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APPRENDERE
CIÒ CHE VIVE
Studi offerti a Raffaele Licinio

a cura di
Victor Rivera Magos e Francesco Violante

ESTRATTO

2017
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SANTI, GUERRIERI E MERCANTI AL PORTO DI BARI

Vito Bianchi

«Essere stati è una condizione per essere»


F. Braudel

1. Origini di un porto
Il porto di Bari ha spesso modellato la storia della città. E la storia della città si è per
lunghi tratti plasmata sul suo porto. Nei secoli. Nei millenni. Oggi, come più di tremilacin-
quecento anni fa. L’età del Bronzo vide attecchire in loco un insediamento simile a quello
di tanti altri centri costieri della Puglia adriatica1. Nacque su una lingua di terra protesa
nel mare, su quel pronunciamento del litorale che tuttora trattiene in sé la cosiddetta “città
vecchia”. Una penisoletta più o meno allungata, occupata nel secondo millennio avanti
Cristo da una popolazione trascorrente attraverso la facies culturale prima proto-appen-
ninica, poi appenninica e infine sub-appenninica.
Sin dalle origini, quella protuberanza poté consentire un duplice favorevole attracco,
in ciascuna delle due insenature che ne costeggiavano i fianchi, a seconda dei venti e delle
stagioni, delle alte e delle basse maree. Era uno scalo bipartito, fra Maestrale e Scirocco,
che offriva la possibilità di usare un golfo o l’altro. Fra Grecale e correnti da Ponente,
all’occorrenza ambedue i bacini erano in grado di entrare in funzione.
I rinvenimenti archeologici più remoti, attestati in prossimità di San Pietro e Santa
Scolastica (all’estrema punta della penisola), di Santa Maria del Buonconsiglio (quasi a
ridosso del bacino orientale) e di San Francesco della Scarpa (affacciato nei pressi dell’in-
senatura occidentale)2, parrebbero appunto confermare, con la loro dislocazione, la gra-
vitazione del nucleo insediativo su entrambi i fronti portuali. Del resto, il fenomeno di
insediamento presso un sito litoraneo che si sviluppa fra due anse è comunemente attestato

1 
Sugli insediamenti dell’età del Bronzo in Puglia, con specifico riferimento al versante adriatico, cfr. Do-
cumenti dell’età del Bronzo. Ricerche lungo il versante adriatico pugliese, a c. di A. Cinquepalmi, F. Radina,
Fasano 1998. In particolare, sull’insediamento protostorico di Bari, nello stesso volume, cfr. F. Radina, Bari
centro storico, pp. 83-93.
2 
Radina, Bari centro storico cit., pp. 84-85.

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lungo una riviera pugliese che, in linea di massima, non è dotata di baie profonde e ben
riparate dai marosi. I promontori naturali divenivano pertanto necessari all’economia di
scambio marittimo, appendici terracquee praticabili e abitabili da comunità predisposte ai
contatti trans-marini, nell’orbita di quei traffici micenei che, specialmente fra il XVI e il
XII sec. a.C., interessavano con sistematicità un po’ tutti i lidi mediterranei3, e la cui eco
mitizzata si tramanderà nei poemi epici.
Gli scali costieri potevano, quindi, favorire le relazioni commerciali col mondo egeo
e, in genere, col Mediterraneo orientale: ne è testimone un frammento di alabastron con
decorazione in vernice nero-brillante, di produzione micenea4, proveniente da una struttura
ubicata nella parte est dell’insediamento protostorico di Bari. Altri frammenti analoghi
sono stati scoperti all’estremità settentrionale dello stesso centro storico5.
Generalmente, si ritiene che approdi come quello di Bari potessero rappresentare il
referente commerciale di un tessuto economico di tipo agricolo-pastorale e artigianale,
che trovava la sua elaborazione in prevalenza nell’entroterra, laddove sono effettivamente
riscontrabili le tracce di numerosi villaggi dell’età del Bronzo. Sulla costa si sarebbero
quindi sviluppati dei centri dediti ad attività specializzate, che fungevano da tramite per i
traffici in rapporto alle comunità dell’interno, nel cui ambito avrebbero invece continuato a
prevalere le attività primarie6. Ma a innescare e a incentivare un ruolo emporico per il porto
di Bari non necessariamente né esclusivamente può essere stato il contesto del territorio
retrostante. Non va sottovalutato, in effetti, come l’impianto e la genesi di un insediamento
portuale potessero eventualmente anche derivare, sulla direttrice opposta, dagli interessi
economico-commerciali innestati e cresciuti sulla scia delle rotte micenee. Oltretutto, in
relazione al sito protostorico di Bari, l’idea di una precipua “specializzazione” nei com-
merci trae vigore dall’assenza di elementi archeologici inerenti a una qualche attività di
pesca. In un contesto che vedeva l’allevamento di maiali, di parecchi bovini destinati all’a-
ratura, di capre e pecore per la produzione casearia e tessile, e in cui si praticava la caccia
al cervo7, estremamente limitata e secondaria si configurava l’attività della raccolta dei
molluschi marini e di tartarughe8, mentre nessun dato materiale finora consentirebbe di
presupporre una sistematica attività peschereccia.

2. Fra età del Ferro ed Ellenismo


Della vocazione commerciale di Bari e del suo porto non è noto granché in connessione
con la fase di passaggio all’età del Ferro, fra XI e X sec. a.C. Non sappiamo, per carenza

3 
E.M. De Juliis, I navigatori micenei, in Andar per mare. Puglia e Mediterraneo tra mito e storia, a c. di
R. Cassano, M. Milella, Bari 1998, pp. 29-31.
4 
L. Vagnetti, La relazione fra il versante adriatico pugliese e l’area egea alla luce delle ricerche recenti,
in Documenti dell’età del Bronzo cit., p. 274.
5 
Al riguardo, cfr. A. Fornaro, Santa Scolastica, in Archeologia di una città. Bari dalle origini al X secolo,
Bari 1988, pp. 95-115.
6 
A. Cazzella, Il versante adriatico della Puglia durante l’età del Bronzo. Appunti per una sintesi, in Do-
cumenti dell’età del Bronzo cit., Fasano 1998, pp. 17-22; F. Radina, Il contesto ambientale delle Murge, in
Documenti dell’età del Bronzo cit., pp. 53-56.
7 
I dati sono riportati in B. Wilkens, Le risorse animali, in Documenti dell’età del Bronzo cit., Fasano 1998,
pp. 223-225.
8 
Radina, Bari centro storico cit., p. 87.

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di elementi archeologici, se il florido insediamento sub-appenninico sia stato distrutto e


temporaneamente abbandonato, oppure se vi sia stata continuità insediativa fino al villag-
gio iapigio, che invece è stato individuato con certezza a partire almeno dal IX sec. a.C.,
e ancora nelle aree già precedentemente frequentate di Santa Scolastica, Santa Maria del
Buonconsiglio e San Francesco della Scarpa.
Di fatto, è stato ipotizzato che nell’VIII e nel VII sec a.C. l’abitato di Bari dovesse risul-
tare essenzialmente legato al funzionamento dello scalo portuale, cui affluivano i prodotti
del ricco retroterra, e dove avvenivano i contatti e gli scambi con i naviganti stranieri9.
Nel VI sec. a.C., il rinvenimento di una kylix corinzia decorata da un fregio di animali
rispecchia le relazioni degli indigeni «[…] con popolazioni di cultura greca, di cui gli abi-
tanti di Bari dovevano essere intermediari, ma anche diretti fruitori […]»10. È un rapporto
che naturalmente si intensificherà durante l’età classica e nel primo Ellenismo, fra il V e la
seconda metà del IV sec. a.C., quando Bari diviene una “città” a tutti gli effetti, cingendosi
di mura in opera isodoma11. È in questo frangente che si importa dalla regione di Atene
uno skyphos a figure rosse12, che di nuovo sembrerebbe segnare un’ininterrotta funzione
emporica della città (in diretta connessione con i centri limitrofi, considerata, ad esempio,
la notevole quantità e il pregio di ceramiche attiche d’importazione rinvenute a Ceglie del
Campo/Caelia). Inoltre, la necessità di approntare delle fortificazioni, per uno scalo strate-
gicamente utile, quale era quello barese, doveva derivare dal particolare momento storico,
caratterizzato dall’arrivo dei “condottieri greci” (Archidamo di Sparta fra il 342 e il 338
a.C., Alessandro il Molosso fra il 334 e il 331, il principe spartano Cleonimo nel 303-302,
e Pirro, sovrano dell’Epiro, fra il 280 e il 275), il più delle volte su invito di Taranto, per
guerreggiare ora contro le popolazioni italiche della Magna Grecia, ora contro i Romani
che progressivamente stavano espandendo i loro domini nel Mezzogiorno13. In ogni caso,
al di là della canonica funzione emporica, per la prima volta il porto di Bari parrebbe
adesso acquisire una valenza più spiccatamente militare. Si tratta di una funzione che viene
a essere confermata nel II sec. a.C., se è vero che nel 181 a.C. i Romani fanno del porto
barese uno dei perni del sistema difensivo nell’Adriatico14, infestato dai pirati istro-illirici.

3. L’età romana
Comunque, la predisposizione alla marineria civile di Bari non doveva essere svanita,
benché potesse probabilmente raggiungere, con la romanizzazione, un volume di scambi
poco più che modesto.
Il rinvenimento, nelle acque prospicienti la basilica di San Nicola, di anfore Lamboglia

9 
E.M. De Juliis, Dal villaggio alla città, in Archeologia di una città cit., pp. 169-172.
10 
Ivi, p. 171.
11 
Ivi, pp. 171-172.
12 
Cfr. in proposito G. Andreassi, Barion, in Archeologia di una città cit., pp. 173-175.
13 
Una sintesi sull’epopea dei “condottieri” greci in Puglia è in M. Lombardo, I “condottieri” greci in
Puglia, in Andar per mare cit., pp. 177-184 (con bibliografia di riferimento). Si veda inoltre Alessandro il
Molosso e i “Condottieri” in Magna Grecia, Atti del quarantatreesimo convegno di studi sulla Magna Grecia
(Taranto - Cosenza, 26-30 settembre 2003), 2 voll., Taranto 2004.
14 
Livio, Ab urbe condita, XL, 18, 7-8.

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2, destinate fra il II e il I sec. a.C. al trasporto di vino pregiato15, indurrebbero a localiz-


zarvi un relitto16. Numerosi reperti anforacei sono stati altresì localizzati nei pressi del
“Porto Vecchio” e del lungomare Nazario Sauro. La varietà tipologica e cronologica dei
manufatti sin qui recuperati (comprendenti anfore greco-italiche del III sec. a.C., come
pure Dressel 6A del I-II sec. d.C.) è stata ritenuta caratteristica dei punti di ancoraggio, per
cui si è ipotizzato che navi in difficoltà avessero l’opportunità di gettare l’ancora nella baia
sud-orientale dello scalo barese17. Non va tuttavia escluso che i diversi rinvenimenti anfo-
racei siano indizio di un normale, piccolo cabotaggio sub-litoraneo, effettuato dai navigli
nelle vicinanze dell’approdo portuale vero e proprio. La carenza di indagini archeologiche
subacquee e l’impatto distruttivo cagionato dalla realizzazione moderna del “Porto Nuovo”,
impediscono in effetti di appurare un’eventuale presenza di reperti anforacei sommersi
anche nel bacino occidentale della cosiddetta “città vecchia”, mentre nelle acque del lito-
rale compreso fra Palese e Santo Spirito, e cioè sul declivio settentrionale del porto, sin
dal 1966 è stato segnalato un relitto romano con un carico di anfore18.
Ad ogni buon conto, la carta distributiva ricostruibile in base alla ricorrenza di deter-
minate tipologie di anfore in ambito mediterraneo, porta a riconoscere per il porto di Bari
una propensione commerciale indirizzata di preferenza a Oriente19. È inoltre plausibile
che uno scalo delle dimensioni di Barium avesse dei collegamenti più o meno stabili con
l’opposta sponda adriatica20.
Un tale processo e la propensione a privilegiare determinati itinerari commerciali sono
da mettere in relazione con il grado di progressiva evoluzione del sistema portuale apulo,
agevolato verosimilmente dall’apertura che l’espansione della potenza romana aveva cre-
ato in direzione del Mediterraneo orientale. Non a caso, dunque, intorno al III-II sec. a.C.,
alcune monete in bronzo, con legenda greca BARIN o BARINON, presentano in effigie
la prua di nave21. Una simile immagine, che può agevolmente essere associata alle famose
serie monetali dei primi assi di Roma recanti la prora di un battello (l’as libralis del IV
sec. a.C.), sottolinea e riassume, abbastanza chiaramente, tanto l’avvenuta integrazione

15 
Sulla diffusione del vino italico e sulle rotte seguite dai carichi stivati nelle navi onerarie romane, utile
l’analisi di A. Tchernia, Le vin de l’Italie romaine, Roma 1986, che si sofferma sui rapporti intrattenuti dai
navigli apuli (e in genere italici) con il bacino orientale del mar Mediterraneo alle pp. 68-74, 129, 148-149.
16 
Cfr, in proposito E.M. De Juliis, Le antichità sommerse, in La Puglia e il mare, Milano 1984, p. 124; G.
Volpe, Il porto e il litorale, in Archeologia di una città cit., pp. 385-394, in particolare pp. 386-387.
17 
Ivi, p. 387.
18 
De Juliis, Le antichità sommerse cit., p. 124. L’area interessata dai reperti si estenderebbe per circa un
chilometro, lungo una fascia che dista fra i 10 e i 250 metri dalla costa, a una profondità variabile fra i 3 e
i 15 metri. Il carico anforaceo del presunto relitto, depositatosi su un fondale piuttosto roccioso e basso, ha
dovuto subire nel tempo l’azione violenta dei marosi, che ne hanno determinato la dispersione, per poi essere
ulteriormente rimaneggiato dai pescatori dilettanti e dai subacquei a caccia di anfore.
19 
Tchernia, Le vin de l’Italie cit., pp. 68-74.
20 
J. Rougè, Recherches sur l’organisation du commerce maritime en Méditerranée sous l’empire romain,
Paris 1966, p. 93; cfr. inoltre in proposito G. Volpe, R. Auriemma, Rotte, itinerari e commerci, in Andar per
mare cit., pp. 199-210, con particolare riferimento alle pp. 200-201.
21 
Al riguardo, cfr. A. Siciliano, La monetazione di Barion/Barium, in Archeologia di una città cit., pp.
233-235.

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Santi, guerrieri e mercanti al porto di Bari 53

della città nella sfera d’influenza romana, quanto una tradizionale vocazione marinara,
esplicitata dall’inequivocabile insegna commerciale.
Di quanto fosse apprezzabile, per la romanità, l’approdo di Bari, può essere in qual-
che misura confermato dall’apprestamento della via publica Gellia, che i Romani fecero
costruire probabilmente già nella prima metà del I sec. a.C., collegando Barium a Nord
con Canosa e a Sud con Egnazia22. Il poeta Orazio, tuttavia, durante il famoso viaggio
compiuto da Roma a Brindisi nel 37 a.C., in compagnia di Mecenate, dedica al mare barese
appena una battuta, che ne ricorda la pescosità, e nulla più23. Strabone pone a sua volta
Bari fra gli scali obbligati della rotta adriatica, a 700 stadi dal più importante emporium di
Brundisium24. Già attivo dunque in età repubblicana, senza raggiungere presumibilmente
l’importanza degli snodi portuali di Brindisi e Otranto, il porto barese dovette incremen-
tare la sua valenza in epoca imperiale. Con la realizzazione della via Traiana, realizzata
fra il 108 e il 110 d.C. per connettere più velocemente Roma con Brindisi (e quindi con
l’Oriente)25, Bari verrà inserita nel pieno dei flussi di uomini e merci dell’impero romano,
non solo sulla direttrice Est-Ovest, ma anche sull’asse Nord-Sud che legava Aquileia ad
Alessandria d’Egitto. Quale fosse il tragitto barese dell’arteria imperiale non è del tutto
accertato. Stando agli studi antiquari, un antico miliario della via Traiana sarebbe stato
utilizzato per circa due secoli, dal XVI al XVIII, dai pescatori del “Porto Vecchio”, per
legarvi le gomene delle barche26. In ogni caso, del movimento di genti e dei traffici svi-
luppati dal porto di Bari con l’impero romano raccontano alcuni documenti epigrafici e
iconografici. Innanzitutto, una stele funeraria, scoperta nel 1910 in via Abate Gimma,
durante alcuni lavori edilizi, rivela per il II sec. d.C. la presenza in loco di Errio Severo,
un hortator, vale a dire un capovoga, presumibilmente di una nave mercantile. Il marinaio
viene esplicitamente menzionato su una lastra che reca altresì il disegno di un’imbarca-
zione con remi e alberi, in viaggio su un mare contraddistinto dai pesci che sguazzano
fra le onde27. In ambito barese è inoltre attestata l’esistenza di stranieri, menzionati da un

22 
In proposito cfr. M. Pani, La città in età romana, in Archeologia di una città cit., pp. 371-377, con par-
ticolare riferimento alle pp. 374-375. Sulla via Gellia, cfr. G. Uggeri, La viabilità romana nel Salento, Roma
1983, pp. 231 ss.
23 
Così si esprime Orazio in Sermones I, 5, 96-97: «[…] postera tempestas melior, via peior adusque Bari
moenia piscosi […]».
24 
Strabone, Geographia, VI, 3, 8.
25 
Sulla via Traiana, cfr. T. Ashby, Le vie Appia e Traiana, in «Boll. Ass. Arch. Romana», VI-VII (1916-17),
pp. 10 ss.; T. Ashby, R. Gardner, The via Traiana, in «Papers of the British School at Rome», VIII (1916), pp.
104-171; Uggeri, La viabilità cit., pp. 229 ss.; M. Silvestrini, La viabilità, in Archeologia di una città cit., pp.
379-383; Viae Publicae Romanae, a c. di R. Cappelli, Roma 1991; La via Appia. Sulle ruine della magnificen-
za antiche, a c. di I. Insolera, D. Morandi, Roma 1997; V. Bianchi, La via Traiana e l’Oriente, in Paesaggi
e rotte mediterranee della cultura, a c. di C.S. Fioriello, Bari 2008, pp. 143-156; e V. Bianchi, Viaggio tra i
misteri. Culti orientali e riti segreti lungo l’antica via Traiana, Fasano 2010, in particolare pp. 7-16.
26 
G. Petroni, Della storia di Bari dagli antichi tempi sino all’anno 1856, I, Napoli 1857, p. 31.
27 
Il testo epigrafico recita così: «D(is) M(anibus) s(acrum) / Cn. Herrius Se-verus, hort(ator) v(ixit) a(nnis)
/ XVII. Herrius / Proculus et / Gellia Proba f[ili]o / b(ene) m(erenti) f(ecerunt)». Sul dato epigrafico, Pani,
La città cit., p. 375; M. Chelotti, La documentazione epigrafica, in Archeologia di una città cit., p. 450. Utili
riferimenti sono riscontrabili anche in M. Chelotti, Regio II. Apulia et Calabria. Barium, in «Supplementa
italica», 8 (1991), pp. 25 ss.

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paio di iscrizioni che ricordano rispettivamente un Nepos “marmista” di Bisanzio, e un


Symphoros commerciante di Tralles, in Caria28.
Fra i materiali provenienti dal restauro della basilica di San Nicola spicca poi un fram-
mento epigrafico in pietra grigia di I-II sec. d.C., recante il nome di Anubis29, il dio egi-
zio con la testa di cane, facente parte della schiera isiaca30. La datazione dell’iscrizione
ad età imperiale sembrerebbe suggerirne la pertinenza al frangente di notevole fervore
conosciuto dall’isismo dall’epoca flavia in avanti31. Ma l’origine della sua ricorrenza nel
contesto barese non può essere disgiunta dalla rete di rapporti intrattenuti, sin dall’Elleni-
smo, fra la Puglia e l’isola di Delo, dove il culto prestato ad Anubis conosceva una lunga
tradizione (tanto che, sin dal II sec. a.C., una statua del cinocefalo era ospitata nel Serapeo
A). L’introduzione delle divinità egiziane è confermata in età antoniniana da un altare in
marmo, che, seppur proveniente dal territorio di Bari, risulta attualmente conservato al
Badisches Landesmuseum di Karlsruhe32. Si tratta di un’ara in marmo, che riporta l’iscri-
zione dedicatoria alla defunta Fabia Stratonice33. L’apparato iconografico che correda l’al-
tare si rivela ricco di immagini le quali rimandano al culto isiaco e configurano un contesto
socio-religioso che, attraverso il porto, aveva permeato Bari di elementi orientali: sui lati
della dedica, la raffigurazione del sistro e della situla alludono difatti chiaramente a Iside,
che in molteplici occasioni viene effigiata proprio con questi strumenti nel repertorio figu-
rativo del mondo romano (mentre non lo è in epoca ellenistica), a partire specialmente dal
periodo compreso fra la fine del I e l’inizio del II sec. d.C.34. Inoltre, sul lato sinistro dell’al-
tare è effigiata la figura di un giovane vestito all’egiziana. Sul lato destro dell’ara, infine,
compare scolpita a rilievo la figura vestita con tunica e mantello di Anubis, che porta una
palma nella mano destra e un caduceo nella sinistra. Il caduceo è l’attributo di Hermes, con
cui Anubis è stato talora identificato per le funzioni di psicopompo, e che curiosamente è
anche il cognome del dedicante. Le attestazioni dei culti orientali confermano, una volta
di più, il rapporto di Bari con i fermenti culturali e religiosi dell’Asia Minore e dell’Egitto.
Dall’analisi degli elementi di reimpiego presenti nella basilica di San Nicola, si ricava
inoltre che l’urna sepolcrale contenente le spoglie mortali dell’abate Elia è in realtà un sar-

Cfr. Corpus Inscriptionum Latinarum, Berolini 1863-, n. 285; Chelotti, Regio II cit., p. 33.
28 

L’iscrizione è così composta: «Anub[…]/…..»?. Al riguardo, cfr. V. Morizio, La città in età romana, in
29 

Archeologia di una città cit., p. 445; Chelotti, Regio II cit., p. 34; M. Chelotti, Le divinità dell’Oriente, in
Andar per mare cit., p. 239; Id., Viaggio tra i misteri cit., pp. 52-54.
30 
Apuleio, Metamorfosi XI, 11.
31 
Sui culti orientali nella Puglia di età romana, cfr. V. Bianchi, Culti orientali nella Regio II Apulia et Ca-
labria, tesi di dottorato di ricerca in “Documentazione, catalogazione, analisi e riuso dei beni culturali (XIV
ciclo)”, Bari 2001-2002; Id., Viaggio tra i misteri cit. (con bibliografia di riferimento).
32 
Karlsruhe, Badisches Landesmuseum, n. inv. 67/134.
33 
Il testo dell’iscrizione è il seguente: «D(is) M(anibus)/Fabiae Q. f. Stratonice/optimae ac piissimae co-
niugi/L. Plutius Hermes». Cfr. J. Thimme, Badisches Landesmuseums Neuerwerbungen 1967. Grabstein ei-
ner Isimystin, in «Jahrbuch der Staatlichen Kunstsammlungen in Baden - Wurttemberg» 5 (1968), pp. 182-
184; M.C. Budischovsky, La diffusion des cultes isiaques autour de la Mer Adriatique, Leiden 1977; J.C.
Grenier, L’autel funéraire isiaque de Fabia Stratonice, Leiden 1978; Chelotti, Le divinità cit., pp. 238-239;
Bianchi, Viaggio tra i misteri cit., pp. 53-54.
34 
Cfr. in proposito i molteplici esempi riportati in Iside. Il mito, il mistero, la magia, a c. di E.A. Arslan,
Milano 1997, pp. 86 ss.

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Santi, guerrieri e mercanti al porto di Bari 55

cofago marmoreo di tipo “Sidamara”, lavorato in Asia Minore nel III sec. d.C. Parimenti,
i capitelli della cripta nicolaiana, insieme a quelli della cattedrale di San Sabino e delle
chiese di San Gregorio e Santa Maria del Buon Consiglio, costituiscono materiale di pro-
duzione asiatica e bizantina, elaborati in tempi diversi, fra il II e il VI sec. d.C.: ne è stata
presupposta una provenienza illirica, greca, nord-africana (sono state notate assonanze
con l’apparato scultoreo della moschea di Kairouan in Tunisia) o microasiatica, e una pro-
babile pertinenza a edifici religiosi preesistenti all’arrivo dei Normanni nell’XI secolo35.
Non sempre, in verità, il riuso fatto nel Medioevo degli elementi architettonici antichi,
spesso spostati a notevoli distanze dall’ubicazione originaria, consente di risalire con esat-
tezza alle dinamiche culturali: nella cattedrale barese di San Sabino, per esempio, in seguito
a un restauro36, è stata riconosciuta, su una colonna, una dedica all’orientale dio Sol37, fir-
mata dall’augustale Q. Terenzio Antero e databile entro i primi decenni del I sec. d.C.38.

4. Fra Tardoantico e Alto Medioevo


L’inserimento ormai completo di Barium nella rete dei collegamenti d’età imperiale e
tardo-antica è ulteriormente confermato dalle citazioni ricorrenti negli antichi Itineraria,
delle specie di guide che segnavano le distanze e i luoghi in cui era possibile effettuare
soste e rifornimenti lungo determinate direttrici.
Nell’Itinerarium Antonini (o Itinerarium Provinciarum), redatto verosimilmente nel III
sec. d.C., Bari appare come tappa intermedia fra Butruntus/Bitonto e Turribus/San Vito di
Polignano. La città è inoltre punto di partenza della strada per compendium per Taranto e,
ancora, risulta citata quale stazione del percorso costiero adriatico, definito via Flaminia
ab Urbe per Picenum Anconam et inde Brundisium39.
Lo scalo di Barium/Varis, sebbene probabilmente con mansioni di semplice cabotag-
gio, è menzionato pure nell’Itinerarium Maritimum, che elenca una serie di rotte con le
relative lunghezze, e che peraltro conferma il funzionamento di traghetti transadriatici
principalmente dai porti di Siponto, Brindisi e Otranto40. Considerato in genere come
un’appendice dell’Itinerarium Antonini, l’Itinerario Marittimo è stato da alcuni assegnato

35 
Sull’argomento, cfr. R. Cassano, I monumenti, in Archeologia di una città cit., pp. 401 ss.
36 
L’operazione di restauro che ha portato al fortuito rinvenimento dell’epigrafe è stata condotta nel 2005.
37 
Sul rinvenimento, M. Silvestrini, Una dedica al dio Sole nella cattedrale di Bari, in Studi in onore di
Francesco Grelle, a c. di G. Volpe, Bari 2006, pp. 269-279. L’epigrafe era inscritta su una colonna in marmo
rosso cavato da Iasos, presso l’odierna Marmaris, in Asia Minore. Dalla Caria, il marmo era stato trasportato
a Canosa e successivamente, col declino della città e l’aggregazione episcopale a Bari, aveva subito un reim-
piego nella cattedrale barese. La dedica inscritta sulla colonna era stata offerta in un tempio che associava il
culto di Sol a quello imperiale.
38 
Sebbene, a rigore, non si tratti della dedicazione a una divinità da identificare necessariamente con
Mithra, tuttavia il riferimento al Sol Invictus e l’intimo rapporto fra il mitraismo e il culto del dio Sole – per
distinti che fossero – riecheggiano dei riti d’ascendenza persiana. Sul rapporto strettissimo fra Sole e Mithra,
cfr. Bianchi, Viaggio tra i misteri cit., pp. 52-53 (con bibliografia).
39 
Sull’Itinerarium Antonini, cfr. l’edizione riportata in O. Cuntze, Itineraria Romana, I, Lipsia 1929, spe-
cialmente pp. 1-85. Sull’argomento, utile anche Uggeri, La viabilità cit., pp. 142 ss.
40 
Sull’Itinerarium Maritimum, Cuntze, Itineraria cit., pp. 76-84; Uggeri, La viabilità cit., pp. 145 ss.;
Silvestrini, La viabilità cit., p. 379.

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56 Vito Bianchi

ad età vandala41. Se così fosse, per gli approdi pugliesi, e per quello barese in particolare,
sarebbe confermato il ruolo acquisito nella precedente età imperiale.
Qualche leggera variazione parrebbe invece registrarsi con l’Itinerarium Burdigalense
(o Hierosolymitanum), risalente al 333-334 d.C.42, in cui si descrive un pellegrinaggio di
cristiani dell’Aquitania in Terrasanta. Nel diario di viaggio, si riferisce espressamente di
mutationes per il cambio dei cavalli, di mansiones per il pernottamento, e di civitates.
Insieme a Brindisi e a Leonatia (volgarizzazione di Egnazia), Bari/Beroes è l’unica località
costiera a essere definita, appunto, civitas (al pari di Ruvo, Canosa, Ordona ed Aecae, che
però sono situate nell’interno)43. È il sintomo di una rilevanza non secondaria della città.
Il dato viene parzialmente confermato dalla Tabula Peutingeriana, un rotolo di perga-
mena risultante dalla successione di dodici fogli, con la rappresentazione dell’Ecumene e
l’indicazione dettagliata di strade, fermate e distanze44. Ascrivibile nella sua formulazione
originaria alla metà del IV sec. d.C., il documento è conservato in una copia medievale
del XII-XIII secolo alla Biblioteca Nazionale di Vienna. Qui, Bari viene segnalata senza
particolari caratteristiche, a differenza, ad esempio, di Gnatie/Egnazia, definita addirit-
tura portus Pediculorum, o di Brindisi e di pochi altri centri della Puglia, che vengono
marcati in posizione eminente, con il simboletto convenzionale di due edifici accostati, a
designare i capita viarum.
Sostanzialmente analogo, pur con qualche mutazione, è poi il rendiconto dell’Anonimo
di Ravenna, che durante il periodo esarcale, grossomodo fra il 670 e il 700, compila una
Cosmographia suddivisa in cinque libri45, in cui confluisce l’inquadramento geografico
generale di Asia, Africa, Europa e bacino mediterraneo46. Il geografo ravennate, attin-
gendo con ogni probabilità ad una carta geografica affine (e presumibilmente coeva) alla
Tabula Peutingeriana, elenca fra l’altro le stazioni dislocate lungo le vie paralitoranee, che
sarebbero state annotate durante due peripli, dell’Italia e del Mediterraneo. Non manca la
segnalazione di Barium, che in qualche maniera doveva dunque conoscere una certa vita-

Così G. Uggeri in una relazione tenuta al XII Convegno sull’Africa romana, Sassari 1996.
41 

Sull’Itinerarium Burdigalense, Cuntze, Itineraria cit., pp. 86-102; R. Gelsomino, L’Itinerarium Burdiga-
42 

lense e la Puglia, in «Vetera Christanorum» III (1966), pp. 161-208 = “Puglia Paleocristiana”, I, Bari 1970,
pp. 205-268; Uggeri, La viabilità cit., 148 ss. (con bibliografia).
43 
Sull’argomento, da ultimo V. Bianchi, Bari, la Puglia e la Francia, Bari 2015, in particolare pp. 13-55.
44 
Sulla Tabula Peutingeriana: K. Miller, Itineraria Romana, Stuttgart 1916 (Roma 1963); Id., Die Peutin-
gersche Tafel, Stuttgart 1962; A. e M. Levi, Itineraria picta, contributo allo studio della Tabula Peutingeriana,
Roma 1967; Tabula Peutingeriana, Codex Vindobonensis 324, komm. von E. Weber, Graz 1976; L. Bosio, La
Tabula Peutingeriana, Città di Castello 1983; Uggeri, La viabilità cit., pp. 150 ss.
45 
Si fa qui riferimento alle seguenti edizioni: Ravennatis Anonymi Cosmographia et Guidonis Geographi-
ca, edd. M. Pinder, G. Parthey, Berlin 1860; J. Schnetz, Itineraria Romana, II, Leipzig 1940, pp. 1-110.
46 
In proposito, cfr. T. Mommsen, Ueber die Unteritalien betreffenden Abshnitte der Ravennatischen Ko-
smographie, Leipzig 1851; J. Schnetz, Untersuchungen uber die Quellen der Kosmographie des anonymen
Geographen von Ravenna, in «Sitz. Bayer. Akad.» 6 (1942); B.H. Stolte, De Cosmographie van den Anony-
mus Ravennas Een studie over de Bronnen van Boek, II-V Zundert 1949; U. Schillinger-Haefele, Beobachtun-
gen zum Quellenproblem der Kosmographie von Ravenna, in «Bonner Jahrbucher», CLXIII (1963), pp. 238-
251; S. Mazzarino, Da Lollianus et Arbetio al mosaico storico di S. Apollinare in Classe, in «Helikon», V
(1965), pp. 45-62 e in «Riv. Studi Bizantini e Neoellenici», n.s., II-III (12-13) (1965-1966), pp. 99-117; A.
Potthast, Repertorium fontium historiae Medii Aevi, Roma 1967, pp. 361 ss. (con bibliografia); Uggeri, La
viabilità cit., pp. 155 ss.

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Santi, guerrieri e mercanti al porto di Bari 57

lità, in un frangente di cui ben poco, nondimeno, ci hanno tramandato le fonti scritte. Il
segmento storico compreso fra la caduta dell’Impero Romano d’Occidente e l’affermazione
di Bari quale metropolis del Catepanato d’Italia in epoca mediobizantina rimane in effetti
piuttosto oscuro. L’attestazione di un episcopato barese a partire dal 456 d.C., quando un
vescovo Concordio di Bari è presente al sinodo convocato a Roma da papa Ilario I47, e il
rinvenimento dei resti della primigenia cattedrale di VI secolo al di sotto della fabbrica
odierna48, sono soltanto dei brandelli di storia, che non possono contribuire granché alla
lettura del contesto socio-culturale di riferimento.
Non è dato sapere, pertanto, in che modo e in che misura Bari, e il suo porto, fossero
stati coinvolti nella guerra greco-gotica (535-553 d.C.) o nel conflitto fra i Longobardi
beneventani e i Bizantini, che proprio a ridosso della composizione della cosmografia
del Ravennate conobbe un aspro rigurgito di violenza, con la spedizione militare guidata
dall’imperatore costantinopolitano Costante II nel 663, e la replica violenta di Romualdo
nel 66849. Finché dovette perdurare il predominio bizantino, è verosimile che il porto
barese continuasse a sviluppare una sua attività, basata sulla pesca e forse sui commerci
di piccolo cabotaggio. Non sappiamo compiutamente invece fino a che punto l’avvento di
un’economia longobarda abbia potuto influire sulla vitalità portuale di Bari.

5. Saraceni e Bizantini
Di fatto, la posizione della città, all’imbocco della profonda insenatura adriatica, doveva
farne una località strategicamente appetibile nei disegni politici dell’Impero Romano d’O-
riente, di Venezia e della nuova compagine saracena che si andava intromettendo con sem-
pre maggiore insistenza negli affari mediterranei50.
Intorno all’840, perciò, Bari venne assalita da Hablah, liberto (nel senso di mawla,
cliente, straniero convertito, affiliatosi a una famiglia della casta araba dominante) di al-A-
ghlab, emiro di Kairouan, in Tunisia, fra l’838 e l’84151. L’attacco non ebbe alcun esito.

47 
P.F. Kehr, Italia pontificia, IX, Samnium - Apulia - Lucania, a c. di W. Holtzmann, Berolini 1962, p. 315.
In proposito, cfr. G. Otranto, La formazione della diocesi paleocristiana, in Archeologia di una città cit., pp.
507-511 (con bibliografia).
48 
In proposito, cfr. Otranto, La formazione cit., pp. 510-511; N. Lavermicocca, Cattedrale, in Archeologia
di una città cit., p. 512; G. Bertelli, S. Maria que est episcopio. La cattedrale di Bari dalle origini al 1034,
Bari 1994; La cattedrale di Bari, a c. di M. Basile, G. Barracane, Bari 1995. Sulle vicende storico-archeolo-
giche e storico-artistiche inerenti la cattedrale barese, cfr. pure V. Bianchi, Quelle bianche fortezze della fede,
in «Medioevo», n. 78 (luglio 2003), pp. 64-76.
49 
Al riguardo, P. Corsi, Dalla caduta dell’Impero d’Occidente al dominio Longobardo, in Storia di Bari.
Dalla preistoria al Mille, I, Roma - Bari 1989, pp. 257 ss.
50 
Sulla presenza islamica nel Mezzogiorno italiano, cfr. G. Musca, L’emirato di Bari, Bari 1967; V. Bian-
chi, Sud e Islam. Una storia reciproca, Lecce 2003; V. Bianchi, S. Sanjuan Ledesma, Bari, la Puglia e l’islam,
Bari 2014.
51 
Sull’episodio, cfr. il racconto di al-Baladhuri, riportato in M. Amari, Biblioteca arabo-sicula, vol. I, Torino
- Roma 1880, pp. XXXVIII-XL: «È in Ponente una provincia detta la Gran Terra [d’Italia], distante da Barca
quindici giornate di viaggio, poco più o poco meno. Qui giace, a spiaggia di mare, una città chiamata Barah, la
cui popolazione è cristiana, pur non appartenendo alla schiatta dei Rum. Fu attaccata, questa città, da Hablah,
liberto di al-Aghlab. Ma costui non poté insignorirsene». Da al-Baladhuri dipende anche la narrazione di ibn
al-Athir, che muta il nome dell’assalitore in Hayah (ma si tratta solo di una questione grafica), come riportato
anche in M. Amari, Storia dei musulmani di Sicilia, II ed. a c. di C.A. Nallino, vol. I, Catania 1933, p. 498.

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58 Vito Bianchi

Più efficace risultò piuttosto l’azione intrapresa nell’847 dal berbero Khalfun, un capo-
banda della tribù di Rabi’ah. Nottetempo, dopo essersi acquartierato con le sue schiere
presso le fortificazioni cittadine, “lungo la riva”, come ricordano le fonti, il Kalfon rex dei
transmarinos Saracenos penetrò attraverso dei cunicoli incustoditi nell’abitato, con i suoi
guerrieri semi-nudi e armati con lance di canna, per essere più agili. Dopo una strage di
baresi, dopo la riduzione di parecchie persone in schiavitù52, la Bari longobarda diventava
Bari saracena. Va sottolineato come l’incursione di Khalfun avvenisse per via di terra,
mediante un’azione proditoria, l’unica che poteva probabilmente consentire di espugnare
una città che i Longobardi avevano ben munito. Almeno in qualche settore, la cinta difen-
siva era stata elevata a picco sugli scogli: il gastaldo Pandone venne infatti torturato e
scaraventato in mare dall’alto delle mura.
La conquista musulmana porterà all’instaurazione di un potentato quasi venticinquen-
nale, con le caratteristiche di vero e proprio “emirato”, il cui riconoscimento, richiesto dal
secondo emiro Mufarraj ibn Sallam (853-856)53, sarà ufficialmente ratificato dal califfo
abbaside fra l’864 e l’866, quando su Bari governava Sawdan (856-871), l’ultimo amir o
wali del neonato Stato islamico indipendente54.
L’idea che possa rimontare all’epoca dell’emirato islamico l’origine dei frequenti rap-
porti dei marinai e dei mercanti baresi con la Siria55, seppure trovi anticipazioni già in
momenti anteriori56, non è tuttavia peregrina. Il pattugliamento dei mari effettuato dai
navigli bizantini non doveva impedire i traffici commerciali. Lo testimonia l’episodio del
monaco franco Bernardo, di passaggio in Puglia per un pellegrinaggio in Terrasanta57. Il
frate giunge a Bari, per ottenere da Sawdan il salvacondotto che potrà agevolarne il transito
nelle terre nord-africane e mediorientali, e si imbarca da Taranto, laddove può osservare
sei bastimenti carichi di schiavi del Beneventano, pronti a salpare per l’Africa e Tripoli58.
Il dato può indurre a una serie di considerazioni: che lo scalo di Taranto fosse uno fra
i principali collettori di “merce umana” da smistare in ambito mediterraneo; oppure che
le navi potessero fare tappa presso una qualsiasi delle località che si trovavano in mani
saracene (magari dopo aver imbarcato anche altrove); che nella “città dei due mari” vi fos-

52 
Sull’episodio, al-Baladhuri in Amari, Biblioteca arabo-sicula cit., p. 269; Chronica Sancti Benedicti
Casinensis [M.G.H., SS rerum langobardicarum et italicarum saec. VI-IX], ed. G. Waitz, Hannoverae 1878,
cap. V, pp. 471-472; Erchemperto, Historia Langobardorum Beneventanorum, ivi cap. XVI, p. 240.
53 
al-Baladhuri in Amari, Biblioteca arabo-sicula cit., p. 270.
54 
Amari, Storia dei musulmani cit., I, 513-514; al-Baladhuri in Amari, Biblioteca arabo-sicula cit., p.
270. Sulle vicende che condurranno all’ufficializzazione dell’emirato barese da parte del califfo abbaside, cfr.
Musca, L’emirato cit., pp. 49 ss. (con ulteriore bibliografia di riferimento).
55 
Come, pur cautamente, affermato in W. Heyd, Histoire du commerce du Levant au Moyen-Age, vol. I.,
Leipzig 1885, p. 97.
56 
Cfr. supra, l’età romana.
57 
Bernardus Monacus Francus, Itinerarium in loca sancta anno 870 factum, in T. Tobler, A. Molinier,
Itinera hierosolymitana latina, I, Genevae 1879, p. 310: «[…] venimus ad civitate Sarracenorum, nomine
Barrem, que dudum dicioni subiacebat Beneventanorum. Que civitas, supra mare sita, duobus est a meridie
latissimis munita muris, ab aquilone vero mari prominet exposita […]».
58 
Bernardus Monacus, Itinerarium cit., pp. 310-311: «Exeuntes de Barre, ambulavimus ad meridiem…
usque ad portum Tarentine civitatis, ubi invenimus naves sex, in quibus erant IX milia captivorum de Bene-
ventanis christianis. In duabus nempe navibus, que primo exierunt Africam petentes, erant tria millia captivi,
alie due post euntes, in Tripolim deduxerunt similiter III».

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Santi, guerrieri e mercanti al porto di Bari 59

sero apparecchiature e ambienti predisposti all’organizzazione del traffico schiavistico e


ad ospitare, eventualmente, un gran numero di prigionieri da avviare ai vari mercati del
Mediterraneo59; e, soprattutto, che, per traghettare in Nordafrica, era geograficamente e
semplicemente più comodo imbarcarsi dallo scalo tarantino. Nulla vieta di pensare, inol-
tre, che i captivi, provenienti dai territori beneventani, fossero stati condotti a Taranto
per questioni contingenti, dopo aver seguito un itinerario obbligato (magari l’antica via
Appia, che da Benevento attraversava la Basilicata e toccava proprio lo Ionio), lungo il
tragitto che, in quel determinato momento, era praticabile per i Saraceni, nella confusa
situazione bellica di un Meridione frammentato fra le discordie intestine dei Longobardi,
i tentativi di ingerenza dell’Impero germanico, le bande musulmane che imperversavano
nelle contrade più ricche e i desideri di rivalsa dei Bizantini. Ma se il porto di Taranto
poteva funzionare a pieno regime, lo scalo di Bari, comunque, doveva rivestire, pressoché
contemporaneamente, un certo rilievo. Verso l’865, in effetti, il mistico ebreo Abu Aaron
di Baghdad, che per circa sei mesi si era mantenuto presso la corte barese di Sawdan,
elargendo consigli e saggezza in favore dell’emiro, volle tornare in Medio Oriente e, tro-
vando una mattina una nave pronta a salpare, vi si imbarcò immediatamente60. La cronaca
ebraica di Ahimaaz da Capua, redatta nel 1054, narra di navi inviate all’inseguimento di
Abu Aaron dal musulmano Sawdan, che non voleva privarsi della vicinanza e dei preziosi
suggerimenti del dotto giudeo. La presenza di navigli conferma, seppur indirettamente,
la vitalità di un porto che agevolava il transito per il Mediterraneo orientale. Inoltre, la
notizia del rilascio a Bernardo e ai suoi due confratelli di credenziali atte a consentire la
libera circolazione nelle province islamizzate dell’Egitto e del Vicino Oriente, induce a
ritenere che i traffici (commerciali e no) con il Mediterraneo orientale fossero, in qualche
misura, assicurati proprio dall’esistenza dell’emirato barese, che dunque appare legato alla
stessa struttura politico-sociale dell’impero islamico, assumendo una sua particolare fun-
zione nell’Islam mediterraneo. Ciò andava a tutto vantaggio dei commercianti pugliesi, che
godevano di una relativa tranquillità (se non proprio di vere e proprie garanzie, acquisite
presumibilmente mediante l’esborso di una tassa versata a Sawdan, come avevano fatto
i monaci benedettini) nell’estendere la propria rete anche ai mercati mediorientali, a pre-
scindere dalla religione. E di quanto l’emirato barese fosse alieno dal radicalismo religioso,
e risultasse in qualche modo accetto, almeno al ceto mercantile, potrebbe essere indice
tanto l’assenza di sollevazioni, insoddisfazioni o rivolgimenti politici interni, sia, qualora
fosse autentica, la presunta traslazione delle ossa di San Sabino da Canosa a Bari, avve-
nuta, secondo la tradizione locale61, ad opera dell’arcivescovo Angelario alla metà del IX
secolo: e cioè proprio in piena era emirale!

59 
Sul fenomeno schiavistico in ambito islamico, cfr. M. Scarcia Amoretti, Un altro Medioevo. Il quotidia-
no nell’Islam, Roma - Bari 2001, pp. 64 ss.
60 
L’evento è narrato in Ahimaaz, Sefer Yuchasin, ed. M. Salzman, The chronicle of Ahimaaz translated
with an introduction and notes New York 1924, pp. 76-77. Un’altra edizione del testo è riscontrabili in A.
Neubauer, Mediaeval Jewish Chronicles, vol. II, Oxford 1895, pp. 111-132. In B. Klar, Gerusalemme 1944,
si propone altresì un’ottima edizione in ebraico, tradotta successivamente in The Chronicle of Ahimaaz, with
a collection of poems from Byzantine Southern Italy and additions, Jerusalem 1974. Cfr. Inoltre J. Starr, The
Jews in the Byzantine Empire (641-1204), New York 1970, n. 117.
61 
L’analisi di questa tradizione e delle relative fonti, non sempre attendibili, è in Musca, L’emirato cit., p.

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60 Vito Bianchi

Così, dopo la parziale e breve interruzione dei commerci nell’VIII secolo, dovuta al
clima di instabilità sopraggiunto nel Mediterraneo con l’avvento dell’Islam, la stabilizza-
zione del dominio musulmano aveva in certa misura rinnovato le opportunità di alimentare
i flussi mercantili. Sotto l’egida saracena si era potuta quindi produrre una sorta di “cor-
sia franca” per i traffici instaurati (e, anzi, probabilmente incentivati) con l’affermazione
dell’emirato di Bari. Posta all’imbocco dell’Adriatico, la città con il suo porto doveva esser
quindi stimolata a dialogare con quelle regioni mediterraneo-orientali ricadenti in un van-
taggioso orizzonte politico-economico, quale era quello islamico.

6. Gli effetti della bizantinocrazia


Bari usufruiva quindi già di una favorevole situazione a livello commerciale, quando
il suo ruolo di primario centro costiero venne ulteriormente incrementato, in seguito alla
riscossa dei Bizantini. Una congiuntura propizia, per lo scalo e i traffici commerciali baresi,
fu infatti determinata dall’avvio della cosiddetta “seconda colonizzazione bizantina”.
Il 25 dicembre dell’876, anno in cui Bari aprì le sue porte al primicerio e baiulo impe-
riale Gregorio62, dovette segnare per la città l’istituzione di un canale privilegiato con
Costantinopoli e i relativi domini. Già con i primi stratigòi e, ancor più, in un secondo
momento, allorché, nel X secolo, divenne sede del catepanato d’Italia, la città poté rien-
trare, una volta di più, e a pieno titolo, in quella parte di Mare Nostrum rassicurata dal
controllo bizantino. Stavolta, però, Bari, polis catepanale, risulterà più incline a rapportarsi
con le coste controllate da Bisanzio, piuttosto che con quelle islamiche, che pure, peraltro,
avranno continuato a essere frequentate dai marinai baresi.
In quanto sede di uno stratega o del catapano, governatore assoluto del thema d’Italia
sia sotto il profilo militare che sotto quello specificamente civile, Bari e il suo porto dovet-
tero rafforzare le peculiarità militari, così da rendere possibile l’eventuale accoglimento
dei navigli imperiali. Proprio in quegli anni si andavano difatti rafforzando le posizioni
bizantine sull’opposta sponda adriatica, con la sottomissione degli Slavi illirici. La costa
pugliese e il porto di Bari diventavano perciò basi indispensabili per qualsiasi manovra con-
tro eventuali ribellioni, oltre che avamposti difensivi per la sicurezza della stessa Grecia63.
Trovandosi inoltre a stretto contatto con l’area beneventana, si potevano esercitare pres-
sioni diplomatiche sui Longobardi, al fine di attirarli nella cerchia d’influenza bizantina e
staccarli da ogni genere di alleanza coi Saraceni64. Il possesso del porto di Bari rientrava
dunque in un preciso disegno politico, specie in un’epoca, come quella compresa fra il IX
e il X secolo, caratterizzata dalla riconquista del mare da parte delle flotte costantinopo-
litane, a danno dei possedimenti musulmani (almeno in relazione alla terraferma, mentre
la Sicilia viveva il secolo d’oro della dinastia kalbita, succeduta agli Aghlabiti).
L’accentuazione, in questo frangente, del carattere militare del porto di Bari parrebbe

141, nota 21, e pp. 166-167.


62 
Sull’episodio, P. Corsi, Dalla riconquista bizantina al catepanato, in Storia di Bari cit., pp. 316 ss., cui si
rimanda per l’approfondimento bibliografico. Cfr. inoltre N. Lavermicocca, Bari bizantina, Bari 2003, p. 10.
63 
Corsi, Dalla riconquista cit., p. 316.
64 
Ivi, p. 317.

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Santi, guerrieri e mercanti al porto di Bari 61

confermata dalle fonti che, almeno per la prima metà del X secolo, non attestano una dif-
fusa presenza di commercianti. Piuttosto si fa menzione di fabbri, di ferrarii impegnati
verosimilmente nella manutenzione e riparazione delle navi65.
La bizantinocrazia si tradusse nella costruzione di un pretorio, la cittadella fortificata
che alloggiava la corte catepanale, gli uffici, una caserma, una prigione, chiese e cap-
pelle, ma anche terre coltivate, all’interno della cinta muraria come all’immediato esterno.
Quel palatium, che sorse con ogni probabilità nell’area attualmente occupata dalla basi-
lica nicolaiana, recava un’iscrizione inerente al catapano Basilio Mesardonite, in cui era
ricordata, fra le altre cose, l’esistenza di un tempio dedicato a San Demetrio, innalzato
affinché, “come un faro”, brillasse con lucentezza in tutta la sua bellezza, per gli abitanti
e per quelli che sarebbero lì giunti66.
L’indicazione epigrafica indurrebbe a ipotizzare l’erezione di un’alta chiesa che, essendo
situata in prossimità della riva, potesse fungere da faro per quanti fossero in procinto di
approdare a Bari, e quindi a un porto che doveva prevedere un bacino d’ancoraggio anche
dal versante orientale della “città vecchia”, quello, cioè, su cui affacciava il pretorio. Sullo
stesso lato, ma inizialmente ubicato fuori dalla cinta urbica, a sud-est, c’era il monastero di
San Benedetto. Era un complesso architettonico che doveva essere dotato di fortificazioni,
se, come racconta Giovanni Diacono, possedeva quella torre su cui era di guardia uno dei
Saraceni che stavano assediando Bari nel 1002-1003, quando fu vista una stella guizzare
da Ponente, avvicinarsi velocemente e cadere nel porto barese67. L’evento preannunciava
l’arrivo salvifico del doge veneziano Pietro Orseolo II, che di lì a poco, in settembre, riuscì
a entrare incolume, con un centinaio di vascelli, nel porto di Bari. Troppo importante era
lo snodo barese per gli interessi politici ed economici veneziani e bizantini. Sicché il doge,
dopo esser stato ospitato nel Palazzo del catapano Gregorio Tarcaniota e aver rifocillato
la popolazione stremata, liberò la cittadinanza dal pericolo saraceno.
All’intervento di Pietro Orseolo non deve esser stata estranea la richiesta d’aiuto inol-
trata da una colonia di Veneziani che si erano stabiliti presso lo scalo barese68. La presenza
di mercanti veneziani può essere utilizzata per avvalorare l’idea che il porto di Bari avesse
allora, in avvio di XI secolo, ripristinato un determinato volume di traffici, controllato dal
binomio Bisanzio-Venezia e che, pertanto, lo scalo fosse inserito in una specifica orbita
commerciale69. Del resto, la “crisobolla” che nel 992 l’imperatore Basilio II aveva con-
cesso a Venezia, offrendo privilegi commerciali in cambio di ausilio militare, era chiara:

65 
G. Musca, Sviluppo urbano e vicende politiche in Puglia. Il caso di Bari medievale, in Civiltà e culture
in Puglia, III, La Puglia tra Medioevo ed età Moderna. Città e campagna, Milano 1981, pp. 14-72, in parti-
colare p. 16. Cfr. inoltre, dello stesso autore, L’espansione di Bari nel secolo XI, in «Quaderni medievali», 2
(1976), pp. 39-72.
66 
L’iscrizione è riportata in A. Guillou, Recueil des inscriptions grecques médiévales d’Italie, Roma 1996,
pp. 154-159. Cfr. inoltre, dello stesso autore, Un document sur le gouvernement de la province. L’inscription
historique en vers de Bari (1011), in Studies on Byzantine Italy, London 1970, p. 22, vv. 4-14.
67 
Giovanni Diacono, Chronicon Venetum, in Cronache veneziane antichissime, ed. G. Monticolo [Fonti
per la Storia d’Italia IX], Roma 1890, vol. I, pp. 166-167.
68 
Corsi, Dalla riconquista cit., p. 342.
69 
Sull’argomento, cfr. da ultimi V. Bianchi, C. Gelao, Bari, la Puglia e Venezia, Bari 2013, in particolare
pp. 27-29.

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62 Vito Bianchi

le navi veneziane avrebbero usufruito di esenzioni fiscali alla dogana di Abido, purché non
trasportassero merci di Ebrei, Amalfitani e dei “Longobardi” della città di Bari, che forse
già fruivano di esenzioni70. Dunque i traffici baresi erano vitali. È perciò presumibile che
il porto di Bari avesse ripristinato una tradizionale valenza mercantile, riequilibrando ben
presto la preminenza delle mansioni prettamente militari, che invece avevano caratteriz-
zato i decenni iniziali del governatorato bizantino. Oltretutto, la verosimile assenza, nel
1002-1003, di una flotta bizantina che, presso la sede catepanale, fosse pronta a fronteggiare
i musulmani, e il derivante bisogno di ricorrere, per la liberazione, ai navigli veneti, al di
là dell’assorbimento di risorse belliche nelle campagne che Basilio II andava effettuando
in area balcanica contro Samuele di Bulgaria, è sinonimo di una riduzione del ruolo mili-
tare del porto di Bari. La rivitalizzazione commerciale condusse i Baresi a frequentare i
porti e i mercati della Siria, dell’Egitto, del Medio Oriente, delle isole egee, della Grecia e
della Dalmazia, e ad avere a Costantinopoli fondaci e case, presso lo scalo di San Marco
o Icantissa, fra le porte di Neorìon (oggi Baghez-Kapi) e di Eugenio71.
Le scie delle rotte commerciali seguite dai traffici in partenza da Bari sono in parte
ricostruibili grazie alle note dell’Anonimo Barese72, in cui, fra l’altro, si ricordano i nau-
fragi subiti dai convogli. Si apprende così che, nel 1045, l’imbarcazione di Maraldo figlio
di Giovanni Ycanato, appartenente a una delle famiglie baresi più ricche, affondò nell’Egeo
proveniente da Tarso. Nel 1051 una nave carica di olio, in procinto di salpare da Bari per
Bisanzio, venne incendiata vicino al promontorio “della Pinna”73, corrispondente all’o-
dierna punta di San Cataldo74. A capo Malea, nel 1062 naufragarono invece tre vascelli
baresi diretti a Costantinopoli, su cui era imbarcata una donna Maria, madre di Ronno. E
nel 1071, un naviglio in viaggio per Durazzo, su cui si trovava il kyr Epifanio e molte altre
persone, colò a picco senza che vi fosse scampo per gli uomini a bordo.
In città affluivano le merci prodotte nell’entroterra, coltivato in prevalenza a vigneto e
uliveto, e sulla costa, dove fioriva la produzione di sale. I depositi di merci e vettovaglie
erano situati con ogni probabilità presso lo scalo portuale, fra l’episcopio e il pretorio75.
E sin dal 1036 sono noti in città i commerciarii, funzionari statali addetti all’esazione dei
diritti doganali76, che insieme alle figure dei mercanti stranieri e dei cambiatori forniscono
un’idea della rilevanza raggiunta con la bizantinocrazia dal porto barese. Inoltre, prendendo
in considerazione le indicazioni proposte dal Musca riguardo all’assetto socio-economico
di Bari dell’XI secolo, è interessante notare una cospicua quantità di calciolari, furnari,
scarpari e via dicendo, che risultano proprietari di case dentro e fuori del perimetro

70 
Cfr. in proposito Lavermicocca, Bari bizantina cit., p. 73. Sulla crisobolla si sofferma altresì V. Bianchi,
Marco Polo. Storia del mercante che capì la Cina, Roma - Bari 20093, pp. 75-76.
71 
Cfr. Lavermicocca, Bari bizantina cit., pp. 73-74.
72 
Cfr. Anonymus Barensys, Chronicon (855-1149), ed. L.A. Muratori, Milano 1724 [Rerum Italicarum
Scriptores, V], pp. 147-156.
73 
Ivi, p. 151, anno 1051. Cfr. anche Musca, L’espansione cit., p. 66.
74 
Sulla localizzazione del promontorio di “Pinna” o “Penna”, cfr. Musca, Sviluppo urbano cit., p. 28.
75 
Ivi, p. 26.
76 
Sull’argomento, cfr. R. Licinio, F. Porsia, Economia, religione e società nell’Alto Medioevo, in Storia di
Bari cit., I, pp. 372-379.

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Santi, guerrieri e mercanti al porto di Bari 63

urbano77. Ciò lascia pensare, in accordo anche con altri studiosi, a un sistema insediativo
di tipo chiaramente cittadino, correlato con le attività portuali78.
Le fonti che si soffermano sui decenni immediatamente precedenti alla conquista dei
Normanni del 1071, oltre a fornire il quadro di un frangente storico piuttosto turbolento
sotto il profilo politico, contengono, a leggere fra le righe, altre interessanti informazioni
concernenti la configurazione e l’utilizzazione delle risorse offerte dall’assetto geo-morfo-
logico del porto di Bari. Si apprende, quindi, come nel 1046 il nuovo catapano, Giovanni
Rafayl, giungesse a Bari, con un contingente di truppe vareghe e una cospicua flotta. In
attesa di un accordo coi maggiorenti locali e col vecchio catapano Eustazio Palatinos,
Giovanni si ritirò coi suoi soldato in ipsa Pinna79, sul fianco nord-occidentale della città.
È ragionevole ritenere che, in quella temporanea fase di stallo, il comandante soggiornasse
provvisoriamente in contiguità con le proprie forze militari e navali, e che pertanto, nella
circostanza, i bastimenti bizantini avessero utilizzato, per l’ancoraggio, la rada chiusa
superiormente dal promontorio di San Cataldo “in Pinna”. Su quel bacino affacciava la
chiesetta di Sant’Apollinare, che sarebbe stata identificata negli scavi archeologici effet-
tuati nel castello. Non era l’unica chiesa eretta a ridosso del porto, giacché, dopo il Mille,
è ad esempio menzionato un San Giorgio super portum, di probabile fondazione armena80.
Nei documenti compare altresì una chiesa di San Clemente que est sita iusta portum81,
insieme a un San Salvatore e Maria supra portum maris82, e a un San Nicola de lu porto83.
È stato ipotizzato che proprio a quest’ultima chiesetta possano essere pertinenti i resti di
un edificio a cupola centrale, concluso da tre absidi, che le indagini archeologiche, condotte
dal giugno all’ottobre del 1996, hanno riconosciuto inglobato nelle strutture murarie del
Fortino di Sant’Antonio84. Se così fosse, e considerando valida la datazione della chiesa fra
l’XI e il XII secolo, si ricaverebbe un ulteriore indizio a supporto della tesi che entrambi
i fianchi della “città vecchia” potessero essere adibiti ad uso portuale. Tanto più che, non
troppo distante, nell’area di piazza Mercantile, gli scavi del 1991-1992 avevano già portato
alla scoperta di una rilevante entità architettonica (fondaco, palazzo, struttura portuale

77 
Musca, Sviluppo urbano cit., pp. 22 ss.
78 
V. Franchetti Pardo, Le città portuali meridionali e le Crociate, in Il Mezzogiorno normanno-svevo e
le Crociate, Atti delle quattordicesime giornate normanno-sveve (Bari, 17-20 ottobre 2000), Bari 2002, pp.
301-323, in particolare p. 309.
79 
Sulla vicenda, G. Musca, P. Corsi, Da Melo al regno normanno, in Storia di Bari cit., II, Roma - Bari 1990,
pp. 5-55, in particolare pp. 20-21.
80 
Cfr. Codice Diplomatico Barese (d’ora in poi siglato CDB), IV, Le Pergamene di S. Nicola di Bari.
Periodo Greco (939-1071), ed. F. Nitti, Bari 1900, 1005, n. 9, p. 18, r. 13; IV, 1011 ott., n. 11, p. 22, r. 40; IV,
1036 dic., n. 24, p. 51, r. 5; I, 1059 ago., n. 24, p. 42.
81 
CDB I, Le pergamene del Duomo di Bari (962-1264), ed. G.B. Nitto de Rossi, F. Nitti, Bari 1897, 1089
nov., n. 34, p. 64.
82 
CDB I, 1059 ago., n. 24, p. 41.
83 
CDB I, 1178 nov. 21, n. 53, p. 102.
84 
Cfr. Notiziario delle attività di tutela, a cura della Soprintendenza per i beni archeologici della Puglia,
1996, pp. 113-116.

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o avanzi di una grossa fortificazione) risalente, sulla scorta delle cronologia monetale e
ceramica, ancora all’XI-XII secolo85. La zona sarebbe stata occupata nel Medioevo da un
“Fondaco dei Ciprioti” e dalla chiesa di Santa Pelagia di Antiochia86.

7. La prima età normanna


Sui commerci erano cresciute le fortune cittadine, al punto che, come ricorda Guglielmo
Appulo, Bari era diventata per estensione, saldezza delle difese e opulenza il maggior
centro urbano della Puglia87. Dal porto, fonte di ricchezza e perno dell’economia barese,
cercò di far breccia Roberto il Guiscardo, incominciando nel 1068 un assedio che doveva
durare quasi tre anni88. Mediante catene di ferro, l’Altavilla collegò fra loro delle navi
fornite dalla Calabria e, forse, anche dalle città costiere della Puglia. Il risultato fu una
sorta di recinto, congiunto alla terraferma da ponteggi che, peraltro, vennero ben presto
distrutti dai Baresi. Il blocco imposto dal condottiero normanno dovette riguardare vero-
similmente uno dei due bacini portuali, ma non possiamo sapere quale. E, di fatto, verso
la metà del 1069, una spedizione navale guidata dal filobizantino Bisanzio Guirdeliko riu-
scì ugualmente a salpare alla volta di Costantinopoli, per chiedere aiuto all’imperatore,
invano inseguita da quattro navi del Guiscardo (un paio delle quali finirono affondate,
mentre le altre due furono costrette a tornare indietro). Da Costantinopoli, al comando
del nuovo catapano Avartutele e del praetor Stefano Paterano, mosse allora una flotta che,
pur patendo delle perdite nelle acque antistanti Monopoli, poté ugualmente attraccare nel
porto di Bari e rifornire di vettovaglie i Baresi. Almeno parzialmente, visto che i dissidi
interni si acuivano per l’incipiente carestia, l’aumento dei prezzi e l’esasperazione delle
fasce meno abbienti89. Di conseguenza, da Bisanzio dovettero giungere altri dromoni cari-
chi di derrate alimentari: il porto, o un suo settore, era quindi sempre fruibile. L’ennesimo
convoglio costantinopolitano, condotto stavolta dall’esule Gocelino, e preceduto da una
staffetta navale guidata da Stefano Paterano, salpò per Bari nel febbraio del 1071 e, dinanzi
al porto pugliese, ingaggiò un’aspra battaglia coi Normanni. Per indicare la rotta alle navi
amiche, i Baresi assediati accesero di notte delle fiaccole lungo le mura, che però ebbero
l’effetto di insospettire e allertare gli assedianti, consentendo loro di attaccare con la
flotta risalita nel frattempo dalla Sicilia al comando di Ruggero il Gran Conte. Ecco per-
ché le navi bizantine (compresa quella di Gocelino, contraddistinta da due luci, che venne
arrembata) subirono un grave rovescio: il blocco al porto di Bari era stato rafforzato dal
contingente navale dei Normanni siciliani. Pure, come sopra accennato, alcuni mesi dopo
qualche battello, quale quello del kyr Epifanio, riusciva ancora a salpare dallo scalo barese
per dirigere su Durazzo. Di certo, dall’aprile del 1071, quando Bari si arrese al Guiscardo,

85 
Notiziario delle attività di tutela cit., giugno 1991 - maggio 1992, pp. 320-321.
86 
Cfr. Lavermicocca, Bari bizantina cit., p. 72.
87 
Guillaume de Pouille, La geste de Robert Guiscard, ed. e trad. a c. di M. Mathieu, Palermo 1961, p. 120
e 151: «omnia preclarum super Appula moenia Barum», e «Appulia nulla erat urbs, quam non opulentia Bari
/ vinceret».
88 
Al riguardo, cfr. R. Bünemann, L’assedio di Bari, 1068-1071, in «Quaderni medievali», 27 (giugno
1989), pp. 39-66.
89 
Sulla vicenda, cfr. la sintesi riportata in Musca, Corsi, Da Melo cit., pp. 25 ss.

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Santi, guerrieri e mercanti al porto di Bari 65

per qualche tempo i collegamenti con Costantinopoli non poterono più avere la frequenza
di una volta. L’avvento normanno e la politica anti-bizantina dei conquistatori sulle prime
frenò, anche se probabilmente non interruppe del tutto, lo sviluppo commerciale di Bari,
che, al pari delle altre città marittime pugliesi, fu costretta a fornire naviglio ed equipaggi
per le guerre nei Balcani e in Oriente. Nel 1075, un importante documento ricorda che il
Guiscardo, per mano del patrizio e catapano Maureliano, aveva concesso in servitium a
Bisanzio Struzzo un centinaio di case, affinché fossero date in fitto90. L’atto accenna a una
grande abitazione prospiciente il porto, nel quartiere in cui agivano i parathalassiti, gli
addetti alla dogana marittima91: sintomo che le attività marinaresche non si erano fermate.
Tutt’altro: l’episodio della traslazione delle ossa di San Nicola da Myra, che, nel 1087, ebbe
per protagonisti i marinai di tre “caracche”, cariche di grano per il mercato di Antiochia92,
indica che le piazze mediorientali erano sempre aperte ai traffici mercantili dei Baresi,
anche a pochi anni dalla fine della bizantinocrazia e durante l’inizio, pur tormentato da
ribellioni e tumulti cittadini, del dominio normanno93.
Ma nell’attimo in cui Bari diveniva santuario di uno fra i culti più diffusi, soprattutto
(ma non solo) negli ambienti delle città marinare, si innescava un fenomeno che avrebbe
fatto del porto barese il polo d’attrazione per un traffico diverso, più che mai legato ai pel-
legrinaggi e imperniato sul richiamo ai principi della cristianità. Se già dall’epoca tardoan-
tica lo scalo di Bari si era ritagliato una sua dimensione di tappa sulla via per la Terrasanta,
ora la venerazione delle reliquie nicolaiane ne incrementava l’interesse di luogo spirituale:
l’omaggio a un santo universale come il vescovo di Mira, anche se soltanto di passaggio
“da” o “per” la Palestina, favoriva, piuttosto nettamente, il volume dei movimenti portuali.
Cronisti come Fulcherio di Chartres e il Monaco del Bec riferiscono che il Portus sancti
Nicolai era ritenuto già di per se stesso una destinazione “sufficientemente pia”, adeguata
a una buona penitenza, se il pellegrino non poteva proseguire per Gerusalemme. Ed è
stato ribadito come nell’Europa occidentale il nome di Portus sancti Nicolai sostituisse
frequentemente il nome stesso della città di Bari94.
Le virtù taumaturgiche di San Nicola provocarono dunque flussi continui di pellegrini,
tanto che si rese necessario l’apprestamento di un hospitium ad uso religioso. Crebbero
così le prerogative di Bari quale stazione di traghetto transmarino per fedeli, in aggiunta
all’ormai solido ruolo di terminal commerciale. In quest’ottica è da leggersi la presunta
presenza a Bari di Pietro l’Eremita nel 1096, in preparazione della prima crociata. E para-

90 
Sull’argomento, cfr. l’analisi compiuta in Musca, Sviluppo urbano cit., p. 33.
91 
CDB V, n. 1, anno 1075, p. 3, r. 1.
92 
Sulla traslazione delle ossa di San Nicola, si rimanda a P. Corsi, La traslazione di san Nicola: le fonti,
Bari 1987, contenente un’analisi delle problematiche concernenti le fonti principali di Niceforo e Giovanni
arcidiacono, e ulteriori rinvii bibliografici, specialmente alle pp. 7-12. Dello stesso autore è La traslazione
delle reliquie, in San Nicola di Bari e la sua basilica. Culto, arte, tradizione, a c. di G. Otranto, Milano 1987,
pp. 37-48. L’argomento è trattato più di recente in M. Bacci, San Nicola. Il grande taumaturgo, Roma - Bari
2009, pp. 104-115; e in Bianchi, Gelao, Bari, la Puglia e Venezia cit., pp. 36-45.
93 
Sulle difficoltà incontrate dai Normanni nei primi tempi di governo in Bari, si veda la sintesi di Musca,
Corsi, Da Melo cit., pp. 31 ss.
94 
V. Sivo, Il Mezzogiorno e le Crociate in alcuni testi letterari, in Il Mezzogiorno normanno-svevo e le
Crociate cit., pp. 355- 377, in particolare pp. 369-370.

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digmatico può risultare, al riguardo, il comportamento di Ugo di Vermandois, fratello


del re di Francia, che con le sue schiere, nell’ottobre dello stesso anno, sostò a venerare
le reliquie di San Nicola, per poi proseguire nell’itinerario che conduceva in Terrasanta.
L’incanalamento dei primi flussi crociati lungo la Puglia è rimarcato dalla presenza di
Roberto Cortacoscia, duca di Normandia, fratello di Guglielmo il Rosso re d’Inghilterra,
che nel novembre del 1096 passa da Montecassino, sverna a Bari e, nell’aprile del 1097, si
imbarca a Brindisi con le sue truppe, assieme a Stefano di Blois95.

8. Bari-Antiochia: il principato di Boemondo


Anche Marco Boemondo, primogenito del Guiscardo e di Alberada di Buonalbergo,
si era imbarcato dal porto barese nel 1096 coi suoi crociati e con il sostegno della popola-
zione locale. Dal novembre del 1089, all’indomani dei patti stretti col fratellastro Ruggero
Borsa, egli era divenuto signore di Bari, e i Baresi, secondo quanto raccontano le crona-
che del tempo, si rivelarono estremamente premurosi e zelanti nel reperire ogni genere di
supporto e di naviglio utile all’impresa crociata96.
Le imprese di Boemondo in Siria, i particolari dell’assedio e della presa di Antiochia,
e il netto rifiuto del signore di Bari a proseguire la marcia per Gerusalemme insieme al
grosso delle milizie crociate, attestandosi piuttosto nella città appena conquistata, sono
fattori indicativi di quello che, a ben guardare, si rivelerà una manovra per consolidare il
dinamismo commerciale che aveva sempre unito Bari al territorio antiocheno (e, in genere,
siriaco). È utile, in proposito, seguire perciò alcuni risvolti del comportamento tenuto da
Boemondo nel corso della spedizione militare, principalmente tramite le informazioni
provvedute dall’Anonimo normanno dell’Italia meridionale, che faceva parte dell’esercito
crociato e che quindi può fornire indicazioni alquanto precise sugli avvenimenti di cui
ebbe diretta cognizione97.
Innanzitutto, Boemondo ha un atteggiamento ambiguo col potere bizantino, fatto di
avvicinamenti e fratture, alleanze e discordanze: di passaggio da Costantinopoli, sosta
nell’aprile del 1097 alla corte dell’imperatore Alessio I Comneno, vale a dire lo stesso
sovrano contro cui, al fianco del padre Roberto, aveva guerreggiato in Grecia fra il 1081
e il 1085, e che aveva personalmente battuto nelle battaglie di Durazzo e di Larissa, in
Tessaglia98. «Io sono un amico dell’imperatore, non ho alcuna cattiva intenzione contro di
lui», ripeterà Boemondo in più circostanze99, attraversando da crociato i territori bizan-

95 
La fase storica cui si è qui accennato è analizzata in Bianchi, Bari, la Puglia e la Francia cit., pp. 42 ss.
96 
Su Boemondo e la prima crociata, cfr. R. Hiestand, Boemondo I e la prima Crociata, in Il Mezzogiorno
normanno-svevo e le Crociate cit., pp. 65-94, con bibliografia precedente, e ivi J.-M. Martin, Les structures
féodales normanno-souabes et la Terre Sainte, pp. 225-249. Un ultimo contributo al riguardo è in Bianchi,
Ledesma, Bari, la Puglia e l’islam cit., pp. 72-74.
97 
Il testo è conosciuto come Gesta Francorum et aliorum Hierosolymitanorum, ed. R. Hill, London 1962.
98 
Le vittorie, riportate in prima persona da Boemondo sull’esercito bizantino, fecero comunque scalpore,
nonostante l’esito negativo dell’intrapresa militare avviata dal Guiscardo contro Bisanzio. Delle sconfitte in-
flitte da Boemondo ai Bizantini si ha un’eco nell’Alessiade di Anna Comnena, al cui riguardo cfr. Anne Com-
nene, Alexiade, ed. B. Leib, 4 voll. Paris 19672 (1937-1945), X 11, 2, p. 231; e in Raoul di Caen, al cui riguardo
cfr. Radulphus Cadomensis, Gesta Tancredi, Paris 1866 [Rec. Hist. Crois., Hist. Occid., 3], c. 2, p. 606.
99 
Robertus Monachus, Historia Hierosolymitana, Paris 1866 [Rec. Hist. Crois., Hist. Occid., 3], II 14, p. 746.

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Santi, guerrieri e mercanti al porto di Bari 67

tini, come pure ribadirà nel colloquio avuto con il basileus bizantino alla corte costan-
tinopolitana100. Sia che fosse un intendimento autentico, sia che si trattasse di un trucco
per non dare nell’occhio, in ogni caso l’obiettivo di Boemondo si paleserà ben presto in
tutta la sua evidenza: dopo la conquista di Nicea e la vittoria a Dorileo, è ad Antiochia,
il tradizionale terminale dei commercianti baresi (e le reliquie di San Nicola verranno
trafugate da marinai che, a vender grano, andavano proprio ad Antiochia), che punta il
signore di Bari. Anche a costo di procurare un nuovo incidente diplomatico con Alessio
Comneno, che reclamava la restituzione delle regioni ricadenti in precedenza nei domini
bizantini. Anche a rischio di entrare in conflitto con Raimondo di Tolosa, che pretendeva
di condividere il governo della città sull’Oronte. Ma chi, più di Boemondo, dominus di
Bari, della Bari dei mercanti che andavano e venivano da Antiochia, avrebbe potuto avere
interesse per questa città? Durante l’assedio posto dai crociati, come è noto, fu intavo-
lata una trattativa col comandante di una torre antiochena. Il nome di quel comandante
era Pirro (Firuz)101: sicché un difensore antiocheno avrebbe aperto le porte della città a
un condottiero famoso per coraggio e ferocia. Colui che avvisa Boemondo dell’avvenuta
intrusione in città, e che lo sollecita a unirsi all’assalto, è un “servente longobardo”. Dopo
la vittoria, Boemondo riceve potestatem et dominium su Antiochia102: ne detiene in pratica
la signoria, come per Bari. Ed è, nemmeno a dirlo, a Bari che Boemondo invia nell’agosto
del 1098 il trofeo di una splendida tenda, quella dell’emiro Kerbogha di Mossul, sconfitto
in seguito a una durissima battaglia103. Non poteva essere diversamente. Si determinava,
in tal modo, una vera e propria proiezione di Bari, e dell’Occidente che essa incarnava,
nel Vicino Oriente: Boemondo fondava il principato di Antiochia, città che quasi inin-
terrottamente aveva stretto dei legami commerciali con il porto barese. Cosicché, se in
età crociata la Puglia sarà considerata la retroguardia della Terrasanta, Bari, rispettando
un’atavica predisposizione, sarebbe dovuta assurgere, in proporzione, a diretta retrovia
del principato antiocheno. Con Boemondo, in definitiva, Bari e Antiochia, la Puglia e la
Siria venivano riunite sotto un’unica signoria, che ne avrebbe potuto valorizzare le tradi-
zioni commerciali. L’interesse del normanno per i risvolti economici della sua impresa è
peraltro riassumibile nell’unico privilegio concesso nel luglio del 1098, a poco più di un
mese dalla resa di Antiochia, allorché vennero fatte delle concessioni ai Genovesi in un
quartiere della città.
Del prosieguo della crociata a Boemondo interessava ben poco, come è evidente dalla
sua immediata dissociazione, una volta ottenuto quanto cercava. E se, nel 1099-1100, lo
ritroviamo assieme a Baldovino, conte di Edessa, a Gerusalemme, è perché andava a “incas-
sare”, in un giro attraverso i luoghi santi, l’investitura ufficiale, de iure, con diritto eredi-
tario, del possesso antiocheno, da parte dell’arcivescovo pisano Dailberto, nuovo legato
di papa Urbano II (che, in cambio, verrà promosso con l’ausilio dello stesso Boemondo

100 
Alexiade, X 11, 2, p. 231.
101 
In proposito cfr. Gesta Francorum cit., III, pp. 140-141.
102 
Come riportato in Albertus Aquensis, Historia hierosolymitana, Paris 1879 [Rec. Hist. Crois., Occid.,
4], V 2, pp. 433 ss.
103 
In proposito, cfr. Willelmus Tyrensis, Chronicon, ed. R.B.C. Huygens, Turnhout 1996 [Corpus Christia-
norum. Continuatio mediaevalis, 63/63A], VI 5, p. 312.

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a primo patriarca latino di Gerusalemme)104. Serviva, il riconoscimento a princeps di


Antiochia, ad allontanare formalmente ogni possibile pretesa bizantina di restituzione
della città, affermando una sorta di dipendenza da San Pietro105, sebbene, fra preparazioni
di guerre contro Bisanzio (1104-1106) e alleanze forzate con Alessio Comneno (1108), la
situazione non sarà mai né chiara né risolta del tutto.
Ad ogni modo, nel crearsi col principato di Antiochia un proprio patrimonio iure here-
ditario, Boemondo aveva guadagnato una più solida posizione nello scacchiere politico
euro-mediterraneo e, al contempo, aveva ricostruito un humus atto a garantire lo sviluppo
commerciale di un regno fondato sui traffici secolari, generati dalla direttrice che collegava
il porto di Bari ad Antiochia. Sarà un progetto effimero, che non sopravvivrà a Boemondo
II, il figlio nato da un matrimonio concluso in Francia106. Del sogno svanito, del programma
di unificare in un unico contesto politico-economico Siria e Puglia, rimane un emblema:
è il mausoleo di Boemondo a Canosa107. Un tempietto realizzato in forme mediorientali,
nella sede dell’antico e prestigioso episcopio canosino, a lungo diocesi-matrice della Chiesa
di Bari, nonché sede religiosa del celebre vescovo Sabino, le cui ossa sante sarebbero state
traslate proprio presso la cattedrale barese.

9. Verso il regno di Ruggero II


Ma intanto, il movimento delle Crociate aveva definitivamente inserito il porto di Bari
nel vortice dei nuovi traffici imbastiti con il Vicino Oriente. Il Mezzogiorno italico, da terra
di passaggio da cui imbarcarsi per la Palestina, divenne il retroterra degli Stati dell’Oriente
latino, i quali si rifornivano dall’Europa. Insieme a grandi scali quali Brindisi, Barletta e
Otranto, il porto barese risulterà la meta tradizionale dei pellegrini sulla cosiddetta “via
di Gerusalemme”108. Non è quindi casuale che gli Ordini militari (Ospedalieri, Templari,
Teutonici e del Santo Sepolcro) vi tenessero commende e ospedali per l’accoglienza dei
viatores in transito. Inoltre, le istituzioni ecclesiastiche di Terrasanta avevano numerosi
insediamenti in Puglia e in Sicilia, da cui si approvvigionavano di derrate alimentari109.
«Vi sono dei pellegrini che s’imbarcano da Bari, alcuni da Barletta, ed altri ancora da
Siponto o da Trani. Naturalmente vi sono altri pellegrini che preferiscono attraversare il
mare da Otranto, ultimo porto della Puglia: ma io e i miei compagni ci imbarcammo da

104 
Secondo la testimonianza riscontrabile in Fulcherius Carnotensis, Historia Hierosolymitana, ed. H.
Hagenmeyer, Heidelberg 1913, III 34, 16, pp. 741 ss. Cfr. anche Willelmus Tyrensis, Chronicon cit., IX 15,
p. 440.
105 
Hiestand, Boemondo I cit., p. 86.
106 
Sul principato di Antiochia, cfr. C. Cahen, La Syrie du Nord et la principauté franque d’Antioche, Paris
1940.
107 
Sul monumento, cfr. M. Falla Castelfranchi, Il mausoleo di Boemondo a Canosa, in I Normanni popolo
d’Europa, Venezia 1994, 327-330.
108 
In proposito, cfr. C.D. Fonseca, L’Oriente negli Itinera Hierosolymitana Crucesignatorum, in Il Mezzo-
giorno normanno-svevo e le Crociate cit., pp. 177-200, in particolare pp. 198-199; e V. Bianchi, Castelli sul
mare, Roma - Bari 2008.
109 
G. Bresc - Bautier, Les possessions des églises de Terre Sainte en Italie du Sud (Pouille, Calabre, Sicile),
in Roberto il Guiscardo e il suo tempo, Atti delle prime giornate normanno-sveve (Bari, maggio 1973), Roma
1975, rist. Bari 1991, pp. 13-39.

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Santi, guerrieri e mercanti al porto di Bari 69

Monopoli, che dista da Bari un giorno di viaggio […]»: era il 13 luglio del 1102, quando
Saewulf, lupo di mare anglosassone, descriveva nella sua Relatio de situ Ierusalem la situa-
zione portuale pugliese110. Si ricava l’idea di tutta una serie di luoghi d’imbarco attrezzati
per il passagium in Terrasanta, quasi che un qualsiasi pellegrino potesse scegliere il porto
più conveniente alle proprie necessità, oppure quello in cui erano disponibili dei traghetti
nei giorni di transito per la Puglia.
Cosa facesse propendere i peregrini per l’uno o l’altro scalo, è peraltro difficile a dirsi.
Sta di fatto che il porto barese doveva funzionare a pieno regime. In un documento del
1103, viene effettivamente descritta una nave che risulta in «taxidium, armamentis et
aseis»111. A regolare i traffici marittimi contribuivano in qualche maniera le disposizioni
sulla navigazione, il nolo delle barche, il trasporto delle merci, i capitali, i dazi, i danni, i
naufragi e i guadagni contenute nelle cosiddette Consuetudini baresi112. Erano due raccolte
di leggi, attribuite ai giudici baresi Andrea e Sparro (o Sparano, o Spararo), sulla cui ste-
sura e cronologia sono state avanzate diverse ipotesi113, e che ebbero una prima edizione
a Padova nel 1550-1551, e una seconda a Venezia nel 1596.
Va qui sottolineato come le disposizioni contenute nel codice, quale che sia stato il
tempo in cui vennero originariamente compilate, furono eseguite a titolo privato e, dun-
que, non ebbero mai completo valore propriamente legale114. Né i riferimenti attestati
nella documentazione notarile alludono a un testo scritto. Piuttosto, parrebbe trattarsi di
regole consuetudinarie che la comunità applicava per tradizione specialmente nel diritto
privato e in quello procedurale115. Ancora una conferma sulle rotte più praticate giunge
dalla rubrica XXV delle Consuetudini raggruppate da Sparano, dove all’ultimo paragrafo
si spiega che “se qualcuno deve mettersi in mare alla volta della Siria, di Alessandria o di
Costantinopoli, negli ultimi otto giorni precedenti al salpare non sarà costretto a rispon-
dere di nessuna azione”. Dunque, sempre il Mediterraneo orientale quale meta prediletta.
Sempre la Siria, Alessandria e Costantinopoli, che anche altre fonti ricordano familiari ai
mercanti di Bari: come narrato da Guglielmo di Tiro e Alberto di Aix, Pietro l’Eremita, al
ritorno da un pellegrinaggio in Terrasanta, sullo scorcio dell’XI secolo, aveva trovato pro-
prio sulle coste siriane una nave di commercianti con cui raggiungere il porto barese116. E
nel XII secolo, per andare a Bisanzio, un mercante genovese viaggia in navi Barensium117.
Dei mercanti baresi saranno peraltro attestati a Costantinopoli fino al XVI secolo, così
come a Venezia e a Palermo col formarsi del regno normanno: insomma il porto aveva

110 
Saewulfus, Carta relatio de situ Ierusalem, in Itinera Hierosolymitana Crucesignatorum (saec. XII-
XIII), vol. II, Tempore Regnum Francorum, Jerusalem 1980, p. 6.
111 
CDB V, n. 36, anno 1103, p. 62.
112 
Il corpus è riscontrabile in T. Massa, Le consuetudini della città di Bari. Studi e ricerche, Bari 1903.
113 
Un’analisi della problematica è molto convincentemente esposta in F. Porsia, Vita economica e sociale,
in Storia di Bari cit., pp. 189 ss., soprattutto alle pp. 214-216.
114 
Ivi, p. 216.
115 
Ibidem.
116 
Cfr. da ultimo Bianchi, Bari, la Puglia e la Francia cit., pp. 42-45.
117 
L’episodio è riportato in Porsia, Vita economica cit., p. 209, che attinge a D. Abulafia, The Two Italies.
Economic Relations between the Norman Kingdom of Sicily and the Northern Communes, Cambridge 1977,
p. 75.

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70 Vito Bianchi

fatto di Bari, nell’XI-XII secolo, una delle maggiori potenze marinare d’Italia, proiettata
verso l’Oriente118. Nel frattempo, la città allargava gradualmente a sud-est la maglia urbana,
in seguito a una più che probabile crescita demografica119. L’inurbamento dalle città, dai
casali, dai villaggi e dalle campagne circostanti120, il santuario nicolaiano che catalizzava
risorse spirituali e materiali, i traffici crociati, l’installarsi di Veneti, Toscani, Tolosani e
Ungheresi, gli scambi commerciali avevano contribuito notevolmente all’incremento della
popolazione, sebbene si conosca poco della demografia urbana dei secoli XI-XIII. Falcone
Beneventano assegna a Bari per l’anno 1139 circa 50.000 abitanti e 400 cavalieri, cifre
che, anche a volerle considerare esagerate, indiziano comunque una realtà urbana di non
indifferente dimensione, almeno in relazione all’epoca121.
Di conseguenza, l’attività di un armatore barese doveva essere, al tirar delle somme,
piuttosto redditizia se, nel 1103, un certo Nicola, nauclerius, fa un testamento in cui risulta
proprietario di parte di una nave, di cinque servi che andranno affrancati dopo la sua
morte, di vigne in campagna, di due case dentro e di altrettante fuori le mura, di porzioni
di un’altra abitazione, e di una frazione dell’orreum di un ennesimo edificio urbano122. Un
altro atto del 1135 ci informa che un certo Melo, armatore, poté acquistare due case vicino
alla chiesa di San Teodoro per la bella somma di 1050 miliareni de ramesinis123. Nel 1151,
ancora un armatore vende a un fabbro una casa orreata per 96 soldi d’oro regi124. La moneta
non doveva scarseggiare, in una città vivace e crepitante di attività.
Da un altro documento del 1107 si apprende inoltre dell’esistenza di un mulino presso
il porto, che sicuramente costituiva in questo periodo uno dei principali centri gravitazio-
nali della vita cittadina125, assieme alla basilica nicolaiana. Dunque il porto, dunque San
Nicola. E quindi del “Porto di San Nicola” si riferisce negli Itinera Sancti Theotonii ad
Terram Sanctam, inerenti a un paio di viaggi compiuti in Palestina dal santo galiziano,
vissuto fra il 1080 e il 1166126. Peraltro, nel modo in cui viene presentata, la menzione di
un determinato “porto nicolaiano” potrebbe indurre a supporre sin d’ora, nell’ambito della
sistemazione portuale, l’esistenza di un attracco di pertinenza esclusiva della basilica (ciò
che è attestato abbastanza esplicitamente, come vedremo, al tempo del Saladino, poco
dopo la battaglia di Hattin del 1187).
È in un simile frangente che, pur fra i dissidi verificatisi in Bari all’indomani della
scomparsa di Boemondo127, giunge a maturazione il processo di composizione del regno
di Ruggero II. Una volta assestatasi, la monarchia ruggeriana consentirà alle città costiere
pugliesi di prosperare ulteriormente grazie ai rinnovati contatti con Venezia, l’Oriente e

Porsia, Vita economica cit., p. 210.


118 

Musca, Corsi, Da Melo cit., p. 50.


119 

120 
Al riguardo, cfr. Musca, Sviluppo urbano cit., p. 42.
121 
Porsia, Vita economica cit., p. 202.
122 
Per un’analisi del documento, cfr. Musca, Sviluppo urbano cit., p. 38.
123 
Al riguardo cfr. ivi, p. 44.
124 
Ibidem.
125 
CDB V, n. 46, anno 1107, p. 84.
126 
Theotonius, Duo itinera ad Terram Sanctam, in Itinera cit., p. 34.
127 
Sugli avvenimenti successivi alla morte di Boemondo nel 1111, cfr. Musca, Corsi, Da Melo cit., pp.
39-45.

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Santi, guerrieri e mercanti al porto di Bari 71

l’Africa del Nord, laddove Tunisi e Tripoli fungevano da appendici della Sicilia128. Ma va
ricordato che, anche in precedenza, durante il decennio di governo cittadino di Grimoaldo
Alferanite (dal 1118 in avanti), Bari aveva già una sua dimensione commerciale, tanto
che nel 1122 si era potuto stipulare un patto di amicizia con Venezia e il doge Domenico
Michiel, in base al quale i lagunari si impegnavano a difendere ovunque la vita e i diritti
dei Baresi, promettendo ammenda e riparazioni per ogni abuso del suo decreto129.
Il porto di Bari, con le sue infrastrutture, doveva pertanto risultare da tempo ben inse-
rito in un’economia regnicola fatta di inesausti spostamenti di uomini e merci, e quindi
non fece altro che rafforzare la propria posizione, nel momento in cui Ruggero II provvide
a incentivare scambi e comunicazioni fra le varie componenti della sua signoria meridio-
nale e, in senso più allargato, mediterranea.
Ciononostante, per il passagium in Terrasanta, l’abate islandese Nicola Saemundarson,
proveniente fra il 1151 e il 1154 dal monastero benedettino di Thingeyar, pur menzionando
esplicitamente Bari, “dov’è riposto San Nicola”, prende il mare da Brindisi130. Il porto nico-
laiano viene bypassato nuovamente. Sintomo di una specializzazione più spiccatamente
commerciale per lo scalo barese, e invece più “turistica”, di smistamento dei pellegrinaggi,
per quello brindisino? In tal caso, sembrerebbero quasi recuperate delle vecchie attitudini,
un certo tipo di attività portuali, già verificate in età antica e tardoantica, quando il porto
di Brindisi, più di Bari, è meglio attestato in funzione di scalo per traghetti.
Sull’aspetto del porto barese si soffermò comunque il grande geografo musulmano
Edrisi: incaricato di compilare il celebre Libro del re Ruggero presso la corte palermitana,
così egli si esprimeva: “Bari, città grande e popolata, posta in fondo a un golfo, è la capi-
tale del paese dei Longobardi ed è una delle metropoli rinomate dei Rum. In questa città
si costruiscono navigli”131. Alla metà del XII secolo, Bari ci appare perciò sicuramente
dotata di un arsenale per costruire e riparare le imbarcazioni. Imbarcazioni di che genere?
Prevalentemente commerciali? Militari? Si è scritto che il riferimento di Edrisi presuppone
la realizzazione di navi destinate ad attività civili, supportate dalla presenza di un nucleo
di artigiani del legno e del ferro, di calafati e di cordai, così come implicitamente sarebbero
riconoscibili le figure dei pescatori e degli armatori, a comporre il substrato di una serie
di attività proiettate sul mare a titolo diverso132. La città si è certo ingrandita, e nel 1153,
in posizione sud-orientale, è citata una via publica chiamata Ruga Francigena, che passa
davanti all’atrio della chiesa di Santa Pelagia, ed è fiancheggiata da abitazioni di ricchi
borghesi, in una sequela di botteghe e bancarelle che si susseguono fino a San Nicola133. Il

128 
Sull’argomento, cfr. da ultima A. De Simone, Ruggero II e l’Africa islamica, in Il Mezzogiorno nor-
manno-svevo cit., pp. 95-129. Mi si permetta inoltre di rimandare, per un quadro di sintesi, a Bianchi, Sud e
Islam cit., pp. 94 ss.
129 
Sulla vicenda, cfr. Musca, Corsi, Da Melo cit., pp. 43 ss.; e Bianchi, Gelao, Bari, la Puglia e Venezia
cit., pp. 52-55.
130 
Nicolaus Saemundarson, Iter ad loca sancta (1151-1154), in Itinera cit., vol. II, p. 216.
131 
Edrisi, L’Italia descritta nel “Libro del re Ruggero”, edd. M. Amari, C. Schiaparelli, Roma 1883, p. 103.
132 
Porsia, Vita economica cit., p. 207.
133 
Musca, Sviluppo urbano cit., p. 44; R. Licinio, Bari e la terra, in Itinerari e centri urbani nel Mezzogiorno
normanno-svevo, Atti delle decime giornate normanno-sveve (Bari, 21-24 ottobre 1991), a c. di G. Musca, Bari
1993, pp. 121-146, in particolare p. 135. Da ultimo cfr. Bianchi, Bari, la Puglia e la Francia cit., pp. 31-32.

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72 Vito Bianchi

nome della via, che ricalca nel tratto terminale il percorso della via Traiana di età romana
imperiale, sembrerebbe alludere ai Franci, pellegrini e guerrieri provenienti d’Oltralpe e
dall’Europa continentale. Giungevano in Puglia per dirigere a Oriente, sicuramente, ma
è anche da credere che in alcuni casi si scendesse dal Nord soltanto per visitare i santuari
di San Michele sul Gargano e di San Nicola a Bari134.

10. 1156: una distruzione incompleta?


Nelle cronache medievali c’è una data segnata da più parti a tinte vive: è il giugno del
1156, anno che vide re Guglielmo I il Malo distruggere Bari, salvando solo il santuario
nicolaiano. Ne dà conto, fra gli altri135, Ugo Falcando, narrando della «potentissima città
dell’Apulia, notissima per fama, ricca e superba per nobilissimi cittadini, mirabile per le
strutture degli edifici, che giace ora trasformata in cumuli di pietre»136. Le indicazioni
collimano con quelle di Roberto di Thorigny, abate di Mont-Saint-Michel in Normandia,
che nella sua cronaca, all’anno 1156, così annota: «Guglielmo re di Sicilia distrusse dalle
fondamenta la città di Bari, esclusa la chiesa di San Nicola, perché i suoi cittadini, favo-
rendo i Greci, molto malvagiamente avevano cospirato contro di lui»137. E Beniamino di
Tudela, nel suo Sefer Massa’oth, rincara la dose: «Colo di Bari è la grande città che il re
Guglielmo di Sicilia ha distrutto. Al presente non vi abitano né Israeliti né Gentili, a causa
della sua distruzione»138. Il fatto che Beniamino chiami la città “Colo di Bari” potrebbe
derivare dalla osservazione diretta di quello che era l’unico monumento rimasto in piedi:
il viaggiatore ha visto solo la grande basilica, la città è ridotta alla esclusiva mole litica di
San Nicola e, dunque, la città è nient’altro che “San Nicola”. Attenzione, però: la denomi-
nazione “Colo di Bari” viene “dopo” la distruzione di Guglielmo. Non “prima”, quando al
santuario nicolaiano si affianca tutto un mondo di traffici, di cui il porto è centro nevralgico.
È vero che per circa un decennio Bari dovette rimanere spopolata, e che la sua gente sarà
costretta a trasferirsi altrove, a Trani, Ceglie del Campo, Giovinazzo, e a vendere talora le
proprietà urbane andate in malora139. Tuttavia, non si può negare che, nonostante la tabula
rasa voluta in città da Guglielmo I, insieme alla basilica di San Nicola a funzionare era sem-
pre, ineluttabilmente, il porto, o quanto meno una sua parte residua. Siamo a conoscenza di
un portu pinne e di una Buctia castelli che, nel 1161, appena un lustro dopo la distruzione,
consentiva dei movimenti marittimi140. Potrebbe essere in connessione con la formazione

134 
Cfr. ivi, pp. 27-28.
135 
Cfr. anche Romualdus Salernitanus, Chronicon, ed. C.A. Garufi, Città di Castello 1935 [Rerum Italica-
rum Scriptores, 1], p. 240. che narra: «Guglielmo I venne a Bari e, poiché i Baresi avevano distrutto il castello
regio, mosso dall’ira sconvolse la città dalle fondamenta».
136 
Ugo Falcando, Liber de Regno Siciliae, ed. G.B. Siragusa, Roma 1904 [Fonti per la Storia d’Italia, 22],
p. 297.
137 
Robertus de Monte, Cronica (1101-1186), ed. L.C. Bethmann, Hannovrae 1844 [M.G.H., SS VI], p. 505.
138 
Benjamin da Tudela, Libro di viaggi, a c. di L. Minervini, Palermo 1989, p. 47 (traduzione condotta
sull’edizione inglese The Itinerary of Benjamin of Tudela, ed. M.N. Adler, London 1907, rist. New York
1964).
139 
L’argomento è molto ben trattato in Musca, Sviluppo urbano cit., pp. 48 ss.
140 
CDB V, n. 119, anno 1161, p. 206: una nave appartenente al ricco mercante Nicola di Petracca andò
«fracta in portu pinne sancti Cataldi […] de ipsa societate Buctiae castelli».

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Santi, guerrieri e mercanti al porto di Bari 73

di un villaggio para-urbano a settentrione della città distrutta, sul bordo dell’ansa dove
in quegli anni è testimoniata l’erezione di una chiesa dedicata a Sant’Eustrazio martire,
oltreché di case, di una torre, di un forno, di una cisterna e di un orto141. Nel medesimo
contesto, per il 1168 è inoltre attestata la chiesa di San Cataldo de Pinna Sancti Minne. Nel
1169, invece, in un documento – peraltro mal conservato – viene citata una navi connessa
a una moram, a un pretium galearum e a un naufragium142. Pur ammettendo un’attività a
scartamento ridotto, non si può dunque negare, nel periodo immediatamente successivo
alla distruzione guglielmiana del 1156, la vitalità dell’approdo barese, in relazione almeno
ad una delle insenature che tratteggiavano l’assetto litoraneo della città. Non è strano,
allora, che già nel 1185, a nemmeno vent’anni dalla concessione regia che sanciva, con re
Guglielmo II il Buono, il ripopolamento di Bari, il porto funzioni più che bene: al punto
da consentire la partenza di molte navi impegnate nel conflitto anti-bizantino che produrrà
la temporanea conquista di Tessalonica. Lo stesso vale per i navigli salpati nel 1187 per
una nuova crociata, quando il porto di Bari non funge solamente da piattaforma di lancio
per armi e guerrieri, ma è deputato a rifornire e manutenere la corposa flotta militare143.
D’altronde, la ricostruzione della città aveva innescato un processo di riattivazione eco-
nomica capace di calamitare abitanti da Bitonto, Monopoli, Polignano, Taranto come pure
da Ravello e Benevento. Incuriosisce la presenza persino di un Giovanni burgunionus
francus, un borgognone che risulta abitare vicino al mare, e che vende a un negotiator
una casa sul porto144. All’economia portuale è legata l’attività dei molti armatori, maestri
d’ascia e fabbri, che compongono un tessuto sociale completato da macellai, osti e bottai.
Più di ogni altra cosa, poi, è assolutamente impressionante, in rapporto a questa fase, la
frequenza documentaria di cambiavalute e mediatori145, la cui presenza rimarca la ristrut-
turazione e la nuova effervescenza del contesto economico cittadino.
Alla fine degli anni Ottanta del XII secolo, lo scalo barese appare certamente frequen-
tato, tanto da prevedere presumibilmente delle specie di compagnie di navigazione, dipen-
denti dall’istituzione ecclesiastica nicolaiana e deputate al collegamento con la Terrasanta.
Nell’aprile del 1189 vediamo infatti funzionare una buttia sancti Nicolai barensis146, che
permette a sei peregrini teotonici, il conte Bertoldo col figlio Enrico e in più Ermanno,
Elia, Payn e Antonio, di salpare alla volta del Santo Sepolcro gerosolomitano147. Nella cir-

141 
Cfr. Musca, Sviluppo urbano cit., p. 53.
142 
CDB V, n. 127, anno 1169, p. 22. In proposito, cfr. R. Iorio, L’urbanistica medievale di Bari fra X e XIII
secolo, in «Archivio storico pugliese», XLVIII (1995), pp. 17-100, in particolare p. 70.
143 
Musca, Sviluppo urbano cit., p. 59.
144 
CDB I, n. 61, 18 febbraio 1188, p. 119.
145 
Musca, Sviluppo urbano cit., pp. 59-60.
146 
In Houben, Templari e Teutonici cit., p. 277, la buttia in questione corrisponderebbe invece, più sem-
plicemente, a una boccia della santa manna emanata dal corpo di San Nicola. Comunque ciò non inficia la
partenza di pellegrini tedeschi da Bari, e, dunque, l’esistenza di navigli per il trasporto di fedeli cristiani in
Terrasanta, a prescindere dalla dipendenza delle navi dalla basilica nicolaiana.
147 
CDB V, n. 262, 12 aprile 1189, pp. 262-263: «teotonici et peregrini ituri […] cum buttia sancti Nicolai
barensis in occursum ad sanctum sepulchrum in Ierusalem». All’episodio accenna da ultimo anche R. Licinio,
La Terrasanta nel Mezzogiorno: l’economia, in Il Mezzogiorno normanno-svevo e le Crociate cit., pp. 201-
224 (ora in Id., Uomini, terre e lavoro nel Mezzogiorno medievale (secoli XI-XV), Roma 2017), in particolare
p. 221.

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74 Vito Bianchi

costanza, i pellegrini tedeschi potrebbero aver pagato il biglietto per il traghetto non con
denaro contante, bensì con la probabile donazione di una proprietà fondiaria, una clausura
con una quarantina di ulivi, posta fra Bari e Modugno, presso la chiesa di Santa Maria
delle Grotte148. L’ipotesi che il bacino portuale del versante orientale fosse, almeno in parte,
appannaggio della basilica di San Nicola, che qui avrebbe avuto un proprio particolare
approdo (barcarius), è del tutto plausibile149. La presenza e l’esplicita citazione di peregrini
teotonici potrebbe essere la spia di un apprestamento o della miglioria di strutture, hospi-
tia e xenodochia, atte a offrire accoglienza. D’altro canto non va dimenticato che l’intero
complesso santuariale nicolaiano sarà solennemente consacrato solo nel giugno del 1197,
allorché è ragionevole ritenere ultimate le architetture deputate all’ospitalità religiosa. È in
questo dettaglio la scelta dei viatores di privilegiare precedentemente, come notato, altri
porti pugliesi, meglio attrezzati per il pellegrinaggio, da cui salpare?

11. L’età sveva


In ogni caso, con la morte di Guglielmo II per il Mezzogiorno italico si inaugurano le
vicende che porteranno all’insediamento della dinastia degli Hohenstaufen. È stato scritto
che «Bari è in questo periodo una città ricca ma ancora fortemente ruralizzata, caratteriz-
zata da una società vivace e articolata di piccoli proprietari laici ed ecclesiastici, contadini e
pescatori, artigiani e bottegai, borghesi degli uffici, e mercanti ravellesi, amalfitani, pisani,
veneziani e orientali (spesso organizzati con propri funzionari), esportatori dei prodotti
dell’entroterra barese (olio, grano e derrate alimentari) e importatori di materie prime e
spezie»150. Una conferma sul tipo di merci scambiate viene dalle descrizioni di ibn Said,
un geografo arabo, che sottolinea come i Franchi traessero dai paesi di Puglia l’olio che
recavano ad Alessandria e negli altri territori islamizzati151. Ma è altrettanto importante un
atto notorio del 1223, inerente ai diritti ab antiquo di plateaticum percepiti nella dogana
della città dalla chiesa di San Nicola152. Tale documento, oltre a ricordare l’import-export
di vino, miele, ricotta, formaggio fresco, fichi, aglio, cipolle, erbaggi, uova, pesce fresco
o conservato sotto sale, e il commercio di vasi, otri, scodelle, anfore, vetro lavorato e
finanche di materassi e cuscini, cita chiaramente l’importazione dalla Siria e dall’Egitto
sia di legname lavorato, sia di pregiati tessuti di lino153. Infine, secondo alcune ipotesi non
doveva mancare il commercio degli schiavi154.
Sotto la sorveglianza di doganieri, uomini, merci e imbarcazioni si muovevano presso

Cfr. Musca, Sviluppo urbano cit., p. 56.


148 

Ibidem. Musca tuttavia, pur ammettendo l’esistenza di un piccolo attracco specifico per le attività mari-
149 

nare del santuario nicolaiano, ritiene pur sempre doversi individuare in questo periodo un vero e proprio porto
solo sul versante occidentale.
150 
R. Iorio, R. Licinio, G. Musca, Sotto la monarchia normanno-sveva, in Storia di Bari cit., vol. II, pp.
57-94, in particolare pp. 73-74.
151 
M. Amari, Biblioteca arabo-sicula, Appendice, Torino - Roma 1881, pp. 7-8.
152 
CDB VI, n. 42, anno 1223, pp. 66-67, rr. 39-45.
153 
Per un’analisi del documento in questione, cfr. Musca, Sviluppo urbano cit., p. 63, e Iorio, Licinio,
Musca, Sotto la monarchia cit., pp. 76-77.
154 
Iorio, L’urbanistica cit., p. 74.

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Santi, guerrieri e mercanti al porto di Bari 75

fondachi e grandi magazzini, con tasse in entrata e in uscita155. La vivacità e il volume degli
scambi commerciali avrebbero così giustificato il patto di isopolitia con Ragusa (1201), i
trattati commerciali con Genova (1218), Pisa (1220), Venezia (1232)156, e lo stanziamento di
famiglie di mercanti forestieri, fra cui Dalmati, Romani, Sorrentini, Salernitani, Calabresi
e Siciliani157. Federico II esentò da diritti di ancoraggio e di piazza i cittadini di Cattaro
che trafficavano in Bari, secondo un’inveterata consuetudine, sancita anche da una con-
cessione della regina Costanza risalente al 1195, che esonerava i Cattaresi dal plateatico de
mercimoniis suis in prossimità del porto (mentre invece risulta che la tassa veniva regolar-
mente versata de navibus eorum in epoca normanna)158. Dal canto suo, Manfredi conce-
derà ai Genovesi nel 1257 e 1259 ampi privilegi presso gli scali del regno meridionale159.
Ovviamente, le operazioni commerciali potevano svolgersi in regime di franchigia durante
le fiere: nel 1234, nell’organizzazione del sistema fieristico statale, Federico II aveva asse-
gnato a Bari una fiera che si teneva dal 22 luglio al 10 agosto, fra le sette principali del
regno160. Non è strano, pertanto, che uno fra gli inni celebrativi più antichi di San Nicola
recitasse così: «Omnes exteri ad te veniunt / simul munera deferentes / o felix Barium».
Bari, ricostruita, rinata sulle sue stesse rovine (se anche mai fu del tutto abbandonata)
dopo la rappresaglia di Guglielmo il Malo del 1156, non era più da identificare soltanto
con la chiesa di San Nicola. La vivacità del porto aveva contribuito a risollevarne le sorti.
Le rotte dei commerci e dei pellegrinaggi continuavano nelle medesime scie del passato:
nella basilica nicolaiana viene seppellito nel 1205 Nevelo, vescovo di Soissons, che tornava
da Costantinopoli. E, secondo un’artificiosa tradizione locale, nel 1220 sarebbe giunto a
Bari dall’Oriente persino san Francesco d’Assisi161. Sulla direttrice opposta, è noto per il
1200 il nome di un nauclerius Ottone che, essendo in procinto di partire per la Romània,
si preoccupa di redigere un ricco testamento162.
A livello strutturale e organizzativo, è presumibile che in età federiciana, verso il 1239-
1240, si progettasse di rimaneggiare il porto assieme al prospiciente castello dalla parte
di tramontana, sul versante settentrionale, non lontano dal promontorio di San Cataldo163.
La ristrutturazione derivava sì da un’esigenza prettamente militare, per controbattere alle
minacce portate dalle flotte nemiche di Genova e Venezia, le cui navi saccheggiavano ripe-
tutamente le coste pugliesi; ma non doveva escludere l’intento di creare, dopo la nomina
dei nuovi portolani Niccolò di Giovannicio e Leone Bello, «un più attento controllo del

155 
Porsia, Vita economica cit., p. 211.
156 
Bianchi, Gelao, Bari, la Puglia e Venezia cit., p. 72.
157 
Musca, Sviluppo urbano cit., pp. 61-67.
158 
Il documento è citato anche in Iorio, L’urbanistica cit., p. 74.
159 
Cfr. Porsia, Vita economica cit., p. 212.
160 
Riccardo di San Germano, Chronica, ed. C.A. Garufi, p. II, Bologna 1937 [Rerum Italicarum Scriptores,
serie II, VII,], p. 187: «Quartae [nundinae] erunt apud Barum, et durabunt a festo Magdalene usque ad festum
sancti Laurentii». Sull’argomento, Iorio, Licinio, Musca, Sotto la monarchia cit., 77-78; Licinio, Bari e la
terra cit., pp. 137-138.
161 
Iorio, Licinio, Musca, Sotto la monarchia cit., p. 74.
162 
CDB VI, n. 10, anno 1200.
163 
Cfr. A. Beatillo, Historia di Bari principale città della Puglia, Napoli 1637 (rist. Bologna 1965), p. 128.

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fisco sul commercio portuale»164. In un simile contesto, il castello poteva svolgere, oltre
alla funzione di presidio militare, quella di difesa del porto, cui sarebbe stato connesso da
un sistema di banchine e moli165. Pur tuttavia, il porto restava essenzialmente lo strumento
della vita commerciale di Bari166, una città che appare in rapido sviluppo urbanistico: fra i
quartieri più recenti, si distingue anche quel vicinia maris de guaranghe che forse prende
nome dai Varangi o Vareghi167, e che caratterizza il settore orientale del nucleo abitativo,
lungo l’asse della ruga Francigena. Si è stimato che la popolazione barese ammontasse nel
XIII secolo a circa 10-11.000 abitanti168. A queste unità stanziali si dovrebbero aggiungere,
volta per volta, le diverse decine, se non centinaia, di presenze dovute ora alla partenza di
un contingente crociato per la Terrasanta, ora al massiccio transito di pellegrini in sosta
per l’omaggio a San Nicola e per l’imbarco/sbarco al porto, nonché di mercanti che sog-
giornavano per periodi più o meno lunghi, a seconda delle esigenze contingenti. E anche se
l’insediamento di crucesignati poteva risultare caratterizzato da elementi provvisori quali
attendamenti, magazzini e via dicendo, d’altro canto un impatto sulla vita economica di
Bari e sull’utilizzazione degli impianti portuali deve esserci stato. Quanto, però, e in che
forme possa avere influito l’apporto dell’età crociata nel rinvigorire gli assetti socio-eco-
nomici della città, è quasi impossibile a dirsi, benché sia stato sottolineato come almeno
l’organizzazione delle strutture portuali baresi potrà essersi accresciuta per consistenza
ed efficienza, in virtù di quei flussi crociati che avrebbero contribuito a modificare e a
rendere più dinamici i ritmi dell’intera città169. Nel 1237, è segnalata l’istituzione in Bari
di una commenda dell’Ordine Teutonico, che qui avrebbe precedentemente ricevuto beni
immobiliari e fondiari170: è forse da intuire in ciò una qualche connessione con il passaggio
dei sei peregrini teotonici del 1189171? Una predisposizione ad accogliere viatores e baga-
gli specificamente tedeschi, o comunque nordici? L’ipotesi verrebbe rafforzata qualora ci
si volesse soffermare su un altro episodio: nel giorno dell’antivigilia del Natale del 1199 il
papa, Innocenzo III, invia un’ingiunzione al baiulo regio, ai giudici e ai cittadini tutti di
Bari. Nella charta si fa riferimento a una galea, armata dall’arcivescovo di Magonza ad
subventionem terre sancte, che presumibilmente si trovava nel porto barese in attesa di
salpare per la Terrasanta, e che era stata a un certo punto sequestrata dai Baresi. Con la
lettera spedita dal Laterano, il pontefice ingiungeva di restituire prontamente a Doferio,
arcivescovo di Bari, «dicta galeam cum utensilibus suis», o almeno di fornire una giusti-
ficazione esauriente dell’accaduto, entro un mese172. Dell’esito dell’epistola, in realtà, non

Iorio, Licinio, Musca, Sotto la monarchia cit., p. 79.


164 

Musca, Sviluppo urbano cit., p. 62; Iorio, Licinio, Musca, Sotto la monarchia cit., p. 90.
165 

166 
Musca, Sviluppo urbano cit., p. 62.
167 
Ivi, pp. 62-63; Iorio, Licinio, Musca, Sotto la monarchia cit., p. 90.
168 
Cfr. M. Sanfilippo, Continuità e persistenze negli insediamenti difensivi, in La Puglia tra Medioevo ed
età moderna cit., pp. 73-117, in particolare p. 78, saggio ripubblicato in Medioevo e città nel regno di Sicilia
ed in Italia meridionale, Messina 1991, pp. 47 ss.
169 
Franchetti Pardo, Le città portuali cit., pp. 310-311.
170 
H. Houben, L’Ordine Teutonico a Bari (secoli XIII-XV), in Scritti in onore di Giosuè Musca, a c. di C.D.
Fonseca, V. Sivo, Bari 2000, pp. 225-247.
171 
Vd. supra.
172 
CDB, VI, n. 9, anno 1199.

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si sa alcunché. E comunque, l’evento testimonierebbe una scarsa propensione dei Baresi


a privilegiare l’aspetto, diciamo così, principalmente religioso dell’intrapresa crociata in
Terrasanta.

12. L’età angioina


Con l’avvento angioino, l’orientamento dei nuovi dominatori francesi sarà guidato
da ragioni prevalentemente strategiche e militari, che porteranno alla ristrutturazione
di alcuni scali portuali della Puglia, in primis quello di Brindisi. L’intento con cui gli
Angiò predisposero l’assetto portuale pugliese fu inizialmente cagionato dai progetti di
espansione transadriatica: e l’interesse angioino per i territori balcanici è evidentemente
testimoniato dalla fondazione del Regno d’Albania, il 21 febbraio del 1272. Non che le
mansioni civili dei porti fossero scomparse: sempre nel 1272, troviamo tali Demetrio e
Seno di Corfù, Giunta di Ancona e Marino di Marsala salpare da Corfù sul battello del
veneziano Pietro Girardo, e sbarcare a Bari, per finire imprigionati, per ritorsione, con l’ac-
cusa di essere durazzeschi (a Durazzo, infatti, erano stati nel 1271 imprigionati e torturati
alcuni mercanti brindisini)173. Oltre a segnalare l’ingresso, ormai consolidato, dei traffi-
canti veneziani nelle vicende economiche basso-adriatiche, compresi quei contrabbandieri
lagunari che nel 1277 vengono sorpresi con un carico di frumento prelevato furtivamente
dalle isole Tremiti, la notizia è utile per ricomporre il quadro della rete di traffici marit-
timi di età proto-angioina: che fossero leciti o meno, comunque innervavano l’Adriatico
col supporto di imbarcazioni e uomini di Venezia. Non è quindi strano trovare detenuti
nel castello di Bari, per il 1277, dei marinai e degli armatori veneziani174. Lo scalo barese
e i suoi movimenti commerciali appaiono insomma, in questo frangente, in parte dipen-
denti, e probabilmente abbastanza condizionati, dalle politiche economiche veneziane175,
e comunque caratterizzati da un prevalente collegamento con l’opposta sponda adriatica.
Fra il 1277 e il 1281, una gran quantità di legname slavo e albanese è ad esempio traspor-
tato nei cantieri castellari di Mola, Petrolla, Brindisi e, ovviamente, di Bari, il cui castello
era in fase di ristrutturazione176.
In un simile contesto si inserisce un altro fattore destabilizzante per il commercio
barese, quale l’intensificarsi della pirateria. Il fenomeno era diffuso un po’ in tutto l’A-
driatico, esasperato dalle scorrerie della flottiglia corsara di Almissa, a sud di Spalato. Sui
loro agili brulotti, i pirati slavi arrembavano le pesanti navi da trasporto, ne depredavano il
carico, e tornavano alla base o presso gli approdi di località compiacenti. Ad esser presi di
mira erano anche i fondachi del sale, allocati in varie città costiere, fra cui, naturalmente,
figurava anche Bari177. Ecco perché nel 1273 Carlo I d’Angiò affidò al protontino di Bari,

173 
Sulla questione concernente i rapporti fra Durazzo e il regno angioino, cfr. I Registri della Cancelleria
angioina, ricostruiti da Riccardo Filangieri con la collaborazione degli archivisti napoletani (d’ora in poi
siglati RA), VIII, ed. J. Donsì Gentile, VIII, Napoli 1957, n. 52, anno 1272, p. 297.
174 
RA XIV, n. 360, 3 giugno 1277, p. 213.
175 
Sull’argomento, F. Carabellese, Carlo d’Angiò nei rapporti politici e commerciali con Venezia e l’O-
riente, Bari 1911.
176 
In proposito, cfr. R. Licinio, Castelli medievali, Bari 1994 (n. ed. Bari 2010), pp. 221-222.
177 
RA XI, n. 143, 29 aprile 1274: inquisitio sulle saline occupate dai pirati in Puglia, con l’elenco dei fon-

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Basilio, insieme al collega tranese, Ruggero, la difesa della costa pugliese. Di conseguenza,
nel periodo proto-angioino le funzioni eminentemente militari del porto barese finirono per
essere, una volta di più, accentuate. Oltretutto, nel 1274 il re ordinò nuovamente al proton-
tino di Bari e al governatore di Monopoli di allestire navi e preparare soldati in vista di un
attacco ai pirati di Almissa. In settembre, la flotta angioina, comprendente anche contin-
genti di Vieste, Peschici e Ortona, salpò per l’opposta sponda dalmata. Le fonti tacciono
sull’esito dell’impresa, e ciò induce a ritenere che essa si risolvesse in un fallimento. Come
un fallimento dovette rivelarsi la decantata “guerra di sterminio” condotta ancora contro
i pirati nel 1276 da navi baresi, tranesi, monopolitane, tarantine, otrantine e gallipoline: la
connivenza di Veneziani e Ragusini giocava infatti a favore della sopravvivenza e della
inesausta vitalità dei corsari. Anzi, i ripetuti insuccessi determinarono presumibilmente
un inasprimento delle scorrerie piratesche. Sicché, a fronte dell’inanità statale, incapace di
risolvere il problema, prese corpo una sorta di “pirateria pugliese”, nata spontaneamente
e di riflesso, che dovette in alcune circostanze ripagare con la stessa moneta gli Slavi di
Almissa, soprattutto durante il regno di Carlo II lo Zoppo178.
Agli inconvenienti derivanti al porto e al commercio barese dalle azioni piratesche si
sommava poi il duro fiscalismo imposto dagli Angiò. Rispetto all’ultimo trentennio svevo,
la pressione fiscale su Bari aveva segnato un notevole incremento, senza tuttavia che fosse
assicurata quella stabilità politico-sociale registrabile per l’età federiciana179.
Le genti del regno venivano sottoposte alle vessazioni di una nobiltà feudale sguaz-
zante a proprio piacimento fra le maglie larghe di una monarchia meno vigile e meno forte
di quelle normanna e sveva. E, specie all’indomani dei Vespri Siciliani del 1282, il lungo
stato di guerra fiaccherà notevolmente le risorse economiche meridionali, favorendo l’in-
trusione di banche centro-settentrionali e il monopolio di Veneziani, Genovesi e Fiorentini
sul tradizionale commercio di grano, olio e lana che si dipanava attorno ai porti pugliesi180,
a fronte di un’importazione di spezie, oro, argento e tessuti pregiati. Le tracce di un’im-
prenditoria agraria, sia pur di ridotte dimensioni, note nel periodo degli Altavilla e degli
Hohenstaufen, con gli Angiò andavano eclissandosi181. Lo stesso massiccio inurbamento,
verificabile per Bari proprio al passaggio fra il Due e il Trecento, si differenziava sostan-
zialmente dal passato: come è stato giustamente sottolineato, in età normanno-sveva esso
costituì «un fenomeno fondamentalmente positivo di promozione e articolazione sociale».
Invece, in età angioina, rappresentò «un fenomeno negativo di fuga, rifugio, sfruttamento
e parassitismo»182, che coinvolgeva anche famiglie e persone provenienti da località vicine,
quali Monopoli, Modugno o Casamassima: tutta gente in cerca di migliore fortuna in una

dachi del sale: Manfredonia, Salpi, Vieste, Termoli, Foggia, Melfi, Venosa, Barletta, Trani, Giovinazzo, Bari,
Monopoli, Torremare, Taranto, Brindisi, Gallipoli e Otranto.
178 
Sulle vicende qui esposte, cfr. Cioffari, Bari e la Dalmazia cit., pp. 336-337.
179 
Musca, Sviluppo urbano cit., p. 67.
180 
Sull’effetto del dominio angioino su Bari, cfr. R. Licinio, Bari angioina, in Storia di Bari cit., vol. II,
pp. 95-144.
181 
Porsia, Vita economica cit., p. 205.
182 
Musca, Sviluppo urbano cit., p. 68.

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città che, sulla scorta dei rendiconti esattoriali, poteva contare sul declinare del XIII secolo
più o meno 10-11.000 abitanti “tassabili”183.

13. L’influenza di Venezia


Il processo di “svalutazione” del ruolo urbano poté essere forse frenato, ma non fer-
mato dal mantenimento di un’economia commerciale. Certo, negli statuti del 1272 Ragusa
aveva stabilito ufficialmente l’esenzione di diverse città adriatiche, fra cui ancora Bari,
dall’imposta dell’arboratico184. E le due fiere annuali esenti da imposte, che dal 1292 Carlo
II aveva concesso alla basilica di San Nicola185, potevano dare fiato al tessuto economico
barese. Ma ormai era mutato il profilo di chi gestiva quei traffici gestiva: non più solo com-
mercianti di Bari, bensì mercanti veneziani e fiorentini, spoletini e pisani, sopravvenuti
al seguito della nuova casa regnante, che intendevano arricchirsi investendo capitali nel
commercio dell’olio: quell’olio pugliese celebre e celebrato, alla metà del XIV secolo, nella
Pratica della mercatura di Francesco Balducci Pegolotti186. Nemmeno a dirlo, si trattava
di un fiorentino. Giacché fiorentini erano i grandi creditori della Corona, indebitatasi per
sostenere le ingenti spese belliche187. Va da sé che per il 1310 i Bardi furono beneficiari di
una diminuzione delle tasse dovute allo Stato, e che per il 1314 i Peruzzi poterono otte-
nere il beneficio perpetuo di vendere, acquistare, esportare in franchigia merci dai porti
regnicoli, fino a un valore che per Bari ammontava a 70 once d’oro. Nello stesso anno,
Roberto d’Angiò concedeva a Bardi, Peruzzi e Acciaiuoli l’esenzione da tutti i diritti di
acquisto, vendita ed esportazione di qualsiasi merce (tranne i victualia) nei canonici scali
di Napoli, Giovinazzo, Manfredonia, Barletta e Bari188. Fondachi e dogane delle città erano
inevitabilmente lo snodo dell’economia meridionale, e i privilegi accordati agli “stranieri”
avevano finito senza dubbio per mutare le condizioni d’intervento degli operatori locali.
Sotto il profilo dell’articolazione funzionale dello scalo di Bari, riguardo al 1359
abbiamo informazioni preziose per comprendere l’organizzazione e l’assetto portuale della
città. In quell’anno viene infatti ricordata la riparazione, dalla parte del bacino orien-
tale, della Turris Sancti Antonii (quella che successivamente diventerà “il Fortino”), che
minacciava di crollare e rovinare il fondaco e la dogana. Abbiamo così la localizzazione
precisa di alcune fra le principali infrastrutture pertinenti al porto, che quindi, alla metà
del XIV secolo, dovevano insistere architettonicamente sul versante destro della “città
vecchia”189. Le recenti indagini archeologiche condotte presso il Fortino di Sant’Antonio

183 
Licinio, Bari angioina cit., p. 134.
184 
«Et est sciendum quod naves de Ancona, Bari, Termole, Barleto, Siponto, Ordona, Molfeta, Jovenacio,
Pestice, Senegaia et Fano nichil dant d. comiti pro arboratico». In proposito, cfr. G. Cioffari, Bari e la Dal-
mazia cit., pp. 335-338.
185 
Sull’argomento, cfr. Licinio, Bari angioina cit., pp. 106-107.
186 
Francesco Balducci Pegolotti, La pratica della mercatura, ed. A. Evans, Cambridge (Mass.) 1936, pp.
162-164.
187 
Sul rapporto fra la monarchia angioina e i banchieri fiorentini, cfr. R. Licinio, L’organizzazione del
territorio fra XIII e XIV secolo, in Civiltà e culture cit., p. 244.
188 
Sulla vicenda, cfr. Porsia, Vita economica cit., p. 212-213.
189 
Cfr. il Libro rosso della città di Bari, c. 21, Archivio di Stato di Bari. Si veda inoltre G. Petroni, Della

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hanno confermato l’esistenza di un muro in parte distrutto, e di una struttura a scarpata


che potrebbe essere messa in relazione con la torre menzionata dalle fonti. Lo scavo ha
inoltre evidenziato i resti di una possente struttura muraria a tre bracci, con scarpata lungo
il lato nord-orientale, che potrebbe essere interpretata come la parte residuale di un grosso
molo: i dati di scavo nell’angolo nord-orientale, infatti, rivelano la presenza di una cavità
naturale prodotta dall’erosione del mare, il quale in precedenza arrivava a lambire questa
zona, tanto che le fondazioni della struttura sono apparse caratterizzate da uno strato di
terra sabbioso, soggetto a evidenti infiltrazioni marine. Sebbene l’approfondimento della
ricerca archeologica segnali per la fortificazione una serie di rimaneggiamenti, l’analisi
complessiva dei reperti e, insieme, l’interpretazione dei materiali e le relazioni strati-
grafiche suggerirebbero un’anteriorità della chiesetta di Sant’Antonio – precedentemente
riscontrata per il XII secolo – rispetto al presunto pontile190.
Di fatto, sin dai primi decenni del XIV secolo Bari era stata colpita da quella che gli
storici sogliono denominare “crisi del Trecento”. Era una crisi di carattere complessivo,
politica e sociale, derivante in parte dall’abitudine angioina di concedere in feudo borghi
e città intere, dal regime di produzione cui venivano sottoposte le campagne, dalla liti-
giosità dei diversi rami delle dinastie regnanti, dalle guerre e dalle pestilenze pressoché
ininterrotte. A Bari, fra vendite e infeudazioni, il disagio si manifestava altresì nelle fre-
quenti diatribe fra l’università, la cattedrale e la basilica di San Nicola. Lo stato di perenne
insicurezza era alimentato tanto dalle battaglie fra i rami dinastici angioini quanto dagli
assalti portati da corsari ragusini, con particolare violenza nel 1381.
Eppure l’economia mercantile poteva perpetuarsi, e non solo per i rapporti commerciali
fra le due sponde adriatiche. Si è a conoscenza di traffici che nel 1392 vedevano Sabatino
Russo, ebreo di Copertino abitante a Lecce, e il veneziano Biagio Dalfin percorrere le vec-
chie e mai abbandonate vie del Mediterraneo orientale, quelle che collegavano la Puglia con
Alessandria d’Egitto. Dal Levante arrivavano pertanto pepe, garofano, cannella, incenso
e indaco; da Venezia partivano i pregevoli drappi veronesi; dai porti pugliesi salpavano
formaggi, carni salate e frumento191, sinonimo di una compartimentazione quasi esclusi-
vamente basata sulla produzione agro-alimentare. Inoltre, leggendo fra le righe dei docu-
menti tardo-trecenteschi, si apprende che Gabriele di Parma, capitano e castellano di Bari
negli anni Novanta del XIV secolo192, aveva in qualche maniera provato a emancipare il
commercio barese dai Veneziani. Il tentativo si era però rilevato effimero se, nel 1425, dopo
atti di reciproca pirateria, l’università barese, in piena autonomia, aveva sottoscritto con
Venezia un oneroso accordo per porre fine a una situazione conflittuale che aveva portato
allo spietato embargo veneziano nei confronti delle attività commerciali baresi. Ormai non
c’erano più vie d’uscita: Bari era legata a doppio filo alla politica commerciale veneziana,

storia di Bari dagli antichi tempi sino all’anno 1856, I, Napoli 1857 (rist. anast. Bologna 1971), pp. 411-414;
Licinio, Bari angioina cit., p. 115.
190 
La notizia dell’intervento archeologico, effettuato nel 1996, è in Notiziario delle attività di tutela cit.,
1996, pp. 113- 114.
191 
In proposito, cfr. C. Colafemmina, Gli Ebrei, la Puglia e il mare, in Andar per mare cit., pp. 307-312.
192 
Su questo personaggio, cfr. Codice Diplomatico Pugliese (d’ora innanzi siglato CDP), Le pergamene di
S. Nicola di Bari, XXIII, ed. J. Mazzoleni, Bari 1977, nn. 41-43, 45, 53.

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tanto da essere costretta a sborsare 5.136 ducati al viceconsole veneziano in Trani per tor-
nare a essere “ufficialmente subalterna” al doge Francesco Foscari193.

14. Il regno aragonese


Nel primo Quattrocento Bari passò dagli Angioini ai Caldora194, e da questi nel 1440
al principe di Taranto, Giovanni Antonio del Balzo Orsini, che provvide a rafforzare
quale polo militare alternativo la Torre di Sant’Antonio, restaurata da un’ottantina d’anni.
Inizialmente, la scelta dell’Orsini doveva fungere da contraltare rispetto al castello che,
dall’altra parte della città, rimase per qualche tempo arroccato sulle posizioni caldoriane,
strenuamente difeso da uno stuolo di armigeri comandati da Tuccio Riccio di Lanciano195.
Ma poi, probabilmente, una volta rientrato in possesso anche delle strutture castellari, col
rafforzamento della Torre di Sant’Antonio, l’Orsini poté avere un più adeguato predominio
militare sul porto barese, controllabile non solo dalla parte occidentale, laddove il castello
assolveva egregiamente a una simile funzione, ma anche dalla parte orientale, tradizional-
mente qualificata – come notato in precedenza – dalla dogana e da un’area urbana densa
di attività commerciali. Quanto, tuttavia, la nuova fortificazione orsiniana dovesse essere
sgradita alla popolazione locale, lo si capisce dagli avvenimenti successivi196: alla morte
del principe di Taranto, nel 1463, «la torre de Santo Antoni sopra il porto della città, in la
quale era inclusa una ecclesia sancti Antonii assai devota alli uomini et donne della città»,
subisce un violento abbattimento. A prescindere dalle considerazioni di ordine storico
che sull’accaduto possono essere fatte, resta accertato come il porto di Bari sia, in questo
caso inconfutabilmente identificabile, almeno in una sua parte, sul fianco orientale della
“città vecchia”.
Con l’ascesa al trono di Napoli degli Aragona, il regno meridionale si trovò innestato
sulla punta avanzata di quella “trayectoria mediterranea” perseguita dalla confederazione
di Stati catalano-aragonesi sin dalla metà del XIII secolo, e gradualmente evolutasi attra-
verso l’occupazione delle Baleari, della Sicilia, della Sardegna e della Corsica fra XIV e
XV secolo. La spinta verso l’Oriente degli Aragonesi, intralciata aspramente dai governi
mercantili di Genova, Firenze e Venezia nel nome di interessi economico-commerciali197,
incontrò tuttavia un ostacolo nell’espansionismo che gli Ottomani andavano sviluppando
in senso opposto. Ma i rapporti di forza istituiti con Tunisia ed Egitto, e l’intraprendenza
in ambito balcanico affidata da Alfonso V il Magnanimo a Giorgio Castriota Skanderbeg,
insieme alle alleanze col negus d’Etiopia e il Gran Khan di Cina cercate nel 1452 in chiave
anti-ottomana, si rivelarono inutili con la scomparsa del re. Dal 1458, il successore, Ferrante
d’Aragona, dovrà giocoforza ridimensionare gli orizzonti della politica estera alfonsina,

193 
Sull’episodio, Licinio, Bari angioina cit., p. 128.
194 
CDP XXVI, ed. J. Mazzoleni, n. 58 e p. XVIII, Bari 1982.
195 
Sulle vicende del periodo, cfr. Licinio, Bari angioina cit., pp. 132-133.
196 
Cfr. F. Porsia, Bari aragonese e ducale, in Storia di Bari cit., vol. II, p. 148; R. Licinio, Dalla “licentia
castrum ruinandi” alle disposizioni “castra munienda”, in Studi in onore di Giosuè Musca cit., pp. 297-329,
in particolare pp. 311-312.
197 
In proposito cfr. G. Galasso, Il Regno di Napoli. Il Mezzogiorno angioino e aragonese (1266-1494), in
Storia d’Italia, XV/1, Torino 1992, pp. 587-607.

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82 Vito Bianchi

dedicandosi prevalentemente al consolidamento delle posizioni aragonesi nella penisola


italica, mentre gli altri domini del casato iberico venivano trasferiti allo zio Giovanni II.
Seppure l’età aragonese segnasse il tentativo di infrangere il monopolio forestiero, per
le più proficue imprese commerciali i Baresi furono indotti ad associarsi ancora a mercanti
veneziani, come i Navagero e i Della Gatta, nell’ambito di compartecipazioni talora pun-
tellate dall’allacciamento di rapporti di parentela198. Né si poteva pretendere che la “fase
milanese” (inauguratasi con il dono del ducato barese a Sforza Maria Sforza in occasione
delle nozze contratte con Eleonora, figlia di Ferrante) potesse arrecare particolari van-
taggi all’economia marittima di Bari199, non fosse altro che per i privilegi accordati agli
Sforzeschi e per lo strettissimo controllo del gettito della dogana200. Di sicuro, l’efficienza
del bacino portuale poteva ancora assicurare l’arrivo, in nave, dei nuovi castellani, i fratelli
Federico e Cristoforo Favagrossa di Cremona, giunti in quel tempo a Bari «con grande
brigata de femine e figlioli», «nostre moliere et fiolli».
Nondimeno, le condizioni di fruibilità dello scalo barese erano destinate a peggiorare.
Una cronaca del 1471 riferisce dello stato in cui si mostrava ai viaggiatori di passaggio
il porto barese: «Bari è una città di media grandezza. È munita di mura dalla parte che
guarda la terraferma e di un castello. È una città marittima; non ha porto (naturale) ma
una piana spiaggia […]»201. Una “piana spiaggia” è ciò che del bacino portuale appariva
ad occhi stranieri, mentre Sforza Maria non pensava ad altro se non ai suoi allevamenti
di cavalli o poco più.
Verso il 1480 il ducato passò a Ludovico il Moro. Poi fu la volta di Isabella d’Aragona,
vedova di Gian Galeazzo Sforza, dal 1501 duchessa di Bari. Alla sua iniziativa sono ascri-
vibili, con ogni probabilità, il restauro del palazzo della dogana, il ripristino del Fortino di
Sant’Antonio e l’erezione di una fortificazione a Santa Scolastica (opere che alcuni studiosi
riterrebbero invece addebitabili ai successori di Isabella), la costruzione di torrioni e appre-
stamenti difensivi lungo la cinta urbica, e il rafforzamento del castello. Si è favoleggiato
pure del progetto di «porre in isola Bari e farla circondare tutta dal mare»202. Nel 1507-1508,
la chiesa di Santa Pelagia, sulla rua Francigena, venne riconsacrata a Sant’Ambrogio. Ma
soprattutto, Isabella provvide certamente ad ampliare il molo sul versante orientale del
porto: un’opera da ritenersi notevole più per il recupero dal disfacimento a cui era stato
abbandonato il porto, che non per l’effettiva monumentalità. In ogni caso rappresentava,
forse, il sintomo di un – sia pur minimo – ripristino delle mansioni ricettive, dato che un
epigramma in latino di Pietro da Gravina così recitava: «Volgi, o navigante, il tuo timone
agli approdi di Bari: / qui la tua nave sarà molto più sicura […] Qui reca, o marinaio,
quanto hai di solida merce, / venga tu dall’Oriente, o dallo stesso paese dei Mauri […]»203.

Cfr. Bianchi, Gelao, Bari, la Puglia e Venezia cit., pp. 87 ss.


198 

Su questo frangente della storia barese, cfr. Porsia, Bari aragonese cit., pp. 152-159.
199 

200 
Porsia, Vita economica cit., p. 213.
201 
Il testo in latino della descrizione, redatto da un viaggiatore di Bruges, è in Itinéraire d’Anselme Adorno
en Terre Sainte (1470-1471), edd. J. Heers, G. Groer [Sources d’Histoire Médiévale, publiées par l’Institut de
Recherches et d’Histoire des Textes], Paris 1978, pp. 386-388.
202 
Beatillo, Historia di Bari cit., pp. 189-190.
203 
L’originale in latino dell’epigramma di Pietro da Gravina è in Petroni, Della storia di Bari cit., p. 559.

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Santi, guerrieri e mercanti al porto di Bari 83

Nel componimento, risalta l’ennesima menzione “degli” approdi di Bari. In più, compa-
iono ancora i riferimenti all’Oriente e al paese dei Mauri: difficile dire se, sul filo della
memoria, si trattava di una semplice allusione a quelle che erano state le rotte tradizionali
del commercio barese, ovvero il sintomo di una effettiva volontà di rivitalizzazione delle
attività portuali, da abbinare all’indubbio fermento urbanistico innescato, in città, dall’ar-
rivo della intraprendente duchessa. Qualche grattacapo quel molo dovette provocarlo: nel
1527, la cittadinanza barese chiedeva cento ducati annui per la manutenzione e la pulizia
del porto, avendo speso «più centinari et migliari de ducati in la refuctione et reparatione
del molo de dicta cità, talmente che dicto molo è molto assecurato et nobilito quanto qual-
sivoglia altro molo de questa provintia»204.
Di fatto, la strutturazione urbanistica conferita da Isabella d’Aragona a Bari si con-
serverà sostanzialmente inalterata fino alla realizzazione del borgo murattiano, nel XIX
secolo. La figlia Bona, sposa di Sigismondo re di Polonia, nel processo di liquidazione cui
andava incontro il ducato barese, ebbe un atteggiamento differente dalla madre: lo si intu-
isce guardando a come la duchessina-regina negasse ai Baresi l’uso di un piccolo magaz-
zino, utile per lo stivaggio del sale e degli attrezzi per la manutenzione del molo che si
dipartiva dal Fortino di Sant’Antonio205. Il disinteresse di Bona Sforza per un titolo ducale
che non avrebbe potuto trasmettere, e il pensiero che i beni baresi sarebbero automatica-
mente caduti nelle mani dell’imperatore Filippo II, cagionava probabilmente l’ineluttabile
noncuranza nei confronti di una città e di uno scalo che, pure, avevano filtrato millenni di
storia e storie fatte da vascelli e naviganti.

204 
Sull’episodio cfr. Porsia, Bari aragonese cit., p. 178.
205 
Ivi, p. 177.

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INDICE

Tabula gratulatoria

Biografia, a mo’ di presentazione


di Victor Rivera Magos e Francesco Violante

Massimiliano Ambruoso
Il castello federiciano di Gravina in Puglia: castrum o domus?

Vito Attolini
La Passion Béatrice di Bertrand Tavernier: metamorfosi di un noir cinquecentesco

Pina Belli D’Elia


Un ricordo di anni passati e una fonte “oggettuale” da non dimenticare: la situla in avorio
del Tesoro della cattedrale di Aquisgrana

Vito Bianchi
Santi, guerrieri e mercanti al porto di Bari

Antonio Brusa
Internet e la Rete degli stereotipi sul medioevo

Franco Cardini
Dante e le “magiche frode”

Annastella Carrino
Stato, individui e “corpi” di fronte alla fame urbana. Il conflitto attorno alla carestia
napoletana del 1764

Giovanni Cherubini
Il ragionare storico

Pasquale Cordasco
L’altra metà del Medioevo. Storie di donne nei documenti di Terra di Bari (secc. XI-XV)

Alfio Cortonesi
Ser Giovanni di Barna, notaio montalcinese del Quattrocento. Una nota biografica
con osservazioni storico-agrarie in margine ai protocolli

Fulvio Delle Donne


Tra retorica e storia: relazioni tra il Chronicon di Francesco Pipino e il Codice Fitalia
Luisa Derosa
Note sul Colosso di Barletta

Antonio Massimo Diviccaro


I manoscritti inediti (e ignoti) di Ferrante Della Marra e un manoscritto di Francesco
d’Andrea considerato perduto

Pasquale Favia
Abbandoni e perpetuazioni d’uso degli insediamenti medievali della Puglia
centro-settentrionale
Salvatore Fodale
Un ignobile cavaliere catalano nella Sicilia di metà Trecento: Francesco Valguarnera

Cosimo Damiano Fonseca


Il contributo di Michelangelo Cagiano de Azevedo al dibattito storiografico sul Medioevo

Franco Magistrale† (a cura di C. Drago Tedeschini, P. Fioretti, M. A. Siciliani)


Castel del Monte e il “criptogramma di Federico II”: l’enigma che non c’è

Jean-Marie Martin
Les massarie royales et la crise des Vêpres

Angelo Massafra
Dall’università d’élite all’università di massa: studenti e docenti nell’ateneo barese
tra dopoguerra e anni Settanta del Novecento

Massimo Miglio
Storia e storici, oggi

Tommaso Montefusco
La mia scuola

Francesco Panarelli
Una contea normanna a Matera?

Adriana Pepe
Sull’insediamento dei Cavalieri di Calatrava in Capitanata: l’abbazia di S. Angelo
a Orsara di Puglia

Giulia Perrino
Santa Margherita e la studiosa (piccolo vademecum ad uso di una guida turistica)

Corrado Petrocelli
Logos e logos. Scienze e Lettere a confronto

Gabriella Piccinni
La voce dei contadini. Suppliche di mezzadri e sui mezzadri al governo di Siena
(XIV e XV secolo)

Franco Porsia
Una reliquia tira l’altra

Vito Ricci
Presenza giovannita in Puglia tra XII e XIII secolo: espansione territoriale e rapporti
con la monarchia normanno-sveva

Victor Rivera Magos


I Mozzi di Firenze e gli arcivescovi di Trani. Nuove acquisizioni sul fallimento della
compagnia di Tommaso di Spigliato e Francesco di Vanni

Luigi Russo
La Croce e la spada: una rilettura dei massacri di Gerusalemme del 1099

Saverio Russo
Paesaggio e produzioni agricole pugliesi nelle descrizioni di frati ed abati viaggiatori
tra Cinque e Seicento
Biagio Salvemini
Alla ricerca del “negoziante patriota”. Mercantilismi e culture del commercio
nel XVIII secolo

Giuseppe Sergi
La storia come scienza sociale del passato e il medioevo come laboratorio

Vito Sivo
I sermones de tempore di Paolo Camaldolese (Pisa, Archivio di Stato, Miscell.
Manoscritti 73)

Angelantonio Spagnoletti
Formare l’opinione, far rinascere lo spirito pubblico, far predominare l’interesse generale:
l’istituzione della provincia nel Mezzogiorno continentale

Marilena Squicciarini
Dante e la parodia. La Commedia del nostro tempo

Francesco Tateo
Umanesimo cortigiano: nota su Francesco Filelfo

Kristjan Toomaspoeg
«Quod prohibita de Regno nostro non extrahant». Le origini medievali delle dogane
sulla frontiera tra il regno di Sicilia e lo Stato pontificio (secc. XII-XV)

Pierre Toubert
La Peste noire (1348) entre Histoire et biologie moléculaire

Maurizio Triggiani
Il castello di Ceglie del Campo ed i castella rurali del territorio di Bari

Francesco Violante
Città costiere pugliesi nel Kitāb-ı Baḥriyye di Pīrī Re’īs

Giovanni Vitolo
I tedeschi nella Napoli del Rinascimento. La confraternita dei fornai

Giuliano Volpe
L’apporto dell’archeologia alla conoscenza dei paesaggi altomedievali dell’Apulia

Bibliografia degli scritti di Raffaele Licinio


a cura di Annagela Germano

Indice dei nomi e dei luoghi


a cura di Mariolina Curci

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