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Luca Giansanti

Generazione littoria.
Il fascismo e gli universitari (1918-42)

Lampi di stampa
Indice

Prefazione ..................................................................................... p. 9

I. Fascismo, giovanilismo e goliardia (1918-26) ......... ……. p. 13


Giovani nella/della Grande guerra – Fascismo delle origini – Arditismo
– Futurismo – Combattentismo – Squadrismo – Per un Italiano nuovo –
Fascismo, studenti e dopoguerra – Goliardi in camicia nera – Discussioni
e problemi.

II. Il Partito e il «problema dei giovani» (1926-31) ................ p. 77


Il Pnf di Augusto Turati e i giovani – Gufini all'opera – Bottai e i giovani
– Critiche e limiti – Per una nuova élite. Alberto Cappa – Lusinghe e
disincanti – Il «problema dei giovani» – «Punti fermi» – La Segreteria di
Giovanni Giuriati – Una nuova organizzazione per i Guf – La minaccia
cattolica – La Relazione Scorza del luglio '31.

III. La fascistizzazione di una nuova élite (1931-39) ..........p. 141


Il Pnf di Achille Starace – L'espansione dei Guf e l'attività
internazionale – Nuovi compiti per gli universitari – Alla ricerca di una
nuova classe dirigente – I Littoriali della cultura e dell'arte – Esami e
bilanci– Cultura e formazione – I Littoriali del lavoro – I Corsi di
preparazione politica.
6
VI. Epilogo. Nuove generazioni alla prova (1940-42) ...... p. 209
L'Urbe e i giovani. Mito e realtà – Gioacchino Volpe ed il
ringiovanimento della nazione – Guerrieri e disillusi verso la guerra –
L' ultima occasione – La presa d'atto di Ugo Indrio –

Fonti e bibliografia ..................................................................... p. 245


A mia moglie Nicoletta,
alle mie figlie Luana e Barbara
ed a Margot,
amica a quattro zampe che non c’è più.
Prefazione

Questo lavoro indaga sui Gruppi universitari fascisti (Guf)


quali strumento creato dal regime con l’obiettivo della
promozione e selezione di una nuova classe dirigente; oggetto
della ricerca è dunque l’analisi del progetto politico-pedagogico
che il fascismo aveva elaborato nei confronti dei giovani
universitari e, conseguentemente, l’azione svolta dai Guf stessi
nei luoghi della formazione e della selezione delle nuove classi
dirigenti.
Il periodo preso in esame va dall’uscita dell’Italia dalla Prima
guerra mondiale all’ingresso nella Seconda, seguendo via via il
rigido inquadramento dei nuclei universitari all’interno del Pnf,
le origini e l’organizzazione dei primi Guf, la loro evoluzione nel
corso delle segreterie del Pnf di Augusto Turati e Giovanni
Giuriati, l’«era staraciana», l'ingresso in guerra sino agli anni ‘41-
'42.
Nel primo dopoguerra in Italia venne a svilupparsi una forma
di giovanilismo che – attraverso le sue diverse declinazioni (dal
combattentismo elitario allo squadrismo, dal nazionalismo al
futurismo) – rivendicava la preminenza dell’azione diretta sulla
riflessione teorica e, soprattutto, la velleità di soppiantare il
«vecchio» personale politico dell’Italia liberale e giolittiana: si
trattava dunque – per usare le parole di Massimo Bontempelli –
dell’ambizione a «sostituire la giovinezza alla vecchiaia nelle
funzioni direttive».
10
Il movimento fascista, sin dai suoi esordi, seppe meglio delle
altre forze politiche interpretare e fare proprie tali istanze, quelle
degli universitari in particolare; il giovanilismo fascista fu
programmaticamente associato all'esigenza della creazione di
una nuova classe dirigente ed i Guf, per loro stessa natura,
furono lo strumento principale mediante il quale il regime tentò
di conseguire tale risultato.
Volendo schematizzare, gli elementi principali sui quali fu
incardinata l’opera di formazione e selezione della nuova élite
fascista furono: l’esigenza che la nuova classe dirigente fosse
espressione di una «nuova mentalità»; che la sua formazione
dovesse essere prioritariamente «spirituale» piuttosto che tecnica
(ed in questo senso, particolare importanza rivestirà – negli anni
Trenta – la polemica antiborghese); che la sua selezione dovesse
avvenire mediante il sistema della «investitura dall’alto», sotto
l'egida del partito ed opportunamente accompagnata da un
«tirocinio» sul campo.
Nel Ventennio i Guf furono chiamati a svolgere un duplice
ruolo: quello di «classe dirigente in formazione», quale futura
élite, e quello di «formatori», in virtù del principio della
«aristocrazia del comando» per cui la preparazione dei più
giovani ovvero di quelle categorie meno attrezzate
culturalmente (si pensi ai giovani lavoratori) andava curata
dall’organizzazione universitaria di regime (secondo il concetto
della «gerarchia culturale»).
L’azione culturale svolta dai Guf, parallela a quella formativa,
doveva necessariamente caratterizzarsi per la sua
politicizzazione e, dalla seconda metà degli anni Trenta, venne
introdotto il principio della fusione tra l’attività intellettuale ed il
«lavoro», come concretamente attuato mediante
l’organizzazione, sempre a cura dei Guf, dei Littoriali del
Lavoro; con l’«accelerazione totalitaria» e, soprattutto, con la
partecipazione italiana alla seconda Guerra mondiale, dai Guf –
in quanto futura classe dirigente – si attendeva la «continuità
direttiva» del fascismo nell’ottica della «rivoluzione continua» .
Quali siano stati i risultati di questo progetto è argomento
dibattuto ancora oggi in campo sia storiografico che politico; è
11
riucito il fascismo a creare non soltanto una gioventù di Stato ma
anche una intelligenza fascista di Stato?
Carlo Emilio Gadda, in Eros e Priapo, descriveva il Guf come
«il seminario, la pèpinière delle spie»; per il Gran Lombardo infatti
i giovani universitari fascisti «facevano la spia ai docenti e ai
compagni» riuscendo così a far agevolmente carriera: «fiduciari
di gruppo, cioè ladruncoli e concussori e spie cantonali, a ventun
anni: federalastri a venticinque, prefetti a ventotto";
concludendo amaramente come «Tutta la nazione è stata posta
in mano a codesta ragazzaglia».
Nel corso del presente lavoro vengono tuttavia evidenziati
momenti, episodi, testimonianze che rivelano ambiguità e
contraddizioni e che disvelano come, dall’interno dei Guf ed in
fasi diverse, venisse ritenuto fallimentare il disegno politico-
pedagogico di cui erano investiti; il tutto prescindendo dalle
riletture fasciste, antifasciste o semplicemente autoassolutorie
rappresentate e discusse negli anni dell'Italia repubblicana.
A lungo lusingata, soventemente illusa, la generazione littoria
avrebbe così affrontato con disincanto la prova della Seconda
guerra mondiale e sarebbe uscita tormentatamente dal «lungo
viaggio attraverso il fascismo».

Questo libro è il frutto del lavoro di ricerca condotto nel corso


del XIII ciclo del Dottorato di Ricerca in Ceti dirigenti e potere
pubblico nella storia dell’Italia contemporanea presso la Facoltà di
Scienze Politiche dell’Università «la Sapienza".
Nel corso dello studio ho avuto modo di frequentare Archivi,
Biblioteche, Università, Istituti di ricerca, il cui personale ha
sempre mostrato professionalità, competenza e dedizione; spero
che, prima che sia troppo tardi, il Paese ed i suoi governanti
comprendano appieno l'importanza di queste istituzioni e di
queste persone, riconoscendone prerogative e meriti.
Ringrazio il Professor Giovanni Aliberti per avermi insegnato
tanto, nella libertà. Non lo dimenticherò mai.
Non posso infine non ricordare l'intelligenza e l’amicizia di
Roberto Bonuglia ed i nostri anni di studio e lavoro comune.
I. Fascismo, giovanilismo e goliardia (1918-42)

…e subito dopo vide sbucare da via Dante un corteo ov’erano


certuni armati di randelli come clavi di titani. Lo spettacolo lo
divertì; e si mise in un portone ben situato per goderselo tutto. Ci
fu poi un fuggi fuggi, e nello stesso tempo udì brandelli di discorsi
e di canzoni e una sparacchieria che gli parve allora come un
applauso. Osservandosi bene si accorse che il polso gli batteva
veloce e le narici gli palpitavano come a un cavallo quando annusa
la fresca mattina su un argine. «Odore di vecchia guerra» disse,
internamente ridendo.1

È Filippo Rubè il protagonista di questo brano, tratto dal


romanzo di maggiore successo di Borgese; si tratta di un giovane
meridionale, laureato in legge, appartenente «a quella
infelicissima borghesia intellettuale e provinciale» con «le mani
senza calli e coi tendini fiacchi» che non sa «stringere nè una
vanga nè una spada»2; è uno dei tanti rappresentanti di una
generazione di giovani intellettuali che hanno vissuto prima lo
scontro tra neutralismo e interventismo e poi l’esperienza della
guerra «risanatrice» grazie alla quale «l’aria aperta, la fatica, la
rinuncia al libero arbitrio, la franchigia dalle cure di denaro e di
carriera», gli avevano restituito «freschezza e spontaneità»3; ed è
un giovane che assiste al dopoguerra italiano come «una

1 G. A. Borgese, Rubè, Milano, Mondadori, 1999, p. 226 [Prima ed.


Milano, 1921] su cui in particolare cfr. G. P. Biasin, Il rosso o il nero: testo
e ideologia in «Rubè», in «Italica», 1979, n. 2, pp. 172-195.
2 Ivi, p. 99.
3 Ivi, p. 24.
14
depressione tremenda» tra gli «sciagurati» che «vogliono
defraudare dei frutti della vittoria»4 un paese già debole; ma è
anche un giovane – «combattente impaurito e reduce frustrato»5
– che partecipa, col polso che gli batte veloce e le narici
palpitanti, all’avvento del fascismo, sedotto ed avvinto da
«quell’odore di vecchia guerra» che emana il movimento
mussoliniano.
Se la letteratura italiana abbonda di opere come Rubè che
descrivono i mutamenti intervenuti, a seguito dell’esperienza
bellica, nelle giovani generazioni6, la storiografia continua a
discutere sul rapporto tra la prima guerra mondiale e le
conseguenti trasformazioni politiche e culturali: questione
caratterizzata da molteplicità di prospettive e di interpretazioni.
In tale ottica è comunque definitivamente riconosciuta una
relazione significativa tra la tragedia della Grande guerra e la
formazione, soprattutto negli ambienti della destra radicale, di
quei nuovi orientamenti e movimenti politici che prepararono e
favorirono l’ascesa del fascismo.
Nell’ambito delle ricerche riguardanti gli aspetti sociali e
culturali della prima guerra mondiale, in particolare, che hanno
insistito sull’importanza della stretta relazione tra l’esperienza
bellica e la formazione dell’ideologia fascista7, si è discusso sulla

4 Ivi, p. 190.
5 Mario Isnenghi, Le guerre degli Italiani. Parole, immagini, ricordi 1848-1945,
Milano, Mondadori, 1989, p. 226.
6 Cfr.soprattutto Mario Isnenghi, Il mito della grande guerra. Da Marinetti a

Malaparte, Bologna, il Mulino, 1997 [Prima ed. Bari, Laterza, 1970].


7 Mi limito a segnalare i lavori più significativi sul tema: Roberto

Vivarelli, Storia delle origini del fascismo. L’Italia dalla grande guerra alla marcia
su Roma, vol. I, Bologna, il Mulino, 1990 [Prima ed. con il titolo Il
dopoguerra in Italia e l’avvento del fascismo (1918-1922), I, Dalla fine della guerra
all’impresa di Fiume, Napoli, Istituto italiano studi storici, 1967]; Emilio
Gentile, Le origini dell’ideologia fascista (1918-1925), Bologna, il Mulino,
1996 [Prima ed. Bari, Laterza, 1975]; Pier Giorgio Zunino, L’ideologia del
fascismo. Miti, credenze e valori nella stabilizzazione del regime, Bologna, il
Mulino, 1995; Paul Fussel, La Grande Guerra e la memoria moderna,
Bologna, il Mulino, 1984 [ed. orig. The Great War and Modern Memory,
Oxford, Oxford University Press, 1975]; Eric J. Leed, Terra di nessuno.
15
«rielaborazione simbolica» della guerra – soprattutto da parte
delle giovani generazioni – come uno degli elementi di
mitologizzazione più importanti a cui attinse il fascismo: se
dunque la guerra operò una frattura radicale nel tessuto culturale
italiano dell’epoca marcando una netta discontinuità con le
correnti «politico-simboliche» del nazionalismo modernista
prebellico, essa venne percepita come «la frattura di una
continuità, la distruzione di un cosmo e di tutte le chiavi
interpretative che a quel cosmo si connettevano»8. In questa
ottica, attraverso l’analisi della mitizzazione dell’esperienza di
guerra, le fonti a cui attinge la nascente mitologia fascista sono
state individuate nella particolare esigenza di una «religiosità
civile» che aveva caratterizzato la cultura italiana prebellica9,
esito della convergenza di diverse tradizioni e correnti politico-
simboliche, ovvero nella esaltazione e trasfigurazione simbolica
dell’esperienza di guerra: la rielaborazione postbellica delle
esperienze vissute al fronte avrebbe infatti fornito materiale di
primaria importanza per la concretizzazione, nell’azione politica,
di quel «Mito della Rigenerazione politica» i cui elementi
fondamentali – come ha mostrato Emilio Gentile – erano già
presenti in Italia nel più generale contesto dell’opposizione
intellettuale al giolittismo10. La riflessione, più o meno

Esperienza bellica e identità personale nella prima guerra mondiale, Bologna, il


Mulino, 1985 [ed. orig. No Man’s Land. Combat and Identity in World War
I, Cambridge, Cambridge University Press, 1979]; George L. Mosse, Le
guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, Bari, Laterza, 1990. Ha
rilevato giustamente P. G. Zunino come il fascismo «ponendo al centro
della rappresentazione collettiva del passato quell’evento terribile, diede
corso ad una operazione ideologica di essenziale rilevanza, e cioè
attribuì un senso ed un significato ad una vicenda che era penetrata
nelle fibre più intime di milioni di persone» (Op. cit., p. 105).
8 E. Gentile, Il mito di Mussolini, in «Mondoperaio», luglio-agosto 1983,

p. 540.
9 E. Gentile, Il culto del littorio. La sacralizzazione della politica nell’Italia

fascista, Roma-Bari, Laterza, 1993, pp. 30-46; Id., Fascismo e antifascismo.


I partiti italiani fra le due guerre, Firenze, Le Monnier, 2000, pp. 1-27.
10 E. Gentile, Le origini dell’ideologia fascista …cit.; Id., Il mito dello stato nuovo.

Dal radicalismo nazionale al fascismo, Roma-Bari, Laterza, 1999 [Prima ed.


16
consapevole, sulla inevitabile rigenerazione del paese si sviluppò
in particolare lungo tre direttrici rappresentati dal ricambio
generazionale e – tra loro strettamente correlati – la tendenza a
creare un «Italiano nuovo» ed a promuovere, formare e
selezionare una nuova élite dirigente. Il fascismo e
l’intellettualità che espresse si occuparono sin dagli inizi di questi
temi, sovente confondendoli; il mito fascista della Grande
guerra ne rappresentò senza dubbio il punto di partenza.
In questo senso, dunque, ai fini dell’indagine
sull’atteggiamento psicologico di quella significativa porzione di
gioventù italiana che si gettò nel fascismo, è opportuno porre in
evidenza le analisi dei processi di «elaborazione mitica» già
avviati durante la guerra11, non limitandosi quindi soltanto allo
studio della mitizzazione successiva al conflitto mondiale; lo
studio dell’«atteggiamento psico-sociale» del soldato di fronte
all’esperienza bellica potrebbe essere condotto seguendo tre
piste di ricerca: a) l’estrazione sociale del soldato; b) il suo
orizzonte politico simbolico prebellico; c) l’inquadramento, il
reparto di appartenenza, il compito militare e, soprattutto, le
condizioni e le modalità attraverso le quali era chiamato a
svolgerlo. Per quanto riguarda gli elementi caratterizzanti il
formarsi della «mentalità fascista», quest’ultima pista può fornire
elementi utili a comprendere sia la formazione della mitologia
politica fascista, la genesi di quella «personalità reattiva»12 che

con il titolo Il mito dello stato nuovo dall’antigiolittismo al fascismo, 1982]; Id.,
Un’apocalisse della modernità. La Grande Guerra e il Mito della Rigenerazione
della politica, in «Storia Contemporanea», XXVI, ottobre 1995, pp. 543
ss.
11 In ambito storiografico italiano si vedano in particolare Antonio

Gibelli, L’officina della guerra. La Grande Guerra e le trasformazioni del mondo


mentale, Torino, Bollati Boringhieri, 1991; Id., La grande guerra degli italiani
(1915-18), Firenze, Sansoni, 1998; Giovanna Procacci, Soldati e prigionieri
italiani nella grande guerra, Roma, Editori Riuniti, 1993; La guerra vissuta.
Fronte, fronte interno e società, fascicolo monografico di «Movimento
operaio e socialista», 1982, n. 3.
12 Su cui cfr. Marco Bontempi, Mito politico e modernità. Sociologia del

simbolismo politico nella destra radicale europea, Padova, Cedam, 1997.


17
rappresentò uno dei fattori determinanti della fortuna incontrata
presso le giovani generazioni, universitari in specie: venne infatti
mitizzata la «generica volontà di fare la guerra ma – come
avrebbe spiegato Giuseppe Bottai – […] di farla in un certo
modo»13, con una particolare motivazione al combattimento,
nell’esaltazione del coraggio, disprezzando il pericolo e la morte,
attitudini ed atteggiamenti – questi – che sfociavano
inevitabilmente in un vero e proprio «culto della violenza»,
intesa quasi come «professione» e come «valore», nobilitata da
idealità patriottiche ma comunque intrinsecamente fine a sé
stessa14. Un intellettuale sui generis come Giuseppe Prezzolini
legge nel primo fascismo lo spontaneo trasferimento della
mentalità e della pratica militare dal campo di battaglia alla vita
civile, attraverso appunto un’organizzazione «sul tipo militare»
composta in massima parte di gente che ha fatto la guerra e che
ha «l’abitudine del comando e dell’obbedienza»: si tratta dei
reduci che, avendo scoperto l’efficacia di «una pedata o una
fucilata», per soddisfare le proprie ambizioni nella vita civile,
continuavano a ricorrervi come era avvenuto sul campo di
battaglia mentre in politica, ripudiavano decisamente le regole
comuni e, proprio perché «eran stati abituati dalla guerra a
comandare, a rischiare la vita ed a toglierla agli avversari», ebbero
la meglio nei confronti di «timidi parlamentari, avvocati
chiacchieroni, e organizzazioni operaie abituate alle transazioni
e agli scioperi politici, ma non alla lotta violenta»15.
D’altronde, se nel 1915 gli studenti rappresentarono il fulcro
delle minoranze interventiste16, animati soprattutto dal rifiuto

13 Giuseppe Bottai, Prefazione a XXVII battaglione d’assalto. Monte Piana,


Montello, Vittorio Veneto, Carnaro, Milano, 1937, p. 9.
14 A. Gibelli, La Grande guerra…cit., pp. 322-329.
15 G. Prezzolini, Sul fascismo, Milano, 1976, p. 19; pp. 30-31.
16 In tal senso cfr. Brunello Vigezzi, Le «radiose giornate» del maggio 1915

nei rapporti dei prefetti, ora in Id., Da Giolitti a Salandra, Firenze, Sansoni,
1969, pp. 111-200. Si veda soprattutto la parte relativa all’inchiesta,
promossa nell’aprile del 1915, dall’Ispettore Generale di Pubblica
Sicurezza Vigliani, sullo spirito pubblico, riguardo a un eventuale
18
dell’assetto liberal-giolittiano e dal sopraggiungere di una
dilagante disoccupazione intellettuale17, quelli che tra loro erano
poi partiti per la guerra, al loro ritorno riscontrarono che le
aspirazioni ad una rottura definitiva con l’Italia del passato
rischiavano di vanificarsi; a ciò andavano aggiunte le precarie
condizioni economiche del Paese che influenzavano
direttamente il loro percorso di studi; nel 1921 Prezzolini
realizzò una interessante inchiesta, coinvolgendo una
cinquantina di professori universitari, per comprendere i
mutamenti intervenuti a seguito della Grande guerra sulla
gioventù studentesca18: il «goliardo preoccupato di fare
all’amore e di bere del buon vino» sembrava scomparso mentre
invece aumentavano, in modo sensibile, gli studenti alla ricerca
di un lavoro «qualsiasi» per mantenersi agli studi; inoltre, notava
Prezzolini, i periodici goliardici del dopoguerra dedicavano uno
spazio sempre maggiore alla richiesta di creazione di mense
universitarie e di case dello studente, mentre il tangibile
incremento di quella disoccupazione intellettuale19 induceva i
giovani studenti a un profondo pessimismo sulle proprie
personali prospettive; soprattutto nelle menti della gioventù
colta di estrazione piccolo-borghese, al timore che le fosse
preclusa ogni attesa di ascesa sociale, si andava ad aggiungere la
paura di vedersi respinta indietro – anche dal punto di vista
economico –, verso le «masse» proletarie20.

ingresso dell’Italia in guerra. Cfr. inoltre P. Nello, L’avanguardismo


giovanile alle origini del fascismo, cit., pp.3-12.
17 Marzio Barbagli, Disoccupazione intellettuale e sistema scolastico in Italia,

Bologna, il Mulino, 1974, pp. 126-39.


18 Giuseppe Prezzolini, La Gioventù italiana dopo la guerra, in «Corriere

della Sera», 11/9/1921.


19 M. Barbagli, Op. cit., pp. 168-169.
20 Su questi aspetti cfr. F. De Negri, Op. cit., pp. 738-740; P. Nello,

L’avanguardismo giovanile … cit., pp. 23-24. Sul tema, si vedano inoltre le


penetranti osservazioni di Fidia Gambetti, nell’analisi della
«componente umana e sociale del fascismo» delle origini: i giovani,
infatti, al pari dei reduci erano «costretti a fare i conti con la situazione
economica, con la disoccupazione e se ancora studenti direttamente
19
Non va infatti sottovalutata la circostanza che i giovani, in
particolare quelli intellettuali, dopo le prime dure sconfitte subite
dall’esercito italiano, si erano visti oggettivamente costretti ad
assumere importanti responsabilità al fronte (diversi di loro
come ufficiali di complemento)21, circostanza che rafforzò
quindi in loro la convinzione di essere chiamati, terminata la
guerra, a sostituire la «vecchia» classe politica alla guida del
Paese. Da questo punto di vista, va infatti ricordato che le
vittorie riportate sugli austriaci nel 1918 vennero ritenute –
come testimonia Adolfo Omodeo22 – opera soprattutto di quei
giovani nati alla soglia del ventesimo secolo, «simbolo di una
nuova era»: la cosiddetta «classe 1899». L’antifascista Guido
Dorso individua proprio nei giovani l’apporto maggiore al
movimento fascista: pur non avendo conosciuto l’ebbrezza del
combattimento e della vittoria, i giovani, nell’immediato
dopoguerra hanno «succhiato nell’ambiente saturo» di spirito
bellico «tutte le esaltazioni ed i veleni della guerra». La «psicosi
bellica» ha fatto assorbire l’amore di patria fanatico,
abbracciando l’esaltazione imperialista oltre ogni limite,
maturando la passione per le avventure e le decorazioni. La
smania di questi giovani d’imitare la guerra spiega, in parte,

colpiti dalla crisi dei padri esercenti, artigiani, piccoli proprietari,


depauperati dalla svalutazione» (in F. Gambetti, 1919-1945…cit., p. 38).
21 A proposito della fase di formazione della coscienza politica dei

giovani, Bruno Wanrooij ha ricordato che essa attraversa un periodo


critico tra i diciotto ed i ventisei anni e che, in questo periodo, eventi
storici particolari (come nel caso dell’assistere o del partecipare
direttamente alla Prima Guerra Mondiale) possono determinare un
distacco tra la generazione che tali eventi ha vissuto e le altre
generazioni (Id., Giovani e vecchi nel fascismo italiano, in «Il Politico», 1983,
n. 3, pp. 488-489). Su questi aspetti cfr. T. Allen Lambert, Generations
and change. Towards a theory of generations as a force in historical process, in
«Youth and society», sept. 1972, vol. 4, pp. 21-45; Annie Kriegel,
Generational difference: the history of an idea, in «Daedalus», 1978, n. 4, pp.
23-38; Yves Renouard, La notion de gèneration en histoire, in «Revue
historique», 1953, n. 209, pp. 1-23.
22 Adolfo Omodeo, Momenti della vita di guerra. Dai diari e dalle lettere dei

caduti 1915-1918, Torino, Einaudi 1968 [Prima ed. 1934], pp. 83-86.
20
perché la violenza del fascismo continuasse anche dopo la
conquista del potere, quando «pretese essere ancora e sempre
squadrismo», mai staccandosi dalla pratica fatta sul campo di
battaglia, quella della forza»23; Filippo Turati analizzando la
trasformazione, diremmo, antropologica operata dalla guerra su
«giovani e adulti sottolinea il «quotidiano maneggio delle armi
proprie ed improprie» e la conseguente esaltazione dell’omicidio
«individuale e collettivo, il sequestro di persona, la beffa
macabra, la tortura del prigioniero, le spedizioni ‘punitivÈ, le
esecuzioni sommarie, ogni sorta di frodi e di imboscate
brigantesche»24.

L’esaltazione fascista dell’«attivismo» e del «mito dell’azione»


si coniugano perfettamente con l’idea di una presunta
«superiorità morale» della «aristocrazia dei combattenti»25, e
l’aver vissuto da protagonisti gli eventi del fronte – esperienza
di lotta scevra da ogni forma di interesse utilitaristico e
individualistico – rappresentò un elemento discriminante su cui
si proiettarono le speranze di una vera e propria «rinascita
morale» e politica degli italiani, intendendola anche come
opportunità di espressione della naturale autenticità politica,
finalmente liberata dai condizionamenti e dai limiti imposti
dall’ordine politico-istituzionale prebellico26. In tal senso

23 G. Dorso, La rivoluzione meridionale, Roma, 1945 [Prima ed. Torino,


Gobetti, 1925], pp. 87-88.
24 F. Turati, Fascismo, socialismo e democrazia (1928), cit. in C. Casucci (a

cura di), Il fascismo. Antologia di scritti critici, Bologna, il Mulino, 1961, pp.
242-243.
25 Sugli «aristòcrati del combattentismo» cfr. E. Gentile, Le origini

dell’ideologia…cit., pp. 153-190.


26 In tal senso cfr. Aldo Valori, Guerra Mondiale, voce del Dizionario di

Politica, Istituto dell’Enciclopedia italiana, Roma, XVIII – 1940, vol.II,


pp. 423-438 secondo cui «le conseguenze della vittoria, se pur
quest’ultima era stata tarpata, furono sempre grandissime all’interno;
una nuova classe politica si era formata nelle trincee; una mentalità e un
orgoglio nuovo facevano sì che il Paese non potesse ricadere nella
morta gara dei conflitti sociali e delle schermaglie parlamentaristiche»
(p. 438). Sull’interesse del Dizionario, studiato come esempio concreto
21
dunque, era l’«azione diretta» ad essere contrapposta alle
formule, ai metodi ed alle categorie politico-comportamentali
dell’Italia liberale, ritenute espressione di una stasi frustrante, di
mortificazione e di frammentazione di energie inespresse;
quando infatti Mussolini, nel luglio 1919, spiegò i motivi per i
quali il fascismo raccoglieva le simpatie della «gioventù delle
trincee e delle scuole», fece riferimento proprio al nuovo stile
fascista dell’agire in politica, in cui i giovani non trovavano più
«la muffa delle vecchie idee, la barba veneranda dei vecchi
uomini, la gerarchia dei valori convenzionali» ma, appunto, la
giovinezza, l’impeto e la fede27: era perciò «dalle trincee» che
sorgeva quel «flusso di vita» rappresentato appunto da una
«nuova aristocrazia»di «nuovi italiani» capace, dopo il tirocinio
di sangue e di morte» effettuato sui campi di battaglia, di
soppiantare «tutte le gerarchie degli incompetenti e dei fiacchi»
dell’Italia demo-liberale.
Il fascismo seppe cogliere ed interpretare le forme nuove della
partecipazione politica, incarnando sia il nuovo che l’antipolitica
emergente; la violenza, l'azione diretta, lo spirito cameratesco
della trincea trovavano riscontro in una forza politica nuova del
dopoguerra italiano trovando entusiastico riscontro ed
apprezzamento nei giovani, soppiantando nell'immaginario
delle nuove generazioni «i vecchi balordi di Montecitorio»28,
rappresentanti della ormai superata Italia prebellica.
La memoria della guerra, il suo portato delle esperienze
individuali e collettive divenivano parte essenziale dell'ideologia
fascista in gestazione, nella consapevolezza che l'inveramento di

dei limiti e delle contraddizioni del totalitarismo italiano, cfr. Alessia


Pedio, La cultura del totalitarismo imperfetto. Il Dizionario di politica del
Partito nazionale fascista (1940), Milano, Edizioni Unicopli, 2000; si veda
inoltre Carlo Ghisalberti, Per una storia del Dizionario di Politica (1940),
in «Clio», XXVI, 4, 1990, pp. 672-674 ora in Id., Stato Nazione e
Costituzione nell’Italia contemporanea, Napoli, E.S.I., 1999, pp. 251-279.
27 In Benito Mussolini, Opera Omnia, a cura di Edoardo e Duilio Susmel,

Firenze, La Fenice, 1951-1963, vol. XIII, p. 220.


28 Ferruccio Vecchi, Arditismo civile, Milano, Libr. Ed. de l’Ardito, 1920,

p. 82.
22
queste suggestioni non potesse che avvenire non a livello
individuale ma in più genreale e totalizzante contesto di gruppo
gerarchicamente organizzato e formato nel principio
fondamentale della efficienza e della azione diretta,
contrapposta alla speculazione teorica e soprattutto all'idea di
politca quale mediazione, compromesso, parlamentarismo e
faticosa costruzione del consenso: su questi principi fu poi
basata l’azione e la pseudo-organizzazione dei primi nuclei di
giovani e giovanissmi fascisti, studenti o meno, chiamati ad
incarnare, in prospettiva, l’«Italiano nuovo» auspicato dal
fascismo.
Intorno a questi elementi si riconobbero anche quei giovani
che non avevano potuto prendere parte in prima persona alla
guerra ma che, mediante essi, ebbero l’opportunità di assimilare
ed attuare questa mitologia politica29. In tale contesto, un
fenomeno sociale e politico di particolare rilievo nell’immediato
dopoguerra, fu l’attrazione e l‘integrazione parziale – ma
comunque rilevante – di ex combattenti con giovani del ceto
medio urbano i quali, pur non avendo potuto «fare la guerra»
(per motivi anagrafici), avevano guardato soprattutto ai futuristi,
agli arditi ed ai corpi d‘élite come a dei veri e propri modelli di
azione, anche e soprattutto politica, rinvenendo poi

29 Utile, in tal senso, un ulteriore riferimento ad una voce del Dizionario


di Politica del PNF: Giovani, di Carlo Curcio il quale individua nella
Grande guerra l’importante congiuntura «europea» per cui «all’antica
concezione prevalentemente romantica della vita» i giovani avevano
sostituto «una spregiudicatezza, un certo modo, vero o falso, reale o
apparente, di valutare il mondo» tale da distaccarli «recisamente dai
vecchi, gli anziani, i sopravvissuti» (in C. Curcio, Giovani voce del
Dizionario di Politica, cit, vol II, pp. 295-297; p. 296). La grande
intuizione del fascismo, secondo Curcio, consistette proprio nel
comprendere «sin dall’inizio della Rivoluzione (alla quale proprio i
giovani hanno partecipato con la stessa ardente animosità con la quale
avevano lottato per l’intervento e poi fatto la guerra) che la gioventù
non poteva e non doveva essere considerata come una parte passiva
della nazione. […] Il Fascismo, sorto come movimento di giovinezza
per svecchiare la nazione, non poteva volere l’esaurimento o
l’infiacchimento delle energie giovanili del Paese!» (ibid.).
23
nell’esperienza fiumana30, prima, e nello squadrismo poi, la
possibilità di riscattare la mancata partecipazione all’evento
bellico e l’occasione di dimostrare il proprio coraggio e la
condivisione degli ideali combattentistici31. Se è infatti
generalmente condiviso che la guerra diede un forte impulso alla
connotazione generazionale della protesta politica32,
l’integrazione di giovanissimi del ceto medio con ex combattenti
radicali rappresentò un’ulteriore espansione del significato
politico del combattentismo nella società, senza con questo
intaccare l’efficacia dell’antitesi generazionale come
contrapposizione politica: si saldavano infatti, in modo
dirompente a) l’idea della lotta tra «due Italie» (quella dei

30 I mesi di Fiume rappresentarono una palestra di ideologie


giovanilistiche assai importante. Fiume è una «città-esperimento» sia
politico che comportamentale, dove tutti i miti dell’eroismo, del
vitalismo, dell’estetismo, del militarismo rivoluzionario prendono
forma in modo esaltato e spettacolare. Cfr. Francesco Perfetti,
Fiumanesimo, sindacalismo e fascismo, Roma, Bonacci, 1988; F. Cordova,
Arditi e legionari dannunziani, cit.; Claudia Salaris, Alla festa della rivoluzione.
Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume, Bologna, Il Mulino, 2002.
31 Su questo concetto cfr. B. Wanrooij, The rise and the fall of Italian

Fascism as a generational revolt, in «Journal of contemporary history», 1987,


vol. 22, p. 406.
32 Cfr. Robert Wohl, 1914. Storia di una generazione, Milano, Jaka Book,

1984 [tit. orig. The generation of 1914, 1979, trad. it. di A. M. Pedrazzi]:
l’A., attraverso la comparazione di cinque casi diversi (Francia,
Inghilterra, Germania, Italia e Spagna) individua una serie di valori
comuni alla «generazione del 1914» (e più precisamente ai giovani
intellettuali che in essa si identificano e che, a nome di essa, si
esprimono): la critica alla società di massa e alle sue tendenze
«livellatrici», la tensione volontaristica verso un mutamento dai
contenuti più spirituali che materiali, l’aspirazione ad una società
organica e coesa guidata da élite illuminate e, elemento centrale, una
più o meno esplicita autocandidatura alla guida politica della nazione.
Su questo cfr. Giovanni Sabbatucci, Le generazioni della guerra, in
«Parolachiave», n. 16, 1998, pp, 115- 127; B. Wanrooij, Il mito della
gioventù, Firenze, Istituto Universitario Europeo, 1984.
24
«vecchi» e quella dei «giovani»)33, differenza questa che sfociava
nella contrapposizione di due diversi modelli di «italiano»; b) il
sentimento spontaneo dei giovani combattenti di «sentirsi
nazione» proprio in virtù dell’aver combattuto per essa34; c)
l’ambizione a compiere realmente una «rivoluzione», per
annullare quel disagio, coltivata dal giovane Bottai, che «gli
individui sani e giovani sentono dinanzi all’ingombro di una
storia pettegola» che necessitava di quel «taglio sanguinante» e di
quello «scoppio rivoluzionario» che la guerra aveva finalmente
innescato35.
Contributo fondamentale alla costruzione e diffusione di
questo nuovo paradigma ideologico e politico viene peraltro
fornito dalla riflessione di autorevoli intellettuali: tra questi,
come ampaimente documentato da diversi studiosi, da Mario
Isnenghi a Giovanna Procacci36, vanno ricordati Gioacchino
Volpe, Lucio Lombardo Radice e Giuseppe Prezzolini con
l'obiettivo «reintegrazione e ricomposizione sociale nel segno
del populismo di Stato, viatico al successivo fascismo, che punta
alla subordinazione contadina in un contesto gerarchico
incardinato sui valori stabili della nazione e dell'esercito». Va
inoltre posto in rilievo come anche le forze politiche eredi della
Italia liberle videro un significativo rinnovamento della loro
rappresentanza parlamentare nel 1919 (elezioni politche svolte
con sistema proporzionale sia in termini quantitativi che

33 La distinzione storico-generazionale delle «due italie» si trova


comunque già in G. Prezzolini, Le due italie, in «Il Regno», 22/5/1904;
si veda anche, per una articolazione più ampia, Angelo Lanzillo, La
disfatta del socialismo, Firenze, 1918, su cui cfr. E. Gentile, Le origini
dell’ideologia…cit. e Vittorio Cappelli, Il fascismo in periferia. La Calabria
durante il Ventennio, Lungro di Cosenza, Marco Editore, 1998, pp. 40-
45.
34 E. Gentile, Le origini dell’ideologia fascista…cit, p. 121.
35 Giuseppe Bottai, Ultimo appello, in «Roma Futurista», 16/11/1919.
36 G. Procacci, L’Italia nella Grande Guerra, in Storia d’Italia, vol. 4,

Laterza Bari-Roma 1997, p. 3 s. Di Isnenghi si veda ora, insieme a


Giorgio Rochat, La Grande Guerra, 1914-1915, La Nuova Italia Firenze
2001, anche per gli aggiornamenti bibliografici (p. 509-49).
25
qualitativi: Giovanni Sabbatucci ha chiaramente descritto come,
tra gli eletti alla Camera figurino 327 nuovi deputati su 508 e
soprattutto nelle file socialiste e popolari, aumentò nettamente
la presenza di trentenni per lo più ex-combattenti: per il PPI il
43% (su 100), per il PSI il 42% (su 156), mentre tra i 252 eletti
nelle altre liste la percentuale si ferma al 15%37; tuttavia Ppi e Psi
non avevano cavalcato la tematica generazionale, a differenza
della determinazione con cui era stata portata avanti dal
fascismo che vede tra i suoi eletti (il 53% dei quali sarà under 40)
giovani ed autorevoli figure che avrebbero in futuro ricoperto
ruoli di ssoluta importanza e rilievo nel Regime: Farinacci (classe
1892), Grandi e Bottai (1895), Balbo (1896). Questi ultimi, tutti
con un rilevante curriculum militare alle spalle. Non è infatti
casuale che il fascismo seppe declinare molti dei motivi e delle
istanze dei reduci38 al punto da creare e modellare una sua
propria immagine di «figlio della guerra», con un nucleo
originario costituito «da ex combattenti (ma sul serio!)», attorno
ai quali si raggrupparono i giovanissimi che, pur non avendo
fatto a tempo a combattere la guerra, la avevano comunque
«vissuta più intensamente di certe classi anziane trascinate
invano nella passiva cattività di una trincea!»39. L’immagine di
Mussolini presso i giovani reduci in preda a profondo
malcontento ed incapaci di riadattarsi alla vita civile, «sempre più
delusi e inquieti, ostili all’ordine di cose esistenti, animati da una

37 Sabbatucci coglie nettamente il rapporto tra guerra e «rivoluzione


generazionale», considerandolo più significativo in tale contesto di una
lettura esclusivamente ancorata alla dinamica di conflitto sociale o
ideologico-parlamentare.
38 Cfr. E. Gentile, Le origini dell’ideologia fascista …cit., p. 197: «i giovani

reduci, convinti di essere il sale della nuova Italia, tornati dalla guerra
senza un orientamento preciso e tuttavia certi di non trovare in nessuna
ideologia o partito tradizionale, proprio perch è tali, la risposta alla loro
«inquietudine neurastenica», per dirla col Salvemini, alle loro aspirazioni
e al desiderio di affermarsi come nuovi protagonisti della vita politica e
sociale».
39 Volt. (pseud. di Vincenzo Fani), Il concetto sociologico dello Stato, in

«Gerarchia», 1922, p. 427.


26
confusa esigenza di rinnovamento, sospinti all’azione, alla
violenza, all’uso delle armi dalle abitudini della vita di guerra»40
seppe infatti risvegliare «l’orgoglio e il cameratismo delle ore
eroiche», anche in nome di quella «trincerocrazia»41 auspicata
dallo stesso Mussolini.

Il fenomeno dell’arditismo42 fu, da questo punto di vista, di


assoluto rilievo ed il sistema di miti di cui era corredato spiega
la vasta eco che ebbe soprattutto in ambito giovanile ed in
particolare negli anni ’20; esso fu metabolizzato come una
«inconsapevole scuola di preparazione politica», come avrebbe
spiegato trent’anni dopo Bottai, il quale, ai critici che
individuavano nell’arditismo il maggiore incubatore della
violenza fascista, replicava domandando «che cosa fecero le
classi politiche italiane più mature ed accorte per captare e
portare al punto di fusione quelle giovanili energie eccitate dal
combattimento»?; soltanto Mussolini si era dimostrato in grado
di compiere tale operazione, intercettando e mettendo «a buon
uso» – sempre secondo l’ex gerarca fascista – l’istinto e
l’aggressività dei reduci e degli ex arditi43, la cui fatale
convergenza nel fascismo avvenne – lo disse lo stesso Mussolini
– in virtù del «dinamismo violento che urta e spezza i luoghi comuni
di tutti i partiti, i dogmi di tutte le fedi»44. Come ha rilevato
Roberto Vivarelli, l’azione politica fascista aveva forme

40 F. Gambetti, 1919-1945…cit., p. 38.


41 Cfr. B. Mussolini, Trincerocrazia, (15/12/1917), Id., Opera Omnia, cit.,
vol. X, pp. 140-142.
42 Sull’arditismo cfr. E. Gentile, Le origini dell’ideologia…cit., pp. 156-167;

Ferdinando Cordova, Arditi e legionari dannunziani, Marsilio, Padova,


1969; Giorgio Rochat, Gli arditi della Grande Guerra. Origini, battaglie e miti,
Gorizia, Libreria Editrice goriziana, 1997 [Prima ed. Milano, Feltrinelli,
1981]; Angelo Tasca, Nascita e avvento del fascismo. L’Italia dal 1918 al
1922, Roma-Bari, Laterza, 1982, pp. 59-62; Renzo De Felice, Mussolini
il rivoluzionario 1883-1920, Torino, Einaudi, 1965, pp. 477-480.
43 G. Bottai, Vent’anni e un giorno, Milano, Garzanti, 1949, pp. 9-10.
44 B. Mussolini, Opera Omnia, cit., vol. XI, p. 477; XIV, p. 44. Il corsivo

è mio.
27
espressive «rivoluzionarie» e «si faceva espressione di quella
deformata «psicologia di guerra», amante della violenza» di cui
gli arditi erano i più alti rappresentanti45; Fidia Gambetti ha
altresì evidenziato che, in ambito squadristico, la componente
degli arditi ebbe un peso particolare proprio perché l’ardito
rappresentava «un tipo del tutto particolare» di reduce in quanto
rimaneva «imbevuto di orgoglio e di spirito combattivo, […]
portato a considerare la vittoria un po’ come il risultato
dell’eroismo e del contributo personale» nel disprezzo di tutti
quanti si erano opposti alla guerra o comunque non l’avevano
combattuta46.
L’arditismo, che ebbe nell’esaltazione della giovinezza e nel
culto dell’azione gli aspetti più interessanti della propria
ideologia, elaborò a posteriori una propria analisi dell’esperienza
bellica: Mario Carli, intellettuale fascista in cui confluivano
motivi e suggestioni sia dell’arditismo che del futurismo, ha
fornito una puntuale ricostruzione del percorso che aveva
condotto, a partire dall’esperienza della Grande guerra, ad
auspicare la creazione di un «italiano nuovo»: inizialmente il
governo italiano aveva colpevolmente aderito al «pregiudizio di
dover combattere [creando] un esercito alla tedesca, immenso,
compatto, pachidermico, buoi», non avendo saputo
comprendere che «alla nostra razza non poteva adattarsi questo
forzamento, e non vi si adattò. Era troppo stridente il contrasto
fra il nostro carattere aggressivo, impulsivo, individualista,
sensibile, ribelle, e il tipo di disciplina nordica che ci era
imposto»; se dunque occorreva compiere sacrifici, se occorreva
«essere spinti alla morte», i soldati italiani dovevano essere
motivati in modo diverso, lasciando emergere la loro «anima di
sognatori»47:

45 R. Vivarelli, Il dopoguerra in Italia e l’avvento del fascismo …cit., pp. 284-


285.
46 Fidia Gambetti, 1919-1945. Inchiesta sul fascismo, Milano. Mastellone

editore, 1953, pp. 26-27.


47 M. Carli, Noi Arditi. Profilo dell’arditismo, Milano, Facchi editore, 1919,

pp. 3-4. Questo opuscolo sarebbe poi stato rifuso nel più ampio
Arditismo, Roma-Milano, Augustea, 1929. Su Carli cfr. Anna Scarantino,
28

Toglimi lo zaino, un briciolo di disciplina (soltanto un briciolo),


non stancarmi con marcie troppo lunghe, non lasciarmi troppo
tempo in trincea, nutrimi meglio, dammi qualche soldo in più,
dammi un distintivo che dica a tutti che sono bravo, lodami davanti
ai compagni, attribuiscimi delle responsabilità e un po’ d’orgoglio:
e vedrai che non rifiuterò nessuna pattuglia, nessuna incursione,
nessuna avanzata. Fammi essere italiano, e io sarò Ardito.48

Carli riteneva dunque che al Paese mancasse


fondamentalmente «la formula concreta per canalizzare la
bellezza e la superiore temerarietà delle sue eroiche giovinezze,
sparse dovunque e non rivelate»: occorreva «un nome e una
divisa» per questo nuovo soldato italiano: ed è balzato fuori,
sintesi miracolosa della nostra razza, l’Ardito»:

L’Ardito, il futurista della guerra, l’avanguardia scapigliata e pronta


a tutto, alleggerita, agilizzata, sfrenata, la forza gaia dei vent’anni
che scaglia le bombe fischiettando i ricordi del Varietà. Si era
finalmente trovato il tipo di soldato nostro, assolutamente nostro,
diverso dal bersagliere, dall’alpino, dallo zuavo francese, dal
pattugliere tedesco, dall’assaltatore austriaco, e adatto alle imprese
più inverosimili, alle audacie più incredibili, alle avventure
individuali che toccavano il fantastico e il leggendario. 49

L’Ardito rappresentava dunque un modello nuovo che faceva


emergere, «riconoscere e sfrenare il carattere essenziale del
nostro popolo: l’agilità e il coraggio fisico, guidati dall’iniziativa
personale e ispirati da un’altissima idealità»: ecco dunque la
nuova gioventù («intuitiva, libera e spregiudicata, sana e
geniale») che vuole «andar oltre […] straripare e anticipare», la
nuova «avanguardia della nazione»50. Mario Carli distingue
dunque «la massa combattente in due categorie: quelli che

«L’Impero». Un quotidiano «reazionario-futurista» degli anni venti, Roma,


Bonacci, 1981.
48 Ivi, p. 8-9.
49 Ivi, p. 10.
50 Ivi, p. 11.
29
avevano più attitudine per l’attacco; e quelli che meglio si
adattavano alla resistenza»: si tratta evidentemente di due
categorie non solo militari quanto piuttosto morali,
generazionali, antropologiche:

Da una parte i più giovani, gli spensierati, gli scapigliati, gli


spregiudicati, gli irrequieti, i violenti, gli scontenti, i superatori, i
passionali, i frenetici e gli sfrenati, i ginnasti e gli sportmen, i mistici
e gli sfottitori, gli avanguardisti di ogni campo della vita, i futuristi
di cervello o di cuore o di muscoli. Dall’altra parte gli anziani, i padri
di famiglia, i lenti, i pesanti, i passivi, gli sfiduciati, i pigri, magari in
gran parte buoni soldati, ma più adatti all’obbedienza che
all’iniziativa, più fermi al loro posto che impazienti di scattare,
ottimi puntelli per le trincee, ma poco idonei allo sbalzo in avanti.
I primi venivano in generale dalle città, gli altri più specialmente dalle
campagne.51

Disegnando una «graduatoria del coraggio», Carli pone gli


arditi sullo scalino più alto, per via di «un fenomeno di selezione
[…] essenzialmente aristocratico», basato su una serie di doti che
connotano positivamente ogni loro gesto:

Volontarismo. Sdegno del tran-tran mediocre, in cui non si rischia


nè si guadagna troppo. Passione per l’emozione, per il pericolo, per
la lotta. Personalità, iniziativa, fantasia, accortezza di animale
predace. Spirito d’avventura e spirito di corpo. Romanticismo di
uno sfondo nerissimo, sul quale guizzano muscolature da acrobata.
Intellettuali assetati di gloria, generosità capace di un’estetica
raffinata. Mafia insolente del valore consapevole. Fusione perfetta
di pensiero-bellezza-azione. Eleganza di un gesto primitivo,
infantile, subito dopo un gesto di eroismo inverosimile. Tutti gli
slanci, tutte le violenze di cui trabocca l’anima italiana. 52

L’Ardito dunque rappresenta il «nome» da dare e la «divisa»


che può essere indossata da ogni italiano autenticamente nuovo,
capace di incarnare i «valori», quell’«italiano purissimo,

51 Ivi, pp. 15-16. Il corsivo è mio.


52 Ivi, pp. 28-29.
30
consapevole e geniale, che non aveva deviato un istante dalla sua
divina missione di pattugliere avanzatissimo di ogni marcia
ideale o reale»53:

Patrizi scesi da cavallo, aviatori scesi dai velivoli, intellettuali usciti


dalle ideologie, raffinati fuggiti dai salotti, mistici nauseati dalle
chiese, studenti ansiosi di vita, e giovinezza, giovinezza,
giovinezza54 […] l’apostolo invasato da un’idealità superiore […],
il dilettante del coltello […], il sentimento idealista […], lo
scavezzacollo dall’energia straripante […], qualche reduce dalle
patrie galere […], il pallido sognatore, l’ex accoltellatore,
l’aristocratico senza l’r, il futurista, il ginnasta, l’idealista […] 55

Mario Carli conclude nel ’19 il profilo dell’arditismo


stabilendo una connessione tra l’ardito ed il futurista, definendo
l’ardito come «il futurista della guerra» ed il futurista come
«l’ardito delle battaglie artistiche e politiche»: sta di fatto –
conclude Carli – «che i futuristi si sono battuti quasi tutti fra gli
Arditi, e che moltissimi Arditi si sono iscritti al Partito
futurista»56: è il viatico per il perfezionamento del modello, che
– come vedremo – avrebbe fuso ulteriori istanze e suggesioni
nell’«Ardito-futurista».

La consonanza attitudinale del futurismo con il fascismo è


favorita dalla vicinanza all’arditismo57. Osserva opportunamente
Rochat che «L’ingresso degli arditi nelle lotta politica del
dopoguerra avviene attraverso la mediazione di due gruppi
diversi, ma vicini e presto alleati: i futuristi e il «Popolo d'Italia»
di Mussolini. Tra le varie componenti dell'interventismo i
futuristi sono i primi a rivolgersi agli arditi come ad una forza

53 Ivi, p. 53.
54 Ivi, p. 29.
55 Ivi, p. 53.
56 Ivi, p. 64. Questo brano era stato già pubblicato in «Roma futurista»

del 20 settembre 1918 sotto il titolo Primo appello alle fiamme.


57 È singolare che alla relazione tra futurismo, arditismo e fascismo, non

si faccia cenno in Dianella Gagliani, Giovinezza e generazioni nel fascismo


italiano: dalle origini alla RSI, in Le generazioni, cit., p. 128 s.
31
politica autonoma e rinnovatrice, anzi, per parafrasare le parole
di Marinetti, alla «nuova generazione d'Italia, temeraria e geniale,
che prepara il grandissimo futuro d'ltalia"58.
La forte suggestione esercitata presso i giovani dall’alleanza del
primo fascismo con il movimento futurista era perciò dovuta
proprio alla ambizione futurista di sostituire – come affermava
Massimo Bontempelli – «la giovinezza alla vecchiaia nelle
funzioni direttive»59; tra tutti quei movimenti politici e culturali
dei primi due decenni del Novecento che prepararono il terreno
di incubazione del fascismo, quello futurista fu senza dubbio il
più iconoclasta nei confronti della tradizione, facendo del
giovanilismo una esplicita e programmatica rivendicazione,
motivo ricorrente contro il «passatismo»60. Tra i fattori principali

58 Gli arditi della grande guerra. Origini, battaglie e miti, Feltrinelli Milano
1981, p. 111-3.
59 Massimo Bontempelli, Fabbricare la giovinezza, in «Roma Futurista»,

30/11/1918. Bontempelli biasimava peraltro quei giovani («i più di


essi») che «non capi[vano] la loro fortuna» dell’aver avuto l’opportunità
di combattere nella Grande Guerra; ciò avveniva – a giudizio dello
scrittore – in ragione di quella «educazione giolittiana, della scuola e
della famiglia» da cui i giovani avrebbero dovuto invece liberarsi
leggendo «libri di avventure, giornali audaci», frequentando il teatro e
partecipando attivamente alle dimostrazioni, affinch è «si abitu[assero]
alla rissa, si facilit[assero] gli inizi delle professioni avventurose». Sul
rapporto tra futurismo e fascismo, con particolare riguardo alle «forme
della politica» cfr. E. Gentile, Il futurismo e la politica.… cit.; Angelo
D’Orsi, L’ideologia politica del futurismo, Torino, il Segnalibro Editore,
1992; si veda anche George L. Mosse, Futurismo e culture politiche in
Europa: una prospettiva globale, in R. De Felice, (a cura di), Futurismo,
cultura…cit., pp. 13-46.
60 Nel Manifesto futurista pubblicato sul giornale parigino «Le Figaro» il

20 febbraio 1909, Filippo Tommaso Marinetti proclamava: «Ma noi


non vogliamo più saperne del passato, noi giovani e forti futuristi! […]
Impugnate i picconi, le scuri, i martelli e demolite, demolite, demolite
senza pietà le città venerate! I più anziani fra noi hanno trent’anni: ci
rimane dunque un decennio, per compiere l’opera nostra. Quando
avremo quarant’anni, altri uomini più giovani e più validi di noi, ci
gettino pure nel cestino, come manoscritti inutili» (in. F. T. Marinetti,
32
che contribuirono al consolidamento dell’«alleanza» tra fascismo
e futurismo troviamo l’interventismo, il combattentismo e la
prospettiva della «rivoluzione italiana» antibolscevica61; tutti
elementi, come già osservato, rivelatisi fortemente attrattivi per
le generazioni più giovani; il giovanilismo e le istanze di
rinnovamento venivano infatti abitualmente evocati negli scritti
e nelle dichiarazioni dei principali esponenti futuristi che
insistevano particolarmente sul ruolo decisivo a cui erano
chiamati i giovani ai quali le élite politiche del Paese avrebbe
dovuto «cedere il passo»62.
Le istanze di un profondo ed effettivo rinnovamento della
classe dirigente, venivano – da parte futurista – giustificate
proprio dall’esito della Grande guerra, esaltata come «fucina di
un’esperienza concreta di etica futurista», nella quale si erano
forgiati quegli «italiani nuovi» che avrebbero «rigenerato la
nazione»63; non è un caso che già nell’ottobre ’18 Emilio
Settimelli individuava come obiettivo principale del programma
politico futurista, giudicato «più che altro una tendenza
psicologica», il tentativo di creazione di «un nuovo tipo di
italiano»64, tema, questo, oggetto di indagine già ne «Lo Specchio
dell’ora», esperimento editoriale limitato a due sole uscite
(maggio e luglio 1918) ma che dimostra l’esistenza di una

Teoria e invenzione futurista, a cura di Luciano De Maria, Verona, 1968,


pp. 7-13).
61 Mario Gradi, «fascista della prima ora», ha insistito sullo scontro,

nell’Italia del dopoguerra tra due «miti»: «il mito della rivoluzione bolscevica
[…] e il mito della guerra che esalta le giovani generazioni che sui campi
di battaglia hanno dato la prova del loro valore» (in Mario Gradi, Questo
fascismo. Annotazioni di un diciannovista, Monterotondo, Edizioni
Coscienza del Cittadino, 1981, p. 38. Il corsivo è mio). Cfr. altresì
Angelo D’Orsi, La rivoluzione antibolscevica. Fascismo, classi, ideologie (1917-
1922), Milano, Franco Angeli, 1985.
62 Articolo di Enrico Rocca, in «Roma Futurista», 16/2/19.
63 E. Gentile, Il futurismo e la politica. Dal nazionalismo modernista al fascismo

…cit., p. 120.
64 E. Settimelli, Creiamo un italiano tipo unico, in «Roma futurista», 20

ottobre 1918.
33
riflessione condivisa all’interno del futurismo: Bruno Corra65
riteneva infatti che «lo scopo ultimo di questa enorme malattia
che travaglia[va] l’umanità, [fosse] il rinnovamento degli
elementi cellulari che compongono il suo organismo: gli
individui»66; Renato Zavataro, sulla scorta dell’esperienza bellica,
prefigurava l’affermarsi di una nuova aristocrazia che avrebbe fatto
valere un sistema sociale basato proprio su di un nuovo
principio di autorità imposto dagli «uomini nuovi»:

Il compito sarà enorme, il programma rude e violento. Sarà una


grande battaglia […] di onesti contro procacciatori, di puri contro
impuri, di diritti contro obliqui, dei nuovi contro i vecchi e i falsi
nuovi. […] la funzione aristocratica si compirà nella formazione di
un nuovo carattere morale che si imponga all’incoscienza delle
masse. Ognuno sarà valutato per la propria individualità in
rapporto all’ingranaggio comune. È necessario aprire un periodo
di disciplina ferrea, di regime igienico per guarire le piaghe del
mondo.67

Il giovane Alberto Cappa, fratello di colei che sarebbe


divenuta di lì a breve la moglie di Marinetti68, vedeva
nell’«Italiano nuovo» l’espressione autentica di una nazione
rigenerata dall’esperienza sui campi di battaglia, che aveva
selezionato una generazione nuova antagonista delle precedenti:
sono infatti i «giovani, GIOVANISSIMI, audaci e
intraprendenti» materia principale attraverso cui formare «gli
uomini futuri, gli uomini di QUELL’ITALIA che si prepara col
sangue e col sacrificio lassù nelle umide trincee del Piave»69.
Vedremo più avanti come avrebbe sviluppato compiutamente
queste sue riflessioni negli anni a seguire, anche dalle colonne
della gobettiana «Rivoluzione liberale».

65 Pseudonimo di Bruno Ginanni Corradini.


66 B. Corra, Le supreme condizioni della pace, in «Lo Specchio dell’ora», n.
1, 30 maggio 1918.
67 Cfr. Renato Zavataro, La nuova aristocrazia, ivi.
68 Su cui cfr. infra, pp..
69 Alto [Alberto] Cappa, La gioventù contemporanea, ivi., n. 2, 1 luglio 1918.
34
Sulla stessa direttrice si situano le riflessioni di Ernesto
Daquanno, che celebrava le «prove di perizia, d’iniziativa, di
coraggio, di forza» dei giovani, in attesa dell’avvento di un’Italia
«più nobile più moderna più forte»70. Marinetti propose quindi
ai giovani ed ai combattenti di organizzare «un unico grande
partito di uomini decisi, sani, adoratori della vita, orgogliosi della
vita, orgogliosi di essere italiani e sicuri del proprio destino»71:
un destino, negli auspici del futurista Rodolfo Cazzaniga, che
avrebbe visto consegnare nelle mani dei giovani «il timone della
gran nave «Italia» salpante baldanzosa verso l’infinito mare
dell’avvenire»72.
Un importante esperimento in questa direzione, fu
rappresentato dalla costituzione della «Avanguardia Futurista
d’Italia», «associazione artistico politico sportiva militarizzabile
in caso di guerra o rivoluzioni» alla quale potevano aderire
soltanto giovani di età inferiore ai venticinque anni73.
Questa organizzazione, che fu attivamente impegnata in
manifestazioni antigiolittiane, antisocialiste74, anticlericali75 ed
antimassoniche76, era retta da un Consiglio direttivo «onorario»
(del quale facevano parte Bottai, Carli, Marinetti, Enrico Rocca,

70 E. Daquanno, L’illustre zavorra, ivi.


71 Ivi., p. 129. Sull’attività politica di Marinetti cfr. E. Gentile, La politica
di Marinetti, in Id., Il mito dello Stato nuovo. Dal radicalismo nazionale al
fascismo, Roma-Bari, Laterza, 1999, pp. 139-170 (orig. in «Storia
contemporanea», 1976, pp. 15-38); R. De Felice, L’avanguardi futurista,
in Id., Fascismo, antifascismo, nazione. Note e ricerche, Roma, Bonacci, 1996,
pp. 219-249 [pubblicato in origine come Introduzione a F. T. Marinetti,
Taccuini 1915-1921, a cura di A. Bertoni, Bologna, il Mulino, 1987].
72 R. Cazzaniga, Il mondo nelle mani dei giovani, in «Roma Futurista»,

30/12/1918: «[…]. I giovani hanno forgiato la vittoria; i giovani devono


soprattutto goderne i benefici. Il domani ai giovani, dunque!
Inchiniamoci dinanzi alla balda schiera che torna. Il loro dinamismo
sarà quello che detterà le leggi che disciplineranno il mondo. Il mondo
nelle loro mani!».
73 Cfr. «Roma Futurista», 19/10/1919.
74 Cfr. «Roma Futurista», 28/9/1919.
75 Cfr. «Roma Futurista», 21/3/1920.
76 Cfr. «Roma Futurista», 21/12/1919.
35
Emilio Settimelli, Vincenzo Fani Ciotti) ed uno «effettivo»
(composto da R. Calcaprina, F. Cristofanetti ed Arnaldo Cappa
– fratello dei già citati Alberto e Benedetta). L’Avanguardia
rappresentò il tentativo di costituzione di un «partito degli
studenti» da opporre al «Partito sozzalista» (nel quale erano
riuniti «i contadini e gli operai»); in tale esperimento l’organo
ufficiale del Partito creato da Marinetti, «Roma Futurista»77, si
era impegnato diffusamente78 e, sotto questo segno, va dunque
letto l’appello alle «sentinelle del domani! Avanguardie
impetuose dell’Italia futura» affinché si lanciassero all’assalto, «in
colonne serrate», contro quel «branco di sporchi pipistrelli [che
stava] danzando allegramente intorno ai morti di Caporetto»; il
giovane «tenente delle fiamme nere» Giuseppe Bottai,
auspicando che la gioventù italiana, «dopo la divina frenesia di
moto e di audacie della guerra, non torn[asse] agli smidollati ozi
di un tempo», si compiaceva della avvenuta costituzione delle
Avanguardie futuriste, «piene di fede e di coraggio: rischio
intellettuale e rischio fisico, follia acrobatica del cervello e dei
muscoli» perché vedeva in esse quella «cellula veramente ed

77 Il giornale, pubblicato a partire dal 20 settembre 1918, fu diretto da


Mario Carli, Emilio Settimelli e Filippo Tommaso Marinetti ai quali
subentreranno successivamente Enrico Rocca, Guido Calderini e,
dall’aprile ‘19, Giuseppe Bottai; «Roma Futurista» fu dunque il «primo
nucleo di futuristi politici attorno al quale – si legge nella dichiarazione
programmatica – si formerà la grande massa del partito che al momento
opportuno organizzeremo con un’organizzazione vasta e precisa»
(«Roma Futurista», 20/9/1918). L’intento politico del giornale è infatti
quello di realizzare l’unità delle avanguardie intellettuali futuriste con le
avanguardie popolari degli arditi, in vista della costituzione del Partito
politico futurista; da una annotazione dell’11 agosto ’18 del diario di
Marinetti emerge chiaramente l’intento di realizzare la fusione tra arditi
e futuristi («Discusso giornale Roma futurista per tutti gli arditi con Carli
[…] e Settimelli», in F.T. Marinetti, Taccuini 1915-1921, a cura di Alberto
Bertoni, Bologna, Il Mulino, 1987, p. 304). Sulle vicende del periodico
cfr. Elisabetta Mondello, Roma futurista. I periodici e i luoghi dell’avanguardia
nella Roma degli Anni Venti, Milano, Franco Angeli, 1990.
78 R. Calcaprina, Un partito agli studenti, in «Roma Futurista», 20/12/18.
36
intensamente viva» che avrebbe fatto esplodere la «carcassa
italiana» in una nuova giovinezza79.
Nel Manifesto80 dell’Avanguardia Futurista (dicembre 1919),
redatto dal cattolico Vincenzo Fani Ciotti (Volt), futurista ma
già capo dei giovani nazionalisti romani, veniva affrontato con
accenti fortemente polemici, un tema che sarebbe divenuto
abituale nella pubblicistica fascista, giovanile e non: la riforma
del sistema formativo. Volt infatti svolgeva una autentica
demolizione della scuola italiana dell’epoca: al sistema dell’Italia
liberale veniva infatti imputato l’aver «dato all’Italia una
generazione debole, imbelle, incapace di opporre la violenza alla
violenza» e l’aver dunque formato una «genia timida gretta
opportunista provinciale, conservatrice per la pelle, in un paese
in cui non v’è nulla da conservare». La scuola e le università
italiane dovevano invece divenire lo strumento per realizzare
«l’ideale della nazione armata» e per creare una generazione
capace «di tirare di boxe e di moschetto, di maneggiare il pugnale
con destrezza e di lanciare con eleganza la sua bomba a mano».
Oltre all’educazione fisica81, era la Storia la materia «maestra di

79 Lettera pubblicata in «Roma Futurista», 26/10/1919; all’epoca Bottai


ricopriva, tra l’altro, la carica di condirettore del periodico. Nel febbraio
del ’20 Bottai lasciò il giornale e proseguì la sua azione nel Movimento
dei Fasci. Di lì a poco Marinetti uscì dai Fasci di Combattimento,
mentre qualche mese dopo sarà Bottai a rompere pubblicamente con il
futurismo. Su queste vicende cfr. l’Introduzione di Stefano Mecatti a G.
Bottai, Quaderni giovanili 1915-1920, Milano, Fondazione Arnoldo e
Alberto Mondadori, 1996, pp. XI-XX.
80 Volt., L’Antiscuola. Manifesto dell’Avanguardia Futurista, in «Roma

Futurista», 21/12/1919. Su Volt cfr. Giuseppe Pardini, Alla destra del


fascismo. L’itinerario intellettuale di Vincenzo Fani Ciotti (Volt), in «Nuova
Storia Contemporanea», luglio-agosto 2000, pp. 79-104; Adriano
Roccucci, Roma capitale del nazionalismo (1908-1923), Roma, Archivio
Guido Izzi, 2001, pp. 123ss.
81 Per questo aspetto, va rilevato, come sottolineato da Mosse, che «in

Italia il significato simbolico dell’esercizio fisico non stava tanto nel


valore simbolico di un bel corpo, quanto soprattutto nell’educazione
alla disciplina, al senso dell’ordine, al corretto comportamento
considerato essenziale»: in G. L. Mosse, L’immagine dell’uomo. Lo stereotipo
37
futurismo» che avrebbe dovuto orientare la gioventù mediante
l’applicazione delle sue tre «verità fondamentali»: «l’eterna
universale necessità della guerra; […] L’evoluzione incessante
delle condizioni politiche sociali, intellettuali» e l’impossibilità di
«fissare l’evoluzione storica negli schemi di una futura «città
ideale»» (come invece tentato da Platone, Dante, Marx e
Wilson)82. Dell’università italiana, Fani criticava soprattutto la
facoltà di Lettere, che aveva dato all’Italia «ogni anno qualche
centinaio di filologi e di topi di biblioteca: razza forse necessaria
ma di cui occorre frenare l’eccessiva riproduzione»; mentre la
facoltà di Giurisprudenza, «naturale anticamera della carriera
politica», era condannata per aver favorito la formazione di
quella «mentalità avvocatesca» che aveva contribuito al processo
di corruzione del costume politico italiano. Si tratta di posizioni
coerentemente in linea con il «primato dell’azione» sulla
riflessione teorica», tematica questa che Volt sviluppa anche in
forma letteraria, nel romanzo La fine del mondo, ambientato nel
2247, in cui descrive il sacrificio di un giovane, Paolo Fonte,
afflitto da un male incurabile, che distrugge con la sua armata, a
costo della propria vita, il Parlamento, per consentire alle
«eteronavi» di salpare «verso le stelle» abbandonando
definitivamente una Terra divenuta «troppo stretta», per chi
come lui non concepisce «la vita senza lotta. La vita senza
sforzo. […] calma, uguale, vuota»83.
Come si è già accennato, nella costruzione del modello di
«Italiano nuovo» un momento importante è rappresentato dal
«sincretismo» tra arditismo e futurismo, con gli evidenti elementi
di derivazione semplicemente combattentistica, che genera il
Manifesto dell’Ardito-Futurista, redatto da Mario Carli ed articolato

maschile nell’epoca moderna, Torino, Einaudi, 1997 [ed. or. Oxford, Oxford
University Press]; si veda inoltre Gaetano Bonetta, Corpo e nazione.
L’educazione ginnastica, igienica e sessuale nell’Italia liberale, Milano, Franco
Angeli, 1990.
82 Volt, L’antiscuola …cit.
83 Volt, la fine del modo. Romanzo di fantascienza futurista, Milano,

Modernissima, 1921 [Prima ed. 1919], recentemente ripubblicato


presso Firenze, Vallecchi, 2003, a cura di Gianfranco de Turris.
38
in otto punti: in esso è tratteggiato un «programma energetico»
che impone tra l’altro l’esercizio del corpo «in tutte le forme di
sport», l’intervento quotidiano «nella vita collettiva», lo
«smontare, ripulire, lubrificare tutti i congegni della complessa
macchina politica-burocratica-giuridica italiana, oppure
trovandoli fuori uso, gettarli nel crogiuolo di una rivoluzione
fondendo e costruendo un nuovo arnese più adatto al suo
tempo»84.
L'«ardito-futurista» doveva contrapporsi al modello di «uomo
liberale», quello che da giovanissimo aveva riscontrato nel
«professore miope, scocciatore, retorico pantofolaio […]
vilissimo e inconcludente di fronte alla realtà», poi, da adulto,
ritrovava nel politico «ottuso, lento, avaro, ermetico e
inconcludente» oppure nel

Detentore pavido e geloso di ogni potere pubblico e privato: dal


direttore d’ufficio a maresciallo d’alloggio, da presidente di
Consiglio d’Amministrazione a direttore di giornale quotidiano: e
sempre con la stessa faccia solenne e compunta di persona
«investita», sempre con la stessa sagoma ripulita e rifinita, e con una
maschera di falsa gentilezza stereotipa che ti rimanda
inevitabilmente a domani per la soluzione dei più semplici
problemi[…].85

L’«uomo fascista» si distingue dall’«uomo liberale» soprattutto


perché «dinamico mentre l’altro è statico», e soprattutto perché
è capace di essere «fedele a se stesso», «genuino»:

è individuo di agile muscolatura e di asciutto cervello, che sdegna


la retorica ed ama l’avventura, che per cose di poesia rischia la vita
sorridendo e s’inchina alla bellezza e beffeggia la solennità e
schernisce il sussiego e tutte le cose panciute, barbute, burbanzose

84 M. Carli, Manifesto dell’Ardito-Futurista, in «Vittorio Veneto», n. unico,


novembre 1919.
85 M. Carli, Fascismo intransigente (Contributo alla fondazione di un Regime),

Prefazione dell’On. Roberto Farinacei, Firenze, R. Bemporad & Figlio,


pp. 197-199: si tratta di una raccolta di articoli pubblicati su «L’Impero»
e su «Cremona Nuova».
39
e cotennose, snello conquistatore di cuori e di città, animoso e
fantasioso trovatore di gioie rare e di dominii superbi. Esso è libero
nel senso più puro e più vasto, perché non subisce le tirannidi del
pensiero altrui e la dittatura dei luoghi comuni consunti. La sua
divisa è: iniziativa, canzoni e improvvisazione.

Questo è dunque «l’italiano nuovo ed eterno», apparso


dapprima «in veste di Ardito» e poi, «più diffusamente, come
fascista»86. Per Carli l’avvento dell’«Italiano nuovo» non è più
soltanto «il sogno di pochi fantasticatori impazienti»; tuttavia il
permanere dei «vecchi focolai di demagogia», delle «pedanterie
culturali», dei «filisteismi lapidatori di genialità» impediscono al
fascismo di imporre quella «nuova mentalità» necessaria a
dissolvere ogni rigurgito «passatista» degli ancora presenti
«anemici senz’ardire», dei «bolsi senz’amore», dei «miserabili
straccioni dello spirito»87; l’antagonismo tra l’italiano «nuovo» e
quello «liberale» è perciò anche l’opposizione tra l'«uomo dai
globuli rossi» e quello «dai globuli bianchi», nel recupero e
nell’esaltazione del tema della «bellicosità», assurta a valore,
discriminate in senso positivo nel giudizio.
L’«Italiano nuovo» ardito-futurista non ha un sistema culturale
di riferimento nè ad esso sembrano attribuirsi particolari
competenze e/o doti intellettuali: categoria fondamentale è
invece il nuovo «stile» ed il nuovo «ritmo» della politica fascista:
la condanna dei partiti (sinonimo di «egoismo», «visione
unilaterale» e «spirito settario»88) ed il recupero della «politica
militante» attiva: in epoca demo-liberale infatti «gli uomini
migliori restavano estranei» alla attività politica che
rappresentava «il palcoscenico dei buffoni», con una classe
dirigente composta essenzialmente di «uomini senza fibra, senza
coraggio e senza genio»: il tema della selezione era dunque
centrale nella riflessione di Carli: i valori necessariamente

86 Id., Linee di spiritualità fascista (Per il Convegno intellettuale di Bologna), ivi,


pp. 39-42.
87 M. Carli, Segni di una nuova mentalità, in Id., Fascismo intransigente…, cit.,

pp. 13-14.
88 Id., Verso il crepuscolo dei partiti, ivi, pp. 23-28.
40
espressi da una vera élite («volontà, energia, coraggio, sincerità,
ingegno, fantasia») non potevano che emergere a seguito di un
«fenomeno vulcanico» quale la Grande guerra, che aveva
invertito il processo selettivo89. Non mancano però le
preoccupazioni nella riflessione del Carli, legate proprio alle
«persistenze del politicantismo provinciale, elezionista e
personalistico»: tali limiti, sebbene circoscritti, alimentavano la
convinzione diffusa secondo cui i quadri della nuova classe
dirigente fossero «indegni di sostituire la vecchia «élite»»: se pure
fosse vero – secondo Carli – che una nuova classe dirigente non
poteva improvvisarsi, rimaneva comunque il valore morale e
spirituale l’elemento discriminante nel giudizio: «è preferibile un
incompetente di venticinque anni che abbia in sé la coscienza
della nuova Italia, ad un «esperto» di sessanta, che appartenga
alla mentalità demo-libero-sociale»90. L’ambizione era dunque
quella di creare, mediante gli «italiani nuovi», una nuova
«aristocrazia» (da tenere ben distinta, secondo Carli, dal quel
«patriziato» che ha «usurpato l’antonomasia del concetto di
selezione e di «élite»» essendo semplicemente aristocrazia «del
sangue» degenerata per aver perduto «la coscienza della propria
missione» ed essendosi imborghesita «per prudenza o per
frollezza»):

Aristocrazia vuol dire condensazione di valori individuali […]. È la


parola con cui si premia l’incessante superamento dei traguardi
spirituali […]. È aristocratico tutto quanto è raro, difficile,
prezioso, inimitabile, eccezionale.

La «svolta» generazionale, il rinnovamento della classe


dirigente, l’ambizione a forgiare un «Italiano nuovo»,
opportunamente declinati, contribuirono perciò a far si che il
fascismo, come ha chiaramente illustrato Jens Petersen, fu in
origine un movimento in larga parte giovanile91: assimilò e fece

89 Id., Riabilitare la politica, ivi, pp. 14-19.


90 Id., La maturità dei giovani, ivi, pp. 31-35.
91 Jens Petersen, Elettorato e base sociale del fascismo italiano negli anni venti,

in «Studi Storici», 1975, pp. 627-669: «nel P.N.F. c’era una presenza
41
propria la forma generazionale della critica al sistema liberale e
la inserì in un preciso contesto politico nel quale la protesta
giovanile, resa più veemente dall’esperienza della guerra, veniva
cavalcata soprattutto da due categorie di giovani: gli ex
combattenti (in particolare quelli appartenenti ai corpi d’élite) e
quei giovanissimi nati tra il 1900 ed il 1904, i quali non avevano
preso parte alla guerra ma che, per la comune appartenenza al
ceto intermedio, condividevano gli stessi ideali patriottici del
combattentismo e guardavano – come detto – agli «aristòcrati
del combattentismo» come a degli eroi, incarnazione della loro
stessa mitologia politica. Proprio la mitizzazione, da parte dei
giovanissimi, degli ex combattenti e, in particolare, degli arditi,
fu perciò un elemento grandemente efficace nel favorire la loro
adesione al fascismo ed allo squadrismo, in cui trasfiguravano,
per così dire, la loro iniziazione all’aristocrazia del
combattentismo92.
A tal proposito non va però sottovalutato che i rapporti tra il
fascismo e le principali associazioni organizzate del movimento
combattentistico, in particolare l’Associazione Nazionale
Combatenti (ANC), furono «tutt’altro che idilliaci per tutto il
biennio 1919-20»93: Sabbatucci ha infatti evidenziato la

eccezionalmente massiccia di studenti di istituti medi e universitari» (ivi,


p. 659) in virtù della quale, nel 1921, «circa il 25%» degli iscritti era
composto da giovani con età inferiore ai 21 anni» (ivi, p. 663). Dai dati
fornito da Umberto Pasella, sempre nel 1921, gli studenti
rappresentavano il 13% degli iscritti al partito (art. in «Il Popolo
d’Italia», 8/11/1921).
92 Non è casuale che su 400 squadristi morti tra il 1921 ed il 1922, il

49% di essi fosse di età inferiore ai venti anni (E. Gentile, Storia del
Partito fascista 1919-1922. Movimento e milizia, Roma-Bari, Laterza, 1989,
p. 562)
93 Sul tema, cfr. G. Sabbatucci, I combattenti nel primo dopoguerra, Roma-

Bari, Laterza, 1974. L’ANC si costituì alla fine del 1918 e, prima di
trasformarsi in movimento politico, aveva finalità prettamente
sindacali; orientata su posizioni equilibrate in politica estera,
«vagamente nittiana e salveminiana in politica interna, lontana
comunque dai toni estremisti dei nazionalfascisti» (Salvatore Lupo, Il
fascismo. La politica in un regime totalitario, Roma, Donzelli, 2000, p. 41).
42
scarsissima adesione riscossa presso i combattenti dal fascismo
«diciannovista», «soprattutto per il suo carattere ultra-
nazionalista e bellicoso, che ripugnava all’istintivo pacifismo
della base combattentistica»; il fascino esercitato sui giovani va
dunque letto alla luce di quegli importanti elementi in comune
col fascismo, quali «il richiamo ai miti della grande guerra» e,
soprattutto, la velleità di «soppiantare il vecchio personale
politico liberale»94, nell’ottica più generale dell’autocandidatura
ad élite dirigente del Paese, prima, e del Regime,
successivamente, che divenne una costante dell’atteggiamento
delle giovani generazioni fasciste, come avremo modo di vedere
nel corso del presente lavoro: «chi ha comandato un battaglione
può rimettersi senza sentirsi umiliato, a fare l’impiegato
d’archivio o lo scrivano a 500 lire al mese» si domanda Emilio
Lussu95; come tornare alla quotidianità della vita civile dopo aver
assaporato «il gusto del comando e di una vita avventurosa»96 e,
soprattutto, cosa aspettarsi dal Paese in premio per tutti quegli
«atti di valore che avevano compiuto – o che si vantavano di
aver compiuto – [ritenuti] i loro titoli di nobiltà»97? Se pure nel
1926 Mussolini negherà la genesi bellica del fascismo («la guerra
[…] non fu la causa della nascita del fascismo» avrebbe
dichiarato) tuttavia l’analisi del suo pensiero e della sua attività
del dopoguerra evidenzia quanto la Grande guerra
rappresentasse un’ispirazione continua, avendo «rivelato al
mondo le mirabili qualità della stirpe italiana» attraverso cui
l’italiano ha potuto meglio decifrare la propria identità politica e
storica: il suo essere un popolo guerriero con una missione
eroica: «le meravigliose gesta guerriere e le virtù eccelse del
nostro popolo» hanno rivelato, proprio nei campi di battaglia, le

94 In G. Sabbatucci, La stampa del combattentismo (1918-1925), Bologna,


Cappelli, 1980, pp. 20-21.
95 E.Lussu, marcia su Roma e dintorni, Torino, Einaudi, 1965, pp. 16-17.
96 G. Salvemini, Scritti sul fascismo, Milano, Feltrinelli, 1961, vol. I, p. 5.
97 Ivi, p. 133.
43
«mirabili qualità della stirpe italiana», costituenti «un valore
immenso, destinato a proiettarsi e a ingigantire nel futuro»98.
Va sottolineato, peraltro, che il mondo combattentistico nutrì
verso il fascismo una diffidenza causata dall’uso esorbitante
della «violenza» e degli «eccessi illegali» delle camicie nere, pur
riconoscendo ai seguaci di Mussolini lo svolgere una positiva
funzione «contro l’incalzante marea bolscevica»; venne infatti
operata, da parte combattentistica, una netta distinzione tra «un
fascismo idealistico e generoso, pur nei suoi eccessi» ed un
fascismo «reazionario e antipopolare»99. Analogamente, nei
confronti della gioventù fascista, diffusa fu l’insofferenza per
certi reiterati comportamenti, come spiegò Augusto Monti –
figura tra le più significative del movimento combattentista – il
quale, ad un fascismo che teneva vivo «il senso della Vittoria e
della Patria opponendosi al disfattismo e all’antipatriottismo dei
peggiori elementi del bolscevismo e del teppismo nostrano»,
opponeva «quello degli studentelli indisciplinati per cui il fascismo
è buon pretesto di scioperi e di chiassate», e dietro al quale,
commenta amaramente Monti, «c’è lo stesso animo, la stessa
mentalità che c’è dietro il bolscevismo; c’è la violenza cieca, c’è
l’odio e il disprezzo per l’autorità dello Stato, c’è molte volte, la
teppa»100.

Alla mitologia combattentistica, ed in special modo


all’arditismo, si ricollega quella dello squadrismo che,
riprendendone le motivazioni di fondo, ne dilatò l’evocazione e
l’attualizzò, piegandola di volta in volta alle insorgenti esigenze

98 B. Mussolini, Opera Omnia, cit., rispettivamente vol. 22, p.191; vol.


13, pp. 148, 151, 153.
99 Ivi, p. 22.
100 Art. di Augusto Monti, in «Il combattente», 6/2/21, cit. in G.

Sabbatucci, La stampa … cit., pp. 219-220. Il corsivo è mio. Si veda


altresì la caustica presa di posizione di «Critica fascista» nei riguardi
dell’ANC in Ponzio di San Sebastiano, Ognuno al suo posto, in «Critica
fascista», 1923, pp. 255-256.
44
politiche101. Secondo «il Selvaggio» – rivista particolarmente
indicativa di certe tendenze giovanili dell’epoca – lo squadrismo
era infatti «il fenomeno e più singolare e più inaspettato» del
fascismo ma anche, e soprattutto, «il più simpatico […] più
importante e più vivo»102: lo squadrista poteva assumere le vesti
sia del «giovane entusiasta e ardente di vita» che del
«combattente»: in tal modo, il paradigma giovanilistico veniva
assunto tra le principali caratterizzazioni del fascismo che
diveniva un «movimento politico situazionale», proiettato
all’azione ed al vitalismo in uno «stato d’entusiasmo» provocato
dal grande evento bellico: Leo Longanesi, ironizzando
causticamente su quei «gruppi di giovinastri in camicia nera»103
che prendevano parte alle azioni violente delle «squadre
d’azione» («giovani così radiosi di corpo e di anima che
sembrano giovani re» nelle poesie di Ada Negri) risolse in questa
battuta la criticità della condizione giovanile di quei giorni: ««suo
figlio studia?» «no, fa il fascista»»104.

101 Sul fenomeno dello squadrismo, con particolare riferimento alle


tematiche oggetto del presente lavoro, cfr. mimmo Franzinelli,
Squadristi. Protagonisti e tecniche della violenza fascista 1919-1922, Milano,
Mondadori, 2002; Alberto Aquarone, Violenza e consenso nel fascismo
italiano, in «Storia contemporanea», 1979, n.1, pp. 145-155; P. Nello,
L’avanguardismo giovanile…cit.; P. Nello, La violenza fascista ovvero dello
squadrismo nazionalrivoluzionario, in «Storia contemporanea», 1982, n. 6,
pp. 1009-1025; Adrian Lyttelton, Fascismo e violenza: conflitto sociale e azione
politica in Italia nel primo dopoguerra, in «Storia contemporanea», 1982, n.
6, pp. 965-983; Roberta Suzzi Valli, The Mith of Squadrismo in the Fascist
Regime, in «Journal of Contemporary History», 2000, vol. 35 (2), pp.131-
150; Martin Clark, Italian Squadrismo and Conteporary Vigilantism, in
«European History Quarterly», 1988, vol. 18, pp. 33-49; B. Wanrooij,
Mobilitazione, modernizzazione, tradizione, in Giovanni Sabbatucci –
Vittorio Vidotto, (a cura di), Storia d’Italia, 4, Guerre e fascismo 1919-1943,
Roma-Bari, Laterza, 1997, pp. 379-439.
102 Mino Maccari, Squadrismo, in «il Selvaggio», 13/7/1924.
103 Leo Longanesi, In piedi e seduti ]1919-1943[, Presentazione di Indro

Montanelli, Milano, Longanesi, 1968 [Prima ed. 1948], p.87.


104 Ibid. Non mancò chi prese le difese dei giovani relativamente alle

accuse di gratuite violenze squadristiche, esaltando invece il coraggio


45
Angelo Tasca ha rinvenuto i motivi e le ragioni dello
squadrismo, nell’esasperazione del clima postbellico che fece si
che la «violenza» fosse innalzata a vera e propria «estetica
purificatrice» delle armi, intorno alla quale venne a crearsi una
nuova forma di «liturgia»: gli incendi ed il sangue, il culto dei
morti ed il cameratismo apparivano come riti propiziatori se non
di purificazione ed espiazione105; Emilio Gentile ha invece
individuato nel «rito della comunione squadristica» l’espressione
di un «senso religioso» del fascismo, finalizzato alla
socializzazione politica106. Il fenomeno squadrista, peraltro,
segnava il sentimento d’identità del fascismo come «antipartito»,
al pari del futurismo politico, dell’arditismo e del
fiumanesimo107; all’influenza degli intellettuali futuristi, del
resto, Gentile attribuisce quella atmosfera da bohème reducistica
tipica dello squadrismo, che tanta fortuna incontrò tra la piccola
e la media borghesia, specialmente urbana: la mobilitazione
politica, da parte dell’«antipartito» fascista, degli ex combattenti
(degli arditi in particolare) e dei giovani sarebbe stata infatti
favorita da due principi peculiarmente futuristi: il «libertarismo»
e l'«italianismo»108.
Allo squadrismo – la cui storia in parte «si sovrappone» ed in
parte «coincide» con le vicende delle Avanguardie e dei primi
Gruppi universitari fascisti109 – è comunque abbinato, in modo
ricorrente, il tema dell’«avventura giovanile», della «atmosfera di

dimostrato nel lasciare «la sicurezza e l’agiatezza della casa avita per
correre incontro alla morte» (Guido Podrecca, La nuova coscienza. Dal
socialismo al fascismo, Roma-Milano, Selecta, 1930, p. 51).
105 A. Tasca, Nascita e avvento…cit., p. 143.
106 E. Gentile, Il culto del littorio. La sacralizzazione della politica nell’Italia

fascista, Roma- Bari, Laterza, 1993, pp. 50ss.


107 E. Gentile, Storia del partito fascista…cit., pp. 5-59.
108 Su questi aspetti, cfr. E. Gentile, Il futurismo e la politica. Dal

nazionalismo modernista al fascismo (1909-1920), in Renzo De Felice, a cura


di, Futurismo e cultura politica, Torino, Fondazione Giovanni Agnelli,
1988, pp. 105-159.
109 Niccolò Zapponi, Il partito della gioventù. Le organizzazioni giovanili del

fascismo 1926-1943, in «Storia contemporanea», a. XIII, n. 4-5,


ottobre1982, pp. 569-633.
46
fiamma», che divenne poi, nella memorialistica fascista, la
«poesia di ragazzi – come ricorda Asvero Gravelli – che
aggrappati ai camions portarono verso Roma il loro sogno e il
loro destino»110, magari al fianco, nella testimonianza di Mario
Piazzesi, di ex combattenti,

ex arditi, ex interventisti dalla testa calda, proprietari di terre,


impiegati […] gente che ci risultò simpatica, benché ci dividessero
abissi di educazione e di cultura […] compagnie che provocarono
rimproveri a non finire da parte delle famiglie bene di Firenze. Ma
ad onta di questo non avevamo nè la forza nè la volontà di lasciare
quell’atmosfera surriscaldata tanto differente alla vita di un
tempo111.

L’analisi dell’autorappresentazione dello squadrismo112


evidenzia inoltre la percezione di una differenza antropologica
nei confronti degli avversari, tale da rendere piuttosto il
«sovversivo» «eticamente e spiritualmente diverso» dal fascista,
privo di quei valori spirituali che accompagnano l’agire
dell’uomo nuovo fascista; «tra noi e gli avversari c’è un abisso.
Non potremo intenderci mai», spiega Italo Balbo nel suo Diario

110 Asvero Gravelli, Prefazione a La marcia su Roma, Roma, Nuova


Europa, 1934.
111 Mario Piazzesi, Diario di uno squadrista toscano 1919-1922, Roma,

Bonacci, 1980, Introduzione di Mario Toscano. A proposito di questo


brano, va notato che il fuoruscire dal codice dei comportamenti etico-
politici dei campi culturali e sociali di provenienza, come la
frequentazione delle figlie del popolo e della piccola borghesia da parte
dei rampolli della borghesia e della nobiltà tedesca (su cui Norbert Elias,
I tedeschi, Bologna, il Mulino, 1991 e Detlav Peukert, La Repubblica di
Weimar, Torino, Bollati Boringhieri, 1996, pp. 130-170) o l’attrazione
ed il gusto per una vita da boheme in Francia (su cui Yves Cohen, Les
jeunes, le socilaisme et la guerre. Histoire des mouvements de jeunes en France,
Paris, Harmattan, 1989) non sono appunto, per l’epoca, tratti distintivi
esclusivi della gioventù italiana.
112 Su cui cfr. Cristina Balassini, Fascismo e memoria. L’autorappresentazione

dello squadrismo, in «Contemporanea», a. V, n. 3, luglio 2002, pp. 475-


505.
47
1922; si tratta di differenze che proprio attraverso la pratica
quotidiana della vita squadristica si approfondiscono, generando
mutamenti ulteriori nel temperamento dei più giovani: «Mi
accorgo che sto, anzi stiamo, cambiando carattere – annota sul
proprio diario Mario Piazzesi – Siamo diventati duri, sgarbati,
sempre irritati, con un linguaggio pittoresco ma molto popolare»
113. Ciò dimostra come, accanto al valore di patria, nuove

modalità di rapporti umani venivano sperimentate e,


successivamente, mitizzate: il cameratismo rappresentava, ad
esempio, la possibilità di eliminare ogni distinzione sociale
all’interno della squadra, così come la selezione gerarchica
avveniva in base all’ardore ed al coraggio dimostrato in
azione114.

Sebbene Ernesto Ragionieri abbia fondatamente messo in


relazione la partecipazione «al giorno di scorribanda e di
violenza» con la frustrazione e la rabbia della piccola borghesia
cittadina – alla ricerca di un effimero e temporaneo potere sugli
uomini e sulle cose115 – non va sottovalutato che
l’identificazione di larghe componenti dello squadrismo con il
disadattamento sociale appare fondata116, comporta
l’identificarsi non solo degli spostati e di tutti coloro che
avevano «la testa all’incontrario», ma anche ampi strati giovanili
disagiati, specialmente appartenenti all'universo piccolo e medio
borghese e, tra questi, studenti universitari nonché giovanissimi
e bambini, ««disperatamente» innamorati della patria e […]
inferociti dalla guerra»117. Esemplare in tal senso l’assassinio del
vice presidente della deputazione provinciale cremonese Attilio

113 M. Piazzesi, Op. cit., p. 184.


114 Cfr. R. Suzzi Valli, Le origini del fascismo, Roma, Carocci, 2003, pp. 88-
94.
115 Ernesto Ragionieri, Il partito fascista (Appunti per una ricerca), in La

Toscana nel regime fascista, 1922-1929 Firenze, Olschki, 1971, vol. II, pp.
59-86.
116 A. Lyttelton, La conquista…cit., p. 113.
117 S. Lupo, Op. cit., p. 71.
48
Boldori da parte di un gruppo di giovanissimi squadristi118, quale
lo descrive uno sconcertato Paolo Valera. Non va dimenticato,
al riguardo, il peso decisivo gravato sui più giovani per aver
vissuto, anche se da lontano, la Grande guerra e le sue
ripercussioni sul quotidiano: ad essi, in particolare a quelli
appartenenti alle classi sociali meno abbienti, furono infatti
assegnati compiti e fatiche «da adulti» (con il conseguente
mutamento di ritmi, di stili di vita e con l’inevitabile turbamento
della sfera emotiva), così come venne loro in parte negato il
diritto al necessario svago119, rendendoli – come ampiamente
documentato da Bruna Bianchi120 – estranei «al clima di
patriottismo ed alla pressione ideologica che investì il Paese»; in
tal senso, nell’aprile ’17, il «Corriere della Sera» aveva previsto
lucidamente:

i ragazzi cresciuti durante la guerra […] saranno molto difficili da


governare. […] I giorni più duri da vivere per la nostra nazione
saranno quelli del dopoguerra quando continueranno a dirigerla,

118 «Divenne il loro materazzo. Dopo una mazzolata, un’altra. Coi loro
rompicapi lo piegarono in due. In ginocchio la vittima impallidiva e
rantolava. Ricevette i colpi di grazia[…]. Gli aggressori furono
implacabili. […] Il massimo dei suoi uccisori si è confessato con
baldanza. «Sono io, Giorgio Passani, studente di 16 anni» (Paolo Valera,
Mussolini, Genova, il Melangolo, 1995 [Prima ed. 1924], p. 86).
119 Particolarmente interessante, in tale ottica, è la lettura dei cosiddetti

«libri per ragazzi» pubblicati nel 1915-18; tra questi segnalo un opuscolo
Resistere per esistere, Firenze, Bemporad, 1917, dedicato «Alla gioventù
delle nostre scuole mentre sul confine d’Italia si decide forse la lotta tra
la Civiltà e la Barbarie», in cui si invitavano, fra l’altro, gli adolescenti a
restringere «scrupolosamente ogni vostro desiderio alle pure necessità
della vita». Su questo settore di ricerca cfr. Walter Fochesato, La guerra
nei libri per ragazzi, Milano, Mondadori, 1996; per il periodo fascista e
relativaemente alla formazione dei più giovani attraverso il controllo e
gli indirizzi di lettura cfr. Adolfo Scotto di Luzio, L’appropriazione
imperfetta. Editori, biblioteche e libri per ragazzi durante il fascismo, Bologna, il
Mulino, 1996.
120 Bruna Bianchi, Crescere in tempo di guerra. Il lavoro e la protesta dei ragazzi

in Italia. 1915-1918, Venezia, Cafoscarina, 1995, pp. 181-188.


49
coi loro vecchi pregiudizi e le loro fiacche abitudini di pace, gli
uomini di prima.121

Come sostenuto da Camillo Pellizzi, ormai allineato al regime


fascista122, la Grande guerra e la sua rielaborazione mitica,
rappresentò quindi per i giovani non soltanto una cesura, ma
anche l’«esperienza» formativa del carattere della «nuova
generazione» che si sarebbe poi riversata in quell'«esercito di
giovani» che «scende[vano] in campo» contro tutto quello che
c’era «di vecchio e di sudicio»123, animati da una frenesia di
protagonismo da un lato e, dall’altro, da «distacco e diffidenza
verso gli istituti e i sistemi politici» dell’anteguerra; quei giovani
che facevano ritorno dal fronte erano infatti convinti, «anche
oltre il giusto», di avere guadagnato «una maturità di spirito ed
un privilegio morale superiori a quelli dei loro coetanei delle
generazioni precedenti [e] intendevano far sentire il proprio
peso nella condotta della cosa pubblica»124. In questo senso,
risulta dunque evidente, il carattere «elitario» del
combattentismo, in special modo di quello giovanile: in quanto
«aristocrazia dei migliori», spettava ad essi la guida del Paese.

In questa ottica il fascismo era dunque chiamato non soltanto


a creare l’«Italiano nuovo» ma doveva «cominciare col fare, in
gran parte, gli stessi fascisti […]. Il Fascismo – scriveva al
direttore della rivista «La nostra Scuola» Mario Casotti nel
febbraio 1923 – è meraviglioso all’apice, fra i capi massimi; è

121 Fanciulli di guerra, in «Il Corriere della Sera», 1/4/1917.


122 Sul quale cfr. Danilo Breschi - Gisella Longo, Camillo Pellizzi. La
ricerca delle élites tra politica e sociologia, Soneria Mannelli, Rubbettino, 2003;
R. Suzzi Valli, Il fascio italiano a Londra. L’attività politica di Camillo Pellizzi,
in «Storia contemporanea», dicembre 1995, pp. 957-1001; Id., Il
«fascismo integrale» di Camillo Pellizzi, in «Annali della Fondazione Ugo
Spirito – 1995», Roma, 1988, pp. 243-284.
123 Camillo Pellizzi, I vecchi e i giovani, in Id., Fascismo e aristocrazia, Milano,

Alpes, 1925, p. 90. Il brano citato è tratto da un articolo apparso su «Il


Popolo d’Italia» nel 1924.
124 C. Pellizzi, Una rivoluzione mancata, Milano, Longanesi, 1948, p. 22.
50
meraviglioso alla periferia, fra i più giovani e ardenti squadristi,
ragazzi che vogliono e sapranno dare all’Italia, quando sarà il
loro turno un più degno avvenire. Ma è quello che è nel mezzo;
in quella categoria di triari, di politicanti, di mezzi intellettuali,
che ora, dopo la marcia su Roma e la cessazione quasi totale
delle attività violente e militaresche, pensano venuto il
momento, e fanno e disfano, e arruffano e arraffano, e
ambiscono e procacciano, e danno beghe infinite al Duce, che
ha bisogno assoluto di un esercito di silenziosi esecutori e non
di una pleiade di segugi politicanti»; Pellizzi incolpava di tutto
ciò il «mondo intellettuale italiano», eccessivamente astratto ed
accademico, «ostentatamente fuori dalla politica vissuta e
militante»: conseguentemente, il fascismo, ossia «la forza più
sana è rimasto privo di quasi tutte le intelligenze più sane»125.
Scendere sul terreno della politica militante, anche se
attraverso una formula nuova, assumeva allora una rilevanza
speciale anche alla luce della sfiducia, se non aperta diffidenza
ed «astiosa deplorazione», di cui erano oggetto generalmente i
giovani impegnati nella politica anteguerra: «giovani politicanti»
– spiega Pellizzi – visti come «dei mediocri o volgari arrivisti,
intesi a procurarsi dei vantaggi di carriera con mezzi equivoci o
sleali»126; in tale contesto dunque, i giovani e gli studenti si
mobilitavano soprattutto per «l’incapacità dello Stato liberale di
legarne a sé le sorti, prospettando loro una forma di
partecipazione politica che assicurasse prestigio e potere»127 e lo
facevano attraverso uno stile e delle modalità nuove: Mino
Maccari, ad esempio, nel 1927, in una breve «autobiografia»
pubblicata sul settimanale della federazione fascista bolognese
«L’Assalto», spiegò di aver trovato nel fascismo delle origini

125 Comune di Scandicci, Archivio Ernesto Codignola, Pellizzi a


Casotti, 8 febbraio 1923.
126 C. Pellizzi, Una rivoluzione mancata, cit., p. 17.
127 Felicita De Negri, Agitazioni e movimenti studenteschi nel primo dopoguerra

in Italia, in «Studi storici», 1975, pp. 733-763. In questa ottica si veda


anche Gaetano Quagliarello, L’associazionismo giovanile studentesco: la
«rottura» degli anni Trenta», in Angelo Varni, (a cura di), Il mondo giovanile
in Italia tra Ottocento e Novecento, Bologna, Il Mulino, 1998, pp. 179-200.
51

l’infocato terreno preparato dalla guerra […] cui devo la rivelazione


dell’umanità – carne, terra, istinti – il clima ove occorre cimentarsi
e affermarsi a quei giovani che, come me, si sentivano al contrario
soffocati dal clima democratico liberale di ieri, il quale proibiva agli artisti
di sentirsi parte essenziale, come tali, dello Stato; e favoriva il
simbolo romantico di quella «torre d’avorio» che non sembra oggi
del tutto crollata128

Il movimento fascista seppe far proprie molte delle istanze


provenienti dalla categoria studentesca, e dai giovani reduci in
particolare; va infatti richiamata l’attenzione sul fatto che, per
questi ultimi, il ritorno alla vita civile non aveva altro significato
se non quello della perdita definitiva del «benessere» economico
derivante dalla loro condizione di ufficiali; perdita che rendeva
ancora più critiche le condizioni economiche delle famiglie
d’appartenenza, già colpite dalla svalutazione e dal caro vita;
onde l’impegno assai determinato de «Il Popolo d’Italia» per
ottenere «l’esenzione del servizio attivo» piuttosto che il
«congedo» degli studenti, al fine di consentire loro la ripresa
degli studi ed il mantenimento di un discreto stipendio; furono
così concesse numerose deroghe, a carattere temporaneo, al
criterio di anzianità che avrebbe dovuto regolare l’ordine delle
messe in congedo129. Il Ministro della guerra Caviglia, succeduto
a Zuppelli, accogliendo una istanza avanzata proprio dal
quotidiano diretto da Mussolini nel gennaio ’19130, concesse ad
oltre 12000 ufficiali studenti universitari di essere trasferiti nelle
città sedi di atenei e, attraverso particolari disposizioni, di
frequentare le lezioni e potendo quindi studiare e portare a

128 Mino Maccari, Autobiografia, in «L’Assalto», 5/11/1927 (il corsivo è


mio). Il settimanale, diretto da Giorgio Pini, intendeva offrire ai lettori
«una prima rassegna degli elementi giovani dell’intellettualismo
fascista». Sulle polemiche che scaturirono da questa iniziativa si veda la
breve Cronaca introduttiva dei curatori Calimero Barilli e Massimo
Bonetti del volume antologico 20 giovani leoni. Autobiografie pubblicate su
«L’Assalto» negli anni 1927-28, pp. 5-14.
129 F. De Negri, Op. cit., p. 739.
130 Cfr. «Il Popolo d’Italia», 15/1/1919.
52
termine il cursus degli studi131. Il Ministero della Pubblica
Istruzione istituì inoltre particolari corsi (accelerati) destinati agli
ufficiali-studenti dando loro l’opportunità di conseguire, in
tempi eccezionalmente rapidi, la laurea. Di tali risultati, il
fascismo seppe abilmente impadronirsene: «Il Popolo d’Italia»,
in particolare, organizzò un’eccezionale azione di propaganda,
arrivando ad annunciare l’accoglimento dei «postulati di
smobilitazione» fissati dal movimento mussoliniano in favore
degli studenti132.
Una tale situazione, non poteva però durare troppo a lungo: il
governo Nitti ed il nuovo Ministro della guerra, generale
Albricci, decisero infatti di accelerare le operazioni di
smobilitazione, e fu ordinato il rientro degli ufficiali studenti di
stanza presso le sedi universitarie (non appena conclusi gli
esami), ai reggimenti di appartenenza e, di lì a qualche giorno,
vennero aboliti gli speciali corsi integrativi; «il Popolo d’Italia»
attaccò violentemente le decisioni governative, domandando,
provocatoriamente, i motivi per i quali il governo voleva
«troncare completamente l’avvenire di giovani che non
domandarono altro che di essere equiparati a quelli ai quali fu
concesso l’esonero per coltivare il proprio podere»133; così
facendo, il fascismo, oltre a conquistare le simpatie giovanili,
approntava una netta opposizione alla rapida smobilitazione
decisa dal governo (contrariamente alla lentezza del precedente
esecutivo, guidato da Orlando) che significava, in buona
sostanza, l’abbandono di velleitarie mire espansionistiche
dell’Italia, e che lasciava così spazi di manovra assai ridotti per
eventuali esperimenti «avventuristici»134.

131 Intervista con il nuovo ministro della Guerra, gen. Caviglia, in «Il Popolo
d’Italia», 1/2/1919.
132 I postulati di smobilitazione sono stati accolti, in «Il Popolo d’Italia»,

8/2/1919.
133 «Il Popolo d’Italia», 14/7/1919. Sull’atteggiamento invece dei socia-

listi e dei cattolici nei riguardi di queste agitazioni studentesche cfr. F.


De Negri, Op. cit., rispettivamente pp. 744-747 e pp. 752-755.
134 Sulla smobilitazione cfr. Giorgio Rochat, L’esercito italiano da Vittorio

Veneto a Mussolini, Bari, Laterza, 1967, pp. 13-62.


53
In tale contesto, non è facilmente individuabile il momento
nel quale gruppi di universitari formalmente costituiti ed
organizzati iniziarono ad operare in seno del movimento
fascista. Tale difficoltà è peraltro accresciuta dalla confusione
inevitabile tra i primi nuclei di universitari fascisti, i numerosi
studenti attivi nei primi fasci di combattimento135, le
Avanguardie Studentesche (A.S.)136ed i diversi casi di Fasci di
combattimento sorti proprio per iniziativa quasi esclusiva di
studenti universitari. A tutto ciò va aggiunta la confusa
commistione tra elementi di diverse tendenze, che si verificava
tra le fila delle prime organizzazioni giovanili fasciste, Alfredo
Signoretti, allora giovane studente in Lettere alla Sapienza,
ricorda infatti come il cortile dell’università fosse divenuto «la
palestra politica preferita»137 in un periodo «di disorientamento,
di rimescolamento di idee, di classi, di miti»138 dove si
incontravano (e scontravano) studenti di ogni orientamento
politico molti dei quali poi, alle frequenti manifestazioni contro
«la classe politica dirigente» finivano per ritrovarsi «sempre uniti
insieme, nazionalismi, futuristi, fascisti, arditi»139, nell’idea
dell’inevitabilità di un rivolgimento politico e sociale che
scuotesse il paese.
Carente è, peraltro, la documentazione relativa agli esordi della
organizzazione universitaria fascista e lo stesso «Popolo d’Italia»
dedica ad essa ben poco spazio se non attraverso rarefatti e
sporadici articoli; una certa disattenzione nei riguardi dei primi
nuclei universitari è infatti riscontrabile, peraltro, sia nei fasci
locali che nello stesso partito fascista, aspetto questo, a nostro

135 Cfr., Maria Cristina Giuntella, I gruppi universitari fascisti nel primo decen-
nio del regime, in «Il movimento di liberazione in Italia», II, 1972, pp. 3-
38, ora in Id., Autonomia e nazionalizzazione dell’Università, Roma, Stu-
dium, 1992, pp. 125-170 (dal quale sono tratte le citazioni), p. 127.
136 Sulle quali si veda l’esauriente volume di P. Nello, L’avanguardismo

giovanile …cit.
137 Alfredo Signoretti, Come diventai fascista, Roma, Giovanni Volpe edi-

tore, 1967, p. 46.


138 Ivi, p. 52.
139 Ivi, p. 57.
54
giudizio, in apparente contraddizione con la «retorica
giovanilistica» del fascismo stesso; il deficit di considerazione –
frequentemente lamentato dai giovani – è infatti riscontrabile
soprattutto nel periodo compreso tra il 1919 ed il 1922, anno in
il movimento universitario fascista venne stabilmente
inquadrato all’interno del partito. Va peraltro rilevato che
successivamente, ad avvenuto consolidamento del regime, verrà
diffusa una vulgata celebrativa del movimento universitario
fascista delle origini, come testimoniato dalle voci G.U.F.140 e
G.I.L. 141 del Dizionario di Politica, in cui l’origine dei Guf veniva
fatta risalire al marzo del 1920, assimilandoli così alle primitive
forme di squadrismo universitario, attive in quelle Avanguardie
studentesche fasciste, che comprendevano però anche gli studenti
medi; in tal modo il PNF, nel 1940, – attraverso un’opera posta

140 Fernando Mezzasoma, G.U.F., voce del Dizionario di Politica, a cura


del Partito Nazionale Fascista, Istituto della Enciclopedia Italiana fon-
data da Giovanni Treccani, Roma, anno XVIII E. F. [1940], vol. 4, pp.
398 – 405: «Sorte nel marzo del 1920 come movimento rivoluzionario
a fianco dei fasci di combattimento (quando dietro le cattedre universi-
tarie si trincerava il peggiore antifascismo debellato poi dalla Rivolu-
zione), i G.U.F. hanno seguito costantemente la vita del Fascismo, in-
tensamente partecipando al dinamico e fatale procedere della sua evo-
luzione»; si noti che tale voce, redatta dall’allora vicesegretario nazionale
dei Gruppi universitari fascisti Fernando Mezzasoma (oltre che vicese-
gretario nazionale del PNF), rappresenta la riedizione, pressoché è pe-
dissequa dell’opuscolo divulgativo F. Mezzasoma, Essenza dei G.U.F.,
Roma, 1937.
141 Renato Marzolo, Gioventù Italiana del Littorio, in Dizionario di Politica,

cit., vol. II, pp. 297-307 nella quale trova conferma la tendenza a far
risalire alle primitive Avanguardie studentesche ogni forma di associa-
zionismo giovanile del regime (p. 297). Analogamente, I Gruppi dei Fa-
scisti universitari, in Venti anni, vol. I, Storia e regime, a cura del P.N.F. –
Uffizio Stampa, a. XXI [1942], pp. 181-190: «la specificazione dei
Gruppi universitari» avvenne infatti soltanto in virtù della decisione
della dirigenza fascista di aprire le Avanguardie anche ai non studenti
(ivi, p. 183).
55
sotto il suo «diretto patrocinio»142 – diffondeva una visione di
sostanziale continuità tra le due esperienze, inglobando le A.S.F.
– prive peraltro di una autonoma voce all’interno del Dizionario –
in un continuum storico-istituzionale che, di fatto, disconosceva,
in modo evidentemente strumentale, quel loro «carattere
spontaneo non riconducibile interamente all’orientamento del
movimento fascista143, elemento questo che le differenziava in
modo sostanziale dai Guf, nati invece per precisa volontà della
dirigenza fascista e con specifici compiti e chiare finalità
politiche.
È comunque evidente che il movimento universitario fascista,
trasse origine dai primi nuclei di studenti che, benché non
formalmente organizzati ed inquadrati, già a partire dal 1919,
operavano nell’ambito di diversi fasci locali144, caratterizzando

142 Cfr. A.C.S., Segreteria Particolare del Duce, carteggio ordinario [d’ora in
poi ACS, SPD, CO], f. 204.254.
143 Cfr. E. Gentile, Storia del Partito fascista. 1919-1922. Movimento e milizia,

Roma-Bari, Laterza, 1989, p. 420. Secondo l’A. «Gli avanguardisti […]


con la loro indisciplinata autonomia suscitavano non poche perplessità nei
dirigenti dei Fasci, che non sopportavano sempre il radicalismo intran-
sigente e le iniziative degli studenti» (ibid. Il corsivo è mio). Sui «segni
di crescente malessere» delle Avanguardie nei confronti della dirigenza
fascista cfr. P. Nello, L’avanguardismo giovanile…cit., pp. 109ss.: «gli avan-
guardisti intendevano impedire la dissoluzione di quello che considera-
vano il nucleo fascista più autenticamente fedele all’aspirazione origi-
naria e più disposto a combattere per la «purezza» rivoluzionaria» (Ivi,
p. 125).
144 M. C. Giuntella (Op. cit., p. 127-8) riferisce tra gli altri i casi di Bolo-

gna e di Camerino; su quest’ultimo cfr. Enzo Santarelli, il quale nota la


singolarità del caso marchigiano nella quale il nucleo fascista «nacque
prevalentemente come un fascio universitario, ma con collegamenti
stretti con l’ambiente militare, in contrasto potenziale col risveglio con-
tadino ed esplicito con il movimento socialista della zona» (in Id., Un
fascio universitario del 1919, in «Studi urbinati di storia, filosofia e lettera-
tura», XLII, 1968, pp. 143-163, ora in Id., Fascismo e neofascismo, Roma,
Editori Riuniti, 1974, pp. 93-112; da quest’ultimo vengono tratte le ci-
tazioni); come a Camerino, sono gli studenti universitari a costituire i
fasci di combattimento a Pavia (cfr. l’art. Attorno al fascio pavese, in «Il
56
la propria azione prevalentemente nell’esaltazione dei motivi
«patriottici» ed irredentistici – come nei numerosi casi di
manifestazioni «pro Fiume ed Dalmazia»145 – e nel convinto
sostegno alle rivendicazioni degli ex combattenti146, in
particolare studenti.
Il passaggio formale ai Gruppi universitari fascisti avvenne
soltanto nel 1921, allorquando si cosituirono quei primi nuclei
(Genova147, Bologna148, Pavia, Padova, Milano e Napoli149) che
si sarebbero riuniti, nel febbraio del 1922, in un primo convegno
nazionale a Bologna150. Questa assemblea vide la partecipazione
dei delegati di diverse sedi universitarie151 e la presenza di Dino

Popolo d’Italia», 18/4/1919) ed a Brescia (cfr. «Il Popolo d’Italia»,


9/4/1919).
145 Cfr. P. Nello, Op. Cit., p. 27: «a partire dal febbraio ’19, in vari atenei

e scuole d’Italia si svolgono una serie di manifestazioni per Fiume e la


Dalmazia, promosse inizialmente dall’Università di Pisa. In aprile e
maggio – in conseguenza delle trattative a Versailles – l’agitazione
crebbe sensibilmente d’intensità». In tal senso va segnalata la nascita,
avvenuta il 2/5/1919 del «Fascio Universitario Dalmata» (cfr. Venti
anni…cit., p. 183).
146 M. C. Giuntella, Op. cit., p. 128. Si veda su questo punto M. Degl’In-

nocenti, L’«epoca giovane» e il Fascismo, in A. Varni (a cura di), Il mondo


giovanile in Italia tra Ottocento e Novecento, Bologna, il Mulino, 1998, pp.
143-177; secondo il quale il «collegamento subito teorizzato con il com-
battentismo» rappresentò «la chiave di volta della propaganda giovani-
listica del fascismo» (p. 150).
147 Cfr. A.C.S., Mostra della Rivoluzione Fascista [d’ora in poi ACS, MRF],

parte I, b. 102, fasc. «Genova». Cfr. inoltre «La Rivolta ideale»,


4/4/1926.
148 Cfr. «Il Popolo d’Italia», 21/10/1921.
149 Cfr. «Il Popolo d’Italia», 30/11/1921.
150 Sulla scelta della sede del Convegno, non va sottovalutato il fatto

che proprio dal gruppo bolognese era giunta la richiesta di una organiz-
zazione nazionale degli universitari fascisti (cfr. «L’Assalto»,
26/11/1921).
151 Partecipavano al Congresso i delegati di Bologna, Genova, Firenze,

Roma, Venezia, Milano, Verona, Perugia, Pavia, Modena e Padova;


mancavano, pur avendo inviato formale adesione i gruppi di Siena To-
rino, Pisa, Trieste. (cfr. «Il Popolo d’Italia», 22/2/1922).
57
Grandi e Massimo Rocca in rappresentanza della direzione del
partito. L’importanza di questo primo appuntamento nazionale
del fascismo universitario è data fra l’altro dal fatto che emersero
ufficialmente una serie di motivi e di istanze che avrebbero
contraddistinto, negli anni seguenti, l’attività gufina: al termine
del convegno vennero infatti approvati due ordini del giorno
particolarmente indicativi: nel primo si impegnavano i gruppi a
compiere ogni sforzo per «la tutela dei diritti degli studenti ex-
combattenti»152; mentre, in un secondo o.d.g., vennero gettate le
basi organizzative sulle quali la Federazione avrebbe impostato
i primi anni di attività:

1) Ogni studente fascista ha il dovere di iscriversi e di partecipare


all’attività del Gruppo universitario locale. 2) Nessuno può
partecipare alle deliberazioni interne dei gruppi universitari fascisti
se non ha la tessera del Partito Fascista. 3) È lasciata facoltà ai
singoli gruppi di fissare, d’accordo col Direttorio della relativa
sezione locale del Partito, il trattamento da usarsi ai simpatizzanti,
verso i quali deve intensificarsi la propaganda, senza ch’essi
possano intervenire nella vita interna del partito finché non inseriti.
4) In via transitoria i gruppi provvederanno ad iscrivere nelle
rispettive sezioni locali del partito, i soci già ora iscritti nei gruppi
medesimi153.

L’obbligatorietà dell’iscrizione – sia al gruppo che al partito –


, la specificità dell’azione propagandistica dei Guf, il rivendicare
la esclusiva rappresentanza della futura classe dirigente del Paese
vennero dunque formalizzate a Bologna, trovando peraltro
conferma nelle parole di Massimo Rocca (che assicurò ai giovani
che il partito si sarebbe preso «massima cura» di loro, in quanto
tra i principali compito del fascismo c’era appunto quello di
creare «attraverso la scuola, gli elementi migliori dal seno di ogni
ceto e di ogni classe per guidarli a reggere le sorti della
nazione»154) e di Dino Grandi, che chiese alla neonata
Federazione di dimostrare al Paese che «il fascismo è anche una

152 In «Il Popolo d’Italia», 21/2/1922.


153 In «Il Popolo d’Italia», 22/2/1922.
154 Ibid.
58
associazione di cervelli pensanti»155. La Fnuf (Federazione
nazionale universitaria fascista) si costituiva dunque sui seguenti
«capisaldi programmatici»: «subordinazione» alle direttive del
PNF, impegno a sviluppare ogni forma di partecipazione alla
vita del partito da parte degli studenti (affinché potessero dare
«il loro contributo intellettuale e spirituale al bene del PNF»),
costante relazione con il partito per contribuire al meglio alla
«attuazione delle necessarie riforme della scuola», ed infine la
cura a formare, nella «gioventù studiosa», una coscienza
nazionale e sindacale «ed a propagare in essa la luce delle idealità
fasciste arginando la propaganda antinazionale ed opponendosi
ad altre organizzazioni aventi scopi contrastanti ed opposti», in
modo da ristabilire «la sincerità e l’onestà nel costume politico
italiano»156.
A conclusione dei lavori, i giovani inviavano un telegramma a
Mussolini col quale essi si impegnavano a fare della scuola
nazionale, una «scuola spirituale d’italianità, capace di formare
da ogni classe i nuovi ceti dirigenti, per la futura gloria della
nazione»157.

Assunto formalmente il rigido controllo sulla Fnuf (che


raccoglieva, a detta del suo Segretario, circa 3000 studenti158), il
Partito fascista poteva dunque, nel corso del Consiglio nazionale
del 4-5 aprile seguente, esprimere «viva soddisfazione [per] il
magnifico sorgere e fiorire presso tutti gli Atenei d’Italia di
gruppi di studenti universitari riuniti in Federazione
Nazionale»159.

155 Ibid.
156 Ibid.
157 In «Il Popolo d’Italia», 21/2/1922.
158 Cfr. la Lettera, datata 8 aprile 1922, del Segretario della Fnuf Ivo Levi

a Giovanni Gentile, in ACS, MRF, b. 47, f. 117, sf. 1.


159 Dal testo dell’Ordine del giorno presentato da Dino Grandi ed appro-

vato dall’Assemblea; agli studenti è inoltre espressa «affettuosa solida-


rietà nella sicura fiducia che tutta la classe studentesca italiana […] sarà
sempre all’avanguardia del Movimento fascista e ritroverà nel fascismo
59
Il 4 giugno ’22 si svolse a Milano il primo Congresso nazionale
della Fnuf a cui assistettero, per il partito, Michele Bianchi e lo
stesso Dino Grandi. Erano rappresentati 22 gruppi e 2550
universitari160 i cui delegati elessero un Comitato centrale (la cui
composizione è chiaramente sbilanciata in senso settentrionale)
ed un Segretario, nella persona del «bocconiano» Livio (Ivo)
Levi161. Tra gli adempimenti congressuali più rilevanti va
segnalata l’approvazione del nuovo Statuto-regolamento della
Federazione, sul quale, già da febbraio, aveva lavorato una
commissione che aveva apportato, su indicazione di «Mussolini
ed altri della Direzione del partito», modifiche ed integrazioni
approvate poi, in modo incondizionato, dai vari segretari dei
Guf locali162. In effetti, tali interventi, da quanto risulta dal
confronto tra lo statuto approvato e la bozza di lavoro auografa
di Levi163, non risultano di scarsa importanza: il capo secondo
(«Rapporti fra la Fnuf e il Pnf») – settore quindi fondamentale della
vita della Federazione – mancava originariamente dell’art. 5 (che
disponeva la «disciplina» del segretario del gruppo universitario
al segretario del partito) mentre vi era un articolo nel quale si
stabiliva che ogni gruppo avrebbe dovuto curare «la fondazione
e l’ampliamento di biblioteche culturali e promuovere cicli di

la espressione della propria anima gagliarda, religiosamente devota alla


suprema idealità della Nazione» (in ACS, MRF, b. 47, f. 117, sf. 1.).
160 Cfr. «Il Popolo d’Italia», 7/6/1922.
161 Il Comitato centrale risulta composto dai giovani Levi (Milano -

Bocconi) – Segretario Generale – Cappelli (dell’Università di Bologna)


– Vicesegretario –, Cro (Roma), Gonella (Genova),, Papasogli (Fi-
renze), Predasso (Venezia), Scaraglio (Torino), Tattara (Padova), Triolo
(Palermo). (in ACS, MRF, b. 47, f. 117, sf. 1.).
162 In tal senso, cfr. la Lettera di Ivo Levi ad Emilio Papasogli (respon-

sabile del Guf di Firenze, datata 18 maggio ’22 (Ibid.)


163 La minuta originale di Levi in ACS, MRF, b. 47, f. 117, sf. 1. Copia

dello Statuto-regolamento approvato al congresso del giugno ’22 in P.


Nello, L’avanguardismo giovanile…cit., pp. 196-198. Le altre modifiche ri-
guardano la richiesta della sede a Roma per almeno uno tra segretario e
vicesegretario e l’obbligo della convocazione del Comitato centrale
della Fnuf in caso di richiesta da parte della maggioranza dei Membri
(originariamente un terzo).
60
conferenze e contraddittori, atti a sviluppare sempre più la coltura politica,
economica e sociale dei propri iscritti»164. Una ulteriore
limitazione imposta, era rappresentata dalla abolizione di un
articolo del Capo quarto (Organo direttivo della Fnuf) che avrebbe
consentito l’ammissione del Segretario della Federazione «a far
parte del Consiglio Nazionale del PNF»165; attraverso questo
statuto, la subordinazione al partito veniva dunque sancita in
modo inequivocabile.
Di un certo rilievo fu anche l’approvazione – nel corso dei
lavori congressuali – di un o.d.g. in cui si invitava la dirigenza
della Fnuf a stabilire rapporti di stretta collaborazione con le
corporazioni nazionali, e in particolare con la quella delle classi
professionali intellettuali. Tale o.d.g. rispondeva peraltro allo
spirito ed alle sollecitazioni avanzate, in tal senso, dall’intervento
di Grandi166. Va infine segnalata la «solidarietà» espressa
dall’Assemblea agli «allievi ingegneri»167, elemento, questo,
caratteristico delle prime organizzazioni universitarie fasciste:
nel dopoguerra infatti, questa categoria palesava una certa
irrequietezza, per via della preoccupante disoccupazione
intellettuale e della incipiente dequalificazione professionale168;
il fascismo vedeva inoltre negli studenti di ingegneria, in un
futuro più o meno prossimo, quei tecnici che, fra l’altro,
avrebbero rivestito un ruolo di primaria importanza quali trait
d’union fra operai ed industriali. Per tali motivi il Sindacato

164 ACS, MRF, b. 47, f. 117, sf. 1 (il corsivo è mio); Tale articolo, benché
non inserito poi nello Statuto, è sintomatico della tendenza giovanile a
non scindere l’attività politica da quella culturale, tendenza che diverrà
uno dei principi ideologici dei Guf, più significativi, come dimostrato
in Giuseppe Parlato, La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato, Bolo-
gna, il Mulino, 2000, pp. 199-223.
165 Ibid.
166 Cfr. «Il Popolo d’Italia», 7/6/1922.
167 ACS, Ministero dell’Interno, Divisione Generale Pubblica Sicurezza,

Affari Generali e Riservati [d’ora in poi ACS, MI, DGPS, AaGgRr],


1914-1926, cat. D9, 1921, b. 56.
168 Cfr. M. Barbagli, Op. cit., pp. 181-188; F. De Negri, Op. cit., p. 751.
61
nazionale allievi ingegneri (S.N.A.I.) aveva sempre goduto
dell’appoggio delle organizzazioni giovanili fasciste169.
Il Congresso del giugno ’22 però, se da un lato, sembrò
ordinare e disciplinare il fascismo universitario, dall’altro gettò
le basi di un diffuso scontento negli studenti che videro frustrata
l’ambizione a svolgere un ruolo di primo piano nel fascismo e,
soprattutto, in seno al partito.
È interessante seguire, in tal senso, la corrispondenza di Ivo
Levi con Giuseppe Bastianini e Dino Grandi. In una lettera
indirizzata a quest’ultimo nel novembre ’22, il segretario della
Fnuf, dopo aver domandato, vanamente, l’invio di un
contributo scritto in vista della pubblicazione di un «opuscolo di
propaganda» curato dall’organizzazione, rivelò la propria
amarezza per aver constatato che, nel partito, «davvero nessuno
[era] persuaso del bene che l’organizzazione universitaria può
compire», e lamentando il disinteresse della dirigenza fascista e
dei suoi «uomini migliori», senza i quali «nessuna attività ci è data
svolgere»170. Lo stesso giorno Levi scrisse a Bastianini
spiegandogli che i Guf «non sono veri gruppi di competenza» e
che dunque «vivono necessariamente una vita un poco
autonoma in seno al Fascio»; Levi rivendicava così una presenza
fattiva e responsabilmente autonoma dei rappresentanti gufini
in seno ai fasci locali, in quanto giovani dotati di «una certa
educazione e di una certa cultura» in grado di portare il
contributo della propria «intelligenza in un consiglio dove
talvolta – ahimè – l’elemento intellettuale non è
predominante»171. Il Vice-segretario del Pnf rispose
piccatamente, chiarendo in modo perentorio, che i rapporti tra i
«gruppi universitari fascisti ed i fasci, devono essere di una sola

169 Cfr. «Giovinezza», 4/1/1921. Va rilevato che il Sindacato nazionale


allievi ingegneri si sarebbe visto costretto all’autoscioglimento nel 1926
(cfr. la comunicazione della Prefettura di Roma al Ministero dell’In-
terno, datata 6/9/1926, in ACS, MI, DGPS, AaGgRr, 1926, cat. D9
«agitazioni studenti», b. 106).
170 Lettera di Ivo Levi a Dino Grandi, datata 18/11/1922, in ACS, MRF,

b. 47, f. 117, sf. 1.


171 Lettera di Ivo Levi a Giuseppe Bastianini, datata 18/11/22, Ibid.
62
natura e cioè dipendenza assoluta alla direzione del Partito»172; i
Guf, in altre parole, non venivano considerati che «parte
integrale e non autonoma» del partito, «branca
dell’organizzazione giovanile» e quindi mera «riunione di
individui vincolati fra loro […] per ragione di vita pratica e
quotidiana»173; dopo questa veemente reazione, a Levi non restò
che battere in ritirata, invocando l’equivoco ed ammettendo di
aver sempre considerato la Fnuf «alla dipendenza assoluta della
Direzione del Partito»174; i problemi più seri per la Fnuf
dovevano infatti ancora arrivare.
Infatti, sul finire del ’22, e quindi dopo l’avvento di Mussolini
al governo, l’organizzazione universitaria fascista avrebbe
dovuto far fronte a tensioni interne ed al grande fermento
originato dalla protesta divampata nelle università in seguito alla
decisione assunta dal Ministro Gentile di revocare la speciale
sessione di esami di gennaio e marzo; scioperi e manifestazioni
di protesta furono infatti organizzate dagli ex combattenti ed
anche una parte dei Guf, inizialmente, vi aderì. Il Segretario Levi
si era inizialmente attivato in favore delle istanze studentesche
chiedendo a Cesare Rossi di intervenire in sostegno della
richiesta di prolungamento della sessione175; non riuscendo
nell’intento, Levi fu quindi costretto a scrivere ad ogni
responsabile dei Guf locali comunicando l’«ordine» perentorio
ricevuto da Mussolini: «opponetevi assolutamente sciopero»176.
In aiuto alla dirigenza nazionale della Fnuf («sfiduciata» dai Guf

172 Lettera di Giuseppe Bastianini a Ivo Levi, datata 1/12/1922, ibid. Il cor-
sivo è mio.
173 Ibid.
174 Lettera di Ivo Levi a Giuseppe Bastanini, datata 5/12/22, Ibid.
175 Telegramma di Ivo Levi a Cesare Rossi, datato 2/11/1922, Ibid.
176 Telegramma di Ivo Levi a tutti i responsabili dei Guf, datato 6/12/1922,

Ibid.
63
pavese177 e milanese178), impegnata nel difficile compito di
mantenere la disciplina dei vari gruppi locali, vennero però le
decisioni assunte dalle organizzazioni giovanili nazionaliste, che
annunciarono di non poter aderire allo sciopero in quanto
avrebbero così attaccato «un proprio ministro»179, ed il
comunicato del comitato Nazionale dell’Associazione
Combattenti in cui si definiva l’agitazione «ingiustificata» e lesiva
dell’immagine dei combattenti in quanto legittimava, nel Paese,
«il sospetto che gli ex combattenti anziché contribuire alla

177 Telegramma del Guf pavese a Ivo Levi, datato 7/12/1922, Ibid., in cui si
«nega ogni fiducia alla segreteria della Fnuf». Il Direttorio del Guf di
Pavia aveva peraltro approvato un’o.d.g. in cui, «pur riconoscendo sa-
crosanti i desiderata degli ex combattenti» ordinava «per ragioni di di-
sciplina fascista, la più assoluta astensione da ogni movimento che ab-
bia carattere di illegalità». Si impegnava inoltre ad «interessare le autorità
Fasciste competenti affinché [fosse] resa giustizia a questa parte nobile
ed eletta della gioventù studiosa e della Nazione» (Ibid.).
178 L’8/12/1922 i direttori Guf di Milano e di Pavia chiesero la cele-

brazione di un congresso straordinario al fine di rimuovere Levi (Let-


tera del Guf di Milano a Ivo Levi, Ibid.): il segretario rispose denunciando
«il grave passo di ribellarsi [contro] le decisioni che furono prese in
seguito ad ordini tassativi della direzione del partito e a disposizioni non
meno tassative del Governo fascista e del suo capo Mussolini...»
(10/12/1922, Ibid. Il corsivo è mio). Il 14/12/1922 Levi scrisse nuo-
vamente al Guf di Pavia ricordando che «il segretario della Federazione
Universitaria è anche alle dipendenze della Direzione del partito ed ha delle
responsabilità che non ha un segretario di gruppo» (Ibid. Il corsivo è
mio). L’11dicembre Levi spiegò invece al Guf di Torino che Gentile
lo aveva «avvertito che qualora fosse continuata l’agitazione degli stu-
denti avrebbe ordinato la chiusura delle università facendole, se del
caso, occupare dalla forza» e di aver ricevuto quindi l’«ordine preciso
dalla direzione del partito perché gli studenti fascisti fossero discipli-
nati alle decisioni governative» (Ibid.).
179 Lettera della Segreteria Fnuf di Trieste a Ivo Levi, datata 7/12/1922; gli

appartenenti al Guf triestino, alla luce della posizione assunta dai na-
zionalisti, comunica di non dichiararsi «contrari al fine a cui tende que-
sto sciopero ma al mezzo» (ibid.).
64
elevazione della cultura nazionale, tend[ev]ano ad assicurarsi
facilitazioni indebite»180.
Dal 15 al 17 dicembre ’22 si svolse a Roma il Comitato centrale
della Fnuf, dove Levi si presentò dimissionario; i verbali della
riunione181 testimoniano la assoluta sottomissione della
Federazione al partito ed al governo, segnando così il punto di
non ritorno nella autonomia della organizzazione universitaria;
le dimissioni di Levi vennero respinte e la «pratica di Milano e
Pavia» (i cui rappresentanti avevano dimostrato di non essere
«consci delle alte responsabilità che il Segretario della
Federazione ha avuto di fronte al governo fascista e di fronte al
partito») venne «passata» alla Direzione del Partito «per
eventuali deliberazioni»; il Comitato centrale si pronunciò
inoltre negativamente in merito «a qualsiasi richiesta per la
sessione di esami di gennaio»182 e decise di presentare al ministro
Gentile una proposta per cui la sessione di marzo venisse
mantenuta in quanto aveva «il duplice significato di
prolungamento della sessione di ottobre per gli studenti in
genere e di sessione straordinaria adeguatamente ampliata per
gli ex combattenti», lasciando poi ai Capi di Istituto «la facoltà
di comportarsi come meglio ritengono negli interessi degli ex
combattenti e della scuola»183; la portata della proposta veniva
però ulteriormente limitata dall’o.d.g. conclusivo in cui il
Comitato annunciava che, nel caso Gentile avesse negato «anche

180 Copia del Comunicato, datato 10/12/1922, in «La Gazzetta del Po-
polo», 12/12/22. Va peraltro segnalato che l’atteggiamento degli stu-
denti trovò assai scarsa considerazione nel mondo intellettuale, in spe-
cial modo in ambito antifascista, come dimostra la posizione assunta da
Guido De Ruggiero: «bisognerebbe sondare gli abissi d’ignoranza della
nostra gioventù cosiddetta studiosa, per avere una misura esatta del pre-
sente fenomeno di disoccupazione intellettuale, da cui trae origine que-
sto bel risveglio nazionale» (in Guido De Ruggiero, Riflessi della disoccu-
pazione, 2/9/1922, ora in Id., Scritti politici 1912-1926, Bologna, Cappelli,
1963, pp. 564-567).
181 In ACS, MRF, b. 47, fasc. 117, sf 1.
182 Ibid.
183 Ibid.
65
quel minimum […] per gli ex combattenti», la Fnuf avrebbe
accettato «le decisioni del governo fascista in considerazione
della suprema necessità della disciplina nazionale»184. Le
decisioni della Federazione nazionale furono accolte
positivamente dai gruppi locali, ormai normalizzati, «fiduciosi –
come nel caso del Guf pisano – che il governo di Benito
Mussolini assertore del diritto e della giustizia non vorrà
disconoscere i diritti di coloro che tanto si sacrificarono per la
grandezza e la salvezza d’Italia»185.
Di lì a due mesi, la segreteria della Fnuf annunciò lo
svolgimento di un altro congresso nazionale: «se tutti i Gruppi
avessero dimostrato quella attività, che se non altro, meritava la
mia attività – scrisse una mareggiato Levi ai membri del
Comitato centrale – avrei potuto preparare un Congresso degno
di noi; così invece, potrò organizzare un Congresso degno... di
loro»186; il congresso fu celebrato a Firenze il 25 febbraio
1923187. La relazione svolta da Levi fu durissima; un breve brano
del lucido intervento del segretario uscente, bene descrive la
reale situazione della Fnuf:

La Federazione conta 8 mesi di vita di cui quasi 5 consistono il


periodo delle vacanze e degli esami. In tre soli mesi di vita attiva
ho dovuto quindi adoperarmi per la organizzazione dei Gruppi che

184 Ibid.
185 ACS, MRF, b. 47, Fasc. 117, sf 1; «Il Popolo d’Italia», 18/12/22.
186 Lettera di Ivo Levi a tutti i membri del CC della Fnuf, datata 9/2/1923, in

ACS, MRF, b. 56, f. 127.


187 Il Verbale e la documentazione relativa al Congresso in ACS, MRF,

b. 47, f. 117, sf 2. L’Ordine dei lavori dell’Assemblea era il seguente: «1° -


Relazione morale e finanziaria (Levi); 2° - Organizzazione e funzione
dei gruppi; 3° - rapporti rai gruppi e i fasci; 4° - Questione d’indole
scolastica» (Universitari caduti per la causa fascista (svolto da Cappelli);
Esame di stato (Papasogli); Ordine dei dottori in chimica (Papasogli);
Ordine dei dottori in scienze commerciali (Levi); Sessioni di marzo
(Levi); «5° - Varie; 6° - Nomina del Comitato Centrale» (Ibid.). Una
breve cronaca dei lavori in Il Secondo Congresso Nazionale della Federazione
Universitaria Fascista, in «Il Popolo d’Italia» 24-25/3/23.
66
in parecchi atenei non esistevano nemmeno188 ed ho dovuto fare
questo incontrando difficoltà non lievi per l’apatia degli studenti,
per l’ostilità di molti fasci, per l’indifferenza di moltissimi. Ma è
soprattutto l’apatia dei componenti dei vari gruppi che voglio
mettere in rilevo perché da questo Congresso esca fiera una
rampogna per quegli studenti universitari che pretendono di essere
chiamati fascisti senza averne il diritto.
Perché qui si pone chiaro il dilemma: o gli studenti universitari
sono incapaci di dare (?) qualsiasi attività intellettuale, ed allora non
so perché si debbano chiamare universitari; o sono capaci, ma non
sentono l’assoluta, interiore necessità di un movimento d’indole
intellettuale e spirituale in seno al nostro Partito, ed allora non sono
buoni fascisti189

L’apatia, l’ostilità e l’indifferenza rappresentate da Levi,


spiegano le difficoltà gestionali della Federazione: il mancato
spirito di collaborazione del Partito (che sembra servirsi della
Fnuf occasionalmente e per finalità politiche strumentali, non
disposto quindi ad una sua effettiva valorizzazione), è peraltro
testimoniata dalle sintomatiche assenze della gerarchia del Pnf,
rappresentato al Congresso solo dal Sottosegretario alle Poste
Caradonna, il quale si limitò ad annunciare il «secondo tempo
della Rivoluzione fascista» nel quale i giovani sarebbero stati
chiamati a dare «al manganello del primo tempo il cervello
perché il cervello esca dalla fase nebulosa primitiva che
costituiva un impasto dei sentimenti nobili della nostra stirpe e
diventi credo filosofico che porti la nazione al grande avvenire
di domani»; la giovinezza degli Atenei avrebbe dunque portato
nel fascismo – come telegrafato da Mussolini – «ansie spirito
passione ricerca meditata, disciplina lavoro tenace, elementi
indispensabili grandezza patria»190.
Al termine dei lavori, vista l’indisponibilità di Levi a rimanere
alla testa della Federazione, venne eletto segretario provvisorio
Emilio Papasogli (del Guf di Firenze); posto di fronte alle

188 Levi annuncia la avvenuta costituzione dei gruppi in tutte le città sedi
di università tranne che a Bari (Ibid.).
189 Ibid.
190 Cfr. «Il Popolo d’Italia», 26-27/2/1923.
67
difficoltà organizzative ed alla precarietà dei rapporti con il
partito, Papasogli sarebbe poi stato incoraggiato da Levi in una
lettera in cui esprimeva il disagio, evidentemente diffuso in seno
alla organizzazione, per il «così fumoso senso di
incomprensione e di smarrimento che fa male al cuore»;
dicendosi quindi «ben contento di non essere più costretto a
vivere spiritualmente in contatto con gente indegna della nostra
attività»191.

L’Anno accademico 1923-24 fu caratterizzato dalla attuazione


della «riforma Gentile»192, definita da Mussolini «la più fascista
fra tutte quelle approvate» dal suo governo193. Larga parte della
popolazione studentesca scese in lotta contro le nuove
disposizioni: a partire dall’ottobre ’23 si svolsero numerose
assemblee studentesche che chiedevano l’abolizione dell’esame
di stato, la diminuzione delle tasse, il prolungamento delle
sessioni d’esame anche in autunno, l’abolizione della neo-
istituita polizia universitaria e la predisposizione di un

191 Lettera di Levi a Papasogli, datata 5/4/1923, in ACS, MRF, b. 56, f.


127. Di Papasogli si veda Fascismo, Firenze, Vallecchi, 1923, opera re-
censita da Ugo d’Andrea in «Critica fascista», 1923, pp. 231-232 che la
definisce «la esaltazione dello squadrista che ha creduto fermamente
nella idea che lo conduceva allo sbaraglio, nella aspra, dura, diffamata,
ma pure gloriosissima e nobilissima guerra civile» (ivi, p. 231) pur rile-
vandone limiti oggettivi.
192 Regio Decreto n. 2102, 30/9/1923. Su questa riforma cfr. Jürgen

Charnitzky, Fascismo e scuola. La politica scolastica del regime (1922-1943),


Scandicci (FI), La Nuova Italia, 1996, pp. 93-191 [ed. orig. con il titolo
Die Schulpolitik des fashstshen Regimes in Italien (1922-1943), Tubinga, Max
Niemeyer Verlag, 1994]; Michel Ostenc, La scuola italiana durante il fasci-
smo, Roma-Bari, Laterza, 1981, pp. 36-38; Monica Galfrè, Una riforma
alla prova. La scuola media di Gentile e il fascismo, Milano, Franco Angeli,
2000, pp. 7-24; di un certo interesse la ricostruzione della ispirazione
politico-ideologica della riforma, di Luigi Russo, in Id. Il fascismo e le
Università, in AA.VV., Questo era il fascismo, venti conferenze alla Radio
Firenze, Firenze, L’Impronta, 1945, ora in Id., De vera religione. Noterelle
e schermaglie, 1943-1948, Torino, Einaudi, 1949, pp. 72-77.
193 B. Mussolini, Opera Omnia, cit., vol. XX, p. 366.
68
regolamento transitorio che agevolasse il transito al nuovo
ordinamento194. Mussolini fu ovviamente particolarmente
attento allo sviluppo delle agitazioni, cercando di conoscere i
«reali intendimenti nonché reconditi moventi»195 degli studenti;
temeva infatti, fondatamente, che la protesta fosse più «politica»
che non «sindacale-studentesca», come peraltro già rilevato dallo
stesso Gentile196; alla luce di ciò, Mussolini, ed i Guf stessi, non
potevano che sostenerla in modo determinato: gli universitari
fascisti scesero in campo col massimo dell’impeto, difendendola
«a manganellate» da quei «ciechi che rifiutarono ostinatamente
di aprire i loro occhi alla luce»197. Il 13 dicembre il Capo del
Governo ricevette, nel corso della seduta del Consiglio dei
Ministri, una delegazione dei Guf per individuare misure
concrete per porre fine alle agitazioni contro «il più grande atto
rivoluzionario» compiuto dall’esecutivo da lui guidato198.

194 J. Charnitzky, Fascismo e scuola …cit., p. 167. Sull’opposizione politica


alla riforma cfr. M. C. Giuntella, Autonomia e autogoverno nell’opposizione
antifascista alla riforma Gentile, in L’opera e l’eredità di Carlo Cattaneo, vol. II,
il Mulino, 1975, pp. 239-252 [ora in Ead., Autonomia e nazionalizza-
zione…cit., pp. 75-87].
195 ACS, MI, DGPS, AaGgRr, 1923, cat. D9 «agitazioni studenti», b. 67,

f. «Napoli». Nel capoluogo campano l’agitazione studentesca assunse


toni particolarmente violenti; sul caso cfr. M. C. Giuntella, L’Università
di Napoli e la politica culturale del fascismo, in Ead., Autonomia e nazionalizza-
zione…cit., pp. 41-73.
196 Cfr. la lettera di Gentile a Benedetto Croce in cui spiegò: «La canea

contro di me continua. L’opposizione al Ministero e al fascismo sfrutta


il malcontento delle famiglie» (in Opere complete di Giovanni Gentile, a cura
della Fondazione Giovanni Gentile per gli studi filosofici, Epistolario,
vol. VII, Lettere a Croce, vol. V, p. 402).
197 [Edmondo] Cione, Scuola nuova, in «La Rivolta ideale», 8/4/1926. Si

vedano inoltre P. Ferro, Fascistizziamo la scuola, in «La Rivolta ideale»,


5/7/1925; Giesse, Scuola fascista, in «La Rivolta Ideale», 30/8/1925; [Sal-
vatore] Gatto, I nuovi destini della scuola, in «La Rivolta Ideale»,
22/11/1925; di tali articoli la Giuntella riporta brani assai significativi
(in Op. cit., pp. 158-159).
198 Cfr. l’articolo Mussolini parla agli studenti ed illustra lo spirito della riforma

Gentile, in «Il Popolo d’Italia», 14/12/1923; Id., Opera omnia, cit., vol.
69
Furono però la fermezza dimostrata dal duce, la solidità del
governo, l’intransigenza di Gentile e la violenta azione
repressiva dei Guf199 ad indurre gli studenti ad interrompere le
proteste che, nonostante sporadici rigurgiti nei due anni
successivi, potevano dirsi sostanzialmente cessate alla fine del
dicembre ’23200. Da quel momento, le manifestazioni
studentesche assunsero un carattere squisitamente politico ed
antigovernativo201; ed a questi focolai di opposizione la Fnuf non
sembrò in grado di reagire in modo convincente; la
organizzazione universitaria, che come visto, dal ’22 era stata
inserita stabilmente nell’orbita del partito aveva perso ogni
slancio autonomo di vivacità politica ed organizzativa, come
chiaramente illustrato in un importante Memorandum presentato
da Levi e da Saro Scaglione (segretario del Guf milanese) a
Mussolini202 nel luglio del ’24: la chiarezza e l’importanza del
documento ci induce a riprodurlo quasi integralmente:

Passato
1° La Federazione Nazionale Fascista, nata dalla passione degli
studenti universitari è esistita come organizzazione di partito,

XX, p. 129. Sulle posizioni assunte dagli universitari fascisti relativa-


mente alla «riforma Gentile», cfr. Francesco Liuni, La Riforma Gentile e
noi, in «La Rivolta ideale», 7/3/1925 in cui si argomentò l’accettazione
dei «punti capitali della riforma: autonomia universitaria, libertà di inse-
gnamento, esame di stato: per due ragioni. Accettato il principio della
tanto invocata libertà di insegnamento, scaturisce, logica conseguenza,
la necessità dell’esame di Stato»; in tal senso, dunque, la riforma Gentile
dà vita «ad un sistema nuovo e per giunta ordinato e razionale».
199 Sulla quale cfr. M. C. Giuntella, Op. cit., pp. 141-142.
200 Come sostiene Charnitzky, Fascismo e scuola …cit., p. 172.
201 M. C. Giuntella, Op. cit., pp. 142-144.
202 Il Memorandum viene presentato a Mussolini il 29/7/1924 (in SPD,

CO, serie alfanumerica, b. 10, fasc. G2, sottofasc. 32). L’incarico a Levi
e Scaglione di «portare direttamente al Duce dell’Italia e del Fascismo
il pensiero della massa universitaria fascista, la loro passione ed i loro
desideri [...]» è conferito loro dal Guf milanese in una riunione del
23/6/24 (in SPD, CO, serie alfanumerica, b. 46, fasc. Q5).
70
soltanto il primo anno della sua effettiva costituzione e,
precisamente, il 1922-23,

2° Ha manifestatamente dato prova della sua attività al


Congresso di Firenze del 1923, ma non ha mai potuto affermarsi come
organizzazione di pensiero:
a) perché è stata combattuta dalla Direzione del Partito;
b) perché è mancata la valorizzazione dei Gruppi da parte dei
singoli fasci;
c) perché il segretario della Federazione non aveva veste per
costringere Fasci e Universitari fascisti a seguire le disposizioni
emanate dalla Direzione del Partito e sancite dallo Statuto della
federazione.

Presente

1) Non esiste più un’organizzazione Nazionale degli Universitari


fascisti.
2) Sono disorganizzati quasi tutti i Gruppi d’Italia. Se qualche
gruppo ha continuato ad esplicare un’attività nell’ambito delle sue
possibilità lo ha fatto indipendentemente da qualsiasi Direttive ed
aiuto della Segreteria Generale della Federazione e della Direzione
del Partito.
3) La massa universitaria
a) è in contrasto con le idee estremiste dominanti, con il sistema
che da esse ne deriva e soprattutto con l’andazzo di affidare cariche
di Partito – e le più delicate – ad uomini che non hanno nè
preparazione intellettuale , nè passato sia morale sia politico,
adeguati.
b) non può far giungere la propria voce ai dirigenti dei fasci e del
Partito perché essa voce intralcia l’opera dannosa degli uni nè ha
autorità presso gli altri. […] 203.

203 «Prova ne sia – aggiungono Levi e Scaglione – l’inutilità degli sforzi


fatti dal Gruppo di Milano, presso tutti gli organi gerarchici del Partito,
per l’esclusione dalla Lista Nazionale del Prof. Giuseppe Belluzzo, an-
tifascista, negatore del mirabile sacrifici [sic] di Ugo Pepe ed Emilio
Tonoli, imboscatissimo, in tutto il periodo della guerra, dietro propria
domanda fatta approvare dall’ottantaduenne Giuseppe Colombo, al-
lora Direttore del Politecnico di Milano, denigratore e svalorizzatore
di tutti gli studenti ex combattenti. E la nomina a senatore del Regno
71

Futuro
Gli universitari chiedono
1° Che l’organizzazione universitaria sia affidata ad un uomo, il cui
passato di cittadino, di militare e di fascista, sia al di sopra di ogni
apprezzamento; che di affidamento di conoscere e di capire la
particolare mentalità ed i sentimenti della massa universitaria che,
unica, può portare – ed ha portato là dove è stato possibile – un
meraviglioso contributo di forza e di fede completamente
disinteressate.

2° Che il Capo della Federazione sia aggregato alla Direzione del


Partito ed ai lavori di questa partecipi con diritto di parola e di voto,
rappresentando, egli, la gioventù intellettuale alla quale dovranno
essere affidati destini della Patria.

3° Che esso sia munito di un biglietto permanente delle Ferrovie


dello stato per esplicare in seno ai Gruppi la necessaria, continua,
amorosa propaganda ed assistenza.

4° Che alla Federazione Universitaria sia stanziato un assegno


annuo da impiegarsi in opere di propaganda e di coltura politica
per l’adeguata preparazione dei congressi annuali.

Gli Universitari fascisti ricordano al Duce dell’Italia e del Fascismo


che essi hanno sofferto in silenzio la loro passione spirituale e
politica, hanno inteso con ciò dimostrare un senso di disciplina
sostanziale e di fede fascista e chiedono che ciò venga riconosciuto
ed apprezzato da Colui che guida le sorti della Patria, nel quale –
soltanto – gli universitari guardano con fiducia illimitata e con
devozione assoluta; essendo tale riconoscimento l’unico premio
che essi chiedono per la loro fatica.

La consapevolezza della condizione di assoluta inadeguatezza


della Fnuf, non era il sintomo di una isolato caso di cripto-
dissidenza, essendo condivisa anche da altri giovani,
convintamente fascisti, come ad esempio Francesco Liuni,

dell’Ill. Prof. Angeli [questa frase è stata evidentemente aggiunta suc-


cessivamente da altra penna e da altra persona]» (Ibid.).
72
studente di Giurisprudenza a Roma – e probabilmente tra quanti
concordavano con l’analisi e le idee espresse nel Memorandum –,
il quale nell’agosto ’24 affronta il tema della «questione
universitaria» su «L’Idea Nazionale»204 lamentandosi del fatto
che, se l’università nel 1920-21, era stata «la fucina dei migliori
militi della causa fascista», adesso era infestata «da gruppetti di
repubblicani, di socialisti delle varie gradazioni, dei gruppetti
«pro libertà»205 di cagoiarda origine, e di cordini206» mentre gli
studenti fascisti erano «pochi e male organizzati»207. La
«compattezza impressionante» e la «consistenza formidabile»
delle altre «forze fasciste», sarebbero state dunque vanificate da
una organizzazione universitaria inefficiente, non in grado di
«preparare quegli uomini, che in più o meno prossimo domani»
avrebbero dovuto guidarle208. Al fascismo universitario di quegli

204 Francesco Liuni, Il fascismo e le università, in «L’Idea Nazionale»,


20/8/1924. L’A., nella Premessa ad un suo volume dal titolo Albori del
fascismo goliardico, Trani, Paganelli, 1940, spiega di avere presentato nel
1924 un «memoriale» al direttorio del partito in cui «furono tracciate le
linee basilari per una effettiva organizzazione del fascismo universita-
rio» (Ivi, p. 5). Una sintesi di tale memoriale è nell’articolo citato e sem-
bra perfettamente assimilabile al Memorandum di Levi e Scaglione. Ciò
rivelerebbe peraltro che il malcontento degli universitari fascisti aveva
una diffusione tutt’altro che limitata.
205 Si riferisce agli studenti vicini ad Amendola; cfr. F. Liuni, Per certi

goliardi, in «L’Idea Nazionale», 9/5/1924. Il quotidiano nazionalista ro-


mano curò una rubrica (Vita Universitaria) che tra l’agosto ’24 e l’aprile
’25 mise frequentemente in luce i limiti funzionali ed organizzativi della
Fnuf.
206 Si riferisce agli aderenti alla organizzazione universitaria «Chorda

Fratres» (Ibid.) sulla quale cfr. Aldo A. Mola, Corda Fratres. Storia di una
associazione internazionale studentesca nell’età dei grandi conflitti 1898-1948, Bo-
logna, Clueb, 1999.
207 Ibid. Il corsivo è mio.
208 Ibid. Analoghe preoccupazioni vennero manifestate da Giuseppe

Paleologo, segretario del fascio Romano di Combattimento, il quale


chiese, il 21/10/24, di essere ricevuto dal duce per esternargli la preoc-
cupazione che «negli atenei si diffonde[va] uno spirito subdolo di an-
tifascismo» (in ACS, SPD, CO, serie alfanumerica, b. 216/ B PSE 3).
73
anni mancò la capacità di compiere un salto di qualità politico che
lo affrancasse sia dalla specificità rivendicativa della sua
presenza, che dalla natura quasi esclusivamente squadristica e
violenta delle sue caratteristiche organizzative; in tal senso, nel
marzo ’25, «La Rivolta Ideale» – il primo settimanale
universitario fascista, «portavoce dell’ala più estremista,
intransigente del fascismo universitario»209 – avrebbe pubblicato
una breve storia dell’organizzazione universitaria in cui si
individuava il punto di svolta (negativo) nel 1923, quando ossia,
venuta meno «la necessità della violenza», la crisi era divenuta
inevitabile: «Si fecero molte assemblee, si nominarono diversi
Direttori, ma quelle non riuscivano a produrre che sterili ordini
del giorno non aventi nessun peso e nessun valore»210; il Guf,
come rileva la Giuntella, mancava infatti di un preciso
programma politico-culturale e basandosi soltanto su di una
azione mirante a soddisfare la «necessità di farsi avanti in
qualche modo, di sopraffare gli avversari, insomma
l’attivismo»211; persa la titolarità esclusiva della funzione di
agitatori ed assunto sostanzialmente il ruolo di tutori dell’ordine
studentesco nelle università, i Guf mostravano i limiti di un
organismo privo di progetto e coesione rendendo così
necessaria la creazione di nuovo strumento, con un modello
organizzativo più unitario e coordinato, con più spiccate finalità
formative (in vista della creazione della nuova «classe dirigente»),
attivo nel campo assistenziale, più qualificato in campo culturale
e politico: il partito fascista comprese tali esigenze e, su richiesta
dello stesso Mussolini, nel dicembre 1924212 venne costituta a

209 M. C. Giuntella, Op. cit., p. 145. Il settimanale era diretto da Antonio


Beltramelli.
210 Vincenzo Poggi, Il fascismo universitario dal 1920 ad oggi, in «La Rivolta

ideale», 30/3/1925.
211 M. C. Giuntella, Op. Cit., p. 140. Sui limiti della Fnuf, cfr. B. Wan-

rooij, Mobilitazione …cit., pp. 418-419.


212 Cfr. gli articoli apparsi su «L’Idea Nazionale»: Il Congresso dei rappre-

sentanti dei Gruppi Universitari fascisti (6/12/1924); Gli universitari fascisti


(7/12/1924); La fine del Congresso universitario fascista (9/12/1924).
74
Roma la «Federazione Alfredo Oriani»213, alla guida della quale
venne designato, dal partito stesso, Serafino Mazzolini, membro
del Direttorio nazionale del Pnf214, coadiuvato dallo studente
Piero Saporiti, in qualità di segretario generale215.

Anche alla luce di queste considerazioni, va dunque letta la


svolta impressa da Mussolini all’organizzazione universitaria: la
Federazione Oriani fu infatti chiamata, a partire dal ’24, a
fronteggiare una serie di manifestazioni studentesche
apertamente ostili al Regime216; per farlo i Guf si
caratterizzarono per una centralizzazione sempre più marcata ed
una struttura gerarchicamente ordinata e direttamente
rispondente al Partito; in tal modo trovarono la capacità di
opporsi a quelle forze ed organizzazioni studentesche che, sul
piano culturale e politico, risultavano senza dubbio
maggiormente attrezzate. A partire dal gennaio ’25, peraltro, le
manifestazioni antifasciste divennero sempre più politicamente
connotate, come nel caso della manifestazione universitaria

213 Va ricordato che, quando nel dicembre ’24 Mussolini decise di inti-
tolare la Federazione ad Oriani (come confermato in Id., Opera Omnia,
cit., vol. XXI, p. 258), attorno alla fama del pensatore casolano il fasci-
smo aveva già costruito uno dei suoi miti più significativi; va detto pe-
raltro che la «Marcia al Cardello» del 27 aprile ’24 fu organizzata proprio
su iniziativa degli universitari fascisti bolognesi. Nel corso del Venten-
nio, come vedremo, i Guf diedero all’operazione apologetica di Oriani
una versione non solo celebrativa ma anche culturale. Non è dunque
casuale che al primo periodico ufficiale del Guf fu dato il titolo de «La
Rivolta ideale», opera tra le maggiori del «precursore». Sulla fortuna di
Oriani nel Ventennio, cfr. Massimo Baioni, Il fascismo e Alfredo Oriani. Il
mito del precursore, con un Saggio introduttivo di Gianpasquale Santomas-
simo, Ravenna, Longo Editore, 1988; Vincenzo Pesante, Il problema
Oriani. Il pensiero storico-politico le interpretazioni storiografiche, Milano, Franco
Angeli, 1996, pp. 229-263.
214 Sulla strategia di riordinamento dei Guf da parte di Mazzolini si veda

una sua intervista in «Il Popolo d’Italia», 13/5/1925 dal titolo La orga-
nizzazione dei Goliardi fascisti.
215 Cfr. V. Paggi, Il fascismo universitario…cit.
216 Su cui cfr. M. C. Giuntella, Op. cit., pp. 142-151.
75
svoltasi il 13 gennaio ’25, a pochi giorni dal discorso del 3
gennaio; il commento di «Roma Fascista», settimanale della
Federazione fascista romana particolarmente attento alla vita
gufina217, evidenziò un dato di particolare rilievo: il rivendicare,
da parte fascista, la necessaria apoliticità nelle scuole e nelle
università:

Noi pensiamo […] che lo studente debba combattere le sue


battaglie fuori dall’Università. Lo scopo principale
dell’organizzazione universitaria fascista è di fornire all’Italia e al
fascismo una schiera di giovani capaci a discutere e a risolvere i più
vasti problemi che interessano l’avvenire e la grandezza della patria.
[…] Vogliamo la formazione e l’educazione fra gli universitari della nuova
classe dirigente dello Stato, mediante la cultura e la propaganda della
dottrina nazionale della fede nella missione storica del mondo
[…]218

Nel caso che organizzazioni antifasciste avessero tentato «di


impedire l’attuazione di tale manovra», divenendo quindi
«corrente antinazionale», i Guf avrebbero dovuto opporsi
decisamente perché se l’università doveva rimanere «estranea
alla politica», comunque non poteva e non doveva essere
antinazionale»219. Il concetto di «apolicità assoluta» non era
dunque più attuabile , divenuto «vano e anacronistico», – come
spiegava Ottavio Gonzaga – in quanto la politica era divenuta
«battaglia ideale», «contrasto di convincimenti e predominio di
dottrine»220. In questa battaglia il Guf si gettava in nome della
missione di «epurazione» degli Atenei dalle scorie antifasciste e

217 Tale settimanale, diretto da Guglielmotti, divenne – a partire dal 3


gennaio ’35 – il settimanale ufficiale degli universitari fascisti e la dire-
zione passò a Umberto Lacava.
218 [Giuseppe] Paleologo, Università e politica, in «Roma fascista»,

17/1/1925.
219 Ibid.
220 Articolo di Ottavio Gonzaga, in «La Rivolta Ideale», 8/4/1925.
76
massoniche, e della «fascistizzazione dell’Università»221, fossero
rappresentate da docenti o studenti e dalle organizzazioni
goliardiche; tale forma di lotta veniva attuata mediante ogni
mezzo, dalle violenze fisiche alle campagne denigratorie, dalle
minacce alle diffamazioni, come ampiamente documentato dalla
Giuntella222: il «noi abbiamo vinto. Noi abbiamo il diritto di
dettare le leggi» – de «La Rivolta ideale»223 – ed il sentisi «sicuri
di vincere» dei giovani di «Vita Nova»224; non sono altro che
esempi significativi dell’atteggiamento gufino; le due riviste
citate furono peraltro fortemente impegnate in due settori
dell’opera di propaganda dei Guf: la conquista del monopolio
culturale nelle università e del monopolio educativo, quale
«ultimo anello» di tutte le organizzazioni giovanili del Regime
chiamate ad inquadrare le giovani generazioni; fu proprio questo
il settore, a cui il segretario del Pnf Augusto Turati avrebbe
dedicato maggiore attenzione.

221 Sull’uso ed il significato di questo concetto, del quale si servirono


ampiamente gli intellettuali ed i giovani fascisti, si vedano i seguenti ar-
ticoli pubblicati su periodici universitari giovanili: G. Paleologo, Univer-
sità e politica, in «Roma fascista», 17/1/1925; Università e fascismo. La epu-
razione fascista nelle università, in «La Rivolta Ideale», 31/1/1926; Fascismo
e università. La nuova vita negli atenei, ivi, 21/3/1926; Fascismo e università. Il
fascismo e la scuola, ivi, 28/3/1926; Finalmente si parla della fascistizzazione
della scuola, in «Libro e Moschetto», 31/8/1928; Giorgio Dubini, Epurare
le università – agire con energia, ivi, 15/9/1928; Fascistizziamo le università, in
«Vita Nova», IV, 1928, pp. 719-720.
222 M. C. Giuntella, Op. cit., pp. 147-153.
223 2/5/1926.
224 Perché siamo sicuri di vincere, in «Vita Nova», 1927, n. 7, p. 496.
II. Il Partito e il «problema dei giovani» (1926-31)

In quella «sorta di pozzo quasi senza fondo»1 che sono i


Taccuini mussoliniani di Yvon De Begnac, è possibile trovare una
interessante riflessione di Mussolini relativamente all’azione
svolta da Augusto Turati nel settore delle organizzazioni del
regime chiamate ad occuparsi della gioventù2; il federale di
Brescia3, una volta divenuto il 30 marzo 1926 segretario generale
del partito – «il migliore segretario generale del PNF» nel
giudizio di Renzo De Felice4 ––, impresse infatti un mutamento
radicale nella gestione delle formazioni giovanili, come

1 R. De Felice, Prefazione a Yvon De Begnac, Taccuini mussoliniani, a cura


di Francesco Perfetti, Bologna, il Mulino, 1990, p. XI.
2 Ivi, pp. 466-467.
3 Sulla figura del quale cfr. Philip Morgan, Augusto Turati, in F. Cordova,

a cura di, Uomini e volti del fascismo, Roma, Bulzoni, 1980, pp. 473-520;
Augusto Turati. Fuori dall’ombra della mia vita. Dieci anni nel solco del fascismo,
a cura di A. Fappani, Brescia, 1973; Roberto Chiarini, L’armonia e l’ardi-
mento. L’ascesa del fascismo nella Brescia di Augusto Turati, Milano, Franco
Angeli, 1988; Paolo Corsini, Il feudo di Augusto Turati. Fascismo e lotta po-
litica a Brescia (1922-1926), Milano, Franco Angeli, 1988.
4 R. De Felice, Mussolini il fascista, II, L’organizzazione dello Stato fascista

1925-1929, Torino, Einaudi, 1968, p. 177. In tal senso non ci pare cor-
retta l’immagine di un Turati «uomo grigio, malleabile, possibilmente
prono» ai desideri di Mussolini, fornita dallo stesso De Begnac in Id.,
Palazzo Venezia. Storia di un regime, Roma, 1950, p. 314.
78
dimostrato in modo particolare dagli studi di Niccolò Zapponi5
ed Emilio Gentile6.
Dotato intellettualmente, equilibrato, Turati collaborò
attivamente con Mussolini, riuscendo però a non divenirne
anonimo esecutore di ordini, evidenziando anzi una propria
strategia relativamente al nuovo posizionamento del Partito
all’interno del Regime; benché avesse fama di intransigente, egli
era in realtà ben diverso dal suo predecessore Farinacci:
interventista, aveva aderito ai Fasci solo nel 1920, dopo
l’esperienza di redattore del quotidiano democratico «La
Provincia» di Brescia; fautore di una concreta politica sindacale,
non condivideva però le tesi più integraliste di Rossoni; quanto
alla disputa sull’opportunità di aprire o meno le porte del Pnf a
nuovi «adepti», Turati pur privilegiando la «qualità» rispetto alla
«quantità» si disse comunque non disposto a dividere «gli italiani
in due campi, dei buoni e dei reprobi» in quanto la politica del
fascismo – siamo nel giugno ’267– non poteva essere di
«esclusione e di annullamento di tutte le forze vive e sane del
paese» ma doveva invece garantire quanti «pel fascismo
lottarono, soffrirono e che questa coscienza politica hanno
profondamente maturata».
Al segretario del partito, Mussolini aveva chiesto soprattutto
di riportare nel Pnf una reale e rigida disciplina, eliminando le
correnti e i centri di potere provinciali e personalistici, di
inquadrarlo nel regime fascista e nello Stato, di farne infine il
«suo» partito; e i risultati conseguiti da Turati risposero in buona
parte a tali richieste, riuscendo in particolare a limitare il peso e
l’influenza dei vari personalismi e delle correnti. Tali obiettivi
non furono però conseguiti mediante la semplice adozione di
misure disciplinari, ma dando vita a una vera e propria struttura
burocratica, centralizzata e gerarchizzata che, a partire

5 Niccolò Zapponi, Il partito della gioventù. Le organizzazioni giovanile del


fascismo 1926-1943, in «Storia contemporanea», a. XIII, n. 4-5, ottobre
1982, pp. 569-633.
6 E. Gentile, La via italiana al totalitarismo…cit.; Id., Fascismo e antifasci-

smo…cit., pp. 191-217; Id.,


7 Cfr. A. Turati, Ragioni ideali di vita fascista, Roma, 1926, pp. 30-31.
79
dall’ottobre ’26 – come vedremo – fu regolata da un nuovo
statuto, che introdusse significative novità che ebbero una certa
influenza anche sulle organizzazioni giovanili: tra le modifiche
più rilevanti vanno ricordate l’inserimento del duce in cima alla
piramide del Partito, la consacrazione del Gran Consiglio a
«organo supremo del fascismo» e l’eliminazione di ogni
«elezionismo» nelle cariche del Pnf. Decisione quest’ultima che,
in pratica, avrebbe eliminato qualsiasi velleità di autonomia del
Partito, e che per questo sarebbe stata fieramente avversata dagli
«intransigenti» e dalla loro «sentinella vigile», Farinacci; un
Farinacci che, anche dopo la defenestrazione della segreteria del
Pnf, avrebbe continuato ad essere un osso troppo duro perché
Mussolini e Turati riuscissero a limitarlo del tutto politicamente
dovendosi quindi accontentare di ridurne decisamente il raggio
d’azione8.
Soprattutto nei confronti degli intransigenti e degli ex
squadristi si concentrò l’opera di vera e propria falcidia e la
determinata azione di epurazione attivata all’interno del Pnf da
Turati (con l’avallo di Mussolini); dal ’26 al ’29, furono deliberate
circa sessantamila espulsioni, cui devono aggiungersi i non pochi
che dal partito si allontanarono volontariamente. La stessa
fisionomia sociale del fascismo avrebbe dunque subito una
radicale trasformazione – come rilevato all’epoca da Ignazio
Silone su «Lo Stato Operaio»9 – in virtù della crescnte presenza
di elementi appartenenti alla piccola e media borghesia rispetto
a contadini e operai; il che avrebbe indotto Silone a vedere nel
fascismo «qualche cosa di ben diverso da un «esercito nemico
accampato in terra d’occupazione»» ma «un fenomeno sociale
strettamente aderente alla struttura economica italiana»10. In

8 Cfr. Harry D. Fornari, La suocera del fascismo, Milano, 1972; Id., Ro-
berto Farinacci, in F. Cordova, Uomini e volti…cit., pp. 213-242; Ugoberto
Alfassio Grimaldi – Gherardo Bozzetti, Farinacci. Il più fascista, Milano,
Bompiani, 1972.
9 S. Tranquilli [pseud. di Ignazio Silone], Elementi per uno studio del PNF,

in «Lo Stato Operaio», ottobre 1927, pp. 875ss; Id., Borghesia, piccola bor-
ghesia e fascismo, ivi, aprile 1928, pp. 151ss.
10 Ivi, p. 151.
80
definitiva, attraverso tale trasformazione (realizzata, è bene
ricordarlo, in stretta collaborazione tra Turati e Mussolini) si
sarebbe riprodotto, nel «piccolo» del partito, quanto stava già
accadendo nella più ampia realtà del Paese, scongiurando così il
pericolo che dal Pnf potessero sorgere intralci alla linea politica
mussoliniana e cementando la forza del governo cercando
l’appoggio dei ceti medi.
È chiaro, però, che in questo modo il Pnf veniva gradualmente
devitalizzato e svuotato; un risultato che, se poteva in fondo
agevolare il controllo di Mussolini su di esso, rappresentava
paradossalmente l’opposto di quanto Turati mirava a realizzare.
Se infatti il segretario condivideva la necessità di subordinare
nettamente il partito allo Stato («se un giorno, vicino o lontano
– scriveva nel ‘2711 –, il partito, come tale, dovesse assumere
talune delle funzioni che allo Stato sono riservate, e sostituirsi a
qualcuno degli organi di esecuzione, quel giorno comincerebbe,
inesorabile, la disintegrazione dello Stato»), tuttavia egli non
voleva arrivare ad una sua riduzione di importanza o addirittura
ad una sua liquidazione. In questo senso si muovevano invece,
all’interno del fascismo e con il più o meno tacito avallo di
Mussolini, ampi settori che andavano dall’estrema destra di
origine nazionalista, conservatrice e cattolica, a molti ex
fiancheggiatori di origine liberale, gli uni e gli altri convinti della
necessità vitale per il fascismo di allargare le basi del consenso a
quanti, al di là delle etichette politico-ideologiche, mostrassero
la volontà e la capacità di collaborare alla creazione di una
«nuova società». Su queste posizioni era soprattutto Giovanni
Gentile, accusato di voler ridurre il fascismo a una sorte di
liberalismo12.

11 A. Turati, Una rivoluzione e un capo, Roma-Milano, 1927, p. 32.


12 È il caso ad esempio di Giuseppe Attilio Fanelli il quale rappresentò,
anche attraverso il periodico da lui diretto, «Il secolo fascista», una voce
antigentiliana punto di riferimento importante di un settore della gio-
ventù universitaria fascista; cfr. Id., Contra Gentiles. Mistificazioni dell’idea-
lismo attuale nella rivoluzione fascista, Roma, 1933. Su Fanelli si veda inoltre
F. Perfetti, Fascismo monarchico. I paladini della monarchia assoluta fra integra-
lismo e dissidenza, Roma, Bonacci, 1988.
81
Turati quindi, non mirando alla liquidazione del partito,
avrebbe ad esso assegnato varie ed importanti funzioni; si mosse
in particolare nell’ottica di porre il Pnf al centro della attività di
formazione graduale di una «autentica» classe dirigente fascista,
di valorizzarlo quale trait-d’union fra regime e masse proletarie
(ancora diffidenti quando non ostili al fascismo), affidandogli il
delicato compito di «garante» di un’eventuale successione a
Mussolini senza scossoni e in una linea di sostanziale continuità.
Malgrado l’impegno profuso, Turati avrebbe però fallito e non
solo perché tali intenti non erano completamente condivisi da
Mussolini (consapevole che un partito devitalizzato
politicamente e trasformato socialmente non avrebbe più dato
eccessive preoccupazioni), nè per la persistente presenza
all’interno del fascismo di personalismi che a lungo andare
avrebbero portato alla eliminazione politica di Turati stesso
(anche mediante sconfinamenti nella sua vita privata); Turati fallì
soprattutto in quanto non seppe cogliere l’intima contraddizione
tra un processo rivitalizzatore del partito, da lui auspicato in
prospettiva medio-lunga, e l’immediato processo di
svuotamento cui – auspice Mussolini – quell’organismo, ormai
privato di qualsiasi autonomia e stravolto nelle proprie
componenti sociali, stava ineluttabilmente andando incontro.
Turati puntò dunque a consolidare il primato del partito ed a
svilupparne l’azione «rivoluzionaria» comprendendo, peraltro, i
limiti derivanti dall’utilizzo esclusivo dei due principali strumenti
del fascismo della prima metà degli anni ’20 e di Farinacci in
particolare: l’intransigenza sul piano politico-ideologico e l’uso
della forza sul piano politico pragmatico. Egli si fece interprete
dell’esigenza – come spiegato da E. Gentile – di «trasmutare» la
funzione del PNF «da guerriera in pedagogica», e di concentrare
una parte considerevole degli sforzi della struttura fascista, nella
«formazione della nuova classe dirigente»13.
Mussolini, come spiegò a De Begnac, apprezzò quindi
nell’opera di trasformazione del partito, soprattutto la
determinazione dimostrata da Turati nel porre «fine alla

13 Ivi, p. 191-192.
82
discussione tra vecchio fascismo e giovani, tranquilli, agitati,
normalizzatori, revisionisti»14; in tal modo, il segretario del
partito era riuscito a «trasportare» il «goliardismo» fascista nel
campo della «produzione di cultura del nuovo tempo»
componendo così «un’alleanza tra giovani generazioni degli
atenei, delle fabbriche, delle campagne, della fatica italiana oltre
i patri confini»15.
Turati dunque, introducendo e sfruttando sapientemente il
tema della «cultura giovane», riuscì ad interpretare «esattamente»
l’ideale fascista di giovinezza, che metteva finalmente in
condizione «di investire col proprio entusiasmo e colla
discendente volontà di potenza del popolo nuovo l’incombente
crisi di una collettività che avevamo giurato di ridurre ad unità
di azione»16.
Il programma mussoliniano «nel settore della gioventù
italiana» vide dunque con Turati – nel giudizio del duce –
concreta attuazione: le giovani generazioni furono infatti rese
consapevoli «del proprio diritto di intervenire nella svolta di
generazioni» che il fascismo intendeva «imporre alla storia civile
della nazione»; «A sette, otto anni dall’ottobre 1922 (dissi a
Turati) – riferisce Mussolini –, non si possono escludere i
giovani dalle scelte primarie, locali e nazionali, in tema di cultura
politica, libera dagli slogan dello squadrismo»17. Proprio in questa
ottica, l’operato di Turati non si limitò dunque ad una semplice
trasformazione strutturale delle organizzazioni giovanili, ma
tentò di penetrare più in profondità nello spirito e nella mentalità
della gioventù, sottraendola «alla maledizione del narcisismo» e
rendendo «meno formale, più sostanziale, il rapporto tra il

14 Y. De Begnac, Taccuini mussoliniani, cit., p. 466.


15 Ibid.
16 Ivi, p. 467.
17 Ibid. Il corsivo è mio. Il ras bresciano fu il primo – secondo Mussolini

– a spiegare «ai giovani che il vecchio fascismo era nato dalla rabbia dei
reduci innanzi alla vittoria mutilata e dalla volontà dei ragazzi del 1901,
del 1902, del 1903, del 1904, coscienti dell’alleanza che direttamente li
legava ai fratelli maggiori, delle classi 1896, 1897, 1898, 1899, 1900 dis-
sanguatesi nelle dodici battaglie dell’Isonzo».
83
giovane e le collettività, tra i giovani e il paese». Chiamando le
giovani generazioni a contribuire in modo decisivo alla
costruzione di una «società nuova», Turati seppe coinvolgere la
gioventù fascista nel tentativo di dimostrare che il fascismo non
era soltanto «il prodotto di quattro pretoriani o briganti
coraggiosi che riuscirono, […] a mettere in ginocchio il
socialismo italiano»18. Rivolgendosi agli universitari nel
novembre 1926, Turati sottolineava infatti che, superato «il
periodo di affermazione violenta e iniziato il periodo
ricostruttivo» il fascismo aveva di fronte a sé il compito
principale: «dare struttura spirituale a quello che [era] stato il
travaglio rivoluzionario»19: la nuova generazione, «quella che
non ha conosciuto le nostre incertezze, la nostra guerra, il nostro
ritorno sconsolato, ma che pure ha vissuto nell’atmosfera della
guerra» è dunque chiamata a i posti di comando e di
responsabilità: lo stacco generazionale è forte per Turati: i
giovani sono diversi perché non hanno conosciuto «la miserabile
arte del baratto politico» e soprattutto perché hanno più solide
basi culturali:

Noi – spiega Turati – abbiamo potuto passare poco tempo sui libri
[…] perché tutte le volte che abbiamo afferrato un volume, è
risuonato nell’aria un grido d’allarme ed una squilla ed abbiamo
dovuto gettare il libro per afferrare il moschetto. Così la nostra
cultura ha una struttura un poco futurista, con grandi lacune
segnate dagli scoppi di bombe e di petardi.

Gli italiani del periodo liberale, per Turati, sono stati «servi più
che della potenza economica e militare, della cultura e
dell’influenza morale e spirituale di altri popoli»; la nuova
generazione dunque deve sviluppare non soltanto energie
fisiche e morali ma ha anche la missione di riaccendere «ben alto
nel cielo il faro della nuova civiltà italica»20; amare lo studio, si,

18 Ibid.
19 A. Turati, Una rivoluzione e un capo, prefazione di B. Mussolini, Roma,
Libreria del Littorio, 1927.
20 Ivi, p. 42.
84
ma con giudizio, per sfuggire comunque all’«insidia» insita nei
libri: «basta amarli un poco per amarli molto, basta amarli molto
per non vedere più nulla al di là della pagina stampata»,
ammonisce Turati.
Per Turati l’Italiano nuovo doveva infatti saper affrontare la
vita con un atteggiamento spirituale diverso; anche di fronte
«all’intellettualismo fascista», i giovani sono chiamati a svolgere,
per Turati, «una decisiva azione»21 che si sviluppa lungo due
direttrici: «ricondurre i giovani alla passione politica, nel senso
fascista [ed] avviare la massa sulla via in cui l’elemento
intellettuale concordi con quello politico»:

Voi dovete avvicinare, attrarre quella parte di gioventù che non è


ostile a noi, ma titubante e ostile alla vita politica. Il Fascismo
goliardico deve accogliere nelle case dello Studente, nelle sue
palestre, serbando a se stesso la gioia ed il privilegio di creare in
coloro che hanno vissuto le ore di ansia e di fede, gli apostoli ed i
propagandatori.22

Il nuovo italiano, ed i nuovi goliardi in particolare devono inoltre


caratterizzarsi per uno «stile» nuovo: quello propriamente
fascista, «che tien conto delle virtù italiane, ma anche di qualcuna
di quelle doti che la mentalità demoliberale chiamava difetto»:
così anche se disciplinati gli italiani non devono avere «la rigidità
fredda dei tedeschi», se pure tormentati nello spirito, non
possono essere «degli strusi cerebraloidi slavi», anche se sportivi
non devono diventare «dei tormentatori di record e dei
campioni di boxe»; la gioventù della razza italiana dovrà invece
essere sensibile, dotata di buon senso e di buon gusto, per
opporsi all'«intellettualismo arido e gretto dell’antifascismo»;
uno stile per il quale «bisogna mare il lavoro per l’orgoglio che
dà e per l’armonia che crea»23 :

21 Turati, Goliardi, in Id., Una rivoluzione e un capo, cit., pp. 109-117.


22 Ivi, pp. 113-114.
23 Turati, Ai dirigenti dell’Italia centrale, ivi, p. 144.
85
Per essere degni di tutto ciò, occorrerà: studiare con metodo, con
fede, «con intelletto d’amore» - voler essere fisicamente sani e forti
– servire la sincerità sempre, a qualunque costo – odiare il piccolo
ed il grosso baratto politico e morale.24

Queste le basi per la formazione dei giovani; il partito è a sua


volta chiamato a promuovere la nuova classe dirigente, il regime
per Turati si sarà davvero affermato definitivamente soltanto
quando «ad ogni posto di comando» sarà collocata una camicia
nera «con la mente e la volontà ben sagomate, secondo la
concezione dell’italiano nuovo che dal Duce è stata lucidamente,
genialmente espressa»25.

Va rilevato che quando Turati assunse la guida del Pnf, la


situazione dei Guf era ancora molto confusa26, in ragione,
soprattutto, della chiara difficoltà di stabilire rapporti di proficua
collaborazione con il partito. Tale ostacolo, denunciato anche
nel corso del congresso della Fnuf dell’aprile ’2527, era d’altronde
percepito chiaramente dagli stessi militanti gufini, alla ricerca sia
di una organizzazione efficiente che di quella «fisionomia
distintiva» – per usare le parole di Agostino Nasti – che
avrebbero consentito loro di scoprire «la propria strada e la
propria forza», al fine di svolgere «una netta ferma funzione
politica», senza doversi preoccupare della «non eccessiva cura»
dedicatagli dal partito e «non prendendo sul serio gli incolori
compiti loro assegnati da chi dimenticò la precisa volontà di
Mussolini»28. Lo scontento era rilevabile anche lontano da
Roma, nelle singole federazioni locali, dove – come nel caso di

24 Turati, Goliardi, in Id., Una rivoluzione e un capo, cit., pp. 115-116.


25 A. Turati, Ai dirigenti dell’Alta Italia, Milano, 13 febbraio 1927, in Id.,
Una rivoluzione e un capo, cit., pp.
26 Cfr. Importanti dichiarazioni dell’on. Turati sull’alta funzione educativa del

Fascismo, in «Il Popolo d’Italia», 26/4/1927.


27 Cfr. Il congresso dei goliardi fascisti riafferma intera la rinascita dello spirito

fascista nelle università, in «La Rivolta Ideale», 6/5/1925.


28 Agostino Nasti, La funzione politica degli universitari fascisti, n «La Rivolta

Ideale», 30/6/1925. Cfr. inoltre A. Di Rocco, Su «la funzione politica degli


universitari fascisti», in «La Rivolta Ideale», 12/7/1925.
86
Perugia – «la miseria che grava come una cappa sulla nostra
organizzazione, l’apatia dei genitori, il poco interessamento da
parte dei rispettivi fasci, e talvolta la mancanza di dirigenti capaci
e volenterosi che in alcuni luoghi non permette o almeno non
favorisce l’esistenza di sezioni giovanili»29.
La spinta alla trasformazione delle competenze, dei compiti e
delle attitudini operative dei Guf emergeva dunque non soltanto
dalla Segreteria centrale del partito, ma anche e soprattutto
dall’interno stesso dell’organizzazione; così, di lì a breve, i Guf
espansero la propria sfera d’azione arrivando ad occuparsi degli
studenti medi30 e caratterizzarono la propria funzione nel settore
precipuo della propaganda e della cultura; ritenendosi «artefici del
bene e della verità nella storia»31, e quindi chiamati ad un
effettivo impegno, appunto, «nell’azione di cultura e di
propaganda», essi miravano contrastare soprattutto la
«mentalità» degli avversari del fascismo, per «combatterla nei
principi e nelle pratiche applicazioni, dovunque e comunque si
celi e si manifesti (anche tra i fascisti)»32.
Lo sforzo compiuto per eliminare ogni residuo
dell’«aventinismo degli Atenei» – espressione con cui si
intendeva denominare la vasta gamma di associazioni
goliardiche più o meno politicizzate, ma comunque al di fuori
del diretto controllo del Guf33 –, potè infatti dirsi coronato da
successo soltanto nel ’26, quando tutte le associazioni
goliardiche locali furono inesorabilmente fascistizzate, ossia
inglobate nei Guf ovvero ridotte al silenzio, fatta eccezione per

29 Francesco Cupella, Giovane Fascismo Umbro, in «La Pagina dei Gio-


vani», febbraio 1926; si tratta di un inserto quindicinale del quotidiano
«L’Assalto» (su cui cfr. Stefania Dominici, La «Pagina dei Giovani»
dell’«Assalto» (1926.1928), in Fascisti in Umbria…cit.
30 T. Zennaro, Educare i giovani, in «La Rivolta ideale», 15/6/1925.
31 Art. in «La Rivolta Ideale», 30/6/1925.
32 Ibid. Sul «fascistizzare l’università» (ed in particolare la classe do-

cente) si vedano le osservazioni di Giovanni Gentile in Id., Fascismo e


università, in «Educazione fascista», sett. 1929, pp. 613-615.
33 Cfr. P. Nello, «Il Campano». Autobiografia politica del fascismo pisano, Pisa,

Nistri-Lischi, 1983, p. 5.
87
l’Unione Goliardica di Lelio Basso34; tutto ciò in linea con
l’o.d.g. approvato dal congresso della Fnuf tenutosi a Roma nel
febbraio ‘2635, in cui si dichiarava indispensabile «una pronta
opera di smascheramento di tutte le associazioni celantesi dietro
il paravento dell’apolicità, spesso quasi sempre indice di
antifascismo, che sono di grave ostacolo alla creazione
dell’ambiente necessariamente ed interamente fascista della
scuola universitaria»36.
Accanto a questa esigenza «epuratrice», il Guf necessitava però
di una trasformazione qualitativa, come invocato, alla vigilia del
congresso gufino, dalla sempre vigile «Rivolta Ideale»– destinata
peraltro a rapida, forzata cessazione – :

La funzione dei gruppi universitari fascisti sarà nel prossimo


domani, eminentemente culturale […]. Bisogna soprattutto crearla
dov’è mancante: una cultura che non soffra di indigestione
bibliografica e non viva di nuvole e di silenzi; una cultura, che sia
vita, passione fede; […] una cultura insomma che sia fascista 37.

Occorreva dunque creare non solo una «cultura» diversa, ma


anche costruire un nuovo modello di «goliardo» che sostituisse
definitivamente lo stereotipo, denunciato dalle colonne del

34 Cfr. A proposito dell’Associazione milanese universitaria ultimo miserevole ba-


luardo dell’antifascismo dell’Ateneo, in «La Rivolta Ideale», 28/3/1926.
Sull’Unione goliardica italiana per la libertà cfr. Gaetano Quagliarello,
Storia della goliardia politica nel dopoguerra (1943-1968), vol. I, Studenti e po-
litica. Dalla crisi della goliardia prefascista al primo congresso nazionale universi-
tario (1925-1946), Manduria, Lacaita, 1987, pp. 11-29. Sulla nascita e la
natura di questa organizzazione studentesca ed i contrasti tra questa ed
il fascismo, si veda il materiale conservato rispettivamente in ACS, MI,
DGPS, AaGgRr, 1924, cat. G1, b. 71, f. «Unione goliardica della libertà»
ed in ACS, MI, DGPS, AaGgRr, 1925, cat. G1, b. 111, f. «Unione go-
liardica».
35 Cfr. Dal Congresso della Federazione Universitaria Fascista, in «La Rivolta

Ideale», 21/2/1926.
36 Ibid.
37 La funzione degli universitari fascisti, in «La Rivolta Ideale», 14/2/1926.

Il corsivo è mio.
88
«Campano» di Pisa, dello «scioperato per tradizione» e
dell'«elegante mondano per ostentazione»38, in grado quindi di
reggere, in un futuro più o meno prossimo, le sorti della nazione
e del fascismo :

Se dagli Atenei escono gli uomini che domani guideranno la Nazione


eletta, se dalle Aule Universitarie escono gli Eroi di Curtatone e i
Martiri del fascismo invitto e invincibile, se l’universitario si sente
profondamente fascista, cioè veramente italiano, il vero goliardo non
può più essere quello di ieri […]39

Serviva perciò cancellare quei «cuccioli di filistei» contro i quali


si scagliava la rivista di Asvero Gravelli «Antieuropa»40, «giovani
intellettuali che usurpano i doni della giovinezza», attratti dalla
carriera, opportunisti, falsamente entusiasti del regime, alla
continua ricerca di una «sistemazione», a caccia di una
recensione o di una «commendatizia»41.

38 Il goliardo, in «Il Campano», a. I, 1/3/1926, n. 1.


39 Ibid. Il corsivo è mio.
40 Il gruppo di giovani intellettuali che si raccolse intorno ad «Antieu-

ropa» (tra cui vanno ricordati, oltre a Gravelli, Roberto Suster e Pellizzi)
intendeva trasformare il fascismo da fenomeno esclusivamente e tipi-
camente italiano in «merce d’esportazione». Al fascismo, secondo Gra-
velli, spettava infatti il compito di plasmare e rinnovare le giovani ge-
nerazioni di un Occidente decaduto ed ormai in inesorabile crisi morale,
Per raggiungere tali risultati occorreva dar vita ad una struttura, l’«In-
ternazionale fascista», che raccogliesse i vari partiti fascisti per poi dif-
fondere gli ideali dell’universalismo fascista in tutta l’Europa. Su ciò cfr.
Michael A. Ledeen, l’Internazionale fascista, Bari, Laterza, 1973; G. Longo,
I tentativi per la ricostruzione di una internazionale fascista: gli incontri di Am-
sterdam e Monteaux attraverso i verbali delle riunioni, in «Storia Contempora-
nea», 1996, n. 3; Davide Sabatini, L’Internazionale di Mussolini. La diffu-
sione del fascismo in Europa nel progetto politico di Asvero Gravelli, Roma, Edi-
zioni Tusculum, 1999.Su Suster cfr. Andrea Ungari, Introduzione a Ro-
berto Suster, Gli ostaggi di San Gregorio. Diario 1943-1944, Milano, Mur-
sia, 2000, pp. 5-29.
41 Valentino Piccoli, Ritratto del cucciolo di filisteo, in «Antieuropa», 1930,

pp. 766-768.
89
In tal senso dunque, alla ambizione ad essere effettivi
protagonisti nel plasmare «il tipo dell’italiano nuovo»42, si
accompagnava uno sforzo che tendeva al superamento
definitivo di ogni forma di ostilità al regime, attraverso una
puntuale e rigorosa opera di propaganda e mediante l’attuazione
di un preciso ed organico piano di riflessione e di proposte
culturali, tali da indurre «la maggioranza dei giovani studenti» –
non ancora iscritti ai guf –, o «apertamente ostili al fascismo»43,
della supposta bontà e giustezza del nuovo ordine, nonché della
sua apertura spregiudicata verso soluzioni di profondo
cambiamento del paese, al quale i giovani, in special modo gli
universitari, erano chiamati a contribuire attivamente nella
prospettiva dinamica di una rivoluzione ancora da fare quasi per
intero, e non già conclusa definitivamente da chi li aveva
preceduti e nella certezza di rappresentare i più idonei ad
assumere il ruolo di classe dirigente44.
Alla luce di tale «missione» ed in quanto «quadri della classe
dirigente di domani»45, i Guf si vedevano così assegnare «il
compito di educare le masse»46, quelle giovani in particolare:
«inquadramento» (che avrebbe dovuto condurre alla
«disciplina») ed «educazione» (che avrebbe formato nei giovani
«una salda coscienza nazionale e fascista»)47 divenivano così le
parole d’ordine che avrebbe ispirato e guidato le scelte della
dirigenza gufina, posta alla diretta dipendenza della segreteria
stessa del Pnf dall’ottobre ’26, quando cioè Turati aveva assunto
«personalmente la direzione dell’importante movimento»48: in
tal modo, era stata posta inesorabilmente fine alla forma

42 Renato Ricci, I provvedimenti del regime per la difesa della stirpe: i giovani
nello stato fascista, in «Gerarchia», 1928, n. 12, pp. 954-959.
43 Giovani e fascismo, in «Vita Nova», III, 1927, n. 11, p. 773.
44 P. Nello, «Il Campano» cit., p. 11.
45 Cfr. Salvatore Gatto, La missione degli universitari fascisti, in «La Rivolta

Ideale», 16/571926.
46 Ibid.
47 G. Santangelo, La preparazione dei giovani nella scuola, in «Roma fascista»,

18/9/1926.
48 Cfr. PNF, Foglio d’ordini, 9/10/1926 (Gli studenti universitari fascisti).
90
federativa dei Guf e si era impressa una decisa spinta verticistica
e centralizzatrice all’organizzazione; lo Statuto del partito
approvato nell’ottobre di quell’anno49 avrebbe peraltro posto le
sezioni degli studenti universitari alle dirette dipendenze dei
segretari delle federazioni provinciali fasciste, subordinandoli
alle direttive provenienti dalla segreteria centrale50.
Se dunque, in virtù di tali decisioni, la questione
dell’inquadramento veniva ritenuta in via di rapida soluzione,
quella dell’educazione era ancora invece «assai nebulosa»,
rendendo quindi urgente l’individuazione di chiare «linee di
azione», nella consapevolezza che andava affrontato, e risolto in
tempi rapidi, il nodo correlato del «problema culturale»51;
quando infatti nel dicembre ’26 si riunirono a Roma i direttorii
dei vari Guf della Penisola52, Turati spiegò in modo chiaro che
se il problema dell’«antifascismo universitario» poteva ritenersi
eliminato, non altrettanto poteva dirsi per il «fascismo
universitario» nel senso che era urgente l’individuazione di una
strategia, politica e culturale, che portasse alla creazione di una
nuova classe dirigente53 ed alla conquista di quella ancora
consistente «massa apolitica» che rappresentava, agli occhi del

49 Lo Statuto fu approvato dal Gran Consiglio nella seduta dell’8 otto-


bre ’26 e fu pubblicato sul Foglio d’ordini del Pnf, n. 10, dell’11/10/26,
entrando in vigore il 15 novembre successivo (Cfr. Mario Missori, Ge-
rarchie e statuti del P.N.F. Gran consiglio, Direttorio nazionale, Federazioni pro-
vinciali: quadri e biografie, Roma, Bonacci, 1986, pp. 355-362.
50 Cfr. PNF, Il Gran Consiglio nei primi dieci anni dell’era fascista, Roma,

Nuova Europa, 1933; la Fnuf fu trasformata, almeno nella dicitura con-


tenuta nell’art. 7 dello Statuto, in «Associazione studenti universitari»
(ibid.). Si prevedeva inoltre la figura di un segretario generale, di diretta
nomina del segretario del partito.
51 G. Santangelo, La preparazione dei giovani nella scuola, in «Roma fascista»,

18/9/1926.
52 Cfr. I Goliardi fascisti a Palazzo del Littorio, in «Il Popolo d’Italia»,

19/12/1926; Una data memorabile per gli universitari fascisti, in «Libro e Mo-
schetto», 3/2/1927.
53 Cfr. il breve resoconto dell’intervento di Turati in I Compiti degli uni-

versitari nella vita italiana in un discorso dell’on. Turati, in «Il Popolo di


Roma», 19-20/12/1926.
91
segretario del Pnf, l’ostacolo maggiore all’effettivo inveramento
e prosecuzione della rivoluzione fascista.

Alla luce di tale vocazione, o comunque tendenza, «totalitaria»,


va dunque letto l’impegno profuso dai Guf, proprio a partire
dalla gestione Turati, nel settore dell’«assistenza», settore che
tatticamente consentiva all’organizzazione gufina di essere
potenzialmente in contatto diretto con tutti gli studenti
garantendo, almeno nelle intenzioni, una graduale penetrazione
nella quotidianità anche di quanti non avevano abbracciato il
movimento fascista; lo sforzo compiuto nell’ambito delle opere
assistenziali (che comprendevano tra l’altro l’allestimento di case
dello studente, campi sportivi nonché l’attivazione di forme di
sostegno ad ogni categoria studentesca54), consentì peraltro ai
Guf l’introito di somme ingenti, come illustrato dai risultati di
una interessante indagine svolta nel 1930 dal Ministero
dell’Educazione nazionale55 che evidenziò il consolidamento del
«monopolio» dell’assistenza universitaria da parte dei Guf;
questi erano infatti arrivati a surrogare, in sostanza, i compiti
precipui del Ministero, fruendo di finanziamenti provenienti
dalle università stesse e dalle varie Opere Universitarie56 e
servendosene per la realizzazione di programmi ed attività
ovvero per la costruzione di sedi del Guf, mediante le quali il

54 Su questo aspetto cfr. Benedetta Garzarelli, Un aspetto della politica to-


talitaria del fascismo: i gruppi universitari fascisti, in «Studi storici», 1997, pp.
1121-1161.
55 Il Ministro Balbino Giuliano inviò una circolare datata 4/3/1930 ai

presidi degli istituti superiori ed ai rettori per ottenere informazioni re-


lative in particolare alla costruzione di case dello studente, alla conces-
sione ed all’utilizzo dei fondi dell’opera universitaria e alle opere spor-
tive ed assistenziali per l’attività svolta dai Guf (ACS, Ministero della Pub-
blica Istruzione, Direzione Generale istruzione superiore [d’ora in poi ACS,
MPI, DGIS], divv. III e IV, b. 7).
56 Tali organismi erano stati istituiti in relazione all’attuazione della «Ri-

forma Gentile» mediante l’art. 56 del R. D. 2102 del 30/9/1923.


92
regime accompagnava la vita dello studente sia nei periodi di
studio che nel tempo libero57.
Il nuovo statuto del Pnf e la relativa nuova «collocazione» dei
Guf nella struttura partitica, avevano peraltro stabilito la
celebrazione, con cadenza annuale, della cosiddetta «leva
fascista» che andava ad innestarsi – nel giudizio di Bottai – nel
«riconoscimento esplicito del diritto di discussione»58 in seno al
partito; ciò avveniva in quanto – secondo l’intellettuale romano
– l’ingresso periodico, sancito ufficialmente, di «una nuova
ondata di giovani» comportava inevitabilmente una forma di
partecipazione «non già per tacere, ma per parlare, non già per
subire il parere degli anziani, ma per far valere le proprie idee»59;
il loro contributo, sul piano politico ed culturale, avrebbe inoltre
consentito ai «capi», «eletti dall’alto», di comprendere i «nuovi
stati d’animo», le «nuove ansie», le «nuove ricerche» e le «nuove
mete» poste dalle giovani generazioni, che divenivano dunque
«il barometro sicuro del partito»60, dove i «vecchi» fascisti
sarebbero stati rispettati «per l’opera compiuta», ma finalmente
sottoposti «al controllo morale e intellettuale delle generazioni
che sopraggiungono con il loro bagaglio di idee e di metodi
nuovi»61. Soltanto la concreta valorizzazione di questo
«irrompere fresco, audace, attivo di giovinezza» avrebbe
scongiurato il rischio – avvertito con sempre maggiore
proccupazione da Bottai – di una «pietrificazione» delle

57 In tal senso cfr. ACS, GUF, b. 39, f. 592 in cui si trovano le relazioni
sulle attività dei vari gruppi aggiornate al dicembre ’28: gare, competi-
zioni, viaggi, gite, festeggiamenti rappresentavano infatti la parte privi-
legiata dell’attività gufina locale. Tale genere di attività, come notato
dalla Garzarelli (Op. cit., p. 1129), sembra rientrare nel più generale am-
bito della «nazionalizzazione del tempo libero» su cui cfr. Victoria de
Grazia, Consenso e cultura di massa. L’organizzazione del dopolavoro, Roma-
Bari, Laterza, 1981, pp. 40ss.
58 G. Bottai, La parola ai giovani, in «Critica fascista», 15/10/1926, pp.

381-382.
59 Ibid.
60 Ibid.
61 Ibid.
93
gerarchie, generando altresì una dinamica, «suscitatrice di nuovi
valori, di nuovi uomini, di nuovi capi»62.
Analoga, ma con un’attenzione rivolta alla «trasformazione
dello Stato» e quindi alla correlata «rigenerazione del popolo
italiano», era la posizione di Giovanni Gentile che, identificando
il fascismo con la nazione italiana, «la quale si volge, con
indomabile fede al suo Capo, al Duce»63, esaltava il Pnf quale
unico interprete e rappresentante della volontà nazionale: il
popolo italiano però, pur «affollandosi» intorno al duce, non
riusciva a giungere tutto fino a «lui» dovendo quindi
«interpretare il pensiero e ricevere gli ordini attraverso fiduciari
e segretari» non sempre, anzi assai raramente, «interpreti
autentici» del pensiero mussoliniano. L’insoddisfazione ed il
disagio conseguenti, erano perciò difficilmente rimediabili se
non attraverso una accurata e mirata opera di «formazione e
selezione del partito», rivolgendosi in particolare ai giovani cui
spettava «prepararsi, e aprir l’animo alla fede generosa che il
fascismo ha infuso nei petti italiani»64. Per Gentile quindi una
adeguata classe dirigente del partito non avrebbe dovuto
frustrare la «fede» delle giovani generazioni attraverso i «riti» del
tesseramento e dell’inquadramento, «nè tanto meno nella facile
caccia all’antifascista o nel canto spensierato degli inni giovanili
e nella pompa delle cerimonie pur necessarie»65. I più
rigorosamente ligi a tali obblighi erano spesso – secondo il
filosofo – «quelli che ignorano il dovere del fascista, e più
meriterebbero di essere fuggiti e messi al bando»; perciò i
giovani dovevano comprendere che il fascismo non era una
«camicia di Nesso» o «un catechismo o una dottrina già
formulata o da formulare in proposizioni sacramentali», ma
«vita, e dottrina di vita; orientamento e ispirazione»66.

62 Ibid.
63 Giovanni Gentile, Parole ai giovani, in «La conquista dello Stato»,
1/12/1926. (ripubblicato integralmente in «Educazione politica», di-
cembre 1926, pp. 559-561).
64 Ibid.
65 Ibid.
66 Ibid.
94
«Fede», «riti», «catechismo», «dottrina», termini che
richiamano una religiosità che non poteva che trovare nel
principio dell’«investitura dall’alto» il coronamento naturale,
quale forma di selezione dei dirigenti fascisti. Tale principio,
sancito in modo definitivo proprio dalla Statuto del ’26, aveva
per necessario corollario la cancellazione di ogni forma di
«elezionismo» nel Pnf, suscitando, soprattutto presso «Critica
Fascista», una interessante discussione che avrebbe
inevitabilmente toccato anche la questione giovanile,
strettamente correlata ad esso. Il gruppo di Bottai riteneva infatti
possibile modulare tale principio spostandone l’ambito di
attuazione: l’attenzione veniva infatti rivolta non già alle
modalità di designazione della nuova classe dirigente ma
all’individuazione dei mezzi e dei criteri per la sua selezione: la
questione riguardava quindi il sistema da adottarsi per «scoprire
quella «élite» che dovendo rappresentare l’aristocrazia vera del
partito [aveva] il diritto di guidarne le sorti»67. Alle nuove
generazioni – incontaminate da «tracce di passatismi e di
scetticismo» – i fasci e la scuola, ossia le «due palestre nelle quali
i futuri fascisti debbono addestrarsi», avevano infatti dedicato
scarsa attenzione: le strutture periferiche del regime, in
particolare, non essendo sempre rette «da anime aperte al soffio
caldo ed entusiasta della gioventù», si erano rivelate inadeguate
al compito68. Fu Carmelo Sgroi a condurre una sorta di indagine

67 Carmelo Sgroi, Per la scelta dei futuri dirigenti del partito, in «Critica fasci-
sta», 1926, pp. 403-404. Sempre di Sgroi si veda il successivo Tormento
di due generazioni. Motivi di educazione politica, Catania, Studio editoriale
moderno, 1935.
68 Nel 1927, sempre su «Critica fascista», fu pubblicato un trafiletto in-

titolato Il giudizio dei giovani, in cui si affermava tra l’altro: «Bisogna che
in ogni provincia il gerarca […] tenga soprattutto in conto il giudizio
dei giovani. I giovani sono la forza pura ed incontaminata della Rivolu-
zione […]. Il dirigente fascista che si è meritata la fiducia dei giovani, è
l’eletto figlio della rivoluzione, il vero italiano nuovo» Tale orienta-
mento diverrà un costante elemento di valutazione della condotta dei
segretari politici locali, la cui carica dipende «in modo particolare,
dall’attività svolta nei riguardi dei giovani» come stabilito nel I Rapporto
95
che mirava ad identificare un valido criterio di selezione dei
giovani, analizzando l’ampia gamma di opzioni su cui aprire una
discussione più generale: «congressi, organizzazioni,
collaborazione a giornali e riviste del fascismo, designazione
dell’opinione pubblica, designazione dei prefetti alla Direzione
del partito»69; se tutte queste avevano lati indubbiamente
positivi, l’ultima di esse (che prevedeva il ricorso alle strutture
prefettizie) era però ritenuta la peggiore, in quanto
maggiormente suscettibile dell’influenza ancora forte nelle alte
burocrazie dell’«Italia demoliberale». Come sottolineato dal
condirettore di «Critica fascista», Gherardo Casini, era infatti in
gioco «il fatto della continuità del Regime» e perciò non si poteva
continuare ad attuare un «metodo generico e astratto», poiché
«troppi ancora dei posti di comando [erano] nelle mani degli
uomini del vecchio regime»70. I «nuovi quadri», anche alla luce
della constatazione che andava «restringendosi gradatamente» il
numero di giovani che mostravano «un interesse continuo e
costante alla politica e ai suoi problemi», andavano dunque
selezionati e formati evitando il ripetersi della «peggior
tradizione liberale» per cui le nuove leve venivano affidate «ad
un tirocinio «in corpore vili», e cioè all’improvvisazione e al
predominio della burocrazia»71. Se pure le competenze e le
capacità andavano acquisite «attraverso l’esperienza, il tirocinio,
la pratica»72 non era però sufficiente creare tecnici e specialisti
se «in essi lo spirito fascista non [era] una seconda natura»; il
giovanilismo professato dal gruppo bottaiano arrivava infatti a
far preferire il designare ad «una carica delicata politicamente
[…] assai più volentieri un giovane rivoluzionario il quale deve

di Starace del 4/4/32 (in Atti del PNF, 7 dicembre-28 ottobre, a. X, E.


F.).
69 Ibid.
70 Gherardo Casini, La classe dirigente: propositi e fatti, in «Critica fascista»,

1927, pp. 304-305.


71 Ibid. Sul problema del «rinnovamento delle «élite» nel settore della

burocrazia cfr. Mariuccia Salvati, Il regime e gli impiegati. La nazionalizza-


zione piccolo-borghese nel ventennio fascista, Bari, Laterza, 1992.
72 Un regime di giovani, in «Critica fascista», 1/6/1928, pp. 201-202.
96
ancora diventare un tecnico, che non un vecchio tecnico il quale non
potrà mai diventare un rivoluzionario. Meglio un rivoluzionario
mediocre che un «bigio eccellente»»73.
Nel tentativo di trovare un punto di equilibrio che
contemperasse la preparazione tecnica e quella politica,
occorreva dunque attivare una procedura che articolata su tre
livelli74: l’educazione dei giovani (da cui discendeva l’importanza
assegnata in tal senso alle organizzazioni giovanili), la
liberalizzazione del dibattito e della circolazione delle idee
all’interno del partito (soprattutto nel settore giornalistico75) e
l’abitudine dei giovani al comando:

vi deve essere una naturale gradazione di responsabilità fino a


formare nel giovane l’invocata esperienza e la carica deve essere
consona all’età, alla preparazione, alla mentalità dei candidati. Deve
essere una scuola di comando, il più delle volte e non un comando
reale che, se usato per la prima volta impreparatamente, porta a
sicure intemperanze. […] Perfino ai giovanissimi della leva si
debbono dare incarichi […]. Sperimentare chi lo vuole, per trovare
chi vale, formare una naturale selezione e lanciare i meritevoli 76.

A tal fine, e qui avveniva la saldatura tra la strategia di Bottai


e quella di Turati, «il fulcro su cui si impernia tutta la vita del
regime» non poteva che essere il partito, unico detentore
legittimo della facoltà di determinare «la preparazione, la
selezione, la scelta degli uomini adatti ad assumere le redini di

73 Alessandro Pavolini, Viva i giovani, in «Critica fascista», 1/3/1929. Il


corsivo è mio.
74 Su tale strategia cfr. P. Nello, Mussolini e Bottai…cit., pp. 339-340.
75 Su questo aspetto cfr. Philip V. Cannistraro, La fabbrica del consenso.

Fascismo e mass media, bari, Laterza, 1975.


76 Gian Paolo Callegari, Cariche ai giovai ovvero giovani alla carica, in «Critica

fascista», 1/10/30. Il corsivo è mio Non erano mancati, in tale ottica,


proposte di assegnare dei giovani a mansioni in piccoli paesi della cam-
pagna, al fine di «fascistizzare le campagne» e sostituendo così le persi-
stenti vecchie classi dirigenti locali (cfr. Esperienza e gioventù, in «Critica
fascista», 1/8/28 che riprende, apprezzandolo, un articolo già pubbli-
cato sullo «Stato di Napoli»).
97
qualsiasi attività che racchiuda una ragione di vita pel Regime»77;
era dunque il partito, e quindi le organizzazioni ad esso
subordinate, a dover «dare al regime la classe dirigente!»78,
compito che diveniva – nell’idea del segretario – «la funzione
fondamentale e decisiva del fascismo»79, per avviare la massa
intellettuale sulla via in cui l’elemento intellettuale concordi con
quello politico»80.

Gli sforzi di Turati nella strutturazione e nella stabilizzazione


dei Guf riuscirono a dotare l’organizzazione di una articolata e
capillare diffusione territoriale (in particolare grazie
all’istituzione di sottogruppi e nuclei universitari in città e paesi
di provincia non sedi universitarie81); mancava però, ancora,
quella «comunione di pensiero, scambio di vedute, intesa di
propositi, discussione di idee, tutto quel lavoro intellettuale
insomma che è prova di una volontà seria di preparazione e di
formazione di uomini»82 invocato nel luglio ’27 da «Giovinezza
fascista»; per riuscire a «formare una generazione»83 serviva
infatti attivare un complesso di iniziative a carattere politico e
culturale di ben altro livello rispetto a quello che riuscissero a
fare i Guf; il settore destinato a tali attività risultò infatti
altamente deficitario sia dal punto di vista del coordinamento
che della continuità di azione, mal organizzato e privo, a monte,
di un preciso orientamento strategico: l’allestimento di
biblioteche di «cultura fascista», la promozione di cicli di

77 Ibid.
78 A. Turati, I compiti del partito. Ai dirigenti dell’alta Italia (1927), in Id.,
Una rivoluzione e un capo, Roma, Milano, s.a. (1927), pp. 124-125.
79 Ibid.
80 A. Turati, Goliardi, in Id., Una rivoluzione e un capo, Roma, Milano, s.a.

(1927), pp. 111-117.


81
82 G. Lambrassa, Polemica, in «Giovinezza fascista», 26/7/1927. Il cor-
sivo è mio.
83 Nelle parole di Vezio Orazi, capo della segreteria nazionale dei Guf

in una lettera datata 13/3/1928 conservata in ACS, PNF, Direttorio Na-


zionale, Servizi amministrativi, serie I, b. 586, f. 9.21.5
98
conferenze e di corsi, i concorsi per monografie sulle tematiche
oggetto della pubblicistica fascista dell’epoca (corporativismo,
propaganda coloniale, politica internazionale), la pubblicazione
di dispense e di tesi di laurea, risultarono infatti localmente
sporadici e, per natura, tendenti ad esaltare il carattere
propagandistico dell’azione gufina piuttosto che a stimolare una
consapevole riflessione politica – connotato necessario
nell’ottica di formazione di un’ élite – all’interno del movimento
stesso84.
Tali limiti emergono anche dall’analisi della attività svolta dai
Guf nel settore coloniale: a partire dal luglio 1929 infatti vennero
costituiti – in rapporto con l’Istituto coloniale fascista (Icf)85 –
specifici uffici per la propaganda presso ogni gruppo
universitario86, uffici che, come rilevato dal Presidente dell’Icf
Venino, suscitarono scarso interesse presso gli universitari87; i
Guf, ai quali era stata infatti affidata «esclusivamente» la
propaganda88, svolsero tale compito in maniera «insufficiente

84 Su queste attività cfr. ACS, GUF, b. 39, f. 592.


85 Su cui cfr. Carla Ghezzi, Dall’Istituto coloniale italiano all’Istituto italo-
africano, in «Studi Piacentini», n.7, 1990, in particolare pp. 174-191; C.
Ghisalberti, Per una storia delle istituzioni coloniali fasciste, in «Clio», 1990, n.
1, pp. 49-78.
86 In virtù dell’«accordo basilare del 14 luglio 1929» cui fa riferimento il

Presidente dell’Istituto coloniale fascista (Icf) Venino in una lettera al


segretario del Guf Maltini datata 11/6/1930 conservata in ACS, PNF,
Servizi Vari, serie I, b. 344, f. 6.1.9. Secondo tale accordo, il segretario
del Guf entrava a far parte con voto deliberativo del Consiglio e del
Comitato esecutivo dell’Icf (analogamente per i guf e le sezioni Icf lo-
cali).
87 Ibid.: scrive infatti Venino: «le adesioni […] non solo non hanno rag-

giunto quel grande numero che era lecito attendersi […] ma nemmeno
ha toccato il numero a cui ammontavano i soci giovanili raccolti dall’Icf
prima dell’accordo».
88 Cfr. la Circolare n. 284 del 25/3/1930 della Segreteria del Guf (Ibid.)

che chiariva peraltro la assoluta indipendenza ed autonomia dell’orga-


nizzazione universitaria fascista dall’Icf.
99
[…] slegata, spesso contraddittoria e frammentaria»89, anche alla
luce della povertà di mezzi disponibili e dello scarso impegno
profuso dai vari rappresentanti gufini90. I cattivi risultati in tale
settore di attività portano però alla luce anche la assoluta
mancanza di discussione, in seno ai Guf, sul problema coloniale;
la relazione dell’ottobre ’30 sull’attività della sezione, mostra
infatti chiaramente l’assenza di qualsiasi forma di promozione di
dibattito all’interno del movimento: la stragrande maggioranza
delle «conferenze coloniali» era tenuta da docenti universitari; su
64 nuclei costituiti soltanto 17 avevano promosso concorsi per
monografie di giovani sul tema, mentre la gran parte dell’attività
era dedicata alla proiezioni di filmati, alla visita a musei coloniali
ed a viaggi e crociere nelle colonie91; la redazione della pagina
coloniale di «Libro e Moschetto», passò, ad esempio, sotto il
diretto controllo del Guf centrale, per rispondere «veramente
alla funzioni di propaganda affidata dalle disposizioni» del
partito92. Per tali motivi, nel maggio ’31, il vice-segretario del
Guf Federico Valli scrisse a Venino lamentando la mera
«formalità» dell’incarico dei Guf presso le sezioni del’Icf e la
assoluta mancanza di «controllo sullo svolgimento della
propaganda coloniale che i Guf stessi, sotto la direzione
dell’ICF» erano chiamati a svolgere, non riuscendo quindi a
prestare il proprio «contributo fattivo» all’attività da svolgersi93.
I Guf sembravano quindi semplicemente utilizzati, come una
sorta di esca, per attirare e tentare di coinvolgere settori della
gioventù universitaria non ancora inglobati nel fascismo.

89 In tal senso si esprimeva Venino in una lettera al successore di Mal-


tini, Carlo Scorza, il 15/11/1930 (in ACS, PNF, Servizi Vari, serie I, b.
344, f. 6.1.9.). Scorza successe a Maltini con l’avvento di Starace alla
segreteria (cf. Segreteria Guf, Circolare n 54 – 16/10/1930 in ACS, GUF,
b. 46, f. 60).
90 In tal senso cfr. l’ammissione contenuta nella risposta di Scorza a

Venino datata 17/11/30 (Ibid.).


91 Dalla Lettera di G. Avenia a C. Scorza datata 15/10/1930 (Ibid.).
92 Segreteria Guf, Circolare n. 7 – 24/1/1930, in ACS, GUF, b. 46, f. 12.
93 Lettera datata 12/5/1931 (in ACS, PNF, Servizi vari, serie I, b. 344).
100
Il sostanziale fallimento di tale esperienza, rivela perciò i
motivi dell’«apatia» riscontrata non solo fuori, ma anche
all’interno dei Guf94, e spiega la necessità, sempre più pressante,
di maggiori spazi da riservare al dibattito politico e culturale,
affrancato dalla eccessiva pressione esercitata dalle gerarchie di
partito; questi concetti, ed in particolare la richiesta di una
sempre più dilatata facoltà di «libertà di discussione»,
rappresentarono, come già accennato, i cardini della tematica
introdotta dalla rivista «Critica fascista» a partire già dalla
seconda metà degli anni ’20: il cosiddetto «problema dei
giovani».
Nel dibattito politico-ideologico che riguardò tale questione,
si saldavano tre elementi su cui erano incentrate le discussioni
più accese tra e su i giovani: a) le generazioni del e nel fascismo,
b) la creazione e la selezione di una nuova classe dirigente; c)
l’attuazione di una continuità rivoluzionaria del fascismo, da
realizzarsi attraverso una modifica integrale della sua struttura
tale da renderlo di stimolo ad un ripensamento integrale della

94 Il «generale senso di estraneità verso il fascismo» nelle università ve-


niva costantemente rilevato dagli informatori del regime almeno fino al
1932: è il caso, ad esempio di Pavia dove, secondo il segretario federale,
l’ambiente universitario era «ammalato di indisciplina e di apatia» (ACS,
PNF, Federazione fasci di combattimento, f. «Pavia», Relazione del segre-
tario federale, datata 9/5/32) mentre il Direttore dell’Istituto per la pre-
parazione degli esami distato rilevò addirittura «sentimenti avversi al
regime» (ivi, Situazione politica per province, b. 6, f. «Milano», Relazione
fiduciaria datata 18/4/32). Su alcuni aspetti del «gradimento» giovanile
al regime cfr. Simona Colarizi, L’opinione degli italiani sotto il regime 1929-
1943, Roma-Bari, Laterza, 2000, pp. 171-175 [Prima ed. 1991].
101
sua origine e del suo sviluppo95, soprattutto mediante l’opera dei
più fedeli portatori della rivoluzione96: i giovani.
Nelle intenzioni di Bottai, si trattava – è bene sottolinearlo –
di «discutere e giudicare entro i limiti, entro il Fascismo, non
contro il fascismo, entro lo Stato Fascista, non contro lo Stato
Fascista» al fine di muovere, «entro il Regime […] le forze di
urto, di attrito e di contrasto, capaci di farlo procedere sempre
più sicuramente»97. In tal modo, sollecitando i giovani al
dibattito, alla discussione ed all’approfondimento e
selezionando i migliori per destinarli ai »posti di comando», si
tentava di attivare un procedimento che mantenesse vitale il
fascismo, rendendo permanente quel carattere «rivoluzionario»
che doveva permeare ogni aspetto della società e dello Stato;
Bottai intendeva rivolgersi, «in un modo speciale» al mondo
accademico, agli studenti ed ai professori, in considerazione
degli «scarsi progressi» compiuti in tal senso dal fascismo,
perché nei loro confronti il fascismo non aveva adoperato «gli
strumenti di propaganda più adatti»98; per tali motivi era dunque
nata «Critica fascista»:

Noi contiamo molto sul contributo dei giovani, sciupati


nell’ingranaggio dell’organizzazione. […] Questa Rivista nasce

95 Su questi aspetti cfr., tra gli altri, R. De Felice, Mussolini il duce, I, Gli
anni del consenso 1929-1936, Torino, Einaudi 1974, pp. 228-246; France-
sco Malgeri, Giuseppe Bottai e «Critica fascista», introduzione a «Critica fa-
scista» 1923-1943, antologia a cura di Gabriele De Rosa e F. Malgeri,
Firenze, Luciano Landi, 1980, 4 voll., pp. LXXIX-XCIII; Luisa Man-
goni, L’interventismo della cultura. Intellettuali e riviste del fascismo, Roma-Bari,
Laterza, 1974, pp. 197-206; P. Nello, Mussolini e Bottai: due modi diversi di
concepire l’educazione fascista, in «Storia contemporanea», 1977, pp. 334-
466.
96 Secondo la definizione in A. Nasti, I portatori della rivoluzione, in «Cri-

tica fascista», 1/7/1929, pp. 249-250.


97 G. Bottai, Esperienza corporativa, Firenze, 1934, p. 515. In tal senso cfr.

Id., Per il partito, non contro il partito, in «Critica fascista», 1/1/1924, pp.
1-2.
98 Cfr. La relazione di Bottai sulle riviste di cultura nel fascismo, in «Roma fa-

scista», 3/1/1925.
102
soprattutto per incoraggiare e animare le fresche energie, che sono
una particolare ricchezza del Fascismo, e che sarebbe sommo
delitto lasciare intristire, anzi tempo, nei miasmi della demagogia
variopinta. C’è nell’inesperienza di questi giovani qualche cosa che
bisogna cogliere, così come c’è qualcosa da recidere nell’esperienza
di coloro che hanno portato nel Fascismo il peso di torbide
nostalgie. Opera giovanile vuol essere questa: i giovani ci aiutino e
ci confortino99.

Si trattava dunque di «un lavoro di generazioni» attraverso cui


«gettare le basi di un edificio, in cui noi non vivremo in
tranquillità, ma le generazioni future»100.

Proprio sul tema generazionale si innestava quello relativo alla


formazione di una nuova élite: va chiarito che, in questa sede
così come nella pubblicistica dell’epoca, il «giovane» a cui si fa
riferimento è prevalentemente maschio, studente o ex studente
universitario (poco importa che abbia conseguito la laurea,
fondamentale è che sia passato attraverso tale esperienza che
consentiva comunque di creare uno spazio ampio tra
l’adolescenza e l’età matura), proveniente da famiglia della
borghesia delle professioni (medici, avvocati, docenti
universitari ecc.) o dei ceti medi impiegatizi. Per un certo
periodo (almeno fino alla metà degli anni ’30), un altro attributo
fondamentale fu quello di ex combattente, in quanto
protagonista di un altro «rito di passaggio» che, si badi bene, non
veniva considerato come l’accesso all’età adulta, quanto ad
un’eterna condizione di «giovinezza di spirito».
Se, come abbiamo visto in precedenza, Fani e Volpe avevano,
tra gli altri, distinto due diverse «generazioni» segnate, ciascuna

99 Testo contenuto in un riquadro posto sotto l’art. di fondo del primo


numero di «Critica fascista», 1923.
100 G. Bottai, Il Consiglio Nazionale delle Corporazioni, Milano, 1933, p. 69.

Come ha notato E. Gentile, c’era in Bottai «la passione e l’entusiasmo


del fare, comuni a molti fascisti, specialmente ai giovani; la convinzione
di lavorare a una grande impresa, che avrebbe suscitato stupore nel
mondo e sarebbe divenuta modello per altri popoli» (Id., Bottai e il fasci-
smo, cit., p. 234).
103
a suo modo, dalla Guerra, un giovane intellettuale di area
gobettiana del quale abbiamo già accennato in precedenza,
Alberto Cappa (sotto lo pseudonimo di Grildrig), rilevò nel 1923
che «il lato più interessante nella prima fase del moto fascista»
consistette nell’apparizione sulla scena politica della
«generazione giovanissima» (quella «degli adolescenti dai
quindici ai venti anni che non parteciparono alla guerra») la
quale, contribuendo in modo decisivo alla instaurazione del
regime, «incanalò il proprio tormento e la propria
esasperazione» nel fascismo, determinandone il «carattere
violento» della prima fase101. Cappa, e qui stava la novità, tentò

101 Grildrig [pseud. di Alberto Cappa], Le generazioni nel fascismo, Piero


Gobetti editore, 1924, pp. 3-4. Si tratta della raccolta di articoli pubbli-
cati ne «La rivoluzione liberale», anno II, settembre-ottobre 1923, con
il titolo La lotta delle generazioni. Su Alberto Cappa cfr. ACS, SPD, CR,
b. 99, f. x/r «Cappa»; ACS, DGPS, AaGgRr, Casellario Politico Cen-
trale (d’ora in poi CPC), b. 1039, f. 25058; Ivi, f. 23441. Nato a Roma
nel 1903, dal dicembre 1918 fu in contatto con Marinetti, Mario Carli e
l’ambiente futurista romano. La sorella Benedetta sposò Marinetti nel
1923, Alberto Cappa collaborò dal ’23 al ’25 con la «Rivoluzione libe-
rale»; oltre alla Lotta delle generazioni, pubblicò i seguenti lavori: Due rivo-
luzioni mancate. Dati, sviluppo e scioglimento della crisi politica italiana, Foligno,
Campitelli, 1923; Vilfredo Pareto, Pero Gobetti editore, 1924; nell’otto-
bre ’25 pubblicò un articolo sul «Baretti» dal titolo Rougena Zàtkova; dal
1927 è pubblicista redattore de «Il Lavoro» di Genova e compie fre-
quenti viaggi all’estero, specialmente in Svizzera, venendo costante-
mente controllato dalla polizia fascista come risulta dalla documenta-
zione d’archivio; nel 1929 viene arrestato «per subdola propaganda an-
tinazionale» a Bardonecchia in seguito all’intercettazione di una sua let-
tera alla contessa Errembaut, moglie di Carlo Sforza, del quale Cappa
curò una edizione di scritti e discorsi (Pensiero e azione di una politica estera
italiana. Discorsi e scritti di Carlo Sforza, con studio e note di Alberto
Cappa, Bari, Laterza, 1924). La copia dell’agenda telefonica del Cappa
rivela il suo appartenere ad una rete diffusissima di antifascisti tra i quali,
Croce, Bonomi, Salvemini, Albertini. Rimesso in libertà per il deciso
intervento di Mussolini (evidentemente sollecitato dal Marinetti), nel
1932 Cappa pubblica, per Laterza Cavour, testo oggetto di commenti,
tra gli altri, di Gramsci, Ernesto Rossi, Gaetano Salvemini. Nel ’36 parte
volontario in AOI (presso la V^ div. Alpina) mostrando un apparente
104
una lettura delle fluttuazioni sociali e politiche del primo
dopoguerra in chiave di «salto generazionale», partendo dalla
premessa che «nell’oscillare del pendolo tra i due estremismi, «il
sovversivismo dei figli e il conservatorismo dei padri», spettava
alla generazione paterna prevalere quando il «ritmo» era quello
monotono e metodico dei «periodi di quiete», mentre toccava a
quella giovanile, nelle fasi «di convulsione della vita sociale».
Tentando una sistematizzazione delle vicende storiche
postrisorgimentali che comunque andasse al di là dell’ottica
puramente politico-ideologica, Cappa attribuiva al sorgere ed
all’affermarsi del fascismo l’impronta propria dei giovanissimi.
La Grande guerra dunque, durante la quale si era assistito allo
«sfogo della giovane generazione che col sindacalismo, il
futurismo, il nazionalismo aveva ripetuto le sue ondate contro il
regime patriarcale giolittiano»102, aveva messo tutta l’incapacità
della «generazione paterna» a dirigere la guerra (e quindi a
reggere le sorti dello stato), spingendo così la successiva «ad
agitarsi precocemente dall’atmosfera tormentosa e febbrile» del
lungo periodo bellico. Perciò, la generazione che aveva dato il
meglio di sé quando si «gettò nel fascismo», era

fiorita senza sorriso, ed [aveva] passato gli anni migliori senza


conoscere nè gaiezza nè serenità […] tormentata ed ossessionata
dalla febbre di gettarsi nella vita, come se i momenti le fossero
contati ed il campo di azione le sfuggisse. Generazione di
adolescenti, cupi, inchiodati al tormento di non poter fare, in un
periodo in cui tutti [facevano]103

L’analisi di Cappa vedeva dunque nell’avvento al Governo di


Mussolini un importante momento di frattura nelle generazioni

ravvedimento su posizioni fasciste, al punto da essere proposto per la


«promozione per meriti eccezionali». Ricevuto da Mussolini nel gennaio
’40, pubblica il volume La guerra totale. Politica e strategia nel XX secolo,
Milano, Bocca, 1940. Dal 1942, quando parte volontario, assieme a Ma-
rinetti, per la campagna di Russia da dove non fece più ritorno.
102 Ivi, p. 22.
103 Ivi, pp. 27-28.
105
fasciste, soprattutto dal punto di vista delle prospettive del
regime: se infatti «la guerra civile» era stata la guerra dei
giovanissimi, essa – una volta conclusasi – aveva anche
«fatalmente» segnato la loro esclusione da parte di quella
generazione «che poteva inquadrarsi nella nuova funzione
conservatrice»104, una «nuova generazione paterna»105 dunque; si
trattava perciò di una rivoluzione i cui esiti ne decretavano il
sostanziale fallimento, con una generazione posta ora al
comando, che «non chiede[va] che di sedere al posto occupato
e d’essere lasciata tranquilla»106.
È ovvio che tale lettura, tendente evidentemente a frustrare da
un lato le istanze giovanili di rinnovamento di classe dirigente e
dall’altro a mortificare la portata generazionale del movimento
fascista, prestava il fianco a critiche provenienti da diverse
angolazioni: Gobetti stesso ebbe a recensire l’opera – pubblicata
peraltro nelle sue Edizioni107–, definendo insufficiente «lo
schema di «grildrig»»; esso infatti «spiega[va] troppo», calcando
eccessivamente la mano sull’influsso marinettiano sul fascismo
(d’altronde la sorella di Cappa, Benedetta, sarebbe divenuta di lì
a breve moglie del leader futurista108); inoltre, per Gobetti, «il
fascismo dei giovani di vent’anni è evidentemente morto prima
di nascere se si è potuto confondere nei romanticismi e nelle
presunzioni dei combattenti». Il giovane intellettuale torinese
notava infine l’assenza di attenzione, da parte del Cappa, all’altra
generazione, o meglio ad altri suoi rappresentanti, chiamata a
divenire élite dirigente; quella «che la guerra ha maturato,
risparmiandola; che si è condannata alla serietà sin
dall’adolescenza; che ha fatto in cinque anni la sua preparazione
ideale e pratica, austeramente, senza sperare vantaggi e senza

104 Ivi, p. 35.


105 Ivi, p. 30.
106 Ivi, p. 36.
107 Cfr. Maria Adelaide Frabotta, Gobetti. L’editore giovane, Bologna, il

Mulino, 1988.
108 Cfr. CAPPA, Benedetta, voce del D.B.I, I° supplemento, A-C, 1988,

ad vocem.
106
chiedere posti […]»109. Si trattava di quella stessa parte della
gioventù che Gobetti, già in precedenza, aveva auspicato avesse
«la forza morale di lavorare tenacemente una decina d’anni a
crearsi una nuova cultura politica e ad organizzarsi in una nuova
classe dirigente del paese in modo da sbalzare di seggio tutti i
vecchi padreterni sostituendoli con elementi migliori»110; pena il
ridurre anche il «rinnovamento morale prodotto dalla guerra» in
un «nuovo fiasco»111.
In una chiave diametralmente opposta fu la recensione a
Cappa, pubblicata sulla rivista di Bottai112a cura di Ugo
D’Andrea: la «sollazzevole» teoria di Grildrig si sarebbe infatti
basata esclusivamente su «una specie di determinismo fisico», in
ragione del «dinamismo logico e naturale delle contrastanti
generazioni»; D’Andrea imputava a Cappa, oltre
all’omologazione alle tesi storico-politiche di Labriola, l’aver
negato ogni discontinuità politica nel «clima storico […] da
Giolitti al socialismo, al futurismo, al nazionalismo» fino ad
arrivare al fascismo; mediante il paradigma generazionale, Cappa
omologava «gli indirizzi e le idee politiche» della politica italiana
prefascista a quella del regime, svuotandoli di ogni contenuto
innovatore ed istanze rivoluzionarie; la tesi del giovane
gobettiano mirava dunque, secondo D’Andrea, a insinuare il
principio per cui la «generazione dei ventenni, dei giovanissimi
[…] per ora ripiegata su sé stessa e incerta sul da fare» avrebbe
compiuto la propria «riscossa», trasformando quindi i «figli» in

109 Piero Gobetti, La lotta delle generazioni, in «La Rivoluzione Liberale»,


anno II, n. 28, 25/9/1923, p. 113.
110 Id., Il problema dei problemi, in «Energie Nove», serie I, n. 6, 15-31

gennaio 1919, p. 81. Gobetti esprime peraltro la preoccupazione per


quei giovani che, al ritorno dalla guerra, sono «purtroppo lontani e
senza freschezza di studio», proponendo l’immediato congedo di tutti
gli studenti richiamati, anche a rischio di far aumentare la disoccupa-
zione (Id, Il congedo degli studenti, in «Energie Nove», serie I, n. 6, 15-31
gennaio 1919, pp. 84-85.
111 Ibid.
112 Ugo d’Andrea, recensione a Grildrig, Le generazioni nel fascismo, in

«Critica fascista», 1924, p. 279.


107
«lupi» ed i «padri» in «agnelli», «con grande gioia
dell’antifascismo»113; chiaro dunque l’intento del redattore
bottaiano di non lasciarsi condurre su una strada assai
pericolosa, che prevedeva, in sostanza, che i più giovani si
sarebbero avviati alla ribellione al sistema mussoliniano.
Nell’ottica bottaiana infatti, la «questione giovanile»,
soprattutto quando giunse a termine la segreteria Turati, aveva
ormai assunto una dimensione tutta nuova ed originale visto il
definitivo consolidamento del regime in seguito alla conclusione
dei Patti Lateranensi e dello stesso plebiscito del marzo ’29.
Se l’ordinamento liberale era stato demolito dal fascismo e se
altre forme di opposizione erano ormai apparentemente
eliminate, ciò che doveva interessare il regime era dunque
l’«edificazione dello stato fascista», la creazione cioè di un nuovo
ordine politico, culturale e sociale, che legittimasse storicamente
la rivoluzione del ’22. In tal senso, per Bottai, la questione
andava posta in termini di formazione di una nuova classe
dirigente, «integralmente educata e preparata nel fascismo e
perciò libera da qualsiasi reminescenza o suggestione
‘liberaldemocraticosocialista’, e dunque capace di dare organica
sistemazione teorica e pratica attuazione storica ai principi
dell’ideologia fascista»114, con particolare attenzione alla
teorizzazione ed alla legislazione sindacale e corporativa. I
giovani, in virtù della loro specifica sensibilità e della invocata
«libertà di discussione», sarebbero potuti, e dovuti, divenire i
protagonisti del dibattito, ripensando addirittura «parte dei
contenuti e delle linee d’azione rivoluzionarie» dello stesso
fascismo. D’altronde, nell’analisi di «Critica fascista», era un
errore politico grave l'affidare a uomini del vecchio regime la
realizzazione di istituti e principi che si volevano radicalmente
nuovi, proprio alla luce dell’evidente condizionamento subito
dalla prima generazione fascista da idee e mentalità precedenti e
inoltre più portata – per necessità storiche – all’azione diretta

113 Ibid.
114 P. Nello, Il «Campano»…cit.
108
che non alla riflessione matura e al lavoro paziente e metodico
dell’intellettuale, del legislatore, del tecnico.

Uno dei maggiori teorici del regime mussoliniano, Camillo


Pellizzi, si impegnò nella ricerca di nuovi canoni educativi
dell’italiano: il suo tentativo, frutto di una teorizzazione
contestualizzabile nel più generale idealismo attualistico di
matrice gentiliana coniugato con la politica del fascismo115,
sarebbe poi stato definito, in una ampia ed amara riflessione
elaborata dal Pellizzi stesso nel secondo dopoguerra, Una
rivoluzione mancata. Lo sforzo compiuto dal sociologo di Collegno
era dunque finalizzato a dare risposta alle istanze che si
esprimevano nella formula «largo alle competenze» emergente
nell’Italia postbellica: la politica fascista avrebbe dovuto dunque
rispondere alla richiesta di «maggiore efficienza esecutiva da
parte degli organi pubblici» manche di un governo forte, «libero
dalle pastoie elettorali e parlamentari, […] senza troppi impacci
elettorali e parlamentari»; la individuazione di una nuova classe
dirigente passava dunque attraverso un nuovo sistema di
gerarchia fondato appunto «sopra il valore intellettuale e morale,
e sulle capacità tecniche e funzionali degli individui»: la gerarchia
delle competenze116. Primaria importanza risiedeva dunque nella
necessità di porre l’attenzione sulla formazione dei fascisti stessi,
prima ancora che sulla rivoluzione antropologica e culturale
degli italiani: se infatti nel febbraio ’23 per Pellizzi il fascismo,
«la forza più sana» del paese era rimasto però «privo di quasi
tutte le intelligenze più sane», occorreva operare a fondo nel
partito e nel movimento mussoliniano:

Il fascismo è meraviglioso all’apice, fra i capi massimi; – scrive


Pellizzi al direttore della rivista del fascio di educazione nazionale
«La Nostra Scuola», Mario Casotti – è meraviglioso alla periferia,
fra i più giovani ed ardenti squadristi, ragazzi che vogliono e
sapranno dare all’Italia quando sarà il loro turno un più degno

115 Cfr. supra, la nota 22 a p. 50.


116 C. Pellizzi, Una rivoluzione mancata, Longanesi, Milano, 1949, pp. 27
e s.
109
avvenire. Ma è quello che è nel mezzo; in quella categoria di triari,
di politicanti, di mezzi intellettuali, che ora, dopo la marcia su
Roma e la cessazione quasi totale delle attività violente e
militaresche pensano venuto il momento, e fanno e disfano, e
arruffano e arraffano, e ambiscono e procacciano, e danno beghe
infinite al Duce, che ha bisogno assoluto di un esercito di silenziosi
esecutori e non di una pleiade di seguaci politicanti. 117

L’ansia di Pellizzi e la denuncia di limiti oggettivi di un


fascismo da pochi mesi al governo trovava riscontro peraltro in
un panorama italiano assai deludente: se l’aspirazione di Pellizzi
era che «ogni italiano fosse un rivoluzionario. Un uomo cioè che
crea e guida avanti nel mondo una forte idea-volontà», la realtà
era invece che ci italiani che si proponessero di essere ciascuno
di essi «un Uomo» fossero soltanto «due o trecento, o pochi di
più»118, si rendeva necessario l’affermarsi di una «aristocrazia»
in grado di agire nella «metessica» (intesa come continua
tensione della politica verso l’attuazione di un Mito, di un ideale
e non come pura e semplice amministrazione); il nuovo
aristocrate dunque doveva essere un rivoluzionario in quanto
doveva alterare le realtà dell’oggi «in vista di una mèta futura»,
risultando così «un «uomo d’ordine», ma di un ordine che non è
mai un fatto, bensì tutto e sempre un da fare»119; in tal senso
dunque l’aristocrazia «esclude a priori la possibilità di un capo
assoluto ed unico […]. In politica non si tratta di vincere, quanto
di sostituire l’avversario. L’avversario battuto ma non sostituito
è in questo campo un avversario tuttavia vittorioso. E per
sostituirlo non basta un capo, e non serve un esercito:
occorrono gli uomini. Un sistema di uomini scelti, di
gentiluomini, che riassorbano e facciano proprie tutte le
funzioni, le qualità, i meriti dei nemici disfatti»120.

117 Comune di Scandicci, Archivio Ernesto Codignola, Pellizzi a Ca-


sotti, 8 febbraio 1923.
118 Fondazione Ugo Spirito, Archivio Camillo Pellizzi, serie IV, b. 14,

f. 114, Note XXII, settembre 1921- maggio 1922.


119 C. Pellizzi, Problemi e realtà del fascismo, Firenze, Vallecchi, 1924, p. 17.
120 C. Pellizzi, Fascismo-aristocrazia, Milano, Alpes, 1925, p. 12.
110

Se, come è stato rilevato, tale teoria risente evidentemente


dell’influenza paretiana121, va tuttavia rilevato che nell’ambito
dell’intellettualità fascista, la teoria aristocratica sia oggetto di
riflessioni che ne perfezionano taluni aspetti: è il caso dei lavori
di Stefano M. Cutelli per il quale le élite, benché «costituite dagli
individui migliori e perciò sbagliano meno facilmente», possono
avere, «singolarmente considerate, un diverso concetto del bene
sociale ed una diversa metodologia per conseguirlo»122; per
Cutelli occorre muoversi in due direzioni: eliminando l’influenza
delle masse dal governo della cosa pubblica ed «innalzando alla
direzione degli Stati i cittadini moralmente, intellettualmente e
tecnicamente migliori»123; in questa ottica viene proposta, tra
l’altro, la

rivalorizzazione del principio ereditario per cui si trasmette, da


padre a figlio, l’attitudine e la coscienza pura del buon reggimento,
mediante la concessione del diritto elettorale attivo e passivo
unicamente a chi ne abbia piena capacità; 124

Nel giugno ’29, Cutelli propose una interessante


sistematizzazione del «problema dei giovani» inteso come
circolazione dei migliori nello Stato Fascista125: assunto che
l’obiettivo del regime doveva essere «la sostituzione dei vecchi

121 Longo-Breschi
122 Stefano Mario Cutelli, I leoni che ridono, Roma, Biblioteca de «La No-
biltà della Stirpe», 1935 [Prima ed. 1921], p. 74.
123 Ivi, p. 76.
124 Ibid. Il tema della «ereditarietà» si ritrova anche in Id., Monarchia fa-

scista, Roma, Biblioteca de «La Nobiltà della Stirpe», 1937.


125 Stefano Maria Cutelli, Il problema dei giovani. La circolazione dei migliori

nello Stato Fascista, in «Critica fascista», 15/6/29, pp. 232-234. Il saggio


si articolava in tre parti: «Le nuove élite fasciste»; «L’Insegnamento sto-
rico»; «I sistemi selettivi fascisti». Cutelli aveva già in precedenza affron-
tato, da diverse angolazioni, il tema della selezione in due saggi che
prendevano in esame soprattutto l’aspetto «elezionistico» (cfr. Id., La
riforma elettorale fascista, in «Critica fascista», 15/7/27; Id., Riforma elettorale
e riforma parlamentare, in «Costruire», novembre 1928).
111
dirigenti afascisti o pseudofascisti con dei giovani e capaci
fascisti di sicura fede»126, il problema da affrontarsi consisteva
dunque nell’individuazione di nuovi sistemi adeguati alla
«permanante» effettuazione della auspicata «circolazione dei
dirigenti»127: i quattro sistemi utilizzati fino ad allora avevano
ciascuno pregi e difetti tali da non essere perfettamente idonei
allo scopo: il sistema dei concorsi se pure valorizzava cultura e
competenza trascurava però doti importanti quali «senso
pratico, diligenza, laboriosità, onestà, energia, tenacia, tatto»,
necessitando quindi di una correzione mediante il «vaglio del
tirocinio, che dimostra pure il grado delle altre necessarie
doti»128; il sistema ereditario benché assicurasse la preparazione al
«buon comando» dei dirigenti sin dalla tenera età, non assicurava
però dal pericolo della «degenerazione dei discendenti e del
monopolio tirannico del potere»129; la nomina dall’alto garantiva la
fedeltà dei dirigenti ma comportava il rischio di una chiusura
«oligarchica» verso «uomini nuovi e agli spiriti liberi»130; il sistema
delle elezioni infine contemplava la possibilità di ascesa di nuovi e
sconosciuti dirigenti ma anche il correlato rischio di «indisciplina
demagogica»131. Occorreva dunque «non ripudiare nessuno di
tali sistemi, ma attuarli nell’ambito e nella misura in cui potevano
rendersi benefici»: perciò, Cutelli proponeva un sistema che si
basasse innanzitutto sulla approfondita e diffusa conoscenza dei
potenziali dirigenti attraverso l’esercizio dei «poteri investigativi,
critici ed epurativi» affidati ai Prefetti132; ciò premesso, l’autore
insisteva sulla tematica tipicamente bottaiana dell’incoraggiare la
piena libertà di stampa delle riviste fasciste («diciamo riviste e non
giornali»133), limitando il sistema ereditario «alla carica regia ed,
eventualmente, ad altre poche cariche», adottando il

126 Ivi, p. 232.


127 Ibid.
128 Ivi, p. 233.
129 Ibid.
130 Ibid.
131 Ibid.
132 Ivi., p. 234.
133 Ibid.
112
meccanismo di nomina dall’alto per «tutte le cariche di politica
generale (dal capo del governo sino al semplice segretario
comunale del Pnf), riservando il procedimento elezionistico ai
«consultori dei vari fasci e delle varie Federazioni del Partito,
dirigenti sindacali centrali e periferici, e Deputati del lavoro»,
mentre i concorsi, opportunamente «temperati dal tirocinio»,
avrebbero dovuto essere la principale forma di selezione e di
rifornimento della burocrazia134.
La proposta di Cutelli va contestualizzata nell’ambito della
pubblicistica fascista che vedeva la sempre più vasta diffusione
del tema generazionale135, della ricerca di metodi di creazione e
reclutamento della classe dirigente136; il fermento giovanile,
soprattutto in periferia, cresceva in maniera significativa,
portando con sé una carica di sempre maggiore contestazione,
seppure nei modi e nei mezzi consentiti, nei riguardi degli
«anziani» del partito, al punto da originare polemiche per il «
contegno irrispettoso, incurante e peggio dei giovani che
scrivono verso i vecchi»137, così come non mancò – anche tra gli
intellettuali fascisti più illuminati e disponibili verso le istanze
giovanilistiche – chi come Pellizzi, usò parole di fermo
rimprovero all’atteggiamento assunto dai giovani138.

134 Ibid.
135 Cfr. A. Nasti, Confronto di generazioni, in «Critica fascista», 1/10/1929,
pp. 369-371; Nino Sammaritano, Generazione mussoliniana, ivi, pp. 391ss;
A. Nasti, Ancora delle generazioni, ivi, pp. 425-426.
136 «Critica fascista» fu la sede principale di tali discussioni: in tal senso,

oltre agli articoli già citati, cfr. Gioacchino Contri, I giovani e il Regime.
Punti di riferimento, ivi, n1929, pp. 211-213; Domenico Montalto, La li-
bertà e i giovani, ivi, pp. 312-313; C. Pellizzi, Aprire le finestre, ivi, pp. 332-
333; S. M. Cutelli, Selezione, autorità e libertà, ivi, pp. 333-334; Luciano
Ingianni, I giovani nella rivoluzione fascista, ivi, pp. 335-336; Il problema di
domani, ivi, 15/11/1929, pp. 429-430; A. Nasti, La classe politica come do-
vere, ivi, 1/12/30.
137 A. Pagano, Giovani e vecchi, in «Augustea», 15/7/1929.
138 C. Pellizzi, Elogio della gavetta, in «Il Resto del Carlino», 19/12/1928.
113
Assume dunque un significato particolare, in tal senso,
l’intervento di Bottai sul primo numero di «Critica» del 1930139:
alla domanda se «Un problema dei giovani esiste[sse] solo in
Italia», l’intellettuale romano diede una risposta che riapriva la
discussione sulla dinamica generazionale discussa da Cappa sette
anni prima: «Il problema dei giovani esiste nel mondo dal giorno
che Adamo varcò la quarantina» scriveva Bottai, negando quindi
ogni valore alle teorie di «uno scrittore gobettiano» per le quali
«unico fattore della dinamica storica sia il moto di successione
di una generazione all’altra»; nell’Italia fascista dunque, non si
assisteva ad alcuno scontro tra le generazioni, al contrario di
quanto avveniva in altri paesi: Bottai invitava infatti gli
osservatori stranieri a «guardare in casa propria» ovvero a
«mettere il naso fuori dell’uscio» per rendersi conto che il
problema dei giovani era diffuso in Francia, Stati Uniti, Russia,
Germania, Spagna, Romania mettendo in risalto che soltanto
l’Italia fascista aveva trovato ad esso concreta soluzione; e lo
aveva fatto «in modo diretto», portando «al potere» i giovani; il
fascismo dunque era riuscito a neutralizzare la lotta «contro» i
giovani, a differenza di quanto avvenuto in altre nazioni dove
invece «la gioventù si organizza, in antitesi allo Stato, nei partiti
che mirano a una sua più o meno radicale trasformazione». In
Italia la gioventù era già nel Regime, che era «il suo», e non
chiedeva che di «organizzarvi meglio il proprio pensiero, le
proprie idealità, le proprie aspirazioni»140. Il problema stava
dunque non tanto «nella tecnica politica» quanto nelle «qualità
dei capi: nella loro capacità di educatori e di animatori; nel loro
disinteresse intellettuale; nella loro attitudine a essere degli
organizzatori di cultura e non degli elencatori di tessere; in
quello che, con espressione intraducibile, i francesi chiamano
l’esprit de finesse»141, qualità possedute «in sommo grado» dallo
stesso Turati, apprezzato da Bottai per il coraggio dimostrato
nel «rinunziare alla mortificante apologetica, per ricercare le vie

139 G. Bottai, Giovani e più giovani, in «Critica fascista», 1/1/1930, pp. 1-


3.
140 Ivi, p. 2.
141 Ibid.
114
più difficili dell’autocritica»142; se dunque il primo fascismo
aveva visto l’afflusso nel partito di una moltitudine di valorosi
fascisti la cui caratteristica era quella di «non pensare», ora il
regolare afflusso delle nuove generazioni andava organizzato e
regolato tenendo conto che «i giovani vengono nel partito non
solo per pensare, ma con la volontà di ripensare tutto daccapo»143: il
problema dei giovani andava dunque esaminato alla luce della
qualità del comando da esercitarsi su di loro e quindi non solo
nell’ottica della disciplina. Risolvere il problema del «comando»
significava quindi, in prospettiva, creare una nuova classe di
dirigenti fascisti che sostituisse gli attuali, «sorti dal niente»,
«autogenerati», ai quali – nelle parole di Nasti – nessuno aveva
«insegnato la concezione etico-politica in nome della quale
comandano e dirigono»; privi di una specifica formazione, essi
non erano stati «allevati nell’atmosfera della direzione della cosa
pubblica […]. Essi hanno sentito questa fiamma, questa
missione, questo dovere, per una esplosione sentimentale, in cui
consiste appunto la Rivoluzione. Essi non escono, non sono
normale e ordinaria filiazione di una classe politica; non sono una
classe politica; sono un insieme di dirigenti»144. Qui stava la sfida alla
quale era chiamato il fascismo: creare una sua propria classe
politica.
Nel 1926 Roberto Cantalupo nel suo La classe dirigente 145 spiega
che la «vittoria storica del fascismo» risarebbe effettivamente
realizzata se fosse riuscito in tre grandi opere: la creazione ed il
consolidamento di una nuova mentalità politica, economica e
sociale, la formazione di una nuova classe dirigente «fascista
esperta ed energica» e l’impostazione di una grande politica
estera e coloniale146. In tale ottica la gioventù fascista deve essere
instradata dal regime «alla sua prossima funzione di classe

142 Ibid.
143 Ibid. Il corsivo è mio.
144 A. Nasti, Classe politica e uomini dirigenti, in «Critica fascista», 1/1/1930,

pp. 17-18.
145 Roberto Cantalupo, La classe dirigente, Milano, Alpes, 1926.
146 Ivi, p. 11.
115
dirigente» 147; per questi nuovi italiani chiamati a governare
appare fondamentale separare nettamente ed irrevocabilmente il
proprio agire dalle modalità delle classi dirigenti precedenti:
caratteristiche di cui dovranno essere portatori saranno dunque
una «larga preparazione tecnica», lo stato d’animo «permanente
attivo e creativo», la costante attitudine a rivolgersi al futuro
attraverso programmi precisi e dalla «applicazione rigida e
coerente, palese e segreta, dei mezzi accertati buoni»148. Per
Cantalupo la creazione di questi italiani nuovi non dipende però
esclusivamente dal regime: se infatti la personalità di Mussolini
rappresenta il prototipo dell’italiano nuovo ed offre «il modello
vivente ed operante dell’individualità etica e politica alla quale
dobbiamo rassomigliare», ciononostante si deve tener presente
che condizione indispensabile è il desiderio di creare se stesso di
ciascun italiano: «i caratteri fondamentali della personalità
mussoliniana devono influire sulla formazione della
generazione, ma nessuno – precisa Cantalupo – può presumere
di essere destinato a partecipare alla classe dirigente solo perché
mussoliniano»149 .
A queste condizioni il fascismo può dunque riuscire nel
rappresentare «il primo tentativo organico e consapevole di
creazione di una classe dirigente»150 , destinata ad ogni settore
della vita del paese: la burocrazia, il giornalismo, l’esercito, i
sindacati, la politica militante151: gli italiani nuovi dunque
saranno quelli che

avranno energicamente e deliberatamente fatto ruinare dentro di


sé tutto quello che precedenti stratificazioni avevano accumulato
di caduco, di antico, di formale, di superfluo e convenzionale, e che
avranno mediante quest’opera spietata e voluttuosa di revisione

147 Ivi, p. 71.


148 Ivi, p 72.
149 Ivi, p. 77.
150 Ivi, p. 98.
151 Ivi, p. 99.
116
riassunto solo il buono, il forte, il nuovo, il durevole, il giovane, il
creativo ed il vivente di sé stessi152

In questo clima, il Foglio d’Ordini del 20 gennaio 1930


pubblicava una nota (di Mussolini anche se non firmata153), in
cui si stabilivano quattro Punti fermi sui giovani che precisavano la
posizione del duce, senza possibilità di ulteriori fraintendimenti,
nella prospettiva delle «molte mete» ancora da raggiungere:
veniva confermato che il fascismo era ed intendeva rimanere «un
Regime di giovani» («per esemplificare: tra i trenta anni e i
quaranta, a parità di meriti, preferiamo i trenta»154); la gioventù
italiana andava preparata «spiritualmente» secondo un «principio
totalitario» e successivamente selezionata dal regime al fine di
far «sorgere la serie delle classi dirigenti dell’Italia fascista» che
avrebbero garantito la durata e la continuazione della
Rivoluzione («i meno idonei soccomberanno, i migliori
andranno ai posti, sempre più alti, di comando e di
responsabilità»); «i giovani e i più giovani, cioè quelli che non
avevano partecipato alla guerra o alla Rivoluzione, sarebbero stai
«risolutamente» avviati al tirocinio «nelle gerarchie delle vita
politica, amministrativa sindacale, giornalistica, cooperativa,
scolastica, militare, sportiva, dopolavoristica, senza sciocche
gelosie o preconcetti timori»; le nuove generazioni avrebbero
dovuto infine mostrare la capacità di sapersi adeguare ad un
«ideale di vita» fascista, in grado di ubbidire per saper
comandare155.
Il contenuto di tale intervento fu interpretato da Bottai come
una «sostanziale adesione alle conclusioni cui la discussione»
promossa da «Critica» era giunta156; la «parola» del duce arrivava

152 Ivi, p. 105.


153 Cfr. ACS, SPD, Autografi del Duce, sc. 8, f. 8.6.1; i Punti fermi furono
peraltro pubblicati in «Il Popolo di Roma», 21/1/1930; e dieci giorni
dopo da «Critica fascista» a firma Mussolini (Ivi, 30/1/1930).
154 Ibid.
155 Ibid.
156 Avviamento alle responsabilità, in «Critica fascista», 1/2/1930, pp. 41-

42.
117
infatti «esplicita e sicura» per impedire pericolose deviazioni del
dibattito e, soprattutto, «per convincere gli increduli, non
soltanto che nel fascismo è permesso discutere […], ma
soprattutto per dimostrare come la discussione possa avviare
problemi difficili a risultati concreti»; in tal senso, la discussione
avviata ed alimentata dal quindicinale bottaiano otteneva,
secondo il suo direttore, formale certificazione nelle parole di
Mussolini che chiamava così i giovani «ai posti di comando» non
solo in virtù di «un fresco passaporto di stato civile» ma nella
certezza di poter contare, in ogni momento, «su uomini
assolutamente vergini di un passato che fu pieno di dubbi,
d’indecisioni, d’instabilità, di voltafaccia» consapevoli di
assumersi «responsabilità gravi e decisive» di fronte all’Italia ed
al fascismo.
L’interpretazione di Bottai peccava però di eccessivo
ottimismo; come ha rilevato Nello, l’obiettivo di Mussolini era
chiaramente alternativo a quello dell’intellettuale romano157. Tra
le due rispettive concezioni della gioventù vi erano infatti
profonde differenze dal punto di vista della prospettiva politico-
ideologica del ruolo dei giovani: se infatti per il duce le nuove
generazioni erano in grado meglio delle altre di comprendere ed
interpretare la missione politica alla quale era chiamato il
fascismo, egli tuttavia non immaginava che l’ambito di
discussione e di ragionamento potesse condurre ad una
revisione della dottrina fascista, alla quale i giovani erano invece
chiamati esclusivamente a conformarsi158. Riconoscere
l’importanza dei giovani non significava dunque riconoscere
loro la facoltà di intervenire nella dogmatica del regime – il
«rifare ciò che è stato fatto», il «distruggere per ricostruire di
nuovo»159– ma semplicemente procedere ad una rivitalizzazione
del Pnf senza consentire forme di effettiva dialettica interna:
mancava dunque, rispetto alle tesi di Bottai, l’idea di una
«creatività» dei giovani, nell’ambito politico.

157 P. Nello, Mussolini e Bottai…cit., p. 341.


158 Ibid.
159 Giovani nel Partito, in «Critica fascista», 15/10/1930.
118
Nella direzione indicata dai Punti fermi va perciò letta la
decisione assunta dal Gran Consiglio del 18 marzo 1930 di
inserire un rappresentante dei Guf, (sottogruppi e nuclei
compresi), nei direttori provinciali locali160, così da «saldare le
forze della vigilia con quelle delle generazioni che sorgono»161;
l’intervento del supremo organo dirigente del fascismo evitava
dunque qualsiasi azione mirante a qualificare l’aspetto politico-
culturale dell’organizzazione, limitandosi a ribadire la linea
turatiana di valorizzazione dei giovani attraverso il loro
inserimento in posizioni di responsabilità nel partito e nei
sindacati, peraltro già avviato un anno prima162; lo stesso
segretario dei Guf, Maltini, non mancò di spiegare in periferia
che tale decisione non doveva portare a quegli «sbandamenti»
tra i giovani, che sarebbero potuti derivare «da smania di arrivare
o da emicrania di gerarchia», dal momento che tale
«esperimento» avrebbe posto i giovani universitari «alla scuola
dei più anziani camerati, reduci dalle trincee e protagonisti della
Rivoluzione», esclusivamente per «prepararsi ai nuovi cimenti»
ed alle «aspre battaglie di domani»163. Ai responsabili dei centri
minori, Maltini avrebbe peraltro raccomandato di non «perdere
la visione esatta dei propri compiti», invitandoli al massimo
controllo degli organismi inferiori, dal momento che la «vita di

160 Cfr., PNF, Foglio d’ordini, 19/3/1930. ACS, GUF, b. 46, f. 619, sf.
33, Circolare n. 27 datata 27/3/1930 a firma Roberto Maltini.
161 Cfr. PNF, Foglio d’ordini, n. 73, 22/3/1930: i rappresentanti dei

gruppi e dei sottogruppi maggiori fecero furono ammessi nei direttori


federali, mentre i sottogruppi minori ed i nuclei universitari videro la
loro rappresentanza accolta presso i direttori dei fasci locali (cfr. PNF,
Foglio d’ordini, n. 74, 10/4/1930). Di lì a qualche mese, con la segreteria
Giuriati (Pnf) e Carlo Scorza (Guf), si procedette ad una analoga ope-
razione che portò in ogni capoluogo provinciale un rappresentante del
Guf ad essere inserito – gratuitamente - nell’ufficio sindacale, per un
periodo di 12 mesi, per poter entrare in contatto direttamente con la
«vera struttura del sindacalismo fascista» (cfr. ACS, PNF, Servizi vari,
serie I, b. 345, circolare n. 4 del 5/12/1930).
162 Cfr. in tal senso la Circolare a firma Turati pubblicata in «Roma fasci-

sta», 10/2/1929.
163 Cfr. ACS, GUF, b. 46, f. 619, sf. 33, Circolare n. 27 cit.
119
paese» induceva spesso gli universitari a «guardare alla meta non
con quello spirito di politica unitaria […] ma attraverso la falsa
riga di retrogadi precettori locali e le piccole miserie della vita di
ogni giorno»164.

L’avvento di Giovanni Giuriati165 alla segreteria del Pnf,


comportò l’arrivo di Carlo Scorza166 alla Segreteria dei Guf,
ruolo nel quale – benché non ricoperto a lungo – segnò in modo
deciso in modo netto il settore giovanile del regime.
Giuriati avrebbe infatti guidato il partito per un brevissimo
periodo (dall’8 ottobre 1930 al 6 dicembre 1931), chiamato da
Mussolini a snidare «gli irriducibili […] rottami della cosiddetta
borghesia liberale e professionsitica» riusciti negli anni
precedenti «a infiltrarsi nel partito o nelle istituzioni del regime
specialmente alla periferia»167; probabilmente Mussolini non
immaginava che tale consegna sarebbe stata eseguita sin troppo
alla lettera dal neo segretario, dal momento che, nel periodo
della sua guida, furono epurate dal Pnf oltre 200.000 persone168;
questa «figura di trapasso dotata di un proprio ma non eccessivo
prestigio, senza un proprio passato ove radicarsi, fuori dalle
correnti e dai clan […], nota per le sue posizioni politiche
moderate, ma anche per un certo piglio militaresco»169, riuscì
infatti a realizzare una operazione di pulizia assolutamente
capillare, che avrebbe peraltro comportato anche un attento

164 Cfr., Ivi, sf. 35, Circolare n. 29, datata 27/3/1930.


165 Su cui cfr. R. De Felice, Mussolini il duce, I, cit., pp. 207-209; E. Gen-
tile, Introduzione a Giovanni Giuriati, La parabola di Mussolini nei ricordi di
un gerarca, Roma-Bari, Laterza, 1981 e S. Moroni, Giovanni Giuriati. Bio-
grafia politica, Firenze, 2006..
166 Manca uno studio su Scorza: alcune notizie biografiche sono in ACS,

MCP, b. 6, f. 58; ivi, b. 170, f. 23. Nato a Paola nel 1897, fu però tra-
piantato fin dall’infanzia a Lucca dove iniziò la scalata all’interno del
Pnf.
167 Queste le parole di Mussolini pronunciate all’atto d’insediamento del

nuovo Direttorio del Pnf (in «Il Popolo d’Italia», 9/10/1930).


168 Giuriati parlò di 120000 epurati (cfr. G. Giuriati, Op. cit., pp. 125-

131).
169 R. De Felice, Mussolini il duce, I, cit., p. 209.
120
riesame dei numerosi casi di anzianità retrodatata riconosciuta
ad alcuni nuovi iscritti ai Fasci dopo la Marcia su Roma per
«benemerenze» vere o presunte. Una operazione che, se ebbe
positiva accoglienza negli ambienti del vecchio fascismo,
avrebbe lasciato sconcertato Mussolini per la sua ampiezza,
convincendolo della necessità di portare alla guida del Pnf un
personaggio che non si allontanasse troppo dalle sue direttive.
Fu così che, agli inizi del dicembre 1931, accogliendo peraltro
precedenti sollecitazioni dello stesso Giuriati, Mussolini lo
sollevò dalla guida del Pnf, affidandola dal 7 dicembre 1931 ad
Achille Starace, rimasto in carica per quasi otto anni, sino al 31
ottobre 1939.
La svolta impressa da Giuriati e Scorza si caratterizzò
comunque per la netta affermazione della priorità dello Stato
fascista, attraverso il Pnf, nel campo dell’educazione dei giovani.
Uno dei primi provvedimenti assunti da Giuriati fu infatti la
costituzione dei Fasci giovanili di combattimento170, destinati ad
inquadrare i giovani dai 18 ai 21 anni, al fine di assicurare un
maggiore afflusso di giovani nel partito (anche di quanti non
provenissero direttamente dalle avanguardie), ed evitare le
dispersioni conseguenti alla fase di transizione tra l’Opera
Nazionale Balilla ed il Pnf.
Relativamente alla organizzazione giovanile universitaria, va
rilevato che se con Turati si era badato soprattutto ad aprire le
file dei Guf a quanti più universitari possibile, (insistendo
soprattutto sull’assistenza e la cura del tempo libero), con la
conseguenza di caratterizzare l’organizzazione più come
universitaria che come fascista e di mirare quasi esclusivamente
al suo radicamento nell’università, con Giuriati fu invece
l’aspetto prevalentemente politico a venire in primo piano e,
insieme ad esso, il legame prioritario con il partito.
In linea con quanto attuato per il partito, Giuriati dispose di
accogliere nei Guf soltanto universitari pienamente investiti

170Per la costituzione e l’ordinamento dei F.g.c. cfr. rispettivamente


ACS, GUF, b. 48, f. 625, circolare n. 67 di protocollo riservato, datata
17/10/1930 e Ivi, Circolare n. 10, datata 15/11/1930. Cfr. inoltre J.
Charnitzky, Fascismo e scuola …cit., pp. 368-371.
121
della consapevolezza della missione che il fascismo loro affidava
(«bisogna avere il numero in massimo dispregio»171), vale a dire
«aristocratiche minoranze di appassionati che con il loro ardore
sanno creare l’ambiente indispensabile all’affermarsi delle nuove
idee»172. Si trattava di una «adesione morale» al regime, in cui
l’organizzazione doveva perseguire lo scopo di «fondere sempre
più la vita della gioventù studiosa con la vita del partito»173. Ogni
attività doveva dunque essere finalizzata ad «imporre ad ogni
sforzo […] un monito armonicamente convergente»174; la stessa
attività sportiva – «nobilissimo mezzo ma non fine» – non
doveva essere orientata alla «affannosa ricerca del campione dei
campionissimi» ma tendere semplicemente ad «annullare nei
giovani gli effetti dell’applicazione sedentaria», nel disprezzo per
tutti «gli infrolliti che si angustiano nel culto di un estetismo
ripugnante alla virile concezione fascista» e per tutti quei giovani
«tormentosi sofisticatori che si autogonfiano nella cabala delle
sottigliezze accademiche»175; verso i professori universitari lo
studente fascista doveva tenere un contegno «coerente,
rettilineo, onestamente cosciente […] ispirato a sicura
intransigenza fascista»176; nel corso di viaggi all’estero andava
osservato un atteggiamento «nobilmente cosciente del posto che
occupa – in tutto il mondo – l’Italiano di Mussolini»177. Anche

171 Cfr. ACS, GUF, b. 46, f. 619, circolare n. 59 datata 15/11/1930.


172 Ibid.
173 Ibid.
174 Ibid.
175 Ibid. Scorza nel marzo ’31 avrebbe «bandito» dagli sport degli uni-

versitari «tutti quei giochi in miniatura, da tavolo e da salotto, con i


nomi esotici e le fogge ridicole quali il ping-pong, il golf da giardino, il
foot-ball da tavolo» in quanto l’attività sportiva svolta dai Guf doveva
essere «esempio di gagliardia e di forza e di audacia: all’aria aperta, senza
pretesa di ricercatezze, e senza esibizionismi da cicisbei» (cfr., ACS,
PNF, Servizi vari, serie I, b. 345, circolare n. 27 datata 18/3/1931).
176 Ibid.
177 Ibid. Sull’attività «viaggi» insistette particolarmente Carlo Scorza, in-

vitando i Gruppi a svilupparla; in special modo fu suggerito di effet-


tuare viaggi anche in Italia, per meglio conoscere «la parte interna» delle
122
nelle occasioni di «camerateschi dibattiti», gli universitari fascisti
devono contribuire a creare «quell’atmosfera di caldo
attaccamento e di appassionata partecipazione che sola riesca a
trasformare dei tesserati in ferventi falangi di soldati e
sacerdoti»178. In tal senso, tra i modelli di italiano nuovo offerti
da Giuriati non manca infatti il riferimento al guerriero ed al
condottiero: nella prefazione al volume di Pietro Caporilli
Uomini di ferro, in cui rivolgendosi ad un pubblico giovanile, si
narrano le gesta di condottieri del passato, il segretario del Pnf
non manca di rivolgersi alla gioventù fascista onde additare
come modelli questi uomini, «nella maschera ossuta come nel
tuono del comando, nell’amore al pericolo come nella sicurezza
della decisione, nella sapienza come nell’audacia»179.

Da queste, in un certo senso, premesse «religiose» discendeva


la rigida ristrutturazione operata nella rete dei Guf, che – con la
ripartizione per province e la costituzione di piramidi
gerarchiche tra i vari gruppi180 – da un lato sanciva l’adesione
della struttura organizzativa universitaria a quella del partito,
dall’altro, collegandola agli organi centrali, mirava a combattere
l’autonomismo e il particolarismo che ancora caratterizzavano i
Guf in molti settori di attività181. Centralizzazione e
semplificazione furono le linee guida della riforma dei Guf:
relativamente al settore del giornalismo universitario, furono

regioni italiane (e non solo «i grandi centri») che è quella che ne rac-
chiude la intima vita» (cfr. ACS, PNF., Servizi vari, serie I, b. 345, Cir-
colare n. 61 datata 18/11/1930).
178 ACS, PNF., Servizi vari, serie I, b. 345, Circolare n.1 datata

19/11/1930.
179 Giovanni Giuriati, Prefazione a Piero Caporilli, Uomini di ferro, Roma,

Libreria del Littorio, 1931, p. 13.


180 Cfr. il foglio contenente lo schema, allegato alla circolare a firma

Carlo Scorza in ACS, PNF, Servizi vari, serie I, b. 354.


181 Cfr. ACS, GUF, b. 46, f. 619, circolare n. 59 cit. Si pensi che Scorza

dettò rigide norme anche relativamente alle modalità di scrittura e di


inoltro della corrispondenza tra Guf locali e guf centrale (cfr. ACS,
PNF, Servizi vari, serie I, b. 345, circolare n. 1 datata 19/11/1930).
123
autorizzati a proseguire soltanto le testate di «Libro e
Moschetto» di Milano, «L’Ateneo» di Genova, «Il Campano» di
Pisa mentre l’organizzazione fu dotata di un organo ufficiale, il
settimanale «Gioventù fascista», rivista sia dei Guf che dei Fasci
giovanili182; tale decisione fu assunta successivamente ad una
precisa circolare di Scorza183 in cui si condannava duramente la
«pessima abitudine dei soffietti a gerarchi e gerarchini» da parte
dei giornali universitari: «Bisogna che gli universitari Fascisti si
convincano una buona volta che devono assumere – dentro e
fuori – la sagoma di maschi campioni della razza, e non di
lustrini degni dell’antichissimo tempo democratico»184. Anche la
struttura interna della segreteria centrale fu ridisegnata nel segno
della razionalizzazione185.
Per incentivare l’ingresso dei giovani nelle file gufine e nel
partito, Scorza incoraggiò l’entrata degli studenti medi nei Guf
assicurando l’opportunità di iscrizione anche a coloro che
avessero meno di diciotto anni; in tal modo tentava di limitare il
numero di quanti, all’uscita dall’Onb, non facevano il loro
ingresso nel Pnf, provocando una dispersione che ammontava a
circa il 75% degli «ex balilla»186; Scorza creò inoltre le sezioni
femminili, riconoscendo alle studentesse, la cui presenza nelle

182 Cfr. ACS, GUF, b. 34, f. 559, I Gruppi Universitari fascisti nell’anno IX
E.F., relazione datata 26/9/1931.
183 ACS, PNF, Servizi vari, serie I, b. 345, Circolare n. 9., datata

12/12/1930.
184 Ibid.
185 Le diverse attribuzioni della segreteria centrale furono suddivise in

due uffici: uno con competenza su organizzazione, propaganda e assi-


stenza (a capo del quale fu posto il Dr. Agostino Podestà «fascista dal
1920»), l’altro destinato alle relazioni con l’estero, lo sport ed i viaggi (a
capo del quale andò Federico Valli, anch’egli «fascista dal 1920»). Fu
inoltre stabilito che analogamente si sarebbero organizzate le varie se-
greterie dei gruppi (cfr. ACS, PNF, Servizi vari, serie I, b. 345, Circolare
n. 1 datata 19/11/1930 a firma Carlo Scorza).
186 Cfr. la circolare n. 36 datata 22/5/1931 in ACS, PNF, servizi vari,

serie I, b. 345. Scorza chiude la comunicazione evidenziando che sa-


rebbe «inutile insistere sulla necessità di questo nuovo sviluppo di or-
ganizzazione, perché è troppo facile capirne l’importanza».
124
università era negli ultimi anni sensibilmente aumentata, uno
specifico settore organizzativo all’interno dei Guf187; fu disposta
la concessione della tessera del partito a quegli universitari
appartenenti ai Guf o alla Milizia da almeno due anni, per far sì
che gli iscritti ai gruppi fossero anche iscritti al Pnf, condizione
in quel momento propria di una minoranza188, e provvide ad una
revisione generale di tutti i segretari dei gruppi utilizzando
l’anzianità fascista quale criterio primo di scelta. Fu così
ridisegnato l’intero gruppo direttivo dei Guf, dando la
precedenza ai fascisti di più antica data189.
Relativamente all’attività nel settore della assistenza, su cui si
era precedentemente impegnato Turati, Scorza chiarì in modo
inequivocabile che «l’assistenza non [doveva] essere dilatata fino
a trasformare i G.U.F. in una società di mutua assistenza o in
una congregazione di carità» mentre stabilì che presso ogni sede
universitaria venisse adibita una Casa dello Studente190.

Il tentativo di controllo assoluto della gioventù e delle sue


organizzazioni incontrò tuttavia un ostacolo particolarmente
importante nello scontro divampato nel 1931 con il Vaticano a

187 Cfr. «Gioventù fascista», n. 4, 12/4/1931, p. 25. Si pensi che nell’a.


a. 1911-12 le studentesse universitarie erano 1048, mentre nell’a. a.
1930-31 arrivarono a 6142, passando dal 4 %al 13% rispetto alla popo-
lazione universitaria maschile (cfr. AA.VV., La scuola italiana dall’Unità
ai nostri giorni, Firenze, La Nuova Italia, 1990, p. 502).
188 Cfr. ACS, PNF, Servizi vari, serie I, b, 347, promemoria per Giuriati,

s.d., dal titolo Iscrizione al Partito: nel giugno 1931 sui 56332 iscritti ai
Guf, soltanto 6321 universitari erano iscritti al Pnf (cfr. ACS, SPD, CR,
b. 33, f. «Riunioni del Direttorio del PNF», sf. 2, «Riunione del Diret-
torio del 14/7/1931», inserto A «Carteggio, informazioni e statistiche»,
Dati statistici Fasci Giovanili, GUF e Milizia Universitaria al 30 giugno 1931
– XI.
189 Dei 95 segretari politici, se ne avevano: «n. 2 del 1919; n. 15 del 1920;

n. 27 del 1921; n. 10 del 1922; n. 8 del 1923; n. 5 del 1924; n. 7 del 1925;
n. 8 del 1926; n. 6 del 1927; n. 4 del 1928; n. 1 del 1929; n. 1 del 1930»
(cfr. I Gruppi Universitari fascisti nell’anno IX E.F., cit.).
190 Cfr. ACS, PNF, Servizi vari, serie I, b. 345, circolare n. 1 datata

19/11/1930.
125
soli due anni dal successo politico e diplomatico del
Concordato191.
In particolare e non casulamente fu proprio la minaccia
cattolica al monopolio del Regime della formazione delle
giovani generazioni a causare un conflitto assai aspro: tra gli
accordi tra Sasnta Sede e stao italiano sanciti dalla Conciliazione
era previsto che due importanti e radicate strutture associative
cattoliche potessero continuare ad esistere ed operare, su tutto
il territorio nazionale: l'Azione cattolica e la Gioventù cattolica
italiana. La loro attività non mancò in quegli anni di destare
numerose preoccupazioni in quegli ambienti fascisti meno
persuasi della scelta concordataria che addirittura prefiguravano
la possibilità di una vera e propria opposizione cattolica in
gestazione in tali ambiti. Così, a partire dal febbraio del 1931
alcune delle più significative ed autorevoli testate e riviste quali
ad esmpio«Critica fascista», «Il lavoro fascista», «La tribuna» e
«Gioventù fascista» iniziarono a puntare l'indice contro l’Azione
Cattolica, accusandola di voler «formare i quadri che possano
domani sostituire i quadri dirigenti del fascismo192, di critica
affatto dissimulata nei riguardi del fascismo193 e di dirottare in
modo più o meno evidente«una parte della gioventù italiana
dietro i vecchi programmi e i marciti rottami del mondo
sturziano»194.
Accuse gravi mosse attraverso una campagna di stampa
sempre più pressante, manifestazioni anticlericali diffuse
soprattutto al Nord Italia, tale da indurre o stesso pontefice Pio
XI ad intervenire a difesa e tutela dell’Azione Cattolica in due
occasioni:, il 19 aprile ’31, nel corso di una udienza ai
rappresentanti delle organizzazioni cattoliche romane, sia in una

191 Sulla vicenda cfr. R. De Felice, Mussolini il duce, I, cit., pp. 246-275;
Pietro Scoppola, La Chiesa e il fascismo. Documenti e interpretazioni, Bari,
Laterza, 1971.
192 G.C. [Gherardo Casini], Manovre cattoliche, in «Il Lavoro fascista»,

26/3/1931.
193 R.F.D. [Roberto Forges Davanzati], L’errore più vasto, in «La tribuna»,

14/4/1931.
194 C. Scorza, Note chiarissime, in «Gioventù fascista», 26/4/1931,
126
lettera al cardinale Shuster195, in cui, in risposta ad alcune
polemiche affermazioni fatte una settimana prima a Milano dal
segretario del PNF Giuriati196, avrebbe addebitato al fascismo
un’opera di corruzione nei confronti della gioventù.. A fine
maggio la questione deflagrò in modo violento con la decisione,
di Mussolini di sciogliere, il 29 maggio, tutte le associazioni
giovanili non facenti capo al Pnf o all’Onb, ordinando ai prefetti
di chiudere le loro sedi, sequestrare il materiale e diffidarne i
dirigenti.
La replica vaticana non si fece attendere ed il 5 luglio 1931
venne pubblicata l’enciclica Non abbiamo bisogno, avente per
precipuo oggetto proprio l’educazione dei giovani,
imprescindibile per la Chiesa , non alienabile nei onfronti di uno
Stato «sulla base di una ideologia, che dichiaratamente si risolve
in una vera e propria statolatria pagana, non meno in pieno
contrasto coi diritti naturali della famiglia, che coi diritti
soprannaturali della Chiesa»; la conclusione dell’enciclica fu
comunque più morbida, tale da apparire allo Jemolo, una mano
tesa al regime197: «noi non abbiamo voluto condannare – vi si
leggeva – il partito e il regime come tali. Abbiamo inteso
segnalare e condannare quanto, nel programma e nell’azione di
essi, abbiamo veduto e constatato contrario alla dottrina ed alla
pratica cattolica e quindi inconciliabile col nome e la professione
di cattolici».
Nei mesi seguenti, nonostante le spinte anticlericali interne al
fascismo, Mussolini ed il Vaticano (in particolar modo grazie alla
mediazione ricercata dal cardinale Gasparri) lavorarono alla
ricerca di una soluzione e di un compromesso portando allo
svolgimento di una trattativa (condotte dal duce e, per la Santa
Sede da Padre Tacchi Venturi) concluse all'inizio del mese di
settebre del 1931. L’accordo raggiunto fu a tutto vantaggio del
Fascismo con un significativo ridimensionamento dell’Azione

195 Cfr. La polemica su l’Azione Cattolica Italiana, Ediz. Dell'«Osservatore


Romano», 1931, pp. 67ss.
196 Cfr. «Il Popolo d’Italia», 21/4/1931.
197 Arturo Carlo Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, To-

rino Einaudi, 1963, p. 487.


127
cattolica e con la limitazione, per le altre associazioni, a svolgere
la loro attività esclusivamente «con finalità religiose».
I Guf, nelle vicende del 1931, giocarono un ruolo di primo
piano, come diretti fronteggiatori di una delle più attive
politicamente e culturalmente tra le organizzazioni dell’Azione
cattolica, la Federazione universitaria cattolica italiana (Fuci)198.
I giovani gufini, insieme agli appartenenti ai Fasci giovanili,
furono i protagonisti della serie di aggressioni e di atti ostili
compiuti ai danni dei circoli giovanili cattolici di varie città
italiane nel maggio1931199. Non è un caso che il rigore
organizzativo che aveva investito i Guf si accompagnò alla
riaffermazione, con mezzi che già in altri tempi erano stati loro
propri, della volontà di detenere il monopolio delle università.
Non va considerato secondario infatti che a dirigere i Guf in
questa fase erano proprio esponenti del primo fascismo,
secondo la revisione – cui abbiamo accennato – voluta da
Giuriati, a partire dallo stesso Scorza, il quale poche settimane
prima delle aggressioni fasciste aveva giustificato «teoricamente»
l’uso della violenza e della necessità di Odiare i nemici200. Nè va
sottovalutata la circostanza per cui «Gioventù fascista»
pubblicava regolarmente rievocazioni del periodo di lotta del
fascismo squadrista nei i quali si esaltavano le imprese
terroristiche delle squadre d’azione201. Relativamente a questa
vicenda, Maria Cristina Giuntella ha insistito in particolare su
una distinzione tra «base» (fascista e cattolica) da un lato, e le

198 Sullo scontro tra Guf e Fuci cfr. M. C. Giuntella, Autonomia e nazio-
nalizzazione …cit., cap. VIII, pp. 231-274; Ead., La Fuci tra modernismo
partito popolare e fascismo, Roma, Studium, 2000, pp. 157-173; Renato
Moro, La formazione della classe dirigente cattolica (1929-1937); Bologna, il
Mulino, 1979, pp. 62-83 e 155-206.
199 Cfr. le Cronache pubblicate quotidianamente dall’Osservatore ro-

mano dal 22 al 31 maggio 1931; cfr. inoltre ACS, MI, DGPS, AaGgRr,
cat. G1, 1931, «Associazioni giovanili cattoliche. Scioglimento e ricosti-
tuzione» per le singole province.
200 Cfr. C. Scorza, Odiare i nemici, in «Gioventù fascista», 12/4/1931.
201 La rubrica fissa si intitolava Frustate squadriste ed aveva per logo la

figura di un giovane fascista che agitava una frusta.


128
rispettive organizzazioni nazionali di riferimento, dall’altro: in
pratica – secondo la studiosa – se «occorre parlare di una
dialettica a tre base-vertice-fascismo» con una marcata
«conflittualità all’interno del mondo cattolico»202, altrettanto può
valere per il Guf203: i fatti del ’31 avrebbero dunque messo in
risalto la mancanza di controllo da parte dei rispettivi organismi
dirigenti centrali. Alcuni Guf locali, in specie, nel timore di una
«cattolicizzazione» del fascismo (dopo il Concordato), e
sentendosi ancora «eredi dello squadrismo diciannovista
anticlericale»204 svolsero quindi la funzione di «provocatori»
della crisi verso la Fuci, facendo così esplodere quelle
contraddizioni ampiamente presenti negli ambienti gufini a
partire appunto dai Patti Lateranensi. La contiguità competitiva
dell’associazionismo cattolico alle organizzazioni fasciste
poneva la gioventù italiana di fronte ad una scelta: il giovane
fascista Fidia Gambetti sintetizzava tale alternativa in modo
eloquente

Noi offriamo loro [agli adolescenti ed ai ragazzi] adunate, parate,


parole d’ordine contro la vita comoda, prospettive di sacrifici,
austerità; li costringiamo a indossare una divisa di tipo militare
confezionate a spese della famiglia, mentre i preti li attirano negli
oratori per mezzo di giochi, passatempi, gite, cinema, tutto gratis,
in cambio di un paio di innocenti preghierine, una rapida
genuflessione accompagnata da un meccanico segno di croce
all’entrata, e un’altra all’uscita.205

L’accoglienza riservata dagli universitari fascisti al Concordato


era stata diversa da una realtà territoriale all’altra: ad esempio, il
Guf pisano, attraverso «il Campano», giudicò l’avvenuta
conclusione della «Questione romana» come «l’ora di
Costantino e della «vittoria dell’Italia cattolica e romana sul suo

202 M. C. Giuntella, I fatti del 1931, cit., p. 161.


203 Ivi, p. 163.
204 Ivi, p. 165.
205 Cfr. F. Gambetti, Gli anni che scottano…cit., p. 134.
129
passato fazioso e settario»206, mentre il milanese «Libro e
Moschetto» interpretava la conclusione dei Patti come il primo
passo del fascismo per «impadronirsi» della «organizzazione
mondiale» del cattolicesimo al fine di «imporre a tutto il mondo
questa nuova idea salvatrice» incarnata dalla idea «spirituale
cattolica» dell’Italia fascista207. Ciò che appariva comunque
evidente era che i giovani fascisti, non avevano affatto «digerito
il rospo della Conciliazione»208 e nello scontro del ’31
contrapponevano alla Chiesa ed alle organizzazioni dipendenti
l’idea totalitaria che il processo di fascistizzazione della società
comportava: come ebbe a scrivere Palmiro Togliatti il 30 maggio
’31, si trattava per il regime di impedire che «le masse»
sfuggissero al suo controllo: «perciò i fascisti debbono lottare
contro i cattolici anche se i cattolici sono ad essi vicinissimi. Essi
non debbono lasciar loro nessuna possibilità di organizzarsi
come dei «successori», di porsi davanti alle masse come tali»209.

Quando era in atto l’offensiva gufina contro la Fuci, le


università entrarono nel mirino degli apparati polizieschi del

206 Francesco Arnaldi, XII febbraio, in «Il Campano», 1929, n. 2. Va no-


tato comunque che tale posizione veniva assunta non già da uno stu-
dente ma da un docente.
207 Cfr., Niccolò Giani, La via maestra, in «Libro e Moschetto»,

13/2/1929. Quest’articolo fu commentato dalla rivista della Fuci in


questi termini: «l’esegesi storico-teologica» di Giani «se è l’espressione
della cultura universitaria ci fa sinceramente vergognare di essere stu-
denti delle nostre Università (In «Azione Fucina», 24/2/1929, cit. in M.
C. Giuntella, La Fuci tra Università e Azione cattolica, cit., p. 236). «Libro
e Moschetto» fu infatti costretto ad un articolo «chiarificatore» di Dio-
nisio Colombini dal titolo La gioventù fascista e quella cattolica devono colla-
borare per un’Italia più grande e più forte, in «Libro e Moschetto»,
21/2/1929. Si veda inoltre Pier Francesco Gaslini, È possibile un accordo
Guf Fuci, Ibid.
208 F. Gambetti, Gli anni che scottano…cit., p. 134.
209 Cfr. la lettera di Palmiro Togliatti a Centro Interno del PCI, cit. in

Ernesto Ragionieri, Introduzione a P. Togliatti, Opere, a cura di E. Ragio-


nieri, vol. III, t. 1, 1929-1935, Roma, Editori Riuniti, 1973.
130
regime210. Si erano diffuse infatti voci allarmanti relative alla
presunta diffusione di un movimento studentesco antifascista
negli atenei italiani, cui si aggiunsero le notizie provenienti dalla
Spagna dove, con la massiccia partecipazione degli studenti, si
era giunti alla proclamazione della repubblica; la situazione
italiana era peraltro resa ancora più tesa per via dei disordini
provocati dall’esplosione dell’«affare Moulin», il caso del
professore belga arrestato per attività antifascista211; in tale
contesto il ministero dell’Interno diramò delle disposizioni
affinché fosse attivata «una oculatissima vigilanza negli ambienti
studenteschi e specialmente nelle università»212. In tal senso
venne introdotta tra gli studenti una diffusa rete di informatori
per valutare «il contegno politico» dei giovani ed il loro
«atteggiamento nei riguardi dei Guf e del regime»213. Dalle
relazioni di questi referenti, emerge una diffusa reticenza degli
studenti a rispondere agli appelli del regime. È sintomatico in tal
senso quanto riferiva un fiduciario milanese il 30 aprile ’31: «la
massa studentesca milanese, se non si può giudicarla di idee
addirittura antifasciste, certamente non nutre aperte simpatie
per la causa fascista»214. Relativamente al Gruppo universitario,
l’informatore rilevava che, seppure esisteva compattezza ed

210 Il rivolgersi di Mussolini alle prefetture, nel corso della crisi del ’31,
rivela secondo Scoppola, una sostanziale mancanza di fiducia nei ri-
guardi del partito (P. Scoppola, La Chiesa e il fascismo…cit., p. 257).
211 Sulla cui attività, in rapporto con Giustizia e Libertà, cfr. Aldo Ga-

rosci, La vita di Carlo Rosselli, Firenze, Vallecchi, p. 226. In ACS, GUF,


b. 32, f. 505 è peraltro significativamente conservata una ampia raccolta
di articoli sulla sua vicenda.
212 Cfr. ACS, MI, DGPS, AaGgRr, 1931, b. 338, f. 21 «Movimento stu-

dentesco antifascista», circolare datata 16/4/1931.


213 Ivi. Il 17 marzo, Carlo Scorza inviò a tutti i segretari politici dei Guf

una lettera in cui chiedeva loro di raccogliere «con molta cautela» dati
relativi alla situazione dei «circoli universitari cattolici»: desiderava saper
in particolare: «1) Quanti sono gli iscritti alla Fuci […] 2) Il nome del
capo dell’organizzazione cattolica […] 3) Quanti sono gli studenti e
quante sono le studentesse» (in ACS, PNF, Servizi vari, serie I, b. 345,
lettera datata 17/1/1931).
214 Cfr. ACS, GUF, b. 30, f. 465.
131
anche armonia fra i componenti del Guf», questi erano
«tutt’altro che numerosi»215. La presunta diminuzione di iscritti
veniva peraltro denunciata da un informatore secondo il quale
«il numero degli appartenenti al Guf è andato scemando di non
poco», anche alla luce della «stanchezza per il Guf» che prendeva
sempre più piede nell’Università216. Analogamente, da Torino,
fu spiegato che negli ambienti universitari, si considerava
«l’appartenenza al guf quale condizione necessaria ed anzi
indispensabile per proseguire gli studi con maggiore facilità di
riuscita», se perciò tutti vi aderivano, pochi però ne [erano] gli
entusiasti»217.
Va peraltro notato che spesso Scorza nel chiedere notizie ma
soprattutto dati numerici ai segretari politici dei vari gruppi,
sottolineava l’esigenza di ricevere notizie «vere» avendo egli
riscontato di aver invece avuto frequentemente «notizie e cifre
relative ad attività dei G.U.F. […] trasmesse dagli stessi segretari
politici, esagerate, variate e comunque false»218.
Un tale quadro non poteva dunque non sollecitare una
riflessione da parte degli organismi direttivi dei Guf. Una lucida
presa d’atto della situazione si trova infatti nella relazione di
Carlo Scorza a Mussolini dell’11 luglio 1931 nel quale si
ammetteva che il clima degli atenei, a causa – ad avviso di Scorza
– dell’eccessiva cura dedicata all'«assistenza» piuttosto che
all'«idea» fascista, rappresentasse un’azione inadeguata alle
aspirazioni di un regime che si proponeva di creare gli «italiani
nuovi» e che poneva tra le priorità del suo programma la
realizzazione di una nuova classe dirigente; serviva dunque un
«Mito» da offrire alla gioventù italiana e questo mito non poteva
che essere lo stesso Mussolini.
La Relazione stilata da Carlo Scorza nel luglio ’31 sulla
«fascistizzazione» della gioventù era basata, come precisato dal

215 Ibid.
216 Ibid.
217 Relazione datata 19/5/1931, in ACS, MI, DGPS, AaGgRr, 1931, b.

338, f. cit.
218 Cfr. la circolare riservata n. 32 datata 27/4/1931 in ACS, PNF, Ser-

vizi vari, b. 345.


132
segretario del Guf, su una serie di «considerazioni» dettate non
dal «pessimismo» ma «dalla fede assoluta nell’avvenire della
giovinezza italiana» al fine di rendere questa «superba massa
sempre più degna del grande Modellatore»219.
Una più approfondita lettura di tale documento aiuta a
comprendere bene i limiti e le difficoltà incontrate nell’opera di
controllo, formazione e selezione delle giovani generazioni, in
particolare degli studenti universitari, che, a quasi dieci anni dalla
Marcia su Roma era ancora piuttosto lontana dal dare risultati
pienamente soddisfacenti al regime.
La Relazione è divisa in due parti: nella prima si analizzava la
situazione dei Fasci giovanili di combattimento (Fgc) e mirava,
in sostanza, ad evidenziare la «dispersione» di elementi nella
transizione tra Onb e partito, definendo quindi «geniale» la
decisione del Duce di assegnare ai Fgc «non solo il compito di
far sparire la pericolosa soluzione dei continuità tra l’Opera
Balilla e il Partito, ma anche di rintracciare e coinvolgere tutti gli
elementi che erano andati dispersi»220. Le parole di Scorza vanno
peraltro lette alla luce di una ostilità non nascosta nei riguardi
dell’Onb e del suo responsabile, Renato Ricci221; «per attuare la
volontà del Capo – spiegava il segretario del Guf – è
indispensabile non solo che l’O.N.B compia un’opera di
inquadramento totalitario, ma consentire che i Fasci Giovanili
continuino il rastrellamento sino a quando la falla non sarà
completamente tappata»222. Il conflitto tra i due gerarchi era

219 Cfr. la breve lettera di accompagnamento della Relazione di Scorza,


datata 11/7/1931 (in ACS, SPD, CR, b. 33, f. 242R, sf. 2).
220 Relazione sui Fasci Giovanili di Combattimento sui Gruppi universitari sulla

Milizia universitaria – Precedenti – Stato organizzativo presente – Proposte –


Considerazioni, Ivi, p. 2.
221 Su cui cfr. Sandro Setta, Renato Ricci. Dallo squadrismo alla Repubblica

sociale italiana, Bologna, Il Mulino, 1986. Ricci, fascista della prima ora
ed in stretti rapporti con D’Annunzio, fu il capo indiscusso del fascismo
carrarese ed il fondatore dell’Onb che gestì ininterrottamente dal 1926
al 1937, quando divenne Ministro delle Corporazioni; rimase fedele a
Mussolini fino alla fine, pagando con il carcere le sue scelte politiche.
222 Cfr. Relazione …cit., p. 3.
133
infatti causato dalla medesima visione che mostravano di avere
delle rispettive organizzazioni affidate loro, considerate come
«feudi» personali che intendevano espandere l’uno a danno
dell’altro223. Scorza infatti per ampliare le fila dei Fgc si servì di
metodi paragonabili a quelli di una coscrizione obbligatoria, in
evidente contraddizione con il principio, fino a quel momento
rispettato, dell’adesione volontaria alle organizzazioni fasciste:
Non esitò inoltre a irrompere nel territorio dell’Onb, reclutando
sia Avanguardisti sotto i 18 anni che ufficiali e sottufficiali della
Milizia che prestavano servizio nell’Opera, per arruolarli nelle
proprie. La possibilità di entrare nei Fasci Giovanili fu offerta
anche ai giovani espulsi per motivi morali o disciplinari dalle
Avanguardie224. La tensione tra i due era aumentata nel maggio
1931 quando Scorza, con l’appoggio di Giuriati ed
evidentemente all’insaputa di Mussolini, si stava accingendo a
riunire gli alunni delle ultime quattro classi delle scuole
secondarie in una apposita sezione dei Guf, fatto denunciato da
Ricci a Mussolini come «oltremodo grave e doloroso», in quanto
contravveniva «con palese ignoranza e voluta leggerezza» ad una
legge che aveva affidato all’Onb «l’educazione totalitaria della
gioventù di ogni sesso e condizione da 8 a 18 anni»225.
L’«assurdo provvedimento» del comandante del segretario dei
Guf non solo sottraeva in modo illegale all’Onb la maggior parte
degli studenti medi, ma con la «separazione del ceto studentesco
dal popolo lavoratore» infrangeva altresì uno dei capisaldi del
fascismo, realizzato nell’Onb ed in altre istituzioni del regime: il
principio «di tenere sotto la stessa influenza educatrice, negli
stessi ranghi, assoggettati alle stesse prove e alla stessa disciplina,
gli elementi provenienti dai diversi ceti sociali, al fine di affiatarli

223 Su tale aspetto cfr. S. Setta, Renato Ricci…cit., pp. 173-181.


224 Cfr. la lettera di Renato Ricci a Mussolini, datata 30/5/1931, in ACS,
SPD, CR, b. 33, f. 242R, sf. 1, ins. B. Si noti che in pari data, Ricci
scriveva a Giuriati una lettera molto più breve e dai toni assai meno
veementi, evidentemente consapevole del rapporto di stretta fiducia
che legava Scorza al Segretario del Pnf (Ibid.).
225 Ibid.
134
e fonderli, dimenticando la differenza di origine, nell’unico
supremo ideale della Patria fascista»226.
La lettera di Ricci sollevava questioni relative al concetto e alla
realizzazione pratica dell’educazione fascista che andavano
chiarite a fondo. In realtà la pretesa totalitaria sull’educazione da
parte del regime era inconciliabile con l’esistenza di due
organizzazioni indipendenti, una delle quali sottoposta al
Ministero dell’Educazione Nazionale, conduceva per di più una
vita quasi autonoma e sottratta all’influsso diretto della direzione
del partito. Mussolini indietreggiò però di fronte ad una
decisione di importanza fondamentale. Se infatti proibì la
costituzione dei una organizzazione separata per gli studenti
medi, lasciò tuttavia Scorza, per il momento, alla testa dei Fgc,
tollerandone i dubbi metodi di reclutamento perfino laddove
contravvenivano a una risoluzione approvata dalla direzione del
partito pochi giorni dopo la lettera di Ricci: a partire da luglio
1931 l’iscrizione al nuovo gruppo giovanile sarebbe infatti stata
possibile soltanto attraverso la «leva fascista», che aveva luogo
ogni anno in primavera, quindi dopo il compimento del tirocinio
nelle formazioni dell’Onb227. Se dunque Scorza nella Relazione
poteva vantare l’arruolamento di oltre 536 mila Giovani fascisti,
nel novembre successivo Ricci avrebbe nuovamente illustrato le
conseguenze negative sull’Onb del frettoloso reclutamento228.

226 Ibid.
227 A tal proposito, Scorza nella citata Relazione fa riferimento ad una
«comunicazione ufficiosa» del Duce che aveva appunto «autorizzato la
protrazione delle iscrizioni ai F.G.C.» (p. 4).
228 «asportazione di materiale e di equipaggiamento, biciclette, divise

dell’Opera, Avanguardisti costretti a vestire l’uniforme dei Giovani Fa-


scisti e spediti come tali a partecipare a cortei, riviste, saggi sportivi,
ufficiali e dirigenti dell’opera rivestiti d’autorità di cariche nei Fasci Gio-
vanili e costretti pertanto ad abbandonare le nostre file, e via di seguito.
Il fatto che le iscrizioni ai Fasci Giovanili siano tutt’ora aperte non
manca di produrre il suo effetto nelle file dell’organizzazione balillistica,
chè molti giovani, e non certo i migliori, sapendo di poter entrare nel
Partito in qualsiasi momento attraverso la porta comodissima e invi-
tante dei Fasci Giovanili, ritengono opportuno risparmiarsi il durissimo
tirocinio delle Avanguardie» (Relazione di Ricci sulla gestione per il
135
Torniamo ora alla seconda parte della Relazione di Scorza
pienamente incentrata sui Gruppi universitari fascisti: i
cambiamenti imposti da Scorza erano stati sostanziali e profondi
e tendenti a risolvere «gli aspetti che più preoccupavano», ossia
la «completa autonomia» dei Guf verso le Federazioni fasciste,
e la «azione diretta» svolta nelle università «con grave danno del
prestigio della scuola e delle gerarchie229. In tal senso, Scorza
aveva provveduto a costituire gruppi universitari presso ogni
federazione provinciale230 (spostando quindi in modo netto il
baricentro dell’azione gufina dall’università al partito, con la
relativa «dipendenza disciplinare e politica» e con l’istituzione
del «nulla osta» riservato al segretario federale per la nomina di
segretario del Guf) oltre ai già ricordati interventi di
razionalizzazione degli uffici e delle pubblicazioni
universitarie231.
Attraverso tali «trasformazioni», i Guf potevano riscontrare i
seguenti benefici:

a) i giovani, tenuti a maggiore contatto con la vita politica,


cominciano a sentire la responsabilità della loro posizione, in modo
che le gerarchie del partito hanno la possibilità di sviluppare
quell’azione di conoscenza e di selezione per la formazione delle
classi dirigenti;
b) si raccolgono e controllano i giovani pur essendo iscritti alle
Università vivono nelle provincie i quali, altrimenti, si troverebbero
abbandonati a se stessi;
c) si organizzano, accanto agli universitari, sezioni dei medi al
disopra del 18 anni, sicura riserva di Fascismo tra le classi colte.232

1930-31, in ACS, PCM, Gabinetto (1928-30), f. 1/1-15, n. 2104, sf. 46,


p. 9).
229 Relazione sui Fasci Giovanili di Combattimento sui Gruppi universitari…cit.,

p. 7.
230 Va rilevato che Scorza fa notare che in seguito a tale decisione anche

la Fuci «costituì i propri centri provinciali» (ivi, p. 9).


231 Cfr. supra.
232 Relazione sui Fasci Giovanili di Combattimento sui Gruppi universitari…cit.,

pp. 8-9.
136
Le «considerazioni e osservazioni» conclusive rappresentano
però la parte più interessante della Relazione di Scorza: in primo
luogo va evidenziata emblematicamente la fermezza con cui il
segretario dei Guf respinge ogni forma di «libertà di discussione»
all’interno delle organizzazioni giovanili del regime, non
potendo la Rivoluzione «consentire od autorizzare certi lussi»; si
tratta di una serie di considerazioni che esaltano il senso
«religioso» dell’appartenenza a tali organizzazioni:

[…] a proposito delle conferenze, debbo porre modestamente un


quesito. Sono esse veramente indispensabili?
Il Duce e il Regime non hanno bisogno di cervelli polemici che si
smarriscano dietro astruserie: hanno bisogno di cuori che sappiano
restare immutabili ad ogni crollo, e resistere inflessibilemenete
anche alla più rodente etisia del dubbio.
Occorre che il Duce abbia pronto ad ogni suo cenno un esercito
composto in ordine chiuso: immane, quadrato, maschio,
incrollabile nella fede, irresistibile nell’avanzata; insomma un
ordine religioso armato.
Un esercito che sappia presentire la volontà del Capo prima ancora
che questi la esprima, e sappia trovare in sé gli elementi spirituali
ed umani nell’attuazione, prima ancora che il Capo abbia potuto
fornire gli elementi materiali.
Un esercito che, se deve essere radicato nella terra per l’amore e la
passione che lo lega alla Patria, deve sentirsi pronto a levare il
campo per piantare le tende in ogni dove.
Un esercito, così fuso in una volontà unitaria, che ad ogni
improvvisa situazione – o lieta o cattiva – abbia acquisita a se stesso
tale identità di giudizio e inconfondibilità di soluzione per cui la
Vittoria non può essere che un problema di tenacia e di tempo.
Di fronte a questa concezione, che crediamo non errata, a che
gioverebbero le discussioni sia pure amichevoli; le polemiche, sia
pure educative?
Si debbono lasciar fare per necessità di governo? E allora
limitiamole alle cose contingenti e locali: ma lasciamo da parte – al
di fuori di noi – i pilastri fondamentali della nostra fede. A questi
pilastri, costruiti dal Duce, da Lui solo, nel travaglio del suo spirito,
dobbiamo ancorare l’anima della giovinezza, ma non mai
137
consentire – sotto pena di commettere sacrilegio – la misurazione
e l’esame.233

Relativamente al rapporto «giovani-anziani», Scorza biasima


«un certo tono di sufficienza e di superiorità verso gli anziani»,
spezzando una lancia in favore dei «vecchi fascisti e trinceristi»,
dei «combattenti e degli squadristi» che sarebbe grave errore
«accantonare come reduci gloriosi, ma superati»; i giovani
devono invece rispetto, in particolare, per quanti «fecero la
guerra come primo atto di una Rivoluzione sentita anche se non
precisata»234.
Alla luce di tali considerazioni, Scorza è costretto ad
ammettere che «le masse universitarie non sono ancora quali il
Due le vuole», per via del riscontrato «acceso senso di
autonomia nei confronti del partito» e della «vivissima
insofferenza di vincoli disciplinari e gerarchici»235. In particolare,
il Segretario dei Guf rileva, con preoccupazione, una «differenza
di spirito fascista tra Universitari e medi» e tra gli studenti delle
grandi città e quelli delle piccole città, in virtù di una minore o
maggiore facilità di controllo; per quanto attiene al settore di
studi, i «più lontani» dal fascismo sono quelli «di Scienza
Giuridiche, Lettere, Filosofia: gli astratti», mentre «gli esatti»
(Medicina ed Ingegneria) sono quelli che danno meno
preoccupazioni a Scorza.
Se attraverso lo stretto rapporto instaurato tra gli universitari
e le segreterie federali si andava gradualmente imponendo una
«armonia» restava però ancora insoluto «il problema centrale»
che il segretario dei Guf sintetizzava «nei suoi due aspetti
principali»: la fascistizzazione della gioventù studiosa e la
necessità, come già detto, di un Mito da offrirle.
Nel tentativo di individuare una soluzione al primo dei due
aspetti, Scorza partiva dall’analisi della provenienza sociale degli
studenti universitari, indicata, in maggioranza, nelle «classi
elevate: aristocrazia, industrie, grandi proprietari terrieri, grossi

233 Ivi, pp. 15-16.


234 Ivi, p. 17.
235 Ivi, p. 18.
138
commercianti, alti funzionari ecc.» settori quindi nei quali gli
elemento «spirituali e morali» del fascismo avevano avuto scarsa
incidenza, e nei quali si trovava invece una certa «resistenza» al
Regime; una parte più esigua degli studenti proveniva invece da
«professionisti, impiegati, piccoli commercianti: media e piccola
borghesia» dunque, dove «fermentano i lieviti più nuovi ed
audaci»236; se però l’influenza negativa di tali settori poteva
essere «annullata» da una profonda azione svolta dal Partito, non
così poteva dirsi per la «perniciosa azione non fascista, afascista
ed antifascista dei professori avversi al regime»; questi infatti
esercitavano comunque un «fascino speciale» sui giovani, anche
alla luce dell’ammissione che «i professori antifascisti, se non
sono sempre in ogni caso i migliori per altezza d’ingegno, quasi
mai sono i peggiori», così come per gli assistenti, il cui
antifascismo è «in percentuale notevole»237.
Tali disagi potevano dunque essere superati mettendo la
gioventù in condizione «di credere ciecamente in qualche cosa e
di sentirsi il centro di qualche cosa»; il non aver partecipato alla
Grande guerra ed alla Rivoluzione fascista metteva infatti la
gioventù nella condizione di smarrimento, rendendola «fascista
come massa» ma non come «aristocrazia di comando». Serve
dunque «una bandiera ed un credo», che non poteva essere
semplicemente il «partito»: d’altronde ogni epoca aveva offerto
miti a cui i giovani avevano attinto, e non poteva che essere lo
stesso Mussolini, inteso come Mito «superlativo di disciplina,
come esaltazione dell’amore, come senso di letizia data alla

236 Ivi, p. 19. In tal senso va evidenziata una statistica del 1931-32
sull’origine sociale degli studenti universitari che, pur confermando la
teoria espressa da Scorza ( e che quindi la formazione universitaria con-
tinuava ad essere appannaggio delle tradizionali élite culturali ed econo-
miche), rivelava che, in confronto ai dati di venti anni prima, si era ve-
rificato un significativo spostamento all’interno delle singole categorie
professionali, espresso da una presenza molto più forte di giovani ap-
partenenti ai ceti medio bassi cfr. (ISTAT, Statistiche intellettuali, vol. 13,
Roma, 1936; cfr. in particolare la rielaborazione effettuata da M. Bar-
bagli, Op. cit., p. 193 (per l’a. a. 1911-12) e p. 206 (per l’a. a. 1931-32).
237 Ivi, p. 20
139
dedizione […], come insegnamento di vita, come fuoco di tutto
il movimento intellettuale – dalle arti alle scienza esatte – come
orifiamma di una civiltà che compiutasi nella sua struttura tenda
a superare i termini stessi della sua origine»238.
I giovani, da fascisti dovevano divenire «mussoliniani», per cui
ciascuno di loro doveva essere dotato della «coscienza» e della
«responsabilità religiosa di rappresentare una parte del pensiero
e […] la Persona stessa del Maestro – come gli Apostoli – ma
soprattutto il luminoso orgoglio di essere partecipi di una tale
missione»239. Il «Mito Mussolini» diveniva così sintesi di
«LEALTA’ – CORAGGIO – PENSIERO – LUCE –
BELLEZZA – EROISMO – ETERNITA’»240. Attraverso tale
visione dunque il fascismo era chiamato a infondere nella
gioventù, la «DISCIPLINA» e la «VOLONTA’», elementi da
unirsi in «quella che S. Ignazio chiama la IMMAGINAZIONE
CREATIVA» che avrebbe così permeato i nuovi «Missionari del
Fascismo», «ciecamente» convinti dell’arrivo di una «nuova
era»241. Le nuove generazioni dunque, pur non potendo vantare
la partecipazione ai grandi eventi del passato, in vista di una
nuova era, avrebbero avuto «l’orgoglio di combattere non solo
per difendere ciò che da altri fu conquistato, sibbene per portare
oltre i segni di una più grande conquista, alla quale legare anche il
loro nome sia pure di manovali»242
La Relazione di Scorza dunque, se metteva a nudo tutti i deficit
organizzativi dell’organizzazione, segnava però anche la presa di
coscienza della necessità, per il regime, di cambiare
completamente rotta; in tal senso vanno dunque lette le
dimissioni, nel dicembre ’31 sia di Giuriati che di Scorza ed il
conseguente inizio dell’«era Starace».

238 Ivi, p. 22.


239 Ibid.
240 Ibid. Il tenore religioso delle frasi di Scorza trovavano peraltro piena

esaltazione nella similitudine ampiamente illustrata «partito-Terra


Santa» (ivi, pp. 21-22).
241 Ivi., p. 23.
242 Ibid. Riporto in corsivo una frase aggiunta a mano al dattiloscritto,

ma di evidente grafia dello stesso Scorza.


III. La fascistizzazione di una nuova élite (1931-39)

Con l’inizio della segreteria di Achille Starace, alla guida del


Pnf dal dicembre '31 al novembre '39 e contemporaneamente e
significativamente anche segretario del Guf1, il regime entrò in
una nuova fase contrassegnata, da un lato, dall’aumento degli
sforzi diretti ad integrare sistematicamente tutta la popolazione
nel partito e nelle sue organizzazioni e, dall’altra,
dall’intensificazione del lavoro sui giovani, che doveva garantire
il reclutamento di una nuova élite politica, una classe dirigente
fascista, nata dal grembo del partito stesso2. La riapertura
illimitata delle iscrizioni al partito, in occasione del decimo
anniversario della Marcia su Roma nel 1932, condusse infatti in
brevissimo tempo ad un balzo in aventi nel numero dei tesserati
e delle adesioni alle organizzazioni del partito, ivi comprese a
quelle giovanili3.
Il processo di espansione del Pnf e delle sue organizzazioni
durante gli anni Trenta, si svolse però secondo due tendenze
distinte ed opposte. Mentre la crescita del partito procedette
all’insegna di una apoliticizzazione e burocratizzazione sempre

1 Tale decisione fu annunciata nel corso della prima riunione del nuovo
Direttorio nazionale tenutasi il 12/12/1931 (cfr. Atti del PNF, vol. I, 7
dicembre-28 ottobre, anno X, Roma, Palombi, s.d., pp. 14-15.
2 Su Starace e la sua segreteria cfr. in particolare, R. De Felice, Mussolini

il duce, I, cit., pp. 216-228; Sandro Setta, Achille Starace, in F. Cordova, a


cura di, Uomini e volti…cit., pp. 445-472; di particolare interesse le pagine
riguardanti la sua segreteria in S. Lupo, Il fascismo…cit., pp. 376-389.
3 R. De Felice, Mussolini il duce, I, cit., p. 212.
142
più evidente, lo sviluppo delle organizzazioni giovanili fu invece
accompagnato dalla ricerca di una consapevolezza politica della
mobilitazione delle «nuove» generazioni.
Destinatario e, al contempo, «motore» di tale processo era il
ceto studentesco; nonostante agli studenti fosse stato assegnato
un ruolo chiave nel reclutamento dell'élite politica, culturale e
sociale del paese, e quindi nella formazione della futura classe
dirigente, non va taciuto come, all’inizio degli anni Trenta, la
fascistizzazione delle università fossetutt’altro che completata.
Le cause all’origine di tale situazione erano molteplici e solo in
parte correttamente individuate da Scorza nella relazione del
luglio ’31. Infatti, la stabilizzazione degli anni Venti, avendo
acuito il contrasto fra le istanze rivoluzionarie del fascismo
goliardico delle origini e la politica mussoliniana dei
«compromessi», contribuì a far si che una gran parte degli
studenti rimanesse ancora completamente al di fuori del campo
d’influenza fascista.
Anche dal punto di vista numerico, il contributo dei Guf alla
fascistizzazione degli atenei si rivelò non eccezionale: se infatti
nell’a.a. 1927-28 potevano contare su 50865 iscritti, soltanto
8854 di questi erano effettivamente studenti universitari (i
restanti erano infatti studenti medi di età superiore ai 18 anni e
laureati di età inferiore ai 28 anni)4, mentre nell’estate del 1931
erano iscritti ai guf (su un totale di 56332 unità) 31631 studenti
universitari che rappresentavano i due terzi di tutti gli
universitari italiani5. Rimaneva dunque un settore della gioventù
che non entrava, nemmeno solo formalmente,
nell’organizzazione gufina. Tra i mezzi disponibili per svolgere
una accurata attività di controllo all’interno dell’Università, i Guf
si servivano peraltro di uno strumento particolare, la Milizia

4 Cfr. i dati forniti da Tracy H. Koon, Believe, Obey, Fight. Political sociali-
zation of youth in fascist Italy 1922-1943, Chapel Hill-London, University
of North Carolina Press, 1985, p. 190.
5 Cfr. la Relazione sui Fasci Giovanili di Combattimento sui Gruppi universi-

tari…cit., p. 8.
143
Universitaria6 che, istituita nel 1924 ed integrata quale unità
indipendente della MVSN proprio nel luglio 1931, comprendeva
5 legioni7, 11 coorti8 e 10 centurie9, assemblando un totale di
oltre 16 mila giovani. Grazie alla azione svolta da queste unità
paramilitari – che garantivano una istruzione militare completa
agli studenti medi e universitari esonerati dal servizio
nell’esercito – i Guf potevano praticamente fungere da «polizia
universitaria», essendo dotata la Milizia di quegli stessi poteri che
gli articoli n. 52 e n. 53 del Decreto di riforma Gentile avevano
assegnato ad uno speciale corpo di polizia interna, composto da
parte del personale stesso dell’università10. La Milizia
rappresentò il tentativo profondo operato dal regime e dai Guf
per spazzare via antiche tradizioni e consuetudini goliardiche,
pericolosamente influenti sulla mentalità degli universitari e
quindi non in grado di unificare il processo di formazione di una
classe dirigente; va peraltro detto che una delle caratteristiche
più importanti per l'élite fascista sarebbe dovuta essere proprio
l’attitudine ad essere «militi» del fascismo. Non va infatti
dimenticato che la stessa occasione che ne determinò il sorgere
era esplicitamente sottesa a tale obiettivo, quando nel 1925 la
«Sapienza» fu teatro di scontri tra i Guf e le antiche associazioni
studentesche (in particolare, come abbiamo già visto, la Chorda
Fratres), quando la contrapposizione superò, per diretta
responsabilità dei giovani fascisti, i confini del confronto
ideologico e degradò a livello di colluttazione fisica. Alla luce di
questi fatti, il Guf dell’Urbe decise la trasformazione di quelle
squadre in un gruppo di «militi», nell’intento di «mantenere lo

6 Sulla quale cfr. ACS, GUF, b. 34, f. 559, La Milizia universitaria nell’anno
IX E.F.
7 A Torino, Milano, Firenze, Roma, Napoli (cfr. ibid.).
8 A Bari, Bologna, Genova, Modena, Messina, Padova, Palermo, Trie-

ste, Parma, Pavia, Pisa (Ibid.).


9 A Catania, Cagliari, Camerino, Ferrara, Macerata, Perugia, Sassari,

Siena, Urbino, Venezia (Ibid.):


10 Cfr. J. Charitzky, Op. cit., pp. 375-376: tale «polizia» aveva lo scopo di

«mantenere l’ordine e garantire [una] pacifica attività didattica» (Ivi, p.


137).
144
stato di fatto acquisito [ossia lo scioglimento della Chorda e
l’occupazione della sede]» e di fornire agli Universitari «oltre che
un’organizzazione politica, anche una disciplina severa e fascista
che impostasse, su criteri diversi dai sorpassati, la mentalità del
goliardo»11. A questo proposito, il Guf ricevette il sotegno
dell’allora Rettore dell’Ateneo romano, Giorgio Del Vecchio, e
ben presto il primo reparto della Milizia Universitaria d’Italia si
costituì ufficialmente. La sua organizzazione s’ispirava al mondo
militare dell’Antica Roma: col crescere il numero degli aderenti,
i primordiali reparti furono infatti trasformati in coorti,
suddivise al loro interno in speciali centurie. Solo nel ’29 però,
le Milizie sorte spontaneamente in diversi Atenei, vennero
ricondotte sotto la competenza di una struttura nazionale
centralizzata: fu infatti creato un apposito Ispettorato presso il
Comando Generale della Milizia con il compito di coordinare e
dirigere tutti i reparti universitari d’Italia12, la responsabilità del
quale venne affidata a Roberto Maltini (il segretario del Guf di
cui sopra), comandante della coorte della «Sapienza».

L’avvenuto riconoscimento della organizzazione e la sua


estensione su scala nazionale, normalizzò una struttura nata
dagli entusiasmi dei «fascisti della vigilia». Ora, la Milizia
Universitaria avrebbe potuto gestire Corsi Allievi Ufficiali che
avrebbero permesso, ai giovani frequentanti, di essere inquadrati
nelle file dell’Esercito con il grado di Sottotenente13. Tale
circostanza ne aumentò però la dipendenza dalla burocrazia
militare e portò un nuovo afflusso di studenti ad aderire
volontariamente alla Milizia, tanto che nel ’31, le coorti dei
maggiori Atenei furono trasformate in Legioni. Si realizzò così

11 Cfr. Dal manipolo della Sapienza alla 4^ Legione Mussolini, in «4^ Legione
Universitaria Benito Mussolini. Numero unico edito dalla 4^ Legione
Universitaria Benito Mussolini.», Roma, 1938.
12 Ibid.
13 Sul funzionamento di tali corsi, dalla durata quadrimestrale, cfr. l’edi-

toriale a firma E. Galbiati in «Un anno di vita. 29 maggio 1939 XVIII-


29 maggio 1940 XVIII. Corte universitaria L. Boer. [presumibilmente
evocante Lemmonio Boero] Messina», Messina, 1940, pp. 2-3.
145
un’ulteriore gerarchizzazione dell’organizzazione. La Milizia fu
comunque il «braccio armato» dei Guf nell’antagonismo con la
goliardia tradizionale costituendo un’efficace sostegno nella
fascistizzazione delle università ed orientando in particolare la
sua azione verso la «bonifica» dell’ambiente studentesco dai
residui «borghesi», contro cui i Guf combattevano una strenua
battaglia.
Tra le innovazioni più importanti decise da Starace nella
gestione dei Guf, va ricordato il significativo cambio di
orientamento nei riguardi della attività svolte
dall’organizzazione in campo internazionale, settore al quale, in
precedenza (in specie sotto la guida di Scorza), era stato
assegnata un’importanza tutt’altro che primaria.
Va sottolineato che, soprattutto negli anni della gestione
Maltini (1926-30), la gestione della politica internazionale
dell’organizzazione universitaria era stata caratterizzata dal
tentativo di ottenere proprio formale riconoscimento da parte
della Confèdèration Internationale des Etudiants (CIE)14 –
organizzazione nata nel novembre del 1919 in linea con la
«puissante vague de fraternitè et de coopèration qui, dèferlant
sur le monde à la suite de la Grande Guerre, amena la fondation
de la Sociètè dea Nations»15 –; dal 1923 infatti, la rappresentante
italiana accreditata presso la Confederazione era l’Unione

14 Su cui cfr. C.I.E. XIIeme Congrès de la Confèdèration Internationale des Etu-


diants, Bruxelles, 1930, opuscolo a stampa conservato in ACS, PNF,
Segreteria amministrativa, servizi vari, serie I, Carteggio del Direttorio
e delle federazioni provinciali, (d’ora in poi ACS, PNF, servizi vari, serie
I), b. 341, f. 6.1.2, sf. «C.I.E.». Lo Statuto della CIE è invece riprodotto
in Office Central de la Confèdèration Internationale des Etudiants. Bruxelles.
C.i.e. Statuts et Règlements, Bruxelles, s.a. (in ACS, PNF, servizi vari, serie
I, b. 350, f. 6.1.29) in cui si spiegava che l’organizzazione era nata per
stabilire legami d’amicizia tra gli studenti e gli intellettuali di tutto il
mondo e per coordinare le loro attività nel settore universitario; si pro-
poneva inoltre lo studio delle questioni internazionali relativamente
all’insegnamento superiore; l’art. 5 precisava altresì che «Son action est
indèpendente de toute confession religieuse ed de tout parti politique» (il
corsivo è mio).
15 Cfr. C.I.E. XIIeme Congrès…cit., p. 9.
146
nazionale Universitaria (UNU)16 che, guidata da un
coordinamento composto da Giuseppe Bottai, Corrado Perone,
Bindo Roccioni e Spartaco Orazi, agiva secondo un evidente
orientamento politico filofascista17, tanto da stabilire forme
ufficiali di collaborazione con la Fnuf, che determinarono accese
contestazioni da parte di altre organizzazioni studentesche
universitarie e che causarono il rinvio delle Olimpiadi
Universitarie del 1926, in programma proprio a Roma18.
Alla luce di tali vicende, il Guf fu costretto ad assorbire al suo
interno l’UNU, in modo da divenire, agli occhi della CIE, l’unica
associazione studentesca italiana formalmente costituita su base
nazionale19, riuscendo così ad ottenere senza difficoltà il
riconoscimento di membro titolare della Confederazione nei
primi mesi del 192720 ed organizzando nell’estate dello stesso
anno sia le Olimpiadi universitarie21 che il IX Congresso della

16 Su cui cfr. ACS, MI, DGPS, AaGgRr, cat. G1, b. 31, f. 359, sf.
«Unione nazionale universitaria».
17 In tal senso cfr. la lettera del Prefetto di Roma alla Presidenza del

Consiglio dei Ministri, datata 19/8/1925, in ACS, PCM, 1925, f. n.


14.3.614.
18 Nell’ambito dell’organizzazione delle Olimpiadi universitarie interna-

zionali del 1926, assegnate proprio all’Unu, Giuseppe Paleologo fu no-


minato Presidente del comitato organizzatore (cfr. il comunicato della
Fnuf in ACS, MI, DGPS, AaGgRr, cat. G1, b. 31, f. 359, f. cit., A pro-
posito dell’olimpiade mondiale. Una protesta delle organizzazioni universitarie ita-
liane).
19 Cfr. su tale decisione, che «devait marquer une date importante dans

l’histoire des Gruppi», cfr. quanto descritto nella parte relativa ai Guf
dell’Annuario CIE del 1933, inviato ai Guf nel giugno 1934, in ACS,
PNF, servizi vari, serie I, b. 352, f. 6.1.36.
20 Come confermato in PNF, Foglio d’ordini, n. 28, 2/4/1927.
21 Si svolsero dal 24 agosto al 4 settembre. Cfr. ACS, PCM, 1927, f.

14.3.3273.
147
CIE22 durante il quale avvenne la nomina di Maltini stesso alla
presidenza della Confederazione23.
La partecipazione a quest’organismo comportò lo
svolgimento di ruoli e funzioni nuove per gli universitari fascisti,
i quali furono chiamati a cimentarsi in una sorta di attività
diplomatica nel tentativo di ampliare quanto più possibile lo
spazio dei Guf in ambito internazionale; in tal senso va dunque
inquadrata la costituzione, a partire dal 192724, delle «sezioni
studenti stranieri» presso i Guf locali, ed il massiccio impegno
profuso nel cosiddetto «turismo studentesco» e
nell’organizzazione dell’«Ufficio viaggi», accompagnato da «un
considerevole sviluppo» del settore.25
Nell’estate del ’30 però, la tensione all’interno della
Confederazione crebbe sensibilmente, per via della assunzione,
da parte dei membri della CIE rappresentativi Francia, Polonia
e Belgio, di una linea politica chiaramente antifascista che causò

22 Cfr. Il Congresso internazionale degli studenti a Roma, in «Il Popolo d’Ita-


lia», 19/8/1927.
23 Cfr. PNF, Foglio d’ordini, n. 34, 6/9/1927. Tutt’altro che facile fu in-

vece l’ingresso dei Guf nella Federation Universitarire Internationale


pour la Societè des Nations (FUI), dove venne applicato con maggiore
rigidità il principio della mancanza assoluta di legami con partiti politici.
I Guf furono infatti costretti ad aderire quali Gruppi Universitari Ita-
liani per la Società delle Nazioni (cfr. ACS, GUF, b. 32, f. 12, «FUI per
la Società delle Nazioni».
24 In particolare, venne modificata la norma XX dello Statuto nazionale

dei Guf prevedendo l’ammissione di «studenti stranieri, la cui simpatia


per l’Italia e per il Partito sia nota» (cfr. Nuovo Statuto dei Gruppi universi-
tari, in «Il Popolo d’Italia», 2/2/1927).
25 Cfr. il Promemoria, datato 30/12/1929, in ACS, PNF, Servizi vari, serie

I, b. 342, f. 6.1.4. Va rilevato che sull’«ufficio viaggi» i Guf continue-


ranno ad impegnarsi notevolmente, come confermato dal Promemoria
per S.E. Starace, datato 3/9/1935 in cui ne è spiegato il funzionamento
e la organizzazione; l’ufficio serviva a regolare le «agevolazioni di ta-
riffa» riservate ai Guf per gli spostamenti, seguiva lo svolgimenti dei
«viaggi in Italia di studenti stranieri» e dei «viaggi all’estero di goliardi
italiani»; provvedeva inoltre ad organizzare i «viaggi di scambio» con
organizzazioni giovanili di altri Paesi (ibid.).
148
l’inevitabile al ritiro della delegazione italiana che, come ricorda
Maltini, concordò il momentaneo abbandono con i colleghi
tedeschi26.
Fu così che i Guf, e Maltini in particolare, iniziarono a pensare
alla costituzione di una nuova organizzazione internazionale,
con finalità orientate più al settore sportivo e turistico, a cui
assicuravano l’adesione i giovani di Germania, Austria, di alcuni
Stati Baltici e Scandinavi, Ungheria, Bulgheria, Turchia, Grecia,
Egitto, Polonia, Stati Uniti, Inghilterra e persino alcuni
simpatizzanti francesi»27; tale idea sarebbe rimasta inattuata con
l’arrivo alla segreteria dei Guf di Carlo Scorza il quale, d’accordo
con Giuriati, puntò decisamente alla caratterizzazione in senso
fascista della partecipazione gufina agli organismi internazionali,
specificando anzi che «nessuna attività speciale o sezione
particolare esistono presso i Guf che non siano animate da fede
fascista e che non sentano l’alto orgoglio di dimostrarlo»28, pur
decidendo di prendere parte ai Congressi, mantenendo però «un
rigido contegno fascista», mostrando distacco formale in ogni
occasione e riuscendo ad ottenere «importantissimi posti nel
Consiglio della Confederazione»29.
La gestione «internazionale» di Scorza, una volta dimessosi
dalla Segreteria dei Guf, venne decisamente criticata da Maltini
il quale evidenziò a Starace il «diminuito prestigio dei GUF nella
situazione internazionale», risultato della evidente
incomprensione «dei diversi problemi» da parte del gerarca di

26 Cfr. Lettera di Maltini a Starace, datata 30/4/1932 in ACS, PNF,


Servizi Vari, serie I, b. 349, f. 6.1.24.
27 Ibid.
28 Brano della lettera di Scorza a Jean Dupuy (Presidente della FUI),

datata 27/2/1931 (cfr. ACS, GUF, b. 32, f. 12, «FUI per la Società delle
Nazioni»).
29 Cfr. la breve relazione datata 26/9/1931 I Gruppi universitari fascisti

nell’anno IX E.F,, in ACS, GUF, b. 34, f. 559. Si riferisce inoltre della


avvenuta costituzione di Gruppi di universitari fascisti (che vivevano
ancora però «di vita anemica») a Parigi, Vienna e Friburgo, «appoggiati
ai Fasci all’Estero»; è annunciata la prossima costituzione di Guf a Lo-
sanna, Zurigo, Lione, Bucarest, Tunisi e Barcellona (Ibid.).
149
Paola e dalle frequenti «gaffes madornali» di cui si era reso
protagonista30.

Con Starace segretario si tornò invece ad incoraggiare i


rapporti con l’estero dei Guf, ritenendo utile l’incontro dei
giovani fascisti con i coetanei di altri paesi, e mirando a
sviluppare la conoscenza e la diffusione fuori d’Italia della
«dottrina fascista», aspetto questo fondamentale negli anni
Trenta alla luce delle potenziali valenze universali del fascismo.
Nel gennaio ’32 si tenne a Parigi la riunione del Comitato
esecutivo della CIE a cui prese parte, in rappresentanza
dell’Italia, Dino Gardini, il quale riferì a Starace sull’andamento
dei lavori31 rilevando che «la giovinezza universitaria di tutto il
mondo» si mostrava «stanca dei vecchi dirigenti, delle vecchie
formule e delle superate correnti politiche ed ideologiche»; ad
avviso di Gardini era dunque possibile «incanalare queste masse
universitarie […] secondo le linee tracciate dalla Rivoluzione
fascista» realizzando così «quell’ideale di espansione spirituale ed
imperialistica oltre i confini, che è una delle più luminose ed
ambite aspirazioni del fascismo»32; la gioventù universitaria
fascista poteva dunque divenire l'élite studentesca a livello
intrenazionale, «facendo leva sul proprio prestigio di
organizzazione ovunque conosciuta e stimata […] e sulla forza
della nuova idea che può offrire finalmente alla giovinezza di
tutto il mondo la meta ansiosamente cercata»33.
Dall’idea dei primi anni del regime di forgiare un «nuovo
goliardo», passando per l’ambizione di plasmare il «nuovo
italiano» della seconda metà degli anni ‘20, gli universitari fascisti
arrivavano dunque a teorizzare, attraverso l’attività in campo
internazionale degli ’30, di poter «plasmare la giovinezza

30 Cfr. Lettera di Maltini a Starace, datata 30/4/1932, cit.


31 Il rapporto di Dino Gardini è in ACS, PNF, Servizi vari, serie I, b.
348, f. 6.1.18.
32 Ibid.
33 Ibid.
150
universitaria di tutto il mondo», ossia «i quadri futuri dei popoli
e degli Stati»34.

Al di là del al mutamento di indirizzo nelle relazioni


internazionali, Starace operò in profondità nel modificare la
struttura stessa dei Guf, attivando uno stile nuovo e dotandoli
di un nuovo strumento per nuove ed accresciute funzioni.
D’altronde, era questo che si aspettava dal suo arrivo alla
segreteria, secondo quanto scriveva nel suo «diario della
memoria», un attento ed acuto osservatore quale l’allora
ventenne Fidia Gambetti:

Ogni gerarca, grosso, medio o piccolo, si forma il suo clan di devoti


e fedeli gregari, collaboratori, amici, clienti normalmente originari
della stessa regione, provincia città, paese. Quando Turati era alla
segreteria del partito, intorno a lui non si sentivano che inflessioni
dialettali bresciane. Arpinati e Balbo si circondano solo, come una
guardia del corpo, di fidati bolognesi-romagnoli e ferraresi-
romagnoli. Così, ogni cambio della guardia, migrazioni regionali a
parte, nonostante l’idilliaco spirito di cameratismo che trasuda dai
comunicati per la stampa, comporta immancabilmente la
palingenesi dei quadri organizzativi, dai più delicati e responsabili
settori fino alla dattilografa, all’usciere, al fattorino, allo chauffer. Il
clan del gerarca di oggi fa correre la voce che il clan del gerarca di
ieri era formato da disonesti e incapaci, quello del gerarca di
domani farà altrettanto con quello del gerarca di oggi; e così via.
Vedremo cosa ci riserva l’era, appena iniziata, di Starace Achille. 35

34 Ibid. La stessa tematica è trattata in un Pro-memoria per S.E. il Capo del


Governo, datato 8/12/1933: le parole utilizzate sono sorprendentemente
simili a quelle usate nel ’32 (si fa riferimento a giovani «stanchi ed in-
sofferenti di fronte al malinconico spettacolo del decadimento degli uo-
mini e delle istituzioni del passato» e viene preconizzata una «adunata»,
da svolgersi a Roma, Littoria e Sabaudia, per realizzare «un piano con-
creto per riunire stabilmente coloro che potranno diventare i futuri di-
rigenti delle Nazioni straniere, in una organizzazione fascista, che po-
trebbe costituire il terreno sperimentale per una più vasta azione poli-
tico fascista» (ibid.).
35 F. Gambetti, Gli anni che scottano. Il primo lungo viaggio dentro il fascismo,

Milano, Mursia, 1967, p. 175.


151

Si tratta di considerazioni ammantate di una palpabile


delusione, quasi che alla «rivoluzione» promessa si sostituisse
una inattesa «routine» del regime in cui una classe dirigente,
niente affatto nuova, si autoriproduceva, vanificando in modo
inesorabile le speranze delle giovani generazioni.
Se Scorza aveva immaginato di coinvolgere a pieno la gioventù
universitaria mediante il conferimento ad essa di un «mito» in
cui credere e riconoscersi, Achille Starace tentò di risolvere il
problema, rovesciandolo, allargando cioè la gamma di compiti e
funzioni assegnate ai Guf e modificando, in modo profondo, la
natura stessa dell’organizzazione; è interessante in tal senso
leggere quanto scriveva l’allora segretario del Guf romano
Fulvio Gerardi riferendo delle numerose attribuzioni del suo
Gruppo; siamo nel nell’ottobre del 1939, all’approssimarsi della
fine dell’esperienza staraciana:

Con queste ultime attività vivificate dall’entusiasmo e dalla


passione il Guf ha completato la sua attrezzatura per assolvere
la sua funzione educativa. I Littoriali dello sport, della cultura e
dell’arte, del lavoro, sezioni Laureati e Diplomati, sezioni
stranieri, stampa e propaganda, inquadramento, assistenza,
sezioni coloniali, Corsi di Preparazione politica, sezioni navali,
centri di mobilitazione civile, sono questi i cardini dei Guf, e per
mezzo di essi il giovane viene formato spiritualmente,
politicamente e intellettualmente nella maniera più totalitaria.36

Da questo rapporto emerge in modo chiaro l’enorme mole di


attività che arrivò a svolgere l’organizzazione posta sotto il
diretto controllo di Starace, il quale si rivolse in modo particolare
a due ambiti, strettamente connessi con il tema della formazione
di una nuova classe dirigente: la formazione (sia da un punto di
vista dell’«educazione» che da quello «politico-ideologico») e
l’avviamento alle «professioni».

36Fulvio Gerardi, Funzione del fascismo universitario, in «Roma fascista»,


27/10/1939.
152
Per supportare un così ambizioso progetto, il Guf aveva però
bisogno di una struttura forte che potesse contare su un più
vasto bacino di giovani; venne perciò implementato il livello di
controllo sulla periferia attraverso la specificazione di dettagliate
competenze e responsabilità monitorando costantemente la
«forza» dei singoli gruppi37; conseguentemente avvenne un
graduale ma sensibile processo di burocratizzazione
dell’organizzazione – per via, ovviamente, delle aumentate
funzioni38 – e si fece sempre più pressante la necessità di fondi
coi quali finanziare la struttura39.
Se i Guf dovevano essere i principali realizzatori, e
protagonisti attivi, di quel «largo ai giovani»40 annunciato da
Mussolini nel decennale della Marcia su Roma – che avrebbe
dovuto favorire un più sollecito avvicendamento nelle cariche
direttive –, era però necessario mitigare quel senso di stanchezza
e delusione che iniziava a diffondersi nella gioventù intellettuale
fascista, rivalutando i contenuti stessi dell’adesione
all’organizzazione, che doveva trasformarsi da meramente
formale a più consapevolmente entusiastica. Starace, anche alla
luce di quanto avvenuto negli anni precedenti, comprese tale
esigenza ed orientò l’attività gufina nel senso di una attivazione
delle energie intellettuali della «gioventù studiosa» da incanalare
però verso obiettivi politici strategicamente scelti dal regime

37 In tal senso cfr. rispettivamente la Circolare datata 11/11/1932 che


stabiliva un sistema di tesseramento e di registrazione assai articolato
(in Atti del PNF, vol. II, 29 ottobre-28 ottobre anno XI, Roma, Pa-
lombi, s.d., pp. 86-87) e la Circolare n. 3 datata 14/11/1934 (Ivi, vol. IV,
29 ottobre-28 ottobre anno XIII, p. 536).
38 Come dettagliatamente illustrato dallo schema in Vita dei GUF negli

anni XVI-XVII, Roma, Segreteria dei GUF, 1940, pp. 148-149.


39 Si vedano, ad esempio, i due bilanci preventivi dell’anno XI (redatto

nel novembre ’32) e quello dell’anno XIX (redatto nell’aprile ’41), dai
quali risulta, come ha spiegato la Garzarelli (Op. cit., p. 1140) che «in
meno di dieci anni il costo dell’organizzazione universitaria fascista de-
cuplicò in valore nominale e sestuplicò in valore reale».
40 Cfr. B. Mussolini, Primo discorso per il decennale, in Id., Opera Omnia, cit.,

vol. XXV, pp. 134-136.


153
stesso41: tra questi, l’insistenza sulla formazione della nuova élite
fascista, rispondeva ad una duplice esigenza: stimolare i giovani
a partecipare con rinnovata intensità alle attività del regime, ed
incentivare la loro «intima» ricerca di una fede più salda nel nei
principi del regime.
In tal senso dunque, attraverso la rigida centralizzazione di cui
abbiamo riferito, il Guf centrale operò una rigida omologazione
delle diffuse realtà periferiche, alle sue direttive, in seguito alla
quale – anche e soprattutto dal punto di vista politico-ideologico
e culturale – le iniziative assunte e promosse dai vari Gruppi si
inquadrarono in un piano elaborato a livello nazionale, che
mortificava quindi le istanze di «libertà di discussione» che,
apparentemente, il regime voleva mostrare di accogliere42.
Tra le prime iniziative promosse da Starace in tale direzione,
va segnalata la costituzione di un «sezione giovanile» presso i
vari Istituti fascisti di cultura43, nella intenzione di «portare il
maggior numero possibile di universitari alla discussione»
sempre però sotto la direzione di professori universitari e
personalità politiche e su specifici argomenti inerenti alle
istituzioni del Regime; a tale relazione doveva seguire una

41 B. Garzarelli, Op. cit., p. 1144 parla al tal proposito di «mobilitazione


delle menti».
42 Su questi aspetti della politica staraciana cfr. R. De Felice, Mussolini il

duce, I, cit., pp. 220-221, secondo il quale «Il segretariato di Starace ap-
pare caratterizzato […] per fare del partito il luogo-strumento nel quale
e attraverso il quale doveva completarsi l’educazione morale e politica
delle nuove generazioni e, quindi realizzarsi concretamente la forma-
zione dei nuovi quadri del regime, della nuova classe dirigente fascista,
cioè»; tali funzioni furono però esercitate in «una prospettiva burocra-
tico-militaresca che non andava al di là del mero momento organizza-
tivo, inteso praticamente solo come strumento di centralizzazione, di
rigido controllo gerarchico di tutto e di tutti e di pianificazione dall’alto
di una «disciplinata» partecipazione […]» (Ibid.).
43 Su cui cfr. G. Longo, L’Istituto nazionale fascista di cultura durante la pre-

sidenza di Giovanni Gentile, in «Storia contemporanea», 1992, n. 2, pp.


181.282 (pp. 246-252) ora in Ead., L’Istituto nazionale fascista di cultura.
Gli intellettuali tra partito e regime, con Presentazione di Francesco Perfetti,
Roma, Antonio Pellicani Editore, 2000, pp. 112-122.
154
discussione «libera con contraddittorio»44; benché tale iniziativa
fu coronata da scarso successo45, essa era comunque esplicativa
del tipo di azione che Starace avrebbe promosso: l’invito alla
discussione, l’incentivazione della redazione di articoli46, la
partecipazione a concorsi culturali a premio su tematiche
proposte dalla segreteria del Pnf47, le conferenze organizzate
sulla base di un modello che prevedeva il dibattito conclusivo
tra i giovani, rappresentarono infatti le linee di attività seguite in
modo pressoché uniforme da ogni gruppo universitario, come
peraltro confermato dalle relazioni dei primi mesi del 1933 dei
responsabili dei vari Guf i quali, sollecitati in tal senso dal
vicesegretario nazionale Giovanni Poli48, descrissero
puntualmente lo stato e le attività delle rispettive sezioni
culturali; da questi «rapporti» emergeva uno squilibrio ed una
eterogeneità di situazioni, rivelando casi in cui la sezione
culturale era addirittura del tutto mancante49 fino ad arrivare al
Guf di Milano in cui era pienamente funzionante una autonoma
sezione nella Scuola di Mistica fascista50. Il resoconto sulle

44 Vita degli Istituti fascisti di cultura, a cura di F. Di Stefano, in «Educa-


zione fascista», gennaio 1933, pp. 74-75.
45 Chiara in tal senso è la Relazione di Salvatore Valitutti al IV Rapporto

nazionale degli istituti fascisti di cultura (Palermo, maggio 1935) su cui cfr.
G. Longo, Op. cit., pp. 118-120.
46 Cfr. PNF, Foglio di disposizioni, 4/6/1933 in cui si chiede ai segretari

dei Guf la segnalazione di articoli di giovani universitari fascisti merite-


voli della pubblicazione sui più importanti quotidiani italiani.
47 È il caso di una serie di premi e borse di studio tra cui si ricordano i

concorsi indetti da «Gioventù fascista» (cfr. la circolare datata


19/1/1934 cit. in Atti del PNF, vol. II, cit. p. 60), da «Libro e Mo-
schetto» (ivi, ma vol. III, pp. 90-91), le borse di studio «Arnaldo Mus-
solini» (ivi, vol. II, p. 54).
48 Cfr. le lettere di Poli datate 17/1/1933 e 7/4/1933 in ACS, PNF,

servizi vari, serie I, b. 349, f. 6.1.25.


49 Era il caso dei Guf di Alessandria, Arezzo, Nuoro, Parma e Potenza.
50 Fondata nel 1930 e diretta dal giovane Niccolò Giani (nato nel 1909

e morto in guerra nel 1941), raccoglieva i giovani del Guf di Milano per
«rifondare ex novo, al di là di ogni compromesso col tramontato mondo
liberale, una concezione globale fascista di vita proposta nel suo nucleo
155
attività svolte mostra invece chiaramente la loro omogeneità
progettuale (i temi affrontati ed il tipo di relatori erano costanti)
e strutturale, basandosi generalmente sul sistema delle
conferenze e dei dibattiti guidati51: era proprio questa la linea
dettata da Roma, che spingeva affinché fossero sempre più
intensificate le riunioni e gli interventi dei giovani, «sulla base di
succinte relazioni di argomento vario ma particolarmente adatto
alle discussioni […] preparate a turno dagli stessi universitari
[…] concluse da un conoscitore dell’argomento di sicura fede
fascista52.
Dopo quattro anni di intenso lavoro, quando nel febbraio ’35
Starace avrebbe svolto la relazione di apertura della sessione
invernale del Gran Consiglio53, poteva così annunciare che
«oltre un milione di giovani, dai 18 ai 21 anni, il 90 per cento
cioè del totale, sono inquadrati nei Gruppi dei Fascisti
Universitari e nei Fasci giovanili di combattimento»54; si trattava
di giovani che, all’epoca della Marcia su Roma aveva «dai 4 ai 7
anni» e che portavano «nel fisico, ma ancor più nello spirito […]
l’impronta del tempo di MUSSOLINI […] materiale umano –
quindi – ottimo sotto ogni rapporto», la cui preparazione
politica avveniva mediante «corsi» ancora «nella fase
sperimentale», ma che avrebbero raggiunto presto «il giusto
grado di perfezionamento», contribuendo all’inserimento dei
«giovani nella vita del Regime, per modo di stabilire una perfetta
saldatura, fra la generazione della Guerra e della marcia su

più puro e più autentico» (cfr. Daniele Marchesini, La scuola dei gerarchi.
Mistica fascista: storia, problemi, istituzioni, Milano, Feltrinelli, 1976). Sulla
pregnanza del significato della sede scelta per la Scuola (il «covo» di via
Paolo da Cannobio) cfr. ACS, PNF, Servizi vari, serie I, b. 358, f. 6.1.69
51 Cfr. la Circolare datata 24/1/1933 in ACS, GUF, b. 46.
52 Cfr. la lettera di Poli al segretario del Guf di Ragusa Carmelo Mar-

ziano, datata 24/1/1933 (ACS, PNF, servizi vari, serie I, b. 349, f.


6.1.25.).
53 Cfr. P.N.F., Sessione invernale del Gran Consiglio del Fascismo 14-15-16

febbraio 1935 – XIII E.F. Relazione del Segretario, in ACS, CR, b. 31 «Gran
Consiglio», sf. 13. 1935, ins. A.
54 Ivi, p. 18.
156
Roma»55; Starace poteva dunque annunciare il ringiovanimemto
del partito, con il relativo collocamento dei giovani ai «posti di
comando di carattere politico» mentre i «veterani» venivano
destinati ai settori «di carattere amministrativo» per «determinare
quel clima fascista indispensabile, in ambienti e settori
importantissimi, dove lo slancio rivoluzionario» rischiava di
essere rallentato «da freni occulti o da resistenze tradizionali»56.

Il taglio dato all’organizzazione del settore culturale dei Guf


agli inizi degli anni Trenta, rappresenta senza dubbio il preludio
naturale dei «Littoriali della cultura e dell’arte» che si svolsero
per la prima volta a Firenze nella primavera del 1934; non appare
infatti del tutto condivisibile la linea interpretativa per cui «l’idea
dei Littoriali» fosse da attribuirsi esclusivamente ad Alessandro
Pavolini, direttamente ispirato da Bottai57, in polemica
quest’ultimo con la linea burocratica del partito»58; a nostro
avviso infatti, l’orientamento perseguito sin dagli esordi dal
partito di Starace nella politica giovanile non poteva non
contemplare, anche in maniera inconsapevole, l’esito dei
littoriali – o di qualcosa di analogo –; in tale ottica non va
sottovalutata, per esempio, l’organizzazione dei «Littoriali della
cultura» del 1933 – da non confondersi, nè per natura nè per
finalità, con quelli ben più celebri degli anni successivi –, che
rappresentò un episodio fondamentale per la maturazione del
convincimento dell’opportunità di una manifestazione
nazionale giovanile: la riuscita dell’iniziativa del ’33 – che si
basava su un concorso bandito dalla segreteria Guf e dalle

55 Ivi, p. 19.
56 Ivi, p. 39.
57 Cfr. in tal senso Ugoberto Alfassio Grimaldi – Marina Addis Saba,

Cultura a passo romano. Storia e strategia dei Littoriali della cultura e dell’arte,
Milano, Feltrinelli, 1983, p. 35 i quali si basano su quanto dichiarato da
Vittorio Zincone, «Littore» nel 1935 a Roma per una monografia sul
«salario corporativo», in Brevi memorie di un littore, in «Risorgimento Li-
berale», 13/4/1947. Sui Littoriali cfr. inoltre Giovanni Lazzari, I Litto-
riali della cultura e dell’arte, Napoli, Liguori, 1979.
58 Ivi, p. 90.
157
Confederazioni sindacali59 – indusse il partito a ritenerne utile la
prosecuzione e la riproposizione, sotto altre forme e con un ben
più gravoso impegno organizzativo, allestendo quindi, un anno
dopo, i «Littoriali della cultura e dell’arte», nella direzione
peraltro proposta dalla commissione giudicatrice del concorso
del ‘3360.
La decisione di organizzare i Littoriali faceva parte di un
percorso coerente nella strategia staraciana anche se la
discussione che li aveva preceduti – e che li avrebbe seguiti –
aveva visto in «Critica fascista» l’elemento principale di stimolo
ed impulso, coinvolgendo più in generale, un settore assai ampio
dell’intellettualità fascista, giovanile e non, che aveva una
concezione del progetto di fascistizzazione delle giovani
generazioni e, soprattutto, della futura «classe dirigente»,
tutt’altro che omologabile sia a quello del gruppo bottaiano che
a quello staraciano.
Nel 1931, Camillo Pellizzi osservando il ritardo nel ricambio,
nella formazione e nella creazione della élite fascista61, aveva
posto l’accento sui «metodi» fino ad allora seguiti dal regime, che
aveva educato i giovani «a non dubitare e non discutere»,
causando in loro la mancanza sia del carattere che
dell’allenamento necessari a «pensare da sé», chiusi in un
«atteggiamento tra l’abulico e l’ipocrita dentro una esteriore
disciplina»; perciò Pellizzi aveva proposto una nuova forma di
educazione dei giovani «agitando apertamente davanti a loro, e
in loro, i problemi della realtà»; in tale ottica riteneva dunque
opportuno non imporre «soltanto formule convenzionali e
forme esteriori» ma stimolare «un intenso e vivace moto, del

59 Ogni Confederazione sindacale aveva proposto un argomento su cui


i concorrenti erano chiamati a svolgere un «tema»; la valutazione di que-
sti lavori fu esaminata da una commissione composta, oltre che dai di-
versi rappresentanti delle Confederazioni, da Santi Romano (per il Mi-
nistero delle Corporazioni) e da Salvatore Gatto (per i Guf). Cfr. la Cir-
colare datata 25/4/1933 in Atti del PNF, vol. II, cit., pp. 64-67.
60 Ibid.
61 C. Pellizzi, Lettera con vari ragionamenti, in «Il Selvaggio», 39/10/1931.
158
tutto scoperto, di idee»62. L’interessante analisi di Pellizzi, e la
non casuale sottolineatura sul «carattere», è paradigmatica di un
modo, piuttosto ricorrente nei prima anni trenta, di affrontare il
problema dei giovani e delle nuove élite in una prospettiva
semplificata e semplificante che spostava i termini della
questione dalla necessità della creazione di una classe dirigente
preparata e competente, alla opportunità di educare i futuri dirigenti
– futuri in virtù del dato anagrafico – in termini «sentimentali»,
«caratteriali», «spirituali», «esperienziali», «morali»; secondo tale
impostazione, che si avvaleva come principio base della
differenziazione generazionale tra la potenziale e la affettiva
classe dirigente, i giovani chiamati ad incarnare il fascismo negli
anni seguenti, non dovevano essere vagliati e selezionati
secondo criteri oggettivi (competenza, tecnica, abilita, capacità
politiche ecc.) – ritenuti necessari ma non sufficienti – bensì per
certe difficilmente definibili prerogative caratteriali e
comportamentali che variavano a seconda di chi interveniva
sull’argomento; così, ad esempio, Berto Ricci detestava certi
giovani «troppo ortodossi» o «troppo unisoni» al Regime per
poter rappresentare realmente una classe dirigente63:

[…] tutti i fedelissimi interpreti del fascismo, quelli che non


deviano d’un centimetro, che non sono buoni a spiccicar parola
senza ripetere venti volte e generazioni e realizzazioni e le mete e
il superare e tutto il resto del monotono disco di vecchia
conoscenza, ci sembrano sì buoni fascisti ma anche
spaventosamente insignificanti.64

Analogamente, Mino Maccari avrebbe preso di mira quei


«giovani ligi, ossequienti, rispettosi»65, che «ubbidiscono senza
capire», dei quali, nei fasci e nelle federazioni, molti gerarchi
«forse per amor di pace amano circondarsi», assegnando loro

62 Ibid.
63 Berto Ricci, Avvisi, in «L’Universale», maggio 1932, riprodotto in Id.,
Avvisi, Firenze, 1943, pp. 55ss.
64 Ibid.
65 Il Lisca [Mino Maccari], Tiro vandalico, in «Il Selvaggio», 30/5/1931.
159
funzioni direttive; si trattava dei cosiddetti «bravi ragazzi» che
prendevano «il posto ai migliori», figli di «certa borghesia,
massonica, ebraica, democratica, industriale» che attraverso di
loro cercava «di penetrare nel fascismo per abbassarne il tono»66;
il «ronzio fastidioso»67 rappresentato dal «problema dei giovani»
e della nuova classe dirigente, andava, nel giudizio del direttore
del «Selvaggio», risolto in termini «di fusione e di educazione»68
delle nuove generazioni nel fascismo, opera per la quale i Guf si
erano rivelati «insufficienti» in quanto «ridotti a semplici organi
amministrativi» anziché «centri di formazione politica,
completamente liberi dal Partito, dove potesse fermentare la
nuova Italia»69.
Dalle colonne del «Secolo fascista» di Fanelli veniva altresì
sostenuto che l’educazione «al comando» per il giovane, non
poteva che consistere nel bagaglio di esperienze, anche spirituali,
che aveva accumulato nel «complesso della vita» che egli aveva
vissuto70; non bastava dunque formare i futuri dirigenti
attraverso lo studio e la preparazione tecnica, che pure
rimanevano condizioni fondamentali in quanto forme di
«disciplina» morale: «colui che adempie ad una funzione direttiva
è qualcosa di diverso dal laureato e dal professionista; deve
possedere certe qualità che non si apprendono con lo studio e neppure con
l’intelligenza»71; servivano uomini «reali, generosi», ai quali
affidare «l’enorme materiale morale e materiale creato dal
fascismo», e quindi dotati di un’«esperienza» che non si acquisiva
negli anni di studio nè tanto meno «nelle organizzazioni varie
nelle quali tra parate, esercitazioni e manifestazioni si impara
[…] una disciplina formale che non è ancora trasfusa
nell’individuo»72. L’esperienza, invocata dal redattore del
«Secolo fascista», era dunque «morale», era «attesa»,

66 Ibid.
67 Litterator [M. Maccari], Urgenze, in «Il Selvaggio», 15/9/32.
68 Gazzettino Ufficiale. Giovani, in «Il Selvaggio», 30/12/1931.
69 Welso Mucci, Diario di un giovane, in «Il Selvaggio», 15/10/1931.
70 G. N. Serventi, I giovani al comando, in «Il Secolo fascista», 15/11/1932.
71 Ibid. Il corsivo è mio.
72 Ibid.
160
«preparazione alle difficoltà della vita», «mostrare tutta la possa
del proprio spirito»; il tutto attraverso l’applicazione, nella
pratica quotidiana, di una disciplina destinata altrimenti a
rimanere mera teoria73; era dunque necessario «fin da bambini
abituarsi al combattimento e alla lotta»74 per far si che
l’educazione fascista divenisse «educazione per la lotta, per
l’obbedienza ma anche per il comando»75.
In tale ottica, secondo Ugo Indrio, quanti intendevano «far da
maestri» alla gioventù dovevano perciò essere «uomini di
cervello e di cuore, costruttori e non revisori, intransigenti e non
conciliatori», uomini – insomma – dotati di «spirito
rivoluzionario»76; perciò, se pure si ravvisava la Necessità di una
«élite» nuova, questa doveva essere composta da «giovani seri
che, oltre a fare dello sport e del goliardismo» avessero «vissuto
la vita dello spirito», con «i nervi tesi», disponibili a lottare per
un’idea, anche combattendo tra loro «con serenità e
convinzione»77.
Una porzione significativa di quanti dibatterono il tema della
nuova élite non mancò di ironizzare e di avventarsi contro il
gruppo bottaiano, come abitualmente riscontrabile negli articoli
pubblicati su «L’Italia vivente» di Sandro De Feo: è il caso di
Virginio Lilli78 il quale irrideva i giovani appartenenti a quei
«cenacoletti delle idee […] tagliati fuori dalla vita quotidiana»,
«giovani per antonomasia», che vivevano nella vana «febbrile
attesa» della scoperta del candidato giusto, il «giovane promesso
[…], la perla, la mosca bianca, il messia, il profeta, l’iniziato»
chiamato a rappresentare la nuova élite; piuttosto che isolarsi a

73 Ibid.
74 Walter Prosperetti, Esigenze dei giovani, in «Il Secolo fascista»,
15/10/1932.
75 Ibid.
76 U. Indrio, Si chiedono dei costruttori non dei revisori, in «Il Secolo fascista»,

1/5/1933.
77 Virgilio Irmici, la Necessità di un «élite», in «Il Secolo fascista»,

15/6/1933.
78 Virgilio Lilli, Il cosiddetto problema dei giovani, in «L’Italia vivente», 15-

31/8/1932.
161
«costruire degli irreali conclavi permanenti» essi avrebbero
dovuto invece, proseguiva stizzito, «aderire alla vita grezza di
tutti i giorni» per farsi uno stile, per nutrire le proprie idee79. Al
centro dell’attacco erano ovviamente anche i Guf: secondo
Domenico Meccoli, una classe dirigente non poteva emergere
da quegli «studenti minimi»80 amanti del «variopinto cappello a
punta […] come aggeggio indispensabile d’ogni gazzarra,
segnacolo di giovinezza e mallevadore di tutte le futilità»; serviva
invece guadagnare il «senso universale della vita» in quanto il
periodo universitario non rappresentava altro che «un episodio
nella vita del fascista»81.
Anche per Bruno Spampanato82 il problema della classe
dirigente non era altro che «un luogo comune in sede retorica»;
piuttosto che dalla selezione tra i giovani gufini, una vera,
autenticamente fascista, classe dirigente non poteva che essere
tratta da quegli

[…] uomini nel senso intero della parola, provati da tutte le prove,
precocemente segnati dal tormento della lotta, conservatisi giovani
per la segreta speranza dell’avvenire, passati nelle battaglie, maturi
a comandare perché abituati ad obbedire, preparati e completi:
uomini ci vogliono ai ranghi direttivi del Regime83

Per Spampanato, una classe dirigente realmente


rappresentativa doveva essere

un’aristocrazia scaturente dal movimento di affinameto e di


selezione delle generazioni che con moto uniforme costante,
attraverso l’esperienza e la lotta, si avvicinano a gradi sempre più
completi di perfezione morale e politica, e che proprio nelle élites,

79 Ibid.
80 Domenico Meccoli, Fascista universitario, in «L’Italia vivente»,
10/3/1934.
81 Ibid.
82 Bruno Spampanato, Avvertenze sul problema dei giovani, in «Rinnova-

mento», 1934, pp. 86-89.


83 Ivi, p. 86.
162
cioè nelle aristocrazie, riassumono il meglio delle loro energie
vitali.84

È evidente che tali posizioni erano in evidente contrasto con


la linea bottaiana, secondo cui, come esplicitato da Domenico
Montalto, i giovani andavano invece messi alla prova, testati:
«bisogna che essi non abbiano tempo per oziare. […] Chiamati
ad operare, sbaglieranno e ciò sarà in definitiva un bene.
Sbagliando si correggeranno»85. Per «Critica fascista» si
dovevano quindi «determinare le condizioni necessarie» per
rendere attuabile il principio per cui «chi può, chi sa, chi vale si
faccia strada da sé»86; ciò nonostante gli interventi pubblicati
sulla rivista diretta dall’intellettuale romano tentavano di
mantenere costante l’equilibrio tra lo «spianare la via» ai giovani
e l’ammonizione ad essi a non presumere eccessivamente da sé.
In tema di classe dirigente, il regime avrebbe dunque dovuto
compiere un serio investimento – come suggeriva Luciano
Ingianni87 – soprattutto in provincia, «vivaio di efficienti
energie», onde impedire quelle «cristallizzazioni» che potessero
«irretire» l’attività dei giovani meglio preparati, impedendone
«l’ascesa ai posti di comando»; una sana politica di rinnovamento
avrebbe inoltre prodotto l’opportuno smantellamento di
«qualche torre d’avorio in cui stanno trincerati, come in fortilizi,
veri e propri consorzi organizzati di mediocrità»88.
Va comunque rilevato che, nel giudizio di «Critica fascista»,
«fare strada» ai giovani non significava consentire ad ogni loro
impazienza. Ed ecco perciò, tra gli incoraggiamenti, frequenti e
talora sferzanti le ammonizioni, che, in qualche caso,

84 Ivi, p. 88. Il corsivo è mio.


85 Domenico Montalto, L’avvenire; contributo al problema dei giovani, in «Cri-
tica fascista», 15/2/1930.
86 Domenico Montalto, La libertà e i giovani, in «Critica fascista»,

15/8/1929.
87 Luciano Ingianni, I giovani nella Rivoluzione fascista, in «Critica fascista»,

1/9/1929.
88 Ibid.
163
spuntavano fin dai titoli degli articoli89. Si riscontrava infatti
troppo frequentemente la presenza di giovani che

Appena conquistata una poltrona provvedono d’urgenza a far cucire


il fondo dei pantaloni alla fodera dell’imbottitura e ormai chi li
stacca è bravo, bisognerebbe portarli via in mutande. La giovinezza
ha durata meno della fiammella d’un cerino, non conta: la carriera è
sicura e offre dei miraggi ben più luminosi90

La critica al «carrierismo» veniva avanzata decisamente dalla


rivista di Bottai, inserendosi nel filone della polemica
antiborghese che avrebbe permeato la riflessione di larga parte
dei giovani fascisti e che, dal punto di vista della selezione di una
nuova élite, avrebbe giocato un ruolo non secondario.
Se infatti, dal punto di vista della creazione di una nuova classe
dirigente, era possibile riscontrare diffuse critiche «anti-gufine»
– ovvero, più in generale, «anti-giovanilistiche» ed «anti-
universitarie» – non deve escludersi che tali giudizi vadano
contestualizzati nella operazione ideologica antiborghese quale
Mussolini andava delineando sin dalla fine degli anni Venti.
Come abbiamo riferito, gli universitari erano praticamente
provenienti quasi totalmente dalla borghesia e tale provenienza
sociale li rendeva – agli occhi dei più critici – potenzialmente
aggredibili dalla naturale influenza dell’ambiente sociale di
appartenenza. In virtù di tale polemica, il concetto di «classe»
veniva sostituito con quello, apparentemente generico, ma
fissato su rigorose norme comportamentali, dall’idea di una vera
e propria tipologia umana: così che l’essere «borghese» o
«proletario» non dipendeva dunque dalle condizioni di vita reali
o dalla collocazione sociale ed economica, quanto piuttosto dai
valori, di cui ogni individuo si faceva depositario, della mentalità,
dell’agire e del pensare quotidiano che ne scaturivano. Si
trattava, quindi, di una concezione antiborghese – almeno per

89 G. P. Callegari, Cariche ai giovani ovvero giovani alla carica, cit.; Confusioni


pericolose, editoriale di «Critica fascista»,15/2/1930.
90 Sandro Volta, Questioni inerenti il problema dei giovani, in «Critica fasci-

sta», 1/5/1930. Il corsivo è mio.


164
tutta la prima metà degli anni Trenta – che, negando il referente
economico, era la diretta e logica conseguenza della volontà
mussoliniana di costruire, almeno in teoria, un organismo
sociale uniforme e compatto, che comportasse «con un radicale
rifiuto del «classismo»» una rimozione ab imis dello stesso
concetto di «classe»91.
Edgardo Sulis, nel suo Processo alla Borghesia92, ci offriva quello
che Giuseppe Carlo Marino ha definito «un ritratto completo di
mostruosità perfecta» della borghesia e del suo manifestarsi93 in
cui, tra le «professioni» del borghese, al primo posto si trovava
proprio l’«antiaristocrazia», intesa evidentemente come
appiattito ed egualitario democraticismo; la contrapposizione tra
borghesia e aristocrazia ci interessa in quanto questo concetto
venne ripreso e rielaborato in termini di «élite» e di «aristocrazia
meritocratica» da parte di quei giovani che, benché appartenenti
proprio alla condizione sociale borghese, furono i principali attori
della polemica antiborghese; per ovviare a tale evidente
contraddizione taluni giovani (e non) ricorsero infatti alla
rivendicazione di uno status qualitativamente differente, in virtù
della presunta titolarità di determinate qualità che permettevano
l’appartenenza ad una aristocrazia elitaria; ciò che contava era
dunque la costituzione mentale piuttosto che la condizione
sociale ed economica; l'élite doveva quindi essere l’espressione
di una mentalità e di uno spirito particolare; si trattava dunque
di un tentativo che mirava a forgiare un nuovo italiano e quindi
un nuovo modello di classe dirigente: ai giovani universitari, che
ambivano a divenire classe dirigente, pur anche perfettamente
formati ed inquadrati, si chiedeva pertanto di dimostrare un

91 Cfr. Giuseppe Iannaccone, Il fascismo «sintetico». Letteratura e ideologia


negli anni Trenta, Milano, Greco&Greco, 1999, pp. 84ss.; R. De Felice,
Mussolini il duce, II, Lo Stato totalitario 1936-1940, pp. 94-99 ed il giudizio
di Mussolini sulla borghesia riportato in Galeazzo Ciano, Diario 1939-
1943, Milano, Rizzoli, 1971, p. 56.
92 Edgardo Sulis, a cura di, Processo alla borghesia, Roma, Edizioni Roma,

1939, pp. 75ss.


93 Giuseppe Carlo Marino, L’autarchia della cultura. Intellettuali e fascismo

negli anni trenta, Roma, editori Riuniti, 1983, p. 145.


165
carattere «aristocrartico»; i criteri di valutazione venivano
dunque spostati su nuovi binari, destinati a condurre,
inevitabilmente, molto lontano dalla meta prefissata dal regime
e mandando deluse le ambizioni ad una nuova classe dirigente
così formata: ai giovani aspiranti dirigenti, in quanto
appartenenti prevalentemente alla borghesia, non restava altro
che tentare di dimostrarsi in linea con tali criteri e tali formule,
una «aristocrazia di comando» rappresentativa di quella «volontà
di potenza» attraverso cui si doveva plasmare «il materiale
umano della massa sotto l’azione dei miti politici, per farla
diventare «un popolo organizzato in una società guerriera
plasmata e operante con unicità di metodo e di direttrice di
marcia»94. La nuova élite doveva dunque arrivare a
rappresentare una «aristocrazia incontaminata al 100 per cento»,
espressione di una «elevatezza di spirito» e di una «eccellenza che
li rende diversi», radunandosi «per segreta affinità elettiva»95 e
che li contrapponeva ai giovani «intriganti, untuosi, leccatori,
battimani, baciamani, salameleccosi»96:

Oggi che le ombre delle vecchie classi non dividono più gli uomini,
oggi che la meravigliosa Dottrina fascista dilaga per il mondo, è
certezza che in breve fra esse non vi sarà che una sola differenza:
o aristocratici di mente e di forza o plebei di coscienza: i primi sono
i forti che aprono a tutto la propria anima come un ricovero ed
accendono il proprio pensiero come una torcia nella notte; gli altri
sono gli egoisti ignoranti ed insulsi chiusi in se stessi e che mentono
agli altri.97

In quest’ottica dunque, ma spostando il problema dal piano


delle élite a quello della gerarchia all’interno del partito, Renato
Antonini riteneva «assurdo» che un veterano del 1922 dovesse
ricoprire un incarico per il quale «più che braccia muscolose ed

94 Tale definizione ed il concetto stesso di aristocrazia del comando le ho


tratte dai lavori di E. Gentile, in particolare Id., Fascismo e antifasci-
smo…cit., p. 208.
95 Cfr. Massimo Boffi, Aristocrazia della gioventù, in «Noi», 10/10/1934.
96 Cfr., Totilia, Parole sui giovani, in «Architrave», 1/12/1940.
97 Cfr. M. Boffi, Op. cit.
166
oltre alla fede»98 si richiederebbe «un’intelligenza che abbia
seguito e compreso la vertiginosa evoluzione della dottrina
fascista»; i gregari della prima ora, se pure rimanevano
fedelissimi al regime, non erano in grado di garantire quello che
invece potevano dare al regime quei «cervelli» che
rappresentavano proprio «la forza evolutiva e intellettiva della
dottrina fascista, cioè la forza giovanile»99: non si trattava
dunque di stabilire il «predominio del chiarore lunare della
ragione sul sole ardente della fede e della passione» bensì di
saper individuare per ciascuno, nel regime, il posto che gli
spettava «per necessità storica»100. Applicando tale principio
selettivo anche al settore della burocrazia, si sarebbe potuto
ottenere quello «svecchiamento dell’organico delle Pubbliche
Amministrazioni»101 tale da consentire a giovani quadri («massa
il cui livello medio di preparazione e cultura generale è superiore
alle precedenti e di fronte ad esse ha il vantaggio di potersi con
maggiore facilità plasmare alle esigenze dei servizi e di ottenerne
un pari rendimento con minor tempo d’applicazione»102) di non
sostare «per lunghi lustri […] ai gradi iniziali della carriera»,
anche se – era bene precisarlo – lo spirito della giovinezza
fascista non doveva mostrarsi proclive a «rintanarsi per lungo
tempo nelle quattro pareti di un ufficio»103.

I Littoriali di Firenze (aprile-maggio 1934)104, che furono


organizzati da un Comitato presieduto dal segretario federale di

98 Cfr. Renato Antonini, Veterani e giovani, in «Noi», 28/10/1935.


99 Ibid.
100 Ibid.
101 Cfr. Domenico Stilo, I giovani e lo svecchiamento burocratico, in «Noi»,

1/11/1934.
102 Ibid.
103 Ibid.
104 Per una ricostruzione dettagliata dei Littoriali del ’34 e di quelli degli

anni seguenti (Roma, aprile ’35; Venezia, febbraio ’36; Napoli, aprile
’37; Palermo, aprile ’38; Trieste, marzo aprile ’39; Bologna, aprile-mag-
gio ’40) cfr. U. Alfassio Grimaldi-M. Addis Saba, Cultura a passo ro-
mano…cit.
167
Firenze, Alessandro Pavolini105, ebbe nei Guf i principali
responsabili della gestione dell’evento, compiendo così – come
vedremo – un ulteriore passo decisivo, nel tentativo di
condizionare la produzione culturale universitaria106.
Risulta di un certo interesse l’analisi dei giudizi espressi su
questa prima edizione, il cui bilancio, nelle opinioni dei diversi
intellettuali interessati, fornisce una serie di spunti che aiutano a
meglio comprendere sia le sostanziali modifiche che negli anni
a seguire furono apportate all’organizzazione, sia la conseguente
attuazione di una serie di iniziative e soprattutto modifiche
attinenti l’ambito politico, educativo e culturale dei Guf.
Particolarmente sintomatico è in tal senso l’articolo scritto da
Bottai per «Critica fascista» del 15 maggio ’34107, all’indomani
della conclusione della manifestazione fiorentina: l’intellettuale
romano esordiva attaccando «le piccole manovre (piccole di
dimensioni e di animo)», a cui aveva personalmente assistito108,
per «accaparrasi questa o quella parte della gioventù
universitaria», manovre che «il buon senso della massa
studentesca gaiamente rovesciava». Rotto dunque il clima
trionfalistico diffuso della manifestazione, Bottai denunciava la

105 Cfr. ACS, PCM, 1934-36, f. 14.3.270, sf. «Firenze. Littoriali della
cultura e dell’arte». Si noti che Pavolini era uno dei segretari maggior-
mente aperto alle istanze di rinnovamento generazionale se è vero che
a Firenze, nel 1930, la metà dei «gerarchi» avesse meno di 25 anni di età
(cfr. A. Pavolini, Venticinquenni, in «Il Bargello», 2/2/1930).
106 Cfr. Littoriali della cultura e dell’arte, Firenze, s.d. [ma 1933], Ivi., in cui

è annunciato che, mediante tale iniziativa, si completava «il quadro»


delle attività e manifestazioni «a carattere artistico e culturale» dei Guf;
in tal senso dunque lo svolgimento dei Littoriali non era «estraneo
all’Università, ma […] offre invece occasione ad una pratica applica-
zione di tutto quanto deve avere origine e impulso dai gloriosi atenei
italiani» (Ibid.).
107 G. Bottai, Note sui Littoriali, in «Critica fascista», 15/5/1934.
108 F. Gambetti riferisce che nelle fasi più delicate delle discussioni, era

stata «notata la presenza di Bottai, confuso tra gli studenti dell’ultima


fila di sedie, non per gettare acqua ma benzina sul fuoco, incitando
apertamente alla critica, alla polemica, alla denuncia contro le pietose
reazioni dei gerarchi-docenti della cattedra» (Op. cit., p. 228).
168
manovra avvolgente delle «gerarchie» di partito ed afferma
subito e perentoriamente che «ai protagonisti dei Littoriali, che
sono i giovani e solamente i giovani, deve essere lasciato libero
il respiro, operando in modo che la manifestazione anche audace
e spregiudicata, di motivi e di opinioni, non si contamini della
triste aria di congressi»109. L’intellettuale romano sottolineava
poi che il valore dei Littoriali stava proprio «nella politica di
educazione integrale perseguita dal partito», pur ribadendo che
la giovinezza era l’età della ricerca, dell’esperienza, del tentativo,
dell’invenzione e dell’immaginazione e che i giovani andavano
presi sul serio ma non al modo dei vecchi, bensì al modo dei
giovani. E così arrivava ad esporre il suo obiettivo, che era, si,
quello di educare i giovani al fascismo, ma attraverso l’esercizio
della libera critica. Bottai dunque non intendeva arginare ma
conoscere i giovani, le doti essenziali del loro carattere, del
temperamento, della natura e, citando Pavolini, si compiaceva
che i giovani fossero stati chiamati «sulla scena in natura e
illuminati» dimostrandosi – secondo Bottai

In gamba. Applicati e ferventi. Più preparati di quanto noi fummo,


noi cresciuti in piazza. Meno inclini di noi […] ad accontentarsi
delle asserzioni e dell’esteriore: tendono al sodo, duri, sbrigativi,
vogliosi di funzione […] una gioventù viva, pronta, spiccia,
senz’assilli critici, decisa a ‘continuarÈ e restia a ‘ripeterÈ,
intimamente libera, desiderosa di scoprire o meglio di riscoprire da
per sé le nostre ‘verità’110

Bottai proseguiva suggerendo idee e proposte che faceva


proprie da «L’Universale» di Berto Ricci111, auspicando cioè che
le gare fossero ampliate fino a comprendere tutta la gioventù
italiana e, come già indicato da Pavolini112, augurandosi che
accanto agli universitari che discutevano, fossero chiamati i

109 G. Bottai, Note sui Littoriali, cit.


110 Ibid.
111 Bottai fa riferimento alla proposta pubblicata in Avvisi, in «L’Univer-

sale», 25/4/1934.
112 Cfr. l’articolo di A. Pavolini in «Il Bargello», 6/5/1934.
169
giovani fascisti artigiani «a scolpire, incidere, bulinare a gara»113.
Anche quest’ultima richiesta, che vedrà concreta attuazione
negli anni seguenti, assume particolare rilievo alla luce della
svolta antiborghese che caratterizzò la politica mussoliniana nel
1934 e che fu fatta propria dal gruppo che si raccoglieva attorno
a Berto Ricci ed alla sua rivista114; in tal senso va dunque letto il
giudizio retrospettivo sui Littoriali di Romano Bilenchi, assai
vicino a Ricci, il quale, insistendo sull’importanza della
partecipazione di «giovani operai» alle successive edizioni,
ricordava polemicamente che

i Littoriali non sono fatti per esibizioni o personalistiche o per


ambizioni. Che il Fascismo non vuole interpretazioni varie e
interessate. Si tende ad un sano e vero collettivismo e ad una
coscienza imperiale. I Littoriali non sono, come diceva qualcuno,
una semina di artisti e di genii per raccogliere larghe mèssi. Artisti
e genii non si seminano. La Rivoluzione chiama a raccolta i figli delle
classi borghesi, chiama la gioventù intellettuale per giudicarla
severamente. Per dare ad essa una nuova educazione: soltanto
un’educazione fascista rivoluzionaria.115

Il cerchio dunque si chiudeva: i littoriali rappresentavano


l’occasione per giudicare i giovani borghesi universitari e per
valutarne il grado di educazione fascista, secondo criteri però
antiborghesi.
Quattro mesi dopo la conclusione della prima edizione,
Oreste Mosca alla domanda «a che servono i Littoriali»,
rispondeva perentoriamente: «Ad indicare al Partito i giovani più
meritevoli»116; in realtà, come abbiamo visto, tale visione non
spiegava a sufficienza, in quanto la manifestazione mirava a dare

113 G. Bottai, Note sui Littoriali, cit.


114 Cfr. Paolo Buchignani, Un fascismo impossibile. L’eresia di Berto Ricci nella
cultura del ventennio, Bologna, Il Mulino, 1994; Giovanni Aliberti, La Resa
di Cavour. Il carattere degli italiani tra mito e cronaca (1820-1970), Firenze, Le
Monnier, 2000, pp. 117-119.
115 Cfr. Romano Bilenchi, Littoriali dell’Anno XIII, in «La Nazione»,

2/9/1934.
116 Oreste Mosca, Uomini nuovi, in «Il Popolo di Roma», 4/8/1934.
170
risposte ad una serie di esigenze del regime che non si
sostanziavano esclusivamente nella selezione di potenziali
dirigenti; essi rispondevano infatti, nelle intenzioni di Starace, a
tre esigenze, chiaramente evidenziate da Virginio Gayda:
«abituare i giovani a concludere, ossia a dare forme concrete,
definitive ai loro fermenti di cultura e di pensiero; fornire al
Regime precisi orientamenti sugli indirizzi spirituali della gioventù
studiosa e artista; favorire il riconoscimento delle intelligenze e delle
capacità che si vengono formando fra i giovani»117; il secondo di
questi obiettivi, quello ossia di rappresentare una sorta di
monitoraggio annuale del «pensiero» e dello «spirito» dei
giovani, è chiaramente evidenziato dal Rapporto sui Littoriali di
Firenze stilato dal Vice segretario dei Guf, Poli118, che bene
illustra i risultati conseguiti dalla manifestazione spiegando
altresì, in dettaglio, i limiti rilevati nel corso delle giornate
fiorentine; i contenuti della relazione, come vedremo, saranno
di grande utilità per la successiva rimodulazione
dell’organizzazione.
Nella prima parte del rapporto di Poli, vengono svolte delle
considerazioni generali che celebrano il «successo» dell’iniziativa
e la «serietà» dimostrata dai partecipanti; viene inoltre avanzata
la proposta di dare carattere internazionale ai Littoriali, per far
si che l’Italia fascista possa «tenere in sua mano la bandiera di
questa rinascita della gioventù di Europa e di Asia», rivolgendosi
a tutti i giovani – «indipendentemente da tendenza politica o
razza»119 –, ed invitandoli «annualmente, a discutere e

117 Virginio Gayda, Spiritualità della giovinezza, in «Il Giornale d’Italia»,


5/8/1934.
118 Rapporto sui Littoriali di Firenze, datato 23/5/1934, ACS, GUF, b. 12,

f. 125. Va rilevato che Salvatore Valitutti, in un breve articolo pubbli-


cato su «Civiltà fascista», riprendeva sinteticamente diverse delle que-
stioni affrontate in tale relazione e che i suoi giudizi erano pressochè
identici a quelli di Poli (cfr. S. Valitutti, I Littoriali della cultura e dell’arte,
in «Civiltà fascista», maggio 1934, pp. 385-392).
119 Si cita ad esempio la Russia (che però «ha la limitazione della classe»)

e la Germania (che ha invece quella della «razza») (Rapporto sui Littoriali


di Firenze, cit.).
171
collaborare». Poli evidenzia poi la necessità, già lamentata da
Bottai ed altri, di «includere, in tutte queste attività, anche
elementi provenienti dalla classe operaia, contadina e
artigiana»120.
È però nella seconda parte del Rapporto, quantitativamente più
corposa e nettamente più importante, che Poli, attraverso
l’analisi dello «stato d’animo e delle tendenze» proprie dei
partecipanti, offre un quadro piuttosto franco dello stato dei
giovani partecipanti: in primis, rileva che le relazioni presentate
dai concorrenti risentono in modo evidente del «peso di concetti
e di sistemazioni dottrinali che non hanno digerito e che
subiscono, senza trovarvi un aiuto effettivo a comprendere la
realtà»; tale limite educativo è peraltro ulteriormente aggravato
dalla constatata «separazione tra professori e studenti»121.
L’edizione fiorentina dei Littoriali mostra inoltre nitidamente
l’attrazione dei concorrenti per le sezioni corporativa e politica,
(mentre quella coloniale risulta la meno stimolante)122; in tali
settori, spiega Poli, si erano delineate «nettamente due posizioni,
quella dei cattolici e quella dei fascisti puri»; con i primi, dotati
«di maggiore preparazione e con idee più organiche, quindi con
la consapevolezza delle conseguenze che certe tesi
implicavano»123, mentre i giovani fascisti si limitavano a reagire
ed a prendere «posizione contro», in occasione di affermazioni
che urtavano contro «concetti ritenuti fondamentali». Le
divergenze maggiori, secondo Poli, si erano evidenziate
relativamente alla questioni dei rapporti «tra corporativismo e
fascismo e tra sindacato e corporazione»124. I giovani cattolici
infatti insistevano sulla distinzione tra fascismo e
corporativismo in quanto

120 Ibid. Si noti, a tal proposito, che la data della relazione induce a rite-
nere che sia stata redatta successivamente alla pubblicazione dell’arti-
colo di Bottai.
121 Ivi, p. 2.
122 Ibid.
123 Ivi, p. 3.
124 Ibid.
172
Fascismo, nella loro concezione, è semplicemente organizzazione
e riorganizzazione dello Stato; è autorità e gerarchia. Il
corporativismo è accordo fra le classi, instaurazione della pace
sociale. Tutti e due perciò, del pari, soltanto deduzioni di quelli che
sono i principi informativi della Chiesa. Stato e società sono
distinti, perché fra i due si stabilisca interazione, essenziale ad
assicurare il progresso, è necessario passare attraverso la Chiesa.
Tutte le altre soluzioni che possono essere tentate, saranno più o
meno buone, ma sempre insufficienti.
Erano perciò opposti ad ogni rappresentazione di Stato e società
come formanti un complesso organico, perché questo avrebbe
un’idea sua, senza riportarsi come ispirazione o giustificazione a
qualche cosa fuori di se quale sarebbe la Chiesa.125

Relativamente al problema sindacale, i cattolici «si


presentavano come avvocati della permanenza del Sindacato»,
in quanto la società, nella loro visione, – spiega Poli – non può
organizzare gli «interessi particolari», semmai lo stato può
fungere da «equilibratore al di sopra di questi raggruppamenti»,
avendo i cattolici in mente «non lo stato di fatto presente»
sibbene una nuova «forma di produzione da sostituirsi a quella
capitalistica» in cui «la posizione e la natura delle classi presenti»
sarebbero radicalmente mutate126. Inoltre i cattolici si erano
caratterizzati per il negare in modo esplicito «l’originalità del
corporativismo», rinvenendone le origini nelle encicliche sociali
Rerum Novarum e Quadragesimo Anno.
I giovani fascisti – osservava preoccupato Poli –, nel corso
delle discussioni, non erano riusciti a confutare direttamente le
teorie cattoliche in quanto non in grado di opporre, secondo
Poli, «l’aspetto dialettico, dinamico del corporativismo»,
limitandosi invece ad una «posizione debolissima» secondo cui
«le affermazioni della Chiesa erano rimaste teoriche» mentre il
fascismo le aveva concretamente attuate127.

125 Ivi, pp. 2-3. Su questo aspetto cfr. R. Moro, Op. cit., pp. 486-503.
126 Ivi, pp. 4-5-
127 Ivi, p. 5. Si trattava, secondo Poli, di un grave errore in quanto am-

mettere che l’idea corporativa «appartiene e discende dalla Chiesa» ren-


deva il fascismo «un esecutore, un istrumento» denotando, nei giovani
173
Un altro problema emerso dai Littoriali di Firenze era la
mancata conoscenza, da parte dei partecipanti, delle «dottrine
antiche precedenti», tra le quali Poli annovera il socialismo,
pregiudicando appunto la comprensione dello stesso
corporativismo.

D’altro canto – aggiunge il vicesegretario dei Guf – dopo un


periodo di indifferenza che innegabilmente caratterizza la prima
gioventù universitaria venuta su in Regime fascista, l’interesse per
i problemi generali, ha naturalmente ripreso i giovani il che fu un
fatto molto confortante.
La concezione edonista-individualista che, insieme alla marcista,
aveva contribuito alla formazione mentale della Borghesia nel
periodo precedente, oggi è superato. Questi giovani non hanno che
la filosofia idealistica cui appoggiarsi.
Il gruppo avente idee più coerenti era perciò rappresentato da
quello di Spirito128

Ad eccezione del gruppo che si raccoglieva attorno al filosofo


aretino, «non erano pochi» i giovani «senza idee generali»;
analizzando l’atteggiamento «psico-emotivo» dei giovani
concorrenti, Poli aveva infatti notato che le loro reazioni
istintive – allorquando si liberavano dunque delle «terminologie
o idee obbligate» – rivelavano chiaramente «quali fossero le idee
in fondo alla loro mente», rendendo evidente una «resistenza ad
accettare per vero quello che viene continuamente ripetuto»; in
particolare i riferimenti a Roma ed alla romanità venivano
respinti dai giovani o comunque provocavano «interiezioni quasi
ironiche»129.
Secondo la relazione di Poli, che si dimostrava attento ed
acuto osservatore, si profilava dunque una prospettiva tutt’altro
che ottimistica per il regime, essendo emersa in modo chiara la
mancata consapevolezza dei giovani delle «sistemazioni
dottrinali subite», la separazione tra studenti e docenti e la

universitari fascisti, una «concezione assolutamente errata dell’essenza


del fascismo» stesso (Ibid.).
128 Ivi, p. 6.
129 Ibid.
174
istintiva resistenza all’apparato politico-culturale di cui i giovani
venivano imbevuti; i Littoriali, che dovevano rappresentare il
«vivaio» «di temperamenti e di valori autenticamente fascisti»130
del partito, avevano invece portato alla luce tutta una serie di
deficienze nel settore educativo di quelli che sarebbero dovuti
essere i futuri dirigenti del paese.
Elemento ancora più preoccupante era però, agli occhi della
dirigenza fascista la mancanza di assoluta padronanza, se non
addirittura l’ignoranza, di uno dei cardini principali del regime:
il corporativismo e non è casuale che Poli aveva evidenziato che
tale limite non era riscontrabile solo tra i giovani allievi e seguaci
di Ugo Spirito.

Pochi mesi dopo la conclusione della prima edizione, Starace


annunciava che i Littoriali del 1935 si sarebbero svolti a Roma131
e che sarebbero state apportate sostanziali modifiche ai criteri di
selezione dei partecipanti ed alla loro preparazione: i Prelittoriali
sarebbero stati curati in modo assai più efficace (come
implicitamente suggerito Poli)132, al fine di eliminare eventuali
dilettantismi che avrebbero condotto – come denunciato da
«Critica Fascista» – «ogni sporcatore di tele o ogni giovincello
che si sente il prurito letterario […] sfrontatamente dinnanzi a
delle commissioni che non sono nominate per esaminare gli

130 Cfr. Il vivaio, in «Il Tevere», 4/8/1934.


131 Cfr. La Relazione (s.d. ma databile 25/7/1934) curata da due sotto-
commissioni istituite per organizzare il programma, la logistica ed il re-
golamento dei Littoriali in ACS, GUF, b. 12. f. 119 in cui è spiegato che
«il motivo principale che ha deciso l’organizzazione dei Littoriali a
Roma, consiste nell’inaugurazione della Città Universitaria» (ivi, p. 2).
La comunicazione ufficiale della individuazione di Roma quale sede dei
Littoriali del ’35 in Littoriali della Cultura e dell’Arte, in Atti del PNF, vol.
III, cit., pp. 106-109.
132 Ivi, p. 4. I Prelittoriali sarebbero rimasti a cura dei Guf che avrebbero

provveduto ad organizzare «convegni, discussioni verbali, […] mostre


locali […], concorsi a carattere letterario» (ivi, p. 7). Cfr. inoltre Prelitto-
riali, in «Il Popolo d’Italia», 12/8/1934.
175
aborti artistici, letterari e culturali dell’ultimo venuto»133; la
partecipazione dei giovani sarebbe stata, inoltre, allargata agli
studenti più giovani appartenenti ai FGC e quindi non
necessariamente universitari; era stata inoltre deciso
l’ampliamento delle prove a cui sottoporre gli aspiranti «littori»,
non tralasciando «qualche prova di vero e proprio lavoro
manuale, anche a significare la perfetta unione fra le giovani
camicie nere di qualsiasi categoria»134: tali modifiche, annunciate
agli inizi dell’agosto ’34, furono positivamente accolte,
soprattutto per l’accentuazione del «carattere pratico della
competizione», necessario completamento della piattaforma
politico-culturale della precedente135, e per la maggiore
attenzione riservata alla selezione iniziale ed alla preparazione
dei concorrenti136, al fine di rendere i Littoriali l’autentica base
di selezione della gioventù; Forges Davanzati propose
addirittura di utilizzare le graduatorie finali dei Littoriali per
individuare il personale da sottoporre «a tirocini di prova, dopo
i quali i giovani avrebbero guadagnato il diritto di essere
assunti»137 presso uffici adeguati alle capacità dimostrate; la
questione del «collocamento dei giovani» e della «decorosa
sistemazione» fu al centro della riflessione condotta da
Tommaso Accardi sul perugino «Assalto»: «bisogna tener
presente – affermava – oltre che le necessità spirituali i bisogni
materiali», ed in questo senso le direttive di Starace lo

133 Cfr. Quidam, Ancora sui Littoriali, in «Critica fascista», 15/8/1934.


134 Ivi, p. 4.
135 In tal senso cfr. Rassegna delle giovani intelligenze, in «Il Lavoro Fascista»,

4/8/1934: «La partecipazione della gente del lavoro ai Littoriali della


Cultura e dell’Arte, non potrà certo avere l’importanza numerica e non
potrà dare altrettanti risultati quanto quella studiosa, ma non è detto
che non si possa in futuro […] attuare una sempre più larga partecipa-
zione della gente del lavoro a questa annuale rassegna delle giovani in-
telligenze del tempo fascista» (ibid.).
136 Si veda in questa ottica g.m.s. [Gastone M. Spinetti], Documento rivo-

luzionario, in «Il Resto del Carlino», 4/8/1934.


137 r.f.d. [Roberto Forges Davanzati], Le direttive del Segretario del Partito,

in «La Tribuna», 4/8/1934.


176
inducevano a ritenere che i Littoriali sarebbero potuti divenire
la strada migliore per «inserire i giovani nel ruolo della propria
competenza»138.

La grande eco sollevata dall’edizione fiorentina dei Littoriali


non poteva che suscitare qualche preoccupazione in settori,
distinti dal Pnf, ma comunque chiamati ad occuparsi della
formazione della gioventù; in tal senso, va ricordato che la
nomina di Cesare Maria De Vecchi a Ministro dell’Educazione
nazionale – agli inizi del 1935 –, stava a dimostrare il tentativo
di regolare con maggiore disciplina e durezza un settore, come
quello dell’istruzione superiore, ancora piuttosto tiepido
(quando non refrattario) al processo di fascistizzazione (che
invece in quella primaria e secondaria, stava invece procedendo
più speditamente). L’autonomia conquistata e sapientemente
gestita dal partito e dai Guf nell’organizzazione dei Littoriali
generava però una sorta di concorrenzialità con le strutture
universitarie tradizionali; Starace, peraltro, aveva impresso
chiaramente il marchio del Pnf e dei Guf alla «operazione
Littoriali» costituendo una commissione ad hoc, per pianificare
l’appuntamento romano, in cui lo sbilanciamento a favore del
Pnf non lasciava adito a dubbi139.
Tutto ciò contribuì a rendere ancora più profondo il
risentimento di De Vecchi, il quale, in un «memoriale» inviato a
Mussolini agli inizi del marzo 1935, formulò la proposta di

138 Cfr. Tommaso Accardi, Littoriali della cultura e il problema dei Giovani,
in «L’Assalto», 28/8/1934.
139 Della Commissione (presieduta da Starace) facevano infatti parte il

Segretario amministrativo del Partito, il vicesegretario dei Guf, i segre-


tari federali di Catania, Roma e Torino, il fiduciario nazionale dei pro-
fessori e assistenti universitari dell’Associazione fascista della Scuola,
sei segretari dei Guf e nove giovani universitari fascisti, tre rettori (delle
università di Firenze, Siena e Padova), un rappresentante del Rettore di
Roma ed un delegato del ministero degli esteri: in pratica ventuno mem-
bri di espressione del partito e delle sue organizzazioni, contro cinque
di estrazione diverse (cfr. Littoriali della Cultura e dell’Arte, in Atti del
PNF, vol. III, cit., pp. 106-109).
177
«inserire ed inquadrare» l’apparato educativo gestito dal partito
nelle strutture della scuola, e quindi sotto l’egida ministeriale140;
significativamente, tra le richieste avanzate v’era quella di
avocare al ministero ed alle locali autorità accademiche la
direzione e l’organizzazione dei Littoriali (definiti infelicemente
«attività sanamente dilettevole»), sottraendoli perciò ai Gruppi
universitari fascisti, che si sarebbero visti così sottomettere al
ministero, divenendo dei semplici collaboratori
nell’organizzazione dell’evento. La richiesta avanzata dal
Ministro, mirante a realizzare un’unica «unità di comando»,
trovò ovviamente la determinata reazione di Starace, il quale
articolò una approfondita controrelazione indirizzata a
Mussolini datata 19 marzo ’35141; la dura reazione del segretario

140 Cit. in N. Zapponi, Op. cit., pp. 620-621 si trova in ACS, SPD, CR,
b. 49, f. 242/R «Achille Starace». Va notato che il tentativo di De Vec-
chi era rappresentativo di una tendenza che, successivamente, sarebbe
riemersa: cfr. in tal senso Renato Marzolo, Memorie inedite, capitolo 33,
Roma 1936 in Archivio della Fondazione Ugo Spirito, in cui si riferisce
dell'«atmosfera pesante» che attorniava Renato Ricci ne ’36 (Marzolo fu
strettissimo collaboratore ed intimo amico del fondatore dell’Onb e
collaborò con lui al Ministero delle Corporazioni) a seguito delle voci
ricorrenti ed artatamente diffuse su vicende personali sconvenienti e,
soprattutto su loschi «affari» compiuti dal leader dell’Opera Balilla;
Ricci chiese a Marzolo di «stendere una relazione al Duce» (a firma
Ricci) in cui venisse ipotizzato di «inquadrare le organizzazioni giova-
nili, compre si i Giovai Fascisti e i GUF, alle dipendenze del Ministero
dell’Educazione Nazionale»; proposta che fu respinta. Va altresì ricor-
dato che, nel 1937, Mussolini decretò lo scioglimento dell’Onb, sostan-
zialmente in favore del Pnf e della sua nuova istituzione collaterale, la
Gioventù Italiana del Littorio (Gil); dal punto di vista ideologico in que-
sto modo il partito poteva svolgere appieno il ruolo di «grande peda-
gogo», di monopolista del processo di formazione dell’italiano nuovo
(cfr. N. Zapponi, Op. cit., pp. 613-617. Sulla definizione di «grande pe-
dagogo» cfr. E. Gentile, La via italiana al totalitarismo…cit., pp. 186-191.
141 La lettera è stata pubblicata integralmente in Alberto Aquarone, Due

lettere di Starace a Mussolini sulle organizzazioni giovanili fasciste, in «Rassegna


degli archivi di Stato», n. 28, 1968, pp. 638-642.
178
del Pnf impedì che il progetto di De Vecchi andasse in porto ed
i Littoriali rimasero saldamente nelle mani del partito:

L’unità di cui si preoccupa il Ministro – scrive il segretario – […]


non può essere rappresentata che dall’azione unificatrice e
totalitaria del DUCE e del Partito, il cui Capo è il DUCE […]. Ciò
non vuol dire che il Partito resta completamente estraneo a quelle
che sono le più proprie funzioni ministeriali nell’ordinamento
dell’educazione nazionale […]; ma interviene poi con istituti ed
organismi suoi propri ad unificare sopra un piano politico
nazionale, conformemente alla sua natura, tutte queste attività che
riflettono la vita del Paese.142

Si trattava dunque di ribadire in modo netto la distinzione tra


le competenze, le funzioni e, soprattutto il ruolo all’interno del
regime, di un «organismo burocratico amministrativo» quale un
ministero ed il partito, sede unica dell’azione politica143. E
soltanto il partito era in grado di organizzare una manifestazione
come i Littoriali evitando di cadere nell’errore di dar vita a «gare
accademiche di scarsissimo interesse […] senza nessuna vita e
senza nessuna consapevolezza»144 come sarebbe altrimenti
avvenuto nel caso di un allestimento curato dalla «burocrazia
ministeriale».

Dopo lo svolgimento della prima edizione dei Littoriali si


apriva dunque, per i Gruppi universitari fascisti, una nuova fase;
un interessante articolo pubblicato su «Gerarchia» del febbraio
’35 a firma da Giuseppe Stratta145, ripercorreva criticamente la
«storia» dei Guf, evidenziando in modo assai acuto, il limite
«logico» che ne aveva pregiudicato l’azione fino a quel momento

142 Ivi, p. 639.


143 In tal senso, nell’ottica della «strategia di espansione» del Pnf, cfr. E.
Gentile, Il problema del partito, in «Storia contemporanea», gennaio 1984,
ora in Id., La via italiana al totalitarismo …cit., pp. 115-202 (in particolare
pp. 180-186).
144 Ivi, p. 640.
145 Giuseppe Stratta, La funzione politica dei Gruppi Universitari, in «Gerar-

chia», febbraio 1935, pp. 167-170.


179
e attraverso una serie di principi conseguenti che sarebbero poi
divenuti basilari nella ridefinizione delle funzioni e della
struttura gufina: se era infatti condivisibile il principio per cui è
«la funzione» che crea «l’organo» – che doveva «anche nel suo
sviluppo adeguarsi a quella» –, i Guf avevano rappresentato
l’opposto di tale «sano e fecondo» principio; seguendo il
ragionamento di Stratta è più agevole comprenderne le
motivazioni: innanzitutto la nascita dei Guf rispondeva alla
necessità di «inquadrare una parte degli italiani» e non «ad una
immediata esigenza, ad un programma […] ad un piano»; perciò
nei i primi tempi l’organizzazione aveva stentato a «sistemarsi
entro il partito», in quanto – appunto – trovava difficoltà a
passare dello stato di «intuizione» a quello di «giustificazione
logica»; d’altronde, perché un ente «sia giustificato, deve
trovarsene la sua funzione», e, in questo senso, i Guf non
riuscivano a definire la loro intima strategia: in tal senso dunque

Il G.U.F., in un primo tempo si occupò solo di svolgere l’unica


attività che la mancanza di una precisa funzione gli consentiva:
attività […] centripeta, di raccolta cioè degli universitari, in quanto si
appagò di riunire una massa, più che di operare su di essa. 146

Una volta raggiunta una certa consistenza numerica ed


organizzativa – prosegue Stratta – si pose il problema più
impegnativo e complesso dell’individuazione di «cosa»
dovessero fare i G.U.F., e la risposta data, fu quella che
dovessero occuparsi di cultura e di sport; l’attività svolta nel
campo culturale era però un’attività che «il G.U.F. non creò, ma
assimilò […] da altre istituzioni». Serviva dunque impegnare i
Guf in nuove attività «che pur dovevano essere sistemate e
giustificate»: tra queste la più importante fu quella della
«preparazione della futura classe dirigente» che diveniva –
secondo Stratta – «il «luogo geometrico» dell’attività dei G.U.F.
la funzione politica»; in tal senso dunque, ogni attività degli
universitari fascisti doveva essere ispirata al criterio della
politicità: sarebbe poi stata la partecipazione ai Littoriali dei

146 Ivi, p. 168.


180
giovani fascisti, a trasmutare la funzione dei Guf in «centrifuga, di
espansione, cioè, non limitata, occasionale, sporadica, locale, ma
generale, normale, stabile, programmatica»147.
In tal modo, se fino ad allora la selezione dei dirigenti aveva
avuto luogo utilizzando quasi esclusivamente «gli uomini che
erano usciti dal travaglio rivoluzionario della vigilia e che si
trovavano nei ranghi al momento della conquista del potere»148,
la formazione dei quadri politici doveva, adesso, essere curata
presso le organizzazioni giovanili che mettevano
«orgogliosamente in rassegna un materiale umano» di
generazioni «interamente cresciute nel clima fascista», quali
«inesauribili serbatoi di energie». I Guf erano quindi chiamati,
secondo Dino Gardini, a curare la «preparazione» di queste,
nella consapevolezza che non doveva trattarsi di un «doppione
di quella scolastica», bensì aperta «a tutte le manifestazioni della
vita»149. L’accento veniva posto in particolare sulle
caratteristiche di quei giovani chiamati a divenire «i dirigenti
della politica italiana», caratteristiche, ancora una volta, non
orientate a criteri prettamente tecnici e selettivi dal punto di vista
delle competenze; tali giovani infatti sarebbero dovuti essere:

tenuti a contatto con le masse, imparare a sentirne e valutarne tutte


le complesse vibrazioni; dovranno , ad esempio, scendere dalle
aurate volte delle università per penetrare nelle officine, qualche volta
lucenti di acciai, ma molto più spesso fumose, e vivere la vita degli
operai, per imparare a misurarne ed apprezzarne la fatica. Essi
dovranno uscire dalle confortevoli e pur tanto necessarie
biblioteche per mischiarsi nei campi, con i contadini che dissodano la
terra qualche volta con la possente motoaratrice, ma più spesso con
l’aratro modesto, e con gli strumenti che si ritrovano, risalendo nei
secoli, ai primordi della vita150

147 Ivi, p. 170.


148 Cfr. Dino Gardini, I quadri della rivoluzione, in «Gerarchia», novembre
1934, pp. 938-941.
149 Ivi, p. 939. Il corsivo è mio.
150 Ivi, p. 940. Il corsivo è mio.
181
Soltanto una classe dirigente così composta avrebbe
consentito di «rinsaldare l’unità morale del popolo italiano151.
Anche la preparazione scolastica dei futuri dirigenti,
argomentava A. L. Arrigoni152, non doveva essere quella, tipica
dello «spirito borghese» «egoistico e utilistico» e del «secchione»,
«occhialuto e ottuso, dalla memoria a tutta prova» che riusciva
spesso a superare nella classifica «i più intelligenti e volitivi ma
meno meccanici nello studio»153; si correva altrimenti il rischio
«di scambiare il meno turbolento col più ortodosso, di prendere
la mancanza di idee per serietà e per costanza di fede, di
falsificare la mancanza di iniziativa con la perfetta coerenza
rivoluzionaria»154.
I Littoriali rappresentarono però anche uno dei modi più
funzionali per fascistizzare più a fondo l’ambiente universitario
in quanto, attraverso essi, i Guf ebbero modo di interagire con
gli organismi dirigenti degli atenei e con la classe docente in
modo sistematico ed istituzionale, sfruttandoli quindi come
occasioni utili per aumentare la propria influenza. La
preparazione dei concorrenti, su cui sia Poli che Starace avevano
particolarmente insistito, si rivelò una delle occasioni più felici
in tal senso, in quanto permise ai Guf di coinvolgere
organicamente i professori universitari nella preparazione degli
studenti, attraverso riunioni e conferenze preparatorie ai
Prelittoriali, mirando altresì alla realizzazione, ove possibile, di
una «collaborazione tra studenti e professori», sotto gli auspici
dei rispettivi Rettori, per avere proprio «la certezza di una più
seria ed accurata preparazione»155 .
La promozione di tale coinvolgimento raggiunse una
maggiore intensità in seguito all’arrivo alla Minerva di Giuseppe
Bottai (1936), che svolse un’azione di spinta, in tale direzione,

151 Ibid.
152 A. L. Arrigoni, Polemica. Le posizioni dei giovani, in «Gerarchia», ottobre
1937, pp. 719-722.
153 Ivi, p. 720.
154 Ivi, p. 721.
155 Cfr. Littoriali della Cultura e dell’Arte anno XIV. Regolamento, in Atti del

PNF, Vol. V, cit., t. II, pp. 83-84.


182
degli organi accademici, arrivando a chiedere il personale
interessamento di rettori di università e direttori di istituti
superiori nell’organizzazione preparatoria dei prelittoriali e
invitandoli a redigere una dettagliata relazione circa i lavori
presentati dai concorrenti, nonché a «segnalare i partecipanti che
più si distinguevano»156. La linea di collaborazione ricevette
maggiore impulso in seguito alla promulgazione della «Carta
della scuola»157 (febbraio ’39) che, sancendo decisamente il
«carattere politico» della scuola, ed introducendovi il «lavoro»158,
spingeva inevitabilmente all’integrazione delle organizzazioni
giovanili del partito con essa: «il nucleo integrale della Carta –
spiegava un editoriale di «Critica fascista»159 – è appunto un
concetto etico integrale che, ponendo accanto ai fatti
intellettuali, ginnici e militari, quale imprescindibile elemento
educativo il lavoro, da alla Carta stessa un suo concreto e
costruttivo valore umano e sociale». Proprio alla luce di tale
importante documento del regime, ai Guf furono assegnati «due

156 Cfr. la Circolare del ministero dell’Educazione Nazionale ai rettori e


direttori degli istituti superiori, datata 10/1/1937, in ACS, MPI, DGIS,
div. III e IV, b. 16.
157 Su cui cfr. R. De Felice, Mussolini il duce, II, Lo Stato totalitario 1936-

1940, Torino, Einaudi, 1981, pp. 118-126. Per l’accoglienza riservata


dalla stampa gufina alla «Carta» cfr. G. A. Longo, Rassegna della universi-
taria. La Carta della scuola, in «Civiltà fascista», marzo 1939, pp. 260-263
in cui sono riportati brani tratti da «L’Appello» (art. di Renato Compo-
sto), «Roma fascista» (art. di Raoul Genco), «Il Lambello» (artt. di Gino
Barbero e Giacomo Cavalli), «Roma fascista» (artt. di Francesco Cara-
mia e di Gino Danese), «Il Bò» (art. di Vincenzo Albanese), «Libro e
Moschetto» (art. di Enrico Gustarelli).
158 Attraverso questi due principi, nelle scuole avrebbe potuti formarsi

una classe dirigente consapevole dei problemi manuali e si sarebbe po-


tuta avviare a superamento la stessa contrapposizione tra lavoro intel-
lettuale e lavoro manuale. Cfr. G. Bottai, La Carta della Scuola, Milano,
1941; A. J. De Grand, Bottai e la cultura fascista, cit., 196ss; M. Ostenc,
Op. cit., pp. 230ss
159 Cultura, arte e lavoro, in «Critica fascista», 1/5/1939.
183
nuovi compiti di fondamentale importanza»160 quali la cura della
«pratica del lavoro « (che prevedeva quindi l’inquadramento di
circa cento mila giovani nei campi di lavoro) e
dell’«addestramento sportivo-militare» per tutti gli universitari,
«fascisti e non» 161.
In linea con tale impostazione, va letta la proposta di Bottai
di dare «valore accademico» al titolo di «littore»162. Sulla scia di
questi concreti passi verso la fusione degli istituti formativi ed
educativi creati dal partito con i tradizionali luoghi
dell’istruzione, il vicesegertario dei Guf, Salvatore Gatto, redasse
un «promemoria» destinato al Ministro163, contenente una serie
di proposte individuate come il giusto coronamento del
processo avviato, in quanto «intese a rendere sempre più intima
la collaborazione tra i Gruppi Universitari Fascisti e l’Università,
nello spirito della Carta della Scuola, e ad inserire maggiormente
i Littoriali nella vita scolastica»: nel caso dell’accettazione di tali
suggerimenti, il titolo di «littore» sarebbe divenuto titolo
preferenziale nei concorsi statali ed universitari – limitatamente
all’assistentato164 ed alla libera docenza – e sarebbe stato

160 Cfr. il Promemoria per il Segretario del Partito in ACS, PNF, Servizi
vari, serie I, b. 359. f. 19/1.
161 Ibid. Per le «accresciute funzioni» della segreteria dei Guf, si faceva

pertanto richiesta a Starace dell’assegnazione di ulteriore personale, a


testimonianza della elefantiaca macchina burocratica messa in piedi
dalla struttura gufina.
162 Cfr. quanto riportato del discorso di Bottai in conclusione dei Litto-

riali di Trieste in «Il Popolo d’Italia», 7/4/1939, cit. in G. Lazzari, op.


cit., p. 68.
163 Cfr. Promemoria per il Ministro dell’Educazione nazionale, datato

26/7/1939 in ACS, MPI, DGIS, Divv. III e IV, b. 16.


164 In tal modo si poteva incrementare il numero di assistenti universi-

tari di «area Guf» che, come abbiamo visto era ritenuto esiguo ed ina-
deguato. Su questo aspetto cfr. inoltre Bassano Erba, L’assistenza ai neo-
laureati, Il problema dell’assistentato universitario, in «Gerarchia», luglio, 1934,
pp. 580-583, in cui si spiegava che i Guf chiedevano «1) l’abolizione
dell’attuale organizzazione dell’assistentato; 2) […] distinguere gli assi-
stenti in due categorie: assistenti didattici ed assistenti ricercatori […];
184
valorizzato nel settore di specifica competenza; le attività
culturali svolte nell’ambito dei Guf, sarebbero state inserite nel
curriculum studiorum degli universitari; un rappresentante
dell’organizzazione gufina avrebbe partecipato, come membro,
alle commissioni di laurea; analogamente un suo rappresentante
sarebbe stato inserito nelle commissioni di fondazioni o premi
per fungere da garante relativamente all’individuazione dei
beneficiari di premi e borse165. Tali proposte ebbero però solo
parziale accoglimento segnatamente per quanto riguardava
l’integrazione dei Littoriali nella vita accademica, mentre nessun
seguito ebbero le richieste di riconoscimento della presenza dei
Guf negli organismi universitari, anche se è comunque
significativo che si fosse giunti a formulare simili proposte. Fu
invece accettato l’inserimento di un segnale esteriore della
fascistizzazione degli studi universitari: l’obbligo della divisa
fascista negli esami di laurea166.
Nell’ambito della costante dialettica tra organizzazione
universitaria fascista ed università, si inseriva l’operato delle
sezioni culturali dei Guf, le quali promossero una serie di
iniziative politico-culturali, che, ponendosi in antitesi con un
insegnamento universitario ritenuto non sufficientemente
fascistizzato, svolsero un’opera tesa all’indottrinamento degli
universitari, che non trovava , appunto, nei corsi tradizionali.
Esemplare di questo tipo di impegno fu l’iniziativa promossa,
nel 1935, dal Guf di Roma con l’istituzione, presso ogni facoltà,
di un corso annuale di «dottrina del fascismo»167, che seguiva un
precedente «corso di dottrine sindacali, corporative e di cultura
fascista», nato con l’intento dichiarato di compensare la mancata
penetrazione dell’insegnamento della dottrina fascista nelle

3) aumento del numero degli assistenti; 4) nuova sistemazione econo-


mica degli assistenti […]; 5) nuovo metodo di nomina degli assistenti;
7) [destinazione di] certi lasciti, stanziamenti finanziari straordinari […]
destinati al finanziamento degli assistenti» (Ibid.).
165 G. Lazzari, op. cit., p. 68.
166 Cfr. B. Garzarelli, Op. Cit.
167 Cfr. Importante iniziativa del GUF dell’Urbe, le lezioni di dottrina del fasci-

smo, in «Roma fascista», 4/4/1934.


185
università168. Anche tali iniziative sembrano orientate nella
direzione imlicitamente indicata dalla relazione di Poli.

Fuori dal tradizionale ambito accademico di studi si situavano


altre forme di attività culturali che proponevano agli universitari
campi di applicazione e di interesse nuovi e spesso
all’avanguardia, come il settore radiofonico169, mentre di un
certo interesse furono le «visite culturali», come quelle del Guf
capitolino che, all’inizio del ’35, organizzò visite presso
stabilimenti industriali ed istituti scientifici: le innovazioni
tecnologiche, soprattutto applicate alle attività produttive,
rappresentavano infatti una tematica molto diffusa negli
ambienti gufini170. Una attenzione particolare venne peraltro
dedicata al cinema tanto che, dall’inizio del ’35, la sezioni
cinematografica dei Guf divenne responsabile di tutto il settore
cinedilattentistico, in virtù di un accordo tra l’organizzazione ed
il Sottosegretariato per la stampa e la propaganda171.

168 Cfr. L’insegnamento universitario e un’iniziativa del GUF, in «Roma Fa-


scista», 31/1/1935.
169 Cfr. la Circolare n. 5, datata 12/12/1934, in Atti del PNF, vol. IV,

cit., p. 971; A. S. Poniatosky, La funzione innovatrice delle sezioni radiofoniche


dei G.U.F, in «Gerarchia», gennaio 1939, pp. 60-64, in cui si annuncia
che il compito dei Guf consisterà soprattutto, oltre a seguire, discutere
e promuovere tutti i problemi della radio, soprattutto «nel preparare
elementi capaci di assumersi, in tale campo, le più alte capacità» (ivi, p.
62).
170 Cfr. la rubrica «Vita e interessi dei GUF» pubblicata in «Roma fasci-

sta» da gennaio a marzo del 1935.


171 Cfr. la Circolare n. 6, datata 2/1/1935, in Atti del PNF, vol. IV, cit.,

p. 542. Dal 1936 fu inoltre stanziata una cifra di un certo rilevo da divi-
dere tra i Guf attivi nel settore (cfr. ACS, PNF, Servizi vari, serie II, b.
225, f. «GUF. Sezioni cinematografiche». Più in generale cfr. Le sezioni
cinematografiche dei GUF, in «Gioventù fascista», 1/2/1935 e 15/2/1935;
Francesco Martinelli, Il cinema, problema dei giovani, in «Gerarchia», 1938,
pp. 569-571; di un certo interesse, retrospettivamente, Renzo Renzi, Da
Starace ad Antonioni. Diario critico di un ex balilla, Padova, Marsilio, 1964,
pp. 13-50.
186
Le ingenti energie profuse dal regime per sostenere tutta la
molteplice gamma di attività, in specie culturale, dei Guf,
ruotavano dunque intorno ai Littoriali della cultura e dell’arte,
che diventarono una sorta di «saggio conclusivo» annuale, e di
«motore» e «coordinatore» delle iniziative dei Guf in campo
culturale. Tale impegno sarà ancor più pressante con il verificarsi
della «accelerazione totalitaria» della seconda metà degli anni
Trenta.
Attraverso i Littoriali e mediante la determinante promozione
delle attività culturali ad essi correlate, (tra cui cinema, teatro,
arte, giornalismo), il regime fascista tentò di indirizzare la
produzione artistica e culturale delle giovani generazioni verso i
propri obiettivi politici172.
Il concetto maggiormente ricorrente nei commenti
sull’attività culturale dei Guf era infatti quello della «politicità» di
tale azione. In tal senso, Giuseppe Parlato ha chiaramente
evidenziato come molti dei giovani gufini (in particolare coloro
che avrebbero poi aderito all’antifascismo) scoprirono «la
necessità di essere intellettuali «organici», di non scindere
politica da cultura»173; si trattava dunque di promuovere, per
utilizzare il titolo di un articolo apparso su «Gerachia», la
«cultura in funzione politica»174, per realizzare cioè, nell’ottica
dei Guf, l’integrazione delle due «nature» che caratterizzavano
l’organizzazione universitaria fascista: quella universitaria e quella
politica; il tutto contestualizzato in un regime a carattere
totalitario, che implicava che il «faro illuminante» l’attività
culturale dei Guf dovesse essere la coscienza «del valore e della
responsabilità nazionale e sociale della cultura», nel senso di una
«cultura applicata», vale a dire «in funzione dell’interesse dello

172 «Nell’ottica dell’andare «verso il popolo» - ha scritto Giuseppe Par-


lato – i Guf e i Littoriali rappresentarono l’arte fuori dai cenacoli e dagli
ambienti degli addetti ai lavori», in Id., La sinistra fascista. Storia di un
progetto mancato, Bologna, il Mulino, 2000, p. 211.
173 Ivi, p. 201.
174 P. F. Gaslini, La cultura in funzione politica, in «Gerarchia», 1934, pp.

772-774.
187
Stato»175 ovvero, come scrisse il vicesegretario dei Guf
Mezzasoma, alla cultura intesa come «una forza e un’arma al
servizio della Rivoluzione»»176.
A questo scopo dovevano principalmente mirare i Littoriali,
che dovevano mettere in luce «la decisa volontà» dei giovani «di
creare una cultura ed un’arte» non più «estranee ed agnostiche
di fronte alla Rivoluzione», ma che trassero anzi dal clima
suscitato dalla Rivoluzione le ragioni profonde del proprio
sviluppo, l’essenza vera dei loro orientamenti»177.
Nel corso degli anni ed attraverso le successive edizioni, le
modifiche apportate ai meccanismi ed al Regolamento dei
Littoriali dimostrarono, in modo ancora più evidente il
«carattere politico» che il regime intendeva dare a queste
manifestazioni ed all’attività culturale dei Guf: le scelte dei temi
dei concorsi da parte del concorrente doveva ad esempio
riferirsi principalmente «al carattere politico dei Littoriali»178
rendendo sempre più «eminente il principio che è alla base della
loro concezione e cioè il carattere essenzialmente politico di essi»179.
In tal senso dunque, i Littoriali divenivano il principale mezzo
disponibile al Pnf – nell’intenzione della dirigenza fascista – per
dare una adeguata risposta all’esigenza fondamentale di
contribuire alla formazione e alla immissione nella vita nazionale
«di una massa di giovani preparati e maturi, decisamente
orientati verso lo studio approfondito di quei problemi che
maggiormente interessano la vita e la continuità della
Rivoluzione e del Regime»180. Per questo i Littoriali furono
definiti da Giovanni Calendoli, giovane rappresentante della
generazione di intellettuali formatisi nell’organizzazione

175 Gruppi Universitari Fascisti, cit., p. 55.


176 F. Mezzasoma, Essenza dei Guf, cit., p. 12.
177 Ivi, p. 14.
178 Regolamento dei Littoriali dell’anno XVI, promulgato con la Circo-

lare n. 35, datata 17/2/1938, in Atti del PNF, vol. VII, 29 ottobre-28
ottobre anno XVI, Bologna, s.d., t. III, pp. 30-31.
179 Cfr. I.G. De Teran, I Littoriali della cultura e dell’arte anno XV, in «Ge-

rarchia», 1937, pp. 54-55.


180 Ibid.
188
universitaria fascista, il primo tentativo di dare vita a un Piano
corporativo della cultura, con cui prendeva corpo la volontà di
«accoglimento totalitario» delle intelligenze formatesi nel
regime181. Se questo era dunque, l’obiettivo cui tendeva il
progetto politico-pedagogico del regime, esso stesso si rivelò
un’arma a doppio taglio, diventando paradossalmente un luogo
di espressione di posizioni anticonformiste, di apertura di nuovi
orizzonti, di maturazione di dubbi e, attraverso l’azione di
giovani più consapevoli, di proselitismo antifascista.

Un aspetto significativo del problema della formazione della


classe dirigente fascista era rappresentata dal bisogno,
prettamente politico, del partito di creare nuovi quadri per far
funzionare la sempre più imponente struttura organizzativa che,
negli anni, si era ulteriormente espansa. I Gruppi universitari
fascisti, in ragione della loro funzione di inquadramento della
giovane élite intellettuale, rappresentavano nella struttura
strettamente gerarchizzata della società propria del regime
fascista, i primi e principali fornitori di quadri dirigenti e di
organizzatori e furono perciò investiti della funzione di
propagandare il verbo fascista tra le masse. Tutto ciò contribuì
ad alimentare l’equivoco rappresentato dal carattere ibrido
dell’organizzazione gufina che, se nominalmente era universitaria,
effettivamente, soprattutto nell’«era Starace», era politica,
qualificandosi in tal senso ed in modo specifico l’essenza dei
Guf. In tal senso è particolarmente significativo l’articolo
pubblicato su «Gerarchia» nel settembre ’34 da Mario Brea182, il
quale divideva gli studenti universitari in tre categorie: a) i

181 Cfr. Giovanni Calendoli, I Littoriali e l’intelligenza fascista, in «Gerar-


chia», 1939, p 131. Calendoli dall’ottobre ’38 curò la rubrica sulla vita
dei Guf di «Gerarchia»; dal l’aprile dello stesso anno era dipendente
della Segreteria dei Guf occupandosi della stampa e del settore culturale
(cfr. ACS, PNF, Servizi vari, serie I, b. 360, f. 6.1.75); nel giugno fu
inserito da Starace nel Direttorio nazionale del Pnf (cfr. I miglioro alla
prova, in «Roma fascista», 16/6/1938).
182 Cfr. Mario Brea, Fede + Laurea + Fede, in «Gerarchia», settembre

1934, pp. 770-772.


189
giovani che «pur essendosi formati nel clima severo della
rivoluzione», partecipavano solo di riflesso alla vita politica,
dedicandosi principalmente allo studio; b) i giovani «a tendenza
«di scrocco»», i quali disertavano ogni attività per farsi vedere
«solo per le raccomandazioni»; c) quei giovani che «accanto alla
disciplina della scuola» coltivavano con pari impegno «gli
ammaestramenti della vita pubblica». Su questi ultimi – quelli
politicizzati - Brea si dilungava, evidenziando come proprio tra
loro era doveroso scoprire quei quadri dirigenti da destinare
«presso gli organismi corporativi, nelle organizzazioni sportive,
nei giornali del regime, nelle federazioni dei fasci di
combattimento»; quanti tra i Guf fossero riusciti a miscelare
correttamente lo studio e l’attività politica, sarebbero
inevitabilmente divenuti membri di quell’«esercito di dirigenti»
pronti per i diversi settori della vita del Guf183 e,
successivamente, del regime; per questi giovani, sottolineava
Brea, la laurea altro non era che «un dovere di professione, un
piccolo punto di arrivo e di partenza, una delle tante tappe della
loro giovane e già valida ed efficace vita»184. Il fascismo
universitario quindi, non consisteva nell’affogare la propria
personalità «nella piccola e contingente considerazione di una
laurea», ma doveva invece realizzare «la forma più efficace e più
valida di preparazione dei quadri dirigenti»185.
Che i Guf dovessero svolgere tale funzione, era un’idea –
come abbiamo visto – fortemente perseguita dagli organismi
direttivi del partito, ed essa trovava espressione nella formula
largamente propagandata della «valorizzazione» degli
universitari. Una manifestazione di questa volontà si ebbe alla
fine del 1934, quando la segreteria centrale sollecitò la
segnalazione di fascisti universitari meritevoli di essere
presentati a confederazioni, enti, commissioni, istituti, per

183 «Organizzazione politica, attività sindacale-corporativa, conferenze,


campeggi, crociere, propaganda culturale e coloniale, sezioni artistiche,
stampa, littoriali dello sport e della cultura, sono tutte manifestazioni
che richiedono capacità, intelligenza, carattere, entusiasmo» (ivi, p. 771)
184 Ibid.
185 Ibid.
190
incarichi e borse di studio186. Con le informazioni raccolte fu
creato un vero e proprio archivio di dati relativi a giovani
potenziali quadri: dall’ingente materiale pervenuto furono
selezionati 462 nominativi, organizzati in una tabella con i dati
riassuntivi di ciascun prescelto. La lettura dei profili degli
universitari selezionati, fornisce gli elementi per ricostruire le
caratteristiche di questi candidati a ricoprire incarichi attraverso
la mediazione del partito. Da segnalare è il consistente emergere,
rispetto alle qualifiche tradizionali, degli specifici titoli fascisti,
dall’anzianità di iscrizione al partito alla collaborazione con
qualche suo organismo dipendente: il curriculum veniva
«arricchito» dall’aver frequentato corsi di cultura politica o
sindacale, l’aver svolto forme di tirocinio presso le federazioni
fasciste, l’aver svolto attività redazionale in riviste o giornali,
dalla qualifica di «littore», dall’essersi dimostrato particolarmente
abile nelle attività sportive187; si trattava dunque di una selezione
basata esclusivamente su criteri «fascisti», e non oggettivamente
condotta sulla reali capacità e competenze acquisite; inoltre va
sottolineato che non veniva utilizzato alcun criterio basato sul
reddito, sul censo, sulle condizioni economiche dell’aspirante
borsista e della famiglia di provenienza: il regime, attraverso i
Guf non mirava a creare semplicemente un classe dirigente tout-
court, ma un classe dirigente fascista.
I Guf ebbero dunque l'ambizione di svolgere un ruolo
significativo nella formazione dei potenziali quadri dirigenti fu
quello coloniale. Anche in questo campo, l’attività fu strutturata
su due livelli: quello prettamente propagandistico – in special
modo nel periodo precedente la conquista etiopica – e quello
formativo, nella fase della colonizzazione vera e propria.
Per i giovani appartenenti ai Guf, la Guerra coloniale «la loro
guerra»: come scriveva Renzo Lodoli188, infatti, all’indomani
della conquista etiopica, la vita dei giovani poteva dirsi «piena»

186 Cfr. la Circolare n. 148, datata 7/11/1034, in ACS, PNF, Servizi vari,
serie I, b. 353, f. 6.1.38.
187 Ibid.
188 Renzo Lodoli, Missione di una generazione, in «Roma fascista»,

30/7/1936.
191
in quanto, alla luce della loro partecipazione diretta al conflitto,
si era finalmente posto termine alla loro condizione di «debitori
quasi insolvibili» che «non avevano dato nulla e pretendevano
tutto»189; il «largo ai giovani» non aveva dunque più senso poiché
i giovani «il largo se lo erano fatto di forza»; spettava a loro, dopo
che i «padri» avevano reso forte l’Italia, farla ricca. Perciò i Guf
potevano svolgere un ruolo fondamentale nella «formazione
della classe dirigente colonialista»190 chiamata a garantire il
«dominio, potenziamento, sviluppo ed infine sfruttamento di un
territorio di tale estensione e complessità etniche, geografiche ed
economiche» che non poteva essere affidato che a «persone
completamente preparate nel fisico, nel cervello e nel morale»191;
i giovani universitari dovevano dunque divenire «i veri
colonialisti»; occorreva però, creare un’adeguata classe dirigente
coloniale, ripartire da zero, non continuando a servirsi di quegli
apparati formativi che si «occupavano di cose coloniali» (tra cui
le università, ormai «insufficienti per qualsiasi preparazione
veramente positiva»192). L’insistenza sulla potenzialità del
contributo gufino alla vita coloniale è presente in maniera
costante in tutto il periodo compreso tra il ’35 ed il ’43: nel
marzo 1940, «Rivoluzione», rivista del Guf fiorentino,
pubblicava un articolo193 in cui si affermava che, relativamente
alla «vita dell’Impero», quella della «sistemazione dei giovani e
dell’afflusso costante della gioventù italiana» era senz’altro una
delle questioni più urgenti da risolvere: i giovani
rappresentavano infatti gli elementi più affidabili per «le grandi
compagnie parastatali a carattere monopolistico» che
lamentavano costantemente la mancanza di giovani da
impiegare, in particolare nel settore dei lavori pubblici,
inquadrandoli in funzioni dirigenti, il che rendeva urgente
l’arrivo di figure professionali quali ingegneri, geometri,

189 Ibid.
190 Cfr. Sergio C. Lupi, La formazione della classe dirigente dell’Impero, in
«Roma fascista», 29/10/1936.
191 Ibid.
192 Ibid.
193 Cfr. Art. di C. Brusini, in «Rivoluzione», 3/3/1940.
192
assistenti. In tal senso i Guf ricoprirono dunque una funzione
piuttosto rilevante, essendo chiamati alla formazione di quelli
che sarebbero dovuti essere i «colonizzatori»; come spiegato da
«L’Africa italiana» nell’aprile ’41194, era infatti sempre più
evidente l’urgenza di «mettere i giovani dei Guf […] a contatto
con le Colonie», per contribuire alla selezione ed alla formazione
di una «pattuglia di autentici coloniali […] capaci di guidare le
schiere dei coloni, di reggere aziende» e di resistere grazie ad un
carattere formatosi secondo i dettami del regime; già dal 1939,
era stato concluso un accordo tra i Guf e l’I.F.A.I.195 che sanciva
la strettissima collaborazione tra le due strutture e che, oltre ad
affidare ai Guf il compito di stimolare nei giovani l’idea coloniale
ed imperiale, impegnava le sezioni coloniali gufine nella
«formazione dei futuri coloni, lavoratori, datori di lavoro e
dirigenti» da poter destinare e positivamente inserire nelle
colonie; alla luce degli studi compiuti e dei perfezionamenti
conseguiti attraverso le sezioni coloniali, i guf avevano ormai
dimostrato di aver acquisito le necessarie capacità per divenire
«i perfetti dirigenti coloniali dell’Italia fascista»196.
Anche il settore industriale era ritenuto dai Guf un potenziale
campo di applicazione delle proprie capacità formative e
gestionali: nel gennaio ’37 il giovane Gianni Zambelli
evidenziava su «Roma fascista» l’attenzione «degli industriali
della nuova Italia»197 per gli universitari, rilevando che «le porte
delle aziende non sono aperte ma spalancate» per quei giovani,

194 Cfr. La destinazione dei giovani laureati alla vita coloniale, in «L’Africa ita-
liana», aprile 1941.
195 Cfr. Mario Bovini, I fascisti universitari nell’attività coloniale, in «L’Africa

italiana», marzo-aprile 1939; cfr. inoltre F. Valerio Bassan, I quadri am-


ministrativi per l’Impero, in «Roma fascista» 4/3/1937 (in cui si riteneva
non idonea la facoltà di Scienze Politiche alla formazione dei quadri e
dei dirigenti del governo coloniale); Gaspare Agresti, Preparazione dei gio-
vani per l’Africa, in «Roma fascista», 3/6/1937; L’Impero e i giovani, in «Li-
bro e Moschetto», 30/4/1937.
196 Ibid.
197 Cfr. Gianni Zambelli, Iniziative dell’industria italiana, in «Roma fasci-

sta», 14/1/1937.
193
preparati «tecnicamente e moralmente e fisicamente»: in
particolare, riferendosi alle grandi società sorte per la
valorizzazione del nuovo impero italiano e per il raggiungimento
della piena autarchia economica198, veniva fatto notare che tali
nuovi organismi avevano dichiarato apertamente «di avere
bisogno di giovani gagliardi, solo di giovani» e citava una lettera
della presidenza della «Società Montecatini» – che bene
rappresentava «il pensiero e l’attività di tutti gli industriali
italiani» – in cui era richiesto alla segreteria dei Guf sia la
segnalazione di adeguati giovani in grado di lavorare nella
«valorizzazione delle terre conquistate», sia un contributo nel
settore della formazione dei quadri.
Tale caso, non isolato, induce peraltro a ritenere credibile che
avvenisse non di rado che la Segreteria dei Guf disponesse della
facoltà di inserire giovani in posti di lavoro resi disponibili dalla
grande industria: in tal senso è significativo l’episodio avvenuto,
sempre nel ’37, e che vedeva protagonista il Presidente dell’IRI,
Beneduce199: il 20 maggio Gianni Zambelli, dalle colonne di
«Roma fascista», commentando i positivi risultati conseguiti
dalla società di Stato, esprimeva il compiacimento del Guf per
la decisione, annunciata da Beneduce, di destinare annualmente
il 10% degli utili dell’IRI alla formazione ed alla preparazione di
giovani o tecnici sperimentati nel settore; il segretario del Guf si
riservava di offrire, in tale ottica, la collaborazione
dell’organizzazione mediante la «segnalazione» di giovani idonei
alle funzioni proprie dell’IRI, ricevendo in risposta da Beneduce

198 L’A. fa riferimento alla «Azienda nazionale Idrogenazione combu-


stibili […], Compagnia nazionale imprese elettriche […], Compagnia
mineraria etiopica […]» (ibid.).
199 La ricostruzione di questa vicenda, avendo constatato la non dispo-

nibilità di materiale archivistico, è effettuata sulla base di g.z. [Gianni


Zambelli], L’IRI e la valorizzazione dei giovani, in «Roma fascista»,
20/5/37; 22/5/1937; 10/6/1937; Lando Nugoli, L’IRI e i Littoriali, in
«Roma fascista», 28/4/1938; Gianni Zambelli, I milioni dell’IRI e i giovani,
in «Roma fascista» 19/5/1938; Id., Il Presidente dell’IRI illustra a «Roma
fascista» il funzionamento dei corsi per dirigenti industriali, in «Roma fascista»,
9/6/1938.
194
ampie rassicurazioni sull’intenzione di inserire, nelle carriere
direttive della società, quei giovani che avessero dimostrato
«attitudini ad assumere comandi aziendali». La relazione di
Beneduce sul bilancio ’37 dell’azienda prevedeva l’istituzione di
un fondo riservato a 60 giovani laureati in discipline tecniche; a
questo punto «Roma fascista», in quanto organo di stampa del
Guf dell’Urbe, scatenava un attacco veemente contro il
presidente dell’Iri lamentando, in sostanza, «la assoluta
esclusione dei GUF» da qualsiasi forma di partecipazione alla
selezione ed alla indicazione di questi giovani; i Guf temevano
dunque che dietro la decisione di Beneduce si nascondesse
quella mentalità – tipicamente «borghese» – che tendeva a
favorire «i primi della classe» ovvero i «gagà», o peggio gli
«apolitici», «tutta quella insopportabile categoria di giovani che
vivono ancora nell’Ottocento». Di fronte a tale alzata di scudi,
al presidente dell’Iri non rimaneva altro che «chiamare i Guf a
dare il loro parere» per la scelta dei giovani impegnandosi ad
assumere per la preparazione alle carriere direttive industriali,
«sessanta giovani scelti d’accordo con i Guf».
Questo episodio dà l’idea del tentativo di penetrazione
espletato dai Guf nella struttura del Regime e nel settore della
selezione e della formazione, mostrando come, nell’ambito del
grande sforzo organizzativo messo in atto dal partito, anche
all’interno delle strutture create o coinvolte in questo progetto e
non di pertinenza gufina, gli universitari fascisti videro man
mano crescere il proprio peso, essendo chiamati a partecipare
direttamente al funzionamento delle iniziative promosse dal
partito. Si tratta dunque di uno degli effetti della «simbiosi» tra
Stato e Partito tipica del sistema politico fascista, in cui non era
infrequente la circostanza per cui il confine teoricamente
tracciato, «veniva scavalcato più o meno agilmente» dal Partito
e dalle organizzazioni da esso dipendenti200.
La «vicenda Iri» appena descritta va letta alla luce della
attenzione particolare dedicata al settore dell’industria e della
produzione dal regime, senza peraltro conseguire risultati

200 In tal senso cfr. E. Gentile, Fascismo e antifascismo…cit., p. 239.


195
soddisfacenti: a proposito della vicenda Iri, va infatti letto un
editoriale di «Critica fascista»201 che bene illustra la profondità
del significato dello scontro che aveva opposto i Guf a
Beneduce: per tentare di risolvere i tanti problemi che le
industrie vedevano ancora insoluti («anzitutto farle sorgere, e
dove, e in quali dimensioni; e finanziarle; e poi far si che
producano – come si dice – a costi minimi»202), si doveva
ricorrere a molti «uomini nuovi; giovani d’anni, capaci per
attitudini e per studi e, soprattutto, dotati di una mentalità
nuova»; se l’Iri avvertiva il bisogno di dirigenti da avviare alla
carriera direttiva, questi andavano preparati «non solo
tecnicamente, ma politicamente» al fine di trasformare
l’industria italiana che doveva, secondo «Critica fascista»
capovolgere la mentalità in essa radicata per cui mirava
esclusivamente alla conquista «del mercato interno», bensì si
orientasse verso la ben più decisiva sfida che consisteva nel
«vincere la battaglia autarchica»203.

Se i Guf puntavano ad allargare il loro specifico campo di


azione dalle università agli altri settori della società, verso i quali
in quegli anni si erano indirizzati mediante una presenza sempre
più pervasiva, analoga operazione la conducevano verso le
organizzazioni dipendenti dal partito o da esso controllate.
Il terreno sul quale essi si proponevano di agire era
principalmente quello della propaganda verso i giovani
lavoratori inquadrati nei Fasci giovanili di combattimento. I Guf
si avvalevano del principio tipico dell’«aristocrazia del comando»
per cui la gioventù universitaria doveva occuparsi della
formazione politico-culturale di quella che si trovava a un livello
scolastico inferiore. Infatti, già negli anni precedenti, ed in
particolare nelle città più piccole e non sedi di ateneo, i Guf
avevano svolto abitualmente il ruolo di propagandisti fra i

201 Cento giovani per l’industria, in «Critica fascista», 1/6/1938.


202 Ibid.
203 Ibid. Sulla necessità, già avvertita nei primi anni Trenta, di portare i

giovani «alla direzione dell’industria» cfr. Benigno Crespi, Funzioni della


gioventù. Forze nuove nell’Industria, in «Critica fascista», 1933, pp. 342-343.
196
giovani, i lavoratori e i contadini, in città e nei comuni della
provincia204. Alla fine del 1932 Starace aveva tentato di
formalizzare l’azione propagandistico-formativa dei Guf nelle
scuole medie, chiedendo al ministro dell’Educazione nazionale
Ercole l’autorizzazione a farvi tenere da universitari conferenze
di carattere corporativo-sindacale, ricevendone però risposta
negativa205.
Di fronte all’ostruzionismo manifestato dal mondo della
scuola (dove peraltro l’Onb e la Gioventù Italiana del Littorio –
Gil – difendevano accanitamente le posizioni guadagnate),
l’azione propagandistica dei Guf si rivolse quindi sempre più
verso i settori della società inquadrati dal partito, svolgendosi nei
circoli rionali, nelle sezioni del dopolavoro, nei fasci, presso le
unioni provinciali dei sindacati ed incontrando quali
interlocutori i giovani fascisti, cioè gli iscritti ai Fasci giovanili di
combattimento, e gli iscritti al partito o ai sindacati206. A
coronamento di questo sempre più marcato impegno dei Guf
nell’azione di divulgazione del fascismo e della sua dottrina,
giunsero, nel corso del 1936, due significative attribuzioni: la
responsabilità organizzativa della nuova manifestazione dei
«Littoriali del lavoro»207 e, qualche tempo dopo, quella dei «Corsi
di preparazione politica».
I Littoriali del Lavoro, anch’essi organizzati dai Guf
rappresentavano delle competizioni riservate ai membri dei fasci
Giovanili che non appartenevano al mondo universitario208,
offrendo loro «la possibilità di aspirare ad un riconoscimento

204 Come emerge dal carteggio, già citato, tra Guf centrale e Guf peri-
ferici, suddiviso per categorie annuali.
205 Cfr. la lettera di Starace ad Ercole datata 19/19/1932 e la risposta,

datata 16/11/1932, in ACS, PNF, Servizi vari, serie I, b, 349, f. 6.1.25.


206 Cfr. le relazioni mensili, suddivise per anno e per provincia, dei Guf

locali, in ACS, GUF, bb. 39-43.


207 Su cui cfr. I Littoriali del Lavoro. Anno XIV, in ACS, PNF, Servizi

vari, serie I, b. 355, f. 6.1.51.; relativamente ai compiti dei Guf nella


preparazione dei concorrenti cfr. la Circolare n. 17, datata 18/12/1936
in Atti del PNF, vol. VI, cit. t. III, pp. 18-19.
208 Cfr. G. Lazzari, Op. cit., pp. 15,23-27.
197
delle proprie attitudini e capacità professionali»209. L’obiettivo
dei Littoriali del lavoro era, oltre all’integrazione dei giovani
operai, contadini e artigiani nel sistema politico e
nell’ordinamento economico e corporativo del fascismo, anche
il miglioramento qualitativo e quantitativo della produttività.
Non a caso la nascita dei Littoriali del Lavoro coincise con il
periodo della Guerra d’Etiopia e delle sanzioni economiche
imposte all’Italia della Società delle Nazioni, alle quali la
gioventù lavoratrice doveva rispondere dimostrando la propria
«ferrea volontà nella conquista della completa autarchia nel
campo del lavoro e della produzione»210. A differenza dei
littoriali della cultura e dell’arte, economicamente
«improduttivi», il Littoriali del Lavoro, separati anch’essi
secondo i sessi, dopo l’entrata in guerra dell’Italia nel giugno del
1940, non solo continuarono su larga scala, ma vennero anzi
incrementati. Alle preselezioni a livello comunale del gennaio
1941, che comprendevano tutti i rami della produzione agricola,
artigianale e industriale, parteciparono circa 62 mila giovani
(31734 uomini e 30224 donne), preparati alle competizioni a
partire dal novembre dell’anno precedente per mezzo di 7875
corsi di istruzione politica e professionale organizzati dai Guf,
da associazioni professionali e dalla Gil. Si qualificarono per i
Prelittoriali, che ebbero luogo in febbraio in tutti i capoluoghi di
provincia, 17607 (nel 1940 erano stati 12315) concorrenti di
sesso maschile e 17018(1940: 11616) di sesso femminile. I veri
e propri Littoriali infine furono allestiti in marzo per gli uomini
e a Pisa in aprile per le donne, e registrarono rispettivamente
1879 e 1243 partecipanti211 mostrando chiaramente che non si
può parlare di una vera e propria mobilitazione di massa dei
giovani lavoratori.

209 Cfr. l’Appunto [redatto credibilmente da Mezzasoma] per S.E. Sta-


race, datato 1/9/1936, in ACS, PNF, b. 354.
210 Cfr. PNF-GUF, a cura di, Littoriali Maschili e Femminili del lavoro (To-

rino-Pisa-Milano marzo-aprile-maggio 1941), a cura di Salvatore Gatto, Nino


Tripodi, Roberto Bianchi, Bologna, Edizioni della Segreteria dei GUF,
1941, Introduzione, pagina non numerata.
211 Per tutte le cifre, cfr. ivi, pp. non numerate.
198
Con lo scoppio della guerra l’aspetto della produzione prese
sempre di più il sopravvento nei Littoriali del lavoro. Mentre i
giovani intellettuali erano chiamati, per così dire, a difendere i
fondamenti immateriali del fascismo, quei giovani lavoratori che
non avevano indossato la divisa dovevano invece combattere «la
propria guerra nei campi e nelle officine»212, contribuendo così
con il lavoro alla sopravvivenza materiale del regime.
Va peraltro sottolineato che il regime intendeva connotare tale
manifestazione attraverso l’elemento essenziale della
«consapevolezza politica» che i giovani lavoratori dovevano
raggiungere; a tal fine, mediante un accordo nazionale con le
Confederazioni fasciste dei lavoratori di ogni settore interessato,
si era stabilito che il «littori» sarebbero stati ammessi nei
rispettivi Direttori dei Sindacati nazionali213. L’avvenuta
istituzione dei Littoriali del lavoro, secondo Bernardo
Giovenale214, se dava «uno scopo all’attività culturale operaia»,
forniva anche e soprattutto «un mezzo di selezione dei dirigenti
dei sindacati operai»: nell’articolo pubblicato su «Critica fascista»
veniva infatti proposto di stabilire, come requisito principale
«per essere eletti» nei sindacati, «l’aver partecipato ai littoriali
operai», favorendo quindi quei giovani interessati agli studi
politici e dando loro loro la possibilità di «diventare dirigente e

212 Cfr. PNF-GUF, a cura di, Littoriali Maschili…cit.


213 Cfr. G. Calendoli, Significato rivoluzionario dei Littoriali del lavoro, in «Ge-
rarchia», maggio 1939, pp. 352-354: «Sotto questo aspetto si rivela –
prosegue Calendoli – […] il significato profondamente innovativo e ri-
voluzionario dell’educazione fascista della giovinezza del lavoro. Nelle
organizzazioni sindacali dei regimi liberali acquistano una posizione di
preminenza non quei lavoratori che uniscano una precisa consapevo-
lezza politica ad una capacità lavorativa, ma quei lavoratori che, astraen-
dosi dal proprio mondo e perdendo quindi la percezione diretta delle
sue esigenze, fanno dell’attività organizzativa e propagandistica la pro-
pria vera professione» (Ivi, p. 353).
214 Bernardo Giovenale, Per la gioventù operaia, in «Critica fascista»,

1/1/1935.
199
di mettere quindi in pratica ciò che sa e ciò che per molto tempo,
per conto suo, può aver pensato»215:

Dobbiamo fare in modo – spiega Giovenale – che i migliori fra essi


abbiano campo per esplicare tutte le loro doti, e prendere nella
gerarchia sociale il posto che queste doti assegnano, senza che sia
un impedimento la mancanza di quella cultura generale a cui siam
soliti assegnare un peso troppo elevato nel classificare il valore
degli uomini. Con questo intendo dire che ai migliori tra questi
giovani non dobbiamo avere nessun timore di assegnare posti di
comando ben più elevati di quello di dirigente sindacale.216

L’avvenuta istituzione dei Littoriali del Lavoro era


positivamente commentata anche da Mario Rivoire217,
soprattutto per l’impostazione «in senso pratico» del problema;
i giovani operai venivano infatti dissuasi dalla tendenza, assai
pericolosamente diffusa, a ritenere «che l’ideale […] di un buon
lavoratore sia di cambiar mestiere» per cui si preferiva passare
dalla condizione di «ottimo operaio» a quella di «mediocre
impiegato»; tale passaggio non andava infatti ritenuto una
promozione; i Littoriali e l’opera di accompagnamento svolta dai
Guf dovevano convincere i giovani operai «di valere quanto i
giovani studenti»; compiendo così un passo decisivo verso la
«pienezza collettiva del popolo italiano».
La fusione necessaria fra la «attività intellettuale» e quella del
«lavoro» diveniva, come ampiamente documentato da Parlato218,
un parametro decisivo nella selezione della élite fascista, elevata
al rango di concetto fondante: si trattava di una vera e propria
«mistica del lavoro» per cui i Guf al «libro» ed al «moschetto»
dovevano «aggiungere anche la vanga»219, per sviluppare quella
«attitudine pratica ai lavori manuali» – «la possibilità di arare
come un vero agricoltore o di attendere ai processi industriali

215 Ibid.
216 Ibid.
217 Mario Rivoire, I littoriali del Lavoro, in «Critica fascista», 1/4/1936.
218 Cfr. G. Parlato, Op cit., in particolare pp. 177- 223.
219 Cfr. Bruno Masotti, Libro, moschetto e vanga, in «Via Consolare», dic.

XVIII [1940], p. 16.


200
con la perizia di un operaio» – necessaria alla corretta
formazione del fascista universitario e del «dirigente del
domani».
La decisione di affidare ai Guf l’organizzazione di tale evento
si spiega dunque per conseguire quella «unità che [doveva]
intimamente esistere tra lavoro e cultura»220, rappresentando
altresì lo spunto per un tentativo della dirigenza gufina, risultato
peraltro vano, di indurre la segreteria del partito ad assegnare
all’organizzazione universitaria anche la gestione della «attività
culturale dei Giovani Fascisti»221.

I «Corsi di preparazione politica per i giovani», furono istituiti


dal partito nel febbraio 1935222 ed assegnati alla vigilanza dei Guf
nel settembre ’36223. I «Corsi» nascevano con l’obiettivo di
mettere in condizione chiunque fosse investito di una qualche
responsabilità politica o amministrativa nelle organizzazioni
fasciste, anche se di piccolo rilievo, di disporre di «quella
necessaria ampia visione e conoscenza della realtà politica,
nazionale e locale». La decisione di affidare ai Guf tale
importante compito, stata assunta sulla base di una proposta
provenienti dagli stessi Guf: la segreteria degli universitari
infatti, in un Appunto a riservato a Starace, datato e redatto
presumibilmente da Mezzasoma224, denunciava lo «slittamento»
«su di una strada che appare oziosa se non addirittura
pericolosa» dei Corsi tenutisi fino a quel momento: serviva, si
legge nell’Appunto, ricondurre tale iniziativa sulla strada segnata
originariamente, per cui si dovevano «preparare politicamente i
giovani, il che non significa tanto avviarli alla carriere politica,
quanto creare in loro una mentalità e una sensibilità politiche»; i
Corsi dovevano funzionare come una «palestra e non come una

220 G. Calendoli, Significato rivoluzionario dei Littoriali del lavoro, cit.


221 Ibid.
222 Su cui cfr. la Circolare n. 356, datata 9/2/1935, in Atti del PNF, vol.

IV, cit., pp. 249-256.


223 Cfr. il Foglio di disposizioni, n. 630, datato 17/9/1936.
224 In ACS, PNF, Servizi vari, serie I, b. 354.
201
specie di Università politica»225, rendendo quindi gli stessi Guf
molto più idonei di altre strutture a seguire e coordinare tali
Corsi; il pericolo connesso ad una iniziativa così concepita era
però rappresentato dalla potenziale carica di «carrierismo» che
rischiava di permeare la mentalità degli allievi, nella convinzione
che i Corsi rappresentassero un’anticamera della carriera
direttiva in seno ai Fasci:

Su queste basi – prosegue l’Appunto – i Corsi dovrebbero essere


nuovamente impostati e a questi criteri dovrebbe essere ispirata la
rigorosa opera di selezione da compiere non soltanto tra i
concorrenti ma pure e specialmente tra i cosiddetti insegnanti, i
quali, il più delle volte, sono i soliti conferenzieri rettorici ed
incompetenti che trovano il modo, anche attraverso i Corsi di
preparazione politica, di sfogare il proprio esibizionismo verboso
ed inutile.

L’obiettivo dei Guf era quindi quello di ottenere anche la


titolarità dell’insegnamento, modificando l’oggetto stesso della
formazione: anziché i soli «principi fondamentali dell’etica e
della dottrina del Fascismo» (seppure fondamentali ed
opportuni), serviva dedicarsi alla formazione morale e spirituale
degli aspiranti dirigenti, suscitando in loro «il senso della
disciplina e della responsabilità», «lo spregio del pericolo e la
poesia dell’eroismo», il «senso religioso del dovere e della
dedizione alla Patria»226; la pratica di forme di tirocinio e l’attività
fisica e sportiva avrebbero integrato «la personalità particolare
dell’italiano di Mussolini che non può essere nè un teorico
inconcludente nè un pratico ignorante»227.
In seguito a questa nuova attribuzione, i Guf ambivano ad
assumere la «netta posizione di pattuglie di punta del Partito»
divenendone «lo strumento di penetrazione nelle coscienze delle
masse e di preparazione della gioventù fascista ai futuri compiti

225 Cfr. la Circolare n. 356, cit.


226 Ibid.
227 Ibid.
202
della Rivoluzione»228; in effetti, il loro impegno politico e
propagandistico aumentò: una significativa serie di relazioni
mensili, relative ai mesi di febbraio e marzo del 1937, ci
mostrano come tutti i gruppi della penisola fossero in quel
periodo attivamente occupati nell’opera di preparazione dei
giovani lavoratori ai prossimi prelittoriali, attraverso
conversazioni nei fasci e nei dopolavori della città e dei centri
rurali della provincia229; ciò nonostante non mancarono critiche,
peraltro assai pesanti vista la provenienza, sulla gestione dei
Corsi; nell’agosto ’38 infatti, «Critica fascista» pubblicò un
articolo di Enzo Capaldo che sottolineando il fatto che i corsi
dovevano curare la preparazione piuttosto che la cultura politica,
stilò un primo bilancio di questa iniziativa ritenendo «azzardato»
affermare che i Guf si fossero dimostrati «attrezzati e dotati di
tutti i mezzi ed i poteri necessari a tradurre pienamente in atto»
gli intenti originali di tali corsi230. Va infine rilevato che la
denuncia di Mezzasoma per cui i Corsi venivano percepiti come
una sorta di avvio «carrieristico» alla politica, non trovò
soluzione se, nel novembre 1940 il periodico gufino «Il
Lambello» vi tornava polemicamente231, auspicando che
potessero essere frequentati da «un individuo, un «fascista
integrale», consapevole di poter servire la Patria in posti di
responsabilità e di lavoro, assumendo, maggiori obblighi e più
grandi doveri» di quanti desideravano soltanto divenire «nuovi
gerarchi»232.
I nuovi impegni assunti dai Guf comportavano comunque un
significativo mutamento nelle funzioni dell’organizzazione
universitaria e nel suo rapporto con le altre organizzazioni
giovanili. Come rilevava Giuseppe Longo su «Critica fascista»
nel 1937, i Gruppi universitari fascisti tendevano «sempre più a

228 Ibid.
229 Cfr., ACS, GUF, b. 40, f. 594.
230 Cfr. Enzo Capaldo, La classe politica fascista. Valore dei corsi di prepara-

zione politica, in «Critica fascista», 15/8/1938.


231 Cfr. Corsi di preparazione politica per i giovani, in «Il Lambello»,

25/11/1940.
232 Ibid.
203
porsi come i centri propulsori della preparazione e dell’attività
politico culturale di tutta la gioventù fascista» assumendo via via
funzioni tali da renderli elementi fondamentali nell’azione di
raccordo tanto tra il partito e le università, quanto tra il partito e
l’ordinamento sindacale-corporativo, in virtù del loro crescente
impegno nelle organizzazioni sindacali delle categorie
professionali verso cui si indirizzavano i giovani usciti dalle
università233.
Va infatti ricordato che, a partire già dal maggio 1934 era stato
deciso l’inserimento di rappresentanti dei Guf nei direttori
provinciali dei sindacati facenti parte della Confederazione
fascista dei professionisti ed artisti, allargando, l’anno
successivo, la rappresentanza anche ai direttori nazionali234.
Queste disposizioni miravano ad integrare l’operato delle
organizzazioni universitarie con gli apparati sindacali-
corporativi, al fine, come spiegava Longo, di «inserire sempre
più vitalmente i GUF, e quindi i giovani, nella concreta vita
istituzionale del Regime»235.
Nel 1935 il Guf di Roma aveva organizzato Corsi di cultura
sindacale e corporativa presso l’Istituto Superiore di Studi
corporativi del Lavoro e della Previdenza236; si trattava di
un'iniziativa, basata sul consueto metodo della lezione seguita
dalla relativa discussione, che mirava – nelle intenzioni del
segretario del guf capitolino Antonio Lacava – a colmare una
«lacuna» nell’insegnamento universitario, svolgendo una
innovativa opera di propaganda: tali corsi si articolavano infatti
in due settori: l’uno destinato ai «connazionali, studenti
universitari o no», e l’altro era di «Cultura fascista per stranieri»;

233 Cfr. Giuseppe Longo, Le organizzazioni giovanili e l’ordinamento sindacale,


in «Critica fascista», 1/6/1937,
234 Cfr. Foglio di disposizioni, n. 420, datato 2/7/1935; Foglio di disposizioni,

n. 444, datato 18/8/1935dove era precisato che i rappresentanti dove-


vano essere giovani professionisti ovvero artisti alle prime armi iscritti
però sia al sindacato che al Guf.
235 G. Longo, Le organizzazioni…cit.
236 Cfr. la relazione di Lacava, s.d. ma collocabile nella prima metà di

agosto ’35, in ACS, GUF, b. 39, f. 591.


204
quest’ultimo era stato concepito prevedendo la partecipazione
di cittadini stranieri che si trovassero a Roma «per scopi turistici
o culturali»:

Non basta infatti, per certo genere di pubblico, venire a Roma ed


essere ricevuti un paio di volte da qualche gerarca, non basta
visitare Littoria o altre opere del Regime, ma occorre che tutto ciò
sia integrato e in un certo sensoguidato da un insieme organico di
nozioni e di convinzioni che si possono acquistare solo con
disciplina scientifica.

Al corso del primo anno avevano partecipato 141 italiani (nella


maggioranza professionisti, operai, impiegati) e 41 stranieri i
quali dimostravano alla commissione d’esame (presieduta dal
Direttore dell’Istituto, Oddone Fantini) una «intelligente
preparazione»237.
Le sezioni corporative dei Guf, che avevano come scopo
precipuo quello di preparare gli elementi individuati come più
idonei alla competizione dei Littoriali238, svolgevano un’attività
intermittente, in quanto, una volta conclusa l’annuale esperienza
dei Littoriali, le sezioni rallentavano inevitabilmente le loro
attività; pertanto i Guf chiedevano di ampliare il raggio d’azione
di queste sezioni al fine di accompagnare l’universitario nella
«realtà economica e sociale di ogni giorno»; A. L. Arrigoni
descriveva infatti in dettaglio i limiti imposti ad una effettiva e
positiva azione dei Guf, dalla assoluta mancanza di contatto e
connessione con i Sindacati; se infatti per il sindacato un
rapporto più stretto e funzionale con gli universitari fascisti
avrebbe garantito la disponibilità di «elementi dottrinalmente
preparati, adatti a permettergli di svolgere finalmente quella
funzione di educazione politica che la Carta del lavoro gli
compete», altrettanto per i Guf sarebbe stato fondamentale
riuscire ad avvicinare i giovani universitari ai problemi delle

237Ibid.
238Cfr., A. L. Arrigoni, Cultura e sezioni corporative dei G.U.F., in «Gerar-
chia», febbraio 1937, pp. 127-129.
205
categorie, «ponendoli direttamente di fronte alle necessità ed alle
mentalità del lavoratore»:

Bisogna sempre partire dal concetto – spiega Arrigoni – che


l’universitario di oggi è il dirigente di domani: l’insegnante, il dirigente
sindacale, il funzionario statale, il dirigente d’azienda,
l’imprenditore ecc.. Avvicinarlo al lavoratore significa dargli un
nuovo ascendente morale su di esso, significa chiarirgli la realtà
della sua vita, dei suoi problemi, delle sue necessità.239

Emergeva dunque, anche in questo settore, l’idea della


missione spettante agli universitari i quali adottarono, anche per
i sindacati, il medesimo sistema delle «conversazioni», in quanto
– nei giovani lavoratori – «l’amore alla cultura,
all’organizzazione, all’idee stesse» non poteva sorgere
«attraverso il libro», bensì «per mezzo del mutuo scambio di idee
tra la persona colta e la meno colta»240.
Accanto a tale iniziativa ed agli scopi più concreti di assicurare
una rappresentanza e dunque una tutela sindacale ai neolaureati,
nonché di avviare la formazione di dirigenti sindacali, attraverso
il tirocinio dei rappresentanti dei Guf presso i sindacati stessi,
ciò che principalmente motivava l’impegno sindacale dei Guf
era dunque l’intento di allargare il loro ventaglio di intervento e
di inserirlo nel più vasto della costruzione dello Stato totalitario.
La maggiore caratterizzazione in senso politico della funzione
dei Guf determinò inoltre un mutamento nella composizione
dei gruppi. Il bacino di raccolta degli iscritti ai Guf si allargò,
dapprima, alla fine del 1935, ai laureati fino a 28 anni di età e
fino a tre anni dopo la laurea, in seguito, nel novembre 1936, ai
diplomati presso gli istituti medi superiori, dai 21 ai 28 anni,
accogliendo cosi, di fatto, categorie di persone in diverso grado
disomogenee rispetto all’ambiente universitario vero e

239 Ivi, p. 127.


240 Ivi, p. 128.
206
proprio241. Furono proprio queste categorie, organizzate in
specifiche sezioni in ogni gruppo, ad essere principalmente
investite dei nuovi compiti affidati ai Guf, come spiegò
Giovanni Calendoli nel corso di un incontro ufficiale con la
omologa organizzazione studentesca nazista: attraverso di esse,
infatti, i Fascisti Universitari potevano conoscere, mediante una
frequentazione quotidiana e diretta, «la vita del lavoro, l’ordine
sindacale […] portando l’educazione data dalla organizzazione
politica ad un grado di efficienza non solo ideale, ma reale,
attraverso esse i Fascisti universitari divengono cittadini, anzi
fascisti nel più ampio senso della parola»242.
Le «sezioni laureati e diplomati» assunsero così l’importante
funzione di organi di raccordo di tutte le attività che portavano
i Guf fuori dall’ambito accademico e li collegavano al più ampio
disegno di inquadramento totalitario della società perseguito dal
regime, rendendoli partecipi dell’«orientamento razionale dei
giovani verso le varie professioni»243. Tali sezioni accrebbero e
perfezionarono le proprie prerogative in seguito alle decisioni
assunte nel rapporto nazionale dei fiduciari delle sezioni,
svoltosi a Ferrara il 17 e il 18 ottobre 1937. Si decise che, a
partire da quell’anno, i laureati e i diplomati sarebbero stati
immessi nei gruppi rionali dei fasci di combattimento delle città,
«per adempiervi, gradualmente, tutti gli incarichi politici,
culturali, propagandistici e assistenziali»: i Guf erano in tal modo
direttamente collegati al partito nella sua azione capillare sui
territorio244. Riguardo ai compiti da svolgere nei gruppi rionali245

241 Cfr. il Foglio di disposizioni, n. 501, datato 29/11/1935, in Atti del PNF,
vol. V, cit. t. I, p. 229; Foglio di disposizioni, n. 685, datato 27/11/1936,
in Atti del PNF, vol. VI, cit. t. I, p. 315.
242 Cfr. La delegazione nazista ai Littoriali di Palermo, in «Roma fascista»,

14/4/1938.
243 Cfr. l’Appunto per il Segretario del Partito, datato 28/5/1938, in

ACS, PNF, Serie I, b, 358, f. 6.1.69.


244 Cfr. G.A. Costanzo, Il rapporto delle Sezioni Laureati e Diplomati presie-

duto a Ferrara dal Vice Segretario dei GUF. Formazione di dirigenti, in «Roma
fascista», 21/10/1938.
245 Su cui cfr. E. Gentile, La via italiana al totalitarismo…cit., p. 188.
207
si stabilì, l’anno successivo, di costituire in ognuno di essi una
«sezione rionale laureati e diplomati», con lo scopo di «apportare
alla vita del Gruppo rionale le energie giovanili dei Fascisti
universitari», curando «l’avvicendamento dei laureati e diplomati
nella vita politica, culturale e assistenziale del Gruppo stesso»246.
La sezione rionale si configurava. dunque, come una propaggine
del Gruppo universitario fascista innestata sull’organizzazione
periferica del partito, il quale in questo modo provvedeva a
formare ed ingaggiare i propri giovani funzionari247.
Tale compito, insieme a quelli già avviati dell’attività
assistenziale verso i propri iscritti nei primi anni della loro vita
professionale, della attività sindacale e dell’impegno per
l’organizzazione dei corsi di preparazione politica, dei Littoriali
del lavoro e di altre manifestazioni di carattere artistico e
culturale, facevano delle sezioni laureati e diplomati degli
organismi che incardinavano la propria azione sul delicato
momento del passaggio del giovane dalla fase dello studio a
quella dell’impegno diretto nella vita attiva, rappresentando, per
questo, la massima espressione delle possibilità di intervento
politico e di partecipazione dei Gruppi universitari fascisti
all’edificazione dello Stato totalitario ed alla selezione della sua
classe dirigente. Non è un caso, pertanto, che proprio da esse
sortirono, alla fine del decennio, due innovative proposte che
chiedevano un diretto intervento dello Stato, attraverso il partito
fascista, nel campo della regolamentazione e preparazione alle
libere professioni: quando infatti nell’estate del 1939 si tennero
i «Rapporti» dei rappresentanti dei Guf nei sindacati nazionali
dei professionisti ed artisti, e dei fiduciari delle sezioni laureati e
diplomati, fu proposta la creazione di specifici «Istituti di
abilitazione professionale», una sorta di strutture scolastiche
destinate alla specializzazione postlaurea e postdiploma, miranti

246 Cfr. l’Ordinamento delle sezioni laureati e diplomati fissato nella


Circolare n. 96, datata 25/7/1938, in Atti del PNF, vol. VII, cit., t. III,
pp. 74-77.
247 Cfr. Il GUF dell’Urbe. Cultura. Spettacolo. Laureati e diplomati. Corsi di

Preparazione politica, a cura dell’Ufficio stampa e propaganda del Guf


dell’Urbe, Roma, Gruppo Universitario fascista, 1941, p.22.
208
ad inserire nell’orbita dello stato, su iniziativa del partito, la
preparazione «etica e tecnica» dei nuovi professionisti; oltre a
questi Istituti venne suggerita l’istituzione, nell’ambito del
ministero delle Corporazioni, ma alle dirette dipendenze del Pnf,
di un «Osservatorio Nazionale di collocamento e di segnalazione
per le professioni e le arti» al fine di «realizzare la disciplina
statale» dell’avviamento professionale dei giovani248.
Divenute anche luoghi di elaborazione di progetti di
trasformazione dei meccanismi di reclutamento e di
redistribuzione delle figure professionali uscite dagli studi
superiori, le sezioni laureati e diplomati coronavano il progetto
di inquadramento delle giovani energie intellettuali cui aveva
mirato l’organizzazione universitaria fascista.

248 Cfr. G. Lucente, Conclusioni del rapporto di Cagliari, in «Roma fascista»,


29/6/1939; G. A. Costanzo, L’azione dei GUF per la risoluzione dei problemi
professionali nell’ambito di una più alta giustizia sociale. Maturità, in «Roma
fascista», 13/7/1939; G. Calendoli, Distribuzione corporativa delle forze pro-
fessionali, in «Gerarchia», agosto 1939, p. 578.
VI. Epilogo. Nuove generazioni alla prova (1940-42)

Roma, città parassitaria di affittacamere, di lustrascarpe, di prosti-


tute, di preti e di burocrati, Roma – città senza proletariato degno
di questo nome – non è il centro della vita politica nazionale, ma
sibbene il centro e il focolare d’infezione della vita politica nazio-
nale1

Così il giovane socialista Mussolini, nell’ottobre del 1917, giu-


dicava la capitale. Brano, questo, che nella immensa messe di
scritti e discorsi del Duce dedicati invece alla celebrazione del
mito di Roma ed alla sua esaltazione («Roma è il lavoro, o Si-
gnori! […] quello che assurge alle più alte vette dell’idealismo e
dello spirito, il Lavoro che rimane, e che darà al nostro Popolo
il senso Romano della vita e della Storia», come avrebbe affer-
mato soltanto sei anni dopo»2) rivela una delle contraddizioni
che il regime fascista dovette farsi carico di tentare di superare.
Di un certo interesse è servirsi della lente della vita giovanile
per osservare l’incomprensione se non l’estraneità tra l’Urbe
mussoliniana (quale progetto fascista di una «nuova Roma»; non
solo nella struttura fisico-urbanistica, quanto piuttosto di una
nuova società romana, riformata e plasmata dal regime in modo
da poter rappresentare i valori» ed i miti della nuova Italia e dei
nuovi italiani. In tal senso va evidenziato come invece l'Urbe

1 B. MUSSOLINI, Opera omnia, a cura di D. e. SUSMEL, vol. IX, Firenze,


1952, p. 251.
2 In «Il Popolo d’Italia», 24 aprile 1923.
210
sembra restare, «indifferente» ed «impermeabile» al nuovo re-
gime, «pia o empia, patrizia o plebea la città dei «romani de
Roma», nella quotidianità dei suoi rioni e quartieri di «stampo
pasquinesco o belliano»3 sembra osservare con secolare distacco
il nuovo potere ed i suoi epigoni. Ancor più funzionale a cogliere
tale ambiguità, nell’ambito più generale della vita giovanile, è
dare uno sguardo alle organizzazioni giovanili fasciste con par-
ticolare riguardo a quella degli studenti universitari; in tal senso
i «miti» e la «realtà» della vita giovanile vengono qui osservati e
descritti nel modo in cui i giovani fascisti, nel corso del Venten-
nio, hanno percepito e su cui, anche in epoche successive, hanno
riflettuto.
A partire dal primo dopoguerra, Roma viveva un febbrile stato
di crescita; Libero Bigiaretti, nato a Matelica ma sin dalla prima
infanzia a Roma, descrive quel periodo di cambiamento con
grande efficacia, evidenziando da un lato una nuova «direzione
ai gusti» dei romani e dall’altro la graduale ma inesorabile tra-
sformazione del tessuto urbano del centro storico, che sembrava
svecchiarsi con i negozi che «si vergognarono della loro insegna
modesta, delle mostre e vetrine di gusto poveramente floreale»;
si affermavano i nuovi caffè-concerto, le donne portavano abi-
tualmente calze di seta e «gli uomini eleganti» sostituivano «le
Macedonia con le Turmac», mentre «i vecchi operai si abitua-
vano a portare colletto e cravatta tutti i giorni» e «i giovani si
mescolavano con i borghesi nelle sale di divertimento e nei bi-
liardi» e nei bar, dove veniva incoraggiata la nascente passione
sportiva, la quale si estendeva con incredibile rapidità, guada-
gnando tutte le età e tutti i ceti:

Il popolino minuto – racconta Bigiaretti – asserragliato da secoli


nei vecchi quartieri, era costretto dalle demolizioni a disperdersi
verso la periferia, a frammischiarsi con romani più spurii; il numero
dei bar soppiantava le osterie dalle quali l’elemento giovanile si

3 E. RADIUS, Usi e costumi dell’uomo fascista, Milano Rizzoli, 1964, p. 45.


211
staccava per sempre; non più la fojetta ma l’espresso diventava il
pretesto e il simbolo delle conversazioni e dei ritrovi amichevoli4.

In questo periodo le agitazioni di piazza a Roma, dove non


attecchì nessuna specie di squadrismo, non assunsero mai il ca-
rattere drammatico che ebbero altrove: l’indole cittadina quasi le
sfocava, lo scetticismo e l’ironia le svuotava di significato: Bigia-
retti, che all’epoca della marcia su Roma aveva sedici anni, ri-
corda come alla fine dell’ottobre ‘22

la città non si scosse dal suo torpore, non ebbe soprassalti: aperse
appena un occhio e si rimise a dormire, guardando i marciatori con
l’abituale indifferenza come i pellegrini di ogni genere e razza che
per secoli s’è abituata a vedere.

Anche l’atteggiamento della gioventù romana appare, dalle


cronache e dalle memorie disponibili, piuttosto freddo nono-
stante l’invocata «svolta» generazionale, il rinnovamento della
classe dirigente, l’ambizione a forgiare un «Italiano nuovo» da
parte del movimento mussoliniano.
Utili, in tal senso i ricordi di Renato Marzolo, fascista classe 1906
ed attivamente impegnato negli anni Trenta nel settore corpora-
tivo al fianco di un gerarca protagonista nella politica giovanile
del regime quale Renato Ricci, che così rievoca i giorni della
Marcia su Roma:

In città c’era gran fermento, quell’agitazione gioiosa che precede i


giorni di festa nazionale ed i grandi avvenimenti storici.
Dopo il Congresso del partito fascista, svoltosi a Napoli il 25 otto-
bre, ci si aspettava qualcosa di grosso, ma non così presto.
Capannelli di passanti si erano formate nel quartiere (di Santa Lu-
cia) del Governo Vecchio attiguo a Piazza della Chiesa Nuova, e
commentavano ad alta voce un manifesto stampa, che gli attacchini
del comune stavano affiggendo alle cantonate. Qualcuno leggeva
ad alta voce, qualche altro sghignazzava. I commenti non erano preoccu-
pati, ma ironici.

4L. BIGIARETTI, Carte romane, Torino, Società editrice internazionale,


1957, pp. 228ss.
212
Il popolo romano, che non ha mai preso sul serio nulla nel corso dei
suoi trenta secoli di storia, se la rideva allegramente della «grida» reale.
Una copia era affissa fresca di colla, proprio a fianco di un’altra
«grida», assai più dignitosa, scolpita nel marmo, con la quale l’ec-
cellentissimo Monsignore Vicario ordinava ai cittadini «di non fare
mondezza in quel luogo sotto comminatoria di ammenda di scudi
cinque e tratti di corda tre, od altra maggiore pena pecuniaria o
corporale ad arbitrio di Sua Eccellenza».
[…] Le scuole davano vacanza, o per lo meno noi ce la pren-
demmo, ben lieti di evitare la lezione e di godersi un bel solicello
autunnale, facendo un po’ di chiasso per le strade.
[…] Noi ragazzi, arrivata l’ora di mezzogiorno, ce ne tornammo
tranquillamente a casa per il pranzo, senza esserci coperti di gloria,
e seguimmo gli avvenimenti dai giornali, che uscivano in edizioni
straordinarie, e all’epoca, venivano «strillati» per le strade.
E così appresi che anche la marcia su Roma era svolta all’italiana, e si era
conclusa a tarallucci e vino.5

Un altro testimone «fascista», Domenico Maria Leva, nelle sue


Cronache del fascismo romano riporta non di rado la difficoltà del
fascismo a penetrare nella vita cittadina romana per via di «una
certa insofferenza e antipatia» della popolazione6 così come lo
stesso Giuseppe Bottai, che di Roma divenne anche Governa-
tore7, dovette ammettere che «la situazione politica della Città
era diversa da quella del Lazio e che Roma costituì per i fascisti
un problema a sé»8.

5 Le Memorie inedite di R. MARZOLO sono custodite presso l’Archivio


della Fondazione Ugo Spirito, che si ringrazia per averne reso disponi-
bile la consultazione. Il corsivo è mio. Di Marzolo si veda il volume di
epoca fascista, Organizzazioni giovanili in Italia, Roma, Novissima, 1939.
6 D. M. LEVA, Cronache del fascismo romano, pref. di Giuseppe Bottai, Selci

Umbro (Perugia), Edizioni «Giovanissima», 1943.


7 Sull’attività governatoriale del Bottai in particolare e sulla gestione am-

ministrativa dell’Urbe più in generale cfr. P. SALVATORI, Il Governatorato


di Roma. L’amministrazione della capitale durante il fascismo, Milano, Franco
Angeli, 2006.
8 Nell’ottobre del 1937 Bottai avrebbe tuttavia individuato nella marcia

su Roma il momento in cui si erano superate le differenziazioni in seno


al fascismo anche dal punto di vista locale: «Prima della Marcia su
213
Da un punto di vista politico, la non del tutto riuscita penetra-
zione dello spirito fascista nell’animo dei romani, va spiegata an-
che alla luce di un minore tasso di conflittualità sociale e «di
classe» nella Capitale del primo dopoguerra e dalla tutt’altro che
trascurabile presenza delle organizzazioni nazionaliste, in specie
tra i giovani9; il Leva, ad esempio, nel descrivere il corteo delle
squadre fasciste del novembre del 1921 a conclusione del con-
gresso del Pnf, riferisce di una «giornata gelida per clima e per
animo» proprio perché Roma, «indifferente, non festeggiò af-
fatto i suoi migliori» e non mancarono infatti aspre «polemiche
tra i fascisti e i nazionalisti» che addirittura irrisero i fascisti, con-
siderati «giovani dall’infantile provincialismo»: si legge sul quo-
tidiano nazionalista L’idea nazionale: «I fascisti capitati nei giorni
scorsi fra noi non avevano ben compreso che cosa è Roma»; la
Capitale infatti «non aveva avuto bisogno della grandiosa insur-
rezione fascista, che altrove fu indispensabile e salutare» proprio
in virtù dell’azione svolta precedentemente dai nazionalisti; gra-
zie a loro, «a Roma, contrariamente alle supposizioni di molti
giovani fascisti venuti da fuori per il congresso, non c’era e non
c’è niente da «mettere a posto»»10.
D’altronde, come ammesso dal Leva stesso, il fascio romano
di combattimento fondato nel maggio 1919 «non aveva mai dato
troppi segni di vitalità»11. Nonostante gli sforzi del Federale di
Roma Gino Calza Bini (romanaccio de Roma, nella definizione che
ne dà un giovane fascista dell’epoca, l’allora studente di Lettere

Roma, più che il fascismo erano i «fascismi», tanti fascismi quante erano
le regioni, quante erano le provincie, persino talora quanti erano i cam-
panili. «Fascismi» colorati di interessi locali […] e quindi diversissimi
dal nord al sud d’Italia» (Roma e fascismo, in «Roma», ottobre 1937, p.
350).
9 Cfr. A. ROCCUCCI, Roma capitale del nazionalismo (1908-1923), Roma,

Archivio Guido Izzi, 2001.


10 «L’Idea Nazionale», 14 novembre 1921.
11 D. M. LEVA, Op. cit., p. 45.
214
alla Sapienza, già citato in precedenza, Alfredo Signoretti12), l’at-
tività politica e di propaganda languiva nella prima sede di Via
Laurina; il fascismo romano, quasi addormentato, anche dopo
la Marcia su Roma e l’avvento al potere di Mussolini, osservava
con distacco il Duce: Marzolo, ad esempio, rivela che

solo gli addetti ai lavori sa[pevano] che per i primi mesi del suo
governo, proprio i fascisti romani, malgrado il fascino dell’uomo,
non lo [Mussolini] vedevano per niente.
Gino Calza Bini, federale di Roma, lo considerava solo come il
capo dei fascisti milanesi, una specie di intruso a Roma, e non mancava
di criticare apertamente certi suoi atteggiamenti, che giudicava
istrionici e provinciali. [Calza Bini] Fu silurato e non si rialzò mai
più malgrado avesse fatto molto per il fascio romano e avesse lar-
ghissimo seguito tra i fascisti e nel popolo minuto. 13

La freddezza di Calza Bini nei confronti del «milanese» Mus-


solini faceva tuttavia da contraltare alla ambizione diffusa nel
fascismo in marcia di dover redimere la Capitale dai suoi vizi e
dal suo torpore, al punto da considerare l’ingresso delle camice
nere nella Capitale come il trionfo di una «nuova» Roma su
quella liberale ed «oziosa», affermazione della supremazia «del
fascismo mussoliniano sul nazionalismo corradiniano, quest’ul-
timo fino ad allora padrone incontrastato della piazza nella ca-
pitale»14.
Alla defenestrazione del primo federale romano seguirono co-
munque aspre divisioni e polemiche: il nuovo Commissario
straordinario del fascio romano, l’avvocato Giovanni Vaselli, fu
infatti contestato da una parte significativa dei militanti fascisti
e così «sottogerarchi e gregari» si divisero in due fazioni, «i dis-
sidenti Calzabiniani, che per distinguersi portavano all’occhiello

12 A. SIGNORETTI, Come diventai fascista, Roma, Giovanni Volpe editore,


1967, p. 56.
13 R. MARZOLO, Op. cit.
14 Come acutamente osservato e diffusamente argomentato in F. BAR-

TOLINI, Rivali d’Italia. Roma e Milano dal Settecento ad oggi, Roma-Bari, La-
terza, 2006, pp. 210-235. Cfr. altresì E. GENTILE, Le origini dell’ideologia
fascista (1918-1925), Bologna, il Mulino, 1996, pp. 323-324.
215
accanto al distintivo del Partito un cerino (cerino = Gino, e cioè
Gino Calza Bini) ed i fascisti legalitari denominati sprezzante-
mente «i vasellini» e cioè i seguaci di Veselli»15.

Una volta giunto al potere, il fascismo procedette alla crea-


zione delle strutture giovanili di regime: il Pnf dovette preoccu-
parsi di organizzare nella Capitale un rigido inquadramento e
promuovere una attività intensissima per la Gioventù romana
del Littorio. La Gil romana, infatti, ebbe una «speciale posi-
zione» in quanto oltre ad essere ovviamente sottoposta all’evi-
dente controllo del Comando Generale, con sede a Roma, fu
incaricata di svolgere innumerevoli funzioni di rappresentanza
(come i Balilla che, ad esempio, prestavano spesso la guardia a
palazzo Venezia) e di condurre un'incessante «sperimentazione»
delle varie attività a cui tutta la gioventù italiana in seguito sa-
rebbe stata sottoposta. Questi più «alti e delicati compiti» com-
portarono quindi una «costante» ed una «esemplare» abnega-
zione dei giovani romani e la più profonda adozione degli stru-
menti e delle norme statutarie dell’organizzazione.
Il Gruppo degli universitari fascisti della Capitale ebbe invece
la non casuale specificità di essere guidati da dirigenti non ro-
mani, come nel caso della segreteria dei siciliani Salvatore Gatto
(segretario) e Franco Senatore (vice); i Guf dell’Urbe, «più mus-
soliniani che fascisti», a stretto contatto col partito nazionale,
erano tuttavia piuttosto scettici e critici nei riguardi dello stile
delle alte gerarchie fasciste: nell’aprile ’34, ad esempio – si legge
in una nota informativa della situazione per provincia – «criti-
cano l’attuale andamento delle cose, soprattutto per quanto ri-
guarda il sistema dei lauti stipendi che molte persone del regime
percepiscono» e giudicavano i dirigenti fascisti «di mentalità sor-
passate e liberali ed attaccate al denaro»16.
Di un certo rilievo, ai fini della nostra indagine, la trasforma-
zione nel gennaio del 1935 di «Roma fascista», settimanale della
federazione locale del partito, in organo ufficiale del Guf

15R.MARZOLO, Op. cit.


16ARCHIVIO CENTRALE DELLO STATO, Partito nazionale fascista, Se-
greteria particolare del Duce, busta 19.
216
dell’Urbe: il primo numero evidenzia subito un atteggiamento
critico verso il vecchio corpo redazionale e, pur riconoscendo
l’impegno profuso «nell’ora della mischia», vi si annuncia un rin-
novamento tematico, un sempre maggiore spazio riservato ai
problemi giovanili ed occupazionali, a quelli sportivi, artistici,
scientifici: il segretario del Guf romano Antonio Lacava nell’ot-
tobre 1934 aveva chiesto a Starace l’autorizzazione a fondare il
periodico gufino di Roma sulla base di due motivazioni di
fondo: «pensiamo di meritarcelo», spiegava al segretario del Pnf,
pur nella consapevolezza che il giornale avrebbe necessaria-
mente assunto «un indirizzo di ufficiosità, se non addirittura di
ufficialità»; tuttavia, annunciava Lacava, «questa ufficiosità non
dovrà ridurre il giornale ad un semplice notiziario o ad un foglio
d’ordini, ma dovrà agire come una specie di falsariga morale
stesa sotto tutti gli scritti che il periodico pubblicherà, anche
quelli più vivaci e polemici, tanto da rendere il nostro foglio
come il vero organo, non di un gruppo di giovani ma dell’intero
inquadramento dei fascisti universitari»; in secondo luogo, la
pubblicazione di un organo ufficiale dei Guf era funzionale «agli
sviluppi della nostra azione politica» e reso indispensabile alla
luce dei circa ottomila studenti della Sapienza, all’epoca prove-
nienti «dalle più diverse provincie d’Italia e dai più lontani paesi
del mondo»; a tutto ciò andava aggiunto «il numero considere-
vole dei Nuf [nuclei universitari fascisti] disseminati in provincia,
nonché il numero e l’importanza degli altri Guf sui quali quello
dell’Urbe esercita il controllo»; tutti questi costituivano «una
massa periferica tale da non permettere di condurre un lavoro
veramente proficuo […] senza disporre di un periodico che
compenetri tutta la massa con un sistema capillare e continuo»17.
Preparata politicamente e realizzata editorialmente l’uscita di
«Roma fascista», Lacava poteva licenziare il primo numero del
periodico gufino ospitando un articolo di Giovanni Mosca dal
titolo Piccoli giovani dal grande scrittoio nel quale venivano presi di
mira quei giovani che «appena diventano qualcosa, non dico

17ARCHIVIO CENTRALE DELLO STATO, Partito nazionale fascista, Di-


rettorio Nazionale, busta 560.
217
proprio gerarchi, ma gerarchetti piccolissimi, perdono immedia-
tamente il loro sorriso, si fanno gravi nel volto, si chiudono in
una stanza tutta per loro, con un enorme scrittoio, e per arrivare
ad essi bisogna scrivere dei bigliettini»18.
Il grande sforzo editoriale, il tentativo di coinvolgimento della
massa studentesca, l’ambizione a rappresentare la gioventù uni-
versitaria nel suo insieme, non bastarono tuttavia a che «Roma
fascista» fosse realmente diffusa nel pubblico al quale mirava a
rivolgersi: se infatti nel 1938 raggiunse una tiratura media men-
sile di 23000 copie, di queste soltanto 560 andavano nelle edi-
cole, e di queste vendute appena 150; così, oltre ai 9500 abbo-
namenti obbligatorisottoscritti dagli studenti universitari, 10000
copie venivano distribuite gratuitamente alle forze armate ed alle
gerarchie di partito: un fallimento dal punto di vista della della
attenzione riscontrata nel pubblico non direttamente addetto ai
lavori.

Nel 1951 viene pubblicato il Dizionario della paura19, uno scam-


bio di lettere fra due intellettuali piccolo-borghesi, l’uno mili-
tante già da anni nel Pci (Ruggero Zangrandi), l’altro (Marcello
Venturoli), «simpatizzante ma tenuto lontano dal partito da una
serie infinita di incertezze, complessi, pregiudizi e miti derivanti
dalla sua formazione culturale e dalla sua provenienza di classe»,
ricorrendo alla descrizione che ne fa Carlo Salinari nella interes-
sante recensione uscita su «Rinascita»20. Venturoli rievoca gli
anni giovanili trascorsi nella Roma fascista, mostrando le con-
traddizioni e le ambiguità («ero non un antifascista ma un fascista
superficiale») di una quotidianità vissuta all'insegna dell'impegno
politico e dello studio; «bonario studente con qualche intempe-
ranza», tiepidamente fascista ma in opposizione a quel «gerar-
chismo» di cui erano pervasi alcuni giovani di allora, «quelli che,
dopo i Littoriali della Cultura trovavano posti di responsabilità,
o quegli altri, ancor più tenaci, che, entrati nei gruppi rionali a

18 In «Roma fascista», 3 gennaio 1935.


19 M. VENTUROLI – R. ZANGRANDI, Dizionario della paura, Pisa, Nistri-
Lischi, 1951.
20 Nel numero di Luglio 1951.
218
forza di ore straordinarie passate nelle stanzette littorie, a forza
di citazioni del duce e di effettive presenze, facevano carriera»21.
Venturoli, una volta laureato, viene impiegato in un ministero,
del tutto burocratizzato: sarà proprio il colloquio con uno dei
direttori generali a rivelare al giovane il fallimento di quegli ideali
proclamati dal regime: «nella burocrazia non c’è nulla di trascen-
dentale – gli spiega il burocrate –, l’intelligenza bisogna lasciarla
a casa e bisogna invece portare con sé la diligenza»; ecco dunque
la vita quale appariva al giovane Venturoli: «fallito come bor-
ghese gaudente, fallito ancor prima di provarmici come gerar-
chetto, ora ero fallito come funzionario»; quando dal Ministero
viene trasferito alla Gioventù Italiana del Littorio, Venturoli
trova un ambiente in cui «la famiglia era formata da elementi
assai più febbrili, se non operosi»; tuttavia, «i nove decimi dei
gerarchi impiegavano affannosamente il loro tempo a decidere
le cose che non si sarebbero dovute più fare»; una immensa mac-
china a sua volta «perpetuamente alla ricerca di una stabilità, di
una burocrazia».
Miti e realtà della vita giovanile (e non solo) si venivano a
scontrare proprio sul terreno concreto della quotidianità, al
punto da farci ritenere fondato il giudizio di Libero Bigiaretti
secondo il quale

se per anni Roma ha costituito per italiani e stranieri il documento


perpetuo dell’entusiasmo popolare per il fascismo e per il duce, se
le adunate in Piazza Venezia acquistavano valore per così dire sim-
bolico e riassuntivo, in realtà Roma non fece che ospitare il fascismo.
[…] la massa di statali e parastatali si prestavano docilmente a far
numero oceanico ma non altro: l’adesione del popolo di Roma al
fascismo, se e quando vi fu, trovò il suo fondamento nello spirito
miracolistico, propenso al mito, nella tendenza a lasciar fare agli
altri22

Il Ventennio, insomma, non sembrava aver influenzato il ca-


rattere ed il costume romano, se non nell’aver conferito alla Città

21 M. VENTUROLI – R. ZANGRANDI, Dizionario della paura, cit.


22 L. BIGIARETTI, Op. cit., p. 197. Il corsivo è mio.
219
eterna «un certo spirito di mortificazione, quell’aria cupa e so-
spettosa data dalla innumerevole presenza di poliziotti e gerarchi
minori e più zelanti.

Prima di affrontare la fase conclusiva delle vicende degli uni-


versitari con l'ingresso dell'Italia in guerra ed i primi anni '40,
risulta utile dedicare alcune pagine all'opera del maggiore degli
storici fascisti, se non di quelli italiani del Novecento: Gioac-
chino Volpe; rileggendo in particolare le pagine da questi dedi-
catesia nell' Italia moderna23 che nei suoi lavori sul periodo fasci-
sta, al fattore generazionale e a come questo venga esaminato,
utilizzato e valorizzato in relazione ai processi politici dell’Italia
postunitaria prima e fascista poi..
La lettura dei testi volpiani offre infatti frequenti spunti e rife-
rimenti in tal senso: Volpe sembra assegnare ai «giovani», nelle
diverse fasi dello sviluppo storico italiano e nei diversi contesti
politico culturali culminanti con l’avvento del fascismo, una im-
portanza ed un peso tutt’altro che secondari; soprattutto attri-
buendo e riconoscendo una funzione anticipatrice in certi casi o
di accelerazione in altri, proiezione verso il futuro e rottura con
il passato.
Già a partire dalla ricostruzione delle fasi preparatorie l’Unità,
Volpe non manca di sottolineare il positivo emergere, nel 1820-
21, di una «generazione nuova, quella appunto che si troverà
sulla breccia nella fase decisiva fra il 1831 e il 1860», grazie alla
quale il movimento unitario finalmente accennava «ad uscir dal
chiuso delle sette, iniziando la propaganda in mezzo al po-
polo»24. Alla generazione più giovane vengono dunque attribuiti
elementi positivi soprattutto dal punto di vista di quei valori, dei
quali risulta portatrice, fondamentali ai fini della formazione di
un «Italiano nuovo» nell’ottica dell’auspicato ritorno di una rin-
novata grandezza italiana proprio perché all’indomani dell’Unità

23 Si utilizzerà G. VOLPE, Italia moderna 1815-1898, vol. I, Introduzione di


F. PERFETTI; 1898-1910, vol. II; 1910-1914, vol. III, Firenze, Le Let-
tere, 2002 (si tratta della ristampa anastatica della seconda edizione ri-
veduta, Firenze, Sansoni, 1958).
24 G. VOLPE, Italia moderna 1815-1898, vol. I, p. 5.
220
occorreva dare «un’altra e diversa impronta» agli italiani, pro-
blema questo – nel giudizio dello storico – non tanto «di cultura»
quanto «di maturazione complessiva, di formazione di un po-
polo»25, associata alla formazione, promozione e selezione di
una nuova classe dirigente:

Non era agevole da questi Italiani, così legati al focolare, tirar fuori
dei buoni e consapevoli cittadini di una grande patria. E si poteva
anche dubitare che fosse possibile trarne buoni soldati […]. In
realtà, coraggio e personale bravura abbondavano. Non faceva di-
fetto neppure lo spirito di disciplina. Ma perché si traducessero in
virtù militari, ci volevano anche educazione civile, capi che ispiras-
sero fiducia o a cui si reputasse stretto dovere di obbedire, passioni
che gonfiassero il cuore […].
Questo Italiano, così com’era, lo aveva fatto la sua storia; una di-
versa storia avrebbe potuto ridargli un’altra e diversa impronta. Ma,
anche cancellati i segni della lunga ineducazione, anche eliminate le
ragioni varie della indisciplina, sarebbe rimasta negli Italiani certa
ritrosia all’uniformità, al metodo, alla regolamentazione; […]. E
nell’ordine intellettuale, l’aver vissuto ora attivamente ora passiva-
mente, tanta storia, dava a questo popolo, preso nell’insieme, certa
maturità spirituale, certa abitudine a guardar senza troppo scom-
porsi alle cose del mondo. La quale non era indifferenza ma alle-
namento secolare e millenario dinanzi agli eventi, amabile e sano
scetticismo largamente diffuso, capacità di non infatuarsi o guarir
presto dalle infatuazioni.26

Anche nel settore imprenditoriale dell’Italia postunitaria,


Volpe individua nelle nuove generazioni figure decisive per un
vigoroso sviluppo nazionale. I nuovi «capitani d’industria», que-
gli «uomini nuovi o figli dei pionieri della generazione prece-
dente» divengono perciò preziosi «fondatori o riformatori di
aziende già avviate»27 dalle precedenti generazioni, come nel
caso esemplare di Eugenio Cantoni, «instancabile a perfezionare
l’azienda tessile che egli aveva ereditato, ad ordinarne di nuove

25 Ivi, p. 64.
26 Ivi, pp. 57-58.
27 Ivi, p. 145.
221
attorno a quella, affidandole a giovani formatisi alla sua scuola e
via via rendendole indipendenti, a fondare industrie affini o
complementari». Sarà proprio grazie a queste figure nuove im-
pegnate nel rinnovare il modo stesso di fare impresa in Italia che
«nasceva l’Italia industriale; e la sua storia morale»28.
Dal punto di vista istituzionale, Volpe richiama il sistema di
tutti quegli elementi positivi connessi alle generazioni giovani
nell’evidenziare ogni forma di positiva e fruttuosa ribellione al
«vecchio» ed al «passato», così come di rifiuto dell’esistente e del
quotidiano; le pagine dedicate all’ascesa al trono di Vittorio
Emanuele III, ad esempio, sono particolarmente significative29:
in queste viene infatti evidenziata con particolare insistenza la
giovane età del sovrano, come d’altronde anche quella della «li-
beramente scelta nuova Regina»: tale elemento, sottolinea
Volpe, non poteva che «indurre all’ottimismo e alla speranza in
un momento in cui, dopo così aspro giudizio e quasi rivolta con-
tro la generazione che aveva tenuto il campo gli ultimi venticin-
que o trenta anni, si invocavano da tutte le parti i giovani capaci
di fare essi quel che gli altri non avevano saputo o voluto fare»30.
La giovane età del nuovo sovrano irrobustiva perciò l’istituto
monarchico («tutta la dinastia riapparve giovane in quei mesi») e
conseguentemente il Paese stesso:

Giovane e modernamente colto com’era – spiega Volpe riferendosi


a Vittorio Emanuele III – non poteva non sentire come, dentro e
fuori il Parlamento, le forze più vive e progressive, compresi i
poeti, erano all’opposizione e chiedevano un governo più vera-
mente rappresentativo del paese e interprete dei suoi bisogni, più
sincero esercizio delle libertà statutarie, una «Monarchia liberale».
Sentiva tutto questo, come sentiva certa sterilità, oramai, nella no-
stra politica estera, la crescente impopolarità sua. E si accinse a fare
quel che stava in lui per tradurre il suo sentire in azione»31.

28 Ivi, p. 146.
29 G. VOLPE, Italia moderna 1898-1910, vol. II, pp. 24-29.
30 Ivi, p. 23.
31 Ivi, p. 25.
222
Il nuovo Re incarnava perciò quel «mito della giovinezza,
nuova alla vita e destinata a rinnovare la vita», che risorgeva in
una società che sentiva «dentro di sé fermenti rinnovatori»32.
Per Volpe dunque, la giovinezza rappresentava in sé un attri-
buto utile ai fini della comprensione e del recepimento di tutte
quelle spinte ideali e quei fermenti diffusi nella società italiana
dell’epoca; tra queste, l’influenza della cultura nazionalista che
appare preminente nelle argomentazioni volpiane33 in particolar
modo quando lo storico riconosce un peso determinante al
ruolo svolto dai giovani in materia di irredentismo, uno dei temi
centrali della sua riflessione: proprio la questione dell’irredenti-
smo e l’influsso ed il coinvolgimento che tale movimento seppe
esercitare sulla giovani generazioni animano infatti numerose
pagine dei suoi lavori. Sintomatiche le cospicue e minuziose ci-
tazioni riservate alle diverse associazioni giovanili irredentiste
alle quali L’Italia moderna assegna così tanta importanza. Per
Volpe, ad esempio, l’attività svolta dal giovane Cesare Battisti
«obbediva ad una nuova e più fervorosa anima della gioventù
colta» in un Trentino dove era sorta ed andava affermandosi
quella «Società degli studenti trentini» che tra i diversi impegni
(«pubblicare un «Annuario», fondare una biblioteca scientifico-
letteraria moderna, bandire un concorso per un’opera illustrativa
della regione, chiamare maestri italiani per cicli di conferenze,
promuovere educazione fisica e alpinismo») aveva anche e so-
prattutto il merito innegabile di «avvicinar i giovani ed abituarli
alle utili discussioni in cui si vedeva una palestra dell’intelligenza
e del carattere»34.
Analogamente, non casuale è il peso assegnata a quella «avan-
zata di gioventù» a Trieste e nelle «città istriane» tanto cara allo

32 Ivi, p. 24.
33 Su questo aspetto, soprattutto in relazione con la tematica giovanile,
si veda il fondamentale M. Degl’Innocenti, L’epoca giovane. Generazioni,
fascismo e antifascismo, Manduria-Bari-Roma, Lacaita, 2002, soprattutto le
pp. 86-107.
34 G. VOLPE, Italia moderna 1910-1914, vol. III, p. 160.
223
storico35: le diverse esperienze associative e politico-culturali lo-
cali avrebbero rappresentato infatti per Volpe «il punto di ra-
duno dell’irredentismo fiumano» che ambiva a «sollevare la vita
locale dal marasma, svegliare il popolo che vegeta nell’ignoranza,
ravvivar biblioteche e gabinetti di lettura poveri e deserti»36. La
gioventù studiosa diventava perciò, agli occhi del grande storico,
il veicolo di contaminazione culturale e sociale nel territorio ita-
liano («V’erano poi le molte decine di studenti trentini istriani
dalmati fiumani che frequentavano ogni anno le Università di
Padova e Bologna, e, più ancora, Firenze»37) ulteriormente ali-
mentato dall’organizzarsi dalle numerose associazioni studente-
sche che «si mutarono in battaglioni studenteschi premilitari, a
Bologna, a Spezia, a Milano, ad Ancona, a Bergamo, a Brescia
ecc.; alcuni isolati, altri, federati nella Sursum Corda che procla-
mava di voler fare opera di educazione nazionale e apparec-
chiare una gioventù forte, sollecita della integrità della patria»38.
Particolare attenzione viene peraltro dedicata da Volpe al
mondo giovanile universitario di quegli «italiani soggetti all’Au-
stria»:

Fatto e momento importante, questo dell’Università, nella storia


degli Italiani soggetti all’Austria e di loro rapporti con la Monar-
chia. La questione universitaria creò fra i vari gruppi regionali un
più vivo legame, attorno ad una determinata questione e ad un
nome, Trieste, quale prima esisteva appena: […] portò sopra un
terreno comune di pensiero e di azione quella gioventù che i partiti
dividevano, socialisti e cattolici, liberali repubblicani e monarchici
[…] fornì la prova provata della condizione di inferiorità giuridica
in cui gli Italiani della Monarchia si trovavano e della politica di
sopraffazione praticata verso di essi da parte di Tedeschi e Slavi,
sostanzialmente concordi, come massa, nel negare agli Italiani una
sede propria di studi superiori, pur potendosi ricordare occasionali
consensi alla causa italiana di personalità slave o tedesche. 39

35 Ivi, p. 173.
36 Ivi, p. 174.
37 Ivi, p. 180.
38 Ivi, p. 188.
39 Ivi, p. 165.
224

Nell’Istria e nel Goriziano, sottolinea Volpe, era ancora «la


nuova generazione» a farsi avanti: una generazione che com-
prendeva «elementi sociali nuovi», finalmente «fuor di tutela»,
«più assoluta ed esigente, con in vista aspirazioni ad un rinnova-
mento più largo e profondo, anche all’interno, tra le forze na-
zionali»40. Questo nuovo modello di impegno si intrecciava con
le suggestioni del futurismo marinettiano, movimento partico-
larmente sensibile appunto alla tematica giovanilistica41.
Nuove sensibilità ma anche nuove ambizioni si fanno strada
presso quei giovani delle terre irredente che «fino allora vissuti
al seguito di borghesi e anziani, avrebbero fatto essi, da sé, sotto
propri capi, quel che gli altri non facevano; avrebbero dato essi
al popolo quella educazione democratica sociale che ha la sua
fonte chiarissima e purissima nei grandi del Risorgimento», mo-
delli per le nuove generazioni che ambivano ad «imporsi razio-
nalmente ed economicamente, alla scuola del dovere e del sacri-
ficio». L’ondata benefica determinata dall’affacciarsi sulla scena
dei giovani nelle terre irredente viene ripercorsa dal Volpe con
estrema attenzione; come nel caso della scrupolosa descrizione
del Congresso tenutosi a Capodistria di numerose associazioni
giovanili, svoltosi «sotto l’occhiuta vigilanza di guardie e agenti
nei porti d’imbarco di tutte le cittadine istriane e nel luogo di
raduno» in un clima di frenetica esaltazione «fra canti applausi
auguri promesse, e gli squilli della fanfara di Pola, ridotta a quat-
tro sonatori, perché gli altri arrestati in partenza per aver suonato
sul molo inni patriottici»: il giudizio volpiano è entusiasta:

40Ivi, p. 544.
41Ivi, p. 545. Volpe non manca inoltre di ricordare l’attività sportiva
dell’associazionismo giovanile, come nel caso della fiumana Edera,
sorta nel 1911 «quasi tutta di operai e mazziniani, a cui confluirono poi
anche elementi della Giovane Fiume, sciolta nel 1912, dopo una gita
collettiva fatta a Ravenna, quasi pellegrinaggio sulla tomba di Dante,
dove ardeva dal 1907 la lampada votiva offerta dagli irredenti al Padre
dell’Italia».
225
Ne rimase il ricordo della più bella assemblea che la storia dell’ir-
redentismo istriano registrasse, riscaldata dal sentimento che quel
giorno si chiudesse il vecchio ciclo politico e se ne iniziasse, per gli
Italiani soggetti all’Austria e la loro azione, un altro e diverso, de-
stinato a spazzar dalla politica la vecchia generazione di ogni co-
lore. Scompariva, si disse, l’Istria delle congreghe, delle lotte di
campanile, del conservatorismo42.

Volpe mette altresì in risalto il modo in cui i giovani seppero


farsi interpreti di un altro decisivo impulso al rinnovamento
della politica italiana dell’epoca attraverso la critica severa sui
partiti esistenti che si traduceva «in ulteriore sgretolamento dei
partiti stessi proprio per la riluttanza dei giovani ad entrarvi»43;
in tal senso, il «giovanilismo» volpiano si colorava di tutte quelle
tinte e sfumature che vivificavano una forma di serrata critica al
sistema politico italiano, ai limiti dell’antipolitica, e che si sostan-
ziava nell’astenersi dalla partecipazione all’attività politica nelle
forme e nelle strutture consuete.
Volpe menziona tuttavia le forme di attivismo e di impegno
giovanile di piccole ma significative realtà quali «il piccolo mo-
vimento di giovani capeggiati da Mario Viana»44, i Giovani Li-
berali di Giovanni Borelli, le esperienze giovanili di Borgese, egli
esperimenti editoriali di ispirazione nazionalista che si rivolge-
vano soprattutto alle giovani generazioni, come nel caso de «La
Grande Italia», che mirava – spiega Volpe – ad una «organizza-
zione militare della gioventù studentesca, battaglioni militari, le-
gioni alpine, reparti di infermiere volontarie ecc.»45.

42 Ivi, pp. 545-546.


43 Ivi, p. 271.
44 Ivi, p. 289.
45 Ivi, p. 294. Anche altrove Volpe concentra la sua attenzione su gior-

nali e periodici «giovanili» o che comunque intercettano l’attenzione


delle nuove generazioni, come nel caso del giornale bolognese, «La Pa-
tria», («che visse qualche anno, vivacemente battagliando, alimentato da
forze giovanili»), «Il Risorgimento», «I nuovi doveri», «La nuova
scuola», periodici tutti animati da «uomini tutti giovani e giovanissimi,
generalmente fuori dei vecchi partiti, anzi fuori dei partiti in genere, ed
alquanto scettici sul conto dei partiti.», ivi, pp. 532-535.
226
Una altro momento fondamentale della storia italiana nel
quale giocano un ruolo decisivo i giovani è, per Volpe, la guerra
libica46 attraverso la quale «la nuova generazione assaggiava la
vita del campo, con i suoi disagi, le sue sofferenze, i suoi rischi,
i suoi riti religiosi, il dormire per terra sotto le stelle, il saluto alla
bandiera prima del combattimento»47 Da questa scaturì una con-
sapevolezza più matura negli italiani e nelle giovani generazioni
in particolare: così «un giovane e pensoso scrittore, destinato a
lasciar maggior orma di sé quando fosse vissuto più a lungo»
viene preso dallo storico a modello: Giovanni Boine. Questi,
sebbene «non militarista, non nazionalista, anzi insofferente dei
nazionalismi», pubblica i suoi Discorsi Militari:

nove discorsi su l’ordine militare, il giuramento, la bandiera, la pa-


tria, lo Statuto, il dovere del soldato ecc., con i quali cercava di ben
fissare le basi della vita militare per costruir su esse la vita civile,
quella avviamento a questa, con eguale partecipazione dell’indivi-
duo al tutto di cui è parte. E si diffuse un po’ più che non fosse,
anche in spiriti alieni da atteggiamenti bellicisti, una concezione
della guerra diversa da quella tradizionale: essa, non forza bruta,
non arbitrio di individui e gruppi e classi, non sperpero di vite e
beni, ma esercizio di dure virtù, dura necessità di tutti, utile esame
che aiuta a vedere le manchevolezze ed a valorizzare il buono dei
popoli, forza potente che trae nella storia, volenti o nolenti, quelli
che ne vivono fuori ed aumenta la ricchezza spirituale del mondo.
Idee e concezioni già operose nel Risorgimento, ma poi tramontate
o rimaste in una nebbiosa, puramente teorica, lontananza. Ora riaf-
fioravano.48

Volpe quindi, ricordando le diverse organizzazioni giovanili, as-


sociazioni, circoli e testate ed esprimendo su questo mondo giu-
dizi sempre positivi, si rivela propenso a coglierne ogni poten-
zialità trainante del Paese: queste nuove generazioni avevano il
compito di «riattaccarsi a Cavour» 49 e quindi «sistemare ad unità,

46 Ivi, pp. 374 e seguenti.


47 Ibidem.
48 Ivi, p. 374.
49 Ivi, p. 533.
227
armonizzare» un Paese che avrebbe dovuto affrontare la prova
suprema della prima guerra mondiale, «indelebile suggello» alla
presa di coscienza nazionale di cui Volpe tratta in Il popolo italiano
nella Grande Guerra50.
L’Italia moderna, com’è noto, arresta la sua trattazione al 1914.
Tuttavia è utile svolgere qualche ulteriore riflessione sul modo
in cui Volpe abbia affrontato la tematica giovanile nella produ-
zione storiografica offertaci in relazione al periodo successivo
alla Grande guerra e, in special modo, sul fascismo: d’altronde
se i giovani, come aveva spiegato il grande storico, «hanno sem-
pre programmi grandi e totalitari [e] sempre levano bandiera
contro i vecchi e anziani, specialmente nei tempi che segnano
effettive svolte nella storia», l’avvento di un movimento dalla
ampia partecipazione giovanile come il fascismo avrebbe do-
vuto esaltare il ruolo svolto appunto dalle giovani generazioni:
nel 1923 scrive per «Gerarchia» un interessante articolo signifi-
cativamente intitolato Giovane Italia51 nel quale recupera una se-
rie di elementi generati dalla Grande guerra poi traslati nel fasci-
smo (combattentismo, arditismo) che concorrono a rigenerare
la nazione inverandosi nella «più energica e fattiva» nuova gene-
razione, animata da tutti quei «giovani e giovanissimi vergini di
partito e anche di politica, desiderosi di novità, di singolarità e di
avventura». Nella Storia del movimento fascista52 Volpe rappresenta
con precisione il contesto politico e sociale nel quale Mussolini
va al potere e non manca di descrivere quel complesso di sugge-
stioni che quasi sospingono l’universo giovanile ad accompa-
gnare, da protagonista, l’avvento del fascismo:

Audacia, impeto, non rifuggire dalla beffa degli avversari, affron-


tare con indifferenza la morte, ecco i caratteri di questa milizia. Me
ne frego (cioè, nulla m’importa di morire) è il motto popolaresca-
mente ma efficacemente espressivo di tale stato d’animo. Grande,
sui giovani, il fascino di quelle rapide azioni di guerra, di quei canti,

50 A cura e con Introduzione di A. PASQUALE, Milano, Luni Editrice,


1998.
51 Anno 1923, 1, pp. 685-688.
52 Milano, Istituto per gli studi di Politica internazionale, 1939.
228
di quella baldanza, di quel sacrificio cruento e lietamente affron-
tato, di quel religioso raccoglimento nel momento dell’appello ai
caduti.53

Si tratta quindi, «specialmente nei più giovani», di una spinta


psicologica, dell’«avventura in sé stessa, l’azione per l’azione»,
piuttosto che un’adesione politica o culturale al fascismo:

cresciuti al lontano rombo della guerra, sono portati a concepirla e


desiderarla come un bel giuoco; e, non avendola potuta fare a suo
tempo, cercano di farla ora, come e dove possono. Questo fasci-
smo delle origini portava con sé qualcosa che trascende la politica
e i suoi problemi ed era, senz’altro, gioventù che trabocca, quasi
ringiovanimento della nazione. La rivoluzione fascista – conclude
Volpe – è, per metà, opera loro: non solo e non tanto dei combat-
tenti quanto dei figli dei combattenti.54

Il motivo retorico della presenza di «gente nuova» non prove-


niente da una militanza nei partiti esistenti è dunque assunto tra
le caratteristiche principali del fascismo; Volpe ricorda inoltre i
diversi «giovani e giovanissimi, spesso adolescenti […] apparte-
nenti ad ogni classe sociale» confluiti dalla prima ora nel movi-
mento mussoliniano e deceduti nel corso degli scontri che se-
gnarono i primi anni del movimento mussoliniano55.

Tuttavia, va rilevato che il giudizio volpiano sui giovani fascisti


e sulle modalità di formazione e promozione delle nuove gene-
razioni adottate dal regime offre anche interessanti spunti critici:
se infatti riferendosi agli esordi del regime Volpe è più indul-
gente nei riguardi delle «condizioni intellettuali di una genera-
zione che aveva fatto quattro anni di guerra o compiuto distrat-
tamente i suoi studi e atteso, semplicemente, a menar le mani
anziché a sfogliare libri»56, via via il suo giudizio si fa più attento

53 Ivi, p. 46.
54 Ibidem.
55 «Esemplari» i casi di Federico Florio, Arturo Breviglieri, Riccardo

Barbera, Giovanni Berta (ivi, p. 71).


56 Ivi, p. 72.
229
e severo; in primo luogo evidenzia la preminenza dell’educa-
zione fisica dei più giovani alla luce della convinzione fascista
che «nella filosofia del fascismo non c’era posto per una separa-
zione di corpo e anima, di corpo e mente, di libro e moschetto»;
diretta conseguenza di tale impostazione fu lo sviluppo deciso
impresso dalle diverse istituzioni impegnate dal regime che mi-
rava a svilupparne «lo spirito d’iniziativa, a educarne l’abitudine
alla disciplina, la capacità di obbedire e comandare, il senso della
solidarietà sociale, l’amore della patria, alla patria fascista»; edu-
cazione «guerriera» in realtà, spiega Volpe, «militarizzata», pro-
prio per dar vita ad una nuova classe dirigente:

Si pensi quanti ragazzi, giovanetti, giovani, furono tratti dal chiuso


della famiglia e del villaggio, vestirono una divisa, ebbero un fucile,
parteciparono a campeggi e viaggi di istruzione, si cimentarono in
prove individuali e collettive, si allenarono al comando, furono e si
sentirono qualcuno e qualche cosa, si elevarono socialmente od eb-
bero la confusa aspirazione di elevarsi o, quanto meno, di mutare
stato, vivere in modo diverso57

Ciononostante, se il fascismo riesce ad orientare positiva-


mente lo stile di vita giovanile, esso non riesce ad arginare il gra-
duale appannarsi del ricordo e del mito della Grande guerra
(«fatto ormai remoto nel ricordo degli italiani […] inesistente
nella coscienza dei giovani, quasi sommerso sotto lo strato
spesso dei recenti ricordi»); il giovanilismo sembrava inoltre
esondare, trasformandosi quasi, nel giudizio volpiano, in senso
sfavorevole:

Era il momento dei giovani, quello, in Italia. I giovani tenevano il


campo e i giovani si sforzavano o si illudevano di essere anche gli
anziani. Il mito della gioventù e della sua virtù taumaturgica domi-
nava. «Far posto ai giovani», ecco la parola d’ordine. Donde – sot-
tolinea Volpe – certa baldanza in essi e impazienza di occupare
d’urgenza i posti della vita, e alquanto fastidio verso i cinquantenni
e quarantenni, cioè anche per la generazione che aveva fatto la
guerra, anche per quelli che nel novembre e nel dicembre 1917,

57 Ivi, p. 180-181.
230
allora giovinetti, avevano opposto vittoriosamente la barriera dei
loro petti al nemico irrompente.58

Per Volpe perciò «poiché tutti vivono non nel passato e neppure
nell’oggi, ma nel domani», il fascismo guardava ai giovani «come
che essi e solo essi incarnino questo domani e possano rivelarne
il segreto». Il grande storico, tuttavia, ritiene che quei giovani
«oltre la sensazione generica o persuasione astratta che il mondo
muta» non sembrano avere «anche la coscienza del nuovo, in
confronto del vecchio»59: il «ringiovanimento della nazione» in
cui aveva creduto e sperato sembrava naufragare in uno sterile
giovanilismo che neanche il fascismo aveva saputo trasformare
in coscienza della grandezza nazionale.

Gli studi e la memorialistica60 sull’atteggiamento dei giovani


durante il fascismo hanno costantemente evidenziato la crisi che
si diffondeva negli ambienti giovanili alla vigilia della Seconda
guerra mondiale, crisi in cui si esprimeva la ricerca di nuovi ideali
e di un nuovo credo ma anche la disillusione per le premesse e
le promesse non mantenute dal fascismo stesso. Gli esiti del
processo che si avviava ebbero, come noto, tempi e modalità di
presentarsi diverse, ma è comunque generalmente condiviso che
la «accelerazione» totalitaria del 1937-38 suscitò nel mondo
giovanile, forme di reazioni che diedero nuovo impulso a quelle
componenti meno rassegnate al conformismo imperante e più
insofferenti e critiche verso la struttura e l’apparato fascista
consolidatosi dopo i molti anni di dittatura. La testimonianza
autobiografica della «generazione dei littoriali» rappresentata, ad
esempio, da Ruggero Zangrandi61, ripercorre le tappe di quel
lento cammino di distacco dal fascismo e di presa di coscienza
antifascista che avrebbe condotto nelle file militanti della

58 Ivi, p. 177.
59 Ivi, p. 179.
60 Per l’uno e per l’altro settore di fonti consultate si rimanda ovvia-

mente alla bibliografia conclusiva il presente lavoro.


61 Del quale cfr. il noto Lungo viaggio attraverso il fascismo. Contributo alla

storia di una generazione, Milano, Feltrinelli, 1962


231
Resistenza non pochi tra i giovani più brillanti del vivaio
studentesco del fascismo. Per altri il percorso fu più tormentato
per via della propria consapevole e convinta adesione al
programma totalitario del regime, nel quale credevano di poter
vedere finalmente e concretamente realizzati gli obiettivi
coltivati, in passato, in ragione della loro fede; le sconfitte della
guerra, il crollo del fascismo, la Repubblica sociale finirono per
coinvolgere, in una estrema coerenza ideale, non pochi di loro.
L’ambizione, ovvero l’illusione del rinnovamento dell’interno
del fascismo, generò un movimento che – secondo Renzo De
Felice – prima ancora di sfociare in parte nell’opposizione
militante antifascista, si configurava in un «nuovo fascismo»,
senz’altro ribelle e incompatibile con il vecchio fascismo, ma pur
sempre nell’alveo della totalitarizzazione, di cui anzi era uno dei
sostegni più validi. Nel nuovo indirizzo antiborghese, nella
ripresa di alcuni caratteristici motivi del fascismo delle origini,
nell’accentuazione dell’anima «sociale» e dei contenuti
«rivoluzionari» del primo fascismo e delle tematiche
corporativistiche, molti giovani, in particolare appartenenti ai
Guf, intravedevano la possibilità di realizzare effettivamente il
desiderio di trasformazione del fascismo, per «conferire ad esso
una pulsione rivoluzionaria»62. Infatti sul finire degli anni Trenta
la loro «opposizione» al fascismo, è ancora circoscritta, per la
grande maggioranza, al lato conservatore, borghese,
conformista e provinciale che la dittatura ha dispiegato in
quindici anni di regime. La critica si rivolge quindi ad un
fascismo che, nonostante i nuovi istituti realizzati, sembrava
omologabile all’Italia prefascista, soffocando così il messaggio
più genuino e «rivoluzionario» del fascismo e deludendo le
istanze di rinnovamento sociali avanzate. L’ingresso in guerra
dell’Italia quindi, veniva da molti considerata l'occasione per una
nuova rivoluzione e il mito della guerra rivoluzionaria, destinato
a riproporsi in ogni generazione, si riaccendeva nel giugno del
’40 con lo stesso vigore che aveva avuto nel ‘15-’18.

62 Cfr., G. Parlato, La sinistra fascista…cit., p. 201.


232
Quando nel giugno del 1940 l’Italia entrò in guerra, il
periodico del Guf milanese «Libro e Moschetto» uscì con la
parola «Libro» cancellata dalla testata mediante una croce63, a
dimostrazione delle mutate condizioni di vita e di tensione
morale in cui i giovani universitari fascisti milanesi erano
chiamati a vivere; questo simbolo stava a significare che era
giunto il momento, per gli universitari fascisti, di passare
all’azione dedicandosi quindi al solo «Moschetto» e rivolgendo
ogni attenzione alla «guerra»; era infatti l’evento bellico che
poteva rilanciare le ambizioni della giovane generazione fascista;
l’eroismo dei giovani, la forza che si sprigiona nello scontro con
il nemico, la virilità esaltata dal conflitto divenivano infatti
elementi caratterizzanti di un topos diffuso nelle pubblicazioni di
una buona parte della gioventù fascista.

Accanto a tale lettura se ne incontrano però altre assai meno


enfatizzanti, come quella offerta dalla rivista gufina fiorentina
«Rivoluzione»64 che invitava i giovani colleghi a non cadere nella
trappola della retorica, che tale rimaneva «anche quando si
riveste di intenzioni combattive, magari denominate eroiche»;
come abbiamo osservato in precedenza, vi è però un’altra
interpretazione del conflitto che, collocato appunto in una
prospettiva rivoluzionaria, avrebbe potuto generare un fascismo
nuovo: il sentirsi partecipi di un comune destino mitizzato in
tale prospettiva avrebbe consentito ai giovani stessi di sentire
che «una rivoluzione che non abbiamo fatto è anche la nostra
rivoluzione e che possiamo continuare a farla anche noi»65;
tornava quindi a galla, stavolta per i giovani del 1940, il tema
della mancata partecipazione alla Grande guerra e alla successiva
«Rivoluzione fascista» e – così come venti anni prima – si andava
ad innestare sulla sempre viva questione generazionale, a sua
volta direttamente connessa a quella della creazione di una
nuova «classe dirigente».

63 Si veda l’intestazione di «Libro e Moschetto», a. XV, XIV supple-


mento al n. 33.
64 Corsivo non firmato e senza titolo in «Rivoluzione», 5/8/1940.
65 A. Marzotto, Continuare la rivoluzione, in «Rivoluzione», 25/7/1942.
233
Accanto agli attacchi alla dirigenza fascista, in particolare ai
gerarchi locali66 ed a quegli «anziani adagiatisi all’ombra di un
sistema immorale»67, non è difficile incontrare articoli che bene
evidenziano il mancato raggiungimento della formazione di una
classe dirigente per il partito e per la nazione, problema questo
però finalmente superabile grazie alla partecipazione italiana alla
Guerra. In tal senso è di particolare interesse un articolo di
Roberto Mazzetti pubblicato sul bolognese «Architrave»
nell’aprile ’4168: ogni guerra – argomenta l’autore –, svolge una
benefica funzione di accelerazione delle crisi, delle fratture e dei
«ritmi intensi del vivere sociale»; nella guerra si definiscono e
collaudano «le inanellantesi generazioni» messe finalmente alla
prova dando loro l’opportunità di affermarsi; il giovane studente
bolognese auspica un generale sommovimento che scuota la
moralità, le strutture sociali, le forme economiche e tecniche
nonché i «piani culturali» dell’Italia fascista, tale da far apparire
«in superficie» tutto ancora immutato; ma in profondità la
guerra, «acceleratore della storia», avrebbe inciso segnando in
modo nuovo lo spirito e la mentalità del «nuovo italiano». Le
guerre – prosegue Mazzetti – applicano infatti un’inesorabile
legge storica per la quale, iniziate da classi dirigenti al culmine
della loro potenza, vengono invece continuate dalle giovani
generazioni, «con loro idee e orientamenti e ceti dirigenti».
Dietro ad ogni dinamica di ceti realmente dominanti, esiste
sempre, infatti, «più o meno incalzante», una dinamica di ceti
dirigenti in formazione. Mazzetti pone a questo punto,
l’attenzione sul «come avviene questa formazione», mediante
quali modi, forme e mezzi diviene possibile attuare una
«vigorosa severa formazione di giovani e ceti di dirigenti», ossia
di tutti quelli «che sul piano morale, tecnico culturale,
raggiungono forme di aristocrazia» (intesa quale costume politico
e concezione di una politica non «estranea alle forme morali»);
l’aristocrazia dunque, decisamente in opposizione al «mai tanto
deprecato «politicantismo», proprio attraverso la partecipazione

66 Cfr. Commenti, in «Il Campano», gennaio 1941.


67 Cfr. Meridiani rivoluzionari, in «Architrave», marzo 1941.
68 Cfr. R. Mazzetti, Note sui giovani, in «Architrave», aprile 1941.
234
alla guerra si sarebbe temprata e purificata «in un’ascesi di vita e
di lavoro», ponendosi quindi al «servizio religioso della
collettività di cui è fattura e fattrice»69.
L’importanza della guerra – nell’ottica della individuazione di
una nuova élite – è un elemento su cui i giovani gufini insistono
in modo particolare, secondo diverse sfumature e da punti di
vista differenti: nell’aprile ’41, Vittorio Marchetti, sulla fiorentina
«Rivoluzione»70, certo che «dai quadri di questa gioventù
usciranno i dirigenti di domani», esprime l’auspicio che i giovani
non riducano però al semplice «prender parte alla guerra» il loro
prezioso contributo alla costruzione del nuovo fascismo:
sarebbe «per noi troppo poco», infatti la guerra, oltre ad essere
atto educativo è una «precisa necessità», tipicamente e
moralmente «aristocratica»: si va a combattere perché «quel
popolo di cui dovremmo rappresentare la più alta espressione è
sui campi di battaglia», e non in virtù di un «principio eterno»
per cui, «a torto», si è venuto stabilendo il «diritto preferenziale»
di chi andando a combattere adempie «il suo dovere»; un
autentico rappresentante della futura classe dirigente non deve
infatti credere a «codesti titoli bellici poiché la funzione degli
individui nella vita sociale non è questa o quella a seconda dei
momenti o delle vicende»; e la funzione «ben precisa» della
gioventù studiosa dovrebbe essere invece esclusivamente quella
«di prepararsi ad essere la classe dirigente»; in uno Stato
«compiutamente determinato sul piano morale» (quale l’Italia
fascista dimostra ancora di non essere), ciascuno studente
universitario dovrebbe combattere la guerra «ai tavoli del suo
lavoro»; se emerge dunque un’incrinatura nella fede di
Marchetti, questa viene però subito saldata: «se oggi partiamo
per combattere abbandonando i banchi delle università è perché
riteniamo che la guerra faccia parte della nostra preparazione»71.

69 Ibid.
70 Vittorio Marchetti, La gioventù studiosa e la guerra, in «Rivoluzione»,
30/4/1941.
71 Ibid.
235
Da questo punto di vista (guerra formativa dei giovani e delle
future élite), Agostino Bignardi su «Architrave»72 spiega che
serve una «revisione dei valori» in Italia e nel fascismo, dal
momento che «il fascismo è stato per alcuni più forma che
sostanza»; quello che sta a cuore a questi giovani è infatti la
creazione «di un Fascismo sempre più esigente; continuazione
della Rivoluzione in tutti i settori con un’intransigenza accanita;
compimento dell’esperienza corporativa in una nuova socialità
integrale, stroncando ogni forma di supercapitalismo
pseudocorporativo; valutazione in pieno della purezza nella vita
collettiva»73.
Le «nuove aristocrazie» del partito che sarebbero emerse
grazie al conflitto necessitavano, onde evitare gli errori del
passato, del vaglio e della selezione continui74, essendosi reso
urgente il dare prontamente una concreta risposta alla richiesta
proveniente da ogni giovane che ha a cuore il destino dell’Italia
e del fascismo75: «occorrono uomini nuovi: occorrono e
presto»76; ciò di cui il fascismo necessita è dunque una «bonifica
morale», che contribuisca a creare un fascismo impostato su basi
nuove e, soprattutto, su uomini nuovi e su una nuova élite77.

Rispetto agli anni precedenti, i Guf dei primi anni ’40 dedicano
quindi un’attenzione diversa al problema della classe dirigente:
mentre prima avanzavano infatti istanze di rinnovamento più
contingenti, ossia legate a vicende ed a casi particolari, ovvero
ispirate – ed era la maggior parte dei casi – da un giovanilismo
esasperato, ora invece, in un contesto diverso ed alla luce di
prospettive nuove per il fascismo, sembrano approfondire il
problema della classe dirigente secondo una maggiore maturità
e consapevolezza: in particolare, sembra quasi che il problema

72 Agostino Bignardi, Noi, i giovani, in «Architrave», 1/3/1941.


73 Ibid.
74 Cfr. Carlo De Roberto, Funzione delle aristocrazie, in «Architrave», set-

tembre 1941.
75 Agostino Bignardi, Noi, i giovani, in «Architrave», 1/3/1941.
76 Cfr. F.R., Invito al comando, in «Il Barco», ottobre 1941, pp. 2-6
77 Brandimarte, Lavoro manuale e aristocrazia, in «Architrave», 1/12/1940.
236
non venga posto per trarne direttamente vantaggi e benefici –
personali o generazionali –, bensì secondo una strategia che
individua più chiaramente i principi su cui basare le proprie
analisi e conseguenti proposte.
Non è casuale infatti che la stessa «Gerarchia» dedichi un
articolo al tema «partito-generazioni» in cui Davide Fossa78, oltre
a riconoscere l’impegno dei giovani nella guerre combattute in
Etiopia e Spagna, rileva in loro un particolare «fermento
spirituale» che contribuisce in modo costruttivo alla soluzione
del problema dei giovani che, ora, diviene «problema della
continuità della Rivoluzione».
«Economia fascista» – che, nel marzo ’42, dedica un lungo e
significativo corsivo alla questione giovanile79 – intravede nuovi
sviluppi in quello che considera ormai «prossimo dopoguerra»,
per cui le giovani generazioni saranno a breve chiamate a portare
il loro contributo «di costruzione e di avanguardia» in modo da
partecipare attivamente alla realizzazione di un’economia che
faccia «leva senza sottintesi sulla gioventù»80.
La guerra, «fucina di capacità e mezzo indiscusso di
selezione»81 potrà fornire quella «classe dirigente intelligente e
seria che collabori con Lui» (ossia con Mussolini) nel gestire i
«vari e complessi problemi della pace», classe formatasi secondo
una «serietà» che «non ha nulla a che fare con le esaltazioni
retoriche del vecchio tradizionale imperialismo cartaceo» che, in
passato, e non di rado, causava forme di «ostentata gerarchia di
grado» che la futura classe dirigente dovrà rifuggire in nome
invece di quella «gerarchia dello spirito» basata sull’arte del
comando, virtù «che non si può improvvisare», pena il
fallimento ad ogni compito cui saranno chiamati.

78 Cfr. Davide Fossa, Il Partito e le generazioni, in «Gerarchia», febbraio


1942.
79 Cfr. La gioventù sul piano dell’economia, in «Economia fascista», n. 3,

marzo 1942;
80 Ibid.
81 Cfr. Umberto Biscottini, Vizi degli italiani, in «Il Giornale di Politica e

di Letteratura», gennaio-febbraio 1942.


237
Un nuovo modello educativo-formativo della gioventù è
invocato da Umberto Biscottini82, secondo cui la rivoluzione
riponeva le sue speranze sui giovani formati dalla guerra, dal
momento che si era rivelata vanamente illusoria l’idea che quanti
erano stati educati nel clima fascista sarebbero poi divenuti i veri,
capaci uomini e dirigenti dell’Italia fascista.
Oltre a questa, la Guerra ha peraltro fatto emergere molte altre
lacune da colmare nell’Italia fascista e, tra queste, la mancanza
nel popolo italiano di una coscienza nazionale vera e profonda
e del necessario orgoglio di appartenenza; serve perciò creare
una «massa politica» attraverso una profonda opera di
politicizzazione di tutte le classi sociali; tale opera non può
essere svolta che da una nuova classe dirigente giovane, formata
secondo una «scrupolosa, esemplare onestà, sulla forza del
carattere e sull’audacia»83.
Gli interventi di cui abbiamo riferito stanno a testimoniare il
fervore che anima i dirigenti locali dei Guf nei primi anni ’40;
eppure i resoconti di riviste quali «Roma fascista» e «Libro e
Moschetto» sull’attività svolta dagli universitari fascisti in quei
mesi, rivelano la routine quotidiana di celebrare i «goliardi caduti»
o l’insistere pervicace su una propaganda stucchevole contro «il
nemico»; l’attività dei Guf, in effetti, era rivolta principalmente
«all’assistenza diretta ed indiretta degli universitari in armi»84;
erano sospesi i Littoriali (fatta eccezione per quelli femminili) ed
i Corsi di Preparazione Politica; molte delle attività svolte
abitualmente marciavano «a basso regime»; nonostante ciò, o forse
in virtù di ciò, il dibattito all interno dei Guf sembrava
raggiungere uno spessore difficilmente raggiunto anche nei
periodi più fulgidi del regime; si pensi ad esempio all’alto livello

82 Ibid.
83 Cfr. Manlio Barberito, Il Partito e i quadri nazionali, in «L’appello»,
20/1/1942. Sul tema della necessaria educazione delle masse alla vita
politica cfr. Mario Talamanca, Bisogna puntare sull’educazione delle masse, in
«Roma fascista», 2/4/1942; Valerio De Sanctis, Educazione e vita politica,
in «Il Campano», gennaio-febbraio 1942.
84 Cfr. Ugo Indrio, I G.U.F. nel settore giovanile e nella vita nazionale, in «La

Vita italiana», ottobre 1942, pp. 382-391.


238
del dibattito relativo alla «polemica sindacale» apertosi nella
primavera ’4285.

Nell’ottobre ’42 "la Vita Italiana» pubblica un lungo ed


approfondito articolo sullo stato dei Gruppi universitari
fascisti86; l'autore, Ugo Indrio, aveva aderito al fascismo in età
adolescenziale e studiando Lettere e Giurispridenza alla
Sapienza, fu assiduo frequenttore del Guf capitolino; docente di
politica internazionale presso la Scuola Fascista di Giornalismo,
redattore del giornale Il lavoro fascista fino a quando nel 1941
Salvatore Gatto, vicesegretario nazionale dei GUF con cui aveva
già collaborato, gli affidò la direzione di "Roma fascista", che
mantenne fino al 25 luglio 1943, salvo sei mesi d'interruzione
nel 1942, dovuti ad un'inchiesta di polizia a suo carico per
sospette attività sovversive87.

La riflessione di Indrio meglio di ogni altra descrive senza


retorica lo stato dei Gruppi universitari ed evidenzia, con
estrema chiarezza e franchezza, aspetti e problemi fondamentali
di un’organizzazione che l’autore conosce dal di dentro da
almeno dieci anni; alla luce della paralisi di ogni iniziativa
(eccezion fatta per l’assistenza ai militari di cui si è detto), i Guf

85 Su cui cfr. G. Parlato, Il sindacalismo fascista, II, Dalla «grande crisi» alla
caduta del regime (1930-1943), pp. 175-181; Id., La sinistra fascista…cit., pp.
171-176.
86 Cfr. Ugo Indrio, I G.U.F. nel settore giovanile …cit., p. 382.
87 Indrio, terminata la seconda guerra mondiale, divenne direttore del

settimanale romano Lavoro Illustrato, collaboratore del bimestrale Il


Caffè e redattore del Corriere della sera, del quale fu, in seguito, a capo
della redazione romana. Lasciò poi il giornale per raggiunti limiti di età,
nonostante le esortazioni dei suoi colleghi a rimanere e anche Indro
Montanelli, amico stretto, gli inviò una lettera, in cui insisteva «per non
perdere un compagno di lavoro, vecchio esemplare corrierista». Si veda
Gaetano Afeltra, Ambasciatore del Corriere tra i signori del Palazzo. Ricordo
di Ugo Indrio: il rigore quotidiano, in "Corriere della Sera", 14 gennaio 1993.
Importante l'autobiografia politica e professionale di U. Indrio, Da
Roma fascista al «Corriere della Sera». Cinquant’anni di storia italiana nelle me-
morie di un giornalista, Roma, Edizioni Lavoro, 1987
239
del ’42 attraversano un «periodo di sosta»88, sfruttabile però –
propone Indrio – per studiare «la maniera di dare un assetto
definitivo» all’organizzazione in vista dei «problemi politici e
scolastici del prossimo domani»; i Guf infatti mancano ancora
di «un ordinamento definito e completo»

sia perché nessuna organizzazione nasce perfetta se non sulla carta


ed era necessaria perciò un’adeguata esperienza pratica; sia perché
la vita dei G.U.F. è talmente intensa e varia ch’è facile a chi li guida
restare assorbiti dai compiti contingenti, senza poter dedicarsi ad
un lavoro organizzativo più duraturo […] 89

Dopo questa breve ma sintomatica introduzione (viene infatti


da domandarsi i motivi per i quali un’istituzione con quasi venti
anni di vita non abbia un «assetto definitivo»), Indrio passa ad
esaminare la situazione organizzativa dei Guf, evidenziando i
due principali problemi da affrontare: «1) la massa degli
universitari non partecipa che in scarsa misura alla vita dei
G.U.F.90; 2) la massa degli universitari resta estranea alla vita
della restante gioventù italiana: vale a dire, la minoranza dei
futuri dirigenti vive separata dalla maggioranza dei componenti
della nazione»91; si tratta di due dati assai preoccupanti, aggravati
peraltro dai dettagli che Indrio illustra: la vita dei Guf (a fronte
degli oltre 100 mila iscritti dell’epoca) «è costituita da quei cento
o duecento universitari che in ogni centro vi concorrono
spontenamente)»92, vi sono «larghe vie di evasione» dai Guf che
consentono a molti di limitare la propria partecipazione
all’attività ad aspetti meramente formali ed occasionali, i G.U.F.
sedi di università riescono ad esercitare una scarsa attrattiva per

88 Non erano mancati interventi relativi al fatto che i Guf vivessero or-
mai soltanto per l’organizzazione dei Littoriali (cfr. Giso Danese, Litto-
riali della cultura. Esame di coscienza, in «Roma fascista», 26/3/42).
89 Cfr. U. Indrio, I G.U.F. nel settore giovanile …cit., p. 383.
90 In senso analogo cfr., gli artt. di Leonida Del Rosso (in «Il Lambello»,

n. 5-6 1942) e Antonio Pugliese (in «IX maggio», n. 12-13, 1942).


91 Ivi, p. 383.
92 Cfr. U. Indrio, I G.U.F. nel settore giovanile …cit., p. 383.
240
gli studenti; per tentare dare soluzione a tali problemi, Indrio
propone di limitare la «politicizzazione» dell’attività culturale dei
Guf93 ovvero di modularla a seconda dell’appartenenza di
facoltà e di rendere obbligatoria l’iscrizione ai Guf sede di ateneo
per tutti gli universitari. Relativamente alla separazione tra la
classe universitaria ed il resto della gioventù (prevalente nei
grandi centri urbani), Indrio spiega che, nonostante
l’approvazione Carta della Scuola,

La classe universitaria si è formata attraverso un processo di


selezione in cui predominante è il fattore economico e sociale delle
provenienze di famiglia, e scarsa influenza vi ha il merito o il valore
dei soggetti.94

I Guf, nella proposta dell'allora direttore di "Roma Fascista",


sono dunque chiamati a rovesciare questo stato di cose ed a
tentare di arginare il crescente isolamento degli studenti
universitari «dal resto della società»: per Indrio, questo problema
era causato da un «abito intellettualistico» indossato ancora dalla
gioventù studiosa, dalla tendenza «al disordine, alla dissipazione,
agli sport e ai divertimenti» che influivano negativamente sul
comportamento degli universitari; i Guf, nonostante l’impegno
profuso negli anni, non erano ancora riusciti a correggere tali
difetti, tipicamente borghesi; per avvicinare i «futuri dirigenti alle
masse» non bastavano infatti le conversazioni tenute dai Guf ai
lavoratori («esperimenti quasi sempre negativi»95), mentre i
littoriali del Lavoro, benché «iniziativa seria […] capace di

93 «Finchè i G.U.F. […] svolgano un’attività prevalentemente cultuale


in senso politico o in senso letterario, si può comprendere che vi restino
estranei quasi tutti gli studenti di medicina, di ingegneria, di scienze na-
turali. […] Si esagera, per esempio, nel voler «politicizzare» la cultura di
un ingegnere, di un medico, di un matematico. Per costoro, è innanzi
tutto importante che nella vita siano buoni ingegneri, buoni medici,
buoni matematici, per adempiere la propria funzione, ch’è politica in
senso riflesso, in quanto ciò utilmente s’innesta nel complesso di tutte
le altre funzioni sociali» (Ibid.).
94 Ivi, p. 385.
95 Ibid.
241
promuovere la comprensione tra universitari e lavoratori»,
vedevano una scarsa partecipazione di giovani gufini e sarebbe
stato opportuno affidarne la cura alle Associazioni Sindacali
anziché ai Guf stessi.
In ragione di queste considerazioni, i Gruppi universitari
andavano impiegati ed utilizzati nelle funzione del «comando»,
facendoli «circolare largamente, con funzioni gerarchiche, nelle
file della gioventù lavoratrice»96; i migliori giovani non andavano
dunque isolati, andando invece sostenuti nel loro «diffondersi
nella massa» per inquadrarla, guidarla ed educarla»97,
promuovendo un «vasto esperimento» di immissione dei fascisti
universitari nei quadri dei Giovani fascisti, non limitando però i
loro compiti alla formazione ed alla preparazione ma
assegnando ad essi anche il comando e la funzione
dell’assistenza98.
La funzione scolastico-culturale dei Guf doveva inoltre
maggiormente integrarsi con l’istituzione universitaria,
superando l’invalso atteggiamento polemico ed antagonista e
ponendo «i rapporti tra G.U.F. e Università su di un piano
nuovo, quello della collaborazione, secondo i dettami della Carta
della Scuola»99, inserendo peraltro il segretario gufino nel Senato
accademico ed i fiduciari di facoltà nei rispettivi consigli.
Per quanto riguarda la funzione sindacale dei Guf, Indrio
propone di articolarla in tre momenti, collegati ed
interdipendenti, che evitino «il disordine nella scelta degli
universitari […] premessa per il disordine nella vita e nelle
professioni»100:

96 Ivi, p. 386.
97 Ibid. Si noto che Indrio aveva già proposto tale linea in Id., I Fascisti
universitari nei Fasci giovanili, in «Il Secolo fascista», 1/2/1934.
98 Cfr. U. Indrio, I G.U.F. nel settore giovanile …cit., p. 389, il quale peraltro

evidenzia che la funzione dell’assistenza «non è che una pratica estrin-


secazione, in dettaglio, delle altre due (sindacale e scolastico-culturale).
99 Ivi, p. 387. Sulla necessità di stabilire nuovi rapporti tra i Guf e le

università, cfr. Dorio Schek-Ipuli, I G.U.F. e la riforma universitaria, in «Il


Lambello», 20/2/1942.
100 Cfr. U. Indrio, I G.U.F. nel settore giovanile …cit., p. 383.
242

1. l’ammisione agli studi, che non può essere libera o, per meglio
dire, disordinata come un tempo;
2. Il compimento del curriculum di studi, che deve essere
rigorosamente controllato, secondo il conceto del «servizio
scolastico»;
3. L’avviamento agli impieghi e alle professioni 101

Relativamente quest’ultimo punto, dalla evidente forza


politico-propagandistica, Indrio sottolinea che i Guf non
possono divenire degli uffici di collocamento per i giovani, pur
tuttavia l’organizzazione «può e deve studiare e risolvere i
problemi della distribuzione degli studenti», compito di
esclusiva pertinenza dei Guf stessi, che non possono perdere le
proprie caratteristiche propulsive e rivoluzionari»102, in quanto
«quel che conta, in fondo, agli effetti morali, è che ogni
universitario sappia domani essere un capo, e che perciò nel suo
passaggio nei G.U.F. egli impari ad acquistare piena coscienza
della sua missione civile e della sua responsabilità»103.
Le tante autobiografie di giovani appartenenti ai Guf, tendono
a rivelare più le motivazioni di scelte personali che non a
spiegare compiutamente il funzionamento delle strutture in cui
operarono; questo articolo di Ugo Indrio può rappresentare una
breve ma pregnante «autobiografia dei Guf», in quanto rivela
sinteticamente in modo franco, tutti i limiti che segnarono
l’attività svolta da questa organizzazione: se i Guf del 1942 erano
ancora alla ricerca di un assetto definitivo, se gli studenti
universitari non partecipavano che in scarsa misura alla vita dei
Guf (e quando lo facevano cercavano presto comode vie di
evasione), se i Guf stessi vivevano separatamente dalla restante
gioventù italiana senza riuscire a capirla e ad orientarla, se anche
le manifestazioni di cui i Guf andavano più orgogliosi non
vedevano la partecipazione che di un numero esiguo di loro, se
i rapporti con le università si risolvevano in una sterile

101 Ibid.
102 Ivi, p. 390.
103 Ibid.
243
contrapposizione, se il disordine regnava sovrano in ogni loro
attività, se tutto ciò fosse vero – e così risulta –, sarebbe difficile
riuscire a pensare che i Guf siano riusciti a formare e selezionare
una nuova classe dirigente.
Il regime, come abbiamo visto, nel tentativo di dare una
«continuità direttiva» al fascismo, operò una fascistizzazione
delle future classi dirigenti (ossia di quella che ossessivamente
veniva definita «gioventù studiosa»), ma fare ciò non significava
riuscire a crearne una ex novo; d’altronde uno degli elementi
principali su cui si incardinava il processo di formazione della
nuova élite, era il prevalere della fede sulla competenza
(eccezion fatta, almeno in parte, per Bottai ed il suo gruppo): si
assistette dunque alla fascistizzazione in senso mussoliniano di
una classe dirigente in formazione, operazione nella quale il
soggetto attivo della fascistizzazione (il partito e quindi
inevitabilmente i Guf stessi) e quello passivo (ossia quei giovani
da educare e formare ma comunque da inserire all’interno dei
Guf), paradossalmente coincidevano.
In tal senso dunque, se il mussoliniano «Bisogna farla finita di
ragionare in termini di élites»104 ne teorizzava il superamento nel
rapporto diretto tra il duce e le masse105 sembrava cogliere nel
giusto Ignazio Silone che, attraverso il personaggio di Tommaso
il Cinico della sua Scuola dei dittatori parla delle «scuole politiche
per la formazione di nuovi capi a Berlino e a Roma», speigando
al suo interlocutore, il professor Pickup, che esse «malgrado il
loro nome pomposo» altro non sono che «seminari per la
formazione di funzionari» chiamate soltanto a «preparare
attivisti docili e devoti. Il loro compito non è di formare nuovi
Hitler e Mussolini, ma di impedire che si formino»106. Già,
impedire che se ne formassero...

104 Cfr. Y. De Begnac, Taccuini mussoliniani, cit., p. 638


105 Cfr. in tal senso Mariuccia Salvati, Cittadini e governanti. La leadership
nella storia dell’Italia contemporanea, Roma-Bari, Laterza, 1997, pp. 87-100.
106 Ignazio Silone, La scuola dei dittatori, Milano, Mondadori, 1962, [ma

pubblicato originariamente in lingua tedesca, a Zurigo, nel 1938], p. 19.


Fonti e bibliografia

FONTI ARCHIVISTICHE

Documentazione archivistica conservata presso l’ Archivio Centrale


dello Stato, relativamente ai seguenti fondi:

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI


Gabinetto, Atti
Presidenza
Educazione Nazionale
Gabinetto
Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo

MINISTERO DEGLI INTERNI


Gabinetto
Gabinetto Bonomi, Ordine Pubblico (1921-22)
Gabinetto Finzi, Ordine Pubblico (1922-24)
Direzione Generale Pubblica Sicurezza
Div. Affari generali riservati, categorie annuali
Cat. AG5 [Prima Guerra mondiale]
Cat. C2 [Movimento sovversivo antifascista]
Cat. G1 [Associazioni]
Cat. D9 [agitazioni studenti] (anni 1918-1921)
Casellario Politico giudiziario
Polizia politica (1928-44)

MINISTERO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE


Direzione Generale Istruzione Superiore

MINISTERO DELLA CULTURA POPOLARE


Direzione Propaganda
246

PARTITO NAZIONALE FASCISTA


Direttorio Nazionale
Carteggio, serie I
Carteggio, serie II
Segreteria GUF (50 buste)
Mostra della Rivoluzione Fascista
Situazione politica per provincie
Fascicoli personali di Senatori e Consiglieri Nazionali
Fasc. Giovanni Giuriati
Fasc. Fernando Mezzasoma
Fasc. Giovanni Poli
Segreteria Particolare del Duce
Carteggio ordinario
Carteggio riservato

CARTE ASVERO GRAVELLI


CARTE GIUSEPPE ATTILIO FANELLI
CARTE RENATO RICCI
CARTE FARINACCI

Presso l’Archivio della Fondazione Ugo Spirito ho avuto modo di


consultare le Memoirie inedite di Renato Marzolo. Ringrazio a tal
proposito il prof. Giuseppe Parlato..
247
FONTI A STAMPA

Sono state consultate le seguenti testate pubblicate nel periodo oggetto


di studio:

Riviste politiche e culturali


«Antieuropa» per il periodo 1929-43;
«La Conquista dello Stato» per il periodo 1924-1928;
«Costruire» per il periodo 1924-1943;
«Critica Fascista» per il periodo 1923-1943;
«Dottrina fascista» per il periodo 1937-41;
«Educazione Politica» per il periodo 1923-1927;
«Educazione Fascista» per il periodo 1927-1933;
«Civiltà Fascista» per il periodo 1934-1943;
«Gerarchia» per il periodo 1922-1943;
«L'Italiano» per il periodo 1926-1943;
«L’Italia vivente» per il periodo 1932-1935;
«Politica» per il periodo 1923-1943;
«Primato» per il periodo 1940-1943;
«Rinnovamento» per il periodo 1932-1935;
«Il Rubiconde» per il periodo 1932-1934;
«La Rivoluzione Fascista» per l’anno 1924;
«Santa Milizia» per il periodo 1934-
«Il Secolo Fascista» per il periodo 1932-1935;
«Il Selvaggio» per il periodo 1924-1943;
«14 novembre» per l’anno 1934;

Relativamente al primo dopoguerra sono stati consultati «Roma


Futurista» e «l’Ardito» mentre la stampa del mondo combattentistico
(in particolare «Volontà» e «Il Combattente») non è stata consultata
direttamente ma tratta dalla antologia curata da Giovanni Sabbatucci
(cit. in bibliografia).

Riviste giovanili:
«Architrave»; «Avanguardia»; «Il Barco»; «Il Bo’»; «Il Campano»; «La
Ciurma»; «Combattere»; «Fronte unico»; «Gioventù Fascista»;
«Gioventù Universitaria Fascista»; «Giovinezza»; «Giovinezza
Fascista»; «Intervento»; «Il Labello»; «Libro e Moschetto»; «I Littoriali»;
«Littoriali della Cultura»; «Noi»; «Notiziario del Guf»; «Nove Maggio»;
«Orsa Minore»; «Pattuglia»; «La Rivolta Ideale»; «Rivoluzione»; «Roma
Fascista»; «Sud Est»; «Vent’anni»; «Il Ventuno»; «Via Consolare».
248

Sono state inoltre utilizzate le «Inchieste» sui giovani apparse su:


«La Fiere Letteraria» alla fine del 1928 - inizi del 1929; «Il Saggiatore»
dal marzo ’32 al gennaio ‘33.

Per l’azione di propaganda coloniale dei GUF e l’organizzazione di


questi nelle colonie, è stata utile la consultazione dei seguenti periodici
(si indicano le annate consultate):
«L’Africa italiana» (1932-41), «L’Italia coloniale» (1933-41), «Rivista
delle Colonie italiane» (1935-38), «Rassegna sociale dell’Africa italiana»
(1938-41).

SUI MODELLI FASCISTI DELL’«ITALIANO NUOVO»


Tra i tanti diversificati modelli di Italiano Nuovo emergenti nella
cultura fascista, si segnalano una serie di opere pubblicate durante il
ventennio che affrontano da diversi angoli visuali il tema: si tratta
ovviamente di un elenco che non ha la pretesa di essere esaustivo ma
che, accanto al materiale rinvenuto nelle riviste sopra citate, risulta
comunque indicativo:

ARCARI, Paolo, L’Italiano popolo germanico, in «Gerarchia», settembre


1934, pp. 725-730;
ARDEMAGNI, Mirko, Generazioni nuove, in «Il Popolo d’Italia», 27
maggio 1937;
BALDI-PAPINI, Ubaldo, L’Università mussoliniana e la sua missione
aristocratica universale, estratto da «La nobiltà della stirpe», anno IV, n. 6-
7, giu.-lug- 1934;
BARILLI, Calimero – BONETTI, Mario, (a cura di), 20 giovani leoni.
Autobiografie pubblicate su «L’Assalto» negli anni 1927-28, Roma, Volpe,
1984;
BERNARDINI, Francesco, Il costruttore. Lo stile e l’uomo nei discorsi di
Mussolini, in «L’eloquenza», novembre-dicembre 1934, pp. 431-445;
BRASILE, Pier Andrea, Breviario spirituale della gioventù fascista, Carabba,
Lanciano, …;
BRIN, Irene, Usi e costumi 1920-1940, Roma, Donatello De Luigi, 1944;
CANDIO, Giovanni Battista, Il fondamento etico dello Stato fascista e le
organizzazioni giovanili, Padova, Tipografia Antoniniana, 1929;
CANTALUPO, Roberto, La classe dirigente, Milano, Alpes, 1926;
CAPORILLI, Piero, Il fascismo e i giovani, Tivoli, Signorelli, 1939;
CARLI, Mario, Cervelli di ricambio, Roma, Istituto editoriale del Littorio,
anno VI [1928];
249
CASALIS, Ernesto, Il nuovo italiano. Manuale di educazione della volontà per
il popolo italiano, Torino, Lattes, 1928;
COLAGROSSO, C., Ludi Juveniles, Roma, Luzzati, 1935;
CURCIO, Carlo, Giovani, voce del Dizionario di Politica, Istituto
dell’Enciclopedia Italiana, Roma, XVIII-1940, vol. II, pp. 295-297;
D’ANDREA, Ugo, L’italiano di Mussolini nel romanzo di Mario Carli, in
«Critica fascista», 15 aprile 1931;
DE MINICIS, Decio, Il Veltro, Roma, Casa editrice Accademia, 192;
DEL BO, Dino, La preparazione spirituale dei giovani, Roma, Scuola di
mistica fascista, 1936;
DIEL, Louise, La generazione di Mussolini, Prefazione di S. E. Benito
Mussolini, Milano, Mondadori, 1928 (?);
FANELLI, Giuseppe Attilio, Idee e polemiche per la scuola fascista, Roma,
Cremonese editore, 1941;
FERRETTI, Lando, Esempi e idee per l’Italiano nuovo, con prefazione di
Cornelio Di Marzio, Roma, Libreria del Littorio, 1930;
FIORI, Lelio, Il grande nocchiero, presso l’autore, Firenze, 1927;
GORRESIO, Vittorio, I giovani d’Europa, Milano, Hoepli, 1936;
GRAVELLI, Asvero, (a cura di), Giovinezza…Giovinezza…, …;
INDRIO, Ugo, I G.U.F. nel settore giovanile e nella vita nazionale, in «La
Vita Italiana», n. 355, ottobre 1942, pp. 382-291;
LIUNI, Francesco, Albori del fascismo goliardico, Trani, Tipografia
Paganelli, 1940;
MEZZASOMA, Fernando, Essenza dei Guf, Genova, Tipografia arti
grafiche, 1937;
MEZZASOMA, Fernando, Gruppi Universitari Fascisti, , voce del
Dizionario di Politica, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma, XVIII-
1940, vol. II, pp. 396-405;
OLLIVIER, Blandine, Jeunesse fasciste,Paris, Gallimard, 1934 ;
PADELLARO, Nazareno, Giovinezze nel mondo, Roma, INCF, 1936;
PANDOLFO, Michele, Preparazione politica. Il centro di preparazione
politica per i giovani in Italia. Gli Ordensburger in Germania, Roma, Unione
Editoriale d'Italia, 1940;
PELLIZZI, Camillo, Fascismo – Aristocrazia, …………;
PELLIZZI, Camillo, Una rivoluzione mancata, Milano, Longanesi, 1949;
PENDE, Nicola, Muscoli e cervello nello stato mussoliniano, in «Nuova
antologia», 1 luglio 1934, pp. 86-93;
PETRI, Omero, L’Italiano nuovissimo (il Messia), con prefazione di
Giuseppe De Lorenzo, Torino, F.lli Bocca, 1928;
PINI, Giorgio, Mussolini educatore, in «Politica Sociale», ottobre-
novembre 1933, pp. 714-716;
250
POLLINI, Leo, Mussolini padre del popolo italiano, Milano, Ambrosiana
editoriale, ???;
PRINCIPI, Emanuele, Aristocrazia di Mussolini, in «Gerarchia», maggio
1934, pp. 399-402;
RADIUS, Emilio, Usi e costumi dell’uomo fascista, Milano, Rizzoli, 1964;
RICCI, Renato, I giovani nello Stato fascista, in «Gerarchia», Milano, n. 12,
1928;
ROY, P. N., Mussolini and the Cult of Italian youth. An exposition of fascism
based on the speeches of Benito Mussolini, Calcutta, R. Chatterjee, 1926 (?);
SANGIORGI, G., L’Università Adriatica in «camicia nera". Brani di vita,
Bari, Macrì, 1942;
SGROI, Carmelo, Tormento di due generazioni. Motivi di educazione politica,
Catania, Studio editoriale moderno, 1935;
SULIS, Edgardo, Rivoluzione ideale, Firenze, Vallecchi, 1939;
TESINI, Oddone, Il Grande Educatore, Palermo, Società Editrice
I.R.E.S., 1931;

PUBBLICAZIONI A CURA DEI GUF

Gruppi Universitari Fascisti, Bologna - Roma, Nuova Guardia, 1936;


GUF Bari, La mostra della stampa universitaria. La rassegna nazionale del
passo ridotto. Alla IX Fiera del Levante;
GUF Bari, Non t'arrabbiare, Bari, 1929;
GUF Bologna, L'arte nel fascismo. Rapporto sull'arte dei giovani del gruppo di
propaganda del Gruppo universitario fascista dei Bologna;
GUF Bologna. Sezione femminile, Lavoriamo per i nostri soldati, Bologna,
An. Arti grafiche S.A., 1942;
GUF Curtatone e Montanara Pisa, Sagra decennale dei martiri fascisti
dell'Ateneo Pisano, XXIV maggio 1931, IX, Pisa, 1931;
GUF Manlio Sovico Pavia, GUF Manlio Sovico di Pavia nella sua
attività…, a cura di R. Richard, Pavia, 1931;
GUF Napoli, I Littoriali della cultura e dell'arte dell'anno XIV, a cura del
GUF di Napoli;
GUF Napoli, I Littoriali della cultura e dell'arte dell'anno XV. A cura del
GUF di Napoli littoriale della cultura e dell'arte per gli anni XIV e XV,
Napoli, 1937;
GUF Pavia, Relazioni del magn. rettore Se. Prof. Paolo Vinassa de Regny e del
segretario politico dei GUF;
251
GUF Siena, Per la solenne inaugurazione degli studi, XV novembre
MCMXXXVI, anno XV, Relazione del Segretario del GUF,
Bernardino Campione, Siena, s. ed., 1937;
GUF Torino, Tre anni XIV, XV, XVI, Torino, Lambello, 1937;
GUF Verona, Elementi di cultura fascista, Verona, Arena, 1943;
Il GUF di Bari ai Littoriali della cultura e dell'arte, a. XIV, Bari, Laterza,
1936;
Il GUF di Rovigo ai suoi caduti, Rovigo, Ufficio Stampa per la propaganda
dei GUF di Rovigo, 1942;
PNF - GUF, The Universities of Italy, Bergamo, GUF, 1939;
PNF, Centro di preparazione politica per i giovani, PNF, a. XVIII dell'E. F.,
1938-1940;
PNF, I Gruppi dei Fascisti Universitari, a cura del «Centro studenti
stranieri» del G. U. F. Roma , Segreteria dei GUF - Libro Italiano,
1941;
PNF, Le tre scuole superiori del partito in Roma, Roma, s. ed., 1938;
SEGRETERIA DEI G.U.F., Vita dei G.U.F. negli anni XVI-XVII,
Roma, 1940;
GIRO, A., Littoriali. Studi, discorsi, articoli, Napoli, Studio di Propaganda
Editoriale, 1940;
Vita dei GUF negli anni XVI-XVII, Roma, Segreteria dei GUF, 1940;

BIBLIOGRAFIA

Fondamentale L. LA ROVERE, Storia dei Guf. Organizzazione, politica e miti


della gioventù universitaria fascista 1919-1943, Torino, 2003; è stata inoltre
effettuata una ricognizione bibliografica e mi limito, per evidenti
ragioni di brevità, a segnalare alcuni tra i lavori consultati che più degli
altri affrontano i temi oggetto della ricerca, suddividendo tali opere in
aree tematiche rispondenti in parte alla struttura del lavoro.
Sul fascismo italiano, oltre alla monumentale e sempre indispensabile
opera di Renzo De Felice, segnalo:

AQUARONE, Alberto, L'organizzazione dello Stato totalitario, Torino,


Einaudi, 1965;
DE BERNARDI, Alberto, Una dittatura moderna. Il fascismo come problema
storico, Milano, Bruno Mondadori, 2001;
MILZA, Pierre, Mussolini, Roma, Carocci, 2000 [ed. orig. Mussolini,
Libraire Arthème Fayard, 1999] ;
252
Sul tema dell’«Italiano nuovo» la storiografia ha recentemente
prodotto studi e ricerche di particolare interesse che orientano la
presente ricerca offrendo spunti interpretativi fondamentali ed
essenziali modelli di utilizzo delle fonti:
ALIBERTI, Giovanni, La resa di Cavour. Il carattere degli italiani tra mito e
cronaca (1820-1976), Firenze, Le Monnier, 2000;
BARAVELLI, Andrea, L’Opera nazionale balilla a Forlì. Aspetti di vita
sociale e luoghi di formazione dell'«uomo nuovo»,
DITTRICH-JOHANSEN, Helga, Le «militi dell’idea». Storia delle
organizzazioni femminili del partito Nazionale Fascista, Firenze, Leo S.
Olschki, 2002;
GENTILE, Emilio, L'«uomo nuovo» del fascismo. Riflessioni su un
esperimento totalitario di rivoluzione antropologica, in ID., Fascismo. Storia e
interpretazione, Roma-Bari, Laterza, 2002, pp. 235-264.
GORI, Gigliola, Model of Masculinity:Mussolini, the ‘New Italian’ of the
Fascist Era, in «The International Journal of the History of Sport», vol
16, n. 4 (dec. 1999), pp. 27-61;
GORI, Gigliola, Superumanism and Culture of the Body in Italy: the case of
Futurism, in «The International Journal of the History of Sport», vol 16,
n. 1 (march 1999), pp. 159-165;
MANGAN, J. A., Blond, Strong and Pure: ‚’Proto-Fascism’, Male Bodies and
Political Tradition, in «The International Journal of the History of
Sport», vol 16, n. 2 (june 1999), pp. 107-127;
PASSERINI, Luisa, Mussolini immaginario. Storia di una biografia 1915-
1939, Roma-Bari, Laterza, 1991, pp. 99-121; 185-197;
PAZZAGLIA, Luciano, La formazione dell’Uomo nuovo nella strategia
pedagogica del fascismo, in Id., (a cura di), Chiesa, cultura e educazione in Italia
tra le due guerre, Brescia, La Scuola, 2003, pp. 105-146;
SALVATI, Mariuccia, Longanesi e gli italiani, in Longanesi e gli italiani, a
cura di Pietro Albonetti e Corrado Fanti, Faenza, Edit Faenza, 1997,
pp. 161-180.
TURI, Gabriele, Uomo «nuovo» di razza italiana, in Id., Lo Stato educatore.
Politica e intellettuali nell’Italia fascista, Roma-Bari, Laterza, 2002, pp. 121-
146;

Sulla «mentalità violenta» del fascista e con particolare riferimento al


permanere, nel corso del ventennio, del mito dello squadrismo sono
stati consultati:
ALBANESE, Giulia, Alle origini del fascismo. La violenza politica a Venezia
1919-1922, Presentazione di Mario Isnenghi, Padova, Il Poligrafo,
2001;
253
CLARK, Martin, Italian Squadrismo and contemporary vigilantism, in
«European History Quarterly» vol. 18, 1988, pp. 33-49;
FRANZINELLI, Mimmo, Squadristi. Protagonisti e tecniche della violenza
fascista. 1919-1922, Milano, Mondatori, 2003;
LYTTELTON, Adrian, Fascismo e violenza: conflitto sociale e azione politica
in Italia nel primo dopoguerra, in «Storia contemporanea», dic. 1982, pp.
965-983;
NELLO, Paolo, La violenza fascista ovvero dello squadrismo
nazionalrivoluzionario, in «Storia contemporanea», dic. 1982, pp. 1009-
1025;
PETERSEN, Jens, Il problema della violenza nel fascismo italiano, in «Storia
contemporanea», dic. 1982, pp. 985-1007;
SUZZI VALLI, Roberta, The Myth of Squadrismo in the fascist regime, in
«Journal of Contemporary History», 2000, pp. 131-150;

Una trattazione completa delle tematiche oggetto della presente ricerca


necessita ovviamente di una indagine approfondita sulle modalità di
funzionamento del Partito Nazionale Fascista, soprattutto dal punto
di vista della azione svolta nei settori della mobilitazione,
organizzazione ed irregimentazione delle giovani generazioni; in
questa ottica, dunque, si rende indispensabile la consultazione della
vasta produzione scientifica relativa alla vocazione totalitaria del
fascismo, al fine di poter meglio individuare gli ostacoli incontrati da
Mussolini nella attuazione del programma di «rivoluzione
antropologica» dell’italiano: su questi temi indispensabili sono i lavori
di E. Gentile, con particolare riferimento a:

GENTILE, Emilio, Il culto del littorio, Bari, Laterza, 1993;


GENTILE, Emilio, La via italiana al totalitarismo. Il partito e lo Stato nel
regime fascista, Roma, la Nuova italia Scientifica, 1995;
GENTILE, Emilio, Fascismo e antifascismo. I partiti italiani fra le due guerre,
Firenze, Le Monnier, 2000;
GENTILE, Emilio, Fascismo. Storia e interpretazione, Roma-Bari,
Laterza, 2002;

Vanno inoltre considerate altre opere che affrontano da angoli visuali


differenti il problema del ruolo del Pnf nell’edificazione del regime
fascista, tra queste segnalo:

CANNISTRARO, Philip V., La fabbrica del consenso. Fascismo e mass


media, Roma-Bari, Laterza, 1975;
254
COLARIZI, Simona, L’opinione degli italiani sotto il regime 1929-1943,
Roma-Bari, Laterza, 2000 [1^ ed. 1991];
LUPO, Salvatore, Il fascismo. La politica in un regime totalitario, Roma,
Donzelli, 2000;
LYTTELTON, Adrian, La dittatura fascista, in Storia d'Italia...cit., pp.
169-244;
LYTTELTON, Adrian., Lo stato fascista e il totalitarismo nella storiografia
recente, in P. Pezzino – G. Ranzato (a cura di), Laboratorio di storia: studi
in onore di Claudio Pavone, Milano, Angeli, 1994, pp. 223-232;
MARTINELLI, Renzo, Il Partito nazionale fascista come organismo
burocratico-amministrativo, in «Passato e presente», 1984, n. 6, pp. 175-
188;
PALLA, Marco, a cura di, Lo Stato fascista, Milano, La Nuova Italia,
2001;
PASQUINUCCI, Daniele, Partito e gruppo parlamentare fascisti 1921-
1924, in «Italia contemporanea», giu. 1995, pp. 205-219;
PETERSEN, Jens, Elettorato e base sociale del fascismo italiano negli anni
venti, in «Studi storici», 1975, pp. 627-669;
POMBENI, Paolo, Demagogia e tirannide: uno studio sulla forma partito del
fascismo, Bologna, Il Mulino, 1984;
SALVATI, Mariuccia, Il regime e gli impiegati. La nazionalizzazione piccolo-
borghese nel ventennio fascista, Roma-Bari, Laterza, 1992;
TRANFAGLIA, Nicola, Fascismi e modernizzazione in Europa, Torino,
Bollati Boringhieri, 2001;
TURI, Gabriele, Lo Stato educatore. Politica e intellettuali nell’Italia fascista,
Roma-Bari, Laterza, 2002;
VALLERI, Elvira, Dal partito armato al regime totalitario: la Milizia, in
«Italia contemporanea», 1980, f. 141, pp. 31-59;
ZUNINO, Pier Giorgio, L’ideologia del fascismo. Miti, credenze e valori nella
stabilizzazione del regime, Bologna, il Mulino, 1994;

Lo studio dell’incompiuto totalitarismo fascista evidenzia peraltro la


mancanza, al suo interno, di una matrice culturale ed ideologica
unitaria; a tale limite – decisivo, come tenterò di spiegare, nella
formazione e selezione di una classe dirigente nuova integralmente
fascista e rappresentante l’esito del tentativo di creazione dell’«italiano
nuovo» – vanno inoltre aggiunte le incongruità che emergono a livello
territoriale: oltre alle differenti attitudini, capacità, intensità di azione
del Pnf nelle diverse aree geografiche del Paese. La storiografia ha,
finora, insistito in modo particolare, e non sempre con risultati
soddisfacenti, a porre l’accento su di un fascismo non monolitico nè
255
omogeneo soprattutto dal punto di vista culturale ed ideologico,
mentre, soprattutto grazie allo studio dei diversi «fascismi» locali,
potrebbero aprirsi ulteriori prospettive di ricerca che, nel lavoro ricerca
in svolgimento, sembrano emergere. Sulla «cultura» fascista e sulle
sue diverse «correnti» la produzione scientifica è stata comunque
molto ampia; segnalo i lavori maggiormente utili ai fini del presente
lavoro:

"Critica fascista» 1923-1943, antologia a cura di G. DE ROSA e F.


MALGERI, Firenze, Luciano Landi, 1980, 4 voll.
ADAMSON, Walter L., The culture of italian fascism and the fascist crisis of
modernity: the case of Il Selvaggio, in «Journal of contemporary history»,
vol. 30, 1995, pp. 555-575;
ASOR ROSA, Alberto, La cultura. Il fascismo: la conquista del potere (1919-
1926). Il fascismo: il Regno (1926-1943), in Storia d'Italia, vol. IV,
Dall’Unità a oggi, tomo II, a cura di R. Romano e C. Vivanti, Torino,
Einaudi, 1975, pp. 1358-1583;
BAIONI, Massimo, Il fascismo e Alfredo Oriani. Il mito del precursore, saggio
introduttivo di Giampasquale Santomassimo, Ravenna, Longo
Editore, 1988;
BEN-GHIAT, Ruth, La cultura fascista, Bologna, il Mulino, 2000;
BUCHIGNANI, Paolo, Fascisti rossi. Da Salò al Pci, la storia sconosciuta di
una migrazione politica 1943-53, Milano, Mondadori, 1998;
BUCHIGNANI, Paolo, Marcello Gallian. La battaglia antiborghese di un
fascista anarchico, Roma, Bonacci, 1984;
BUCHIGNANI, Paolo, Un fascismo impossibile. L’eresia di Berto Ricci nella
cultura del Ventennio, Bologna, il Mulino, 1994;
D’ORSI, Angelo, Intellettuali allo specchio nell’Italia fascista, in «Annali della
Fondazione Einaudi», vol. XIX, 1985, pp. 488-523;
DE GRAND, Alexander J., Bottai e la cultura fascista, Roma-Bari,
Laterza, 1978;
DE GRAZIA, Victoria, Consenso e cultura di massa nell'Italia fascista,
Roma-Bari, Laterza, 1981;
ISNENGHI, Mario, Intellettuali militanti e intellettuali funzionari, Torino,
Einaudi, 1979
ISNENGHI, Mario, L’Italia del fascio, Firenze, Giunti, 1996;
LANARO, Silvio, Appunti sul fascismo «di sinistra». La dottrina corporativa
di Ugo Spirito, in «Belfagor», 1971, pp. 577-599;
LONGO, Gisella, L’istituto nazionale fascista di cultura. Gli intellettuali tra
partito e regime, Presentazione di Francesco Perfetti, Roma, Antonio
Pellicani editore, 2000;
256
LUZZATTO, Sergio, La cultura politica dell’Italia fascista, in «Storica», 12,
1998, pp. 57-80;
MANGONI, Luisa, Il fascismo, in Letteratura italiana, diretta a Alberto
Asor Rosa, vol. I, Il letterato e le istituzioni, Torino, Einaudi, …,pp. 521-
548;
MANGONI, Luisa, Le riviste del Novecento, in Letteratura italiana, diretta
a Alberto Asor Rosa, vol. I, Il letterato e le istituzioni, Torino, Einaudi,
…,pp.945-981;
MANGONI, Luisa, L'interventismo della cultura. Intellettuali e riviste del
fascismo, Bari, Laterza, 1984;
MARINO, Giuseppe Carlo, L’autarchia della cultura. Intellettuali e fascismo
negli anni trenta, Roma, Editori Riuniti, 1983;
NACCI, Michela, L’antiamericanismo in Italia negli anni Trenta, Torino,
Bollati Boringhieri, 1989;
NEGLIE, Pietro, Fratelli in camicia nera. Comunisti e fascisti dal
corporativismo alla CGIL (1928-1948), Bologna, il Mulino, 1996;
PARLATO, Giuseppe, La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato,
Bologna, il Mulino, 2000;
VANDER, Fabio, L’estetizzazione della politica. Il fascismo come anti-Italia,
postfazione di Pietro Barcellona, Roma, edizioni Dedalo, 2001;

Sui giovani durante il fascismo è disponibile un’ampia bibliografia;


procedo dunque nell’ordinare il materiale disponibile secondo un
criterio funzionale allo sviluppo della ricerca; in primo luogo va infatti
rilevata la particolare attenzione riservata al tema delle diverse
successioni generazionali nel corso del Ventennio; questi lavori, che
traggono origine e spunto soprattutto dalle riflessioni emerse agli inizi
degli anni Venti nell’ambiente gobettiano, pongono l’accento
soprattutto sui conflitti intergenerazionali:

CURIEL, Eugenio, Classi e generazioni nel secondo risorgimento,


Introduzione di Enzo Modica, Roma, Edizioni di cultura sociale, 1955;
DEGL’INNOCENTI, Maurizio, L’epoca giovane. Generazioni, fascismo e
antifascismo, Manduria-Bari-Roma, Piero Lacaita Editore, 2002;
GAGLIANI, Dianella, Giovinezza e generazioni nel fascismo italiano: dalle
origini alla Rsi, in «Parolechiave», n. 16, aprile 1998, generazioni, pp. 129-
158;
GERMANI, Gino, La socializzazione politica dei giovani nei regimi fascisti:
Italia e Spagna, ora in ID., Autoritarismo, fascismo e classi sociali, Bologna,
Il Mulino, 1975;pp. 11-58;
257
SABBATUCCI, Giovanni, Le generazioni della guerra, in «Parolechiave»,
n. 16, aprile 1998, generazioni, pp. 115-127;
TREVES, Pietro, Il fascismo e il problema delle generazioni, in «Quaderni di
sociologia», 1964, 2, pp. 119-146;
WANROOIJ, Bruno, Giovani e vecchi nel fascismo italiano, in «Il Politico»,
1983, n. 3, pp. 485-503;
WANROOIJ, Bruno, The Rise and Fall of Italian Fascism as a Generational
Revolt, in «Journal of Contemporary History, vol. 22, 1987, pp. 410-
418;
WOHL, Robert, La generazione del 1914, Milano, Jaca Book, 1984
[edizione originale: The Generation of 1914, Cambridge Massachusetts,
Harvard University Press, 1979];

In generale sul rapporto fascismo/giovani e sul cosiddetto mito


fascista della giovinezza sono particolarmente utili i seguenti lavori:

ALATRI, Paolo, Cultura e politica: gli studenti romani dal 1936 al 1943, in
«Incontri meridionali", 1979, n. 1-2, pp. 7-15;
BASADONNA, Giuseppe, Fiaccole di vita. I giovani nel Ventennio, Napoli,
Flavio Pagano Editore, 1986;
BIANCHI, Bruna – FINCARDI, Marco, Giovani e ordine sociale. Miti e
ruoli, in Europa e in Italia, tra XIX e XX secolo, in «Storia e problemi
contemporanei», n. 27, a. XIV, 2001, pp. 7-33;
CATTABIANI, Aurora, I giovani alle origini del fascismo, in «Ricerche
storiche», 1967, n. 3, pp. 21-60;
DETTI, Ermanno, La Gioventù del Littorio, in «Prometeo», sett. 1998,
pp. 62-71;
LEEDEN, Micahel, Italian Fascism and Youth, «Journal of
contemporary History", luglio 1969, 137-154;
MALVANO, Laura, Il mito della giovinezza attraverso l’immagine: il fascismo
italiano, in LEVI, Giovanni – SCHMITT, Jean-Claude, a cura di,, Storia
dei giovani, II, L’età contemporanea, Roma-Bari, Laterza, 1994, pp. 311-
348;
NELLO, Paolo, Mussolini e Bottai: due modi diversi di concepire l’educazione
fascista della gioventù, in «Storia contemporanea», ott. 1977, pp. 335-366;
OSTENC, Michel, La jeunesse italienne et le fascisme à la veille de la seconde
guerre mondiale, in «Revue d’histoire de la deuxième guerre mondiale»,
Vendome, n. 94, 1974;
OSTENC, Michel, La mystique du chef et la jeunesse fasciste de 1919 à 1926,
extrait des «Melanges de l’ècole francaise de Rome - moyen age, temps
modernes», Roma, n. 1, 1978;
258
PASSERINI, Luisa, La giovinezza metafora del cambiamento sociale. Due
dibattiti sui giovani nell’Italia fascista e negli Stati Uniti degli anni cinquanta, in
LEVI Giovanni. - SCHMITT Jean-Claude, a cura di, Storia dei giovani,
Roma - Bari, Laterza, 1994, vol. II, pp. 383 - 459;
VARNI, Angelo, (a cura di), Il mondo giovanile in Italia tra Ottocento e
Novecento, Bologna, il Mulino, 1998;
ZAPPONI, Niccolò, Il partito della gioventù. Le organizzazioni giovanili del
fascismo 1926-1943, in «Storia contemporanea», ott. 1982, pp. 569-633;

Sugli sforzi compiuti dal Regime per il controllo della gioventù


attraverso le diverse organizzazioni giovanili, sul funzionamento di
queste e sul loro inquadramento nello Stato e nel Partito nazionale mi
sono servito di una serie di lavori dell’epoca particolarmente tecnici e
puntuali relativamente all’aspetto politico-legislativo:

CAPORILLI, Piero, Legislazione giovanile nello stato fascista, Roma,


Sapientia, 1930;
CIPRIANI, E., Le istituzioni del Regime, Milano, La Prora, 1934 [capitoli.
XI e XII];
COLLINO, L., Le organizzazioni giovanili, in La civiltà fascista illustrata
nella dottrina e nelle opere, Torino, tip. Sociale Torinese, 1938;
FEDERAZIONE FASCISTA DELL'URBE - COMMISSIONE DI
CULTURA E PROPAGANDA, I Libro e moschetto, Roma, Libreria del
Littorio, 1928;
FEDERAZIONE FASCISTA DELL'URBE, Opera, Istituti, spirito della
Rivoluzione Fascista, Roma, 1929;
MARZIALI, Giovanni B., I giovani di Mussolini, Palermo, Palumbo,
1935;
MARZOLO, Renato, Le organizzazioni giovanili in Italia, Roma, ed.
Novissima, 1939;
PICCOLI ,D., Le organizzazioni giovanili in Italia, Roma, 1936;
Venti anni, vol. I, Dottrina storia e regime, P.N.F. – Ufficio stampa, a. XXI
(1943);
VINCI, G., Le organizzazioni giovanili, in Dalla riforma Gentile alla Carta
della Scuola, Firenze, Vallecchi, 1941;

Più in particolare, per l’Opera nazionale Balilla:

BETTI, Carmen, Giovani e giovanissimi in camicia nera, in «Il Ponte», feb.


1993, pp. 209-220;
259
BETTI, Carmen, L’opera nazionale balilla e l’educazione fascista, Firenze,
La Nuova Italia, 1984;
BIONDI, Giovanni – IMBERCIADORI, Francesco, ...voi siete la
primavera d’Italia..., Torino, Paravia, 1982;
MARACCHIA, I., Profilo organizzativo ONB, Teramo, tip., Il Progresso,
1936;
MARZOLO, Renato, L’Opera Balilla all’alba del secondo decennio, in
«Annali dell’istruzione elementare», Firenze, n. 1, 1937;
SETTA, Sandro, Renato Ricci. Dallo squadrismo alla repubblica sociale
italiana, Bologna, Il Mulino, 1986;

mentre sulla Gioventù Italiana del Littorio:

GIOVENALE B., La Gioventù Italiana del Littorio: compiti e problemi, in


«Critica fascista», Roma, n. 24, 1937;
Gioventù Italiana del Littorio, Milano-Verona, Mondadori, 1942;
GRECO, G., Organizzazione e attività della G.I.L., Roma, Arte e Storia,
1942;
MALFI, E., Scuola e G.I.L., Roma, Tip. Coppitelli e Palazzotti, 1939;
MANCINI, G., La Gioventù Italiana del Littorio, Roma, tip. Panetto e
Petrelli, 1942;
MARZOLO, Renato, Gioventù Italiana del Littorio, voce del Dizionario di
Politica, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma, XVIII-1940, vol. II,
pp. 297-307;
MARZOLO, Renato, La Gioventù Italiana del Littorio, in «Annali
dell’istruzione elementare», Firenze, n. 3-4, 1938;
PADELLARO, Nazareno, Collaborazione della scuola elementare con la
G.I.L., in «Annali dell’istruzione elementare», Firenze, n. 4, 1939;

Nell’ambito dello studio dei giovani nel periodo fascista l’attenzione


maggiore è stata comunque riservata alla cosiddetta «gioventù
intellettuale», rappresentata dai giovani appartenenti ai Gruppi
Universitari Fascisti; tra i lavori disponibili, oltre a quello già citato
di La Rovere, si segnalano comunque diverse ricerche assai seri e basati
su una solida ed ampia documentazione:

DE NEGRI, Felicita, Agitazioni e movimenti studenteschi nel primo


dopoguerra in Italia, «Studi Storici", 1975, pp. 3 -38;
GARZARELLI, Benedetta, Un aspetto della politica totalitaria del PNF: i
Gruppi universitari fascisti, in «Studi storici», 1997, pp. 1121-1161;
260
GARZARELLI, Benedetta, Universitari fascisti e rapporti con l’estero:
l’attività dei GUF in campo internazionale (1927-1939), in «Problemi e
dimensioni della ricerca storica», n. 2, 2000, pp. 225-264;
GIUNTELLA, Maria Cristina, I Gruppi universitari fascisti nel primo
decennio del regime, in «Il Movimento di Liberazione in Italia», II (1972),
pp. 3-31, ora in ID., Autonomia e nazionalizzazione dell’Università. Il
fascismo e l’inquadramento degli atenei, Roma, Edizioni Studium, 1992, pp.
125-170;
KOON, Tracy H., Believe, obey, fight: political socialization of youth in fascist
Italy: 1922-1943, Chapel Hill-London, University of North Carolina
Press, 1985;
LA ROVERE, Luca, Fascist Group in Italian Universities: an organization at
the service of the totalitarian state, in «Journal of Contemporary History»,
1999, pp. 457-475;
NELLO, Paolo, L'avanguardismo giovanile alle origini del fascismo, Roma -
Bari, Laterza, 1978;
QUAGLIARELLO, Gaetano, Studenti e politica. Dalla crisi della goliardia
prefascista al 1° congresso nazionale universitario (1925-1946), Manduria,
Lacaita, 1987,
WANROOIJ, Bruno, «Il Bò» 1935-1944, Italian students between fascism
and antifascism, in «Risorgimento", 1982, n.1-2, pp. 79-96;

Di un certo interesse nella ricostruzione delle prime prove delle


organizzazioni universitarie sono le vicende relative alla discussione ed
alla attuazione, nei primi anni Venti, della «Riforma Gentile»;
inoltre,più in generale,l’esame della politica scolastica del regime offre
spunti utili nell’affrontare il tema di ricerca:
ALBANESE, Giulia, L’opposizione studentesca alla riforma Gentile, in
«Storia e problemi contemporanei», n. 27, giugno 2001, pp. 129-145;
BOTTAI, Giuseppe, La carta della scuola, Milano, Mondadori, 1939;
CHARNITZKY, Jurgen, Fascismo e scuola. La politica scolastica del regime
(1022-1943), Firenze, La Nuova Italia, 1997 [ed. orig. Tubingen, 1994];
GALFRÈ, Monica, La disciplina della libertà. Sull’adozione dei testi nella
scuola fascista, in «Italia contemporanea», settembre 2002, n. 228, pp.
407-438;
GALFRÈ, Monica, Una riforma alla prova. La scuola media di Gentile e il
fascismo, Milano, Franco Angeli, 2000;
GIOVANNETTI, Paolo, Fascismo e scuola. Un totalitarismo imperfetto?, in
«Italia contemporanea», dic. 1997 – giu. 1998, pp. 242-245;
OSTENC, Michel, L’educazione nazionale in Italia nel primo dopoguerra
(1919-1923), in «Il Politico», 1997, n. 4, pp. 617-631;
261
OSTENC, Michel, La scuola italiana durante il fascismo, Bari, Laterza,
1981;

Tali lavori, in specie quello pregevole di La Rovere, hanno il merito di


non indugiare eccessivamente sugli approdi antifascisti di diversi
giovani militanti nei Gruppi Universitari fascisti, aspetto questo, assai
dibattuto negli anni Sessanta e Settanta. Nonostante le incrostazioni
polemiche presenti nei lavori che trattano soprattutto dei cosiddetti
«viaggi attraverso il fascismo», tali opere, per lo più di carattere
memorialistico, offrono comunque utili spunti di riflessione; segnalo
tra gli altri:

ALBERTONI, Ettore A. – ANTONINI, Ezio – PALMIERI, Renato,


(a cura di), La generazione degli anni difficili, Bari, Laterza, 1962;
ALFASSIO GRIMALDI, Ugoberto – ADDIS SABA, Marina, Cultura
a passo romano. Storia e strategie dei Littoriali della cultura e dell’arte, Milano,
Feltrinelli, 1983;
ALFASSIO GRIMALDI, Ugoberto, Antifascisti vecchi e nuovi, in «Critica
sociale», 16/6/1949, pp. 270-271;
AMENDOLA, Giorgio, Intervista sull’antifascismo, a cura di Piero
Melograni, Bari, Laterza, 1976;
ANPPIA, a cura di, Antifascismo e Resistenza nei licei e all’Università di
Roma. Incontro con i protagonisti, Roma, 1994;
Autobiografie di giovani del tempo fascista, Brescia, Morcelliana, 1947;
BUSETTO, Franco, Studenti universitari negli anni del Duce. Il consenso, le
contraddizioni, la rottura, Presentazione di Mario Isnenghi, Padova, Il
Poligrafo, 2002;
CALEFFI, Piero, I giovani non sono fascisti, in «Critica sociale»,
15/4/1949, pp. 174-175;
CANCOGNI, Manlio – MANACORDA, Giuliano, Libro e moschetto.
Dialogo sulla cultura italiana durante il fascismo, Torino, ERI, 1979;
CAPITINI, Aldo, Antifascismo tra i giovani, Trapani, Cèlèbes, 1966;
CAPUTO, Giorgio, Scuola e antifascismo a Roma negli anni 1936-38.
Contributo allo studio dell’evoluzione politica della gioventù sotto il fascismo, in
«Palatino», ott.-dic. 1968, pp. 398-409;
CASUCCI, Costanzo, La generazione del Littorio, «Lo spettacolo
italiano", 1956, 1;
CATALANO, Franco, La generazione degli anni ’40, introduzione di
Raffaele De Grada, Milano, Contemporanea edizioni, 1975;
262
COLI, Daniela, L’Italia, la politica, l’economia, il fascismo: cosa ha significato
essere fascista. Intervista a Giano Accame, in «Palomar», 1, marzo-aprile
2000, pp. 43-51;
CONTINI, Giovanni – SANTOMASSIMO, Giampasquale, a cura di,
L’antifascista, lo storico, l’osservatore. Conversazione con Giampiero Carocci, in
«Passato e presente», a. XIX (2001), n. 53, pp. 95-113;
COSULICH, Callisto, «Per quegli articoli molti giovani sono morti»,
intervista a Ruggero Zangrandi, in «abc», 3/6/1962;
GARRUCCIO, Ludovico, La generazione ambigua, in «La Discussione»,
XVII, 17, 31 maggio 1969, ora in INCISA DI CAMERANA,
Ludovico, Fascismo, populismo, modernizzazione, Presentazione di
Alessandro Campi, Roma, Antonio Pellicani editore, 1999, pp. 165-
173;
GRANDI, Aldo, Autoritratto di una generazione, prefazione di Enzo
Santarelli, Catanzaro, Abramo, 1990;
GRANDI, Aldo, Fuori dal coro. Ruggero Zangrandi. Una Biografia, Milano,
Baldini & Castoldi, 1998;
GRANDI, Aldo, I giovani di Mussolini. Fascisti convinti, fascisti pentiti,
antifascisti, Milano, Baldini & Castoldi, 2001;
LAZZARI, Giovanni, I Littoriali della cultura e dell'arte, Napoli, Liguori,
1979;
LOMBARDO-RADICE, Lucio, Fascismo e anticomunismo. Appunti e
ricordi 1935-1945, Torino, Einaudi, 1947;
PANUNZIO, Vito, Il secondo fascismo 1936-1943. La reazione della nuova
generazione alla crisi del movimento e del regime, Milano, 1988;
ROSSI R., Come si formò nei Littoriali una opposizione giovanile antifascista,
in «Incontri oggi", 1954, n. 1-2;
SPINETTI Gastone S., Difesa di una generazione. Scriti ed appunti, Roma,
O.E.T. Edizioni Polilibraria, 1948;
SPINETTI, Gastone S., Vent’anni dopo. Ricominciare da zero, Roma,
Edizioni di «Solidarismo», 1964;
VANZETTO, Livio, (a cura di), L’anomalia laica. Biografia e autobiografia
di Mario e Guido Bergamo, con un saggio di Mario Isnenghi, Verona,
Cierre edizioni, 1994;
VENTUROLI, Marcello – ZANGRANDI, Ruggero, Dizionario della
paura, Firenze, Nistri-Lischi, 1951;
VITTORINI, Elio, Fascisti i giovani?, in «Il Politecnico», 5/1/1946, pp.
1;4;
VIVARELLI, Roberto, La generazione di Mario Bracci, in CARDINI,
Antonio – GROTTANELLI DÈ SANTI, Giovanni (a cura di), Mario
263
Bracci nel centenario della nascita (1900-2000), Bologna, Il Mulino, 2001,
pp. 9-33;
ZANGRANDI, Ruggero, Fronda democristiana e fronda fascista, in
«Rinascita», dicembre 1948, pp. 441-443;
ZANGRANDI, Ruggero, I giovani e il fascismo, in Il fascismo politico e vita
sociale, a cura di S. Fedele e G. Restifo, Milano, Teti, 1980;
ZANGRANDI, Ruggero, Il lungo viaggio attraverso il fascismo. Contributo
alla storia di una generazione, Milano, 1962;

Diversi studiosi hanno affrontato il tema delle riviste giovanili del


fascismo: tra i numerosi lavori, se pure con esiti qualitativi diversi, si
segnalano:

ADDIS SABA, Marina, Gioventù italiana del Littorio. La stampa dei giovani
nella guerra fascista, Prefazione di Ugoberto Alfassio Grimaldi, Milano,
Feltrinelli, 1973;
CERRATO, Rocco, Le riviste giovanili fasciste, in «Memoria e Ricerca»,
ago.-sett. 1993, pp. 103-134;
DE GIACOMO, Nora – ORSINA, Giovanni – QUAGLIARIELLO,
Gaetano, Catalogo delle riviste studentesche, Manduria-Bari-Roma, Piero
Lacaita editore, 1999;
DOMINICI, Stefania, La «Pagina dei giovani» dell'"Assalto» (1926 - 1928),
in Cattolici e fascisti in Umbria, cit….;
FOLIN, Alberto – QUARANTA, Mario, Le riviste giovanili del periodo
fascista, Treviso, Canova, 1977;
IANNACCONE, Giuseppe, Giovinezza e modernità reazionaria.
Letteratura e politica nelle riviste dei GUF, Napoli, Libreria Dante &
Descartes, 2002;
NELLO, Paolo, «Il Campano». Autobiografia politica del fascismo
universitario pisano (1926-1944), Pisa, Nistri-Lischi, 1983;
PIGLIARU, A., Considerazioni sulle riviste dei GUF, «Società nuova", 3-
4, ottobre-dicembre 1956;
TONIZZI, E., Una rivista universitaria fascista: «Il Barco» di Genova (1941-
1943), in Studi di filologia e letteratura, Genova, Università degli Studi,
vol. V, 1980, pp. 543-561;

L’impegno profuso dagli universitari fascisti sul terreno della


cosiddetta «polemica antiborghese» è stato recentemente oggetto di
alcuni lavori che contribuiscono a meglio definirne i contorni:
ARGENIO, Alessandra, Il «Gagà» in camicia nera, in «Nuova Storia
Contemporanea», n. 6, 1998, pp. 89 - 102;
264
ARGENIO, Alessandra, Mussolini, il fascismo e la polemica antiborghese, in
«Nuova Storia Contemporanea», n. 4, 2001, pp. 55-72;
IANNACCONE, Giuseppe, Il fascismo «sintetico». Letteratura e
Gioacchino Volpe tra
SPADARO, R.C., La polemica antiborghese nella stampa universitaria fascista,
in «Annali della Fondazione Ugo Spirito», V, 1993, pp. 253-306.

Sul rapporto tra la Chiesa ed il modello pedagogico fascista, con


particolare riguardo alla «battaglia per la conquista della gioventù»,
sono fondamentali:
GIUNTELLA, Maria Cristina, L’organizzazione universitaria fascista e la
Federazione Universitaria cattolica in una relazione del GUF di Viterbo, in
«Rivista di Storia della Chiesa in Italia», 1972, pp. 130-137;
GIUNTELLA, Maria Cristina, La crisi del 1931 e la Fuci, in AA.VV.,
Chiesa, Azione Cattolica e fascismo nel 1931, Roma, AVE, 1983, pp. 213-
226, ora in EAD., La Fuci tra modernismo, Partito Popolare e fascismo,
Roma, Edizioni Studium, 2000, pp. 157-172;
GIUNTELLA, Maria Cristina, Influenze culturali nella riflessione degli
universitari cattolici negli anni Trenta, in EAD. – MORO, Renato, Dalla
Fuci degli ani trenta verso la nuova democrazia, Roma, AVE, 1991, pp. 9-30,
ora in EAD., La Fuci tra modernismo, Partito Popolare e fascismo, Roma,
Edizioni Studium, 2000, pp.173-192;
GIUNTELLA, Maria Cristina, La Fuci tra Modernismo, Partito popolare e
fascismo, Roma, Edizioni Studium, 2000

Su Roma ed il fascismo:
L'Urbe e i "romani de Roma". Contraddizioni (1919-1939), Atti del
convegno Roma, 10-11 giugno 2004, a cura di Piergiorgio MORI,
Roma, 2007.

La riflessione su Gioacchino Volpe trae ispirazione da:


Gioacchino Volpe tra passato e presente, Atti del convegno, Roma 1-2
dicembre 2005, a cura di Roberto BONUGLIA, Roma, 2007.
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