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pessimismo leopardiano; Il pessimismo nasce quando il poeta scopre la realtà e vede finire le illusioni della fanciullezza:

per Leopardi, infatti, la sola età felice per l’uomo è quella dell’infanzia, perché si hanno ancora speranze e fiducia nel futuro;
l’età adulta, invece, non porta altro che dolore.
• pessimismo individuale: nasce dalla condizione fisica dell’autore, esso non è pessimista per la sua condizione
di salute che è parecchio grave, bensì, essa rappresenta il punto di partenza per la riflessione filosofica sull’essere.
è proprio dell’autore e ciò non vieta che gli altri, invece, possano essere felici. Leopardi si sente destinato ad una
vita di dolore e l’unico motivo di consolazione si può trovare nella contemplazione della natura. (L’Infinito).
• pessimismo storico: : il poeta scopre che il dolore è di tutti gli uomini ed è provocato dal loro progressivo
allontanamento dalla Natura, che è per loro una “madre” benevola: essa ha creato l’uomo perché fosse felice, ma
poi lo sviluppo della civiltà e della Ragione (la Storia) hanno limitato in lui il sentimento e l’immaginazione,
rendendolo infelice. Soltanto durante la fanciullezza l’uomo rivive la spontaneità e la naturalezza degli antichi, che
erano lo stato iniziale e felice dell’umanità;
• pessimismo cosmico, Leopardi perviene al cosiddetto pessimismo cosmico, ovvero a quella concezione per
cui, contrariamente alla sua posizione precedente, afferma che l'infelicità è connaturata alla stessa vita dell'uomo,
destinato quindi a soffrire per tutta la durata della sua esistenza. La natura è infatti la sola colpevole dei mali
dell’uomo; essa è ora vista come un organismo che non si preoccupa della sofferenza dei singoli, ma svolge
incessante e noncurante il suo compito di prosecuzione della specie e di conservazione del mondo: è un
meccanismo indifferente e crudele che fa nascere l’uomo per destinarlo alla sofferenza. Infatti la natura,
mettendoci al mondo, ha fatto sì che in noi nascesse il desiderio del piacere infinito, senza però darci i mezzi per
raggiungerlo. In questo periodo Leopardi compone le Operette Morali (venti prose in cui l’autore presenta le sue
idee sulla natura e sull’uomo) e i Grandi idilli, in cui la poesia si fa canto dell’animo di un singolo.
Questa concezione, che è alla base della maggior parte della produzione poetica di Leopardi, emerge per la prima
volta con assoluta chiarezza nel "Dialogo della Natura e di un Islandese", un'Operetta morale scritta nel 1824.
• pessimismo eroico: L’ultimo periodo viene chiamato del pessimismo eroico perché all’odio per la malvagità della
natura si associa la volontà di resisterle eroicamente attraverso la solidarietà tra tutti gli uomini. La poesia più
emblematica di questo periodo è La ginestra.
la Ragione svela all’uomo l’inganno della Natura, che è crudele.
teoria del piacere :La "teoria del piacere" sostiene che l'uomo nella sua vita tende sempre a ricercare un piacere infinito,
come soddisfazione di un desiderio illimitato. Esso viene cercato soprattutto grazie alla facoltà immaginativa dell'uomo,
che può concepire le cose che non sono reali. Poiché grazie alla facoltà immaginativa l'uomo può figurarsi piaceri
inesistenti, e figurarseli come infiniti in numero, durata ed estensione, non bisogna stupirsi che la speranza sia il bene
maggiore e che la felicità umana corrisponda all'immaginazione stessa. La natura fornisce tale facoltà all'uomo come
strumento per giungere non alla verità, ma ad un'illusoria felicità.L’individuo aspira sempre a questo tipo di piacere illimitato
che in realtà non raggiunge mai e questo genera in lui un’insoddisfazione continua e da tale condizione deriva il senso di
nullità di tutte le cose.
Esso non sarà mai realizzabile perché generato dalla natura creatrice delle illusioni. La vita è un continuo e incessante
alternarsi di desiderio di piacere e dolore per l'inappagamento dello stesso e da questo stato di insoddisfazione trae origine
l’infelicità dell’uomo e la noia.
L’infelicità quindi non è un momento occasionale ma è condizione dell’esistenza umana. Essa è determinata dal fatto che
l’anima desidera sempre piacere anche quando tale desiderio è stato appena soddisfatto
Il piacere per essere tale deve essere alternato al dolore e il piacere è il prodotto dell’immaginazione.
Lo scarto tra desiderio e piacere è infelicità oppure attesa del piacere, che però è noia: la noia infatti riempie i momenti
vuoti dell’esistenza, quelli che stanno tra gioia e sofferenza.
per evitare di stare costantemente male si puo rimediare con un ottundimento della ragione, indefinito, ricordo o
rimembranza (a silvia), attesa del piacere (sabato al villaggio) e sollievo per la cessazione di un dolore (quiete dopo la
tempesta)

prima conversione: dall’erudizione al bello: Tra il 1815 e il 1816 si attua quella che Leopardi chiama la sua conversione
«dall’erudizione al bello»: egli abbandona le aride minuzie filologiche, si entusiasma per i grandi poeti classici, comincia a
leggere i moderni come Rousseau, Alfieri, Foscolo, e viene a contatto con la cultura romantica. Un momento fondamentale
della sua formazione intellettuale è costituito dall’amicizia con l’intellettuale Pietro Giordani. Questa apertura verso il mondo
esterno gli rende ancor più insostenibile l’atmosfera chiusa di Recanati. Nell’estate del 1819 tenta la fuga dalla casa
paterna, ma il tentativo viene scoperto e sventato. Lo stato d’animo conseguente a questo fallimento, acuito da un’infermità
agli occhi che gli impedisce anche la lettura, lo portano a una condizione di totale prostrazione: Opere erudite e traduzioni
(1813-1816), mostrano l’intelligenza e la cultura di Leopardi adolescente, modello: cultura arcadico-illuministica

seconda conversione dal bello al vero: Questa crisi segna un altro passaggio, dal «bello» al «vero», dalla poesia
d’immaginazione alla filosofia e ad una poesia nutrita di pensiero. Il 1819 è anche un anno di intense sperimentazioni
letterarie: molti filoni sono tentati e subito abbandonati, ma con L’infinito comincia la stagione più originale della sua poesia.
Si infittiscono anche le note dello Zibaldone, una sorta di diario intellettuale a cui Leopardi affida appunti, riflessioni
filosofiche, letterarie, linguistiche. Negli anni successivi (1820-21) nascono altri idilli, e prosegue la serie delle canzoni.
produzioni letterarie:
i canti I Canti vengono scritti nel periodo ricco di esperimenti letterari successivo alla prima conversione, quella
“dall’erudizione al bello”. Nel 1831: prima edizione dei Canti comprendente 10 canzoni, 5 Idilli e le canzoni pisano-
recanatesi.
• canzoni: Strofe diverse con una sorta di ritornello, versi in endecasillabi o settenari sciolti.
Ampie e con contenuti impegnativi espressi con linguaggio arduo, alto, ardito, perché il pensiero è formato da
tanti impegnati concetti collegati. Le canzoni sono ricche di riflessioni complicate .
Temi di riflessione: condizione dell’uomo moderno, pessimismo, ideali patriottici e illusioni, mondo classico ed
eroismo, confronto passato-presente, gloria poetica e suicidio.
Stile: difficile ed erudito piano lessicale, ricco di iperbati (inversione della sintassi della frase) e figure retoriche.
La natura è ancora benigna, positiva.
• Idilli: Componimenti poetici di brevi dimensioni, scritti in endecasillabi sciolti.
Si basano su un confronto tra limite e infinito, tra suoni della realtà e il silenzio dell'eternità.
Composti in una fase speculativa, sentimentale, autobiografica, dove cerca di portare il suo io all’interno delle
poesie
Vengono considerati da Leopardi come dei quadretti del suo animo
Sintassi piana, lessico colloquiale
titoli principali: L’infinito, La sera del dì di festa
• canzoni pisano-recanatesi (grandi idilli)
atteggiamento del “pessimismo cosmico”,Temi: ricordi e recupero delle illusioni
Questi canti segnano il ritorno di Leopardi alla poesia dopo un lungo periodo di silenzio, durante il quale ha scritto
in prosa e pubblicato le Operette morali. Non a caso nel libro i canti pisano-recanatesi sono preceduti dal
Risorgimento, una poesia molto diversa dal punto formale, ma che celebra la rinascita della capacità dell’autore
di nutrire illusioni e quindi di poetare.La forma usata è la canzone libera, composta da un numero vario di strofe
di diversa lunghezza, in cui settenari ed endecasillabi si alternano senza seguire uno schema predeterminato,
come pure le rime e le assonanze.
operette morali: Sono un insieme di dialoghi e di novelle di argomento filosofico, affrontano il tema della morale e dell’etica
quindi il comportamento e l’atteggiamento dell’essere umano (prosa filosofica).
Operette morali perché quando si legge “operette” si pensa a qualcosa di non impegnativo, di piacevole e sceglie questo
titolo perché pur parlando di argomenti seri quali sono la morale lo fa in tono divertente e per questo poi il nome operette
morali.
Sono trattati i temi più cari al poeta: la crudeltà della natura, l'infelicità della vita e l'irraggiungibilità del piacere.es, dialogo
della natura e un islandese, dialogo di plotino e porfirio

A Silvia – A Silvia è il titolo di una lirica composta dal poeta recanatese Giacomo Leopardi. Dopo un periodo di silenzio
poetico, nel 1828 Leopardi apre una nuova stagione poetica, caratterizzata dai cosiddetti “canti pisano-recanatesi”
In questa poesia Leopardi ricorda una ragazza conosciuta nel corso della sua giovinezza e morta di tubercolosi;
la tradizione la identifica con Teresa Fattorini, figlia del cocchiere della famiglia Leopardi.
Il nome allegorico fa riferimento a quello della protagonista del dramma pastorale Aminta di Torquato Tasso.
il poeta in questa poesia rievoca la giovinezza terminata e non vissuta a causa della malattia di “silvia” e l’esaurimento di
tempo del poeta, che ora sta entrando nella vita adulta.
Tutta la poesia presenta un contesto paesaggistico non descritto il che richiama un senso di vago ed indefinito, tipico della
poetica leopardiana.
Nella prima strofa, il poeta rievoca la giovane chiamandola per nome, successivamente con la parola “rimembri” richiede
di portare alla memoria la sua gioventù. Questa prima strofa è simbolo dell’introduzione delle disillusioni: il tempo che
scorre e la sua giovinezza sparisce “il limitare di gioventù salivi”. in questa strofa è inoltre presente un accenno di
descrizione psicologica della ragazza “..occhi tuoi ridenti e fuggitivi.. e tu, lieta e pensosa..”
La seconda strofa rappresenta la vita di Silvia, ricordata nella stagione primaverile “maggio odoroso”, che rimanda alla
serenità e alla leggerezza della giovane. Ella lavora al telaio, canta. In questa strofa è presente un accenno di contesto
poiché si intuisce che entrambi i personaggi siano in uno spazio chiuso. “sonavan le quiete stanze..”
Con la terza strofa inizia il confronto tra la giovane e il poeta: questi descrive la propria giornata adolescenziale,
caratterizzata da “studi leggiadri” affiancandola a quella di Silvia, impegnata nelle attività citate precedentemente. La strofa
si chiude con una sensazione di ineffabilità anche data dal contesto vago e indefinito che viene proposto “quinci...e quindi
il monte”: le parole umane non sono capaci di esprimere i sentimenti e le speranze che il poeta provava in quel periodo e
in quella situazione.
Nella quarta strofa, il poeta unisce il suo destino e quello di Silvia, sottolineando da una parte le comuni speranze (illusioni)
nel futuro, ma dall’altra annunciando un evento, non dichiarato esplicitamente, che costringe a ridimensionare quelle
aspettative e a piangerne la sventura. La delusione porta il poeta a protestare contro la Natura, che ora è Madre Maligna,
portatrice di sventura per gli uomini.. Il poeta inoltre riflette sui beni non vissuti dalla giovane: il piacere di essere ammirata
e lodata per la propria bellezza e quello di parlare di amore con le amiche.
La sesta strofa è quella che esprime la disillusione del poeta: la sua giovinezza, a differenza di quella di Silvia, non è stata
interrotta bruscamente dalla morte, ma con la fanciulla egli condivide la frustrazione delle proprie speranze a causa dello
scontro con la realtà e la negazione della vita alla sua giovinezza. Vi è poi una morte metaforica del poeta con una
descrizione della vita sprecata del poeta. Leopardi esprime quanto desiderato durante l’adolescenza si sia rivelato illusorio
e quanto tale condizione sia propria di tutti gli uomini. L’interlocutore a cui l’io poetico si rivolge è incerto: potrebbe essere
Silvia, ma anche la speranza perduta dal poeta e qui personificata.
inoltre per gli ultimi versi lui si rivolge, tramite domande retoriche, a tutte le genti per discutere sul vero rivelarsi delle cose.
Numerose sono le figure retoriche presenti in A Silvia:
apostrofe (v. 1, Silvia, rimembri ancora; v. 29, o Silvia mia!; v. 36, O natura, o natura)
ossimoro (v. 5, lieta e pensosa)
enjambement (vv. 7-8, Sonavan le quiete / Stanze, e le vie dintorno; vv. 49-50, peria fra poco / La speranza mia dolce; vv.
51-52, Anche negaro i fatti / La giovanezza. Ahi come; vv. 56-57, questi / I diletti, l’amor, l’opre, gli eventi; vv. 62-63, ed una
tomba ignuda / Mostravi di lontano)
chiasmo (vv. 15-16, Io gli studi leggiadri /… e le sudate carte; v62, La fredda morte ed una tomba ignuda)
metonimia (v. 16, sudate carte; v. 22, faticosa tela; v. 26, lingua mortal; v. 46, sguardi innamorati e schivi, man veloce)
climax (vv. 28-29, Che pensieri soavi, / Che speranze, che cori, o Silvia mia!)
personificazione (vv. 36-38, O natura, o natura / Perché non rendi poi / Quel che prometti allor?).
prosopopea (Ahi come passata sei..)
Nel corso della poesia si incontrano piu riferimenti letterari, il primo con la similitudine con il canto di circe che tesse una
tela mentre attende, come fa Silvia.
Non solo Leopardi riprende Virgilio nella doppia visione e nel riferimento alla tela bensì lo richiama più volte all’interno dei
suoi testi.
Il lessico riprende e segue la poetica del vago e sono abbastanza sommarie, inoltre il linguaggio è sobrio e le raffigurazioni
rappresentano il bello di poter creare il vago e l’indefinito
Il sabato del villaggio –Afferente ai “Grandi idilli” e composta poco dopo La quiete dopo la tempesta, nel settembre 1829,
ed è considerabile un canto pisano recanatese questa lirica si serve per descrivere una delle principali “tesi” della teoria
del piacere di leopardi. L’attesa del piacere è essa stessa il piacere, poiché il piacere non è mai attuale ma proiettato nel
futuro.Nella prima parte de Il sabato del villaggio, all’incirca per i primi 40 versi, troviamo la descrizione della vita paesana,
nell’atmosfera di un sabato primaverile che volge al termine, quando gli abitanti si preparano al successivo giorno di festa.
in questo “quadro di paese” ci sono diversi personaggi fra cui la donzella che sta tornando dal campo con un mazzo di rose
e viole e la vecchia che incontra nella strada che è più rivolta al tramonto. Essa sta raccontando la sua giovinezza che
ormai appartiene ad un tempo lontano. ci sono anche altre figure che rappresentano la quotidianità come lo zappatore o i
fanciulli che gridano in gruppo. Nel mentre il cielo si sta scurendo.
Tutti i personaggi citati si stanno preparando alla domenica di festa ed è come se attraverso tutti loro si ripercorresse il
processo della vita, dalla fanciullezza alla vecchiaia.
Nella seconda parte del componimento vi è ancora la descrizione dell'umanità che si prepara al piacere (di di festa), facendo
tutto di fretta (s’affretta, s’adopera) così da dedicarsi totalmente ai divertimenti.Inoltre Leopardi capisce che è meglio il
sabato che il dì di festa poiché L'attesa del piacere è ancora meglio del piacere che poi come quando finisci la
giornata, finirà.
Nella terza strofa leopardi rivolge L’invito che chiude il componimento, esso è rivolto a un ragazzo ("garzoncello
scherzoso"), simbolo dell’inconsapevolezza umane. gli suggerisce di non farsi prendere dalla fretta di abbandonare “l’eta
fiorita" ovvero la fanciullezza poiché quella rappresenta il giorno prima del dì di festa. il giorno seguente, quello festivo,
ovvero l'età adulta che verrà porterà solo noia e angoscia. il giorno tanto atteso non è quindi la fonte vera di piacere, che
al massimo, possiamo provare attendendo.
A differenza del componimento la sera del dì di festa l’atteggiamento dell’io lirico è pacato, davanti alla presa di coscienza
dell'impossibilità del piacere non si getta a terra bensì mantiene uno stile.
Questa pacatezza traspare anche grazie alla struttura metrica e alla presenza di non molti enjambements.
e’ una canzone libera con quattro strofe di diversa lunghezza composte da settenari ed endecasillabi, le rime sono presenti
ma sono libere.
si potrebbe dividere in due strofe di due temi differenti: la prima è una biografia del contesto e del costume, la seconda è
quella dove attua ogni riflessione.
sono presenti diverse figure retoriche tra cui:
• numerosi richiami sonori dati dai vezzeggiativi (donzelletta, garzoncello)
• alcuni enjambements
• iperbati, v7-v8
• metafore, età fiorita età più bella, festa
• similitudine, cotesta età fiorita è come un giorno di allegrezza..
• metonimia (sereno→ cielo)
• apostrofe per richiamare il ragazzo
• anastrofe novellan vieni, d’allegrezza pieno

L’infinito – La poesia descrive Leopardi che solo sul Monte Tabor, collina che si trova poco distante dal palazzo dove il
poeta viveva (vicino Recanati), ha lo sguardo ostacolato da una siepe. Questo impedimento suscita in lui una riflessione
sulla capacità dell'immaginazione e di trascendere al reale per far spaziare l'immensità.
Così facendo egli Immagina “ interminati spazi e sovrumani silenzi” che danno oltre ad ogni possibilità umana di
comprensione.
Egli percepisce una quiete assoluta e una sensazione di smarrimento.
Il rumore del fogliame scosso dal vento riporta il poeta alla realtà ma nello stesso tempo,così come la siepe gli aveva
trasmesso l'idea dell'infinito spaziale, gli suggerisce l'idea dell'infinito temporale cioè dell'eternità.
Il poeta dolcemente si abbandona alle sensazioni suscitate da questa esperienza.
La poesia si incentra sul immergersi nell'io nella percezione dell'infinito generata dal rapporto con un luogo reale ben
definito (questa volta) e con l'immaginazione di tempi e spazi limitati e indefiniti che avviene attraverso la sensazione visiva
(la siepe) e la sensazione uditiva (suscitata dalle foglie e dal vento).
Prevale poi in conclusione il sentimento di abbandono poiché Leopardi si abbandona alla propria piccolezza davanti
all'immensità
La natura in questa fase poetica di Leopardi rappresenta ancora il Locus amoenus (realtà piacevole) e non è ancora la
natura matrigna delle sue opere della maturità
il reale esclude l'immaginario.
analisi formale: è un flusso lirico puro, senza strofe, e senza uno schema metrico
• anastrofe, sempre caro mi fu quest’ermo colle
• enjambement, interminati spazi, sovrumani silenzi
• iperbole, interminati, sovrumani, profondissima
• antitesi, quella siepe questa
• onomatopea, stormir
• metafora, e il naufragar m’e dolce in questo mare
• ossimoro vedi sopra
• cesure per ritmo

La sera del dì di festa – Questa poesia fa composta a Recanati probabilmente nel 1820 e pubblicata per la prima volta,
con il titolo La sera del giorno festivo
La sera del dì di festa è parte dei sei idilli di Giacomo Leopardi pubblicati nell’edizione del 1826 di Versi (come L’infinito).
Nella prima strofa Leopardi apre con una visione quieta: la descrizione di un paesaggio notturno “dolce e chiara è la notte
senza vento..” In questo caso c’è un rimando a molte delle poesie di Petrarca soprattutto per il “dolce e chiaro".
Il ritmo all’inizio della poesia è volutamente rallentato perché il poeta tenta di rappresentare un avvicinamento al paese che
è dormiente.
Leopardi ci presenta un paesaggio notturno illuminato dalla luce lunare che “RIVELA SERENA OGNI MONTAGNA” che
procura come un senso di indeterminatezza e che fa da sfondo a ciò che il poeta ha da confessare sulla donna che non è
definita e non porta un nome bensì è il simbolo di tutto l’amore. Dopo la descrizione del paesaggio Leopardi descrive la
donna che, mentre lui parla, dorme indisturbata da ogni cosa, anche del fatto di aver provocato una “..piega..” nel cuore
del poeta.
Nella parte finale di quella che identifichiamo come la prima strofa anche se il testo è un blocco unico, leopardi da la colpa
di questa non corrispondenza amorosa alla natura, che ora non è più la natura benigna che crea piacere bensì causa del
suo continuo soffrire (chiaramente non solo suo)che lo ha privato della speranza.
Posteriormente esplicita il titolo della poesia “..Quel dì fu solenne..”, utilizzando solenne ci fa capire che la sera di cui sta
parlando è di una domenica e per questo, dopo i divertimenti della giornata, tutti ora riposano.
Anche la donna di cui narrava prima sta riposando, e lui si chiede se per caso lei, almeno in sogno, lo stia pensando.
Leopardi però sa che lei non se ne preoccupa e quindi si getta in un lamento unico “ ..mi getto, e grido, e fremo..”.
Un suono però lo riporta alla realtà e alla decenza poiché ode il fischio di un artigiano e inizia a rimembrare come il giorno
della festa così tanto atteso sia già passato, nota così l'effimerità e la fugacità delle cose umane.
Dal pensiero provocato dal canto dell’artigiano che prima o poi smetterà lui pensa a come anche i grandi imperi siano stati
oltrepassati e non se ne sentano più i gridi, essi, come il giorno di festa “Or dov’è il suono di que’ popoli antichi?..”.
Ora, dice il poeta, è tutto è quieto.
Capisce così che il mondo e la natura non badano alla dimensione umana bensì vanno avanti. questa affermazione ha
un'accezione negativa messa in contrasto con la pace e la quiete del paese.
Non solo vi è un confronto fra l'effimerità del dì di festa e le civiltà antiche bensì anche il passaggio fra l'età della fanciullezza
e quella adulta, priva del deposito delle belle illusioni.
I due temi presenti nella poesia sono: la contrapposizione fra la fanciulla incosciente e ingenua che dorme beata dopo lo
svago e non porta con sé ancora il peso dell’angoscia del giorno che è passato, e il poeta infelice che se ne rende conto.
e infine lo scorrere inesorabile del tempo, della vanificazione di ogni cosa e dall'effimero di ogni cosa umana.
Ci sono una serie di domande retoriche e drammatiche che irrompono nella poesia e sono quelle che lo portano alla presa
di consapevolezza sullo scorrere del tempo.
Come in Il sabato del villaggio, Leopardi si sofferma sulla rimembranza anche se in due modi differenti:
Ne La sera del dì di festa Leopardi focalizza la sua attenzione sull’angoscia che provoca la fine del giorno di svago, senza
il piacere dell’attesa dell’evento, né la descrizione dell’evento stesso. in IL sabato del villaggio invece vi è il ricordo di
quanto porti piacere l’evento in se.
La poesia è molto ricca di richiami alla letteratura classica, come con petrarca all’inizio del primo verso.
Analizzando la poesia capiamo che è una canzone libera racchiusa in un blocco unico senza strofe, scritta in endecasillabi
sciolti.
sono presenti numerosissimi enjambement,
vi è un richiamo al lettore con un apostrofe al v.4 “O donna mia..”
e delle anafore al v.7 “tu dormi..” e anche al v.11
inoltre quando descrive il suo patimento per l’amore non corrisposto l’autore si serve di un climax ascendente “mi getto, e
grido, e fremo..”
inoltre per esplicitare il passaggio di temi e il confronto fra la fanciulla e la vita utilizza una metafora presente al v.24. Essa
appunto viene utilizzata per indicare la giovinezza.

Il passero solitario -il passero solitario è una delle poesie più famose dei componimenti di leopardi. Sebbene persista un
ampio dibattito sulla sua datazione e sulla sua categorizzazione, l’opzione più accreditata è che la composizione dell’opera
sia collocabile tra il 1829 e il 1830; la poesia è stata pubblicata nel 1835 nell’edizione napoletana dei Canti. E’ un grande
idillio ed è collocata prima dell’infinito. IL “solitario” che compare nel titolo non è un semplice aggettivo conferito al passero,
ma indica una vera e propria specie; il passero solitario non cinguetta, come il passero comune, ma canta.
Leopardi sceglie questo animale così da poter fare un parallelismo fra la sua solitudine e quella dell’uccello anche se il
passero è solo per natura e non si renderà nemmeno conto della sua infelicità, a differenza del poeta.
E’ primavera ed il canto si apre con un paragone tra il passero e lui stesso. L’uomo, come il passero, che si estranea dagli
altri uccelli, tende ad isolarsi ed ad appartarsi. Questo succede nel giorno della festa nel borgo, probabilmente domenica
15 giugno nella festa di sanvito.
Dopo alcuni accenni alla descrizione delle persone e dei suoni di festa che circondano leopardi, il sole cala.
L'io lirico allora decide di far presenti invece le differenze fra le due condizioni di solitudine.
quando il passero termina la sua vita, non rimpiangerà la sua condizione di vita passata poiché è il suo modo di vivere per
natura. .A differenza, leopardi capirà di aver rimpianti nei confronti di una vita che ha sciupato a causa di tutte le gioie che
non ha goduto.
leopardi inoltre si sente incompreso nel suo stesso posto natale “romito...natio”.
l’autore si rende conto di aver tralasciato la sua giovinezza che ora rimembra in modo triste (a differenza di A silvia dove
la fanciullezza era il periodo piu bello perche ancora la ragione non era intervenuta nelle illusioni)
La lirica è pregna delle più profonde contraddizioni vissute dal poeta e vede una serie di temi cardine della sua poetica
contrapposti: vecchiaia e giovinezza, pessimismo e ottimismo, borgo affollato e solitudine.
La vecchiaia è vissuta come una “detestata soglia” e il rimpianto della giovinezza (il “tempo migliore” è già presente, ancor
prima che questa sia effettivamente passata come la domenica festiva che ormai è già piena di infelicità. In quanto miglior
tempo della vita, inoltre, e come da tradizione, la giovinezza è qui associata alla primavera.
Oltre al rimpianto, Leopardi parla anche della nostalgia che proverà quando il tempo della giovinezza sarà ormai perduto,
per una vita ricca di emozioni lasciate andare e non vissute.
anche in questa poesia ci sono diverse immagini che alludono alla poetica del vago e dell’indefinito come ad esempio nel
verso 1 , torre antica, figura che serve anche ad alludere al suono delle campane, ci sono anche molti complementi di luogo
non definiti come “alla campagna”
non solo vi sono luoghi che alludono all’immaginare bensì anche suoni tra cui “ il suon di squilla”.
A livello stilistico più si arriva verso la fine più il lessico diventa negativo e “crudo, vero infatti non vi sono più parole vaghe
ma solo parole negative che vanno ad enfatizzare la condizione pessima della vecchiaia del poeta.
Anche la sintassi si fa più complessa e all’interno delle strofe vengono inserite diverse anafore che richiamano il lettore
(che..che...che).
sono diverse in realtà le figure retoriche della poesia poiché vi troviamo:
• ampio uso di enjambements
• tutto il testo è basato su anastrofe e parallelismo
• metafora: primavera gioventù, vecchiaia tramonto
• onomatopee; finezza linguistica v.1 D’In
• chiasmo (odi greggi belar, muggire armenti)
• anafora (NON)
• climax sempre con la successione di non
• metonimia: canne ferree al posto di fucili
• diverse anastrofi (cambiamento dell’ordine delle parole)

La quiete dopo la tempesta – Composta da Giacomo Leopardi nel 1829, La quiete dopo la tempesta è una poesia che fu
pubblicata per la prima volta nel 1831. Il componimento appartiene ai Canti e, in particolare, alla sezione nota come Canti
pisano-recanatesi (o Grandi idilli).In questo componimento il poeta ha un tono inizialmente festoso ed esultante nel
descrivere la vita che riprende dopo un temporale. Questo è il momento in cui Leopardi si distacca, almeno in maniera
apparente, dal proprio pessimismo cosmico.nella seconda parte invece il poeta riflette solo su infelicità dell’uomo che prova
piacere solamente dopo la cessazione del dolore.
Nella prima strofa leopardi descrive il paesaggio pieno di uccelli che cinguettano e limpido.
si ritorna ai lavori del borgo e le colline splendono della luce dopo la pioggia.Il paesaggio rimane una costante della poesia,
evolvendosi e articolandosi nella progressione delle tre strofe.
la seconda strofa invece è riflessiva e parte da una serie di domande retoriche: Quand’è che la vita è tanto piacevole e
gradita come in questo momento? Quando l’uomo si dedica a tutte le proprie occupazioni con così tanta passione? O
intraprende qualcosa di nuovo? Quando si ricorda meno delle proprie sofferenze?e da esse poi leopardi esplicheranno le
massime della teoria del piacere.
la terza strofa è conclusiva ed è espressa in tono sarcastico nei confronti della natura infatti usa parole piacevoli per
esprimere un senso negativo ovvero la natura che fa sorgere il dolore.
la prima strofa spiega con la metafora delle campagne illuminate e degli uccellini che cinguettano la vita felice e l'età
gioiosa, l'ambiente e piacevole.
nella seconda strofa invece leopardi ci spiega come Il piacere proviene dal dolore; è una gioia solamente illusoria, che
nasce dalla paura che è appena passata che provoca affanno “piacer figlio d’affanno”. E una felicità vana.
La natura è crudele e maligna, ci provoca del male. Se l’uomo prova piacere, è solo un dono casuale e assolutamente
inaspettato. Ricordiamo però che all’inizio della lirica la natura sembrava buona.
Due condizioni di felicità può dunque sperimentare l’uomo: la prima, parziale e casuale, è semplicemente dovuta alla
temporanea cessazione degli affanni fatti dalla natura; la seconda, eterna e massima, con la morte.
perché quella è la cessazione di tutta la ricerca di piacere.
analisi formale canzone libera composta d 3 strofe con endecasillabi e settenari con rime libere:
• molti elementi uditivi (rumore della vita)allitterazioni per dare sonorità
• numerosi enjambements
• apostrofe (o natura cortese v42)
• anafore (apre, ecco, ogni)
• iperbati, passata è la tempesta, sudar le genti e palpitar
• metafore: il sol sorride, piacer figlio d’affanno
• antifrasi; natura cortese, umana prole cara agli eterni
• sineddoche “ogni cor”

ultimo canto di saffo -


passaggio dal pessimismo storico a cosmico
Ultimo canto di Saffo è una delle “canzoni del suicidio” composte tra il 1821 e il 1822, già pubblicate da Leopardi nel 1826
e poi incluse nei Canti del 1831. E’ posto alla fine della prima sezione dei canti leopardiani, facendo così segnare la fine di
un periodo poetico.
la voce dell’autore viene prestata alla poetessa antica Saffo, che canta la sua ultima poesia prima di suicidarsi.
Nelle annotazioni all’Ultimo canto di Saffo, Leopardi osserva che l’argomento su cui la canzone vuol far riflettere è il
contrasto doloroso tra la bruttezza del fisico e la virtù dell’intelletto.
Il testo si presenta come l’ultimo monologo di Saffo. Per molti anni la bruttezza del suo corpo le ha impedito di essere
apprezzata per la sua intelligenza, e di godere di un amore corrisposto: perciò, non ha mai veramente vissuto. La
consapevolezza della sua condizione e l’oggettiva impossibilità di nutrire speranze la portano al suicidio.
Apertura tipica notturna di leopardi dove Tutto è calmo, ma a questa pace Saffo si sente estranea: porta nel cuore un
tormento che le rende più familiari, e gradite, le tempeste, il vento, i fiumi gonfi di pioggia, i tuoni. Dalla bellezza del cielo e
della terra Saffo si sente esclusa: la situazione psicologica del soggetto su contrappone alla quiete del paesaggio.

Essa l’ ha condannata, come ha fatto con leopardi.


La seconda strofa si apre con un'invocazione alla Terra, che è bella per il suo manto, contempla anche il divo cielo. Ma ci
dice che la natura non è uniforme perché di così tanta bellezza la misera Saffo non fa parte, vediamo quindi la presenza
di un antitesi.
Saffo si rivolge alla natura alla quale tende invano supplichevolmente il suo cuore e i suoi occhi, sa di essere un ospite vile
e grave per la natura. è insignificante.
Leo a questo punto ci fa vedere alcune delle immagini belle della vita ma mette davanti ad esse una negazione e questo
rende ancora più desolante la situazione perché il soggetto sa vedere il bello ma è consapevole di non poterne fare parte.
A Saffo non sorride la campagna soleggiata, non la saluta il canto degli uccelli e il mormorio dei faggi. (alla fine poi la
natura rifiuta totalmente saffo)
Con la terza stanza il discorso si allarga e si fa più profondo: qual è stata la colpa di Saffo? Perché si trova in questa
condizione? sono domande inutili e inopportune. Il mondo è dominato da un «arcano consiglio»: il destino viene deciso
dagli dèi, il cui volere è imperscrutabile. Giove ha stabilito che la vita sia gradevole solo per chi ha un bell’aspetto, e che
un grande spirito chiuso in un corpo deforme venga disprezzato («virtù non luce in disadorno ammanto»).
Il suicidio è l’unico risarcimento alla cecità del destino che ha condannato Saffo all’infelicità. Di tutte le speranze accarezzate
nel tempo le rimane soltanto la notte silenziosa e senza fine della morte. La condizione di infelicità conduce Saffo a
conclusioni che trascendono il suo caso e risultano valide per tutti gli uomini.
il suicidio di saffo è un atto di ribellione della natura, anche se, alla natura non frega nulla di nulla . Saffo è morta
nell’indifferenza di tutti.
La domanda che Saffo si pone su quale sbaglio abbia mai commesso prima di nascere (e l’implicita risposta: nessuno)
Infatti, anche Leopardi, come Saffo, non crede di aver commesso, prima di nascere, un «nefando eccesso» che debba
adesso espiare.
Saffo conclude che il destino individuale è determinato da decisioni misteriose e inconoscibili («Arcano è tutto, / fuor che il
nostro dolor»): gli uomini nascono votati a una sofferenza della quale ignorano le ragioni e i fini («e la ragione in grembo /
de’ celesti si posa»).

SAFFO, ALTER EGO DI LEOPARDI Si è detto che Saffo è una maschera del poeta: ma una maschera trasparente.
Leopardi ritrova nella poetessa i medesimi motivi che lo fanno soffrire: un corpo tanto brutto da essere respingente,
l’impossibilità di essere amato, la difficoltà a essere apprezzato dalle altre persone per il proprio intelletto. Importante
passaggio di pensiero di Leopardi: abbiamo un personaggio storico antico che manifesta la sua sofferenza , non è più vero
che gli antichi fossero felici. no pessimismo storico

forma metrica:canzone di 4 strofe, 18 versi a co, primi sedici versi endecasillabi, gli ultimi due a rima baciata
• apostrofi, placida notte, rorida terra, e tu che spunti
• anastrofi, ignara/ di misfatto è la vita
• polisindeti, il morbo, e la vecchiezza, e l’ombra
• metonimia, il tuo labbro
• sineddoche, pupille
• metafore,velo indegno e altre
• iperbato,e tu che spunti/ fra la tacita selva in su la rupe/ nunzio del giorno e altre
• chiasmo, me non il canto/ de’ colorati augelli, e non de’ faggi/ il murmure“;
• domande retoriche, n che peccai bambina, allor che ignara/ di misfatto è la vita, onde poi scemo/ di giovanezza,
e disfiorato, al fuso/ dell’indomita Parca si volvesse/ il ferrigno mio stame
• perifrasi, nato mortal
• enjambements, vv 1.2

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