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Fabio Frosini

CROCE, FASCISMO, COMUNISMO

1. Il «leader intellettuale dei revisionisti»


Scrive Gramsci nella prima metà di aprile del 1932:
Elaborazione della teoria della storia etico-politica […] Ma il più
significativo della biografia scientifica del Croce è che egli continua
a considerarsi il leader intellettuale dei revisionisti e la sua ulteriore
elaborazione della teoria storiografica è condotta con questa preoc-
cupazione: egli vuole giungere alla liquidazione del materialismo
storico ma vuole che questo svolgimento avvenga in modo da iden-
tificarsi con un movimento culturale europeo. L’affermazione, fatta
durante la guerra, che la guerra stessa può dirsi la «guerra del ma-
terialismo storico»1; gli sviluppi storici e culturali nell’Europa orien-
tale dal 1917 in poi: questi due elementi determinano il Croce a
svolgere con maggior precisione la sua teoria storiografica che do-
vrebbe liquidare ogni forma, anche attenuata, di filosofia della praxis2.

In questo passo, consegnato al quaderno che porta il titolo

1
Cfr. B. Croce, Storia d’Italia dal 1871 al 1915, Laterza, Bari 1928, pp.
294-295, dove si riporta l’opinione dei neutralisti (i socialisti), secondo la quale
la guerra non era «chiara guerra d’idee», ma dettata da motivi «industriali e
commerciali», «una sorta di guerra del “materialismo storico” o dell’“irrazio-
nalismo filosofico”». Cfr. inoltre ivi, p. 347 n., una citazione da G. de Rug-
giero, La pensée italienne et la guerre, in “Revue de métaphysique et de mo-
rale”, 1916: «Un pensatore italiano – (ero io che avevo ciò detto in conversa-
zione) – ha riassunto in modo scientifico questa concezione, affermando che
questa guerra gli pareva essere “la guerra del materialismo storico”. È un’os-
servazione felice e che invita a riflettere».
2
A. Gramsci, Quaderni del carcere, edizione critica dell’Istituto Gramsci
a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino 19772, pp. 1214-1215. I termini di da-
tazione dei testi dei Quaderni sono, qui e altrove, quelli stabiliti da Gianni
Francioni e riportati da G. Cospito, Appendice, in Id., Verso l’edizione critica
e integrale dei «Quaderni del carcere», in “Studi storici”, 52, 2011, n. 4, pp.
881-904: 896-904 (in cui è specificato anche il contributo di Cospito).
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La filosofia di Benedetto Croce, Gramsci sintetizza il punto di


arrivo di un’accidentata e tormentosa riflessione sul filosofo ita-
liano; di una riflessione, che lo conduce a cambiare profonda-
mente non solo la propria posizione giovanile3, ma quella stessa
che si profila gradualmente nel corso della stesura dei Quaderni
del carcere. Non è qui possibile seguire in dettaglio i passaggi
che conducono al giudizio formulato da Gramsci nel 1932. In
questa sede sia sufficiente ricordare che essi si snodano lungo
due direttrici, del resto strettamente collegate: la discussione della
teoria dei distinti, rispetto a cui Gramsci chiarisce poco a poco
come l’originalità della filosofia della praxis risieda nel «concetto
di unità di teoria e pratica, di filosofia e politica»4; e la valuta-
zione delle prese di posizione politiche di Croce, o meglio del
condizionamento politico e della funzionalità pratica delle sue
prese di posizione teoriche.
Nel passo sopra riportato, Gramsci riscontra un collegamento
preciso tra piano teorico e piano politico: gli stimoli all’elabora-
zione della storia etico-politica sono infatti la guerra mondiale e
la rivoluzione russa; ovvero, rispettivamente, la fine del mondo
liberale con l’organizzazione e la conseguente entrata nella vita
politica di masse immense di popolazione, e il tentativo di in-
dirizzare questa mobilitazione verso la costituzione di una nuova
civiltà, alternativa a quella borghese.
Ma c’è anche, da subito, un terzo elemento: il fascismo come
teoria e come pratica. Ciò viene fissato già in un rapido appunto
nel Quaderno 15, e ripreso ancora nel Quaderno 4, dove Gram-
sci registra la coincidenza tra l’elaborazione della nuova impo-
stazione storiografica crociana e la sua previsione di una riaffer-
mazione del materialismo storico «dopo l’ubbriacatura di astra-
zioni ampollose delle filosofie ufficiali ed ufficiale ma special-

3
Cfr. L. Rapone, Cinque anni che paiono secoli. Antonio Gramsci dal so-
cialismo al comunismo (1914-1919), Carocci, Roma 2011, p. 269 (e più in ge-
nerale cfr. pp. 259-270). Sul nesso idealismo-politica e idealismo-marxismo nel
giovane Gramsci rimane ancora imprescindibile la consultazione di L. Paggi,
Antonio Gramsci e il moderno principe. I. Nella crisi del socialismo italiano,
Editori Riuniti, Roma 1970, cap. I (pp. 3-42).
4
Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p. 1232.
5
Ivi, pp. 119-120.
Croce, fascismo, comunismo 143

mente come conseguenza delle condizioni pratiche e dell’inter-


venzionismo statale»6. E a quest’ultimo proposito rinvia allo
scambio di lettere tra Croce e Corrado Barbagallo pubblicato
nel 1928-1929 nella “Nuova Rivista Storica”. Qui Croce inter-
viene per rispondere all’osservazione, formulata da Barbagallo,
secondo cui la storia etico-politica non è altro che storia fatta
secondo Hegel, per cui «per Croce, lo Stato è la premessa ne-
cessaria dell’attività etica dell’uomo»7. Solo nel 1925-1928, ag-
giunge Barbagallo, Croce ha sentito il bisogno di prendere le di-
stanze da Gentile, che in modo coerente ha ridotto la storia alla
hegeliana «Staatsgeschichte», e ha incluso nella storia anche ciò
che «è fuori dello Stato», l’«Antistato»8. In un altro saggio pub-
blicato nello stesso numero della rivista, Barbagallo formula una
critica complessiva al neoidealismo, in quanto esso avrebbe con-
tribuito alla crisi degli studi storici in Italia. L’attualismo in par-
ticolare, egli afferma, «si ciba voluttuosamente di astrazioni, di
antitesi, di semoventi trapassi di idee, nei quali e nelle quali è
scomparso qualsiasi riferimento alla realtà, viva e concreta, d’o-
gni giorno»9.
L’obiettivo dell’intervento di Croce consiste anzitutto nel di-
stinguere nettamente, e in radice, il proprio approccio da quello
di Gentile: la «teoria dello Stato come potenza», egli scrive, non
è riducibile alla «teoria dello Stato come etica»10. Anche se la
teoria della storia etico-politica fu da lui enunciata nel 1925 in
Elementi di politica, questa era da sempre la sua pratica storio-
grafica, perché da sempre egli fu contro la statolatria prussiana
di Hegel11. D’altra parte, Croce concorda con Barbagallo12 su

6
Ivi, p. 436.
7
C. B.[arbagallo], [Nota a] D. Petrini, L’ultimo cinquantennio di sto-
ria italiana, in “Nuova Rivista Storica”, 12, 1928, n. 4, pp. 422-423: 422.
8
Ivi, p. 423.
9
C. Barbagallo, La crisi degli studî storici, in “Nuova Rivista Storica”,
12, 1928, n. 4, pp. 433-435: 434.
10
C. Barbagallo-B. Croce, Intorno alla storia etico-politica: discussione
seconda, in “Nuova Rivista Storica”, 13, 1929, n. 1, pp. 130-133: 130.
11
C. Barbagallo-B. Croce, Intorno alla storia etico-politica, in “Nuova
Rivista Storica”, 12, 1928, n. 5-6, pp. 626-629: 626-627.
12
Cfr. ivi, p. 629.
144 Fabio Frosini

ciò, che la storia etico-politica non è un modo per sottrarsi al-


l’influenza di Gentile, ma è un «cavallo di battaglia contro il ma-
terialismo storico e i suoi derivati»13. In questo modo, la storia
etico-politica viene collocata in una posizione strategica: avversa
da sempre alle astrazioni e ai logicismi attualistici, essa riafferma
al contempo il primato della cultura, cioè degli intellettuali14, sul-
l’economia. La storia etico-politica è insomma una riafferma-
zione di un primato dell’etica sottratta alla dimensione angusta
dello Stato-governo: questa sua latitudine le consente di evitare
lo scadimento nelle «astrazioni ampollose», come scrive Gram-
sci, e anche nella celebrazione dell’«intervenzionismo statale»;
anzi questo approccio storiografico sembra appunto progettato
per tenere sotto controllo le conseguenze che da questo duplice
limite – e cioè dall’attualismo come filosofia ufficiale e dal fa-
scismo come regime – possono derivare.
Si spiega così l’annotazione di Gramsci. L’attualismo, egli
aveva scritto nel Quaderno 1, «fa coincidere ideologia e filoso-
fia»15, mentre il fascismo – secondo un appunto del Quaderno
3 – pretende di sanare «una rottura così grave tra masse popo-
lari e ideologie dominanti come quella che si è verificata nel do-
poguerra […] col puro esercizio della forza che impedisce a
nuove ideologie di imporsi»16. Entrambi si collocano su un ter-
reno che rifiuta le mediazioni, e in tal modo agitano, in teoria
e in pratica, un’idea del rapporto tra teoria e pratica, tra econo-
mia e ideologia, che riproduce in forma caricaturale una posi-
zione primaria del materialismo storico.
Questa posizione parassitaria rinuncia a sviluppare l’egemo-
nia borghese a partire da sé stessa, per cui, conclude Gramsci,
si ha un ricorso alle armi dell’avversario che finirà per scredi-
tare l’intero edificio ideologico tradizionale. Si legge nel Qua-
derno 3 che in tal modo «si formano le condizioni più favore-
voli per un’espansione inaudita del materialismo storico. La stessa

13
Cfr. Barbagallo-Croce, Intorno alla storia etico-politica: discussione se-
conda, cit., p. 130.
14
Come ben riconosce Barbagallo nella seconda replica a Croce (ivi, p. 132).
15
Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p. 119.
16
Ivi, p. 311.
Croce, fascismo, comunismo 145

povertà iniziale che il materialismo storico non può non avere


come teoria diffusa di massa, lo renderà più espansivo»17.
Ho citato da testi appartenenti ai primi quaderni: in realtà,
all’altezza del 1932 la posizione di Gramsci sarà un’altra, e, in
questo quadro, un altro sarà anche il giudizio sulla funzione po-
litica svolta da Benedetto Croce. Pur rimanendo costante l’inte-
resse per ciò che egli scrive in particolare «nel secondo dopo
guerra»18, cioè nel corso degli anni Venti, la valutazione del rap-
porto tra teoria dei distinti, storia etico-politica, materialismo
storico, attualismo e fascismo, subisce delle trasformazioni ab-
bastanza rilevanti.

2. Oxford 1930
È solo alla fine del 1930, che Gramsci giunge a enunciare
l’urgenza di una riflessione sulla specificità della nuova fase del
pensiero di Croce. L’elemento scatenante è la lettura del fasci-
colo di ottobre 1930 della rivista “La Nuova Italia”. Qui, sotto
la rubrica Commenti e schermaglie, è pubblicata la «lettera di
uno degli intervenuti» al VII Congresso internazionale di filo-
sofia, tenutosi a Oxford dal 1° al 5 settembre19. Non è indicato
il nome dell’autore ma Gramsci – come scrive a Tatiana Schu-
cht il 1° dicembre 1930 – vi riconosce «forse […] lo stesso Croce
o per lo meno […] un suo discepolo»20. Nella lettera
si parla del contraddittorio, avvenuto al Congresso internazionale
dei filosofi, tra Benedetto Croce e Lunaciarski a proposito della
quistione se esiste o possa esistere una dottrina estetica del mate-

17
Ivi, pp. 311-312.
18
Ivi, p. 436. Cfr. ivi, pp. 120, 137-138 («è interessante osservare lo spo-
stamento del Croce dalla posizione “critica” a quella “attiva”»), 421, ecc.
19
Cfr. il calendario dei lavori stampato in calce alla cronaca di B. Blan-
shard, The Seventh International Congress of Philosophy, in “The Journal of
Philosophy”, 10, 1930, n. 22, pp. 589-609: 606-609.
20
La paternità crociana dello scritto è stata dimostrata da R. Pertici, Be-
nedetto Croce collaboratore segreto della “Nuova Italia” di Luigi Russo (con
“L’estetica marxistica” e altre schermaglie), in “Belfagor”, 36, 1981, n. 2, pp.
187-206, spec. pp. 191-195.
146 Fabio Frosini

rialismo storico. […] Da questa lettera appare che la posizione del


Croce verso il materialismo storico è completamente mutata, da
quella che era fino a qualche anno fa. Adesso il Croce sostiene,
niente di meno, che il materialismo storico segna un ritorno al vec-
chio teologismo […] medioevale, alla filosofia prekantiana e pre-
cartesiana. Cosa strabiliante21.

In quel testo Croce22 affermava:


Debbo poi osservare al signor Lunatcharsky, che contrariamente
alla sua credenza che il materialismo storico sia una concezione re-
cisamente antimetafisica e sommamente realistica, quella dottrina è,
peggio che metafisica, addirittura teologica, dividendo l’unico pro-
cesso del reale in struttura e soprastruttura, noumeno e fenomeno,
e ponendo sulla base come noumeno un Dio ascoso, l’Economia,
che tira tutti i fili e che è la sola realtà nelle apparenze della mo-
rale, della religione, della filosofia, dell’arte e via dicendo23.

Nella lettera citata Gramsci nota come questa definizione non


solamente cambi profondamente la valutazione che del marxi-
smo Croce aveva dato in precedenza24, ma contenga implicazioni
politiche dirette:

21
A. Gramsci, Lettere dal carcere, a cura di A.A. Santucci, Sellerio, Pa-
lermo 1996, pp. 368-369.
22
In un posteriore appunto, nel Quaderno 10, Gramsci riconosce il nesso
tra quelle tesi e quanto da Croce già sostenuto in precedenza: «Discorso del
Croce alla sezione di Estetica del Congresso filosofico di Oxford (riassunto
nella “Nuova Italia” del 20 ottobre 1930): svolge in forma estrema le tesi sulla
filosofia della praxis esposte nella Storia della Storiografia italiana nel secolo
XIX» (Quaderni del carcere, cit., p. 1291). Cfr. B. Croce, Storia della storio-
grafia italiana nel secolo decimonono (1921), 2 voll., Laterza, Bari 19473, vol.
2, p. 136: «Il metafisico dualismo di natura e spirito, a dispetto di ogni “ten-
denza al monismo” [Labriola], persisteva nella sua crudezza».
23
Il Congresso di Oxford, in “La Nuova Italia”, 1, 1930, n. 10, pp. 431-
432: 432. Cfr. il racconto del diverbio in Blanshard, The Seventh Interna-
tional Congress of Philosophy, cit., pp. 597-598.
24
«[…] credo che non sarebbe difficile rispondergli, attingendo nelle sue
stesse opere gli argomenti necessari e sufficienti» (Gramsci, Lettere dal car-
cere, cit., p. 369). Cfr. anche Quaderni del carcere, cit., p. 851: «In ciò il Croce
innova “integralmente” tutta la sua critica del materialismo storico». Su que-
sto testo, il § 1 del Quaderno 7 [b], tornerò più avanti. Il rinvio al numero
di paragrafo è fatto secondo l’ordinamento stabilito da Gianni Francioni per
Croce, fascismo, comunismo 147

Io credo che il Croce abbia ricorso a una gherminella polemica


molto trasparente e che il suo giudizio, più che un giudizio sto-
rico-filosofico, sia niente altro che un atto di volontà, abbia cioè
un fine pratico. Che molti così detti teorici del materialismo sto-
rico siano caduti in una posizione filosofica simile a quella del teo-
logismo medioevale e abbiano fatto della «struttura economica» una
specie di «dio ignoto» è forse dimostrabile; ma cosa significherebbe?
Sarebbe come se si volesse giudicare la religione del papa e dei ge-
suiti e si parlasse delle superstizioni dei contadini bergamaschi25.

Identificando tutto il marxismo con le sue espressioni dete-


riori (di cui si ammette l’esistenza: Gramsci ha qui in mente la
critica da lui stesso rivolta nel Quaderno 4 al «“marxismo” in
“combinazione”» sorto dalla necessità politica di «rischiarare le
masse popolari, la cui cultura era medioevale»26), Croce compie
una scorrettezza di ragionamento, un errore logico, la cui ori-
gine, però, è pratica. Egli intende schiacciare il marxismo sulle
sue forme più elementari, perché non vuole o non può conce-
dere all’URSS di essere un punto di riferimento culturale com-
plessivamente alternativo alla forma di cultura, di cui egli è mas-
simo rappresentante. C’è qui il segnale di un’urgenza politica, di
cui troveremo le tracce anche nel testo della relazione da Croce
letta in quel congresso di filosofia.
Ma c’è un’urgenza politica anche dal lato di Gramsci. Nel
momento in cui scrive la lettera del 1° dicembre 1930, egli ha
appena interrotto il ciclo di conversazioni politiche sulla Costi-
tuente27 e rinunciato a compilare un prospetto sulla storia degli
intellettuali, due momenti collegati di un suo tentativo di inter-
venire presso il partito in relazione all’impostazione da dare alla

la nuova edizione critica (in preparazione). A questa farò seguire, tra paren-
tesi quadre, quella dell’edizione critica curata da Valentino Gerratana, quando
esse divergano. In questo caso: [G § 1].
25
Gramsci, Lettere dal carcere, cit., p. 369.
26
Gramsci, Quaderni del carcere, cit., pp. 422-423.
27
Al suo arrivo in carcere ai «primi giorni di dicembre del 1930», Bruno
Tosin trovò un Gramsci «completamente in rotta» con i compagni: «Si era
creata una divisione netta fra Gramsci e gli altri» (cfr. M. Paulesu Quercioli
[a cura di], Gramsci vivo nelle testimonianze dei suoi contemporanei, Feltri-
nelli, Milano 1977, pp. 227-228).
148 Fabio Frosini

lotta politica contro il fascismo. Con le sue ricerche sugli intel-


lettuali, Gramsci stava giungendo alla conclusione che il regime
fascista non era un’escrescenza superficiale, che il suo potere si
esercitava facendo leva su aspetti di lungo periodo della storia
della borghesia italiana, e che per abbatterlo occorreva tener conto
del suo carattere diffuso, capillare, ciò che escludeva qualsiasi
strategia dell’assalto diretto e qualsiasi idea di crollo catastrofico
del sistema di potere capitalistico28.
Gramsci si trova insomma, all’inizio di dicembre 1930, in una
situazione di difficoltà politica, che trova un riflesso nel seguente
inciso contenuto nella lettera del 1° del mese: «Se Giulia potesse
farlo, dovrebbe informarmi se la polemica Croce-Lunaciarski
darà luogo a manifestazioni intellettuali di qualche importanza»29.
Il riferimento non è solo a Giulia, ma anche a Togliatti, via
Sraffa30, in un duplice senso: Gramsci chiede di essere tenuto al
corrente del modo in cui dall’URSS si risponde all’obiezione di
determinismo metafisico mossa da Croce31; ma ritiene anche di
dover segnalare che la discussione sulla teoria e la storia degli
intellettuali, e sulla connessa nozione generale di egemonia32, an-
dava proseguita precisamente come unica risposta possibile alle
accuse mosse da Croce.

28
Per un’esposizione approfondita di questi aspetti rinvio al mio Note sul
programma di lavoro sugli «intellettuali italiani» alla luce della nuova edizione
critica, in “Studi storici”, 52, 2011, n. 4, pp. 905-924.
29
Gramsci, Lettere dal carcere, cit., pp. 369-370.
30
Cfr. A. Rossi, G. Vacca, Gramsci tra Mussolini e Stalin, Fazi, Roma 2007,
pp. 27-29; A. Rossi, Tra Gramsci e Togliatti. L’ultimo dibattito: le lettere su
Croce, in “La Capitanata”, XLI, 2003, pp. 199-220; Id., Gramsci da eretico a
icona. Storia di un «cazzotto nell’occhio», Guida, Napoli 2010, pp. 27-28, 71-72.
31
Gramsci dovette interpretare il saggio di D.S. Mirskij, Bourgeois Hi-
story and Historical Materialism (in “Labour Monthly”, July 1931, pp. 453-
459) come una risposta che andava nella direzione da lui propugnata. In esso
la filosofia di Benedetto Croce veniva definita «forse la più coerente espres-
sione teorica dell’agonizzante mondo borghese», sviluppatasi «in diretta op-
posizione al materialismo storico» (ivi, p. 455). E «l’essenza del marxismo» vi
veniva individuata nella «indissolubile unità di teoria e pratica», che «ha come
sua conseguenza l’unità di storia e politica» (ivi, pp. 457-458). Si legga la let-
tera a Tatiana del 3 agosto 1931 («un saggio molto interessante e pregevole»,
Lettere dal carcere, cit., p. 440).
32
Su questo concetto cfr. V. Gerratana, Stato, partito, strumenti e istitu-
Croce, fascismo, comunismo 149

3. Una «“gherminella” polemica»


Ripensando la natura del fascismo, Gramsci inizia a rivedere
anche quello schema a tre – Croce, marxismo (comunismo), fa-
scismo – che all’inizio aveva riassunto sotto il segno di una pa-
ralisi dell’egemonia borghese. Se il quadro cambia, se il fascismo
inizia a profilarsi come forma nuova di egemonia, occorre mu-
tare tutti i riferimenti, ivi compresa l’idea che un marxismo vol-
garizzato possa essere il fattore che risolve la crisi di egemonia.
Tutto diventa più complesso e difficile, perché a ciò si aggiunge
un’ulteriore, duplice novità: da una parte il nuovo atteggiamento
di Croce, che occupando un proscenio che raccoglie l’élite filo-
sofica internazionale, chiama a raccolta nella lotta contro il co-
munismo (come si evince sia dalla discussione con Lunačarskij,
sia, come subito vedremo, dalla sua relazione su Antistoricismo);
dall’altra, in campo comunista, il blocco di elaborazione teorica
sull’egemonia, attestato dalla strategia dell’assalto diretto e dal
catastrofismo a essa collegato.
Il segnale del disagio in cui Gramsci si muove in questo mo-
mento è lo schema abbozzato nel primo testo della seconda se-
rie di Appunti di filosofia, scritto a brevissima distanza dalla let-
tura del fascicolo ottobrino de “La Nuova Italia”, nel novem-
bre 1930, e intitolato Benedetto Croce e il materialismo storico.
A proposito del discorso del Croce nella sezione di Estetica del
Congresso filosofico di Oxford. Qui il modello, da Gramsci già
delineato in precedenza, della traduzione reciproca di politica e
filosofia come forma concreta dell’unità di teoria e pratica, e in
quanto tale come elemento caratteristico del materialismo sto-
rico33, viene ripreso e combinato con la coppia Riforma-Rina-
scimento, anch’essa utilizzata in precedenza da Gramsci – pren-
dendo ispirazione dalla crociana Storia dell’età barocca – per

zioni dell’egemonia nei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci, in B. de Gio-


vanni et al., Egemonia, Stato e partito in Gramsci, Editori Riuniti, Roma 1977,
pp. 37-54; G. Francioni, Egemonia, società civile, Stato. Note per una lettura
della teoria politica di Gramsci, in Id., L’officina gramsciana. Ipotesi sulla strut-
tura dei «Quaderni dal carcere», Bibliopolis, Napoli 1984, pp. 147-228.
33
Cfr. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., pp. 468-469.
150 Fabio Frosini

pensare la complessa realtà del marxismo, come unità o unifica-


zione di masse e intellettuali34.
Questi due elementi di riflessione avevano funzioni differenti.
Il criterio della traducibilità dei linguaggi era l’espressione di una
filosofia, il marxismo, che ha conquistato il criterio dell’unità di
teoria e pratica, e che per questa ragione è capace di condurre
analisi realistiche dei rapporti tra culture nazionali, eventualmente
smentendo le auto-rappresentazioni ideologiche degli intellet-
tuali35. Invece la coppia Riforma-Rinascimento serviva a indicare
al marxismo stesso un compito da realizzare, affinché quell’u-
nità di teoria e pratica diventasse, oltre che criterio analitico, an-
che pratica di massa.
Combinando i due piani in questo testo del Quaderno 7,
Gramsci avvia tumultuosamente (il testo è di ardua lettura e
viene nella seconda stesura fortemente semplificato)36 una rifles-
sione simultanea sui limiti dell’approccio analitico di Croce e
sulle modalità concrete di unificazione di intellettuali e masse.
Egli scrive:
La traduzione dei termini di un sistema filosofico nei termini di un
altro, così come del linguaggio di un economista nel linguaggio di
un altro economista ha dei limiti e questi limiti sono dati dalla na-
tura fondamentale dei sistemi filosofici o dei sistemi economici; cioè
nella filosofia tradizionale ciò è possibile, mentre non è possibile
tra la filosofia tradizionale e il materialismo storico. Lo stesso prin-
cipio della traducibilità reciproca è un elemento «critico» inerente
al materialismo storico, in quanto si presuppone e si postula che
una data fase della civiltà ha una «fondamentalmente identica» espres-

34
Cfr. ivi, pp. 421-423. Sull’intervento di queste «tesi di filosofia della sto-
ria» nel modello analitico gramsciano cfr. N. De Domenico, Una fonte tra-
scurata dei “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: il “Labour Monthly”
del 1931, in “Atti della Accademia Peloritana dei Pericolanti”. Classe di let-
tere, Filosofia e Belle Arti, 262, 1991, Vol. 67, pp. 1-34: 15 sgg.
35
«Una [cultura nazionale] è realmente superiore all’altra, ma non sempre
in ciò che i loro rappresentanti e i loro fanatici chierici pretendono; se così
non fosse non ci sarebbe progresso reale, che avviene anche per spinte “na-
zionali”» (Gramsci, Quaderni del carcere, cit., pp. 468-469).
36
Cfr. ivi, p. 1468. Nella sua edizione, Gerratana non riconosce questo te-
sto (Quaderno 11, 5°, § 2 [G § 47]) come seconda stesura della prima parte
di Quaderno 7 [b], § 1 [G § 1].
Croce, fascismo, comunismo 151

sione culturale e filosofica, anche se l’espressione ha un linguaggio


diverso dalla tradizione particolare di ciascuna «nazione» o di ogni
sistema filosofico37.

Il materialismo storico, sulla base dell’unità di filosofia e po-


litica, è in grado di tradurre criticamente le espressioni ideolo-
giche le une nelle altre. Ed è per questa ragione che esso è “in-
traducibile” nei termini della filosofia tradizionale, cioè non può
essere “ridotto” a nessuna forma di pensiero anteriore. Pertanto,
sostenendo che il materialismo storico è una dottrina «peggio
che metafisica, addirittura teologica», Croce opererebbe una “tra-
duzione” di una parte del materialismo storico – quella più ar-
retrata – nei termini della vecchia filosofia. Ma si servirebbe a
tale scopo proprio del metodo del materialismo storico. Perciò
Gramsci nota che Croce commette «un arbitrio, curioso: avrebbe
ricorso a una “gherminella” polemica, si sarebbe servito di un
elemento critico del materialismo storico per assalire in blocco
tutto il materialismo storico presentandolo come una concezione
del mondo in arretrato persino su Kant»38. Viceversa, è proprio
l’esistenza di questo criterio di reciproca riduzione, ciò che rende
il materialismo storico irriducibile a qualsiasi altra filosofia.
Come si vede, Riforma e Rinascimento non sono più tenute
insieme da un nesso spontaneo: il legame tra i due momenti è
un lavoro politico che viene attivamente realizzato dalla tradu-
cibilità dei linguaggi. In questo modo, Gramsci inizia a mettere
in discussione l’idea che il materialismo storico possa risorgere
grazie alla crisi di egemonia. Non casualmente, il testo succes-
sivo ricorda l’avvertenza di Lenin nel 1921: «non abbiamo sa-
puto “tradurre” nelle lingue “europee” la nostra lingua»39. Gram-
sci riprende la questione dalle sue origini politiche, quando nel
movimento comunista internazionale iniziò a rivelarsi un limite
di capacità di traduzione, e Lenin indicò nello sviluppo teorico
e pratico del terreno dell’egemonia il modo in cui realisticamente
quel limite poteva essere superato.

37
Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p. 851.
38
Ibidem.
39
Ivi, p. 854.
152 Fabio Frosini

Non è un caso se nella Seconda serie di Appunti di filosofia


si affollano le riflessioni sul passaggio dalla guerra di movimento
alla guerra di posizione, che diventa il prisma a partire dal quale
rileggere il nesso tra struttura e superstruttura, già esplorato nella
Prima serie, in termini radicalmente anti-economicistici40.

4. Il nuovo Erasmo
Dalla registrazione della «gherminella» discende l’inedito (per
Gramsci) accostamento, nel § 1 del Quaderno 7 [b]41 [G § 1] e
nella citata lettera del 1° dicembre 193042, di Croce a Erasmo:
come Erasmo, Croce non sa (più) vedere nella Riforma la pre-
messa di una nuova civiltà. Ciò s’intende appieno solo se si
prende in considerazione, oltre al diverbio con Lunačarskij sul-
l’estetica, anche il testo della sua relazione al congresso oxo-
niense. Qui infatti Gramsci trovava, come subito vedremo, sia
la dichiarazione esplicita di avversione di Croce verso il comu-
nismo in quanto “antistoria”, sia il suo rifiuto di prendere in
considerazione la possibilità che esso potesse convertirsi in un
nuovo principio di civiltà.
Sotto il segno di Erasmo, alla fine del 1930, Gramsci sembra
dunque orientarsi verso una lettura che colloca Croce in com-
pagnia di Thomas Mann, José Ortega y Gasset, Johan Huizinga
ed Ernst R. Curtius43: cioè tra chi, all’alba degli anni Trenta ri-
flette da liberale sulla crisi profonda dell’Europa dinnanzi al sor-
gere dei totalitarismi. Questa lettura è adombrata nel primo com-

40
Cfr. G. Cospito, Il ritmo del pensiero. Per una lettura diacronica dei
«Quaderni del carcere» di Gramsci, Bibliopolis, Napoli 2011, pp. 40-44.
41
Cfr. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., pp. 851-852.
42
Gramsci, Lettere dal carcere, cit., p. 369.
43
Cfr. E. Giammattei, Croce, Oxford 1930, in “Intersezioni”, 27, 2007,
pp. 193-214, poi in Ead., I dintorni di Croce. Tra figure e corrispondenze,
Guida, Napoli 2009, pp. 109-131: 119-126. La contestualizzazione del pensiero
di Croce all’interno della meditazione europea sulla decadenza e sulla “malat-
tia” dell’Occidente, è al centro di D. Conte, Storia universale e patologia dello
Spirito. Saggio su Croce, il Mulino, Bologna 2005, pp. 141-236.
Croce, fascismo, comunismo 153

mento a caldo, scritto nel Quaderno 6 nel novembre 1930, su-


bito dopo aver letto il testo:
Il discorso di Croce al Congresso di filosofia di Oxford è in realtà
un manifesto politico, di una unione internazionale dei grandi in-
tellettuali di ogni nazione, specialmente dell’Europa; e non si può
negare che questo possa diventare un partito importante che può
avere una funzione non piccola. Oggi si verifica nel mondo mo-
derno un fenomeno simile a quello del distacco tra «spirituale» e
«temporale» nel Medio Evo […]. I raggruppamenti sociali regres-
sivi e conservativi si riducono sempre più alla loro fase iniziale eco-
nomica-corporativa, mentre i raggruppamenti progressivi e innova-
tori si trovano ancora nella fase iniziale appunto economica-cor-
porativa; gli intellettuali tradizionali, staccandosi dal raggruppamento
sociale al quale avevano dato finora la forma più alta e compren-
siva e quindi la coscienza più vasta e perfetta dello Stato moderno,
in realtà compiono un atto di incalcolabile portata storica: segnano
e sanzionano la crisi statale nella sua forma decisiva44.

Gramsci si riferisce probabilmente al seguente passaggio:


[…] e farò l’ipotesi che io […] non riesca a scorgere il quid maius
che si viene preparando tra la rozzezza e la barbarie di quel mo-
vimento, e scambii per depressione quella che è elevazione, per in-
fermità un fruttifero travaglio spirituale, per terrena pazzia la sacra
follia della croce. Data questa ipotesi, posto il caso che una nuova
civiltà sia in elaborazione, quale dovere spetterebbe a noi, filosofi
e storici […]? Dovremmo, per un quid maius presunto e che ben
merita questa volta di essere accompagnato dal nescio, aiutare al-
l’opera di distruzione e abbandonare il nostro posto di combatti-
mento per seguire le turbe nemiche verso un segno che non co-
nosciamo? […] se, concesso che il nuovo popolo, la nuova storia,
la nuova civiltà italiana nascessero dalle invasioni barbariche, vi-
vendo uno di noi, cultori del vero, nel quinto o nel sesto secolo,
al tempo dei goti o dei longobardi, avrebbe scelto il suo posto ac-
canto a un Totila e a un Alboino, o non piuttosto a un Boezio e
a un Gregorio? – A questi ultimi, che continuarono la tradizione
romana, e non a coloro che rapinarono e scannarono coi goti e coi
fedissimi longobardi, si deve se questi barbari cessarono a poco a

44
Gramsci, Quaderni del carcere, cit., pp. 690-691.
154 Fabio Frosini

poco di essere barbari e, dando e ricevendo, concorsero a generare


gl’italiani dei Comuni e quelli del Rinascimento45.

Pur ammettendo che i rivolgimenti contemporanei siano l’an-


nuncio confuso e rozzo di una nuova civiltà, e non una mera
«malattia» dell’attuale, compito del sacerdote della verità è di
“trattenere” la storia e non di accelerarla, perché solo così si dà
veramente alimento alla civiltà nascente, che sarà vera civiltà se
saprà rivivere in sé l’eredità del vecchio mondo, come fecero i
Comuni e il mondo rinascimentale.
La complessa categoria di “antistoricismo” unisce in un sol
fascio, come subito riconobbero i partecipanti al convegno46, la
vorticosa realtà americana, la corsa sovietica verso l’industrializ-
zazione, e la tendenza fascista verso una tradizione immemo-
riale. Croce del resto argomenta la reciproca conversione di que-
ste forme le une nelle altre, per cui quando caratterizza l’anti-
storicismo classicista come quello che «rispetto alla vita sociale,
[…] pone il suo ideale in ordinamenti che sopprimano l’inizia-
tiva personale, e con ciò la concorrenza, la gara, la lotta»47, vi si
può riconoscere, oltre al fascismo, anche il bolscevismo. Questo
ideale, prosegue infatti Croce con una trasparente allusione al
piano quinquennale sovietico, è una razionalistica e astratta «im-
posizione dall’alto del ritmo della vita», una «regola che, invece
di essere creata dall’uomo come suo strumento, debba essa creare
l’uomo»48. In sostanza, per Croce gli industriali americani, i bol-
scevichi, i fascisti sono gli odierni Goti, da cui l’intellettuale ha

45
B. Croce, Antistoricismo, in “La Critica”, 28, 1930, n. 5, pp. 401-409:
408-409.
46
«Between the lines one could read Croce’s reference to what America
stands for in European eyes, and to what he considers the wild experimenta-
tion in Russia. The second form of futurism is an exaltation of the absolute,
of system and uniformity, which in art would return to a rigorous classicism,
and in social matters would suppress individual enterprise by an inflexible rule
from above. (Surely, said his hearers to themselves, this is Fascism or nothing)»
(Blanshard, The Seventh International Congress of Philosophy, cit., p. 592).
47
Croce, Antistoricismo, cit., p. 402.
48
Ivi, p. 406.
Croce, fascismo, comunismo 155

il dovere di appartarsi: solo così egli potrà trasmettere al futuro


i valori che non possono tramontare.
Gramsci riconosce immediatamente il valore politico della
presa di posizione di Croce, che, per il luogo in cui viene fatta,
acquista una straordinaria risonanza internazionale49. Tuttavia egli
legge questo «manifesto politico» più come l’espressione della
crisi che come l’avvio della sua risoluzione, perché il progetto
di cui è latore (favorire il sorgere di una nuova civiltà borghese
proprio grazie alla non partecipazione attiva ai processi in corso)
non tiene conto del fatto che – come Gramsci scrive poco più
avanti nello stesso testo –, a differenza di ciò che accadde nel
Medioevo, «oggi lo “spirituale” che si stacca dal “temporale” e
se ne distingue come a se stante, è un qualcosa di disorganico,
di discentrato, un pulviscolo instabile di grandi personalità cul-
turali “senza Papa” e senza territorio»50.
Nella stessa luce può essere letto un appunto scritto poco
dopo, tra marzo e agosto 1931, su Croce e Giolitti, in cui i due
vengono accomunati per il fatto che
non compresero dove andava la corrente storica e praticamente aiu-
tarono ciò che poi avrebbero voluto evitare e cercarono di com-
battere. In realtà, come Giolitti non comprese quale mutamento
aveva portato nel meccanismo della vita politica italiana l’ingresso
delle grandi masse popolari, così Croce non capì, praticamente, quale
potente influsso culturale (nel senso di modificare i quadri direttivi
intellettuali) avrebbero avuto le passioni immediate di queste masse51.

49
Blanshard, The Seventh International Congress of Philosophy, cit., pp.
591-592, conferma indirettamente la lettura di Gramsci. Dopo aver ricordato
il commento di Whitehead, secondo cui lo stato della filosofia attuale era pa-
ragonabile alla Grecia immediatamente prima di Socrate, cioè a una situazione
di perdita di vecchi paradigmi senza che dei nuovi li abbiano ancora sostituiti,
egli prosegue: «There was only one notable exception to this at the Congress,
and that was Croce. […] Croce appeared as the one redoubtable advocate of
a philosophy on the grand scale, and his presence, so far as one could judge,
aroused more notice than that of any other member. Since his chief paper,
printed in Italian, had, even apart from its authorship, a good deal of general
interest, it deserves special notice».
50
Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p. 691.
51
Ivi, pp. 779-780.
156 Fabio Frosini

In questo passaggio, lasciato in stesura unica, il giudizio con


il quale Gramsci avvia nei Quaderni la riflessione su Croce ap-
pare ribaltato: proprio chi aveva capito che la conflagrazione bel-
lica era “la guerra del materialismo storico”, viene assimilato al
politico che accompagnò la conclusione del liberalismo in Italia.
Tutta la riflessione assimilatrice sul mito e sull’ideologia, l’uso
accorto di De Man, l’avvio di una nuova stagione storiografica,
la «viva […] coscienza che tutti i movimenti di pensiero mo-
derni portano a una rivalutazione trionfale del materialismo sto-
rico», l’«intelligenza eccezionale dei pericoli e dei mezzi dialet-
tici di ovviarli»52: tutto ciò viene ora messo in ombra. Le con-
siderazioni sulla traducibilità come capacità di riconoscere la po-
litica sotto le spoglie dell’astrazione, lasciano qui il posto a un
giudizio sbrigativo, che probabilmente esprime più la difficoltà,
per Gramsci, di venire a capo della linea d’azione enunciata da
Croce – la non collaborazione con le forze barbariche come
unico modo per contribuire realmente al progresso comune –
che una risposta coerente a essa.
Nella nota di Gramsci su Antistoricismo si trova infatti uno
dei rari apprezzamenti per Gentile rispetto a Croce, precisamente
in relazione al tema storia/antistoria: «È da vedere in quanto
l’“attualismo” di Gentile corrisponde alla fase statale positiva, a
cui invece fa opposizione il Croce. L’“unità nell’atto” dà la pos-
sibilità al Gentile di riconoscere come “storia” ciò che per il
Croce è antistoria»53. Proprio quella capacità di tener fermo alle
“distinzioni” (e pensare su piani differenti storia e storiografia,
e quindi “antistoria” e “antistoricismo”), che è per Gramsci il
punto di reale superiorità teorica di Croce su Gentile, viene qui
dubitativamente rovesciata di valore, e Gramsci si chiede se l’ac-
centuazione gentiliana del superamento speculativo non corri-
sponda poi, in politica, alla capacità di porsi realmente sul ter-
reno universale dello Stato.
A testimonianza del carattere oscillante della riflessione di
Gramsci in queste settimane, si consideri infine il § 17 del Qua-

52
Ivi, p. 119.
53
Ivi, p. 691.
Croce, fascismo, comunismo 157

derno 7 [b] [G § 17], scritto anch’esso, come il precedente, nel


novembre-dicembre 1930. In questa nota, intitolata Croce, il rap-
porto con Gentile è risolto a favore di Croce, anche se si ag-
giunge che il papa occupa una posizione, dal punto di vista ege-
monico, di «maggiore importanza» perché «egli è a capo di un
apparato direttivo fortemente centralizzato e disciplinato, ciò che
non si può dire del Croce», che è un intellettuale cosmopolita
erede della tradizione rinascimentale54. Riaffermando il nesso
Croce-Erasmo, Gramsci proietta qui l’analisi già su un altro
piano – quello dell’egemonia come fatto specificamente “rina-
scimentale” – che anticipa l’approccio del Quaderno 10.

5. Un «trattato di rivoluzioni passive»


Il commento al discorso di Oxford è soltanto l’avvio di una
riconsiderazione complessiva del pensiero di Croce, che Gram-
sci intraprende nel corso del 1931 e che lo conduce al giudizio
da cui abbiamo preso le mosse. Tale giudizio è reso possibile
dall’elaborazione della categoria di “rivoluzione passiva”, che nel
1932 diventa, al contempo, anche una chiave di lettura per il fa-
scismo. Essa è perciò decisiva per intendere il modo in cui lo
schema a tre – Croce, fascismo, comunismo – si ridefinisce e si
sistema definitivamente.
Non è questo il luogo per ripercorrere il modo in cui il con-
cetto di rivoluzione passiva sorge e viene gradualmente elabo-
rato nei Quaderni del carcere55. Basterà qui ricordare che esso
si emancipa progressivamente dal legame esclusivo con il rinvio
originario al Risorgimento italiano come processo non popolare-
nazionale, e passa a designare i processi di costituzione dell’e-
gemonia propri della borghesia al potere. Ciò implica un ripen-

54
Ivi, pp. 867-868.
55
Cfr. almeno P. Voza, Rivoluzione passiva, in F. Frosini, G. Liguori (a
cura di), Le parole di Gramsci. Per un lessico dei Quaderni del carcere, Ca-
rocci, Roma 2004, pp. 189-207; Id., Rivoluzione passiva, in G. Liguori, P. Voza
(a cura di), Dizionario gramsciano 1926-1937, Carocci, Roma 2009, pp. 724-
728.
158 Fabio Frosini

samento anche del Risorgimento, e in questo quadro della atti-


vità storiografica di Croce. Nel febbraio del 1932 Gramsci – pro-
prio in riferimento a questa attività storiografica – formula l’i-
potesi di un nesso tra trasformismo e rivoluzione passiva, da
saggiare anche per il periodo «dal 900 in poi»56; e dopo pochi
giorni enuncia il proposito di «stabilire con esattezza il signifi-
cato storico e politico dello storicismo crociano» riducendolo
«alla sua reale portata»57. Il mese successivo, in marzo, Gramsci
prende appunti sull’«equivoco in cui si mantiene la più recente
storiografia del Croce […] basato su questa confusione tra la
storia come storia della libertà e la storia come apologia del li-
beralismo»58; e in aprile, nel testo che immediatamente precede
quello sulla Storia d’Europa come «trattato di rivoluzioni pas-
sive», denuncia per la prima volta il carattere “teologico” del
pensiero crociano, ciò che rende «vana» «ogni affermazione di
“storicismo”»59.
A questa altezza, l’accostamento di Croce a Erasmo assume
un nuovo significato. Il rifiuto dell’impegno, il tenersi in disparte,
l’essere cioè l’intellettuale organicamente contrario al coinvolgi-
mento attivo nei processi di formazione della volontà popolare,
non è più da interpretare in termini solo negativi, privativi. Que-
sta negatività è una forma di azione, esattamente come la passi-
vità della rivoluzione passiva è una (nuova) modalità di forma-
zione egemonica.
Quando nel 1932 uscì la Storia d’Europa nel secolo decimo-
nono, che Gramsci poté leggere in parte60, egli aveva già pronto

56
Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p. 962.
57
Ivi, p. 966.
58
Ivi, p. 1007.
59
Ivi, p. 1082.
60
A Gramsci non fu consegnato, finché fu a Turi (cioè fino al novembre
1933), il volume. Ne lesse però i primi tre capitoli in un opuscolo stampato
a parte (B. Croce, Capitoli introduttivi di una storia dell’Europa del secolo
decimonono. Memoria letta all’Accademia di scienze morali e politiche della
Società Reale di Napoli dal socio Benedetto Croce, [s.n.], Napoli 1931), giunto
a Turi probabilmente tra la fine del 1931 e l’inizio del 1932. Su tutto ciò rin-
vio al mio I “Quaderni” tra Mussolini e Croce, in “Critica marxista”, 2012,
n. 4, pp. 60-68.
Croce, fascismo, comunismo 159

un giudizio elaborato e del tutto originale, che finiva per rico-


noscere due elementi del tutto nuovi: il carattere non dissolu-
tivo e “catecontico”, ma costruttivo e a suo modo “rivoluzio-
nario” dell’intervento crociano, e, a ciò legato, il fatto che tra
l’antifascismo crociano e il fascismo vi fosse una parentela or-
ganica, anche se tutt’altro che apparente. Quello di Croce, egli
afferma in un testo (Quaderno 8 [b], § 71 [G § 236]) dell’aprile
di quell’anno,
è un trattato di rivoluzioni passive, per dirla con l’espressione del
Cuoco, che non possono giustificarsi e comprendersi senza la ri-
voluzione francese, che è stata un evento europeo e mondiale e non
solo francese. (Può avere questa trattazione un riferimento attuale?
Un nuovo «liberalismo», nelle condizioni moderne, non sarebbe
poi precisamente il «fascismo»? Non sarebbe il fascismo precisa-
mente la forma di «rivoluzione passiva» propria del secolo XX
come il liberalismo lo è stato del secolo XIX? All’argomento ho
accennato in altra nota, e tutto l’argomento è da approfondire). (Si
potrebbe così concepire: la rivoluzione passiva si verificherebbe nel
fatto di trasformare la struttura economica «riformisticamente» da
individualistica a economia secondo un piano (economia diretta) e
l’avvento di una «economia media» tra quella individualistica pura
e quella secondo un piano in senso integrale, permetterebbe il pas-
saggio a forme politiche e culturali più progredite senza cataclismi
radicali e distruttivi in forma sterminatrice. Il «corporativismo» po-
trebbe essere o diventare, sviluppandosi, questa forma economica
media di carattere «passivo»)61.

Come si vede, l’ipotesi che il fascismo sia la forma di rivo-


luzione passiva del secolo XX nasce come un’incidentale della
riflessione sull’attività storiografica di Croce; e a ciò si collega
la ripresa di un accenno, fatto nel Quaderno 1, alle corporazioni

61
Gramsci, Quaderni del carcere, cit., pp. 1088-1089. Non si capisce come
L. Canfora (Spie, URSS, antifascismo. Gramsci 1926-1937, Salerno editrice,
Roma 2012), dopo aver riportato l’espressione «cataclismi radicali e distruttivi
in forma sterminatrice», possa commentare: «dove oltre tutto il riferimento a
quanto accaduto in URSS non potrebbe essere più chiaro» (p. 162). In realtà
il riferimento non è affatto chiaro, e non rinvia all’URSS, ma all’Italia, come
mostrerò in un saggio di prossima pubblicazione in “Critica marxista”.
160 Fabio Frosini

come forma di modernizzazione dell’economia e della società


italiane (a ciò rinvia l’osservazione «All’argomento ho accennato
in altra nota»62).
In questo giro di mesi si consuma definitivamente la valuta-
zione dell’attività di Croce come “dissolutiva” dello Stato, ma
anche, contestualmente, il giudizio della prima metà del 1930 sul
fascismo come “regressione corporativa”. Al contrario, oggetti-
vamente, in quanto teorizzazione della rivoluzione passiva, la
storiografia crociana appoggia il fascismo come tentativo di uscire
dalla crisi di egemonia in modo non catastrofico63. Nell’Europa
degli anni Trenta è necessario progettare una nuova forma di
egemonia capace di assorbire l’urto delle masse mobilitate e sin-
dacalizzate, e della rivoluzione del 191764. Il fascismo è l’equi-
valente della Restaurazione post-napoleonica e oggettivamente
Croce, teorizzando la rivoluzione passiva come strategia politica
liberale, favorisce un avvicinamento organico, a scala europea,
tra il liberalismo in crisi e i nuovi movimenti populisti che cre-
scono e si affermano in diversi paesi europei. Egli accetta dun-
que implicitamente il fascismo come fatto “europeo” più che ita-
liano, perché esso si dimostra capace di reintrodurre le masse
nello Stato grazie al corporativismo, cioè al graduale superamento
dell’individualismo economico, e in questo modo riesce ancora
una volta a riassorbire le classi subalterne dentro le strategie bor-
ghesi, evitando che il conflitto sociale dilaghi in modo catastro-
fico sul terreno politico.
Questo testo del Quaderno 10 risale all’inizio di maggio 1932.
Poco dopo, nella lettera del 6 giugno, Gramsci giunge a un giu-
dizio definitivo sul nesso tra Croce e il fascismo proprio in ri-
ferimento alla capacità di calamitare in modo passivo le classi
subalterne dentro lo Stato. Molti fascisti, afferma Gramsci, «sono
persuasi dell’utilità della posizione presa dal Croce, che crea la

62
In apparato, Gerratana rinvia (ma dubbiosamente) a Quaderno 8 [c], §
36 [G § 36], del febbraio 1932. Ritengo invece che Gramsci alluda a Qua-
derno 1, § 135.
63
Mi sono soffermato ampiamente su questi aspetti nel mio Fascismo, par-
lamentarismo e lotta per il comunismo in Gramsci, in “Critica marxista”, n.s.,
2011, n. 5, pp. 29-35, e in I “Quaderni” tra Mussolini e Croce, cit., a cui rinvio.
64
Cfr. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p. 1824.
Croce, fascismo, comunismo 161

situazione in cui è possibile l’educazione reale alla vita statale


dei nuovi gruppi dirigenti affiorati nel dopoguerra»65. L’assorbi-
mento delle classi subalterne in forma passiva dentro lo Stato
assume una portata imponente nel dopoguerra, quando pare che il
gruppo dirigente tradizionale non sia in grado di assimilare e di-
gerire le nuove forze espresse dagli avvenimenti. Ma questo gruppo
dirigente è più «malin» e capace di quanto si poteva pensare: l’as-
sorbimento è difficile e gravoso, ma avviene nonostante tutto, per
molte vie e con metodi diversi. L’attività del Croce è una di que-
ste vie e di questi metodi; il suo insegnamento produce forse la
maggior quantità di «succhi gastrici» atti all’opera di digestione.
Collocata in una prospettiva storica, della storia italiana, natural-
mente, l’operosità del Croce appare come la più potente macchina
per «conformare» le forze nuove ai suoi interessi vitali (non solo
immediati, ma anche futuri) che il gruppo dominante oggi possieda
e che io credo apprezzi giustamente, nonostante qualche superfi-
ciale apparenza. Quando si gettano in fusione corpi diversi da cui
si vuole ottenere una lega, l’effervescenza superficiale indica appunto
che la lega si sta formando e non viceversa. Del resto, in questi
fatti umani la concordia si presenta sempre come discors, come una
lotta e una zuffa e non come un abbracciamento da palcoscenico.
Ma è sempre concordia e della più intima e fattiva66.

Qui siamo in un certo senso alla fine di un percorso, che


solo in apparenza ci riconduce allo scritto del 1926 Alcuni temi
della quistione meridionale, in cui Benedetto Croce e Giustino
Fortunato venivano definiti «i reazionari più operosi della peni-
sola»67. La teoria della rivoluzione passiva permette ora a Gram-
sci di riconoscere il sorgere di una nuova organizzazione com-
plessiva del rapporto tra Stato e società. L’attività di “tratteni-
mento” è ora riconosciuta nella sua funzione costruttiva, come
assorbimento dei leaders espressi dai ceti subalterni (i «nuovi
gruppi dirigenti affiorati nel dopoguerra»), proprio grazie al-

65
Gramsci, Lettere dal carcere, cit., p. 586.
66
Ivi, pp. 586-587.
67
A. Gramsci, La costruzione del Partito comunista. 1924-1926, a cura di
E. Fubini, Einaudi, Torino 1971, p. 155.
162 Fabio Frosini

l’antifascismo metapolitico, nell’organizzazione del nuovo Stato


fascista.
Croce intende “salvare” i grandi valori dell’umanesimo – ma
per affermare quale obiettivo? «Per ottenere un’attività riformi-
stica dall’alto, che attenui le antitesi e le concilii in una nuova
legalità ottenuta “trasformisticamente”»68. In questo modo Croce
contribuirebbe «a un rafforzamento del fascismo, fornendogli in-
direttamente una giustificazione mentale dopo aver contribuito
a depurarlo di alcune caratteristiche secondarie»69, e farebbe così
da «tramite fra la stabilizzazione del capitalismo, a cui la so-
cialdemocrazia tendeva in Europa fin dal dopoguerra, e quella
operata in Italia dal fascismo»70.

68
Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p. 1261.
69
Ivi, p. 1228.
70
Rossi, Vacca, Gramsci tra Mussolini e Stalin, cit., p. 53. Il rinvio è evi-
dentemente al quadro disegnato da C.S. Maier, La rifondazione dell’Europa
borghese. Francia, Germania e Italia nel decennio successivo alla prima guerra
mondiale (1975), trad. it. di R. Rossini, il Mulino, Bologna 1999. Ma cfr. an-
che A. Salsano, Ingegneri e politici. Dalla razionalizzazione alla «rivoluzione
manageriale», Einaudi, Torino 1987; Id., L’altro corporativismo. Tecnocrazia e
managerialismo tra le due guerre, Il Segnalibro Editore, Torino 2003.