Sei sulla pagina 1di 4

La dialettica trascendentale

di Daniele Lo Giudice

Kant intende la dialettica trascendentale come logica dell'apparenza. E la


definisce illusione trascendentale.
L'illusione trascendentale è un tipo di illusione inevitabile e naturale per la ragione
umana, la quale tende ad estendere le proprie conoscenze oltre i limiti dell'esperienza.
In un certo senso, l'illusione non potrà mai essere eliminata. Ma, attraverso un
atteggiamento critico, ci si potrà sempre render conto che si tratta di una fantasia e non
di scienza (tantomeno di scienza razionale). Al di là dell'esperienza non vi può esser
scienza.
«... verità e parvenza - scrive Kant - non si trovano nell'oggetto in quanto intuito, ma nel
giudizio sull'oggetto, in quanto pensato. E' quindi possibile affermare a ragione che i
sensi non errano, non però nel senso che essi giudichino sempre esattamente, bensì
perché essi non giudicano mai. Di conseguenza, così la verità come l'errore, e perciò
anche la parvenza come sviamento nell'errore, non risiedono che nel giudizio, cioè nel
rapporto fra l'oggetto ed il nostro intelletto. In una conoscenza pienamente in accordo
con le leggi dell'intelletto non può aver luogo l'errore. ...[...] nei sensi non si da alcun
giudizio, né vero, né falso.» (1)

Kant, come s'é già intravisto, quando parla di ragione, distingue tra due facoltà che
rendono possibile la conoscenza a priori, cioè una conoscenza critica e consapevole dei
propri limiti. La prima è l'intelletto (Verstand), ovvero la facoltà di unificare tra loro i
fenomeni mediante le categorie; la seconda è la ragione vera e propria (Vernunft),
ovvero la capacità di unificare tra loro le regole dell'intelletto mediante principi
superiori.
Kant, così, rovescia le gerarchie ed il senso delle definizioni accettate, grosso modo, da
tutti i filosofi precedenti. Questi avevano proclamato la superiorità dell'intelletto, inteso
come facoltà di intuire, sulla ragione,.
«Ogni nostra conoscenza scaturisce dai sensi, da qui va all'intelletto, per finire alla
ragione, al di sopra della quale non si riscontra nulla di più alto che intervenga ad
elaborare la materia dell'intuizione ed a ricondurla sotto la suprema unità del pensiero.
Mi trovo in un certo imbarazzo, dovendo dare una spiegazione di questa suprema facoltà
conoscitiva. Di essa, come dell'intelletto, ha luogo un uso puramente formale, cioè
logico, in cui la ragione prescinde da ogni contenuto della conoscenza; della ragione,
però, si dà anche un uso reale, perché essa contiene l'origine di taluni concetti e principi,
che essa non trae né dai sensi, né dall'intelletto. Ora già da molto, la prima di queste
facoltà è stata definita dai logici la facoltà di inferire mediatamente (per distinguerla
dalle inferenze immediate, consequetiae immediatae); ma con ciò non viene ancora posta
in chiaro la seconda facoltà, la quale produce essa stessa concetti. Orbene, poiché qui ha
luogo una suddivisione della ragione in facoltà logica e facoltà trascendentale, si rende
necessaria la ricerca di un concetto più alto di questa sorgente conoscitiva, tale da
comprendere sotto di sé entrambi i concetti; in analogia ai concetti dell'intelletto,
possiamo presumere che il concetto logico ci offra a tempo la chiave di quello
trascendentale, e che la tavola delle funzioni dei concetti dell'intelletto ci fornisca
parimenti l'albero genealogico dei concetti della ragione.
Nella prima parte della nostra Logica trascendentale, abbiamo posto in chiaro l'intelletto
come la facoltà delle regole; qui gli contrapponiamo la ragione, considerandola la facoltà
dei principi.» (1)

Ma la parola "principio" è equivoca, secondo Kant, dacché comunemente non è altro che
che una conoscenza tale da poter essere impiegata come punto di partenza, "benché in se
stessa e per la propria provenienza essa non costituisca per nulla un principium."
Qualsiasi proposizone avente un contenuto universale potrebbe essere un principio, cioè
premessa maggiore di un sillogismo. Ma non sempre lo è.
«Darò quindi il nome di conoscenza in base a principi solo a quella in cui conosco il
particolare nell'universale, attraverso concetti. Così ogni sillogismo risulta essere una
forma della derivazione di una conoscenza da un principio. La premessa maggiore dà
sempre, infatti, un concetto tale da far sì che tutto ciò che risulta sussunto sotto la
condizione di esso venga conosciuto in base a questo concetto, secondo un principio. »
(1)

" Il principio supremo per mezzo del quale la ragione cerca di unificare i risultati
dell'intelletto si basa sull'idea di incondizionato e consiste nell'affermare che, se è dato il
condizionato, ossia ciò che è conosciuto dall'intelletto, deve essere data anche l'intera
serie delle sue condizioni, la quale di per sé è incondizionata. Questo principio è
l'esigenza di un principio legittimo della ragione, cioè quella di ricondurre la molteplicità
del condizionato, vale a dire del mondo dell'esperienza, alla massima unità possibile;
quando, tuttavia, tale principio viene scambiato per una conoscenza oggettiva, cioè per la
conoscenza di una realtà incondizionata, esso si rivela illusorio, perché tale realtà non ci
è mai stata data nell'esperienza e dunque non può mai costituire l'oggetto di un concetto
puro." (2)

Per chiarire questo punto, é bene vedere lo stesso ragionamento in tutto il suo sviluppo
così come lo formulò lo stesso Kant.
«La funzione che la ragione svolge nelle inferenze sta nell'universalità della conoscenza
in base a concetti e il raziocinio stesso è un giudizio che è determinato a priori in tutta
l'estensione della sua condizione. La proposizione "Caio è mortale", potrebbe anche
essere semplicemente tratta dall'esperienza, per mezzo dell'intelletto, Ma io invece cerco
un concetto, tale da contenere la condizione sotto cui dato il predicato (asserzione in
generale) di questo giudizio (in questo caso, cerco il concetto di uomo); e dopo aver
assunto il predicato sotto la condizione cercata, presa in tutta l'estensione (tutti gli
uomini sono mortali), procedo alla determinazione della conoscenza del mio oggetto
(Caio è mortale).
Dunque, nella conclusione di un sillogismo restringiamo un predicato a un particolare
oggetto, dopo che, nella premessa maggiore, abbiamo pensato tale predicato in tutta la
sua estensione, sotto una certa condizione. Questa quantità integrale dell'estensione,
rispetto a una determinata condizione, si chiama l'universalità (universalitas). Nella
sintesi delle intuizioni, le fa riscontro la totalità delle condizioni (universitas). Il concetto
trascendentale della ragione non è altro quindi che il concetto della totalità delle
condizioni, per un certo condizionato.
Ma poiché soltanto l'incondizionato rende possibile la totalità delle condizioni e poiché,
viceversa, la totalità delle condizioni è sempre come tale incondizionata, un concetto
razionale puro può in generale esser chiarito come il concetto dell'incondizionato, in
quanto include il fondamento della sintesi del condizionato.» (1)

L'idea dell'incondizionato si articola in tre idee particolari: le idee della ragione, dette
altrimenti, idee trascendentali.
Come le categorie sono le forme a priori dell'intelletto, le idee trascendentali sono le
forme a priori della ragione.
Ma per arrivare qui, Kant si vede costretto ad una lunga spiegazione del termine
"assoluto", e di come veniva normalmente impiegato nel linguaggio filosofico, ovvero
sia per affermare che un predicato inerisce ad una cosa considerata in sé stessa, sia per
significare che qualcosa vale sotto ogni aspetto ed ogni rapporto.
"In verità - scrive - qualche volta, questi due significati si raccolgono in uno. Ad
esempio, ciò che è intrinsecamente impossibile è nel contempo impossibile sotto ogni
rapporto, quindi impossibile assolutamente. Nel maggior numero dei casi, però, i due
significati sono infinitamente differenziati...[...]"
Poco dopo Kant dichiara di servirsi della parola "assoluto" in contrasto con quanto è
valido solo relativamente e per un particolare riguardo, sottoposto quindi a condizioni.
Terminato il chiarimento, afferma che " il concetto trascendentale della ragione non si
riferisce mai ad altro che alla totalità assoluta nella sintesi delle condizioni e non mette
mai a capo che a ciò che è incondizionato assolutamente, cioè sotto ogni rapporto."
Compito della ragione è spingere fino all'assolutamente incondizionato l'unità sintetica
pensata dall'intelletto nella dimensione categoriale.
" A questa unità si può quindi dare il nome di unità razionale dei fenomeni, riservando
quello di unità intellettuale all'unità espressa dalla categoria.
Ma, poiché non si possono dare esperienze incondizionate, la ragione non pensa le
esperienze, ma solo l'uso dell'intelletto, prescrivendogli la direzione verso "una
particolare unità", di cui l'intelletto non ha alcun concetto, né a priori, né empirico. In
altre parole: l'uso oggettivo dei concetti puri della ragione è sempre trascendente; l'uso
dei concetti puri dell'intelletto è sempre immanente, cioè limitato all'esperienza.

Le conoscenze dell'intelletto possono essere condotte all'unità in tre modi: 


1) attraverso la la loro relazione al soggetto pensante
2) attraverso la loro relazione all'oggetto pensato 
3) mediante la loro relazione alla realtà in generale
Ciò per cui si compie la prima unificazione è l' idea di anima, che esprime l'unità
incondizionata di tutte le conoscenze relative al soggetto.
La seconda, ovviamente, si esprime attraverso l'idea di mondo.
La terza passa attraverso l'idea di Dio, chiamata da Kant "ideale della ragione". Essa
esprime l'unità incondizionata di tutte le conoscenze in generale.
Ora, per Kant, la vecchia pretesa di conoscere scientificamente gli oggetti di queste tre
idee, quindi non solo al fine di unificare gli oggetti dell'esperienza, ma anche per
conoscere le cose in sé, esistenti oltre l'esperienza, altro non è che la metafisica.

Vedremo nel prossimo capitolo dove portano le ulteriori rflessioni kantiane.


(continua)

note: 
(1) Immanuel Kant - Critica della ragion pura 
(2) Enrico Berti - Storia della filosofia /vol. II Dal Quattrocento al Settecento - Editori
Laterza

DLG - 9 aprile 2004