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Christianitas.

Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

GIOVANNI PREZIOSI

Dossier Pio XII:


Mezzo secolo di leggenda nera e di dibattito
storiografico alla prova degli archivi

Una guerra storiografica: la S. Sede, Pio XII e il


nazismo. l’inizio della “leggenda nera”.

A distanza di anni suscita oggi ancora molto scalpore


la vicenda relativa ai presunti “silenzi” di Pio XII che, a
detta di molti, non si sarebbe prodigato abbastanza per
scongiurare il rastrellamento e
la conseguente deportazione degli
ebrei nei vari lager allestiti da
Hitler. In queste pagine, dunque,
cercheremo di far piena luce su
questa vexata quaestio per dar conto
dello stato dell’arte del
dibattito storiografico, allo
scopo di offrire un contributo
innovativo sul ruolo svolto
dalla Chiesa e nella fattispecie
da Eugenio Pacelli in relazione
al genocidio del popolo ebraico
messo in atto in modo dissennato dai
nazisti su ordine del Führer. È a
questo proposito interessante osservare come il
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mutamento di opinione nei confronti della Chiesa


cattolica e della sua azione verso gli ebrei, passando da un
giudizio positivo ad uno negativo, inizi a manifestarsi dai
primi anni ‘50, quando autori direttamente o
indirettamente ispirati dal comunismo sovietico presero
ad attaccare la figura e l’opera di Pio XII, additandolo
come un collaboratore e un complice del nazifascismo. La
polemica costituiva in realtà una ritorsione alla decisa
azione anticomunista di Pio XII. Altre critiche si
aggiunsero da parte laica e protestante. Una figura
carismatica dell’antifascismo laicista e radicale quale
Ernesto Rossi pubblicò infatti nel 1957 il volume Il
manganello e l’aspersorio, tutto teso a dimostrare le
collusioni fasciste della Chiesa. Il Rossi sottolineava come
le tendenze antigiudaiche da sempre presenti nella
Chiesa, soprattutto in ambito gesuita, avessero offerto un
fondamento dottrinale al fascismo nell’adozione della sua
legislazione antisemita.1 Difatti, sebbene in un articolo
firmato da padre Enrico Rosa si prendevano le distanze
dall’antisemitismo di matrice fascista, in quello stesso
anno, tuttavia, la Civiltà Cattolica commentò
favorevolmente le Leggi razziali fasciste, volendo
addirittura rilevarvi una notevole differenza con quelle
naziste.2 Non a caso La Civiltà Cattolica del 6 agosto
1938, commentando il manifesto degli scienziati, scrisse:
Chi ha presenti le tesi del razzismo tedesco, rileverà subito la
notevole divergenza di quelle proposte da queste del gruppo di
studiosi fascisti italiani. Questo confermerebbe che il fascismo
italiano non vuole confondersi con il nazismo o razzismo tedesco
intrinsecamente ed esplicitamente materialistico e anticristiano.3

1Cfr. G. SALE, Le leggi razziali in Italia e il Vaticano, Jaca Book 2009.


2“La Civiltà Cattolica”, fasc. 2115 (1938), pp. 277–278.
3 Vedi anche: A. MESSINEO, S.J., Gli elementi costitutivi della

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Lo storico gesuita, padre Giovanni Sale, riconosce


una certa tendenza vagamente antigiudaica da parte della
Civiltà Cattolica, anche se sottolinea che la
rivista combatté il giudaismo dal punto di vista religioso e
successivamente sostenne, come molti cattolici e anche liberali di
quel tempo, la tesi del complotto giudaico-massonico-bolscevico
contro la società cristiana. La rivista combatté il giudaismo dal punto
di vista religioso e successivamente sostenne, come molti cattolici e
anche liberali di quel tempo, la tesi del complotto giudaico-
massonico-bolscevico contro la società cristiana.
Va ricordato però che gran parte dei membri, 17 su 21, del
Consiglio dei commissari del popolo creato da Lenin dopo il 1917,
cioè il governo del Paese, era costituito da ebrei. Da qui nacque e si
consolidò la leggenda del binomio giudaismo-comunismo. È
comprensibile quindi che la Chiesa, combattendo il bolscevismo e la
dottrina atea che esso sosteneva, attaccasse allo stesso tempo anche il
giudaismo.
La rivista però modificò poi il suo antigiudaismo, che era cosa
ben diversa dall’antisemitismo professato a quel tempo da molti
intellettuali di destra e applicato subito dopo dai regimi totalitari. E
per impulso di Pio XI, a partire dal 1934, pubblicò alcuni articoli
contro l’antisemitismo razziale.4

nazione e la razza, in “La Civiltà Cattolica”, vol. III, quad. 2115 (1938),
pp. 209-223; R. TARADEL – B. RAGGI, La segregazione amichevole.
«La Civiltà Cattolica» e la questione ebraica, 1850-1945, Roma, 2000,
pagg. 124-155, passim.
4 G. SALE, Altro che “leggenda nera”, i gesuiti non furono mai

antisemiti, in “Corriere della Sera”, 28 febbraio 2002. Su questo


argomento si rimanda anche al seguente articolo: ID., Antisemitismo
cattolico o antigiudaismo? Le accuse contro la Chiesa e la "Civiltà
Cattolica, in “La Civiltà Cattolica”, quaderno 3647 (2002), pp. 419-431
ed al volume: ID., Il Novecento tra genocidi, paure e speranze, Milano
2006, p. 42s. in effetti la S. Sede riuscì ad ottenere la soppressione
dell’articolo 2 del progetto, che equiparava a “concubinato” il
matrimonio religioso tra ariani ed ebrei convertiti, ma «non riuscì però
ad ottenere che l’art. 7... riconoscesse i matrimoni contratti dagli ebrei
convertiti al cattolicesimo».
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Tuttavia le tesi accusatorie nei confronti di Pio XII


assursero a grande risonanza a livello di opinione
pubblica nel 1963, quando il drammaturgo tedesco Rolf
Hochhut pubblicò l’opera Il Vicario,5 tradotta l’anno
successivo in Italia, che costituiva il precipitato di tutte le
accuse contro il pontefice, tra cui quelle di essere
filonazista e antiebraico, avendo persino taciuto
sull’Olocausto. La “leggenda nera” di Pio XII nacque
ufficialmente qui. Nessun pamphlet, infatti, riuscì a
catturare l’attenzione dell’opinione pubblica come
quest’opera che scatenò un acceso dibattito su papa
Pacelli a carattere prevalentemente controversistico.
Soltanto successivamente si scoprirà che il drammaturgo
tedesco coltivava una profonda amicizia nientemeno che
con il famigerato negazionista David Irving, del quale non
esitò a difenderlo a spada tratta.
Hochhuth aveva raccolto e usato la documentazione con la
tecnica delle frasi e delle parole staccate dal testo – scrive, con
cognizione di causa, Pietro Pastorelli –, le quali, come sa ogni storico,
possono provare qualsiasi cosa; quelle tecnica che, con sussiego
scientifico, i giovani della scuola neorevisionista americana hanno
poi battezzato serial quotations. Inoltre [si] dimostrava anche che la
stessa documentazione, usata con metodo storico, provava
esattamente il contrario di quello che aveva sostenuto Hochhuth.6
Gli aspetti più controversi dell’opera di Hochhuth,
tuttavia, furono ben presto evidenziati e confutati
aspramente dallo storico Mario Toscano che, nel febbraio
del 1964, si esprimeva in questi termini:
pur non potendosi esprimere un giudizio definitivo su questi
silenzi, che tuttavia sembrano spiegabili proprio per le ragioni

5 Cfr. R. HOCHHUTH, Der Stellvertreter, Hambourg, 1963, (trad. it.)

Il Vicario, Milano, 1964 con una prefazione di Carlo Bo.


6 P. PASTORELLI, Pio XII e la politica internazionale, in A.

RICCARDI (a cura di), Pio XII, Bari-Roma, 1984, pp. 125-147.


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addotte dallo stesso pontefice nel suo discorso del 2 giugno 1943,
richiedendosi un maggior approfondimento del problema sui
documenti, si può considerare fin da ora positivamente, per i suoi
risultati, l’azione svolta dalla Santa Sede nei confronti delle vittime
del nazismo.7
Come se ciò non bastasse, nel 2007 si è addensata
un’altra ombra sul lavoro di Hochhuth, mettendo in luce
le evidenti mende di quest’opera, in seguito alle
rivelazioni fornite dall’ex capo dei servizi segreti rumeni,
il generale Ion Mihai Pacepa, il quale ritiene che esistano
«una quantità di prove di un certo peso che dimostrano
come il ritratto di Pio XII come “papa di Hitler” sia nato a
Mosca».8 Secondo quanto sostiene il generale Pacepa la
documentazione per scrivere “Il Vicario” venne fornita a
Hochhuth dal capo del reparto di disinformazione del
KGB Ivan Agayants, in seguito ad un’estesa operazione
ordita dal KGB ed avallata dal lider maximo sovietico
Nikita S. Khrushchev. Stando, infatti, alle dichiarazioni
rilasciate dall’ex capo della Securitate, nel febbraio del
1960, Khrushchev su proposta del presidente del KGB
Aleksandr Shelepin e di Aleksey Kirichenko, responsabile
della politica estera del Politburo, diede il suo assenso ad
un piano top secret per screditare l’autorità morale del
Vaticano in Europa occidentale, mediante una campagna
denigratoria e di disinformazione, chiamata in codice
“Seat 12”, col preciso intento di cucire addosso a Pio XII
l’immagine di un feroce antisemita e un simpatizzante
nazista allo scopo di boicottare il fervente anticomunismo
7 M. TOSCANO, La Santa Sede e le vittime del nazismo, in
“L’Osservatore della Domenica”, 26 (1964), pp. 65-67.
8 A. D’ANNA, Il complotto contro Pio XII? Fu orchestrato dall’Unione

Sovietica per diffamarlo... A raccontarlo il nuovo libro dell’ex capo


degli 007 rumeni, in “Affaritaliani.it”, 24 agosto 2012.
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della Chiesa Cattolica.9 Tuttavia bisogna sottolineare che


l’attendibilità di queste affermazioni sono ancora oggetto
di controversie nell’ambito della comunità scientifica.
Secondo Ronald J. Rychlak, in un memorandum
declassificato dell’intelligence britannica, che reca la data
del 10 gennaio 1969, si ipotizza che Hochhuth potrebbe
aver avuto un ruolo nella diffusione della conoscenza
della propaganda comunista, arrivando a paventare
addirittura che: «[Hochhuth] potrebbe forse essere stato
un agente intellettuale, che scriveva o per conto dei
tedeschi orientali o per il Soviet».10
Per riuscire a portare a termine questo piano, il KGB
decise di coinvolgere i servizi segreti rumeni, che avevano
contatti con la Santa Sede, al punto che, tra il 1960 e il
1962, furono inviati negli Archivi vaticani, tre “sacerdoti”
– che in realtà erano agenti dei servizi segreti – per
fotografare di nascosto molti documenti del Pontificato
pacelliano e dei rapporti intercorsi tra la Santa Sede e il
governo nazista in occasione della firma del Concordato
fra Germania e Vaticano, di cui fu artefice proprio l’allora
Segretario di Stato di Pio XI, card. Eugenio Pacelli.
Tuttavia, come sostiene nel suo libro Michael Hesemann,
in questi documenti non si riscontrava niente di
9 Cfr. C. MINDELL, Pope Pius XII: The Case For - and Against -
Canonization, in “The Jewish Ledger”, Novembre (2008); J.
POPRZECZNY, The cold war: How Moscow framed Pope Pius XII as
pro-Nazi, in “News Weekly”, Aprile (2007); J. FOLLAIN, KGB and the
plot to taint ‘Nazi pope, in “The Sunday Times”, 18 Febbraio 2007; I.
M. PACEPA, Moscow’s Assault on the Vatican: The KGB made
corrupting the Church a priority, in “National Review Online”, 25
Gennaio 2007.
10 R. J. RYCHLAK, Hitler, the War and the Pope, Revised and

Expanded, Huntington, Indiana, 2010, p. 304.


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compromettente, ma servirono alla perita calligrafica


Hanna Fischof ed al marito Làszió Sulner – che già
avevano dato prova della loro abilità seguendo lo stesso
cliché per incastrare il primate d’Ungheria, l’arcivescovo
di Esztergom József Mindszenty11 – per procedere ad
11 «Alcuni anni dopo, quando mi trovavo nell’ambasciata americana,
mi capitò sotto gli occhi il cosiddetto Libro giallo, un volume di atti che
portava il sottotitolo: “Documenti del caso criminale Mindszenty”. Già
il testo degli atti del processo fu per me una grande sorpresa, ma ancor
più mi stupì la pubblicazione della “confessione scritta di mio pugno”.
Mi sembrava che chiunque avrebbe dovuto riconoscere subito questo
documento come un falso grossolano, poiché conteneva un testo rozzo
e dozzinale. […] Il volume era stato pubblicato verso la metà di gennaio
del 1949, vale a dire nella terza settimana del processo istruttorie.
[…]Nella mia memoria comunque non c’è nulla che ricordi in qualche
modo una confessione scritta del genere. Essa deve essere stata
elaborata dalla polizia e dai suoi esperti grafologi. Evidentemente
dovettero lavorare in fretta e lo fecero in maniera inetta e nervosa. Del
resto agivano sicuramente sotto la pressione di autorità superiori, cosa
che è avvalorata da alcuni indizi. Quando in seguito nell’ambasciata
americana la conversazione cadde una volta su questa questione, un
funzionario che era al corrente della faccenda disse che in effetti si
trattava di una falsificazione. Una coppia di nome Sulner ne aveva
parlato diffusamente in una serie di articoli apparsi sul “New York
Herald Tribune” nel luglio 1950 […] Allora andai a rileggermi
personalmente gli articoli del “New York Herald Tribune”. Essi
dicevano che a Budapest una donna di nome Hanna Fischof dirigeva
un ufficio specializzato in grafologia, con annesso un laboratorio, che
aveva ereditato dal padre. Dopo la morte di questi aveva sposato un
uomo di nome Làszió Sulner. Il padre aveva costruito un apparecchio
che permetteva di desumere lettere, parti di parole e di frasi da un
manoscritto, di metterle assieme a piacimento e di comporre così un
altro manoscritto. Sulner aveva ereditato l’apparecchio e con esso era
riuscito a comporre documenti che anche gli esperti avevano ritenuto
originali. Perfino l’autore di un documento che presentava la sua
calligrafia era in grado di riconoscerlo come una falsificazione solo
dalle formulazioni e quindi dal contenuto.
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un’accurata falsificazione ad usum delphini. Da questi


documenti accuratamente manipolati, successivamente,
prenderà spunto Hochhuth per la sua opera, allo scopo di
provare la colpevolezza di papa Pacelli.12 La falsità di
queste tesi sostenute nell’opera del drammaturgo tedesco
si rivelarono ben presto talmente evidenti al punto da
spingere, nel marzo 1963, il governo della Repubblica
Federale tedesca a prendere le distanze da “Il Vicario”,
esprimendosi in questi termini:

Nel settembre del 1948 Sulner aveva tenuto a Budapest una conferenza
davanti a esperti, tra cui alcuni funzionari di polizia, sul metodo
elaborato da suo suocero con il cosiddetto apparecchio Fischof. Un
paio di giorni dopo, due ufficiali della polizia segreta di via Andràssy
visitarono il suo laboratorio. Erano stati mandati da József Szàberszky,
aiutante di campo di Péter, e portavano con sé documenti per una
prova. […] Sulner però riconobbe subito che si trattava già di una
falsificazione. Alle loro domande rispose che con il suo apparecchio era
in grado di comporre un falso molto migliore. Di conseguenza dovette
dar prova di tutta la sua abilità. Il risultato soddisfece i funzionari e nel
settembre del 1948 egli preparò un “documento” ancor più perfetto
con la scrittura di Baranyay. I giornali annunciarono per la prima volta
il 30 dicembre che io, costretto dalla gravità delle prove, avevo fatto
una confessione. Con sua sorpresa Sulner constatò che il documento
da lui messo assieme figurava fra le prove.
Io mi trovavo ancora in prigione, durante la fase istruttoria, quando il
4 gennaio 1949 Sulner ricevette di nuovo la visita di due ufficiali di
polizia, che gli consegnarono parecchi fascicoli di documenti
sequestrati durante le perquisizioni domiciliari, con l’incarico di
compilare con essi una mia confessione “manoscritta” seguendo uno
schema dattiloscritto che avevano portato con sé. Sulner si spaventò di
fronte alla portata della sua arte e si rifiutò di farlo, ma alla fine
cedette, perché altrimenti rischiava di venire liquidato.»
(J. MINDSZENTY, Memorie, Milano, 1975).
12 Su questa vicenda si rimanda al saggio di M. HESEMANN, Pio XII.

Il Papa che si oppose a Hitler, Milano, 2009.

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Il Governo Federale si rammarica che siano state mosse accuse


contro Papa Pio XII. Il defunto Pontefice aveva levato in diverse
occasioni la voce contro le persecuzioni razziali del Terzo Reich e
liberato quanti più ebrei possibile dalle mani dei persecutori. Il
Governo Federale è e rimane grato a Pio XII per essere stato fra i
primi, subito dopo il crollo del regime nazista, ad adoperarsi per una
riconciliazione interna alla Germania e tra la Germania e le altre
nazioni. Questo rende tanto più incomprensibile e deplorevole una
denigrazione della sua memoria proprio da parte tedesca.13
Fino ad allora, infatti, Pio XII era stato ampiamente
elogiato per il ruolo svolto dalla Chiesa a beneficio di tutti
coloro che erano ferocemente perseguitati dai nazisti,
disponendo l’apertura finanche di monasteri di clausura
per salvarli dalla deportazione. Ci sembra, tuttavia,
alquanto complicato sostenere questa tesi se si considera
un aspetto ormai condiviso da tutti e cioè che proprio Pio
XII, tra l’autunno del 1939 e la primavera del 1940,
partecipò attivamente ad un complotto ordito da un
gruppo di congiurati nazisti per rovesciare Hitler e
favorire la pace con gli alleati, facendo da tramite tra
alcuni militari tedeschi e l’intelligence anglosassone che,
purtroppo, non si concretizzò anche per l’indisponibilità
degli inglesi i quali non riponevano molta fiducia sui
congiurati in quanto davano la netta sensazione di non
avere le idee chiare sia sulle modalità del golpe, sia sul da
farsi per la fase successiva al tirannicidio. Il fallimento di
questi tentativi è descritto con dovizia di particolari da
una fonte privilegiata, il segretario personale di papa
Pacelli, il gesuita padre Robert Leiber, in questi termini:
in primo luogo, la mancanza di una sincera visione anti-nazista
da parte dei cospiratori, che agivano per motivi opportunistici. In
secondo luogo, l’insistenza da parte dei generali sul fatto che un
attentato non dovesse avvenire con il fronte russo ancora in

13 Citato in ID., Pio XII. Il papa che si oppose a Hitler…, p. 323.


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movimento – questo perché la cospirazione non doveva mettere in


pericolo la salvezza del Reich. Quando i tedeschi stavano ritirandosi,
i generali rifiutarono di intraprendere l’azione politica: quando
finalmente il fronte orientale si era stabilizzato, sostennero che un
rovesciamento del regime non era più necessario. In tutti i casi gli
scopi dei cospiratori erano: primo, un ritorno alle frontiere del
“Vecchio Reich” (non era chiaro che queste includessero o meno
anche l’Austria); secondo, un compromesso di pace con gli Alleati;
terzo, la ricostruzione di un governo che poggiasse sui partiti
«moderati».14
Ecco cosa si legge al riguardo in un documento
riservato inviato, il 25 ottobre 1945, al generale William
Donovan, capo dell’Office of Strategic Services (OSS)
durante la seconda guerra mondiale:
Anche nel movimento di resistenza politica, rappresentanti della
Chiesa Cattolica svolsero un ruolo importante. Qui il padre dei
Gesuiti Delp dovrebbe essere citato prima di tutti gli altri; ha
partecipato alla cospirazione che ha portato al 20 luglio. Più tardi
Delp è stato giustiziato dalla Gestapo. Un ruolo particolarmente
importante nella lotta del movimento di resistenza contro Hitler fu
sostenuto dall’avvocato Joseph Müller che vive a Monaco […]. Era
stato il rappresentante politico dell’Arcidiocesi di Monaco. All’inizio
della guerra Joseph Müller divenne un capitano nella CI-section
sotto l’Ammiraglio Canaris. Con questa funzione Joseph Müller è
stato quello che influenzò l’atteggiamento dei dignitari della Chiesa
cattolica contro Hitler anche per negoziare con il Vaticano.
L’obiettivo di questi negoziati è stato quello di scoprire attraverso il
Vaticano sotto quali condizioni una Germania liberata da Hitler
potesse fare la pace. Da parte del Vaticano i negoziati sono stati
condotti dal segretario personale di Papa Pio XII, Padre Leiber. […]
In questo il rappresentante inglese Osborne svolse un ruolo
importante. I negoziati si sono registrate per iscritto. I documenti

14Confidential, H. Stuart Hughes, 2677th Regiment OSS, Rome To


Research and Analysis Director William L. Langer, Washington, 20
August 1944, Colloquio con padre Georg Leiber, Professore alla
Pontificia Università Gregoriana, Piazza della Pilotta Roma, 18
agosto 1944.
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sono stati infine assemblati dall’Ammiraglio Canaris. Più tardi, una


parte di loro sono stati scoperti dalla Gestapo. Il risultato fu che
Canaris e i suoi collaboratori furono impiccati. Joseph Müller per
fortuna scappò. Lui è l’unica persona che possiede informazioni
dettagliate sul complesso di tali questioni. Al tempo stesso Joseph
Müller aveva l’ordine della Chiesa cattolica per negoziare con i
rappresentanti della Chiesa protestante, al fine di armonizzare le loro
azioni nella lotta contro Hitler.15
In merito a questo episodio ha scritto lo studioso
inglese Owen Chadwick: «Mai in tutta la storia un Papa si
è impegnato in una cospirazione tanto delicata per
rovesciare un tiranno con la forza».16 Tali polemiche,
tuttavia, giovarono al progresso della critica storica, in
quanto la Santa Sede, dopo la pubblicazione del libro di
Friendländer dal titolo quanto mai allusivo “Pio XII e il
Terzo Reich”17, incaricò tra la fine del 1964 e gli inizi del
1965 un gruppo di gesuiti, storici di fama internazionale
– come P. Blet, R.A. Graham, A. Martini e B. Schneider –
di fare luce sulla questione, pubblicando gli atti e i
documenti vaticani sulla Seconda Guerra Mondiale nella
monumentale opera in dodici volumi, dal titolo Actes et
Documents du Saint-Siège relatifs à la Seconde Guerre
mondiale, frutto di un enorme lavoro che prese l’avvio nel
1965 e si concluse soltanto nel 1981.18 Tuttavia ci sembra
15 Documenti riservati inviati al generale William Donovan,
Memorandum, Relazione tra le Chiese tedesche e Hitler, 25 Ottobre
1945.
16 O. CHADWICK, Britain and the Vatican during the Second World

War, Cambridge, 1986, pp. 90-93.


17 S. FRIENDLÄNDER, Pio XII e il Terzo Reich. Documenti. Milano,

1965.
18 Per una biografia ragionata su Pio XII si rimanda ai seguenti testi:

G.M. VIAN (a cura di), In difesa di Pio XII. Le ragioni della storia,
Venezia, 2009; M. L. NAPOLITANO, Pio XII tra guerra e pace.

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che questo appassionato dibattito finora non sia ancora


riuscito a liberarsi da un impianto sostanzialmente
accusatorio, ovverosia da quella tendenza – meglio nota
come la “leggenda nera” del presunto antisemitismo di
Pio XII – balzata prepotentemente agli “onori” della
cronaca nel febbraio del 1963, ed in seguito alimentata ad
hoc da più parti fino ai nostri giorni, col preciso intento di

Profezia e diplomazia di un papa (1939-1945), Roma, 2002; ID.,


Vatican Files, La diplomazia della Chiesa. Documenti e segreti,
Cinisello Balsamo, 2012; A. RICCARDI, L’inverno più lungo. 1943-44:
Pio XII, gli ebrei e i nazisti a Roma, Roma, 2008; G. SALE, La Chiesa
di Mussolini. I rapporti tra fascismo e religione, Milano, 2011; K.
DESCHNER, La politica dei Papi nel XX secolo, Tomo II: Da Pio XII
1939 a Giovanni Paolo II 1991, Milano, 2011; S. XERES, Il Sofferto
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cronaca e agiografia, Città del Vaticano, 2010; P. CHENAUX,
L’eredità del magistero di Pio XII, Roma 2010; HESEMANN M., Pio
XII. Il papa che si oppose a Hitler…; R. SCHENA, Pio XII santo?,
Roma, 2009; N. TURI, Pio XII. Martire del silenzio, Avellino, 2009; A.
VON TEUFFENBACH, Eugenio Pacelli. Pio XII tra storia, politica e
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Pio XII. Eugenio Pacelli. Un uomo sul trono di Pietro, Milano, 2007;
G. DALIN DAVID – P. GODMAN, Hitler e il Vaticano. Dagli archivi
segreti vaticani la vera storia dei rapporti fra il nazismo e la Chiesa
(Der Vatikan und Hitler. Die geheimen Archive. Droemer, Ulm 2004).
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guerra. Con i documenti riservati della Santa Sede del periodo storico
1939-1945. Roma, 2008; M. L. NAPOLITANO – A. TORNIELLI, Il
Papa che salvò gli ebrei. Dagli archivi segreti del Vaticano tutta la
verità su Pio XII, Casale Monferrato, 2004; G. DALIN DAVID, La
leggenda nera del papa di Hitler, Casale Monferrato, 2007; J.
RYCHLAK RONALD, Hitler, the War and the Pope [Hitler, la guerra
e il Papa], Huntington (Indiana), 2000; H. TITTMANN, Il Vaticano di
Pio XII. Uno sguardo dall’interno, Milano, 2005.

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stigmatizzare il modus operandi di papa Pacelli rispetto


alla Shoah.
Un papa lontano, dai tratti così sbiaditi da non essere più
riconoscibili o, in alternativa, dai contorni sin troppo carichi, ma
perché deformati da una rappresentazione polemica talmente aspra e
persistente da oscurare la realtà storica. È questa l’immagine – scrive
acutamente Giovanni Maria Vian, attuale direttore de “l’Osservatore
Romano” – che oggi prevale di Eugenio Pacelli, eletto sulla sede di
Pietro alla vigilia dell’ultima guerra mondiale. Come è stato allora
possibile un simile rovesciamento d’immagine, verificatosi per di più
nel giro di pochi anni, più o meno a partire dal 1963? I motivi sono
principalmente due. Il primo risiede nelle difficili scelte politiche
compiute da Pio XII sin dall’esordio del pontificato, poi durante la
tragedia bellica, e infine al tempo della guerra fredda. La linea
assunta negli anni del conflitto dal papa e dalla Santa Sede, avversa
ai totalitarismi ma tradizionalmente neutrale, nei fatti fu invece
favorevole all’alleanza antihitleriana e si caratterizzò per uno sforzo
umanitario senza precedenti, che salvò moltissime vite umane.
Questa linea fu comunque anticomunista, e per questo, già durante la
guerra, il papa cominciò a essere additato dalla propaganda sovietica
come complice del nazismo e dei suoi orrori. La seconda ragione fu
l’avvento del successore, Angelo Giuseppe Roncalli. Questi, descritto
già molto tempo prima del conclave come candidato (e, una volta
eletto, come papa) «di transizione», in ragione soprattutto dell’età
avanzata, prestissimo venne salutato come «il papa buono », e senza
sfumature sempre più contrapposto al predecessore: per il carattere e
lo stile radicalmente diversi, ma anche per la decisione inattesa e
clamorosa di convocare un concilio.
Gli elementi principali che spiegano il cambiamento
dell’immagine di papa Pacelli sono dunque la scelta anticomunista di
Pio XII e la contrapposizione con Giovanni XXIII. Contrapposizione
che venne accentuata soprattutto dopo la morte di quest’ultimo e
l’elezione di Giovanni Battista Montini (Paolo VI), anche perché fu
favorita dalla polarizzazione dei contrasti, al tempo del Vaticano II,
tra conservatori e progressisti, che trasformarono in simboli
contrapposti i due papi scomparsi. […] La questione del silenzio del
papa è così divenuta preponderante, spesso tramutandosi in
polemica accanita, provocando reazioni difensive di frequente solo

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apologetiche, e rendendo più difficile la soluzione di un reale


problema storico. Interrogativi e accuse per i silenzi e l’apparente
indifferenza di Pio XII di fronte alle incipienti tragedie e agli orrori
della guerra erano venuti infatti da cattolici: come da Emmanuel
Mounier già nel 1939, nelle prime settimane del pontificato, e più
tardi da esponenti polacchi in esilio. Lo stesso Pacelli più volte
s’interrogò sul suo atteggiamento, che fu dunque una scelta
consapevole e sofferta di tentare la salvezza del maggior numero
possibile di vite umane piuttosto che denunciare continuamente il
male con il rischio reale di orrori ancora più grandi. Come sottolineò
ancora Paolo vi, secondo il quale Pio XII agì “per quanto le
circostanze, misurate da lui con intensa e coscienziosa riflessione,
glielo permisero”, al punto che non si può “imputare a viltà, a
disinteresse, a egoismo del Papa, se malanni senza numero e senza
misura devastarono l’umanità. Chi sostenesse il contrario,
offenderebbe la verità e la giustizia” (12 marzo 1964).19
In altri termini, stando a quanto asseriscono alcuni
studiosi, il papa avrebbe seguito cinicamente questa
politica del “silenzio” semplicemente per biechi calcoli di
interesse e preoccupazioni diplomatiche, ritenendo che a
quel punto la Germania nazista rappresentasse l’ultimo
baluardo per arginare la dilagante minaccia del
comunismo sul continente europeo20. In realtà, come
attestano i documenti, le cose stanno diversamente;
19G.M. VIAN (a cura di), In difesa di Pio XII…
20 Probabilmente l’avversione verso il comunismo di papa Pacelli
risaliva proprio a quel lontano 1° maggio 1919 allorché, mentre era
nunzio apostolico a Monaco di Baviera, si trovò nel bel mezzo della
rivolta spartachista, subendo l’aggressione di alcuni facinorosi soldati
russi che, armi in pugno, fecero irruzione nella nunziatura
minacciandolo con una pistola puntata alla tempia. Anche se per una
serie di circostanze favorevoli alla fine riuscì a cavarsela, tuttavia
questa esperienza traumatica segnò per sempre la sua vita al punto
che, negli anni successivi, rappresentò un autentico incubo ricorrente
che contribuì ad accentuare ancor di più la sua avversione nei
confronti della dottrina comunista.
198
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

difatti, il 30 aprile 1937, qualche anno prima di ascendere


al soglio pontificio, in qualità di Segretario di Stato di Pio
XI, si espresse in questi termini lapidari per rispondere
alla nota del 12 aprile che Hitler aveva fatto pervenire,
tramite l’ambasciatore tedesco presso la S. Sede, per
deplorare il contenuto ostile dell’enciclica Mit
brennender Sorge, fornendone l’interpretazione
autentica:
Un’esatta lettura del testo dell’Enciclica potrà convincere il
Governo, che si constatava semplicemente l’esistenza di tali
macchinazioni, senza identificare con esse l’attività dello Stato in
quanto tale. Basta conoscere gli scritti e la retorica di certe
personalità e di certi organi dirigenti del movimento
nazionalsocialista e dei gruppi dottrinari da esso favoriti, per fare la
dolorosa constatazione che la dichiarazione dell’Enciclica
corrisponde esattamente alla realtà. Sta in facoltà del Governo di
abolire questo disordine, come lo dimostrano le dichiarazioni fatte a
dignitari ecclesiastici da personalità molto altolocate del Regime
statale. Esso però non ha fatto ancora nessun uso di tale facoltà.
Il fine precipuo che si prefiggeva questa enciclica,
come non manca di sottolineare lo stesso card. Pacelli,
«non era affatto di nuocere al popolo o al governo
germanico, ma di sormontare i disordini che si verificano
in Germania», non esitando a mettere in guardia il Reich
sul pericolo di alcuni settori radicali del partito
nazionalsocialista. Tuttavia, le reazioni del governo
tedesco alla promulgazione dell’Enciclica Mit Brennender
Sorge, non si fecero certo attendere, dimostrando – se
ancora ce ne fosse bisogno – che, in realtà, Hitler nutriva
verso la Chiesa cattolica un profondo livore che appena si
presentava l’occasione non esitava a dimostrare in modo
plateale con misure repressive. Difatti, non esitò ad
infliggere pene severe contro tutti coloro che avevano
contribuito alla pubblicazione dell’Enciclica sul territorio
199
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

tedesco, giungendo a proibire finanche la diffusione dei


Bollettini ufficiali diocesani. Da quel momento in poi
iniziò anche un’intensa propaganda ingiuriosa contro il
pontefice che, il 18 maggio 1937, provocò la fiera reazione
dell’Arcivescovo di Chicago, George William Mundelein,
il quale, in un accorato discorso al suo clero riunito in un
seminario a Quigley, denunciò la persecuzione nazista
della Chiesa in Germania.21 Ciò suscitò, come del resto era
prevedibile immaginare, le immediate rimostranze del
governo tedesco che, attraverso l’Incaricato d’Affari Fritz
Menshausen, il 29 maggio 1937, fecero pervenire al
Segretario di Stato della S. Sede, card. Eugenio Pacelli, le
proteste formali contro l’enciclica Mit Brennender Sorge,
mirando ad ottenere anche la sconfessione delle accuse
espresse dal prelato americano nel suo discorso.22
21 Manoscritto in Archives of the Archdiocese of Chicago, Chancery
Correspondence, No. 136, 1937, Record Number EXEC G0500/38;
better: Box 43845.06, Folder 14, No. 136. Si veda anche l’Allegato II al
Rapporto N. 230/37, in ARCHIVIO SEGRETO VATICANO (d’ora in
poi A.S.V.), Sacra Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari
(d’ora in poi A.E.S.), America, Anno 1937-1938, Pos. 247 P.O., Fasc.
87, fols. 28r-33r. Traduzione in italiano in “II Allegato al Rapporto No.
230/37,” Num. X nel Sommario della Ponenza, “Germania: Situazione
religiosa e politica, discorso dell’E.mo Cardinale Mundelein,”
preparato per la Sacra Congregazione degli Affari Ecclesiastici
Straordinari, giugno, 1937, in A.S.V., A.E.S., Rapporti delle Sessioni,
1937, Vol. 92, numero 1376, stampa 1971, pp. 41-42. Discorso
pubblicato anche in The New World, Chicago, May (1937), p. 1. Per
una comprensione più esaustiva su questo argomento e sul ruolo
svolto dal card. Eugenio Pacelli prima del 1939, relativamente al
rapporto tra il Vaticano, i nazisti e la Germania di Hitler, si rimanda al
volume di H. WOLF, Le pape et le diable: Pie XII, le Vatican et Hitler:
les révélations des archives, Paris, 2009; E. PACELLI,
22 A.S.V., A.E.S., America, 1937-1938, Pos. 247 P.O., Fasc. 88,

Sommario, Num. V, pp. 22-25; vedi anche ID., A.E.S., Rapporti delle
200
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

A quel punto, il 24 giugno successivo, il cardinale


Pacelli afferrò carta e penna e inviò una nota ufficiale
della S. Sede all’Incaricato d’Affari di Germania,
esprimendosi in questi termini:
Le relazioni tra la Santa Sede e il Governo germanico […] sono
da tempo seriamente aggravate per il fatto che il Capo della Chiesa
Cattolica, le Istituzioni ecclesiastiche, i Dignitari ecclesiastici, le
convenzioni e pratiche religiose sono stati esposti ai più offensivi
oltraggi e disprezzi, senza che si sia mai potuto ottenere che da parte
delle Autorità statali competenti si procedesse contro questi abusi.
[…]
Tanto più che alcune parti delle dichiarazioni del signor
Cardinale Mundelein, concernenti la divulgazione a fini
propagandistici di alcuni processi d’immoralità, riguardano fatti che
sono sostanzialmente inconfutabili. […] L’acuirsi di un certo tono
volgare nelle discussioni giornalistiche ed oratorie dei nostri giorni è
un fatto, di cui la Santa Sede si è spesso lamentata e per il quale, nel
desiderio di migliorarlo, ha reclamato moltissime volte, a voce e in
iscritto, presso il Governo germanico. Non è stata, però, mai
ascoltata. Se il Governo germanico si volesse dare la pena di
esaminare con acume critico la propria stampa, ufficialmente
controllata, e le dedicasse anche una parte sola dell’attenzione che
rivolge ai bollettini religiosi e alle comunicazioni delle Autorità
ecclesiastiche, troverebbe subito i mezzi a cui si dovrebbe innanzi
tutto por mano per imprimere alle pubbliche discussioni un tono
normale e svelenito. […] Il Signor Cardinale Arcivescovo di Chicago
ha tenuto il suo discorso – come è stato osservato – senza nessuna
intenzione di pubblicarlo, ma esclusivamente per illuminare i suoi
sacerdoti sulla propaganda unilaterale e falsa, concernente i processi
per moralità. […] Coscientemente e per principio la Santa Sede
quindi rinuncia sempre a dare “pan per focaccia”. Essa lascia perciò,
senza rammarico, alla polemica degli avversari l’offesa, pur troppo
assai frequente, delle norme di tatto e di dignità. Prova recentissima
del suo desiderio di veder seguita questa linea di condotta anche

Sessioni, 1937, Vol. 92, numero 1376, stampa 1971, e ID., Arch. Deleg.
Stati Uniti, Posiz. 166b, pp. 1-2 (Germania), 3-4.

201
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

dalle altre Autorità ecclesiastiche è appunto l’Enciclica Mit


brennender Sorge» (pp. 183-186).23
In realtà, come suffragato anche dai documenti più
recenti che lentamente stanno venendo alla luce da vari
archivi, la voce del pontefice fu l’unica a levarsi in difesa
di quanti erano perseguitati. Prova ne sia, ad esempio, il
messaggio natalizio del 1942 pronunciato con veemenza
da Pio XII mentre tutti i capi di Stato tacevano, col quale
denunciava con fermezza la persecuzione contro
«centinaia di migliaia di persone, le quali, senza veruna
colpa propria, solo per ragione di nazionalità o di stirpe,
sono destinate a morte o ad un progressivo
deperimento»24.
23 Documents on German Foreign Policy, N. 646, pp. 951-954, e N.
649, pp. 956-966. Ristampato in A.S.V., A.E.S., America, 1937- 1938,
Pos. 247 P.O., Fasc. 90, fol. 6v, pagine stampate 1-20.
24 A sostegno di questa tesi si può citare un rapporto della Gestapo

nel quale si afferma che: «In una maniera mai conosciuta prima il
papa ha ripudiato il Nuovo Ordine Europeo Nazionalsocialista. È
vero che il papa non ha mai fatto riferimento al Nazionalsocialismo
germanico per nome, ma il suo discorso è un lungo attacco ad ogni
cosa che noi sosteniamo ed in cui crediamo [...] Inoltre egli ha
parlato chiaramente in favore degli ebrei» (Rapporto della Gestapo
riportato nel servizio Judging Pope Pius XII, in “Inside the Vatican”,
giugno 1997, p. 12). Anche il celebre quotidiano statunitense “New
York Times”, nel Natale del 1942, dichiarò: «In questo Natale più che
mai, il Papa è una voce solitaria che grida nel silenzio del
continente». Persino il dottor William F. Rosenblum, in occasione
della sua predica, tenuta il 12 ottobre 1958 nel Tempio di Israele a
New York, dichiarò senza mezzi termini che grazie all’opera fattiva di
Pio XII «migliaia di vittime ebree di Nazismo e Fascismo furono
nascosti nei conventi e nei monasteri dei vari ordini cattolici e i
bambini ebrei furono accolti negli orfanotrofi cattolici». Su questa
stessa lunghezza d’onda appare anche Gideon Hausner, procuratore
generale israeliano nel processo contro Eichmann il quale, il 18

202
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

D’altronde anche Raffaele Cantoni, il responsabile


della DELASEM – per intenderci l’organizzazione ebraica
che si occupava del salvataggio degli ebrei – tende a
confutare la tesi formulata da Hochhuth dichiarando che:
La Chiesa cattolica ha dato invece a noi ebrei la prova di aver
salvato tutti quelli che ha potuto salvare [...]. Fin da quando i regimi
di Hitler cominciarono [sic] a guardare a noi ebrei come dei cani
appestati che avrebbero potuto infettare la razza ariana, subito noi
guardammo e pensammo ad una protezione da parte della Chiesa e
del Papa. Noi eravamo certi che avremmo potuto contare sul Papa e
sulla Chiesa nell’ora del pericolo e non ci ingannammo. I miei
correligionari massacrati dai nazisti sono stati sei milioni, ma
avrebbero potuto essere ben più numerosi se Pio XII non fosse
intervenuto efficacemente [...]. Le cose e la verità parlano da sé e la
storia non si cambia e l’azione della Chiesa e del Papa Pio XII resterà
come quella di un Pontefice che ha fatto tutto il possibile per salvare
degli uomini, mentre i nazisti si sono coperti di vergogna per
sempre.25
In pratica l’inizio in grande stile della campagna tesa
a deplorare i “silenzi” di papa Pacelli in merito al
genocidio degli ebrei, prese l’avvio ufficialmente proprio
in questo periodo raggiungendo il culmine in Italia
allorché l’allora rettore dell’università di Urbino, Carlo
Bo, prestò il fianco all’accusa mossa da Hochhuth,
scrivendo nella prefazione alla traduzione italiana de “Il
Vicario” che:
Lo scrittore per poter far questo processo generale non si è
limitato a giocar di polemica o a servirsi di ideologie ma ha cercato di
documentarsi e il dramma si presenta appunto con tutta una
appendice di riferimenti e indicazioni. Naturalmente la

ottobre 1961, sostenne in modo inconfutabile che: «Il clero italiano


aiutò numerosi israeliti e li nascose nei monasteri e il Papa
intervenne personalmente a favore di quelli arrestati dai nazisti».
25 R. CANTONI, Ha fatto tutto il possibile per salvare gli uomini, in

“L’Osservatore della Domenica”, 26 (1964), pp. 67-68.

203
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

documentazione che Hochhuth ha potuto allegare è una


documentazione imperfetta, dal momento che l’accesso a certi archivi
gli è stato negato. Ad ogni modo quello che ha potuto scoprire è
sufficiente per dare al suo dramma un piedistallo di credibilità che,
del resto, è suffragata da quello che ognuno di noi sa ormai da molti
anni, da quando la fine della guerra ha lasciato intravedere il volto
mostruoso dell’uomo diventato macchina di morte e di distruzione.
[…] Un Papa che misura il suo silenzio – concludeva – è un Papa che
si adatta a una società che da troppo tempo è stata abituata a non
tenere conto della verità del Vangelo e che ha lasciato crescere l’erba
degli interessi immediati sul tronco stesso dell’uomo26.
Da allora sono ormai trascorsi diversi anni e nuovi
documenti sono, finalmente, venuti alla luce smentendo
categoricamente la tesi ardimentosamente propugnata da
Hochhuth e dai suoi fedeli sodali. Tuttavia, finora si
assiste ad un continuo rincorrersi di polemiche e di difese
ad oltranza. Difatti, a questa tendenza per così dire
“colpevolista”, spesso e volentieri fa da pendant un folto
stuolo di storici che, viceversa, propende per una tesi
tutto sommato “assolutoria” sulla base di valutazioni e
giudizi non privi, tuttavia, di toni apologetici. La polemica
si è improvvisamente rinfocolata in coincidenza con la
promulgazione, da parte di Benedetto XVI, il 19 dicembre
2009, del decreto per la causa di beatificazione di Pio XII,
che non è stata vista certo di buon occhio dai suoi
antagonisti che non hanno esitato a rispolverare vecchie e
anacronistiche polemiche che riprendono
sostanzialmente il medesimo impianto accusatorio
sostenuto dall’opera del celebre drammaturgo tedesco
Rolf Hochhuth.
In occasione della visita del Papa alla Grande
Sinagoga di Roma, il 17 gennaio 2010, Riccardo Pacifici,
26 Cfr. R. HOCHHUTH, Der Stellvertreter…

204
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

presidente della comunità ebraica di Roma, dopo aver


ringraziato Benedetto XVI per essere venuto a rendere
omaggio agli Ebrei deportati nei lager nazisti, ha
ricordato che deve la propria vita all’aiuto che le suore
Francescane Missionarie di Maria di Firenze – guidate
all’epoca dalla giovane madre superiora suor Sandra (al
secolo Ester Busnelli) – diedero alla sua famiglia negli
anni bui delle persecuzioni e dei rastrellamenti nazi-
fascisti su sollecitazione dell’arcivescovo card. Elia Dalla
Costa, proprio per questo recentemente riconosciuto
“Giusto tra le Nazioni” dal memoriale d’Israele delle
vittime ebree dell’olocausto “Yad Vashem”.27 Tuttavia non
ha sottaciuto il rammarico per il silenzio di papa Pio XII
durante le deportazioni.
Il silenzio di Pio XII davanti alla Shoah, fa ancora male perché
avrebbe dovuto fare qualcosa – ha dichiarato Pacifici rivolgendosi al
pontefice –. Forse non sarebbe riuscito a fermare i treni della morte,
ma avrebbe lanciato un segnale, una parola di estremo conforto, di
umana solidarietà, nei confronti di quei nostri fratelli trasportati
verso i forni crematori di Auschwitz.28

27 Su questo episodio e sulla rete di aiuti allestita dal card. Elia Dalla
Costa con il contributo di vari sacerdoti e ordini religiosi maschili e
femminili di Firenze, si rimanda al seguente articolo PREZIOSI G., E a
Firenze le suore spalancarono le porte agli ebrei in fuga. Su
indicazione dell’arcivescovo Elia Dalla Costa nei giorni dei
rastrellamenti nazifascisti nell’autunno 1943, in “L’Osservatore
Romano”, 26 novembre 2012, p. 4.
28 Il Papa in Sinagoga, tra i sorrisi clima disteso dopo le polemiche, in

“Corriere della Sera”, 17 gennaio 2010.

205
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

Cosa dicevano di lui: un profilo del pontificato di


Pio XII attraverso la stampa dell’epoca.

Gran parte degli organi d’informazione ebraici


salutarono con entusiasmo l’ascesa al soglio pontificio del
Cardinale Eugenio Pacelli, elogiando nei loro articoli il
ruolo decisivo che ebbe in qualità di Segretario di Stato,
nella stesura dell’enciclica “Mitt Brennender Sorge” che
esprimeva una ferma denuncia del nazismo. Il 6 marzo
1939, in un interessante editoriale intitolato
eloquentemente “Una leadership per la Pace”, il
Jerusalem Palestine Post sottolineava che:
Pio XII ha mostrato chiaramente che intende portare avanti il
lavoro del defunto papa [Pio XI] per la libertà e la pace... Ricordiamo
che egli ha avuto un ruolo di primo piano nella recente opposizione
Pontifica alle perniciose teorie razziali e ad alcuni aspetti del
totalitarismo.
A sua volta, il 10 marzo successivo, il giornale
londinese Jewish Chronicle esprimendo un forte
apprezzamento per l’elezione di Pio XII, riportò i punti
principali del discorso contro il nazismo che il porporato
pronunciò a Lourdes nel 1935, facendo notare come
anche negli ambienti ebraici questa elezione era vista
favorevolmente, considerati i messaggi di
congratulazione giunti al nuovo pontefice da parte delle
associazioni ebraiche: Anglo-Jewish Community, dal
Synagogue Council of America; dal Canadian Jewish
Congress e dal Polish Rabbinical Council. Inoltre, a
suffragare questi commenti estremamente lusinghieri, il
16 marzo del 1939, lo Zionist Review di Londra scrisse
che la nomina del cardinale Maglione a Segretario di
Stato, «confermava che il Papa voleva condurre una
politica antinazista e antifascista» tanto che il presidente
206
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

del rabbinical Council of America giunse a definire


l’elezione di Eugenio Pacelli come “la più gradita”.
Del resto, bisogna sottolineare che anche il Jewish
Telegraphic Agency29, nel numero del 2 marzo 1939,
commentando l’ascesa al soglio pontificio del cardinale
Pacelli, pubblicava un articolo con un titolo quanto mai
eloquente: “Elezione di Pacelli, contrastata dai nazisti, ha
visto un duro colpo per il razzismo” (“Pacelli’s Election,
Opposed by Nazis, Seen Heavy Blow to Racism”).
L’autore, infatti, scriveva:
Oggi un duro colpo è stato inflitto alle forze del totalitarismo e
del razzismo, quando il Cardinale Eugenio Pacelli, Cardinale
Camerlengo e Segretario di Stato Pontificio sotto il Papa Pio XI, è
stato scelto come Papa in una delle più veloci elezioni papali della
storia. Il 262° Papa, la cui elezione era stata apertamente osteggiata
dalla stampa tedesca come la “speranza del Fronte Popolare e gli
ebrei”, ha preso il nome di Papa Pio XII – indicando che avrebbe
seguito le orme del defunto Pontefice, che aveva apertamente
denunciato la persecuzione e la dottrina razziale.
Papa Pio XII è conosciuto per essere ancora più ostile al
Nazismo di quanto non fosse il suo predecessore. Der Angriff, organo
del Ministro del Reich della Propaganda Joseph Goebbels, ha
avvertito il 22 febbraio che “la politica del cardinale Pacelli
porterebbe a una crociata contro gli stati totalitari” e ha dichiarato
che, se è stato eletto dai cardinali anti-nazisti, Verdier di Parigi e
Mundelein di Chicago “torneranno a casa vittoriosi.” […]

29 Il Jewish Telegraphic Agency è una agenzia di stampa internazionale


che serve giornali della comunità ebraica e dei media di tutto il mondo.
La JTA è stata fondata il 6 febbraio 1917, da Jacob Landau come
l’Ufficio di presidenza corrispondenza ebraica a L’Aia con il mandato
di raccogliere e diffondere notizie e che interessano tra le comunità
ebraiche della diaspora. Nel 1919, si trasferisce a Londra, con il suo
nome attuale. Il JTA è oggi presente a New York, al quale si trasferì nel
1922, e ha corrispondenti a Washington, DC, Gerusalemme, Mosca, e
30 altre città del Nord e Sud America, Israele, Europa, Africa e
Australia.
207
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

È convinzione generale che il cardinale Pacelli, come Segretario


di Stato, era stato in gran parte responsabile per l’atteggiamento forte
del Vaticano contro il nazismo e razzismo. Le sue opinioni sulla
persecuzione in corso sono state chiaramente [espresse] in un
discorso al Congresso Eucaristico di Budapest dello scorso anno.30
Difatti, in tale circostanza, in un clima di crescente
antisemitismo nel quale il governo si apprestava ad
approvare le prime leggi antiebraiche, il card. Eugenio
Pacelli, in qualità di legato pontificio, accompagnato dal
sostituto della Segreteria di Stato Giovanni Battista
Montini, al 34° Congresso eucaristico internazionale di
Budapest, in un momento estremamente delicato per
l’Europa attraversata da un forte stato di agitazione per i
molti problemi irrisolti, nel discorso conclusivo non evitò
di pronunciare una vibrante allocuzione che affrontava a
tutto tondo il tema della crisi nella quale versava l’Europa
individuandone le cause e additandone la cura nel
rispetto della legge divina.
Dove sono adesso Erode e Pilato e Nerone e Diocleziano e
Giuliano l’Apostata, persecutori del primo secolo tutti? – si chiedeva
retoricamente il segretario di stato vaticano – Cenere e polvere sono
questi nemici del cristianesimo! La stessa legge inesorabile della
fragilità umana, che li raggiunse saranno valide per i loro consapevoli
discepoli, e per i loro inconsapevoli emulatori. getterà loro in basso e
ridurrà in polvere tutti coloro che non rispettano la legge di armonia
fondamentale tra l’ordine naturale delle cose e l’ordine
soprannaturale.31
A tal proposito è interessante far rilevare come, il 20
maggio 1938, ci furono immediate reazioni negative
persino dell’opinione pubblica e della stampa ungherese
alle misure restrittive adottate in Germania in occasione
30 Pacelli’s Election, Opposed by Nazis, Seen Heavy Blow to Racism,
in “Jewish Telegraphic Agency”, 3 marzo 1939.
31 Ibidem.

208
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

del Congresso Eucaristico.32 Inoltre, il 6 agosto 1942,


sempre dalle colonne di questa agenzia di stampa ebraica,
si elogiava il contributo di Pio XII, attraverso il Nunzio
Apostolico a Vichy, per deplorare fermamente il
vergognoso trattamento degli ebrei da parte del governo
guidato dal maresciallo Pétain.
A seguito dei recenti arresti di massa degli ebrei in Francia –
scriveva l’agenzia di stampa internazionale ebraica – l’inviato papale
va segnalato per aver detto ai capi del governo di Vichy che “non
capiva il trattamento accordato ai profughi ebrei”, e ha chiesto la fine
di “questi arresti disumani di un popolo indifeso”.
La relazione afferma che, in seguito all’intervento del Nunzio il
maresciallo Pétain ha chiesto alle autorità tedesche di occupazione di
limitare l’arresto degli ebrei di Parigi a quelli di origine non francese,
per fermare la deportazione degli ebrei francesi in Polonia, e di
smettere di separare le famiglie ebraiche francesi. Non è noto se i
nazisti hanno convenuto ad uno di questi suggerimenti – concludeva
il redattore del Jewish Telegraphic Agency –.33
Inoltre, il 21 gennaio 1943, mentre sul territorio
europeo divampava il secondo conflitto mondiale e la
persecuzione contro gli ebrei assumeva proporzioni
davvero parossistiche, sempre sul Jewish Telegraphic
Agency veniva pubblicato un interessante articolo nel
quale, tra le altre cose, si leggeva:
La questione di sapere se vi è la possibilità che il Vaticano adotta
azioni concrete per tentare di fermare lo sterminio nazista degli ebrei
è stata sollevata oggi in Parlamento quando un certo numero di
membri ha sollecitato il governo a prendere provvedimenti per
salvare il maggior numero possibile di ebrei.

32 Numero docum. 120, Vinci a Ciano T. per corriere 2878/085 R.,


Budapest 20 maggio 1938.
33 Pope Pius Reported to Have Intervened with Vichy over Mass-

arrests of Jews in France, in “Jewish Telegraphic Agency”, 5 agosto


1942.

209
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

Il ministro degli Esteri Anthony Eden ha risposto che Papa Pio


XII è stato ufficialmente informato della dichiarazione delle Nazioni
alleate sullo sterminio di massa degli ebrei da parte dei nazisti. Egli
ha sottolineato che l’atteggiamento del Vaticano per quanto riguarda
gli atti contrari al cristianesimo e all’umanità è stato più volte
dichiarato pubblicamente. Eden ha anche richiamato l’attenzione del
Parlamento sul fatto che il Papa alla vigilia di Natale per radio ha
condannato le persecuzioni in generale.34
In occasione della promulgazione dell’enciclica
“Summi Pontificatus” (20 ottobre 1939) che esaltava la
solidarietà e la carità verso ogni uomo, a qualsiasi popolo
appartenesse, condannando senza riserve il razzismo che
negava l’identità più profonda dell’essere umano, il 29
ottobre di quello stesso anno, l’Agenzia di stampa ebraica
Havas,35 in un circostanziato articolo, riportava con
soddisfazione che:
34 British Parliamentarians Want Vatican to Act to Save Jews from
Nazis, in “Jewish Telegraphic Agency”, 21 gennaio 1943.
35 Nel corso di un periodo di due settimane, il quotidiano del Vaticano

ha pubblicato numerosi articoli sulla Notte dei Cristalli, notando


l’indignazione morale di tutto il mondo e citando i dispacci critici della
proprietà ebraica News Agency Havas. Papa Pio XI ha incaricato tre
cardinali di primo piano, Idelfonso Schuster di Milano, Pierre Verdier
di Parigi, e Joseph-Ernest Van Roey del Belgio, a condannare
pubblicamente il razzismo nazista. “Molto vicino a noi, in nome dei
diritti razziali, migliaia e migliaia di persone sono state rintracciati
come bestie selvatiche, spogliati dei loro beni, veri paria che cercano
invano, nel cuore della civiltà per il riparo e un pezzo di pane, “Il
Cardinale Verdier ha detto. “Non hai il risultato della teoria razziale”.
Nel mese di novembre 1938 il giornale vaticano ha pubblicato tutte e
tre le dichiarazioni e un attacco forte totalitarismo espresso dal
cardinale Michael Faulhaber di Monaco di Baviera. Il New York Times
(12 novembre 1938) citato Pio XI durante la cerimonia di
beatificazione di Madre Cabrini come dicendo, “E ‘necessario pregare
come il nostro divin Redentore ha insegnato, raccomandato e
ordinato, perché sai che ci sono forze che cercano per rovinare le
210
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

la condanna senza riserve che il Papa Pio XII [ha rivolto] alle
teorie totalitarie, razziste e materialiste del governo nella sua
enciclica “Summi Pontificatus” ha suscitato profondo scalpore a
Roma e in Vaticano. Anche se era stato previsto che il Papa avrebbe
attaccato le ideologie ostili alla Chiesa cattolica, pochi osservatori si
aspettavano un documento in modo così esplicito. 36
All’indomani della fine del secondo conflitto
mondiale anche il nuovo rabbino capo di Roma, Rav
David Prato, il 12 dicembre 1945, fu ricevuto in udienza
privata da Pio XII e in tale occasione «lo ha ringraziato
per il suo aiuto agli ebrei durante la persecuzione da parte
di nazisti e fascisti.»37
Ad ogni modo per aver un idea più precisa di quanto
fosse nota l’opposizione vaticana al nazismo, basta
leggere cosa scrisse Albert Einstein su “Time Magazine”
del 23 dicembre 1940:
Essendo un amante della libertà, quando avvenne la rivoluzione
[nazista ndr] in Germania, guardai con fiducia alle università
sapendo che queste si erano sempre vantate della loro devozione alla
causa della verità. Ma le università vennero zittite. Allora guardai ai
grandi editori dei quotidiani che in ardenti editoriali proclamavano il
loro amore per la libertà. Ma anche loro, come le università vennero
ridotti al silenzio, soffocati nell’arco di poche settimane. Solo la

anime. occorre, bambini molto amati, di fare ciò che possiamo e ciò
che è in nostro potere per reagire contro questi poteri del male. “È
stato il Papa parlando di eventi in Germania? Il New York Times
credeva di essere e posto le sue dichiarazioni di seguito un articolo su
la Notte dei Cristalli.
36 Totalitarian, Racist Theories Scored by Pope Pius XII in First

Encyclical, in “Jewish Telegraphic Agency”, 29 ottobre 1939. Cfr.


Anche l’articolo intitolato: Jewish and Non-jewish Organizations Have
Helped Wrb Save Thousands, Says Pehle, 17 ottobre 1944, nel quale
questo organi d’informazione ebraico sottolineò l’azione svolta da Pio
XII nell’aiuto a tutti coloro che erano perseguitati dai nazisti.
37 Pope Pius Receives New Chief Rabbi of Rome; Thanked for Aid to

Persecuted Jews, in “Jewish Telegraphic Agency”, 12 dicembre 1945.


211
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

Chiesa rimase ferma in piedi a sbarrare la strada alle campagne di


Hitler per sopprimere la verità. Io non ho mai provato nessun
interesse particolare per la Chiesa prima, ma ora provo nei suoi
confronti grande affetto e ammirazione, perché la Chiesa da sola ha
avuto il coraggio e l’ostinazione per sostenere la verità intellettuale e
la libertà morale. Devo confessare che ciò che io una volta
disprezzavo, ora lodo incondizionatamente.38
Difatti, stando a quanto scrive lo storico Emilio
Pinchas Lapide, già Console generale di Israele a Milano:
«La Santa Sede, i nunzi e la Chiesa cattolica hanno
salvato da morte certa tra i 700.000 e gli 850.000
ebrei».39 A suffragare questa tesi, ecco come si esprimeva
in un telegramma fatto pervenire alla Santa Sede il 9
ottobre 1958, in occasione della morte di Pio XII, il
ministro degli Esteri israeliano e futuro premier, Golda
Meir, nel quale non esitò ad elogiare il ruolo svolto dal
pontefice durante gli anni roventi della seconda guerra
mondiale:
Partecipiamo al dolore dell’umanità per la morte di Sua Santità,
papa Pio XII. In un periodo turbato da guerre e da discordie, Egli ha
mantenuto alti gli ideali più belli di pace e di carità. Quando il
martirio più spaventoso ha colpito il nostro popolo, durante i dieci
anni del terrore nazista, la voce del Pontefice si è levata in favore
delle vittime… Noi piangiamo la perdita di un grande servitore della
pace.
Anche il gran rabbino di Gerusalemme Isaac Herzog
spedì un telegramma:
La morte di Pio XII è una grave perdita per tutto il mondo
libero. Ricordo l’udienza che mi fu concessa nel 1946 quando gli
chiesi che ci aiutasse a restituire alla loro patria i bambini ebrei
strappati dalle braccia dei loro cari durante il genocidio nazista.

38 Dichiarazione di Albert Einstein, in “Time magazine”, 23 dicembre


1940, p. 40.
39 E.P. LAPIDE, Three Popes and the Jews, Hawthorn Books, 1967.

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Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

A queste affermazioni facevano da pendant quelle del


rabbino capo di Londra Israel Brodie, che dichiarò:
Noi Ebrei abbiamo ragioni particolari per dolerci della morte di
una personalità la quale, in ogni circostanza, ha dimostrato
coraggiosa e concreta preoccupazione per le vittime della sofferenza e
persecuzione.
L’ex console israeliano di Milano, Pinchas Lapide,
scrive a sua volta in un suo libro:
Non c’è papa nella storia che sia mai stato ringraziato tanto
calorosamente dagli ebrei per l’aiuto e la saggezza offerti ai loro
fratelli in momenti di grave pericolo.”Albert Einstein : “Solo la Chiesa
rimase ferma in piedi a sbarrare la strada alle campagne di Hitler (…)
Io sento nei suoi confronti grande affetto e ammirazione. La Chiesa,
da sola, ha avuto il coraggio di sostenere la verità.”L’elenco delle
dichiarazioni di riconoscenza da parte di esponenti del mondo
ebraico a papa Pacelli sarebbe troppo lungo per essere riportato nella
sua completezza, ma da queste poche citazioni si evince che Pio XII
non fu criticato per ciò che non aveva detto, ma fu ringraziato per ciò
che aveva fatto. Eppure, quarant’anni dopo la sua morte, molti
esponenti dell’ebraismo mondiale hanno avuto un atteggiamento
diverso arrivando a chiedere la sospensione della causa di
beatificazione. Il premio Nobel Elie Wiesel ha addirittura affermato
che “sarebbe un’eresia sostenere che noi ebrei dovremmo essere grati
a Pio II.
Mentre il direttore della rivista Jewish Newsletter,
William Zuckerman, scriveva:
Tutti gli Ebrei d’America rendano omaggio ed esprimano il loro
compianto, perché probabilmente nessuno statista di quella
generazione aveva dato agli Ebrei più poderoso aiuto nell’ora della
tragedia.
Perfino il segretario del congresso mondiale ebraico
Leo Kubowtzky, non esitò ad esprimere:
la riconoscenza delle nostre comunità per quanto la Chiesa ha
tentato di fare e tuttora fa a favore della nostra nazione perseguitata.
Il presidente della Giunta dell’Unione delle
Comunità Israelitiche Italiane Raffaele Cantoni, dichiarò:

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Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

La gratitudine imperitura degli ebrei per quanti si sono


adoperati in favore della Comunità israelitica è stata solennemente
dichiarata dal Congresso. In primo luogo nei riguardi di Pio XII per
le prove di umana fratellanza fornite dalla Chiesa cattolica durante
gli anni della persecuzione e poi in ricordo dei sacerdoti che patirono
il carcere nei campi di concentramento e immolarono la loro vita per
assistere in ogni modo gli ebrei”. Allo stesso modo, dopo la
liberazione, dichiarò nella Sinagoga di Roma: “Se non fosse stato per
il soccorso veramente reale e sostanziale dato a essi dal Vaticano e
dalle Autorità ecclesiastiche, centinaia di rifugiati ebrei sarebbero
indubbiamente periti molto prima che Roma fosse liberata.40
Anche il rabbino di Romania espresse i suoi
ringraziamenti al nunzio di Bucarest, mons. Andrea
Cassulo, in questi termini:
La vostra mediazione ci salvò dal disastro nei giorni in cui la
deportazione degli ebrei rumeni era cosa decisa.
Rispetto a queste considerazioni anche il direttore
dello Jewish Chronicle scriveva in modo inequivocabile:
Nessun ebreo potrà misconoscere quanto Pio XII ha
effettivamente compiuto in loro favore.
Illuminante, a tal proposito, risulta anche la
testimonianza rilasciata dai coniugi ebrei berlinesi
Wolfsson, giunti nella capitale dopo un lungo peregrinare
tra prigioni e campi di concentramento, per avere un
colloquio con il pontefice al fine di ottenere un suo
intervento per farli emigrare in Spagna.
Nessuno di noi – riferivano eloquentemente i Wolfsson – ha
desiderato che il Papa parlasse apertamente. Eravamo tutti dei
fuggitivi, e chi fugge non desidera essere mostrato a dito. La Gestapo
sarebbe stata ancor più sollecita e avrebbe intensificato le sue
inquisizioni. Se il Papa avesse protestato tutta l’attenzione si sarebbe
rivolta su Roma. È stato meglio che il Papa avesse taciuto. Tutti noi

40 In “Indipendente”, 2 marzo 1946.

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Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

allora pensavamo così, e ancor oggi conserviamo la stessa


convinzione.41

La “leggenda nera” alla prova degli archivi.


Quando a parlare sono i documenti. Papa di
Hitler o Papa degli ebrei?

Questo dibattito, non privo di toni esacerbati, mirava


essenzialmente a dimostrare la tesi secondo la quale se il
Pontefice avesse pubblicamente condannato lo sterminio
degli ebrei, ciò avrebbe – se non proprio evitato – almeno
conseguito l’obiettivo di risparmiare centinaia di migliaia
di vite umane dalla deportazione. Mettendo da parte
queste dispute, per certi versi alquanto capziose, in
questo breve saggio cercheremo di esaminare i fatti senza
indulgere in alcun modo in considerazioni arbitrarie o
tesi preconcette, facendo piuttosto parlare i documenti e
lasciando alla storia l’arduo compito di emettere il suo
inappellabile verdetto. L’intento, infatti, è proprio quello
di cercare di far capire al lettore i termini del problema
che si è delineato vieppiù nel corso di questi anni,
riportando l’analisi storica nel territorio che più le
compete, considerato che in passato questa disciplina,
talvolta, si è rivelata piuttosto strumento di aspre
invettive politico-ideologiche, di incensamenti di maniera
e di esaltazioni non sempre motivate o di silenzi che,
ormai, non sono più tollerabili. C’è da dire, senza il
timore con ciò essere smentito, che nessun altro papa del
Novecento è stato tanto discusso – in certi casi a dire il
vero con toni eccessivamente roventi – la polemica si è
41 In “Katholische Korrespondenz”, II, marzo (1963), p. 317.
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Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

progressivamente ampliata fino a toccare tutti gli aspetti


della storia della Chiesa contemporanea.
Tra il 1936 ed il 1937 la Radio Vaticana ha
ripetutamente chiesto ai suoi ascoltatori di pregare per gli
ebrei perseguitati in Germania, e ha invitato le persone di
buona volontà ad aiutare la loro emigrazione. Il 6
settembre 1938, Papa Pio XI fece la sua famosa
dichiarazione che «l’antisemitismo è inammissibile;
spiritualmente siamo tutti semiti» – un detto che il
cardinale Pacelli ha ripetuto in un discorso pubblico a
Roma. Subito dopo, il 9 novembre 1938, si ebbe la
Kristallnacht, la “notte dei cristalli”, quando bande di
teppisti nazisti saccheggiarono e diedero alle fiamme i
beni degli ebrei tedeschi. L’Osservatore Romano non solo
riportò questa notizia in prima pagina, ma citò anche i
dispacci dell’agenzia di stampa ebraica Havas
denunciando la ferocia nazista.
Alessandro Persico, in particolare, mette a fuoco la
rilevanza di due orientamenti di ricerca: quello espresso
da Giovanni Miccoli, e incentrato sul nesso fra
atteggiamento anti-moderno della Chiesa cattolica e
“silenzio” di Pio XII sulla Shoah, e quello interpretato da
Andrea Riccardi, che contrasta l’artificioso isolamento di
Pio XII, prodotto dallo scontro fra polemica e apologia, e
colloca questo pontificato dentro la realtà complessa della
Chiesa e del mondo contemporanei. Proprio per questo,
del resto, il pontificato di Pio XII è stato sempre
nell’occhio del ciclone e sotto attacco mediatico con un
obiettivo ben preciso: quello cioè di dimostrare,
definitivamente, come del resto hanno certato di fare il 1°
febbraio 2010 le sedicenti inchieste condotte da “La
Stampa” e dal “Corriere della Sera” che, rispettivamente,
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Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

titolavano: «Pio XII: le prove del silenzio. L’ambasciatore


scriveva: “Teme più i comunisti che le stragi di ebrei”»,
mentre il quotidiano di Via Solferino, di rimando,
rilanciava: «Shoah e Pio XII: nuove carte inglesi. “Non
condanna i crimini nazisti”. Scoperti due documenti del
‘43 e del ‘44».
Tuttavia, attualmente sembra prevalere nella
storiografia un orientamento volto al superamento dello
sterile controversismo del passato. Già il volume di
Giovanni Miccoli, I dilemmi e i silenzi di Pio XII, edito
nel 2000, pur assai critico nei confronti del pontefice,
sostiene che una decisa presa di posizione, in senso
antitedesco, avrebbe comportato la compromissione della
neutralità della S. Sede tra le parti in conflitto, cosa che si
voleva assolutamente evitare. L’occupazione tedesca di
Roma, tra il settembre ‘43 e il giugno ‘44, non fece che
rendere più delicata la condizione del papato e ancora più
prudenti le posizioni del Vaticano. Tuttavia, Miccoli
conclude sostenendo che, il cauto atteggiamento tenuto
da Pio XII e dalla Chiesa nei confronti del nazismo, della
guerra e dello sterminio degli ebrei – posizione di
neutralità che peraltro scaturiva da una lunga tradizione
politico-diplomatica, che lo storico più avvertito non
fatica a leggere tra le righe – a conti fatti non si rivelò
all’altezza della situazione di fronte ad una tragedia di
così vaste proporzioni che, in effetti, richiedeva tutt’altra
presa di posizione a favore delle vittime.
[La] S. Sede – scrive al riguardo Miccoli – non riuscì a compiere
quelle distinzioni e graduazioni, a pronunciare via via quelle precise
denunce che avrebbero dovuto scaturire dall’evidenza della
spaventosa offesa recata agli elementari diritti dell’umanità; o
meglio, operando le sue denunce, essa impedì loro di diventare
“segno di contraddizione” [...] col mantenerle su quel piano generale

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Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

e astratto che, non indicando i responsabili, evitava di entrare in


collisione con altri concetti e valori già consacrati e ancor sempre
ricordati e difesi.42
Ulteriori progressi in questo sforzo di
contestualizzazione ha fatto registrare il contributo
fornito dall’abate benedettino di Montevergine, mons.
Giuseppe Ramiro Marcone, inviato – nell’estate del 1941
– dalla S. Sede, in qualità di visitatore apostolico, nella
Croazia ustascia di Ante Pavelić, che offre uno spaccato
davvero suggestivo sul comportamento assunto in quegli
anni dal clero cattolico rispetto al genocidio che veniva
perpetrato ai danni degli ebrei.43 Del resto, come sostiene
giustamente anche Renato Moro, lo storico non deve
lasciarsi influenzare dalla logica del processo e stabilire
cosa si sarebbe dovuto fare. Il suo dovere, al contrario,
deve essere quello di «cercare di comprendere motivi,
ragionamenti, mentalità, condizionamenti oggettivi e
soggettivi che hanno spinto a comportarsi in un certo
modo», mantenendosi il più possibile au-dessus de la
mêlée.
Un altro pregevole contributo per una comprensione
disincantata di questa complessa vicenda ci sembra
l’opera monografica di Philippe Chenaux, Pio XII.
Diplomatico e pastore, pubblicata in Italia nel 2004,44
che può senz’altro essere considerata una vera e propria
pietra miliare nella ricostruzione, su base documentale, di
42 Cfr. G. MICCOLI, I dilemmi e i silenzi di Pio XII, Milano, 2000, pp.
412-413.
43 Cfr. G. PREZIOSI, Missione in Croazia per conto di Pio XII. le carte

del visitatore apostolico Giuseppe Ramiro Marcone rivelano


l’impegno della Santa Sede in aiuto degli ebrei perseguitati dai
nazisti, in “L’Osservatore Romano”, 183 (2011), p. 5.
44 Cfr. P. CHENAUX, Pio XII diplomatico e…

218
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

una delle personalità più controverse del secolo scorso.


Sulla scia delle nuove ricerche condotte in vari archivi
recentemente aperti alla consultazione degli studiosi,
quest’opera ricostruisce infatti in maniera più equilibrata
lo scenario politico internazionale e le varie fasi che
segnarono la travolgente carriera di Eugenio Pacelli
all’interno della gerarchia vaticana, evitando la duplice
insidia rappresentata dall’agiografia e da una strumentale
quanto sterile logica del processo. Lo studioso svizzero,
inoltre, fa rilevare efficacemente che durante il
pontificato di Pio XII la Chiesa dovette fronteggiare una
duplice sfida rappresentata dalla guerra e dai
totalitarismi, per cui la spinosa questione relativa ai
presunti “silenzi” del papa rispetto alla Shoah non può
essere compresa compiutamente isolandola da tale
contesto.
È significativo che di fronte ai progressi della ricerca
storica e alla più recente produzione storico-
documentaria persino un capofila della tesi
manicheisticamente accusatoria come John Cornwell,
autore del discusso volume Il Papa di Hitler (1999), abbia
preso le distanze dalla sua opera, viziata da qualche
giudizio non del tutto imparziale.
Adesso – ha infatti dichiarato Cornwell in un’intervista rilasciata
all’”Economist” l’11 dicembre 2004 – sosterrei, alla luce del dibattito
e delle nuove acquisizioni che hanno seguito Il Papa di Hitler, che Pio
XII aveva una libertà d’azione così limitata che è impossibile
giudicare i motivi del suo silenzio durante la guerra, mentre Roma
era sotto il tallone di Mussolini e più tardi occupata dai tedeschi.45
Questa improvvisa marcia indietro, anche se non
rappresenta un’autocritica completa e definitiva, denota
45 The papacy. For God’s sake, in “The Economist”, 9 dicembre 2004.

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Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

tuttavia un atteggiamento più misurato rispetto alle tesi


“colpevoliste” pervicacemente sostenute in passato e che,
in tempi recenti, sono state riprese ed accentuate da
Marco Aurelio Rivelli nel suo volume Dio è con noi: la
Chiesa di Pio XII complice del nazifascismo, Milano
2002. Oggi, comunque, sembra prevalere un indirizzo
volto ad un uso più prudente e meno tendenzioso e
sensazionalistico delle fonti, come ha confermato il
recentissimo convegno di studi, promosso dall’Istituto
Trentino di Cultura e dal Centro per gli studi storici italo-
germanici di Trento, su Pio XII. Il dibattito storiografico:
punti di arrivo e problemi aperti.46
Come si vede, il quadro risulta quanto mai variegato e
complesso. Ma in conclusione, al di là di ogn’altra
considerazione, l’atteggiamento della Chiesa e della S.
Sede nei confronti dei perseguitati dei più diversi
orientamenti politici e religiosi non può essere compreso
e apprezzato se non alla luce della rivelazione cristiana,
che, creando la concezione di umanità, riconduce e
riunisce tutti gli uomini in Dio, superando ogni steccato
ideologico e divisione tra uomo ed uomo.47 Questa visione
46 Si veda in merito il convegno di studi dal titolo: Pio XII. Il dibattito
storiografico: punti di arrivo e problemi aperti, organizzato dal
Centro per gli studi storici italo-germanici, coordinato dal prof.
Giovanni Miccoli (Università di Trieste) e dal direttore dell’Istituto
Trentino di Cultura dott. Gian Enrico Rusconi, che si è tenuto a Trento
tra il 6 e il 7 dicembre 2005.
47 Ecco, ad esempio, cosa scriveva la superiora dell’epoca delle Figlie di

Maria Ausiliatrice alle proprie consorelle per spronarle a profondere


tutto il loro ardore evangelico a beneficio di tante persone bisognose:
«Siamo in tempi angosciosamente tragici; ogni giorno, si può dire, ci
giungono notizie dolorose che ci toccano direttamente o che, pur
riguardando altri, sempre però trafiggono il cuore, perché il dolore dei

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Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

spirituale, trascendente e metapolitica animò


profondamente Pio XII, come intuì ad esempio Charles
de Gaulle, uno dei protagonisti di quei tragici anni, che,
riferendo nelle sue Memorie di guerra della sua udienza
in Vaticano del 30 giugno 1944, scrisse che
Pio XII giudica ogni cosa da un punto di vista che trascende gli
uomini, le loro vicende e le loro discordie. Ma egli sa bene quanto
queste cose costino loro e soffre con tutti gli uomini e con ogni uomo.
Era questo, appunto, lo spirito che mosse il papa e la
Chiesa e che più autenticamente ne spiega l’azione in
quelle quanto mai tragiche e difficilissime contingenze
storiche. Pertanto, suscita ancora oggi molto scalpore la
vexata quaestio relativa ai cosiddetti “silenzi” di Pio XII
che, a detta di molti non si sarebbe prodigato abbastanza
per scongiurare il rastrellamento e la conseguente
deportazione degli ebrei romani nei lager, denunciando
pubblicamente le nefandezze perpetrate ai loro danni dai
nazisti.48 Tuttavia, anche se alcuni storici attribuiscono
all’entourage vaticano colpevoli silenzi, non si può fare a
meno di sottolineare che:

nostri fratelli è anche dolore nostro. […] Abbracciamo generosamente


le opere di carità che il Signore ci affida. Questa è l’ora della carità! […]
facciamo del bene a tutti, specie ai sofferenti, ai disagiati, agli operai ed
ai loro bimbi e bimbe; abbiamo come una santa febbre di carità e di
sacrificio». ARCHIVIO DELLE FIGLIE DI MARIA AUSILIATRICE,
Lettere circolari delle superiore a tutte le comunità dell’Istituto,
Circolare del 24 maggio 1944 n. 277, cit. in G. LOPARCO, Gli Ebrei
negli istituti religiosi a Roma (1943-1944) dall’arrivo alla partenza, in
“Rivista di storia della Chiesa in Italia”, 1 (2004), p. 192.
48 Si veda al riguardo l’opera di W. LAQUEUR, Il terribile segreto. La

congiura del silenzio sulla soluzione finale, Firenze, 1983.

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Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

Il basso clero invece, e gli ordini monastici gareggiavano in


audacia e slancio, e furono i principali animatori degli sforzi
intrapresi per il salvataggio degli Ebrei.49
La tesi emersa fin dagli anni sessanta attribuiva,
infatti, al pontefice un “colpevole silenzio”, mentre
recenti studi tendono a confutare queste conclusioni, in
quanto i documenti che stanno emergendo dimostrano, al
contrario, che il papa e numerosi religiosi cattolici, in
realtà, furono gli unici a intervenire per arginare questo
dissennato piano criminale messo in atto dai nazisti, in
modo da alleviare le atroci sofferenze inflitte agli ebrei.50
49 L. POLIAKOV, Il nazismo e lo sterminio degli ebrei, Torino, 1955, p.
407. Inoltre, è interessante rilevare anche quanto scrive Coen, il quale
sostiene che «In contrasto col silenzio del Papa, la Chiesa cattolica
nelle sue molte articolazioni - Istituti, Ordini religiosi, Collegi, singoli
prelati - svolse una vasta opera di aiuto e protezione per molti ebrei
romani» (F. COEN, 16 Ottobre 1943. La grande razzia degli ebrei di
Roma, Firenze, 1993, p. 114).
50 Cfr. M.L. NAPOLITANO – A. TORNIELLI, Il papa che salvò gli

Ebrei...; P. GODMAN, Hitler and the Vatican: Inside the Secret


Archive that Reveals the New Story of the Nazis and the Church,
New York, 2004; M.L. NAPOLITANO, Pio XII tra guerra e pace…;
ID., Pio XII e il Nazismo. Il “silenzio apparente” e l’“azione segreta”
del Pontefice, in “Nuova Storia Contemporanea”, 3 (2001), pp. 149-
156; ID., Ma Pio XII non tacque: la Santa Sede nella seconda guerra
mondiale, in “Letture Urbinati di Politica e Storia”, n. 9, Inverno,
2000, pp. 33-50; G. SALE – A. BOBBIO, La Chiesa e la “Shoah”.
Resistenza in convento, in “Jesus”, 2 (2004), pp. 62-68. Cfr. anche A.
GASPARI, Nascosti in convento, incredibili storie di ebrei salvati
dalla deportazione (Italia 1943-45), cit., pp. 17-54 e pp. 57-102.
Inoltre, per questo argomento, si consiglia la seguente bibliografia:
G. SALE, La tragedia degli ebrei nel radiomessaggio natalizio di Pio
XII, in “La Civiltà Cattolica”, quaderno 3660 (2002), pp. 540-553; S.
BERTELLI, Bombe sul Vaticano: Pio XII, il “silenzio” sugli ebrei e la
salvezza di Roma, in “Nuova storia contemporanea”, 6 (2002), pp.
149-154; D.G. DALIN, Io, ebreo per Pio XII, in “Avvenire”, 19
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Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

Del resto non ci sembra neanche tanto fondata la tesi


secondo la quale Pio XII viene dipinto come una sorta di
irriducibile antisemita, mostrandosi del tutto indifferente
di fronte al genocidio perpetrato dai nazisti proprio sotto
i suoi occhi, rifiutandosi categoricamente di prendere
partito per tenersi al di sopra della mischia, preoccupato
soltanto di preservare gli interessi cattolici. Pertanto
appare condivisibile il giudizio formulato da Anthony
Rodhes, il quale sostiene che:

novembre 2002; Gli ebrei salvati da Pio XII, in “Studi cattolici”, 482
(2001); ID., Pio XII e gli ebrei. Una difesa, in “Cristianità”, 304
(2001); A. TORNIELLI, Pio XII…; S. ZUCCOTTI, Under His Very
Windows - The Vatican and The Holocaust in Italy, Connecticut,
2000; J. CORNWELL, Il Papa di Hitler. La storia segreta di Pio XII,
cit.; R. MCINERNY, The defamation of Pius XII, South Bend
(Indiana), 2000; M. MARCHIONE, Il silenzio di Pio XII, Milano,
2002; ID., Pio XII. Architetto di pace, Casale Monferrato, 2002; G.
WILLS, Papal Sin. Structures of Deceit, New York, 2000; R.J.
RYCHLAK, Hitler, the War and the Pope…; M. PHAYER, The
Catholic Church and the Holocaust, 1930-1965, Bloomington
(Indiana), 2000; P. BLET, Pio XII e la Seconda Guerra mondiale
negli Archivi Vaticani, cit.; A. GASPARI, Gli ebrei salvati da Pio
XII…; ID., Quell’odissea tra i chiostri, in “Avvenire”, 19 febbraio
1998; M. POLITO, Pio XII ci salvò dalle mani di Kappler, in “la
Repubblica”, 18 marzo 1998; L. MENEGHELLO, Promemoria: lo
sterminio degli ebrei d’Europa, 1939-1945, in un resoconto di Ugo
Varnai (1953) del libro The final solution di Gerald Reitlinger,
Bologna, 1994; J. LICHTEN (membro dell’Anti Defamation League),
Pio XII e gli ebrei, Bologna, 1988; P.E. LAPIDE, Roma e gli ebrei.
L’azione del Vaticano a favore delle vittime del Nazismo, Milano,
1967; P. CARROLL-ABBING, But for Grace of God: the story of an
Irish priest who became a resistence leader and later a father to
thousands of children in the boy’s town of Italy, Londra, 1966; G.
LEWY, I nazisti e la Chiesa, Milano, 1965; S. FRIEDLÄNDER, Pio
XII e il Terzo Reich…

223
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

È indubitabile che, in via privata, il papa si adoperò in misura


enorme a favore degli ebrei. Ordinò alle chiese, ai monasteri, ai
conventi, di estendere il limite degli ospiti che tali istituti potevano
normalmente accogliere al fine di ricoverarvi il maggior numero di
ebrei che fosse possibile. Poiché tali case erano a Roma, 155, quasi
tutte al di fuori dei confini territoriali del Vaticano, ma sempre di sua
proprietà, per cui la polizia italiana non poteva entrarvi, il
provvedimento fu di grande conforto per gli ebrei. Durante
l’occupazione tedesca di Roma ne furono così ospitati circa 5.000;
varie dozzine di altri trovarono asilo nel Vaticano stesso.51
Difatti, la recente apertura degli archivi segreti
vaticani, segnatamente quelli relativi ai rapporti tra Santa
Sede e Germania sotto il pontificato di Pio XI (1922-
1939),52 ha permesso di fugare questo malinteso,
considerato che con notevole anticipo rispetto alla messa
in atto della cosiddetta “soluzione finale” da parte di
Hitler, il 4 aprile 1933, l’allora Segretario di Stato della S.
Sede Eugenio Pacelli, appena settantadue ore dopo quella
che passerà tristemente alla storia come la “giornata del
boicottaggio” contro i negozi e le attività ebraiche in
Germania, immediatamente si attivò allo scopo di far
cessare questo scempio, come si evince chiaramente dalla
51 A. RHODES, Il Vaticano e le dittature: 1922-1945, Milano, 1975, p.
350. Si veda anche A. TORNIELLI, Pio XII il Papa degli Ebrei…, pp.
136-137.
52 Si tratta, in particolare, dei seguenti fondi: ARCHIVIO SEGRETO

VATICANO (d’ora in poi indicato con l’acronimo A.S.V.), Affari


Ecclesiastici Straordinari (d’ora in poi indicato con l’acronimo
AA.EE.SS.), Baviera (1922-1939), Germania (1922-1939); Archivio
Segreto Vaticano, Archivio della nunziatura apostolica di Monaco di
Baviera (1922-1934); Archivio della nunziatura apostolica di Berlino
(1922-1930). Tuttavia, come è ormai noto, quest’ultimo fondo
archivistico subì gravi distruzioni nel 1943 a causa del
bombardamento di Berlino e dell’incendio del Palazzo della
nunziatura apostolica.

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Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

lettera, datata 4 aprile 1933, inviata al nunzio apostolico a


Berlino, mons. Cesare Orsenigo.
Alte notabilità israelite si sono rivolte al Santo Padre per
invocare il Suo intervento contro il pericolo di eccessi antisemitici in
Germania. E poiché è nelle tradizioni della Santa Sede svolgere la sua
universale missione di pace e di carità verso tutti gli uomini, a
qualsiasi condizione sociale o religione appartengano, interponendo
anche, ove sia necessario, i suoi caritatevoli uffici, il Santo Padre
incarica l’Eccellenza Vostra Rev.ma di vedere se e come sia possibile
interessarsi nel senso desiderato.53
Ecco cosa si legge in un documento riservato inviato,
il 25 ottobre 1933, al generale William Donovan riguardo
ai rapporti che intercorrevano tra la Chiesa cattolica con
Hitler:
Subito dopo Hitler aveva preso il potere, il nazionalsocialismo si
è mostrato come ideologia chiaramente contrario al cristianesimo.
Solo una minoranza tra i principi della Chiesa cattolica, come ad
esempio il vescovo Berning di Osnabrück e poi il Cardinale Innitzer
di Vienna hanno cercato di mostrare un atteggiamento amichevole,
nei confronti di Hitler. La maggior parte dei principi della Chiesa
cattolica non hanno lasciato alcun dubbio nelle loro dichiarazioni e
lettere pastorali che non c’era raccordo tra il nazismo e la Chiesa
cattolica. Con il passare degli anni, l’atteggiamento della Chiesa
cattolica è diventato sempre più chiaro. Il rifiuto di Hitler è diventato
sempre più evidente. Perché dalle organizzazioni gerarchiche della
Chiesa cattolica, la denuncia di Hitler è stata propagata dalla
maggioranza del clero cattolico in terra. Il risultato di questo è che
l’inimicizia verso Hitler è stata promulgata non solo dall’alto clero,
ma è stata sostenuta anche dalla massa del basso clero. Questo
credito decisivo per questo atteggiamento dovrebbe essere dato al
cardinale von Faulhaber di Monaco i cui personali sermoni bollarono
il nazismo come il nemico della cristianità. Entrambi i principi della
Chiesa non disdegnavano il pericolo più grave, ma riuscirono ad
esprimere la loro opposizione a Hitler in modo così intelligente che la

53A.S.V., AA.EE.SS. Germania, Pos. 643, fasc. 158, fol. 4r, no. prot.
915/33, da Pacelli a Orsenigo, 4 aprile 1933.

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Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

Gestapo non aveva l’opportunità di ridurli al silenzio. Da loro, per


esempio, questi due dignitari della Chiesa hanno trascinato con loro
quei gruppi all’interno della Chiesa cattolica, che ancora esitava.
D’altra parte un buon numero dei chierici minori sono finiti in
prigione o in un campo di concentramento. […]
Il movimento di resistenza delle Chiese cattolica e protestante in
Germania ha coperto le seguenti [funzioni]:
A. Le Chiese hanno supportato il movimento politico di
resistenza con le armi spirituali e religiosi.
B. Le Chiese hanno portato l’idea della resistenza contro Hitler
nelle grandi masse del popolo. Molti ministri di entrambe le chiese
sono diventati martiri a causa della loro resistenza.
C. Le Chiese, attraverso i loro collegamenti con l’estero, hanno
informato il mondo degli eventi che hanno avuto luogo in Germania e
hanno sempre mantenuto il contatto con i gruppi di resistenza non-
tedeschi. 54
Del resto, il 13 maggio 1940, Pio XII nel congedare
l’Ambasciatore italiano presso la S. Sede, Dino Alfieri, che
gli portava la protesta ufficiale di Mussolini per il
telegramma di solidarietà inviato dal pontefice ai sovrani
del Belgio, del Lussemburgo e dell’Olanda in occasione
dell’invasione tedesca di quei Paesi neutrali, gli fece
intendere senza mezzi termini che:
Gli italiani sanno sicuramente e completamente le orribili cose
che avvengono in Polonia. Noi dovremmo dire parole di fuoco contro
simili cose, e solo ci trattiene dal farlo il sapere che renderemmo la
condizione di quegli infelici, se parlassimo, ancora più dura.55

54 Documenti riservati inviati al generale William Donovan,

Memorandum, Relazione tra le Chiese tedesche e Hitler, 25 Ottobre


1945.
55 P. BLET, A. MARTINI, B. SCHNEIDER, R.A. GRAHAM (a cura di),

Actes et Documents du Saint-Siège relatifs à la Seconde Guerre


mondiale (d’ora in poi sarà contrassegnato con l’acronimo A.D.S.S.),
vol. I, Le Saint Siege et la Guerre en Europe, Mars 1939 - Aout 1940,
Città del Vaticano, 1970, p. 455. Cfr. anche A. RHODES, The Vatican
in the Age of the Dictators (1922-1945), Holt, Rinehart e Winston,

226
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

Il 27 ottobre dell’anno successivo, tuttavia,


l’incaricato d’affari in Slovacchia, mons. Giuseppe Burzio,
fece pervenire al pontefice, attraverso il Segretario di
Stato card. Maglione, anche un dettagliato rapporto che
riguardava i trattamenti disumani dei prigionieri di
guerra non ariani in Russia ad opera dei fucilieri delle
Einsatzgruppen.
Solo pochi giorni fa, ho avuto l’onore di ricevere il venerato
dispaccio nr. 40079 del 18 agosto u. s., e mi affretto ad informare
l’Eminenza Vostra reverendissima, che sul territorio di questa
repubblica non esistono attualmente campi di concentramento di
prigionieri o di profughi di guerra.
All’inizio delle ostilità contro la Russia, il vicario castrense, S. E.
Mons. Buzalka, mi avvisò che era in progetto l’organizzazione di
un campo per prigionieri presso il confine orientale della Slovacchia;
ma che, poi, la cosa non fu portata ad effetto. Lo stesso Monsignor
vescovo, dopo aver assunto nuove informazioni presso il comando
militare, mi assicura che per ora non vi sono probabilità che dei
prigionieri di guerra vengano concentrati in Slovacchia. Per quanto
risulta dalle notizie ricevute dai suoi cappellani, i prigionieri ucraini e
bianco-russi sono ordinariamente rinviati alle loro case, gli ebrei
sono senz’altro fucilati (si afferma che anche i civili di razza ebraica
vengano soppressi sistematicamente, senza distinzione di sesso e di
età); soltanto i prigionieri russi e asiatici sono avviati ai campi di
concentramento.
Se in avvenire venissero a trovarsi dei prigionieri o dei profughi
su questo territorio, non mancherò di informare Vostra Eminenza e
di attenermi alle istruzioni impartitemi.56

1973, p. 244. Esiste anche la versione italiana di questo libro con


traduzione di PAOLO COLACICCHI, dal titolo: Il Vaticano e le
dittature: 1922-1945, cit.

56 A.D.S.S., Le chargé d’affaires à Presbourg Burzio au cardinal


Maglione, Presbourg, 27 octobre 1941, doc. 184, in “Le Saint Siège et
les victimes de la guerre Janvier 1941 - Decembre 1942”, vol. 8, Città
del Vaticano, 1974, pp. 327-328.

227
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

Inoltre, nella primavera del 1942, ricevendo in


udienza privata il cappellano dei Cavalieri di Malta don
Pirro Scavizzi, il papa dopo aver appreso il
raccapricciante eccidio perpetrato dai nazisti ai danni
degli ebrei, gli spiegò i motivi che lo avevano indotto, suo
malgrado, a seguire la strada di un diplomatico “silenzio”,
esclamando:
Dica a tutti, a quanti può, che il papa agonizza per loro e con
loro. Dica che, più volte, avevo pensato a fulminare con scomunica il
nazismo, a denunciare al mondo civile la bestialità dello sterminio
degli ebrei! Abbiamo udito minacce gravissime di ritorsione, non
sulla nostra persona, ma sui poveri figli che si trovano sotto il
dominio nazista; ci sono giunte gravissime raccomandazioni, per
diversi tramiti, perché la Santa Sede non assumesse un
atteggiamento drastico. Dopo molte lacrime e molte preghiere, ho
giudicato che una mia protesta, non solo non avrebbe giovato a
nessuno ma avrebbe suscitato le ire più feroci contro gli ebrei e
moltiplicato gli atti di crudeltà perché sono indifesi. Forse, la mia
protesta solenne avrebbe procurato a me una lode nel mondo civile,
ma avrebbe procurato ai poveri ebrei una persecuzione anche più
implacabile di quella che soffrono.57
In seguito, una religiosa ungherese, suor Margit
Slachta fondatrice – insieme a Edit Farkas, della
Congrégation des Missions Sociales (Szociális
Missziotarsulat) e della Société des soeurs du service
social (Szociális Testvérek Társasága) – si recò a Roma
per informare la Santa Sede sulla sorte che attendeva gli
ebrei slovacchi, incontrando personalmente sia il cardinal
Maglione e lo stesso pontefice, per sollecitare un
intervento in favore di tutti questi poveri sventurati. La
57Cfr. G. ANGELOZZI GARIBOLDI, Pio XII, Hitler e Mussolini. Il
Vaticano fra le dittature, Milano 1995, p. 152. Questa citazione di Pio
XII è contenuta anche in G. CENTORE, Il canto di Gabila - Lettura
poetica dell’Ebraismo, Napoli, 1994, p. 28.

228
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

sue informazioni suscitarono un certo sconcerto


nell’entourage vaticano al punto da spingere il Segretario
di Stato a telegrafare immediatamente al consigliere di
nunziatura a Bratislava, mons. Giuseppe Burzio, per
impartirgli nuove istruzioni al riguardo. La risposta non
si fece attendere, tant’è che l’11 marzo del 1943 mons.
Burzio, dopo aver raccolto le informazioni necessarie,
comunicava che la deportazione era probabile, ma non
imminente quantunque gli ambienti governativi si erano
mostrati alquanto evasivi, accentuando la preoccupazione
negli ambienti ebraici locali.
Questa mattina – si legge, con dovizia di particolari, in una nota
della Segreteria di Stato dell’8 marzo 1943 – è tornata in Segreteria di
Stato la rev. suora Margherita Slachta. Essa ha confermato di essere
venuta a Roma, non inviata da alcun Ente, ma solo per
«tranquillizzare la propria coscienza».
Ha nuovamente insistito perché la Santa Sede si interessi
sollecitamente a favore degli ebrei slovacchi, di cui si minaccia la
imminente deportazione.
Le è stato risposto che la Santa Sede ha fatto tutto il possibile in
merito. La stessa suora non sembra, però, essere rimasta del
tutto soddisfatta di tale dichiarazione.
Essa afferma che «prima della deportazione» molti ebrei sono
stati già internati, «perché di peso allo stato slovacco». Si potrebbe,
pertanto, evitare la loro deportazione, almeno per un po’ di tempo, se
la Santa Sede provvedesse alla loro sostentazione. Ha, quindi,
chiesto che la Santa Sede metta a disposizione di tali ebrei la somma
necessaria, magari sotto forma di prestito...
Ha concluso che probabilmente si recherà anche in Svizzera, per
chiedere l'aiuto della Croce Rossa, e in Spagna, per implorare un
intervento di Franco presso gli Stati Uniti.
Le è stato ripetutamente risposto che la sua coscienza può essere
ben tranquilla; la Santa Sede ha fatto e sta facendo tutto quello che è
in suo potere a favore degli ebrei, in tutte le regioni in cui essi sono

229
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

oggetto di misure odiose; e particolarmente, per quanto riguarda il


caso attuale, a favore degli ebrei slovacchi.58
Dopo aver meticolosamente raccolto tutti questi dati,
sebbene ancora pressoché incompleti e frammentari, il 5
maggio 1943, la segreteria di Stato stilò un’altra nota
circa la terribile situazione nella quale versavano gli ebrei
in Polonia, in cui si leggeva:
Ebrei. Situazione orrenda.
In Polonia stavano, prima della guerra, circa 4.500.000 di ebrei;
si calcola ora che non ne rimangano (con tutto che ne vennero dagli
altri paesi occupati dai tedeschi) neppure 100.000.
A Varsavia era stato creato un ghetto che ne conteneva circa
650.000 ora ce ne saranno 20-25.000.
Naturalmente parecchi ebrei sono sfuggiti al controllo; ma non
da dubitare che la maggior parte sia stata soppressa. Dopo mesi e
mesi di trasporti di migliaia e migliaia di persone, queste non hanno
fatto sapere più nulla : cosa che non si spiega altrimenti che con la
morte, atteso soprattutto il carattere intraprendente degli ebrei, che
in qualche modo, se vive, si fa vivo.
Speciali campi di morte vicino a Lublino (Treblinka) e presso
Brest Litowski. Si racconta che vengono chiusi a parecchie centinaia
alla volta in cameroni, dove finirebbe sotto l'azione di gas.
Trasportati in carri bestiame, ermeticamente chiusi, con
pavimento di calce viva.
Nel ghetto di Varsavia erano state incluse anche chiese, che
qualche tempo dopo dovettero essere sgombrate in due ore di tempo.
Ora queste chiese servono a magazzini, ecc.59

58 A.D.S.S., Notes de la Secrétairerie d’Etat, Informations refues sur la


situation des juifs en Slovaquie, Vatican, 8 mars 1943, doc. 86, in “Le
Saint Siège et les victimes de la guerre Janvier - Decembre 1943”, vol.
9, Città del Vaticano, 1974, pp. 178-179.
59 ID., Notes de la Secrétairerie d’Etat, Situation terrible des Juifs en

Pologne, Vatican, 5 mai 1943, doc. 174, in “Le Saint Siège et les
victimes de la guerre Janvier - Decembre 1943”, vol. 9, Città del
Vaticano, 1974, p. 274.

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Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

Pertanto, sulla scorta di questa documentazione, ci


sembra di poter condividere l’opinione formulata da
Renzo De Felice, secondo il quale Pio XII
è stato un Papa fino al midollo diplomatico, politico; meno, un
certo tipo di reazionario di stampo morale che molti attendevano,
fuori dal suo habitus mentale. D’altra parte credo che proprio certe
sue cautele diplomatiche dimostrino, se ci si pensa bene, quanto lui
fosse consapevole del pericolo dei nazisti per i cattolici. È chiaro che
le prese di posizione nette avrebbero avuto conseguenze non solo su
di lui – che probabilmente poteva essere uomo capace di affrontarle
– ma certamente sui cattolici nell’Europa occupata.
Ora, – aggiunge lo storico reatino – credo che questo sia un
elemento che va considerato, non solo un alibi addotto a posteriori:
era il Pastore delle anime, sì, ma che stanno nei corpi. Per quanto
riguarda il periodo del dopoguerra, anche qui bisogna considerare
indubbiamente la sua formazione; data la quale, e dato il contesto
politico internazionale, è difficile pensare che egli potesse cambiare il
suo atteggiamento nei confronti dei comunisti.60
Del resto è ormai acclarato che, nel corso di quegli
anni, l’accoglienza negli ambienti ecclesiastici non
conobbe riserve, tanto è vero che la Città del Vaticano e
numerosi ordini religiosi, sprezzanti del pericolo che
correvano, si distinsero in questa opera di ospitalità a
beneficio di tutti coloro i quali erano in cerca d’aiuto per
sfuggire ai rastrellamenti perpetrati dai nazi-fascisti.
Difatti, bisogna tener conto che per chiunque nascondeva
o prestava aiuto ai prigionieri di guerra era prevista la
pena di morte. Ciò nonostante, oltre ai Palazzi Apostolici
– che, come è noto, godevano del diritto di
extraterritorialità – chiese, conventi e persino collegi ed
60 R. DE FELICE, L’ultimo di un certo tipo di pontefice, in E.
CAVATERRA, Processo a Pio XII. Intervista con padre Raimondo
Spiazzi, Milano, 1979, pp. 235-37. Cfr. anche G. DI LEO, Eugenio
Pacelli in arte Pio XII, in “Nuova Storia Contemporanea”, 5 (2001),
pp. 161-164.
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Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

istituti ecclesiastici d’ogni genere, si prodigarono per


offrire riparo a quella torma di sventurati che correvano il
rischio di essere acciuffati dalle S.S. e spediti nei vari
campi di concentramento.61 Difatti, secondo una
meticolosa ricerca condotta recentemente da sr. Grazia
Loparco, docente di storia della Chiesa presso l’Auxilium
di Roma, sembrerebbe che:
dopo l’8 settembre [1943] gli istituti religiosi fossero stati
allertati dal Vaticano e invitati ad offrire ospitalità. Alcuni studiosi –
puntualizza, tuttavia, la religiosa – dubitano radicalmente di
quest’ipotesi, confermata invece da Leiber, già segretario particolare
di Pio XII, nella “Civiltà Cattolica” del ‘61 […]. A sostegno di tale
interesse diretto si sa, ad esempio, che il pomeriggio del 16 ottobre

61 Sulla resistenza in genere in ambito cattolico si veda: V.


GIUNTELLA, I cattolici nella resistenza, in “Dizionario Storico del
movimento cattolico”, a cura di F. TRANIELLO – G. CAMPANINI,
1/2, Torino 1981, pp. 112-128. A proposito della difesa di Roma da
parte della S. Sede, si veda: G. ANGELOZZI GARIBOLDI, Il Vaticano
nella seconda guerra mondiale, Milano 1992; C. DE SIMONE, Roma
città prigioniera. I 271 giorni dell’occupazione nazista (8 settembre
‘43 - 4 giugno ‘44), Milano, 1994; G. CASTELLI, Storia segreta di
Roma città aperta, Roma, 1959; L. GESSI, Roma, la guerra e il Papa,
Roma, 1945; A. GIOVANNETTI, Roma città aperta, Milano, 1962; P.
BLET, Il Vaticano e la guerra (1939-1940), Città del Vaticano, 1960;
A.D.S.S., voll. IX: “Le Saint-Siège et les victimes de la guerre (Janvier -
Décembre 1943)”, Città del Vaticano, 1975; vol. X: “Le Saint-Siège et
les victimes de la guerre (Janvier 1944 - Juillet 1945), Città del
Vaticano, 1980; A. RICCARDI (a cura di), Pio XII, 2ª ed., Bari, 1985;
ID., Il potere del Papa. Da Pio XII a Giovanni Paolo II, Bari, 1993. Per
quanto concerne il mondo cattolico romano meritano di essere citati:
G. DE LIBERO, Morte ai preti, Roma, 1948, pp. 20-22; G.
INTERSIMONE, Cattolici nella resistenza romana, Roma, 1976; A.
RICCARDI, La Chiesa a Roma durante la Resistenza. L’ospitalità
negli ambienti ecclesiastici, in “Quaderni della Resistenza laziale”, 2
(1977), pp. 87,102 e 150.

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Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

mons. Ronca, a nome della Segreteria di Stato, chiedeva al superiore


se avesse disponibilità di accogliere un certo numero di israeliti. […]
In sintesi – conclude sr. Grazia Loparco –, al bisogno degli ebrei
corrispose l’apertura di molte case religiose, per iniziativa propria; su
indicazione diretta o indiretta della S. Sede; talora in collaborazione
con una parrocchia.62
In realtà la S. Sede decise di ricorrere a questo
espediente proprio per evitare che tutti gli ebrei, ex
fascisti ed antifascisti – nascosti provvidenzialmente
nelle varie case religiose romane – potessero essere
scoperti e tratti in arresto con le conseguenze che si
possono facilmente immaginare. Pertanto, in seguito la
Segreteria di Stato provvide a far pervenire,
sollecitamente, una lettera a tutti i superiori, nella quale
era scritto:
La Segreteria di Stato di Sua Santità trasmette l’unito foglio, da
affiggere all’ingresso di cotesto edificio, ma soltanto dopo che fosse
dichiarato “lo stato di emergenza”.
In pari tempo dispone che gli scritti o stampati (quali “Proprietà
della Santa Sede”, ecc.), e le dichiarazioni di divieto di perquisizione e
requisizione, eventualmente già rilasciati dal Comando Militare
Germanico di Roma o dall’Ambasciata di Germania presso la Santa
Sede, siano ritirati dalla porta esterna o dalla facciata del fabbricato,
al quale si riferiscono, e siano conservati, con l’opportuna diligenza,
nell’interno dei fabbricati medesimi, vicini all’ingresso.
Dovranno solamente essere mantenuti affissi all’esterno gli
stampati che indicano la qualità extraterritoriale degli immobili della
Santa Sede, che godono tale prerogativa.
La Segreteria di Stato di Sua Santità esprime altresì la fiducia
che la condotta dei Preposti agli immobili extraterritoriali o esenti da

62G. LOPARCO, Gli Ebrei negli istituti religiosi a Roma…, p. 116 e p.


120 note 77 e 78. In merito all’azione di solidarietà compiuta dalla
Chiesa nei confronti degli ebrei durante l’occupazione nazista, si veda
anche il recente saggio di A. FALIFIGLI, Salvati dai conventi. L’aiuto
della Chiesa agli ebrei di Roma durante l’occupazione nazista,
Cinisello Balsamo, 2005.
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Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

espropriazione e da tributi, e dei Superiori degli Istituti o delle Case


Religiose, per le quali è stato rilasciato il foglio allegato, sarà ispirata
a diligente osservanza delle disposizioni e istruzioni impartite dalla
Santa Sede ed a quella discreta e prudente correttezza che è sempre,
ma ora più che mai, necessaria.63
In effetti, la Chiesa Cattolica, proprio durante la
seconda guerra mondiale, ponendo al centro del suo agire
l’affermazione della dignità della persona umana, si
ritrovò a svolgere certamente un ruolo di primo piano,
costituendo un fattore di prima solidarietà e surrogando
nell’immaginario collettivo quelle figure istituzionali che
allora, in seguito al de profundis del regime fascista ed
alla precipitosa fuga del sovrano, erano completamente
svanite nel nulla. Del resto, come sottolinea anche suor
Grazia Loparco,
Non è escluso, anzi è probabile, che l’accoglienza negli istituti
fosse cominciata senza attendere direttive esplicite dalla Santa Sede,
sebbene vari testimoni facciano riferimento ad alcune comunicazioni
e richieste giunte oralmente attraverso canali ecclesiastici. […] A
sostegno di tale interesse diretto si sa, ad esempio, che il pomeriggio
del 16 ottobre [1943] mons. Ronca, a nome della Segreteria di Stato,

63 ARCHIVIO GENERALE DELLE SUORE ORSOLINE


DELL’UNIONE ROMANA, Dichiarazione della Segreteria di Stato di
Sua Santità, N. Prot. 72694 del 25 ottobre 1943. Questo documento è
conservato anche nell’Archivio del Collegio “S. Alessio Falconieri” dei
Servi di Maria. Inoltre, sempre nell’Archivio Generale delle Suore
Orsoline dell’Unione Romana, è contenuto un cartello con lo stemma
papale consegnato dalla S. Sede a tutti quegli istituti e case religiose
che, probabilmente, non potevano beneficiare del diritto di
extraterritorialità, da affiggere nell’atrio soltanto in caso di emergenza,
sul quale era scritto in italiano e tedesco: “Avviso. Questo edificio
serve a scopi religiosi ed è alle dirette dipendenze dello Stato della
Città del Vaticano. Sono interdette qualsiasi perquisizioni e
requisizioni”. Cfr. in merito anche A. RICCARDI, La Chiesa a Roma
durante la resistenza. L’ospitalità negli ambienti ecclesiastici, in
“Quaderni della Resistenza laziale”, n. 2, Roma 1977, p. 96.
234
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

chiedeva al superiore se avesse disponibilità di accogliere un certo


numero di israeliti.64
Proprio per scongiurare questo pericolo, a partire dal
25 ottobre 1943, la Segreteria di Stato della S. Sede – e,
talvolta, anche il Vicariato – avevano trasmesso a tutti gli
enti che godevano della extraterritorialità e ad altre
istituzioni religiose il seguente manifesto, scritto in
italiano e tedesco, da affiggere sull’atrio che avvertiva:
Questo edificio serve a scopi religiosi ed è alle dipendenze dello
Stato della Città del Vaticano. Sono interdette qualsiasi perquisizione
e requisizione.65
Del resto a suffragare questa tesi ci pensa anche la
testimonianza di suor Ferdinanda dell’Istituto romano
delle Suore di San Giuseppe di Chambéry la quale ha
rivelato che:
64 Cfr. LOPARCO G., Gli Ebrei negli istituti religiosi a Roma…, p. 116.
65 ARCHIVIO VICARIATO SALESIANO DI ROMA, cartella 204, fasc.
4. Vedi anche A. RICCARDI, Roma «città sacra?» Dalla conciliazione
all’operazione Sturzo, Milano 1979, p. 239. ID., La Chiesa a Roma
durante la Resistenza: l’ospitalità negli ambienti ecclesiastici, in
“Quaderni della Resistenza laziale”, n. 2, Roma 1977, pp. 87-150.
Questa direttiva impartita dalla S. Sede è conservata nell’Archivio
Generale delle Suore Orsoline dell’Unione Romana, Dichiarazione
della Segreteria di Stato di Sua Santità, N. Prot. 72694 del 25 ottobre
1943 e nell’Archivio del Collegio “S. Alessio Falconieri” dei Servi di
Maria. Da quel momento in poi, secondo quanto riferisce nella sua
ricerca sr. Grazia Loparco, «furono diramati oltre 500 certificati a
Roma e in altre città. Ne furono destinatari enti che godevano della
extraterritorialità, di esenzioni e altre istituzioni a cui venne concesso.
[…] Aggiungendo qualche sfumatura, alcune testimoni erano sicure
che l’ordine dell’accoglienza fosse stato espresso dal papa, tramite il
Segretario della Congregazione dei Religiosi. Secondo le stesse
religiose dal Vicariato venne, invece, il permesso di ricevere anche gli
uomini» (Cfr. G. LOPARCO, Gli Ebrei negli istituti religiosi a Roma…, p.
118).

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Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

fu il Pontefice Pio XII che ci ordinò di aprire le porte a tutti i


perseguitati. Se non ci fosse stato l’ordine del Papa sarebbe stato
impossibile mettere in salvo tanta gente66.
Difatti, per dimostrare la veridicità delle sue affermazioni, suor
Ferdinanda cita una lettera del Cardinale Segretario di Stato Luigi
Maglione che, il 17 gennaio 1944, in piena occupazione nazista, fece
pervenire alla Madre Superiora in cui, a nome del Pontefice e in
riferimento ai tanti ebrei nascosti nell’Istituto, scriveva:
La Santità Sua paternamente grata, implora perciò su cotesti
così diletti figli le ineffabili ricompense della divina Misericordia,
affinché, abbreviati i giorni di tanto dolore, conceda ad essi il Signore
un sereno, tranquillo e prospero avvenire.
[…] Intanto, in segno di particolare benevolenza, la Santità Sua,
riconoscente verso codeste dilette Suore di San Giuseppe di
Chambéry per l’opera di misericordia che esercitano con tanto
cristiana comprensione, invia ad esse e ai cari rifugiati la
confortatrice Benedizione Apostolica.67
D’altronde, tempo fa è stata avanzata anche un’altra
ipotesi suggestiva secondo la quale, subito dopo la
sconfitta della Francia ad opera dell’esercito nazista, Pio
XII
Secondo Joseph L. Lichten, nel 1940 Pio XII emanò
una direttiva segreta ai vescovi e intitolata.
avrebbe inviato – il 23 dicembre 1940 – a tutti i
vescovi d’Europa una direttiva segreta scritta in latino
intitolata Opere et caritate (“Con le opere e la carità”),
che esordiva richiamando la famosa enciclica di Pio XI
contro il razzismo Mit brennender Sorge, in cui erano
contenute precise disposizioni ai vari religiosi di fornire
66 Il 17 marzo 1998 suor Ferdinanda ricevette dall’Ambasciata
israeliana a Roma la medaglia di “Giusto tra le Nazioni” per aver
contribuito alla salvezza di tanti ebrei durante l’occupazione nazista di
Roma.
67 Cfr. A. GASPARI, Nascosti in convento. Incredibili storie di ebrei

salvati dalla deportazione…, pp.

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Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

un adeguato aiuto a tutti coloro i quali correvano seri


pericoli di vita a causa delle ignominiose persecuzioni
nazi-fasciste, provvedendo a spalancare le porte di chiese
e conventi senza alcuna reticenza e discriminazione a
seconda del colore politico o della fede religiosa
professata.
È risaputo – sosteneva, a tal proposito, Joseph L. Lichten – che
nel 1940 Pio XII inviò un’istruzione segreta ai vescovi cattolici
d’Europa dal titolo Opere et caritate, che ordinava di prestare aiuti
adeguati a tutti coloro che subivano discriminazioni razziali ad opera
dei nazisti.68
Inoltre, il pontefice avrebbe espressamente esortato il
clero a leggere questa lettera nelle loro chiese per
ricordare ai loro fedeli che il razzismo «era incompatibile
con gli insegnamenti della fede cattolica».69 Del resto
l’esistenza di un’altra disposizione pontificia, sempre
dello stesso tenore, è stata confermata a chi scrive anche
da don Aldo Brunacci,70 all’epoca dei fatti qui narrati
68 J.L. LICHTEN, Pio XII e gli Ebrei, Bologna, 1988.
69 M. MARCHIONE, Jews, Catholics, and Pope Pius XII: Are the
Media Expressing Prejudice toward Christianity?, in “Catalyst
Magazine”, Aprile (1999); H. LAMERS, Paus Pius XII als organisator
van jodenhulp, in “Catholica”, 6 (2003); L. POLIAKOV, Le Vatican et
la question juive, in “Monde juif”, Dicembre (1950); vedi anche P.
DUCLOS, Le Vatican et la seconde guerre mondial, Paris, 1955, pp.
191-192; R. LEIBER, Pio XII e gli ebrei di Roma, 1943-1944,
(ristampa), in “Civiltà Cattolica”, I-2675 (1961), , , p. 457.
70 Il nome di don Aldo Brunacci (Assisi, 1914 – Assisi, 2 febbraio 2007)

è stato iscritto a Yad Vashem tra i giusti tra le nazioni proprio per la
sua opera svolta a beneficio degli ebrei durante l’Olocausto Nel corso
di una conversazione telefonica con chi scrive, don Aldo Brunacci ha
raccontato anche alcuni episodi che lo videro protagonista in quegli
anni roventi che meritano certamente di essere annoverati tra queste
pagine. «Nel corso di quegli anni – dichiara sul filo della memoria
l’anziano sacerdote – oltre agli ebrei aiutai anche un gerarca fascista
237
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

giovane sacerdote e canonico della Cattedrale di S. Rufino


di Assisi, secondo il quale, verso la fine di settembre del
1943, il vescovo diocesano della cittadina umbra, mons.
Giuseppe Placido Nicolini, si rivolse proprio a lui per

proveniente da Roma perché braccato dalle autorità di Pubblica


Sicurezza. Così, visto che era sprovvisto di ogni cosa, proprio perché
era stato costretto ad abbandonare la capitale in fretta e furia per non
essere catturato, provvidi a fornirgli del denaro e lo accompagnai fino
alla piazza di S. Francesco qui ad Assisi, perché era intenzionato a
recarsi altrove per sfuggire ai suoi aguzzini. Un altro giorno – continua
don Aldo Brunacci – fui chiamato in causa da un altro famigerato
gerarca fascista del luogo, il prefetto di Perugia dott. Armando Rocchi
il quale, dopo essere stato tratto in arresto e relegato nel campo di
concentramento di Ponza per i suoi misfatti, vedendosi addebitare –
tra gli altri capi d’accusa – anche quello di aver provocato la mia
morte, poiché almeno questo non rispondeva al vero, per scagionarsi
da questa accusa, mi chiamò a testimoniare al suo processo. Tuttavia
non ci fu bisogno della mia deposizione, visto che subito provvidi a
dimostrare alle autorità competenti che ero vivo e vegeto»
(Testimonianza rilasciata all’autore da don Aldo Brunacci in data 16
febbraio 2005). Assisi, difatti, in quel periodo diventò uno dei
principali centri della resistenza italiana all’Olocausto. Travestiti da
frati e suore, nascosti nei sotterranei e nelle cantine, mimetizzati tra gli
sfollati, provvisti di documenti falsi, gli ebrei rifugiatisi ad Assisi
furono protetti da una vasta rete di solidarietà che si estese anche ad
altre zone dell’Umbria e allacciò contatti, anche attraverso il ciclista
Gino Bartali, con le centrali di resistenza e finanziamento della
DELASEM in Liguria e Toscana. Tra i rifugiati c’erano donne, bambini,
vecchi, ammalati, che avevano bisogno di cura e assistenza per le
necessità quotidiane. Don Brunacci, inoltre, organizzò anche una
scuola dove i bambini ebrei potevano ricevere istruzione religiosa
ebraica. Grazie anche alla complicità dell’ufficiale tedesco Valentin
Müller, che dichiarerà Assisi una zona franca ospedaliera, nessun
ebreo fu deportato da Assisi. Arrestato dai fascisti nel maggio 1944,
don Brunacci in seguito riuscì a salvarsi grazie al provvidenziale
intervento dei suoi superiori ma fu costretto a rifugiarsi nella città
capitolina fino alla Liberazione.
238
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

esortarlo a prendersi cura di tutti i profughi che


affluivano in massa da ogni parte d’Italia – comprese
persone di origine ebraica – mostrandogli una lettera che
aveva appena ricevuto dal Segretario di Stato della S.
Sede, card. Luigi Maglione, nella quale erano contenute
precise direttive in merito, con la raccomandazione di
mantenere il più stretto riserbo su questa direttiva
papale.71
Io vidi realmente questa lettera – dichiara senza alcuna
esitazione don Aldo Brunacci a chi scrive – che il vescovo di Assisi
Mons. Nicolini aveva fra le mani quando mi recai nel suo studio. Gli
era stata inviata verso la fine di settembre del 1943 dalla Segreteria di
Stato della S. Sede e conteneva precise direttive per spronare il clero
ad adoperarsi in ogni modo per prestare aiuto a tutti i perseguitati
politici ed in special modo agli ebrei.
Di questo ne sono sicuro e del resto sarei un bugiardo se dicessi
il contrario visto che sono stato testimone oculare di questa vicenda
e, pertanto, posso affermare senza tema di smentita che questa
lettera fu effettivamente inviata dalla S. Sede al vescovo diocesano di
Assisi Mons. Nicolini il quale mi lesse perfino il contenuto
integralmente.72
Queste affermazioni, del resto, don Aldo Brunacci, le
ha ribadite anche in un’intervista pubblicata nel numero
di gennaio 2004 dalla rivista “Inside the Vatican”
intitolata La Lettera Segreta, in cui descrive, con dovizia
di particolari, il giorno in cui il suo vescovo diocesano,
mons. Nicolini, lo chiamò nel suo ufficio per mostrargli
una lettera che aveva appena ricevuto dalla Segreteria di
Stato della S. Sede per conto del Santo Padre.
71 Cfr. R. MORO, La Chiesa e lo sterminio degli ebrei, Bologna, 2002,
pp. 20-21 e p. 32 n. 41 nel quale anche questo storico riporta
un’analoga testimonianza rilasciata da don Aldo Brunacci.
72 Testimonianza rilasciata all’autore da don Aldo Brunacci in data 16

febbraio 2005.

239
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

Lui (Nicolini) – afferma don Aldo – disse che aveva ricevuto la


lettera da Roma, e lesse ciò che diceva – il Santo Padre voleva che noi
ci occupassimo nella nostra diocesi affinché qualche cosa sarebbe
stato fatto per garantire la sicurezza degli ebrei […].
Tutto ciò trova puntuale conferma anche
dall’intervista rilasciata dall’ex rabbino capo di Roma Elio
Toaff che, il 28 giugno 1964, dichiarò:
Più di alcun altro abbiamo avuto occasione di sperimentare la
grande compassionevole bontà e magnanimità del Papa durante gli
anni infelici della persecuzione e del terrore, quando sembrava che
per noi non ci fosse più alcun scampo. La Comunità israelitica di
Roma, dove è sempre vivissimo il senso di gratitudine per quello che
la Santa Sede ha fatto in favore degli Ebrei romani, ci ha autorizzato
a riferire in maniera più esplicita la convinzione che quanto è stato
fatto dal clero, dagli istituti religiosi e dalle associazioni cattoliche per
proteggere i perseguitati non può essere avvenuto che con la espressa
approvazione di Pio XII.73
Tuttavia, Susan Zuccotti, nel suo libro Under His
Very Windows, si mostra alquanto scettica sulla versione
fornita da don Aldo, sostenendo che, a suo avviso,
quest’opera di protezione degli ebrei ad opera della
Chiesa fu condotta sostanzialmente senza l’appoggio
diretto del pontefice. Inoltre, l’autrice di questo libro, si
spinge oltre ritenendo addirittura che mons. Nicolini non
abbia rivelato il contenuto effettivo di questa “lettera
segreta” a don Aldo Brunacci.74 A questa illazione
l’anziano sacerdote, intervistato da “Inside the Vatican”,
ha replicato con sdegno:
Impossibile, impossibile [...] non è possibile che il Vescovo
Nicolini mi stava ingannando. Io sono sicuro di questo [...] Zuccotti
dubita che Pio XII avrebbe potuto pubblicare un tale ordine perché
lei è persuasa dalla campagna lanciata contro Pio XII nel 1963. Ma

73Intervista riportata in “L’Osservatore Romano”, 28 giugno 1964.


74 Cfr. S. ZUCCOTTI, Under His Very Windows, London, 2000, p.
264.
240
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

quella campagna è stata riempita con calunnie e calunnie. Adesso, la


Signora Zuccotti ne è convinta, e così non può accettare che questa
lettera fu inviata, e deve inventare la storia che il vescovo mi ingannò
per spiegarlo. Ma la lettera fu inviata. Io la vidi con i miei occhi, nelle
mani del mio vescovo così come lui la lesse a me. Era una lettera del
Vaticano che chiedeva al vescovo di prendere misure per aiutare e
proteggere gli ebrei. E noi prendemmo quelle misure. […] Questo
stesso ordine – continua l’anziano sacerdote – fu inviato a molte altre
diocesi in Italia. Io ho parlato con molti storici, e loro mi dicono che
queste lettere furono inviate ed io penso che emergeranno nei
prossimi anni. Io penso che molti documenti nuovi appariranno in
futuro, specialmente dalle carte di Montini. Il lavoro di Papa Pio XII
fu un lavoro maestoso, un lavoro di atti, non di parole.75
Ad ogni modo, sull’esistenza di questa lettera alcuni
storici, come ad esempio Andrea Riccardi, nutrono un
certo scetticismo, considerato che:
La voce che esistesse una direttiva scritta della Santa Sede o del
Papa sull’ospitalità ecclesiastica, che è emersa qua e là, non ha
trovato ancora conferma. Da parte mia dubito che sia mai esistito un
simile documento che avrebbe costituito una prova di colpevolezza
evidente davanti ai tedeschi. Infatti gli stessi superiori degli istituti
religiosi evitavano di lasciare tracce scritte della loro attività
clandestina. Don Aldo Brunacci ha parlato di una lettera di
provenienza vaticana sulla necessità di aiutare gli ebrei, che il
vescovo di Assisi gli avrebbe letto nel settembre 1943. È possibile, ma
si resta stupiti, che la Santa Sede abbia corso un simile rischio. In
realtà la Santa Sede e il Papa assecondarono (e in qualche caso
stimolarono) un movimento spontaneo di solidarietà.
Tra i tanti testimoni che ho incontrato alla metà degli anni
Settanta, prevaleva l’idea che ci fosse una volontà del Papa a
proposito degli ebrei e degli altri perseguitati da nazisti e fascisti.

75 Cfr. R. MOYNIHAN – D. GALLAGHER, The Secret Letter. Evidence

that Pope Pius XII gave orders to the bishops of Italy to save Italy’s
Jews, in “Inside the Vatican”, gennaio (2004), pp. 74-76. In merito a
questa vicenda si veda anche l’articolo di G. PERSEGHIN, Assisi priest
honored in Washington for protecting Jews during World War II,
pubblicato sulla rivista americana “Catholic Standard”, aprile (2004).
241
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

Tale volontà non avrebbe potuto essere imposta come obbedienza ai


superiori religiosi, i quali, ospitando gli ebrei, rischiavano la loro vita.
Tuttavia era abbastanza chiara e corrispondeva a un sentire diffuso
dei responsabili e delle comunità religiose.76
In merito all’opera di assistenza e ospitalità svolta
dalle varie organizzazioni cattoliche scrive, inoltre,
Alberto Bobbio:
Certamente è stata un’opera condotta in sordina, senza
proclami. Si sa che nel collegio cardinalizio c’era una corrente,
capeggiata dal cardinale Canali, presidente della Commissione per lo
Stato del Vaticano, preoccupata che l’ospitalità fosse un’impresa
azzardata che avrebbe messo in pericolo la neutralità della Santa
Sede nella guerra.
È probabile che, come molti storici e diverse fonti ripetono,
l’istruzione segreta sia stata scritta con l’obbligo di distruggerla
immediatamente dopo averla letta.77
Difatti, anche in virtù della ricerca di cui rendiamo
conto in questo volume, ci sembra di poter affermare,
76 A. RICCARDI, Prefazione al saggio di A. FALIFIGLI, Salvati dai
conventi...; cfr. anche ID., Roma 1943: ebrei salvati dai conventi, in
“Avvenire”, 12 Febbraio 2005, p. 27.
77 A. BOBBIO, Oltre la barriera del pericolo, in “Jesus”, 2 (2004), p.

65. Tuttavia, sebbene il Vicariato di Roma con la piena approvazione


del papa, era propenso a fornire ospitalità negli ambienti ecclesiastici
agli ebrei che correvano seri pericoli di vita, all’interno della Curia
romana non tutti la pensavano allo stesso modo in merito, come si
evince chiaramente anche dalla testimonianza del cameriere di Pio
XII, Giovanni Stefanori, resa in occasione del processo di
beatificazione del pontefice, il quale dichiarò: «Ricordo che una sera,
alle ore 22, monsignor Berretti, parroco di San Pietro, mi avvertì che
era morto monsignor Ceccarelli, sagrista di San Pietro, che il cardinal
Canali voleva mandar via 4 ebrei che detto reverendo aveva in casa.
Alle ore 23 il Papa, da me informato, mi fece telefonare al cardinal
Canali per dirgli di soprassedere allo sfratto e che il giorno dopo gli
avrebbe parlato monsignor Montini» (Cfr. A. RICCARDI, Roma 1943:
ebrei salvati dai conventi…, p. 27)

242
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

senza tema di smentita, che questa opera condotta in


sordina dal Vaticano senza grossi proclami, di aiutare
cioè “segretamente” tanta povera gente, offrendo loro dei
nascondigli sicuri per metterli al riparo da occhi
indiscreti, in ultima analisi, si è rivelata una scelta saggia
e lungimirante78 come attestato anche da molti storici i
quali sono dell’avviso che:
Il papa e i suoi collaboratori, sulla base di quanto sapevano del
nazionalsocialismo, erano fermamente convinti che un’infiammata
protesta del papa non avrebbe imposto l’interruzione dell’azione
omicida, bensì l’avrebbe aggravata a seconda del momento e delle
circostanze, e al tempo stesso avrebbe distrutto le possibilità che
erano rimaste di agire per via diplomatica a favore degli Ebrei in stati
come l’Ungheria e la Romania. Il papa dunque ha anche “parlato”,
ma la parola non fu il suo mezzo principale o esclusivo nella lotta
contro la politica ebraica di Hitler. Egli si è conformato all’esigenza
morale di una chiara condanna, ma dominante fu per lui l’aspetto, di
responsabilità morale, di dover evitare di scegliere una forma di
provocazione che non avrebbe evitato bensì aumentato le disgrazie:
con un pubblico appello non si sarebbe ottenuta la cessazione dello
sterminio degli Ebrei [...] Al contrario la politica del papa conservò
alla Santa Sede la possibilità di salvare ancora degli Ebrei.79

78 Difatti l’8 settembre 1945, Giuseppe Nathan, Commissario


dell’Unione delle Comunità Israelitiche italiane, dichiarava: «Eleviamo
la nostra commossa espressione di gratitudine a quanti nel periodo
delle persecuzioni nazi-fasciste, si sono prodigati per proteggerci e per
salvarci. E per primo rivolgiamo un riverente omaggio di riconoscenza
al Sommo Pontefice [cioè a Pio XII, n.d.a.], ai religiosi e alle religiose,
che, attuando le direttive del Santo Padre, non hanno veduto nei
perseguitati che dei fratelli, e con slancio e abnegazione hanno prestato
la loro opera intelligente e fattiva per soccorrerci, noncuranti dei
gravissimi pericoli ai quali si esponevano» (“L’Osservatore Romano”, 8
settembre 1945, p. 2). Cfr. in merito all’opera di assistenza e ospitalità
clandestina svolta dalla Chiesa attraverso numerosi ordini religiosi, il
recente saggio di A. FALIFIGLI, Salvati dai conventi...
79 H. JEDIN, Storia della Chiesa, vol. X/1, Milano, 1972, p. 99. Del

243
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

In effetti lo stesso pontefice, a quel punto, era


perfettamente conscio dei limiti degli interventi pubblici
e, pertanto, si mostrò più propenso a perseguire una
strategia improntata alla massima cautela che avrebbe
certamente garantito migliori risultati, come del resto è
prassi consolidata della migliore tradizione diplomatica
vaticana. Inoltre, il 15 maggio 1956, due anni prima della
sua morte, Pio XII non esitò a scrivere una sorta di
testamento spirituale sul retro di una busta, nel quale
esprimeva un rigoroso mea culpa per tutti quei, diciamo
così, “lapsus” che avevano segnato il suo lungo
pontificato.
Miserere mei, Deus, secundum magnam misericordiam tuam –
scriveva sommessamente il pontefice –. Queste parole, che conscio di
esserne immeritevole e impari, pronunciai nel momento in cui diedi
tremando la mia accettazione alla elezione a Sommo Pontefice, con
tanto maggiore fondamento le ripeto ora, in cui la consapevolezza
delle deficienze, delle manchevolezze, delle colpe commesse durante
un così lungo pontificato e in un’epoca così grave ha reso più chiare
alla mia mente la mia insufficienza e indegnità.80
In effetti, a suffragare quanto andiamo dicendo va
segnalata anche la vicenda che vide per protagoniste le
religiose della Società del Sacro Cuore – un istituto di

resto, a suffragare questa tesi, contribuisce anche l’intervista rilasciata


nel 1964 dal card. Eugenio Tisserant ad una rivista italiana in cui
sostenne che, in più di una circostanza, Pio XII era stato sul punto di
esprimere una pubblica protesta contro le turpitudini perpetrate da
Hitler, sottolineando che: «Se Pio XII preferì alla protesta l’azione
sotterranea a favore delle vittime del nazismo, lo fece unicamente per
non aggravare la loro drammatica situazione. Questa è una realtà che
la storia non può negare» (Cfr. L’intervista pubblicata sulla rivista
“Vita”, 8 aprile 1964, p. 12).
80 Citato nell’articolo scritto da VALENTE G., Pio XII, il plauso e il

silenzio, sul mensile internazionale “30Giorni”, n. 6, a. XIX, Giugno


2001.
244
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

diritto pontificio che sorge sul Gianicolo, fondato agli


inizi del 1800 da Madeleine-Sophie Barat –, che sotto la
guida spirituale della superiora generale di origini
ispaniche Manuela Vicente, coadiuvata dalla madre
vicaria suor Giulia Datti, su espressa sollecitazione di Pio
XII, nell’autunno del 1943, proprio mentre tra le sacre
mura vaticane si stava valutando nei minimi particolari la
questione relativa ai rifugiati nelle strutture
extraterritoriali con l’ausilio del penitenziere di San
Pietro, il cappuccino padre Aquilino Reichert,
spalancarono le porte della loro casa religiosa per offrire
ospitalità ai rifugiati ebrei e a molti altri antifascisti che
correvano seri pericoli di vita. Il Vicariato intratteneva
canali privilegiati con la Superiora della Comunità madre
Yvonne De Thélin, mentre il Vaticano interpellava
direttamente la Superiora Generale. In effetti i rapporti
idilliaci tra Pio XII e questa congregazione religiosa
risalivano fin dagli anni Trenta allorché fu affidato
all’allora Cardinale Pacelli l’incarico di protettore della
Società del Sacro Cuore e, in seguito, si erano vieppiù
consolidati con la madre superiora, alle quale pensò
subito di rivolgersi proprio in virtù della profonda stima
che nutriva nei suoi confronti, allo scopo di trovare
ricetto per alcuni perseguitati dai nazi-fascisti di religione
ebraica, tra i quali spiccava la famiglia Sonnino, composta
da madre e figlia, mentre il marito con il figlio erano
rifugiati al Collegio Orientale dei Gesuiti in Piazza Santa
Maria Maggiore. Tra questi rifugiati vi erano almeno altre
due “ospiti” illustri: la principessa Milica Petrović
Romanoff granduchessa di Russia – moglie del granduca
Pietro di Russia e sorella di S.A. la Regina Elena di Savoia

245
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

– e perfino una nipote di Roosevelt con la figlia Giulia di


6 anni.81
Difatti, il 6 ottobre del 1943, si legge nel Giornale
della Casa “Villa Lante’’ un particolare tutt’altro che
irrilevante:
La Rev.da Madre [Manuela Vicente, ndr] è stata chiamata in
Vaticano; si è recata con Sorella Platania alla Segreteria di Stato dove
S. E. Mons. Montini l’ha pregata, in nome del Santo Padre, di
alloggiare tre famiglie minacciate, come molte altre, di essere prese
dai Tedeschi. Ha pure offerto un’automobile, affinché la Madre possa
andar subito alla Casa Madre per chiedere i dovuti permessi; [è]
andata con la Rev.da Madre Pirelli e non ha riportato pieno
consenso. Già una 15a di persone alloggiano a Betania e la Rev.da
Madre studia il modo di trovare altri buoni posti per meglio entrare
nei desideri del Santo Padre che si degna darle tanta fiducia.82
Dai documenti degli archivi dell’Office of Strategic
Service declassificati alcuni anni or sono in seguito al
“Nazi War Crimes Disclosure Act”, risulta che le forze
alleate, proprio dal 6 ottobre 1943 mediante il
cablogramma numero 19 contrassegnato dalla dicitura
“Personale. Per il Führer e il ministro del Reich”, erano al
corrente del dispaccio segreto con il quale Hitler aveva
pianificato il destino degli 8.000 ebrei romani,
ordinandone la deportazione nei campi di sterminio
tedeschi per essere definitivamente “liquidati”. Si
aggiunga poi che l’11 ottobre successivo da un messaggio
81 ARCHIVIO GENERALE SOCIETÀ S. CUORE (d’ora in poi
A.G.S.S.C.), Memorie di M.T. Gonzales De Castejon. Per ulteriori
approfondimenti su questa vicenda si rimanda all’articolo di G.
PREZIOSI, Quelle famiglie ebree che Pio XII fece nascondere in
monastero. La sollecitudine di Papa Pacelli documentata nel giornale
della Casa di Villa Lante, in “L’Osservatore Romano”, 11 maggio 2011,
p. 5.
82 A.G.S.S.C., Giornale della Casa “Villa Lante’’, 6 ottobre 1943.

246
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

radio criptato, inviato dal Capo dell’Ufficio Centrale per la


Sicurezza del Reich Ernst Kaltenbrunner a Herbert
Kappler, si apprendeva che:
È esattamente l’immediato e completo sradicamento degli Ebrei
in Italia che è nello speciale interesse della presente situazione
politica interna e della sicurezza generale in Italia. […] Più a lungo si
dilazionerà, maggiormente gli Ebrei, che stanno senza dubbio
facendo assegnamento su misure di evacuazione hanno
un’opportunità di andare [a nascondersi] nelle case di Italiani
favorevoli agli Ebrei [e] di scomparire completamente.83
Dunque, da questi documenti ne consegue in modo
incontrovertibile che gli Alleati erano perfettamente al
corrente del piano scellerato che i tedeschi stavano per
mettere in atto con ben dieci giorni d’anticipo!
Suscita qualche legittimo sospetto, dunque, che
l’unico ad essere accusato di aver mantenuto un colpevole
silenzio, alla fine sia stato soltanto Pio XII che, in realtà,
come si evince chiaramente anche da questi documenti
qui prodotti, fu uno dei pochi ad adoperarsi
concretamente, con circospezione, cercando di non dare
troppo nell’occhio e continuare nel più stretto riserbo
quest’opera di assistenza e ospitalità clandestina nelle
varie strutture ecclesiastiche dell’Urbe e del resto d’Italia
per tentare di salvare quante più vite possibile dalla
ferocia nazista. Basta rilevare la scansione cronologica di
questi avvenimenti che coincidono sorprendentemente
con la circolare vaticana del 25 ottobre 1943, in cui si
«forniva l’orientamento di ospitare gli ebrei perseguitati
dai nazisti in tutti gli istituti religiosi, di aprire gli istituti
e anche le catacombe». Ciò, d’altronde, si evince anche
dalla documentazione archivistica delle Suore della
83 NATIONAL ARCHIVES, KEW GARDENS, Na/Uk, Hw 19/238, Da

Berlino a Roma, 11 ottobre 1943.


247
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

Società del S. Cuore di Gesù, laddove si legge, in una nota


autografa che reca la data dell’11 ottobre 1943:
Giornata di gran lavoro da una parte e di gran terrore
dall’altra!... Mentre su tutte aiutano a sgombrare la sala della scuola
dalle panche, tavolini, lavagne e ridurla a camera da letto, giù in
portineria è un succedersi di giovani spaventati che chiedono per
pietà di essere messi al sicuro dai tedeschi che vogliono deportarli in
Germania. […] C’è un fuggi fuggi: gli uomini temono di essere presi
dai tedeschi e corrono a nascondersi, o almeno a mettere al sicuro la
moglie e figliuoli; chiedono per loro alloggio nei conventi e la nostra
Rev.da Madre Saladini procura di contentare chi può.84
Tuttavia, secondo le riflessioni espresse di recente da
Renato Moro «quello del silenzio è un problema
collettivo, non individuale» ascrivibile soltanto a Pio XII,
in quanto la mancata pubblica denuncia dei crimini
nazisti da parte dei vertici ecclesiastici avrebbe
contribuito a rendere meno intensa la mobilitazione per
difendere gli ebrei braccati dai nazisti. Del resto, secondo
la tesi formulata da questo studioso, non bisogna neanche
sottovalutare il fenomeno dell’antigiudaismo cattolico,
che affondava le sue radici nell’ancestrale congettura
secondo la quale gli ebrei, in quanto “popolo deicida”,
erano da considerare a tutti gli effetti un minus habens
rispetto agli altri popoli cosa che, evidentemente, giocò
un ruolo cruciale in questa triste vicenda sconfinando, a
un certo punto, nell’antisemitismo85. Difatti, per
suffragare questa tesi, Moro asserisce che, almeno fino
84A.G.S.S.C., Giornale della Casa “Villa Lante’’, 11 ottobre 1943.
85Difatti persino la rivista “La Civiltà Cattolica” mostrò, per certi versi,
di condividere questa corrente di pensiero, cfr. in merito G.
MARTINA, «La Civiltà Cattolica» e la questione ebraica, in “La
Civiltà Cattolica”, 151 (2000), vol. II, pp. 263-268. R. TARADEL – B.
RAGGI, La segregazione amichevole. «La Civiltà Cattolica» e la
questione ebraica (1850-1945), Roma, 2000.
248
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

alla metà del Novecento, «gli ebrei non erano ancora per
la generalità dei cattolici gli antenati della loro fede, ma i
nemici della loro religione»86. Di parere sostanzialmente
contrario appare, invece, lo storico gesuita Giovanni Sale,
il quale tende a confutare la tesi secondo la quale
l’antigiudaismo di matrice cattolica sia stato il terreno di
coltura da cui poi è sbocciato l’antisemitismo razziale,
invitando a fare piuttosto una distinzione tra un
antigiudaismo di carattere meramente religioso o
“dottrinale” e un antigiudaismo per lo più dettato da
considerazioni di ordine socio-politico:
Il primo era dovuto a motivazioni teologico-dottrinali – scrive lo
storico gesuita –: esso considerava l’ebreo, uomo senza patria, come
un “dannato da Dio” a motivo del suo accecamento per non aver
riconosciuto il Messia, e la sua condizione di esule era intesa e
spiegata secondo particolari categorie religiose. In questo
rientravano le gravi accuse di deicidio e di omicidio rituale. […] Tale
mentalità antigiudaica, diffusa in ampi settori dell’opinione pubblica
europea e non soltanto tra i cattolici, condannava l’ebreo a una
condizione di emarginazione sociale. […]
L’antigiudaismo moderno nasce invece con la Rivoluzione
francese e in particolare con l’emancipazione sociale e politica degli
ebrei, sancita dai Governi liberali. […] Altro motivo che spinse a
lottare contro l’influsso che gli ebrei andavano acquistando a livello
sociale, oltre alla loro preponderanza in campo economico e
finanziario, fu il ruolo primario che molti di essi ebbero nella
massoneria internazionale fortemente anticattolica e nei moderni
movimenti rivoluzionari e non solo nella Russia di Lenin, ma anche

86 Per ulteriori approfondimenti in merito a questo argomento, si


rimanda al lavoro di R. MORO, La Chiesa e lo sterminio degli ebrei,
Bologna, 2002. Per quanto concerne, invece, il fenomeno
dell’antisemitismo si veda R. FINZI, Antisemitismo: dal pregiudizio
contro gli ebrei ai campi di sterminio, Firenze, 1997; M. RAVENNA,
Carnefici e vittime: le radici psicologiche della Shoah e delle atrocità
sociali, Bologna, 2004.

249
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

negli Stati dell’Europa Occidentale. Tale modo di pensare era


alimentato dal fatto che molti capi dei partiti comunisti europei
erano ebrei: la gran parte dei membri del Consiglio dei commissari
del popolo, per esempio, istituito da Lenin dopo la Rivoluzione russa
del 1917 — cioè il Governo rivoluzionario del Paese — era costituito
da ebrei.
Così la figura dell’ebreo, nell’immaginario collettivo cattolico, e
non soltanto in esso, fu assimilata, da una parte, al capitalista che
sfruttava la popolazione cristiana, dall’altra al rivoluzionario, che
lottava per minare le basi della vita associata. All’ebreo inoltre, in
un’epoca di nazionalismo esasperato, si rimproverava di non nutrire
«amor patrio», sentendosi egli, si diceva, non cittadino dello Stato
che lo accoglieva, ma semplicemente membro virtuale della «nazione
ebraica», che non aveva a quel tempo nessuna terra da difendere.
Molti esponenti della cultura cattolica accettavano per motivi sia
religiosi, cioè di difesa dell’identità cristiana, sia patriottici e di tutela
dell’ordine costituito queste idee, e La Civiltà Cattolica ebbe un ruolo
non secondario nella loro divulgazione. […]
Contrariamente a quanto viene affermato da alcuni studiosi
contemporanei, il Magistero della Chiesa (e con esso La Civiltà
Cattolica) non professarono mai l’antisemitismo razziale. D’altra
parte l’antigiudaismo, sia classico sia moderno, non è stato, come
viene spesso ripetuto, il terreno di coltura da cui poi si è sviluppato
l’antisemitismo razziale, anche nella sua forma più popolare,
sebbene, dal punto di vista socioculturale, esso in alcuni casi possa
aver favorito una forma di risentimento nei confronti degli ebrei,
soprattutto negli Stati in cui essi erano più potenti e organizzati.
Tra antisemitismo e antigiudaismo – conclude p. Giovanni Sale
– esiste in ogni caso una differenza sostanziale che non va
sottovalutata. L’antigiudaismo rispondeva a un’esigenza di tutela
dell’antica societas christiana – che di fatto da tempo non esisteva
più in Europa, ma che nella mente di molti uomini di Chiesa
continuava ad essere ancora valida –, per cui erano considerate
legittime legislazioni civili, approvate da Stati a maggioranza
cattolica, che, facendo salvi i doveri di moderazione e di carità

250
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

cristiana verso tutti, trattassero in modo differente cristiani ed


ebrei.87
Ad ogni modo, ci sembra giunto il momento propizio
per sfatare – almeno per quanto concerne questa vicenda
– quel cliché, a dire il vero piuttosto consolidato
nell’ambito della storiografia, che sovente tende a
presentare, in modo abbastanza artificioso, un’immagine
di Pio XII spettatore imperturbabile del dramma che si
stava consumando sotto i suoi occhi. Difatti, sebbene
pubblicamente impose una rigorosa consegna del silenzio
– che non deve affatto essere interpretata come una
forma di passività o indifferenza – in realtà, fin dal mese
di ottobre del 1943, come abbiamo accennato in
precedenza, provvide ad impartire precise istruzioni a
tutti i conventi e le chiese d’Italia, esortandoli a
spalancare le porte delle loro case religiose a tutti i
perseguitati politici, in special modo agli ebrei, per offrire
loro un adeguato rifugio88.
Di conseguenza, come abbiamo avuto modo di
rilevare nelle pagine precedenti, soltanto nella capitale
ben 159 tra istituti ecclesiastici e monasteri nascosero tra
87 G. SALE, Antisemitismo cattolico o antigiudaismo? Le accuse
contro la Chiesa e la “Civiltà Cattolica”, in “La Civiltà Cattolica”,
2002, pp. 419-431.
88 Cfr. in merito la testimonianza fornita da padre Giuseppe Ferrari,

dei Filippini della chiesa di S. Maria in Vallicella, l’11 novembre 1997


riportata nella tesi di IRENE FORNARI, L’opera di assistenza e di
ospitalità della Chiesa a Roma durante l’occupazione nazifascista,
Università degli Studi di Roma, La Sapienza, Facoltà di Lettere e
Filosofia, Corso di laurea in Lettere, relatore prof. Ferdinando
Cordova, 1997-98, pp. 233-234. Si veda, inoltre, sempre nella tesi di
Irene Fornari, anche la testimonianza di sr. Regina delle Suore del
Buon Salvatore di Via Leopardi 17, concessa in data 10 ottobre 1997, p.
203.
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Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

le loro mura pressappoco cinquemila ebrei, per la


precisione 4.447 dei circa diecimila che componevano la
comunità ebraica romana in quegli anni. Secondo i
risultati emersi da una ricerca condotta qualche anno fa
dal Coordinamento storici religiosi, il numero dei
rifugiati accolti nei vari ambienti ecclesiastici romani
ammonterebbe invece a 4.329 persone così distribuite:
2.790 nelle case femminili e 1.539 in quelle maschili e
nelle parrocchie, a cui bisogna aggiungere anche altre
persone che si fermarono soltanto per pochi giorni ed
altre ancora che furono nascoste all’interno degli edifici
extraterritoriali di proprietà della S. Sede89. In tal modo
89 Cfr. l’Elenco degli Istituti religiosi femminili e maschili che
ospitarono ebrei a Roma (1943-44) realizzato da sr. Grazia Loparco in
occasione del convegno promosso dal Coordinamento storici religiosi
dal titolo “Povertà e ricchezza di una storia nascosta”, Roma, residenza
La Salle, 24 settembre 2003, contenuto in appendice a G. LOPARCO,
Gli Ebrei negli istituti religiosi a Roma (1943-1944) dall’arrivo alla
partenza, cit., pp. 114, 141-155. Per ulteriori approfondimenti In merito
a questa vicenda si rimanda alle seguenti pubblicazioni: O. LA ROCCA,
Così la Chiesa salvò 4 mila ebrei nascosti in conventi e catacombe, in
“la Repubblica”, 24 settembre 2003, p. 29; G. SANTAMARIA, Roma
‘43: 4000 ebrei salvati in convento, in “Avvenire”, 23 settembre 2003;
G. CURTI, Una storia nascosta, in “Bollettino Salesiano”, febbraio
2004; A. RICCARDI, La Chiesa a Roma durante la Resistenza:
l’ospitalità negli ambienti ecclesiastici, in “Quaderni della Resistenza
laziale”, 2 (1977), p. 103; S. ZUCCOTTI, Il Vaticano e l’Olocausto in
Italia, cit., p. 229. Secondo questi autori il numero così elevato dei
rifugiati, in realtà, era dovuto al fatto che non furono tutti presenti
contemporaneamente in questo luogo, ma si fermarono solo per un
certo periodo di tempo, dopodiché furono inviati in un altro
nascondiglio più sicuro, considerata anche la vicinanza dell’ex ghetto
ebraico. Nel Museo della Liberazione in via Tasso 145 a Roma, nella
cella n. 10 al 3° piano, è affissa al muro una dettagliata mappa dei
rifugi, nella quale vengono menzionate 155 tra case religiose,

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Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

almeno tremila ebrei riuscirono a trovare riparo presso la


residenza estiva del papa a Castel Gandolfo, mentre altri
sessanta trascorsero i nove mesi di occupazione tedesca
nell’Università Gregoriana e molti di loro furono
alloggiati nella cantina del Pontificio Istituto Biblico.
Tuttavia, bisogna anche rilevare che, in quei tragici
momenti, non mancarono anche “rari” casi di viltà, che
indussero alcuni religiosi a non concedere ospitalità agli
ebrei romani perché, come affermarono loro stessi, «non
avevamo la possibilità di pagare»90.
Non è da escludere – scrive in merito suor Grazia Loparco,
docente di Storia della Chiesa presso il Pontificio Ateneo “Auxilium”
di Roma –, anzi è provato, che accanto alla generosità prevalente, vi
furono alcuni casi di chiusura e grettezza, per cui l’impossibilità di
pagare una pensione coincise col ritrovarsi per strada.91
Difatti risulta che qualche convento chiuse le porte ad
alcuni ebrei che cercavano di sfuggire ai loro aguzzini,
perché sprovvisti del denaro richiesto.
Una canagliata – riconosce suor Grazia Loparco – fatta da una
piccolissima percentuale, contro la stragrande maggioranza dei
conventi che davano rifugio senza chiedere nulla o, al massimo,
qualche spontanea offerta in base alle disponibilità.92
Ciò dimostra, dunque, al di là di ogni ragionevole
dubbio, come una presa di posizione pubblica, non

istituzioni ecclesiastiche, parrocchie e collegi che accolsero fra le loro


mura ben 4.447 ebrei durante i nove mesi dell’occupazione nazista di
Roma.
90 Cfr. in merito F. BAROZZI, I percorsi della sopravvivenza:

salvatori e salvati durante l’occupazione nazista di Roma (8


settembre 1943-4 giugno 1944), cit., p. 130; anche M. SCIALOIA,
Quelle suore pagate io le ho, in “l’Espresso”, 2 aprile 1998, pp. 76-77.
91 G. LOPARCO, Gli Ebrei negli istituti religiosi a Roma…, p. 135.
92 O. LA ROCCA, Così la Chiesa salvò 4 mila ebrei nascosti in conventi

e catacombe…

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Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

avrebbe fatto altro che peggiorare la già precaria


situazione dei perseguitati, finendo per inasprire
ulteriormente i rapporti con i tedeschi, esponendo
inutilmente anche i cattolici a pericoli ancor più gravi.
Difatti ogni qualvolta che i vescovi esprimevano una loro
protesta, i nazisti puntualmente, per ritorsione,
aumentavano le loro atrocità incrementando le
deportazioni.93 In un’altra circostanza il diplomatico
ebreo Pinchas Emilio Lapide, riferisce una frase
pronunciata dallo stesso pontefice in merito alla vexata
quaestio relativa all’opportunità di esprimere una
pubblica condanna della dottrina nazista.
Ho spesso considerato – avrebbe dichiarato Pio XII –
l’eventualità di scomunicare il nazional-socialismo per mettere alla
gogna dinanzi agli occhi dell’umanità civilizzata l’atrocità dello
sterminio degli ebrei, ma sono giunto alla conclusione che questa
protesta non solo non gioverebbe agli ebrei, ma molto probabilmente
aggraverebbe il loro destino.94
A conferma di quanto andiamo dicendo basta citare
una lettera pastorale di aspra condanna per «lo spietato e
ingiusto trattamento riservato agli ebrei»95 che
93 Finanche il vescovo Jean Bernard del Lussemburgo, detenuto a
Dachau dal 1941 al 1942, comunicò immediatamente alla S. Sede che
«tutte le volte che venivano sollevate proteste, il trattamento dei
prigionieri immediatamente peggiorava» (cfr. D.G. DALIN, Pio XII e
gli ebrei. Una difesa, in “Cristianità”, 304 (2001).
94 P.E. LAPIDE, Rom und die Jüden, Freiburg-Basel-Wien, 1967,

traduzione italiana Roma e gli ebrei, Milano, 1967, p. 223; cfr. anche
“L’Osservatore Romano”, 13 aprile 1988, p. 5.
95 Ecco il testo della lettera scritta dai vescovi olandesi: «Viviamo in

un’epoca di grande miseria, sia nel campo spirituale che materiale, ma


due fatti molto dolorosi attirano soprattutto la nostra attenzione: il
triste destino degli ebrei e la sorte di quelli che sono stati addetti ai
lavori forzati all’estero. Tutti debbono essere profondamente
consapevoli delle penosissime condizioni e degli uni e degli altri;
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Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

l’episcopato olandese, su suggerimento dell’arcivescovo di


Utrecht mons. Johannes de Jong, fece leggere nelle loro
chiese il 26 luglio 1942, che però si rivelò
controproducente in quanto subito dopo, per rivalsa, i
nazisti accelerarono le deportazioni degli ebrei – tra cui vi
erano anche Edith Stein96 e sua sorella Rosa –

perciò richiamiamo l’attenzione di ognuno per mezzo di questa


Pastorale comune.
Tali tristissime condizioni vanno portate a conoscenza di coloro che
esercitano un potere di comando su quelle persone: a questo scopo il
reverendissimo episcopato, in unione con quasi tutte le comunità delle
Chiese dei Paesi Bassi, già profondamente colpite dalle misure adottate
contro gli ebrei olandesi per escluderli dalla partecipazione alla
normale vita civile, hanno appreso con vero raccapriccio la notizia
delle nuove disposizioni che impongono ad uomini, donne, bambini, e
intere famiglie la deportazione nel territorio del Reich tedesco. Le
inaudite sofferenze con questo mezzo inflitte a più di diecimila
persone, la consapevolezza che un modo tale di procedere ripugna
profondamente al sentimento morale del popolo olandese, e
soprattutto, è in contrasto assoluto con il comandamento divino di
giustizia e di carità, costringono le sottoscritte comunità delle Chiese a
rivolgerle la più viva preghiera di non voler mettere in esecuzione i
suddetti provvedimenti».
96 A tal proposito bisogna rilevare che il 12 aprile 1933, alcune

settimane dopo l’insediamento di Hitler al cancellierato, la filosofa


cattolica tedesca di origine ebraica Edith Stein, non essendo riuscita ad
ottenere un’udienza privata con il papa, trova l’ardire di prendere carta
e penna e scrivere a Roma per chiedere Pio XI e al suo segretario di
Stato – l’allora cardinale Eugenio Pacelli, vecchio nunzio apostolico in
Germania e futuro Pio XII – di non tacere più e di denunciare le prime
persecuzioni contro gli ebrei. Gli storici del Vaticano erano al corrente
dell’esistenza di questa lettera indirizzata al papa nel 1933, ma ne
ignoravano il contenuto: lo hanno appreso in seguito alla recente
apertura degli archivi segreti vaticani relativi al pontificato di Pio XI ed
allo studio dei documenti sulle relazioni tra Germania e Santa Sede nel
periodo compreso tra il 1922 e il 1939. In questa lettera al pontefice

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Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

scagliandosi finanche contro gli autori di questa


temeraria protesta. La risposta tedesca, infatti, non si fece
attendere, tant’è che la domenica seguente – dunque il 2
agosto – dopo aver revocato lo stato di libertà dei cattolici
di origini ebraiche, ed emanato l’ordine di cattura nei loro
confronti in segno di ritorsione verso l’episcopato
olandese, le deportazioni fecero registrare una cifra
davvero raccapricciante: ben 244 persone, che poi furono
barbaramente trucidate ad Auschwitz il 9 agosto 1942.
Secondo la testimonianza di suor Pascalina Lenhert,
all’epoca dei fatti qui narrati assistente di Pio XII, appena
il pontefice apprese i particolari di questa triste vicenda
dai giornali del mattino «divenne pallido come un
morto». Quindi, tornato dall’udienza, si recò nella sala da
pranzo e provvide a dare alle fiamme due grandi fogli
scritti molto fitti, esclamando:
Voglio bruciare questi fogli. È la mia protesta contro la
spaventosa persecuzione antiebraica. Stasera sarebbe dovuto

scrive con lungimiranza Edith Stein: Si tratta di un fenomeno che


provocherà molte vittime. Si può pensare che gli sventurati che ne
saranno colpiti non avranno abbastanza forza morale per
sopportare il loro destino. Ma la responsabilità di tutto ciò ricade
tanto su coloro che li spingono verso questa tragedia, tanto su coloro
che tacciono. Non solo gli ebrei, ma anche i fedeli cattolici attendono
da settimane che la Chiesa faccia sentire la sua voce contro un tale
abuso del Nome di Cristo da parte di un regime che si dice cristiano.
La risposta non tardò ad arrivare; difatti, il 20 aprile successivo, il
cardinale Eugenio Pacelli provvide a far pervenire una missiva a
Raphael Walzer dell’abbazia di Beuron che, negli anni precedenti, era
stato direttore spirituale di Edith Stein in cui scriveva con tono
rassicurante: Voglio far conoscere in modo adeguato alla mittente che
la sua lettera è stata sottoposta doverosamente a Sua Santità. Cfr. in
merito M. RONCALLI, Una filosofa contro il Reich, in “Avvenire”, 7
giugno 2005.

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Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

comparire sull’Osservatore Romano. Ma se la lettera dei Vescovi


olandesi è costata l’uccisione di quarantamila vite umane, la mia
protesta ne costerebbe forse duecentomila. Perciò è meglio non
parlare in forma ufficiale e fare in silenzio, come ho fatto finora, tutto
ciò che è umanamente possibile per questa gente.97
Difatti, come osserva acutamente Pinchas Emilio
Lapide, che all’epoca svolgeva le funzioni di console
israeliano a Milano:
La conclusione più triste e sulla quale ci sarebbe molto da
riflettere è che, mentre il clero cattolico d’Olanda protestava più
vibratamente, più formalmente e più spesso contro le persecuzioni
ebraiche di qualsiasi altro, è stata proprio l’Olanda che ha visto il
numero maggiore di ebrei — circa 110.000, circa il 79 per cento di
tutti — deportato verso i campi di sterminio, più di qualunque altro
Stato dell’Europa occidentale.98
Pertanto, se da un lato il papa, almeno
pubblicamente, mostrava di mantenere uno scrupoloso
riserbo, dall’altro la Segreteria di Stato si preoccupava di
pungolare i vari nunzi e delegati apostolici, in Slovacchia,
Croazia, Romania e Ungheria, per sollecitarli ad
interporre i loro buoni uffici presso governi ed episcopati,
allo scopo di persuaderli almeno a prestare il necessario
soccorso a coloro che ne avevano bisogno. Fin dall’inizio
la Chiesa mostrò chiaramente di prediligere la strategia
del “silenzio operoso”, piuttosto che lasciarsi andare a
sfoghi rodomonteschi per denunciare pubblicamente le
nefandezze perpetrate dai nazisti ai danni degli ebrei, col
rischio di compromettere ulteriormente la situazione che
già di per sé si presentava fin troppo critica. L’azione
“sotterranea” del pontefice alla fine riuscì almeno a
97 P. LEHNERT, Pio XII, il privilegio di servirlo, Milano, 1984, pp.
148-149.
98 Cfr. il saggio di P.E. LAPIDE, Roma e gli ebrei. L’azione del

Vaticano a favore delle vittime del Nazismo...


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Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

raccogliere i frutti sperati, se è vero come è vero che


finanche il gran rabbino di Danimarca, Marcus Melchior,
si esprimeva in questi termini:
Il mio parere è che pensare che Pio XII potesse esercitare un
influsso su un minorato psichico qual era Hitler poggi sulla base di
un malinteso. Se il Papa avesse solo aperto bocca, probabilmente
Hitler avrebbe trucidato molto più dei sei milioni di ebrei che
eliminò, e forse avrebbe assassinato centinaia di milioni di cattolici,
solo se si fosse convinto di aver bisogno di un tal numero di vittime.
Siamo prossimi al 9 novembre, giorno in cui ricorre il
venticinquesimo anniversario della Notte dei Cristalli; in tal giorno
noi ricorderemo la protesta fiammeggiante che Pio XII elevò a suo
tempo. Egli divenne intercessore contro gli orrori che a quel tempo
commossero il mondo intero.99

99 Dichiarazione del gran Rabbino di Danimarca, dott. Marcus

Melchior, riportata da KNA (agenzia di stampa danese), dispaccio n.


214, 5 novembre 1963 ; citato anche in R.F. ESPOSITO, Processo al
Vicario, Torino, 1964, p. 170. Il 7 settembre 1945 Giuseppe Nathan,
commissario dell’Unione delle comunità israelitiche, il sommo
pontefice, i religiosi e le religiose che, «attuando le direttive del santo
Padre, non hanno veduto nei perseguitati che dei fratelli, e con slancio
e abnegazione hanno prestato la loro opera intelligente e fattiva per
soccorrerci, noncuranti dei gravissimi pericoli ai quali si esponevano»
(cfr. “L’Osservatore Romano”, 8 ottobre 1945). La S. Sede, a partire dal
14 luglio 1940, affidò a don Pirro Scavizzi le mansioni di cappellano
militare dei treni ospedale gestiti dai Cavalieri di Malta diretti nei paesi
dell’Est occupati dalle truppe naziste fino alla Russia. In tal modo,
durante questi sei viaggi che si svolsero tra il 17 ottobre del 1941 ed il
28 novembre del 1942, fu in grado di raccogliere importanti e delicate
informazioni circa le condizioni sociali e religiose in cui versavano
quelle martoriate popolazioni. Al termine del primo viaggio stilò un
dettagliato pro-memoria per Pio XII allo scopo di metterlo al corrente
della spaventosa situazione nella quale si trovavano le popolazioni
dell’Est occupate dai tedeschi. Quindi, all’indomani dell’occupazione
tedesca, sebbene non avesse ricevuto alcun incarico ufficiale, divenne
un autorevole informatore privilegiato di Pio XII, facendo da tramite –
come del resto facevano all’epoca gli altri cappellani militari – tra il
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Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

Tuttavia bisogna rilevare che, proprio per rimediare a


questo inconveniente, già dal settembre del 1939, Pio XII
aveva fatto allestire presso la Sezione Affari Ordinari
della Segreteria di Stato vaticana un ufficio informazioni
per ricercare e trasmettere notizie sui prigionieri e i
dispersi, meritandosi in seguito l’appellativo di “Defensor
civitatis”.100 Questo lavoro, che vide coinvolti ben 885

Vaticano e l’episcopato di quei paesi che erano stati occupati dai


nazisti. Così, in una nota datata 12 maggio 1942, scriveva a Roma: «La
lotta antiebraica è implacabile con deportazioni ed esecuzioni di
massa». Quindi, alcuni mesi dopo, per la precisione il 7 ottobre di
quello stesso anno, dichiarava ancora: «L’eliminazione degli ebrei con
le uccisioni di massa è quasi totalitaria senza riguardo ai bambini
nemmeno se lattanti. Si dice che oltre due milioni di ebrei siano stati
uccisi». A quel punto persino il Sostituto della Segreteria di Stato di
Sua Santità, mons. Montini, scriveva laconicamente: «I massacri degli
ebrei hanno raggiunto proporzioni e forme esecrande e spaventose.
Incredibili eccidi sono operati ogni giorno». Per un maggior
approfondimento sull’operato di questo sacerdote si veda M. MANZO,
Don Pirro Scavizzi. Prete romano, Casale Monferrato, 1997.
100 Per un approccio più problematico sulla figura di Pio XII e

sull’antisemitismo in genere di matrice cattolico, si consiglia di


consultare le seguenti opere: E. ROSSI, Il Manganello e l’Aspersorio,
Milano, 2000; J. CORNWELL, Il Papa di Hitler…; G. MICCOLI, I
dilemmi e i silenzi di Pio XII, Milano, 2000; M.A. RIVELLI, Dio è con
noi! La Chiesa di Pio XII complice del nazifascismo, Milano, 2002;The
Vatican and the Holocaust: A Preliminary Report Submitted to the
Holy See’s Commission for Religious Relations with the Jews and the
International Jewish Committee for Interreligious Consultations, by
the International Catholic-Jewish Historical Commission», October,
2000. All’inizio del 1941, considerate le ingenti richieste d’aiuto che
pervenivano all’Ufficio Informazioni – circa 2.000 al giorno – si rese
necessario aumentare il personale che raggiunse pertanto le 100 unità.
Persino la sede centrale, il 1° aprile 1941, fu suddivisa in due sezioni e
trasferita presso il Palazzo San Carlo, all’interno del territorio vaticano.
Una sezione si occupava del lavoro interno, e l’altra per il ricevimento

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Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

impiegati, era suddiviso in tante sezioni a seconda delle


nazioni coinvolte nel conflitto, a cui ne fu aggiunta una
speciale esclusivamente per gli ebrei. Così, da quel
momento in poi, il pontefice impartì precise istruzioni al
responsabile di questo organismo, l’arcivescovo titolare di
Piona mons. Alessandro Evreinoff,101 secondo le quali
«Tutti! Captivis et omni gente invandis» dovevano essere
presi sotto le ali protettive della Chiesa.102
Le Suore di Santa Marta rappresentarono uno dei
primi reparti ausiliari che si occuparono di aiutare il papa
in questa opera caritatevole, provvedendo a preparare le
risposte da inviare a coloro i quali si erano rivolti alla
Santa Sede per avere informazioni riguardo ad un loro
congiunto disperso o deportato in qualche lager nazista.
Questa sezione dell’Ufficio Informazioni fu istituita,
infatti, nel marzo del 1941, proprio presso la sede della
curia generalizia di questa giovane congregazione, nata
dal generoso cuore apostolico dell’arcivescovo di Genova
mons. Reggio, in una piccola casa di due piani ai Prati di

delle centinaia di persone che venivano a chiedere informazioni sui


loro congiunti. Tuttavia, il 31 ottobre 1947, questo ufficio cessò
definitivamente le sue attività.
101 Mons. Alessandro Evreinoff nacque l’8 marzo 1877 a Pietroburgo.

Fu ordinato sacerdote il 7 dicembre 1913 all’età di 36 anni. In seguito,


il 6 dicembre 1936, fu ordinato vescovo titolare e poi, il 19 marzo 1947,
arcivescovo titolare. Morì il 20 agosto 1959. Il prelato russo era
assistito anche dal solerte padre Emilio Rossi che svolgeva le mansioni
di segretario.
102 Cfr. La Chiesa e la guerra. Documentazione dell’opera dell’ufficio

informazioni del Vaticano, Edizioni Civitas Gentium, Città del


Vaticano 1944, p. 39. Si veda, inoltre, anche UFFICIO
INFORMAZIONI VATICANO, Aperçu sur l’oeuvre du Bureau
d’informations Vatican 1939-1946, Città del Vaticano, 1948.

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Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

Castello in via Virginio Orsini a Roma.103 Inoltre, a


testimonianza della sollecitudine che il papa mostrava
verso gli ebrei, valga la lettera che scrisse il 15 dicembre
1940 al vescovo di Berlino Konrad von Preysing, nella
quale dichiarava espressamente:
Circa gli sconvolgenti avvenimenti [...] è stato reso noto un
pubblico responso del S. Ufficio [...] Noi abbiamo fatto parlare la

103 In seguito anche altre congregazioni femminili prestarono la loro

collaborazione a questi Uffici Ausiliari. Difatti nella loro scuola che


sorgeva in via delle Fornaci alle pendici del Gianicolo, le Maestre Pie
Filippini preparavano le risposte da inviare alle varie persone che si
erano rivolte all’Ufficio Informazioni vaticano. Altre tre case religiose
assolvevano, poi, al compito di selezionare le prime richieste instradate
alla S. Sede, esse erano: le Suore di Maria Ausiliatrice in via Tito Livio,
le Madri Pie in via del Crocifisso e le Suore di Nostra Signora di Sion in
via Garibaldi. Una seconda divisione di questo ufficio si occupava delle
corrispondenze, cosiddette “incomplete”, che fu affidato alle Suore
dell’Adorazione Perpetua le quali possedevano una casa in via
Nomentana. Inoltre, a completare questa sofisticata organizzazione,
bisogna annoverare anche il lavoro certosino svolto da un’altra sezione
che si occupava di selezionare e avviare le risposte con la massima
sollecitudine. Di questo gruppo facevano parte: le Missionarie
Francescane dell’Immacolata in viale Glorioso, le Suore della Sacra
Famiglia di Nazareth in via Machiavelli, le Suore del Buon Pastore in
via Aurelia e le Dame Inglesi in via Nomentana. Infine, si pensò di
allestire persino una specifica divisione per la corrispondenza
proveniente da persone di lingua straniera, a cui furono destinate, per
la lingua inglese, le Missionarie Francescane di Maria di via Giusti –
che si interessavano di ciò che riguardava i prigionieri – e le Suore del
Bambin Gesù a cui, invece, fu demandato il compito di prendersi cura
dei civili. Non meno voluminose erano le pratiche riguardanti le
richieste in lingua tedesca, alle quali provvidero le Suore Missionarie
di via Latina, le Suore Orsoline di via Nomentana e le Suore
Salvatoriane di viale Gianicolense. Le pratiche in lingua francese,
invece, erano evase dalle Suore del Sacro Cuore di via Nomentana (cfr.
La Chiesa e la guerra. Documentazione dell’opera dell’ufficio
informazioni del Vaticano, cit., pp. 81-84).
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Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

Nostra suprema Autorità nel modo più conciso e concreto possibile.


Noi avremmo però creduto di non aver assolto al Nostro dovere, se
avessimo taciuto circa un tale modo di procedere. Ora tocca ai
Vescovi tedeschi di valutare che cosa le circostanze stesse sul luogo
impongono di fare.104
La risposta del vescovo di Berlino non si fece
attendere tant’è che, il 17 gennaio 1941, inviò una lettera
al pontefice nella quale scriveva:
Sua Santità è certamente informata della situazione degli ebrei
in Germania e nei paesi confinanti. Desidero precisare che mi è stato
richiesto sia dalla parte cattolica che da quella protestante se la Santa
Sede non possa fare qualcosa a questo riguardo, rivolgere un appello
a favore di questi poveretti.105

104 A.D.S.S., Vol. II, Lettres de Pie XII aux évêques allemands 1939-
1944, Città del Vaticano, 1967, p. 182 s. e n. 105, pp. 318-327. Vedi
anche il saggio di R. MORO, La Chiesa e lo sterminio degli ebrei,
Bologna, 2002; G. BELARDELLI, Pio XII e gli ebrei, tutte le ragioni
di quel silenzio, in “Corriere delle Sera”, 18 maggio 2002; A.
MELLONI, In molti sottovalutarono la mostruosità del progetto di
sterminio attuato da Hitler, in “Corriere della Sera”, 18 maggio
2002. Tuttavia, bisogna rilevare che già in precedenza Pio XII aveva
espresso al presule berlinese tutto il suo rammarico per essere stato
costretto, suo malgrado, ad astenersi dall’esprimere una ferma
condanna ufficiale, come risulta nella lettera del 22 aprile 1940.
Inoltre non va dimenticato che questa politica del “silenzio operoso”
attuata con tenacia da Pio XII, fu il risultato di un atteggiamento
assunto in modo consapevole, in quanto era fermamente persuaso
che soltanto mediante prudenti passi diplomatici si sarebbe potuto
ottenere qualche risultato positivo; mentre, viceversa, qualsiasi presa
di posizione pubblica avrebbe finito per aggravare la situazione dei
perseguitati.
105 A.D.S.S., vol. IX, Le Saint-Siège et les victimes de la guerre

(Janvier - Décembre 1943), cit., n. 82, p. 170. Ecco la lettera originale


di von Preysing: «Eure Heiligkeit sind wohl über die Lage der Juden in
Deutschland und en angrenzenden Ländern orientiert. Lediglich
referierend möchte anführen, dass von katholischer wie von
protestantischer Seite an mich die Frage getellt worden ist, ob nicht
262
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

La fitta corrispondenza con il vescovo di Berlino


proseguì ancora al punto che, il 6 marzo 1943,
quest’ultimo fece pervenire al papa una richiesta ufficiale
implorandolo di fare almeno un tentativo per salvare gli
ebrei che si trovavano ancora nella capitale del Reich,
pronti ad essere deportati nei lager nazisti.
La nuova ondata di deportazioni degli ebrei, – si legge in questo
accorato appello – che cominciò poco prima del 1 marzo, ci tocca
profondamente, qui a Berlino con più grande amarezza. Diverse
migliaia di persone sono coinvolte: Sua Santità ha parlato della loro
probabile sorte nel vostro programma radiofonico di Natale. Tra i
deportati vi sono anche molti cattolici. Non è possibile per Sua
Santità intervenire nuovamente per i molti innocenti sfortunati? È
l’ultima speranza per molti e il desiderio profondo di tutte le persone
di buon cuore.106
Difatti, il 30 aprile successivo, Pio XII scrisse a mons.
von Preysing, probabilmente proprio allo scopo di
spiegare il suo modus operandi che lo costringeva, suo
malgrado, a dover necessariamente pesare ogni parola ed
ogni azione, mostrando tuttavia di approvare senza
riserve la denuncia delle atrocità naziste ai danni degli
ebrei espressa dal presule berlinese, aggiungendo tra
l’altro:
Per quanto riguarda le dichiarazioni episcopali, lasciamo ai
vescovi del luogo la responsabilità di decidere che cosa pubblicare dei
nostri documenti. Il pericolo di rappresaglie e di repressioni – come
forse anche di altre misure dovute al protrarsi e alla psicologia della
guerra – consigliano riserbo. Nonostante le buone ragioni a favore di

der Heilige Stuhl in dieser Sache etwas tun könnte, einen Appell
zugunsten der Unglücklichen erlassen?». Pertanto, anche da questo
documento, si evince chiaramente che i vescovi tedeschi provvedevano
a tenere costantemente al corrente Pio XII sulla vicenda degli ebrei nel
Reich.
106 IVI. Vedi anche nota 9; A.D.S.S., vol. II, Lettres de Pie XII aux

évêques allemands (1939-1944), 1967, n. 105, cit., p. 323.


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Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

un nostro aperto intervento ve ne sono altre di pari peso per evitare


mali maggiori, non interferendo. […] L’intento di evitare il peggio è
uno dei motivi fondamentali per i quali ci poniamo limiti nelle nostre
dichiarazioni.107
Sulla stessa lunghezza d’onda era anche la Segreteria
di Stato vaticana che, in una nota del 1° aprile 1943,
sembra condividere pienamente le posizioni del
pontefice, sostenendo che:
Un accenno aperto non sarebbe conveniente... per impedire che
la Germania, venendo a conoscenza delle dichiarazioni della S. Sede,
renda ancor più gravi le misure antiebraiche nei territori da essa
occupati e faccia nuove e più forti insistenze presso i Governi
aderenti all’Asse.108
Inoltre, finanche lo stesso pontefice, in più di una
circostanza, esercitò una forma di protesta, seppur
diciamo così “temperata”, come ad esempio in occasione
del radiomessaggio natalizio del 1942 allorché, mentre
tutti i capi di Stato tacevano, condannò apertamente la
dottrina razzista, deplorando con fermezza la sorte di
alle centinaia di migliaia di persone, le quali, senza veruna colpa
propria, talora solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono
destinate alla morte o ad un progressivo deperimento.109
Di fronte a queste affermazioni perfino il “New York
Times”, nell’edizione del 27 dicembre 1942, commentava
l’ammonimento papale in questi termini: «In questo
Natale più che mai, il Papa è una voce solitaria che grida
nel silenzio del continente […] la condanna del Papa [è]
perentoria come quella di un’Alta Corte di Giustizia».
Inoltre, in occasione del discorso rivolto ai cardinali del
Sacro Collegio, il 2 giugno 1943, Pio XII riprese il tema
107IBIDEM, pp. 318-327.
108 A.D.S.S., vol. IX, cit., p. 217.
109 ACTA APOSTOLICAE SEDIS, Annus XXXV - Series II - Vol. X,

1943, p. 23.
264
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

dei perseguitati a causa della loro “stirpe”, affermando


che:
l’animo Nostro risponde con sollecitudine particolarmente
premurosa e commossa alle preghiere di coloro, che a Noi si
rivolgono con occhio di implorazione ansiosa, travagliati come sono,
per ragione della loro nazionalità o della loro stirpe, da maggiori
sciagure e da più acuti e gravi dolori, e destinati talora, anche senza
propria colpa, a costrizioni sterminatrici. Non dimentichino i
reggitori dei popoli che colui, il quale (per usare il linguaggio della S.
Scrittura) « porta la spada », non può disporre della vita e della
morte degli uomini che secondo la legge di Dio, da cui viene ogni
potestà (cfr. Rom. 13, 4)! — Il Nostro pensiero e il Nostro affetto
corrono alle minori Nazioni, le quali, per la loro posizione geografica
e geopolitica, nell’odierna noncuranza delle norme morali e
giuridiche internazionali, sono esposte e aperte ad essere travolte
nelle contese delle grandi Potenze, e ad assistere nella loro terra, fatta
teatro di lotte devastatrici, a orrori indicibili anche fra i non
combattenti e all’eccidio del fiore della loro gioventù e delle loro
persone colte. Né vi aspetterete che esponiamo qui partitamente
tutto quello che abbiamo tentato e procurato di compiere per
mitigare le loro sofferenze, migliorare le loro condizioni morali e
giuridiche, tutelare i loro imprescrittibili diritti religiosi, sovvenire
alle loro strettezze e necessità. Ogni parola, da Noi rivolta a questo
scopo alle competenti Autorità, e ogni Nostro pubblico accenno,
dovevano essere da Noi seriamente ponderati e misurati
nell’interesse dei sofferenti stessi, per non rendere, pur senza volerlo,
più grave e insopportabile la loro situazione. Purtroppo i
miglioramenti, visibilmente ottenuti, non corrispondono alla
grandezza della sollecitudine materna della Chiesa in favore di questi
gruppi particolari, soggetti a più acerbe sventure; e come Gesù
davanti alla sua città dovette esclamare dolente: Quoties volui! . . . et
naluisti! (Luc. 13, 34), così anche il suo Vicario, pur chiedendo solo
compassione e ritorno sincero alle elementari norme del diritto e
dell’umanità, si è trovato, talora, davanti a porte, che nessuna chiave
valeva ad aprire.110

Discorso di Sua Santità Pio XII al Sacro Collegio nel giorno del suo
110

onomastico, Mercoledì, 2 giugno 1943. Discorsi e radiomessaggi di

265
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

Da queste affermazioni, in realtà, trapela in modo


evidente il dilemma che angosciava il papa, se cioè fosse
più conveniente una dura condanna pubblica dei misfatti
nazisti, oppure un proficuo e prudente riserbo “ad maiora
mala vitanda”. Le sue parole, comunque, lasciavano
intendere chiaramente che una presa di posizione
ufficiale della S. Sede, mentre era ancora in pieno
svolgimento un conflitto bellico, poteva essere
interpretata negativamente dalla Germania, con
conseguenze nocive per la Chiesa e per l’intero popolo
tedesco. Pertanto, a quel punto la soluzione migliore gli
sembrò quella di lasciare ai vescovi locali la facoltà di
decidere quando era più conveniente tacere e quando
invece parlare expressis verbis, valutando con
ponderazione le decisioni più opportune da prendere per
tentare di arginare questo scellerato piano criminale
congegnato da Hitler e dai suoi gregari.
Ad ogni modo, sul finire del 1942, in seguito
all’incalzare degli eventi, anche l’ambasciatore inglese
presso la S. Sede si era rivolto al pontefice allo scopo di
indurlo a formulare una solenne condanna dello scempio
perpetrato dai nazisti ai danni degli ebrei. Il papa,
tuttavia, anche in quella circostanza si mostrò incerto e
timoroso per le prevedibili ripercussioni che sarebbero
potute scaturire da qualche suo pronunciamento.
Tuttavia, secondo alcuni una ferma denuncia da parte di
Pio XII avrebbe potuto impedire la deportazione degli
ebrei. Altri invece sostengono che una presa di posizione
ufficiale da parte della S. Sede avrebbe finito per
peggiorare la situazione già fin troppo critica. Sta di fatto

S.S. Pio XII, vol. V, Città del Vaticano, 1955-1958, pp. 76-77.

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Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

che nei due pronunciamenti ufficiali – per intenderci il


radiomessaggio natalizio del 24 dicembre 1942 e il
discorso al Sacro Collegio del 2 giugno dell’anno
successivo – il papa si guardò bene dal fare un esplicito
riferimento sia al nazismo che agli ebrei, non
pronunciando mai queste due parole decisive e restando
ancora prigioniero dei suoi angosciosi dubbi. Essendosi
formato alla scuola della diplomazia vaticana, papa
Pacelli, infatti, attribuiva un significato preponderante
all’utilizzazione del linguaggio, ragion per cui riteneva che
quanto avesse detto con quelle parole fosse sufficiente e
abbastanza chiaro. Il dilemma che spesso tormentava
drammaticamente il pontefice, in buona sostanza, era
racchiuso in questo inquietante interrogativo: quanto
doveva essere chiara la sua parola richiesta dall’ufficio
che ricopriva e quali sarebbero state le conseguenze
concrete che sarebbero scaturite da questo suo
pronunciamento?
Difatti, più volte si chiedeva angosciato se di fronte
alla carneficina compiuta dai nazisti, adempiva
pienamente agli obblighi del suo ministero, tanto che in
più di una circostanza fu sul punto di mettere da parte le
generiche condanne e sferrare un duro ammonimento
rispetto allo scempio perpetrato ai danni del popolo
ebraico. L’impulsività, tuttavia, non prese il sopravvento
nelle sue decisioni, anche perché, a quel punto, riteneva
che il suo compito fosse essenzialmente quello di
lumeggiare sui principi fondamentali, dopodiché spettava
ai singoli vescovi locali mettere in pratica le sue direttive,
fermo restando tutte le prevedibili conseguenze che
potevano scaturire da questo atto temerario.

267
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

Del resto, conoscendo molto bene la psicologia del


Führer, sapeva bene che una vibrata protesta non avrebbe
arrestato questo massacro anzi, al contrario, se possibile
l’avrebbe reso ancora più cruento, e allo stesso tempo
avrebbe finito per compromettere definitivamente ogni
residua possibilità di agire per via diplomatica a beneficio
degli ebrei ungheresi o rumeni. Ad ogni modo questa sua
presa di posizione finì per scontentare entrambi gli
schieramenti, rivelandosi estremamente generica e
sostanzialmente inefficace per gli Alleati e troppo
eccessiva per i gerarchi del Reich, i quali
immediatamente inoltrarono una protesta ufficiale in
Vaticano mediante il proprio ambasciatore. Inoltre, per
comprendere meglio questo drammatico “silenzio”,
bisogna considerare anche il peso preponderante che
ebbe su questa scelta la preoccupazione di Pio XII per la
sorte dei 45 milioni di cattolici tedeschi, sui quali si
sarebbe potuta ripercuotere la furia vendicatrice di Hitler.
Pertanto, ci sembra, tutto sommato, abbastanza realistico
il profilo di papa Pacelli tracciato nel saggio scritto
qualche anno fa da Giovanni Miccoli, il quale tende a
rappresentare il pontefice come un uomo solo,
tormentato dal dubbio, abbarbicato nella sua torre
d’avorio vaticana ma anche in una sorta di prigione
psichica da cui non riusciva proprio ad evadere, portando
su di sé il fardello di quel suo drammatico silenzio.
D’altra parte bisogna anche tener conto che il papa si
sentiva come intrappolato in un ambiente che era
assolutamente impreparato ad affrontare un fenomeno
dalle proporzioni così terribilmente vaste come si

268
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

presentava allora la Shoah.111 Pio XII, pur mantenendo un


silenzio prudente durante tutto il conflitto, si adoperò
attivamente per salvare milioni di vite, evitando di
esporre la chiesa ad un immane quanto inutile olocausto.
Del resto bisogna anche considerare quella che era la
geopolitica vaticana ed il contesto delle relazioni
internazionali in cui si collocava l’azione del pontefice,
caratterizzato da quello che allora si usava definire il
“sistema westfaliano” degli Stati sovrani che, fin dal 1648
aveva definitivamente soppiantato l’accezione
universalistica della cosiddetta Respublica Christiana
fondata sul Jus Publicum Europaeum, in cui al papa era
riconosciuto un supremo magistero morale e, a volte,
anche politico, assimilato nelle categorie di imperium e
sacedotium, efficacemente illustrate da Carl Smith. A
riprova di quanto andiamo dicendo ci sembrano quanto
mai appropriate le affermazioni dell’allora ministro
plenipotenziario della Gran Bretagna presso la Santa
Sede, Sir Godolphin Osborne D’Arcy, il quale scriveva in
una lettera datata 7 marzo 1947:
Ad ogni modo, mi sono reso conto, molto tempo fa, che è
impossibile per un laico e per un non cattolico, come pure, in realtà,
per molti cattolici ed ecclesiastici al di fuori della città del Vaticano,
formarsi un giudizio valido o esprimere un’opinione autorevole sulla
politica papale. La decisione del papa può o deve essere influenzata
da tanti elementi imponderabili o invisibili. Inoltre, l’atmosfera che
aleggia in Vaticano non è soltanto sopranazionale e universale […]
ma anche quadridimensionale e, per così dire, fuori dal tempo […]
Pensano in termini di secoli e fanno piani per l’eternità; questo rende
la loro politica inevitabilmente imperscrutabile, disorientante e, in

111 G. MICCOLI, I dilemmi e i silenzi di Pio XII, cit.; si veda anche


l’articolo di D. FERTILIO, Pio XII: la psicologia del silenzio
consapevole, in “Corriere della Sera”, 18 aprile 2000.

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Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

certe occasioni, riprovevole per le menti pratiche e condizionate dal


tempo.112
Nel nuovo sistema westfaliano dai fragili equilibri il
papa, dunque, era considerato semplicemente un sovrano
temporale dello Stato Pontificio, ragion per cui non aveva
alcun diritto di interferire nella politica dei governi di
altri Paesi, secondo il ben noto principio westfaliano della
non ingerenza negli affari interni degli Stati sovrani.
Difatti, col tramonto definitivo della Respublica
Christiana, e la conseguente estromissione della Chiesa
dalla scena politica internazionale, il ruolo del papato fu
drasticamente ridimensionato, al punto che gli si
riconosceva soltanto un ruolo politico di mediatore
neutrale. Comunque, al di là di questa querelle, che per
certi versi appare finanche alquanto capziosa, sta di fatto
che il Vaticano e numerosi ordini religiosi cattolici,
furono gli unici ad intervenire in difesa degli ebrei,
considerato che neanche gli antifascisti si resero
perfettamente conto del turpe piano criminale che si
stava per consumare proprio sotto i loro occhi. Difatti, nel
suo libro La resistenza in convento, Enzo Forcella
sostiene che:
Il 16 pomeriggio [i membri del “governo ombra”] erano riuniti
per uno dei periodici incontri del Cln. Tutta Roma sapeva
dell’invasione del ghetto e degli ebrei ammassati nel palazzo dell’ex
Collegio Militare. Ma nel corso della riunione si parlò soltanto di
altre questioni politiche, evidentemente ritenute più importanti. A
nessuno venne in mente di dire qualcosa, formulare una protesta a
nome delle forze antifasciste per il barbaro rastrellamento nel ghetto.
Anche la stampa clandestina non si dimostrò molto più sensibile.
Italia libera riuscì ad inserire all’ultimo momento, nel numero del 17
ottobre, un breve corsivo di generica indignazione. Per quanto mi

112 P.R.O., Foreign Office, 371 67917c, Lettera della Legazione


britannica presso la Santa Sede al Foreign Office, 7 marzo 1947.
270
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

risulta nelle settimane successive la vicenda non fu più ripresa né dal


giornale azionista né dagli altri fogli clandestini.113
Una presa di posizione ufficiale da parte del pontefice
rispetto all’ignobile genocidio perpetrato dai nazisti,
probabilmente, gli sarebbe valso un encomio solenne sul
piano storico, ma ciò avrebbe certamente compromesso
la sorte di tante persone innocenti che avevano avuto la
sventura di cadere nelle mani dei tedeschi. Ad ogni modo
sono parecchie le domande che attendono ancora una
risposta esaustiva. Tuttavia, in questa sede, ci sembra
opportuno far osservare soltanto un particolare tutt’altro
che irrilevante sotto il profilo delle responsabilità
riguardo al rastrellamento ed alla successiva
deportazione degli ebrei romani. Difatti, dai documenti
degli archivi dell’Office of Strategic Service recentemente
declassificati in seguito al “Nazi War Crimes Disclosure
Act”, risulta in modo inconfutabile che le forze alleate, già
dal 6 ottobre 1943 mediante il cablogramma numero 19
contrassegnato dalla dicitura “Personale. Per il Führer e il
ministro del Reich”, erano perfettamente al corrente del
dispaccio segreto con il quale Hitler ordinava la
deportazione degli ebrei di Roma114.
113E. FORCELLA, La resistenza in convento, cit., p. 104.
114R. BREITMAN, Il silenzio degli alleati: la responsabilità morale
di inglesi e americani nell’olocausto ebraico, trad. di Laura Serra,
Milano, 2000. Vedi, in proposito, anche A. GASPARI, Roma: la
strage del ghetto, in “Avvenire”, 14 ottobre 2003; R. KATZ, Roma
città aperta. Settembre 1943 - Giugno 1944, Milano, 2003. Inoltre,
nel diario scritto da Adolf Eichmann, si afferma che: «Die
Dokumente – zum Teil bereits im Kapitel „Frankreich” besprochen –
zeigten einmal die Haltung Italiens zur Judenfrage ganz klar, und sie
zeigten aber zum anderen ebenso klar, welche Persönlichkeiten des
verflossenen nationalsozialistischen Regimes, hier federführende
Rollen spielten. Sie zeigten ferner die Bemühungen der ehemaligen
271
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

Il responsabile della sezione svizzera dell’O.S.S., Allen


Dulles, come nella migliore tradizione dei servizi segreti
statunitensi, proprio in quel periodo, aveva allacciato,
infatti, un proficuo contatto con Fritz Kolbe – nome in
codice George Wood – un insospettabile funzionario del
ministero degli Affari esteri del Reich il quale, lavorando
gomito a gomito con von Ribbentrop, di tanto in tanto, si
recava a Berna per consegnare brevi manu ad alcuni
agenti del controspionaggio statunitense due delle otto
copie dei documenti segreti nazisti che aveva provveduto
a duplicare e ad avvolgere intorno al suo polpaccio per
non farsi scoprire.115

deutschen Reichsregierung, eine Änderung der italienischen


Einstellung, zu erzwingen. Im Wesentlichen gelang dies erst gegen
Ende 1943. Der Gesandte Moelhausen telegraphiert am 6. Oktober
1943 an Ribbentrop, daß der SS-Obersturmbannführer Kappler in
Rom – er unterstand gewissermaßen als Kommandeur der
Sicherheitspolizei in Rom, dem Befehlshaber der Sicherheitspolizie
in Italien, Generalmajor der Polizei Dr. Harster, mit dem Sitz in
Verona – von Berlin einen besonderen Auftrag erhalten habe. Er
sollte die in Rom wohnenden achttausende Juden festnehmen lassen
und nach Oberitalien bringen, wo sie lequidiert werden sollten. Der
Stadtkommandant von Raom, General Stahel, teilt dem Gesandten
Moelhausen mit, daß er diese Aktion nur dann zulassen werde, wenn
sie im Sinne des Reichsaußenministers läge» (cfr. A. EICHMANN,
Eichmann diary, /375/AE 54, Haifa, 6 settembre 1961).
115 Fritz Kolbe (Berlino, 25 settembre 1900 – † Berna, 16 febbraio 1971)

era un funzionario tedesco che però nutriva una certa avversione nei
confronti del nazismo, in quanto era fermamente convinto che ormai
era assolutamente necessario annientare il regime hitleriano. Di
conseguenza, a partire dal 19 agosto 1943, rese i suoi servigi senza
alcun tornaconto personale all’intelligence statunitense, passando
documenti segreti al capo dell’Office of Strategic Service Allen Dulles,
riguardanti l’attività delle spie tedesche e i piani per il caccia a reazione
Messerschmitt ME-262. Per un ulteriore approfondimento circa la

272
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

Poi, mediante i cosiddetti “cablogrammi Kappa”,


aveva decrittato e trasmesso, anche con netto anticipo, la
copia di un telegramma inviato a Berlino dal console
romano Möllhausen nel quale si parlava espressamente
di “liquidazione” degli ottomila ebrei romani, che doveva
essere attuata «secondo le indicazioni del Führer». Il 6
ottobre 1943, inoltre, durante uno dei suoi consueti viaggi
diplomatici in Svizzera Fritz Kolbe consegnò agli agenti
americani un documento di estrema importanza
considerato che conteneva per l’appunto le rivelazioni dei
piani tedeschi per la razzia e la deportazione degli 8.000
ebrei di Roma.
Il 6 Ottobre 1943 – si legge in questo documento – è stata fatta
la seguente raccomandazione ad alte fonti tedesche da un ufficiale
tedesco in Italia: Sono stati ricevuti da Berlino
dall’Obersturmbannfuhrer Kappler [ordini per] catturare e portare al
Nord Italia gli 8.000 Ebrei che vivono a Roma. Devono essere
liquidati.
Il Generale Stahel, il Comandante della città di Roma,
permetterà questa azione solo se sarà in armonia con le politiche del
Ministero degli Esteri del Reich. Sarebbe affare migliore, secondo la
mia opinione, usare gli Ebrei come a Tunisi, per lavorare alle
fortificazioni. Insieme a Kappler, presenterò questo punto di vista
tramite il Feldmaresciallo Generale Kesselring.116

figura di Fritz Kolbe si rimanda al saggio di L. DELATTRE, Fritz Kolbe.


Der wichtigste Spion des Zweiten Weltkriegs, München, 2004. Si veda
anche l’articolo di ROBERT A. GRAHAM, L’uomo che tradì
Ribbentrop, in “La Civiltà Cattolica”, a. 137, vol. II (1986), p. 241.
116 NATIONAL ARCHIVES AND RECORDS ADMINISTRATION (N.A.R.A.),

College Park, Maryland, RG 226, Records of the Office of the Strategic


Services (O.S.S.), Rapporti dell’Ufficio dei Servizi Strategici,
Registrazione 210, cassa 440, Informazione proveniente dall’agente
segreto dell’O.S.S. Fritz Kolbe circa il trattamento degli Ebrei Italiani,
6 ottobre 1944.

273
Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

Inoltre, come se ciò non bastasse, l’11 ottobre 1943, i


servizi segreti britannici intercettarono un messaggio
radio criptato che il capo dell’Ufficio Centrale per la
Sicurezza del Reich, Ernst Kaltenbrunner, aveva inviato a
Herbert Kappler, facendolo subito pervenire anche ai
servizi segreti americani. In questo messaggio si leggeva
quanto segue:
È esattamente l’immediato e completo sradicamento degli Ebrei
in Italia che è nello speciale interesse della presente situazione
politica interna e della sicurezza generale in Italia. Per posporre
l’espulsione degli Ebrei fino a che i Carabinieri e gli ufficiali
dell’Esercito Italiano non siano stati rimossi non può più essere
considerata l’idea già accennata di richiamare gli Ebrei in Italia per
quello che probabilmente sarebbe un lavoro del tutto improduttivo
sotto la direzione responsabile delle autorità italiane. Più a lungo si
dilazionerà, e maggiormente gli Ebrei, che stanno senza dubbio
facendo affidamento su misure di evacuazione hanno l’opportunità di
andare [a nascondersi] nelle case di Italiani favorevoli agli Ebrei [e]
di scomparire completamente. L’Italia [è stata] istruita ad eseguire
gli ordini del RFSS per procedere con l’evacuazione degli Ebrei senza
alcuna ulteriore dilazione.
Kaltenbrunner. Obergruppenfuhrer.117
Dunque, come si evince in modo incontrovertibile da
questi due documenti, resi pubblici soltanto nel 1998, gli
Alleati erano perfettamente al corrente del piano
scellerato che i tedeschi stavano per mettere in atto con
ben dieci giorni d’anticipo, ma non alzarono un dito per
impedire questo scempio!
117Cfr. NATIONAL ARCHIVES AND RECORDS ADMINISTRATION
(N.A.R.A.), College Park, Maryland, RG 226, Records of the Office of
the Strategic Services (O.S.S.), Document # 670, CIA Box 4, Project
907122, Messaggio radio criptato del Capo dell’Ufficio Centrale per la
Sicurezza del Reich Ernst Kaltenbrunner a Herbert Kappler, 11
ottobre 1943.

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Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

Robert Katz, al riguardo, sostiene finanche che gli


Stati Uniti e l’Inghilterra, oltre a essere a conoscenza di
tutto ciò
erano [anche] informate sul numero di arresti, sul luogo di
detenzione dei prigionieri, sulla data e l’ora della loro partenza, sul
numero di ogni convoglio e relativo itinerario, come pure sul numero
inadeguato della scorta»118.
Dunque, come sostiene a ragion veduta anche Paolo
Mieli «prendere per buone le accuse a Pacelli equivale a
trascinare sul banco dei presunti rei, con gli stessi capi di
imputazione, Roosevelt e Churchill, accusandoli di non
aver pronunciato parole più chiare nei confronti delle
persecuzioni antisemite». Ma, evidentemente, la grande
stampa e il resto della storiografia occidentale del
dopoguerra aveva già individuato il capro espiatorio di
tutta questa triste vicenda e, considerato il calibro del
personaggio, non intendeva affatto deflettere anzi, se
possibile, intensificare ancor di più le critiche che si sono
rivelate, in realtà, a dire il vero, alquanto pretestuose e
prive di fondamento – tanto per adoperare un eufemismo
– soprattutto alla luce delle ultime acquisizioni
documentali che – fortunatamente – pian piano stanno
affiorando dagli archivi contribuendo a ridefinire meglio
quel mosaico di carità che si è rivelata l’opera di tanti
uomini e donne, laici e religiosi, i quali, a rischio della
propria vita, non esitarono un solo istante a prodigarsi
per soccorrere chi era in seria difficoltà, senza badare alla
loro fede religiosa o al loro colore politico119.
118 Si veda in merito a questo episodio il lavoro di R. KATZ, Roma città
aperta…
119 Per una comprensione più esaustiva di questa vicenda si rimanda ai

seguenti circostanziati articoli: G. PREZIOSI, La lista di Pfeiffer.


Padre Pancrazio salvò oltre quattrocento vite dalla furia nazista
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Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

durante l’occupazione di Roma. Pio XII gli diede massima fiducia e


libertà di operazione. E in molte occasioni si rivolse a lui per aiutare i
perseguitati, in “L’Osservatore Romano”, 16 ottobre 2011, p. 5; ID.,
Quando la salvezza veniva dal Celio. Nei terribili mesi
dell’occupazione i monaci aiutarono anche Luchino Visconti e la
madre di Gianni Agnelli, in “L’Osservatore Romano”, 5-6 dicembre
2011, p. 4; ID., Gli archivi raccontano. Storie di aiuto reciproco tra
ebrei e religiosi cattolici durante la seconda guerra mondiale, in
“L’Osservatore Romano”, 26 gennaio 2012, p. 5; ID., La grande rete di
monsignor Palatucci. Nuovi documenti sugli aiuti prestati dal
vescovo agli internati ebrei e politici del campo di concentramento di
Campagna. Pio XII era al corrente e in almeno cinque occasioni
intervenne di persona, in “L’Osservatore Romano”, 14 marzo 2012, p.
5; ID., Resistenza non armata. Nella notte tra l’1 e il 2 settembre 1944
i nazisti fecero irruzione nella certosa di Farneta, in “L’Osservatore
Romano”, 2 Settembre 2012, p. 4; ID., Sempre vestiti per fuggire
anche di notte. Il 16 ottobre 1943 il rastrellamento del ghetto di Roma.
La testimonianza di Roberto Piperno che si salvò grazie all’aiuto delle
suore bethlemite di piazza Sabazio, in “L’Osservatore Romano”, 15-16
ottobre 2012, p. 4; ID., E a Firenze le suore spalancarono le porte agli
ebrei in fuga. Su indicazione dell’arcivescovo Elia Dalla Costa nei
giorni dei rastrellamenti nazifascisti nell’autunno 1943, in
“L’Osservatore Romano”, 26-27 novembre 2012, p. 4; ID., 21 dicembre
1943: le SS in seminario. Il rastrellamento dell’istituto pontificio
accanto a Santa Maria Maggiore, in “L’Osservatore Romano”, 21
dicembre 2012, p. 4. Si possono leggere questi articoli anche sul blog
dell’autore nella pagina delle pubblicazioni:
http://giovannipreziosi.wordpress.com/

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Christianitas. Rivista di Storia Pensiero e Cultura del Cristianesimo – 1 (2013)

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