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Leopardi ritiene che l'uomo non possa vivere senza illusioni: senza di esse vedrebbe l'inconsistenza della

propria vita e, forse, la rifiuterebbe. Ma l'esistenza umana è scandita dalla Natura, a cui appartiene: a chi,
come il Poeta, ha indagato questa verità resta l'amara ed eroica consapevolezza di vivere sapendo che il
bene non esiste, perché il bene è solo il bene della natura, che, per la propria sopravvivenza, non esita a
schiacciare la vita degli individui. Per l'uomo, e forse per tutti gli esseri dominati dalla natura, l'unico spazio
personale e certo si configura nel dolore. Per questo gli esseri scambiano la sospensione del dolore con la
gioia. La Felicità, per Leopardi, è nel desiderio, nella speranza di ciò che non abbiamo e che non avremo
mai. Ma nella riflessione e nella poesia il Poeta trova l'equilibrio possibile tra la partecipazione affettuosa
alla vita che lo circonda e la distanza dalle illusioni, che portano sofferenza. La poesia per Leopardi doveva
essere pura e contenere solo il bello della vita, tutto ciò che riguardava la realtà doveva essere estraneo alla
poesia perché compito della storia e della filosofia.

l’infelicità umana: In questa fase Leopardi segue una strada filosofica originale, tutta sua: non cerca più la
totalità, l’abbraccio con la natura che solo dà la felicità. È arrivato infatti alla convinzione che l’uomo non sia
mai stato felice nella sua storia e ciò non perché il progresso della conoscenza lo ha allontanato dalle
illusione dell’età antica, ma perché quella felicità non è mai esistita: non c’è mai stata la fusione felice con
la natura. L’uomo non è che una entità senza scopo in un universo retto da leggi meccaniche privo
anch’esso di scopo e finalità. Il genere umano e tutte gli altri esseri viventi non hanno uno scopo diverso da
quello di conservare la specie, la vita universale. La natura, dunque, non è più, come nella prima fase del
pensiero leopardiano, una entità quasi divina, che interviene in positivo o in negativo sulla sorte degli
uomini.

Ultimo canto di saffo

…i destinati eventi

46. move arcano consiglio. Arcano è tutto,

47. fuor che il nostro dolor. Negletta prole

48. nascemmo al pianto …

55. moremmo

Dialogo della natura e di un islandese

Tu mostri non aver posto mente che la vita di quest'universo è un perpetuo circuito di produzione e
distruzione, collegate ambedue tra sé di maniera, che ciascheduna serve continuamente all'altra, ed alla
conservazione del mondo; il quale sempre che cessasse o l'una o l'altra di loro, verrebbe parimente in
dissoluzione.

Determinismo della natura

Più del dolore, diveniva insopportabile la noia. La causa di questa condizione d’infelicità è la Natura intesa
come materia incorruttibile ed eterna, che ha un proprio funzionamento meccanicistico di cui ovviamente
l’uomo è costretto a seguire le leggi. La sua concezione non è la stessa in ogni opera ma assume una diversa
conformazione al maturare del pensiero filosofico. Nelle sue prime opere infatti la non ha una connotazione
tanto negativa quanto in quelle successive. In un primo momento egli condanna il progresso dispensatore
di agonie. Ma tale filosofia di pensiero muta lasciando spazio al pessimismo cosmico che delinea appieno la
figura letteraria di Leopardi. Il dolore non nasce solo dalla fine delle illusioni. Non è frutto e conseguenza di
qualcosa, dal momento che è all’origine di tutto: la vita stessa è dolore. Invano il poeta cerca una ragione
alla vita. Dall’infelicità individuale egli passa al riconoscimento di una universale, al dolore del mondo, al
dolore di ogni essere creato. La natura diviene portatrice di affanno e angoscia non esistono rimedi né
cause poiché la causa è la natura stessa. Si parla di una natura sconfinata nell’universo che annulla l’uomo
ed un uomo annullato che tenta di trascendere la natura. Dal pensiero dei tragici greci, aveva constatato
che l’uomo nonostante la sua grandezza, non può nulla contro il Fato e la Natura, che tali poteri sono ciechi
e incontrollabili. Leopardi diviene il poeta del dolore universale, padre del pessimismo annientatore di
principi casuali. È palpabile la pietà che egli mostra per gli uomini condannati al loro stesso sconfinato
dolore, dettato dall’immancabile fine dell’universo. Ma l’uomo sarà solo sino alla fine. Alle sue domande
nessuno risponderà. Invece di integrarsi alla natura amica, il poeta si sentirà sempre èiù estraneo ad una
natura indifferente e ostile. Imperscrutabile è infatti il destino dell’uomo in cui le uniche certezze sono il
dolore e la morte.

Per Verga, quindi, la storia non porta un reale progresso ma dietro un' apparente evoluzione c'è una reale e
drammatica involuzione. I Malavoglia e Mastro Don Gesualdo sono soltanto alcuni dei "vinti" descritti dallo
scrittore siciliano che il progresso, visto come un'immensa onda inarrestabile, travolge senza pietà.

Leopardi, invece, si occupa dell'idea di progresso estrapolandola dal contesto storico italiano e inserendola
in una dimensione più ampia e, cioè, quella della condizione umana. La visione leopardiana del progresso è
estremamente pessimistica; secondo Leopardi esso fa uscire l'uomo da uno stato di felicità conducendolo
ad uno stato di dolore e sofferenza. La storia degli uomini non è progresso ma decadenza da uno stato di
inconscia felicità naturale ad uno stato di consapevole dolore, messo in luce dalla ragione. Ciò che è
avvenuto nella storia dell'umanità si ripete immancabilmente nella storia di ciascun individuo

La precisazione che si tratta di un pastore dell’Asia, alquanto generica, più che localizzare il soggetto che
canta allude al fatto che esso appartiene a un mondo lontano e primitivo e come tale è interprete di una
saggezza antica e forse più vicina alla verità: un pastore filosofo alla ricerca disperata del senso della vita.
La seconda grande differenza – anche questa più apparente che reale – consiste nel fatto che l'io lirico non
è quello del poeta, ma di un uomo 'primitivo', vicino alla Natura e teoricamente vergine nel modo di
pensare. Ma l'essere primitivo non ha il valore positivo che poteva avere nella prima fase del pensiero
leopardiano: il pastore errante, infatti, mostra tutti i tratti, tutti i rovelli e tutta l'infelicità dell'uomo
moderno.