliese sulle gesta dei

Normanni in Italia, Bologna 1889; A. PAGANO, Il poema Gesta Roberti Wiscardi di


Guglielmo Pugliese, Napoli 1909 (si tratta comunque, in questi due primi casi, di contribu-
ti molto invecchiati, anche se qua e là ancora utili); M. MATHIEU, Une source négligée de la
bataille de Mantzikert, les Gesta Roberti Wiscardi, «Byzantion» 20, 1950, 89-103; M.
FUIANO, Guglielmo di Puglia, storico di Roberto il Guiscardo, «Archivio Storico per le
Province Napolitane» 70, 1950/1951, 17-43; M. FUIANO, Studi di storiografia medievale,
10-102; OLDONI, Mentalità ed evoluzione, 162-166; F. TATEO, Le allocuzioni al potere pub-
blico, in Strumenti, tempi e luoghi di comunicazione nel Mezzogiorno normanno-svevo. Atti
delle undecime Giornate normanno-sveve (Bari, 26-29 ottobre 1993), a cur. G. Musca - V.
Sivo, Bari 1995, 153-165 (in particolare 153-160).

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rica (e fondamentalmente celebrativa ed encomiastica) che, dal tardoanti-


co In laudem Iustini di Corippo conduce, attraverso il cosiddetto Karolus
et Leo (o Aachener Karlsepos), il De gestis Hludowici imperatoris di Ermoldo
Nigello, il De bello Parisiacae urbis di Abbone di Saint-Germain, gli
Annales de gestis Karoli Magni del cosiddetto Poeta Saxo e gli anonimi
Gesta Berengarii imperatoris, alla ricca produzione di storie e cronache ver-
sificate (o, se si preferisce, poemetti epico-storici) che costituisce una delle
più ricorrenti tendenze della letteratura mediolatina durante il XII secolo
(e soprattutto in Italia: basti pensare alla Vita Mathildis di Donizone di
Canossa, al Carmen de victoria Pisanorum, al Liber Maiorichinus, ai Gesta
Friderici imperatoris in Lombardia e al più tardo Liber ad honorem Augusti
di Pietro da Eboli)16. Una produzione in versi, questa, che, ormai fatal-
mente spogliata delle caratteristiche “epiche” che avevano connotato i
poemi della latinità aurea ed argentea (dall’Eneide alla Pharsalia alla
Tebaide), trova nell’esercizio squisito della retorica e nella dimensione
encomiastico-celebrativa i suoi veri e propri punti di forza. Una dimensio-
ne alla quale non si sottrae (né vuole, né può sottrarsi) Guglielmo il
Pugliese, il cui poema è appunto rhetorice confectum, costruito cioè – come
già osservava Antonio Viscardi – «secondo la tecnica i cui canoni son fis-
sati dalla tradizione scolastica e dipendono dall’imitazione dell’epica clas-
sica, che già si riconosce nei grandi poemi narrativi dell’età carolina.
L’evoluzione ornata è tutta intessuta di reminiscenze classiche; l’esametro
è maneggiato con una certa sicurezza e assume espressioni non inelegan-
ti. Dagli antichi modelli […] derivano non solo il tono e la forma genera-
le, ma anche spunti e motivi concreti […]. Ma la cura dell’elocuzione
ornata, tutta intessuta di reminiscenze classiche, non impaccia Guglielmo
nella sua opera di storico diligente. I Gesta sono interessanti, oltre che per
la storia della cultura e degli studi classici nei secoli XI e XII, anche pro-
prio per il loro contenuto storico, per il loro valore di fonte, in quanto
offrono particolari importanti circa le prime vicende italiane degli avven-
turieri normanni e intorno alla gigantesca opera unificatrice di Roberto»17.

16 Per un adeguato inserimento del poema in quest’ambito: Guglielmo il Pugliese, Le

gesta di Roberto il Guiscardo, introd. di E. Castorina, testo, trad. ital. e note di R. Leotta,
Catania 1977, 5-17. Nell’evidente impossibilità di fornire una sia pur indicativa bibliogra-
fia su tutti i poemi mediolatini or ora menzionati, mi limito a rimandare, per una quadro
complessivo, a D. SCHALLER, La poesia epica, ne Lo spazio letterario del Medioevo. I. Il
Medioevo latino, I 2: La produzione del testo, Roma 1993, 9-42.
17 VISCARDI, Le Origini, 140.

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2.2. Prescindendo, in questa sede, dalla discussione dei molteplici e


complessi problemi relativi alla cronologia e, soprattutto, alla patria di
Guglielmo (era veramente nato in Puglia o piuttosto era francese e il suo
soprannome deriva dal fatto che la stragrande maggioranza delle vicende
raccontate nel suo poema si svolge in quella penisola italiana? e, se era
pugliese, era cittadino di Bari? o era invece nativo di Giovinazzo?)18,
intendo concentrare il mio interesse su alcune delle caratteristiche compo-
sitive, stilistiche e ideologiche dei Gesta Roberti Wiscardi.
Il poema, redatto su invito di papa Urbano II, celebra le imprese di
Roberto il Guiscardo e di suo figlio Ruggero Borsa, protettore di
Guglielmo e suo reale committente. Anche in questo caso, quindi, come
è già avvenuto per la cronaca di Goffredo Malaterra (che è stata invocata
tra le “fonti” dei Gesta)19, ci troviamo di fronte ad un’opera letteraria
direttamente voluta e richiesta dai centri del potere (un potere sempre più
forte ed ormai legittimamente costituito e riconosciuto), un’opera che
deve venire incontro ai desideri dei ceti dominanti ed orientare le scelte e
la mentalità del pubblico (o almeno di quella parte del pubblico che era in
grado di leggere e comprendere il latino) in una precisa direzione ideolo-
gica. La scelta di Guglielmo (non sappiamo fino a qual punto spontanea
o indotta dall’alto) di scrivere un testo in esametri di raffinata fattura com-
positiva acquista, quindi, un ben determinato valore, saldando gli elemen-
ti visibilmente “retorici” dell’espressione e dello stile a quelli scopertamen-
te “ideologici” del contenuto. In questo, Guglielmo è stato più volte acco-

18 Per la discussione di tali problemi rinvio a MATHIEU, in Guillaume de Pouille, 17-

25; M. MATHIEU, Sur la date des Gesta Roberti Wiscardi, in Mélanges Henri Grégoire [=
«Annuaire de l’Institut de Philologie et d’Histoire Orientales et Slaves» 11, 1951], 269-
282; e a CASTORINA, in Guglielmo il Pugliese, Le gesta di Roberto il Guiscardo, 11-12.
19 Sul problema delle fonti di Guglielmo, ha scritto OLDONI (Mentalità ed evoluzione,

163): «Chalandon, Wilmans, Hirsch, Mathieu, Déer hanno tutti inventato la fonte giusta di
Guglielmo. Così ci siamo trovati fra mano gli Annales Barenses, una Relatio sulla battaglia di
Civitate, la presunta Vita Roberti d’un Giovanni, arcidiacono barese, nonché la possibilità di
una discendenza comune dei Gesta Roberti e dell’Alexiades di Anna Comnena da un altro
testo perduto; e la lista potrebbe allungarsi ancora»: si vedano inoltre R. WILMANS, Über die
Quellen der Gesta Roberti Wiscardi des Guillermus Apuliensis, «Archiv der Gesellschaft für
älteste deutsche Geschichtskunde» 10, 1849, 87-121; F. CHALANDON, Histoire de la domi-
nation normande en Italie et en Sicile, Paris 1907, I 286-308 (dell’opera esiste ora una trad.
ital: F. CHALANDON, Storia della dominazione normanna in Italia ed in Sicilia, Napoli 1999-
2002, sulla cui imperfetta realizzazione vedi però la recensione di L. RUSSO, negli «Studi
Medievali» 47, 2006, 187-191); M. FUIANO, Una fonte dei Gesta Roberti Wiscardi di
Guglielmo di Puglia, la presunta opera di Giovanni arcidiacono, in Convivium. Raccolta nuova,
Torino 1950, 249-271; MATHIEU, in Guillaume de Pouille, 26-46.

94
COMPOSIZIONE STILE E TENDENZE DEI GESTA ROBERTI WISCARDI

stato al Virgilio dell’Eneide per l’utilizzo di iuncturae spesso affini20, per


quel gusto insistito per le similitudini che costituisce forse la più evidente
cifra compositiva dei Gesta e, non in ultimo, per la concezione, espressa
nel prologo e nell’epilogo, secondo la quale i principi normanni giunti in
Italia meridionale e in Sicilia possono essere considerati gli ideali eredi
degli antichi romani. Una concezione, questa, evidentemente fallace dal
punto di vista strettamente storico, ma oltremodo attiva ed operante dal
punto di vista ideologico e celebrativo. Così come Virgilio aveva rilegato
le origini della casa di Augusto al mito delle origini troiane21, allo stesso
modo, oltre un millennio dopo, Guglielmo il Pugliese collega i normanni
al mito degli antichi romani, configurandosi come un nuovo Virgilio, lad-
dove Ruggero Borsa e Urbano II rappresenterebbero, in questa sorta di
ideale analogia, nientemeno che le raffigurazioni, rispettivamente, di
Augusto e di Mecenate.

3.1. In tal senso, risulta fondamentale la lettura e l’analisi dei due


paratesti che corredano il poema, cioè il prologo e l’epilogo.
Leggiamo subito i tredici esametri che formano il prologo dei Gesta
Roberti Wiscardi:

Gesta ducum veterum veteres cecinere poetae;


Aggrediar vates novus edere gesta novorum.
Dicere fert animus, quo gens normannica ductu
Venerit Italiam, fuerit quae causa morandi,
Quosve secuta duces Latii sit adepta triumphum.
Parce tuo vati pro viribus alta canenti,

20 Il Manitius ha messo in evidenza i seguenti passi paralleli: Gesta II 29 Ditior his

Petrus consanguinitate propinquus ~ Aen. II 86 Illi me comitem et consanguinitate propin-


quom; Gesta II 232 Hoc trahit, hoc mandit, quod mandi posse negatur ~ Aen. IX 340 (Suadet
enim vesana fames) manditque trahitque; Gesta II 238 Transadigit costas absciso vertice; magna
~ Aen. XII 276 Transadigit costas fulvaque effundit harena; Gesta V 222 Fortis et ad casus
manet imperterritus omnes ~ Aen. X 770 Ovbius ire parat. Manet imperterritus ille: M.
MANITIUS, Geschichte der lateinischen Literatur des Mittalalters, III, München 1931, 662.
Altri loci similes virgiliani sono registrati nella introduzione e nel commento di MATHIEU,
in Guillaume de Pouille, 61-62, 261-337.
21 «Tutte le età hanno avuto i loro Troiani, ma sempre per ragioni diverse»: così G.

VINAY, Letteratura antica e letteratura latina altomedievale, ne La cultura antica nell’Occidente


latino dal VII all’XI secolo, Spoleto 1975, 511-540 (poi, col titolo Peccato che non leggesse-
ro Lucrezio, in G. V., Peccato che non leggessero Lucrezio, cur. C. Leonardi, Spoleto 1989,
435-458); cfr. anche B. LUISELLI, Il mito dell’origine troiana dei Galli, dei Franchi e degli
Scandinavi, «Romanobarbarica» 3, 1978, 89-121.

95
Armando Bisanti

Clara, Rogere, ducis Roberti dignaque proles,


Imperio cuius parere parata voluntas
Me facit audacem: quia vires quas labor artis
Ingeniumque negat, devotio pura ministrat.
Et patris Urbani reverenda petitio segnem
Esse vetat: quia plus timeo peccare negando
Tanti pontificis quam iussa benigna sequendo22.

Articolato secondo una scansione che risulta fortemente debitrice nei


confronti dei proemi della classicità e della latinità medievale23, il prologo
di Guglielmo il Pugliese esordisce mediante il consueto topos della novitas:
vv. 1-2 Gesta ducum veterum veteres cecinere poetae; / aggrediar vates novus
edere gesta novorum. I due esametri sono sapientemente bilanciati e ricchi
di volute corrispondenze terminologiche e lessicali, atte a far da “collan-
te” (se mi si passa il termine) fra il passato e il presente. I gesta … veterum
all’inizio del v. 1 sono in simmetria infatti coi gesta novorum alla fine del v.
2 (con un parallelismo che, in realtà, palesa anche una sorta di chiasmo
nascosto, in quanto l’espressione gesta … veterum che apre il v. 1 è “incro-
ciata” al gesta novorum che chiude il v. 2), così come ai veteres … vates del
v. 1 si collega il vates novus (lo stesso Guglielmo) del v. 2 (stavolta con un
chiasmo del tipo più regolare). Non solo, ma si osservi l’accurata facies
retorico-stilistica del distico in oggetto, marcata inoltre dai diptoti veterum
veteres e novus … novorum e dalla diffusa antitesi (che innerva i due versi
considerati) fra i veteres e i novi24. A questo breve esordio seguono la pro-

22 MATHIEU, in Guillaume de Pouille, 98. Il prologo dei Gesta può leggersi, con trad.

ital. a fronte, in Scritture e scrittori del secolo XII, cur. A. Viscardi - G. Vidossi, Torino 19772,
124-125; e in Guglielmo il Pugliese, Le gesta di Roberto il Guiscardo, 18-19. Per un’analisi
del testo in questione, si veda il recente contributo di M. LAULETTA, Allusioni intertestuali
nel Prologus dei Gesta Roberti Wiscardi di Guglielmo il Pugliese, «Annali dell’Istituto
Universitario Orientale di Napoli» 35, 2003, 179-183 (di cui tornerò a discorrere fra
breve).
23 Cfr. G. POLARA, Ricerche sul proemio nella poesia latina, «Rendiconti dell’Ac-

cademia di Archeologia, Lettere e Belle Arti di Napoli» 49, 1974, 135-153 (poi, col titolo
Precettistica retorica e tecnica poetica nei proemi della poesia latina, in G. P., Undici studi di
letteratura latina, Napoli 2000, 27-40).
24 LAULETTA, Allusioni intertestuali, 79-80, scrive giustamente che Guglielmo, «quasi

a segnalare l’attenta e “dosata” costruzione del passo», fa iniziare il suo prologo «con un
verso in cui si accumulano un omoteleuto, un poliptoto con conseguente allitterazione e
una disposizione chiastica dei termini (sostantivo-aggettivo / aggettivo-sostantivo) che, pur
spezzata dal verbo, coinvolge l’intera frase […]. L’inizio del poema, dunque, viene segna-
lato al lettore come momento di particolare tensione stilistica, ma si articola, anche, agli
occhi del più attento esegeta, in sintagmi ulteriormente significativi».

96
COMPOSIZIONE STILE E TENDENZE DEI GESTA ROBERTI WISCARDI

positio (vv. 3-5 Dicere fert animus, quo gens Normannica ductu / venerit
Italiam, fuerit quae causa morandi, / quosve secuta duces Latii sit adepta
triumphum) e l’invocatio, arricchita dalla consueta captatio benevolentiae
(vv. 6-9a Parce tuo vati pro viribus alta canenti, / clara, Rogere, ducis Roberti
dignaque proles, / imperio cuius parere parata voluntas / me facit audacem).
Anche in questo caso, al di là dell’evidente e smaccato proposito encomia-
stico e cortigiano professato dal poeta mediolatino, non si può non osser-
vare il raffinato ornatus che caratterizza il passo, dal ricorso alle reiterate
ed insistenti allitterazioni (v. 6 parce … vati pro viribus, a schema ABAB;
vv. 6-7 canenti, / clara, bimembre in chiusura ed apertura di esametro; v. 7
Rogere, ducis Roberti dignaque, anch’essa a schema ABAB) all’utilizzo
della paronomasia (v. 7 parere parata). Guglielmo, a questo punto, inseri-
sce un altro motivo topico dei proemi, quello della modestia delle proprie
capacità letterarie (vi aveva fatto ricorso, pur in maniera e con scopi diffe-
renti, anche Goffredo Malaterra)25, alla quale, però, sopperisce la forza
della propria devozione (vv. 9b-10 quia vires quas labor artis / ingeniumque
negat, devotio pura ministrat), chiudendo quindi il prologo con la conclusi-
va menzione del pontefice, cui non è possibile dire di no (vv. 11-13 Et
patris Urbani reverenda petitio segnem / esse vetat; quia plus timeo peccare
negando, / tanti pontificis quam iussa benigna sequendo).
Passando dall’impostazione retorico-stilistica complessiva all’indivi-
duazione delle relazioni intertestuali che è possibile enucleare all’interno
del prologo, occorre dire che già Marguerite Mathieu, in una nota all’in-
troduzione della sua edizione dei Gesta, pubblicata nell’ormai lontano
1961, aveva rilevato come il v. 3 (Dicere fert animus, quo gens Normannica
ductu) fosse vagamente ispirato a Lucano, Phars. I 67 («Fert animus cau-
sas tantarum expromere rerum») e ad Ovidio, met. I 1 («In nova fert ani-
mus mutatas dicere formas»), evidenziando altresì come il v. 8 (imperio
cuius parere parata voluntas) rivelasse alcuni spunti tratti da Virgilio, Aen.
IV 238 («Dixerat. Ille patris magni parere parabat»), ma senza approfon-
dire l’argomento e, soprattutto, senza trarre dall’individuazione di tali
somiglianze (più o meno condivisibili, come si può ben vedere) conclusio-

25 Nella praefatio Goffredo Malaterra, utilizzando il consueto e diffuso topos mode-

stiae, si scusa infatti di essere stato costretto ad adottare uno stile semplice e disadorno
(«plano et facili sermoni»), in maniera che i lettori possano comprendere ciò che egli dice.
Ma sul Prologo, anzi sui “due Prologhi” alla cronaca malaterrana si veda E. D’ANGELO, Un
“doppio” prologo al De rebus gesti Roberti et Rogerii di goffredo Malaterra?, in E. D’A.,
Storiografi e cronologi, 134-142.

97
Armando Bisanti

ni degne di nota26. Tale argomento è stato riaffrontato, in tempi recenti,


da Mario Lauletta, che ha fornito un breve, convincente contributo in tal
direzione. Lo studioso, effettuando una diligente lettura del prologo dei
Gesta, attenta, soprattutto, alla possibile identificazione delle relazioni
intertestuali, sintagmatiche e frastico-lessematiche fra il testo di
Guglielmo il Pugliese da una parte e gli auctores canonici dall’altra, ha in
primo luogo rilevato come la iunctura incipitaria del passo, Gesta ducum (v.
1), possa risultare assai probabilmente esemplata su Orazio, ars poet. 73-
74 («Res gestae regumque ducumque et tristia bella / quo scribi possent
numero, monstravit Homerus»): un parallelo, questo, abbastanza plausi-
bile, soprattutto se si tiene conto della costante fortuna e della notevole
influenza che l’Ars poetica oraziana ha esercitato durante tutto il
Medioevo27, anche se mi sembra che, in merito a tale parallelo, lo studio-
so abbia poi un po’ forzato la mano, affermando che «in questo caso spe-
cifico diventa ancor più significativo il riferimento ad Omero come inizia-
tore e maestro della celebrazione in versi delle “imprese di re e condottie-
ri”, ciò che, appunto, Guglielmo si accinge a fare»28. Riguardo all’utilizzo,
sempre nel v. 1 del prologo, del perfetto poetico cecinere, Lauletta ha
opportunamente messo in risalto come si tratti di un verbo «che gode […]
di una buona tradizione in contesti non proprio simili ma, in certo modo,
assimilabili»29, allegando, come esempi, Lucano, Phars. I 566 («cecinere
deos») e 581 («cecinere oracula manes»), Ovidio, trist. V 3,17 («At domi-
nae fati quicquid cecinere sorores») e 25-26 («Parcae / stamina bis genito
bis cecinere tibi») e Stazio, Theb. VI 383 («scis miser, et nostrae pridem
cecinere volucres»), passi, tutti, in cui il verbo cano ricorre in riferimento

26 MATHIEU, in Guillaume de Pouille, 61, nota 4. Sull’imitatio lucanea nei Gesta, cfr.

E. D’ANGELO, La Pharsalia nell’epica latina medievale, in Interpretare Lucano, cur. P.


Esposito - L. Nicastri, Napoli 1999, 381-453 (in particolare 406-408). Riguardo all’utiliz-
zazione degli auctores da parte di Guglielmo il Pugliese, già il Pagano, per es., aveva postu-
lato che il poeta non perseguisse, a tal proposito, una operazione cosciente e voluta, ma
seguisse, piuttosto, una tendenza diffusa nell’epica medievale, consistente nel banale e
meccanico riutilizzo di formule, iuncturae e stilemi propri dell’epica classica (PAGANO, Il
poema Gesta Roberti Wiscardi, 108-118), in ciò contrapponendosi a quanto, prima di lui,
aveva invece affermato il Ronca, per il quale le citazioni o le riprese dagli auctores nei Gesta
Roberti Wiscardi si configuravano come esempi di vera e propria imitatio, consapevole e
scaltrita (U. RONCA, Cultura medievale e poesia latina d’Italia nei secoli XI e XII. II,
Bibliografia e critica, Roma 1892, 403-409).
27 B. MUNK OLSEN, I classici nel canone scolastico altomedievale, Spoleto 1991, 29-50

e passim.
28 LAULETTA, Allusioni intertestuali, 180.
29 LAULETTA, Allusioni intertestuali, 180.

98
COMPOSIZIONE STILE E TENDENZE DEI GESTA ROBERTI WISCARDI

al canto profetico, rispettivamente, dei sacerdoti e dei Mani, delle Parche


e degli uccelli oracolari di Apollo. Si tratta, come si vede, di brani in cui,
però, non ricorre l’identità sintagmatica necessaria a postulare una diretta
e sicura dipendenza (diciamo pure la “prova provata”). Né in Lucano, né
in Ovidio, né in Stazio si ripresenta, infatti, la iunctura distintiva, cecinere
poetae, utilizzata da Guglielmo in chiusura del verso incipitario del suo
poema. Tale iunctura, però, è registrata invece, e per ben tre volte, in
«quello che, molto probabilmente, poteva essere uno dei modelli presup-
posti dai poeti classici appena citati, vale a dire Lucrezio»30. Nel De rerum
natura, infatti, cecinere poetae si legge, addirittura due volte su tre insieme
con veteres, in II 600 («Hanc veteres Graium docti cecinere poetae»), V
405 («scilicet ut veteres Graium cecinere poetae») e VI 754 («Graium ut
cecinere poetae»). Si tratta di concordanze singolari ed anche un po’ scon-
certanti (soprattutto per quanto attiene all’identità della posizione in clau-
sola esametrica, in Lucrezio e nel poeta mediolatino, di cecinere poetae),
ma che Guglielmo il Pugliese abbia potuto conoscere direttamente il
poema lucreziano (assolutamente ignoto durante tutto il Medioevo, fino
al XV secolo)31 è ipotesi, ovviamente, da scartare immediatamente (e
sarebbe anche fin troppo facile – ma metodologicamente scorretto – pen-
sare alla consultazione di qualche immaginario, fantomatico florilegio)32.
Più significativi, in direzione non soltanto intertestuale, ma più larga-
mente “allusiva” (anche dal punto di vista strettamente ideologico), si
configurano le riprese lessicali dagli auctores (e in principal modo da
Virgilio) che si possono individuare ai vv. 3-5 e 7 del prologo. Riguardo a
questo ultimo luogo, l’espressione clara dignaque proles, qui riferita a
Ruggero Borsa, figlio del Guiscardo, «sembra un montaggio attinto a due
tipologie diverse di sintagmi simili della poesia latina classica»33: clara pro-
les da Lucano, Phars. VIII 410 («Proles tam clara Metelli», riferito a
Cornelia, figlia di Quinto Metello Scipione) e da Ovidio, met. XII 189
(«Clara decore fuit proles Elateïa Caenis»: si tratta di Ceni, figlia di
Elato); e digna proles ancora da Lucano, Phars. VI 420 («Sextus erat,
Magno proles non digna parente», qui riferito a Sesto, figlio di Pompeo)
e da Ovidio, ex Pont. II 2,81-82 («Quem pia vobiscum proles comitavit

30 LAULETTA, Allusioni intertestuali, 181.


31 Su questo argomento: VINAY, Peccato che non leggessero Lucrezio, passim.
32 Di tale problema è consapevole anche LAULETTA, Allusioni intertestuali, 181, che

afferma giustamente che «la conoscenza del poeta latino nell’XI e nel XII secolo è cosa
assai labilmente attestata».
33 LAULETTA, Allusioni intertestuali, 182.

99
Armando Bisanti

euntem, / digna parente suo nominibusve datis», relativi a Druso e a


Germanico, figli dell’imperatore Tiberio)34. Non è però facile distinguere
«se si tratta di una tecnica originale e personalmente impostata, oppure
del riuso di una tipologia ormai fissa e, dunque, già nota e “pronta
all’uso”»35. Quanto ai vv. 3-5 (Dicere fert animus, quo gens Normannica
ductu / venerit Italiam, fuerit quae causa morandi, / quosve secuta duces Latii
sit adepta triumphum), essi rivelano una fitta trama di interrelazioni sintag-
matiche con l’esordio dell’Eneide, in particolare con alcuni stralci dei vv.
1-8 del libro I del poema virgiliano («Arma virumque cano, Troiae qui pri-
mus ab oris / Italiam fato profugus Laviniaque venit / litora […], / multa
quoque et bello passus, dum conderet urbem / inferretque deos Latio
[…], / Musa, mihi causas memora»). Occorre chiedersi, a questo punto,
se si tratti di una operazione coscientemente voluta e perseguita dal poeta
mediolatino. Io ritengo di sì e, più cautamente (usando infatti costante-
mente il modo condizionale), tale conclusione è avanzata anche da Mario
Lauletta il quale, a proposito di queste evidenti reminiscenze virgiliane, ha
affermato che «certamente l’effetto sarebbe quello di una allusione che
traspone le gesta degli eroi normanni nell’atmosfera della leggenda classi-
ca, ed assumerebbe un significato preciso la realizzazione di tale operazio-
ne proprio all’inizio del’opera, vale a dire nel luogo programmatico e sim-
bolicamente rappresentativo in rapporto all’intero poema anche dal punto
di vista, evidentemente, stilistico»36; per poi aggiungere, in chiusura della
propria disamina, che «il riuso di espressioni identiche o modificate rispet-
to all’originale può, certamente, essere la riattualizzazione di un patrimo-
nio tipologicamente fisso e, per così dire, “neutro” dal punto di vista della
connotazione stilistica e del riferimento contestuale ed intertestuale, ma
può anche risultare quale più significativa operazione di tessitura poetica
che conferisce al testo un valore connotativo che va oltre la semplice let-
tera del repertorio epico canonicamente tipologico»37.
3.2. La relazione fra l’autore e Virgilio, da una parte, e fra Ruggero
Borsa ed Ottaviano, dall’altra, risulta quindi, nel proemio dei Gesta, sì
significativa, anche se non esplicitamente dichiarata. Ricorrendo alla men-
zione del rapporto fra i veteres vates e il vates novus, Guglielmo dilaziona

34 Lauletta aggiunge anche la menzione di SIL. ITAL. Pun. XI 293; XII 346, ma, come

e più di quanto si è detto poco più sopra per Lucrezio, si tratta di paralleli improponibili,
ché la conoscenza di Silio Italico durante tutto il Medioevo è praticamente inesistente.
35 LAULETTA, Allusioni intertestuali, 182-183.
36 LAULETTA, Allusioni intertestuali, 182.
37 LAULETTA, Allusioni intertestuali, 183.

100
COMPOSIZIONE STILE E TENDENZE DEI GESTA ROBERTI WISCARDI

una concezione di filiazione ideale (ed ideologica) che percorre tutto il


suo poema e che troverà la sua chiara affermazione nel brevissimo epilo-
go. Nell’invocatio a Ruggero Borsa, il paratesto conclusivo mostra la sua
simmetria col paratesto incipitario dei Gesta, in una efficace
Ringkomposition che situa le innumerevoli vicende che si susseguono nel
corso dell’opera entro una cornice cerimoniale e cortigiana, più che pro-
priamente epica:

Nostra, Rogere, tibi cognoscis carmina scribi;


Mente tibi laeta studuit parere poeta:
Semper et auctores hilares meruere datores:
Tu, duce Romano dux dignior Octaviano,
Sis mihi, quaeso, boni spes, ut fuit ille Maroni38.

Ciò che immediatamente balza agli occhi del lettore attento soprat-
tutto ai fatti squisitamente tecnici e retorico-compositivi dei testi letterari
è non tanto la laus del potente da parte del poeta che ha concluso il suo
labor, quanto il fatto che, ormai giunto alla fine della sua fatica,
Guglielmo, che ha composto tutto il testo (ed anche il prologo) dei suoi
Gesta in esametri “classici” (a parte qualche rima, più o meno casuale),
opta, nei cinque versi di cui consta l’epilogo, per l’utilizzo dell’esametro
leonino39, come, forse, a voler conferire maggiore dignità alla sua materia
e a far sì che i versi terminali si scolpiscano meglio nella memoria di chi
legge (è noto infatti che la rima possiede una indubbia valenza mnemotec-
38 MATHIEU, in Guillaume de Pouille, 258. La chiusa del poema è cursoriamente

menzionata anche da D. COMPARETTI, Virgilio nel Medio Evo, cur. G. Pasquali, I, Firenze
19814, 182, nota 15; e da BERTINI, Letteratura latina medievale, 89.
39 Sull’esametro leonino (che, come è noto, deve probabilmente la propria denomi-

nazione al cursus leoninus, cioè allo stile epistolare di Leone Magno): De nuntio sagaci, cur.
G. Rossetti, in Commedie latine del XII e XIII secolo, II, Genova 1980, 11-125 (in partico-
lare 47-48). Definizioni ed esemplificazioni di versus leonini forniscono i trattatisti: EBER.
ALEM. Labor. 705-710 («sunt inventoris de nomine dicta Leonis / carmina, quae tali sunt
modulanda modo: / Pestis avaritiae durumque nefas simoniae / regnat in Ecclesia liberiore
via. / Permutant mores homines, cum dantur honores: / corde stat inflato pauper honore
dato»: E. FARAL, Les arts poétiques du XIIe et XIIIe siècle. Recherches et documents sur la tech-
nique littéraire du Moyen Age, Paris 1924, 362); PAUL. CAMALD. Introductiones de notitia ver-
sificandi 4,10 («Leonini dicuntur ad similitudinem leonis, qui totam fortitudinem et pulch-
ritudinem specialiter in pectore et in cauda videtur habere»: V. SIVO, Le Introductiones de
notitia versificandi di Paolo Camaldolese (testo inedito del secolo XII ex.), «Studi e Ricerche
dell’Istituto di Latino. Università degli Studi di Genova. Facoltà di Magistero» 3, 1982,
119-149, in particolare 147). E. D’ANGELO, Indagini sulla tecnica versificatoria nell’esame-
tro del Waltharius, Catania 1992, 44-51.

101
Armando Bisanti

nica), rimanendovi indelebilmente impressi. E la tanto attesa menzione di


Virgilio e di Augusto giunge, negli ultimi due versi, come una sphragís che
carica tutto il poema di una sua ideale valenza, come se si trattasse di un
ponte che, quasi azzerando un lunghissimo gap cronologico, sembra con-
giungere il I secolo a.C. con l’XI-XII dell’era cristiana (vv. 4-5 Tu, duce
Romano dux dignior Octaviano, / sis mihi, quaeso, boni spes, ut fuit ille
Maroni).
3.3. Eppure, malgrado tali affermazioni da parte dello stesso
Guglielmo, non tutti gli studiosi sono stati concordi nel rilevare la presen-
za virgiliana nei Gesta Roberti Wiscardi40. Mentre essa è stata messa in
risalto, per esempio, da Maria De Marco, da Ferruccio Bertini, da Dieter
Schaller e da Francesco Tateo41, altri, come il Pagano ed Emanuele Ca-
storina, si sono mostrati propensi a negarla o, comunque, a ridimensionar-
la drasticamente. Pagano, nella sua ormai invecchiata monografia, affer-
mava infatti che «Guglielmo Pugliese […], costretto dalla verità storica,
che di proposito non volle mai alterare, non si discostò da quel che real-
mente era accaduto, a cui aveva forse assistito, che forse gli era stato rife-
rito, non imitò Virgilio, perché non poteva, in quanto la materia del suo
poema era storica e quella di Virgilio tutta tradizionale, non imitò Lucano,
che con l’immaginazione potente aveva dato vita ai fatti per se stessi fred-
di e privi d’interesse poetico, ma cercò di narrare poeticamente quello che
realmente era accaduto»42. Più meditata (ma secondo me non del tutto
condivisibile) l’opinione di Emanuele Castorina, che ha affermato decisa-
mente che «come tutta la struttura del poema, poco ha di virgiliano lo spi-
rito poetico di Guglielmo, che è tipicamente medioevale, direi medioeva-
le del XII secolo. I suoi versi sono scorrevoli e sonori come quelli
dell’Eneide, ed anche più rigorosi nel rispetto delle regole metriche e pro-
sodiche: ma lo spirito è un altro. Direi che nei versi dell’Eneide vibra sem-
pre l’umanità dell’uomo, in quelli di Guglielmo l’umanità (ivi compresa la
ferocia!) del soldato»43. Molto più convincente, invece, risulta quanto ha
osservato Mario Lauletta in conclusione del suo più volte ricordato con-

40 Si veda J.-Y. TILLIETTE, Insula me genuit. L’influence de l’Énéide sur l’épopée latine du
e
XII siècle, in Lectures médièvales de Vergile. Actes du Colloque organisé par l’École Française
de Rome (Rome, 25-28 octobre 1982), Rome 1985, 121-142 (in particolare 131-139).
41 Cfr. M. DE MARCO, Epos e ritmi dell’età comunale, Bari 1983, 381-382; BERTINI,

Letteratura latina medievale in Italia, 89; SCHALLER, La poesia epica, 30; TATEO, Le allocu-
zioni al potere pubblico, 153-154.
42 PAGANO, Il poema Gesta Roberti Wiscardi, 67.
43 CASTORINA, in Guglielmo il Pugliese, Le gesta di Roberto il Guiscardo, 14.

102
COMPOSIZIONE STILE E TENDENZE DEI GESTA ROBERTI WISCARDI

tributo, affermando che quella esperita da Guglielmo nella composizione


del suo prologo è «un’operazione stilistica individuale ed originale, in con-
siderazione della quale converrebbe indagare ulteriormente tra le pagine
del poema alla ricerca di altre operazioni simili che consentirebbero di
tracciare un quadro più ampio e corretto della personalità artistica del
cantore dell’eroe normanno e della sua gente»44.
Si tratta, come ognun vede, di una questione assai spinosa, che investe
non soltanto l’aspetto compositivo dei Gesta, ma anche quello culturale e
ideologico45. E, in tal direzione, occorre indugiare sui modi e sulle tecniche
di presentazione del protagonista di esso, Roberto il Guiscardo46, da parte
del poeta mediolatino, alla luce dell’analisi di alcuni episodi campione.

4.1. Innanzitutto, occorre rilevare come della figura del Guiscardo si


fossero già occupati, prima di Guglielmo il Pugliese, storici e cronisti
bizantini e mediolatini, offrendo, del condottiero e poi duca normanno,
interpretazioni in genere unilaterali e proponendone, sovente, un’immagi-
ne, per dir così, a senso unico. L’anonimo Continuatore dello Skylitzes,
per esempio, fornisce una rappresentazione fortemente e decisamente
negativa del Guiscardo, quella, cioè, di un “ladro” e di un “brigante” che
depreda e distrugge tutta l’Italia meridionale, imponendo tasse, tributi e
balzelli odiosi alla popolazione, servendosi di sistemi barbari e crudeli per
ottenere obbedienza (vien detto, per esempio, che egli facesse tagliare
mani e piedi ai suoi prigionieri), ergendosi come duca e padrone indiscus-
so di un territorio strappato con la forza e con l’astuzia ai suoi legittimi
possessori, cioè all’Impero dei Romani47. Come ha infatti rilevato Filippo

44 LAULETTA, Allusioni intertestuali, 183.


45 È comunque mia intenzione tornare nuovamente, in futuro, al poema di
Guglielmo il Pugliese, per analizzarne più ampiamente, alla luce del rapporto con Virgilio
(e con gli auctores in generale e gli altri poeti mediolatini) le componenti narrative e des-
crittive, che sì larga parte occupano nell’opera.
46 Sulla figura del Guiscardo, in generale, si vedano i contributi raccolti in Roberto il

Guiscardo e il suo tempo. Relazioni e comunicazioni delle Prime Giornate normanno-Sveve


(Bari, maggio 1973), Roma 1975; e in Roberto il Guiscardo tra Europa, Oriente e
Mezzogiorno, cur. C.D. Fonseca, Galatina 1990. Si aggiungano inoltre S. TRAMONTANA,
Roberto il Guiscardo e il suo tempo, ne La monarchia normanna e sveva. Storia d’Italia, III,
Torino 1983, 481-511; R. BÜNEMANN, L’assedio di Bari, 1068-1071. Una difficile vittoria per
Roberto il Guiscardo, «Quaderni Medievali» 27, 1989, 39-66; R. BÜNEMANN, Robert
Guiskard. Ein Normanne erobert Süd Italien, Düsseldorf 1997.
47 Ioannes Skylitzes Continuatus, 167-170; per un ampio ed esauriente esame riguar-

dante le notizie fornite dall’Anonimo sui Normanni in Italia meridionale e in Sicilia:


BURGARELLA, Echi delle vicende normanne, 182-205, 209-211, 214-221.

103
Armando Bisanti

Burgarella, il Continuatore di Skylitzes «era interessato piuttosto al bri-


gantesco esordio del futuro duca, presentato appunto nei panni stereotipi
dell’avventuriero ardimentoso, inesorabile e fortunato. Sicché attingeva al
repertorio delle efferatezze abitualmente ascritte al Guiscardo e ai nefan-
dissimi Normanni tanto in Italia quanto a Bisanzio»48. Siamo ancora ben
lontani, quindi, da quella visione provvidenzialistica di Roberto il
Guiscardo che verrà evidenziata sia da Amato di Montecassino sia, soprat-
tutto, proprio da Guglielmo il Pugliese e che, in un modo o nell’altro, per-
verrà fino a Dante il quale, come è noto, porrà il duca normanno in
Paradiso, nel cielo di Marte, fra gli spiriti militanti per la fede, insieme al
trisavolo Cacciaguida49. Ma già Orderico Vitale nella Historia Ecclesiastica
e Roberto di Torigny nel Chronicon, come poi anche Stefano di Rouen nel
Draco Normannicus (poema storico-leggendario in distici elegiaci)50, aveva-
no evidenziato una prospettiva storiografica palesemente positiva riguardo
alla figura del Guiscardo, che veniva da loro considerato una sorta di “cro-
ciato” ante litteram51, addirittura, per Stefano di Rouen, da porre, per i
suoi meriti indiscussi, ben al di sopra dello stesso Guglielmo il
Conquistatore e di Rollone. Indimenticabile, poi (ma storicamente inatten-
dibile), è il ritratto del Guiscardo propostoci da Amato da Montecassino.
Come una sorta di san Francesco ante litteram, il condottiero normanno
vive in stato di perenne povertà («povreté est de la cose de vivre»), senza
mai tenere un soldo nella borsa («li fallirent les deniers à la bourse») e,
quando ha bisogno di bere, si disseta all’acqua di una pura fontana («et lo
boire de cestui Robert estoit l’aigue de la pure fontainne»)52.
4.2. Già l’iniziale apparizione del protagonista, nel secondo libro del
poema (nel primo, infatti, Guglielmo narra le vicende che vanno dalla
prima invasione normanna alla morte di Maniace), è sensibilmente marca-

48 BURGARELLA, Echi delle vicende normanne, 205; anche E. CUOZZO, “Quei maledet-

ti Normanni”. Cavalieri e organizzazione militare nel Mezzogiorno normanno, Napoli 1989,


17-25.
49 Dante, Par. XVIII 48; cfr. F. GIUNTA, Dante e i Sovrani di Sicilia, «Bollettino del

Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani» 10, 1966, 5-21; B. PAGNIN, Roberto
(Ruberto) Guiscardo, sub voce, in Enciclopedia Dantesca, IV, Roma 1973, 1006-1007.
50 Stefano di Rouen, Draco Normannicus I 317-324 (Le Dragon le Normand et autres

poèmes d’Etienne de Rouen, ed. M.H. Omont, Rouen 1884).


51 Si vedano: Anna Comnena, La precrociata di Roberto il Guiscardo. Pagine

dall’Alessiade, ed. S. Impellizzeri, Bari 1965; M. GALLINA, La “precrociata” di Roberto il


Guiscardo: un’ambigua definizione, ne Il Mezzogiorno normanno-svevo e le Crociate. Atti delle
XIV Giornate normanno-sveve (Bari, 17-20 ottobre 2000), cur. G. Musca, Bari 2002, 29-47.
52 Amato di Montecassino, 121-122.

104
COMPOSIZIONE STILE E TENDENZE DEI GESTA ROBERTI WISCARDI

ta da una laudatio del personaggio, nella quale, attraverso il ricorso ad alcu-


ni procedimenti fra i più vulgati e canonici della retorica classica e medie-
vale, il poeta insiste sulle caratteristiche che contrassegneranno distintiva-
mente la figura di Roberto il Guiscardo fino al termine dell’opera.
Proponendo una breve rassegna dei principali capi normanni
(Umfredo d’Altavilla, fratello di Roberto; Riccardo, conte di Aversa;
appunto Roberto il Guiscardo; Pietro di Trani e Gualtiero di Civitate, figli
di Amico; Rodolfo di Boviano), Guglielmo il Pugliese ci presenta infatti il
Guiscardo come colui che, avendo seguito i fratelli più anziani, li supera
per coraggio e per valore (II 126-128 Paulisperque suos fratres erat ante secu-
tus / Robertus, qui magnanima virtute priores / transcendit fratres: hic bello
interfuit illi)53. Siamo nel 1053, alla vigilia della grande battaglia di
Civitate (di cui si tornerà a discorrere fra breve) e il poeta mediolatino,
che per gli altri condottieri normanni si accontenta soltanto dell’indicazio-
ne del nome, tutt’al più accompagnata da una sintetica qualifica (II 123
Unfredus procerum de Francigenarum; 124b-125 Richardus / Aversa paulo
ante comes delectus in urbe; 131b-132a Petrus et Galterus Amici / insigni
soboles) e palesando una visibile propensione per quella cumulatio nomi-
num che è spesso distintiva della poesia mediolatina (pur senza giungere
alla coniazione di veri e propri versi olonomastici)54, indugia sul sopran-
nome del suo protagonista, il “Guiscardo”, che, attraverso un canonico
procedimento di interpretatio nominis55, viene collegato alla calliditas,
53 MATHIEU, in Guillaume de Pouille, 138 (anche per le successive citazioni).
54 Guill. Apul. Gesta Roberti Wiscardi II 132b-133 Aureolanus, Ubertus / Muscaque
Rainaldus, comes Hugo, comesque Girardus. Per il concetto di verso olonomastico (ed anche
per la coniazione di tale neologismo, ormai stabilmente entrato nell’uso): R. LEOTTA,
Un’eco di Venanzio Fortunato in Dante, «Giornale Italiano di Filologia» 36, 1984, 121-24
(a 123, nota 11, lo studioso raccoglieva un nutrita elenco di versi olonomastici nella lette-
ratura latina tardoantica e medievale, da Prudenzio a Draconzio, da Sidonio Apollinare a
Corippo, da Alcuino a Teodulfo d’Orléans, da Rabano Mauro ad Abbone di Saint-
Germain-des-Prés a Balderico di Bougueil). La tecnica è tipica, per es., anche di Venanzio
Fortunato: Ven. Fort. Vita sancti Martini II 77-78; III 497; carm. III 9,23; IV 26,125; VI
1,112; VI 5,219; VI 8,14; VII 2,1; VII 4,15; VII 12,25; VII 17,12; X 2,7. Ai cataloghi pro-
posti da Leotta possono farsi innumerevoli aggiunte (già da me avanzate in parte nella mia
Nota a Bernardo di Morlas, De contemptu mundi II 552, «Studi Medievali» 38, 1997, 837-
44, in particolare 844, nota 29). Aggiungo ancora che innumerevoli versi olonomastici
compaiono (talvolta addirittura in serie molto ampie, quasi “a grappoli”) nel Karolellus:
cfr., per es. Karol. I 159-160, 162-163, 165-169, 171-172 (nomi di città spagnole: in
Karolellus atque Pseudo-Turpini Historia Karoli Magni et Rotholandi, ed. P.G. Schmidt,
Stuttgart 1996, 19-21).
55 Guglielmo ricorre altre volte all’interpretatio nominis all’interno del suo poema. Il

passo più significativo, in tal direzione, è quello relativo alla spiegazione del nome dei

105
Armando Bisanti

all’astuzia, onde il condottiero normanno possiede, insieme, le doti di di


Cicerone e di Ulisse, anzi li supera entrambi (II 129-130 Cognomen
Guiscardus erat, quia calliditatis / non Cicero tantae fuit aut versutus
Ulixes)56. In effetti, per quanto ne sappiamo, Roberto fu, per la sua furbi-
zia, soprannominato il “Guiscardo” (cioè l’“astuto”, dall’antico francese
guiscart)57 dal suo cognato Gerardo (alla luce di quanto ci attestano Amato
di Montecassino e Leone Ostiense)58 oppure da Umfredo (secondo la
testimonianza di Robert de Torigny)59.
Questa della calliditas del Guiscardo è una nota caratteristica e ricor-
rente nel poema, anzi, insieme alla strenuitas, alla ferocitas, alla fortitudo,
essa è la qualifica che contrassegna con maggiore frequenza ed incisività
la figura del protagonista dei Gesta. In questo (ma senza che sia per forza
necessario postulare una diretta dipendenza), Guglielmo il Pugliese si

Normanni, in Gesta Roberti Wiscardi I 6-10 Hos quando ventus, quem lingua soli genialis /
Nort vocat, advexit boreas regionis ad oras / a qua digressi fines petiere latinos, / et man est apud
hos, homo quod perhibetur apud nos, / Normanni dicuntur, id est homines boreales (MATHIEU,
in Guillaume de Pouille, 98; si veda anche il commento al passo a 261). Sull’interpretatio
nominis nella tradizione letteraria classica e medievale, si leggano, per un primo approccio:
FARAL, Les arts poétiques, 66-68; E.R. CURTIUS, Letteratura europea e Medioevo latino, trad.
ital., Firenze 1992, 553-559; A. SCHIAFFINI, Tradizione e poesia nella prosa d’arte italiana
dalla latinità medievale a Giovanni Boccaccio, Roma 19432, 63-70; G. PETRONE, La funzio-
ne dei nomi dei personaggi nella commedia plautina e nella tragedia senecana, in Seneca e lo
spettacolo nell’antichità. Atti del Convegno di studio, cur. L. De Finis, Trento 1988, 233-252;
G. PETRONE,“Nomen/omen”: poetica e funzione dei nomi (Plauto, Seneca, Petronio),
«Materiali e Discussioni per l’Analisi dei Testi Classici» 20-21, 1988, 33-70. In questi ulti-
mi anni, io stesso mi sono occupato della questione in tre contributi: L’interpretatio nomi-
nis nella tradizione classico-medievale e nel Babio, «Filologia Mediolatina» 10, 2003, 127-
218; Metafore, tòpoi, procedimenti retorici e motivi novellistici in alcune commedie mediolati-
ne, «Studi Medievali» 45 2004, 1-78; L’interpretatio nominis nel Geta, nell’Aulularia,
nell’Alda e nella Lidia (e in altre commedie elegiache), «Maia» 59, 2007, 83-149.
56 Interessante, al v. 129, la clausola calliditatis, pentasillabica e, quindi, abbastanza

rara nel poema, anche se non del tutto isolata: LEOTTA, L’esametro di Guglielmo il Pugliese,
294, ha calcolato che le clausole pentasillabiche, nei Gesta Roberti Wiscardi, assommano al
5,6% del totale (rispetto al 3,7% delle quadrisillabiche ma, soprattutto, rispetto al 47,8% e
al 42,3% delle bisillabiche e delle trisillabiche). Superfluo insistere, al v. 130, sulla qualifi-
ca di Ulisse come versutus, epiteto classico già applicato all’eroe di Itaca fin dal celebre inci-
pit dell’Odusia di Livio Andronico («Virum mihi, Camena, insece versutum»).
57 W. MEYER-LÜBKE, Romanisches Etymologisches Wörterbuch, Heidelberg 1924, 730;

F. GODEFROY, Dictionnaire de l’ancienne langue française, Paris 1882-1902, sub voce;


Guillielmi Apuliensis Rerum in Italia ac Regno Neapolitano Normannicarum libri quinque,
10-11; MATHIEU, in MATHIEU, in Guillaume de Pouille, 281-282.
58 Amato di Montecassino, III 11; Leon. Ost. chron. III 15.
59 Robert de Torigny, chron., ad ann. 1129.

106
COMPOSIZIONE STILE E TENDENZE DEI GESTA ROBERTI WISCARDI

mostra perfettamente in linea con quanto, prima di lui, aveva rilevato


Goffredo Malaterra a proposito di Ruggero I, costantemente presentato,
dal monaco normanno, non soltanto come ferox e prudens (e fortunatus),
ma anche come detentore di un’altra ineliminabile virtus, appunto la calli-
ditas (così che al leone si unisce la volpe, in un’immagine dicotomica che,
in ambito di trattatistica storico-politica, arriverà almeno fino a
Machiavelli).
4.3. Durante la battaglia di Civitate (che ebbe luogo in Capitanata il
17 o il 18 giugno 1053)60, descritta dal poeta nel secondo libro, Umfredo
d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo, si trova, ad un certo punto,
pericolosamente stretto dai nemici (II 210-212a Unfredi contra non segnis
ad arma Suevi / bella parant aciem; telis prius eminus illos / appetit Unfredus,
telis hostilibus ipse / rursus et appetitur)61. Vedendo il fratello a mal partito,
Roberto dà pieno sfogo al proprio furor e alla propria strenuitas, interve-
nendo coraggiosamente nella mischia con l’aiuto del conte Gerardo (forse
Gerardo di Buonalbergo, nipote della moglie)62 e delle schiere calabre a
lui soggette e obbedienti (II 216-221 Postquam Robertus fratri tam conspi-
cit hostes / acriter instantes, et ei nullatenus ullo / cadere velle modo, comitis
comitante Girardi / praeditus auxilio, Calabrisque sequentibus illum, / quos
conducendi fuerat sibi tradita cura, / irruit audacter medios animosus in
hostes). Il poeta si sofferma ad esaltare le gesta di valore e di furore com-
piute dal suo protagonista in questo frangente, secondo moduli (almeno
in questo caso) spiccatamente epicheggianti, marcati, dal punto di vista
stilistico-espressivo, dal ricorso alla paratassi, al parallelismo e all’enjam-
bement. Roberto uno ne trafigge con la lancia, altri ne decapita con la
spada, assestando e vibrando furenti colpi per ogni dove, impugnando il
ferro con entrambe le mani e senza lasciare che alcuna mazzata cada a
vuoto; sbalzato per tre volte da cavallo, per tre volte riesce nuovamente a
montarvi su e a riprendere il combattimento63, sempre più infiammato

60 Sulla data precisa della battaglia non vi è accordo fra gli storici: M. FUIANO, La bat-

taglia di Civitate (1053), «Archivio Storico Pugliese» 2, 1949, 124-133; CARUSO, Politica
“gregoriana”, 504, nota 153 (ove è indicata la bibliografia di riferimento).
61 MATHIEU, in Guillaume de Pouille, 142-144 (anche per le successive citazioni).
62 LEOTTA, in Guglielmo il Pugliese, Le gesta di Roberto il Guiscardo, 72.
63 La MATHIEU (in Guillaume de Pouille, 145 nota 2) rileva giustamente trattarsi di

un topos epico, che si può trovare applicato a Guglielmo il Conquistatore nella narrazione
della battaglia di Hastings in Guill. Pict. Hist. Guill. II 18: «equi tres ceciderunt sub eo
confossi. Ter ille desiluit intrepidus, nec diu mors vectoris inulta remansit» (ed. R.
Foreville, Paris 1952, 198). Le cadute e le risalite da e a cavallo sono, d’altra parte, tipiche
delle chansons de geste oitaniche: J. RYCHNER, La Chanson de geste. Essai sur l’art épique des

107
Armando Bisanti

dall’ira (II 222-227 Cuspide perforat hos, gladio detruncat et illos, / et validis
manibus horrendos incutit ictus; / pugnat utraque manu, nec lancea cassa, nec
ensis / cassus erat, quocumque manum deducere vellet. / Ter deiectus equo, ter
viribus ipse resumptis, / maior in arma redit; stimulos furor ipse ministrat). A
questo punto, secondo una tecnica a lui congeniale e frequentemente
ricorrente nel poema, Guglielmo introduce una similitudine (II 228-235a
Ut leo, cum frendens animalia forte minora / acriter invadit, si quid reperire
quod obstet / coeperit, insanit, magis et maioribus ira / accensa stimulat; nil
iam dimittit inultum; / hoc trahit, hoc mandit, quod mandi posse negatur / dis-
sipat, affligens pecus exitialiter omne: / taliter obstantes diversa caede Suevos /
caedere non cessat Robertus) evidentemente ispirata (come già da gran
tempo e da più parti è stato rilevato)64 a Virgilio (Aen. IX 339-341
«Inpastus ceu plena leo per ovilia turbans / (suadet enim vaesana fames)
manditque trahitque / molle pecus mutumque metu, fremit ore cruen-
to»)65, anche se occorre dire che il poeta mediolatino, secondo un modu-
lo di imitatio tipico degli autori medievali di poemi epico-storici (e soprat-
tutto nelle similitudini), tende ad una notevole amplificatio del modello
virgiliano, diluendo un po’ troppo la mirabile concisione dell’originale66.
Ma la descrizione degli atti di valore compiuti da Roberto non è certo
terminata. Con una insistenza per i particolari della strage che, in alcuni
tratti, rasenta apertamente il macabro, e riprendendo (dopo la parentesi
rappresentata dalla similitudine col leone) una condotta descrittiva forte-
mente contrassegnata dai parallelismi, Guglielmo si sofferma sul fatto che

jongleurs, Genève-Lille 1955 (il cap. 5, in trad. ital. e col titolo I mezzi d’espressione nelle can-
zoni di gesta: i motivi e le formule, è stato ripubblicato ne L’epica, cur. A. Limentani - M.
Infurna, Bologna 1986, 235-266).
64 Si vedano: RONCA, Cultura medievale e poesia latina d’Italia, 402-409;

PAGANO, Il poema Gesta Roberti Wiscardi, 110-116; CASTORINA, in Guglielmo il Pugliese,


Le gesta di Roberto il Guiscardo, 8-10; OLDONI, Mentalità ed evoluzione, 163-164.
65 Ci si riferisce, come è noto, a Niso che fa strage dei nemici addormentati. Oltre a

questa, nell’Eneide ricorrono ben altre quattro similitudini guerriero-leone (tributarie,


ovviamente, dell’exemplum omerico), tre delle quali riferite a Turno (IX 792-798; X 454-
456; XII 4-9), una a Mezenzio (X 723-729): S. ROCCA, leone, sub voce, in Enciclopedia
Virgiliana, III, 179-180; W.W. BRIGGS, similitudini, sub voce, in Enciclopedia Virgiliana IV,
Roma 1988, 868-870; A. LA PENNA, Il potere, il destino, gli eroi. Introduzione all’Eneide, in
Virgilio, Eneide, intr. di A. La Penna, trad. ital. e note di R. Scarcia, I, Milano 2002, 5-222
(in particolare, 174-190).
66 Questa caratteristica ricorre, fra l’altro, nelle similitudini inserite nel Carmen in

honorem Hludowici di Ermoldo Nigello: M. DONNINI, L’ars narrandi nel Carmen in honore
Hludowici di Ermoldo Nigello, «Studi Medievali» 47, 2006, 111-176 (in particolare 134-
135, 138-140, 144-146).

108
COMPOSIZIONE STILE E TENDENZE DEI GESTA ROBERTI WISCARDI

il suo eroe trancia il piede ad uno, ad altri mozza le mani, ad uno sfracel-
la il capo e tutto il corpo, ad un altro fa a pezzi il ventre, ad uno trapassa
le costole, ad un altro tronca di netto il capo, aggiungendo addirittura (con
una connotazione volutamente iperbolica)67 che egli, tagliando ed ampu-
tando a destra e a manca, come un novello Procuste, riesce a rendere i
corpi dei nemici tutti di eguali dimensioni (II 235b-239 et hos pede truncat,
/ et manibus quosdam; caput huic cum corpore caedit; / illius ventrem cum pec-
tore dissecat, huius / transadigit costas absciso vertice; magna / corpora corpo-
ribus truncata minoribus aequat) e concludendo, significativamente, con la
considerazione che nessuno in questa battaglia, né fra i vinti né fra i vin-
citori, si era distinto per forza e potenza di colpi come Roberto (II 242-
243 Nullus in hoc bello, sicut post bella probatum est, / victor vel victus tam
magnos edidit ictus).
4.4. Strenuus e ferox, Roberto è però, per il poeta mediolatino (come
d’altra parte, prima di lui, era stato per Amato di Montecassino), l’uomo
della Provvidenza, l’uomo su cui la Provvidenza divina ha impresso il suo
indelebile stampo. Vi è un episodio abbastanza noto, con il quale si conclu-
de il libro secondo dei Gesta, che risulta particolarmente significativo ed
indicativo di questa visione dell’eroe da parte del suo poeta, quello, cioè,
relativo al tentato omicidio del duca (Gesta II 543-573)68. Non solo, ma,
poiché tale episodio è narrato anche da Goffredo Malaterra, è possibile
effettuare un breve confronto tra i due scrittori, per meglio rilevare le dif-
ferenze intercorrenti fra di essi, non solo a livello di tecnica narrativa e/o di
particolari compositivi, ma anche a livello di ideologia e di mentalità69.
Stefano Paterano, governatore di Bari in qualità di vicario imperia-
le70, viene presentato dal poeta come uomo probo e generoso, degno di
lode in ogni sua azione (II 545 vir probus et largus, studio laudabilis omni),
tranne che per il fatto che si macchiò del tentativo di eliminare il duca.

67 Cfr. MATHIEU, in Guillaume de Pouille, 54. L’“iperbole del colpo” (o “colpo iper-

bolico”) è una delle distintive costanti della poesia epica, antica e medievale. Nell’ambito
della produzione epica mediolatina essa ricorre a più riprese, fra l’altro, nel Waltharius (A.
BISANTI, Il Waltharius fra tradizioni classiche e suggestioni germaniche, «Pan» 20, 2002, 175-
204, in particolare 198). Per la poesia cavalleresca, e principalmente per il poema del Pulci,
tale motivo è stato studiato in modo molto approfondito da R. ANKLI, Morgante iperboli-
co. L’iperbole nel Morgante di Luigi Pulci, Firenze 1993, 233-354.
68 MATHIEU, in Guillaume de Pouille, 162. Esso può leggersi, con trad. ital. a fronte,

anche in Scritture e scrittori del secolo XII, 128-130.


69 Un breve confronto fra i due episodi è svolto da OLDONI, Mentalità ed evoluzione, 172.
70 Stefano Paterano (o Patriano) fu catepano a Bari nel 1069, ivi mandato insieme al

nuovo catepano Avartutele: Anon. Bar. ad ann. 1069: «venit Stephano Patriano cum

109
Armando Bisanti

Stefano si rivolge ad un cavaliere straniero, al quale Roberto aveva arreca-


to tempo prima una grave offesa, incaricandolo di assassinare il duca a tra-
dimento. Il cavaliere in questione è un uomo pronto a qualsiasi misfatto,
rapido nell’azione, iracondo ed audace (II 549 promptus ad omne malum,
levis, iracundus et audax). Stefano incarica quindi costui di introdursi al più
presto nell’accampamento normanno e di sorprendere, nottetempo,
Roberto, trafiggendolo con la punta di un dardo mortale (II 552 letiferi
percussum cuspide conti), promettendogli in cambio, se l’impresa dovesse
andare a buon fine, una cospicua somma di denaro. Ed ecco che, spinto
dalla cupidigia di guadagno e roso dall’ira per il torto secondo lui ingiusta-
mente patito, il cavaliere di notte esce dalla città, attraversa impunemen-
te l’accampamento dei Normanni, giunge all’alloggio di Roberto (un allog-
gio molto semplice e disadorno, costruito dallo stesso duca con stuoie di
paglia e coperto di fronde per proteggersi dai freddi invernali: II 556b-
559a Roberti pervenit usque / ad ducis hospitium, quod culmo texerat ipse, /
frondibus et sepsit, fieret quo frigore tutus / temporis hyberni). È l’ora di cena.
Roberto è seduto a tavola. Il cavaliere, in agguato tra le fronde, incocca la
freccia e prende la mira per colpire il duca. Sennonché, in quel momento,
essendoglisi formato un eccesso di saliva in bocca, Roberto china il capo
sotto la tavola, evitando miracolosamente il colpo, che va a vuoto (II
562b-565 sed ori / flegmatis ubertas superaddita fecerat illum / sub mensa ser-
vare caput; locus unde repertus / est conto vacuus, cassos et protulit ictus).
L’episodio, come si è detto, è narrato anche da Goffredo Malaterra71.
Il monaco normanno, innanzitutto, tace il nome di Stefano Paterano,
mentre riporta quello del sicario prescelto, Amerino di Bari. L’orga-
nizzazione dell’attentato, così come viene rappresentata dai due scrittori,
è la medesima. Amerino si reca nottetempo nell’accampamento norman-
no, si apposta, prende la mira ma, diversamente che in Guglielmo il
Pugliese, qui il colpo va a segno. Roberto il Guiscardo, nella narrazione
del Malaterra, viene sì colpito al petto, solo che la corazza che egli indos-
sa lo salva da morte sicura. Ecco che, a questo punto, un semplice, appa-
rentemente marginale avvenimento può far meglio marcare la differenza
di impostazione storiografica e, soprattutto, di rappresentazione e di ideo-

stolo»; Amato di Montecassino, V 27: «Et manda li impereor un qui se clamoit Stephane
Patrie, home religiouz et adorné de toutes bones costumes; et manda avuec lui Avartutele
achatepain» (p. 248 ed. De Bartholomaeis): VON FALKENHAUSEN, La dominazione bizanti-
na, 99-100.
71 Gaufredus Malaterra, II 40. Anche Amato di Montecassino narra il medesimo epi-

sodio, ma senza attribuirne la responsabilità a Stefano Paterano.

110
COMPOSIZIONE STILE E TENDENZE DEI GESTA ROBERTI WISCARDI

logia fra i due scrittori. Mentre il Malaterra pone decisamente l’accento


sulla strenuitas e sulla fortitudo del duca normanno, Guglielmo il Pugliese,
invece, conferisce stavolta il massimo risalto alla funzione provvidenziale,
all’assistenza divina, che salva miracolosamente l’eroe prescelto, il quale
non può morire prima di aver portato a compimento la propria missione72.
La narrazione di Guglielmo presenta poi una piccola appendice. Per
tutta la città di Bari si sparge la notizia che il duca è morto. Il popolo si
rallegra e i cittadini, festanti, innalzano grida di gioia che giungono fino
alle stelle (II 566b-569 It totam fama per urbem / occubuisse ducem. Cives
laetantur, et omnis / congaudens populus clamorem tollit ad astra). Ma, nel bel
mezzo della festa e del generale schiamazzo, irrompe improvvisamente il
duca in persona, vivo e vegeto, facendo cessare, con la sua stessa presen-
za e con le sue parole, ogni manifestazione di gaudio e di tripudio e
lasciando i baresi nella più tetra costernazione (II 569-573 Hi dum clama-
rent, dux advenit, atque salutis / ipse suae testis, clamores fundere frustra / civi-
bus exclamat. Clamantis vocibus huius / auditis, clamor cessavit, laetitiaeque /
finis verborum datus est cum fine suorum). Ancora una volta la poesia (o,
forse meglio, la versificazione), con la sua strumentazione retorica e stili-
stica, si pone al servizio di una determinata mentalità: si osservi infatti, nel
passo or ora letto, la cura per l’ornatus, caratterizzato dal ricorso al ribat-
tente poliptoto del verbo clamare e dei suoi derivati (clamarent … clamo-
res … exclamat … clamantis … clamor) e a quello, più contenuto, di finis
(finis … fine); dalle allitterazioni, generalmente bimembri (advenit atque;
fundere frustra; clamor cessavit) e talvolta a distanza (dum … dux); dagli
enjambements, che saldano ciascun verso al successivo (salutis / ipse; fru-
stra / civibus; huius / auditis; e soprattutto laetitiaeque / finis); e, caso abba-
stanza raro nel poema, dalla presenza, nell’ultimo verso del passo su ripor-
tato (che, fra l’altro, è anche quello con cui si conclude il libro secondo),
di una rima bisillabica fra i due cola (verborum … suorum).
4.5. Si è già accennato al fatto che una delle virtutes distintive di
Roberto il Guiscardo, così come ci viene presentato dal poeta mediolati-
72 OLDONI, Mentalità ed evoluzione, 172, scrive a tal proposito: «Così, nel poeta

pugliese interviene la banale assistenza provvidenziale, nello scrittore normanno batte


chiara la risposta della strenuitas che vince ogni rischio e già avvia i suoi protagonisti all’im-
mortalità». A parte che non mi trovo d’accordo sul fatto che l’assistenza provvidenziale sia
da considerarsi “banale”, devo notare che Oldoni, narrando l’episodio, è incappato in una
piccola svista. Egli, infatti, sintetizzando la vicenda così come è riportata nel poema di
Guglielmo, scrive che il duca si salva «poggiando per il sonno il capo sul tavolo», mentre,
come si è visto, egli abbassa il capo sotto il tavolo, molto più prosaicamente, per espetto-
rare la saliva che gli si era formata in bocca.

111
Armando Bisanti

no, consiste nella calliditas. Una calliditas i cui effetti vengono rimarcati da
Guglielmo in svariati episodi (che evidentemente qui non posso passare in
rassegna in maniera esaustiva) e che rifulge in modo particolare nella nar-
razione dell’avventurosa presa di una piazzaforte calabrese a prima vista
inespugnabile.
Ci troviamo ancora nel libro II del poema, un po’ dopo la battaglia di
Civitate. La conquista della Calabria, che impegnò il Guiscardo a partire
dal 1055, non si rivela certo né facile né immediata, e in quest’occasione
maggiormente può risplendere la virtus del condottiero normanno, che in
tale conquista può fare le sue più splendide prove. Una cittadella
calabrese, più delle altre, si mostra refrattaria a qualsiasi assalto, anzi, sem-
bra apparentemente inattaccabile. Essa, infatti, è popolata da parecchi
abitanti che, insieme ai monaci di un convento ivi compreso, non lasciano
entrare alcuno sconosciuto o straniero all’interno delle mura (II 333b-337
sed eius / difficilis conscensus erat, quia plurimus huius / accola, grex habitans
etiam monasticus illic, / non alienigenam quemvis intrare sinebant)73. È
necessario, a questo punto, escogitare un espediente utile all’occupazione
di quel luogo fortificato. Evidentemente, il Guiscardo non manca di astu-
zia ed ordisce uno stratagemma abbastanza ingegnoso per conseguire il
suo scopo (II 338a Utile figmentum versutus adinvenit, dove ricorre, anco-
ra una volta, l’utilizzo dell’aggettivo versutus, come nella prima presenta-
zione del condottiero normanno, in Gesta II 130). Egli, pertanto, ordina
ai suoi compagni di dichiarare che uno di loro è morto e che deve essere
sepolto secondo il rito (II 338b-340a atque / mandat defunctum quod quem-
libet esse suorum / gens sua testetur). Egli stesso, quindi, si fa deporre come
morto in una bara, col volto ricoperto di cera e avvolto in un panno,
secondo gli usi funebri normanni, ma nascondendo delle spade dietro la
schiena (II 340b-344 Qui cum, quasi mortuus, esset / impositus feretro, pan-
nusque obducere cera / illitus hunc facie iussus latitante fuisset, / ut
Normannorum velare cadavera mos est, / conduntur feretro sub tergo corporis
enses). Il feretro così predisposto viene condotto davanti all’ingresso del
monastero, come per seppellire il cadavere. I pii monaci, ignari di tutto,
consentono ai nemici (in apparenza disarmati) l’ingresso entro le mura (II
345-346a ad monasterii subhumandum limina corpus / fertur), facendo in
modo – come osserva il poeta – che i Normanni potessero catturare con
l’astuzia e con la finzione “del morto” ciò che non erano riusciti a sconfig-
gere “da vivi” (II 346b-347 et ignaros fraudis quos fallere vivi / non poterant

73 MATHIEU, in Guillaume de Pouille, 150 (anche per le citazioni successive).

112
COMPOSIZIONE STILE E TENDENZE DEI GESTA ROBERTI WISCARDI

homines, defuncti fictio fallit). Mentre si svolgono le esequie, particolar-


mente semplici, tutt’ad un tratto Roberto il Guiscardo (cioè colui che
sembrava “morto”), ormai prossimo ad essere inumato, si alza dalla bara
e i suoi compagni, approfittando del comprensibile sconcerto che si impa-
dronisce dei monaci e degli occupanti della fortezza, impugnate le spade
accuratamente nascoste dentro il catafalco, hanno facilmente la meglio sui
nemici, prendendo possesso dell’importante postazione (II 348-351
Dumque videretur simplex modus exequiarum, / erigitur subito qui credebatur
humandus: / evaginatis comitantes ensibus illum / invasere loci deceptos arte
colonos). I calabresi, colti di sorpresa – e dal poeta apostrofati come stoli-
di per la loro dabbenaggine – non possono, a questo punto, né difendersi
né fuggire, ma soltanto soccombere alla virtus e alla calliditas dei nemici
(II 352-353a Quid facerent stolidi? Nec se defendere possunt, / quo fugiant
nec habent). Vengono tutti presi prigionieri e così Roberto ottiene una
luminosa vittoria, resa ancora più brillante dal fatto che il conquistatore
normanno non infierisce contro i vinti, non distrugge il monastero ma
risparmia la vita ai religiosi ivi raccolti (II 353b-356 omnes capiuntur; et illic
/ praesidium castri primum, Roberte locasti. / Non monasterii tamen est ever-
sio facta, / non extirpatus grex est monasticus inde).
Il brano si presta ad alcune considerazioni. In primo luogo, per quan-
to attiene agli aspetti puramente formali e compositivi, si osservi, in esso,
la consueta cura, da parte del poeta mediolatino, per l’ornatus, che si carat-
terizza per il frequente ricorso all’allitterazione, generalmente bimembre
(II 338 adinvenit, atque; 339 quod quemlibet; 347 fictio fallit; 355 est ever-
sio) e, talvolta, a distanza (II 333 castrum … captare; 342 facie … fuisset;
346 fertur … fraudis … fallere; 350 evaginatis … ensibus; 354 praesidium
… primum; 356 extirpatus … est), all’anafora (II 355-356 non … non), al
poliptoto (II 344-345 corporis … corpus; 346-347 fallere … fallit) e al chia-
smo (di tipo complesso: II 352-353 nec se defendere possunt, / quo fugiant
nec habent), senza dimenticare le interrogazioni retoriche (II 352 Quid
facerent stolidi?) e le altrettanto retoriche apostrofi direttamente rivolte al
protagonista (II 354 praesidium castri primum, Roberte locasti). Per confe-
rire ai propri versi (e alla propria narrazione) un andamento più sciolto e
discorsivo, Guglielmo fa poi ricorso all’enjambement, che si propone a più
riprese, talvolta anche in forme molto “dure” (come in II 334-335 sed eius
/ difficilis consensus erat; 335-336 huius / accola; 338-339 atque / mandat;
340-341 esset / impositus; 345-346 corpus / fertur; 346-347 vivi / non pote-
rant; 350-351 illum / invasere, con allitterazione). Poco da rilevare, invece,
sulle caratteristiche metriche del passo, che riflettono, sotto questo punto

113
Armando Bisanti

di vista, le tendenze generali del poema studiate e messe in risalto, ormai


tanti anni or sono, da Rosario Leotta74. Ciò che può essere segnalato, tut-
t’al più, riguarda due clausole “anomale”: una, monosillabica, al v. 343
(ma preceduta da altro monosillabo a formare il cosiddetto mot métrique:
mos est)75; ed una, pentasillabica, al v. 348 (exequiarum)76.
Passando all’aspetto terminologico, occorre osservare, nel brano
preso in analisi, la marcata insistenza su vocaboli afferenti al lessico del-
l’astuzia, della frode, dell’inganno, che si configurano come i campi
semantici più attivi dell’intero episodio (II 338 figmentum, versutus; 346
ignaros fraudis … fallere; 347 fictio fallit; 352 deceptos). Un episodio, come
si è visto, fondato sul topos novellistico della morte apparente77 o, meglio,
del “morto che parla”, destinato a grande diffusione (soprattutto in chia-
ve comico-farsesca) nella produzione narrativa posteriore, dai fabliaux
antico-francesi alla novellistica alla facezia quattro-cinquecentesca78. La

74 LEOTTA, L’esametro di Guglielmo il Pugliese, passim.


75 Per il concetto di «mot métrique» nella poesia dattilica mediolatina: D. NORBERG,
Introduction à l’étude de la versification latine médiévale, Stockholm 1958, 20-25; G.
CREMASCHI, Guida allo studio del latino medievale, Padova 1959, 118-119; P. KLOPSCH,
Einführung in di mittellateinische Verslehre, Stuttgart 1972, 58.
76 Per l’utilizzo di clausole “lunghe” (pentasillabiche, esasillabiche o anche più lun-

ghe), si veda in generale, quanto raccolto da E. D’ANGELO, Indagini sulla tecnica versifica-
toria, 26. Una clausola esasillabica si legge, per es. (caso unico nel poema), in Waltharius
644 (metropolitanus): la clausola in oggetto è ovviamente registrata da D’Angelo, il quale,
in nota, aggiunge «i soli esempi dalle origini a Giovenale: ENNIO, ann. 181 sapientipoten-
tes; 280 Carthaginiensis; nel De rerum natura di Lucrezio i vv. I 829 e 834 homoemeriam; II
932 mutabilitate; Iuv. III 7,218 acoenonoetus […]. Max Manitius ne rileva un caso nel
Carmen de figuris, presso Paolino di Pella e presso Cipriano Gallo; due presso Fortunato e
Beda […]. Clausole esasillabiche sono presenti anche in Guglielmo il Pugliese: LEOTTA,
L’esametro di Guglielmo il Pugliese, 294 (i riferimenti bibliografici sono a M. MANITIUS,
Über Hexameterausgänge in der lateinischen Poesie, «Rheinisches Museum» 46, 1891, 622-
626, qui 625, e a LEOTTA, L’esametro di Guglielmo il Pugliese, 294, in cui viene registrato
Gesta IV 27 evangeliorum). Un paio di clausole esasillabiche sono riscontrabili nei carmina
minora di Ildeberto di Lavardin: carm. min. 38,3 (superstitiosas) e 39c,16 (satisfaciebat). Nel
Milo (o De Afra et Milone), commedia elegiaca di Matteo di Vendôme, si legge poi una
clausola ottosillabica, un vero e proprio monstrum metrico, che da sola occupa tutto il
secondo emistichio dell’esametro (che, fra l’altro, è un esametro leonino: v. 5 «De Milone
cano Constantinopolitano»: MATHEI VINDOCINENSIS Opera. II. Piramus et Tisbe. Milo.
Epistulae. Tobias, ed. F. Munari, Roma 1983, 59).
77 Cfr. H. HAUVETTE, La “morte vivante”. Étude de littérature comparée, Paris 1933.
78 Su questo tema novellistico, mi permetto di rinviare a due miei contributi specifi-

ci: I temi del “doppio” e del “morto che parla”. Vitale di Blois, Giovanni Sercambi, Poggio
Bracciolini, «Quaderni Medievali» 29, 1990, 39-64; Motivi e schemi fabliolistici nelle
Facezie di Poggio, «Interpres» 20, 2001, 107-157 (in particolare 146-157). Gabriella

114
COMPOSIZIONE STILE E TENDENZE DEI GESTA ROBERTI WISCARDI

funzione della “morte apparente” nel poema di Guglielmo il Pugliese è,


comunque, ben diversa da quella ricoperta da tale stratagemma, appunto,
nella letteratura comico-faceta successiva (ed anche in quella tragica: basti
pensare, mutatis mutandis, alle storie di Romeo e Giulietta, da Luigi da
Porto a Bandello a Shakespeare)79. Qui, se mai, siamo vicini ad uno di
quegli espedienti ricorrenti nella mitologia classica e nella poesia epica
greco-latina, laddove l’impossibilità (o, almeno, la notevole difficoltà) di
espugnare una città (o un castello, o comunque un luogo strategicamente
rilevante) spinge ad escogitare un accorgimento per far sì che, con l’astu-
zia e con l’inganno, si possa, in un modo o nell’altro, penetrare all’interno
delle mura nemiche. È evidente che l’esempio più classico e più famoso,
in tal direzione, è lo stratagemma del cavallo di Troia, immortalato da
Virgilio nel libro II dell’Eneide (l’insistenza sulla versutia del Guiscardo, in
ciò indirettamente accostato ad Ulisse – ma, chissà, fors’anche a Sinone –
potrebbe essere una spia di tale eventuale suggestione)80, anche se non
mancano modelli differenti e, fra l’altro, più calzanti, fra i quali l’introdu-
zione, in una città nemica, di un soldato falsamente malato, raccontata
negli Strategemata di Polieno (autore, comunque, sicuramente ignoto al
poeta mediolatino)81.
In realtà, come già da gran tempo e da più parti è stato rilevato82, in
questo episodio Guglielmo il Pugliese riprende e rielabora una leggenda
popolare attestata, in Francia, già alla fine del secolo X, secondo la quale
nell’860 il condottiero vichingo Hastingo avrebbe fatto ricorso a tale espe-
diente, fingendosi morto, per riuscire ad impadronirsi della città italiana
di Luni. Si tratta di un racconto popolare che, in vario modo, è stato uti-
lizzato (ovviamente anche in riferimento a personaggi differenti) da

Albanese ha osservato che si tratta di un motivo «che risaliva proprio al romanzo greco,
all’archetipo fascinoso di Senofonte Efesio, da cui si era diramato nella narrativa bizanti-
na e basso-medievale con vastissima diffusione tra Italia e Francia nei secoli XIII e XIV»
(G. ALBANESE, Da Petrarca a Piccolomini: codificazione della novella umanistica, in Favole
parabole istorie. Le forme della scrittura novellistica dal Medioevo al Rinascimento. Atti del
Convegno di Pisa [26-28 ottobre 1998], cur. G. Albanese - L. Battaglia Ricci - R. Bessi, Roma
2000, 257-308, in particolare 307).
79 Cfr., in generale, Le storie di Giulietta e Romeo, cur. A. Romano, Roma 1993 (in

particolare, l’Introduzione, 7-43).


80 Non tutti gli studiosi del poema di Guglielmo il Pugliese sono, però, concordi nel

rilevare tale spunto virgiliano: così RONCA, Cultura medioevale e poesia latina, 372-373;
PAGANO, Il poema Gesta Roberti Wiscardi, 116; MATHIEU, in Guillaume de Pouille, 51.
81 Polien. strat. II 27.
82 Si veda quanto scrive la MATHIEU, in Guillaume de Pouille, 46-52 (che qui seguo

assai da presso).

115
Armando Bisanti

numerosi scrittori medievali, sia in latino sia in volgare, da Dudone di


Saint-Quentin a Guglielmo di Jumièges83, dall’autore del Cartulario di
Haganone di Saint Père de Chartres84 ad Ottone di Frisinga e a Stefano di
Rouen (la cui versione deriva da Guglielmo di Jumièges)85, da Wace86 a
Benoît de Sainte-Maure87 (che sono gli unici scrittori – oltre a Guglielmo
il Pugliese – ad accennare all’abitudine normanna di velare il volto dei
cadaveri) e poi, scendendo cronologicamente più giù, a Snorri Sturluson
(nella cui redazione lo stratagemma in questione è attribuito a Harald
Hardrade, che lo avrebbe impiegato nel 1038 in occasione della spedizio-
ne siciliana di Giorgio Maniace)88 e a Matteo Paris (che invece attribuisce
l’espediente proprio a Roberto il Guiscardo, ma non in relazione alla con-
quista di una postazione calabrese – come nei Gesta – bensì a proposito
della presa di Montecassino: «erat autem mons ille [scil. Mons Cassinus]
inexpugnabilis vel immo inaccessibilis alicui, nisi ex voluntate monacho-
rum et aliorum inhabitantium in eo; nisi tantummodo quod Robertus
Guichard per excogitacionem, qua se mortuum simulavit, in feretro in
illum delatus, castra monachorum subito occupavit»)89.
Fra i poeti e i cronisti qui sopra ricordati, meritano almeno un cenno
Ottone di Frisinga e, soprattutto, Dudone di Saint-Quentin. Ottone di
Frisinga fa ricorso alla medesima tradizione leggendaria in relazione alla
storia dei Normanni in Italia, ma attribuendo la mossa strategica non al
Guiscardo, bensì a Ruggero II di Sicilia, in occasione della conquista di
Corfù del 114790. Il cronista mediolatino si sofferma, come nelle altre ver-
sioni del racconto in questione, sul fatto che la postazione da conquistare
risulta praticamente imprendibile e quindi, per raggiungere il proprio

83 Cfr. Guill. Jum. Gesta Normannorum ducum I 9 (ed. J. Marx, Rouen-Paris 1914,
15-16).
84Cartulaire de l’Abbaye de Saint Père de Chartres, éd. M. Guérard, Paris 1840, 6-8.
85Stefano di Rouen, Draco Normannicus, I 1101 ss.
86 Wace, Roman de Rou, éd. H. Andresen, I, Heilbroon 1877, 28-30; cfr. M. DE

BOÜARD, Á propos des sources du Roman de Rou, in Recueil offert à Clovis Brunel, Paris 1955,
178-182.
87 Benoît de Sainte-Maure, Chronique des ducs de Normandie, ed. C. Fahlin, Uppsala

1951, vv. 1557 ss., 1633 ss.


88 Snorri Sturluson, Heimskringla, cap. 10; cfr. MATHIEU, in Guillaume de Pouille, 48-

49 (ove è anche indicata la bibliografia di riferimento).


89 Ex Mathei Parisiensis Cronicis Maioribus, ad ann. 1239 (MGH, SS XXVIII,

Hannoverae 1888, 150). Su tutte le redazioni qui citate, si veda comunque la panoramica
proposta dalla MATHIEU, in Guillaume de Pouille, 48-50.
90 Ottonis et Rahewini Gesta Friderici I imperatoris, I 34 (ad ann. 1147: ed. G. Waitz,

Hannover-Leipzig 1912, 53, da cui traggo le citazioni successive).

116
COMPOSIZIONE STILE E TENDENZE DEI GESTA ROBERTI WISCARDI

scopo, i Normanni debbono inevitabilmente far ricorso alla furbizia e


all’inganno («ad Gurfol usque, fortissimum Graeciae castrum, procedunt.
Quod dum nulla capere vi prevalerent, ad dolos et ingenia se vertunt»). A
questo punto, viene escogitato l’espediente del “morto” da introdurre
all’interno delle mura perché possa ricevere una degna e cristiana sepoltu-
ra, con tutto quel che ne consegue («igitur premissis quibusdam, ut dici-
tur, qui se quempiam mortuum humandi gratia deferre simularent – est
enim in predicta arce castri, sicut Grecis mos est, congregatio clericorum
seu monachorum – idem castrum irrunt, arcem occupant, Grecis eiectis
presidiisque suis ibidem locatis»). Si tratta, come ben si può vedere, di
una narrazione abbastanza breve e contratta, della quale, comunque, può
essere utile segnalare alcune concordanze col testo di Guglielmo il
Pugliese (anche se ciò può esser dovuto ad una fonte comune, rappresen-
tata, forse, da Dudone di Saint-Quentin, di cui si dirà fra poco): Ottone
di Frisinga, «premissis quibusdam […] qui se quempiam mortuum» ~
Gesta II 339-340 mandat defunctum quod quemlibet esse suorum / gens sua
testetur; castrum ~ II 333 castri; II 354 castri; humandi gratia ~ II 345
subhumandum; II 349 humandus; congregatio clericorum ~ II 336 grex …
monasticus; II 356 grex … monasticus; presidiisque […] locatis ~ II 354
praesidium [...] locasti.
La più importante e significativa, fra tutte le versioni dell’episodio, è
però, assai probabilmente, quella di Dudone di Saint-Quentin, che, fra
l’altro, è il primo scrittore (almeno, a nostra conoscenza) che abbia riela-
borato letterariamente, prima del 1015 (terminus ante quem, appunto, del
De moribus et actis primorum Normanniae ducum), la vicenda leggendaria.
Nella redazione di Dudone91, lo stratagemma del finto morto è attribuito,
come appunto nel racconto popolare originario, al capo vichingo Hastingo
e l’elaborazione della storia da parte del cronista – sia se presa in sé e per
sé, sia se messa a confronto con quella di Guglielmo il Pugliese – si con-
figura come abbastanza interessante ed efficace, per alcune caratteristiche

91 Dudon de Saint-Quentin, De moribus et actis primorum Normanniae ducum I 5-7

(éd. J. Lair, Caen 1865, 132-135: da questa edizione, il cui testo è in parte trascritto anche
in MATHIEU, in Guillaume de Pouille, 46-47, nota 3, traggo tutte le citazioni che qui ricor-
rono). Per un moderno approccio allo scrittore mediolatino, si vedano gli studi raccolti in
Dudone di San Quintino, cur. P. Gatti - A. Degl’Innocenti, Trento 1995; e i brevi ma medi-
tati cenni di FERRAÙ, La storiografia come ufficialità, 666, 676-677 e passim. Per i rapporti
con Guglielmo di Jumièges, cfr. poi A. PLASSMANN, Der Wandel des normannischen
Geschichtsbildes in 11. Jahrhundert. Eine Quellenstudie zu Dudo von St. Quentin und Wilhelm
von Jumièges, «Historisches Jahrbuch» 115, 1995, 188-207.

117
Armando Bisanti

peculiari sulle quali è necessario soffermarsi con maggiore ampiezza


rispetto a quanto si è fatto or ora per Ottone di Frisinga.
Già in apertura, la presentazione del protagonista, da parte dello sto-
rico normanno, è improntata ad uno smaccato e vistoso atteggiamento di
disprezzo. Hastingo viene infatti apostrofato come blasphemus e come
colui che, non potendo prendere la città con l’ausilio delle armi (non posse
civitatem capi armis»), escogita un artificio ingannevole e fraudolento
(«dolosum reperit consilium nefandissimae fraudis»). Mentre Guglielmo,
come si è visto, esalterà la calliditas e la versutia di Roberto il Guiscardo
quali valori “positivi”, il suo predecessore (non voglio dire il suo modello
o la sua “fonte”) stigmatizza abbastanza violentemente (e ciò si vedrà
meglio nel prosieguo della narrazione) il comportamento del suo protago-
nista. Hastingo, quindi, decide di farsi passare per morto e, all’occorren-
za, si fa addirittura battezzare (con una scelta che, per Dudone, non sa
certo di conversione, bensì di blasfemia). Convoca quindi i suoi seguaci,
anzi i più scellerati fra essi («convocat igitur illico omnium nequissimos»),
per spiegare loro il suo piano e per riceverne consigli («super sua fraudu-
lenta dolositate consulturos»): la notte successiva, essi, in lacrime, avreb-
bero dovuto annunciare al conte e al vescovo della città che il loro capo
era morto e chiedere di dargli cristiana sepoltura entro le mura, dal
momento che egli si era convertito alla fede («imminente nocte, me mor-
tuum nuntiate praesuli et comiti, et deposcite, nimium flentes, ut faciant
me neophytum sua urbe sepeliri»). Come appunto stabilito, la notte suc-
cessiva alcuni dei compagni di Hastingo, lanciando alte grida di dolore, si
recano alle porte della città, rivelando alle autorità la notizia che il loro
condottiero è spirato e domandando, quindi, di seppellirlo nel monastero,
ed aggiungendo inoltre, per meglio convincere i frati e gli abitanti (ovvia-
mente cupidi di ricchezze e di denaro), che Hastingo, morendo, aveva
fatto promessa di moltissimi doni, se il suo cadavere fosse stato accolto
(«illi autem, ut iussum fuerat, ante dominos civitatis venientes, dixerunt
ejulantes: “Noster senior vesterque filiolus, proh dolor!, est defunctus.
Precamur miseri ut in vestro monasterio sepeliri eum faciatis, et munera
quae vobis moriens iussit permaxima dari, recipiatis”»). I frati e gli abitan-
ti della città, allettati dalla prospettiva di un facile guadagno, non se lo
fanno dire due volte e danno il loro consenso. Tornati all’accampamento,
i messaggeri vichinghi vengono convocati da Hastingo (il più scellerato fra
tutti gli scellerati, «nequissimorum nequior», come ancora lo apostrofa
Dudone) che, in un breve discorso, fornisce le indicazioni necessarie per
la messa in opera del piano: «mihi modo facite feretrum, et superponite

118
COMPOSIZIONE STILE E TENDENZE DEI GESTA ROBERTI WISCARDI

me quasi mortuum, arma quidem mecum in ipso collocate, et vos in


gyrum circa ipsa flebiliter state; vos per plateas ululate, vestrosque me
cogite plangere. Tumultuet vox vestra per cuncta nostra tentoria.
Concrepet vox qui praesunt navibus cum caeteris cohortibus. Armillas et
balteos ferri ante feretrum facite. Gemmis auroque politas secures ense-
sque exponite». Si tratta come si vede, di informazioni abbastanza detta-
gliate e ricche di particolari, secondo una caratteristica dell’opera storica
di Dudone, spesso contraddistinta da descrizioni ampie e circostanziate.
E anche l’episodio che segue è narrato minuziosamente, con le grida e i
gemiti dei vichinghi piangenti la morte del loro capo («auditur clamor ulu-
lantium, tumultusque lugentium»), col vescovo che al suono delle campa-
ne aduna tutti gli abitanti sparpagliati qua e là per la città («convocat prae-
sul campanis gentem diffusam per totam civitatem»), col frettoloso accor-
rere dei monaci (venit clerus monasticis vestimentis indutus), delle auto-
rità cittadine destinate alla corona del martirio («similiter principes illius
urbis, martyrio coronandi») e delle donne che, di lì a poco, sarebbero state
mandate in esilio («affluit femineus sexus in exsilium deducendus»).
Si sarà notato che, in queste due ultime espressioni, Dudone di Saint-
Quentin (come farà anche in seguito) “anticipa”, mediante alcuni accenni
apparentemente gettati lì un po’ a caso, la cruda e funesta conclusione
dell’episodio, culminante (come vedremo fra breve) in un’orrenda strage.
Ma procediamo nella lettura. Tutta la popolazione – maggiorenti, uomini,
donne, frati – si dirige verso il catafalco che reca il “cadavere” di Hastingo
(un mostrum feretro impositum, come lo definisce lo scrittore). La scena,
anche in questo caso, è molto viva e ben contrassegnata dal gusto descrit-
tivo di cui Dudone fa bella mostra. La processione funebre, aperta dai cit-
tadini più importanti, è accompagnata da croci e da candele («bajulant
scolastici candelabra et cruces, maioribus praecedentes»); il feretro viene
portato entro il monastero, dove già era stato preparato il sepolcro («com-
portatur ad monasterium, quo sepulcrum eius erat paratus»); il vescovo è
già pronto per celebrare la messa in memoria del suo “figliuolo” («praepa-
rat se episcopus, missam pro suo filiolo celebraturus»); il clero è tutto rac-
colto nel coro, preparato a sottolineare col canto i punti salienti della ceri-
monia («choro stat et clerus, officiosissime cantare suetus»). Ma i cris-
tiani, come rileva il cronista, non sanno che di lì a poco saranno tutti mas-
sacrati («ignorant trucidandi christiani dolum mortiferae fraudis»).
Ancora una volta, Dudone di Saint-Quentin anticipa con una breve frase
la conclusione della vicenda. Conclusione che, però, non arriva neanche
questa volta e viene ancora dilazionata, come se, attraverso l’accumulo

119
Armando Bisanti

degli episodi e la rigida scansione di un periodare eminentemente paratat-


tico, lo scrittore mediolatino volesse instillare nel lettore una sorta di sus-
pense. E infatti, paradossalmente, la messa per il “defunto” Hastingo
viene celebrata nella sua interezza e con tutta la solennità che l’occasione
merita («decantatur missa, solemniter celebrata; participant omnes chris-
tiani mystico sacrificio Jesu Christi»). In verità (anche se stavolta Dudone
non lo rileva), sa molto di bestemmia e di offesa a Dio questa funzione
sacra per un morto che non è morto (e che nasconde dentro la bara un
vero e proprio arsenale), che ha fatto finta di convertirsi alla fede cristiana,
davanti ad una assemblea composta da cristiani e pagani che stanno a
stretto contatto di gomito, questi ultimi pronti a scannare quegli altri non
appena ciò sarà possibile. Terminata la celebrazione, il feretro viene tras-
portato presso il sepolcro. Qui avviene un fatto strano e apparentemente
incomprensibile per i cristiani. I pagani vichinghi, infatti, cominciano a
fare strepito e tumulto, chiedendo il cadavere per sé e protestando che
esso non debba essere seppellito («pagani cum magno clamore petebant
feretrum, et dicebant alternatim non eum sepeliendum»). Lo stupore dei
frati e degli abitanti della città ivi raccolti («stabant igitur christiani super
responsis eorum stupefacti») giunge al colmo quando Hastingo salta su
dalla bara e, sguainata la spada («tunc Alstignus feretro desiluit ensemque
fulgentem vagina deripuit»), si scaglia funestus contro il vescovo, che
ancora tiene il libro in mano («invasit funestus praesulem, librum manu
tenentem»), e lo sgozza («jugulat praesulem»). La medesima fine fa il
conte, che viene abbattuto senza pietà («prostrato comite»), mentre tutto
il clero e il popolo, disarmato («stantemque clerum in ecclesia inermem»),
viene chiuso in trappola all’interno della chiesa e sottoposto ad un orribile
sterminio («obstruxerunt pagani ostia templi, ne posset ullus elabi. Tunc
paganorum rabies trucidat christianos inermes»).
Orbene, se adesso poniamo a paragone questo racconto di Dudone
con la narrazione di Guglielmo, ciò che in primo luogo salta agli occhi è
la presenza, nei due testi, di alcune iuncturae variamente somiglianti: si
confronti, per esempio, «ignorantes trucidandi christiani dolum mortife-
rae fraudis» di Dudone con Gesta II 346 ignaros fraudis; ancora più signi-
ficativa mi sembra poi la relazione fra «tunc quasi mortuum […] feretro
impositum» di Dudone e Gesta II 340-341 qui, cum quasi mortuus, esset /
impositus feretro (si tratta, come si vede, praticamente delle stesse paro-
le); mentre poco più che una vaga concordanza rivelano «Alstignus fere-
tro desiluit, ensemque fulgentem vagina deripuit» di Dudone e Gesta II
349-350 erigitur subito qui credebatur humandus; / evaginatis comitantes

120
COMPOSIZIONE STILE E TENDENZE DEI GESTA ROBERTI WISCARDI

ensibus92. Siamo di fronte ad un piccolo nucleo di espressioni comuni che


potrebbero, forse, far propendere per l’ipotesi di una derivazione di
Guglielmo dal cronista normanno93.
Ma ciò che maggiormente importa rilevare, al di là della più o meno
precisa individuazione di loci similes, è il fatto che ben differente è, nelle
due redazioni del racconto leggendario, la condotta della narrazione, lad-
dove Dudone di Saint-Quentin, in primo luogo, propende per un resocon-
to ampio e circostanziato che (come si è già più volte messo in evidenza
nell’analisi del brano) segue lo sviluppo della vicenda passo dopo passo,
senza ellissi e senza salti (quasi una sorta di horror vacui), con una atten-
zione per i particolari che è sintomo di una ben determinata tecnica
descrittiva e narrativa, mentre il brano presentato da Guglielmo il Pugliese
all’interno del suo poema risulta ben più conciso e sintetico, privo com’è
di discorsi diretti (in Dudone ve ne sono, invece, due, anche se non molto
ampi) e di descrizioni insistenti e particolareggiate. Ma è soprattutto il
modo in cui il protagonista, nei due brani, viene presentato a mostrare le
più evidenti discrepanze fra i due autori mediolatini. Se Hastingo, in
Dudone, viene negativamente connotato e qualificato durante tutto l’epi-
sodio (egli, infatti, è blasphemus, è nequissimorum nequior, è un mostrum
feretro impositum, il suo consilium è dolosum … nefandissimae fraudis, e così
via), non così, viceversa, avviene per Roberto il Guiscardo, la cui calliditas
e la cui versutia, qui come in tutto il resto del poema, vengono esaltate da
Guglielmo e costituiscono, come più volte si è rilevato nelle pagine prece-
denti, alcune delle virtutes più esemplari del condottiero normanno94. E
poi, vi è un altro particolare che contribuisce a meglio differenziare i due
racconti e che riguarda la conclusione dei due episodi. In Dudone, infat-
ti, dopo la morte del vescovo (scannato dallo stesso Hastingo) e del conte,
i pagani chiudono le porte della chiesa e massacrano orrendamente tutti i
cristiani ivi raccolti, impadronendosi della città col sangue e con la ferocia.
La calliditas di Hastingo, l’espediente da lui escogitato per espugnare
quella città apparentemente imprendibile, tutta l’organizzazione dello
stratagemma sono stati al servizio della barbarie e della crudeltà che, al

92 In merito a quest’ultima espressione, anche: Cartulaire de l’Abbaye de Saint Père de

Chartres, 8 «de lecto subito exiluit evaginato gladio».


93 La Mathieu segnala le analogie fra il testo di Dudone e quello di Guglielmo,

aggiungendo, a proposito di quest’ultimo, che «son récit» risulta «parfois textuellement


semblable à celui de Dudon» (MATHIEU, in Guillaume de Pouille, 287).
94 Che poi, nella realtà storica, Roberto non fosse tanto meno “barbaro” di Hastingo,

questo è tutt’un altro discorso, che qui non è certo il caso di affrontare.

121
Armando Bisanti

termine dell’episodio, si scatenano con inaudita violenza contro un grup-


po di cittadini e di frati assolutamente inermi ed impossibilitati a difender-
si. Ben diversa (anche perché obbediente a ben diverse motivazioni ideo-
logiche e propagandistiche) è invece la conclusione della vicenda nel
poema di Guglielmo, il quale (come si è già notato più sopra) tende a met-
tere in giusto risalto, sì, la calliditas del suo protagonista, ma anche, se così
può dirsi, la sua pietas (di virgiliana memoria), che gli fa impedire di
distruggere il monastero e gli fa risparmiare la vita di quei poveri, creduli
frati (II 355-356 Non monasterii tamen est eversio facta, / non extirpatus grex
est monasticus inde).
4.6. Gli episodi del poema sui quali soffermarsi adeguatamente, con
ampiezza ed attenzione, al fine di rilevarne le caratteristiche compositive,
narrative e stilistiche nonché le tendenze ideologico-politiche (o, magari,
soltanto encomiastico-celebrative) sarebbero evidentemente parecchi. È
chiaro che una rassegna di tal genere amplierebbe enormemente questo
scritto ed esula comunque dai compiti che mi sono prefisso in questo lavo-
ro che, fra l’altro, non può certo dirsi breve. Vorrei però, in chiusura di
queste note, indugiare su un altro episodio ancora, uno degli ultimi dei
Gesta, e cioè quello comprendente la narrazione dell’arrivo a Cefalonia,
nel luglio 1085, di un Roberto il Guiscardo ormai settantenne, stanco e
fiaccato dalle fatiche di un’esistenza eccezionale, spesa costantemente tra
il ferro ed il fuoco, la sua malattia contro cui si vede subito quanto sia
impossibile e vano lottare, il commosso (e commovente) planctus della
moglie Sikelgaita al capezzale del marito moribondo, il più conciso plan-
ctus del figlio Ruggero Borsa e la morte del Guiscardo, addì 17 luglio 1085
(Gesta V 295-336)95.
L’episodio in questione, dal punto di vista strutturale, può essere age-
volmente suddiviso in quattro sezioni di differente estensione e di diver-
sa importanza:
1) Arrivo di Roberto il Guiscardo a Cefalonia, sua malattia, dispera-
zione della consorte Sikelgaita (Gesta V 295-300);
2) Planctus di Sikelgaita (Gesta V 301-322);
3) Planctus del figlio Ruggero Borsa (Gesta V 323-330);
4) Morte del Guiscardo (Gesta V 331-336).
Cerchiamo adesso di esaminare con discreta ampiezza (per quanto
ciò sarà possibile) ciascuna di queste sezioni.

95 MATHIEU, in Guillaume de Pouille, 252-254 (da cui, come di consueto, traggo le

citazioni che ricorrono in questo sottoparagrafo).

122
COMPOSIZIONE STILE E TENDENZE DEI GESTA ROBERTI WISCARDI

Imbarcatosi per Cefalonia per dare sostegno al figlio Ruggero Borsa


che tiene l’isola stretta d’assedio (V 284-287 Continuis huius soboles gene-
rosa Rogerus / perterrere minis non cessat Cephaloniam. / Insula Roberto pro-
ponitur esse pretenda / ad quam missus erat capiendam filius eius)96, il
Guiscardo si ammala e vi arriva già gravemente febbricitante. Sua moglie
Sikelgaita, preoccupata per il figlio e quasi presaga di ciò che sta per acca-
dere, giunge anch’ella nell’isola greca e, non appena viene a sapere che il
suo sposo è seriamente ammalato, si precipita verso di lui. È a questo
punto che inizia il brano che qui sarà sottoposto ad analisi. Con un attac-
co tipico della dizione epico-narrativa (V 295 Haec ubi Robertum cognovit
febricitare)97, lo scrittore si sofferma a descrivere l’angoscia, lo strazio della
duchessa, il rapporto che la legava al marito ormai morente (V 296 in quo
tota sita sui spes erat, in cui si notino la triplice allitterazione sulla s- ed il
gioco omoteleutico tota sita), il suo comportamento da donna disperata
che, secondo un cliché ben diffuso, si strappa piangendo le vesti e si acco-
sta con una corsa frenetica al letto dello sposo (V 297b-298a discissis flens
vestibus, acceleratis / cursibus accessit, dove si rilevi il gioco di parole, avva-
lorato dall’enjambement, fra acceleratis e accessit), graffiandosi le guance
con le unghie e con le chiome scomposte e scarmigliate, come una vera e
propria eroina epico-tragica (V 300 ungue genas lanians, impexos scissa capil-
los, laddove lo scissa richiama, come in un diptoto a distanza, il discissis del
v. 297).
Il planctus di Sikelgaita presso lo sposo in fin di vita, che attacca
immediatamente dopo, rappresenta sicuramente la più significativa sezio-
ne dell’episodio, oltreché di gran lunga la più ampia (22 esametri sui 42
complessivi, quindi poco più del 50 % dei versi interessati), e merita di
essere letto nella sua interezza:

«Proh dolor! exclamat, quid inibo miserrima, vel quo


Infelix potero discedere? Nonne Pelasgi
Audita me morte tui natumque tuumque
Invadent populum, quorum tu gloria solus,
Spes et robur eras, tua quos praesentia fovit
Extremis positos? Quia te praesente tuorum
Hostis nemo minas, congressus nemo timebat.
Pluribus et quamvis acies adversa catervis

96 Si rilevi, al v. 285, la clausola pentasillabica Cephaloniam.


97 Anche in questo caso, si osservi la clausola pentasillabica febricitare. Un’altra clau-
sola pentasillabica si registra poco più sotto, al v. 297 (acceleratis).

123
Armando Bisanti

Obsita non paucis, tua quos animatio tutos


Fecerat, audebant committere bella, nec umquam
Te viso potuit mundana resistere virtus.
Filius ecce lupis sinitur rapiendus et uxor
Et populus, nunquam sine te securus habendus.
Te quia, qui populi fueras audacia nostri,
Amisso populus non audax esse valebit.
Quodlibet ignavum poterit praecellere vulgus.
Impia mors, homini, quo tot pereunte peribunt,
Parce precor; precibus quae cumdescendere nescis,
Expecta saltim dum nos ad nostra reducat,
Ut locus excipiat nos post sua funera tutus.
Ah! miseram! frustra precor hanc, ingrata precanti
Cum semper fuerit nullique pepercerit umquam»98.

Come è noto, il planctus è un genere che, nell’ambito della letteratu-


ra mediolatina, conobbe una vasta e varia fioritura99, dalle composizioni
di età carolingia (per es., il Planctus de obitu Karoli di ambiente probabil-
mente bobbiese, l’anonimo Planctus Hugonis abbatis o i Versus de Herico
duce di Paolino d’Aquileia)100 a quelle delle età successive101, fra le quali
si possono qui ricordare (ma si tratta, ovviamente, soltanto di un catalogo
98 MATHIEU, in Guillaume de Pouille, 252-254.
99 Riguardo alla bibliografia sul planctus mediolatino, vale ancor oggi quanto ha scrit-
to venti anni or sono Antonio De Prisco: «manca un’opera d’assieme sugli sviluppi che
questo genere letterario di antichissima origine ha avuto nella letteratura latina medievale,
quando il termine planctus assunse un valore assai ampio e si articolò in una ricca tipolo-
gia di “lamenti” (funebri, religiosi, morali, satirici, amorosi)» (A. DE PRISCO, Bibliografia,
in G. POLARA, Letteratura latina tardoantica e altomedievale, Roma 1987, 249). Si vedano
comunque, in generale, A. ADLER, Das Klagelied, in Grundriss der romanischen Literaturen
des Mittelalters, VI,1, Heidelberg 1968, 288-290; VI 2, Heidelberg 1970, 354-362; J.
SZÖVÉRFFY, Weltliche Dichtungen des lateinische Mittelalters. Ein Handbuch. I. Von den
Anfängen bis zum Ende der Karolingerzeit, Berlin 1970, 87-93; C. THIRY, La plainte funèbre,
Turnhout 1978 (assai più attento, comunque, alla fioritura dei planctus nelle letterature
romanze che in quella mediolatina). Fondamentali, per la letteratura mediolatina, sono
invece gli studi raccolti da P. DRONKE, Intellectuals and Poets in Medieval Europe, Roma
1992, 345-489 (si tratta della quarta ed ultima sezione del vol., dal titolo «The Medieval
Planctus»). Altra bibliografia specifica verrà via via segnalata nelle note seguenti.
100 Essi, fra l’altro, sono pubblicati in Poesia latina medievale, cur. G. Vecchi, Parma

19582, 64-67, 68-69 e 52-57. Il Planctus de obitu Karoli ed i Versus de Herico duce si leg-
gono anche (con trad. ital. a fronte) in Scritture e scrittori dei secoli VII-X, cur. A. Viscardi
- G. Vidossi, Torino 19772, 160-163 e 132-135.
101 Cfr. C. COHEN, Les élements constitutifs de quelques planctus du Xe et XIe siècles,

«Cahiers de Civilisation Médiévale» 1, 1958, 83-86 (contributo, questo, di cui si tornerà a


discutere fra breve).

124
COMPOSIZIONE STILE E TENDENZE DEI GESTA ROBERTI WISCARDI

parziale) il planctus di un tal Gudino per la morte di Costanzo di


Luxeuil102, quello di Adelmanno di Liegi in memoria di Fulberto di
Chartres103, quello di Iotsaldo per il trapasso di Odilone di Cluny104, i
Versus de Ottone et Heinrico di Leone di Vercelli105 e, scendendo ancora
più giù nei secoli del tardo Medioevo, il planctus (in versi ritmici), compo-
sto nel secolo XIII in ambiente universitario bolognese, in onore di un non
meglio identificato grammatico Ambrogio106.
Dedicato, in linea di principio, a celebrare degnamente la memoria e
il ricordo di un personaggio illustre (da Carlo Magno a Roberto il
Guiscardo, come appunto nel nostro caso), il planctus si volge però, duran-
te il Medioevo, a differenziate tipologie, fra cui quella (di stampo mera-
mente “letterario”) che privilegia temi e figure tratti dalla Sacra Scrittura,
dalla mitologia e dalla poesia epica classica. Componimenti caratteristici
di questa particolare tipologia possono essere considerati i planctus biblici
di Pietro Abelardo (che, per l’importanza del proprio autore e gli elemen-
ti dolorosamente autobiografici che li innervano, vengono comunemente
considerati fra i rappresentanti più significativi del genere)107, i planctus
Mariae108 e ancora quelli (particolarmente numerosi e differenziati) dedi-
102 Il testo si legge in M.E. DU MÉRIL, Poésies populaires latines antérieurs au XIIe siè-

cle, Paris 1843 [rist. anast., Bologna 1969], 280-285; poi anche G. VECCHI, Il Planctus di
Gudino di Luxeuil: un ambiente scolastico, un ritmo, una melodia, in G. V., Due studi sui ritmi
latini del Medio Evo, Bologna 1967, 7-30. Alcune osservazioni sul componimento in ques-
tione anche in THIRY, La plainte funèbre, 63-65; e in BISANTI, L’interpretatio nominis nella
tradizione classico-medievale, 141-142.
103 L. HAVET, Adelmannus Leodensis, Poéme rithmique sur plusieurs savants du XIe siè-

cle, «Notices et Documents pour la Société de l’Histoire de France» 4, 1884, 71-90.


104 F. ERMINI, Il pianto di Iotsaldo per la morte di Odilone, in F. E., Medioevo latino.

Studi e ricerche, Modena 1938, 200-213.


105 R. GAMBERINI, “Allearsi cantando”. Nuove ricerche sui Versus de Ottone et Heinrico

di Leone di Vercelli. Con una revisione critica del testo, in “Tenuis scientiae guttula”. Studi in
onore di Ferruccio Bertini in occasione del suo 65° compleanno, cur. M. Giovini - C.
Mordeglia [= «FuturAntico» 3, 2006], Genova 2006, 11-55.
106 R. AVESANI, Il primo ritmo per la morte del grammatico Ambrogio e il cosiddetto Liber

Catonianus, «Studi Medievali» 6, 1965, 455-488.


107 Essi, come è noto, sono stati editi da G. VECCHI, I planctus di Abelardo, Modena

1951. Uno studio assai importante su uno di tali planctus è quello di P. DRONKE, The
Lament of Jephta’s Daughter: Themes, Traditions, Originality, «Studi Medievali» 12, 1971,
819-863 (poi in DRONKE, Intellectuals and Poets, 345-388).
108 Su questo sottogenere esiste un’importante bibliografia specifica: G. CREMASCHI,

Planctus Mariae. Nuovi testi inediti, «Aevum» 29, 1955 393-468; S. STICCA, The Literary
Genesis of the Planctus Mariae, «Classica & Mediaevalia» 27, 1966, 296-309; S. STICCA, Il
Planctus Mariae nella tradizione drammatica del Medio Evo, Sulmona 1984; P. DRONKE,
Laments of the Maries: from the Beginnings to the Mystery Plays, in Idee, Gestalt, Geschichte.

125
Armando Bisanti

cati alla guerra di Troia109 o a temi e a personaggi dell’Eneide (fra cui il


Planctus Evandri de morte Pallantis o il più celebre Lamento di Didone – inc.
O decus, o Libye regnum – confluito anche nei Carmina Burana, col n.
100)110.
Pur non essendo propriamente un planctus dedicato ad un defunto,
bensì ad un moribondo, il lamento di Sikelgaita sul letto del vecchio con-
sorte ormai prossimo al viaggio definitivo riflette, in parte, le tipologie
canoniche del genere letterario, sia nell’impostazione complessiva, sia nei
singoli particolari. Occorre, infatti, considerare innanzitutto la morfologia
squisitamente retorica (aspetto, questo, del quale si ritornerà a parlare) e
patetica del brano, caratterizzato da interrogazioni retoricamente intona-
te, da esclamazioni di pianto, di stupore, di disperazione da parte della
duchessa affranta (V 301-302 Proh dolor! […] quid inibo miserrima, vel
quo / infelix potero discendere? Nonne Pelasgi eqs; V 321 Ah! miseram!); da
un’invocazione alla morte che, secondo una topica ben attestata e ricor-
rente, non guarda in faccia nessuno e viene, quindi, apostrofata come
impia (V 317-318 Impia mors, homini, quo tot perente peribunt, / parce pre-
cor; precibus quae cumdescendere nescis)111; dalla laus delle virtutes del

Festschrift für Klaus von See, cur. G.W. Weber, Odense 1988, 89-116 (poi in DRONKE,
Intellectuals and Poets, 457-489); T. PÀROLI, Il Lamento di Maria tra lauda e dramma, in
Spiritualità e lettere nella cultura italiana e ungherese del Basso Medioevo, cur. S. Graciotti -
C. Vasoli, Firenze 1995, 231-293.
109 Fra questi, il più celebre è probabilmente quello che inizia con le parole Pergama

flere volo, confluito nei Carmina Burana (n. 101: Carmina Burana, ed. A. Hilka - O.
Schumann - B. Bischoff, I 2, Heidelberg 1941, 139-160) e dubbiosamente attribuito ad
Ildeberto di Lavardin (ma cfr. già A. BOUTÉMY, Le poème Pergama flere volo et ses imitateurs
du XIIe siècle, «Latomus» 5, 1946, 139-160, che ne negava la paternità ildebertiana); si
ricordi anche il planctus per la morte di Ettore pubblicato da M. DE MARCO, Un planctus
sulla morte di Ettore, «Aevum» 29, 1955, 119-122 (poi anche P. DRONKE, Hector in
Eleventh-Century Latin Lyrics, in Scire litteras. Forschungen zum mittelalterlichen
Geistesleben, cur. S. Krämer - M. Bernhard, München 1988, 137-148, poi in DRONKE,
Intellectuals and Poets, 407-429).
110 Cfr., rispettivamente, V. SIVO, Il Planctus Evandri de morte Pallantis, «Studi

Medievali» 20, 1979, 303-312 (saggio utilissimo, questo, dal quale ho desunto buona parte
delle indicazioni bibliografiche che ricorrono nelle note precedenti); e P. DRONKE, Dido’s
Lament: from Medieval Latin Lyrics to Chaucer, in Kontinuität und Wandel. Lateinische Poesie
von Naevius bis Baudelaire. Franco Munari zum 65. Geburtstag, Hildesheim 1986, 364-390
(poi in DRONKE, Intellectuals and Poets, 431-456). Fra le altre tipologie di planctus, si può
ricordare la lamentazione monastica (cfr. A. HOSTE, Aelred of Rievaulx and the Monastic
Planctus, «Cîteaux» 18, 1967, 385-398).
111 Su questa tematica rimando, in generale, a Hélinant de Froidmont, I versi della

Morte, cur. C. Donà, Parma 1988, 7-29, 101-137 e passim (con la mia recens., «Schede

126
COMPOSIZIONE STILE E TENDENZE DEI GESTA ROBERTI WISCARDI

defunto o, come in questo caso, del morente, gloria, speranza e forza del
suo popolo (V 304b-305a populum, quorum tu gloria solus, / spes et robur
eras), alla presenza del quale nessuno aveva paura di lanciarsi nella pugna
o temeva le minacce del nemico (V 306b-307 Quia te praesente tuorum /
hostis nemo minas, congressus nemo timebat); e, ancora, dal timore di ciò che
potrebbe verificarsi (soprattutto per il figlio Ruggero Borsa, privo del fon-
damentale sostegno paterno) dopo la dipartita del Guiscardo, con l’ado-
zione della vulgata metafora dei lupi predatori (V 312-315 Filius ecce lupis
sinitur rapiendus et uxor / et populus, nunquam sine te securus habendus. / Te
quia, qui populi fueras audacia nostri, / amisso populus non audax esse vale-
bit); dalla preghiera (che si rivelerà dolorosamente inutile) di Sikelgaita
all’impia mors perché il momento estremo del trapasso dello sposo sia
almeno dilazionato a quando egli potrà fare ritorno in patria (V 319-320
expecta saltim dum nos ad nostra reducat, / ut locus excipiat nos post sua fune-
rea tutus).
Sulla tipologia dei planctus mediolatini (o, più largamente, medievali)
si sono soffermati, in due contributi apparsi a un anno di distanza l’uno
dall’altro, il Cohen e lo Zumthor. Il primo, analizzando nel 1958 otto plan-
ctus mediolatini di argomento storico composti fra il X e l’XI secolo (e cioè
i Versus de Herico duce di Paolino di Aquileia, il planctus sulla morte di
Carlo Magno, quello su Ugo di San Quintino, quello su Folco, arcivesco-
vo di Reims, composto da Sigloardo, quello su Enrico II, quello su
Costanzo, composto da Gudino allievo della scuola di Luxeuil, quello su
Corrado II ed, infine, quello su Guglielmo il Conquistatore), riusciva a
distinguere in essi il costante ricorrere di sette thèmes typiques:
1) l’invito al pianto;
2) l’insistenza sulla nobiltà di lignaggio del defunto;
3) il catalogo (spesso lungo e complesso, come nei Versus de Herico
duce e nel planctus per Costanzo) delle città, dei paesi e degli uomini afflit-
ti dal lutto;
4) l’elogio delle virtutes del defunto;
5) il lutto della natura per la scomparsa di siffatto personaggio;
6) la descrizione del cadavere e l’allusione alla tomba;
7) la preghiera finale112.

Medievali» 18, 1990, 133-139); e ad A. BISANTI, Note ed appunti sulla commedia latina medie-
vale e umanistica, «Bollettino di Studi Latini» 23, 1993, 365-400 (in particolare 379-386).
112 COHEN, Les élèments contitutifs, 83-86.

127
Armando Bisanti

Lo studioso, in conclusione del suo breve saggio, insisteva poi sullo


schema «rigide et assez simple» di tali planctus, sull’assenza di coinvolgi-
mento emozionale da parte dello scrittore e sulla povertà terminologica di
queste composizioni.
L’anno successivo, nel 1959, Paul Zumthor, all’interno del suo impor-
tante volume sulla tecnica letteraria delle chansons de geste oitaniche, for-
niva quindi uno studio tipologico sui planctus presenti nella Chanson de
Roland113. Prendendo spunto dal celebre planctus di Carlo sul cadavere di
Rolando dopo la battaglia di Roncisvalle114, Zumthor individuava, nelle
varie lamentationes che si riscontrano nel corso della Chanson, i seguenti
dieci motivi ricorrenti (certo non sempre tutti insieme):
1) legame narrativo con la sezione immediatamente precedente;
2) apostrofe al defunto;
3) preghiera per l’anima del defunto;
4) elogio delle virtutes del defunto (diretto o indiretto);
5) segnali esteriori del dolore;
6) segnali interiori del dolore;
7) allusione alla patria lontana;
8) motivo dell’ubi est (o dell’ubi sunt);
9) evocazione della situazione attuale;
10) l’amarezza della sorte.
Quattro anni più tardi, nel 1963, lo studioso riprendeva questo stu-
dio tipologico, applicando i motivi individuati nei planctus della Chanson
de Roland ad altre cinque chansons de geste oitaniche, e cioè Gormont et
Isembart, la Chanson de Guillaume, il Moniage Guillaume, Raoul de
Cambrai e Girart de Roussillon115.
Orbene, se ora noi volessimo applicare lo schema proposto da Cohen
o quello suggerito da Zumthor al planctus di Sikelgaita sul letto del moren-
te Roberto il Guiscardo, ci troveremmo in evidente difficoltà, ché né l’uno
né l’altro schema tipologico può adattarsi perfettamente al brano di
Guglielmo il Pugliese. Sì, vi sono alcuni elementi peculiari, fra quelli indi-

113 P. ZUMTHOR, Etude typologique sur des “planctus” contenus dans la Chanson de

Roland, in P. Z., La technique littérarie des chansons de geste, Paris 1959, 219-235. Lo studio
in questione, col titolo I “planctus” della Chanson de Roland, è stato ripubblicato in trad.
ital. ne L’epica, 279-293.
114 Chanson de Roland, vv. 2881-2944.
115 P. ZUMTHOR, , «Romania», 84 1963, 61-69. Come si vede, si tratta di cinque delle

più vetuste chansons de geste antico-francesi, cronologicamente successive soltanto alla


Chanson de Roland.

128
COMPOSIZIONE STILE E TENDENZE DEI GESTA ROBERTI WISCARDI

viduati da Cohen e da Zumthor, che ricorrono anche nel lamento di


Sikelgaita, quali, ad esempio, il legame narrativo con la sezione preceden-
te (la duchessa, venuta a sapere che lo sposo è in fin di vita, giunge di
corsa presso di lui, graffiandosi le guance e, scarmigliata, prorompe in uno
sconsolato pianto), l’elogio delle virtutes del trapassato (in questo caso, del
moribondo), i segnali esteriori ed interiori del dolore, la preghiera finale
(che però, in tal caso, non è, come negli otto planctus mediolatini analiz-
zati da Cohen, rivolta a Dio perché protegga ed accolga presso di sé l’ani-
ma del defunto, bensì è indirizzata all’impia mors perché risparmi la vita
del Guiscardo quel tanto che basti per riportarlo in patria, ove potrà spi-
rare serenamente – e qui si registra anche il motivo, individuato da
Zumthor, della patria lontana). Nel complesso, però, il planctus di
Sikelgaita risulta in gran parte difforme, sia per quanto attiene alla sua
condotta compositiva, sia per quanto riguarda la tipologia degli elementi
che ne determinano la facies generale, dai planctus storici mediolatini ed
anche da quelli dell’epica oitanica. Si tratta, infatti, del lamento di una
sposa sul letto di morte del marito, marito che è, sì, un guerriero ed un
uomo d’armi (come il duca Erico del Friuli pianto da Paolino d’Aquileia o
come Guglielmo il Conquistatore o ancora come Rolando paladino di
Carlo re dei Franchi), ma che, soprattutto, viene considerato dalla consor-
te affranta ed infelice come uomo, sposo e padre.
Ma vi è anche un’altra differenza che ritengo non insignificante, e che
concerne principalmente la facies retorico-compositiva del brano in questio-
ne. Infatti, se i planctus mediolatini esaminati da Cohen (e, tutto sommato,
anche quelli oitanici analizzati da Zumthor) sono caratterizzati, come si è
detto, da una certa qual povertà lessicale e stilistica (ovviamente con le
dovute eccezioni che non sto qui a sottolineare), il planctus di Sikelgaita
inserito da Guglielmo il Pugliese nel libro V del suo poema, per converso, si
contraddistingue per l’estrema cura retorico-stilistica di cui il poeta medio-
latino si compiace e fa bella mostra. È un brano “patetico”, come si diceva
poc’anzi, nel quale la quantità e la ricorsività degli artifici dell’ornatus reto-
rico (sia per quanto attiene al significante sia per ciò che concerne il signifi-
cato) giovano ad una migliore e più distintiva individuazione delle sue com-
plesse e variegate istanze compositive. Le allitterazioni, generalmente
bimembri (V 303 me morte; 308 acies adversa; 314 quia qui; 316 poterit prae-
cellere; 317 pereunte peribunt, che, oltretutto, è un diptoto)116, talvolta tri-

116 Si osservi inoltre che i tre termini all’inizio del v. 318 (parce, precor; precibus)

seguono immediatamente gli ultimi due termini del verso precedente, anch’essi inizianti

129
Armando Bisanti

membri (V 318 parce, precor; precibus, anche qui con un diptoto fra precor
e precibus) e a distanza (V 309 tua … tutos; 313 sine … securus; 315 amis-
so … audax); i diptoti e i poliptoti, anche di tipo complesso (oltre ai due
esempi appena citati, cfr. V 303 tui … tuumque e, più sotto, al v. 305, tua
e, ancora al v. 306, te … tuorum; 305-306 praesentia … praesente; 314-315
populi … audacia … / … populus … audax, a doppio schema abab; 319 nos
… nostra; 321 precor … precanti); le ripetizioni a distanza di una medesi-
ma iunctura (V 305 e 309 tua quos); le anafore e i parallelismi più o meno
abilmente dissimulati (V 307 nemo … nemo; 312-313 et uxor / et populus,
in enjambement); appunto i numerosi enjambements, che legano in modo
logico e consequenziale (oltre che morfologico e sintattico) un esametro
al successivo (fra i casi più significativi cfr. V 301-302 vel quo / infelix pote-
ro discedere; 305-306 tua quos praesentia fovit / extremis positos; 306-307
quia te praesente tuorum / hostis nemo minas; 308-309 acies adversa catervis /
obsita non paucis; 309-310 tua quos animatio tutos / fecerat; 321-322 ingrata
precanti / cum semper fuerit); l’insistenza, infine, su una griglia terminologi-
ca selezionata ma non certo schematica e banale, fondata su determinati
e ricorrenti campi semantici, come quello del dolore e dell’infelicità (V
301 dolor … miserrima; 302 infelix; 321 miseram), quello della presenza
del Guiscardo, sufficiente, da sola, ad infondere ardire negli animi e a
condurre le truppe alla vittoria (V 305 praesentia; 306 praesente; 311 te
viso), quello della morte (V 303 morte; 317 impia mors … pereunte peribunt;
320 funera) e quello della preghiera (V 318 parce, precor; precibus; 321 pre-
cor … precanti): tutti questi elementi, insomma (particolarmente notevoli
ove si ricordi che si tratta di un brano di soli 22 versi), contribuiscono a
fare di quello di Sikelgaita sul letto di morte dello sposo un planctus forse
non del tutto coerente con i più diffusi e regolari elementi tipologici del
genere, ma, in tutti i casi, concorrono a realizzare un brano poetico nel
quale le componenti contenutistiche (improntate ad un pathos particolar-
mente acceso e vibrante) si saldano senza difficoltà con i fattori squisita-
mente retorico-stilistici (anzi, si può dire che le une siano in stretto rap-
porto con gli altri, e viceversa, in una sorta di reciprocità tra le forme del
contenuto e le forme dell’espressione), con un risultato che può annove-
rarsi certamente come pienamente positivo e che, ancora una volta, vale a
smentire, se non del tutto almeno in parte, le riserve, avanzate da una
lunga ed inveterata tradizione critica ed esegetica, sulle capacità poetiche
e versificatorie di Guglielmo il Pugliese.
per -p (pereunte peribunt), onde si configura, nel complesso, un’allitterazione addirittura
pentamembre.

130
COMPOSIZIONE STILE E TENDENZE DEI GESTA ROBERTI WISCARDI

Al planctus di Sikelgaita tiene dietro, immediatamente, quello del


figlio Ruggero Borsa, planctus che, però, non solo è risolto dal poeta in
modo assai sbrigativo e sommario (chiaramente per evitare una inoppor-
tuna duplicazione) ma, soprattutto, è presentato in forma di discorso indi-
retto (per cui, stricto sensu, non potrebbe essere considerato un vero e
proprio planctus, genere, questo, la cui caratteristica fondamentale è costi-
tuita dalla diretta allocutio al defunto o al moribondo). Nel breve volgere
di otto esametri, arricchiti dai consueti artifici retorici (come i diptoti flen-
ti flens a V 323, e habendi / … habenda a V 325-326; l’allitterazione secta-
rique sciat a V 327; il parallelismo tam patiens, tam ferreus a V 329) e dalle
abituali interrogazioni retoriche, qui marcate dall’anafora di quis (V 328-
329 Astantis populi lacrimas quis lumine sicco / inspiceret? quis tam patiens,
tam ferreus esset?), Guglielmo ci mette di fronte alla disperazione di
Ruggero Borsa per la ormai prossima dipartita del padre. Il figlio lancia
grida disperate che giungono fino al cielo (V 323-324 flens […] Rogerus /
magnos cum gemitu clamores tollit ad astra). Il suo dolore, però, non è ori-
ginato soltanto (o, direi meglio, soprattutto) dal fatto che il padre stia
abbandonando questo mondo, bensì esso è prodotto dal fatto che il
Guiscardo muoia prima che egli stesso, Ruggero Borsa, sia riuscito ad
essere capace di difendere ciò che aveva conquistato e/o di effettuare
nuove conquiste (V 325-326 se prius orbatum lacrimans patre, quam vel
habendi / parta vel ad plenum sit gnarus habenda parandi), nonché di segui-
re ed imitare le azioni gloriose del padre (V 327 sectarique sciat virtutis facta
paternae). I motivi di affetto e di devozione coniugale che – seppur abil-
mente mescolati col ricordo della gloria e del carisma esercitati dal
Guiscardo mentre era ancora in vita – avevano contraddistinto il planctus
della moglie Sikelgaita, cedono ora il passo, nel breve lamento (indiretto)
del figlio Ruggero Borsa, a considerazioni di segno politico e militare e,
tutto sommato, di carattere angustamente utilitaristico.
Siamo arrivati, finalmente, alle battute terminali del brano oggetto di
analisi in quest’ultimo paragrafo. Dopo aver preso la comunione (V 331-
332a Inter tot lacrimas cum corpore sanguine Christi / accepto)117, il 17 luglio
1085 Roberto il Guiscardo esala l’ultimo respiro (il poeta mediolatino, a V
332b, utilizza l’espressione moriens vita spoliatur amica, onde suggerire l’at-
taccamento del condottiero e duca normanno alla vita terrena). Il commen-
to finale di Guglielmo è oltremodo indicativo dell’impostazione laudativa
e celebrativa che ha connotato tutto il suo poema (Gesta V 333-336):

117 Si noti, al v. 331, la triplice allitterazione a distanza: cum corpore … Christi.

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Armando Bisanti

Sic et in exilio robusti principis artus


Spiritus exutos dimittit et exanimatur,
Qui fortes animos aliis inferre solebat,
Se praesente suis nil passus adesse timoris118.

In quattro esametri contrassegnati, ancora una volta, da una facies


retorico-compositiva particolarmente curata ed ornata (si osservino l’allit-
terazione bimembre animos aliis a V 335, quella trimembre exutos … et
exanimatur a V 334, nonché la doppia allitterazione, a schema ABAB, se
praesente suis … passus a V 336)119, il poeta mediolatino piange la morte
del suo campione, ponendo l’accento, ancora una volta, sul tema della
“presenza” del Guiscardo, tema che costituiva, come si è messo in risalto
più sopra, uno degli elementi portanti del planctus di Sikelgaita. Con la sua
sola e semplice “presenza”, infatti, il duca sapeva infondere coraggio e
ardore nei suoi seguaci e nessuno di essi, al suo cospetto, sentiva alcun
timore (V 335-336 Qui fortes animos aliis inferre solebat, / se praesente suis
nil passus adesse timoris). Ed ora che egli non c’è più, ora che si è svestito
delle proprie spoglie mortali (V 334 spiritus exutos)120, ombre minacciose
di instabilità e di precarietà sembrano allungarsi non solo sul futuro del
figlio Ruggero Borsa, agnello in mezzo ai lupi, ma anche sul futuro dell’in-
tero popolo normanno, privo com’è dell’apporto salvifico del suo carisma-
tico condottiero.

118 MATHIEU, in Guillaume de Pouille, 254.


119 Si rilevi inoltre, nei quattro versi in oggetto, l’insistenza (che potrebbe essere
casuale, ma forse non lo è) sui suoni -s (sic, robusti, principis, artus, spiritus, animos, aliis, sole-
bat, se, praesente, suis, passus, adesse, timoris) e -x (exilio, exutos, exanimatur).
120 Su questo tipo di iunctura, tipica del linguaggio devozionale ed agiografico cristia-

no e mediolatino: G. SCARPAT, Leggendo Rosvita. Appunti sulla lingua dei drammi, in Scritti
in onore di Alberto Grilli [= «Paideia» 45, 1990], Brescia 1990, 349-410 (in particolare
396-397); A. TRAINA, “Hominem exuere”. Postilla a Rosvita, Pafn. 12,5, in Scritti classici e cri-
stiani offerti a Francesco Corsaro, Catania 1994, 727-731.

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