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Di contro ad una Costantinopoli sostanzialmente incolta, sono

proprio certe zone provinciali dell’Occidente a mantenere in vita i


fili di una certa tradizione culturale (G. Cavallo).

Monachesimo e usi liturgici

La fonte principale per la Sicilia bizantina, sia per la storia ec-


clesiastica sia per quella politica ed economica, è il Registro delle
lettere di papa Gregorio Magno. Più di 200 delle 852 epistole
conservate riguardano la Sicilia. D’altronde questo Pontefice,
provenendo da una famiglia aristocratica romana, possedeva,
come tanti altri senatori, estese proprietà familiari nell’Isola. Pri-
ma di accedere al papato, fondò qui sei monasteri di cui tre nel
palermitano e forse due fra i più importanti cenobi siracusani,
Santa Lucia e San Pietro ad Baias, alla cui gestione si mostrava
particolarmente interessato. Ai suoi tempi i vescovadi della Sici-
lia erano undici: non esisteva ancora un’organizzazione metro-
politana, ma il vescovo di Siracusa, come titolare della sede della
capitale politica, godeva di un certo posto d’onore.
È improduttivo chiedersi se alla fine del VI secolo il monache-
simo fosse greco oppure latino, perché questa è una distinzione
che i siciliani contemporanei di Gregorio Magno probabilmente
non facevano.
Fra il VII e il IX secolo comunque si può affermare che il
monachesimo fosse integralmente greco. La bizantinizzazione
dell’Isola ottenne un’ulteriore impulso dall’afflusso di profughi
ortodossi dal Nordafrica e dal Medio Oriente. In questi secoli
erano vivaci e reciproche le relazioni fra i monaci siculi e quel-
li orientali: fra il 646 e il 648 soggiornò in Sicilia Massimo il
Confessore, durante il periodo del vescovado del greco Zosimo
a Siracusa. Fra il 680 e il 681 monaci siciliani parteciparono al
Concilio di Nicea, a seguito del quale venne eletto Patriarca di
Antiochia Teofane, abate di San Pietro ad Baias. Fra i corrispon-
denti di Teodoro Studita agli inizi del IX secolo c’è un Teofane
monaco siciliano; fra quelli di Fozio, un asceta siculo di nome
Metrofane. Gregorio Decapolita sembra che sia vissuto per alcu-
ni mesi in una torre della cinta muraria di Siracusa. Alcuni mo-
naci invece giunsero nell’Isola in esilio, come quelli che l’impe-
ratore Niceforo imprigionò a Lipari. L’asceta Luca di Taormina,
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abate di una piccola comunità monastica sulle falde dell’Etna, si
recò a Costantinopoli per questioni riguardanti il suo monastero;
durante il viaggio morì vicino a Corinto, dove i miracoli verifica-
tisi sulla sua tomba diedero l’avvio a un culto locale.
Di origine siciliana era anche Pietro che nell’869/70 fu am-
basciatore di Basilio I presso i Pauliciani di Tefriche. D’altronde
in quei secoli i rapporti fra Siracusa e le regioni a est del Me-
diterraneo, soprattutto la Siria, erano molto stretti. Quasi una
sorta di gemellaggio legava la capitale della Sicilia ad Antiochia:
fra i prigionieri delle prime scorrerie saracene nell’Isola pare che
molti nel 654 si stabilissero spontaneamente a Damasco, qua-
si si trattasse di un ambiente a loro familiare. Nel 680 Teofane
divenne patriarca di Antiochia, come poi il diacono siracusano
Costantino nel 683, durante il pontificato dei siciliani Agatone e
Leone II. Fra il 687 e il 701 occupò il soglio pontificio Sergio I di
famiglia antiochena stabilitasi a Palermo e qualche anno più tardi
si formarono le leggende di San Marziano e di San Pancrazio che
da Antiochia l’apostolo Pietro avrebbe mandato a evangelizzare
Siracusa e Taormina nel 39 d.C. Sia questo un fatto realmente
accaduto o una leggenda nata con l’indipendenza da Roma del-
la Chiesa siciliana, è comunque importante ribadire che il cri-
stianesimo in Sicilia fu introdotto direttamente dall’Oriente e
che le prime comunità cristiane sorsero nelle città più ellenizzate
dell’Isola, quelle della costa orientale; quindi i primi fedeli erano
per lo più di lingua greca. In queste chiese, sorte per influenza di
quelle orientali e non sottoposte nei primi secoli all’autorità me-
tropolitica del Vescovo di Roma, si introdussero degli usi liturgici
in contrasto con quelli della Chiesa romana che successivamente
i Papi tentarono di estirpare, aspirando a unificare la liturgia di
tutte le chiese a loro sottoposte. Uno di tali usi era quello di
impartire il battesimo, secondo quanto abitualmente osservato
in tutte le chiese orientali, anche nella ricorrenza dell’Epifania
e non solo in occasione della Pasqua e della Pentecoste, come
usava la Chiesa romana. Già papa Leone I nel 447 prese un at-
teggiamento deciso, esortando i vescovi siciliani ad abbandonare
tale consuetudine; ma evidentemente la sua azione non ebbe il
risultato desiderato, se nel 494 Gelasio I era costretto a tornare
sull’argomento in una lettera ai vescovi di Lucania, Bruzio e Sici-
lia. Un altro argomento che metteva in contrasto il clero siciliano

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con l’autorità pontificia era quello del celibato ecclesiastico. An-
cora nel 594 Gregorio I, scrivendo a Leone, vescovo di Catania,
doveva constatare che, per antica consuetudine, ivi era lecito ai
suddiaconi convivere con le proprie mogli, pur dopo aver ricevu-
to gli ordini sacri, mentre già da un secolo e mezzo papa Leone I
aveva esteso l’obbligo della continenza fin dal suddiaconato.
Molti ecclesiastici di origine orientale svolsero una brillante
carriera fino a raggiungere il più alto grado, il Soglio pontificio.
Negli anni fra il 678 e il 777 ben cinque furono i Papi siciliani:
Agatone (678-681), Leone II (682-683), Conone (686-687),
Sergio (687-701), Stefano III (768-777). Essi non furono scelti
casualmente né imposti dall’Imperatore di Bisanzio, bensì volu-
tamente eletti dal clero romano in un momento in cui la Chiesa
cristiana era continuamente travagliata dalle correnti ereticali.
Queste, sorte tutte nel mondo orientale, erano difficili da com-
battere per il clero occidentale non avvezzo alle sottili disquisi-
zioni filosofiche.
Anche l’introduzione e la prima diffusione in Sicilia della vita
monastica furono una conseguenza delle relazioni con l’Oriente.
Mentre i monaci occidentali, dal pontificato di Gregorio Magno
in poi, si conformarono alla regola benedettina, quelli orientali
non seguirono mai una regola uguale per tutti: ogni monastero
redigeva il suo typikòn, una raccolta di norme che disciplinava-
no la vita del cenobio. È perciò erroneo definire il monachesimo
orientale basiliano perché, se è vero che i trattati di San Basilio
erano copiati senza tregua nei cenobi greci, i canoni della santità
monastica si basavano piuttosto sugli ideali eremitici dei Padri del
deserto e sul modello di Sant’Antonio abate, monaco per eccel-
lenza. Sembra invece che il termine ordo Sancti Basilii (ordine di
S. Basilio) sia stato inventato nella cancelleria di Innocenzo III per
distinguere i monasteri greci dell’Italia meridionale e della Sicilia
da quelli che erano ordinis Sancti Benedicti (dell’ordine di S. Be-
nedetto). Nonostante i continui interventi tesi ad avvicinare il più
possibile gli usi liturgici siciliani a quelli della Chiesa di Roma, da
parte di Gregorio Magno nella vita sia dei monasteri da lui fonda-
ti sia degli altri, sotto i successivi Pontefici meno energici di lui la
Chiesa siciliana continuò a ignorare le norme imposte da Roma.
La Chiesa bizantina, in Oriente come in Sicilia, conosceva
tre forme di vita monastica: la vita dell’eremo, in cui il monaco

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viveva isolato, governandosi da se stesso; quella del cenobio in
cui i monaci vivevano in comune sotto la guida di un igumeno; e
quella della laura che univa i vantaggi spirituali della vita eremiti-
ca con quelli della vita cenobitica. Questa non era nient’altro che
l’unione di diverse celle, poste sotto il governo di un’unica guida.
Non sempre i monasteri erano indipendenti fra loro: spesso quel-
li di una medesima regione, come per esempio quelli del Monte
Athos, si riunivano e sceglievano un capo comune, chiamato ar-
chimandrita. Per l’archimandritato di Messina si è avanzata l’ipo-
tesi che sia stata presa come modello proprio l’organizzazione dei
monasteri atoniti, dove aveva vissuto a lungo San Bartolomeo da
Simeri, fondatore di Santa Maria del Patir di Rossano in Calabria
e ispiratore della fondazione del Salvatore di Messina.
Prima della conquista normanna e dello Scisma delle Chiese,
le relazioni fra i monasteri bizantini d’Italia e quelli delle altre re-
gioni orientali erano intensissime: si trattava di un vero processo
di osmosi, di un continuo scambio di esperienze religiose tra i
monaci italo-bizantini e quelli orientali.
All’epoca di Leone III e Costantino V perciò la Sicilia e la Ca-
labria dovevano essere completamente bizantinizzate anche dal
punto di vista religioso, visto che il distacco da Roma delle loro
diocesi si compì senza suscitare alcuna opposizione da parte delle
popolazioni.
Inoltre, mentre a Ravenna i monaci greci la cui presenza era
incoraggiata dagli esarchi, che trovavano in essi un appoggio alla
propria politica ecclesiastica, restarono separati dalla massa della
popolazione che rimaneva indifferente di fronte ad essi e alla loro
regola di vita monastica, in Sicilia la religiosità bizantina non era
estranea alla popolazione locale, ma veniva anzi a soddisfare delle
esigenze spirituali simili a quelle dei popoli orientali; esigenze
quindi preesistenti alla conquista bizantina dell’Isola e da essa
indipendenti.
Nella stessa epoca in cui, caduto l’esarcato di Ravenna, i Papi
poterono allontanare i monaci orientali e sostituirli con quelli
benedettini, senza suscitare reazioni da parte dei cittadini, altret-
tanto automaticamente i vescovadi dell’Italia meridionale bizan-
tina venivano sottoposti al Patriarca di Costantinopoli.
Durante la conquista araba, meta della fuga dei monaci sicilia-
ni furono la Calabria, Roma, l’Asia Minore, ma soprattutto il Pe-

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loponneso, provincia greca in questo periodo pacifica e facilmen-
te raggiungibile. Durante i secoli precedenti lo stesso cammino
era stato compiuto a ritroso dai greci del Peloponneso, emigrati in
Sicilia a causa dell’invasione slava. Ma non tutti fuggirono: i con-
quistatori arabi erano abbastanza tolleranti, non costrinsero mai i
Siciliani a convertirsi alla loro fede, ma offrirono solamente note-
voli sgravi fiscali a chi fosse diventato musulmano. Perciò, anche
se ridotte notevolmente di numero, le comunità cristiane conti-
nuarono a esistere perfino a Palermo, capitale della Sicilia islami-
ca; e cristiani erano presenti perfino negli ambienti della Corte.
La parte orientale dell’Isola per tutto il X secolo rimase sempre in
relazione con la vicina Calabria, mentre quella centro-occidenta-
le restò tagliata fuori dalla sfera dell’influenza politica bizantina.
Proprio in questo periodo un certo Luca, siciliano, fondò un mo-
nastero dedicato a San Giovanni Evangelista sul monte Athos.
Dalla Vita di San Saba sappiamo inoltre dell’esistenza nella Cala-
bria del nord di monasteri dei Siracusani e dei Taorminesi, visitati
regolarmente dal Santo.
Non stupisce perciò che Ruggero I alla fine dell’XI secolo ab-
bia emesso un certo numero di privilegi a favore di monasteri
greci nella Sicilia nord-orientale, riconoscendone ufficialmente
l’istituzione e dotandoli con terre, contadini e diritti. La nascita
di nuovi monasteri greci durante l’epoca normanna rappresentò
un’espressione spontanea della religiosità siciliana, mentre i mo-
nasteri latini vennero tutti fondati da immigrati dalla Francia o
dalla Penisola. La conquista normanna e la successiva riconver-
sione al cristianesimo dell’Isola fu inoltre agevolata dal profondo
radicamento delle comunità monastiche di rito greco.
Benché, dopo duecento anni di dominazione araba, non
mancassero in Sicilia monaci pii e ascetici, mancava però una
élite ecclesiastica: ben presto si verificò dalla Calabria un afflusso
di monaci colti e in grado di dirigere una comunità monastica,
sia dal punto di vista spirituale sia da quello amministrativo. Il
caso più noto è quello di Luca, archimandrita di San Salvatore
in lingua phari (letteralmente nella lingua del faro) di Messina,
ex monaco di Santa Maria del Patir, trasferitosi assieme ad altri
dodici monaci di Rossano. Ed è un fatto considerevole che an-
cora nel XIV secolo la maggior parte dei monasteri della Sicilia
orientale fosse di rito greco.

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Una curiosità: da San Luca I in poi a Messina si sono succe-
duti più di cinquanta archimandriti a capo della federazione dei
monasteri italo-greci di Sicilia, fino al 1838. Il monastero rima-
se senza archimandrita fino al 1883, quando papa Leone XIII
unì l’Archimandritato del Santissimo Salvatore all’Arcidiocesi di
Messina. Quindi a tutt’oggi l’arcivescovo di Messina si chiama
ancora archimandrita… Le tradizioni sono dure a morire!
Novantadue furono i santi bizantini di Sicilia, della maggior
parte di loro si hanno pochissime notizie. Fra questi vale la pena
annoverarne alcuni: Agathon, papa (678-681); Athanasios di
Catania, monaco e vescovo di Methone in Grecia; Kirillos, ve-
scovo di Catania (VIII secolo); Conone di Palermo, papa (686-
687); Epiphanios di Catania, teologo, che partecipò al Concilio
di Nicea nel 787; Ermogenes, vescovo di Agrigento, ucciso da-
gli Arabi nell’828; Eulalios di Lentini, vescovo di Siracusa (VI
secolo); Giuseppe (Ioseph) l’Innografo di Siracusa (IX secolo),
grande compositore di inni sacri; Gregorio di Agrigento (VI se-
colo), uno dei massimi rappresentanti della rinascita culturale
dell’ellenismo in epoca bizantina; Isidoros, vescovo di Agrigento
(VII secolo); Methodios di Siracusa, Patriarca di Costantinopoli
(843-847); Stefanos di Siracusa, papa (816-817).

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