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La Siria si � spaccata in tre parti Ognuna ha bandiera, esercito e sistema legale:

Assad controlla il centrosud e la costa, i ribelli sunniti parte di Aleppo, Idlib


fino ad Est, i curdi il Nord-Ovest.
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adminSitomercoled� 7 agosto 2013 09:55


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MIDDLE EAST Guerra Siria: Najaf contro Qom, sciiti contro sciiti Mentre Tehran e
alcuni ayatollah di Qom appoggiano apertamente Bashar Assad, le autorit� religiose
di Najaf (Iraq) guidate da Ali Sistani sostengono la neutralita'
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adminSitomercoled� 24 luglio 2013 12:35


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di Giorgia Grifoni

Roma, 24 luglio 2013, Nena News - La guerra civile siriana, giunta al suo terzo e
pi� cruento anno, ora divide anche lo sciismo "dei piani alti" - quello iracheno e
quello iraniano - sulla spinosa questione dell'intervento al fianco di Bashar
Assad. Se, come raccontato da un recente reportage della Reuters, legioni di
combattenti sciiti iracheni si imbarcano ogni settimana per Damasco per "difendere
il santuario di Zeinab" sponsorizzati e finanziati dall'Iran, lo farebbero contro
la volont� dei leader religiosi della loro pi� importante citt� santa: Najaf.

A rivelare le divisioni interne del clero sciita sul ruolo dei suoi fedeli nel
calderone siriano � un articolo del quotidiano panarabo Asharq al-Awsat (di
proprieta' saudita e apertamente schierato contro l'Iran): mentre il governo
iraniano e alcuni ayatollah di Qom sarebbero entusiasti di sostenere Bashar Assad,
le autorit� religiose di Najaf - una delle citt� sacre dell'islam sciita, centro
del suo potere politico in Iraq - guidate dall'ayatollah Ali Sistani, si sono
invece opposte ai gruppi di volontari in partenza per una guerra che vedono pi�
politica che settaria.

Una posizione, quella del clero iracheno, che per� non impedisce ad alcuni partiti
e milizie sciite del paese - leali alla guida suprema iraniana Khamenei - di
inviare comunque uomini in Siria contro la volont� delle proprie autorit�
religiose. A confermarlo sono gli stessi combattenti in partenza. "Il mio leader
spirituale dice che combattere in Siria � un dovere religioso - spiega Ali, ex
membro dell'esercito del Mahdi guidato da Moqtada al-Sadr, ora in partenza per
Damasco - e non mi importa se gli altri non sono d'accordo. Non hanno il diritto di
fermarmi. Io combatto per la difesa della mia religione e per la figlia del mio
Imam (il santuario di Sayyida Zeinab alle porte di Damasco, ndr)".

Una motivazione, quella della protezione dei luoghi santi sciiti in Siria, che
nasconderebbe un pi� ampio progetto iraniano di influenza nel paese. Secondo un
ayatollah di Najaf Damasco, agli occhi di Khamenei e dei suoi sostenitori in Iran e
in Iraq, � una parte importante di quella "mezzaluna sciita" che corre da Teheran a
Beirut, passando per Damasco e Baghdad. E la protezione dei luoghi santi � solo un
pretesto per mandare giovani sciiti a combattere.

Parole confermate da un collaboratore di Khamenei: " Abbiamo un grande progetto -


spiega il religioso ad Asharq al-Awsat - che � quello di diffondere i principi del
"velayat-e faqih" (la "dottrina del giurisperito", ideata da Khomeini per far s�
che i giuristi musulmani abbiano un controllo sulle azioni del Parlamento in
conformit� con l'interpretazione della shari'a e attuata, in Iran, dal Consiglio
dei Guardiani, ndr) e i giovani sono il nostro obiettivo. Non vogliamo istituire
uno stato islamico in Iraq, ma vogliamo almeno costituire dei corpi rivoluzionari
pronti a combattere per la difesa del progetto sciita".

Dalla caduta del presidente iracheno Saddam Hussein, l'influenza iraniana in Iraq �
aumentata e ha cercato un appoggio soprattutto a Najaf. Importanti religiosi
iraniani hanno aperto uffici nella citt� santa irachena, oltre a organizzazioni non
governative, istituti culturali e di carit�. Tutto pagato dalle autorit� iraniane o
dall'ambasciata iraniana a Baghdad. La guerra siriana ha acuito i disaccordi
all'interno del clero sciita, disaccordi "naturali", secondo Haydar al-Gharabi, uno
degli insegnanti dal seminario di Najaf, perch� "non si tratta di disaccordi tra le
autorit� dei due paesi, come illustrano sempre i media, ma disaccordi interni sia
al clero di Najaf che a quello di Qom". Secondo Al-Gharabi, ad esempio, alcuni
religiosi di Qom sarebbero d'accordo con quelli di Najaf sul non intervento e
viceversa.

La realt� sul campo � ben pi� complicata. Mentre l'Iran sostiene apertamente Assad,
l'Iraq ha pi� volte annunciato la propria (apparente) neutralit� nel conflitto. Ma
il flusso di combattenti iracheni - sciiti ma anche jihadisti sunniti - verso la
Siria compromette giorno dopo giorno la posizione ufficiale di Baghdad. E non solo
in seno alle proprie autorit� religiose. Nena News

Un membro dell'Esercito Libero Siriano a Idlib (Foto: AP)


di Michele Giorgio

Gerusalemme, 7 agosto 2013, Nena News - Bashar Assad l'altro giorno ha invocato
l'uso della forza come unica strada per chiudere la partita con i ribelli armati.
Da parte sua Ahmad Jarba, il capo della Coalizione Nazionale dell'opposizione, ha
precisato che lui alla conferenza di Ginevra II sul futuro della Siria potrebbe
andarci ma con in tasca molte �precondizioni�.

Di fronte a queste posizioni che restringono i margini di una possibile trattativa,


sono solo due le certezze per la Siria: che Ginevra II, evocata ieri anche dai
ministri degli Esteri di Italia e Russia, Emma Bonino e Serghiei Lavrov, non si
far� neanche a settembre; e che si � consolidata la frattura in tre parti di un
Paese che fino a due anni fa era altamente centralizzato, ognuna con una propria
bandiera, forze di sicurezza e sistema giudiziario. In questo quadro sono avvenuti
i sequestri del gesuita Paolo Dall'Oglio, da una settimana nelle mani di jihadisti
islamici, e del giornalista de La Stampa Domenico Quirico. Bonino si � detta
�speranzosa� su una positiva conclusione della vicenda di Quirico. �Vorrei dire a
lui e sua moglie che non ci diamo per persi e continuiamo a cercare�, ha affermato
la ministra degli Esteri.

Le linee di demarcazione emerse sul terreno sono mobili ma offrono indicazioni


chiare. La Siria che abbiamo conosciuto fino alla primavera del 2011, con a capo
Assad, ha una presa salda su un vasto corridoio che va dal confine meridionale con
la Giordania, comprende Damasco e Homs (appena riconquistata dalle truppe
governative) e arriva fino alla costa mediterranea, dove gran parte della
popolazione appartiene alla setta alawita (sciita) del presidente.
I ribelli, quasi tutti sunniti, controllano il territorio con parti di Idlib e
Aleppo, lungo il fiume Eufrate, fino al confine a Est. Il territorio nord-orientale
� in buona parte nelle mani della minoranza curda che difende la sua conquistata
autonomia non pi� da Damasco (l'avversaria storica) ma dagli �arabi�, ossia
qaedisti e jihadisti, appoggiati da battaglioni e clan familiari legati
all'Esercito Libero Siriano (Esl, la milizia che dovrebbe rispondere agli ordini
della Coalizione Nazionale di Jarba).

Una �spartizione� fluida che vede il governo centrale controllare nel Nord i
capoluoghi, con l'eccezione di Raqqa e parti di Aleppo, e alcune basi militari e
posti di blocco. Due giorni fa i qaedisti dello Stato Islamico in Iraq e nel
Levante e del Fronte al Nusra hanno conquistato un'importante base aerea nel
distretto di Aleppo dopo un assedio durato otto mesi. Ormai le autorit� centrali
sanno di non potere recuperare i territori persi a Nord e concentrano gli sforzi
nel centro e nel Sud della Siria e intorno a Damasco per spazzare vie le ultime
roccaforti dei ribelli.

Dietro le quinte della guerra civile si svolge un intenso commercio tra "nemici",
con jihadisti e qaedisti che attraverso oscuri mediatori vendono proprio al governo
centrale il petrolio estratto dai giacimenti che controllano nel Nord-Est del
Paese. Pozzi che stanno gradualmente passando alle milizie curde che, capeggiate
dai Comitati di Protezione Popolare del partito Pyd (espressione locale del Pkk),
da alcune settimane sono impegnate in combattimenti violenti con gli islamisti. I
curdi hanno creato proprie forze di polizia e un sistema di istruzione che ha al
suo centro l'insegnamento della lingua nazionale in sostituzione dell'arabo. I
jihadisti e l'Els invece hanno messo un piedi, specie a Raqqa, strutture
amministrative e giudiziarie fondate sulla legge coranica.

A Damasco e nel resto del territorio centromeridionale il potere centrale cerca di


tenere in vita, tra le difficolt� della vita quotidiana e la crisi economica, la
gestione precedente alla guerra civile fondata su di un modello sostanzialmente
laico a garanzia delle minoranze etniche e religiose che puntellano la stabilit�
del regime. E sulla costa, risparmiata in gran parte dal conflitto, l'esistenza
scorre pi� o meno come in passato. A Tartus e Latakiya le spiagge sono affollate di
bagnanti in questi giorni. Non a caso i ribelli hanno lanciato un'offensiva negli
ultimi giorni, nella zona a Nord di Latakiya, allo scopo di �portare la guerra� a
casa di Assad. Da luned� � in corso un attacco su Qardaha - centro abitato con il
mausoleo del padre del presidente, Hafez Assad - con 10 brigate jihadiste che hanno
preso il controllo di una decina di piccoli centri alawiti nei pressi della
cittadina di Salma, popolata invece da sunniti.

Ahmad Abdelqader, un miliziano delle Brigate islamiste �Ahrar al-Jabal�, uno dei
gruppi coinvolti nell'operazione, ha detto a Zaman al Wasl che centinaia di
famiglie alawite sono in fuga. Dopo Qardaha l'obiettivo � la stessa Latakiya (con
un'ampia comunit� sunnita). Ma questa regione � troppo importante per Assad e
l'esercito governativo aiutato dalla milizia dei Comitati di Difesa Nazionale, ha
lanciato la controffensiva con l'appoggio dell'aviazione. Nena News

At a crossroads: Civil war or partition Unless good intentions and good will
intervene in favor of the third ideal path (a modern civilian state) and a fourth
possible path (federal provinces)
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adminSitomarted� 30 aprile 2013 11:51


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by Abdeljabbar ash-Shabbout - as Sabah
(translation by Mideast Mirror Ltd)

Iraq stands at the crossroads, as the UN Secretary General's Special Representative


in Iraq Martin Cobbler says. The man is right. The country is rapidly sliding in
directions that do not augur a happy ending. There are many actors on the stage.
Some are domestic and others are foreign. Some are known and others are hidden.
Some aims have been declared, and others remain concealed.

The country's people are fed up with each other, even though it is large and
beautiful, wide enough for all those who love it and are loyal to its soil,
history, and age-old civilization. Killing has become easier than coexistence. We
are at the crossroads, with only two paths to consider with nothing in between:
Either civil war or partition - unless good intentions and good will intervene in
favor of the third ideal path (a modern civilian state) and a fourth possible path
(federal provinces).

When their patriotic spirit takes precedence, the Iraqis hate both the notion of
civil war and that of partition. Both these ideas represent bitter fruits that the
Iraqis do not wish to taste. But what is happening now may lead to one and perhaps
even both of them- civil war to be followed by partition. The advocates of civil
war are pursuing one of two aims - either to topple the state or to establish a
Western [Sunni] province.

Toppling the state and the entire political process is a distant aim that may not
be achieved by civil war. The coming war - if it breaks out, God forbid - will
exceed the previous war in its violence, harshness, and bloodshed. But it will not
achieve that aim because it will be a war for survival and not a war in which one
political regime is to be replaced by another. Such a war will raise an impossible
obstacle in the face of achieving that aim.

On the other hand, establishing a Western province is a realistic and legitimate


aim; the road to it is clear and open; and it does not face any constitutional or
political problem. Those who desire and call for such a province can take a
peaceful path towards it. The constitution does not prevent that; in fact it
ensures that right: A referendum in the province concerned, a certain level of
success, then the issue is to be brought before the government and parliament; an
agreement is made and the province is established.

In other words, establishing a federal province does not require a civil war. It is
achievable at a cost less than the Iraqi blood that will be shed and the monies and
efforts that will be otherwise spent. Why then, are we resorting to the more
difficult path when the easy one is open to us? That can only be because the
undeclared aims go beyond that of the establishment of such a province.

Establishing such a province is a possible aim that can spare us the dangers of
civil war and partition. Why, then, do those who are fed up with their brothers in
religion and partners in the soil, not resort to it instead of fighting? As for the
ideal aim, which is sadly becoming more distant every time the Earth completes its
daily orbit, it is to establish a civilian and modern state on the basis of
citizenship, democracy, institutions, the law, and modern science. That is an aim
that all peaceful and civilized nations that have managed to free themselves from
the clutch of backwardness and cultural deterioration, seek.

Nor should it be assumed that we are unable to achieve that aim. But that has
requirements and conditions, beginning with good intentions and the political
culture of the activists and demonstrators, to the good will that produces serious
and fair cooperation between them with the aim of safeguarding their country's
unity and enjoying the fruits that God has bestowed upon them. Is not Iraq a trust
whose preservation can only be achieved by working towards the establishment of
this ideal state?

Why, then, are you quarreling, calling each other names, fighting, shedding each
others' blood, and spreading corruption in the Earth when God has given you a mind
that has provided you with many better alternatives? Do you not realize how bad
what you are doing is?

Elezioni in Iraq, solo il 50% alle urne Cala l'affluenza. Due ong riportano
irregolarit� ai seggi, ma l'ONU definisce il voto "ben organizzato e credibile".
Nove morti in diversi attacchi.
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adminSitoluned� 22 aprile 2013 10:58


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dalla redazione

Roma, 22 aprile 2013, Nena News - � in corso lo spoglio dei voti delle elezioni
locali tenutesi ieri in dodici province dell'Iraq. Il primo dato, quello
sull'affluenza, � misero: solo la met� degli aventi diritto al voto si � presentato
alle urne, contro il 62% delle elezioni nazionali del 2010. Segno di disaffezione
verso le istituzioni di un Paese corrotto e incapace di avviare la ricostruzione.

La giornata elettorale si � svolta senza eccessive violenze, seppure si siano


registrate almeno nove vittime uccise da attacchi di mortaio sparati vicino a dei
seggi elettorali. A garantire uno standard minimo di sicurezza sono state le forze
di polizia irachene, che hanno chiuso le strade delle principali citt� per evitare
ulteriori attentati terroristici dopo quelli che hanno insanguinato il Paese nelle
ultime settimane.

Non mancano le accuse di brogli, lanciate da alcune organizzazioni non governative


irachene. Due ong, Shams e Tamoz, hanno riportato almeno 300 irregolarit�,
registrate dai settemila osservatori indipendenti: in alcuni casi membri delle
forze di sicurezza avrebbero partecipato attivamente a specifiche campagne
elettorali, anche suggerendo agli elettori a chi dare il proprio voto. In altri
seggi, i dipendenti della commissione elettorale non sono stati in grado di
identificare alcuni votanti, attribuendo loro identit� diverse e permettendo di
votare al posto di altri cittadini.

In ogni caso, riportano le ong, si sarebbe trattato di episodi isolati. Il


rappresentante dell'ONU, Martin Kobler, ha definito le procedure di voto ben
organizzate e pacifiche, quindi credibili.

I risultati definitivi, disponibili tra qualche giorno, diranno quale destino


politico � previsto per l'Iraq: i candidati alle provinciali fanno parte delle
principali fazioni politiche e vittorie e sconfitte daranno il polso della
situazione. Da una parte il premier sciita Maliki e la coalizione State of Law,
alla disperata ricerca di consenso in vista delle elezioni nazionali del prossimo
anno; dall'altra le opposizioni sunnite, alla caccia di un rafforzamento politico
necessario a svolgere un ruolo pi� attivo ai vertici. I vincitori della tornata
elettorale di ieri potranno radicare il controllo a livello locale, garantendosi
consensi alle prossime elezioni. Nena News
Combattere in Siria 2: Gli iracheni a fianco di Assad Sempre pi� volontari da
Baghdad partono per unirsi alle file fedeli ad Assad. Prendono ordini da Hezbollah
e al governo di Maliki sono utili a mantenere l'Iraq tranquillo.
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adminSitovenerd� 28 giugno 2013 09:20


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di Giorgia Grifoni

Roma, 28 giugno 2013, Nena News - Non si tratta pi� solo di Assad, in Siria. In
realt�, per alcuni, non � mai stato lui il vero problema, ma piuttosto i "nemici",
quelli che appartengono all'altra corrente dell'Islam. "� mio legittimo dovere
andare l� e lottare per difendere il santuario di Sayyida Zeinab. Dovremmo forse
accettare di vedere Zeinab, la nipote del Profeta Mohammad, essere catturata di
nuovo?". A parlare alla Reuters � Ali, uno dei combattenti sciiti iracheni che,
nella hall dell'aeroporto di Baghdad, aspetta di imbarcarsi per Damasco.

E improvvisamente sembra di non essere pi� nel 2013, ma piuttosto nel 680. Quando a
Kerbala, in Iraq, l'ultimo figlio del califfo 'Ali, Hussein, trov� la morte nella
seconda guerra civile che la Umma - la comunit� di fedeli musulmani - ricordi. E
sua sorella Zeinab, la cui tomba � custodita in una moschea alle porte di Damasco,
fu fatta prigioniera da quelli che oggi conosciamo con il nome di Sunniti.

La voce che gruppi di sciiti iracheni entrassero in Siria per combattere al fianco
delle truppe del regime circolava gi� da almeno un anno. Ora stanno uscendo dalla
loro clandestinit�, rilasciando interviste ad alcuni grandi media e fornendo nomi e
numeri che superano di gran lunga le stime. Dichiarano che almeno 50 combattenti
alla settimana si uniscono all'esercito di Assad nella guerra contro i ribelli
sunniti. Partono tranquillamente dall'aeroporto di Baghdad o da quello di Najaf,
una delle due citt� sante dello sciismo. Volano in piccoli gruppi da 10-15
miliziani, spesso sotto le sembianze di pellegrini diretti al santuario di Sayyida
Zeinab. Nelle loro borse ci sono per� uniformi, equipaggiamento militare e a volte
anche armi. Spesso vengono scortati ai checkpoint dai loro comandanti che, grazie
alle loro conoscenze e alla loro influenza tra le autorit� irachene, li fanno
passare con il loro equipaggiamento.

Molti dei giovani volontari vengono reclutati e addestrati dagli ex-miliziani


dell'esercito del Mahdi, la rete di guerriglieri sciiti guidata da Moqtada al-Sadr
in azione contro le truppe di occupazione americane tra il 2003 e il 2008. Abu
Zeinab, un ex comandante sadrista, ha raccontato alla Reuters che i leader iracheni
della nuova rete anti-sunnita si occupano, oltre che del reclutamento, anche dei
biglietti aerei, delle spese e dei permessi dal governo siriano. Spesso, ha
aggiunto, coordinano anche i vari gruppi di miliziani sciiti che, oltre agli ex
sadristi, comprendono anche l'organizzazione Badr (o brigata Badr, fondata dal
leader sciita al-Hakim negli anni '80 per combattere Saddam Hussein), il gruppo
Asa'ib Ahl al-Haq (o Lega dei Giusti, che nel 2007, all'apice della guerriglia,
contava pi� di 3.000 miliziani) e le Kata'ib Hezbollah, uno dei gruppi
dell'universo sciita iracheno attivi contro l'occupazione occidentale. Tutti
finanziati e addestrati dall'Iran e fedeli alla guida suprema della Repubblica
islamica, Ali Khamenei.
Con l'acuirsi degli scontri e, soprattutto, dopo la notizia dell'attacco da parte
dei ribelli sunniti ad alcuni santuari sciiti della Siria - come quello di Hujr Ibn
Uday, nella periferia di Damasco - il flusso di combattenti sciiti provenienti dal
vicino Iraq � aumentato. Alcuni di loro si trovavano gi� in Siria, parte di
quell'esercito del Mehdi schiacciato dalla Coalizione nel 2007. L�, hanno formato
la brigata Abu al-Fadhl al-Abbas in collaborazione con il governo siriano e con
l'ufficio di Khamenei a Damasco per "difendere il santuario di Sayyida Zeinab",
spiega uno dei miliziani intervistati. In un primo momento, i volontari iracheni
dovevano combattere agli ordini degli Shabbiha, i miliziani lealisti in maggioranza
alawiti: erano queste le condizioni per entrare in Siria ed essere equipaggiati a
combattere. Ma ora gli equilibri sono cambiati e sono sorte delle divergenze tra
gli shabbiha e i gruppi iracheni: stando a quanto raccontano i miliziani iracheni,
i lealisti siriani avrebbero tentato di approfittare finanziariamente del caos nel
Paese e non avrebbero gradito la stretta disciplina militare imposta invece dai
gruppi sciiti iracheni. Ora, dopo la battaglia di Sayyida Zeinab e i 5 morti tra
lealisti e iracheni, sono tutti agli ordini degli Hezbollah libanesi.

Il governo iracheno - formato per la maggior parte da sciiti - nega qualsiasi


coinvolgimento nel conflitto siriano. Le potenze occidentali hanno spesso accusato
Baghdad di sostenere tacitamente il regime di Assad sia per aver aperto lo spazio
aereo ai voli iraniani diretti in Siria che per aver permesso il flusso di uomini e
armi verso Damasco. In realt�, come spiega un consigliere di Nouri al-Maliki alla
Reuters sotto anonimato, l'Iraq che vacilla sui suoi fragilissimi equilibri
confessionali sta cercando di tenere lontana una possibile ribellione della
minoranza sunnita: "I politici sciiti - spiega - pensano che il modo migliore per
tenere lontani gli estremisti sunniti dal nostro Paese sia tenerli occupati in
Siria". Perch� una sollevazione dei sunniti iracheni risveglierebbe di nuovo la
guerra civile del post-Saddam. Uno spettro che, visti gli attentati del mese di
aprile in tutto l'Iraq - il mese pi� sanguinoso da almeno cinque anni, con 700
morti per la violenza politica - non � mai stato cos� vicino. Nena News

IRAQ Iraq, 11 autobombe alla vigilia delle elezioni Stamattina undici attacchi in
tutto il Paese: Baghdad, Fallujah, Kirkuk e Nassiriyah. Almeno 22 le vittime, 118 i
feriti. La tensione cresce a 5 giorni dal voto provinciale.
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adminSitoluned� 15 aprile 2013 08:30


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dalla redazione

Roma, 15 aprile 2013, Nena News - Mancano solo cinque giorni alle elezioni
amministrative in 12 delle 18 province irachene e stamattina undici autobombe hanno
insanguinato l'intero Paese. Le tensioni non si stemperano e le violenze vivono
un'escalation che definire preoccupante � poca cosa.

Questa mattina almeno 22 persone sono state uccise e 118 ferite in undici
esplosioni: autobombe imbottite di esplosivo sono saltate in aria nelle citt�
settentrionali di Kirkuk e Tuz Khurmatu, nelle centrali Baghdad, Fallujah e Samarra
e nelle meridionali Hilla e Nassiriyah. Nessun gruppo ha per ora rivendicato gli
attacchi, ma le forze di sicurezza ritengono responsabile il braccio iracheno di Al
Qaeda.
Nella capitale una delle autobomba � esplosa nel quartiere commerciale di Karrada,
un'altra alla stazione centrale degli autobus, altre nelle strada che conduce
all'aeroporto. Ad essere colpiti sono stati sia quartieri sunniti che sciiti. A
Kirkuk le esplosioni sono state sei (tra cui una nel quartiere arabo, una in quello
curdo e uno in quello turkmeno).

Da settimane si susseguono attacchi terroristici dello stesso stile, che mostrano


chiaramente non solo la mancata pacificazione del Paese dopo otto anni di
occupazione militare statunitense, ma anche l'incapacit� del governo sciita di
Maliki di porre un freno ai settarismi che stanno spaccando in due l'Iraq. Violenze
che hanno avuto come target anche gli stessi candidati: undici avvocati sunniti in
lista per le elezioni provinciali sono stati uccisi in agguati. L'escalation di
violenze ha spinto il governo di Baghdad a sospendere il voto in due province,
Anbar e Niveneh, a maggioranza sunnita, dove dal 23 dicembre si sono intensificate
le manifestazioni anti-governative. Nena News

Chi gestisce il petrolio curdo Il governo centrale iracheno dichiara illegali gli
accordi raggiunti dal Kurdistan con multinazionali straniere e rifiuta di pagare.
Tensione nel Paese.
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adminSitoluned� 14 gennaio 2013 08:56


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di Andrea Ranelletti

Roma, 14 gennaio 2013, Nena News - Mentre i camion che trasportano il greggio curdo
entrano nell'Anatolia Orientale e si dirigono verso i porti turchi di Mersin e
Ceyhan, aumenta la tensione tra Baghdad, Erbil e Ankara. L'avvio di esportazioni
autonome viola il veto posto dal governo centrale iracheno, da sempre rigido
nell'affermare che le autorit� curde non dispongono legalmente del diritto di
stipulare contratti con societ� esterne: Baghdad ha appena dichiarato illegali gli
oltre 50 accordi raggiunti dai rappresentanti curdi con varie multinazionali
presenti nell'area.

Al centro delle polemiche c'� la Genel Energy, compagnia di esplorazione e


produzione anglo-turca che opera da circa un decennio nel ricco giacimento di Taq
Taq, meno di un centinaio di chilometri ad Est di Kirkuk, e in quello di Tawke
vicino al confine tra Kurdistan e Turchia. La Genel, attiva in fase di
contrattazione ed esplorazione, ha deciso di accelerare le pratiche per
l'esportazione del greggio, aprendo la strada all'azione delle altre majors
presenti nell'area. Secondo The Economist, anche Chevron ed ExxonMobil hanno
iniziato a investire in territorio curdo denaro per un totale di 10 miliardi di
dollari, snobbando le proteste di Baghdad.

La modesta quantit� delle prime esportazioni indipendenti non � sufficiente a


rassicurare il governo iracheno. La scelta di bypassare il principale oleodotto
nazionale che collega Baghdad a Ceyhan passando per il Sud della Turchia
rappresenta un precedente intollerabile per l'Iraq. Le recenti affermazioni del CEO
della Genel Tony Hayward riguardo l'imminente progetto di realizzare una pipeline
che colleghi direttamente il Kurdistan alla Turchia possono ampliare la gi�
profonda frattura che divide il presidente della regione curda Masoud Barzani da
Nuri Al-Maliki, primo ministro iracheno. L'Iraq non pu� permettersi di perdere per
intero il controllo sull'enorme quantit� di petrolio presente nel sottosuolo curdo.

Dietro le rinnovate ambizioni d'indipendenza del Kurdistan sta il desiderio forte


della regione di staccarsi da un Iraq ancora diviso e alle prese con una difficile
ricostruzione. Come riportato nell'intervista di Nena News a Rezan Kader, un
rappresentante del governo regionale curdo in Italia, il Kurdistan iracheno sta
conoscendo una crescita economica che lo distingue da un Iraq frammentato e da un
governo centrale debole e incapace di dar vita a istituzioni solide. Ankara sta
approfittando della situazione per intraprendere una serie di collaborazioni
finanziarie tese a trasformare Erbil in un interlocutore valido, capace di aiutare
la Turchia a contenere le pressioni autonomiste provenienti dalla comunit� curda
residente nell'Est della nazione.

La risposta dell'Iraq � stata l'immediata cessazione dei pagamenti alle compagnie


che estraggono e producono petrolio nella regione curda, provvedimento che ha
generato tensione tra Baghdad e le societ� che operano sul suo territorio. Inoltre,
la costante presenza di truppe irachene e curde schierate faccia a faccia lungo il
confine che separa il Kurdistan dal resto dell'Iraq rappresenta un grave elemento
di instabilit� che neppure le rassicurazioni del governo riescono a disinnescare.

Stando alle parole del Financial Times, � intenzione delle compagnie petrolifere
andare avanti nonostante l'ambiguit� della situazione: "Probabilmente ritengono che
valga la pena rischiare". Il timore attuale � che ulteriori tensioni tra governo
centrale e Kurdistan possano mettere a repentaglio la sicurezza delle comunit� in
aree difficili. Gli attentati avvenuti a Kirkuk a met� dello scorso dicembre sono
troppo recenti perch� si possano condurre politiche non curanti del rischio di
ripercussioni sulla cittadinanza. Nena News

IRAQ Iraq, a decade after invasion The US-led invasion of Iraq, nearly ten years
ago, brought nothing but misery, destruction, orphans and the seeds of future
conflicts.
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adminSitovenerd� 15 febbraio 2013 09:33


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by Ramzy Baroud

This article was originally published in Al Ahram Weekly

Soon after the joint US-British bombing campaign "Operation Desert Fox" devastated
parts of Iraq in December 1998, I was complaining to a friend in the lobby of the
Palestine Hotel in Baghdad.

I was disappointed with the fact that our busy schedule in Iraq - mostly visiting
hospitals packed with injured or depleted uranium victims - left me no time to
purchase a few Arabic books for my little daughter back in the States.

As I got ready to embark on the long bus journey back to Jordan, an Iraqi man with
a thick moustache and a carefully designed beard approached me. "This is for your
daughter," he said with a smile as he handed me a plastic bag. The bag included
over a dozen books with colourful images of traditional Iraqi children stories. I
had never met that man before, nor did we ever meet again. He was a guest at the
hotel and somehow he learned of my dilemma. As I profusely, but hurriedly thanked
him before taking my seat on the bus, he insisted that no such words were needed.
"We are brothers and your daughter is like my own," he said.

I was not exactly surprised by this. Generosity of action and spirit is a distinct
Iraqi characteristic and Arabs know that too well. Other Iraqi qualities include
pride and perseverance; the former attributed to the fact that Mesopotamia -
encompassing most of modern day Iraq - is the "cradle of civilization", the latter
due to the untold hardships experienced by Iraqis in their modern history.

It was Britain that triggered Iraq's modern tragedy, starting with its seizure of
Baghdad in 1917 and the haphazard reshaping of a country to perfectly fit the
colonial needs and economic interests of London. One could argue that the early and
unequalled mess created by the British invaders continued to wreak havoc,
manifesting itself in various ways - spanning sectarianism, political violence and
border feuds between Iraq and its neighbours - until this very day.

But, of course, the US now deserves most of the credit of reversing whatever has
been achieved by the Iraqi people to acquire their ever-elusive sovereignty. It was
US Secretary of State James Baker, who reportedly threatened Iraqi Foreign Minister
Tarek Aziz in a Geneva meeting in 1991 by saying that the US would destroy Iraq and
"bring it back to the Stone Age". The US war extended from 1990 to 2011, included a
devastating blockade and ended with a brutal invasion. These wars were as
unscrupulous as they were violent. Aside from their overwhelming human toll, they
were placed within a horrid political strategy aimed at exploiting the country's
existing sectarian and other fault lines, therefore triggering civil wars and
sectarian hatred from which Iraq is unlikely to recover for many years.

For the Americans, it was a mere strategy aimed at lessening the pressure placed on
its and other allied soldiers as they faced stiff resistance the moment they
stepped foot in Iraq. For the Iraqis however, it was a petrifying nightmare that
can neither be expressed by words or numbers. But numbers are of course barely
lacking. According to UN estimations cited by the BBC, between May and June 2006
"an average of more than 100 civilians per day [were] killed in violence in Iraq."
UN estimates also placed the death toll of civilians during 2006 at 34,000. That
was the year that the US strategy of divide and rule proved most successful.

Over the years, most people outside Iraq - as in other conflicts where protracted
violence yields regular death counts - simply became desensitized to the death
toll. It is as if the more people die, the less worthy their lives become.

The fact remains, however, that the US and Britain had jointly destroyed modern
Iraq and no amount of remorse or apology (not that any was offered to begin with)
will alter this fact. Iraq's former colonial masters and its new ones lacked any
legal or moral ground for invading the sanctions-devastated country. They also
lacked any sense of mercy as they destroyed a generation and set the stage for a
future conflict that promises to be as bloody as the past.

When the last US combat brigade reportedly left Iraq in December 2011, this was
meant to be an end of an era. Historians know well that conflicts don't end with a
presidential decree or troop deployments. Iraq merely entered a new phase of
conflict and the US, Britain and others, remain integral parties to that conflict.

One post-invasion and war reality is that Iraq was divided into areas of influence
based on purely sectarian and ethnic lines. In Western media classifications of
winners and losers, Sunnis, blamed for being favoured by former Iraqi president
Saddam Hussein, emerged as the biggest loser. While Iraq's new political elites
were divided between Shia and Kurdish politicians (each party with its own private
army, some gathered in Baghdad and others in the autonomous Kurdistan region), the
Shia population was held by various militant groups responsible for Sunni
unfortunates. On 8 February, five car bombs blew up in what was quickly recognized
as "Shia areas", killing 34 people. A few days earlier, on 4 February, 22 people
were also killed in a similar fashion.

The sectarian strife in Iraq that is responsible for the death of tens of thousands
is making a comeback. Iraqi Sunnis, including major tribes and political parties
are demanding equality and the end of their disfranchisement in the relatively new,
skewed Iraqi political system under Prime Minister Nuri Al-Maliki. Massive protests
and ongoing strikes have been organised with a unified and clear political message.
However, numerous other parties are exploiting the polarisation in every way
imaginable: to settle old scores, to push the country back to the brink of civil
war, to amplify the mayhem underway in various Arab countries, most notably Syria,
and in some instances to adjust sectarian boundaries in ways that could create good
business opportunities.

Yes, sectarian division and business in today's Iraq go hand-in-hand. Reuters


reported that Exxon Mobil hired Jeffrey James, a former US ambassador to Iraq (from
2010-12), as a "consultant". Sure, it is an example of how post-war diplomacy and
business are natural allies, but there is more to the story.

Taking advantage of the autonomy of the Kurdistan region, the giant multinational
oil and gas corporation had struck lucrative deals that are independent from the
central government in Baghdad. The latter has been amassing its troops near the
disputed oil-rich region starting late last year.

The Kurdish government has done the same. Unable to determine which party has the
upper hand in the brewing conflict, thus future control over oil resources, Exxon
Mobile is torn: to honour its contracts with the Kurds, or to seek perhaps more
lucrative contracts in the south. James might have good ideas, especially when he
uses his political leverage acquired during his term as US ambassador.

The future of Iraq is currently being determined by various forces and almost none
of them are composed of Iraqi nationals with a uniting vision. Caught between
bitter sectarianism, extremism, the power-hungry, wealth amassing elites, regional
power players, Western interests and a very violent war legacy, the Iraqi people
are suffering beyond the ability of sheer political analyses or statistics to
capture their anguish. The proud nation of impressive human potential and
remarkable economic prospects has been torn to shreds.

UK-based Iraqi writer Hussein Al-Alak wrote on the upcoming tenth anniversary of
the Iraq invasion with a tribute to the country's "silent victims," the children.
According to Iraqi Ministry of Labour and Social Affairs, he reported, there is an
estimated 4.5 million children who are now orphans, with a "shocking 70 per cent"
of them having lost their parents since the 2003 invasion. "From that total number,
around 600,000 children are living on the streets, without either shelter or food
to survive," Al-Alak wrote. Those living in the few state-run orphanages "are
currently lacking in their most essential needs."

I still think of the kindly Iraqi man who gifted my daughter a collection of Iraqi
stories. I also think of his children. One of the books he purchased was of Sinbad,
presented in the book as a brave, handsome child who loved adventure as much as he
loved his country. No matter how cruel his fate had been, Sinbad always returned to
Iraq and began anew, as if nothing had ever happened.

L'Iraq che rimpiange Saddam Corruzione dilagante, disoccupazione e attentati


terroristici quotidiani riportano alla memoria gli anni del regime. Dimenticando
repressioni e bagni di sangue.
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adminSitomercoled� 13 marzo 2013 09:07


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dalla redazione

Roma, 13 marzo 2013, Nena News - Ricostruzione mai iniziata, corruzione a ogni
livello dell'amministrazione governativa, violenze settarie, attentati
terroristici. E un'ondata di nostalgia per il vecchio dittatore avvolge l'Iraq. Non
sono pochi quelli che rimpiangono gli anni del regime di Saddam Hussein, un
sentimento simile a quello di molti russi dopo la caduta dell'Unione Sovietica o
dei Paesi della ex Jugoslavia frantumatasi dopo Tito. Ad esattamente dieci anni
dall'invasione militare americana dell'Iraq e a sette dall'esecuzione di Saddam,
Baghdad appare sull'orlo di una guerra civile: il Paese � diviso tra etnie e trib�,
il governo di Maliki � accusato di tirannia e di incapacit� di gestire la
ricostruzione, mentre la corruzione raggiunge livelli senza precedenti. A
rimpiangere Saddam � soprattutto la sua citt� natale, Tikrit, che lo ricorda per il
polso fermo e l'abilit� nel tenere unito un Paese etnicamente misto. La repressione
delle opposizioni, gli omicidi, gli arresti di massa passano in secondo piano agli
occhi di una popolazione che soffre oggi per la mancanza quasi totale di servizi di
base e per l'elevato tasso di disoccupazione.

Responsabile di aver trascinato il Paese in due guerre sanguinose (contro l'Iran


dal 1980 al 1988 e poi contro il Kuwait) e dell'uccisione di decine di migliaia di
curdi nella campagna "Anfal" e di 100mila persone durante le proteste esplose dopo
la prima Guerra del Golfo, Saddam viene ricordato oggi solo per il suo ruolo
stabilizzatore e quello di leader forte all'interno del mondo arabo. Un ricordo
figlio delle difficolt� in cui sembra affogare oggi l'Iraq, minacciato non solo
all'interno ma anche all'esterno: il timore che la guerra civile siriana contagi il
Paese � sempre pi� fondato e si va ad aggiungere all'incapacit� delle forze di
sicurezza irachene ad arginare e fermare i quotidiani attentati terroristici
condotti dalle milizie di Al Qaeda.

"� naturale che rimaniamo fieri di lui - dice Umm Sara, residente a Tikrit all'AFP
- Nonostante tutto, l'Iraq riusciva a vivere, Saddam guidava il Paese senza
problemi". Gli fa eco Abu Hussein, che lo paragona a Charles de Gaulle: "Saddam ci
ha aiutato tanto, � naturale che lo apprezziamo come altri apprezzano il generale
de Gaulle. Saddam aveva una personalit� forte, che ha imposto dentro e fuori il
Paese".

Sebbene ai tempi del regime di Hussein la maggior parte degli iracheni non vivesse
nel lusso, il governo garantiva a tutti elettricit� e un programma di distribuzione
di cibo per alleviare le conseguenze drammatiche dell'embargo imposto dalle Nazioni
Unite e dai Paesi occidentali.

Oggi la maggior parte della popolazione � costretta ad acquistare privatamente


generatori di elettricit�, il lavoro non si trova e la corruzione si annida in
quasi ogni ufficio governativo: secondo il Corruption Perceptions Index, nel 2012
l'Iraq � il quinto Paese pi� corrotto al mondo, il primo in Medio Oriente; l'80%
del denaro gestito dalla Banca Centrale irachena scompare in operazioni non
ufficiali. "Ringrazio gli attuali politici iracheni - commenta la 37enne Ines,
insegnante di Tikrit - Fanno s� che la popolazione ami ancora Saddam, ne sia fiera
e lo rimpianga". Nena News
IRAQ Iraq al voto: 11 candidati sunniti uccisi A venti giorni dalle elezioni
locali, cresce la tensione. Ieri attentato a Tikrit. Le opposizioni sunnite
accusano il governo Maliki che sospende il voto in due province.
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adminSitomarted� 2 aprile 2013 11:09


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Attentato a Kirkuk del 29 marzo 2013 (Foto: Marwan Ibrahim /AFP/Getty Images)
di Emma Mancini

Roma, 2 aprile 2013, Nena News - A meno di venti giorni dal voto amministrativo,
l'Iraq � ancora prigioniero dei suoi sanguinosi fantasmi. Ieri in un attentato
suicida di fronte al quartier generale della polizia a Tikrit sono morte otto
persone. Il mese di marzo, appena trascorso, si � guadagnato cos� una poco
onorevole posizione nella classifica delle violenze: il mese con il maggior numero
di vittime dallo scorso agosto, 271 morti in 906 attacchi.

Ieri teatro della strage � stata la citt� di Tikrit, citt� natale di Saddam
Hussein, rimpianto leader iracheno. Da tempo parte della popolazione non fa mistero
della nostalgia per gli anni del regime, considerato l'unico in grado di dare
stabilit� al Paese e di garantirgli un ruolo all'interno dello scacchiere
mediorientale. Ma a dieci anni dall'invasione americana e dal crollo del dittatore,
Baghdad � ancora scossa da settarismi e violenze, una violenza brutale che non
permette una ricostruzione serena non solo delle infrastrutture del Paese, ma anche
della divisa societ� irachena.

Ieri un camion � saltato in aria a Tikrit, a pochi metri dal quartier generale
della polizia, uccidendo otto persone e ferendone 14. Gran parte delle vittime
erano poliziotti. Ad ora, nessun gruppo armato ha rivendicato l'attacco, ma pare si
tratti ancora una volta di militanti sunniti legati ad Al Qaeda, che negli ultimi
anni ha visto una crescita esponenziale del suo potenziale armato in Iraq.

L'ultimo attentato di una lunga serie, a venti giorni dalle elezioni locali in 12
delle 18 province irachene, le prime dal 2010 quando si tenne il voto parlamentare.
Elezioni che non si svolgeranno in un clima pacificato: undici candidati sono stati
uccisi (tutti sunniti), l'ultimo ieri. Salah al Obeidi, avvocato di 48 anni, �
stato assassinato nel suo ufficio a Baghdad: "Il motivo dell'omicidio � politico -
ha commentato un cugino di Obeidi, Hamid - Ucciso perch� partecipava alle
elezioni". Al Obeidi era candidato nelle liste del partito sunnita di opposizione,
Iraqiya, fazione protagonista di intense battaglie parlamentari contro il governo.
Basti ricordare il caso del vicepresidente iracheno, Hashemi, da dicembre 2011 in
fuga perch� accusato di aver ordito un colpo di Stato e condannato alla pena di
morte.

Intanto il governo ha deciso di posporre il voto in due province a maggioranza


sunnita (Anbar e Niveneh) a causa delle continue proteste della popolazione contro
l'esecutivo e dell'incapacit� di garantire la sicurezza. Dal 23 dicembre si sono
intensificate le manifestazioni sunnite contro il governo e la nuova legislazione
anti-terrorista.

La sospensione del voto, che dovrebbe tenersi tra sei mesi, ha provocato la
reazione americana: "Se � vero che la sicurezza � una ragionevole motivazione al
ritardo, nessun Paese meglio dell'Iraq sa come andare a votare in circostanze
difficili", ha commentato il segretario di Stato Usa, John Kerry. Che sa bene che
queste elezioni saranno un vero termometro politico per valutare il consenso
intorno al premier sciita Maliki, accusato dalle opposizioni di essersi trasformato
in un dittatore.

La Commissione Elettorale ha criticato la decisione di posporre le elezioni nelle


due province, fondata esclusivamente su "ragioni politiche". Secondo la
Commissione, obiettivo di Maliki � evitare un crollo del consenso o un risultato
elettorale che ne provocherebbe un inevitabile indebolimento. Nena News

Abu Ghraib: 5 milioni di dollari agli ex prigionieri Tribunale Usa condanna una
compagnia militare privata a rimborsare 71 ex detenuti, sottoposti a torture e
abusi nel carcere della vergogna durante l'occupazione dell'Iraq.
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adminSitomercoled� 9 gennaio 2013 11:25


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Il carcere di Abu Ghraib, in Iraq (Foto: Khalid Mohammed/AP)


dalla redazione

Roma, 9 gennaio 2013, Nena News - Cinque milioni di dollari di risarcimento per gli
abusi nella prigione di Abu Ghraib. � quanto dovr� pagare un contractor
statunitense, la compagnia militare privata Engility Holdings, accusata e
condannata per torture contro i detenuti iracheni.

A ricevere il rimborso saranno 71 ex prigionieri, incarcerati nella prigione della


vergogna e in altri centri di detenzione tra il 2003 e il 2007, durante
l'occupazione militare statunitense del Paese. E potrebbero seguire altre condanne:
previsto per l'estate il processo ad un altro contractor privato a stelle e
strisce, Caci. La compagnia incriminata ha fornito in quegli anni
all'amministrazione di Washington oltre 6mila traduttori, tramite la L-3 Services
(sussidiaria della Engility Holdings) che ha stipulato con il governo Usa un
contratto da 450 milioni di dollari l'anno.

"I contractor militari privati hanno giocato un ruolo centrale ma spesso nascosto
negli abusi di Abu Ghraib - ha commentato Baher Amzy, legale dei 71 ex prigionieri
e direttore del Centro per i Diritti Costituzionali - Siamo felici che questa
sentenza attribuisca le dovute responsabilit� a coloro che hanno commesso tali
crimini e che offra alle vittime un minimo di giustizia".

Secondo la sentenza, emessa dal tribunale di Greenbelt in Maryland, L-3 Services


"ha permesso che i suoi dipendenti prendessero parte a torture e abusi contro i
detenuti per lunghi periodi di tempo". Numerose le atroci testimonianze degli ex
prigionieri iracheni che hanno raccontato ai giudici di pestaggi violenti,
elettroshock, violenze sessuali mentre erano appesi al soffitto con un uncino. I
detenuti erano costretti a restare nudi per giorni interi e a bere litri e litri
acqua fino a vomitare sangue.

Gi� nel 2004, il Dipartimento di Giustizia americano aveva individuato almeno 44


casi di torture nel carcere di Abu Ghraib, compiute dai mercenari di L-3 Services,
ma la compagnia privata non aveva perso il contratto che la legava
all'amministrazione di Washington. Nena News
IRAQ Iraq, si aggrava lo scontro sunniti-sciiti Dal 23 dicembre va avanti la
protesta sunnita contro il primo ministro al Maliki e la legislazione
antiterrorista. Al Qaeda rivendica recenti attentati contro gli sciiti
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adminSitomercoled� 9 gennaio 2013 10:28


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della redazione

Roma, 9 gennaio 2013, Nena News - Resta alta la tensione in Iraq dove ieri la
polizia ha sparato in aria per disperdere centinaia di manistestanti sunniti che
protestavano contro il primo ministro sciita, Nouri al-Maliki, in una piazza di
Mosul, nel nord del paese. Sempre a Mosul un'autobomba ha ucciso uno studente
universitario e luned� uomini armati avevano sparato contro due poliziotti
ferendoli a morte. E' stato inoltre scoperto il cadavere di una donna cristiana
sgozzata nel suo appartamento. Dalla fine di dicembre i dimostranti bloccano la
strada che porta alla frontiera siriana attraverso il deserto di Anbar.

Dal 23 dicembre si moltiplicano nel paese le manifestazioni della minoranza


sunnita, che accusa al Maliki d'incompetenza nella gestione dei servizi pubblici e
denuncia la legislazione antiterrorista da cui si sente presa di mira.

Domenica scorsa, i deputati sunniti, sciiti e kurdi non hanno trovato accordo in
Parlamento sulle rivendicazioni dei manifestanti e l'Arabia saudita, sostenitrice
dei sunniti iracheni, ha messo in guardia Baghdad sul pericolo dell'�estremismo
religioso che alimenta la violenza nel paese�.

Dopo la partenza ufficiale degli ultimi soldati Usa, nel dicembre 2011 (nel paese
per� rimangono centinaia di contractors e agenti di sicurezza americani), dopo nove
anni di occupazione dell'Iraq, continuano le lotte di potere tra gruppi politici,
etnici e religiosi e si profila la possibilit� di elezioni anticipate prima dello
scadere della legislatura, nel 2014.

Qualche giorno fa � tornato a farsi vedere e sentire, con un video, anche il


latitante Ezzat Ibrahim al Duri, ultimo ex uomo forte del presidente Saddam Hussein
(impiccato qualche anno fa), che ha dato il suo sostegno alle manifestazioni anti-
governative sunnite.

L'ex vice presidente del Consiglio del comando della rivoluzione, la pi� alta
istanza dirigente del passato regime, ha letto un comunicato seduto dietro ad una
scrivania. �Ciascuna citt� e ciascuna regione, ciascun iracheno sono con voi e vi
sostengono nelle vostre rivendicazioni contro l'alleanza persiana�, ha dichiarato
lasciando intendere che al Maliki � una burattino nelle mani dall'Iran, paese
contro il quale l'Iraq di Saddam Hussein ha combattuto una lunga guerra all'inizio
degli anni Ottanta.

Duri ha avvertito che il suo movimento �punir� fermamente tutti coloro che
sostengono il progetto safavide�, un riferimento ad una ex dinastia persiana. Duri,
secondo gli americani, ha coordinato le attivit� della guerriglia in Iraq, dopo la
caduta di Saddam Hussein nel 2003.

Dopo Duri � tornata a farsi sentire anche la "sezione" irachena di al Qaeda che ha
rivendicato gli attentati sanguinosi contro i pellegrini sciiti avvenuti nelle
ultime settimane. �La maggior parte dei gruppi � riuscita a raggiungere i propri
obbiettivi, nonostante le misure di sicurezza per la protezione delle visite dei
politeisti alle tombe di coloro che vengono venerati a Karbala�, ha scritto in un
comunicato. Fondata ideologicamente sul salafismo sunnita pi� radicale, al Qaeda
non riconosce gli sciiti come musulmani.

Gli attentati avvenuti il 31 dicembre e il 3 gennaio scorso in una decina di citt�


in tutto l'Iraq hanno provocato almeno 56 morti e oltre 130 feriti. Nena News

del paese: il Partito di Unit� nazionale guidato dal presidente della repubblica
Jialal Talabani (con l'appoggio dei diversi partiti Kurdi), l'alleanza Al Iraqiya
con il suo capo Ayad Allawi, che alle ultime elezioni aveva conquistato due seggi
in pi� del partito di Al Maliki, Al Kanoon (letteralmente, La Legge) e la
formazione del leader shi�ta Muktada Al Sadr. In tale occasione si era concordato
di sfiduciare il primo ministro Nuri Al Maliki, accusato di agire con poteri
dittatoriali. La richiesta tuttavia non era stata poi messa ai voti perch� in
Parlamento non esistevano le condizioni per avere la maggioranza sulla necessaria a
rovesciare Al Maliki.

Si � determinata cos� una situazione di forte tensione, aggravata dalla decisone di


Al Maliki di costituire un corpo speciale, chiamato "Forza operativa Dijlah", allo
scopo di controllare Kirkuk, Diala e Salah Al Din, anche se formalmente con la
finalit� di combattere il terrorismo. Immediata � stata la reazione del Governo
Kurdo, che ha accusato il provvedimento di essere contrario alla costituzione,
considerandolo una vera e propria minaccia ai diritti autonomi acquisiti dopo il
2003.

Poco dopo, si � arrivati ad uno scontro militare vicino alla citt� di Kirkuk, e la
situazione resta tutt'ora incandescente e bel lontana da un accordo, tanto che,
agli inizi di dicembre, Masud Al Barzani, recatosi sul posto per visitare le sue
forze militari (Peshmergha), aveva dichiarato: "Se ci costringeranno, andremo a
difendere i nostri territori con le armi".

Nei giorni successivi, nel corso di un incontro con i giornalisti kuwaytiani, nel
riferirsi a quelle che nella Costituzione vengono indicate come " zone contese", il
Primo Ministro iracheno Al Maliki ha parlato, per la prima volta, di "zone miste".
In risposta, Barzani, ha diffuso una direttiva al proprio Governo ed ai media , con
la quale dispone di chiamare tutte le zone su cui vi siano divergenze di
apparteneza, " zone del Kurdistan, fuori dalla regione", attestando con ci� il
principio, proprio del governo del Kurdistan Iracheno, secondo il quale in queste
aree vi � una maggioranza kurda, che vive con altre comunit� etniche, come
Turkomanni, arabi, cristiani... etc. , e che tale popolazione maggioritaria era
stata forzata ad allontanarsi da Saddam Hussein, che poi vi aveva trasferito altre
popolazioni per arabizzare tali zone. Come era successo in particolare a Kirkuk.

Nonostante cio� il presidente della regione del Kurdistan iracheno aveva disposto
la sospensione di ogni campagna mediatica e di dichiarazioni contro il governo
centrale, dando seguito all'invito del presidente iracheno Talabani a calmare la
situazione e fermare la guerra di dicherazioni fra le due parte. Talabani, infatti,
vorrebbe iniziare un percorso che porti al raggiungimento di un accordo su due
punti fondamentali: formare forze di sicurezza nelle zone di conflitto costituite
dalle popolazioni locali stesse e ritirare tutte le forze armate, sia federali che
Kurde dalle aree di conflitto per ritornare alla situazione pre-crisi.

Molti osservatori ritengono tuttavia che la situazione sia ormai difficile da


risolvere almeno fino alle prossime elezioni politiche, nel 2014, e che la
recrudescenza della crisi sia dovuta all'approssimarsi delle elezioni regionali,
dove Al Maliki ed il suo partito "Al Kanoon" vogliono assicurarsi i voti dei
tantissimi cittadini sunniti che in precdenza hanno votato Ayad Allawi e la sua
lista Al Iraqiya.

Tutti questi problemi sono comunque la conseguenza della base politica


costituzionale, su cui si � mosso il processo politico seguente, e della realt�
creata dopo l'occupazione dal plenipotenziario americano Bremer e dal Governo da
lui diretto.

Con lui si � fondata la distribuzione del potere su base etnica e settaria e si


sono formati, "in nome" della democrazia e del processo democratico, nuovi potenti
interessi. Sempre su questa base � stata modificata la legge elettorale con cui si
� andati alle elezioni del 2010, in seguito alle quali, stante anche la presenza di
una costituzione malata, si sono consolidati interessi selvaggi e legati ad un
potere autoritario.

Tale legge infatti ha attribuito gli oltre due milioni di voti delle forze
sconfitte ai partiti pi� forti e grandi, col risultato che molti sono entrati in
parlamento senza essere stati votati.

Per le prossimi elezioni si sono registrate 256 liste politiche, e la gente spera
che si possa finalmente cambiare la mappa politica. Per questo motivo i partiti e
le forze democratiche e laiche, con la partecipazione attiva delle associazioni e
delle organizzazioni della societ� civile, hanno perseguito, anche in
collaborazione con alcuni membri del parlamento, una intensa campagna volta a
modificare la legge e a cancellare l'articolo che aveva permesso l'attribuzione dei
voti riscossi dai partiti minori a quelli pi� grandi.

Come risultato della campagna la recente decisione della corte suprema ha in parte
modificato e migliorato la legge nella direzione auspicata: e questo, anche se non
� avvenuto nel modo sperato, � considerata dalle forze democratiche un passo in
avanti.

In realt� � difficile riuscire a produrre un cambiamento chiaro e deciso in


direzione di un processo democratico, dopo 35 anni di un governo che ha avuto
effetti tragici per il paese, cui � seguita una guerra divastante, ed una
occupazione segnata da scelte e pratiche politiche altrettanto distruttive. Resta
l'obiettivo di cambiare il bilancio delle forze in Iraq e di modificare un processo
in cui la distribuzione del potere avviene secondo le appartenenze religiose,
settarie ed etniche.

E' con questo scopo che molte forze democratiche e nazionaliste e personalit�
liberali si sono alleate sotto il nome della "corrente democratica", che si
presenter� con varie liste nelle diverse citt� e regioni alle prossime elezioni. In
questa alleanza vi � anche il Partito Comunista Iracheno, che spera in un
cambiamento che risponda alle aspirazioni del popolo iracheno per un futuro
migliore, per la ricostruzione democratica del paese e perch� si realizzino quei
servizi indispensabili ad un vivere civile, e fino ad oggi assenti, come ad es
l'elettricit�, che manca anche fino a 20 ore al giorno.

IRAQ E' nato l'Esercito libero dell'Iraq fotocopia dell'Els siriano I suoi uomini
dicono di voler abbattere il "potere sciita" nel paese e "combattere l'influenza
dell'Iran" nella regione. Nessun riferimento a libert� e diritti. GUARDA IL VIDEO
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adminSitosabato 10 novembre 2012 11:12


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Roma, 10 novembre 2012, Nena News - Una formazione armata sunnita � nata in Iraq.
Si chiama l'Esercito libero dell'Iraq (Eli) e si ispira all'Esercito libero siriano
(Els) la milizia dominata dai sunniti che combatte il regime di Bashar Assad.

GUARDA IL VIDEO Intervistati dal quotidiano libanese Daily Star, i suoi uomini
hanno spiegato che l'intento della milizia � abbattere il potere sciita in Iraq e
di �combattere l'influenza dell'Iran� nella regione.

�Il progetto dell'Eli � simile a quello dell'Els: abbattere i regimi sciiti


sponsorizzati dall'Iran�, ha spiegato �Abu Ahmad�, un miliziano dell'Eli, che
combatte a Falluja.

Non � chiara la consistenza di questa formazione armata. Diversi analisti ritengono


che si sia alleata con elementi di al Qaeda che operano nella regione a prevalenza
sunnita di Anbar, ma avrebbe cellule a Qaim e a Mosul. Di essa farebbero parte
anche militanti sunniti di "Sahwa", che prima hanno combattuto contro l'occupazione
Usa e successivamente (nel 2006) si sono alleati con le truppe americane e il
governo iracheno nella lotta contro al Qaeda.

Sotto il premier iracheno Nuri al Maliki, gli uomini di Sahwa sono stati integrati
nelle forze di sicurezza e dell'esercito in prevalenza nella provincia di Anbar. Ma
in altre aree dell'Iraq i miliziani di Sahwa sarebbero stati messi ai margini dagli
sciiti. Secondo alcune fonti invece il Fie sarebbero ostile agli ex miliziani
"Sahwa", che vedrebbe come �sunniti traditori� per aver collaborato in passato con
il governo. Il premier Nour Maliki viene accusato dai sunniti, non solo iracheni,
di appoggiare il regime di Bashar Assad (dominato dagli alawiti, una setta si
origine sunnita) e per questo � soggetto a forti pressioni. Allo stesso tempo i
clan familiari sunniti in Iraq da tempo appoggiano con armi e fondi (e forse anche
uomini) i ribelli dell'Els in Siria. In passato invece non pochi siriani sunniti
hanno combattuto in Iraq contro i soldati americani. �Abu Ahmad�, che ha combattuto
nella seconda battaglia di Falluja contro gli americani nel 2004, sostiene che i
finanziamenti all'Eli arrivano dalle monarchie sunnite del Golfo. �La caduta di
Bashar Assad sar� un colpo al progetto iraniano. Se Dio vuole quando l'Els sta
facendo in Siria avverr� anche in Iraq. Quando avremo un forte esercito qui
(l'Eli), il regime iracheno finir� come quello di Assad�, aggiunge il
miliziano.Nena News

IRAQ Maliki a replacement of Assad in Moscow's eyes? Iraqi PM Maliki's arms deal
with Russia is intended to set himself up as an alternative to Syria's Assad in
Moscow's eyes, writes Tareq al-Homeid of Asharq al-Awsat
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adminSitogioved� 11 ottobre 2012 14:42


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Asharq al Awsat - Translation by Mideast International Ltd

The Iraqi PM's visit to Russia and the announcement of a huge deal arms deal with
Moscow raise many questions and deserve close scrutiny given the strategic options,
timing, and existing balances in the region, especially in light of what is
happening in Syria. It is clear that Mr. Nuri al-Maliki is trying to bring together
the impossible in his simultaneous alliance with Tehran, Washington, and Moscow.
That is something that no one in the region has succeeded in doing given that
genuine interests are at stake.

Suffice to recall in this regard, the failure of the Turkish foreign minister's
notion of 'zero problems.' We now find Ankara mired in the region's problems
instead. This is not because of the nature of Turkish policies. It is because this
region's problems pursue you even if you try to ignore them. They will drown you,
if you try to deal with them in a facile manner.

This explains the serious consequences stemming from Maliki's visit to Moscow and
the announcement of the huge arms deal. The mission of rebuilding the Iraqi army
will not be completed by the purchase of Russian weapons, especially since American
programs are already underway in that regard. It would be politically natural for
the rearmament of the Iraqi forces to be completed via American and European
weapons In post-Saddam-Hussein Iraq.

Of course, there can be Russian armored vehicles involved; but not to the value of
over four billion dollars. After all, Iraq today is not ruled by an isolated
regime. And it is well-known that the most prominent customers for Moscow's weapons
in our region are either isolated Arab regimes or regimes that wish to oppose the
U.S. and Europe in search for a political dividend.

And this leads us to the following: If Iraq wants to be an effective Arab country
that supports democracy and stability, why has it concluded this arms deal with
Moscow at this particular time when Russia has been foiling any solution for Syria
via the Security Council? After all, Maliki claims that he supports neither Assad
nor the opposition.

And why go for this military deal with Moscow at this specific juncture when it
would be politically better for Iraq to strike a deal with the U.S. or Europe,
especially in light of the West's financial situation and the U.S. presidential
elections?

All of which leads us to the conclusion that Mr. Maliki aims to be an alternative
to the Assad regime. He is trying to reassure Moscow that there are those willing
to buy its weapons now.

Quite simply, what Iraq has done is to provide the Russians with an alternative to
the Assad regime, but without securing any political returns in the form of
measures concerning what is happening to the unarmed Syrians. He has showed Moscow
that it is not isolated in the Arab world.

And this demonstrates that Maliki hopes to replace Assad in the region, but in a
modified version. The fact is, however, that this version is already distorted.
Otherwise, how will Maliki manage to combine Iran with Washington and Moscow, while
preserving his special relations with his Arab surroundings at the same time?

When we say that Maliki wishes to become Assad's replacement in the region, it is
worth noting the number of statements regarding the need for Iraqi openness to
Moscow in order to 'fight terrorism.' That in itself is a major sign. After all,
Russia has been repeating the phrase 'fighting terrorism' ever since the Syrian
revolution began. The Russians restrict 'terrorism' to the Sunnis, and now Maliki's
government is speaking of cooperation with the Russians in 'fighting terrorism.'

Does it require much intelligence to understand that Maliki wants to be Assad's


replacement in the region, the protector of minorities, and other such slogans?
Iraq, sarebbe ancora vivo il presidente Talabani Ieri si erano diffuse voci
insistenti sulla sua morte. Talabani � impegnato nella mediazione tra il premier
Maliki e il presidente della regione autonoma del Kurdistan, Barzani
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adminSitomercoled� 19 dicembre 2012 08:37


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Roma, 19 dicembre 2012, Nena News - Non � deceduto come si era detto ieri con
insistenza il presidente iracheno Jalal Talabani. Lo ha ribadito pi� volte nelle
ultime ore Labid Abbawi, sottosegretario del ministero degli esteri iracheno.

�Le condizioni del presidente sono stabili e la situazione � sotto controllo. Ci


sono dei medici venuti dall'estero che lo stanno assistendo. Decideranno loro se �
il caso di trasferirlo all'estero. Non � affatto vero che sia in coma
intermittente�, ha detto Abbawi.

Ieri per molte ore le condizioni di Talabani sono rimaste un giallo. Dato per morto
(o in coma) nella giornata in seguito a improvvise complicazioni del suo stato di
salute. Le autorit� irachene, pur ammettendo le gravi condizioni del leader curdo,
hanno poi smentito le indiscrezioni della stampa sul suo decesso.

L'uscita di scena del presidente avviene in un momento politico molto delicato per
l'Iraq. Proprio nei giorni scorsi Talabani si era impegnato - con apparente
successo - nella difficile mediazione tra il governo di Baghdad guidato dal premier
Nuri al Maliki e il presidente della regione autonoma del Kurdistan iracheno,
Massud Barzani.

Malato di cuore, Talabani � stato operato e pi� volte ricoverato negli Usa e in
Europa. Nena News

GEO�POLITICA
La Turchia e l�evoluzione di una protesta7 agosto, 2013 Diego Del Priore Vicino &
Medio Oriente Nessun commento
Un sit-in di attivisti si � insediato il 27 maggio a Gezi Park, adiacente a piazza
Taksim, ad Istanbul, per protestare contro la decisione del governo di dare il via
ad un piano di �trasformazione urbana� che canceller� dalla mappa della citt�
quella macchia verde, per far posto ad un centro commerciale, una moschea ed
antiche caserme ottomane restaurate. Tre giorni dopo la polizia ha fatto irruzione
nel parco e, con idranti e lacrimogeni, lo ha sgomberato. Da quel momento la
Turchia � stata investita da una mobilitazione popolare che ha coinvolto
praticamente tutte le province, ampliando la protesta dagli alberi di Gezi Park
alla stessa tenuta democratica del Paese, ai diritti civili, alle disuguaglianze e
alle politiche del governo guidato dal primo ministro Receep Tayyp Erdogan.
Quali ragioni hanno trasformato una protesta, all�inizio piuttosto ristretta nei
numeri, in una mobilitazione massiccia, caratterizzata da diverse e variegate
anime? Qual � il segnale che dagli avvenimenti delle ultime settimane si deve
trarre da un punto di vista politico per ci� che attiene il futuro del Paese e la
tenuta del partito al potere? Quali le sue motivazioni? Evidentemente le istanze
ambientaliste sono state la punta di un iceberg, ed il casus belli fornito dalla
brutale repressione delle forze di polizia turche � alla fine si conteranno quattro
vittime e migliaia di feriti � ha svelato una societ� civile, un clima politico ed
economico che offre diversi spunti di analisi. Le immagini dei manifestanti hanno
spinto qualcuno a definire gli eventi dei giorni scorsi come il sorgere di una
�primavera turca�, che tuttavia non pare avere un solido fondamento in virt� delle
differenze sociali, politiche ed economiche tra la Turchia ed i Paesi dell�Africa
del nord. Una differenza sostanziale � che le proteste turche hanno come bersaglio
una classe dirigente legittimata da ben tre elezioni democratiche vinte con una
maggioranza piuttosto larga. Ci� che interessa in questa sede � andare ad
analizzare le possibili motivazioni che hanno spinto ad una cos� vibrante
manifestazione di dissenso e gli scenari futuri. Ci� coinvolge sia la dimensione
politica ed economica interna del Paese, sia la sua politica estera.

La crisi sirianaLa politica �zero problemi� con gli Stati della regione, incarnata
dal ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu, per la creazione di una zona di
sicurezza all�interno della quale Ankara ricopra un ruolo trainante, � stata forse
l�impronta pi� identificativa del nuovo corso di relazioni esterne del governo
dell�AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo). Il conflitto in atto in Siria
� in quella che sempre pi� assume le caratteristiche di una guerra per procura, una
costante della storia del Vicino Oriente, dove conflitti locali diventano campi di
contrapposizione di giochi regionali e globali � ha visto il governo del primo
ministro Erdogan assumere, fin dall�inizio, un ruolo attivo in favore dei ribelli e
dell�opposizione al regime di Bashar al-Asad. Proprio quella Siria di al-Asad che,
nel 2010, era il terminale dell�export turco per un ammontare di 1,8 miliardi di
dollari su un totale di 113 miliardi1. Ma se, ad esempio, l�episodio della Mavi
Marmara2 del maggio del 2010, ed il conseguente gelo diplomatico con Israele, aveva
raccolto intorno alla figura di Erdogan un pressoch� unanime consenso della
popolazione, la recente politica sul fronte siriano non sembra avere lo stesso
effetto.

C�� una certa riluttanza della societ� civile turca verso questa condotta di attore
forte in Siria. Stando ad un sondaggio svolto dal Metropoll Strategic and Social
Research Center, solo il 28% dei turchi crede che il governo stia gestendo in modo
efficace la crisi. Decine di migliaia di siriani attualmente sono stati accolti in
campi profughi lungo i novecento chilometri di confine con la Siria, causando una
certa insofferenza delle popolazioni delle province interessate3. Lo scorso 11
maggio, la cittadina di confine di Reyhali � stata colpita da un attentato che ha
causato 46 morti. Forti sospetti sono stati rivolti al governo di Damasco, ritenuto
colpevole di una rappresaglia. Reyhali � proprio uno dei centri in cui i rifugiati
siriani trovano pi� facile approdo e la sua popolazione � aumentata del 50%
dall�inizio del conflitto in Siria.

Boom economico e disuguaglianzeL�economia turca, negli ultimi anni, ha conosciuto


una crescita considerevole. Il Prodotto Interno Lordo (PIL) ha subito un incremento
medio del 6,8%, con un picco dell�8,9% riscontrato nel 2011 e con un rallentamento
registrato lo scorso anno. Gli investimenti esteri del Paese sono aumentati dai 2
miliardi di dollari nel 1995 a ben 16 miliardi di dollari nel 20114. Tale crescita
economica non � andata di pari passo con un significativo miglioramento delle
disuguaglianze sociali e del divario socio-economico tra le regioni orientali, pi�
povere, e quelle ad Ovest, che resta motivo di forti tensioni sociali5.

AutoritarismoNell�affrontare gli eventi di Gezi Park, alcuni media occidentali


hanno assunto il processo di islamizzazione del Paese operato dall�AKP di Erdogan
quale ragione principale del dissenso. Ci� risponde ad una eccessiva opera di
semplificazione che rischia di trascurare altri aspetti, che riguardano invece la
gestione del potere da parte del primo ministro. Come fa notare Levent Yilmaz,
professore di storia all�Universit� Bilgi di Istanbul, �la chiave di lettura
fornita in Francia ed altrove nei media occidentali ha spinto a sminuire certi
segni di autoritarismo in favore di segnali religiosi; l�esempio delle recenti
disposizioni legislative che limitano la vendita di alcool ne costituisce un
esempio. La questione mi sembra meno repressiva di alcune leggi che sono in vigore
oltre l�Atlantico, per esempio, dove la vendita di alcolici � spesso vietata a chi
ha meno di 21 anni. In Turchia, il governo vuole impedirne la vendita dopo le dieci
di sera o in prossimit� delle scuole. Personalmente, ci� � pi� un segnale di
conservatorismo, che di islamizzazione�6.

Nel marzo del 2012, il parlamento turco ha approvato una legge per la costituzione
di un Istituto nazionale per i diritti umani e, nel mese di giugno, un ombudsman
con il compito di esaminare i casi di denuncia contro pubblici ufficiali ad ogni
livello. �Diversi esponenti di organizzazioni non governative e della societ�
civile � riporta l�organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch � hanno
sollevato forti critiche verso il radicato controllo sulle nomine di questi
istituti da parte del governo, che ne mina alla base la loro indipendenza�. Ancora,
tralasciando la repressione di Gezi Park, �la violenza utilizzata dalla polizia in
luoghi pubblici e contro i manifestanti, resta un problema serio. Spesso le
autorit� tendono ad oscurare il problema indagando a loro volta coloro che
riportano gli abusi perpetrati dalle forze di polizia, piuttosto che le loro
rimostranze�7.

Una delle richieste che con pi� forza si � levata dalle strade turche nei giorni
della protesta � quella che ha avuto come bersaglio i media ed i mezzi
d�informazione. La mattina del 3 giugno, ad esempio, migliaia di manifestanti hanno
espresso il loro rabbioso risentimento dinanzi alla sede del canale NTV. La sera
prima era stata la volta della sede del canale concorrente, Haberturk. La copertura
mediatica della mobilitazione turca � stata oggetto di diverse critiche da parte
dei manifestanti al grido �media venduti al potere�8. La tenuta di un sistema
d�informazione che non lesina una certa riluttanza verso forme di espressione di
dissenso resta una questione delicata. Stando a quanto affermato dall�International
Press Institute (IPI), �una pronuncia della Corte Europea dei Diritti dell�Uomo che
risale al novembre del 2011 ha giudicato la Turchia in prima fila, tra i membri del
Consiglio d�Europa, in termini di violazione della libert� di espressione, inclusa
la libert� di stampa. Dunja Mijatovic, rappresentante dell�OCSE in materia di
libert� dei media, ha svolto uno studio secondo il quale circa 100 giornalisti sono
tenuti in stato di carcerazione, la maggioranza dei quali erano incriminati in
virt� della legge anti-terrorismo�9. In una recente intervista, Haluk Sahin,
giornalista e professore presso il Dipartimento di presentazione e programmaizone
televisiva, dell�Universit� Bilgi di Istanbul, ha detto la sua sul ruolo dei media
nei recenti avvenimenti e sul generale stato dell�informazione turca: �I grandi
media �mainstream� hanno capito che fare affari con il governo porta maggiori
benefici rispetto all�adempimento del proprio dovere, che consiste nell�informare
le persone su quello che accade. I giovani che hanno manifestato, lo hanno fatto
non solo contro il governo, ma anche contro i media. Nel corso dell�era Erdogan, il
legame, che c�� sempre stato, anche se su scala limitata, tra servizi segreti e
media si � esteso comprendendo anche il ministero della Giustizia, tribunali ed
altre istituzioni, contigue a pubblicazioni vicine al governo. Le manifestazioni di
Gezi Park hanno rappresentato uno schiaffo ai grandi media�10.

La chiave politicaIl movimento sorto a Gezi Park non ha istanze politiche precise,
ha avuto carattere spontaneo e variegato, senza una guida politica definita:
�L�opposizione politica istituzionale � fa notare ancora il professor Yilmaz �
rinuncia, del resto, a tentare di recuperare questo movimento ed il milione di
turchi che contestano. Ci� pone in evidenza la spontaneit� dell�evento popolare,
senza ideologie preconcette [�]. E� dotato di una grande eterogeneit�, senza le
caratteristiche ed i particolarismi dei movimenti partigiani�11. Curdi,
ultranazionalisti, conservatori, anarchici, rappresentanti della comunit� alevita �
che rappresenta il 10% della popolazione � addirittura i tifosi delle tre squadre
rivali di Istanbul, si sono trovati fianco a fianco nei cortei che hanno riempito
le strade in quei caldi giorni di giugno. I diversi tipi di approccio da parte di
membri del partito al governo � la maggiore flessibilit� del presidente della
Repubblica G�l e del vice-premier Bulent Arin� contro la ruvida fermezza e il
richiamo a trame complottiste di Erdogan � hanno apparentemente portato allo
scoperto fratture interne all�AKP. Non concorda con tale interpretazione Doroth�e
Schmid, direttore di ricerca presso l�Institut Fran�ais des Relations
Internationales (IFRI): �Credo che, al contrario, tali apparenti disaccordi
rispondano ad una tradizionale divisione di ruoli in seno all�AKP, in cui il
presidente della Repubblica � effettivamente una personalit� pi� morbida, che si
pone in prima fila quando ci sono scenari di crisi, soprattutto una crisi di
immagine. Il primo ministro ha un carattere pi� sanguigno. La missione diplomatica
intrapresa in Africa del nord da Erdogan nei giorni delle proteste, � stata forse
anche un modo per abbassare la pressione�12. Dissapori che, invece, sembrano
emergere dal dibattito interno al partito, circa la riforma costituzionale in senso
presidenziale che Erdogan vorrebbe far approvare entro le prossime elezioni che si
svolgeranno nel 2014, che potrebbe creare un dualismo G�l-Erdogan.

Mentre i negoziati di pace con i curdi proseguono sul binario tracciato nel mese di
maggio, come dichiarato di recente dallo stesso primo ministro, resta da vedere se
ed in che misura il dissenso espresso nelle piazze intaccher� un AKP che gode
ancora, anche per la mancanza vera di alternative politiche, di una forte base
elettorale. Se il dissenso rifluir� dalle strade oppure torner� a far rumore contro
il primo ministro. Certo � che le sfide e gli scenari futuri del Paese sono legati
a una serie di fattori che riguardano aspetti interni � la sfera economica, gli
sviluppi di riforma istituzionale, i passi in avanti sul versante dei diritti
civili e della libert� di informazione � ma anche esterni � soprattutto la crisi
siriana. Un ulteriore filo che si ritiene doveroso aggiungere a questa fitta trama,
che potrebbe implicare delle ripercussioni politiche interne e non solo, �
costituito dalla prospettiva di ingresso della Turchia nell�Unione Europea. Dopo le
reticenze di alcuni Paesi dell�Unione � Germania in primis � alla riapertura delle
trattative, proprio a causa della risposta del governo turco alle manifestazioni,
il 25 giugno i ministri degli Esteri UE, riuniti a Lussemburgo, hanno raggiunto un
accordo per l�apertura di un nuovo capitolo di negoziati, che vanno ormai avanti
dal 2005. Ci� che non pu� essere omesso � che, stando ad un recente sondaggio
svolto dal Centre for Economics and Foreign Policy Studies (EDAM), due terzi della
popolazione ritiene che il governo debba abbandonare il processo di adesione
all�UE, un dato in assoluta controtendenza rispetto agli ultimi anni13.

NOTE:Diego Del Priore � ricercatore associato dell�IsAG nel programma �Nordafrica e


Vicino Oriente�

1 Alex Jackson, What the Crisis in Syria holds for Turkish-Russian Relations, The
Washington Review of Turkish and Eurasian Affairs, February 2012.
2 Il 30 maggio del 2010, nell�assalto delle forze navali israeliane alla nave Mavi
Marmara, diretta nella striscia di Gaza per portare aiuti alla popolazione, persero
la vita nove attivisti di cittadinanza turca.
3 Sophia Jones, How the war in Syria has helped to inspire Turkey�s protest,
Foreign Policy, June 11, 2013.
4 Amir Madani, Some Considerations on the Turkish uprising and Erdogan, Huffington
post, 9 giugno 2013.
5 An Overview of Growing Income Inequalities in OECD Countries: Main Findings,
OECD, 2011, http://www.oecd.org/els/soc/49499779.pdf
6 Alain Gresh, Vent de Fronde en Turquie, Le Monde Diplomatique, 5 giugno 2013
7 Human Rights Watch, World Report 2013, pag.487.
8 Guillaume Perrier, Dans la rue, la col�re monte contre "CNN-Pingouins"et les
m�dias turcs acquis au pouvoir, 4 Juin 2013, Le Monde
9 Scott Griffen, OSCE Study Confirms Nearly 100 Journalists Currently in Prison in
Turkey, IPI, April 2012.
10 Zeynet Alemdar, Turkish Media Bankruptcy: an Interview with Haluk Sahin,
Jadalyya, 10 giugno 2013.
11 Alain Gresh, cit.
12 RFI, Turquie: face � la contestation, �il y a une distribution des r�les au sein
de l�AKP�, 3 giugno 2013.
13 EDAM, Public Opinion Surveys Of Turkish Foreign Policy 2013/1,
http://edam.org.tr/eng/document/EDAM%20Poll%202013-1.pdf

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Nell�ambito dei suoi sforzi di promozione della geopolitica in Italia, l�IsAG
(Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie) lancia, assieme a
Fuoco Edizioni, una nuova collana intitolata �Heartland�. Si tratta della prima
collana editoriale italiana esplicitamente dedicata alla teoria e alla storia della
geopolitica. Diretta da Tiberio Graziani (presidente dell�IsAG e direttore di
�Geopolitica�), ha un comitato scientifico d�eccezione composto da Aymeric
Chauprade (�Realpolitik.tv�), Emidio Diodato (Universit� per Stranieri di Perugia),
Carlo Jean (Link Campus University), Phil Kelly (Emporia State University),
Gianfranco Lizza (Universit� Sapienza di Roma), Paolo Sellari (Universit� Sapienza
di Roma) e Fran�ois Thual (Coll�ge Interarm�es de D�fense).

Scrive Tiberio Graziani nella sua prefazione al primo titolo della Collana:

�Geopolitica� � un termine che sorge nell�ambito della geografia politica


accademica nordeuropea a cavallo tra Ottocento e Novecento, portato al clamore
delle cronache da Karl Haushofer e condannato a un ostracismo di qualche decennio
formalmente da suoi presunti legami con la politica nazista, di fatto dalla
difficile conciliabilit� di un approccio multidisciplinare e realista alle
ideologie deterministe del secondo dopoguerra. Tornata in auge dagli anni �80 del
secolo scorso, la geopolitica scientifico-filosofica, di matrice per lo pi�
realista, si trova stretta tra una geopolitica critica, decostruttivista e
postmoderna, e una geopolitica giornalistica, la quale altro non � che cronaca dei
fatti internazionali. Se il termine �geopolitica� � oggi molto in voga, spesso �
per� malinteso e banalizzato in senso giornalistico. La geopolitica scientifico-
filosofica non � per� scevra di colpe per questa situazione. Essa rimane troppo
indefinita (d�altro canto, non ha ancora saputo stabilire se si tratti d�una
scienza, d�una filosofia, di un�arte, o di tutte e tre le cose messe assieme),
senza definizione e metodi propri e precisi, incapace di vincere la tradizionale
diffidenza dell�accademia verso le nuove proposte di discipline. Per contribuire a
uscire da quest�impasse l�IsAG avvia, in collaborazione con l�editore Fuoco, la
nuova collana Heartland, esplicitamente dedicata alla teoria e alla storia della
geopolitica. La speculazione teorica non pu� infatti prescindere dalla riscoperta
dei classici, dal loro accurato esame e da un�attenta riflessione sulle loro tesi e
proposte.
�Heartland� � inaugurata con un saggio dedicato alla persona che, seppur
indirettamente, d� il nome alla collana: Halford John Mackinder. Il primo titolo �
infatti H.J. Mackinder: Dalla geografia alla geopolitica, saggio di Daniele Scalea
(direttore generale dell�IsAG e condirettore di �Geopolitica�). Si tratta di una
biografia intellettuale che, oltre a ricostruire la vita e l�opera del geografo
inglese, ne analizza anche il pensiero. Nel far ci� l�Autore s�avvale, oltre che
dell�ampia bibliografia di Mackinder e della letteratura scientifica a lui
dedicata, anche dei documenti d�archivio inediti noti come Mackinder Papers e
conservati a Oxford, finora utilizzati da pochi studiosi. In 306 pagine � cos�
ritratta sotto tutti gli aspetti la figura di Mackinder, geografo, educatore,
esploratore e politico inglese, vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento e noto
in particolare per essere considerato uno dei padri fondatori della geopolitica. Il
saggio � impreziosito da una prefazione del professor Alfredo Canavero (Universit�
degli Studi di Milano) e dall�apparato cartografico curato da Lorenzo Giovannini,
l�apprezzato cartografo della rivista Geopolitica

vuoto.

Indice:
Prefazione editoriale (di Tiberio Graziani)

Prefazione (di Alfredo Canavero)

Introduzione

Tomo primo: La geografia britannica nell�Ottocento

�1. La geografia moderna - L�evoluzione della geografia � Il ritardo britannico


�2. RGS e promozione della geografia in Inghilterra
�3. Una battaglia educativa - Verso la professionalizzazione della geografia �
Promozione della geografia nelle scuole e nelle universit�
�4. Il Rapporto Keltie sull�insegnamento della geografia in Europa e Gran Bretagna
- Una nuova mossa � I contenuti del rapporto � La geografia in tour
Tomo secondo: La vita e l�opera di Mackinder

�5. Le origini
�6. Infanzia e formazione -Una predisposizione ambientale alla geografia? � A Epsom
�7. Gli studi a Oxford - Alla scuola di Moseley (e Darwin) � Passione militare �
Sadler e le �extension lectures�
�8. La Readership di geografia - Sullo scopo e i metodi della geografia � La
Readership
�9. La fondazione dell�Universit� di Reading
�10. Cinque anni decisivi - Da Oxford a Oxford, via Kenya � Il Monte Kenya � La
School of Geography � La teoria in pratica: �Britain and the British Seas�
�11. La London School of Economics e il sodalizio coi Webb - La Fabian Society � La
London School of Economics � I Co-Efficients
�12. La politica - L�esordio da liberale � Federalismo imperiale e riforma
tariffaria � La conversione � L�approdo al Parlamento � In Parlamento
�13. Al servizio dell�Impero Funzionario civile e imperiale � La missione in Russia
� I comitati imperiali � La riscoperta
Tomo terzo: New Geography, Manpower e Heartland: il pensiero di Mackinder

�14. New Geography: la geografia secondo Mackinder - Quant�� nuova la �New


Geography�? � Lo scopo e i metodi della geografia � Evoluzionismo e geografia
�15. Manpower: la societ� secondo Mackinder - Nazioni in lotta per la sopravvivenza
� Educare il popolo alla democrazia � Educare il popolo all�imperialismo � Forza
umana e protezionismo � Localismo � La societ� come �going concern� e la necessaria
adesione alle realt� geografiche
�16. Heartland: geografia e politica secondo Mackinder - Uomo e ambiente � Un mondo
chiuso � L�Eurasia e il suo cuore � Epoca colombiana ed epoca post-colombiana � Una
strategia per la Gran Bretagna � Ridisegnare il mondo dopo la guerra
Conclusione - Tra scienza e politica � Mackinder geopolitico � Spunti di ricerca

Fonti e bibliografia - Fonti primarie: fondo �Mackinder Papers� � Fonti primarie:


bibliografia di H.J. Mackinder � Fonti secondarie: opere su H.J. Mackinder � Fonti
secondarie: altre opere riguardanti H.J. Mackinder � Fonti secondarie: altre opere
utilizzate

BiografiaHalford John Mackinder (15 febbraio 1861 � 6 marzo 1947) � stato un


educatore, geografo, politico e funzionario pubblico britannico, maggiormente noto
per il contributo che diede alla nascita della disciplina che ha successivamente
assunto il nome di geopolitica.

Nato a Gainsborough, nell�Inghilterra settentrionale, figlio d�un medico condotto


d�origini scozzesi, studia a Epsom e quindi, vinta una borsa di studio, a Oxford
presso il Christ Church College. Qui si laurea in zoologia, sotto la guida del
professore Henry N. Moseley, negli anni in cui la morfologia animale � al centro
dell�attenzione per la verifica delle teorie evoluzioniste. Proprio per
sperimentare la loro applicazione anche all�uomo, Mackinder sceglie di utilizzare i
rimanenti anni di borsa di studio per laurearsi in storia moderna. Si dedica quindi
all�avvocatura, conseguendo l�abilitazione ed esercitando per un certo periodo a
Londra.

Durante gli anni universitari diviene amico di Michael E. Sadler, che lo vuole al
proprio fianco nella Oxford University Extension, il programma di lezioni
itineranti organizzate dall�ateneo a beneficio di quanti non hanno intrapreso studi
universitari. Assieme a Sadler e con l�appoggio dell�Universit� di Oxford nel 1892
Mackinder fonda un nuovo istituto, lo University Extension College, Reading, che
dirige personalmente fino al 1903 prima di cedere la posizione al suo assistente
William Macbride Childs. L�istituto nel 1926 otterr� la qualifica di universit�,
che detiene tutt�ora.

Inizialmente docente di economia per la University Extension, sotto l�influenza di


John Scott Keltie si converte alla geografia. Ammesso nella Royal Geographical
Society (RGS), � chiamato dalla dirigenza della societ� a tenere un discorso nel
1887 sullo scopo e i metodi della geografia (On the Scope and Methods of
Geography). Mackinder sostiene la necessit� di dare un contenuto scientifico alla
geografia, mantenendo nel contempo uniti gli aspetti fisico e umano. Lo stesso anno
gli � assegnata la Readership di geografia a Oxford, appena istituita (la prima in
Inghilterra dal �500). Nel 1893 � tra i fondatori della Geographical Association
(di cui diverr� presidente nel 1916), dedicata agl�insegnanti di geografia. Nel
1899 compie un�impresa da esploratore, raggiungendo per primo la vetta del Monte
Kenya, e con l�appoggio della RGS apre a Oxford un dipartimento di geografia.
Dirige la Oxford School of Geography fino al 1903, quando si dimette per diventare
il secondo direttore della London School of Economics, di cui � stato uno dei
fondatori nel 1895.

Mackinder � infatti un assiduo frequentatore dei coniugi Sidney e Beatrice Webb,


capofila del movimento fabiano (socialista riformista) e creatori della LSE. Il
Coefficients Club, un piccolo club d�intellettuali creato dai Webb e cui partecipa
Mackinder, riunisce non solo fabiani ma anche liberali e conservatori, uniti dalla
comune dedizione alla parola d�ordine dell�efficienza, allora in gran voga e
politicamente trasversale. Del club fanno parte personalit� come H.G. Wells,
Bertrand Russel, Alfred Milner. Proprio Milner, assieme all�allora giornalista
Leopold S. Amery, coopta Mackinder in politica spingendolo a dimettersi, nel 1908,
dalla direzione della LSE. Il geografo britannico, nel frattempo, ha abbandonato il
partito liberale, per cui era stato anche candidato alla Camera, a vantaggio dei
liberali unionisti di Joseph Chamberlain, che ha lanciato la parola d�ordine
protezionista della Tariff Reform.

Mackinder � uno degl�ideologi e pi� attivi militanti del movimento per la riforma
tariffaria e il federalismo imperiale. Nel 1910 � eletto membro del Parlamento,
posizione che mantiene per dodici anni. Nel 1919 � nominato dal Foreign Office Alto
Commissario britannico per la Russia Meridionale, in quel momento in mano ai
Bianchi di Denikin. Propone al Governo, inascoltato, di sostenere i Bianchi e i
paesi confinanti alla Russia contro i Bolscevichi. Lo stesso anno pubblica
Democratic Ideals and Reality, con cui invita i negoziatori di Versailles a non
abbandonarsi al puro idealismo ma a tener conto delle realt� geografiche nella
risistemazione postbellica del mondo. In particolare, ritiene necessario creare un
cordone di Stati-cuscinetto, alleati tra loro e sostenuti dalle potenze
occidentali, tra la Germania e la Russia. Suggerisce inoltre la necessit� di
contrastare tanto il �protezionismo predatorio� alla tedesca quanto il libero-
scambismo puro alla inglese, in quanto entrambi vanno a minare l�equilibrato
sviluppo economico degli altri paesi. Mackinder crede che solo una comunit�
internazionale di Stati economicamente equilibrati e autosufficienti possa
garantire una pace duratura.

Perso il seggio in Parlamento nel 1922, Mackinder (due anni prima divenuto
baronetto) dice addio alla politica ma continua a servire come funzionario pubblico
in vari comitati istituiti per favorire l�integrazione imperiale. Assurge di nuovo
all�onore delle cronache durante la Seconda Guerra Mondiale, quando la stampa
anglosassone mette in risalto il ruolo di Karl Haushofer nell�elaborazione
strategica tedesca. Il Generale Haushofer � un seguace dichiarato delle teorie
geopolitiche di Mackinder, anche se quest�ultimo ripudia sia lui sia la Geopolitik.
Per World Affairs nel 1943 scrive anche un articolo d�aggiornamento delle sue tesi.
Si spegne nel 1947, ma il suo pensiero continua ad avere un�enorme influenza sulla
geopolitica e geostrategia mondiali.

(Daniele Scalea)

BibliografiaFonte: Daniele Scalea, halford john mackinder. dalla geografia alla


geopolitica, fuoco, roma 2013

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Syllabus of a Course of Lectures on Physiography, Oxford University Extension,


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no. 8 (Aug., 1888), pp. 531-533

Note on Geographical Terminology, �Proceedings of the Royal Geographical Society


and Monthly Record of Geography�, New Monthly Series, vol. 10, no. 11 (Nov., 1888),
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Geographical Education: The Year�s Progress at Oxford, �Proceedings of the Royal


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no. 8 (Aug., 1889), pp. 502-503

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vol. 6, no. 1-3 (Jan.-Mar., 1890), pp. 1-6

Geographical Education: The Year�s Progress at Oxford, �Proceedings of the Royal


Geographical Society and Monthly Record of Geography�, New Monthly Series, vol. 12,
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Remarks at the Presentation of the Training College Prizes, �Proceedings of the


Royal Geographical Society and Monthly Record of Geography�, New Monthly Series,
vol. 12, no. 8 (Aug., 1890), pp. 476-477

University Extension: Past, Present and Future (con M.E. Sadler), Cassell, London
1891

Geographical Education: The Year�s Progress at Oxford, �Proceedings of the Royal


Geographical Society and Monthly Record of Geography�, New Monthly Series, vol. 13,
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for the Extension of University Teaching, Philadelphia 1892
The Education of Citizens, �University Extension Journal�, vol. 1 (1892), pp. 245-
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Geographical Education: The Year�s Progress at Oxford, �Proceedings of the Royal


Geographical Society and Monthly Record of Geography�, New Monthly Series, vol. 14,
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Educational Lectures, �The Geographical Journal�, vol. 1, no. 2 (Feb., 1893), pp.
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Palestine; Asia; North America, Stanford�s New Orographical Maps, compiled under
the Direction of H.J. Mackinder, Edward Stanford, London 1906

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H.J. Mackinder, Edward Stanford, London 1907

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Discorso al Anniversary Dinner della RGS, �The Geographical Journal�, vol. 80, no.
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The Empire Marketing Board: The Attitude of the Dominions, �United Empire�, vol. 24
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Discussione di G. Dainelli, The Geographical Work of H.R.H. The Late Duke of the
Abruzzi, �The Geographical Journal�, vol. 82, no. 1 (Jul, 1933), pp. 9-15

Prefazione a N. Mikhaylov, Soviet Geography, Methuen, London 1935

The Empire and the World, �United Empire�, vol. 25 (1934), pp. 519-522

The Crown, �United Empire�, vol. 26 (1935), p. 502


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King George the Fifth, �The Geographical Journal�, vol. 86, no. 1 (Jul., 1935), pp.
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The Music of the Spheres, �Proceedings of the Royal Philosophical Society,


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Geography, An Art and a Philosophy, �Geography�, vol. 27 (1942), pp. 122-130

The Development of Geography: Global Geography, �Geography�, vol. 28 (1943), pp.


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The Round World and the Winning of the Peace, �Foreign Affairs�, vol. 21, no. 4
(Jul., 1943), pp. 595-605

Discorso alla presentazione delle medaglie all�Ambasciata degli USA, �The


Geographical Journal�, vol. 103, no. 3 (Mar., 1944), pp. 132-133

Discorso al ricevimento della Patron�s Medal della RGS, �The Geographical Journal�,
vol. 105, no. 5/6 (May-Jun., 1945), pp. 230-232.

PensieroIl giovane Halford John Mackinder si trova a operare in un�epoca in cui la


geografia, almeno in Gran Bretagna, non ha ancora un sufficiente riconoscimento
universitario. Mackinder, all�interno della corrente degli �educatori� della Royal
Geographical Society, si batte per promuovere l�insegnamento della geografia nelle
scuole e nelle universit�, e per fare ci� � imprescindibile fondarla come scienza.
La New Geography di Mackinder, tenendo conto delle influenze provenienti dal
continente (e dalla Germania di Humboldt e Ritter in particolare), pone l�accento
sull�analisi di tipo causale e sull�intima unit� di geografia fisica e geografia
umana. Si tratta dunque di una disciplina scientifica e integrale, che procede
dallo studio della geologia per giungere all�interazione tra l�ambiente e le
societ� umane. Col proseguire degli anni, la riflessione di Mackinder si sposta dal
carattere scientifico della geografia a quello artistico e filosofico. La geografia
� vista come la materia ponte tra le scienze naturali e le lettere umane, tra le
quali � posto un divario pericoloso per l�equilibrio della cultura e della societ�
moderne. Si distingue dalle altre scienze perch� non studia fenomeni isolabili che
si ripetono sempre eguali a se stessi, bens� un unico fenomeno integrato e non
scomponibile, ma che va analizzato nella sua complessit�, ossia il pianeta Terra.

Mackinder ricorre alla geografia anche per formulare teorie storico-politiche. A


suo avviso la dicotomia fondamentale � tra la potenza di tipo marittimo e la
potenza di tipo terrestre. Nella parte centro-settentrionale del continente
euroasiatico Mackinder individua un�area, denominata Heartland, che non solo non ha
sbocchi diretti su mari caldi, ma i cui fiumi parimenti sfociano tutti nel mare
glaciale o in mari chiusi. Essa � dunque impenetrabile alla potenza marittima, non
� mai stata conquistata dalle civilt� esterne, ma al contrario ha tradizionalmente
esercitato una pressione espansionista sul margine continentale. Mackinder ritiene
dunque che sia compito della Gran Bretagna, e pi� in generale delle potenze
marittime, evitare che la potenza del Heartland assuma il controllo del margine
continentale, da cui potrebbe far valere le superiori risorse del continente
euroasiatico per dominare anche i mari, e dunque il mondo. Nella sua epoca,
Mackinder individuava la chiave di volta dell�equilibrio euroasiatico nell�Europa
Centro-Orientale, in quanto riteneva che la minaccia pi� concreta provenisse dalla
Germania, in grado di conquistare la Russia. Era dunque in quella regione che
andava creata una solida barriera di Stati-cuscinetto tra Mosca e Berlino.

La Gran Bretagna non era comunque pi� in grado di far fronte a simili sfide
globali, di fronte a Stati assai pi� grossi come la Russia o gli USA. Mackinder
raccomandava dunque la creazione di una federazione imperiale, una �unione delle
Gran Bretagne� sparse nel mondo. Mackinder credeva nel federalismo anche
all�interno delle compagini statali, e auspicava uno sviluppo economico armonioso
per ciascuna provincia. L�equilibrio economico d�ogni Stato � fondamentale anche
per quello del sistema internazionale nel suo complesso. Stati che dipendono
eccessivamente dall�esterno sono disposti a fare la guerra per non rinunciare ai
loro mercati, o per conquistarne di nuovi. Sia il liberismo sia il protezionismo
aggressivo conducono alla divisione internazionale del lavoro, e dunque alla
guerra, secondo la visione di Mackinder.

(Daniele Scalea)

Retaggio Halford John Mackinder � oggi noto principalmente come uno dei padri della
geopolitica, sebbene egli all�epoca rifiutasse ogni collegamento con una disciplina
ch�era percepita come �tedesca� e �negativa�. Pensava a se stesso come a un
geografo, e anzi negli ultimi anni espresse il suo dispiacere per essersi dato alla
politica anzich� dedicarsi esclusivamente alla geografia.

Come geografo, Mackinder � stato riconosciuto quale uno degl�iniziatori della


geografia moderna in Gran Bretagna, sebbene oggi la storiografia revisionista tenda
a ridimensionarne il ruolo. Mackinder fu al vertice della battaglia per
l�affermazione universitaria della geografia, ricevette la prima Readership
britannica nella materia da tre secoli a quella parte e fond� il dipartimento di
geografia all�interno dell�Universit� di Oxford. Assieme all�assistente Andrew J.
Herbertson introdusse in Inghilterra l�approccio regionale. Si batt� per la
valorizzazione della geografia umana e politica. Fu all�avanguardia nell�uso di
sussidi visuali all�insegnamento geografico, compresa la lanterna magica, antenata
del proiettore di diapositive.

Come geopolitologo, la sua fama � legata alla descrizione storico-geografica che


diede del mondo e in particolare alla teoria del Heartland. Il Generale Karl
Haushofer, geografo tedesco e padre della Geopolitik, s�ispir� apertamente a
Mackinder. Haushofer ebbe stretti rapporti con Rudolf Hess e una certa notoriet�
nella Germania degli anni �30, ma la sua influenza sulla dottrina strategica
nazista � stata esagerata dalla stampa anglosassone. Oltre che da Haushofer, le
teorie di Mackinder sono state riprese, seppur modificate o in maniera implicita,
da diversi esperti di strategia anglosassoni, a partire da Nicholas J. Spykman per
arrivare a Zbigniew Brzezinski, Colin Gray e Geoffrey Sloan. Nella Russia
postsovietica, apertamente ispirato a Mackinder � l�influente pensatore Aleksandr
Dugin. Ma in ogni angolo del mondo i geopolitologi riflettono sulle teorie di
Mackinder. In America Latina, ad esempio, � nata la tesi del �Heartland
sudamericano�. E pure i �geopolitici critici�, postmoderni e decostruttivisti,
hanno eletto Mackinder a loro principale bersaglio polemico, riconoscendone cos�
l�importanza e l�influenza che giunge fino ai giorni nostri.

(Daniele Scalea)

L�autoreDaniele Scalea, nato a Cannobio (VB) il 7 marzo 1985, � laureato magistrale


in Scienze storiche presso l�Universit� degli Studi di Milano con una tesi su
Halford John Mackinder.

Halford John Mackinder: dalla geografia alla geopolitica � il suo terzo libro. In
precedenza ha pubblicato La sfida totale: equilibri e strategie nel grande gioco
delle potenze mondiali (Roma 2010), ch�� stato tra i candidati dall�associazione
�Amici di Vicino/Lontano� al Premio Tiziano Terzani 2011, e con Pietro Longo Capire
le rivolte arabe: alle origini del fenomeno rivoluzionario (Dublino-Roma 2011),
recensito positivamente � tra gli altri � da Pietrangelo Buttafuoco su �Panorama�,
da Angelo Pinti su �Panorama Difesa� e da Adolfo Spezzaferro su �La Discussione�.

Dal 2004 al 2011 � stato redattore nella rivista �Eurasia�, in cui ha pubblicato
diversi saggi su vari argomenti, tra cui Russia, Ucraina, Organizzazione per la
Cooperazione di Shanghai, USA e politica estera italiana. All�inizio del 2012,
assieme a Tiberio Graziani, ha lanciato la prima rivista di geopolitica in lingua
italiana con revisione paritaria, chiamata proprio �Geopolitica�. Sempre con
Tiberio Graziani, nel 2010 ha fondato l�Istituto di Alti Studi in Geopolitica e
Scienze Ausiliarie (IsAG), di cui � stato dapprima segretario scientifico e di cui
� attualmente direttore generale.

Ha tenuto lezioni e conferenze in varie citt� italiane (tra cui Roma, Milano,
Bologna, Brescia, Cagliari, Firenze, Modena, Torino, Trieste) ed � stato relatore
in sedi prestigiose come la Camera dei Deputati, il Palazzo Senatorio di Roma
(Campidoglio), l�Universit� degli Studi di Roma La Sapienza. � ospite abituale del
Forum di Rodi del World Public Forum �Dialogue of Civilizations�, del Forum Italo-
Turco (Roma-Istanbul) e degli eventi del New European Policies to face the Arab
Spring (Portogallo).

� stato intervistato come esperto da vari media italiani ed esteri, tra cui �Class
News CNBC�, �Il Secolo d�Italia�, IRNA, �La Voce della Russia�, �Radio Italia�
dell�IRIB.

La collanaHeartland � Collana di teoria e storia della geopolitica nasce dalla


sinergia tra Fuoco Edizioni e Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze
Ausiliarie (IsAG). La sua finalit� � dare pi� solide fondamenta epistemologiche e
metodologiche alla disciplina geopolitica, attraverso una ricerca storiografica e
una discussione teorica.

La collana � diretta da Tiberio Graziani, presidente dell�IsAG e direttore della


rivista Geopolitica.

Fanno parte del Comitato Scientifico:

�Aymeric Chauprade (Realpolitik.tv)


�Emidio Diodato (Universit� per Stranieri di Perugia)
�Carlo Jean (Link Campus University)
�Phil Kelly (Emporia State University)
�Gianfranco Lizza (Universit� di Roma Sapienza)
�Paolo Sellari (Universit� di Roma Sapienza)
�Francois Thual (Coll�ge Interarm�es de D�fense)

�Rapporti bilaterali�: similitudini tra l�Eurasia del XXI Secolo e l�Italia del IV
Secolo AC5 agosto, 2013 Mauro Monaci Pagine di Storia Nessun commento
Negli anni fra il XX Secolo e il XXI Secolo, dopo la contrapposizione ideologico-
militare avutasi nel corso della Seconda Guerra Mondiale (tra il Nazismo e il
Comunismo) e dopo la successiva �Guerra Fredda� (tra il �Blocco Ovest� e il �Blocco
Est�), i rapporti russo-tedeschi sono giunti gradualmente ad una fase di grande
collaborazione economico-politica, facendo della Germania il partner europeo pi�
vicino alla Russia (entrambe si opposero alla guerra USA contro l�Iraq, nel 2003).
Analizzando il settore energetico (in particolare quello del gas naturale,
argomento di questo articolo), risulta evidente la simbiosi economica russo-
tedesca, messa in evidenza dall�accordo per la costruzione del costosissimo
gasdotto sottomarino Nord Stream (Russia-Germania), tre-quattro volte superiore
alla spesa che si sarebbe sostenuta rafforzando il gi� esistente gasdotto Amber
(passante via terra per la Polonia); ma considerando il fatto che ormai le linee
dei gasdotti vengono disegnate in base a logiche che esulano dall�aspetto puramente
economico, risulta anche evidente l�obbiettivo (strategico) geopolitico di Mosca:
rafforzare la propria posizione nei confronti dell�Europa (e di conseguenza degli
Stati Uniti), a discapito degli Ex-Satelliti URSS (Polonia e Bielorussia, in
particolare).

Questo rapporto Mosca-Berlino viene visto con forte preoccupazione (e sfiducia)


anche da Washington, con forti interrogativi sull�intensit� di questa
interdipendenza economica, sulle sue basi politico-culturali e sulle sue
conseguenze (strategiche) geopolitiche: che potrebbero vedere la Germania stessa,
attratta dalla sfera russa, allontanarsi da Inghilterra e Francia. Un ulteriore
motivo di preoccupazione � datato marzo 2009, quando la Germania ha voltato le
spalle al progetto UE (auspicato anche dagli USA) del gasdotto Nabucco, il quale
mirava all�importazione di gas direttamente dall�Asia Centrale (passando per la
Turchia), evitando di passare per la Russia: l�unica vera soluzione per allentare
la dipendenza da Mosca.

L�importanza e l�efficacia dei rapporti �bilaterali� di una forza preponderante nei


confronti di altri attori pi� deboli risulta evidente anche in vari trascorsi
storici; nel IV Secolo AC, la Repubblica Romana utilizz� la strategia dei rapporti
�bilaterali� nei confronti delle citt� vicine, impedendo loro di coalizzarsi in
modo ostile contro di lei, potendole cos� controllare, dominare ed inglobare. Nel
338 AC, nella Battaglia di Suessa Aurunca, la Repubblica Romana riusc� a
sbaragliare la vasta coalizione nemica formata dalle popolazioni di montagna degli
Appennini Centro Meridionali (Volsci, Aurunci, Sidicini) alleate con le citt� della
Lega Latina (che avevano abbandonato la Repubblica Romana, dopo il Sacco di Roma
del 390 AC, ad opera dei Galli, guidati dal condottiero Brenno), imponendosi come
forza egemone dell�Italia Centrale e riuscendo ad espandersi fino alla Campania
Settentrionale (chiamata �Lazio Aggiunto�). Da questo momento in poi, per mantenere
sotto controllo le citt� conquistate, la Repubblica Romana non impose pi� regole
�multilaterali� (uguali per tutte le citt�, come accadde nel 496 AC, con il
Trattato di Cassio), ma stabil� diversi trattati �bilaterali� (diversi per tutte le
citt� della Confederazione Italica: Municipia, Civitates e Coloniae), che si
possono riassumere con la seguente formula: concessione di pi� privilegi (bottino
di guerra) in cambio di maggiore fedelt� (soldati). Molti osservatori individuano
in questo cambio di strategia della Repubblica Romana uno dei tasselli fondamentali
che favorirono la sua trasformazione da forza locale in potenza mondiale (l�Impero
Romano).

Un riferimento storico che potrebbe, invece, mettere in evidenza l�inefficienza


dell�utilizzo di azioni �multilaterali� di una forza preponderante nei confronti di
altri attori pi� deboli (oltre al gi� citato Trattato di Cassio della Repubblica
Romana, del 496 AC), si pu� trovare nella Grecia Antica con la Lega Delio-Attica,
nel V Secolo AC. La Lega Delio-Attica fu una confederazione marittima costituita da
Atene con varie Citt�-Stato greche, durante la fase conclusiva delle Guerre
Persiane, nel 478-477 AC; stabilita in funzione anti-persiana (in seguito alla
battaglia di Micale), inizialmente venne utilizzata per sostenere le spese della
guerra, ma in breve tempo divenne lo strumento in mano ad Atene per trasformare le
Citt�-Stato greche pi� deboli da alleate in suddite: sottoponendole tutte (in egual
misura) a pesanti tasse, seguendo uno schema �multilaterale�. Secondo lo storico
Tucidide (contemporaneo della Guerra del Peloponneso, che lui descrisse nella sua
celebre opera), quella che doveva essere un�alleanza militare si era ormai
trasformata in �Arch�: il dominio della citt� pi� importante (Atene) sulle citt�
vicine (Lega Delio-Attica). Atene tent� di utilizzate la Lega Delio-Attica come
contrappeso al predominio di Sparta nella Grecia Antica; ma l�utilizzo del gi�
citato schema �multilaterale� di Atene nei confronti delle Poleis della Lega Delio-
Attica si rivel� controproducente (come un boomerang): Sparta sfrutt� il
malcontento di queste Poleis e nel 431 AC dichiar� guerra ad Atene, in nome della
libert� delle Citt�-Stato greche, vincendo la Guerra del Peloponneso, nel 404 AC.
Per�, dopo la Pace di Antalcida (del 386 AC), Sparta fece lo stesso errore,
commesso in precedenza da Atene, opprimendo le Poleis ed utilizzando nei loro
confronti lo stesso schema �unilaterale�; cos�, nacque la Seconda Lega Delio-Attica
guidata da Atene, che sconfisse Sparta nella Battaglia Navale di Nasso (376 AC) e
nella Battaglia Navale di Alizia (375 AC), estromettendola definitivamente da tutti
i mari.

Ovviamente, questi esempi storici non possono strutturare una regola valida per
ogni situazione geopolitica, perch� si tratta di diversi contesti geoeconomici, in
epoche profondamente diverse, per� � curioso notare il sapiente uso di metodi
�bilaterali� utilizzati da Mosca nei confronti dei singoli Stati dell�Unione
Europea, diminuendo la gi� debole coesione dell�UE, ponendosi efficacemente come
potenza preponderante: �Divide et Impera� (�Dividi e Domina�).

Arms Trade Treaty: quale futuro per il commercio d�armi?6 agosto, 2013 Maya
Santamaria e Martina Zannotti Armi e strategie Nessun commento

IntroduzioneNel 1996 un gruppo di illustri premi Nobel pose le primissime basi


dialogiche per un accordo globale che affrontava il problema dei trasferimenti
internazionali e dei dirottamenti di armi; diciassette anni e svariati dibattiti
dopo si � raggiunto l�insperato risultato: il 2 aprile 2013 l�Assemblea Generale
delle Nazioni Unite ha adottato il Trattato sul Commercio delle Armi con una
maggioranza di 154 voti a favore, 3 contrari e 23 astenuti. L�Arms Trade Treaty si
configura, in ordine cronologico, come lo step finale di un processo lungo decenni
e teso a regolamentare il commercio di armi convenzionali. Il primo tentativo degno
di nota in tal senso risale alla met� degli anni novanta attraverso l�Intesa di
Wassenaar, importante accordo multilaterale con il fine di contribuire alla
stabilit� internazionale promuovendo trasparenza e responsabilit� nei trasferimenti
di armamenti e di beni e tecnologie dual use.

Il passo successivo, nel 1997, fu la Convenzione inter-americana contro la


fabbricazione e il traffico illeciti di armi da fuoco, munizioni, esplosivi ed
altri materiali affini stipulata per combattere e sradicare la produzione illegale
di armi e materiali annessi, a fronte dell�aumento di tale attivit� e dello stretto
legame di essa con il commercio di droga, la criminalit� organizzata transnazionale
e altri affari malavitosi.
Importante punto di svolta in materia si ebbe l�anno successivo, con l�adozione del
Codice di condotta dell�Unione Europea per le esportazioni di armi: tale codice,
normativamente non vincolante, stabiliva meccanismi specifici riguardo alle licenze
di esportazione e proponeva procedure di trasparenza regolate mediante relazioni
annuali dell�Unione Europea sulle esportazioni del comparto armiero. La revisione
del Codice, avvenuta nel 2008, ha portato alla conclusione della Posizione Comune
2008/944/PESC che, definendo le norme comunitarie per il controllo delle
esportazioni di tecnologia e attrezzature militari, ha portato all�attuazione di
procedure particolari volte ad accrescere i controlli e ad armonizzare le politiche
degli Stati membri1.

Prima di giungere all�elaborazione dell�Arms Trade Treaty, l�apice della presa di


coscienza riguardo la necessit� di regolamentare normativamente i trasferimenti
internazionali d�arma fu rappresentato da due rilevanti strumenti internazionali:
il POA � Programma d�Azione sulle Armi Leggere delle Nazioni Unite � e l�ITI �
International Tracing Instrument � adottati rispettivamente nel 2001 e nel 2005. Il
Programma d�Azione prevedeva il rafforzamento di norme e misure, concordate a
livello regionale, nazionale e globale, per coordinare gli sforzi tesi a sradicare
il commercio illegale di armi di piccolo calibro e di armi leggere, in un contesto
internazionale in cui la gravit� dei problemi connessi ai traffici illeciti di
armamenti si faceva sentire sempre con maggiore prepotenza. Il POA prevedeva la
convocazione di riunioni biennali per esaminare i progressi ottenuti e per
incoraggiare la cooperazione internazionale, promuovendo l�azione non solo delle
Nazioni Unite e dei governi degli Stati aderenti, ma anche delle organizzazioni
internazionali e regionali, delle organizzazioni non governative e della societ�
civile2. E� proprio nell�ambito del Programma d�Azione che � stato elaborato l�ITI,
la cui fondamentale funzione risiedeva nel tracciare, attraverso la marcatura
obbligatoria e la stesura di appositi registri, i trasferimenti di armi di piccolo
calibro.

Nonostante la strada sembrasse ormai spianata, l�adozione di un trattato sul


commercio internazionale d�armi che non si occupasse, a differenza degli strumenti
precedenti, di regolare solo i trasferimenti d�armi leggere e che fosse pi�
efficiente dal punto di vista normativo e da quello del coordinamento
internazionale, non � stata affatto scontata.

Verso l�ATT: dai negoziati alla ratificaL�Arms Trade Treaty � stato preceduto da
una serie di negoziazioni e tavole rotonde tra gli Stati membri che hanno discusso
alacremente sulla portata del testo, gli obiettivi da raggiungere e gli strumenti a
disposizione per limitare e arginare il trasferimento illecito d�armi. Anche grazie
all�attivit� di campagne dal forte impatto mediatico come Control Arms, che ha
avuto il merito di sensibilizzare la societ� civile smuovendo, conseguentemente,
l�azione dei governi dei Paesi membri delle Nazioni Unite, il 7 dicembre 2006
l�Assemblea Generale ha approvato la stesura del Trattato con 153 voti a favore, 24
astenuti e il voto contrario degli Stati Uniti. Nonostante ci�, i contrasti interni
dovuti agli interessi contrapposti e alle pressioni dei principali Stati
esportatori di armi, hanno impedito di raggiungere in tempi brevi progressi
significativi. Obiettivo primario era quello di fornire uno strumento
giuridicamente vincolante che garantisse un commercio legale, responsabile e
trasparente e che, a tal scopo, cristallizzasse disposizioni internazionali
collettive in tema d�importazione ed esportazione d�armi.

Per tentare di armonizzare le varie anime degli Stati membri, nel 2007 il
Segretario Generale dell�ONU ha nominato un Gruppo di esperti governativi (GGE) in
cui figuravano appositamente tutti i principali Paesi protagonisti dei
trasferimenti dei sistemi d�arma, compresi quelli che avevano espresso perplessit�
circa l�adozione dell�ATT. Nel testo della relazione finale del GGE3, gli esperti
rilevavano come sempre pi� spesso le condizioni di sicurezza venissero violate, al
pari degli embarghi: cos� le armi prodotte senza licenza e spesso soggette a
triangolazioni illegali, rischiavano di essere utilizzate per atti di terrorismo o
per altre attivit� criminali. Il GGE proseguiva ponendo l�accento sulla necessit�
di elaborare un testo che, prendendo in considerazione una molteplicit� di fattori
� non ultimo il diritto internazionale umanitario- riuscisse a concordare obiettivi
e criteri comuni per regolamentare il commercio internazionale. Stabilendo le basi
per una prima bozza di Trattato, il Gruppo terminava le sue considerazioni
ribadendo l�esigenza, nell�attesa di una regolamentazione internazionale, di
migliorare la situazione allora vigente, invitando a tal scopo gli Stati a
responsabilizzarsi e a garantire che i loro controlli interni fossero conformi ai
pi� alti standard possibili.

Per tutto il 2008 e il 2009 il Gruppo di lavoro aperto delle Nazioni Unite, che
aveva sostituto il GGE, lavor� per cercare un punto comune che superasse le
divergenze relative all�ambito di applicazione e alle categorie d�armi che il
Trattato avrebbe dovuto coprire. Al termine dei vari incontri, la Risoluzione
dell�Assemblea Generale 64/484 convocava per il 2012 una Conferenza delle Nazioni
Unite per un Trattato sul Commercio delle Armi e istituiva quattro commissioni
preparatorie che, tra il 2010 e il 2011, avrebbero dovuto lavorare su tutti gli
elementi necessari per rendere la Conferenza efficace. Detta risoluzione venne
adottata con l�unico voto contrario dello Zimbabwe: per la prima volta gli Stati
Uniti, sotto l�amministrazione Obama, si mostravano ben disposti a favorire le
negoziazioni. Tra altalenanti momenti di armonia e situazioni di stallo, le quattro
commissioni preparatorie cercarono di elaborare un piano comune volto a facilitare
l�ormai prossima e agognata adozione dell�Arms Trade Treaty. Nell�ultima conferenza
delle commissioni, svoltasi tra il 13 e il 17 febbraio 2012, la contesa principale
si snod� attorno alla questione della procedura del consensus: dopo accesi
dibattiti, la regola non fu modificata ma, su proposta della Norvegia, del Brasile
e dei Paesi del CARICOM, il compromesso raggiunto fu quello di introdurre il
raggiungimento del quorum dei 2/3 sulle questioni principali, laddove l�adozione
per consensus risultasse impraticabile5.

Dopo anni di impegnative trattative, il 2 aprile 2013 l�Assemblea Generale delle


Nazioni Unite ha finalmente adottato il testo definitivo del Trattato, prodotto
ultimo di un tortuoso processo di advocacy e di sapienti azioni diplomatiche.
Paradigmatiche risultano le parole del Segretario Ban Ki-moon che cos� ha descritto
il successo ottenuto con l�adozione dell�Arms Trade Treaty6:

�With the ATT, the world has decided to finally put an end to the �free-for-all�
nature of international weapons transfers. From now on, weapons and ammunition
should only cross borders after the exporter confirms that the transfer complies
with internationally agreed standards. The Treaty will provide an effective
deterrent against excessive and destabilizing arms flows, particularly in conflict-
prone regions. It will make it harder for weapons to be diverted into the illicit
market� to reach warlords, pirates, terrorists and criminals � or to be used to
commit grave human rights abuses or violations of international humanitarian law.
This treaty will also enable the United Nations to better carry out its mandates,
particularly in humanitarian assistance, peacekeeping and peacebuilding�.
L�efficacia dell�Arms Trade Treaty: gli interessi in campoAmpliando la sua sfera
d�azione a diverse categorie di armamenti, come veicoli da combattimento corazzati,
aerei e navi da combattimento, sistemi di artiglieria di grosso calibro, missili e
lanciamissili, l�Arms Trade Treaty si propone di stabilire degli elevati standard
internazionali, al fine di regolamentare il commercio d�armi e di sradicare ogni
forma di illegalit�. Come si pu� facilmente dedurre, la posta in gioco � alta,
soprattutto riguardo alle logiche geopolitiche che sottendono l�applicazione del
Trattato.

Con assenti importanti come il Venezuela, il Trattato � stato adottato con la


contrariet� di Iran, Corea del Nord e Siria e con l�astensione di 23 Paesi tra cui
Cina, India, Arabia Saudita e Russia. Paragonando questi dati a quelli dei
trasferimenti dei principali sistemi d�arma degli ultimi anni, � facile dedurne
qualche logica conclusione: nel quinquennio 2007-2011, infatti, la Russia � stata
il principale esportatore di armamenti � preceduta solo dagli Stati Uniti � e
protagonista di ben il 24% dell�esportazioni totali del comparto armiero. Allo
stesso modo, due autorevoli astenuti, India e Cina, risultano essere tra i primi
destinatari dei trasferimenti, ricevendo rispettivamente l�80% e il 78% delle loro
importazioni proprio dalla Russia. Altro dato da sottolineare riguarda l�assenza
del Venezuela che, sempre nel suddetto quinquennio, ha visto un incremento delle
sue importazioni del 555% rispetto al quinquennio 2002-20067.

Gli Usa sono invece riusciti a piegare la costante opposizione delle lobbies di
armi attive nel Paese, una su tutte la potente National Rifle Association (NRA).
Wayne LaPierre, vicepresidente della NRA, minacciando indirettamente di colpire
l�amministrazione Obama attraverso la propria influenza in Senato, ha infatti
affermato la sua contrariet� all�adozione dell�ATT, accusato di minare le libert�
fondamentali, il diritto costituzionale americano e in particolare il diritto alla
legittima difesa dei cittadini statunitensi:

�America will always stand as a symbol of freedom and the overwhelming force of a
free, armed citizenry to protect and preserve it. On behalf of all NRA members and
American gun owners, we are here to announce that we will not tolerate any attack �
from any entity or organization whatsoever � on our Constitution or our
fundamental, individual Right to Keep and Bear Arms�8.
Come detto, il consenso all�adozione del Trattato � stato bloccato dal voto
contrario espresso da tre Stati: Iran, Siria e Corea del Nord. Nello specifico, il
rappresentante iraniano alle Nazioni Unite, Gholam-Hossein Dehqani, ha affermato
che l�Iran non avrebbe potuto accettare l�Arms Trade Treaty nella sua forma
attuale, a causa del numero elevato di difetti che lo caratterizzano. In
particolare, � stato criticato dalla delegazione iraniana il fatto che il nuovo
Trattato garantisca ogni diritto commerciale ai principali Paesi esportatori ma
ignori il diritto di acquistare armi da parte di Stati che hanno bisogno di
difendere la propria sovranit� territoriale. Per tale motivo si tratta, secondo
Dehqani, di un trattato redatto per soddisfare esclusivamente i desideri degli
Stati Uniti e del suo alleato israeliano9. Da parte sua, la Siria, ha evidenziato
come l�ATT non faccia n� riferimento al diritto all�autodeterminazione dei popoli
sottoposti a occupazione straniera n� al divieto di fornitura d�armi a gruppi
armati terroristi. Sulla stessa lunghezza d�onda si pone la Corea del Nord che,
denunciando il Trattato come squilibrato e attento solo a riflettere gli interessi
dei Paesi pi� potenti, ha condannato il fatto che i principali esportatori
mantengono il diritto di imporre restrizioni sul commercio di armi, senza tener
conto del diritto all�autodifesa degli altri Stati10.

ConclusioniNonostante sia risultato impossibile trovare un consenso unanime attorno


all�adozione dell�Arms Trade Treaty, il Trattato � stato aperto alla firma il 3
giugno 2013 ed entrer� in vigore 90 giorni dopo la ratifica da parte di almeno 50
Stati. Stime iniziali lasciano presagire che tali ratifiche potrebbero essere
assicurate entro meno di due anni dall�adozione del Trattato. Tuttavia, appare
necessario ricordare che ai sensi dell�articolo 18 della Convenzione di Vienna del
1969 sul diritto dei Trattati, uno Stato ha l�obbligo di astenersi da qualunque
atto che possa pregiudicare le finalit� e lo scopo di un Trattato nel momento in
cui lo ha sottoscritto o ha dato espressione del proprio consenso a volersi sentire
vincolato ad esso, in attesa dell�entrata in vigore del Trattato.

Attualmente, l�Arms Trade Treaty rappresenta il modello di riferimento per la


regolamentazione del commercio internazionale di armi e la sua portata innovativa
risiede nel fatto che esso lega il trasferimento di armi convenzionali, munizioni e
componenti comprese, alla situazione dei diritti umani presente nel paese che
acquista il carico. Sono diverse le disposizioni che si riferiscono alla questioni
dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario, non a caso molti
analisti lo hanno definito un trattato sui diritti umani e sulla prevenzione delle
violazioni dei diritti umani pi� che un Trattato sul commercio di armi. Si tratta
di un testo che intende stabilire degli standard universali che regolano la vendita
di armi convenzionali, incluse quelle di piccolo calibro che lo stesso Koofi Annan,
quando era Segretario Generale delle Nazioni Unite, defin� essere le �vere armi di
distruzione di massa�. Alcuni elementi sono ammirevoli: la portata � ampia e questo
si capisce gi� dai primi articoli del Trattato. Un articolo � espressamente
dedicato al dirottamento, tema importante in quanto alcuni dei peggiori
responsabili di atrocit� hanno acquisito armi apparentemente vendute agli
acquirenti legittimi attraverso mezzi illeciti. Inoltre � anche affrontato il tema
dell�intermediazione di terzi che possono favorire la consegna di armi a milizie o
a governi soggetti alle sanzioni previste dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni
Unite.

Tra gli strumenti che il Trattato propone di creare per implementare nel migliore
dei modi le disposizioni e per consentire agli Stati membri un�effettiva
partecipazione all�esecuzione del Trattato, vi � il Segretariato internazionale,
che non ha poteri reali ma ha discrete funzioni di raccolta e diffusione delle
informazioni tra gli Stati membri, fungendo quindi da strumento di raccordo per
tutte quelle notizie relative allo status del commercio internazionale di armi. Per
quanto concerne il processo di modifica, utile in previsione di dubbi
sull�efficacia di molti aspetti delle disposizioni, va specificato che si tratta di
una procedura molto semplice definita dall�Articolo 20: �Qualsiasi proposta di
modifica al Trattato deve essere presentata per iscritto al Segretariato che far�
circolare la proposta tra tutti gli Stati membri, non meno di 180 giorni prima
della successiva riunione della Conferenza nella quale potranno essere considerate
altre modifiche ai sensi del paragrafo 1. La modifica sar� considerata nella
successiva Conferenza degli Stati membri se, non pi� tardi di 120 giorni dopo la
sua diffusione, la maggioranza degli Stati membri notificher� al Segretariato che
sostengono la proposta di modifica�. Ci� permetter� di emendare il Trattato in modo
rapido, adeguandolo alla necessit� e garantendo una sua pi� rapida evoluzione.

Tuttavia, nonostante la portata innovatrice dell�Arms Trade Treaty, da pi� campi si


avverte la necessit� di smorzare i toni entusiastici e di procedere con cautela. La
storia, infatti, c�insegna che esiste sempre un �ma� e il caso dell�ATT non � da
meno. Il fatto che molti trasferimenti di armi non sono proibiti ma sono sottoposti
alle �valutazioni nazionali di esportazione� rischia di limitare notevolmente la
reale effettivit� del Trattato stesso e ci� rappresenta un problema non
indifferente che potrebbe minare il solido consenso tra gli Stati membri11. Allo
stesso modo si devono osservare forti mancanze sul concetto di trasparenza: sebbene
gli Stati, ai sensi degli articoli 12 e 13 siano tenuti a compilare registri
nazionali relativi al rilascio di autorizzazioni e alle effettive esportazioni e
importazioni di armi convenzionali, non si fa riferimento ad alcun tipo di regime
sanzionatorio che dovrebbe derivare da potenziali inadempienze.

In bilico tra punti di forza e manifeste debolezze, dunque, l�ATT rappresenta non
un punto d�arrivo ma un buon inizio e una solida base per la creazione di
un�assistenza coordinata capace di regolamentare i trasferimenti d�arma e di
sradicare i traffici illeciti, i cui effetti continuano a riflettersi sia sulla
sicurezza degli Stati ma anche e soprattutto sul fronte umanitario. Il successo del
Trattato dipender�, in definitiva, dalla capacit� dei Governi di mantenersi fedeli
alle condizioni imposte dall�Arms Trade Treaty e, in particolare, dall�ottemperanza
dell�obbligo di trasparenza, il cui rispetto sar� fondamentale per garantire
un�azione efficace nel colmare le lacune e le incongruenze presenti nell�attuale
sistema di controllo del commercio d�armi.

* * *

Di seguito rendiamo disponibile il testo integrale dell�Arms Trade Treaty tradotto


dall�inglese.
Articolo 1 � Oggetto e Scopo

L�oggetto di questo Trattato �:


- stabilire gli standard internazionali comuni pi� elevati possibili per regolare o
migliorare la regolamentazione del commercio internazionali di armi convenzionali
- prevenire ed eliminare il traffico illegale di armi convenzionali e prevenire il
loro dirottamento con lo scopo di:
- contribuire alla pace, alla sicurezza e alla stabilit� internazionale e regionale
- ridurre le sofferenze umane
- promuovere la cooperazione, la trasparenza e le azioni responsabili da parte
degli stati membri nel commercio internazionali di armi

Articolo 2 � Portata

1. Questo Trattato si applicher� a tutte le armi convenzionali all�interno delle


seguenti categorie:
(1) Carri Armati
(2) Veicoli corazzati da combattimento
(3) Sistemi di artiglieria di grosso calibro
(4) Elicotteri
(5) Aerei da combattimento
(6) Navi da combattimento
(7) Missili e lanciamissili
(8) Armi leggere e di piccolo calibro.

2. Attivit� di commercio internazionale comprendono le esportazioni, le


importazioni, il transito e il trasferimento di armi
3. Questo Trattato non si applicher� al movimento internazionale di armi
convenzionali da, o per conto di uno Stato parte per il suo uso a condizione che le
armi convenzionali rimangano sotto la propriet� di quello Stato.

Articolo 3 � Munizioni

Ogni Stato parte dovr� stabilire e mantenere un sistema di controllo nazionale al


fine di regolare l�esportazione di munizioni per armi convenzionali elencate
nell�Articolo 2 e dovr� applicare le disposizioni presenti negli Articoli 6 e 7
previa autorizzazione all�esportazione di tali munizioni.

Articolo 4 � Parti e componenti

Ogni Stato parte dovr� stabilire e mantenere un sistema di controllo nazionale al


fine di regolare l�esportazione di parti e componenti di armi laddove
l�esportazione possa consentire la possibilit� di assemblare le armi convenzionali
elencate nell�Articolo 2 e dovr� applicare le disposizioni degli Articoli 6 e 7
previa autorizzazione all�esportazione di tali parti e componenti.

Articolo 5 � Attuazione generale

1. Ogni Stato parte dovr� attuare questo Trattato in modo consistente, obiettivo e
non discriminatorio, tenendo presente i principi a cui ci si riferisce in questo
Trattato.
2. Ogni Stato parte dovr� stabilire e mantenere un sistema di controllo nazionale
al fine di attuare le disposizioni di questo Trattato.
3. Ogni Stato parte � incoraggiato ad applicare le disposizioni di questo Trattato
alla pi� ampia gamma di armi convenzionali. Le definizioni nazionali delle
categorie elencate nell�Articolo 2 non dovranno essere meno dettagliate rispetto
alle descrizioni usate nel Registro delle Armi Convenzionali delle Nazioni Unite al
momento dell�entrata in vigore di questo Trattato.
4. Ogni Stato parte, perseguendo le sue leggi nazionali, dovr� fornire la sua lista
di controllo al Segretariato, che la render� disponibile agli altri Stati parti.
Gli Stati parti sono incoraggiati a rendere le loro liste di controllo disponibili
pubblicamente.
5. Ogni Stato parte dovr� prendere delle misure necessarie per attuare le
disposizioni di questo Trattato e dovr� designare delle autorit� competenti in modo
da avere un effettivo e trasparente sistema di controllo nazionale che regoli il
trasferimento di armi convenzionali elencate nell�Articolo 2 e dei vari elementi
elencati negli Articoli 3 e 4.
6. Ogni Stato parte dovr� designare uno o pi� punti di contatto per scambiare
informazioni su questioni relative all�attuazione di questo Trattato. Ogni Stato
parte dovr� notificare al Segretariato la creazione dei suoi punti di contatto e
mantenere le relative informazioni aggiornate.

Articolo 6 � Divieti

1. Uno Stato parte non potr� autorizzare nessun trasferimento di armi convenzionali
elencate nell�Articolo 2 o delle parti elencate negli Articoli 3 e 4, se il
trasferimento � in contrasto con gli obblighi relativi alle misure adottate dal
Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in relazione al Capitolo VII della Carta
delle Nazioni Unite, in particolare rispetto all�embargo delle armi.
2. Uno Stato parte non potr� autorizzare nessun trasferimento di armi convenzionali
se il trasferimento � in contrasto con gli obblighi che discendono da accordi
internazionali di cui � Stato parte, in particolare di quelli relativi al
trasferimento o al traffico di armi convenzionali.
3. Uno Stato parte non potr� autorizzare nessun trasferimento di armi convenzionali
se � a conoscenza, al momento dell�autorizzazione, che le armi o le loro componenti
potrebbero essere usate nella commissione di genocidi, crimini contro l�umanit�,
gravi violazioni della Convenzione di Ginevra del 1949, attacchi diretti contro
obiettivi civili o altri crimini di guerra come definiti dagli accordi
internazionali di cui lo Stato � parte.

Articolo 7 � Esportazione e Valutazione delle esportazioni

1. Se l�esportazione non � proibita ai sensi dell�Articolo 6, ogni Stato


esportatore, previa autorizzazione all�esportazione di armi convenzionali elencate
nell�Articolo 2 o delle componenti elencate nell�Articolo 3 o 4, potr�, in modo
obiettivo e non discriminatorio, prendere in considerazione fattori rilevanti
incluso le informazioni fornite dagli Stati importatori e valutare che il
potenziale delle armi e delle loro componenti:
a) potrebbe essere usato per indebolire la pace e la sicurezza;
b) per commettere o facilitare serie violazioni del diritto internazionale
umanitario;
c) commettere o facilitare serie violazioni dei diritti umani;
d) commettere o facilitare un atto che costituisca un reato riguardo alle
convenzioni internazionali o ai protocolli relativi al terrorismo di cui lo Stato
esportatore � parte;
2. Lo Stato esportatore dovr� considerare se ci sono misure che potrebbero essere
prese per mitigare i rischi presenti nel punto a) e b) del paragrafo 1, quali
misure di fiducia o programmi sviluppati congiuntamente dai paesi esportatori ed
importatori.
3. Se, dopo avere condotto questa valutazione e aver considerato eventuali
possibilit� di mitigazione, il paese esportatore determina che esiste un rischio
relativo a una qualsiasi delle conseguenze negative elencate nel paragrafo 1,
allora lo Stato esportatore non potr� autorizzare l�esportazione.
4. Lo Stato esportatore, nel fare questa valutazione, dovr� tenere in
considerazione il rischio che le armi convenzionali o le loro componenti vengano
usate per commettere o facilitare gravi atti di violenza di genere o reati contro
donne e bambini.
5. Ogni Stato esportatore potr� prendere delle misure per assicurare che tutte le
autorizzazioni per l�esportazione di armi convenzionali siano dettagliate e
rilasciate prima dell�esportazione.
6. Ogni Stato esportatore dovr� rendere disponibile informazioni appropriate circa
l�autorizzazione in questione, su richiesta, allo Stato importatore e agli Stati
membri che vedono transitare le armi convenzionali sul proprio territorio.
7. Se, dopo aver rilasciato l�autorizzazione, uno Stato esportatore viene a
conoscenza di nuove rilevanti informazioni, � incoraggiato a rivalutare
l�autorizzazione dopo alcune consultazioni, se appropriate, con lo Stato
importatore.

Articolo 8 � Importazioni

1. Ogni Stato importatore potr� prendere delle misure per assicurare che
informazioni rilevanti e appropriate vengano fornite, su richiesta, allo Stato
esportatore, in modo da assistere lo Stato esportatore nella sua valutazione
sull�esportazione. Tali misure possono includere la documentazione relative
all�utilizzatore finale.
2. Ogni Stato importatore dovr� prendere delle misure che gli permettano di
regolare le importazioni sotto la sua giurisdizione. Queste misure possono
includere sistemi di importazioni.
3. Ogni Stato importatore potr� richiedere informazioni allo Stato esportatore
riguardanti qualsiasi autorizzazione pendente o reale in cui lo Stato importatore �
il paese di destinazione finale.

Articolo 9 � Transito

Ogni Stato parte potr� prendere misure appropriate per regolare, laddove necessario
e fattibile, il transito di armi nel suo territorio e sotto la sua giurisdizione in
accordo con il diritto internazionale.

Articolo 10 � Intermediazione

Ogni Stato parte potr� prendere delle misure, conformemente alla propria
legislazione nazionale, per regolare l�intermediazione che si svolge sotto la sua
giurisdizione per le armi convenzionali elencante nell�Articolo 2. Tali misure
possono richiedere agli intermediari di registrare o ottenere un�autorizzazione
scritta prima di impegnarsi effettivamente in un�intermediazione.

Articolo 11 � Diversione

1. Ogni Stato coinvolto nel trasferimento di armi convenzionali dovr� prendere le


misure necessarie per prevenire il loro dirottamento.
2. Lo Stato esportatore dovr� cercare di prevenire il dirottamento del
trasferimento di armi attraverso il suo sistema di controllo nazionale stabilito in
accordo con l�Articolo 5 valutando il rischio di diversione dell�esportazione e
considerando lo stabilimento di misure di mitigazione tra cui i programmi congiunti
tra gli Stati esportatori e importatori. Altre misure di prevenzione possono
includere: l�esame delle parti coinvolte nell�esportazione, richiesta di
documentazione aggiuntiva, certificati, assicurazioni o altre misure appropriate.
3. Gli Stati importatori, esportatori e di transito dovranno cooperare e scambiarsi
informazioni, laddove appropriato e fattibile, in modo da mitigare i rischi di
dirottamento dei trasferimenti di armi convenzionali.
4. Se lo Stato parte individua un dirottamento di armi convenzionali dovr� prendere
le misure necessarie per impedire tale dirottamento. Queste misure possono
includere l�allerta di stati potenzialmente coinvolti, esaminare le spedizioni
dirottate e prendere misure che prevedano l�investigazione e l�applicazione di
norme.
5. In modo da comprendere e prevenire meglio il dirottamento di armi convenzionali,
gli Stati parte sono incoraggiati a condividere informazioni rilevanti con gli
altri Stati riguardo misure concrete per impedire tale dirottamento. Tali
informazioni possono includere notizie relative ad attivit� illecite inclusa la
corruzione, il traffico internazionale, fonti di approvvigionamento illecito,
metodi di occultamento, destinazioni utilizzate da gruppi organizzati nel
dirottamento.
6. Gli Stati membri sono incoraggiati a riferire ad altri Stati, attraverso il
Segretariato, le misure prese nel tentativo di prevenire il dirottamento di armi
convenzionali.

Articolo 12 � Tenuta dei registri

1. Ogni Stato potr� mantenere registri nazionali, conformemente alla propria


legislazione nazionale, relativa al suo rilascio di autorizzazioni o delle
effettive esportazioni di armi convenzionali ai sensi dell�Articolo 2.
2. Ogni Stato � incoraggiato a mantenere dei registri sulle armi convenzionali che
sono stati trasferiti nel suo territorio in quanto destinazione finale o che sono
stati autorizzati a transitare sul suo territorio.
3. Ogni Stato � incoraggiato ad includere in questi registri: la quantit�, il
valore, il modello, i trasferimenti internazionali di armi convenzionali, le armi
gi� trasferite, i dettagli relativi ai paesi esportatori e dei paesi importatori e
degli utilizzatori finali.
4. I registri devono essere conservati per un periodo minimo di dieci anni.

Articolo 13 � Relazione

1. Ogni Stato dovr�, nel primo anno dall�entrata in vigore di questo Trattato per
quel dato Stato, fornire al Segretariato un rapporto iniziale delle misure prese al
fine di attuare tale Trattato, incluse le leggi nazionali, le liste di controllo e
altri regolamenti e misure amministrative. Ogni Stato dovr� riportare al
Segretariato ogni nuova misura intrapresa al fine di attuare questo Trattato. I
rapporti devono essere disponibili e distribuiti agli Stati membri dal
Segretariato.
2. Gli Stati membri sono incoraggiati a riferire agli altri Stati, attraverso il
Segretariato, informazioni su misure prese che si sono rivelate efficaci nel
ridimensionare il dirottamento di armi.
3. Ogni Stato membro dovr� sottoporre annualmente al Segretariato entro il 31
maggio un rapporto relativo al precedente anno solare riguardo le esportazioni e le
importazioni autorizzate. I rapporti dovranno essere resi disponibili e distribuiti
agli Stati membri dal Segretariato. Il rapporto sottoposto al Segretariato potr�
contenere le stesse informazioni che lo stato avr� fornito alle strutture
competenti delle Nazioni Unite, tra cui il registro delle armi convenzionali
dell�ONU. I rapporti potranno escludere informazioni legate alla sicurezza
nazionale dello Stato.

Articolo 14 � Attuazione

Ogni Stato parte adotta le misure necessarie per far rispettare le leggi nazionali
e i regolamenti che implementano le disposizioni del presente Trattato.

Articolo 15 � Cooperazione Internazionale

1. Gli Stati parte dovranno cooperare gli uni con gli altri nell�implementare
concretamente questo Trattato.
2. Gli Stati parte sono incoraggiati a facilitare la cooperazione internazionale,
incluso lo scambio di informazioni su questioni di mutuo interesse riguardo
l�attuazione e l�applicazione del Trattato secondo le rispettive leggi nazionali.
3. Gli Stati parte sono incoraggiati a consultarsi su questioni di mutuo interesse
e a condividere informazioni per sostenere l�attuazione di questo Trattato.
4. Gli Stati parte sono incoraggiati a cooperare al fine di assistere l�attuazione
delle disposizioni di questo Trattato all�interno del proprio ordinamento nazionale
anche attraverso la condivisione di informazioni riguardo attivit� illecite in modo
da prevenire e sradicare il dirottamento di armi convenzionali.
5. Gli Stati parte dovranno consentirsi l�un l�altro la misura pi� ampia di
assistenza nelle investigazioni, nelle indagini e nei procedimenti giudiziari in
relazione a violazioni di disposizioni nazionali previste da questo Trattato.
6. Gli Stati parte sono incoraggiati a prendere misure nazionali e a cooperare con
gli altri per prevenire il trasferimento di armi convenzionali divenute oggetto di
pratiche di corruzione.
7. Gli Stati parte sono incoraggiati a scambiarsi informazioni ed esperienze su
lezioni apprese in riferimento ad ogni aspetto di questo Trattato.

Articolo 16 � Assistenza internazionale

1. Nell�attuare questo Trattato, ogni Stato parte pu� cercare assistenza


legislativa, legale, materiale, finanziaria e istituzionale. Tale assistenza pu�
includere la gestione di scorte, il disarmo, la smobilitazione e il reinserimento
dei programmi e pratiche efficaci per l�attuazione del Trattato. Ogni Stato parte
nella posizione di poterlo fare deve garantire tale assistenza su richiesta.
2. Ogni Stato parte pu� richiedere, offrire o ricevere assistenza attraverso le
Nazioni Unite, le organizzazioni internazionali, regionali o nazionali, le ONG o su
base bilaterale.
3. Un fondo fiduciario volontario sar� stabilito dagli Stati parte per assistere le
richieste degli Stati membri che richiedono assistenza internazionale per attuare
il Trattato. Ogni Stato � incoraggiato a fornire risorse al fondo.

Articolo 17 � Conferenza degli Stati membri

1. Una Conferenza degli Stati membri � convocata dal Segretariato entro un anno
dall�entrata in vigore del presente Trattato e successivamente sar� convocata altre
volte su decisione della Conferenza degli Stati membri.
2. La Conferenza degli Stati membri dovr� adottare per consensus le sue regole
procedurali durante la prima sessione.
3. La Conferenza degli Stati membri dovr� adottare le sue regole finanziarie
autonomamente cos� come dovr� disciplinare il finanziamento degli organismi
ausiliari e delle disposizioni finanziarie che regolano il funzionamento del
Segretariato. Ad ogni sessione ordinaria dovr� adottare un bilancio per il periodo
finanziario valido fino alla prossima sessione ordinaria.
4. La Conferenza degli Stati membri dovr�:
a) Revisionare l�attuazione del presente Trattato, incluso gli sviluppi nel settore
delle armi convenzionali;
b) Considerare e adottare raccomandazioni riguardo l�attuazione del presente
Trattato, in particolare la promozione della sua universalit�;
c) Considerare gli emendamenti del presente Trattato ai sensi dell�Articolo 20;
d) Considerare le questioni derivanti dall�interpretazione di questo Trattato;
e) Esaminare e approvare i compiti e il bilancio del Segretariato;
f) Esaminare l�istituzione di qualsiasi organo sussidiario che potrebbe essere
necessario a migliorare il funzionamento del presente Trattato e
g) Eseguire qualsiasi altra funzione compatibile con il presente Trattato.
5. Incontri straordinari della Conferenza degli Stati membri si terranno
ogniqualvolta sia ritenuto necessario dalla Conferenza o su richiesta scritta di
qualsiasi Stato parte, purch� tale richiesta sia appoggiata da almeno due terzi
degli Stati membri.

Articolo 18 � Segretariato

1. Il presente Trattato istituisce un Segretariato che assista gli Stati membri


nell�effettiva attuazione di questo Trattato. In attesa della prima riunione della
Conferenza degli Stati membri, un Segretariato provvisorio sar� ritenuto
responsabile per le funzioni amministrative presenti nel Trattato.
2. Il Segretariato dovr� avere un organico adeguato. L�organico dovr� avere la
necessaria preparazione per assicurare che il Segretariato possa effettivamente
farsi carico delle responsabilit� descritte nel paragrafo 3.
3. Il Segretariato sar� responsabile per gli Stati membri. All�interno di una
struttura minima, il Segretariato dovr� assumersi le seguenti responsabilit�:
a) Ricevere, rendere disponibili e distribuire i resoconti come dichiarato dal
Trattato;
b) Mantenere e rendere disponibili agli Stati membri la lista dei punti di contatto
nazionali;
c) Facilitare l�incontro tra le offerte e le richieste di assistenza per
l�attuazione del Trattato e promuovere la cooperazione internazionale come
richiesto;
d) Facilitare il lavoro della Conferenza degli Stati membri, incluso stipulare
accordi e fornire servire necessari per gli incontri;
e) Svolgere le altre mansioni come previsto dalla Conferenza degli Stati membri.

Articolo 19 � Risoluzione delle controversie

1. Gli Stati membri dovranno consultarsi e cooperare per risolvere qualsiasi


disputa che pu� sorgere tra di loro con riferimento all�interpretazione o
all�applicazione del presente Trattato attraverso negoziazioni, mediazioni,
conciliazioni, risoluzioni giudiziarie o altri strumenti pacifici.
2. Gli Stati membri potranno usare l�arbitrato per risolvere ogni disputa tra di
loro riguardo questioni concernenti l�interpretazione o l�applicazione di questo
Trattato.

Articolo 20 � Emendamenti

1. Dopo sei anno dall�entrata in vigore del presente Trattato, ogni Stato membro
potr� proporre un emendamento al Trattato. In seguito, gli emendamenti proposti
saranno considerati dalla Conferenza degli Stati membri ogni tre anni.
2. Qualsiasi proposta di modifica al Trattato deve essere presentata per iscritto
al Segretariato che far� circolare la proposta tra tutti gli Stati membri, non meno
di 180 giorni prima della successiva riunione della Conferenza nella quale potranno
essere considerate altre modifiche ai sensi del paragrafo 1. La modifica sar�
considerata nella successiva Conferenza degli Stati membri se, non pi� tardi di 120
giorni dopo la sua diffusione, la maggioranza degli Stati membri notificher� al
Segretariato che sostengono la proposta di modifica.
3. Gli Stati membri dovranno fare ogni sforzo per raggiungere il consensus su ogni
emendamento. Se tutti gli sforzi per ottenere il consensus sono stati esperiti e
nessun accordo � stato raggiunto, l�emendamento dovr�, in ultima istanza, essere
adottato dalla maggioranza dei tre quarti degli Stati presenti e votanti
all�interno della Conferenza degli Stati membri. Gli Stati membri presenti e
votanti sono quegli Stati presenti e che votano positivamente o negativamente. Il
depositario dovr� comunicare qualsiasi emendamento adottato a tutti gli Stati
membri.
4. Un emendamento adottato in conformit� con il paragrafo 3 entrer� in vigore per
ogni Stato membro che ha depositato i suoi strumenti di accettazione per quel dato
emendamento, novanta giorni dopo la data di deposito presso il depositario degli
strumenti di accettazione da parte della maggioranza degli Stati membri presenti al
momento dell�adozione dell�emendamento. In seguito, esso entrer� in vigore per
qualsiasi Stato membro novanta giorni dopo la data di deposito dei suoi strumenti
di accettazione per quel dato emendamento.

Articolo 21 � Firma, ratifica, accettazione, approvazione o adesione

1. Questo Trattato sar� sottoposto alle firme degli Stati membri presso il Quartier
Generale delle Nazioni Unite di New York dal 3 giugno 2013 fino alla sua entrata in
vigore.
2. Il presente Trattato � soggetto alla ratifica, all�accettazione o
all�approvazione da parte di ogni Stato firmatario.
3. Successivamente alla sua entrata in vigore, questo Trattato sar� aperto
all�adesione di ogni altro Stato che non ha firmato il Trattato.
4. Gli strumenti di ratifica, accettazione, approvazione o adesione dovr� essere
depositata dal Depositario.

Articolo 22 � Entrata in vigore

1. Questo Trattato entrer� in vigore novanta giorni dopo la data del deposito dei
cinquanta strumenti di ratifica, accettazione o approvazione presso il depositario.
2. Per ogni Stato che deposita i suoi strumenti di ratifica, accettazione,
approvazione o adesione successivamente all�entrata in vigore del presente
Trattato, quest�ultimo entrer� in vigore per quel dato Stato novanta giorni dopo la
data di deposito dei suoi strumenti di ratifica, accettazione, approvazione o
adesione.

Articolo 23 � Domanda Provvisoria

Qualsiasi Stato pu� al momento della firma o del deposito dei suoi strumenti di
ratifica, accettazione, approvazione o adesione, dichiarare che far� domanda
provvisoriamente. Gli Articoli 6 e 7 saranno pendenti in attesa dell�entrata in
vigore di tale Stato.

Articolo 24 � Durata e ritiro

1. Il presente Trattato ha una durata illimitata.


2. Ogni Stato membro ha, nell�esercitare la sua sovranit� nazionale, il diritto a
ritirarsi dal presente Trattato. Dovr� dare notifica di tale ritiro al Depositario
che lo dovr� notificare agli altri Stati membri. La notifica del ritiro pu�
includere una spiegazione delle ragioni di tale ritiro. Il ritiro avr� effetto
novanta giorni dopo la ricezione della notifica del ritiro al depositario a meno
che tale notifica non specifichi una data posteriore.
3. Uno Stato non pu� ritenersi libero, in ragione del suo ritiro, dagli obblighi
discendenti da questo Trattato, compresi gli obblighi finanziari che sono stati
maturati.

Articolo 25 � Riserve

1. Al momento della firma, ratifica, accettazione, approvazione o adesione, ogni


Stato potr� formulare delle riserve a meno che queste non siano incompatibili con
l�oggetto e lo scopo del presente Trattato.
2. Uno Stato membro potr� ritirare le sue riserve in qualsiasi momento mediante la
notifica con questo effetto indirizzata al Depositario.

Articolo 26 � Rapporti con altri accordi internazionali

1. L�attuazione di questo Trattato non deve pregiudicare gli obblighi assunti dagli
Stati contraenti in materia di accordi internazionali esistenti o futuri al quale
sono parti nella misura in cui questi siano compatibili con questo Trattato.
2. Questo Trattato non deve essere citato come motivo che invalidi gli accordi
conclusi tra gli Stati membri di questo Trattato in materia di cooperazione
difensiva.

Articolo 27 � Depositario

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite dovr� essere il Depositario di questo


Trattato.
Articolo 28 � Testi autentici

Il testo originale del presente Trattato, di cui le versioni in Arabo, Cinese,


Inglese, Francese, Russo e Spagnolo sono ugualmente autentiche, dovr� essere
depositato al Segretario generale delle Nazioni Unite.

NOTE:Martina Zannotti � ricercatrice associata del programma "America Latina"


dell'IsAG. Maya Santamaria � collaboratore esterno del programma "America Latina"
dell'IsAG.

1.- Per i testi del Codice di condotta e della Posizione comune si veda il sito [On
line] Url:http://www.eeas.europa.eu. Consultato il 23 luglio 2013.
2.- Il testo POA � disponibilie [On line] Url:http://www.poa-iss.org. Consultato il
23 luglio 2013.
3.- [On line] Url: http://www.unrcpd.org. Consultato il 23 luglio 2013.
4.- [On line] Url: http://www.reachingcriticalwill.org. Consultato il 23 luglio
2013.
5.- [On line] Url:http://www.iansa.org. Consultato il 23 luglio 2013.
6.- [On line] Url:http://www.un.org/sg/statements/index.asp?nid=6869. Consultato il
23 luglio 2013.
7.- SANTAMARIA M., "I trasferimenti internazionali dei maggiori sistemi d�arma nel
2011". [On line] Url:http://www.archiviodisarmo.it. Consultato il 23 luglio 2013.
8.- L�intero discorso di LaPierre � rintracciabile [On line] Url:
[http://www.nraila.org. Consultato il 23 luglio 2013.
9.- [On line] Url:http://iran-un.org. Consultato il 23 luglio 2013.
10.- [On line] Url: http://www.un.org. Consultato il 23 luglio 2013.

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Rohani cambier� l�Iran24 giugno, 2013 Ghoncheh Tazmini Vicino & Medio Oriente
Nessun commento

IntroduzioneL�Iran cambier� sotto la guida di Hassan Rohani. Cambier� non nel senso
di regime change, n� cambier� verso un sistema politico liberale, pi� laico, alla
occidentale. Cambiamento in Iran significa cambiamento qualitativo, significa
respirare un�aria nuova all�interno della Repubblica Islamica. Vi sono due ragioni
per cui Rohani pu� cambiare l�Iran.

1.La prima � che la sua inclinazione moderata porter� agli stessi risultati,
sottili ma tangibili, della presidenza di Mohammad Khatami. Si tratta di
cambiamenti qualitativi e concettuali pi� che quantitativi. Sono cambiamenti
palpabili, di sostanza, che si riverbereranno nella societ� iraniana. A livello
statale, porter� la �politica della normalit�, che avr� un riflesso diretto nella
societ�.
2.La seconda ragione deriva dal suo essere una figura conservatrice e del
establishment non meno di quanto sia una figura moderata. Dunque, avr� un maggiore
�potere d�acquisto� politico e capacit� di strappare risultati a poco a poco,
perch� � della stessa pasta del establishment.

Politica della normalit�Torniamo indietro a sfogliare le pagine della storia


recente iraniana, per raccogliere qualche elemento che sostenga le precedenti
asserzioni. Il padre della riforma, Khatami, � sempre stato oggetto di valutazioni
contrastanti. I critici sostengono che Khatami non riusc� a conseguire risultati
concreti. Sebbene vi sia stata una grande discrepanza tra le promesse elettorali di
Khatami, l�aspettativa popolare e quanto realmente conseguito, �l�esperimento
Khatami� liber� un vibrante attivismo civico e uno slancio pluralistico
germogliante, che prevalsero ben oltre il termine degli otto anni della sua
presidenza. Il movimento riformatore accompagn� una transizione fondamentale nella
moderna storia iraniana, il cui riverbero si pu� percepire ancora oggi.

Ancor pi� significativamente, Khatami tent� di far uscire la politica iraniana da


un�epoca tumultuosa, verso una regolarizzazione. Nel contesto della campagna
riformatrice di Khatami, la �politica della normalit� rifletteva la situazione d�un
paese che aveva sopportato anni di turbolento cambiamento sociale e rivoluzionario.
Negli anni seguenti la rivoluzione del 1979, Stato e societ� furono spinte in una
trasformazione intenzionale, ideologica, guidata dall�alto � la creazione di una
Repubblica Islamica democratica e teocratica; un esperimento straordinario, senza
precedenti storici. Il tentativo di collegarsi al passato, di restaurare il lacero
tessuto sociale, d�attingere dalle tradizioni intellettuali e dai valori culturali
e religiosi del passato, tutto rifletteva la ricerca post-traumatica di un passato
funzionale come fondamento dell�Iran contemporaneo.

Analogamente, la presidenza di Rohani � e di fatto il suo mandato popolare �


rappresenter� esplicitamente il progetto d�un ritorno alla normalit�. La politica
della normalit� riguarda un paese che sta cercando d�evitare l�isolamento
diplomatico, e una nazione che sta tentando di liberarsi dalla politica di taglio
rivoluzionario, dalle politiche economiche autarchiche e da rigidi costumi sociali.
� uno spostamento verso una politica pi� pragmatica, caratterizzata dallo sforzo di
basare la politica iraniana sul ripudio di quella rivoluzionaria � politicamente,
economicamente e socialmente. Nell�Iran di Rohani vedremo la rinascita della
politica della normalit�, in cui il radicalismo ideologico lascer� il campo ai pi�
ampi interessi dell�Iran del XXI secolo.

Khatami ha effettivamente consegnato alla storia il periodo rivoluzionario della


politica iraniana, ma portato avanti gli originali ideali rivoluzionari di
giustizia sociale, libert� ed eguaglianza. Con la vittoria di Rohani, si �
inaugurato un nuovo capitolo della normalit� � e ci� caratterizzer� affatto
l�essenza e lo spirito del cambiamento.

N� riformista n� oltranzistaRohani � una solida figura del establishment clericale.


Tuttavia, non � un riformista n� un oltranzista. Egli � la sintesi o il prodotto
d�una tesi (il campo riformista/pragmatico, ch�esclude i pi� radicali e laici
sostenitori del Movimento Verde) e un�antitesi (Ahmadinejad e gli elementi
principalisti, pi� conservatori e tradizionalisti). Egli rappresenta la
riconciliazione della tensione ideologica tra questi due campi in competizione: un
compromesso di mezzo. Questo sar� il marchio di Rohani.
Le spinte e gli strappi della recente storia iraniana hanno fatto emergere un
presidente eletto che sar� capace di trarre beneficio da entrambi i costrutti
socio-politici. Sar� in grado di dare la priorit� a entrambi i discorsi,
strumentalizzarli, a seconda delle realt� e contingenze politiche. Perci�, avr�
strumenti concettuali pi� sfumati con cui affrontare le prove e le tribolazioni
dell�Iran. Si potrebbe persino dire che sia un passo avanti verso l�armonizzazione
del compresso ibrido bizantino della democrazia-teocrazia iraniana, e che possa
agire come antidoto alla divisione sociale nel paese.

Quest�azione equilibratrice � la chiave in mano a Rohani per strappare il


cambiamento. Ancora una volta la presidenza di Khatami pu� illuminare un po�. I
riformisti pi� irriducibili sentono che Khatami non spinse con abbastanza
convinzione per le riforme, ma rimase passivo. Khatami si mostr� sempre riluttante
ad �agitare le acque� ma, in retrospettiva, ci� pu� essere stata la sua qualit� pi�
forte. Questo tipo di conservatorismo lavorer� a vantaggio di Rohani nel promuovere
il cambiamento. Vediamo perch�.

Nel 1999 Khatami fu duramente criticiato per non aver reagito in maniera abbastanza
aggressiva all�irruzione e perquisizione dei dormitori universitari da parte dei
paramilitari (si era nel mezzo di proteste studentesche). Khatami rimprover�
duramente i responsabili, ma cercava di sedare i disordini piuttosto che
rinfocolarli � come invece fece Mir Hossein Mousavi durante le proteste post-
elettorali che nel 2009 scossero l�Iran. Sotto questo punto di vista, Khatami era
l�opposto di Mousavi. Mentre Mousavi capitalizz� il diffuso dissenso sociale
spingendo le masse a protestare (anche se ci� significava scontrarsi
pericolosamente col personale di sicurezza e i paramilitari), Khatami mantenne
l�ordine sociale suggerendo che l�opinione pubblica esprimesse il proprio attivismo
civico tramite la carta stampata, gl�interventi accademici e, soprattutto, l�urna
elettorale. Mousavi, d�altro canto, era pronto a spingere il movimento di protesta
all�estremo, anche mettendo a repentaglio delle vite.

Come Khatami, Rohani eviter� il disordine sociale e le rivoluzioni tumultuose a


vantaggio d�un cambiamento cauto e graduale. La pi� significativa, e difatti
duratura, caratteristica dell�approccio di Khatami era la sua riluttanza ad
assumere o sostenere qualsiasi comportamento che avrebbe minacciato le fondamenta
della Repubblica Islamica. Khatami voleva riformare il sistema per salvare il
sistema. Il cambiamento sotto Rohani significher� la stessa cosa, e finch� sar�
cos� disporr� di maggiore spazio di manovra.

Khatami ha recentemente invitato la Guida Suprema a collaborare col presidente


eletto per realizzare la sua missione. Ci� potrebbe davvero accadere. Qui si vede
come il profondo retroterra e la lunga esperienza di conservatore di Rohani
giochino a suo favore. Sono le credenziali necessarie a trascendere la dicotomia
tra il conformarsi alle tradizioni e pratiche native, e l�incoraggiare un
cambiamento progressista.

(Traduzione dall�inglese di Daniele Scalea

NOTE:Ghoncheh Tazmini, Ph.D. in Relazioni internazionali, � una politologa iraniana


istruita in Canada e Gran Bretagna. Collabora con centri di ricerca in Iran e in
Europa ed � autrice di Khatami's Iran: the Islamic Republic and the Turbulent Path
to Reform.

L�inganno delle armi chimiche in Siria2 luglio, 2013 Francisco J. Berenguer


Hern�ndez Vicino & Medio Oriente Un commento

L�essere o non essere dell�intervento in SiriaNon c�� dubbio che l�attuale e


intenso dibattito sull�utilizzo di armi chimiche nella guerra civile siriana non �
una questione secondaria. La loro qualificazione come armi di distruzione di massa
e il loro carattere indiscriminato, oltre alla grande difficolt� di controllare il
loro raggio d�azione e i loro effetti, fanno s� che queste armi abbiano,
giustamente, una pessima reputazione che va oltre il loro potenziale reale, per
entrare quasi nell�ambito del leggendario. Dopo l�uso generalizzato durante la
Prima Guerra Mondiale, la loro effettiva assenza nella Seconda Guerra Mondiale fu
considerata come un progresso molto positivo. Tuttavia, l�assenza delle armi
chimiche in un conflitto che contempl� bombardamenti aerei di massa sulla
popolazione, immensi dispiegamenti di artiglieria e perfino l�unico utilizzo fino
ad oggi dell�arma per definizione, la bomba atomica, non smette di essere un
paradosso.

Il mondo per� non si articola intorno a realt� del tutto razionali, ma intorno a
percezioni. Ed � a questo livello che si colloca il possibile utilizzo delle armi
chimiche in Siria. Si � diffusa la convinzione che questo deve essere, in linea di
principio, il limite da porre alla condotta in guerra del regime di Assad.
Bisogna ricordare le parole del presidente Obama, pronunciate pubblicamente lo
scorso 30 aprile in una conferenza stampa tenuta alla Casa Bianca, rispetto al
fatto che l�utilizzo da parte del regime siriano di armi chimiche contro la
popolazione sarebbe considerata una �linea rossa� che, nel caso venisse
oltrepassata, lo obbligherebbe ad un cambiamento della sua politica verso il
conflitto, che si pu� facilmente interpretare come un�allusione ad un intervento
militare. Questa dichiarazione si univa alle precedenti, nelle quali ha spiegato:
�Non tolleriamo l�uso di armi chimiche contro la popolazione siriana, o il
trasferimento di queste armi a terroristi�. Nella conferenza stampa ha perfino
utilizzato l�espressione game changer, spiegando che l�uso di queste armi
cambierebbe completamente lo scenario in Siria e l�atteggiamento statunitense
rispetto al conflitto. Non ha specificato per� che tipo di intervento
provocherebbero gli attacchi chimici, anche se ha chiarito che l�intervento in ogni
caso dovrebbe essere portato avanti coordinandosi con gli alleati.

Logicamente, dopo queste parole, � stato dedotto che il tanto atteso intervento in
Siria dipendesse esclusivamente dall�uso o meno di armamento chimico da parte del
regime siriano, delle milizie ribelli e dei gruppi terroristici all�interno delle
suddette milizie. Con il suo breve intervento il presidente Obama ha riposto in
queste armi l�essere o non essere dell�intervento occidentale nella guerra,
atteggiamento che non pu� definirsi opportuno a causa di quanto viene spiegato in
seguito.

Parallelismo con l�intervento in IraqIl possibile intervento in Siria ha prodotto


un�associazione immediata con il controverso tema delle cause dell�invasione
statunitense dell�Iraq nel 2003. La gi� allora famosa presenza � o meno � di armi
di distruzione di massa in mano al regime di Saddam Hussein � un tema che,
trascorso un decennio, non � ancora stato risolto politicamente n� negli Stati
Uniti n� in molte delle nazioni che accettarono o al contrario rifiutarono la tesi
di cui si era servita in quegli anni l�amministrazione Bush. In qualunque caso, e
torniamo a parlare di percezioni, il ricordo di quegli argomenti non risulta oggi
gradito alla maggior parte dell�opinione pubblica, perci� una dichiarazione che
inevitabilmente ci rimanda a quei momenti non � opportuna.
Di conseguenza si sono alzate molte voci che avvertono di come gli Stati Uniti
starebbero utilizzando per la seconda volta la stessa tesi per giustificare un
intervento in Siria in realt� gi� auspicato. Per� non � cos�, come dimostra una
sfumatura essenziale.

Il presidente Obama non ha mai parlato solo del mero possesso di armi chimiche e
del pericolo potenziale del loro uso contro la popolazione, come fece il presidente
Bush rispetto all�Iraq, nel qual caso s� avrebbe ripetuto la strategia del 2003, ma
ha parlato in modo specifico dell�uso di queste armi. La distanza che c�� tra le
due dichiarazioni � grande. In primo luogo perch� si esclude assolutamente di
entrare in un dibattito senza senso sul possibile possesso di armi chimiche da
parte del governo siriano. La loro esistenza, concepita come arma di dissuasione
davanti all�armamento nucleare di Israele � ancora tecnicamente in guerra con la
Siria � non solo non � messa in discussione, ma � anche stata riconosciuta diverse
volte dal regime siriano.
In secondo luogo perch� identificare la linea rossa con l�uso delle armi vuole
lasciare la patata bollente nelle mani di Assad. A differenza dell�Iraq, non
sarebbero gli Stati Uniti a portare avanti un attacco preventivo, ma questo, al
verificarsi, sarebbe una reazione, la risposta a un regime che avrebbe trasgredito
le regole del gioco in un modo inaccettabile o a una fazione oppositrice che
avrebbe superato i limiti nella sua lotta. Ancora una volta l�eterno dilemma del
primo aggressore e della guerra giusta.

Scarsa volont� statunitense di intervenireDi conseguenza il comportamento degli


Stati Uniti, tra l�altro non sostenuto da nessuno dei suoi principali alleati che
optano invece per un appoggio pi� deciso ai ribelli, sarebbe pi� un intento per
dissuadere Assad dall�uso delle armi piuttosto che la ricerca di una scusa per
intervenire. La verit� � che n� il presidente n� la popolazione statunitense
desiderano un intervento, una nuova guerra oltremare. Come spiega bene Ramos, il
presidente Obama ha ereditato due guerre, Iraq e Afghanistan � la prima
probabilmente non necessaria, la seconda imprescindibile � che hanno messo a dura
prova la pazienza della popolazione, la resistenza delle sue FAS e i forzieri dello
Stato. Il suo ruolo � stato proprio quello di mettere fine a entrambi i conflitti
nel miglior modo possibile. Ora che ha portato a termine l�esperienza in Iraq e sta
almeno riducendo la presenza statunitense in Afghanistan da qui fino al 2017, la
possibilit� di aprire uno scenario di conflitto, di durata e risultati
imprevedibili, � contemplata con enorme riserbo dall�amministrazione statunitense.
Questo intervento sarebbe inoltre contrario allo spirito di nation building at
home, con il quale gli Stati Uniti cercano di consolidare una leadership mondiale
sostenibile, ostacolato da decadi di sovra espansione e sovra intervento in uno
scenario di Guerra Fredda prima e di Guerra conto il Terrorismo poi.

Le caratteristiche del contesto siriano, insieme alle implicazioni geopolitiche del


contesto regionale, invitano a pensare che un intervento aeronavale limitato, anche
se potrebbe essere plausibile, non sarebbe sufficiente per assicurare una Siria
post Assad stabile, perci� sarebbe nuovamente imprescindibile occuparsi del
dispiegamento sul territorio di truppe terrestri, ora come ora tanto oltraggiate
dalla societ� statunitense e occidentale in generale. In definitiva le necessit�
economiche, sociali e politiche del presidente Obama fanno pensare che un
intervento di queste caratteristiche sia l�ultima opzione nell�agenda statunitense.
In linea con il concetto di �leadership in ombra� che vogliono esercitare gli Stati
Uniti, l�intervento terrestre dovrebbe per� necessariamente contare su una
partecipazione attiva degli alleati, e in modo particolare delle potenze europee
con maggiori capacit� militari e la Turchia, tanto prossime geograficamente allo
scenario del conflitto. Tutte nazioni che stanno affrontando le stesse difficolt�
statunitensi nel processo di ritiro o diminuzione significativa delle loro forze in
Afghanistan e che sono inoltre interessate da una crisi economica in alcuni casi
molto grave.

Tutto ci� che � stato esposto precedentemente trova giustificazione anche nelle
successive dichiarazioni dei membri dell�amministrazione americana. Di fronte ai
sospetti dell�uso di armi chimiche in Siria, sia da parte del regime che dei
ribelli, si sono precipitati a chiarire che, perch� questo presunto utilizzo
costituisca l�attraversamento dell�ipotetica linea rossa marcata dal presidente
Obama, � necessario che il loro uso sia sistematico, indiscriminato e altri termini
simili. E rettificare � saggio.

Esistenza di altre motivazioni di pari o maggiore importanzaUn aspetto poco


trattato, forse perch� assorbiti dal citato inganno delle armi di distruzioni di
massa in generale, e delle chimiche in particolare, � il fatto che solo questa
circostanza sia da considerare per cercare di evitare maggiori sofferenze ad una
popolazione estremamente colpita da due anni di guerra e da circa centomila morti e
dispersi. Il sistematico e indiscriminato uso della forza aerea e dell�artiglieria
pesante da parte del regime in quartieri controllati dai ribelli, le continue e
feroci repressioni da parte delle milizie fedeli al regime, la partecipazione alla
guerra di contingenti internazionali di jihadisti e le esecuzioni sommarie di
sostenitori del regime che le milizie ribelli mostrano spesso in rete, per non
parlare della situazione sempre pi� preoccupante degli scontri in Libano e dei
centinaia di migliaia di rifugiati siriani sono probabilmente argomenti almeno
della stessa importanza del possibile utilizzo delle armi chimiche.
Le potenze internazionali, che se avessero avuto la capacit� di imporre ad entrambe
le parti una negoziazione che permettesse un�uscita dal conflitto avrebbero portato
avanti una meritoria iniziativa politica, avrebbero dovuto pi� ragionevolmente
parlare di situazione umanitaria intollerabile come limite alla loro azione invece
di basarsi sull�uso di armi chimiche che, tra l�altro, � molto difficile da
verificare inequivocabilmente.

Verifica e intervento, o al contrario?Non � intenzione di questo documento


realizzare un�analisi tecnica degli argomenti sulla verifica dell�uso di armi
chimiche, che si pu� consultare in varie documenti pubblicati da questo Istituto,
ma di evidenziare quello che sembra essere un controsenso. Davanti alle
considerazioni esposte nei punti precedenti e sulla base dei numerosi possibili
indizi rispetto all�uso di armi chimiche, tanto da parte del regime come da parte
dei ribelli, � necessario considerare le seguenti questioni:

L�utilizzo di armi chimiche da parte della fazione avversaria si � convertito in


un�arma propagandistica di primordine. La mera accettazione di questo utilizzo da
parte della comunit� internazionale pu� determinare la vittoria militare in
particolare dei ribelli, ma perfino del regime.
Di conseguenza entrambe le fazioni si sforzano per �dimostrare� l�uso delle armi
chimiche da parte degli avversari. Ovviamente, in un contesto di guerra come
l�attuale, queste dimostrazioni non sono attendibili, anche quando includono le
testimonianze di professionisti qualificati, come i medici siriani, che facendo
dichiarazioni sulla natura delle lesioni dei feriti possono essere sottomessi a
coercizione o essere spinti da interessi partitici.
Le valutazioni sul campo, le dimostrazioni ottenute non si sa come che possono
successivamente arrivare a laboratori situati fuori dal territorio siriano, i
possibili gruppi di ricerca indipendenti che sarebbero diretti dalle autorit� di
una o dell�altra fazione per il territorio sotto il loro controllo, e tutti gli
altri intenti di verifica non sono attendibili nella situazione attuale.
Qualunque fazione che arrivasse ad utilizzare le armi ovviamente impedirebbe che il
complesso procedimento tecnico e giuridico che potrebbe verificare
inequivocabilmente l�uso di armi chimiche si completasse, perci� non si andrebbe
pi� in l� di indizi o prove incomplete o poco attendibili.
L�uso di VRAC, UAV, UVG, aeronavi convenzionali e laboratori sul campo, che possano
recuperare le prove e garantirne la custodia fino alla loro analisi in laboratori
indipendenti tecnicamente qualificati, richiede il pieno accordo e appoggio delle
autorit� e totale libert� di movimento in tutto il territorio siriano, circostanza
che nel mezzo della guerra civile in corso � evidentemente impossibile.

Perci� non rimane che concludere che le condizioni necessarie per una verifica
scientifica e giuridica dell�utilizzo di armi chimiche da parte di una o entrambe
le fazioni della guerra civile siriana solo possono prodursi nel caso di un
intervento militare internazionale nel territorio che permetterebbe,
salvaguarderebbe e assicurerebbe l�uso dei mezzi tecnici necessari per effettuare
questa verifica, cos� come la protezioni fisica degli ispettori. Cio�, la
necessaria verifica che dovrebbe provocare l�intervento straniero portato avanti
dagli Stati Uniti si pu� ottenere con garanzia di successo solo dopo aver portato
avanti il suddetto intervento. Un problema di difficile soluzione.

ConclusioniCome gi� � accaduto in precedenza in Iraq e in Libia, non � giusto


indicare l�uso di armi chimiche come elemento di decisione per un intervento
militare statunitense, anche se si potrebbe dire occidentale ma non unanime, nella
guerra civile siriana dato che risulta estremamente difficile realizzare una
verifica del loro utilizzo da parte di una o entrambe le fazioni, fino a quando la
guerra non finisca. Di fatto, molto probabilmente, si potrebbero avere le
condizioni necessarie per realizzare questa verifica solo avendo il controllo del
territorio e dello spazio aereo dopo un intervento militare con un�importante
dispiegamento terrestre. Poich� causa e effetto si confondono e si invertono
all�analizzare il problema, � evidente che si � creato un circolo vizioso dal quale
sar� molto difficile uscire.

In qualunque caso, il possibile intervento portato avanti dagli Stati Uniti � una
decisione puramente politica, dato che oltre al possibile uso di armi chimiche ci
sono numerose ragioni che possono spingere all�intervento o al non intervento;
perci� mettere come fattore di decisione un elemento di cos� difficile verifica si
tratta di una posizione scomoda, con pi� inconvenienti che vantaggi, sulla quale
non si dovrebbe insistere. In questo senso, nella conferenza sulla Siria che si
terr� il mese prossimo a Ginevra, con la presenza anche della Russia, probabilmente
si affronteranno nuove strategie per dirigersi verso la fine del conflitto. Durante
la conferenza, naturalmente, si affronter� la questione dell�uso di armi chimiche,
ma sarebbe utile che questo aspetto si affrontasse in un modo rigoroso e che si
considerano allo stesso modo altri aspetti, trattati in questo documento, che sono
importanti almeno quanto l�uso di suddette armi chimiche.

(Traduzione dallo spagnolo di Arianna Plebani)

NOTE:Il Ten. Col. Francisco J. Berenguer Hern�ndez � analista dell'IEEE (Istituto


Spagnolo di Studi Strategici).

Cosa lega Gezi Parki, Goldman Sachs e le sanzioni all�Iran?15 giugno, 2013 Vincenzo
Maddaloni Vicino & Medio Oriente 8 commenti
Che Recep Tayyip Erdogan e il suo modello di Turchia fossero inclusi nell�elenco
dei silurabili se n�era avuto sentore l�anno scorso, quando sul Middle East
Quarterly apparve l�articolo di David Goldman. In esso si parlava di un imminente
collasso del �miracolo economico� turco e lo si paragonava al crollo argentino del
2000 e a quello messicano del 1994, entrambi avvenuti dopo periodi di espansione
economica. Goldman prevedeva che �la velocit� e la magnitudo della battuta
d�arresto� avrebbe potuto �facilmente erodere la capacit� dell�AKP di governare con
il pragmatismo piuttosto che con l�ideologia islamista�; sicch� era ipotizzabile
anche in Turchia un�esplosione religiosa che � prevedeva ancora Goldman � avrebbe
impedito al premier Erdogan �di utilizzare gli incentivi economici per disinnescare
il separatismo curdo, contenere l�opposizione interna e far conquistare alla
Turchia un ruolo di primo piano in Medio Oriente�. Insomma, ci sarebbero stati
tutti i presupposti, lasciava intendere Goldman, perch� nella Regione si scatenasse
un�altra guerra.
Quello che Goldman non diceva era che il primo ministro Recep Tayyip Erdogan
governava con un grande sostegno popolare raggiunto con il successo di un�economia
che, viaggiando con ritmi cinesi, gli aveva permesso di vincere tre elezioni di
fila. E cos�, forte del consenso delle masse, egli in dieci anni di continuo
governo aveva potuto devitalizzare di molto il potere della vecchia guardia dei
militari filo atlantici e laici, modificando cos� l�assetto degli equilibri
politici sul Bosforo. Beninteso, pure la Turchia ha accusato i colpi della
recessione, un rallentamento dell�economia turca c�� stato, ma non con la tragicit�
indicata da Goldman, poich� il tasso di crescita della Turchia previsto per il 2013
(tra il 4 e il 5 per cento) resta ancora alto rispetto agli standard europei.

Pertanto, fino a pochi mesi fa Erdogan era considerato un vincente, l�uomo che
aveva tutte le credenziali per essere accreditato come il leader (musulmano),
l�unico in grado di rasserenare quel clima d�incertezza politica che s�� creato con
la �primavera araba� in tutto il Medio Oriente e non soltanto in esso. Sicch�
appare quanto mai strano che quella che era iniziata come una protesta contro
l�abbattimento degli alberi di un parco � Gezi Parki � adiacente a piazza Taksim,
nel cuore della Istanbul moderna, sia rapidamente cresciuta fino a diventare una
rivolta contro il governo del premier. Infatti, per pi� giorni la stampa
internazionale ha raccontato le battaglie urbane di piazza Taksim, ha denunciato la
dura repressione delle forze dell�ordine non soltanto ad Istanbul, ma anche nella
capitale Ankara.

Naturalmente, il ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu aveva attaccato �certi


circoli� dei media internazionali, che a suo giudizio sono impegnati a danneggiare
l�immagine della Turchia. �Se facciamo un paragone�, aveva detto il ministro alla
tv privata Haber Turk, �il resoconto dei media internazionali sulle proteste di
Piazza Taksim � molto diverso dalla realt� di ci� che accade�. Anche l�agenzia di
Stato Anadolu ha lanciato una campagna contro i media internazionali, per
denunciare la copertura �diffamante� che si dava della protesta di Piazza Taksim.
La campagna ha avuto la sua piattaforma principale su Twitter, dove molti messaggi
con l�hashtag �YouCANTstopTurkishSuccess� hanno attaccato i media internazionali
per il modo in cui hanno dato notizia delle proteste, come se si trattasse di una
guerra civile o una rivolta in stile arabo. Campagne analoghe sono state lanciate
con hashtag come �GoHomeLiarCNNbbcANDreuters� (�andate via Cnn, Bbc e Reuters
bugiarde�) e �occupyLondon�, che prendeva di mira il G8 che sar� ospitato dalla
capitale britannica.

Tuttavia, prima di esprimere un giudizio, non andrebbe dimenticato che la Turchia


ha ottantacinque milioni di abitanti a schiacciante maggioranza islamica, che � il
secondo paese Nato per potenza militare e che ha un forte orgoglio nazionale,
memore della storia imperiale ottomana. Insomma ha un �curriculum� degno di una
nazione che aspira a un ruolo di leader in un�area delicata com�� il Medio Oriente,
e che poteva avvalersi finora pochi mesi fa del forte sostegno degli Stati Uniti.
Poi il rapporto � mutato. Il vertice del maggio scorso tra il presidente americano
e il premier turco sulla Siria, ma soprattutto sugli scambi economici tra Stati
Uniti e Turchia, ha dato risultati pi� ambigui di quanto sia emerso
dall�ufficialit�. Pi� che dalla guerra siriana, ora i sonni di Erdogan sono turbati
dal rischio di un fiasco sul fronte economico che gli potrebbe essere in
prospettiva fatale. Si tenga a mente che le sue vittorie travolgenti e quelle del
partito islamico conservatore Akp si sono fondate in questo decennio sui successi
economici (una crescita media dal 2002 a oggi del 5,2 per cento annuo), non sulla
religione o sui progetti di ricostituire una sfera di influenza neo-ottomana, come
molti commentatori lasciano intendere.

Sicch�, pur di mantenere alta la crescita economica Erdogan ha aperto persino


all�Iran. L�idea � chiara: offrire agli iraniani la licenza bancaria turca perch�
essi possano concludere le transazioni commerciali quando scatteranno le sanzioni
internazionali contro la banca centrale iraniana, e inoltre perch� essi possano con
i proventi petroliferi finanziare le numerose societ� iraniane che operano in e
dalla Turchia. Infatti non sono soltanto le grandi banche come la Tejarat Bank e la
Pasargad Bank di Teheran a correre ad Istanbul, ma gi� pi� di duemila societ�
commerciali persiane hanno aperto filiali in Turchia. Tant�� che sono diventati
ormai moltitudine i turchi che sono partner commerciali e bancari degli iraniani.
Stando cos� le cose non ci vuol molto a capire la nevrosi di Israele che da anni si
inventa pretesti per coinvolgere gli Stati Uniti in una guerra contro gli
Ayatollah.

Recep Tayyip Erdogan gliene ha offerti parecchi. Infatti, � Recep Tayyip Erdogan
che chiede a viva voce il riconoscimento dello Stato palestinese. �Non �
un�opzione, � un dovere�, dichiara il primo ministro turco nel suo intervento alla
Lega Araba durante il quale afferma che il contenzioso palestinese non � una
questione da classificare come �ordinaria amministrazione� perch� riguarda �la
dignit� dell�essere umano�. E cos�, il 20 di settembre di due anni fa il presidente
dell�Autorit� nazionale palestinese (Anp) Abu Mazen pot� presentarsi al Palazzo di
Vetro, e richiedere il riconoscimento della Palestina come Stato indipendente, il
194� membro delle Nazioni Unite. E� ancora Recep Tayyip Erdogan che lancia un
messaggio a Israele tutt�altro che conciliante. Non ci sar� � avverte � nessuna
normalizzazione tra la Turchia e lo Stato ebraico di Israele, se quest�ultimo non
rispetter� le condizioni poste da Ankara e cio� le scuse per l�attacco alla
flottiglia umanitaria, l�indennizzo delle vittime e la revoca dell�embargo su Gaza.

Se si pensa che ancora in anni recenti la marina israeliana e quella turca


compivano le manovre congiunte sotto l�egida della Nato, si pu� capire l�ansia di
Tel Aviv quando si era saputo che nei radar della flotta turca, le navi e gli aerei
israeliani non erano pi� segnalati come �amici�, ma come �ostili�. Le scuse
arriveranno soltanto nel marzo di quest�anno. E� Benjamin Netanyahu a pronunciarle
al telefono che gli aveva messo in mano Barack Obama. Il premier israeliano sapeva
quello che doveva dire, sebbene n� lui n� Avigdor Lieberman (l�alleato politico e
leader ultranazionalista) l�avrebbero mai voluto dire. Il primo ministro Recep
Tayyip Erdogan ha ascoltato Netanyahu mentre si scusava �con il popolo turco per
ogni errore che potrebbe aver causato la perdita di vite umane� e prometteva che i
due Paesi avrebbero trovato un accordo per risarcire le vittime. All�aeroporto di
Tel Aviv � cos� imponendo � il Presidente americano prima di risalire sull�Air
Force One alla fine di una visita di tre giorni in Israele, si era accaparrato un
risultato importante, poich� l�alleanza tra lo Stato ebraico e la Turchia (ne sono
tuttora convinti i generali del Pentagono) andava ristabilita per poter affrontare
la crisi siriana e la questione dell�atomica iraniana.

Facile da dire, difficile da attuare l�alleanza se si pensa che soltanto pochi


giorni prima della famosa telefonata, Erdogan aveva definito il sionismo �un
crimine contro l�umanit�. Dopotutto sono le divergenze tra i due Stati che hanno
spinto la banca d�affari e di investimenti Goldman Sachs a consigliare ai propri
clienti di liberarsi in fretta di tutti i titoli della seconda pi� grande banca
privata turca, la Garanti Bakasi. L�obiettivo s�era rivelato da subito non facile
da raggiungere perch� la Turchia � come detto � � al quinto posto, tra i grandi
dell�economia mondiale. Pertanto, per rassicurare i suoi clienti pi� perplessi e
incoraggiare quelli ancora indecisi si era ricorsi all� �autorevole� David Goldman,
il quale nell�ormai famoso articolo sul Middle East Quarterly aveva predetto il
crollo economico della Turchia nel 2012, convincendo i clienti pi� dubbiosi, almeno
cos� sostengono al Goldman Sachs Group.

Stando cos� le cose, ci vuole poco a capire perch� gli spasmi di protagonismo di
Erdogan abbiano cominciato ad irritare anche gli Stati Uniti. Persino lo sventolio
della bandiera del secondo (per potenza) esercito della Nato pare li abbia
infastiditi. E� successo da quando qualcuno ha rinverdito la leggenda secondo la
quale l�insegna sullo stendardo turco evoca il �riflesso della luna che occulta una
stella�, che apparve �nelle pozze di sangue dei cristiani sconfitti dopo la
battaglia di Kosovo nel 1448�. E� la battaglia durante la quale gli Ottomani
sconfissero le forze cristiane e stabilirono l�Impero ottomano con l�adozione della
bandiera turca nell�Europa orientale fino alla fine del XIX secolo. La riscoperta
della leggenda sar� pure una provocazione, ma di certo ha contribuito a raffreddare
i rapporti con l�Occidente. Ne � una testimonianza l�incontro di Washington del 16
maggio scorso durante il quale Erdogan aveva chiesto a Obama che la Turchia non
restasse fuori dalla Translatlantic Trade and Investment Partnership, il progetto
di zona di libero scambio tra Europa e Stati Uniti. Ma il Presidente americano oggi
pi� di quel giorno di maggio continua ad esitare, sebbene la sua esclusione
potrebbe portare a una contrazione del 2,5% del Pil turco. Se ci� accadesse si
confermerebbe il catastrofico scenario evocato da David Goldman.

Dopodich� il 27 maggio, undici giorni dopo l�incontro con Obama a Washington, sono
cominciate le manifestazioni nel cuore di Istanbul con il prestesto di impedire
l�abbattimento dei seicento alberi di Gezi Parki per permettere l�ammodernamento di
piazza Taksim pianificato da Governo. Con il passare dei giorni le proteste si sono
allargate anche in altre citt�, in particolare nella capitale Ankara e a Smirne.
L�escalation si � avuta il 31 maggio con la diffusione planetaria delle immagini
delle cariche della polizia contro i manifestanti, con il massiccio uso dei
lacrimogeni e dei cannoni ad acqua. Tra i tanti messaggi di condanna c�� anche
quello del Parlamento Ue nel quale si esprime preoccupazione per �l�uso
sproporzionato ed eccessivo della forza� da parte della polizia turca e si
deplorano �le reazioni del governo turco e del primo ministro Erdogan�. Nel
comunicato infatti si accusa, come mai era accaduto prima, lo stesso premier di
acuire la polarizzazione della situazione. Per completare il quadro sarebbe
interessante conoscere le intenzioni di Mark Patterson, il lobbista della Goldman
Sachs che � alla testa dello staff del segretario del Tesoro Jacob Joseph Lew.

Si tenga a mente che molti sono gli ex funzionari della Goldman Sachs presenti
nella amministrazione di Barack Obama, sebbene nella campagna presidenziale egli
avesse promesso che l�influenza dei lobbisti nella sua amministrazione sarebbe
stata ridimensionata. Lo U.S. News & World Report ne fornisce un lungo elenco.
Sicch� tutto lascia pensare che Erdogan rischi davvero di soccombere, e con lui il
suo modello turco. Chiss� se hanno gi� individuato il sostituto. Bisognerebbe
chiederlo alla Goldman Sachs.

NOTE:Vincenzo Maddaloni, giornalista, ha una lunga esperienza d'inviato all'estero.


Il suo sito personale � www.vincenzomaddaloni.it.Condividi!

inShare.1 Commenti
Bruno Sordini 6 / 21 / 2013 16:59Ho apprezzato moltissimo l�articolo a cui mi sto
riferendo in quanto mi ha chiarito alcuni dubbi ( e disinformazioni) che la nostra
informazione di parte rende di massa.
La cosa che non mi convinceva era la tenacia con cui i giovani turchi scendevano in
piazza �per il taglio di alcuni alberi� e soprattutto la loro eroica resistenza
alla reazione poliziesca. Sar� , mi veniva da pensare. Poi quando con enfasi la
nostra televisione ci informava che questi giovani manifestavano al grido di �bella
ciao� i miei dubbi sulla posizione di questi giovani invece di diminuirmi mi sono
aumentati. Mi sono cosi convinto che si stava tentando di dare un colore non
proprio a queste manifestazioni. L�articolo di cui sopra che sto commentando mi ha
convinto ancora di piu che le mie deduzioni non erano infondate. Per cui vi
ringrazio della vostra informazione.
Distintamente.
(Bruno Sordini)
Egitto, rivoluzione usa e getta

Il numero � in edicola, libreria e scaricabile su iPad

Sommario | Sfoglia il numero

EDITORIALE Controrivoluzione d�Egitto

PARTE I ANATOMIA DEL CAOS

Marco HAMAM
Il giorno della marmotta, ovvero corsi e ricorsi delle tre rivoluzioni d�Egitto
Sono tre anni che i protagonisti della scena egiziana � militari, rivoluzionari,
Fratelli musulmani, salafiti e avanzi di regime � si scambiano di ruolo, salvo
tornare alla casella di partenza. Il valzer delle alleanze e delle rotture. Alla
fine decidono i generali.

Muhammad BILTAGI �La rivoluzione photoshop e gli errori di Mursi�


Conversazione con Muhammad BILTAGI, segretario generale del Partito liberta` e
giustizia, a cura di Alessandro ACCORSI

Alessandro ACCORSI Rivoluzione incompiuta in quattro atti


Le ondate di rivolta contro il regime non sono riuscite finora a intaccarne le
basi. Nostalgici mubarakiani, militari e Fratelli, perseguendo agende proprie,
hanno usato le istanze rivoluzionarie senza consentirne l�affermazione. Meglio una
mini-guerra civile?

Enrico DE ANGELIS Media egiziani crescono


Gli organi d�informazione condividono il destino politico del paese mediorientale.
Con i limiti di un sistema a compartimenti stagni e degli interessi di potere dei
privati. Il declino di Aljazeera e i segreti del successo della campagna di
Tamarrud.
Monica HANNA e Daniele SALVOLDI
Lo scempio delle antichit� sotto i Fratelli musulmani
La devastazione del patrimonio archeologico egiziano ha assunto proporzioni
tragiche al tempo di Mursi. Le cause: caos socio-politico, boicottaggio della
polizia, speculazioni edilizie, pregiudizio negativo verso il passato pre-islamico.
Il caso Luxor.

Giovanni PIAZZESE
Verso un Egitto caserma? La vittoria dei militari ha radici lunghe
Perch� il generale al-Sisi ha deciso di deporre il presidente Mursi, dal quale era
stato scelto come capo supremo delle Forze armate: una biografia rivelatrice, tra
islam, America e intelligence. I mille volti dell�economia con le stellette.

Maya SENUSSI e Rachel ZIEMBA


La rivoluzione solleva gli animi ma non giova agli affari
Disoccupazione, corruzione, scarso credito. Ai mali storici dell�economia egiziana
le rivolte hanno aggiunto un�endemica instabilit�, che spaventa gli investitori.
Finora rimesse e aiuti dal Golfo hanno tamponato le falle. Adesso urgono riforme
coraggiose.

Tewfick ACLIMANDOS Il regno di un anno: ascesa e caduta dei Fratelli musulmani


La parabola dell�islam politico al governo. Incompetenza, paranoia complottista e
aspirazioni totalitarie senza disporre dei mezzi per realizzarle sono le principali
cause del fallimento. Come esercito e opposizioni hanno concertato la fine di
Mursi.

Roger BOU CHAHINE, Marco CERINI e Bernard E. SELWAN EL KHOURY


I Fratelli alla resa dei conti
La cacciata di Mursi minaccia di far esplodere nella Fratellanza il dissidio tra
conservatori e riformisti. I vertici del movimento restano saldamente ortodossi, ma
la prospettiva di nuove elezioni alimenta la fronda. Sono i salafiti l�ago della
bilancia.

Alessandro ACCORSI e Costanza SPOCCI


La galassia salafita gioca di sponda fra militari e Fratelli
Da al-Da�wa al-Salafiyya, organizzazione centrale nell�islamismo piu` conservatore,
germina al-Nur, partner e poi concorrente degli ihwan. Le scissioni interne e
l�ambiguo supporto dei salafiti al golpe di al-Sisi. Il ruolo degli hazimun.

Gennaro GERVASIO e Andrea TETI I segreti inconfessabili del golpe democratico


Il fallimento politico dei Fratelli ha aperto la strada all�intervento militare,
invocato dalla piazza. Sceso in campo per scongiurare la guerra civile, l�esercito
fomenta ora gli scontri per prevenire la saldatura di un fronte liberale. Ma sta
giocando col fuoco.

PARTE II PERIFERIE SENZA CENTRO

AMRO ALI Sidi Gabir, ovvero fare rivoluzione ad Alessandria


La citta` mediterranea � il termometro della crisi egiziana. La grande diversit�
sociopolitica e alcuni fattori geografici e urbani la rendono perfetta per la
�politica della strada�. I crocevia delle proteste. La metafora di Nagib Mahfuz.

Costanza SPOCCI e Giulia BERTOLUZZI


Dagli sceicchi ai jihadisti: rapporto sui poteri informali nel Sinai settentrionale
Nella penisola che segna il confine con Israele le strutture tribali sono in crisi.
Emergono i signori dei traffici e i giovani votati alla guerra santa. Il
reclutamento salafita fra i beduini attira anche i rampolli delle famiglie
influenti. La disputa fra al-Mana�i e al-Turbani.

Riham 'ABD AL-'AZIZ ZAHRAN e Muhammad SABRI Se l�Egitto perde il Sinai


Da due anni esercito e polizia combattono una guerra senza quartiere contro i
gruppi islamisti che imperversano nella penisola. La deposizione di Mursi getta
ulteriore benzina sul fuoco. Lo spargimento di sangue rischia di regalare nuovi
adepti al jihad.

Leyla DOSS A Porto Said militari e Fratelli hanno fatto autogol


Malgrado la forte sinistra locale, la citt� � rimasta a lungo una roccaforte
lealista. Gli scontri allo stadio del febbraio 2012 e le successive condanne hanno
messo gli abitanti contro Mursi e i generali. La nuova luna di miele con l�esercito
non durera`.

PARTE III LO TSUNAMI CONTINUA

ZEER NEWS Nel Golfo quasi nessuno piange i Fratelli


Per Arabia Saudita ed Emirati, la cacciata di Mursi � una liberazione. Non cos� per
il Qatar, che sulla Fratellanza aveva puntato. Ora Doha rischia di vedere svanire
miliardi e la reputazione di Aljazeera. Le prime mosse del giovane emiro.
Dario FABBRI Per Washington i militari restano il male minore
Obama sperava di aver trovato nei Fratelli i nuovi garanti della stabilit�
egiziana. La deriva di Mursi l�ha spinto a corteggiare di nuovo l�esercito, di cui
ha per� sottovalutato ambizioni e margini di manovra. Se non paga lo zio Sam, ci
pensano Doha e Riyad.

Reuven PEDATZUR Sulle rotte egiziane Israele naviga a vista


A Gerusalemme la cacciata di Mursi suscita timori di instabilit� alla frontiera
occidentale, specie nel Sinai. La speranza che il vicino si concentri sui problemi
interni. I sette comandamenti per un approccio strategico alle relazioni con Il
Cairo.

Luca OZZANO Dal modello turco al modello egiziano?


Ankara ha condannato il colpo di Stato al Cairo, anche per il timore che qualche
generale possa trarre ispirazione dal golpe. La speranza che la mancata condanna
occidentale susciti una reazione patriottica tale da sedare la crisi di Piazza
Taksim.

Bernard E. SELWAN EL KHOURY La Tunisia teme l�onda di ritorno


Nel paese d�origine delle rivolte arabe, gli islamisti al governo guardano con
apprensione all�Egitto, paventando il �contagio�. I vertici di Ennahda affettano
calma, i salafiti lanciano strali al movimento ribelle tunisino. La partita chiave
� sulla costituzione.

Cristiano TINAZZI In Libia la Fratellanza non serve pi�


Sulla crisi in Egitto, il paese vicino si � diviso tra filo-Mursi e sostenitori
della rivoluzione. A Tripoli i Fratelli hanno poco peso politico: per la societ�
libica post-Gheddafi l�islam � gi� un punto di riferimento. L�equivoco dei presunti
laici e liberali.

LIMES IN PI�

Luca DI BARTOLOMEI Fate largo al guerriero filosofo


Le battaglie del futuro si combatteranno in buona parte su terreni diversi da
quello bellico. Urge una riforma delle nostre Forze armate che valorizzi il fattore
umano, aumentandone livello d�istruzione e abilit� professionali. Con un occhio ai
costi.
Laura MIRACHIAN L�Onu e noi, noi e l�Onu: la lettera che avrei voluto scrivere
Amaro ma appassionato bilancio di fine missione di un diplomatico italiano a
Ginevra. Come un�elefantiaca macchina burocratica dedita ad autoconservarsi pu�
essere riformata per farne uno strumento di governance globale. Il compito
dell�Italia.

(1/08/2013)