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Simone Casini

MORAVIA E IL FASCISMO.
A PROPOSITO DI ALCUNE LETTERE A MUSSOLINI E A CIANO*

Un vero «ginepraio», un «caso limite», anzi un «autentico pasticcio»: con


queste parole Giorgio Fabre ha definito la vicenda di Moravia nel suo impor-
tante studio sulla censura fascista e gli scrittori ebrei1; un’«anomalia» l’ha
definita anche Ruth Ben-Ghiat nel suo volume sulla cultura fascista2. Alla
luce dei comportamenti e dei valori medi, che tradizionalmente costituisco-
no l’oggetto della ricerca storica, il caso Moravia appare fuori dal comune e
mette in crisi le normali categorie critiche. Da questo deriva forse la tradi-
zionale disattenzione e addirittura il silenzio degli storici del periodo fascista
nei confronti di una presenza pur tanto ingombrante come quella dell’au-
tore di Gli indifferenti, che fu il maggior caso letterario esploso nel corso
del ventennio. Tuttavia, alcune recenti ricerche storiche sembrano invertire
questa tendenza e hanno fornito contributi di grande interesse anche per
l’indagine letteraria che si occupa più specificamente dell’opera moraviana,
in quanto recuperano contesti, documenti e questioni importanti anche per
la comprensione storico-critica dello scrittore. Il rischio, che nelle indagini di
impostazione revisionistica è spesso un’intenzione consapevole, è però quello
di ridurre l’eccezione alle misure del contesto medio senza riconoscere lo
scarto di valore, oppure quello di spiegare l’eccezione in termini di favore.

∗ Il saggio è lo svolgimento di una relazione dal titolo Moravia e il fascismo, tenuta a Roma il 22

gennaio 2004 presso il Museo di Roma in Trastevere per il ciclo di conferenze su «Moravia e Roma»
coordinato da Enzo Siciliano e organizzato dal Comune di Roma e dall’Associazione Fondo Alberto
Moravia. Per ragioni di spazio, è suddiviso in due “puntate”, la prima dedicata alle lettere di Moravia
a Mussolini e a Ciano e la seconda al rapporto con Carlo e Nello Rosselli, che uscirà prossimamente
su questa rivista. Ringrazio i responsabili dell’Archivio Centrale dello Stato di Roma, per l’aiuto nella
consultazione dei documenti ivi conservati; il Fondo Arnoldo e Alberto Mondadori di Milano, presso
cui ho potuto consultare la lettera ivi conservata; i responsabili del Fondo Alberto Moravia di Roma
per l’aiuto nel reperimento dei documenti.
1 G. Fabre, L’elenco. Censura fascista, editoria e autori ebrei, Torino, Silvio Zamorani, 1996, p. 396.
Dello stesso autore si veda anche Sul «caso Moravia», in «Quaderni di Storia», 42, xxi, luglio-dicembre
1995, pp. 181-196.
2 R. Ben-Ghiat, La cultura fascista, Milano, Il Mulino, 2000, p. 94.

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Rispetto alla ricerca storica, del resto, l’oggetto della ricerca letteraria è
per principio l’«anomalia» e non la «norma», lo scrittore e non il fenomeno
medio. Il metro di giudizio è perciò da cercare anzitutto all’interno e non
all’esterno dell’opera. Quando uno scrittore, per convinzione o per coer-
cizione, fa propri i valori di un’epoca, di un’ideologia o di un movimento
letterario, il metro interno tende a coincidere con quello esterno, ma quando
un’opera è in grado di fornire le proprie ragioni, non può essere valutata con
metri diversi, rispetto ai quali può porsi di volta in volta in polemica, in dia-
logo o semplicemente in alternativa. Dal punto di vista letterario, insomma,
conta anzitutto l’autonomia e non l’eteronomia dell’arte (per dirla in termini
forse desueti), tanto più per un’opera così “autonoma” e solida com’è quella
moraviana.
Ciò consente di evitare quei giudizi riduttivi che costituiscono il limite di
contributi peraltro importanti come quello di Ruth Ben-Ghiat. Il recupero,
intorno a Gli indifferenti, di un contesto di opere affini o derivate, come Luce
fredda di Umberto Barbaro e Radiografia di una notte di Enrico Emanuelli,
come Adamo di Eurialo De Michelis o Tatuaggio di Elio Talarico («entram-
bi fascisti convinti»), tutte risalenti ai primi anni Trenta, è una proposta di
grande interesse, come pure le indagini su collaborazioni moraviane più o
meno episodiche a riviste di ispirazione fascista3; ma leggere ed esaurire Gli
indifferenti all’interno di queste affinità e di questi rapporti, considerandoli
come opera rappresentativa di un «movimento letterario che non ha ancora
ricevuto molta attenzione da parte della critica» significa solo ignorare o
dimenticare le ragioni, le origini, la portata, la solitudine dell’ispirazione
moraviana4. I contemporanei, nel ’29, avvertirono subito la novità dirompen-
te del capolavoro rispetto alla letteratura del tempo: recuperare oggi questa
novità deve aiutare a misurare, non ad annullare lo scarto; deve permettere
di valutare l’incidenza, la ricezione e le imitazioni dell’opera moraviana, non
trasformare l’opera moraviana in un’imitazione come per un gioco di pre-
stigio. Con notevole acume e con sensibilità, inoltre, la Ben-Ghiat identifica
al centro dell’opera moraviana il nodo problematico, drammatico e morale
dell’“azione”, laddove molti critici si perdono volentieri in aspetti minori e
secondari; ma inquadrarlo ed esaurirlo all’interno di un piccolo e velleitario
azionismo avanguardistico quale potevano avere alcuni giovani intellettuali
fascisti è un’inaccettabile distorsione della realtà. Il giovane Moravia aveva
in mente Dostoevskij, Shakespeare, Proust, Pirandello, Joyce, e non certo gli

3 Cfr. però indagini sullo stesso ambito, come quelle di U. Carpi: “Gli indifferenti” rimossi, in «Bel-
fagor», xxxvi, 6, novembre-dicembre 1981, pp. 696-707; Id., L’esordio ‘avanguardistico’ di Moravia, in
«Critica letteraria», xxxiv, 10, fasc. i, gennaio-marzo 1982, pp. 78-90; e Id., Bolscevico immaginista.
Comunismo e avanguardie artistiche nell’Italia degli anni Venti, Napoli, Liguori, 1981, pp. 140-145.
4 R. Ben-Ghiat, La cultura fascista, cit., p. 94.
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Moravia e il fascismo. A proposito di alcune lettere a Mussolini e a Ciano

imperativi attivistici dell’etica fascista o le effusioni spiritualistiche dell’“uo-


mo nuovo”. Ciò naturalmente non significa che Moravia fosse estraneo alla
realtà contemporanea (anche se l’isolamento prodotto dalla malattia fu un
fatto reale), ma che gli interlocutori decisivi nelle sue scelte artistiche furono
altri. In questo senso, la lettura di Ruth Ben-Ghiat appare inficiata da un’er-
rata prospettiva di giudizio e il suo pur ingente lavoro sul contesto risulta
poco produttivo5.
Simili atteggiamenti hanno accompagnato anche la pubblicazione postuma
di alcune lettere scritte da Moravia e indirizzate a Mussolini e a Ciano, che
qui ripubblichiamo integralmente in appendice e che costituiscono l’occasio-
ne e il motivo conduttore di questo saggio. Si tratta di materiale di notevole
interesse storico e documentario, che arricchisce la conoscenza dello scrittore,
ma che inevitabilmente ha alimentato interrogativi e allungato ombre sulla
sua indipendenza o sulla sua onestà intellettuale. Proprio per questo esso
va sottratto, a nostro avviso, a moralistiche e anacronistiche strumentaliz-
zazioni e considerato invece sul piano storico. Va detto subito, a scanso di
equivoci, che gli addebiti che possono nascere da tali lettere, come pure da
altri documenti riemersi dagli archivi di stato sui quali ci soffermeremo, non
riguardano mai un consenso, un’adesione o un coinvolgimento nella politica
o nell’ideologia del regime, dei quali non si trovano tracce né in queste lettere
né altrove. Come risulta anche dalla semplice lettura, Moravia non scrive per
chiedere favori, posti o prebende, ma per protestare contro provvedimenti
discriminatori che lo hanno colpito nella sua attività, e che gli impediscono
di continuare a lavorare. In uno stato di diritto sarebbe stato appunto un
suo diritto. Va aggiunto inoltre che il loro posto nel percorso letterario e
intellettuale dello scrittore è molto relativo e non va troppo enfatizzato: tutto
sommato, come vedremo, i ritrovamenti non contraddicono ma confermano
ciò che lo scrittore ha poi raccontato della sua esperienza sotto il fascismo.
Ci sono però tre aspetti importanti della figura e dell’opera di Moravia
che risultano direttamente coinvolti da questi documenti. Anzitutto, sul
piano biografico, essi rivelano una serie di compromessi, di cedimenti e di
agevolazioni, che vanno considerati nella loro situazione storica e all’interno
di un delicato e spesso conflittuale confronto tra lo scrittore e il regime, e
più in generale nel quadro dei rapporti tra cultura e fascismo. In secondo
luogo, sul piano letterario, mostrano come e quanto la censura, e più ancora
l’autocensura indotta, poterono condizionare e talora modificare l’attività e
l’opera dello scrittore. In terzo luogo, sul piano intellettuale, occorre conside-
rare, al di fuori di ottiche moralistiche o apologetiche, il silenzio successivo

5 Più interessante e plausibile, come vedremo, la sua lettura di La mascherata come «prima elabo-
razione del dolore e della rabbia suscitati dalla morte dei cugini Rosselli» che avranno un seguito poi
in Il conformista (ivi, p. 254).
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dello scrittore su queste lettere, che iscrive d’ufficio Moravia all’interno di un


altro fenomeno generale e significativo, la rimozione postbellica, nel quale lo
scrittore viene a trovarsi accanto a tante figure e casi assai diversi tra loro, da
Norberto Bobbio a Gunther Grass. Non ci dovrebbe essere bisogno, a nostro
avviso, di spiegare che ogni caso va considerato a sé, tanto nell’episodio epi-
stolare quanto nella sua “dimenticanza” (né una lettera di protesta può para-
gonarsi a una forma di partecipazione personale). L’unico elemento comune
del fenomeno, ci pare, è l’umiliazione cui il potere può costringere anche
uomini di valore o ridurre per sempre uomini meno forti. Con ciò, sia chiaro,
restano come dati storici l’umiliazione, la collaborazione, la rimozione.
Nella vicenda umana e letteraria di Moravia, che si formò, si affermò
e si sviluppò durante il ventennio, il fascismo rappresenta un termine di
confronto di capitale importanza. Nella successiva riflessione autobiografica,
Moravia più volte indica nel fascismo «il fatto più importante della mia vita»,
paragonato per importanza soltanto alla grave malattia, la tubercolosi ossea,
che lo aveva isolato negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, dai nove ai
sedici anni, e che lo aveva condotto in punto di morte:
Questa malattia è stato il fatto più importante della mia vita. Il secondo
fatto più importante fu il fascismo. Attribuisco molta importanza alla malattia e al
fascismo perché a causa della malattia e del fascismo io ebbi a subire e feci cose che
altrimenti non avrei fatto. Ciò che forma il nostro carattere sono le cose che siamo
costretti a fare, non quelle che facciamo di nostra volontà6.

La contiguità retrospettiva di malattia e fascismo, in quanto condiziona-


menti esterni, subìti e necessari che furono decisivi nella propria formazione,
non è certo casuale e suggerisce un’analogia e un giudizio (il fascismo come
malattia). Se scorriamo rapidamente l’opera narrativa di Moravia, troviamo
conferma di questa importanza nel numero di romanzi e di racconti che
riflettono sul fascismo (per limitarci ai romanzi, basti pensare a La romana,
Il conformista, La ciociara, 1934, cui possiamo aggiungere il progetto incom-
piuto di I due amici)7. Si tratta però di romanzi e racconti scritti nel dopo-
guerra e ambientati nel periodo fascista. Nella narrativa pubblicata durante
il fascismo invece non troviamo neppure un accenno esplicito al fascismo o
alla politica (Gli indifferenti, Le ambizioni sbagliate, La mascherata, i racconti

6 A. Moravia, Autobiografia in breve di Alberto Moravia, in Moravia, a cura di O. Del Buono,


Milano, Feltrinelli, 1962, p. 10.
7 Tra i racconti, si vedano almeno L’epidemia, La vita è sogno, La guerra perpetua (dalla raccolta
L’epidemia del 1944), Ritorno al mare (da L’amore coniugale e altri racconti, del 1949), e alcuni dei co-
siddetti “racconti dispersi” degli anni Quaranta (Strage e melanconia, Anche i matti si aggiornano, Un
tedesco, Spia per scommessa). Per il progetto incompiuto, cfr. A. Moravia, I due amici. Frammenti di
una storia fra guerra e dopoguerra, a cura di S. Casini, Milano, Bompiani, 2007.
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Moravia e il fascismo. A proposito di alcune lettere a Mussolini e a Ciano

di La bella vita, L’ imbroglio, L’amante infelice, I sogni del pigro, L’epidemia),


eppure la rappresentazione moraviana della realtà contemporanea apparve
subito non innocua né forse innocente: conteneva un tasso significativo di
politicità implicita e indiretta che sin dall’inizio – come vedremo – impegnò
gli apparati politici e amministrativi sul piano per loro inconsueto dell’inter-
pretazione critica di un’opera letteraria.
L’argomento dei rapporti tra Moravia e il fascismo è insomma di tale
ampiezza e complessità che richiederebbe uno studio sistematico, con appro-
fondimenti e competenze su ambiti che invece potranno essere soltanto
accennati. Nonostante alcuni importanti contributi, il tema è ancora in gran
parte inesplorato8. Questo saggio nasce dall’esigenza sempre più avvertita,
nel corso di un’ormai lunga consuetudine con l’opera di Moravia, di fare i
conti con quegli aspetti della biografia e dell’attività dello scrittore durante
il fascismo che implicano in qualche misura il giudizio sull’opera letteraria.
È l’opera letteraria infatti l’unica ragione di un’analisi storico-biografica,
che, senza pretendere di essere esaustiva e risolutiva, aspira però a tracciare,
almeno provvisoriamente, quelle distinzioni che consentano una riflessione
corretta intorno al merito letterario. Si tratta di comprendere per quanto
possibile un “caso” complesso, non lineare né univoco, ma che sempre più
appare centrale nella storia della cultura del Novecento, e che riguarda una
delle maggiori avventure letterarie del Novecento. In particolare esaminere-
mo i principali momenti in cui lo scrittore e il regime (nei suoi vertici o nei
suoi apparati) vennero a confronto diretto, descrivendo un percorso fatto
di attriti, scontri, avvicinamenti e patteggiamenti, che è per molte ragio-
ni anomalo ed eccezionale e per altre ragioni esemplare e sintomatico. In
questa prima parte prenderemo in esame le lettere di Moravia a Mussolini
e a Ciano; nella seconda puntata di questo saggio si analizzerà invece il suo
rapporto con l’antifascismo dei cugini Rosselli anche sulla base di nuovi
documenti.

Le premesse

Le premesse anagrafiche, com’è noto, preparano il «ginepraio» e conviene


riassumerle rapidamente. Dalla parte del padre Carlo, Alberto Moravia era
ebreo, come dichiarano sia il cognome Pincherle sia quello Moravia, sempre

8 Cfr. almeno i saggi di M. Biondi, Il fascista secondo Moravia. «Il conformista» e il capitolo escluso,
nell’opera collettiva Cultura e fascismo. Letteratura arti e spettacolo di un Ventennio, a cura di M. Bion-
di e A. Borsotti, Firenze, Ponte alle Grazie, 1990, pp. 407-468, e di G. Talbot, Alberto Moravia and
Italian Fascism. Censorship, Racism and «Le ambizioni sbagliate», in «Modern Italy», vol. 11, 2, June
2006, pp. 127-145 (ringrazio Enzo Golino per la segnalazione di questo studio).
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di origine familiare, che egli adottò a partire dal 1927 per evitare l’omonimia
con un noto docente di storia delle religioni9. Sempre per parte di padre, egli
era cugino di primo grado di Carlo e Nello Rosselli, i due figli di Amelia
Pincherle già noti per il loro antifascismo all’epoca del delitto Matteotti e vit-
time a loro volta di sicari del fascismo nell’agguato omicida di Bagnoles-de
l’Orne il 9 giugno 1937. Invece un fratello della madre, Augusto De Marsa-
nich, sin dalla fine degli anni Venti fu un importante esponente del fascismo,
sottosegretario prima al ministero delle Comunicazioni e poi della Marina
dal 1935 al 1943, stimato e benvoluto da Mussolini, e ancora nel dopoguerra
segretario del Movimento sociale italiano dal 1950 al 195410.
L’anomalia di questa situazione familiare, peraltro relativa e potenziale
negli anni Venti, si complica ed esplode in modo clamoroso nel luglio del
1929. Negli stessi giorni in cui Carlo Rosselli evade in modo rocambolesco
dal confino di Lipari, dando inizio così alla maggiore esperienza di antifasci-
smo in esilio11, l’apparizione di Gli indifferenti trasforma il giovane Alberto
Moravia, fino ad allora confinato dalla malattia in sanatori e ambienti pro-
tetti, nell’enfant prodige del romanzo italiano, rivelandolo come uno scrittore
di qualità, secondo il riconoscimento immediato e pressoché unanime della
critica e dei lettori. Volendo drammatizzare, sembra un’azione a tenaglia
organizzata dalla famiglia Pincherle ai danni del regime. Naturalmente

9 Sull’origine ebraica dei due cognomi, cfr. A. Moravia – D. Maraini, Il bambino Alberto, inter-
vista, Milano, Bompiani, 1986, pp. 34, 39; «La parola ebreo non è mai stata pronunciata in casa mia,
Lui [mio padre] non andava in sinagoga, non frequentava la comunità ebraica. Aveva sposato una
cristiana e tutti i suoi figli erano battezzati. […] I cugini Rosselli anche loro non avevano connotati
ebraici molto spiccati. Gli ebrei italiani erano tutti molto più italiani che ebrei. In tutti i casi erano
quasi sempre dei borghesi. Per questo spesso sono stati dei fascisti». Lo studioso di storia di religioni
Alberto Pincherle, omonimo dello scrittore, fu inserito sin dal 1939 in un elenco del Ministero della
Cultura Popolare tra gli autori “presupposti ebrei” e il suo nome confluì negli elenchi successivi, sia
pure con qualche oscillazione tra “certi” e “incerti” (G. Fabre, L’elenco, cit., p. 167).
10 Su Augusto De Marsanich, si vedano anzitutto i ricordi dello scrittore in Il bambino Alberto, cit.,
pp. 22-23: «Augusto, il fratello di mia madre, che poi diventò deputato alla Camera di Mussolini e
dopo la guerra fu segretario del Msi, era il più slavo di tutti. Era biondo, con gli occhi azzurri. […]
Era un uomo molto onesto ma limitato. Morto poverissimo nonostante fosse diventato ministro. Era
una famiglia di piccoli borghesi industriosi e onestissimi. Patrioti integerrimi, di cultura limitata,
prendevano tutto molto sul serio».
11 Come racconta Mimmo Franzinelli, «il difficile piano di fuga – costato oltre un anno di prepa-
rativi – viene eseguito la sera del 27 giugno 1929. Il Dream IV, motoscafo fuoribordo acquistato con
120.000 franchi forniti da Marion Rosselli, pilotato dal repubblicano Gioacchino Dolci, già confinato
a Lipari e pertanto buon conoscitore della zona, raccoglie Lussu, Nitti e Rosselli. L’imbarcazione si
dirige a tutta forza verso la Tunisia, beffando la vigilanza fascista. Nel pomeriggio del giorno successivo,
l’approdo sulla costa africana […]. L’eco dell’impresa è notevole, amplificata dalla stampa internaziona-
le, ammirata per la temerità dei tre confinati e per la solidarietà dei loro compagni. Il direttore della casa
penale viene destituito ed è ricoverato in una casa di salute per l’esaurimento nervoso che lo ha colpito.
La vendetta del regime si sfoga contro i parenti degli evasi. Marion Rosselli viene imprigionata nono-
stante l’avanzata gravidanza e Nello è arrestato e condannato a 5 anni di confino. I tre evasi terranno
fede agli impegni e dedicheranno gli anni d’esilio alla lotta contro la dittatura» (M. Franzinelli, Il
delitto Rosselli. 9 giugno 1937, anatomia di un omicidio politico, Milano, Mondadori, 2007, p. 17).
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Moravia e il fascismo. A proposito di alcune lettere a Mussolini e a Ciano

non è così. Non solo tra i due cugini, come vedremo, vi sono distanze e
incomprensioni profonde, ma anche le loro azioni si pongono su piani pro-
fondamente diversi. Mentre l’azione di Rosselli esprime una chiara posizione
politica, l’opera di Moravia sin dall’inizio apparve enigmatica per la sua
irriducibilità ai termini del dibattito politico. Senza volere anticipare con-
clusioni, in questo consiste una ragione essenziale della sua anomalia e della
sua esemplarità: nell’aver manifestato suo malgrado la distanza che separa le
ragioni della letteratura da quelle della politica.
Senza dubbio il successo del libro, che sorprese lo stesso autore, creò un
forte imbarazzo negli esponenti della cultura fascista e persino negli ambien-
ti ufficiali e nelle sfere più alte del regime. Destava perplessità e diffidenza
l’ambiguità del messaggio del romanzo considerato dal punto di vista ide-
ologico e politico. Si può anzi affermare che per la prima volta il fascismo,
ancora privo di una chiara politica culturale, fu costretto a fare i conti con
un caso letterario di grande portata che era sì nato sotto le sue ali, ma che
esso non era in grado di controllare nel suo significato controverso e sfug-
gente, nelle sue intenzioni profonde, nel suo successo imprevisto. Da questo
punto di vista non vi furono in Italia, nel ventennio fascista, altri casi lettera-
ri paragonabili a quello di Gli indifferenti. L’opera rispondeva con puntualità
e indiscusso valore alle attese molto diffuse nella cultura italiana – comprese
frange importanti della cultura fascista – di un romanzo nuovo, capace di
interpretare e rappresentare la modernità, ma come ogni capolavoro non cor-
rispondeva affatto ai contenuti di quelle attese. Non applicava programmi,
ma poneva con forza una sua originale lettura della contemporaneità. Del
resto, la genesi di Gli indifferenti è lunga, tormentata, profondamente solita-
ria, originata semmai nel confronto con i grandi scrittori e non col dibattito
del proprio tempo12.
Il giovane autore – come non si stancherà poi di ripetere in infinite testi-
monianze autobiografiche – non aveva inteso affatto dare alla sua opera un
contenuto di tipo politico o sociale; ma con sua sorpresa non poteva negare
che il tema dell’indifferenza, la lucida analisi di una gioventù interiormente
priva di ideali e la rappresentazione spietata di una borghesia contemporanea
grettamente materialista non implicassero quel giudizio sul costume, sulla
società, sulla realtà romana e italiana del proprio tempo che i primi recensori
colsero subito nel libro e che conteneva un forte potenziale di critica e di
denuncia13. Che Moravia non fosse consapevole delle implicazioni critiche

12 Cfr. S. Casini, Il romanzo di una vita. Moravia e «Gli indifferenti», in A. Moravia, Gli indiffe-
renti, nuova edizione con una lettura in cd di T. Servillo e un’appendice di testi a cura di L. Desideri,
Milano, Bompiani, 2007, pp. 5-33.
13 Tra le testimonianze autobiografiche, si vedano quella del 1945: «qualcuno vorrà sapere perché
non parlo degli intenti sociali e larvatamente politici di critica antiborghese che molti riconoscono al
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del suo romanzo può apparire un’ingenuità, persino poco credibile14; eppure
il disinteresse e persino l’ignoranza della politica non impediscono necessa-
riamente la presenza di tassi anche alti di politicità in un’opera letteraria15.
Il giovane Moravia, formatosi su Dostoevskij, Rimbaud, Pirandello, Proust
e Joyce, aveva una precoce e sicura coscienza letteraria, ma solo più tardi e
incertamente, sotto la pressione degli eventi, sviluppò una coscienza politi-
ca.
Il discorso va dunque rovesciato: l’equivoco sorge non perché la lettera-
tura tratti temi di pertinenza politica, ma perché la politica pone domande
improprie alla letteratura. Secondo la testimonianza di Yvon De Begnac, che
in quanto biografo ufficiale registrò nei suoi taccuini numerose dichiarazioni
del duce, Mussolini lesse tempestivamente Gli indifferenti, riportandone
un’inquietudine di natura politica che condivideva con Giovanni Giuriati,
che fu segretario del partito nazionale fascista dal 1930 al 1931. Più dei pre-
decessori – ricorda Mussolini – Giuriati individuava che il vero pericolo per
il fascismo non erano tanto i nemici dichiarati, bensì quello che egli chiama-
va – e l’espressione non può essere casuale – «il fronte degli indifferenti»:
Farinacci [segretario del PNF dal 1925 al 1926, ndr] aveva lottato contro quelle
che egli chiamava «bande nemiche». Turati [segretario dal 1926 al 1930, ndr] aveva

romanzo. Rispondo che non ne parlo perché non c’erano. […] Che poi Gli indifferenti sia risultato un
libro antiborghese questa è tutta un’altra faccenda. […] Tutto questo è tanto vero che soltanto molto
tempo dopo aver pubblicato Gli indifferenti mi accorsi della reale portata del libro» (A. Moravia, Ri-
cordo de «Gli indifferenti», 1945, poi in L’uomo come fine e altri saggi, Milano, Bompiani, 1963, p. 66);
l’intervista del 1962 a Oreste Del Buono: «Gli indifferenti nella mia intenzione non voleva essere che un
romanzo, ossia un’opera letteraria scritta secondo determinati criteri puramente letterari. Ma la critica
e il pubblico ci videro una violenta polemica sociale che c’era senza dubbio ma che io non avevo avuto
intenzione di metterci. Io non mi ero mai occupato di politica e i miei interessi erano soltanto letterari.
L’accoglienza ostile di una parte della critica più ufficiale e delle autorità mi costrinse, per così dire, a
rendermi conto della vera natura del romanzo o per lo meno di alcuni aspetti di esso» (Moravia, a cura
di O. Del Buono, Milano, Feltrinelli, 1962, p. 12). L’intervista a Siciliano del 1971: «non avevo alcuna
idea di rappresentazione sociale, sia ben chiaro, né politica. Non mi occupavo di politica […] i significa-
ti di quel che avevo raccontato erano in gran parte estranei alle mie intenzioni» (E. Siciliano, Moravia,
Firenze, Longanesi, 1971, p. 35, poi come edizione ampliata in Alberto Moravia. Vita parole e idee di
un romanziere, Milano, Bompiani, 1982, pp. 38-39). L’intervista del 1986 a Dacia Maraini: «In realtà
non mi occupavo di politica ma solo di letteratura. Solo quando il mio primo libro, Gli indifferenti, fu
condannato dal fascismo, cominciai ad aprire gli occhi sulla politica» (Il bambino Alberto, cit., p, 38).
Infine quella del 1990 ad Alain Elkann: «Io avevo semplicemente voluto scrivere un romanzo contro
l’indifferenza e invece ci videro una critica del regime fascista che non era stata nelle mie intenzioni»
(Vita di Moravia, a cura di A. Elkann, Milano, Bompiani, 1990, pp. 51).
14 «D. Era possibile non occuparsi di quello che stava succedendo in modo così palese e prepotente
nella vita del paese? A. Era possibile. Perché il mondo allora era molto meno politicizzato di oggi. Una
intera parte della società era impermeabile alla politica. E la letteratura era molto più importante di
quanto non sia diventata dopo i vari totalitarismi. […] È vero: questa società che non si occupava di
politica non era però immune dagli atteggiamenti tipici del fascismo. Non era una società innocente
che improvvisamente viene aggredita da un gruppo di estremisti. Era una società che in parte era già
fascista senza saperlo» (Il bambino Alberto, cit., p. 38).
15 Cfr. L. Baldacci, Novecento passato remoto, Milano, Rizzoli, 2000, p. 36.
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eretto difese torno torno il castello del partito. Giuriati aveva un solo timore: il costitu-
irsi, in seno o innanzi al fascismo, del fronte degli indifferenti. Gli indifferenti, secondo
lui, allora e, penso, anche oggi, non corrispondevano al tipo mentale degli agnostici.
Erano, certamente sono, per lui, l’esercito in attesa dell’attimo in cui, senza pericolo,
è possibile balzare sulla rivoluzione ferita. I nemici a viso aperto vanno rispettati. Gli
indifferenti ti attendono al guado, al bivio, e ti conficcano il pugnale nella schiena.
Quando Giuriati mi parlò, era il 1931, del terrore che egli aveva, come uomo
di partito, come capo di un ramo del potere legislativo, degli indifferenti, io mi
rammentai del discorso tenuto, anni innanzi, a Turati in merito a un romanzo osce-
namente borghese e antiborghese al medesimo tempo, dovuto al nipote di un mio
amico sindacalista, De Marsanich, figlio di una sua sorella maritata a un ingegnere
ebreo, Pincherle. Quel libro, opera prima di un giovanissimo, scritta in mediocre
italiano, ma potente nel raccontare un ambiente romano del quale mai avrei sospet-
tato la sopravvivenza, mi aveva svelato la presenza del vero mondo dell’antifascismo,
dell’antifascismo che non parla, che non rivela la propria presenza. La sua ombra ti
scivola accanto, ne avverti il terrificante tremore. E basta16.

È impossibile sottovalutare il peso di queste parole, anche se è molto dif-


ficile valutarne contesti, implicazioni e conseguenze. Il romanzo di un «gio-
vanissimo» rivela ai capi del fascismo l’esistenza di un nemico insidioso che
si credeva scomparso, addirittura il «vero mondo dell’antifascismo, dell’anti-
fascismo che non parla, che non rivela la propria presenza». Gli indifferenti
destano dunque in Mussolini e nei capi del fascismo un’attenzione preoccu-
pata e diffidente sul piano propriamente politico, e non solo per il successo
del romanzo, ma anche per il suo messaggio. Al giudizio di Mussolini e di
Giuriati si può accostare almeno quello del fratello del duce, Arnaldo Mus-
solini, che in un discorso ai giornalisti deplorò l’autore e il romanzo che lui
stesso aveva pubblicato nelle sue edizioni Alpes17.

16 Dichiarazioni raccolte in Y. de Begnac, Taccuini mussoliniani, a cura di F. Perfetti, Bologna, Il


Mulino, 1990, pp. 483-484.
17 Cfr. A. Moravia, Ricordi di censura, «Rassegna d’Italia», i, 12, dicembre 1946, p. 97: «sebbene
Gli indifferenti non menzionassero il fascismo e non fosse mia intenzione attaccare comunque il fasci-
smo, il fascismo attaccò subito me. E precisamente per bocca del fratello di Mussolini che a Milano,
in un discorso ai giornalisti, deplorò che la gioventù italiana leggesse i libri “di Remarque distruttore
della grandezza della guerra, di Dekobra inventore di facili avventure per decadenti e di Moravia di-
struttore di ogni valore umano”. Si noti la confusione dei nomi. Si noti altresì che la casa editrice Alpes,
che aveva pubblicato il libro, faceva capo proprio al fratello di Mussolini». Cfr. lo stesso ricordo nella
testimonianza di quarant’anni dopo, Vita di Moravia, cit., pp. 50-51: «Poi ci fu la reazione politica
da parte del fascismo e questa, in qualche modo, era più giustificata di quella del moralismo tradizio-
nale. Perché il fascismo affermava e proclamava di aver rinnovato la società italiana. Invece, ecco, il
tanto atteso romanzo italiano smentiva le sue affermazioni. Il succo di questa affermazione fascista si
può trovare in un discorso pubblico pronunziato dal fratello di Mussolini, Arnaldo, che era uno dei
proprietari della casa editrice Alpes che aveva pubblicato il romanzo. Disse: “Vorremmo sapere se la
gioventù italiana deve leggere i libri di Dekobra, inventore di facili avventure decadenti, di Remarque,
distruttore della grandezza della guerra, e di Moravia, negatore di ogni valore umano”. Le parole di
quest’uomo che, armato di tutto il fascismo, se la prendeva con un ragazzino di vent’anni dimostrano,
se non altro, che la letteratura, anche la più aliena dalla critica sociale, va sempre molto oltre alle vere
197
Simone Casini

Su un piano meno esplicitamente politico ma altrettanto improprio, la


reazione dei giornali fascisti manifesta analoghe perplessità, preoccupazioni
e ostilità di carattere morale e sociologico, prima che letterario. In generale,
come vedremo, il nome dello scrittore o del suo capolavoro continueranno a
saltar fuori, nelle preoccupazioni di pubblicisti o funzionari fascisti, ogni volta
che la letteratura viene considerata in quanto fattore di opinione pubblica18.
Lo stesso tipo di attenzione e di interesse, su un fronte opposto, il romanzo
lo aveva destato naturalmente negli ambienti antifascisti, a conferma di una
lettura potenzialmente politica che lo scrittore non aveva previsto19.
L’aspetto più singolare della vicenda è che Gli indifferenti costrinsero il
regime – privo ancora di una politica culturale univoca sebbene orientata in
senso totalitario – all’interpretazione critica di un’opera letteraria. Si poteva
infatti controllare e persino pedinare la persona fisica di uno scrittore, come
per Moravia fu fatto sin dal 192920, ma era assai più difficile controllarne
l’opera. Indagare le intenzioni e le implicazioni politiche di un testo letterario,
come in un interrogatorio che voglia accertare fatti e responsabilità, significa
porre al testo domande improprie, alle quali esso non può rispondere che
in modo ambiguo ed evasivo. E infatti le domande che, in modo esplicito o
implicito, il fascismo pose a Gli indifferenti manifestano la sua incompetenza
letteraria. La denuncia dell’indifferenza nel romanzo implicava indifferenza
nell’autore? Qual era il giudizio dell’autore sul mondo da lui rappresentato?
Lo condivideva o lo giudicava? In che misura quel mondo corrispondeva

intenzioni degli scrittori». La notizia dell’attacco di Arnaldo è confermata da un rapporto della Polizia
Politica del 9.2.35 (ACS, MI) e dai taccuini di Leonetta Cecchi Pieraccini, che in una nota del 1930
registra la reazione di Moravia: «È di maggiore importanza avere il biasimo che le lodi dei potenti. Per
mio conto sono orgoglioso che Arnaldo Mussolini abbia parlato male del mio libro in un discorso
pubblico» (citato da R. Paris, Moravia. Una vita controvoglia, 1996, nuova ed., Milano, Bompiani,
2007, p. 49). Sulle ragioni che indussero a pubblicare Gli indifferenti presso le edizioni Alpes, si può
ipotizzare un’indicazione di Corrado Alvaro, che nel 1926 aveva pubblicato per Alpes L’uomo nel labi-
rinto, e che in quegli anni introdusse il giovane Moravia negli ambienti letterari delle riviste.
18 Si rimanda a G. Pampaloni, La fortuna critica, in A. Moravia, Opere 1927-1947, a cura di G.
Pampaloni, Milano, Bompiani, 1986, in particolare pp. 1130-1139; e T. Tornitore, «Gli indifferen-
ti» e la critica, in «Nuovi Argomenti», s. iii, 37, gennaio-marzo 1991, pp. 60-98. Le prime recensioni,
limitatamente all’anno 1929, sono ripubblicate in un appendice a cura di L. Desideri in A. Moravia,
Gli indifferenti, cit., pp. 345-431.
19 Si veda per esempio la testimonianza resa a distanza di anni da Ambrogio Donini a Chiara Da-
niele: «Il mio, anzi il nostro interesse per Moravia, perché era di buona parte del Partito, soprattutto
di Togliatti che seguiva molto queste vicende, era stato destato da Gli indifferenti che abbiamo giudi-
cato un quadro impietoso della moralità fascista, scritto bene, efficace, e se allora non lo recensimmo
sulla nostra stampa fu per non compromettere l’autore» (dichiarazione in C. Daniele, «Le ambizioni
sbagliate» e il “caso Moravia” nella stampa comunista degli anni Trenta, in «Rassegna della letteratura
italiana», 3, luglio-settembre 1991, pp. 152).
20 Da documenti del Ministero degli Interni, oggi conservati all’Archivio Centrale dello Stato di
Roma e recuperati da Renzo Paris, apprendiamo che il giovane autore degli Indifferenti fu sorvegliato
e seguito nei suoi spostamenti - non si sa con quale continuità - da agenti della Questura dal 1929
almeno fino al 1939 (R. Paris, Moravia, cit., pp. 131-136). Cfr. anche R. Ben-Ghiat, La cultura
fascista, cit., p. 115n.
198
Moravia e il fascismo. A proposito di alcune lettere a Mussolini e a Ciano

effettivamente alla realtà contemporanea? E soprattutto, quali contenuti e


quali conseguenze politiche implicava l’indifferenza? Domande del genere
non potevano costituire un capo d’accusa, ma documentano a sufficienza la
diffidenza verso lo scrittore. Questo processo alle intenzioni, come si è detto,
sorprese lo stesso Moravia, cui va riconosciuto fra gli altri meriti quello di
non essersi lasciato condizionare da simili problemi e provocazioni e di avere
invece ribadito d’istinto, col secondo romanzo, le ragioni letterarie, problema-
tiche ed esistenziali del primo. Ma è proprio la sua indagine sulla condizione
dell’uomo, sul problematico rapporto dell’uomo con se stesso, col suo agire e
col mondo, che sin dall’inizio lo mette in rotta di collisione col regime fasci-
sta e più in generale col potere. Se vi avesse rinunciato, avrebbe rinunciato
alle ragioni stesse della sua scelta letteraria, ma non rinunciandovi incontrò
inevitabilmente la diffidenza della cultura e degli apparati di regime.
Non mancarono però all’interno della cultura fascista o filofascista, tra
la fine degli anni Venti e i primi anni Trenta, atteggiamenti capaci di porre
diversamente il problema del rapporto tra letteratura e vita politica e di
sintonizzarsi sulla rappresentazione della modernità di Gli indifferenti. Nei
differenti giudizi sul romanzo di Moravia si manifestò probabilmente una
significativa spaccatura tra orientamenti culturali interni al fascismo. Se
alcune di queste posizioni sono rinconducibili in parte al «ginepraio» fami-
liare, come la recensione tempestiva e positiva di Enrico Rocca sul mensile
diretto allora dallo zio Augusto de Marsanich, «Il Lavoro fascista», altre pro-
vengono dal sottobosco variegato e complesso delle avanguardie e di tenden-
ze meno ufficiali della cultura fascista o filofascista cui abbiamo accennato,
altre ancora da figure di maggior rilievo, come Giuseppe Bottai su «Critica
fascista», che pur diffidando di Moravia, doveva riconoscere che l’«ingegno»
non è questione di «tessera»21.
Con Gli indifferenti inizia insomma un confronto serrato tra lo scrittore
e il regime fascista, che doveva inevitabilmente esplodere quando Moravia
cercò di pubblicare un secondo romanzo.

21 I giovanissimi, scrive Bottai in un editoriale del 1931, «s’infischiano se quel poeta o quel pittore
italiano abbiano o meno la tessera del Partito, guardano ai “risultati” in sede di pura estetica, e Mora-
via si scopre allora il più commestibile scrittore della Penisola. Si capisce, che Moravia è un artista; e
alla fine dovremo anche noi, sull’orme lievi di quei decadenti squisiti, deciderci a preferirlo ai troppi
scalmanati e sgrammaticati manipolatori di sonetti con l’acrostico di Benito Mussolini. […] Come
non crediamo che la tessera faccia l’ingegno, non vorremmo neppure veder succedere che l’ingegno,
di per sé, dia diritto alla tessera. Quel pensatore, quello scienziato, quel poeta, quell’artista i quali
(anche se non antifascisti sul terreno politico) dimostrino nella loro opera (anche se spaventosamente
geniale all’esame obbiettivo) una mentalità contraria a quella del clima etico fascista, debbono essere,
non diciamo espulsi con la violenza, ma in ogni modo ignorati, e certissimamente esclusi da ogni
forma d’incoraggiamento e di premio. La Rivoluzione ha il dovere di difendersi: la Rivoluzione, in
argomento così geloso, non può essere agnostica e liberale, sotto pena di tradire se stessa» (La tessera e
l’ ingegno, in «Critica fascista», ix, 8, 15 aprile 1931, p. 142).
199
Simone Casini

Le lettere a Mussolini e a Ciano

Dopo la morte dello scrittore avvenuta nel 1990, è riemerso ed è stato


pubblicato su quotidiani e riviste, a partire dal 1993, un piccolo dossier di
lettere indirizzate da Moravia ai capi del fascismo, quattro a Benito Musso-
lini, scritte fra il 1935 e il 1941 (l’ultima probabilmente non fu spedita), e
due a Galeazzo Ciano, entrambe del 193522. Al di là delle evitabili e confuse
polemiche giornalistiche cui espone la pubblicazione in tali sedi, il fatto che
siano uscite sui giornali in momenti diversi ha impedito finora di considerar-
le complessivamente e di osservare che vi è un tema ricorrente e ben preciso,
soprattutto nelle lettere a Mussolini, che ne costituisce almeno in parte la
ragione. Per questo si è scelto di ripubblicare integralmente le sei lettere
nell’Appendice a questo saggio e di considerarle unitariamente.
Sin dagli anni 1929-1930, come abbiamo visto, Mussolini si era fatto
un’idea piuttosto precisa di Gli indifferenti e dell’autore, «nipote di un mio
amico sindacalista, De Marsanich, figlio di una sua sorella maritata a un
ingegnere ebreo, Pincherle»23. Sembra che i due non si siano mai conosciuti
di persona24. Perciò, quando Moravia prende la penna per scrivere a Mus-
solini, si rivolge in forma ufficiale al capo dello stato e al capo del fascismo,
il quale, come vedremo, intervenne di persona almeno in due occasioni. La

22 Per il testo integrale e la bibliografia relativa, si rimanda all’Appendice in coda al presente articolo.
Ad eccezione della prima lettera a Ciano, conservata in copia presso l’archivio del Fondo Arnoldo e
Alberto Mondadori di Milano (FAAM) e pubblicata da Giorgio Fabre nel 1993, e dell’ultima lettera
a Mussolini, conservata presso l’Archivio Malaparte e pubblicata da Giuseppe Pardini nel 1999, le
altre quattro lettere sono conservate oggi all’Archivio Centrale dello Stato di Roma, «Ministero della
Cultura Popolare», II versamento, Busta 8, fascicolo 36 «Alberto Moravia» (d’ora in avanti abbreviato:
ACS, MCP, II vers., B. 8, f. 36). Così Antonio Debenedetti, che nell’articolo del 6 gennaio 2004 sul
«Corriere della Sera» ne ha dato notizia, racconta il ritrovamento di incartamenti che, accanto a quelli
di Moravia, comprendono quelli relativi a molte altre personalità della cultura degli anni Venti e
Trenta: «Alcuni mesi fa, durante il trasferimento di alcuni uffici da una a un’altra sede del ministero
per i Beni Culturali (in qualche modo erede sia pure profondamente diversificato nelle funzioni del
Ministero della Cultura popolare) si è dovuto procedere a un inventario di tutto quanto era stivato
in raccoglitori e cassetti. […] Così, da un paio di vecchi armadi chiusi a chiave da anni, finivano per
saltare fuori le centoventicinque cartelline di cui ci stiamo occupando. Su ognuna figurava il nome di
una personalità del mondo culturale considerata in qualche modo “interessante” dal regime fascista.
Altri dossier, inclusi nella stessa partita, riguardano periodici e riviste. Come era doveroso, i Beni
Culturali hanno subito preso contatto e consegnato i preziosi incartamenti all’Archivio Centrale dello
Stato. Dove vanno trovando la loro sistemazione definitiva». Oltre a quelli di Moravia sono riemersi
incartamenti, con lettere e documenti vari, relativi tra gli altri a D’Annunzio, Pirandello, Soffici,
Papini, Cardarelli, Brancati, Aleramo, Benedetti, Comisso, Gatto, Gentile, Longanesi, Malaparte,
Missiroli, Toscanini.
23 Cfr. le dichiarazioni sopra riportate da De Begnac. Si può anche supporre un Mussolini lettore
attento di Moravia anche negli anni seguenti, secondo quanto sostiene lo scrittore almeno in riferi-
mento a La mascherata e qualche altra novella (cfr. A. Moravia, Ricordi di censura, cit., pp. 100-101).
24 «Hai conosciuto Mussolini? No. Mussolini l’ho visto una volta sola, e da lontano, quando tenne
il discorso dell’impero. Stavo nella macchina dell’ambasciatore francese, dove avevo amici per via
dell’antifascismo» (dichiarazioni in E. Siciliano, Moravia, cit., p. 60; poi in Alberto Moravia, cit.,
p. 54).
200
Moravia e il fascismo. A proposito di alcune lettere a Mussolini e a Ciano

decisione di scrivere direttamente a Mussolini su alcune precise vertenze per-


sonali non era un fatto insolito nello stato autoritario come sarebbe in uno
stato di diritto, in quanto a lui spettavano le decisioni ultime anche in merito
alle competenze dei vari ministeri e degli altri organismi statali. Nel caso di
Moravia, come pure vedremo, contarono nell’idea di scrivere a Mussolini i
suggerimenti, i consigli e le pressioni di amici ed editori.
Per quanto scritte a distanza di tempo l’una dall’altra, le quattro lettere a
Mussolini nascono dalla stessa motivazione e riguardano lo stesso problema:
un provvedimento che vieta allo scrittore la collaborazione a un quotidiano,
in particolare alla torinese «Gazzetta del Popolo». Così inizia infatti la lettera
del 26 marzo 1935: «Eccellenza. L’onorevole Ermanno Amicucci direttore
della “Gazzetta del Popolo” alla quale collaboro da anni, mi ha comunicato
ora è un mese che i miei articoli per la Gazzetta non sarebbero più graditi».
Allo stesso modo, dopo un anno e mezzo di interruzione della collaborazio-
ne giornalistica, si conclude la seconda lettera il 9 luglio 1936: «Perciò mi
rivolgo all’Eccellenza Vostra per sapere se mi è possibile riprendere la mia
antica collaborazione alla Gazzetta del Popolo». Due anni dopo, nel con-
testo ancora più drammatico delle leggi razziali, il 28 luglio 1938 Moravia
scrive per gli stessi motivi una terza lettera: «Duce. Giorni fa ho ricevuto
una lettera dell’on. Amicucci direttore della Gazzetta del Popolo di cui sono
collaboratore da circa dieci anni. Con tale lettera egli mi informa che la mia
collaborazione deve considerarsi cessata». Di nuovo, il 7 marzo 1941 ritro-
viamo la stessa supplica: «Mi permetto perciò rivolgervi, Duce, la preghiera
di potere riprendere la mia attività giornalistica dalla quale io traggo i mezzi
per vivere».
I «mezzi per vivere». Mancano purtroppo quelle informazioni di ordine
economico che permetterebbero di valutare meglio un’espressione del genere,
come il compenso per articolo o la situazione della famiglia dello scrittore,
che era certamente benestante verso la fine degli anni Venti ma lo era assai
meno dieci anni dopo (il padre in pensione da tempo, quattro figli senza
lavoro nonostante il successo letterario del maggiore)25. Sappiamo per esem-
pio, da vari documenti, che nei suoi viaggi degli anni Trenta Moravia in più
occasioni doveva adattarsi per risparmiare. In ogni caso le quattro lettere a

25 Il padre architetto smise di lavorare verso la fine degli anni Venti. Cfr. Il bambino Alberto, cit.,
pp. 7: «D. E di che cosa avete vissuto dopo la perdita dei clienti? A. Mio padre aveva investito i suoi
guadagni in tre case […] Quando non ha più lavorato abbiamo vissuto degli affitti delle case. Non era-
vamo affatto ricchi. Eravamo come si dice agiati». E ancora, ivi, p. 68: «Preferivo farmi mantenere da
mio padre che fare un mestiere che mi avrebbe distolto dal mio scrivere. Ho passato almeno quindici
anni, dai diciassette ai trentatré, facendo il figlio di famiglia, senza soldi. Da ultimo, quando avevo
già trent’anni, mio padre mi dava 500 lire al mese». Cfr. Vita di Moravia, cit., p. 13: «[Mio padre]
ha provveduto ai miei bisogni fino a quando mi sono sposato e sono andato via di casa, cioè fino a
trentatré anni».
201
Simone Casini

Mussolini sono evidentemente degli appelli che lo scrittore rivolge al capo


dello stato contro provvedimenti discriminatori nei propri confronti di tipo
professionale ed economico. Moravia non scrive mai a Mussolini per chiede-
re privilegi o favori, né per offrire servigi o fedeltà, ma sempre per denunciare
discriminazioni avvenute nei propri confronti. L’appello è rivolto al capo
dello stato, non al capo del fascismo.
È chiaro invece che tali provvedimenti avevano un sottinteso politico,
di tipo coercitivo, punitivo o discriminatorio. La pressione economica ha
immediati riflessi sull’attività intellettuale e letteraria e quindi sulla libertà.
Generalizzando, vi è un diretto anche se complesso legame tra l’indipen-
denza della letteratura e l’indipendenza economica, e sarebbe interessante
in questo senso seguire la biografia di Moravia nello sforzo di conquistare
quelle condizioni di indipendenza economica che consentissero di seguire
liberamente il suo progetto di vita («Mi premeva potermi dedicare total-
mente alla letteratura»)26, dalle protettive e fondamentali finanze paterne, al
duro lavoro cinematografico e letterario del dopoguerra, fino a raggiungere
l’indipendenza economica grazie al proprio lavoro letterario e ai propri libri
verso la metà degli anni Cinquanta, e anche in questo caso non senza con-
trasti con il suo editore.
Ma per restare nei limiti degli anni Trenta, la collaborazione giornalistica
al quotidiano torinese costituiva probabilmente la maggiore se non l’unica
fonte di entrata per lo scrittore, che per il resto, almeno fino al 1941, ricor-
reva alle finanze paterne (i diritti su Gli indifferenti, se c’erano, erano insi-
gnificanti). Complessivamente, fra il 1931 e il 1943, Moravia pubblicò sulla
«Gazzetta del Popolo» ben 110 articoli, per metà racconti (in gran parte con-
fluiti nei Sogni del pigro o recentemente recuperati tra i Racconti dispersi)27 e
per metà invece resoconti di viaggio (dopo la Cecoslovacchia nel 1931, l’In-
ghilterra e la Francia nel 1932, seguono i servizi su Stati Uniti e Messico nel
1936, Cina nel 1937, Grecia nel 1939)28. Era la «Gazzetta» a finanziare, in
tutto o in parte, i viaggi dello scrittore negli anni Trenta; viaggi che, com’è
noto, contribuirono non poco a determinarne la fisionomia intellettuale e
professionale e ad allargarne gli orizzonti oltre i confini nazionali. Attraverso
il giornale e il suo direttore, probabilmente, Moravia poté giovarsi almeno
in un’occasione, come vedremo, di un finanziamento ministeriale per i

26 Il bambino Alberto, cit., p. 28.


27 Cfr. rispettivamente A. Moravia, I sogni del pigro, ora in Opere/1: Romanzi e racconti 1927-1940,
a cura di F. Serra, Milano, Bompiani, 2000, pp. 1321-1496; Id, Racconti dispersi 1928-1951, a cura
di S. Casini e F. Serra, Milano, Bompiani, 2000 (da questo volume i racconti della «Gazzetta» sono
confluiti insieme agli altri nelle relative sezioni dei «Racconti dispersi» di Opere/1: Romanzi e racconti
1927-1940, cit., pp. 1501-1645, e Opere/2: Romanzi e racconti 1941-1949, a cura di S. Casini, Milano,
Bompiani, 2002, pp. 1409-1832).
28 Cfr. Id., Viaggi. Articoli 1930-1990, a cura di T. Tornitore, Milano, Bompiani, 1994.
202
Moravia e il fascismo. A proposito di alcune lettere a Mussolini e a Ciano

viaggi. Si comprende quindi quale importanza avesse per Moravia – oltre


al fatto economico – questa collaborazione, del tutto diversa da quelle più
occasionali e comunque non redditizie ad altri periodici. Occorre dunque
capire le origini della collaborazione giornalistica e le ragioni delle ripetute
interruzioni.
L’approdo di Moravia al giornalismo torinese era cominciato con «La
Stampa», per il tramite di Corrado Alvaro e al seguito di Curzio Malaparte,
che ne fu direttore tra il febbraio 1929 e il gennaio 193129. Fu in seguito
all’allontanamento di Malaparte dalla «Stampa», probabilmente, che Mora-
via passò al foglio torinese concorrente, «La Gazzetta del Popolo», allora in
forte crescita e in fase accentuata di modernizzazione sotto la direzione di
Ermanno Amicucci30. Già fondatore e segretario del Sindacato nazionale
fascista dei giornalisti, dal ’34 vicepresidente della Corporazione Carta e
Stampa (prima di divenire nel ’39 sottosegretario alle corporazioni), Amicuc-
ci era un giornalista di lunga esperienza che si distingueva per dinamismo e
zelo ideologico31. Dal suo punto di vista, anche la collaborazione di Moravia
poteva inserirsi nel progetto di rinnovamento e modernizzazione del giorna-

29 Sulla «Stampa» Moravia pubblicò tra il 4 novembre 1930 e l’aprile 1931 una decina di articoli
sull’Inghilterra (cfr. ivi, pp. 3-59). Per quanto riguarda la direzione di Malaparte, scrive Murialdi:
«Fra l’inizio del 1929 e la metà del 1932 il giornale di Agnelli cambia direttore tre volte. La direzione di
Malaparte si caratterizza soprattutto con l’innesto nel giornale di collaboratori scelti da lui e da Mac-
cari con spregiudicatezza anche politica. Alla terza pagina infatti collaborano scrittori mal visti dai
gerarchi nazionali e locali, come Corrado Alvaro, Filippo Burzio e Carlo Linati. Nel 1931 compare,
ma raramente, la firma del giovane Alberto Moravia. […] I rapporti tra Agnelli e Malaparte diventano
ben presto pessimi. Il padrone della Fiat non apprezza né i maneggi politici dello spregiudicato scrit-
tore toscano, che vorrebbe controllare anche la gestione editoriale della “Stampa”, né i suoi comporta-
menti libertini nell’alta società torinese. […] una nota del 30 gennaio 1931: “Da oggi Curzio Malapar-
te lascia all’on. Augusto Turati la direzione della Stampa”» (P. Murialdi, La stampa del regime fascista,
Bari, Laterza, 1993, pp. 85-86). Sulla mediazione di Alvaro, cfr. G. Pardini, Malaparte, Moravia e
«Prospettive», in «Nuova Storia Contemporanea», a. III, n. 1, gennaio-febbraio 1999, p. 106.
30 Così scrive Murialdi: «All’inizio degli anni Trenta prende avvio un processo di modernizzazione
della stampa quotidiana che risponde a una duplice esigenza del regime: il prestigio all’interno e verso
l’estero, e la propaganda di massa, alla quale la radio sta dando concreta consistenza […] non è un
caso che a prendere l’iniziativa sia la “Gazzetta del Popolo”, cioè un giornale di gran nome ma fascista
tra i primi - e per di più diretto da Amicucci - e appartenente alla Sip, gruppo elettrico in notevole
espansione e con crescenti interessi nella radiofonia e nella telefonia che lo legano ai centri decisionali
del governo. […] Col suo squillante rinnovamento il vecchio quotidiano torinese diventa un vanto
per il giornalismo del regime. Le vendite aumentano lentamente ma sempre più costantemente, anche
perché “La Stampa” sua concorrente entrerà in una fase di dinamismo editoriale soltanto alla fine del
1932» (P. Murialdi, La stampa del regime fascista, cit., pp. 79, 82).
31 «Amicucci, giornalista da più di venti anni e attivista del movimento e del regime fascista, è un
direttore congeniale a questo vasto progetto [di modernizzazione della “Gazzetta”], i cui toni politici
e gli aspetti promozionali si inseriscono nell’azione verso le masse che il Partito Nazionale Fascista
sta attuando. Il suo zelo è indefettibile e talvolta è così fuori misura da indurre Mussolini a rivolger-
gli espliciti e non riservati richiami. Il 23 novembre 1930 il duce invia al prefetto di Torino questo
telegramma: “moderi atteggiamento ultrademagogico della Gazzetta che facendo attendere miracoli
finisce per sabotare l’opera del governo”. Due anni dopo il 6 maggio 1932, un altro telegramma dello
stesso tenore» (ivi, p. 83).
203
Simone Casini

le («più cura nella scrittura del giornale, cronaca compresa; lo sviluppo dei
servizi internazionali dei cosiddetti redattori viaggianti, ora chiamati inviati
speciali; una continua ricerca di prestigio culturale»)32. I primi articoli di
Moravia per la «Gazzetta» – un reportage dalla Cecoslovacchia – comparvero
nel settembre del 1931 e furono seguiti da quelli sul viaggio in Inghilterra
nel 1932 e in Francia sempre nel 193233. Dal luglio 1934 lo scrittore comin-
ciò invece a pubblicarvi alcuni racconti34, che furono in tutto quattro fino
alla prima battuta d’arresto, quando nel febbraio-marzo 1935 Amicucci fece
sapere a Moravia che i suoi articoli non erano più «graditi» (come testimonia
la prima lettera a Mussolini).

La crisi del 1935

Sulle ragioni di questo primo provvedimento giornalistico contro Moravia,


l’ipotesi più probabile è che nasca anch’esso dall’allarme improvviso intor-
no al secondo romanzo dello scrittore, Le ambizioni sbagliate, che appunto
agli inizi del 1935 attendeva il nulla osta della prefettura di Milano per la
pubblicazione presso Mondadori. La complessa vicenda è stata accurata-
mente ricostruita dagli studi di Fabre, Serra e Talbot, a cui rimandiamo per
quanto riguarda più in particolare il romanzo35. L’allarme si innescò su una
situazione già di allerta, non solo per la diffidenza degli apparati di regime
verso l’autore di Gli indifferenti, ma anche perché era in corso, com’è noto,
una delicata e importante fase di ristrutturazione di tutti gli organi e uffici
preposti al controllo delle pubblicazioni periodiche e librarie e all’azione di
propaganda, che seguendo l’ascesa del loro titolare, Galeazzo Ciano, furono
trasformati in due anni da semplice Ufficio Stampa della Presidenza del
Consiglio, dapprima in Sottosegretariato per la Stampa e la Propaganda nel
settembre 1934, e poi in vero e proprio Ministero per la Stampa e la Propa-
ganda dal giugno 1935 (cambierà nome in Ministero della Cultura Popolare
a partire dal maggio 1937, sempre sotto la direzione di Ciano). Dalla fine
del 1934 fino al 1943 Moravia avrà spesso a che fare con questo Ministero,
e in particolare con la Direzione della Stampa Italiana, di cui furono titolari
dapprima Neos Dinale e poi, forse dalla costituzione del ministero nel giu-

32 Ivi, p. 82.
33 Cfr. A. Moravia, Viaggi, cit., pp, 60-105.
34 Si tratta di Sogno nell’altana (5 luglio 1934), Il silenzio di Tiberio (18 ottobre 1934), Le donne
fanno dormire (30 dicembre 1934), Uomo di carattere (29 gennaio 1935); cfr. F. Serra, Note ai testi in
A. Moravia, Opere/1, cit.
35 Cfr. G. Fabre, L’elenco, cit., pp. 33-38; F. Serra, Note al testo, cit., pp. 1678-1694; e G. Talbot,
Alberto Moravia and Italian Fascism, cit., pp. 127-145.
204
Moravia e il fascismo. A proposito di alcune lettere a Mussolini e a Ciano

gno 1935, Gherardo Casini36. «Ricorderò un pezzo l’aria del Ministero», dirà
Moravia nel dopoguerra, «con le sue anticamere piene di scrittori in attesa
del verdetto, di editori procaccianti, di misteriosi individui in cerca di sussidi
e di ancor più misteriosi funzionari di non so quali funzioni»37. Agli inizi del
1935 il nascente ministero, progettato contestualmente alla guerra di Etiopia,
rappresentava già un nuovo centro di potere che assumeva, ridisegnava e
potenziava alcune vecchie competenze, tra cui quella della censura, fino a
quel momento gestita dal Ministero degli Interni attraverso le prefetture38.
Fu appunto in quel momento e in quel contesto che sul numero del 4 gen-
naio 1935 di «Giustizia e Libertà», il settimanale antifascista diretto a Parigi
da Carlo Rosselli, comparve un articolo anonimo (probabilmente dello stes-
so Rosselli, cugino di Moravia) su La proibizione del nuovo romanzo di Alber-
to Moravia, in cui si sosteneva che la censura del regime aveva proibito la
pubblicazione del nuovo romanzo di Moravia: «un giovane cresciuto sotto il
fascismo, che non ha niente in comune con i ‘passati regimi’ e probabilmente
li detesta non meno, se anche con più serietà, dei vari ‘pupilli’ del duce. Ma
è un giovane che ha il pericoloso privilegio di aver ‘conservato gli occhi’, per
il quale il problema di falsificarsi per tornar gradito ad alcuni personaggi è
semplicemente assurdo»39. Vi era stata evidentemente una circolazione di
notizie sul nuovo romanzo, e le notizie erano anche state forzate dall’arti-
colista: pare infatti che la prefettura milanese fosse sul punto di consentire
la pubblicazione del romanzo, e fu il numero di «Giustizia e Libertà», inter-

36 Il Ministero era organizzato in cinque Direzioni (Stampa Italiana, Stampa Estera, Turismo, Ci-
nematografia, Teatro). Su Neos Dinale, cfr. Ph. V. Cannistraro, Historical Dictionary of Fascist Italy,
Westport (Connecticut)-London, Greenword Press, 1982, p. 171; e G. Fabre, Giù la maschera - Come
erano gli intellettuali del disincanto, in «Panorama», xxxi, 141, 28 novembre 1993, p. 143. Su Gherardo
Casini, cfr. Ph. V. Cannistraro, Historical Dictionary of Fascist Italy, cit., pp. 108-109. Nei confronti
di Moravia, Dinale era stato esplicitamente «maldisposto», mentre Casini ebbe un atteggiamento al-
meno in apparenza più cordiale, sia per la sua provenienza dal gruppo di Bottai e di «Critica fascista»,
sia per la relativa consuetudine con lo scrittore negli otto anni in cui fu Direttore della Stampa Italiana
presso il Ministero della Stampa e della Propaganda (poi Ministero della Cultura Popolare). Dal 1938
fu membro della Commissione per la bonifica libraria; nel dopoguerra fondò nel 1949 la casa editrice
che porta il suo nome e che operò fino agli anni Settanta.
37 Ricordi di censura, cit., p. 102.
38 La formazione di un vero e proprio ufficio di censura, organizzato con una quarantina di lettori,
e la definizione del sistema della censura fascista, che favoriva e incoraggiava l’autocensura preventiva
degli editori, nel timore di bocciature censorie di libri pubblicati con evidenti danni economici, si de-
vono, almeno dal punto di vista operativo, alla direzione di Gherardo Casini (cfr. N. Tranfaglia – V.
Albertina, Storia degli editori italiani. Dall’Unità agli anni Sessanta, Bari, Laterza, 2007, p. 232).
39 La proibizione del nuovo romanzo di Alberto Moravia, in «Giustizia e Libertà», 4 gennaio 1935.
Cfr. la Bibliografia di Carlo Rosselli (1934-1937) in C. Rosselli, Scritti dell’esilio, ii, Dallo scioglimento
della Concentrazione antifascista alla guerra di Spagna (1934-1937), a cura di C. Casucci, Torino, Ei-
naudi, 1992, p. 589; nel numero del 26 luglio 1935, in una nota della rubrica Stampa amica e nemica
da lui tenuta regolarmente, Rosselli scrisse: «Dopo il primo rifiuto, finalmente il nuovo romanzo di
Moravia Le ambizioni sbagliate è stato autorizzato. Il romanzo ha però subito vari tagli» (ivi). Cfr.
anche G. Fabre, L’elenco, cit., p. 34.
205
Simone Casini

cettato dalla polizia politica e trasmesso agli Interni, a mettere in allarme


gli organi di governo. Come documenta Fabre, ne fu informato Galeazzo
Ciano – allora ancora sottosegretario per la Stampa e Propaganda – e ne fu
informato lo stesso Mussolini che decise di sospendere la pubblicazione40.
È probabile che anche la censura giornalistica del direttore della «Gazzet-
ta del Popolo» fosse una conseguenza di questa situazione e della censura
libraria, vuoi per lo zelo di Amicucci, vuoi per indicazioni superiori. Nel
giro di pochi giorni, Moravia si trovò così impedito all’improvviso sia come
scrittore sia come giornalista41. C’è perciò ragione di ritenere che questa sia
stata un’esperienza fondamentale nel suo rapporto col fascismo. Fino a quel
momento, tutto sommato, aveva beneficiato di una certa libertà d’azione ed
espressione consentita dal successo e dalla complessità stessa di Gli indiffe-
renti, e aveva potuto frequentare tanto ambienti fascisti quanto antifascisti
(non solo e non tanto quelli del cugino, che peraltro incontrava nei suoi
viaggi a Parigi, l’ultimo dei quali pochi mesi prima, nel 1934). Quella volta
invece Moravia fu costretto dalla situazione e dalle pressioni a chiarire la
sua posizione. Tra le pressioni possiamo annoverare almeno quella di De
Marsanich, che forse in quell’occasione arrivò a minacciare il nipote42; e

40 «L’articolo, infatti, rischiò di far naufragare il libro. Il 12 gennaio 1935 la Polizia Politica co-
municò al sottosegretariato per la Stampa e la Propaganda (diretto da Galeazzo Ciano) quanto aveva
scritto il prefetto di Milano, ma soprattutto fece prendere nota dei nuovi “ordini di Sua Eccellenza
il capo del governo relativi… al divieto di pubblicazione del nuovo romanzo di Alberto Moravia dal
titolo Le Ambizioni Sbagliate”. L’articolo intercettato dalla Polizia Politica infatti era giunto sul tavolo
di Mussolini, che aveva dato indicazioni (negative) sul futuro del libro» (G. Fabre, L’elenco, cit., p.
35). Oltre ai rapporti con gli ambienti di «Giustizia e Libertà», non è da escludere che insospettissero
anche alcuni contatti quantomeno tentati da esponenti comunisti con lo scrittore nel novembre 1934
(cfr. C. Daniele, «Le ambizioni sbagliate» e il “caso Moravia” nella stampa comunista, cit., p. 153).
41 Poco tempo dopo, nel maggio 1935, la direzione generale della Pubblica Sicurezza chiese infor-
mazioni alla Direzione della Stampa Italiana sul «conto dei direttori e dei collaboratori della rassegna
mensile “Caratteri”; nella risposta, preparata l’anno dopo, il 21 luglio 1936, Gherardo Casini nega la
richiesta di Pannunzio di riprendere le pubblicazioni anche con questa motivazione: «I sigg. Alberto
Moravia, Mario Soldani e Paolo Milano erano ritenuti di dubbi sentimenti fascisti, anche perché in
rapporti non chiari con alcuni fuorusciti noti antifascisti» (ACS, MCP, II vers., B. 8, f. 36). Un’altra
nota, sempre del 20 gennaio XII, risponde a richieste di informazioni «in merito a quelle da me già
date inerenti al gruppo che fa parte al periodico letterario “Oggi” e più particolarmente ai letterati
Eurialo De Michelis e Pannunzio, ai loro rapporti con Moravia ecc. e al loro nascosto antifascismo.
[…] Che il Moravia non sia fascista non è un mistero per nessuno e quelli di “Oggi” lo hanno con loro
perché sanno che ha un vastissimo seguito di lettori». (ACS, MCP, II vers., B. 8, f. 36)
42 Interessante ciò che Moravia scrive nel 1946, in modo curiosamente mascherato, a proposito di
un episodio nel quale con molta probabilità possiamo riconoscere la crisi del 1935, se identifichiamo
la «rivista francese» che pubblicherebbe Salvemini in «Giustizia e Libertà» e l’annuncio della «pub-
blicazione di una mia novella» nell’annuncio della censura contro Le ambizioni sbagliate: «una rivista
di Parigi, antifascista come tutta la stampa francese di allora, annunziò la pubblicazione di una mia
novella. Caso volle che nella stessa pagina si annunziasse un articolo di Nitti o Salvemini, non ricordo
bene. Subito il giorno dopo fui attaccato, per evidente ordine superiore, da Interlandi nel “Tevere”.
Amicucci, direttore della Gazzetta del Popolo alla quale collaboravo, incontrato alla Camera un mio
strettissimo parente gerarca, gli disse una frase di questo genere: “Belle cose che fa il tuo parente”. Il
gerarca mio parente, brav’uomo ma fascista fanatico e ambizioso, non volle saperne di più. Lì per lì
206
Moravia e il fascismo. A proposito di alcune lettere a Mussolini e a Ciano

quella di Arnoldo Mondadori, che, come vedremo, gli chiese di scrivere


personalmente a Ciano.
L’episodio del 1935 sembra in qualche modo decisivo. Fino a quel momen-
to Moravia aveva potuto illudersi che la letteratura lo rendesse immune da
compromissioni politiche. Poteva passare per antifascista e al tempo stesso
frequentare ambienti fascisti, ed era seguito con un misto di interesse e di
riserve tanto dagli uni quanto dagli altri. Ma alla vigilia del suo secondo
romanzo Moravia è costretto a prendere posizione. A costringerlo è la situa-
zione stessa. Se Carlo Rosselli col suo articolo aveva inteso sondare, coinvol-
gere e compromettere il cugino famoso – come è probabile e come già aveva
tentato di fare in passato43 – il risultato fu l’opposto e l’episodio del 1935
sembra segnare una cesura anche nel loro rapporto. Moravia non tornò più
in Francia prima del 1948. Viceversa, le tre lettere che Moravia scrisse infatti
in quei mesi del ’35 (il 26 marzo a Mussolini, nel giugno e ancora il 18 ago-
sto a Galeazzo Ciano) rappresentano il momento di maggior avvicinamento
dello scrittore al fascismo.
Se si fosse trattato soltanto di una questione professionale, la prima e più
impegnativa lettera a Mussolini sarebbe stato forse un gesto sproporzionato.
C’era evidentemente qualcosa di più grave a spingere Moravia a quel gesto,
ovvero l’articolo di «Giustizia e Libertà» che, sebbene mai citato o alluso
nella lettera, aveva inteso accreditare o coinvolgere il giovane scrittore nelle
file dell’antifascismo, cosa che, come abbiamo visto, Mussolini era incline
a credere. Si intende allora il significato della lettera, con la quale Moravia
protesta la propria estraneità alle provocazioni del giornale antifascista. Si
spiegano, insomma, espressioni come «il bisogno di chiarire la mia posizione
di fronte al Regime» e le non richieste giustificazioni per il fatto di non essere
iscritto al partito: «a causa di una grave infermità che mi fece stare a letto
cinque anni astraendomi nonché dalla vita sociale e politica dalla vita addi-

mi scrisse una lettera in cui mi avvertiva che se io mi fossi messo contro il regime (in realtà, fin allora
almeno, era il regime che si era messo contro di me) egli sarebbe stato costretto a rompere ogni legame
con me e a ripudiare ogni vincolo di sangue. Per placare questa tempesta dovetti telegrafare a Parigi
per ritirare la novella» (Ricordi di censura, cit., pp. 99-100).
43 Vale la pena a questo proposito ricordare l’episodio, collocabile tra il 1930 e il 1935, in cui a
Parigi Carlo chiese ad Alberto di portare e imbucare a Roma una lettera «ad un certo Meloni» (Vita
di Moravia, cit., p. 49) e alla domanda dello scrittore se fosse pericoloso Carlo ridendo rispose: «A noi
farebbe comodo che uno scrittore noto come te andasse in galera» (Il bambino Alberto, cit., p. 41) o
«Sì, è pericoloso, ma magari ti arrestano. Così, con uno scrittore celebre arrestato dai fascisti, facciamo
la propaganda» (Vita di Moravia, cit., p. 49). Moravia utilizzò alla frontiera con la polizia italiana lo
stratagemma di Poe in La lettera rubata, lasciando cioè la lettera in bella vista: «Accettai di portare la
lettera e applicai il metodo della lettera rubata di Poe, cioè misi la lettera in bella evidenza, per metà
fuori dalla tasca dell’impermeabile appeso nel vagone da letto. La polizia venne, guardò dappertutto
ma non si accorse della lettera. Poe aveva ragione» (Il bambino Alberto, cit., p. 41). Giunto «a Roma
imbucai la lettera e, qualche giorno dopo, esplose una bomba nel guardaroba del Vaticano, distrug-
gendo vari cappelli dei cardinali. Mi sono sempre domandato se tra questa bomba e il signor Meloni
ci fosse un nesso» (Vita di Moravia, cit., p. 49).
207
Simone Casini

rittura, fino a tempi assai recenti io non ero mai stato interessato o coinvolto
nei movimenti politici del mio paese – così che la riapertura delle iscrizioni
mi prese alla sprovvista, e sembrandomi di mescolare troppi interessi a un
atto come questo di sola fede, non ne feci nulla – fu dunque una questione
di sentimento e non politica». Moravia si affretta insomma a cancellare ogni
sospetto di antifascismo dal proprio conto e più in generale nega una valenza
politica al suo atteggiamento e alla sua opera.
È probabile però che quest’ultimo argomento non suonasse affatto gradito
a Mussolini, che, come abbiamo visto, in un’ottica totalitaria temeva appun-
to questo atteggiamento impolitico, questo «antifascismo che non parla»
degli «indifferenti». Ma nella lettera di Moravia, dopo la giustificazione non
poteva mancare una confessione di fede, compresa quella nel capo: «Tengo
dunque a dichiarare che ammiro l’opera del Regime in tutti i vari campi in
cui si è esplicata e in particolare in quello che come artista a me più interessa,
cioè in quello delle lettere e della cultura – Debbo inoltre soggiungere che la
personalità intellettuale e morale della Eccellenza Vostra, mi ha sempre sin-
golarmente colpito come esemplare e straordinaria per la molteplicità delle
attitudini e la forza della ispirazione». Come commentare simili afferma-
zioni? Convinzione, coercizione? Certo fu coatta almeno l’occasione. Non
abbiamo notizia di un’eventuale o indiretta risposta alla lettera, che in ogni
caso non ottenne il risultato sperato. Per circa un anno e mezzo a Moravia
non fu consentito di riprendere la collaborazione alla «Gazzetta». D’altra
parte egli non si iscrisse al partito44.
Può colpire, in questa prima lettera a Mussolini, il fatto che Moravia non
faccia menzione del romanzo, che pure in quel momento era incagliato nelle
secche della censura. Ma da questo lato egli poteva contare sulla sollecita
e interessata attenzione di Arnoldo Mondadori, al quale, personalmente o
tramite il legale romano Mario Pelosini, spettava in primo luogo seguire la
vicenda45. Tuttavia, ai primi di giugno, fu l’editore stesso a indurre Moravia
a scrivere personalmente a Ciano, ormai ministro in pectore e astro nascente

44 Presso il Fondo Alberto Moravia è conservata però la «tessera d’iscrizione di Alberto Moravia
al Sindacato interprovinciale fascista Autori e Scrittori. Roma, XV anno dell’era fascista [novem-
bre 1936-ottobre 1937]», esposta nella sezione Documenti nella Mostra «Moravia e Roma» presso il
Museo di Roma in Trastevere, 28 novembre 2003 – 22 febbraio 2004, cfr. Moravia e Roma, numero
speciale di «Quaderni» del Fondo Alberto Moravia, novembre 2003, p. 189.
45 «Per me o ci sono state complicazioni di cui non si è creduto di farmi partecipe oppure si è
andati eccezionalmente per le lunghe», scrive Moravia il 27 febbraio 1935 ad Arnoldo Mondadori,
e di nuovo il 2 marzo: «Non capisco veramente il motivo di questo inesplicabile indugio» (citazioni
tratte da F. Serra, Note ai testi, cit., p. 1684). Moravia peraltro ricorda di essere andato di persona
dal «censore» almeno una volta, probabilmente alla prefettura di Milano («era un viceprefetto che si
chiamava Stroppolatini») e ne ricorda il dialogo e in particolare una battuta («‘si dice che voi siate un
po’ ‘bigetto’ e voleva dire non proprio fascista, cioè non del tutto nero», Vita di Moravia, cit., p. 71). Si
rimanda ai citati lavori di Francesca Serra, Giorgio Fabre e George Talbot per l’analisi della vicenda
editoriale di Le ambizioni sbagliate.
208
Moravia e il fascismo. A proposito di alcune lettere a Mussolini e a Ciano

della politica e in particolare della politica culturale del regime46. Secondo la


ricostruzione di Fabre, in giugno Mussolini e Ciano avevano già da tempo
deciso di consentire la pubblicazione di Le ambizioni sbagliate, giudicando che
una censura avrebbe avuto «spiacevoli contraccolpi internazionali», ma Mon-
dadori e Moravia non ne erano al corrente; la lettera a Ciano sarebbe dunque
«pleonastica, ma dovette essere ben accetta come segno di deferenza»47.
I rapporti tra Moravia e Ciano, sui quali torneremo, meritano particolare
attenzione. È probabile che lo scrittore abbia conosciuto il genero di Mus-
solini proprio in quella contingenza e in quanto ministro della Stampa e
della Propaganda48. Accompagnato o indirizzato da Pelosini, Moravia infatti
avvicinò e cercò di interessare al proprio romanzo vari uffici e funzionari
ministeriali, tra cui lo zio De Marsanich. Pur sollecitata dall’editore, la
lunga lettera a Ciano si presenta come una riflessione sulla propria narrativa,
addirittura «una specie di prefazione all’opera», «per spiegare i motivi che
lo indussero a scrivere questo romanzo». Moravia intende così rimuovere i
dubbi su possibili implicazioni politiche del romanzo, mentre non affronta
nei particolari le circostanze che ne ostacolavano la pubblicazione, delle
quali forse non era del tutto al corrente. Ma come osserva Talbot, la sua
principale preoccupazione è quella di pubblicare il romanzo49. A questo

46 Scrive Mario Pelosini ad Arnoldo Mondadori il 7 giugno 1935: «A Roma mi sono anche atti-
vamente occupato del libro di Moravia. Ho avuto un colloquio con Dinale che mi è sembrato mal
disposto: ma poi ha aderito alla mia preghiera di leggere anche lui, personalmente, il libro. […] mi
sono messo in contatto con l’autore. L’ho ridotto a scrivere l’unita lettera a Galeazzo Ciano; e, avendo
saputo che è nipote del sottosegretario De Marsanich, mi sono fatto accompagnare anche da lui, che
però si è mantenuto molto riservato (ha paura di compromettersi)» (Fondo Arnoldo Mondadori, cit.,
n. 26). Come spiega Giorgio Fabre, che per primo ha pubblicato la lettera a Ciano nel 1993, Neos
Dinale era «all’epoca direttore per la stampa italiana, alle dipendenze del sottosegretario alla Stampa
e propaganda, Galeazzo Ciano. […] La lettera che si trova all’archivio Mondadori, stesa con la mac-
china da scrivere di Moravia (e con firma e correzioni autografe) è probabilmente una minuta, poi tra-
scritta (come era uso) per il sottosegretariato» (G. Fabre, Giù la maschera - Come erano gli intellettuali
del disincanto, cit., p. 143).
47 Id., L’elenco, cit., p. 35.
48 Nell’intervista a Elkann Moravia afferma di aver conosciuto Ciano «quando era ministro del
Minculpop» (Vita di Moravia, cit., p. 86), anche se dobbiamo intendere “ministro della Stampa e
Propaganda” (divenne Ministero della Cultura Popolare solo nel 1937, anno in cui Ciano passò al
Ministero degli Esteri), quindi fra il giugno 1935 e il 1937. «Era stato ministro del Minculpop, lo
conoscevo, lo vedevo ai cocktail della contessa Pecci Blunt» (ivi, p. 122). Un’indagine sui salotti e
sugli ambienti frequentati da Moravia negli anni Venti e Trenta, tanto quelli vicini al regime quanto
quelli più o meno avversi, esula dai confini di questo saggio. È noto che entrambi, almeno in anni
successivi, frequentarono il salotto Pecci Blunt, almeno fino alle leggi razziali, ma non risulta che vi
si siano incontrati, né tantomeno si incontrarono in un salotto, pur vicino al regime ma avverso ai
Ciano, come quello di Margherita Sarfatti, dove Moravia, «benché in seguito lo negasse, tornò altre
volte», cfr. Ph. V. Cannistraro – B. R. Sullivan, Margherita Sarfatti. L’altra donna del duce, Mi-
lano, Mondadori, 1993, pp. 376, 700n. Più diffusamente, sui salotti romani, cfr. R. Paris, Moravia.
Un vita controvoglia, cit.
49 Scrive in proposito Talbot: «it is quite impossible to see Moravia an ensign for the regime. His
words to Ciano read far more like the behaviour of a subtle ironist who wants to have his novel pub-
lished» (G. Talbot, Alberto Moravia and Italian Fascism, cit., p. 138).
209
Simone Casini

scopo, Moravia sottolinea con forza, ma anche con dignità e senza cortigia-
neria, le ragioni letterarie che lo hanno mosso e l’intrinseca difficoltà della
costruzione romanzesca. In questo lavoro – conclude – «sono convinto di
aver fatto opera che non sia estranea né esorbiti dal clima e dai quadri della
Rivoluzione Fascista». Non dunque un’opera organica all’ideologia, ma nep-
pure «estranea» o antifascista. L’unico punto che a suo giudizio può generare
la diffidenza del censore è una «visione della vita la quale è eminentemente
tragica», ma «avere il senso drammatico non fu mai un difetto, bensì un pre-
gio. E volle sempre dire vedere la realtà nelle sue forme più essenziali, senza
soprastrutture sentimentali e psicologiche, in quei rari momenti nei quali le
forze avverse che la compongono vengono a conflitto e cozzando l’un contro
l’altra si illuminano a vicenda».
Anche in questo caso non si conoscono risposte ma, come si è detto, i
vertici del regime avevano già stabilito in precedenza di consentire la pubbli-
cazione di Le ambizioni sbagliate, seppure col divieto ai giornali di parlarne.
Può darsi che questa disposizione liberatoria, magari attribuita da Moravia
alla propria lettera o accompagnata da una risposta perduta, abbia in qualche
modo impegnato o conquistato lo scrittore. Fatto sta che solo due mesi dopo
egli scrive di nuovo a Ciano in occasione della mobilitazione per la guerra
di Etiopia. Com’è noto, il neo-ministro partì per l’impresa africana e il suo
ministero svolse per la prima volta e con successo una campagna propagan-
distica in appoggio alla spedizione. Dalla fine dell’agosto 1935 – ha scritto
Paolo Murialdi – il ministero della Stampa e Propaganda è praticamente
diretto da Dino Alfieri, nominato sottosegretario subito dopo l’annuncio,
pubblicato da tutti i quotidiani del 18 in prima pagina, che Galeazzo Ciano
sarebbe partito volontario col grado di capitano d’aviazione50. E proprio al
18 agosto 1935 risale la seconda lettera di Moravia a Ciano.
Questa seconda lettera a Ciano è la più compromettente che Moravia
abbia scritto. Egli si «congratula» col ministro per «l’esempio» che dà «a
tutti gli scrittori e a tutta la gioventù italiana» e che ha indotto anche lo
scrittore «a partecipare in qualche modo all’impresa africana»: «Vengo dun-
que a domandarLe di poter passare qualche mese sull’altopiano Eritreo allo
scopo di comporre un libro sulla guerra degli Italiani in Africa […] un libro
organico, il quale potesse rimanere documento e testimonianza dell’eroismo
della gioventù fascista in guerra. Non potrebbe Ella, Eccellenza, aiutarmi a
realizzare questo mio desiderio?».
La richiesta si inserisce in una vasta mobilitazione di giornalisti e scritto-
ri51, ma è comunque sorprendente per Moravia (che ricorderà poi sempre in

50 Cfr. P. Murialdi, La stampa del regime fascista, cit., p. 138.


51 «La partecipazione dei giornalisti alla conquista dell’Etiopia è notevole. Già nel corso dell’estate,
i maggiori quotidiani vengono sollecitati dal ministero della Stampa e della Propaganda a far partire a
210
Moravia e il fascismo. A proposito di alcune lettere a Mussolini e a Ciano

termini negativi la guerra di Etiopia)52. Infatti è l’unica volta in cui Moravia


si mostra disponibile a partecipare attivamente a un’iniziativa del regime, e
in qualche modo – nei termini della sua problematica letteraria – ad agire:
l’intellettuale ha deciso finalmente di misurarsi sul piano dell’azione. Certo
avranno pesato per lo scrittore, oltre al clima emotivo di quei giorni, le due
lettere a Mussolini e a Ciano che egli aveva appena scritto e che complessi-
vamente – dopo mesi di pressioni, intimidazioni, dubbi e incertezze – rap-
presentavano un chiarimento della propria posizione e una sorta di impegno,
tanto più dopo la felice conclusione della vertenza su Le ambizioni sbagliate.
Solo per ipotesi, si può supporre anche un consiglio in tal senso di Malaparte,
col quale Moravia stava trascorrendo la vacanza estiva a Forte dei Marmi e
che almeno in un’occasione successiva, come vedremo, consigliò lo scrittore
sull’opportunità di scrivere a Mussolini. Non vi è dubbio, comunque, che la
lettera del 18 agosto 1935 segni un momento eccezionale in cui lo scrittore
si mostrò disponibile a partecipare a un’iniziativa del regime e più in parti-
colare a legarsi alla linea che Ciano rappresentava in quel momento, ovvero
la mobilitazione di scrittori e intellettuali per fini di propaganda e la valoriz-
zazione di settori nuovi, più giovani e dinamici, della società colta. Peraltro è
difficile, come sempre di fronte a questi documenti, stabilire il peso effettivo
di simili affermazioni.
In ogni caso la richiesta di Moravia non fu accolta. Nella cartella dell’Ar-
chivio di Stato di Roma, alla lettera fa seguito la copia non firmata della
lettera di risposta, datata 24 agosto, del Direttore Generale per il Servizio
della Stampa Italiana, Gherardo Casini:
Egregio Sig. Moravia, In relazione alla lettera da Lei inviata il 18 corrente a S.
E. il Ministro, spiace doverLe comunicare che non è dato, almeno per il momento,
di assecondare la Sua richiesta.
Augurandomi che mi sia consentito in altra occasione di darLe migliore
risposta, Le porgo distinti saluti53.

turno per l’Africa Orientale il maggior numero possibile di inviati. Stando all’elenco compilato dopo
il conflitto dal Sindacato dei giornalisti, gli inviati speciali risultano trentasei (otto della “Stampa”, sei
del “Corriere della Sera” e altrettanti della “Gazzetta del Popolo”, uno della “Gazzetta dello Sport”).
Ma in realtà sono stati molti di più […] vanno aggiunti i giornalisti volontari o mobilitati […] e so-
prattutto i giornalisti dell’agenzia Stefani […]. I giornalisti arruolati nei diversi reparti risultano 164,
di cui 120 volontari. Tra questi ultimi ci sono due direttori di spicco, Aldo Borelli del “Corriere” e
Francesco Malgeri del “Messaggero”» (Id., La stampa del regime fascista, cit., p. 137).
52 Cfr. Moravia, a cura di E. Siciliano, cit., p. 46; e Vita di Moravia, cit., p. 73. Si ricordi che nello
stesso periodo, dal 21 al 25 giugno 1935, si era tenuto a Parigi il “Congresso internazionale degli
scrittori per la difesa della cultura” che rientrava nelle iniziative contro la guerra etiopica; secondo la
testimonianza di Donini, Moravia, che era stato invitato, con «una cortese lettera di apprezzamento
aveva giustificato un inevitabile rifiuto» (citato in C. Daniele, «Le ambizioni sbagliate» e “ il caso Mo-
ravia” nella stampa comunista, cit., p. 153).
53 Copia non firmata della lettera, su carta intestata «Ministero per la Stampa e la Propaganda – Il
Direttore Generale per il Servizio della Stampa Italiana», in data Roma, 24 agosto XIII, ACS, MCP, II
211
Simone Casini

Questa risposta negativa da parte del regime è forse il segno della perdu-
rante diffidenza verso uno scrittore poco controllabile, tanto più in un’im-
presa come quella etiopica in cui l’orchestrazione e il controllo delle notizie
rivestì sin dall’inizio un ruolo decisivo: non era il caso di portare in Etiopia
uno scrittore che aveva «il pericoloso privilegio di aver conservato gli occhi»
–  per riprendere l’espressione di Rosselli. Ma per Moravia fu un segno del
destino e, potremmo aggiungere, una benedizione. Al mancato ingaggio
nell’impresa etiopica subentrò infatti pochi mesi dopo, nell’inverno ’35-’36,
il fondamentale viaggio compiuto negli Stati Uniti e nel Messico54. Africa o
America, allo scrittore sembra ormai necessario evadere non solo dall’Italia
ma anche dall’Europa, ora che pure l’evasione nella Francia dei Rosselli è
per lui impossibile o minata. Vari documenti di quei mesi testimoniano uno
stato d’animo di profonda depressione. Il 12 novembre 1935, facendo seguito
a un precedente invito, Moravia scrive a Giuseppe Prezzolini alla Casa Italia-
na alla Columbia University di New York: «Caro Prezzolini, Lei si ricorderà
forse che l’ultima volta che ci si vide a Roma io Le parlai di un mio progetto
di viaggio negli Stati Uniti. Ora ho ripreso questo progetto e avrei intenzione
di partire d’Italia il più presto possibile»55. Va sottolineato come il viaggio
in America, da cui Moravia ricavò articoli di notevole interesse, rappresentò
un passo importante nella maturazione dello scrittore, ormai costretto a fare
i conti con la politica, con la società e con le ideologie. Lo testimoniano,
più degli articoli, alcune lunghe meditazioni sociologiche nelle lettere poi
inviate a Prezzolini: «io prima di venire in America non avevo mai annesso
molta importanza a termini quali capitalismo proletariato e simili – le qua-
lità umane mi parevano più importanti né mi pareva che queste divisioni
veramente esistessero nella realtà – ma debbo dire che in America una termi-
nologia convenzionale e noiosa come quella marxista non mi pare poi tanto
contraria dalla realtà»56. Possiamo dire che dopo la crisi del 1935 Moravia

vers., B. 8, f. 36. Il testo è stato pubblicato da Nello Ajello su «Repubblica», 28 novembre 2007.
54 «In effetti quell’inverno a New York costituisce una specie di cesura nella mia vita. […] Per ca-
pire quanto provavo bisogna capire l’orrore che poteva provocarmi la guerra d’Etiopia. Era il 1935. In
più Le ambizioni sbagliate era caduto come un sasso nel vuoto dopo sei anni di lavoro. Ho passato tra
gli Stati Uniti e il Messico poco più di un anno, il tempo della durata della guerra» (Moravia, a cura di
Enzo Siciliano, cit., p. 46; il soggiorno in realtà durò circa quattro mesi). «Per giunta Mussolini invase
l’Etiopia e tutta l’Italia fu presa dalla febbre di un colonialismo provinciale e in ritardo. Allora, dispe-
rato, partii sul ‘Rex’ per gli Stati Uniti, dove ero stato invitato da Giuseppe Prezzolini che dirigeva la
Casa Italiana alla Columbia University. Mi imbarcai sotto le sanzioni decretate contro l’Italia dalla
Società delle Nazioni. Viaggiavo in classe turistica» (Vita di Moravia, cit., p. 73).
55 A. Moravia – G. Prezzolini, Lettere, Milano, Rusconi, 1982, p. 9.
56 Da una lettera scritta a bordo della nave del marzo 1936, in A. Moravia - G. Prezzolini, Lette-
re, cit., p. 22; Moravia parla con entusiasmo del romanzo di Sholokhov che sta leggendo, «il solo libro
della Russia bolscevica che fin’adesso mi sia sembrato bello». Al 1935, secondo alcune testimonianze,
risalirebbe anche la lettura di Il capitale di Marx da parte di Moravia (cfr. E. Siciliano, Alberto Mo-
ravia. Vita parole e idee di un romanziere, cit., p. 54).
212
Moravia e il fascismo. A proposito di alcune lettere a Mussolini e a Ciano

non può più illudersi sulla libertà e sull’autonomia della letteratura. Anche la
letteratura deve fare i conti con la politica, il potere e l’ideologia.
Tornato in Italia, dopo alcuni mesi Moravia scrive nuovamente a Mus-
solini, il 9 luglio 1936, per ottenere il permesso di riprendere, a più di un
anno dall’interruzione, la sua attività giornalistica con la «Gazzetta del
Popolo». Stavolta l’esito è positivo e il 15 luglio 1936 dalla Direzione della
Stampa Italiana del Ministero giunge il nulla osta: «Caro Amicucci, ti prego
di voler prendere nota che nulla osta a che Alberto Moravia sia riammesso
a collaborare alla ‘Gazzetta del Popolo’»57. Ne derivano anzitutto, come si è
accennato, gli articoli sul viaggio in America, che escono tra il 16 luglio e
il 3 dicembre 1936 (quattro sul Messico e quattro sugli Stati Uniti)58. Nel
1937 segue il viaggio in Cina, compiuto tra febbraio e maggio, per il quale
Moravia ottiene un cospicuo finanziamento dal Ministero, come testimonia
una nota d’archivio59, e sul quale scrive ben ventisette articoli sulla «Gazzet-
ta», pubblicati nel corso di un anno.
I funzionari del Ministero continuano però a sorvegliare con occhio male-
volo lo scrittore. Basta un suo giudizio su Roma come prigione, comparso in
Francia sulla «Nouvelles littéraires», per costringerlo a un lungo e umiliante
chiarimento nel giugno del 1937, proprio quando i suoi cugini Rosselli veni-
vano barbaramente uccisi60.

57 Lettera dattiloscritta non firmata (ACS, MCP, II vers., B. 8, f. 36).


58 Cfr. Viaggi, cit., pp. 118-142 e 183-208; Moravia aveva già scritto dei due paesi americani visitati
su «L’Italiano» nei numeri di marzo-aprile e di maggio-giugno 1936.
59 Il 2 febbraio 1937, quindi alla vigilia della partenza (si imbarcherà infatti il 12), Moravia avanza
una «Richiesta di Udienza» per parlare con Gherardo Casini: sul modulo apposito del Ministero,
sotto la voce «Professione» Moravia si dichiara «della Gazzetta del Popolo», e alla voce «Oggetto della
visita» specifica «motivi giornalistici»; sul foglio in alto si legge un’annotazione manoscritta: «Ha già
ottenuto 500 dollari una prima volta e 4000 lire successivamente. Sarà difficile che si possa conceder-
gli gli altri 500 dollari».
60 In un «Appunto per S.E. il Ministro» del 24 giugno 1937, firmato da «Il Direttore Generale»
del Servizio della Stampa Italiana, si legge: «Lo scrittore Alberto Moravia ha chiarito in una lettera
indirizzata al sottoscritto le affermazioni attribuitegli in una pretesa intervista delle “Nouvelles Lit-
téraires”. Poiché tali affermazioni e in modo particolare un giudizio sulla città di Roma hanno susci-
tato commenti e polemiche ritengo opportuno portare a conoscenza dell’E. V. i chiarimenti forniti da
Moravia. Questi nega di avere accordato l’intervista la quale ad insaputa dell’interessato che si trovava
in quel momento in Cina sarebbe stata fabbricata dalla scrittrice che l’ha firmata sulla base di ricordi
di cinque anni fa. Il Moravia esclude assolutamente di aver espresso anche allora il giudizio incrimi-
nato. A conferma delle sue asserzioni cita una lettera della scrittrice, la quale si scusa di aver scritto
l’articolo su elementi vaghi e imprecisi. Ad ogni modo la scrittrice francese, a detta dell’interessato,
sarebbe ammiratrice dell’Italia e degli italiani e non avrebbe altra colpa che quella di una espressione
imprecisa e perciò interpretabile in diverse maniere». L’articolo incriminato, di notevole interesse
per conoscere il Moravia viaggiatore degli anni Trenta, era apparso il 20 febbraio 1937 e portava la
firma di Jeanine Delpech (J. Delpech, De Saint-Moritz à Rome avec Alberto Moravia, «Nouvelles
Littéraires», 20 fevrier 1937, p. 9). In quanto vi si parla di New York, il colloquio tra lo scrittore e la
Delpech non poteva essere anteriore al 1936, come Moravia vorrebbe far credere al Ministero. Ne
riportiamo il passo relativo a Roma: «C’est à Rome que je vis Moravia pour la dernière fois, dans un
petit restaurant frais et sombre qui semble ne pas avoir changé depuis Stendhal. Et comme j’éxprimais
le désir de pouvoir vivre longtemps dans cette ville éprise de son passé, accablé par sa gloire, Moravia
213
Simone Casini

Persecuzione antisemita

Il delitto Rosselli e l’inizio della campagna razzista aprono una nuova fase
nei rapporti tra il potere e lo scrittore. Se la dura alternativa del 1935 aveva
costretto o indotto Moravia a considerare per un momento la possibilità di
una collaborazione col regime, adesso appare con forza il rischio incomben-
te della discriminazione e della violenza, e nello scrittore una conseguente
strategia di autodifesa, di sopravvivenza, di resistenza. Moravia prese pro-
gressivamente coscienza del carattere illiberale e repressivo del fascismo
non tanto per un’attenzione critica di tipo politico, ma in quanto colpito
personalmente: prima il controllo e la censura della sua attività letteraria,
poi l’omicidio nel giugno del ’37 dei Rosselli, quindi le leggi razziali, infine
l’esperienza della guerra.
La collaborazione alla «Gazzetta» è rimessa in discussione nel luglio del
1938. Basta la data per comprendere la natura delle nuove imputazioni, non
più di tipo politico ma razziale. Ermanno Amicucci, ancora una volta ligio
e zelante, fu il primo fra i direttori di giornale a sospendere i dipendenti
ebrei e a chiudere le collaborazioni con scrittori e intellettuali ebrei prima
ancora che fossero emanate direttive dal governo. In qualità di Presidente
della Corporazione Carta e Stampa e membro della neonata «Commissione
per la bonifica libraria» che iniziò a riunirsi in quei giorni stilando un primo
elenco di autori ebrei (per «bonifica» si intendeva in sostanza quella dai libri
ebraici), Amicucci si sentiva personalmente impegnato nell’impostazione
della politica razzista in sede culturale61.
Che Moravia avesse origini ebraiche era noto e nella pubblicistica razzista
egli figurava da tempo come lo scrittore ebreo per antonomasia (manca anco-
ra però uno studio di questo aspetto). Tale figurava anche per i funzionari
del Ministero: nella documentazione dell’Archivio Centrale dello Stato di
Roma si conserva persino una sorta di capo d’imputazione, il ritaglio di un
racconto pubblicato da Moravia sul giornale torinese in data 14 luglio 1938,
Antico furore, poi confluito nella raccolta I sogni del pigro62, sul quale ven-
gono sottolineati alcuni passi e viene dattiloscritta in margine un’acre nota

m’interrompit avec colère: C’est une petite ville trop vieille maintenant! J’adore l’Italie, mais Rome est
ce qu’il y a de moins bien en Italie. Les gens y ont l’esprit plus étroit, plus mesquin qu’en province. Ils
n’osent pas bousculer de vieilles traditions qui ont perdu leur sens. Les grandes seigneurs d’autrefois
avaient le mépris de l’argent, les nobles d’aujourd’hui, heureusement appauvris, en ont le culte. Leurs
fêtes, leurs maisons, leurs amours dégagent un ennui mortel. J’étouffe ici. Mais le plus terrible c’est
que je ne peux pas vivre ailleurs. J’ai besoin de Rome pour mon oeuvre, j’y trouve mes personnages,
mon atmosphère. / Et il parlait de sa ville comme d’une maîtresse trop belle et insensible, qu’il aurait
trompée avec frénésie, avec rage, mais en sachant qu’elle seule pouvait le satisfaire et, qu’à travers le
monde, sur tant ce visages différents, c’était le sien qu’il poursuivait».
61 G. Fabre, L’elenco, cit., p. 129.
62 Cfr. ora in A. Moravia, Opere/1: Romanzi e racconti 1927-1940, cit., pp. 1348-1352.
214
Moravia e il fascismo. A proposito di alcune lettere a Mussolini e a Ciano

antisemita: «Oh ineffabile apologo! Altro che letteratura fascista (che roba!)
Evviva il giudaismo e gli scrittori ebrei, che, come il nostro Moravia, Vi (ado-
pero il voi) prendono in giro»63. Non sappiamo chi sia l’autore della nota e
chi i destinatari. Potrebbe essere il Direttore Generale per la Stampa Italiana,
Gherardo Casini che si rivolge ai direttori dei giornali; oppure qualcun altro
più in alto che si rivolge in generale ai membri della nascente Commissione
per la bonifica (tra cui Casini e Amicucci); ma il seguito della vicenda fa pen-
sare che l’autore sia Amicucci. Infatti, con un espresso del 18 luglio Casini gli
ordinava: «D’ordine, ti comunico che è necessario sospendere la collabora-
zione di Alberto Moravia»; e il direttore della «Gazzetta» senza indugio e con
soddisfazione risponde il 19: «ricevo la tua riservata del 18 luglio. Sta bene
quanto mi scrivi. Vorrai però darmi atto che io ti avevo precedentemente
sottoposto il quesito circa la collaborazione di Alberto Moravia». Il 20 luglio
Casini parla ai direttori dei giornali (vi era anche Amicucci) sul tema della
razza e sulla necessità di «eliminazione di tutti i residui ebraizzanti anche
delle terze pagine. Così per il decadentismo artistico, per il cerebralismo, per
il pacifismo. Contrapporre a queste forme mentali la tradizione italiana che
è sana ed eroica»64. La collaborazione di Moravia alla «Gazzetta del Popolo»,
per la seconda volta, non poteva che risultare «non gradita».
È questo è l’antefatto della terza lettera che Moravia scrive a Mussolini e
che porta la data del 28 luglio 1938. Stavolta lo scrittore non deve giustifi-
care la propria posizione politica, come nella prima lettera, ma la situazio-
ne “razziale” della sua famiglia. I termini sono crudi, come crude erano le
alternative imposte dal regime. Scrive Moravia: «Il provvedimento è dovuto
a motivi razziali. Io ebreo non sono, se si tiene conto della religione. Sono
cattolico fin dalla nascita e ho avuto da mia madre in famiglia educazione
cattolica. È vero che mio padre è israelita; ma mia madre è di sangue puro
e di religione cattolica, si chiama infatti Teresa De Marsanich ed è la sorella
del Vostro sottosegretario alle comunicazioni. Per queste ragioni, Duce, io vi
chiedo di non essere considerato ebreo, e di essere trattato, almeno dal punto
di vista professionale, come [non] ebreo». Si noti l’espressione «almeno dal
punto di vista professionale»: neppure un romanziere nel ’38 immaginava da
quali altri “punti di vista” sarebbero stati trattati gli ebrei pochi anni dopo.
Per il resto è inutile commentare una lettera come questa, che solo qualche
anno prima Moravia non avrebbe mai immaginato di dovere e poter scrivere.
Di fronte al volto ormai peggiore del regime lo scrittore è indotto a umiliarsi
e a utilizzare, per giustificarsi, il linguaggio razzista del regime. È ovvio che
non è il suo e che tanti come lui dovettero in quell’occasione giustificarsi in

63 ACS, MCP, II vers., B. 8, f. 36.


64 G. Fabre, L’elenco, cit., p. 93.
215
Simone Casini

modi simili. In quei mesi, probabilmente, la famiglia Pincherle avviò con


successo le pratiche per cambiare il cognome in Piccinini, che era quello
della nonna materna.65
Sembra che la lettera abbia avuto esito positivo e che per intervento di
Mussolini in persona Moravia abbia potuto riprendere anche stavolta la
sua collaborazione giornalistica, in cambio, forse, di un impegno a «non
dispiacerlo»66. Infatti il ministro Alfieri così informava Amicucci in una
comunicazione del 17 agosto 1938: «Ti comunico che, riesaminata la situa-
zione di Alberto Moravia, nulla osta da parte mia che tu ti avvalga della col-
laborazione di tale scrittore affidandogli incarichi all’estero»67. Si resta però
perplessi davanti alla clausola e al gerundio finale («affidandogli incarichi
all’estero»): è il nulla osta ministeriale a un desiderio dello scrittore, il parere
su una proposta di Amicucci, o invece una precisa disposizione per allon-
tanare Moravia dall’Italia? Per il momento, però, non risulta che Moravia
abbia ripreso a scrivere sulla «Gazzetta», e anche se i preparativi per la par-
tenza furono lenti, avviò le pratiche per un passaporto verso gli Stati Uniti.
Nel frattempo, nei palazzi ministeriali si discuteva proprio di lui. Come
già nei preliminari della riunione estiva del 20 luglio coi direttori dei giornali,
infatti, anche nella prima seduta della Commissione che doveva stabilire i cri-
teri per la «bonifica libraria» e che si tenne il 13 settembre 1938, si fece proprio
il nome di Moravia, insieme a quello di Marx, come questione esemplare sulle
scelte da compiere in ambito giornalistico e librario in base alla nuova politica
razzista68. Si può supporre che vi fossero pareri divergenti. In un appunto

65 Non siamo in grado di documentare il procedimento per la regolarizzazione della situazione


“razziale” della famiglia. Presso l’Archivio di Stato di Roma si conserva una lettera della Regia Que-
stura di Roma, in data 16 luglio 1940, indirizzata al Ministero dell’Interno, con oggetto: «Pincherle-
Moravia Adriana, Alberto, Elena e Gastone di Carlo – Accertamento raz<ziale>», in cui si legge: «De
Marsanich Teresa Gina di Enrico e di Piccinini Adelaide […] ha prodotto l’unita istanza diretta a
cotesto Ministero dell’Interno – Direzione Generale per la Demografia e la Razza, acché sia definita
la posizione razziale dei figli: […] Come fu riferito con lettera […] in data 15/7/39 i fratelli Pincherle-
Moravia furono rinvenuti iscritti alla locale comunità israelitica. La loro iscrizione però, come da
certificato rilasciato dalla comunità stessa, fu fatta solo allo scopo di conoscere lo stato di famiglia del
padre. Di fatto essi non hanno mai appartenuto alla comunità non avendone i requisiti peculiari. | Il
padre invece vi era regolarmente iscritto e compreso nei ruoli dei contribuenti per l’anno 1938» (cfr.
la riproduzione fotografica in Moravia e Roma, numero speciale dei «Quaderni» del Fondo Alberto
Moravia, p. 75). Di datazione incerta è una fototessera dello scrittore col nome autografo «Alberto
Piccinini Moravia», proprietà di Carlo Cecchi, riprodotta ivi, p. 82.
66 Che vi sia stato un intervento diretto di Mussolini risulta da una frase che Moravia scriverà
nella sua quarta e ultima lettera: «Da quando Voi, Duce, nel 1938 mi avete autorizzato a riprendere
la mia attività professionale, ho la coscienza di non aver scritto né pubblicato cosa alcuna che potesse
dispiacervi».
67 ACS, MCP, II vers., B. 8, f. 36.
68 Della Commissione facevano parte, tra gli altri, il ministro Dino Alfieri (succeduto a Ciano al
Ministero della Cultura Popolare), Gherardo Casini (in quanto direttore della sezione Stampa Italiana
dello stesso ministero), Ermanno Amicucci (in quanto direttore della Corporazione Carta e Stampa)
e Alessandro Pavolini (col quale Moravia ebbe a che fare dalla fine del ’39 quando prese il posto di
216
Moravia e il fascismo. A proposito di alcune lettere a Mussolini e a Ciano

promemoria Gherardo Casini annota: «Questa prima seduta […] è stata come
una presa di contatto dei Commissari fra loro […]. Si è trattato in generale
il tema del bisogno fortemente sentito e dei tentativi che sono stati fatti per
adeguare la letteratura e l’arte da una parte, la cultura del popolo e dei giovani
dall’altra alle aspirazioni della nuova anima italiana e alle necessità dell’etica
fascista. In tema di discussione pratica sulla Bonifica Libraria si è trattato, a
mo’ di esemplificazione, qualche caso particolare (Il Capitale di Marx, Gli
Indifferenti di Moravia) senza tuttavia deciderlo»69. Non sappiamo che cosa
successe nel palazzo nei mesi seguenti. Certo è strano che dopo tali premesse
la Commissione non abbia incluso nella “bonifica” l’opera di Moravia, anche
se il recente intervento di Mussolini a suo favore, la sua notorietà internazio-
nale, unitamente ai buoni uffici dello zio, possono essere ragioni sufficienti per
riguardi speciali nei suoi confronti, come già era accaduto nel 1935.
Intanto Moravia – secondo le disposizioni che Amicucci aveva ricevuto dalle
alte sfere – si preparava a partire come inviato speciale della «Gazzetta», come
già aveva fatto per la Cina. In un primo momento la meta sembra essere anco-
ra una volta gli Stati Uniti, ma infine egli partì per la Grecia nel febbraio del
193970. Il primo articolo che segna la ripresa della collaborazione comparve il 17
marzo 1939 (fino all’agosto saranno in tutto tredici articoli sulla Grecia).

Censura e autocensura

La Grecia, su cui dovremo tornare in seguito, fu comunque l’ultimo


viaggio che Moravia fece come inviato della «Gazzetta». Successivamente
la collaborazione continuò fino alla metà del 1940 con una quindicina di
racconti confluiti per lo più nel volume I sogni del pigro («moralità, ritratti,
brevi novelle, miti etc.»)71. Altri seguirono, più radi, fino al febbraio 1941,
quando, per la terza volta, Moravia venne sospeso dalla sua collaborazione
giornalistica. E anche stavolta prese la penna per scrivere a Mussolini.

Alfieri al “Minculpop”).
69 Citato da G. Fabre, L’elenco, cit., p. 133.
70 Cfr. la lettera di Alberto Moravia alla madre, 6 marzo 1939, in Lettere di viaggio, 1934-1939, con
una nota di D. Maraini, «Nuovi Argomenti», s. iii, 39, luglio-settembre 1991, p. 27. Noto qui un erro-
re nella Cronologia redatta dal sottoscritto e premessa all’edizione delle Opere nei «Classici» Bompiani
tuttora in corso, che colloca il viaggio in Grecia nel 1938 (nei prossimi volumi verrà fornita una ver-
sione corretta e aggiornata). Il progetto di un secondo viaggio negli Stati Uniti è documentato da un
fonogramma della fine del 1938, firmato dal «direttore generale De Cicco» e indirizzato alla Questura
di Roma e per conoscenza al Ministero della Cultura Popolare: «nulla osta estensione passaporto visita
temporanea Stati Uniti d’America sg. Pincherle Moravia Alberto oggetto fonogramma del 5 dicembre
scorso anno che recasi colà in qualità di giornalista per conto della Gazzetta del Popolo».
71 Lettera del 5 dicembre 1939 a Valentino Bompiani, pubblicata nelle note ai testi di F. Serra, in
Opere/1, cit., p. 1709.
217
Simone Casini

Non sappiamo con precisione quale fatto nuovo sia intervenuto. Certo, lo
scrittore continuava ad essere nel mirino della censura per i suoi libri, non
per i suoi articoli. Al ritorno dalla Grecia, nel giugno ’39, era venuto a sapere
che Le ambizioni sbagliate e L’ imbroglio erano state incluse nella lista della
bonifica libraria (non vennero invece colpiti Gli indifferenti)72. In quell’oc-
casione Moravia aveva avuto un colloquio con Gherardo Casini il quale
lo aveva invitato a scrivere una lettera al Ministero per ottenere almeno la
vendita fino ad esaurimento delle scorte, cosa che lo scrittore pensò di dele-
gare ai suoi due editori, Arnoldo Mondadori («penso che sia opportuno che
questa lettera sia scritta da voi») e Valentino Bompiani («mi sono stancato di
brigare; perciò ho pensato che potreste occuparvene Voi; scrivendo voi stesso
la lettera a Casini»)73. Come ricostruisce Francesca Serra, il trattamento fu
diverso: mentre fu permessa a Mondadori la vendita di Le ambizioni sbagliate,
non lo fu a Bompiani quella di L’ imbroglio. L’editore aveva scritto la lettera il
13 giugno 1939 secondo le indicazioni avute, ma il 21 luglio Casini respinse
la domanda, «recedendo da quella soluzione che lui stesso aveva prospettato
a Moravia. E nessuna revoca sarà ottenuta neppure in seguito», prosegue
la Serra, «quando altri passi verranno tentati al Ministero per sbloccare
L’ imbroglio»74.
Uno di questi passi fu tentato appunto agli inizi del 1941, contestualmente
alla richiesta di nullaosta per il terzo romanzo dello scrittore, La mascherata.
La risposta delle autorità appare profondamente contraddittoria e inspiegabi-
le. Sebbene nel 1940 Bompiani avesse pubblicato un altro libro di racconti di
Moravia, I sogni del pigro, senza incontrare troppe difficoltà nella censura75,
per L’ imbroglio non ci fu niente da fare e il 26 febbraio 1941 il Ministero
comunicava a Bompiani che non intendeva revocare il provvedimento per
«considerazioni inerenti alla natura stessa del libro»76. Ancora più «bizzarro»,
secondo il giudizio di Talbot, il comportamento dei censori rispetto a La
mascherata, che nonostante la patina sudamericana aveva chiari riferimenti
alla realtà e alla dittatura italiana e che pure fu pubblicato77. Come aveva

72 Cfr. G. Fabre, L’elenco, cit., p. 222.


73 La lettera a Mondadori, del giugno 1939, si conserva presso il Fondo Arnoldo e Alberto Mon-
dadori di Milano. La lettera di Moravia a Valentino Bompiani, del giugno 1939, è presso l’Archivio
della casa editrice Bompiani. Entrambe sono pubblicate da Francesca Serra, in Opere/1, cit., pp. 1688
e 1701.
74 F. Serra, Note ai testi, cit., p. 1702.
75 Cfr. ivi, p. 1712.
76 Così riferisce lo scrittore il giudizio della censura nella lettera del 3 marzo 1941 a Bompiani (cfr.
ivi, p. 1702).
77 «The publication of this novel, a parody of a South American dictatorship very obviously based
on the real Italian model, must be one of the most bizarre decisions made by the State bureaucracy of
censorship in the Fascist period, and it suggest that things were running out of control» (G. Talbot,
Alberto Moravia and Italian Fascism, cit., p. 139).
218
Moravia e il fascismo. A proposito di alcune lettere a Mussolini e a Ciano

annunciato nella lettera del 3 marzo a Bompiani, il 18 Moravia ne consegnò


personalmente le bozze al Ministero e già il 23 ebbe assicurazioni sulla sua
pubblicazione, che avvenne in maggio; ma in aprile giunse il divieto di pub-
blicità e in luglio anche quello di ristampa78. Può darsi che nella decisione
di consentire l’uscita di La mascherata sia intervenuto personalmente Mus-
solini79, così come sembra che più tardi, per consentirne la liberatoria dopo
un provvedimento di sequestro, lo scrittore abbia interessato Ciano, allora
ministro degli esteri, con poco successo80. Il comportamento molto contrad-
dittorio ed equivoco della censura sembra manifestare un contrasto tra una
linea intransigente nella bonifica libraria antisemita e nell’ostilità a Moravia,
impersonata da Pavolini (succeduto ad Alfieri come ministro della Cultura
Popolare), e una linea largamente discrezionale che la Commissione, e lo
stesso Mussolini, avevano fino ad allora praticato. Ma per il nostro discorso
interessa notare che fu appunto in questo contesto ‘librario’ che la censura
colpì Moravia anche sul piano giornalistico. Il provvedimento questa volta
non veniva dallo zelo di Amicucci, ma da una scelta precisa del Ministero.
Quali fossero le ragioni contingenti non è noto, ma probabilmente esso
rifletteva la volontà di Pavolini e prendeva spunto dalle interrogazioni per
L’ imbroglio e La mascherata.
La quarta e ultima lettera a Mussolini reca infatti la data del 7 marzo 1941.
Anche se probabilmente, per consiglio di Malaparte, essa non fu mai spe-
dita81, la motivazione è simile a quelle precedenti: «Mi è stato ufficialmente

78 Cfr. S. Casini, Note ai testi, in A. Moravia, Opere/2: Romanzi e racconti 1941-1949, cit., pp.
1845-1849.
79 Nell’intervista autobiografica a Oreste Del Buono, Moravia sostiene che le bozze nel Ministero
passarono da «un modesto funzionario» al «direttore generale» (Gherardo Casini) al «sottosegretario»,
quindi «al ministro» e infine «sul tavolo del duce»: «Mussolini lesse il libro […]. Fatto sta che diede
senza esitazione il nulla osta per la pubblicazione» (Moravia, cit., p. 44). Non si trovano però conferme
nelle altre interviste autobiografiche.
80 «Andai da Ciano: gli portai il libro perché lo leggesse e poi, se credeva, ne patrocinasse la causa.
Ciano promise: siccome doveva mettersi in viaggio, quella sera stessa, avrebbe portato con sé il libro
per leggerlo in treno. Gli domandai dove andava. Mi disse che andava da Hitler […] Non so se Ciano
lo lesse» (Moravia, a cura di O. Del Buono, cit., p. 45). Cfr. anche nell’intervista del 1971 a Enzo
Siciliano, Moravia, cit., p. 58 (poi col titolo Alberto Moravia. Vita parole e idee di un romanziere, cit.,
pp. 51-52); cfr. anche Vita di Moravia, a cura di A. Elkann, cit., pp. 122-123.
81 Secondo la ricostruzione di Pardini, Moravia sottopose la lettera che aveva scritto all’amico
Curzio Malaparte, col quale collaborava per la rivista «Prospettive», per averne consiglio, e Malaparte
sotto il testo scrisse a matita rossa: «Da restituire a Moravia. Non approvo questa lettera. Meglio non
inviarla» (cfr. G. Pardini, Malaparte, Moravia e «Prospettive», cit., pp. 108n, 128n). Secondo Pardini,
l’originale, oggi conservato presso l’Archivio Malaparte, sarebbe stato restituito a Malaparte dagli al-
leati, insieme ad altro materiale proveniente dagli archivi dell’Ovra che lo riguardava, per consentirgli
di prepararsi al processo contro di lui (ivi, p. 128). È probabile che a questa lettera in suo possesso si
riferisca Malaparte nel 1950 in un’intervista rilasciata a J. L. Munos Apiri, quando parla in termini
assai acri di Moravia dicendo: «Aggiungo che lo stesso Moravia (e lo posso provare) ha leccato le scar-
pe a Mussolini durante i vent’anni di fascismo» (citato ivi, p. 111). Sul complesso rapporto di amicizia
e rivalità tra Moravia e Malaparte, si veda anche S. Casini, Introduzione a A. Moravia, I due amici,
cit., pp. xliv-lviii.
219
Simone Casini

comunicato di interrompere la mia attività professionale nei periodici di cui


sono collaboratore». Ancora una volta, dunque, la lettera è una «preghiera di
potere riprendere la sua attività giornalistica dalla quale», scrive, «io traggo
i mezzi per vivere», con la differenza che stavolta Moravia non sa «a quale
fatto specifico si debba questo provvedimento a mio danno». Non si diffon-
de in giustificazioni né in deferenze d’obbligo ma va diritto alla questione,
come chi ha diritto a una spiegazione. Emerge in questa lettera il prezzo
più alto pagato dallo scrittore per continuare a scrivere sul giornale, ovvero
l’autocensura: dal 1938, scrive Moravia, «ho la coscienza di non aver scritto
né pubblicato cosa alcuna che potesse dispiacervi. In questi ultimi tempi ho
abbandonato molti degli elementi che costituivano la mia prima letteratura.
La stessa critica l’ha ampiamente riconosciuto a proposito del mio ultimo
libro, I Sogni del Pigro». Sono affermazioni assai forti. Sembra quasi che lo
scrittore suo malgrado si fosse impegnato in qualche modo, nel ’38, a evitare
temi e contenuti che avevano distinto la sua «prima letteratura» (indicativa-
mente da Gli indifferenti a L’ imbroglio); la “seconda letteratura”, dalla fine
degli anni Trenta, si presenterebbe allora come risultato minore e il frutto di
un compromesso imposto.
Conviene soffermarci su questa confessata e preventiva autocensura dello
scrittore. «In quanto esperienza dell’invadenza dello stato, la censura fu più
di un mero apparato istituzionale e dei funzionari che lo componevano:
influì sul linguaggio individuale, penetrò nel lessico, sollecitò strategie elu-
sive, produsse nei singoli una nuova competenza nel rapporto con lo stato
e con il suo sistema di norme e divieti, in alcuni casi stimolò alla sfida»82.
Queste strategie elusive e questo atteggiamento di sfida sono evidenti nel
Moravia di La mascherata; e proprio la contemporanea pubblicazione di
La mascherata fa pensare che la lettera a Mussolini sia segretamente ironi-
ca, come sostiene Talbot83. Ciò non esclude però il ricorso a procedimenti
indotti di autocensura. I condizionamenti del potere e il controllo sociale
– facendo leva sulla paura e su altri oscuri sentimenti dell’individuo – poteva-
no essere più sottili ed efficaci della censura vera e propria. Uno scrittore era
indotto a prevenire il temuto giudizio dell’autorità introiettandolo in modi
più o meno consapevoli. Come osserva acutamente Talbot, Carlo Rosselli
nel ’35 riteneva che Moravia fosse incapace di autocensura («è un giovane
che ha il pericolo privilegio aver ‘conservato gli occhi’, per il quale il proble-
ma di falsificarsi per tornar gradito ad alcuni personaggi è semplicemente
assurdo»)84. In realtà, la lettera del ’41 a Mussolini smentisce Rosselli: anche

82 A. Scotto Di Luzio, Censura, alla voce in Dizionario del fascismo, a cura di V. de Grada e S.
Luzzatto, I (A-K), Torino, Einaudi, 2002, p. 263.
83 G. Talbot, Alberto Moravia and Italian Fascism, cit., p. 131.
84 Cfr. ivi, p. 137.
220
Moravia e il fascismo. A proposito di alcune lettere a Mussolini e a Ciano

Moravia fu costretto a «non dispiacere» quei personaggi. Certo, l’autocensu-


ra negativa e preventiva non ha niente a che vedere con forme di consenso,
di adesione o di servizio che positivamente “piacessero” o “compiacessero”
al regime, e che invece nell’opera di Moravia non è dato trovare. Essa però
è una sconfitta della letteratura di fronte al potere. La crescente e continua
pressione del regime aveva raggiunto il suo effetto. Le intimidazioni sempre
più forti, dirette o indirette (le critiche e le accuse di opinionisti e politici, i
pedinamenti, i veti inspiegabili, le “veline” sui libri, i misteri della censura,
le richieste di chiarimenti e di impegni, episodi drammatici e minacciosi
come il delitto Rosselli, le leggi razziali e la guerra), hanno insegnato allo
scrittore molte cose che ignorava al tempo di Gli indifferenti. Lo scrittore ha
appreso che nella sua prima opera c’erano molti «elementi» sgraditi al regime
e che la letteratura non è affatto libera di seguire la propria ispirazione, come
ingenuamente sosteneva ancora nella prima lettera a Ciano. È una lezione
che Moravia non dimenticherà più.
In effetti la censura, salvo i ritardi e le angherie, pare non essere interve-
nuta direttamente su testi già autocensurati85. Ci possiamo chiedere che cosa
Moravia abbia sacrificato, quale prezzo la sua opera abbia dovuto pagare in
quegli anni all’oppressione. Qualche indizio, minimo ed esteriore, emerge
forse dalla storia dei suoi libri. Per esempio, I sogni del pigro avrebbero dovuto
chiamarsi Il sole d’anteguerra, dal titolo di una breve prosa vagamente ‘disfat-
tista’ e antitedesca, già apparsa su «Caratteri», che avrebbe dovuto esserne il
prologo e che si preferì invece eliminare «per ragioni di opportunità»86, per
comporre il testo come «il libro di Cardarelli»87. Anche il vero titolo di La
mascherata avrebbe dovuto essere La cospirazione, ma fu «meglio» cambiar-
lo88. Ma non è solo questione di titoli. In effetti un caso come quello di Gli
indifferenti, che aveva spiazzato e allarmato i dirigenti del fascismo, non si
ripeté più né con Le ambizioni sbagliate né con le opere successive, anche
se il tema politico appare paradossalmente più esplicito in La mascherata o
in L’epidemia che nel piccolo mondo familiare di Gli indifferenti. Per quan-
to pungenti e addirittura coraggiosi nelle loro allusioni, i nuovi libri non
mostravano quella visione del mondo forte e alternativa, capace di contrap-
porsi in profondità ai valori e alle parole d’ordine ufficiali, che era stata del

85 Secondo B. Gaeta (Minculpop, censura libri, «Realtà del Mezzogiorno», 11, 1982, p. 926), nel
testo di La mascherata sarebbe stata eliminata, su richiesta della censura, una frase riferita a Tereso, il
dittatore del romanzo: «un profilo di medaglia da imperatore romano».
86 Lettera di Moravia a Bompiani, citata da F. Serra, Note ai testi, cit., p. 1714. Per il testo, cfr.
ivi, pp. 1580-1584. Il sole d’anteguerra viene sostituito con Visione d’oriente, uscito sulla «Gazzetta» il
19 luglio 1940, e il cui ritaglio si trova nel fascicolo riservato di Moravia del Ministero della Cultura
Popolare, con scritto a matita: «Letto a Casini» (ACS, MCP, II vers., B. 8, f. 36).
87 Cfr. F. Serra, Note ai testi, cit., p. 1710.
88 Cfr. S. Casini, Note ai testi, cit., p. 1845.
221
Simone Casini

romanzo d’esordio. In questo senso, il regime aveva indubbiamente affinato


le sue antenne critiche, oltre che i suoi strumenti di controllo e coercizione.
La dura lezione della censura e dell’autocensura di epoca fascista lasciò un
segno duraturo nella riflessione critica di Moravia intorno ai problemi della
narrativa. Compressa negli anni del fascismo, nel dopoguerra esplose già
matura e formata una riflessione organica sul rapporto tra scrittore e potere
in una serie di scritti di grande lucidità e originalità degli anni Quaranta e
Cinquanta, da Estremismo e letteratura fino al saggio su Manzoni. L’«estre-
mismo» di cui parla Moravia nel ’46 non va inteso nel senso politico, ma
in senso morale e letterario: lo scrittore ha il dovere di essere estremo, di
seguire fino in fondo il motivo ideologico che la sua narrativa si è posta; ma
ogni società – osserva Moravia – tende a imporre all’arte limiti formali e di
contenuto; nella misura in cui lo scrittore cede ai condizionamenti che la
società o il potere gli impongono, nella misura in cui cede al compromesso
e si conforma alle convenzioni e alle censure vigenti, lo scrittore rinuncia
all’arte. La pressione diretta o indiretta, subìta o temuta, condiziona l’ar-
tista e lo inducono a tacere o a rivedere i suoi giudizi, a non essere sincero,
a non essere se stesso. È quello che Moravia chiama, con felice espressione,
il «compromesso vittoriano», perché anche società liberali come la liberale
Inghilterra della Regina Vittoria sapeva imporre agli scrittori rigidi schemi e
divieti di ordine formale e contenutistico; e indubbiamente la riflessione del
dopoguerra si confronta con il rischio ancora più forte dell’arte di partito
in area sovietica e comunista. Ma non vi è dubbio che l’acuta sensibilità di
Moravia ai temi dell’autocensura nasce dalla propria esperienza del fascismo.
Compromesso è l’interiorizzazione della censura, il timore del giudizio altrui
che comporta una falsificazione e una riduzione della logica artistica. Il prez-
zo pagato dallo scrittore nella sua opera della fine degli anni Trenta e dei
primi anni Quaranta insomma fu alto, e fu quello di non essere «estremo»
come era stato nella sua “prima letteratura” e come sarà nel dopoguerra («E
invece, come ho già detto, allo scrittore incombe il dovere di essere estremo.
Aggiungerò che non si è mai dato un grande scrittore che non fosse estremo,
ossia conseguente e inflessibilmente e totalmente sincero»)89.
Torniamo però alla primavera del 1941, alla lettera a Mussolini e agli
scopi giornalistici che si prefiggeva. Anche se non fu spedita, a Moravia fu
consentito ancora una volta di riprendere le sue collaborazioni ai giornali,
nonostante l’avversione nei suoi confronti di Pavolini. Una nota del 29
marzo 1941 del Capo di Gabinetto del Ministero della Cultura Popolare,
forse Casini, scrive che «Amicucci mi ha mandato Alberto Moravia. Per un
quarto d’ora ho dovuto sorbettarmelo con somma abilità. Ora ti prega viva-

89 A. Moravia, L’uomo come fine, cit., p. 75.


222
Moravia e il fascismo. A proposito di alcune lettere a Mussolini e a Ciano

mente di fissargli un’udienza»90. Non sappiamo a chi sia rivolta la richiesta,


ma si può ipotizzare che si tratti appunto di Pavolini, il quale seccamente
annota a margine la risposta: «Grazie, no».
La ripresa dell’attività venne infine consentita ma insieme al divieto di
firmare col proprio nome, cosa che Gherardo Casini comunicò a Moravia
nel colloquio dell’11 aprile. Porta quella data una lettera in cui lo scrittore
chiedeva di esentare dal provvedimento un racconto – L’epidemia – già
ormai stampata sulla rivista di Alessandro Bonsanti, «Letteratura»:
Egregio Dr. Casini,
come è stato convenuto durante la nostra intervista di oggi, fino a nuovo
ordine, io scriverò nei giornali e nelle riviste con uno pseudonimo.
Ma voglio avvertirvi che prima che fosse presa questa decisione nei miei
riguardi io avevo mandato alla rivista Letteratura una novella con il mio solito
nome. Appena saputo delle disposizioni circa la mia firma, io mi affrettai a tele-
grafare al direttore perché sospendesse la pubblicazione di detta novella. Egli allora
mi rispose che era impossibile perché la rivista era stata già composta e stampata.
[…]. Per tutti questi motivi egli si vedeva costretto a pubblicare la rivista con la
mia firma. Tengo a informarvi di questo perché trattasi, come potete vedere, di una
cosa che non dipendeva né da me né dal direttore della rivista91.

Dall’aprile del 1941, sotto lo pseudonimo di «Pseudo», a Moravia fu dun-


que consentito riprendere le pubblicazioni su quotidiani e periodici. Egli si
affrettò a comunicare la notizia al direttore della «Gazzetta», ma pare che il
quotidiano torinese per il momento non si decidesse a riaprire le porte allo
scrittore, sul quale perdurava la bufera. Il fulmine doveva ancora cadere.
Esso cadde l’8 settembre del 1941 sotto forma di circolare telegrafica
inviata dal ministro della Cultura Popolare, Alessandro Pavolini, a tutti
i prefetti del Regno, la quale vietava in modo categorico ed esplicito a
tutti i periodici di pubblicare scritti di Moravia: «Pregasi invitare direttori
quotidiani et periodici locali at non più (dicesi non) pubblicare scritti di
Alberto Moravia. Ministro Pavolini»92. Il giro di vite nasceva probabilmente

90 ACS, MCP, II vers., B. 8, f. 36.


91 Lettera di Moravia a Gherardo Casini, 11 aprile 1941, ACS, MCP, II vers., B. 8, f. 36; parzial-
mente pubblicata da Nello Ajello su «La Repubblica», 28 novembre 2007. Il racconto in questione
pubblicato su «Letteratura» con la firma di Alberto Moravia è L’epidemia.
92 ACS, MCP, II vers., B. 8, f. 36; pubblicata nell’articolo di A. Debenedetti, «Voi mi cacciate,
ma sono di sangue puro», in «Il Corriere della Sera», 6 gennaio 1999. Nello stesso fascicolo di ACS si
legge una rapida nota a matita, su carta intestata del «Ministero della Cultura Popolare – Il capo di
gabinetto»: «Moravia via dai giornali e dalle riviste». La “velina” risulta peraltro anche dalle copie per-
venute alle varie prefetture e ai vari giornali: cfr. per esempio quella conservata nell’Archivio di Stato
di Lucca con data 9 settembre 1941 e pubblicata da G. Pardini, Malaparte, Moravia e «Prospettive»,
cit., p. 108; o quella giunta al «Mattino» di Napoli, con data 21 settembre 1941, da cui è pubblicata in
R. Cassero, Le veline del duce, Roma, Sperling & Kupfer, 2004, p. 71.
223
Simone Casini

dall’iniziativa di Pavolini, fautore come si è detto della linea intransigente


nella bonifica libraria antisemita, ed era un provvedimento che penalizzava
gravemente e personalmente lo scrittore. Vi era però una goffa lacuna: non
era chiaro se il divieto dovesse comprendere anche le pubblicazioni sotto
pseudonimo. Vari editori, tra cui Eugenio Bertuetti (subentrato ad Amicucci
alla direzione della «Gazzetta del Popolo») e Arnoldo Mondadori (in quanto
direttore di «Tempo»), si affrettarono infatti a chiedere lumi in proposito
al Ministero, che anche stavolta mostrò indecisione e ripensamenti. In un
primo tempo prevalse la linea dura («Caro Bertuetti», scrive Casini pochi
giorni dopo, «in risposta alla tua lettera del 10 corrente, ti comunico che la
collaborazione di Alberto Moravia rimane vietata anche se gli articoli sono
firmati con un pseudonimo»)93.
Ma, tragicamente, a salvare Moravia da questo veto che pareva definitivo
intervenne, un mese dopo, la morte del fratello Gastone Pincherle a Tobruk
sul fronte libico, avvenuta il 30 settembre 1941 durante un’ispezione su ter-
ritorio minato. Per i criteri della censura di regime questo tragico episodio
costituì un motivo sufficiente o un pretesto per annullare il provvedimento
di Pavolini. Questo almeno risulta da un Appunto per il Duce su carta inte-
stata del Ministero, datato 25 ottobre 1941:
Lo scrittore Alberto Moravia e la sua famiglia sono a norma di legge conside-
rati di razza italiana, tanto che recentemente il Moravia ha perduto in combattimen-
to, sul fronte di Tobruk, il fratello Tenente Gastone Pincherle.
Data quest’ultima circostanza, e dato che il Moravia si è recentemente sposato
(con donna di razza italiana) e che ha quindi necessità economiche, si domanda se
debba continuarsi il divieto assoluto di pubblicare gli scritti del Moravia stesso o se
possa consentirglisi di collaborare a qualche giornale eventualmente con pseudoni-
mo (come faceva sulla «Gazzetta del Popolo»), sempre controllando attentamente la
sostanza degli scritti stessi94.

Non sappiamo a chi si debba l’iniziativa della richiesta, che evidentemente


fu accolta da Mussolini in persona. La morte di Gastone, le nozze con Elsa
Morante (avvenute nell’aprile di quell’anno) e forse i buoni uffici di De Mar-
sanich permisero dunque a Moravia di riprendere la sua attività e il 31 otto-
bre 1941, «in seguito a superiore autorizzazione», la Direzione della Stampa
Italiana consentiva di nuovo la collaborazione di Moravia «purché gli scritti

93 ACS, MCP, II vers., B. 8, f. 36.


94 Archivio Centrale dello Stato di Roma, «Ministero della Cultura Popolare», 18/6; pubblicata
nell’articolo di A. Debenedetti, «Voi mi cacciate, ma sono di sangue puro», cit. L’Appunto è preceduto
da un altro, in data 15 ottobre, non firmato, in cui si legge: «È caduto in combattimento sul fronte di
Tobruk il Tenente Gastone Pincherle, fratello dello scrittore Alberto Moravia. Tale fatto sembra possa
indurre a modificare le disposizioni recentemente impartite circa l’attività giornalistica e letteraria del
Moravia» (ACS, MCP, II vers., B. 8, f. 36).
224
Moravia e il fascismo. A proposito di alcune lettere a Mussolini e a Ciano

siano firmati con pseudonimo». Veniva così ristabilità la situazione definita


nell’aprile precedente. Ai primi di gennaio del 1942 Moravia chiese di poter
firmare di nuovo col proprio nome, ma la richiesta fu respinta: «è ancora
troppo presto»95. Lo scrittore ottenne però, grazie ai buoni uffici di Casini,
che il Ministero scrivesse lettere di nullaosta ad alcune riviste che evidente-
mente esitavano ad accogliere suoi scritti96. Dal novembre 1941 fino all’apri-
le del 1943 «Pseudo» pubblicò diciotto racconti sulla «Gazzetta del Popolo»,
che solo dopo la morte dello scrittore sono stati raccolti in volume97.

Le ragioni del silenzio

Con la caduta del fascismo e l’aggravarsi della guerra, finisce naturalmen-


te anche la collaborazione alla «Gazzetta del Popolo» (l’ultimo articolo è del
27 aprile 1943). Durante la breve parentesi badogliana Moravia scrive per «Il
Popolo di Roma», diretto da Corrado Alvaro, due articoli che costituiscono
l’esordio del suo giornalismo politico: Folla e demagoghi il 25 agosto e Irra-
zionalismo e politica il 7 settembre 194398. Inizia così una lunga e originale
riflessione moraviana sul fascismo, che non è possibile seguire in questa
sede99. Vale la pena però considerare rapidamente questi e pochi altri scritti
dell’immediato dopoguerra che non rappresentano ancora un giudizio a
posteriori, ma la riflessione, fino a quel momento compressa dall’assenza di
libertà, su quanto era accaduto negli anni del fascismo.
Nei due articoli per «Il Popolo di Roma», scritti in quell’atmosfera sospe-

95 In una nota dattiloscritta del 15 gennaio 1942, probabilmente di Gherardo Casini, si legge:
«Nello scorso ottobre il Duce autorizzava lo scrittore Alberto Moravia a riprendere la collaborazione
a giornali e riviste a condizione che gli articoli fossero firmati con pseudonimo. L’autorizzazione ve-
niva concessa, tenuto conto che il Moravia, marito di una ariana e considerato di razza ariana, aveva
perduto in combattimento sul fronte di Tobruk il fratello Tenente Gastone Pincherle. Ora il Moravia,
facendo presente il grave danno materiale e morale che l’obbligo del pseudonimo procura alla sua
attività di scrittore, chiede che gli sia concesso di firmare le sue collaborazioni col nome e cognome»;
sotto il testo un appunto a matita, con firma in sigla illeggibile, nega l’assenso: «è ancora troppo pre-
sto» (ACS, MCP, II vers., B. 8, f. 36).
96 Il 23 febbraio 1942 Moravia scrive la seguente lettera: «Gentilissimo Casini, come d’accordo ec-
covi i nominativi delle riviste a cui vi sarei grato di comunicare che nulla osta alla mia collaborazione:
Tempo, Domus, Stile, Bellezza, Letteratura, Lettere d’oggi, Civiltà moderna, L’Italia che scrive. Con
moltissimi ringraziamenti per quanto avete fatto per me. Il vostro Alberto Moravia» (ACS, MCP, II
Vers., B. 8, f. 36). Il 27 febbraio Casini prepara di conseguenza altrettante lettere, tutte conservate in
copia («A richiesta dell’interessato, si comunica che nulla osta a che codesta rivista si giovi della colla-
borazione dello scrittore Alberto Moravia, a condizione che gli scritti siano firmati con pseudonimo»,
ACS, ivi) e informa quindi lo scrittore.
97 Sono stati raccolti postumi nella raccolta Racconti dispersi 1928-1951, a cura di S. Casini e F.
Serra, Bompiani, 2000.
98 Cfr. A. Moravia, Impegno controvoglia. Saggi articoli interviste: trentacinque anni di scritti poli-
tici, Milano, Bompiani, 1978; nuova ed., con introd. di S. Casini, ivi, 2008, pp. 3-10.
99 Si rimanda a S. Casini, Introduzione a A. Moravia, I due amici, cit., pp. v-lxxiii.
225
Simone Casini

sa dell’occhio del ciclone bellico che stava per abbattersi sulla città e che
Moravia tenterà pochi anni dopo di raccontare nell’inedito di I due amici100,
l’obiettivo polemico è il vuoto ideologico, la «penuria di idee» e quindi il
sostanziale irrazionalismo del fascismo. Chi aveva aderito al fascismo lo
aveva fatto non in nome di un’idea che non c’era, ma per motivi irrazionali e
svariati («dalla difesa della tradizione al desiderio del nuovo, dall’ambizione
all’istinto di conservazione, dalla paura alla volontà dell’ordine e via dicen-
do»). Da questo vuoto di ragione erano derivate «le conseguenze funeste che
si conoscono»: formalismo, retorica, incompetenza, predominio dei peggiori,
«disciplina fine a se stessa, ordine fine a se stesso, autorità fine a se stessa, azio-
ne fine a se stessa, e, infine, risultato ultimo che li riassume tutti, quell’idola-
tria dell’uomo che era in sostanza la prova massima della mancanza di idee».
È un giudizio in cui già si intravede l’originale riflessione che nel dopoguerra
lo scrittore andrà svolgendo sul tema machiavelliano del fine e dei mezzi. Il
vuoto ideale e ideologico è all’origine dell’isteria e dell’idolatria che hanno
dominato la vita civile, sosteneva Moravia alla vigilia esatta dell’8 settembre,
ed esortava a reintrodurre la ragione nell’ordine civile, «a ricondurre le idee
nel campo della politica».
Dal punto di vista letterario, il funesto vuoto ideologico del fascismo si
precisa come assenza di una politica culturale con la quale potersi confron-
tare. È questa la tesi sostenuta in un importante saggio del 1945 dal titolo
Ricordi di censura, che insieme al coevo e simmetrico Ricordo de «Gli indiffe-
renti» testimonia come il confronto col fascismo per Moravia sia stato vissuto
in relazione alla sua opera letteraria. Paradossalmente Moravia imputa al
fascismo non tanto l’atteggiamento repressivo, quanto l’assenza di politiche,
criteri e modelli riconoscibili, che rendeva imprevedibili e irrazionali, come
abbiamo visto, i provvedimenti della censura. Il vuoto di progetti culturali
moderni infatti veniva rimpiazzato – sostiene Moravia –dalla moralistica e
conservatrice cultura di cui erano portatori i vari funzionari del ministero,
tutti di origine piccolo-borghese. Era stata insomma questa vecchia e supe-
rata cultura di fondo “dannunziano” e “carducciano”, e non una inesistente
cultura fascista, che durante il fascismo e in nome del fascismo avevano
mosso guerra alla nuova letteratura. Con molta lucidità, Moravia descrive il
conflitto di cui, suo malgrado, era stato protagonista e vittima.
Dopo i “ricordi”, resta da valutare l’“oblio”. Nelle memorie autobiografi-
che, rilasciate più volte in forma di intervista nel corso degli anni, Moravia
non fa mai menzione delle lettere a Mussolini e a Ciano. Certo avrebbe
potuto raccontare di averle scritte senza per questo contraddire la sua imma-

100 Nella costruzione incompiuta del romanzo, ambientato appunto nel 1943, Moravia utilizzò
direttamente i due articoli del «Popolo di Roma» (cfr. ivi, pp. xxi-xxiv).
226
Moravia e il fascismo. A proposito di alcune lettere a Mussolini e a Ciano

gine di intellettuale non fascista, che proprio nella radicale “indifferenza”


raffigurata nella sua opera disponeva di anticorpi irriducibili al fascismo
ma anche di insufficienti ragioni per un antifascismo militante. Sebbene ne
Gli indifferenti Moravia avrebbe potuto ritrovare le ragioni per resistere al
totalitarismo, non ne ebbe però vera consapevolezza o non ne ebbe il corag-
gio, e in questo senso egli non fu un “erasmiano” (secondo la definizione di
Rahlf Dahrendorf)101. Non vi è dubbio che dai documenti ritrovati Moravia
appaia intimidito, remissivo, non disposto a combattere apertamente la sua
partita col regime. Preferì, come tanti, cercare di sopravvivere e continuare il
proprio lavoro pur in mezzo alle crescenti provocazioni e pressioni del fasci-
smo, adattandosi, protestando, autocensurandosi, scrivendo lettere. Moravia
maturò una coscienza politica a partire dal momento in cui la sua attività
letteraria ebbe a subire provvedimenti, condizionamenti, discriminazioni
da parte del potere politico. Si dirà che è una prospettiva limitata e indi-
vidualistica, che non tiene conto di altri drammatici e inquietanti aspetti
del fascismo sul piano sociale, o istituzionale, o ideologico. Ma è appunto
l’esperienza specifica dello scrittore.
Tutto ciò poteva forse essere detto. Di fatto il suo silenzio lo espone oggi
a forti critiche, in parte legittime102. Certo questo silenzio nasce anche da
ragioni di opportunità. Nel contesto del dopoguerra, anche lettere come
queste, scritte in risposta a un torto subìto e non per vantaggi o complici-
tà, sarebbero state facilmente strumentalizzate, come infatti lo sono state
al momento della pubblicazione; e fatti tutto sommato poco significativi
rispetto al suo originale percorso letterario e intellettuale avrebbero rischiato
di coinvolgerlo interamente. Ma oltre alle ragioni di opportunità, il silenzio
sulle lettere a Mussolini e a Ciano si spiega anche con l’atteggiamento molto
singolare di Moravia verso il proprio passato. Ci limiteremo ad alcuni recen-
ti episodi editoriali che di questo atteggiamento costituiscono altrettanti
esempi. A partire dal 1993, con la pubblicazione di Romildo, poi con quella
nel 2000 dei Racconti dispersi 1927-1951, è emerso un fenomeno sorpren-
dente che caratterizza la produzione narrativa e in particolare novellistica di
Moravia, la cosiddetta “dispersione”: sono oltre cento i racconti, spesso di
notevole valore, che lo scrittore aveva abbandonato e dimenticato sin dagli
anni Trenta sui quotidiani e sulle riviste sui quali erano stati originariamente
pubblicati. Si tratta di un imponente materiale narrativo dimenticato, degli
anni Trenta, Quaranta e Cinquanta, ma documentato anche nei decenni
successivi, al quale lo scrittore non ha mai fatto cenno nelle pur numerose

101 Cfr. R. Dahrendorf, Erasmiani. Gli intellettuali alla prova del totalitarismo, tr. it. di M. Sam-
paolo, Bari, Laterza, 2007.
102 Cfr. P. Battista, Cancellare le tracce. Il caso Grass e il silenzio degli intellettuali italiani, Milano,
Rizzoli, 2007, pp. 66-67 e 134-136.
227
Simone Casini

interviste autobiografiche né, a quanto ci risulta, ad amici e conoscenti103. Lo


stesso accade con il progetto romanzesco incompiuto e abbandonato, pub-
blicato nel 2007 con il titolo I due amici, risalente ai primi anni Cinquanta
e per molteplici ragioni di grande interesse dal punto di vista letterario
e documentario, progetto che parimenti Moravia sembra avere del tutto
rimosso negli anni seguenti. Anche l’oblio delle lettere a Mussolini e a Ciano
appare meno sospetto se lo accostiamo all’oblio di simili opere e ancor più,
forse, all’oblio analogo delle tante lettere che, soprattutto negli anni giova-
nili, Moravia aveva scritto a parenti, amici e conoscenti, a cominciare dai
Rosselli, e delle quali non ha più fatto menzione. E proprio al rapporto con
la zia Amelia e i cugini Carlo e Nello Rosselli, che fu molto importante per
Moravia, occorre a questo punto rivolgere l’attenzione. Ma è un tema che
esula dai confini di questo saggio.

103 Cfr. A. Moravia, Romildo, a cura di E. Siciliano, Milano, Bompiani, 1993 e Id., Racconti
dispersi 1928-1951, cit. La produzione novellistica “dispersa” è raccolta integralmente nelle relative
sezioni dei «Racconti dispersi» nell’edizione in corso delle Opere, diretta da Enzo Siciliano (sono usciti
finora quattro volumi di narrativa, relativi agli anni dal 1927 al 1969).
228
Moravia e il fascismo. A proposito di alcune lettere a Mussolini e a Ciano

Appendice

Lettere di Alberto Moravia a Benito Mussolini e a Galeazzo Ciano

11

Eccellenza

L’onorevole Ermanno Amicucci direttore della «Gazzetta del Popolo» alla


quale collaboro da anni, mi ha comunicato ora è un mese che i miei articoli per la
Gazzetta non sarebbero più graditi. A dire il vero non avendo nulla da rimproverar-
mi sia dal punto di vista morale che da quello politico, nel primo momento anche
più che dispiaciuto, fui assai stupito – ma in seguito, una più attenta riflessione mi
fece pensare che il motivo di questa sospensione della mia collaborazione potesse
venire ricercato nella mia speciale condizione politica –
Debbo dire per prima cosa che non sono iscritto al Partito nazionale Fascista
– ma il motivo di questa mia astensione non deve andare ricercato in un pensiero
politico dissenziente bensì in contingenze affatto private e morali – a causa infatti
di una grave infermità che mi fece stare cinque anni a letto astraendomi nonché
dalla vita sociale e politica dalla vita addirittura, fino a tempi assai recenti io non
ero mai stato interessato o coinvolto nei movimenti politici del mio paese – così che
la riapertura delle iscrizioni mi prese alla sprovvista, e sembrandomi di mescolare
troppi interessi a un atto come questo di sola fede, non ne feci nulla – fu dunque
una questione di sentimento e non politica.
Ma ora prendendo occasione da questa improvvisa difficoltà, sento il bisogno
di chiarire la mia posizione di fronte al Regime – e lo faccio tanto più volentieri in
quanto sopratutto in questi ultimi anni ho potuto acquistare una maggiore espe-
rienza e conoscenza delle cose sociali e politiche – Tengo dunque a dichiarare che
ammiro l’opera del Regime in tutti i vari campi in cui si è esplicata e in particolare
in quello che come artista a me più interessa, cioè in quello delle lettere e della
cultura –
Debbo inoltre soggiungere che la personalità intellettuale e morale della
Eccellenza Vostra, mi ha sempre singolarmente colpito come esemplare e straordi-
naria per la molteplicità delle attitudini e la forza della ispirazione – e sopratutto per
il fatto di aver nel giro di pochi anni saputo trasformare e improntare di se la vita
del Popolo Italiano – Queste cose che io scrivo non sono dovute a nessuna specie
di personale interesse o di ambizione politica – ma al sincero desiderio di chiarire
dinanzi alla Vostra Eccellenza e al Regime la mia particolare situazione – che è quella
di un artista italiano il quale cerca di fare opera non indegna della grande tradizione
e dell’immancabile avvenire del suo Paese –

1 Lettera di Alberto Moravia a Benito Mussolini, 26 marzo 1935. Manoscritto in inchiostro blu.
Archivio Centrale dello Stato, «Ministero della Cultura Popolare», II Versamento, Busta 8, Fascicolo
36 («Alberto Moravia»), d’ora in avanti così abbreviato: ACS, MCP, II vers., B. 8, f. 36. La lettera
è conservata anche in «copia» trascritta da funzionari del Ministero, ivi, sulla quale si leggono un
appunto a matita rossa «può scrivere» e uno a matita nera di altra mano «telefonato a Casini (Nesti
ammalato), 28 marzo XIII» con firma illeggibile. È stata pubblicata su «L’Espresso», 15-22 gennaio
2004, p. 63, con una nota introduttiva di Primo Di Nicola.
229
Simone Casini

Con i miei più vivi e più sinceri ossequi


Alberto Moravia
Roma – 26 marzo 1935 XIII°

230
Moravia e il fascismo. A proposito di alcune lettere a Mussolini e a Ciano

21

Eccellenza,

mi dicono che le bozze del mio libro Le ambizioni sbagliate sono in lettura
presso questo Sottosegretariato. Non per influire sull’esito di questa lettura, ma
per chiarire alcuni dubbi, se ancora ce ne sono, sopra la mia natura di scrittore, e
per spiegare i motivi che mi spinsero a comporre questo romanzo, mi induco ora a
scriverLe. Questa lettera non è dunque altro che una specie di prefazione all’opera
da me compiuta.
Eccellenza, il romanzo in letteratura si può paragonare a ciò che è l’affresco
in pittura. Nell’affresco, oltre ai particolari e alle figure prese separatamente, il pit-
tore deve curare l’architettura e la composizione, cioè i rapporti di un particolare
con un altro, di una figura con un’altra, e insieme l’armonia del tutto; e ciò senza
distaccarsi dalla cura meticolosa dei più piccoli dettagli. Lo stesso avviene per il
romanzo. Si giudichi da questo le difficoltà grandissime che uno scrittore deve
superare per comporre un romanzo che abbia qualche valore. Inoltre al romanziere
si richiedono molte altre qualità: sicuro giudizio morale, conoscenza delle passioni
umane, intuito drammatico, abilità nel dialogo, ricchezza di strutture sintattiche
etc. etc. E questo che affermo, essere il romanzo uno dei più difficili generi letterari,
è tanto vero che, in Italia, da quasi un secolo che si scrivono romanzi, pochi ne
restano, da contarsi quasi sulle dita di una mano sola: I promessi sposi; I Malavoglia;
un romanzo di D’Annunzio; un romanzo di Tozzi; Nievo; un romanzo di Italo
Svevo; l’elenco può fermarsi qui. Dico questo per mostrare quanto sia ingrata la
mia professione e come siano pochissimi coloro i quali vi riescono a fare qualcosa di
notevole; di romanzieri veri e nati ne avemmo e ne abbiamo insomma assai pochi;
mentre abbondiamo in poeti, in giornalisti, in saggisti politici e morali e, in genere,
in scrittori di cose brevi. Dei motivi di questa scarsità di romanzieri nel nostro
paese non è qui il caso che mi occupi; però è un fatto incontrovertibile e del quale
bisogna pur tener conto quando ci si trova di fronte a qualcuno come me che, e lo
dico senza alcuna modestia, è romanziere nato e al romanzo ha dato e dà tuttora
tutte le sue migliori attività.
Ho detto che non sento il bisogno di essere modesto affermando la mia
qualità di romanziere. Ora voglio aggiungere che questa assenza di modestia, altri-

1 Lettera di Alberto Moravia a Galeazzo Ciano, giugno 1935. Minuta conservata presso il Fondo
Arnoldo Mondadori della Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori di Milano, 25bis, e accompa-
gnata da un appunto manoscritto datato 7 giugno 1935 di Mario Pelosini, consulente di Arnoldo
Mondadori: «A Roma mi sono attivamente occupato del libro di Moravia. Ho avuto un colloquio
con Dinale che mi è sembrato maldisposto: ma poi ha aderito alla mia preghiera di leggere anche lui,
personalmente, il libro. Mi sono messo in contatto con l’autore, l’ho indotto a scrivere l’unita lettera
a Galeazzo Ciano; e avendo saputo che è nipote del sottosegretario De Marsanich, mi sono fatto
accompagnare anche da lui, che però si è mantenuto molto riservato». Pubblicata da «Panorama», a.
31, n. 141, 28 novembre 1993 con commento di Giorgio Fabre, che chiarisce: «La lettera che si trova
all’archivio Mondadori, stesa con la macchina da scrivere di Moravia (e con firma e correzioni auto-
grafe), è probabilmente una minuta, poi trascritta (come era uso) per il sottosegretariato» (p. 143). È
stata ripubblicata da Renzo Paris, Moravia. Una vita controvoglia, Firenze, Giunti, 1996, pp. 95-99; e
parzialmente nella Nota al testo di Francesca Serra al volume di Alberto Moravia, Opere/1: Romanzi e
racconti 1927-1940, a cura di F. Serra, Milano, Bompiani, 2000, p. 1686.
231
Simone Casini

menti biasimevole, mi viene dalla coscienza, oltre che del mio valore, anche dalle
grandissime fatiche alle quali mi sono sobbarcato per condurre a termine le poche
cose che ho fatto; e nello stesso tempo dalla consapevolezza di aver sempre tentato
il meglio, anche quando sembrava impossibile e superiore alle mie forze, e di non
essermi mai distaccato, neppure una volta sola, da quell’alto concetto della dignità
artistica senza il quale è vano sperare di fare opera dignitosa e durevole.
Ho ora ventisett’anni e ne avevo undici quando scrissi il mio primo romanzo.
Da undici a diciassett’anni, pur tra molte difficoltà, scrissi sei romanzi, dei quali
però non fui contento e che buttai via. A diciassett’anni incominciai Gli indiffe-
renti, che dopo dovevo dare alle stampe. Ci misi tre anni e lo rifeci quattro volte.
È duro rifare un’opera e distruggere mesi e mesi di lavoro; però io ho fatto questo
perché volevo raggiungere quel grado, molto relativo, di perfezione che le mie forze
mi consentivano. E non un momento solo pensai al successo, che non entrava nei
miei calcoli né, bisogna dirlo, nelle mie speranze. Perciò la fortuna di quel libro
mi sorprese; anche perché era dovuta a motivi che con il valore vero del libro nulla
avevano a che fare.
Dopo Gli indifferenti quasi mi pareva di non avere più nulla da dire. Però mi
rimisi al lavoro, il quale questa volta fu durissimo, tanto che più volte fui sul punto
di disperare di me stesso e di lasciare a metà l’opera incominciata; quest’opera che
mi diede tanto da fare è quella che ora è in lettura presso il Sottosegretariato per
la stampa e la propaganda, quest’opera io l’ho rifatta sette volte impiegandoci sei
anni, dal 1928 al 1934; se avessi voluto continuare per la strada dei facili successi
avrei potuto benissimo fare qualche romanzetto di quelli che si scrivono in sei mesi
e si dimenticano in due; ma mi premeva invece di scrivere un romanzo che fosse
superiore al primo e che riconfermasse i miei critici e i miei lettori nel giudizio forse
troppo favorevole che avevano espresso sopra Gli indifferenti, donde la difficoltà
alle quali ho alluso, il lungo tempo impiegato, e le cinque o seimila pagine scritte
e stracciate per conservarne alla fine 500.
Dovrei a questo punto, Eccellenza, spiegare i motivi ispiratori della mia
opera e dimostrare come essi siano tutt’altro che pessimistici e distruttivi, tutt’altro
che antitetici ed estranei alla Rivoluzione Fascista, come i miei detrattori e coloro
che non mi intendono hanno sempre affermato. Mi limiterò a dire che così negli
Indifferenti come in queste Ambizioni sbagliate il concetto informatore è la satira,
il disgusto e l’accusa di tutto ciò che forma la parte negativa e ignobile dell’uomo;
ossia l’indifferenza, l’egoismo, l’avidità, la sordità morale, la mancanza di passioni
e di ideali positivi. E ciò è tanto vero che sfido chiunque a trovare non dico una
pagina, ma una riga sola da me scritta in cui sia esaltato o lodato il vizio e in
genere ciò che è contrario alle virtù umane. Come l’Eccellenza vostra può vedere,
questi concetti informatori della mia opera non sono granché diversi da quelli che
in questi ultimi anni, qui in Italia, hanno informato tante azioni politiche e non
politiche.
Venendo poi in particolare alle Ambizioni sbagliate, in questo romanzo, come
del resto lo mostra il titolo, ho cercato di dare una definizione e una descrizione
di una delle passioni più frequenti e, quando non sia frenata e contenuta nei
limiti della ragione, più distruttiva: l’ambizione. Non so se ci sia riuscito; questo
comunque era il mio intento. Ma lo scopo più alto era di fare opera d’arte; ossia
un romanzo ben composto, bene architettato, scritto in buona lingua italiana, con
232
Moravia e il fascismo. A proposito di alcune lettere a Mussolini e a Ciano

personaggi indipendenti, forti e nitidi che si reggessero da soli, e da soli, una volta
pubblicato il romanzo, se ne andassero per le vie del mondo. Se sono riuscito a far
questo, posso dire che tutte le fatiche durate non sono state del tutto vane.
Resta ora, è vero, il dubbio che il romanzo possa essere impedito di uscire;
ma di questo non sono più io il giudice, né mi è possibile poter immaginare i motivi
che potrebbero ispirare un tale provvedimento; giacché sono convinto di aver fatto
opera che non sia estranea né esorbiti dal clima e dai quadri della Rivoluzione
Fascista. Vorrei soltanto aggiungere che oltre al motivo informatore che non
è, come ho spiegato, in alcun modo, pessimistico, c’è una particolarità nel mio
romanzo che può dar nell’occhio e forse giustificare qualche riserva: il tono oltre-
modo tragico degli avvenimenti che vi sono descritti. Ora, questo tono viene da
una mia particolare visione della vita, la quale è eminentemente drammatica. Ma
avere il senso drammatico non fu mai un difetto, bensì un pregio. E volle sempre
dire vedere la realtà nelle sue forme più essenziali, senza soprastrutture sentimentali
e psicologiche, in quei rari momenti nei quali le forze avverse che la compongono
vengono a conflitto e cozzando l’un contro l’altra si illuminano a vicenda. Ciò è
tanto vero che il teatro, nel quale le qualità drammatiche sono indispensabili, si può
giustamente considerare come la più alta manifestazione letteraria di tutti i tempi;
e che, mentre da che mondo è mondo rimangono innumerevoli poeti e prosatori,
di autori teatrali che resistono al tempo ce ne saranno sì e no una decina appena.
E questo sia detto a difesa della drammaticità, degli eventi rappresentati nelle
Ambizioni sbagliate. Le quali ora aspettano dall’Eccellenza Vostra quel giudizio giu-
sto e illuminato che permetterà loro di uscire; e all’autore di non considerare come
vane e inutili le fatiche, gli sforzi, le speranze e il travaglio di molti anni di lavoro.
Gradisca, Eccellenza, le espressioni più sincere del mio ossequio.

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Simone Casini

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Eccellenza,
mi permetta di congratularmi con Lei per l’esempio che Lei dà a tutti gli scrit-
tori e a tutta la gioventù italiana. Il Suo esempio mi ha deciso a compiere un atto
che è doveroso da parte mia. Sono stato riformato recentemente al servizio di leva
per anchilosi dell’anca destra, e non mi è possibile, perciò, di arruolarmi volontario,
come avrei voluto, nel Corpo di Spedizione per l’Africa Orientale. Resta tuttavia
vivissimo in me il desiderio di partecipare in qualche modo all’impresa africana.
Vengo dunque a domandarLe di poter passare qualche mese sull’altopiano
Eritreo allo scopo di comporre un libro sulla guerra degli Italiani in Africa. Avrei
voluto chiedere di andare come corrispondente di un giornale, ma le note gior-
nalistiche hanno sempre qualcosa di provvisorio e di frammentario: ora io vorrei
scrivere un libro organico, il quale potesse rimanere documento e testimonianza
dell’eroismo della gioventù fascista in guerra.
Non potrebbe Ella, Eccellenza, aiutarmi in qualche modo a realizzare questo
mio desiderio?
Nella speranza che la mia proposta venga da Lei accettata e che io possa, nel
caso, esporla a voce all’Eccellenza Vostra, Le esprimo i sensi della mia profonda e
sincera devozione.
Di V. E. Dev/mo
Alberto Moravia

1 Lettera di Alberto Moravia a Galeazzo Ciano, Forte dei Marmi (Hotel Principe), 18 agosto
1935 – XIII; raccomandata indirizzata «a Sua Eccellenza il Conte Galeazzo Ciano Ministro per la
Propaganda e Stampa». Dattiloscritto con firma autografa, su carta azzurra (ACS, MCP, II vers., B. 8,
f. 36). È stata pubblicata da Nello Ajello su «La Repubblica» il 28 novembre 2007.
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Moravia e il fascismo. A proposito di alcune lettere a Mussolini e a Ciano

41

9 luglio 1936 – XIV°


Eccellenza,

Alcuni mesi or sono e precisamente nell’agosto del 1935 venne l’ordine alla
Gazzetta del Popolo di far cessare la mia collaborazione. Quest’ordine mi stupì
perché sia nella mia collaborazione alla Gazzetta che nelle altre mie attività avevo
coscienza di aver fatto nulla che non rientrasse nelle direttive del Regime – d’altra
parte anche i miei sentimenti non erano ignoti all’Eccellenza Vostra – per averli io
spiegati in una lettera che scrissi nella primavera del 1935 allo scopo di chiarire la
mia posizione politica.
Tuttavia mi uniformai a quell’ordine e cessai di mandare articoli alla Gazzetta
alla quale collaboravo già da vari anni – Nel dicembre del ’35 partii per gli Stati
Uniti del nord-America, un viaggio che da tempo avevo stabilito, d’accordo con l’on.
Amicucci, di fare per conto della Gazzetta. Agli Stati Uniti cercai di svolgere opera
di propaganda culturale – Feci così cinque conferenze sul tema: Il Romanzo Italiano
(Manzoni, Nievo, Verga, Fogazzaro, D’Annunzio) – e cioè due alla casa italiana della
Columbia University di cui ero ospite, una all’Albergo Waldorf-Astoria a New-York,
una al Vassar College e una allo Smith College – Ebbi così occasione, specialmente
nei collegi, di vedere che lo studio della letteratura italiana, sopratutto per merito
del Regime, è in continuo progresso, e vien prima di quello della letteratura tedesca
e spagnuola, e secondo soltanto a quello della letteratura francese -
Ora tornato in Italia vorrei scrivere alcune cose che ho veduto negli Stati Uniti
- Perciò mi rivolgo all’Eccellenza Vostra per sapere se mi è possibile riprendere la mia
antica collaborazione alla Gazzetta del Popolo –
Creda l’Eccellenza Vostra all’espressione sincera dei miei sentimenti devoti

Alberto Moravia

1 Lettera di Alberto Moravia a Benito Mussolini, 9 luglio 1936 - XIV. Manoscritto in inchiostro
nero (ACS, MCP, II vers., B. 8, f. 36). È stata pubblicata su «L’Espresso» il 15 gennaio 2004.
235
Simone Casini

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Roma 28 luglio 1938 - XVI

Duce:

Giorni fa ho ricevuto una lettera dell’on. Amicucci direttore della Gazzetta


del Popolo di cui sono collaboratore da circa dieci anni. Con tale lettera egli mi
informa che la mia collaborazione deve considerarsi cessata. Ciò mi accade dopo
circa dieci anni di attività giornalistica svolta in gran parte all’estero come inviato
speciale di vari giornali in Cina, America, Inghilterra etc. etc. Il provvedimento è
dovuto a motivi razziali.
Io ebreo non sono, se si tiene conto della religione. Sono cattolico fin dalla
nascita e ho avuto da mia madre in famiglia educazione cattolica. È vero che mio
padre è israelita; ma mia madre è di sangue puro e di religione cattolica, si chiama
infatti Teresa De Marsanich ed è la sorella del Vostro sottosegretario alla comuni-
cazioni.
Per queste ragioni, Duce, io vi chiedo di non essere considerato ebreo, e di
essere trattato, almeno dal punto di vista professionale, come [non] ebreo.
Permettetemi, Duce, di esprimerVi insieme con la mia profonda devozione,
la mia speranza nel Vostro superiore senso di giustizia.

(Alberto Moravia)

1 Lettera di Alberto Moravia a Benito Mussolini, 28 luglio 1938. Dattiloscritto, con firma auto-
grafa (ACS, MCP, II vers., B. 8, f. 36). È stata pubblicata sul «Corriere della Sera», 6 gennaio 2004, a
cura di Antonio Debenedetti.
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Moravia e il fascismo. A proposito di alcune lettere a Mussolini e a Ciano

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Duce,
Mi è stato ufficialmente comunicato di interrompere la mia attività professio-
nale nei periodici di cui sono collaboratore. Non so a quale fatto specifico si debba
questo provvedimento a mio danno. Da quando Voi, Duce, nel 1938 mi avete
autorizzato a riprendere la mia attività professionale, ho la coscienza di non aver
scritto né pubblicato cosa alcuna che potesse dispiacervi. In questi ultimi tempi,
ho abbandonato molti degli elementi che costituivano la mia prima letteratura. La
stessa critica l’ha ampiamente riconosciuto a proposito del mio ultimo libro, I Sogni
del Pigro.
Mi permetto perciò rivolgervi, Duce, la preghiera di potere riprendere la mia
attività giornalistica dalla quale io traggo i mezzi per vivere. Anche perché tra poche
settimane mi sposo e mi preparo ad assumere responsabilità, alle quali, in queste
condizioni, non posso andare incontro con animo sereno.
Devotamente
Alberto Moravia
Roma, 7 marzo 1941 XIX

1 Lettera a Benito Mussolini, 7 marzo 1941; dattiloscritta con firma autografa di Moravia, conser-
vata nell’Archivio Malaparte a Firenze. È stata pubblicata da Giuseppe Pardini nell’appendice III al
saggio Malaparte, Moravia e «Prospettive», «Nuova Storia Contemporanea», iii, 1, gennaio-febbraio
1999, p. 128. Come riferisce Pardini, sotto il testo della lettera è contenuta, scritta con matita rossa,
questa postilla autografa di Malaparte: «Da restituire a Moravia. Non approvo questa lettera. Meglio
non inviarla. Malaparte». Pertanto è incerto se sia stata spedita. Sempre secondo Pardini, «l’originale
della lettera è presumibilmente tornato in possesso di Malaparte quando le autorità alleate, per con-
sentirgli di preparare la sua difesa al processo contro di lui, gli fornirono numerosi documenti che lo
riguardavano rinvenuti in gran parte negli archivi dell’Ovra». La pubblicazione era stata anticipata
dalla «Domenica» del «Sole 24 Ore» il 24 gennaio 1999, con articoli di Ermanno Paccagnini e Fran-
cesco Perfetti.
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