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RAFAEL MONEO

CONSTRIRE NEL COSTRUITO

A cura di Michele Bonino

Sommario

7 Construire nel costruito

45 MICHELE BONINO e PIERRE A LAIN CROSET

Intervista a Rafael Moneo


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Rafael Moneo si e formato come architetto nutrendosi di storia, nei libri e soprattutto
nei viaggi. Da architteto ha studiato l’architettura antica e l’architettura moderna:
partendo dall’ esperienza concreta, física, che si vive nel visitare gli edifici. Da studioso
ha cercato di capire le ragioni profonde che hanno motivato le scelte formali e
construtive di Ictino, di Le Corbusier, di Auguste Perret o di Frank Gehry, ma nello
stesto tempo ha sempre rifiutato ogni relazione determinística tra il pensiero
progettuale dell’autore e la consistenza materica dell’opera costruita. Nessuno, meglio
di Moneo, ha saputo descrivere questa singolare distanza tra l’artista e l’opera,
specifica dell’architettura, che si rappresenta nella condizione di solitudine degli
edifici: <<Siamo tentati di pensare / scrive Moneo / che gli edifici siano nostre
personali affermazioni, dentro il processo in divenire della storia; ma oggi sono certo
he una volta che la costruzione sia terminata, e che gli edifici abbiano assunto una loro
realta e un loro ruolo, tutte quelle preoccupazioniche avevano accompagnato gli
architetti e i loro sforzi scompaiono (…) L’edificio si erge isolato, in totale solitudine.
Esso ha acquistato una condizione definitiva e rimarra solo per sempre, padrone di
sé>>.
Come le grandi architetture del passato, gli edifici di Moneo sono per noi, e lo
saranno anche per gli studenti di architettura del futuro, una lezione vivente di
architetttura: soli per sempre, capaci di comunicarci qualita spaziali, emozioni
estetiche, ricchezza di significati indipendentemente dal programa funzionale, dal
luogo, dall’epoca della loro costruzione. Potremmo infatti visitare il museo di Mérida
non per ammirare i reperti archeologici, ma per apprezzare come un semplice muro in
mattoni possa evocare l’antichita romana, ma nello stesso tempo apparire come una
superficie straordinariamente (astratta), suscitanto una sensazione di estrema
leggerezza, quasi di sospensione. Nel Kursaal di San Sebastián, potremmo invece
entrare non per ascoltare música, bensi per stupirci di potremmo invece entrare non
per ascoltare musica, bensi per stupirci di fronte allo apettacolo della luce foltrata
attraverso le pareti di vetro traslucido, mentre nell’osservare da lontano l’edificio
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dovremmo ammirare il modo in cui el vetro, messo in opera con pannelli concavi,
subisca una singolare metamorfosi nell’evocare un’immagine incredibilmente
compatta e pesante: due enorme massi di pietra luminescente. Infine, anche un
architetto non cattolico, o non credente, dovrebbe commuoversi nel deambulare
all’interno della cattedrale di Los Amgeles: per la sacralita della luce, per la forza
espressiva de una struttura capace di risvegliare in noi la memoria di una cattedrale
gotica, di una basilica romanica, ma anche di una cappella di Erik Bryggman o di Le
Corbusier.

Da soli, gli edifici di Moneo sono quindi una prima lezione di architettura. Da
soli, i saggi critici di Moneo sono un’altra lezione di architettura. Esemplare appare il
saggio intitolato La vita degli edifici e la Moschea di Cordova, nel quale Moneo, al di la
della storia dell’edificio, dei suoi successivi ampliamente, delle sue continue
metamorfosi, propone di ricostruire <<il modo di pensare degli architetti, un modo che
e alla fine responsabile dei principi formali che hanno loro consentito di costruire>>2.
Ho citato le parole di Moneo per evidenziare la specificita del suo metodo critico che si
fonda su un meccanismo di empatía: cercare di ricostruire <<da architetto >>, con gli
occhi e la mente dell’architetto, le ragioni di un pensiero specificamente
architettonico. Questo metodo critico possiede natralmente una lunga tradizione, e
basterebbe citare a questo proposito i saggi critici di Aldo Rossi, di Vittorio Gragotti, di
Bruno Reichlin, ma anche di Peter Eisenman. E possibile tuttavia leggere questi saggi
critici <<da soli>>, dimenticando cioe che il loro autore sia un architetto che progetta e
costruisce edifici. La questione e piu complessa di quanto sembrerebbe, perché
riguarda proprio la difficolta di riconoscere la distanza tra opera e autore di cui ciparla
Moneo nei suoi scritti: egli avrebbe dedicato significativi saggi critici all’opera di Aldo
Rossi negli anni 1970 se non fosse stato interessato, nello stesso periodo, a
interpretare nei propri progetti alcuni temi di riflessione típicamente rossiani.
Analoghi problema ci vengono posti nell’interpretare l’opera pittorica di Le Corbusier
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<<da solo>>, dimenticando quindi che questo guadro fosse stato dipinto dall’architetto
di villa Savoye o del parlamento di Chandigarh. Penso di si, anche se sappiamo, come
ricordava sempre lo stesso Le Corbusier, che l’attivita pittorica fu sempre la sua
<<palestra visiva>>, l’alimento quotidiano della sua <<ricerca paziente>> di un
vocabolario plástico.

Analogamente, penso che sia possibile leggere i saggi critici di Moneo <<da
soli>>, anche se sappiamo che questa attivita critica ha da sempre alimentato la sua
ricerca progettuale, tradotta in edifice construiti. Non a caso, Moneo ha dicato molte
delle sue energie di professore a questi esercizi di lettura critica di edifici, in particolare
contemporanei, perché ha sempre posto al centro suo insegnamento l’esigenza di
educare la consapevolezza critica dei futuri architetti. Moneo difende nei seguenti
termini il ruolo della storia nella formazione degli architetti: <<Un’iniziazione
architettonica comprende oggi, a mio avviso, una forte familiarita con la storia, una
storia che non e piu magazzino di forme o laboratorio di stili, ma che offre
semplicemente il materiale per pensare sia all’evoluzione dell’architettura, sia al modo
in cui gli architetti operavano in passato>>3. Questo modo di pensare alla storia non e
specifico di un architettoche progetta e che costruirce: Moneo avrebbe potuto
benissimo produrre la sua attivita critica anche se avesse smesso di fare l’architetto.

Per dimostrarlo, basterebbe ricordare la singolare affinita di pensiero che


accomuna Moneo, nel suo interesse a ricostruire <<il modo di pensare degli
architetti>>, e l’opera tarda di Manfredo Tafuri. Moneo ha offerto la piu chiara
testimonianza di questa affinita di pensiero e di metodo critico in un saggio pubblicato
nel numero doppio che la rivista <<Casabella>> ha didicato alla figura del grande
storico, scomparso nel 1994(4). Moneo legge l’ultimo libro di Tafuri <<Ricerca del
Rinascimento, pubbliccato nel 1992 (5)>> come una specie di testamento, ma nello
stesso tempo come il suo libro maggiormente <<progettuale>>: in esso si proietta
infatti tutta l’intelligenza critica di Tafuri, formata a partire dal sapere progettuale di un
architetto, capace quindi di ricostruire il <<pensiero progettuale>> di grandi
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architetti del Rinascimento come Giuliano da Sangallo o Jacopo Sansovino. Come nei
saggi critici di Moneo, Tafuri usa lo strumento dell’empatia per ricostruire con gli occhi
e la mente di un architettto il pensiero progettuale che stava dietro la construzione del
palazzo di Carlo V a Granada, per arrivare all’inedita conclusione che il vero autore di
questa mirabile architettura, del tutto eccezionale ne contesto dell’architettura
spagnola dell’epoca, fosse un <<autore nascosto>>, l’unico architetto dell’epoca che
potesse possedere una cultura antiquaria cosi raffinata: Giulio Romano, secondo
un’attribuzione che Tafuri non puo dimostrare a partire dai documenti archivistici, ma
solo rivolgendosi <<al documento piu eloquente a nostra disposizione, vale a dire
all’opera stessa>>6.

Se considerassimo invece gli edifici e i saggi critici di Moneo non piu <<da soli>>,
ma insieme, nelle loro relazioni reciproche, potremmo scoprite una terza, significativa
lezione di architettura. Potremmo intitolare questa lezione <<Manifesto per
un’architettura della durata>>. E il tempo, e non lo spazio, il grande tema di riflessione
teorica di Rafael Moneo. Come pensare un’architettura che possa durare nel tempo in
un’epoca cosi ossessionata dall’idea della volocita e del consumo, dell’effimero e dello
spettacolare, dell’istantaneita della comunicazione, cosi incline a dimenticare e a
rimuovere l’idea stessa della norte. Di nuovo, e la profonda conoscenza della storia ad
alimentare la riflessione teorica di Moneo sui temi della durata, del monumento, dellla
memoria, della permanenza, dell’eterno presente, e che furono i temi centrali di
riflessione di alcuni tra gli architetti piu lucidi e critici del Moderno: Perreet, Le
Corbusier, Aalto, Mies, Kahn, ma anche Terragni, Asplund, Utzon, tutti architetti la cui
lezione e stata appassionatamente assimilata da Moneo, significa andaré <<contro la
tendenza dominante, ma sono convinto / afferma Moneo / che sarebbe utile da molti
punti di vista disporre di citta piu sstabili, di un’architettura piu stabile, di costruzioni
piu durevoli e meno effimere. Mi rendo conto che essere contro l’effimero costituisce
una scelta molto difficile, ma questa e la posizione che ho assunto, anche se so di
potermi sbagliare>>7.
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Effettivamente, questa posizione teorica appare fortemente minoritaria di


fronte al ritorno in forza di posizioni neoavanguardistiche, purtroppo di gran moda
nelle scuole e nelle riviste di architettura, che si dedicano in modo acrítico al culto del
Nuovo e della Contemporaneita. Per questi cultori del Nuovo, Rafael Moneo incarna
una posizione superata, anacronistica, mentre per noi questo apparente anacronismo
rappresente il piu autentico fattore di conticuita con la tradizione della modernita.
Puo essere utile a questo proposito citare alcune lucide riflessionni critiche dello
scrittore tedesco Hans Magnus Enzensberger, contenute nel suo saggio intitolato Una
meditazione sull’anacronismo, pubbicato nel 1997 nel libro Zickzack (8). Enzensberger
critica con virulenza <<l’isterico ottimismo>> di questi nuovi fondamentalisti della
modernita <<del tutto indifferenti di fronte alle catastrofi del XX secolo>>, e ricorda
loro che <<non sono soli al mondo>>. Il punto centrale dell’analisi di Enzensberger
riguarda proprio la concezione del tempo: l’aumento della velocita, caratteristico della
nostra societa contemporánea, <<tende a moltiplicare anche le non/contemporaneita.
L’avanzare frenético delle varie forme di progresso cera, giorno dopo giorno, una
schiera sempre piu folta di ritardatari (---) I “residui del passato” paiono proliferare in
modo altrettanto incontrollabile quanto i progressi della técnica>>.

Enzensberger critica apertamente l’ossessione della modernita per questo


sempre rinnovato identificarsi con il presente, ricordando quanto stratificata risulti
l’evoluzione culturale, e proprio perché stratificata non riconducibile a un modelo di
sviluppo lineare del tempo. Difende quindi un’interessante concezione del pempo
secondo il modelo matemático detto della <<pasta sfoglia>>, un modelo stratificato
che accetta la presenza necessaria e <<scandalosa>> dell’anacronismo: Enzensberger
afferma che <<la violazione del corso del tempo, rinnegata dal discorso della
modernita, non costituisce quindi un’eccezione, bensi la regola. Cio che di volta in
volta rappresente il nouvo, e solo un sottile strato che galleggia su insondabili abissi di
possibilita latenti. L’anacronismo non e quindi un errore evitabile, bensi una
condizione essenziale dell’esistenzza umana>>.
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Questa interesante proposta di Enzensberger di concepire il tempo


<<stratificato come una pasta sfoglia>> puo aiutarci a riflettere sul tema proposto nel
titolo della conferenza di Rafael Moneo: Costruire nel costruito. L’idea di un tempo
stratificato ci permette di riflettere sul ruolo della memoria in arachitettura: non solo
la memoria presente nella sostanza materiale dei monumento e dei tessuri urbani, ma
anche la memoria come strumento attivo all’interno dei processi mentali degli
arachitetti. E solo questo uso dellla memoria come strumento, come materiale del
progetto, puo consentiré di superare la tradizionale contrapposizione tra antico e
nuovo, tra tutela e innovazione, tra conservazione e progetto, per rivendicare
un’<<architettura della durata>> che corrsponde a questa tradizione <<altra>> della
modernita: una tradizione secondo la quale i linguaggi innovativi della modernita e i
linguaggi consolidati della storia vengono mescolati, entrano in risonanza e diventano
complementari.

Ma rivendicare una <<architettura della durata>> rappresenta anche un forte


messaggio pedagógico: significa insegnare ai nostri studenti la pazienza della ricerca
progettuale, la necessaria lentezza dell’apprendimento, perché l’architettura e un’arte
della lentezza. Cosa rimarra tra cinque, dieci, venti o cinquant’anni di molte tra le
<<grandi opere>> dell’attuale avanguardia internazionale. E possibile proseguiré
ancora in questa sempre piu rápida fuga in avanti, nella ricerca di soluzioni formali e
tecnologiche sempre piu ardite, sempre piu spttacolari, che ci propongono molti
architetti contemporanei, senza arrivare a una catástrofe. Pensare un’architettura nel
tempo, nellla lunga durata, e in realta una condizione indispensabile per offrire
un’effettiva sostenibilita dell’architettura: non a caso, i francesi parlano a questo
proposito di développement durable, sviluppo, durevole, legando il concetto di
sostenibilita a quello di durata temporale.
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Con il tema Costruire del costruito possiamo riassumere tre diversi caratteri della
riflessione teorica e dell’azione progettuale di Rafael Moneo: la coscienza di dover
costruire all’interno di un tempo storico, e quindi durevole, forte della reponsabilita di
proporre un nuovo edificio che, iniciando una vita propia, dovra subiré a sua volta

delle trasformazioni future; la necesita di esercitare una lettura critica molto acuta e
specifica del luogo di intervento, delle sue architetture, per interpretare i suoi caratteri
di permanenza e di possibile modificazione; la difficile scelta di un linguaggio
architettonico e di una gamma di materiali che si rivelino appropriati, sapendo che non
esiste possibilita di un semplice determinismo tra lettura critica e scelta progettuale.
Questo significa che non si possa fare a meno della dimensione arbitraria del
linguaggio architettonico, perché e propia di ogni attivita artística la consapevolezza di
un certo grado di arbitrarieta.

Vorrei quindi concludere proprio con la questione dell’arbitrarieta, alla quale


Moneo ha dedicato significative riflessioni teoriche: <<L’architettura e sempre stata lo
sforzo di presentare l’arbitrarieta come qualcosa di obbligato. In altre parole,
I’arbitrarieta della forma si dissolveva nella costruzione e l’architettura fungeva da
ponte tra di esse. Oggi l’arbitrarieta dilla forma e evidente negli edifici stessi, una
volta che ci si occupi della loro costruzione fuori del gioco del progetto. Ma quando
ll’arbitrarieta diviene cosi chiaramente visibile negli edifici, l’architettura e morta,
scompare, ed io intendo questo come il piu prezioso tra i caratterri
dell’architettura>>9. Rendere invisibile l’arbitrarieta della forma, dissolvendola nella
costruzione, e un potere eccezionale che possiede l’architettura come arte, e come per
ogni arte cio significa per il suo autore esporsi a un rischio, a un’avventura.