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Corso di Laurea

in Storia dal Medioevo all’età Contemporanea

Prova finale di Laurea

L’odio razziale nel regime fascista. Da I


Protocolli dei Savi di Sion alla Difesa della
razza.

Relatore
Prof. Simon Levis Sullam

Laureando
Nazareno Colamaria
Matricola 839226

Anno Accademico
2016/2017
INDICE

Introduzione

CAPITOLO PRIMO

Antisemitismo e Razzismo novecenteschi. Problemi e prospettive

CAPITOLO SECONDO

Il percorso de “I Protocolli dei Savi di Sion” in Italia

II. 1. L’Internazionale Ebraica 1921. I Protocolli arrivano in Italia

II. 2. La seconda edizione – I Protocolli dei Savi Anziani di Sion del 193

II. 3. III La terza edizione – I Protocolli dei Savi Anziani di Sion del 1938.

II.4. L’Edizione del 1944, i Protocolli dei Savi di Sion e la Repubblica Sociale

CAPITOLO TERZO

Il 1938. Un vortice annichilente

CAPITOLO QUARTO

Telesio Interlandi e gli editoriali ne “La Difesa della Razza”

CAPITOLO QUINTO

Realizzazioni effettive del razzismo ne “La difesa della razza”

CAPITOLO SESTO

Il Questionario de «La difesa della razza»

BIBLIOGRAFIA
Introduzione – Metodologia e obiettivi della ricerca

La presente ricerca muove i suoi passi partendo da diverse considerazioni. Ad ottant’anni dalla

promulgazione delle leggi razziali il nostro paese è ben lungi dall’aver fatto i conti col proprio

passato e alcune ragioni di questa mancanza sono emerse durante la stesura del presente

contributo. Si è riconosciuta una forte responsabilità in sede storiografica di un non certo

proficuo confronto tra il “bravo italiano” e il tedesco omicida vedendo nel razzismo e

antisemitismo italiani una versione “blanda” di quello teutonico. Si è rischiato di far perdere alla

nostra nazione la consapevolezza di una responsabilità forte in quello che fu il dramma

novecentesco dell’Olocausto ebraico e delle discriminazioni razziali. Muovendo da queste

considerazioni la ricerca è stata condotta su due documenti decisivi per il cammino

dell’antisemitismo e del razzismo in Italia. L’opera anonima de I Protocolli dei Savi di Sion, per i

quali si è preferita un’analisi comparativa delle diverse edizioni, dalla prima del 1921 sino

all’edizione degli anni Quaranta stampata da Mondadori, e la rivista fascista “La difesa della

razza” che dal 1938 al 1943 costituirà uno dei più significativi laboratori d’odio del regime

fascista.

In merito all’opera dei Protocolli dei Savi di Sion l’analisi qui riportata ha visto quali protagoniste le

cangianti “Introduzioni” e “Appendici” del testo. Mostrando nelle diverse edizioni tensioni

differenti rispondenti alle singolari esigenze storiche in cui il testo andava ad inserirsi, esse

costituiscono forse le sezioni maggiormente dinamiche di un falso storico di capitale importanza

nella storia del Novecento. Dalla lettura del libello antisemita si è preso coscienza della vastità del

problema razziale, una questione irrisolta ancora oggi e che nel corso dei secoli ha visto sorgere

un corpus di studi, di ricerche e di materiali sempre più numerosi. Si è osservato il coinvolgimento

di protagonisti diversi lungo quel filo rosso che da secoli riconosce nell’ebreo un terribile

pericolo. Cangianti e con un occhio di riguardo nei confronti della situazione storica vigente, le
forme del razzismo e dell’antisemitismo riescono, di volta in volta, a coinvolgere sempre più

individui in un vortice d’odio feroce e disumanizzante.

Dal testo dei Protocolli, terreno di cultura fertile e incredibilmente efficace nella diffusione di

stereotipi antisemiti, ci si è poi rivolti ad una delle maggiori testate del regime fascista, “La difesa

della razza” diretta da Telesio Interlandi. Presente in Italia dal 1938 sino al 1943 la rivista

rappresenta ancora oggi un enorme bagaglio di informazioni in merito alla storia del Razzismo in

Italia. Osservando una lacuna storiografica significativa, fatta eccezione per i contributi di

Francesco Cassata (La difesa della razza: politica, ideologia e immagine del razzismo fascista), di Valentina

Pisanty (La difesa della razza: antologia 1938-1943), e di ulteriori ma limitati volumi, la ricerca si è

focalizzata sullo studio dei contributi dei lettori nella rivista. Procedendo allo spoglio dell’intero

corso editoriale si è provveduto a mostrare le questioni fondamentali e maggiormente sentite non

solo dai redattori e curatori della rivista bensì da quello stesso popolo di italiani restio ancora oggi

nell’accettare questa pagina di storia nazionale.

Rispetto un razzismo e una filosofia politica apparentemente saldi nel regime fascista, lo spoglio

della rivista ha offerto un panorama decisamente differente mostrando contrapposizioni

insanabili all’interno del regime e dei suoi protagonisti. Si è cercato di analizzare le effettive

realizzazioni del pensiero razzista: dalle posizioni marcatamente scientiste di scuola ottocentesca,

ai deliri filosofici di una presunta superiorità spirituale ariana. Pur concedendo maggior risalto ai

sentimenti e alle percezioni dei lettori non ci si poteva esimere dal confronto e dalla lettura di

alcuni dei grandi nomi del razzismo italiano. Da Giovanni Preziosi e Julius Evola, la nostra storia

d’odio razziale è costellata da individui i quali non si sono fatti scrupoli nell’ottenere posizioni e

carriere di rilevo affermando teorie e posizioni becere e di alcun valore scientifico. Riconoscendo

una complessità notevole per numero di protagonisti e di caratura sociale e di profili, si è cercato

di delineare il percorso della storia della rivista di Interlandi, dall’ascesa folgorante al declino

inesorabile.
Al di là delle innumerevoli voci e delle contrastanti correnti presenti nell’intero corso della testata,

si è riscontrata una solidità e un’efficienza legislativa forte e sicura del proprio percorso razzista.

Senza costrizioni alcune, la nazione italiana aderì volontariamente e di sua sponte a quell’ondata

di odio razziale e antisemita che condurrà l’intero continente al dramma dell’Olocausto e alle

violenze perpetuate sulle popolazioni africane. Si è cercato di vedere le particolarità del caso

italiano e del suo vigore partendo dal limitato periodo di incubazione e gestazione. Sorprendente

per la celerità con la quale furono presi i provvedimenti contro ebrei, meticci e altre categorie

umane escluse dal modus vivendi fascista, il caso italiano colpisce per diverse ragioni.

Pur riconoscendo al contesto europeo una drammatica singolarità quale quella dell’era dei

totalitarismi, in cui l’antisemitismo e il razzismo di stato vennero a configurarsi quasi come

elemento fondante di governi e istituzioni, è stato messo in luce il contributo dei civili i quali, pur

esasperati, avevano diritto di parola e d’azione. Hanno deciso di loro sponte di aiutare ora le

milizie fasciste ora quelle tedesche in quella guerra civile di cui ancora oggi dobbiamo chiudere le

ferite. Le loro voci si sono unite a quelle di presunti uomini di scienza nell’avvalorare teorie

disumane e attività criminali con un vigore e una forza incredibile.

Considerata la contemporaneità sempre più contraddistinta da movimenti e posizioni revisioniste

e negazioniste, si auspica dunque una definitiva presa di coscienza di quella che, in tutta la sua

violenza e orrore, fa parte della nostra storia e deve costituire parte della nostra memoria.
Capitolo 1 – Antisemitismo e Razzismo novecenteschi. Problemi e prospettive

Parlare di antisemitismo e di razzismo dal punto di vista storico non è facile. Pur riconoscendo la

tragicità di questo specifico modo di pensare l’alterità e le conseguenze che esso produce a livello

sociale, politico, religioso, non è altrettanto semplice trovare le motivazioni di quest’odio, le sue

aspirazioni e riassumerne le sempre cangianti realizzazioni. La complessità emerge subito

mediante una breve ricognizione terminologica. Come riscontrato da Poliakov: «Tutte le opere

che trattano di antisemitismo devono fare i conti con molte ambiguità, o addirittura trappole

terminologiche».1

Lo storico si trova d’innanzi un dedalo linguistico in cui si riconoscono parole quali:

antisemitismo, antigiudaismo, antisionismo, razzismo. Ognuna di queste costituisce un preciso e

singolare problema storiografico. Pur sottolineando influenze reciproche, l’analisi storica deve

riconoscere il percorso diverso e singolare di questi concetti. Se il con il termine di antisemitismo

si è soliti riferirsi ad un odio di tipo razziale e biologico nei confronti del popolo ebraico ecco che

la prospettiva antigiudaica risponde invece ad una maggiore tensione religiosa. Arrivando infine

ad un odio antisionista in cui l’ostilità verso la formazione dello stato autonomo di Israele domina

la discussione. Se è fuorviante intendere l’antisemitismo di stato quale figlio ed erede diretto

dell’antigiudaismo cattolico, sarebbe altrettanto pericoloso: «disconoscere, e rimuovere dalla

memoria storica, l’apporto determinante dell’antisemitismo cattolico alle matrici ideologiche di

questo antisemitismo politico e razzistico, e alle radici culturali e psicologiche dei pregiudizi

antiebraici, sedimentati del profondo delle mentalità collettive».2

Riconosciuta una complessità e un’autonomia a livello terminologico, di odi e pulsioni differenti,

si può cercare di riflettere in merito alla storia di queste pulsioni, di questi modi di concepire

1
LÉON POLIAKOV, Storia dell’antisemitismo 1945-1993, trad. it. di Marina Sozzi, Firenze, La Nuova Italia, 1996, p. IX.
2
ANGELO VENTURA, Il fascismo e gli ebrei. il razzismo antisemita nell’ideologia e nella politica del regime, Roma, Donzelli
Editore, 2013, p. 40.
l’alterità in modo conflittuale. Nella storiografia italiana, da De Felice a Sarfatti arrivando agli

ultimi studi in merito alla questione ebraica e al fenomeno dell’antisemitismo, si riconosce al

nostro contesto una certa singolarità. Tra i panorami maggiormente antigiudaici vista la forte

tradizione cattolica del paese, l’Italia – salvo rari casi – mostra un’assenza forte della questione

ebraica di marca razziale, questo almeno sino agli anni Trenta del Novecento.3 A seconda quindi

della storia delle nazioni, ognuna delle quali con le proprie pulsioni e i suoi protagonisti, si può

avere ora la valorizzazione del discorso religioso, ora di quello biologico o di quello politico.

Esistono tradizioni diverse ognuna delle quali sottolinea caratteristiche del popolo di Israele non

gradite. La parte cristiano-cattolica acquista per il caso italiano preminenza. Laddove gli ebrei

erano considerati da una secolare tradizione cristiana quali i “deicidi” ecco che ci si prodiga alla

costruzione di un corpus di immagini cruente e perturbanti. Oltre all’aver ucciso l’innocente figlio

di Dio gli ebrei vengono visti e descritti come sacrificanti bambini e avvezzi a pratiche cruente.

Quella che parte della storiografia sull’antigiudaismo ha indentificato quale “accusa del sangue” e

del “sacrificio rituale”.4 L’accusa avrà fortuna secolare e conoscerà ancora nell’Ottocento e

Novecento rappresentazioni grafiche cruente e brutali. La propaganda antigiudaica sfruttava

immagini forti e immediatamente fruibili da parte dei popoli nella maggioranza dei casi analfabeti.

Dal nobile al contadino tutti potevano intuire la pericolosità degli ebrei, sacrificatori di bambini.

L’antisemitismo poneva invece la questione su un terreno diverso, legato al concetto di razza,

offriva un modo di concepire il popolo di Israele in modo nuovo e distaccato da motivi religiosi.

Franceso Germinario, interessandosi dei rapporti tra parte gentile e quella ebraica ha cercato di

evidenziare i tratti fondamentali del problema antisemita. In primo luogo l’ebraismo non viene

più inteso quale religione bensì come un insieme di caratteristiche fisiche precise e ricorrenti. Se a
3
Diversi gli studi da segnalare, dal testo di RENZO DE FELICE, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi,
2005; MICHELE SARFATTI, Gli ebrei nell'Italia fascista: vicende, identità, persecuzione, Torino, Einaudi, 2005; SIMON, LEVIS
SULLAM, I critici e i nemici della persecuzione degli ebrei, in M. FLORES, S. LEVIS SULLAM, M.-A. MATARD-BONUCCI, E. TRAVERSO,
Storia della Shoah in Italia. Vicende, memorie, rappresentazioni, Torino, Utet, vol. vol. I; M.-A MATARD-BONUCCI, L' Italia
fascista e la persecuzione degli ebrei, Bologna, Il Mulino, 2008.
4
Per questioni inerenti all’accusa del sangue e del sacrificio rituale si veda: FURIO JESI, L' accusa del sangue. La
macchina mitologica antisemita, Torino, Bollati Boringhieri, 2007; MASSIMO INTROVIGNE, Cattolici, antisemitismo e
sangue : il mito dell'omicidio rituale, Milano, Sugarco, 2004; NICOLA CUSUMANO, Ebrei e accusa di omicidio rituale nel
Settecento. Il carteggio tra Girolamo Tartarotti e Benedetto Bonelli, Milano, Edizioni Unicopoli, 2012.
seguito della Diaspora gli ebrei erano stati costretti a vagare per tutta Europa, era altresì possibile

riconoscere una forte comunanza di tratti biologici tra gli ebrei in tutto il mondo. Per la scuola di

pensiero razzista (di marca ottocentesca) questi tratti rispondevano a determinate caratteristiche

morali.5 La raffigurazione stereotipata dell’ebreo aveva come scopo quello di presentarlo sotto

una cattiva luce, in sintonia con quell’oscurità morale professata dai razzisti antisemiti. Questo

modo di standardizzare la figura dell’ebreo era di capitale importanza in quanto: «finiva […] col

rientrare nel progetto di accumulazione di un capitale ideologico di base, di pochi, ma diffusi

schemi iconografici di massa».6

Affrontare la tematica dell’antisemitismo avvicina storici e studiosi al concetto di razzismo.

Identificato dal dizionario Treccani quale: «Concezione fondata sul presupposto che esistano

razze umane biologicamente e storicamente superiori ad altre razze. È alla base di una prassi

politica volta, con discriminazioni e persecuzioni, a garantire la 'purezza' e il predominio della

'razza superiore».7

Il pensiero antisemita a partire da una classificazione qualitativa e razziale delle popolazioni

umane, elabora allo stesso tempo una propria concezione della Storia universale. Qui a dominare

è la prospettiva della cospirazione nella quale e per la quale gli ebrei vengono visti quali nemici

dichiarati contro il mondo gentile. Appartenenti ad una setta potente e di scala mondiale, gli ebrei

– per i credenti alle teorie della cospirazione – hanno in mano le sorti del mondo. La stessa

impostazione antigiudaica, la quale riconosceva nell'ebraismo un’essenza religiosa e non razziale,

aveva nei secoli sviluppato motivi propri cospirazionisti come ad esempio l’accusa

dell’avvelenamento dei pozzi.8 Da rilevare come: «non si aveva quel respiro di dimensione

mondiale su cui avrebbero poi insistito i Protocolli dei savi di Sion e tutta la copiosa letteratura

5
Cfr FRANCESCO GERMINARIO, Antisemitismo. Un’ideologia del Novecento, Milano, Jaka Book, 2013, p. 14.
6
LILIANA PICCIOTTO FARGION in CENTRO FURIO JESI, La menzogna della razza. Documenti e immagini del razzismo e
dell’antisemitismo fascista, Casalecchio di Reno, Grafis, 1994, p. 199.
7
http://www.treccani.it/enciclopedia/razzismo/ [consultato il 12/02/2018].
8
L’accusa verrà ripresa anche dalla rivista di Interlandi con disegni e raffigurazioni esplicite.
cospirazionista dell’antisemitismo contemporaneo».9 Citando Cuffiero: «l’antisemitismo fascista si

identifica con l’ossessione delle congiure, con il terrore di manovre segrete ed oscure rivolte alla

distruzione di tutto ciò che è buono e sacro nel mondo che ci circonda».10

Nelle mani di potenti e misteriosi ebrei i destini degli uomini risultano compromessi. I gentili

possono tuttavia contrapporsi mediante una loro rigenerazione umana. Di qui l’origine delle

teorie naziste e fasciste contro il mondo contemporaneo e lo stile di vita borghese e liberale.

Elemento decisivo nel discorso antisemita era dunque la convinzione della tragicità del modello

esistenziale offerto dalla modernità. E qui si denota la complessità di relazione tra «tutti coloro

che, rifiutando di scendere a patti con il processo di modernizzazione, connotato negativamente

come democratizzazione, razionalizzazione, secolarizzazione, urbanizzazione, si richiamano ad

una tradizione […] senza tuttavia accordarsi sul senso da dare a questi termini».11

La critica agli usi e ai costumi borghesi è totale.12 Riflettendo sulla complessità in sede

storiografica dei singoli percorsi del razzismo rispetto l’antisemitismo, è da rilevare come il

rapporto con la modernità e il modo stesso di concepire la contemporaneità risulta praticamente

opposto. La prospettiva antisemita vede nel mondo moderno la massima realizzazione del

complotto ebraico, e dunque si prodiga in una denuncia totale ai modi e ai costumi

contemporanei. L’analisi razzista invece, vede nel progresso e nelle conquiste della “razza” bianca

la sua massima realizzazione.

Si può riconoscere nell’antisemitismo un organismo di tensione e odio sociale diverso a seconda

dei tempi, mutante nei riguardi delle singolari condizioni economiche e politiche. Camaleontico

come il suo avversario, l’antisemitismo prevede tuttavia una ben salda concezione della Storia in

cui l’uomo gentile viene manipolato dalle forze segrete dell’ebraismo mondiale. La Storia viene

vista dal gentile quale: «lento e inesauribile incedere verso un approdo futuro in cui la condizione

9
GERMINARIO, cit., p. 17.
10
MARINA CAFFIERO (a cura di), Le radici storiche dell’antisemitismo. Nuove fonti e ricerche, Roma, Viella, 2008, p. 162.
11
MAURO RASPANTI in CENTRO FURIO JESI (a cura di), La menzogna della razza, cit., p. 81.
12
Cfr GERMINARIO, cit., p. 14.
di vita dell’umanità sarà ben più orribile di quella del presente».13 Nel cospirazionismo antisemita

la Storia ha termine con l’istaurazione della tirannide ebraica. Il rapporto con la Storia e la

contemporaneità può essere considerato quale arma fondamentale per l’impostazione del

discorso antisemita. Rispetto alle paure e ansie del presente in vista di un incerto futuro, ecco che

l’antisemitismo incanala tutta le sue energie contro tutti quei fattori scatenanti disagio e stress

sociale. Dalle rivoluzioni tecnologiche al progresso scientifico, tutto viene visto quale

destabilizzante, come degradazione della morale e dei costumi. In questo possiamo riconoscere

una delle armi più forti dell’antisemitismo cospirazionista. A partire da una realtà enormemente

complessa e che causa disagi e perplessità, ecco che la soluzione si presenta come semplice e

immediata. La causa di questo disagio e insicurezza è la cospirazione ebraica. L’universo

ideologico dell’antisemita vede nel futuro la massima realizzazione del potere ebraico, indi per cui

è necessario un attivismo forte nel presente. Attivismo in cui non si può più chiedere aiuto ad una

qualche divinità esterna o superiore ma solo all’uomo stesso. Giungendo alla conclusione: «la

secolarizzazione accetta il principio della presenza solitaria dell’uomo nella Storia».14 In

quell’antisemitismo, riconosciuto dalla Arendt quale «politica ingiusta, cattive e ignobile, che

avvelena la vita politica dei popoli»15, il modo di concepire la Storia mediante la cospirazione

offriva agli europei, e non solo, gli strumenti per analizzare e affrontare il presente. Nella sua

accezione anti-cospirazionista l’odio antiebraico assumeva tratti consolatori. Non solo era

possibile sconfiggere l’avversario una volta messi in luce in suoi stratagemmi, ma non si ha più a

che fare con alterità divine, o fati avversi, l’avversario è ora in carne ed ossa.

L’antisemitismo quindi propone un certo modo di intendere la Storia, vista come teatro sul quale

agiscono e si scontrano le razze umane. Fondamentale dunque il rimarcare l’appartenenza ad una

determinata razza. Non è rilevante tanto l’individuo ma le relazioni tra lo stesso e altri individui

appartenenti a razze ben specifiche e delineate dal sapere scientifico. Si osserva il gruppo razziale

13
Ivi, p. 22.
14
Ivi, p. 33.
15
HANNAH ARENDT, Antisemitismo e identità ebraica. Scritti 1941-1945, Torino, Edizioni di comunità, 2002, p. 6.
d’appartenenza e provenienza. Rispetto l’orrore dei campi di sterminio ci si può chiedere come

abbia fatto l’uomo ad arrivare a tale violenza. Una plausibile risposta la possiamo trovare in

questo modo tragico di considerare l’umanità. Se i tratti caratteriali, le attitudini mentali, le

predisposizioni a commettere o meno dei crimini, sono legati alla biologia razziale, ecco che non

ha importanza l’età o la condizione fisica dell’individuo. Tutti gli appartenenti ad alcune razze, in

primis quella semitica nella concezione razziale antisemita, sono considerati pericoli. Al popolo

ebraico erano legati da secoli stereotipi che, adattandosi al nuovo contesto della modernità

liberale borghese, avevano scaturito odi e violenze inaudite.

Dio, la religione, la metafisica, il fato, tutti avevano fallito, adesso toccava alla Natura imporre le

proprie leggi. Per l’antisemita era fondamentale rimarcare le differenze sociali tra ebrei e gentili

dove nel primo caso si osservava una solidità forte della comunità, mentre nel caso dei non-ebrei

una frammentazione in cui ormai, nel mondo borghese, dominava l’interesse del singolo. Nella

campagna antisemita italiana risulterà fondamentale spezzare l’unità della comunità ebraica.

Mediante l’opera di Paolo Orano (Gli Ebrei in Italia) e una virulente campagna di stampa, verrà

chiesto agli ebrei di fare parte interamente della nazione italiana rinunciando alla pretesa di uno

stato indipendente in Palestina. In questo contrasto sarà decisiva la questione razziale mediante la

quale si tenterà di conferire solidità alla parte gentile. Il concetto di razza infatti: «permette di

ridefinire su basi ben più solide e inattaccabili il legame sociale, abbandonando la debolezza

contrattualistica e mercantile tipica della società liberale».16 L’antisemitismo ha quindi come

obiettivo quello di ricostruire l’intero assetto sociale, sfruttando non più quelle relazioni

economiche cangianti nel tempo, bensì gli indissolubili tratti razziali. Rispetto una società quale

quella borghese contrassegnata dal caos e dalla mutevolezza delle relazioni, ecco che interviene

un nuovo ordine basato sui criteri di razza. La Natura, unica legislatrice e garante universale dei

rapporti umani e sociali, domina la prospettiva pagana antisemita. Vediamo quindi la costruzione

di un’ideologia complessa e tragicamente forte. L’antisemita rivolge in primo luogo la sua

16
GERMINARIO, cit., p. 195.
attenzione nei riguardi della Storia la quale è ora dominata da quella razza ebraica che da millenni

cospira contro i gentili. Riconosciuto il valore della teoria razziale ecco che scopo della politica è

quello di rimarcare il valore della Natura la quale con le sue classificazioni e strutture compatte

può controbattere le sorti della Storia stessa. Si deve distruggere l’elemento indentificato quale

fuori natura, ossia l’ebraismo. Lo stesso Hitler utilizzerà queste espressioni: «L’ebreo è il contrario

dell’uomo, l’anti-uomo […] non significa che io dica che l’ebreo è una bestia. Ne è ancora più

lontano di noi, gli Ariani. È un essere straniero, estraneo alla natura»17 Sotto questo aspetto si

riconoscerà nel caso italiano la drammaticità del problema del meticcio. Una volta riconosciuta

una gerarchia delle razze in Natura, si cercherà di evitare ad ogni costo l’unione con individui

considerati “naturalmente” inferiori.

Se per l’antisemita la storia può essere vista in virtù della filosofia quale il cospirazionista, l’ottica

razzista ha come obiettivo l’espulsione dalla propria cultura di elementi estranei. Uno dei motivi

più noti della storia del popolo ebraico, la Diaspora, viene ora visto come l’origine del meticciato

in tutto il mondo e arma mediante la quale il popolo ebraico minaccia l’intero mondo gentile.

Ecco come: «La mescolanza di sangue e il conseguente abbassamento del livello della razza è

l’unica causa della morte di tutte le civiltà: perché gli uomini non vanno in rovina in conseguenza

di guerre perdute, ma soltanto per la perdita di quella forza di resistenza che è peculiare solo al

sangue loro».18

Diverso per gli antisemiti il modo di vedere e concepire il Tempo. Nella prospettiva razzista è

impensabile che una razza inferiore quale l’ebraismo fosse stata in grado di conquistare le sorti

del mondo. Da qui una fiducia nel presente e una speranza nei riguardi del futuro, nel caso

dell’antisemita se il presente assume connotati drammatici il futuro appare apocalittico. La teoria

della cospirazione avvalorava il bisogno da parte dell’antisemita di distruggere fisicamente il

nemico dell’uomo nella Storia. Se l’ebreo, mediante il suo insieme di caratteristiche fisiche e

17
RUDOLF PFISTERER, Un male incurabile?, in LÉON, POLIAKOV, Storia dell’antisemitismo, cit., p. 69.
18
ANGELO VENTURA, Il fascismo e gli ebrei. il razzismo antisemita nell’ideologia e nella politica del regime, Roma,
Donzelli Editore, 2013, p. 26.
quindi morali (per la concezione classica di razzismo) era sempre stato il nemico del gentile, allora

esso andava eliminato fisicamente. Per l’antisemita l’appartenenza biologica ad una razza era

vincolante rispetto l’appartenenza politica che quella razza andava ad esprimere, nel caso

dell’ebreo: il nemico cospiratore. Da qui un ulteriore problema quello di rendere visibile e

identificare il nemico mediante una propaganda sempre più verace e agguerrita arrivando infine a

metodi umilianti come simboli distintivi.19Sul ruolo della propaganda per la causa razzista e

antisemita sono importanti le parole di Bidussa il quale sottolinea come essa: «sfrutta gli stereotipi

consolidati dal pregiudizio, lo fa tuttavia al servizio di un’ideologia specifica e, configurandosi

come strumento preparatorio della prassi persecutoria, diventa già di per sé comportamento

discriminante».20 Usando l’immagine come veicolo di trasmissione di concetti politici ecco che la

propaganda riusciva a scatenare pulsioni immediate e fruibili rispetto una letteratura inaccessibile

ai più.21 Tale insieme di strumenti e di apparati di immagini servivano ad esorcizzare da una lato

una presenza nemica invisibile, e dall’altra il mettere in scacco le paure ancestrali: dalla morte, alla

violenza, all’oscurità stessa. Questo modo di vedere e concepire l’ebreo mediante le immagini pur

avendo stereotipi fissi viene adattato al gusto del tempo, se nel Medioevo il più delle incisioni

vedevano come protagonisti vecchi anziani intenti in macabri riti ecco che nella modernità

dominano figure gotiche, aventi come modelli da un lato il banchiere arricchito e dall’altra il

magro usuraio.

Ultimo passaggio della deriva antisemita sarà quello di considerare tutte le azioni come riflessi di

razza, non esiste più la facoltà della ragione e della critica, tutto era deciso dalla Natura che aveva

imposto le sue gerarchie. Il prezzo che l’antisemitismo pagava volutamente per la determinazione

razziale dell’ebreo era la soppressione dell’autonomia umana.

19
A questo riguardo si veda il testo di FRANCESCO GERMINARIO, Costruire la razza nemica. La formazione dell’immaginario
antisemita tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, Torino, Utet, 2010.
20
DAVID BIDUSSA in CENTRO FURIO JESI (a cura di), La menzogna della razza, cit., p. 11.
21
Cfr, PAOLA PALLOTTINO in CENTRO FURIO JESI (a cura di), La menzogna della razza, cit., p. 17.
Anche l’Italia partecipò al veleno antisemita che a partire dalla fine dell’Ottocento preparò il

terreno alle più bieche realizzazioni politiche della storia del continente, dal nazismo tedesco al

fascismo italiano passando per l’odio antiebraico evidente in diverse regioni orientali d’Europa.

Nel bel paese di fatto non esisteva un problema razziale, e nemmeno una questione ebraica.

Citando De Felice: «se nella seconda metà dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento si

parla di in Italia di razza ebraica se ne parla non in senso razzistico, biologico, ma – diciamo così

– impropriamente, volendo cioè riferirsi agli usi, ai costumi, alle tradizioni, alle attitudini degli

ebrei in quanto gruppo supernazionale».22 Tuttavia anche nel contesto italiano le riflessioni sulle

razze e sulle popolazioni giungeranno alla tragica conclusione che la razza altro non è che la

faccia esteriore dell’anima. Nella storia del fascismo, razzismo e antisemitismo costituiscono un

punto di approdo della dottrina di regime e della sua politica interna.23 Sono tante le questioni da

evidenziare quando si parla di antisemitismo. Decisivo ad esempio l’utilizzo dei mezzi di stampa e

di propaganda, nelle quali l’antigiudaismo cattolico – di fatto la più importante fazione contro la

minoranza ebraica del paese – ritorna su motivi d’odio consolidati, riavvicinando così la nazione

ad una retorica contro i giudei. Ancora una volta «l’argomentazione era quella tradizionale,

vecchia di secoli, della degenerazione della religione israelitica, che avrebbe condotto il popolo

ebraico al supremo delitto, al deicidio (da cui il castigo divino) in virtù del quale esso sarebbe

sopravvissuto e sopravviverebbe sino alla conversione alla vera fede».24 Altro problema il

coinvolgimento delle testate cattoliche, le quali procedono non solo mediante lo spoglio delle

rinomate questioni di natura religiosa ma iniziano a riflettere anche di questioni economiche,

offrendo così una panoramica generale della situazione italiana. Si comincia a riflettere in merito

alle concessioni di cittadinanza fatte agli ebrei durante l’ultima fase del XIX secolo, e di rivedere

lo status sociale della minoranza ebraica. Alcuni storici hanno sottolineato come queste

espressioni maggiormente violente nei riguardi degli ebrei fossero legate ai Gesuiti e alle fazioni

22
DE FELICE, Storia degli ebrei italiani, cit., 31.
23
Cfr, VENTURA, cit., p. 20.
24
DE FELICE, Storia degli ebrei, cit., p. 37.
più intransigenti del credo cattolico.25 Con l’avvicinarsi del XX secolo nuovi motivi si accostarono

a quelli tradizionali, dalle preoccupazioni per il sistema capitalistico in ambito economico a quello

del socialismo in ambito politico, si assiste ad un’evoluzione dell’odio antiebraico che confluirà

poi nel totalitarismo fascista. Si registra dunque un’ulteriore complessità legata allo studio delle

pulsioni antiebraiche e razziste, quella di osservare la dialettica tra le diverse fazioni politiche e la

parte cattolica nei riguardi di problemi sociali e morali mai andati perduti.

Sino agli anni Venti si riconosce per la situazione italiana una relativa tranquillità per le questioni

antisemite e razziste. Svolta importante per il cammino della propaganda antiebraica in Italia sarà

la scoperta di Preziosi, grazie al contributo di Maffeo Pantaleoni dell’opera dei Protocolli dei Savi di

Sion. Inseriti in un contesto quale quello del primo dopoguerra, contraddistinto da tensioni e

malumori, il testo (per gli antisemiti) aveva in sé tutte le risposte al perché del fallimento italiano a

livello economico e non solo. Ai Protocolli si vide accostare una pamphlettistica antisemita di

scuola tedesca, francese e inglese, formando il sostrato ideologico necessario alla condivisione

nazionale dell’ideale razzista antisemita.26 Grazie all’opera di Preziosi, al retaggio cristiano-

cattolico tornato con forza su temi di natura teologica e di cultura popolare, e a tutti questi

contributi gli italiani: «pur respingendo l’antisemitismo – fecero in un certo senso l’orecchio e si

abituarono inconsciamente a certi argomenti e parecchi si fecero l’idea che essi fossero delle

esagerazioni, che non riguardavano certo i buoni italiani, ma che, in fondo, in essi dovesse essere

qualcosa di vero».27 Il veleno antisemita comincia la sua inesorabile conquista del bel paese. Le

rinnovate tensioni razziste e le nuove ondate antisemite però, non riuscirono ad ottenere il

successo sperato. Rispetto una tensione biologica di marca razzista e un odio per gli ebrei di fatto

nuovo per il contesto italiano, a preoccupare e destare maggior partecipazione fu in realtà

l’antisionismo. Al movimento sionista, sorto alla fine del secolo XIX si riconosceva l’intento di

venire meno agli impegni e agli obblighi della propria nazione. Auspicando un loro ritorno in

25
Cfr, Ivi, pp. 40-41.
26
Cfr, Ivi, p. 51.
27
Ivi, p. 53.
Palestina ecco che gli ebrei sono visti quali nemici della nazione. L’antipatriottismo era tra i fattori

maggiormente sentiti dalla fazione dei nazionalisti antisemiti. Se in precedenza si è ribadita la

complessità storiografica nell’analisi di questioni quali il razzismo, l’antisemitismo, l’antisionismo

e via dicendo, non scordiamoci della stessa situazione medio-orientale che fa sfondo alle tensioni

antisioniste. E ancora le forti posizioni antibritanniche per le quali l’intera questione della

formazione dello stato di Israele andava ad inserirsi in un progetto più ampio di conquista e di

influenza diplomatica in Palestina. Sino alla comparsa del movimento fascista in Italia le

componenti dominante nei riguardi delle avversità con la minoranza ebraica furono

l’antigiudaismo di marca cattolica e la parte antisionista. Il problema del razzismo e

dell’antisemitismo immerge lo storico nello studio delle dinamiche sociali, delle classi in cui questi

sentimenti d’odio andavano ad inserirsi.

Sia da parte dei ceti intellettuali che dei giovani fascisti universitari, non si registrarono dissensi o

segnali anche indiretti di non adesione al progetto razziale e antisemita.28 Riguardo la posizione

dei giovani universitari colpisce la mancata risposta proprio da quel mondo in cui lo spirito critico

avrebbe dovuto mettere in guardia rispetto le derive antisemite e razziste. Delle diverse ragioni

dietro questo silenzio si può ipotizzare un modo bieco di mettersi in luce agli occhi del partito e

dei gerarchi di modo da ottenere cariche e ruoli.29 Citando Nastasi-Israel, il razzismo in Italia: «Fu

un delirio, ma non privo di calcolo».30 Nel corso degli anni Trenta si denota per il caso italiano

una presa di posizione antidemocratica e in linea con i principi totalitari. Comincia da un lato a

diffondersi il veleno d’odio fascista e dall’altro lato si osserva una sorta di silenzio e di

opportunismo da parte italiana.

Tale silenzio fu corresponsabile della formazione di quel ghetto di indifferenza che isolò la parte

ebraica della popolazione italiana nella sua sventura. Grave il comportamento della parte cattolica

del paese fatta eccezione di Papa Pio XI il quale tentò di porsi quale contro altare del razzismo

28
Cfr, VENTURA, cit., p. 39.
29
Cfr, CAFFIERO (a cura di), Le radici storiche dell’antisemitismo, cit., Roma, Viella, 2008, p. 159.
30
GIORGIO ISRAEL-PIETRO NASTASI, Scienza e razza nell’Italia fascista, Bologna, Il Mulino, 1998, p. 241.
tedesco e fascista. Se forte sarà l’eco dei provvedimenti legislativi dall’agosto al novembre del

1938, assordante sarà il silenzio da parte delle figure di spicco e dal mondo accademico e da

quello ecclesiastico. Con lo sviluppo anche in Italia dell’antisemitismo di stato, il quale incontrava

un terreno fertile ormai da secoli di antigiudaismo cattolico, ecco che inizia anche per la nostra

nazione il dramma di quegli apolidi senza nessuna tutela giuridica e alla mercé degli umori degli

altri stati.31

La responsabilità della nazione italiana è evidente laddove:

«Gli italiani che dichiararono “stranieri” e “nemici” gli ebrei, li indentificarono su base razziale come gruppo da
isolare e perseguitare, li stanarono casa per casa, li arrestarono, li tennero prigionieri, ne depredarono beni e averi, li
trasferirono e rinchiusero in campi di concentramento e di transito, e infine li consegnarono ai tedeschi, furono
responsabili di un genocidio».32

Analizzando il Novecento italiano ed osservando da vicino la realtà dell’antisemitismo e del

razzismo fascisti, ci si trova d’innanzi a diversi fronti ideologici i quali sfuggono ad un tentativo di

sintesi. Il fatto di voler inserire tutte le diverse pulsioni e correnti sotto un’unica etichetta dal

nome “fascismo” ha compromesso la comprensione di un fenomeno con il quale dobbiamo

ancora fare i conti. Citando Raspanti: «Si avverte la necessità di allontanarsi dalla visione di un

razzismo compatto, invariato, sempre identico a se stesso».33 Si intuisce ancora una volta l’enorme

complessità del fenomeno fascista nel quale vennero attuati provvedimenti legislativi concreti.

Dal mondo dell’immagine e della letteratura si passerà progressivamente alla teoria e alla prassi

politica con argomenti e pregiudizi diffusi enormemente a livello popolare. Inizierà un

progressivo e tragico coinvolgimento non solo delle persone e degli individui coinvolti ma anche

delle macchine e delle strutture statali messe in campo dal regime per adempiere a quell’odio

ancestrale per il nemico ebraico. Inserendosi coerentemente nel progetto politico totalitario

31
Cfr, ARENDT, cit., p. 13.
32
SIMON LEVIS SULLAM, I carnefici italiani, Milano, Feltrinelli, 2015, p. 11.
33
MAURO RASPANTI in CENTRO FURIO JESI (a cura di), La menzogna della razza, cit., p. 73.
l’Italia era perfettamente in grado di creare e valorizzare un suo specifico modo di intendere il

razzismo e l’antisemitismo di stato. Importante ribadire come: «L’antisemitismo si costruisce […]

nell’Italia fascista come somma di più componenti complessivamente estranee, o comunque

autonome, rispetto alla dinamiche proprie del nazismo tedesco».34

La storia italiana si macchierà di delitti, di persecuzioni che ancora oggi cercano colpevoli e

responsabili. Ci fu da parte del regime fascista e prima ancora di fazioni laiche e cattoliche una

preparazione attenta nella configurazione del nemico. Uno sfruttare armi potenti, dall’immagine,

alla letteratura passando per la diffusione di opere e di falsi storici i quali, a distanza di decenni

riescono ancora ad ottenere gradimenti e strumentalizzazioni. In questo ambito ruolo

fondamentale è legato al testo anonimo de I Protocolli dei Savi di Sion oggetto d’analisi delle

prossime pagine e sfondo mistico-letterario agli orrori dei campi di sterminio.

34
DAVID BIDUSSA in CENTRO FURIO JESI (a cura di), La menzogna della razza, cit., p. 115.
Capitolo 2 – Il percorso de “I Protocolli dei Savi di Sion” in Italia

La storia dei Protocolli dei Savi di Sion costituisce una delle pagine più oscure del mondo

contemporaneo. A quasi cent’anni dalla dimostrazione della loro falsità – grazie agli articoli di

Philip Graves del 1921 sul Times – questo libro continua a diffondere odio ancora oggi in diverse

parti del mondo. Sono diverse le ragioni che possono se non spiegare quanto meno far riflettere

sulla fortuna di un’opera così turpe.35 Identificata da Norman Cohn quale vera “licenza per un

genocidio” a danno degli ebrei, il libello vede come protagonista un’associazione segreta, quella

dei Savi di Sion, intenta a pianificare il controllo sul mondo gentile.36 Si auspica dapprima un

semplice ma non banale dominio di tutti i principali strumenti di controllo sociale, dai mezzi

d’informazione, alla pubbliche amministrazioni, arrivando infine all’avvento apocalittico dell’Anti-

Cristo. L’opera viene diffusa al pubblico italiano presentando un corpus d’introduzione e di

appendici sempre differente nel corso delle diverse edizioni. Rispondente alla logica di quello che

Levi Sullam denomina come “Archivio antiebraico” il testo poteva essere sfruttato ora per rimarcare

l’opera di dominio economico degli ebrei, ora per sottolineare l’odio religioso degli stessi verso i

gentili e così via. A seconda dell’odio che si voleva trasmettere l’opera assumeva le forme di

un’arma in grado di valicare i confini stessi della dimostrazione di falsità. Gli antisemiti potevano

trovare in questo testo motivi sempre nuovi e validi per il loro risentimento antiebraico.

Costituitosi e trasformatosi nel tempo, di luoghi retorici, convenzioni e meccanismi concettuali e

teorie che hanno per oggetto gli ebrei e il mondo ebraico come motivazione, causa, spiegazione

35
Philip Perceval Graves nasce a Cork il 25 Febbraio del 1876. Giornalista e corrispondente estero per il quotidiano
Times fece scalpore per i suoi interventi inerenti all’autenticità de I Protocolli dei Savi di Sion. Contrariamente alla linea
editoriale del quotidiano inglese il quale nel 1920 aveva recensito lo stesso libello antisemita garantendogli una sorta
di credibilità, il giornalista irlandese – l’anno successivo – presentò l’opera antisemita quale plagio dell’opera satirico-
politica Dialogue aux enfers entre Machiavel et Montesquieu di Maurice Joly. Tornato in Irlanda morì nella città Natale
nel 1953.
36
NORMAN, COHN, Licenza per un genocidio. «I Protocolli dei Savi anziani di Sion» e il mito della cospirazione ebraica,
Roma, Castelvecchi Editore, 2015 (1966).
apparente, l’archivio antiebraico modifica continuamente le sue forme offrendo agli antisemiti

materiale perfettamente malleabile alla situazione storica contingente.37

Diversi gli studi da segnalare, dal testo di Norman Cohn “Licenza per un genocidio. «I Protocolli dei savi

anziani di Sion» e il mito della cospirazione ebraica” il quale offre una lettura significativa delle fonti

letterarie usate dai Protocolli – dalle pagine di Maurice Joly e del suo Dialogue aux enfers entre

Machiavel et Montesquieu ou la politique au XIXe Siècle a quelle di Goedsche Hermann e al suo Biarritz

– arrivando al “Manoscritto inesistente: i "Protocolli dei savi di Sion": un apocrifo del XX secolo” di De

Michelis, il testo antisemita ha affascinato diversi storici e filologi.38 Se nel corso dell’analisi qui

proposta delle varie edizioni si prenderanno in considerazione alcune di queste rinomate ma

imprescindibili questioni, preme qui sottolineare il peso importante di quest’opera anche in un

nazione non antisemita quale l’Italia nei primi decenni del Novecento. Ogni volta presentato in

modo diverso – di modo da incontrare non solo il gusto dei lettori ma da inserirsi perfettamente

nella bagarre politica in atto – il testo dei Protocolli incrocerà lettori diversi, dall’antisemita di

vecchia data quale Preziosi e Interlandi, sino alle nuove leve del razzismo spirituale di Evola, dal

razzismo di natura religiosa della parte cattolica di secolare tradizione, alle nuove linfe

dell’antisemitismo politico. Ad un fascino notevole rispondente alle ataviche pulsioni del

perturbante di molte delle pagine dei Protocolli non si deve mai dimenticare la totale falsità

dell’opera la quale rischia, in un momento storico quale quello contemporaneo, di generare nuovi

mostri.

37
Cfr, SIMON LEVIS SULLAM, L’archivio antiebraico. Il linguaggio dell’antisemitismo moderno, Roma-Bari, Laterza, 2008,
pp.9-10.
38
Oltre agli studi menzionati di rilevanza anche gli approcci di UMBERTO ECO, Protocolli fittizi, in Sei passeggiate nei
boschi narrativi, Milano, Bompiani, 1994; CARLO GINZBURG, Rappresentare il nemico. Sulla preistoria francese dei
Protocolli, in Il filo e le tracce, Milano, Feltrinelli, 2006.
2 – I. L’Internazionale Ebraica 1921. I Protocolli arrivano in Italia

La storia dei Protocolli dei Savi di Sion in Italia inizia, dal punto di vista editoriale, nel 1921 con la

pubblicazione su “La Vita Italiana”, rassegna di politica mensile, del libello antisemita. La

copertina della prima edizione reca il nome di Sergyei Nilus, posto in cima quasi a voler

significarne la paternità dell’opera. Subito dopo viene menzionata l’Internazionale Ebraica e solo

in terza istanza il titolo: Protocolli dei “Savi Anziani” di Sion. Gli apparati introduttivi e d’appendice

costituiscono materiali rilevanti per comprendere la fortuna del testo dei Protocolli. Ogni volta

ispirati ad un contesto storico differente, e perfettamente in sintonia con le pulsioni sociali e

culturali dei possibili lettori, questi apparati modificano le loro forme adattandosi ad esigenze

circostanziali diverse.

L’edizione del 1921 presenta una triplice introduzione, la prima anonima, una seconda presentata

quale “Prefazione alla traduzione inglese” e infine una terza del Prof. Sergyei Nilus. Particolare non

indifferente la scelta di iniziare l’introduzione anonima con una citazione del Paradiso dantesco:

«Uomini siate, e non pecore matte/Sì che’l giudeo tra voi di voi non rida».39 La medesima

citazione la si troverà non solo nelle edizioni successive, posta però in luoghi diversi del testo, ma

verrà riproposta su ogni copertina della rivista razzista «La difesa della razza». Viene riassunta la

storia del libello il quale, stando all’anonimo scrittore di questa introduzione, sarebbe apparso in

Russia nel 1905. Il luogo indicato per la prima pubblicazione è la residenza estiva degli Zar di

Russia (Tsarkoye Sielo) non distante dall’odierna San Pietroburgo. Dal bacino di utenza russo il

testo si è rapidamente diffuso in quasi tutto il continente europeo interessando l’isola britannica e

le zone centro-orientali quali Germania, Francia, Polonia. Dopo questa breve ricognizione il

lettore viene subito messo al corrente della vera questione storiografica riguardante il testo stesso.

Il problema viene così posto:

39
DANTE ALIGHIERI, Paradiso, Canto V, v. 80/81, in L’internazionale Ebraica. Protocolli dei Savi Anziani di Sion, Roma,
Casa Editrice «Italia» 1921, p. 5.
«noi taglieremo corto con questa semplice affermazione: il suddetto dibattito verte materialmente
sull’autenticità propriamente detta del documento, cioè se realmente gli “Anziani di Sion” si siano radunati nel
tale anno e luogo, ed abbiano redatto, parola per parola, quei Protocolli. Ma un’altra quistione, meno formale
e più sostanziale, s’impone: quella della loro veridicità».40

La scelta di non nascondere lo scontro ideologico e critico nei riguardi del testo risulterà

importante, se non decisiva. Le parti sono ben delineate: da un lato i detrattori del testo che

concentrano i loro sforzi nel sottolineare l’inesistenza di tale incontro avvenuto tra i saggi di Sion,

e quindi l’operazione di totale falsità dietro la composizione di queste relazioni. Dall’altra parte

abbiamo coloro i quali invece si focalizzano sui contenuti e su quelle particolari contingenze

storiche mostranti legami a loro avviso evidenti con l’opera in questione. Interessati unicamente

alla veridicità ecco che il problema dell’autenticità dell’opera viene messo in secondo piano. La

questione viene risolta in un lapidario «nell’uno o nell’altro caso il documento è prezioso». 41 Per

gli antisemiti d’Europa era fondamentale che si parlasse di questo testo, farlo circolare in tutto il

continente. La prefazione all’edizione inglese ribadisce questo concetto: «è impossibile leggere

qualsiasi parte di questo volume, oggi, senza esser colpiti dalla nota fortemente profetica che lo

domina».42 Le responsabilità del contesto inglese, e degli articoli del Times soprattutto, furono di

enorme impatto. Pur non avvalorandone i contenuti fino al 1921 – quando con gli articoli di

Philip Graves verrà attesta la falsità dell’opera menzionando i plagi evidenti con il libello di

Maurice Joly “Dialogue aux enfers entre Machiavel et Montesquieu”- la testata inglese rimarcherà una

sorta di plausibilità degli argomenti dei Protocolli redendo ancora più complesso il lavoro di

ricerca della verità da parte dei detrattori. Riassunto il contenuto del testo: al lettore sono

proposte delle conferenze tenute nel 1901 a degli studenti ebrei nella città di Parigi. Si arriva così

al terzo contributo, quello di Sergyei Nilus in persona. Il registro utilizzato da Nilus è decisamente

40
Ivi, p. 6.
41
Ivi, p. 7.
42
Ivi, p. 10.
diverso e con perizia si delinea al lettore uno scenario prima gotico e poi apocalittico. La presenza

di un manoscritto apocrifo, passato di mano da un amico ora defunto dello stesso Nilus e rubato

in precedenza da una donna ad uno dei più alti rappresentati della Massoneria in Francia è

vincente. Vengono sì posti i diversi problemi del testo: dall’assenza di autore, all’assenza di prove

di questi incontri segreti tenuti dagli antichi saggi, ma il vero obiettivo è unicamente diffondere il

falso concetto di verosimiglianza del testo rispetto le contingenze storiche. Segue poi il corpo

centrale dell’opera con queste 24 relazioni-protocolli al quale fa seguito un epilogo dello stesso

Nilus dai toni cupi. Preoccupato per l’eventuale sordità del mondo rispetto il piano di conquista

dell’internazionale ebraica, il mistico russo auspica ascolto e lungimiranza politica per salvare il

destino d’Europa dall’Anti-Cristo. Proprio per il fatto che questi protocolli furono accolti e

diffusi, di lì a pochi anni avrà inizio la vera Apocalisse d’Europa con la barbarie prima delle

segregazioni e poi delle persecuzioni fisiche degli ebrei in tutto il continente. Si arriva infine alle

Appendici. Si osservano subito delle differenze rispetto le edizioni successive sia nella forma che

nel contenuto. “Ancora un documento del programma giudaico”, primo appendice nell’edizione del 21

riproposto nella medesima posizione nell’edizione del 1937 e in quella del 1938, ripropone quello

che parte della storiografia identifica quale “il discorso del rabbino”. Il documento viene ripreso

dall’opera di un certo Sir John Recliffe. Nell’edizione del 1921 non si spiega nulla di questo

autore, se non che pagò con vita la pubblicazione di questo documento. Ancora una volta viene

offerto ai lettori uno scenario inquietante: siamo nel cimitero ebraico di Praga e sulla tomba del

gran rabbino Simeon-Ben-Ihuda si sono radunati i più importanti rabbini con l’intenzione di

ordire un piano di conquista mondiale.43 I sistemi descritti dai rabbini per ottenere il dominio sui

gentili vanno dal controllo dei mezzi di informazione, stampa in primis, fino alla corruzione dei

non-ebrei mediante la bellezza delle donne ebree.

Se da una parte Nilus e dall’altra i curatori dell’edizione inglese non erano in grado di fornire con

sicurezza dei dati e delle argomentazioni tangibili a testimonianza di questo dominio ebraico, ecco

43
Ivi, p. 129.
che l’edizione italiana presenta una rassegna di articoli de “La Vita Italiana” di modo da

confermare quanto detto dai Protocolli.44 Nonostante la presa di posizione di per sé esaustiva,

viene poco dopo affermato come: «La Vita Italiana non è e non vuole essere antisemita.

L’antisemitismo ripugna alla nostra coscienza italianamente liberale. In nessun paese infatti gli

ebrei si trovano tanto al oro agio come in Italia».45

Preziosi, curatore dell’edizione non solo del 1921 ma di quasi tutto il percorso editoriale dei

Protocolli, sembra essere consapevole della non adattabilità del discorso antisemita alla nazione,

almeno in questo preciso momento storico. Il silenzio dei Protocolli fino alla seconda edizione

del 1937, ben sedici anni dopo, conferma tale ipotesi. Era ancora troppo presto per inculcare

nella nazione tesi cospirazioniste e razziste. Il fascismo era ancora in fase di gestazione e doveva

ancora prendere coscienza del drammatico ruolo che di lì a qualche mese cambierà

completamente le sorti della nazione. Preziosi non mancherà di ribadire più volte il proprio ruolo

nella storia dell’antisemitismo e delle problematica razziale in Italia. Pur non comprese, le basi del

futuro percorso antisemita italiano trovano in queste appendici spazio e possibilità di diffusione.

Drammatiche le affermazioni di Preziosi il quale annuncia: «agli ebrei noi non negheremo mai il

diritto di libertà politica fino a quando non diventino strumento di dissoluzione italiana a servizio

di interesse politici ed economici stranieri e antinazionali».46 Anticipando notevolmente le

affermazioni di Mussolini del Settembre del 1938.

In Italia al momento della prima edizione dei Protocolli non esiste una questione ebraica, e di

fatto anche negli anni Trenta l’osmosi sociale e culturale era in buono stato. Con la pubblicazione

di questi documenti tuttavia, si sta ammettendo l’esistenza di una cospirazione mondiale e quindi

coinvolgente anche la nazione italiana. Di fronte ad essa se da un lato si è “lontani dal giustificare

44
La rivista fondata da Giovanni Preziosi fu uno degli strumenti maggiori per la diffusione della campagna razzista e
antisemita nel paese e tra le prime a presentare il cosiddetto “problema ebraico”.
45
Ivi, p. 152.
46
Ibidem
la caccia all’ebreo”, dall’altra si stava mettendo in guardia il mondo gentile con scenari

preoccupanti.47

Di rilevo l’ultima appendice “E in Italia?” la quale rimarca l’enorme differenza tra alcune realtà

come quelle russa o dell’Ungheria, in mano a questa organizzazione segreta, e il panorama italico

dove gli ebrei stanno lentamente prendendo possesso di tutti i principali centri nervosi della

nazione.48 La prima edizione dei Protocolli si chiude con un invito ai lettori e cittadini italiani a

non chiudere gli occhi di fronte ad una possibile minaccia, preghiera alla quale fa da eco il monito

dantesco di non farsi deridere dai giudei. La tipografia editrice è «Italia». Dal punto di vista

editoriale e dell’interesse tipografico, vedremo con le edizioni degli anni Trenta e soprattutto con

quelle degli anni Quaranta della Repubblica Sociale, il coinvolgimento dei più importanti editori

nazionali impegnati nella diffusione del testo.49

Prima di analizzare le altre edizioni dei protocolli, rilevante osservare il ruolo e il momento

biografico-storico della figura di Preziosi, decisivo per il cammino dell’opera antisemita in Italia.

Nel 1921 Preziosi era già passato dal nazionalismo al fascismo. Ciò nonostante, sia l’antisemita

campano che Maffeo Panteloni (la cui amicizia e collaborazione furono particolarmente floride

anche a livello editoriale) non furono leggeri nel mettere in luce gaffes ed atteggiamenti di

Mussolini per loro gravi.50 Solo il movimento fascista poteva segnare il nuovo percorso politico

della nazione. Mediante le pagine de “La Vita Italiana” si voleva valorizzare l’impronta liberista-

conservatrice.51 Il ruolo di Preziosi in questo momento appare come quello di “dare al fascismo

una salda coscienza liberista e da un altro lato fargli il vuoto sulla sinistra in modo da sventare il

47
Cfr ibidem
48
Cfr, p. 187.
49
L’edizione del 1944 presa in esame vedrà il coinvolgimento della casa editrice Mondadori.
50
RENZO DE FELICE nel suo saggio su Giovanni Preziosi contenuto nella raccolta Intellettuali di fronte al fascismo le
riassume menzionando in primis l’atteggiamento tendenzialmente repubblicano con delle boccacce alla borghesia che
fecero perdere reputazione e serietà allo stesso Mussolini. Come seconda gaffe viene sottolineato il ricorso alla
violenza contro negozianti, commercianti e produttori, di stampo quasi bolscevico. La terza era stata la vicinanza a
personalità quali Turati, Modigliani e Treves definiti “sornioni bolscevichi”.
51
Ivi, p. 145
pericolo di contatti impuri”.52 Forte in questo momento la critica dello stesso Preziosi al

corporativismo, evidente anche nell’esperienza fascista. L’odio espresso se da un lato aveva come

risultato quello di attaccare le organizzazioni operaie e contadine di sinistra, dall’altro lato aveva

come scopo quello di dividere il fascismo da quella logica corporativista che rischiava di

corrompere il percorso del partito fascista.53 Il Preziosi degli anni venti quindi è sì un convinto

sostenitore del fascismo ma allo stesso tempo si prodiga ad una sua critica forte. “In breve egli si

affermò come una delle maggiori competenze economiche del movimento al quale aveva aderito,

mentre il raggio della sua azione andava dilatandosi a vita d’occhio”.54 Da qui inizierà un periodo

di allontanamento dalla grande politica del fascismo55. Sempre nel 1923 si colloca uno dei

momenti più difficili per la carriera di Preziosi, il così detto scandalo delle Paludi Pontine.

Protagonisti di questo scandalo da un lato la Società Bonifiche Pontine e dall’altra la figura di

Preziosi. Lo scandalo va visto altresì sotto il profilo dell’opposizione dei proprietari terrieri

pontini i quali si opponevano al progetto di bonifica.56 Nel fascicolo del 15 Marzo del 1923 dal

titolo “L’impaludamento delle Paludi Pontine”, Preziosi «accusava la Società di volgari trucchi diretti a

sorprendere la buona fede di uomini politici e del Banco di Roma a proposito del buon

funzionamento della società stessa».57 La risposta non si fece attendere con la Società Bonifiche

Pontine che querelò Preziosi il quale fu condannato a un anno di carcere e al pagamento di una

multa di tremila lire.58 L’antisemita campano decise di ricorrere in appello aprendo una nuova

stagione di polemiche. A smorzare i toni dello scontro fu lo stesso Mussolini nell’estate del 1923.

Nel settembre dello stesso anno Preziosi assunse la direzione de “Il Mezzogiorno” di Napoli

tenuta sino al 1929.59 Nonostante questa rivincita personale la diatriba tra la Società di bonifica e

52
Ibidem
53
Cfr, Ivi, p. 146.
54
Ivi, p. 147.
55
Ibidem
56
Cfr, RENZO, DE FELICE, Giovanni Preziosi e le origini del fascism1917-1931) in Intellettuali di fronte al fascismo, Roma,
Bonacci, 1985, pp. 159-160.
57
Ivi, p. 160.
58
Cfr, p. 162.
59
Ivi, p. 152.
Preziosi doveva ancora concludersi e nel febbraio dell’anno successivo: «la causa in appello fu

rapidissima […] con una dichiarazione di estinzione dell’azione generale per amnistia». 60

2 – II La seconda edizione – I Protocolli dei Savi Anziani di Sion del 1937

Analizzando l’edizione del trentasette si deve tenere a mente il contesto editoriale dell’epoca.

Nello stesso anno infatti si ebbe non solo una forte intensificazione della campagna di stampa

antisemita condotta da Interlandi presso “Quadrivio” e “Il Tevere”, bensì abbiamo la comparsa

del testo Gli ebre in Italia di Paolo Orano. Il momento era perfetto per sferrare nuovi e violenti

attacchi alla comunità ebraica. Non a caso si osserva un nuovo assetto dell’edizione con apparati

introduttivi e di appendice molto complessi. L’opera dei Protocolli, nonostante un analfabetismo

diffuso e una ricchezza concentrata in poche classi, era riuscita a circolare, tant’è che in copertina

si parla di “16°e 25° migliaio” di copie. Ancora una volta il testo appare su “La Vita Italiana”, la

rassegna mensile di politica fondata da Preziosi. Lo stabilimento tipografico segnalato è la Soc.

Editoriale «Cremona Nuova». Novità importante della seconda edizione dei protocolli:

l’introduzione affidata a Julius Evola. Il filosofo romano rimarca alcuni concetti chiave nella

diatriba storiografica e filologica legato al testo dei Protocolli. A seguito dello scontro tra

veridicità e autenticità Evola afferma: «il valore del documento resta intatto e il problema, dal

piano frivolo della originalità letteraria si sposta a quello del contenuto essenziale e della relazione

fra tale contenuto e il programma d’azione delle forze segrete del sovvertimento mondiale». 61

Offerta una sinossi dell’opera la quale contiene:

«il piano di una guerra occulta avente per obiettivo, anzitutto, la distruzione completa di tutto ciò che nei
popoli non ebraici è tradizione, casta, aristocrazia, gerarchia, come pure di ogni valore etico, religioso,

60
Ivi, p. 164.
61
L’internazionale Ebraica, I protocolli dei Savi Anziani di Sion, Roma, La Vita Italiana, 1937 (terza edizione), p. X.
supermateriale. A tale scopo un’organizzazione internazionale occulta, presieduta da capi reali aventi chiara
coscienza dei loro fini e dei mezzi adatti per realizzarli, avrebbe da tempo sviluppato, e continuerebbe a
sviluppare, un’azione unitaria invisibile».62

Ritenuta non importante, la questione della veridicità lascia spazio ad un ambito maggiormente

sentito da Evola – e da parte dell’antisemitismo italiano – inerente al modo di considerare la

Storia e il destino dei popoli. Il testo sembra offrire agli antisemiti una sorta di ipotesi di lavoro,

un modo di riconsiderare la Storia non solo nella sua e per la sua materialità, bensì nella sua

organizzazione spirituale. Obiettivo di Evola e dei Protocolli è infatti quello di voler «far nascere

il sospetto […] che la storia ha una terza dimensione, che una intelligenza può celarsi dietro gli

avvenimenti».63 Il razzismo fuoriesce definitivamente nel momento in cui lo stesso Evola afferma:

«perfino nell’ipotesi che i Protocolli fossero stati inventati, non per questo cesserebbero di valere

come uno specchio fedele dell’essenza e della volontà ebraica».64 L’intera impostazione evoliana

può essere ricondotta ad un modo precostituito di concepire il popolo ebraico e di voler trovare

nei Protocolli una giustificazione alla propria ideologia. Viene rimarcato il peso storico e razziale

della Legge, della Torah della Mishna le quali hanno per prime rimarcato la differenza abissale tra

ebrei e gentili. Si vedrà in alcune delle edizioni successive l’insistere su questo razzismo ebraico

citando numerosi passi a sostegno di tale tesi. Se le sacre scritture, fondamentali per il popolo

ebraico, spingono all’odio per i non ebrei, si rimarca non solo le necessità di una risposta del

popolo gentile, ma allo stesso tempo si forniscono basi per cui il dominio ebraico trova

fondamento nel loro credo. Obiettivo degli ebrei sarebbe dunque il controllo e la distruzione del

mondo gentile:

«Avvilire, far oscillare ogni punto fermo rendere problematica ogni certezza, sensualizzare, mettere
tendenziosamente in risalto ciò che vi è di inferiore nell’uomo, spargere una specie di timor panico, tale da

62
Ivi, pp. X-XI.
63
Ivi, p. XIII.
64
Ivi, p. XVI.
propiziare l’abbandono a forze oscure e così spianar le vie ad un’azione occulta sul tipo di quella indicata dai
Protocolli, questo è il vero senso dell’Ebraismo culturale». 65

I gentili hanno per Evola come unica missione quella di costruire una sorta di contro-

Internazionale, di modo da opporsi ad una certa concezione del mondo e della Storia, di modo da

formare un blocco ferrato, infrangibile e irresistibile. Di lì a qualche mese il regime iniziò la

drammatica costruzione di questo blocco, mediante informazioni diplomatiche, regi decreti-legge

e via dicendo si darà ufficialmente inizio al cammino antisemita italiano.

Preziosi interviene con una piccola postilla al lettore nella quale si dichiara rammaricato per il

boicottaggio dell’opera (non era ristampato dal 1923) ma d’altro canto si consola vedendo molte

famiglie cristiane custodi gelose del libello. Lo scontro tra religioni sarà uno dei motivi

maggiormente influenti nel corpus di Appendici dell’edizione del 1944 che vedremo più avanti.

Riportate le due prefazioni, quella dell’edizione italiana del Febbraio 1921 e quella londinese del 2

Dicembre 1919 la quale offriva ai lettori due risposte inerenti alla prima edizione del testo russo,

il dove e quando era stato stampato. La successiva introduzione del Prof. Nilus in persona

metteva al corrente il lettore di altre due informazioni: come era venuto a conoscenza di tali

protocolli, ossia grazie ad un amico defunto, e al perché della diffusione di un testo siffatto, il

mettere in guardia i gentili dalla cospirazione ebraica. Il come Nilus fosse entrato in contatto con

il testo dei Protocolli può essere d’aiuto per capire parte della fortuna dell’opera. Non solo si assiste

ad un passaggio di consegne (materiali e quasi spirituali) tra il mistico russo e l’amico defunto, ma

lo stesso materiale era stato in precedenza rubato da una donna (quasi una sorta di misterica femme

fatale) che era riuscita a rubare gli appunti di alcune conferenze ad un capo massone della loggia di

Parigi. I lettori non potevano chiedere di meglio. Con la vigliaccheria che contrassegnerà l’intero

corso dell’antisemitismo novecentesco Nilus afferma: «Confidiamo che i gentili non nutriranno

sentimenti di odio verso la massa credenzona degli israeliti, inconsapevole del peccato satanico

65
Ivi, p. XX.
dei suoi capi».66 Se nel 1905 erano ancora impensabile la concezione di una “soluzione finale” al

problema ebraico, o della barbarie dei campi di sterminio, in questo momento Nilus stava

offrendo all’Occidente quello che di fatto è da considerarsi uno dei testi centrali dell’odio

antiebraico contemporaneo. L’epilogo offre la possibilità di spiegare chi siano questi anziani di

Sion, ardenti seguaci delle legge mosaica e degli statuti del Talmud che nell’ombra ordiscono

contro i non ebrei.67 La colpa dei gentili è stata quella di considerare l’ebraismo come religione

anziché quale vera e propria visione del mondo. Una della basi dell’odio antiebraico del XX

secolo considererà i testi sacri della Torah e della Mishna, e l’insieme dei comportamenti ebraici

non solo in virtù di un corpus di precetti religiosi, bensì per la creazione di quell’internazionale che

rischia di imporre il proprio dominio a qualsiasi livello sociale, culturale ed economico.

Nelle appendici ritroviamo ulteriori materiali di importanza decisiva per il successo dei protocolli.

In “Ancora un documento del programma giudaico” ritroviamo il cosiddetto “Discorso del rabbino” con

delle significative differenze rispetto l’edizione del 1921. Se la prima edizione dei Protocolli citava

il defunto Sir John Retcliffe ora viene rivelata la vera identità dello scrittore, pseudonimo

letterario di Goedsche Hermann. Il testo come si è visto in precedenza riporta un discorso-

programma tenuto a Praga dal rabbino Reichhorn sulla tomba del gran rabbino Simeon-Ben

Jhuda. Se come obiettivo si ha la creazione di uno status di terrore e di paura, ecco che la scelta di

presentare il piano di conquista ebraico in un cimitero quale quello ebraico di Praga risulta

tragicamente efficace. Se ad essa si aggiunge una fortissima campagna denigratoria quale quella a

stampa mediante immagini, opuscoli, pamphlet con raffigurazioni cruente, oscure, perturbanti, si

andava a creare un terreno d’odio fertile e tragicamente sfruttabile dal punto di vista

propagandistico. Il perché della riunione di questi rabbini è presto detto: «concentrarsi sui mezzi

di trar vantaggio per la causa nostra, dei grandi sbagli e dei gran falli che non cessano di

66
Ivi, p. 13.
67
Cfr, p. 124.
commettere i nostri nemici, i cristiani. Ogni volta il nuovo sinedrio ha proclamata e predicata la

lotta senza tregua contro di questi nemici».68

I protagonisti dell’incontro notturno, sembrano essere soddisfatti visto il ruolo di primaria

importanza assunto dagli ebrei nella finanza e nel controllo delle Borse di tutta Europa. 69

Interessante notare come tutti gli ambiti per i quali i rabbini sono orgogliosi, dal controllo delle

amministrazioni, al dominio intellettuale fino a giungere allo sfruttamento del matrimonio e del

meticciato per distruggere l’integrità dei cristiani, saranno di pari passo sfruttati dalla campagna

antisemita fascista. Con l’espulsione prima dalle scuole, poi dalla pubblica amministrazione e

infine vietando i matrimoni misti, il regime sembrava rispondere ai rabbini notturni. Vista

l’importanza del problema razziale del meticcio per il razzismo fascista riportiamo un passaggio

chiave del documento di Goedsche: «Noi dobbiamo incoraggiare le unioni matrimoniali fra

Israeliti e cristiani, giacché […] l’introduzione di una certa quantità di sangue impuro nella nostra

razza, eletta da dio, non può corromperla e le nostre figliuole forniranno, con questi maritaggi,

alleanze con le famiglie cristiane che possiedono ascendenza e potere»70 Rispetto la politica

ebraica qui descritta la politica fascista vedrà nell’impedimento legislativo dei matrimoni misti e

nell’accusa al meticciato alcune delle battaglie propagandistiche maggiormente sentite. I rabbini

passano in rassegna altre questioni decisive, dal controllo dei mezzi di stampa, alla solidità e

fratellanza e assistenza fra ebrei, entrambi visti come fattori di potenza importanti rispetto la

precaria condizione d’esistenza gentile.

Subito dopo il testo di Sir John Retcliffe abbiamo diversi articoli apparsi su “La Vita Italiana”

antecedenti alla prima edizione dei protocolli del 1921. Riportiamo un passo significativo del

fascicolo del 15 Agosto del 1920 nel quale Preziosi afferma: «guardino i signori della federazione

sionistica italiana, noi non simo anti-semiti. Noi rendiamo omaggio al patriottismo di molti ebrei

in Italia […] ma è perciò che noi teniamo a veder divisi questi ebrei patriottici da coloro che

68
Ivi, p. 134.
69
Cfr, p. 135.
70
Ivi, p. 138.
dissolvono il nostro e l’altrui paese».71 Mostrando una forte concordanza con quella politica di

separazione proclamata da Mussolini nel discorso a Trieste nel Settembre del 1938.

L’intervento successivo del Febbraio del 1920 – pur lontano rispetto l’anno dell’edizione in esame

– ha un valore non indifferente laddove la reazione maggiormente presente in Italia a seguito

della messa in atto delle leggi razziali molti anni dopo sarà quella di sbigottimento. Preziosi

sottolinea come: «L’antisemitismo è un gioco ebraico. Comunque in Italia non esiste. In nessun

paese infatti gli ebrei si trovano a loro agio come in Italia» e ancora «non negheremo mai il diritto

alla libertà politica fino a quando non diventino strumento di dissoluzione italiana a servizio di

interessi politici ed economici stranieri e internazionali».72 Se nel 1920 questi documenti potevano

avere discreta valenza, nel 1937 acquistavano un peso ben maggiore. Il regime fascista si era

imposto sulla scena politica ormai da più di un decennio e la problematica dell’antisemitismo,

percepita ancora da poche personalità tra le quali lo stesso Preziosi, cominciava a farsi strada. Pur

mancando in Italia una questione ebraica effettiva ormai i germi dell’antisemitismo erano stati

gettati e i contribuiti degli anni Venti della testata di Preziosi assumevano valore e peso maggiori.

Di differente natura il contributo “Sulla soglia del dominio del mondo” trovato, almeno così viene

detto ai lettori, nel portafogli di un ufficiale ebreo di nome Zunder, ferito e poi deceduto a

seguito di uno scontro. Il fatto che dietro questi documenti ci sia sempre del sangue e della

violenza non può essere causale. Padroni delle banche, delle finanze e dell’oro dei governanti, gli

ebrei sono ormai giunti al controllo e dominio del mondo gentile.73

Nel 1937 il testo di Paolo Orano aveva segnato una nuova fase nella storia dell’antisemitismo in

Italia. Il testo rimarcava due problemi sentiti dal pubblico razzista: da un lato l’impossibilità da

parte ebraica – anche a seguito di conversioni al cristianesimo – di non far più parte del popolo

ebraico. Dall’altro lato molto sentita era anche la questione sionista ossia il problema inerente alla

fondazione dello stato di Israele. Rispetto una presunta unione e sodalizio forti degli ebrei

71
Ivi, pp. 148-149.
72
Cfr p. 154.
73
Cfr, p. 167.
rispetto la drammatica divisione della controparte gentile, gli ebrei vengono suddivisi e classificati

in diverse categorie. Il documento in questione, datato 15 Gennaio 1921 dal titolo “Il sionismo e la

questione ebraica”, risulta schematico e chiaro nell’articolazione del popolo ebraico. Gli ebrei di

fatto auspicano da un lato la cittadinanza effettiva nei diversi stati in cui si trovano ma vogliono

altresì che quegli stessi stati riconoscano i privilegi nazionali di Israele.74 Riconoscere l’estraneità

degli ebrei dal popolo italiano sarà molto più facile da parte del regime una volta appurata questa

doppiezza. Dopo aver brevemente delineato la situazione drammatica della Russia viene

affrontata quella italiana. Come nell’edizione del 1921 ritroviamo sia il contributo “Chi governa la

Russia?” del Gennaio del 1921 sia quello del Febbraio dello stesso anno “E in Italia?” Se il libello

dei Protocolli aveva come scopo quello di mettere in guardia i gentili presentando i progetti

internazionali di questi Savi di Sion ci si deve preoccupare precipuamente del nostro paese.

Preziosi denuncia una situazione drammatica per il caso italiano laddove gli ebrei son riusciti

mediante il controllo della stampa, del teatro, della borsa, delle scienze e delle arti ad indebolire le

coscienze pubbliche.75 Rispetto obiettivi molteplici le forze maggiori in mano ebraica sono quelle

del controllo bancario, dell’asservimento delle industrie e del commercio e infine lo sfruttamento

sistematico della stampa. Dagli anni Venti Preziosi torna alla situazione attuale con l’ultimo

intervento d’appendice “Dieci punti fondamentali del problema ebraico” datato 15 Agosto 1937. Dopo

aver sottolineato con forza l’impossibilità dell’ebreo di mutare la propria condizione, Preziosi

arriva alla conclusione che un vero antisemitismo deve aver come obiettivo quello di impugnare

un’idea di Impero e alla volontà di conquista di Israele deve ora opporre un’altra volontà di

uguale dignità e universalità, e quest’idea deve essere Roma.76 Rispetto essa tre sono i nemici

evidenti per il futuro del paese: gli agenti dell’internazionale ebraica, i massoni dormienti o svegli

e infine coloro i quali non hanno in regola le loro carte morali e politiche, i nemici del partito.

L’edizione era esclusiva di Baldini & Castoldi di Milano e il prezzo era di dieci lire.

74
Cfr, p. 178.
75
Cfr, p. 187.
76
Cfr, p. 193.
2 – III La terza edizione – I Protocolli dei Savi Anziani di Sion del 1938

L’edizione presenza differenze significative rispetto le versioni precedenti. Scompare il nome di

Sergyei Nilus si dà maggiore spazio al titolo dell’opera graficamente dominante rispetto gli altri

elementi della copertina. Ancora una volta i Protocolli appaiono su “La Vita Italiana” decisiva nel

cammino italiano nella diffusione del testo antisemita. Il costo del libro è di dodici lire (superiore

come prezzo alla precedente a testimonianza di una discreta fortuna editoriale) e l’esclusività della

vendita porta il nome dell’Editore Baldini & Castoldi. Ritroviamo indicazioni inerenti allo studio

tipografico di Cremona «Cremona Nuova». La medesima tipografia è responsabile dell’edizione

precedente del 1937. L’edizione riveste un peso storico importante, il 1938 segna di fatto l’anno

in cui il regime inizia il proprio cammino antisemita e dichiaratamente razzista. Ritroviamo anche

in questa edizione i versi di Dante i quali occupano l’intera pagina a seguito dell’ introduzione di

Evola.

Nel corpus introduttivo si osserva la presenza ancora una volta rispettivamente: della Prefazione

alla traduzione italiana (la precedente introduzione senza titolo e anonima); della Prefazione alla

versione inglese e dell’introduzione di Nilus. Ma prima di essi ritroviamo, come nell’edizione del

1937 la decisiva introduzione di Julius Evola menzionata in precedenza. Una breve dedica al

lettore è l’occasione per Preziosi per rimarcare il peso e valore dell’opera contro quelle forze

occulte che stanno agendo contro il mondo gentile. Si accenna all’importante novità di questa

edizione: la presenza dell’elenco dei cognomi degli ebrei Italia. Preludio al censimento vero e

proprio dell’estate successiva l’operazione mette a contatto i lettori italiani con dinamiche e

pratiche di ghettizzazione e di separazione. Nutrito il corpus delle appendici. Sin dal primo testo

“Ancora un documento del programma Giudaico” si osservano piccole ma rilevanti modifiche. Viene

confermato lo pseudonimo di Sir Jonh Retcliffe nella figura di Hermann Goedsche, ma troviamo
indicazioni precise del testo, stampato nel 1868 e ristampato nel 1924, in cui poter ritrovare il

suddetto programma. Come nel caso dei Protocolli anche per il romanzo Biarritz si riconosce una

forte campagna denigratoria. Viene così risolta la questione: «una polemica svoltasi in proposito

ha esaurientemente dimostrato che il Goedsche non ha inventato, ma adattato il contenuto del

discorso effettivamente tenuto a Praga dal rabbino Reichhorn».77

Il 1938 segnerà il momento di svolta definitiva per l’impostazione della politica persecutoria

fascista. Dovendo ricostruire una sorta di passato razzista della nazione, di modo da far vedere

come una questione ebraica anche se riconosciuta da pochi c’era sempre stata, ecco presentati gli

articoli apparsi su “La Vita Italiana” come nelle precedenti edizioni dei Protocolli. Da sottolineare

la presenza di poche frasi di introduzione le quali si soffermano non solo sulla tematica da essi

affrontata ma anche del quando. Siamo quasi a due decenni prima dell’Informazione diplomatica

n. 14 del Febbraio del 1938. Nelle pagine seguenti ritroviamo diversi documenti già presenti nelle

edizioni precedenti, sino ad arrivare al documento forse maggiormente significativo dell’edizione:

“Gli ebrei in Italia (Elenco per cognomi di 9.800 famiglie di Ebrei)”. Il documento in questione risale al

15 Aprile del 1930 e ancora una volta apparve sulle pagine de “La Vita Italiana”. Subito rimarcata

l’assenza di un vero e proprio elenco dei cognomi di famiglie ebraiche in Italia. Se già tale assenza

viene vista come non opportuna, si ha un vero senso di disagio rispetto altre nazioni quali

Inghilterra, Germania, Ungheria e Cecoslovacchia, le quali hanno da tempo provveduto a tale

spoglio. Preziosi afferma: «Crediamo perciò di fare cosa utile per tutti riprodurre l’elenco che

comprende circa 1650 cognomi corrispondenti a 9800 famiglie, ossia in media un cognome per

ogni sei famiglie».78 Da queste poche affermazioni si può scorgere una somiglianza con quel il

criterio di proporzionalità fondamentale nella prima parte della campagna antisemita di Mussolini.

Nelle pagine de “La Difesa della razza” il rapporto da non superare verrà indentificato dal regime

in un ebreo su mille italiani. L’elenco dei cognomi degli ebrei rimarca la presenza di alcune città

fondamentali per la questione ebraica quali Livorno, Trieste, Milano e Napoli. Vengono inseriti

77
Ivi, p. 133.
78
Ivi, p. 209.
anche cognomi cattolici, dovuti a matrimonio misto con ragazza ebrea. Prosegue la dialettica del

meticcio e dell’unione sgradita al regime. Pur considerando le zone maggiormente sensibili alla

presenza ebraica, e pur tenendo conto dei matrimoni misti e delle professioni, Preziosi rimarca

l’incompletezza di tale elenco. L’antisemita campano è orgoglioso della propria battaglia e della

storia della rivista “La Vita Italiana”, onnipresente nei contributi d’appendice delle diverse

edizioni dei Protocolli.

Il valore della testata romana è fondamentale laddove, ancora prima dell’esperienza

nazionalsocialista in Germania e di quella fascista in Italia, si era messa nella sua vera luce la

questione ebraica.79 Il peso storico della rivista è decisivo dal momento in cui per prima aveva

presentato ai lettori il libello dei Protocolli. Preziosi sente l’esigenza di presentare ai nuovi lettori la

sua storia, poiché le due vicende, quella del testo antisemita e quella dello scrittore campano sono

legate indissolubilmente l’una all’altra. Entrambi vittoriosi, i Protocolli e Preziosi condizionarono

enormemente il modo di affrontare la questione ebraica in Italia. Rispetto all’allontanamento di

qualche anno prima dalla redazione de “Il Mezzogiorno”, Preziosi non è stanco di lottare.

Rivendica un legame forte tra la testata e la sua stessa vita, quasi a fondersi simbioticamente col

suo prodotto editoriale. È evidente l’orgoglio dell’antisemita, il quale non si stanca nel

sottolineare l’integrità e la coerenza del suo pensiero, da ben venticinque anni, fermo e saldo nei

suoi principi. Il documento risulta significativo in quanto viene offerto al lettore italiano una

panoramica storica della rivista e del suo ruolo nella pubblica opinione e alla tendenze della vita

collettiva.80 Nei riguardi della politica del regime Preziosi ricorda come: «allorché Benito

Mussolini fondò i fasci di combattimento iniziando la nuova era italica, questa rivista ne raccolse

il verbo, ne volgarizzò i propositi e lo seguì».81

Il direttore de “La Vita Italia” però ricorda anche i momenti difficili della sua carriera in primis la

questione delle Bonifiche Pontine descritta in precedenza. L’intervento si conclude con la

79
Cfr, p. 216.
80
Cfr, p. 221.
81
Ivi, p. 225.
promessa di fedeltà al regime e all’uomo che lo aveva creato e retto.82 L’edizione del 1938

differisce da quelle precedenti anche per una diversa impostazione dell’indice il quale riporta,

riassumendoli, i principali argomenti trattati nei diversi capitoli. L’edizione si presenta

maggiormente comprensibile e fruibile a seconda dell’utilizzo prefissato. Il libello assumeva così

forme diverse, divenendo dì lì a pochi mesi, una delle armi maggiori in mano antisemita.

2 – IV L’Edizione del 1944, i Protocolli dei Savi di Sion e la Repubblica Sociale

Arriviamo all’ultima delle edizioni scelte per l’indagine comparatistica. Una delle novità

maggiormente rilevanti vede il coinvolgimento di uno dei maggiori protagonisti del mondo

dell’editoria italiana, Mondadori. Nel Novembre del 1944 la casa editrice milanese presenta la sua

prima edizione dei Protocolli. Rilevanti due omissioni in copertina, la prima, avvenuta già con le

edizioni degli anni Trenta, quella di Sergyei Nilus e la seconda inerente a quella Internazionale

ebraica dominante le edizioni precedenti e qui assente.

Come per l’edizione del 1938 subito dopo le indicazioni tipografiche notiamo la presenza del

distico dantesco. La prima introduzione al testo, oltre alle indicazioni sul luogo della prima

apparizione del libello in Russia, riporta ora un tentativo maldestro da parte degli ebrei di

nascondere la copia del British Museum scambiando due numeri della collocazione di modo da

renderlo inaccessibile ai lettori. Il tutto agli ebrei «Non bastò: dopo aver cercato di negare

l’autenticità cavarono poi fuori i plagi dei «Protocolli» da un vecchio libro francese (1865) di Joly;

per dimostrare che non furono scritti da un ebreo ecc. ecc».83 Non si ha più quindi l’elenco di

alcune delle edizioni europee diffuse, non si ha nemmeno quella sorta di indice segnalante i

contenuti. Si ha la sola messa in guardia delle mistificazioni condotte per mano giudaica. Se

82
L’Internazionale Ebraica, I protocolli dei Savi Anziani di Sion, Roma, La Vita Italiana, 1938 (terza edizione), p. 237.
83
I Protocolli dei Savi Anziani di Sion, Milano, Mondadori, 1944 (settima edizione), p. 10.
l’edizione del 1938, storicamente decisiva per il contesto all’interno del quale andava ad inserirsi,

si chiudeva con Preziosi orgoglioso del proprio operato, lo stesso presenta ora a inizio di questa

nuova edizione le tappe decisive del proprio percorso editoriale con “La Vita Italiana”. È ancora

una volta il contesto storico a conferire sfaccettature diverse all’opera. Preziosi afferma come «il

fascismo, che pur appariva saldissimo, sia stato abbattuto pressoché istantaneamente, lasciando

l’Italia in un abisso morale, politico e militare, per uscire dal quale la via è la più ardua che un

popolo civile abbia dovuto percorrere nella sua storia».84 Si riflette della condizione storica del

paese mediante le pagine de “La Civiltà Cattolica” la quale già a fine Ottocento metteva in guardia

i suoi lettori del dominio ebraico a livello di pubbliche amministrazioni, scuole, settori quali il

giornalismo e via dicendo. Non a caso gli interventi delle leggi razziali del Settembre e del

Novembre del 1938 avevano colpito esattamente tali ambiti lavorativi. La nuova edizione dei

Protocolli pone questioni differenti rispetto le edizioni precedenti. C’è una forte attenzione alla

storia della nazione, con un occhio di riguardo per la stagione risorgimentale vista unicamente in

chiava cospirativa. Grazie ai moti risorgimentali glie ebrei erano riusciti ad uscire dalle mura dei

ghetti e a diffondersi in tutti i settori principali della vita italiana prendendo le redini dei maggiori

centri direzionali del paese. Significativa la risposta di Preziosi ai detrattori della causa antisemita

riguardo il numeri limitato degli ebrei in Italia. Se rispetto altre nazioni il problema ebraico era

legato alla quantità il panorama italiano doveva affrontare quello ben più grave della qualità e dei

ruolo che gli stessi ebrei avevano ricoperto a livello amministrativo e dell’istruzione. Da qui la

volontà del regime di eliminare i massoni da tutte le amministrazioni, dai ruoli sensibili della

società e della cultura italiana.85 La tragicità del momento storico della repubblica sociale la si può

scorgere da poche ma aberranti parole di Preziosi il quale, riconoscendo il fallimento del

programma razzista fino a quel momento condotto in Italia dichiara: «oggi l’Italia è in condizioni

di dover cominciare da capo e deve fare proprio l’insegnamento dettato da Hilter nel «Mein

84
Ivi, p. 18.
85
Cfr, p. 32.
Kampf»: primo compito non è quello di creare una costituzione nazionale dello Stato, ma quello

di eliminare gli ebrei».86

Non si scorgono differenze né per l’introduzione né per l’epilogo affidato ancora una volta alla

figura di Nilus. Molto corposa la sezione delle appendici. Contrariamente alle edizioni del 1921

del 37 e del 38, viene presentato ai lettori un altro documento riguardante il complotto giudaico.

Rispetto le edizioni precedenti viene ora inserita una parte introduttiva dal titolo “Sopra l’influenza

degli ebrei in tutte le sette massoniche, liberali, ed anticlericali, cioè anti-cristiane. Si conferma come la razza ebrea

sia la naturale sede dell’alta massoneria.” Ai lettori si presenta una lettera, di un certo Giovanni Battista

Simonini, il quale dopo aver letto la storia della Massoneria di un certo Barruel invia allo stesso

autore delle note riguardanti la più terribile parte di essa, la massoneria giudaica. Il documento,

menzionato dalla rivista “La civiltà cattolica” nel 1882, risalirebbe al 1806 esattamente un secolo

prima dell’apparizione in Russia dei Protocolli. Lo stesso Simonini affermava come le sette

massoniche «sono i nemici implacabili non soltanto della religione cristiana ma di tutti i culti». 87

Errore del Barruel è stato quello di non parlare della setta giudaica, identificata quale la più forte e

importante dell’Europa del XIX secolo. Lo stesso Simonini si prodiga poi nello spiegare il come è

entrato in contatto con la realtà giudaica e quali fossero gli obiettivi principali dei massoni ebrei

tra i quali il rendere i cristiani, o meglio l’intero mondo gentile, come schiavi.88 Subito dopo viene

posto come conferma di queste supposizioni antisemite le pagine del Biarritz di Goedsche. Si ha

poi il susseguirsi dei diversi interventi delle edizioni precedenti, dai contributi sull’internazionale

ebraica, alla constatazione del dominio ebraico in Russia, arrivando all’ “autenticità dei Protocolli

provata dalla tradizione ebraica” con il quale viene rimarcato ancora una volta quel razzismo anti-

gentile fondamentale nella retorica razzista antisemita. Preziosi rimarca il valore dei Protocolli da

ricercare mediante una duplice via. Da un lato osservare la storia come «specchio fedele nei piani

prestabiliti dai Protocolli» e dall’altra il fatto che «chi si mettesse dal punto di vista della pura

86
Ivi, p. 47.
87
Ivi, p. 170.
88
Cfr, pp. 172-173.
tradizione ebraica e volesse formulare un piano di azione ad essa corrispondente si troverebbe

costretto più o meno a riscrivere i Protocolli».89

Per il primo punto lo stesso Preziosi rimanda alle altre appendici dove, con nomi e cognomi,

vengono indicate personalità della finanza, della politica, del giornalismo, che lentamente hanno

condotto l’Europa nelle mani degli ebrei. Per la seconda questione vengono citati dei passi

dell’insegnamento mosaico, aventi come unico scopo la messa in luce del pericolo ebraico.

Secondo la Torah: «gli ebrei sono dunque tenuti a sentirsi come l’unico popolo eletto, che dovrà

divorare, estirpare, e dominare tutte le altre nazioni».90 Anticipando eventuali critiche legate al

fatto di menzionare fonti e testi di carattere religioso Preziosi ribadisce come: «l’antico

testamento vale all’ebraismo non come una cronica, ma come una sacra scrittura. Una sacra

scrittura ha, per i suoi credenti, un valore perenne e universale, i suoi precetti valgono

indipendentemente dalle particolare contingenza in cui storicamente appaiono».91

Non vale nemmeno l’obiezione secondo cui questi principi sarebbero legati ad un tempo lontano

e preciso, il comportamento degli ebrei nel corso dei secoli non ha fatto che confermare tali

atteggiamenti e concetti.92 Preziosi ancora negli anni Quaranta continua la propria battaglia

antisemita. Se già negli anni Venti e Trenta la sua figura abbraccia alcuni dei momenti decisivi

della storia d’Italia ecco che durante la stagione della repubblica sociale l’antisemita otterrà la

carica di Ispettore generale per la demografia e la razza riuscendo così ad avere in mano la politica

razziale fascista.93 L’ispettorato generale per la razza per la Repubblica Sociale: «aveva funzioni di

accertamento delle “posizioni razziali”, di servizio informazioni sulla massoneria, sulla plutocrazia

e sulle forze politiche occulte; di promozione e studio delle questioni razziali».94

89
Ivi, p. 226.
90
Ivi, p. 228.
91
Ivi, p. 229.
92
Cfr Ibidem
93
DE FELICE, Giovanni Preziosi, cit., p. 128.
94
SULLAM, I carnefici, cit., Milano, Feltrinelli, 2015, p. 20.
L’ascesa politica di Preziosi tocca qui il suo apice anche se di lì a qualche mese il regime fascista e

la repubblica sociale dovettero arrendersi. La storia di Preziosi e dei Protocolli dei Savi di Sion risulta

quale una doppia storia di vittoria e di ascesa importante. Da semplice libello anonimo il testo

antisemita diventerà bagaglio imprescindibile per l’odio antiebraico del Novecento in Europa e in

tutto il mondo sino ai giorni d’oggi. Dall’altro lato un redattore di riviste e pubblicista divenne

figura chiave di quell’odio antiebraico prima assente e poi sempre più sentito nella nazione

italiana. Responsabile materiale delle diverse edizioni in Italia dei Protocolli, la figura di Preziosi si

colloca affianco a quella di Interlandi quale quella di vero maestro di propaganda e di odio

razziale. Nel corso della sua storia editoriale italiana il testo dei Protocolli si inserì perfettamente in

un contesto storico pronto ad accogliere le pulsioni antisemite. Dalle battaglie di propaganda

cattolica – da sempre schierate contro il nemico giudaico – alla nuova linea propagandistica del

regime la quale, mediante un’azione a trecentosessanta gradi andava a colpire la minoranza

ebraica. Dopo aver, nel corso dei secoli, preparato un terreno fertile all’odio antisemita ecco che i

Protocolli dei Savi di Sion colpiranno con tutta la loro forza in un paese quale l’Italia che, se dal

punto di vista storico poteva dirsi lontano rispetto tensioni e odi antisemiti, una pubblicista

sempre più feroce nonché episodi di violenza esasperati, mostravano invece un’anima diversa del

paese. Vetrina di queste pulsioni e rilevante ai fini pubblicitari per lo stesso volume dei Protocolli

sarà “La difesa della razza” di Telesio Interlandi analizzata nelle prossime pagine.
Capitolo 3 – Il 1938. Un vortice annichilente

Nel corso della storia italiana del Novecento pochi anni furono decisivi per il cammino storico

politico così come il 1938. Fondamentale nel dibattito sulla razza che da tempo animava non solo

il bel paese ma l’intero continente, il 1938 costituisce forse il momento di non-ritorno per l’Italia

in merito alle questioni razziali. Se l’armistizio – firmato nel Settembre del 1943 – e la coincidente

fondazione della Repubblica Sociale Italia daranno avvio alle deportazioni e violenze totali nei

confronti della minoranza ebraica in Italia, alcune delle più importanti premesse legislative, etiche,

morali e culturali sono da riconoscere nel lasso di tempo dal Febbraio al Novembre del 1938.

Cercheremo di vedere e riconoscere i passaggi fondamentali del cammino legislativo fascista in

un contesto europeo interamente coinvolto in quella che veniva chiamata “questione ebraica”.

Episodi di antisemitismo e di odio contro gli ebrei si erano verificati in Italia in tutta l’epoca

moderna e poi durante l’Ottocento, dalle città di Livorno passando per Mantova e Roma la

nazione non era nuova a risentimenti e violenze nei confronti degli ebrei.95 Da rilevare perciò una

non virginità del paese italiano a questi episodi di odio seppur sporadici. Ciò che contrassegnerà il

regime fascista dall’anno 1938 fino agli ultimi istanti di vita della RSI sarà il carattere ufficiale di

questa antisemitizzazione. Un odio che troverà nella giurisprudenza la propria ancella e il proprio

braccio destro. La condotta politica ufficiale del regime viene annunciata il 16 Febbraio del 1938 e

troverà piena e concreta realizzazione nel Novembre successivo. In soli nove mesi furono poste

le fondamenta di quell’odio razziale che modificherà per sempre la storia del nostro paese e la

coscienza dello stesso nei suoi cittadini. In questi nove mesi il regime elaborò un programma di

odio e di persecuzione singolare rispetto altri stati quali Germania, Austria, Romania e Ungheria,

anch’essi coinvolti in diverse e autonome questioni ebraiche e indipendenti soluzioni governative.

Il quadro legislativo e politico vedeva intrecci e reciproche influenze, ma le singolari legislazioni

rispondono a cronologie e finalità indipendenti l’una dall’altra. Nell’Europa dei regimi reazionari

95
Cfr, SIMON, LEVIS SULLAM, I critici e i nemici dell’emancipazione degli ebrei, in M. FLORES, S. LEVIS SULLAM, M.-A.MATARD
BONUCCI, E. TRAVERSO, Storia della Shoah in Italia. Vicende, memorie, rappresentazioni, Utet, vol. vol. I., pp. 45-47.
sembrava essere normale avere una legislazione antiebraica e persecutoria.96 I germi di quell’odio

e di quella violenza che inasprirono la questione razziale in Italia possono intravedersi in alcune

limitate ma intense produzioni del 1937. Se i primi provvedimenti contro gli ebrei recano l’anno

1938 è altresì plausibile che Mussolini e il suo entourage avesse ipotizzato una campagna

discriminatoria e persecutoria dall’anno precedente. La pubblicazione del menzionato testo di

Paolo Orano Gli ebrei in Italia segna uno spartiacque nel cammino del paese. Rettore

dell’università per stranieri di Perugia e già collaboratore per diversi giornali, le parole di Orano

non furono prese alla leggera. Il testo argomentava una incompatibilità dell’identità ebraica con

quella italiana.97 La tesi di Orano non si limitava a mostrare le differenze ma aveva come obiettivo

la denigrazione della cultura ebraica vista quale corruttrice di giovani menti, inferiore e

incompatibile a quella italiana e latina. L’ebraismo risultava come la principale forza perturbatrice

delle società europee.98 L’incompatibilità razziale sarà una delle basi ideologiche maggiori (ma non

la sola) della campagna antiebraica. Ai soliti e reiterati attacchi contro gli ebrei visti come

“cittadini di due patrie” e contro l’internazionale ebraico-massonico-bolscevica, l’autore

affiancava un inedito attacco contro gli ebrei fascisti, riuscendo di fatto a configurare in Italia una

rinnovata lotta razziale.99 Orano fu determinante nella presentare il vero nemico dell’Italia fascista

in quel sionismo internazionale così drammaticamente trascritto nei Protocolli dei Savi di Sion

(tornati in auge dopo un lungo silenzio editoriale).100 Il libello antisemita nell’anno successivo si

attesterà sulle 35 mila copie vendute, una quota se non clamorosa quanto meno rilevante. Le tesi

di Orano e le demistificazioni dei Protocolli trovarono un ulteriore aiuto nell’alfiere

dell’antisemitismo italiano: Giovanni Preziosi. Anticipatore dell’odio antiebraico, antisemita

convinto e ossessionato dal complotto giudaico, lo scrittore campano aveva come obiettivo

96
MICHELE SARFATTI, Mussolini contro gli ebrei: cronaca dell’elaborazione delle leggi del 1938, Torino, Silvio Zamorani
Editore, 1994, pp. 87/88.
97
ENZO COLLOTTI, Il fascismo e gli ebrei. Le leggi razziali in Italia, Bari, Editori Laterza, 2006, p. 42.
98
Ivi, p. 44.
99
ALBERTO MORTARA, In attesa di miracoli gli ebrei in Italia dal 1938 al 1940, in La Rassegna Mensile di Israel, Vol. 54,
No. 1/2, 1938 le leggi contro gli ebrei: Numero speciale in occasione del cinquantennale della legislazione antiebraica
fascista(Gennaio - Agosto 1988), p. 38.
100
Il libello antisemita non veniva stampato dal 1921.
palese quello di denunciare l’internazionalismo ebraico. Non si preoccupava di costruire delle

vere teorie ma solo di denunciare il nemico dell’Europa e del mondo intero riconosciuto per

l’appunto nell’ebreo ambiguo e minaccioso. Gli attacchi frontali all’ebraismo espressi mediante la

testata “La vita italiana” furono ripresi dall’organo di diffusione fondamentale del razzismo

fascista “La difesa della razza”. Dalla rivista di Preziosi, Interlandi “muterà il metodo delle

rubriche di denuncia della presenza degli ebrei nei vari settori della vita culturale, sociale,

economica della società italiana”.101 Da rilevare l’atteggiamento del regime il quale da un lato si

pose come moderatore rispetto teorie ancora non comprensibili o inconciliabili con lo spirito

italiano, e dall’altra lasciando la possibilità a questi scrittori e pensatori di scrivere su riviste

politicamente becere, lasciava intendere una possibile apertura nei riguardi di queste posizioni. 102

Per gli antisemiti era necessario creare un terreno di cultura dove poter far affiorare le loro

incoerenti, false, disumane teorie. Nel caso di Preziosi era fondamentale ribadire l’impossibilità

per gli ebrei di cambiare identità, cultura e comportamenti. Indipendentemente dalle conversioni

religiose o dall’acquisto dei diritti di cittadinanza, un ebreo restava tale. Le strade della

persecuzione cominciavano ad aprirsi verso orizzonti inesplorati e che di lì a poco troveranno

tragica e orribile concretezza storica.

Era quindi necessario per i divulgatori d’odio diffondere perplessità, di parlare e di far parlare di

un presunto problema ebraico. Si doveva trasmettere al popolo italiano l’angoscia legata ai fini

dell’internazionalismo giudaico. Sfruttando la consolidata retorica razzista anti-nera

(fondamentale nel razzismo di primo acchito degli anni Trenta), si procedeva all’assorbimento del

discorso razziale anche per la minoranza ebraica fino ad allora mai considerata nemica della

nazione.103

Siamo di fronte a due delle più importanti questioni del razzismo italiano degli anni Trenta. Da

un lato il razzismo anti-nero, dall’impronta brutale e immediatamente comprensibile. Avente tra i

101
COLLOTTI, Il fascismo e gli ebrei, cit., p. 50.
102
Ivi, p. 49.
103
Ivi, p. 56.
tanti scopi quello di porre in evidenza l’inferiorità dei popoli africani di modo da giustificare le

conquiste dell’impero italiano. Dall’altro lato invece si presentava per la prima volta la questione

ebraica in termini nuovi, diversi dalla retorica antigiudaica ottocentesca, avente come obiettivo

quello di mostrare la pericolosità dell’ebreo dal punto di vista politico e biologico. E qui la

percezione era completamente diversa. Non si parlava di coloni o di luoghi lontani ma della vita

nelle città e delle città italiane. Si parlava di vicini, amici, conoscenti, non di estranei distanti

settimane di viaggio. Si dovette procedere alla creazione delle condizioni mentali e psicologiche

mediante le quali trasformare l’amico in estraneo e l’estraneo in nemico. Di qui:

“l’uso delle strisce satiriche e del fumetto popolare, per la penetrazione verso un pubblico che si nutriva di satire e
bozzetti di costume e di quotidianità in cui attraverso la barzelletta – sfruttando una sorta di messaggio subliminale –
senza alcuna drammatizzazione anzi con la bonarietà del sorriso si trasmettevano messaggi per nulla bonari e
tranquillizzanti, talvolta addirittura truci”.104

Mediante diversi sistemi, dalle riviste alle strisce satiriche passando per la pamphlettistica si

preparava quel terreno di lì a poco sfruttato dal Ministero della Cultura popolare e dal regime con

le vere e proprie iniziative legislative e amministrative. Punto di partenza “L’Informazione

Diplomatica” del 16 Febbraio 1938. Con il termine di informazioni diplomatiche si indentificano i

documenti medianti i quali si voleva trasmettere e far conoscere le posizioni del partito fascista in

merito a questioni di politica internazionale, di modo da diffondere le linee guida del partito in

Italia e all’estero. L’incipit del testo è significativo: «Recenti polemiche giornalistiche hanno

potuto suscitare in taluni ambienti stranieri l'impressione che il Governo fascista sia in procinto di

104
Ibidem
inaugurare una politica antisemita. Nei circoli responsabili romani si è in grado di affermare che

tale impressione è completamente errata».105

C’è dunque una forte polemica in atto che vede nell’antisemitismo un qualcosa che si vuole

evitare. Obiettivo del governo fascista non è infatti quello di “adottare misure politiche,

economiche, morali contrarie agli ebrei in quanto tali”.106 Come si è detto in precedenza le

tensioni a livello religioso e culturale con la minoranza ebraica non erano nuove al contesto

nazionale. In alcuni momenti della storia d’Italia si era giunti alla violenza fisica vera e propria. 107

Si comincia tuttavia a riflettere sugli ebrei e degli ebrei in modo diverso, oscuro e ambiguo. Non a

caso subito dopo viene rimarcato il fatto che se in linea generale gli ebrei potevano stare

tranquilli, ben diverso era il discorso per gli avversari del regime.108 Negli ultimi passaggi di questo

documento abbiamo l’impostazione del tutto italiana del modo di risolvere la questione ebraica.

Strategia moralmente aberrante ma politicamente efficace, quella di costruire il rapporto con la

minoranza ebraica basata sul ricatto e sul doppio registro politico. Da un lato si rassicurava la

minoranza con promesse e affermazioni che avevano di per sé una logica e una razionalità (ci

riferiamo ad esempio al numero limitato di ebrei rispetto altre nazioni il quale poneva in secondo

piano la medesima “questione ebraica”, oppure al livello straordinario di integrazione degli ebrei

nel paese) ma dall’altro lato si metteva in guardia la stessa minoranza con quella forte e vigliacca

ambiguità che caratterizzerà l’intero percorso legislativo antisemita fascista. Decisivo l’ultimo

passaggio: “Il Governo fascista si riserva tuttavia il diritto di vigilare sull’attività (poi tolto) degli

ebrei venuti di recente nel nostro paese, e di far sì che la parte degli ebrei nella vita complessiva

della Nazione, non risulti sproporzionata ai meriti intrinseci dei singoli e alla importanza

numerica della loro comunità”.109 I criteri annunciati da Mussolini furono quindi la

105
Informazione diplomatica n. 14 del 16 Febbraio 1938 in GIORGIO FABRE, «L’informazione diplomatica» n. 14 del
Febbraio del 1938 in La Rassegna Mensile di Israel, Vol. 73, No. 2, Numero speciale in occasione del 70°anniversario
dell'emanazione della legislazione antiebraica fascista (Maggio – Agosto 2007), p. 46.
106
MICHELE SARFATTI, Mussolini contro gli ebrei, cit., p. 18.
107
LEVIS SULLAM, I critici e i nemici, cit., p. 38.
108
Informazione Diplomatica n. 14 del 16 Febbraio 1938 in GIORGIO FABRE, L’«informazione diplomatica», cit., p. 46.
109
Ibidem
proporzionalità, ossia un numero di ebrei proporzionato e preciso (un ebreo su mille italiani); i

meriti dei singoli; e un trattamento particolare per gli immigrati. La presenza di questi fattori di

discriminazione, aventi come base una proporzionalità tra etnie e culture, riscontrabili in diverse

nazioni quali Ungheria e Romania ci mostra come:

“governanti di diversa graduazione reazionaria e antisemita, insediati in paesi di diversa storia e di diverso
antisemitismo che contrassegnarono con questi criteri l’avvio ai loro diversi processi normativi antiebraici. Forse
perché negli anni trenta quei criteri parziali erano funzionali e necessari in un continente dove si stava frantumando il
preesistente principio di uguaglianza”.110

Con l’Informazione diplomatica n.14 fu compiuto il primo passo legislativo verso la persecuzione

razziale nei confronti della minoranza ebraica. L’ambiguità è forse il tratto distintivo di questo

primo documento ufficiale di antisemitizzazione dello stato italiano. Da un lato si rassicura il

popolo ebraico della non volontà di iniziare una campagna di odio e di razzismo e dall’altra si

riserva allo stesso governo la possibilità di iniziare tale campagna. In questa primissima fase il

criterio messo in luce dal governo fascista è quello di un “antisemitismo proporzionale”. 111

Rispetto la legislazione tedesca e romena le quali volevano colpire la minoranza ebraica avendo

saldo il principio del sangue, per l’Italia era fondamentale la giusta proporzione tra ebrei e italiani.

Questa diversità non deve indurre a pensare al modello italiano quale meno brutale rispetto l’area

centro ed orientale d’Europa. A volte infatti la stessa legislazione fascista presentava articolazioni

e sviluppi ancora più aspri.112

L’Italia fornì un contributo non indifferente e molte delle realtà antisemite e razziste come in

Austria e Germania salutarono i provvedimenti fascisti con gioia. Diversa l’impostazione: se il

modello germanico prevedeva divisioni di popoli per sangue, in Italia si ragiona – almeno in

questo primo momento – sulle proporzioni e sul fattore numerico. In Italia non vi era mai stata

110
SARFATTI, Mussolini contro gli ebrei, cit., p. 88.
111
Ivi, p. 89.
112
Ibidem
una questione ebraica e lo stesso risentimento nei riguardi degli ebrei si legava ai motivi più

classici dell’antigiudaismo cattolico. Da qui una diversa prospettiva al problema. Questi criteri

furono reiterati nel tempo ed è per questo che l’informazione diplomatica rimarca la propria

importanza e valore storico-politico. Stava iniziando un cammino nuovo per l’Italia in cui a

dominare non era più il risentimento per una fede bensì un livore per la stessa presenza degli

ebrei in Italia e in un momento successivo per il fattore sanguigno/razziale. Se infatti forti

tensioni antisemite erano visibili già a partire dall’anno precedente, dalla pubblicazione del testo di

Paolo Orano, alla riapparizione del libello I protocolli dei Savi di Sion, arrivando alle iniziative di

uomini dall’odio viscerale quali Giovanni Preziosi o Telesio Interlandi, quella del 16 Febbraio del

1938 costituisce la prima pubblica presa di posizione da parte di Mussolini.113

Nel documento si parla di vigilanza, di proporzione, di numeri legati alla presenza ebraica nel

paese. Obiettivo primario della propaganda fascista sarà quello di trasformare la presenza in

minaccia. Scopo dell’informazione diplomatica “conferire visibilità e concretezza numerica alla

parte ebraica italiana, per poter quindi affermare l’estraneità alla razza e quindi operarne la

separazione e la segregazione”.114 Il compito si presentava non facile. Investendo sul fattore

culturale Mussolini nell’estate successiva dettò al giovane Guido Landra il così detto Manifesto degli

scienziati italiani presentato su «Il Giornale d’Italia» con titolo Il Fascismo e i problemi della razza.

Siamo nel Luglio del 1938. Il documento sarà di capitale importanza e verrà riproposto sul primo

numero della rivista di regime “La Difesa della razza” diretta da Telesio Interlandi sino al 1943. Il

decalogo mostra delle differenze rilevanti in merito all’impostazione del problema razziale. Se nei

mesi precedenti si era dato maggior attenzione al fattore politico (il governo in caso di palesi

comportamenti contrari al regime poteva operare discriminazione e repressione) veniva ora

preferito il dato biologico, affermando un approccio e una metodologia scientifica e scientista.

Non a caso compaiono in questo periodo le grandi centrali operative dell’amministrazione del

problema della razza. Da un lato la Direzione generale per la demografia e la razza (detta

113
COLLOTTI, Il fascismo e gli ebrei, cit., pp. 59-60.
114
Ivi, p. 60.
Demorazza) e l’Ufficio studi del problema della razza diretto da Dino Alfieri.115 Sempre presente

il coinvolgimento non solo delle grandi testate razziste ma anche di canali ufficiali quale “Razza e

Civiltà” alle dipendenze dirette del Ministero dell’Interno. Dal 1937 al 1938 si osserva una

escalation nelle raffigurazioni del nemico, nella denuncia di problemi e questioni fino al giorno

prima se non assenti quanto meno non ritenute fondamentali. Si stava operando in direzione di

un’introiezione del problema razziale. Il passo successivo del regime sarà quello di operare

concretamente contro la minoranza ebraica. Vista la decisiva importanza della conoscenza del

numero degli ebrei (la proporzionalità era ancora il fattore principe della normativa fascista), il

regime chiese alle comunità israelitiche le copie degli elenchi degli iscritti e venne indetto il

censimento nell’Agosto del 1938, preannunciato il giorno della pubblicazione del primo numero

de “La difesa della razza” di Interlandi. Se l’informazione diplomatica del Febbraio precedente

aveva segnato l’inizio delle posizioni ufficiali del partito in merito alle questioni razziali, nel

censimento va rilevato un ulteriore momento decisivo della campagna razzista in Italia. Non era

affatto una astratta operazione conoscitiva e nemmeno un’operazione amministrativa neutrale,

era il terreno sul quale e grazie al quale imbastire l’atto persecutorio vero e proprio. Non a caso il

censimento avvenne pochi giorni dopo l’emanazione delle prime leggi antiebraiche. La finalità era

quella di individuare quale parte della popolazione italiana doveva essere soggetta alla normativa

discriminatoria.116 La conoscenza numerica della minoranza ebraica era il vero campo di esistenza

della normativa del regime. Senza di essa ogni tentativo di impostare una campagna razzista

proporzionale e non totale si sarebbe rivelato infattibile. Il censimento venne disposto dalla

Direzione generale per la demografia e la razza del Ministero dell’Interno e i lavori procedettero

assieme alla supervisione di un altro dipartimento del Ministero, la Direzione Generale della

Pubblica Sicurezza. Da sottolineare come in questa fase della campagna fascista, era di rilevanza il

fattore non tanto razziale e del sangue bensì quello religioso. Siamo nel Luglio/Agosto del 1938.

Il mese successivo tuttavia, Mussolini dichiara l’intenzione di un altro censimento, questa volta

115
Ivi, p. 64.
116
SARFATTI, Mussolini contro gli ebrei, cit., p. 131.
con criteri razzisti e non più culturali o religiosi. Il numero di coloro i quali dichiararono di

appartenere all’ebraismo censiti il 22 Agosto del 1938 furono 46.656. Il censimento fu pratica

preliminare e indispensabile alla fase di persecuzione successiva. La rivista “La Difesa della

Razza” sottolineerà la rilevanza storica del provvedimento. Si legge infatti:

«Sono evidenti le ragioni che consigliano un’estrema cautela nell’esame di tali dati, per la prima volta raccolti in Italia
con criteri razziali. Da questo esame deve uscire non soltanto un quadro preciso della situazione degli ebrei in Italia,
ma la risposta ai numerosi quesiti che la discriminazione razziale ha posto con urgenza alla coscienza del paese. Il
quale ha bisogno di sapere non soltanto quanti sono gli ebrei […] ma che cosa fanno gli ebrei, quali rami dell’attività
nazionale controllano, in che misura si oppongono a legittimo affermarsi dei valori nostri». 117

La nota al censimento di Interlandi scatenerà la risposta di Giovanni Preziosi, antisemita di lunga

data il quale rivolgerà al direttore della testata romana diverse osservazioni di rilevo. Per

l’antisemita campano il censimento dell’Agosto precedente non costituisce la meta bensì l’inizio

vero per una futura ricognizione in merito alla presenza degli ebrei in Italia. Per Preziosi è

necessario ripartire da una ricerca profonda di tutti i cognomi delle famiglie ebraiche. Giudicando

insufficienti le fonti utilizzate per la stesura dell’ultimo censimento viene offerta ai lettori della

rivista una prospettiva e una metodologia di ricerca vera e propria. L’indagine sui cognomi deve

avvenire in modo totale. Preziosi indica cinque metodi principali per uno spoglio se non sicuro

maggiormente affidabile di quello appena svolto dagli organi del Ministero dell’Interno. A partire

dalle amministrazioni locali di città aventi cimiteri israelitici, passando per gli archivi delle

principali regioni abitate da ebrei, la ricerca deve monitorare anche i cambiamenti autorizzati dei

cognomi. Da monitorare quindi i bollettini delle Prefetture adibiti a tale compito. Ci si affida

inoltre alle testate maggiori quali il “Corriere della Sera” mediante lo spoglio degli annunci

mortuari degli ultimi cinquant’anni. Per arrivare all’ultimo e decisivo sforzo, quello di «scovare gli

ebrei di razza fattisi cattolici di religione (i Marrani) i quali sono sempre sposati tra loro. Perciò

117
Difesa della Razza, Anno I, 3 (5 Settembre 1938), p. 5
cattolici di religione, ma di razza pura ebraica».118 Nelle parole di Preziosi si percepisce quella

stessa tensione che cambierà nettamente il corso della storia del razzismo antiebraico in Italia.

Non più rilevante il fattore religioso sarà ora il sangue a costituire il vero discrimine nella

persecuzione italiana di lì a qualche anno. A nulla valsero conversioni disperate di intere famiglie

nel tentativo di salvarsi da una discriminazione ormai dilagante l’anima del partito fascista e parte

dell’opinione pubblica.

Tra le diverse informazioni che si possono carpire dal documento balza all’occhio un’assenza non

del tutto irrilevante. Nella politica razzista del regime posto d’onore venne affidato in ricorrenti

occasioni alla logica imperiale, al glorioso prestigio della nazione che era riuscita a imporsi sulle

colonie e via dicendo. Il censimento tuttavia escluse dalla propria ricognizione i territori di Rodi,

della Libia e dell’Africa Orientale. Segno forse di una separazione netta delle questioni, una

questione ebraica da affrontare entro i confini del paese, e una questione africana da risolvere nei

domini coloniali. Divisione dei razzismi intuibile anche dai diversi registri e argomenti. C’era

coscienza dei singoli problemi di razza.

Sia presso gli uffici comunali, sia mediante l’uso di polizia e di contatti locali anche di semplici

portinai e via dicendo, si ebbe uno straordinario e tragico effetto del censimento: quello di

preparare la popolazione alla segregazione, alla logica del sospetto, all’isolamento degli ebrei dal

resto della società.119 La campagna razziale fascista in questo momento coincide ancora con il

proprio intento originario ossia quello di “discriminare senza perseguitare”, come indicato dalla

Informazione Diplomatica n. 18 diffusa il 5 Agosto, e quello di rimarcare il criterio della

proporzionalità. Il testo del 5 Agosto 1938 riveste valore confermativo “della prima impostazione

della persecuzione antiebraica elaborata da Mussolini”.120 Alla fine del mese inizierà un nuovo

corso della persecuzione fascista sempre a base proporzionale avente come obiettivo quello di

distinguere qualitativamente gli ebrei con o senza benemerenze, grazie alle quali potevano sperare

118
Ivi, Anno I, 5 (5 ottobre 1938), p. 8.
119
COLLOTTI, Il fascismo e gli ebrei, cit., p. 66.
120
SARFATTI, Mussolini contro gli ebrei, cit., p. 97.
in trattamenti forse migliori. Un’altra questione, singolare e drammatica per la sua specificità era

legata agli ebrei stranieri. Nell’estate del 1938 la situazione dell’emigrazione ebraica dai territori

occupati dalle forze tedesche risultava drammatica. Da qui la decisione perentoria del regime di

espellere gli ebrei stranieri. Ancora una volta le legislazione italiana si allineerà a quei venti di odio

europei come in Austria, Ungheria e Romania, nel contrastare l’enorme massa di profughi causati

dalla politica nazista tedesca e non solo. La normativa persecutoria di inizio Agosto trovò nel 31

di quel mese un drammatico esito con il duce che, a penna, modificherà la data di inizio delle

discriminazioni nei riguardi degli ebrei stranieri nati non dal primo gennaio del 1933 bensì dal

primo gennaio del 1919. “Così facendo la norma cessava di essere ritagliata ai profughi dalla

Germania e si collocava nel contesto nazionale italiano. Nessun governo europeo aveva sino ad

allora varato un decreto così gravemente esteso”.121 Brutalmente risolta la questione dei profughi

del nazismo e degli stranieri, chiudendo le porte a migliaia di migranti in cerca di un luogo sicuro,

il regime poté concentrarsi sulla questione degli ebrei italiani estremamente complessa. Se infatti

da un lato si stava tentando di diffondere quegli ideali razzisti di odio anti-africano e di lotta

all’internazionalismo ebraico, ecco che il regime non poteva fingere di non riconoscere meriti di

guerra ai combattenti e alle famiglie degli stessi ebrei. Alcuni di essi avevano dato la vita per il

partito fascista e per la nazione. Ulteriore elemento di preoccupazione per il regime la poca

influenza dell’antisemitismo a livello nazionale e quella che di fatto si mostrava quale una vera

integrazione con la parte ebraica. Non era facile diffondere la campagna persecutoria date queste

premesse, eppure è ciò che avvenne a partire dai decreti legge del Settembre successivo. Il regime

intuì l’importanza fondamentale nello sfruttare la scuola e il mondo dell’istruzione quale canale di

diffusione delle teorie razziali. Il primo provvedimento legislativo operante una discriminazione

totale sarà infatti l’interdizione delle lezioni agli studenti ebrei e la cacciata dei docenti di razza

ebraica dall’ambito accademico. L’arianizzazione della scuola costituiva un passaggio chiave nella

creazione di quel sostrato culturale e ideologico necessario alla diffusione dell’ideale dell’impero e

della lotta di razza. Se fino all’agosto del 1938 la campagna razziale del regime – in merito alla
121
Ivi, p. 99.
questione ebraica – era basata sul criterio della proporzionalità e non della discriminazione totale,

il Regio Decreto Legge del 5 Settembre in merito ai “Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola

italiana” muterà il corso della storia del razzismo antiebraico nel paese. Il provvedimento, con in

calce i nomi del Re Vittorio Emanuele, Mussolini, Bottai e Di Ravel, verrà inserito da Interlandi

ad incipit del numero del 5 Settembre 1938 de “La difesa della razza”.122 Necessaria una

precisazione.

Il Regio Decreto del 5 Settembre 1938 impose il divieto, in tutte le scuole statali o parastatali e di

qualsiasi ordine e grado, di ammettere persone di razza ebraica vietando inoltre l’assistentato

universitario e il conseguimento dell’abilitazione alla libera docenza (Art. 1). L’Art. 3 dichiarava la

sospensione dal servizio d’insegnamento dei docenti nelle scuole rilevate dall’Art. 1 a decorrere

dal 16 Ottobre 1938 in concomitanza con l’inizio dell’anno scolastico e accademico. La riforma

scolastica – come intuibile – non fu graduale o progressiva bensì un provvedimento immediato e

dalle conseguenze drammatiche. Dalla firma del Decreto Regio alla sua pubblicazione sulla

«Gazzetta Ufficiale» passeranno infatti solo otto giorni. Dei numerosi interventi discriminatori

“nelle memorie degli ebrei italiani, l’impatto delle leggi sulla scuola rimane uno degli eventi più

traumatici”.123 L’importanza della formazione dei giovani e della creazione di una scuola fascista si

evince anche da un articolo apparentemente secondario del Regio Decreto del Novembre

successivo n. 1728, dove all’Art. 11 viene rimarcato come: «il genitore di razza ebraica può essere

privato della patria potestà sui figli che appartengano a religione diversa da quella ebraica, qualora

risulti che egli impartisca ad essi una educazione non corrispondente ai loro principi religiosi o ai

fini nazionali».124 Non solo bisognava crescere le nuove generazioni con il mito dell’uomo fascista

e la filosofia di regime, ma di fronte a palesi contravvenzioni derivanti anche da conversioni

122
Difesa della razza, Anno I, 3 (5 Settembre 1938), p. 7. Il Regio Decreto-legge verrà pubblicato sulla «Gazzetta
Ufficiale del Regno d’Italia» del 13 Settembre del 1938.
123
COLLOTTI, Il fascismo e gli ebrei, cit., p. 86.
124
Regio Decreto-legge 17 Novembre 1938 – XVII, n. 1728 Provvedimenti per la difesa della razza italiana, in SARFATTI,
Mussolini contro gli ebrei, cit., p. 192.
dell’ultimo minuto al cattolicesimo e ad altre religioni, il regime imponeva la separazione dai

nuclei familiari.

I Regi Decreti sulla scuola costituiscono un elemento decisivo, ma non unico, nella riforma totale

del sistema scolastico fascista. Le storie del razzismo si intrecciano infatti di legislazioni operanti

una esclusione della parte ebraica (pars destruens) da un lato, e dall’altra l’istituzione di corsi di

antropologia, di geografia delle razze e di scienze dominate dal concetto di razza (pars costruens). Il

mondo accademico, salvo poche eccezioni, si rese protagonista di numerosi casi di arrivismo e di

mancata solidarietà ai docenti espulsi. Per questo motivo diversi docenti e accademici ebrei non

tornarono a conflitto risolto in quanto “l’indifferenza che aveva accompagnato nell’ambiente

accademico e scientifico la loro espulsione non incoraggiò in alcun modo il desiderio di

ripristinare un legame la cui rottura aveva provocato ferite non sanabili”. 125 Da rimarcare nel

decreto l’Art. 6 il quale fornisce la definizione di ebreo per il regime in questo momento storico

preciso: «colui che è nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche se professi religione diversa

da quella ebraica».126 Nel corso della stesura dei decreti legge la figura dell’ebreo sarà estesa a

categorie inizialmente escluse, e nello stesso tempo si operò anche nei riguardi di una forte

limitazione delle discriminazioni.127

Molti sono gli spunti di riflessione in merito alla scelta di regime di iniziare la propria campagna

discriminatoria totale, e non più proporzionata, dalla scuola. Strategicamente fondamentale,

l’ambito scolastico mostrò nei giovani studenti liceali e universitari una fortissima adesione e un

coinvolgimento emotivo determinante. La rigenerazione dell’uomo e dell’individuo si stagliava

come obiettivo fondamentale del regime, da qui la necessità di cominciare da chi quell’immagine

doveva crearla e trasmetterla per l’appunto l’istituzione scolastica. La rivoluzione antropologica

dell’uomo fascista era pensata sulle nuove generazioni, avente dunque lunga durata. Si ragionava

dell’immediato ma ci si proiettava al futuro. Da sottolineare una capillarità straordinaria delle

125
Ivi, p. 92.
126
SARFATTI, Mussolini contro gli ebrei, cit., p. 186.
127
RENZO DE FELICE, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1994, pp. 350-351.
istituzioni scolastiche e quindi una possibile copertura imponente nella diffusione degli ideali

razzisti. Il regime vedeva nella scuola un ambito dai fattori di potenza non indifferenti e delle

scarse condizioni di vulnerabilità.

Aggiuntosi al Regio Decreto Legge del 7 Settembre (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 12

quindi un giorno prima rispetto il decreto sulla scuola) per gli ebrei si prospettava un futuro di

separazione civile. Per gli ebrei stranieri che avevano cercato nell’Italia un soggiorno di transito o

una seconda patria, l’espulsione rappresentava la fine di molte speranze, l’abbandono di una

relativa sicurezza e talvolta della ricostruzione di una esistenza personale e professionale.128

Fondamentali e imprescindibili le conseguenze psicologiche di questi decreti su di una comunità

ebraica, come quella italiana, la quale da un giorno all’altro da integrata divenne discriminata. Il

sentimento diffuso fu quello di stupore laddove si riconobbero tali provvedimenti quali veri e

propri fulmini a ciel sereno. Non è da escludere il fatto che l’effetto sorpresa venne abilmente

sfruttato dal regime per l’impostazione sempre più precisa, capillare e funzionale della voluta

persecuzione. Da tener sempre presente il fatto che l’Italia aveva mostrato sino ad allora una

tolleranza maggiore rispetto zone limitrofe dalle quali gli ebrei erano stati costretti ad emigrare.

“Al di lì là dello sbigottimento, un senso di solitudine e, via via che il tempo passava e che le

norme diventavano realtà anche nella vita quotidiana, di isolamento”.129 Veri strumenti di regime

la stampa e la propaganda antiebraiche cominciarono ad inasprire ancor di più i toni della

polemica. Drammatica testimonianza quella offerta da Ernesta Bittanti-Battisti la quale afferma:

«La stampa […] dà uno spettacolo pietoso e ributtante di incongruenze, contraddizioni, spropositi storici, nefandezze
da sciacalli. […] Lo spettacolo di un pagliaccio ubriaco. Ma dalli, dalli, dalli, il senso di diffidenza e di odio si
appiccicherà, si diffonderà (a nostra vergogna) forse. […] La legge […] mette in evidenza deficienze, ignoranze e
risuscita gli odi superstiziosi».130

128
COLLOTTI, Il fascismo e gli ebrei, cit., p. 69.
129
Ivi, p. 83.
130
Ivi, p. 84.
Non a caso tornano in auge tutti i motivi canonici dell’odio antigiudaico cattolico dall’accusa del

sangue a quella del sacrificio rituale e dell’antiebraismo medievale-moderno con i diversi elementi

fisiognomici e morali riconosciuti pregiudizievolmente al popolo ebraico. Era ufficialmente

iniziata la campagna di ghettizzazione e di umiliazione che accompagnerà la storia del popolo

ebraico e dell’Italia fino al secondo dopoguerra. Oltre ad un generale senso di smarrimento e di

stupore, i colpi dell’antisemitismo e della politica raziale destabilizzarono profondamente le

comunità e l’ebraismo italiano nel suo complesso.131 Da un lato si fecero sentire coloro i quali

auspicavano una rassegnata dignità, di modo da non inasprire il rapporto tra fascismo e comunità

ebraica, dall’altro coloro i quali volevano distanziarsi da una linea tradizionalista affermando la

propria appartenenza al popolo italiano. Manifestazione palese di smarrimento da parte di molti

ebrei furono le centinaia e poi migliaia di conversioni al cattolicesimo, le pubbliche abiure e le

dissociazioni: «460 nei primi nove mesi del 1938, ben 1771 negli ultimi tre; 2231 casi nel 1938 ai

quali altri 1649 si sarebbero aggiunti nel corso del 1939».132

Con la promulgazione dei Regi Decreti n.1381 e n.1390 (rispettivamente quelli del 7 e 5

Settembre 1938)si arriva al fatidico discorso di Benito Mussolini nella città di Trieste del 18

Settembre. L’occasione costituisce il momento in cui il regime fascista dichiara pubblicamente la

volontà non solo di imporre la questione razziale all’ordine del giorno, ma di combattere in modo

fermo e irreprensibile l’ebraismo internazionale. Di fronte ad una piazza Italia gremita (la voce del

cinegiornale “Mussolini a Trieste” parla di 150 mila persone) Mussolini annuncia la messa in atto

delle legge razziali antiebraiche.133 Nei riguardi della politica interna viene definita di più scottante

attualità la questione razziale. E nella stessa sono due i binari sui quali deve imporsi l’azione

politica. Da un lato la gestione dell’impero in Africa e dall’altro la questione dell’ebraismo

mondiale. Il problema razziale non è scoppiato improvvisamente bensì a seguito della conquista

dell’impero si sono imposte alla nazione nuove sfide e responsabilità. Per rimarcare il prestigio,

131
DE FELICE, Storia degli ebrei italiani, cit., p. 332.
132
Ivi, p. 334.
133
Video restaurato dall’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza (ANCR) di Torino.
indentificato da Mussolini quale strumento decisivo per il mantenimento delle stesse colonie,

occorre “una chiara e severa coscienza razziale” la quale deve rimarcare differenze nonché

superiorità nettissime. La conquista dei territori d’Africa è avvenuta mediante le armi ma adesso è

necessario il prestigio della nazione e del sangue italico per mantenere quei territori. Con l’Africa

inizia in Italia un’attenta riflessione sulle diverse etnie e sulla diversità razziale. Emerge il bisogno

di svegliare le coscienze italiane nei riguardi di un problema non più procrastinabile.

I problemi derivanti dal colonialismo italiano, quelli dell’incrocio razziale e del meticcio, la stessa

questione ebraica e l’antisemitismo, costituiscono nella storia del razzismo italiano dei percorsi

autonomi, dei quali è necessario ribadire la loro specificità in sede storiografica e di studio.

Delle due questioni a destare maggiori preoccupazioni sembra essere quella ebraica. Annunciata

la divisione forte tra gli ebrei di cittadinanza italiana, i quali vengono ulteriormente divisi per

indiscutibili meriti militari o civili nei confronti del paese e del regime. A loro il duce promette

comprensione e giustizia mentre a tutti gli altri viene sancita la politica di separazione. Il discorso

di Mussolini è tragico laddove ammette la possibilità, di lì a poco confermata, di poter mutare il

cammino politico italiano nella gestione della questione ebraica in modo radicale. L’ebraismo

viene presentato alla nazione dal regime come nemico irriconciliabile. Da qui la necessità di

trovare un modo per giustificare eventuali interventi violenti, trovata nel regime in quel ricatto ai

semiti oltre frontiera, a quelli dell’interno e agli improbabili amici che possono o vogliono aiutarli

e per i quali l’Italia avrebbe potuto cambiare radicalmente cammino. Questo drammatico spiraglio

d’azione troverà conferme nelle Dichiarazione sulla razza approvata dal Gran consiglio del fascismo

il 6 Ottobre 1938 dove si legge: «Questa eventuale e le altre condizioni fatte agli ebrei, potranno

essere annullate o aggravate a seconda dell’atteggiamento che l’ebraismo assumerà nei riguardi

dell’Italia fascista».134 Il documento è contrassegnato in alcuni passaggi da un’ambiguità latente la

quale alimentò le speranze della minoranza ebraica di poter vivere serenamente nei confini

italiani. Si afferma infatti che: «I cittadini italiani di razza ebraica, non appartenenti alle suddette

134
Dichiarazione sulla razza, in SARFATTI, Mussolini contro gli ebrei, cit., p. 189.
categorie, nell’attesa di una nuova legge concernente l’acquisto della cittadinanza italiana non

potranno…».135 Fa seguito un elenco di divieti importanti ma quello che risulta decisivo è la

volontà da parte del regime di scrivere delle nuove leggi per la cittadinanza, revocata durante i

mesi precedenti. Oltre il ricatto morale fatto agli ebrei oltre confine e a quelli dell’interno di non

interrompere ed ostacolare il cammino politico del regime, viene ora auspicata, quasi promessa,

una nuova acquisizione di cittadinanza. Se già il quadro psicologico delle famiglie ebree era quello

di una comunità esclusa dalle scuole e dall’intero mondo dell’istruzione (eccezione fatta per

alcune concessioni come la costruzione di scuole elementari per studenti ebrei), con l’obbligo in

molti casi di dover lasciare il paese e con la cittadinanza revocata, la formula e le parole usate dal

Gran consiglio aprivano uno spiraglio di lì a poco sempre più flebile di tornare alla normalità. In

quel “nell’attesa” si respira l’ambiguità e la vigliaccheria di un regime che ha ormai optato per una

discriminazione non più proporzionata. I divieti elencati escludevano gli ebrei dalla principali

attività del paese, dalla partecipazione alla vita politica (non potevano essere iscritti al partito

fascista), a quella economica (era vietato il possesso o la dirigenza di aziende con più di cento

persone) arrivando a quella militare (non potevano prestare servizio né in tempo di pace né in

quello di guerra). Di fronte al brutale cambiamento di rotta del regime nella gestione di questo

specifico problema razziale – la questione ebraica per l’appunto – si deve volgere l’attenzione alle

reazioni sia da parte delle stesse comunità ebraiche sia di quelle della Santa Sede. Se infatti i

documenti del Settembre del 1938 recano la firma del re implicando la casata reale a imperitura e

incontestabile responsabilità, complesso risulta il quadro offerto dalle altre personalità e

istituzioni coinvolte. Da parte delle comunità ebraiche si respira da un lato una sofferenza

notevole nel dover constatare i mutamenti peggiorativi voluti dal regime, e dall’altro si dichiara

una forte e consistente adesione alla causa fascista. Tramite un comunicato del 12 Ottobre del

1938 il Consiglio dell’Ordine delle Comunità Israelitiche afferma: «pur nel momento in cui

superiori esigenze richiedono da essi dolorosi sacrifici…»136 chinando quindi la testa nei confronti

135
Ivi, p. 188.
136
Ivi, p. 118.
del regime e auspicando trattamenti diversi. Il momento storico e umano è quello di una

minoranza che sta accettando la propria persecuzione la quale «era così lontana dalla mentalità,

dalla storia, dalla tradizione italiane, così ingiustificata sotto ogni punto di vista, che la

maggioranza degli ebrei italiani non poteva neppure concepirne l’idea».137 Dallo stupore si passerà

in un secondo momento ad una corsa e ad una ricerca per ottenere lo status di discriminati di

modo da salvaguardarsi dai provvedimenti voluti da Mussolini. I criteri mediante i quali si

legiferava e stabiliva la discriminazione erano chiari. In primis ai caduti delle famiglie di coloro i

quali avevano preso parte alle grandi guerre della nazione: quella libica, mondiale, etiopica e

spagnola nonché i caduti per la causa fascista. Dopo i caduti erano menzionati i mutilati, gli

invalidi, i feriti e i volontari di guerra o decorati nei conflitti in precedenza elencati. Ad essi

vengono aggiunti i decorati al valore e coloro i quali avessero conseguito la croce al merito di

guerra. Ritroviamo infine i mutilati, gli invalidi, i feriti per la causa fascista, passando poi agli

iscritti al partito fascista negli anni 1919-20-21-22 e nel secondo semestre del 1924. Ultime

categorie di discriminati erano i legionari fiumani e coloro i quali avessero particolari

benemerenze. Da rimarcare il fatto che mentre nell’Ottobre del 1938 questi benefici erano estesi

alle famiglie, nel mese successivo si legge «il beneficio può essere esteso» marcando una

differenza sostanziale.138

La soluzione della migrazione fu la prima scelta per le classi abbienti i quali potevano permettersi

i lunghi viaggi in nave verso gli Stati Uniti e l’America Latina. Coloro i quali non potevano

permettersi di emigrare optarono per domande di conversione alla religione protestante e

cattolica. Vista l’impostazione sempre più marcata in senso biologico e scientista, le conversioni

non riuscirono a preservare la vita delle famiglie ebree. Si torna al sangue come fattore

discriminante e di fronte ad esso la religione non offrì una solida difesa. L’isolamento sociale

diventerà sempre più marcato, dalle insegne di arianità dei negozi, all’esclusione da tutte le

137
DE FELICE, Storia degli ebrei italiani, cit., p. 326.
138
Regio Decreto-Legge 17 Novembre 1938-XVII, n. 1728 Provvedimenti per la difesa della razza italiana, in SARFATTI,
Mussolini contro gli ebrei, cit., p. 193.
associazioni letterarie, culturali del paese. Gli ebrei col passare delle settimane subirono una

ghettizzazione forte che in alcuni casi condurrà al suicidio.

Il Re aveva appena firmato i Decreti Regi operanti l’inizio ufficiale della discriminazione, il peso

di Mussolini a livello politico stava aumentando e la Chiesa mostrava un’ambiguità e una

moltitudine di situazioni di non facile ricostruzione storiografica. Riguardo la questione ebraica

nella parte cattolica del paese il partito fascista scorse un alleato potente laddove il razzismo e il

pregiudizio maggiormente sentito nel paese era quello antigiudaico dalle tradizioni ben ferme.

L’odio cattolico tuttavia si presentava diverso rispetto le nuove tensioni antisemite,

contraddistinte da una violenza evidente in Germania o nelle regioni orientali di Ungheria e

Romania. Pur ammettendo il criterio della proporzionalità nella discriminazione l’antisemitismo

era inconciliabile col messaggio evangelico. Il giorno successivo all’emanazione del decreto legge

in merito ai provvedimenti sulla scuola, il 6 Settembre 1938, il Papa Pio XI intervenne con un

discorso fedelmente trascritto in un secondo momento da monsignor Picard: «L’antisemitismo è

un movimento odioso, con cui noi cristiani non dobbiamo avere nulla a che fare […] Non lecito

per i cristiani prendere parte all’antisemitismo. Noi riconosciamo che ognuno ha il diritto

all’autodifesa e che può intraprendere le azioni necessarie per salvaguardare gli interessi legittimi.

Ma l’antisemitismo è inammissibile.»139

La più alta carica della Santa Sede e del mondo cattolico si era espressa in modo chiaro e

difficilmente fraintendibile. La posizioni di Pio XI tuttavia si inserivano in un contesto ben

preciso e travolto da tensioni culturali fortissime. Vi era da parte dei cattolici e da parte della

stampa periodica cristiana, delle riserve in merito al ruolo e alla forza dell’ebraismo mondiale.

Siamo in uno dei momenti di maggiore diffusione del libello de I Protocolli dei Savi di Sion, pietra

miliare dell’antisemitismo novecentesco. L’isteria è già inculcata in diverse nazioni europee che dà

tempo avevano abbracciato la degenerazione totalitaria. Dal punto di vista economico,

139
Pubblicato in La Documentation catholique, XXXIX, Gennaio-Dicembre 1938, c. I 459, in EMMA FATTORINI, Pio XI,
Hitler e Mussolini. La solitudine di un papa, Torino, Einaudi, 2007, p. 181.
commerciale e delle professioni c’era un forte risentimento nei confronti della minoranza ebraica.

Pur non desiderando o auspicando violenze fisiche, almeno in questa prima fase discriminatoria,

c’è una forte rimostranza in merito alla presenza ebraica in alcune professioni.140 A rendere

ancora più complesso il quadro politico e sociale, le forti tensioni tra santa sede e quel nazional-

socialismo tedesco di natura prettamente paganeggiante con la quale la chiesa si sentiva in aperto

contrasto. Caratteristica del nazifascismo e del totalitarismo stesso quel forte afflato misterico-

pagano in cui l’appartenenza al partito diveniva credo religioso, rischiando di cancellare valore e

azione al progetto religioso (nel caso dell’Italia cattolico cristiano e romano). Rilevanti le

affermazioni di Giovanni Miccoli il quale così riassume il comportamento della Chiesa: «un

atteggiamento verso la propria storia tutto apologetico e giustificazionistico, che riconosce errori,

colpe e deviazioni di singoli, ma resta incapace di prendere le distanze o giudicare negativamente

un linea che era stata della Chiesa nel suo complesso».141 Rispetto la parte cattolica, rilevante

strategicamente nella gestione delle coscienze e degli umori del paese, il regime dovette trovare un

modo per evitare il conflitto e come per la minoranza ebraica si servì della retorica subdola e del

ricatto. Decisive le affermazioni di Dino Alfieri, ministro della cultura popolare durante il regime

fascista il quale in data 14 Agosto chiudeva così la faida con il Vaticano: «Quanto agli ebrei, non

saranno ripristinati i berretti distintivi, di qualsiasi colore, né i ghetti, e molto meno non vi

saranno confische di beni. Gli ebrei in una parola, possono essere sicuri che non saranno

sottoposti a trattamento peggiore di quello usato loro per secoli e secoli dai Papi».142 Efficace fu la

strategia del regime di rimarcare come una ben solida tradizione cattolica si fosse già da tempo

espressa, e non in modi gentili o affabili, nei confronti delle minoranze ebraiche. Ancora una

volta il regime era riuscito a mettere in scacco un avversario determinante durante quel processo

di accettazione del pensiero e della tensione razzista in Italia. Alcune delle maggiori testate

cattoliche quali “La Civiltà Cattolica” e “l’Osservatore Romano” sono oggetto di attacchi

140
COLLOTTI, Il fascismo e gli ebrei,, cit., p. 97.
141
GIOVANNI MICCOLI, Santa Sede e Chiesa italiana di fronte alle leggi antiebraiche del 1938, in Studi Storici, Anno 29,
No. 4, A cinquant'anni dalle leggi razziali in Italia (Oct. -Dec., 1988), p. 845.
142
COLLOTTI, Il fascismo e gli ebrei, cit., p. 98.
sarcastici della stampa fascista la quale rimarcava in modo malizioso il pensiero gesuita

ottocentesco sul nemico ebreo.143 La morte di papa Pio XI e la non riuscita pubblicazione della

sua ultima enciclica Humani generis unitas segnerà il tramonto di un possibile, forte, ufficiale

intervento della Santa Sede contro l’antisemitismo di stato fascista.

Se nel Settembre del 1938 si era decisa per una non più possibile iscrizione al Partito Nazionale

Fascista da parte degli ebrei di cittadinanza italiana, nel mese di Novembre avverrà l’espulsione

secca dallo stesso Partito. Con l’autunno si giungerà ad un inasprirsi tragico dei rapporti tra

regime fascista e minoranza ebraica. Delineiamo le direttrici fondamentali dell’operato fascista. La

discriminazione degli ebrei non risponde più a criteri parziali ma totali. Le difficoltà erano

molteplici. Rispetto un’assodata tradizione ottocentesca nei riguardi del pericolo africano e dei

pericoli di un’eventuale unione con etnie differenti, gli ebrei «costituivano veramente una parte

della nazione, della società nazionale; ne rappresentavano un osso, un muscolo, un polmone, una

parte vivente essenziale».144 Le continue modifiche legislative, medianti circolari, Regi Decreti e

decreti amministrativi, rivelano una plausibile difficoltà da parte del regime nel delineare di volta

in volta i limiti e i confini della discriminazione. Fu lo stesso Mussolini a liberarsi delle proprie

intenzioni iniziali di persecuzione parziale e a raggiugere lo stadio operativo finale totale. Quella

del dittatore fu una progressione persecutoria autocontrollata.145

La violenza dei provvedimenti legislativi occorsi nel 1938 è da riconoscersi non soltanto per la

brutalità insita delle norme e dei divieti ma altresì per il contesto sociale nel quale andavano ad

inserirsi. Un contesto che già nel passato aveva mostrato tensioni antiebraiche con a volte risvolti

violenti ma che in linea di massima poteva definirsi amichevole nei riguardi della minoranza

ebraica. Momento decisivo nella storia della nazione italiana il 17 Novembre del 1938 quando le

indicazioni del Gran consiglio del Fascismo dell’Ottobre precedente (6 Ottobre) divennero leggi a

tutti gli effetti. Entrambi i provvedimenti mostrarono ben presto i loro limiti. Si era di fatto

143
FATTORINI, Pio XI, Hilter e Mussolini, cit., p.183.
144
SARFATTI, Mussolini contro gli ebrei, cit., p. 123.
145
Ivi, p. 124.
«mantenuto su un ibrido terreno un po’ biologico, un po’ religioso e un po’ politico» il che causò

non pochi problemi alle diverse amministrazioni locali alcune delle quali andarono molto oltre

alla lettera rispetto le delibere prima del Gran consiglio e in seguito del Regio Decreto.146

Suddiviso in tre sezioni la prima dedicata alla delicata questione del matrimonio, la seconda

concernente la discriminazione vera e propria nei confronti dei cittadini italiani di razza ebraica e

l’ultima inerenti alle disposizioni transitorie e finali, l’Italia confermava la propria volontà di

intraprendere il razzismo di stato. La maggioranza dei punti rimarcati dal partito vede l’esclusione

totale a livello amministrativo della presenza ebraica nel paese. Confermate diverse istanze in

merito all’esclusione degli ebrei alla vita militare, al possedere aziende, terreni e fabbricati oltre un

certo limite.147 Resisteva la categoria dei discriminati ossia coloro i quali che per meriti indiscussi

di guerra o di fedeltà al partito potevano salvarsi da tali disposizioni. Per la complessa e

drammatica condizione degli ebrei stranieri si rimarcava il divieto di fissare dimora nei territori del

Regno in Libia e nei Possedimenti dell’Egeo. L’inadempimento della denuncia all’appartenenza

alla razza ebraica e la trasmissione di dati falsi o incompleti era punita con l’arresto, la detenzione

di un mese e l’ammenda fino a tremila lire. Per gli stranieri non ancora fuoriusciti dai domini

italiani era prevista un’ammenda di lire cinquemila, l’arresto e la detenzione di tre mesi e

l’espulsione forzata. Tre anni dopo le Leggi di Norimberga tedesche, a sette mesi a seguito

dell’annessione dell’Austria, e a sei mesi dalle leggi razziali ungheresi, gli ebrei trovarono anche in

Italia un’ostilità e un’avversione tali da dover percorrere le rotte migratorie verso Francia, Gran

Bretagna, e America Latina.148 Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 19 Novembre del 1938,

dieci giorni dopo il decreto venne affiancato dall’Integrazione e coordinamento in unico testo delle norme

già emanate per la difesa della razza nella Scuola italiana, Regio Decreto-Legge n. 1779. Se già nel

146
Cfr, DE FELICE, Storia degli ebrei italiani, cit., p. 344.
147
Riguardo il possesso di terreni non dovevano superare un estimo pari a cinquemila lire. Per i fabbricati era imposto
divieto di superare l’imponibile di lire ventimila, mentre per il controllo e la direzione aziendale non si dovevano
superare i cento impiegati e inoltre tali aziende non dovevano essere di interesse per la nazione.
148
Le leggi di Norimberga furono approvate il 15 Settembre del 1935. Per l’Austria decisiva fu l’annessione nell’Aprile
del 1938, l’Ungheria nel Maggio del 1938 adottò misure di espulsione degli ebrei, la Romania invece sin dal Gennaio
aveva approvato un riesame della cittadinanza. Si osserva a livello politico europeo una drammatica ascesa dei
movimenti totalitari, razzisti ed antisemiti.
Settembre precedente la scuola era stata identificata dal regime come il vero timone per

l’impostazione di una politica razziale, ecco che nel decreto legge viene ribadita la «necessità

urgente e assoluta di dettare ulteriori disposizioni per la difesa della razza nella Scuola italiana». 149

Oltre alla proibizioni dei mesi precedenti viene ora ammessa la possibilità di istituire delle sezioni

speciali di scuola elementare, ulteriore fattore di ghettizzazione e di separazione. Entrambi i

decreti mostrano in calce le firme della casata regnante con Vittorio Emanuele, ulteriore

dimostrazione dell’accondiscendenza dei regnanti nei riguardi dei provvedimenti razzisti e

antisemiti per la difesa della razza italiana. L’entrata in vigore di tali decreti legge non portò alla

cessazione di quella campagna denigratoria e brutale condotta dalle testate antisemite. Di volta in

volta si trovavano argomenti e pulsioni diverse da sottolineare con odio e violenza, dal 1938 al

1943 di fatto la propaganda antisemita subì mutamenti di intensità e di argomenti ma non cessò

mai.150 Le riviste erano divise sostanzialmente in due categorie maggiori. Una di denuncia del

problema razziale, con tutta la veemenza dovuta ad un pubblico di riferimento non colto. Una

pubblicistica quotidiana e settimanale di “colore”. E una seconda marcatamente teorico-politica e

dal presunto carattere scientifico. Da sottolineare ancora una volta il peso decisivo della testata di

Telesio Interlandi nell’alimentare odi popolari ai limiti del folclorico e dall’altro offrire ai lettori

numerosissimi interventi scientifici – o presunti tali – di modo da colpire il nemico africano-

ebraico su tutti i fronti possibili.

In soli nove mesi il partito fascista aveva costruito un embrionale ma totale razzismo di stato.

Come sottolineato da De Felice: «pur non adottando un criterio rigidamente razzista e tenendo

conto di elementi anche religiosi e politici, la tendenza che ben presto si venne affermando tra i

responsabili della politica antisemita fu quella di allargare al massimo la figura dell’«ebreo» da

149
Regio decreto legge del 15 Novembre 1938 XVII n. 1179, Integrazione e coordinamento in unico testo delle norme
già emanate per la difesa della razza nella Scuola italiana, in SARFATTI, Mussolini contro gli ebrei, cit., p 195.
150
DE FELICE, Storia degli ebrei italiani, cit., p. 379.
separare dalla collettività nazionale e al tempo stesso di ridurre al minimo il numero degli ebrei

discriminati, cioè riammessi in qualche modo nella stessa collettività nazionale».151

Sfruttando delle tensioni secolari mai sopite e inserendosi perfettamente nel panorama dei

totalitarismi europei, il regime era riuscito a porre la questione ebraica e razziale, fino al 1938

presenti ma non fondamentali, in cima alle preoccupazioni degli amministratori locali e dei

cittadini, investiti da un vortice d’odio al quale non erano preparati.

151
Ivi, p. 351.
Capitolo 4 – Telesio Interlandi e gli editoriali ne “La Difesa della Razza”

Se nelle prossime pagine si cercherà di osservare alcune delle figure e delle personalità maggiori

all’interno de “La Difesa della razza” con lo sviluppo di singolari teorie e modi di vedere il

razzismo, lo stesso Telesio Interlandi costituisce una presenza chiave della testata romana di

regime.152 Dalle posizioni forti e concrete i suoi editoriali costituiscono una riserva significativa di

informazioni riguardanti il modo di vedere e concepire il problema del razzismo nel pensiero

politico fascista sino alla venuta della Repubblica Sociale Italiana.

Il primo intervento intitolato “Il partito e il razzismo italiano” entra subito nel merito della questione

razzista italiana.153 Dopo aver elencato i numerosi scienziati presenti alla stesura di quello che è

passato alla storia come il Manifesto della razza detto anche Manifesto degli scienziati Italiani, il

direttore afferma qualcosa di decisivo per comprendere le future difficoltà del razzismo in Italia.

Si legge infatti: «il Regime ha seguito un suo indirizzo fondamentale: prima l’azione, poi la

formulazione dottrinaria, la quale non deve essere considerata accademica, cioè fine a se stessa

ma come determinante una ulteriore precisa azione politica».154 Inserendosi perfettamente in

quella psicosi collettiva che aveva riconosciuto nell’ebreo e nel diverso il pericolo in ogni

situazione e il capo espiatorio per ogni questione, il fascismo stava confermando la propria

campagna di discriminazione. Se da un lato il progetto politico è chiaro e ben definito lo stesso

non lo si può dire – almeno in un primo momento – per l’azione. Lo si evince dai continui

cambiamenti nei decreti-legge e nei diversi percorsi dell’amministrazione locale. Sembrava come

se si dovesse per forza iniziare una campagna razziale (prima l’azione) e antisemita senza aver in

mente uno schema pratico e definitivo (la formulazione dottrinaria). Molte delle incongruenze

152
Telesio Interlandi nasce in provincia di Ragusa il 20 Ottobre 1894. Sottotenente durante la prima guerra mondiale è
nel primo dopoguerra che inizia la propria carriera di scrittore polemico e direttore di testate giornalistiche. Tra le più
significative ricordiamo «il Tevere», giornale mediante il quale inizia la propria campagna feroce di stampo antisemita
e il giornale «Quadrivio». Inascoltata, sia dal popolo italiano che dal regime nella parte inziale della sua carriera, la
voce di Interlandi diventerà decisiva grazie alla creazione della rivista «La difesa della razza» testata di regime dove
scienziati, filosofi e uomini di cultura, tentarono di nobilitare e dare sostegno scientifico alle tragiche e disumane
teorie sulla razza. Muore a Roma nel Gennaio del 1965.
153
Difesa della razza, Anno I, 1 (5 Agosto 1938), p. 2.
154
Ibidem
presenti nei futuri numeri della rivista, e le stesse diversificazioni nel modo di intendere la

questione razziale, trovano concretezza in questo come in altri momenti. Il fatto di non avere una

chiara formulazione dottrinaria, alla quale si tentò con il Manifesto di porre rimedio, vedrà di lì a

poco tensioni sempre più forti nel partito e nella stessa rivista. L’intera questione razziale

sembrava trovare una propria causa nella formazione dell’Impero africano, il quale aveva

obbligato il paese a relazionarsi con culture ed etnie diverse. Da qui la necessità di «guardarsi da

ogni ibridismo e contaminazione».155 Per l’intero corso della rivista quella dell’incrocio di razza

sarà uno degli argomenti più sentiti dai lettori e dagli scienziati collaboratori. Si profila quindi un

Impero italiano coloniale al quale fa da contro altare l’altra questione capitale per il futuro del

partito fascista e della nazione: la questione ebraica.

Tra le tante sfide del regime fascista quella degli ebrei risultava essere di non facile risoluzione.

Integrati e partecipi della vita politica, culturale ed economica del paese, gli ebrei in Italia

potevano dirsi cittadini italiani a tutti gli effetti. Si doveva trovare un modo per mettere in cattiva

luce e denigrare la minoranza ebraica. Interlandi ricorrere subito ad una differenza – cliché nella

cultura del razzismo religioso – riconosciuta dagli stessi ebrei i quali: «si considerano da millenni

dovunque e anche in Italia come una razza diversa e superiore alle altre».156 Non era facile

presentare l’ebreo come nemico e dunque la strategia del regime fu quella di porre l’attenzione su

quella diversità di “elezione” – di stampo biblico-religioso – sfruttando un ambito in cui tensione

e odio erano presenti da secoli in tutta l’Europa cristiano-cattolica e non solo.

Serve una coscienza razziale in Italia che riconosca nel meticcio e nell’ebreo due nemici, l’uno nei

riguardi del prestigio e del valore della latinità e il secondo verso la lealtà al partito. Ecco che:

«l’attività principale degli istituti di cultura fascista nel prossimo anno XVII sarà l’elaborazione e

diffusione dei principii fascisti in tema di razza, principii che hanno già sollevato tanto interesse in

155
Ibidem
156
Ibidem
Italia e nel mondo».157 Osservando lo scacchiere politico europeo le parole di Interlandi

trovavano drammatica conferma. Attenzione particolare viene dedicata non solo al contesto

nazionale bensì continentale. Per questo il direttore della testata di regime ribadisce come:

«Questa rivista nasce al momento giusto».158 L’Italia da qualche anno si trovava immersa in una

nuova condizione, quella di potenza coloniale. Questa nuova prospettiva apriva nuove

problematiche e questioni sino ad allora se non assenti non particolarmente rilevanti nel contesto

italiano. L’Italia è costretta dal suo stesso percorso storico ad affrontare sfide e avversità nuove.

Deve prendersi le proprie responsabilità dando «al problema razziale la preminenza che gli spetta

sia da punto di vista strettamente biologico sia da quello del costume».159 L’aver fondato un

impero coloniale obbliga quindi l’Italia a dover organizzare gerarchicamente le etnie e i popoli a

lei sottomessi. Dopo aver rimarcato il nuovo orizzonte storico nel quale andava ad inserirsi il

cammino della nazione, Interlandi passa repentinamente alla seconda questione, l’ebraismo al

quale viene affiancato un razzismo antichissimo e aggressivo. Il più feroce e delirante razzismo

teologico.160 Da un lato il razzismo biologico assodato e legittimato dal prestigio della nazione

italiana, dall’altro lato invece un razzismo religioso abbietto, quello della comunità ebraica. Prima

caratteristica degli appartenenti al popolo di Israele quella di appartenere ad un’etnia e ad una

cultura religiosa rimarcante una differenza elettiva tra popoli. Si sta offrendo ai lettori uno dei

molti elementi necessari alla costruzione del nemico. L’ebreo è colui che divide e separa mediante

criteri e pregiudizi teologici.

Il direttore de “La difesa della razza” presenta in seguito la tripartizione della rivista nei settori

mediante i quali il razzismo di stato condurrà la propria opera: la Scienza, la Documentazione e la

Polemica. Emblematici gli ultimi passaggi di questo primo editoriale laddove si riconosce nel

partito e nelle volontà mussoliniana «una risoluta azione attraverso la sua potente e precisa

157
Ibidem
158
Ivi, p. 3.
159
Ibidem
160
Cfr, Ibidem
organizzazione centrale e periferica».161 Quella stessa efficienza periferica di lì a poco operante

prima espulsioni dal paese e in seguito deportazioni e violenze.

Anticipando obiezioni e critiche Interlandi nell’editoriale del secondo numero della rivista (20

Agosto 1938) rimarca l’enorme successo del numero precedente non solo in Italia ma anche

all’estero: «il primo numero […] era esaurito dopo pochi giorni dalla messa in vendita […]

dimostra con l’eloquenza delle cifre che il problema della razza è attuale per il popolo italiano e

che il popolo italiano ha già una coscienza razziale».162 Ad attestare e confermare le parole del

direttore della rivista, nel numero del 5 Ottobre successivo (Anno I, 5), verrà inserito un

certificato firmato dal notaio Antonio Russo Ajello il quale dichiara l’avvenuta stampa di

centoquarantamila e cinquecento copie.163

Abbiamo detto in precedenza come le due questioni capitali del razzismo italiano degli anni

Trenta sono da ricercare nella questione africana e nel problema ebraico. Elemento confermato

dalla linea editoriale di uno dei più importanti organi di propaganda di regime: «i due aspetti più

drammatici del problema sono quello ebraico e quello africano».164 Il secondo problema viene

etichettato quale semplice ed immediato, forse anche per l’utilizzo dei mezzi di propaganda e di

istruzione al razzismo. I quali già da qualche anno riconoscevano nel colono un individuo del

quale le differenze fisiche (e quindi morali per il razzismo di stampo ottocentesco) erano sotto gli

occhi di tutti. Si parlava di realtà lontane, di colonie conquistate, ma il problema ebraico era molto

diverso. Se per l’individuo africano non ci si poneva la questione dell’appartenenza alla razza

161
Ibidem
162
Ivi, Anno I, 2 (20 Agosto 1938), p. 8.
163
Ivi, Anno I, 5 (5 Ottobre 1938) p. 7. La certificazione attesta in modo puntuale le diverse copie stampate per i primi
quattro numeri della rivista. Rispettivamente: centoquarantamila e cinquecento copie per il primo numero;
centoquarantamila per il secondo; centotrentamila per il terzo e infine le centocinquantamila copie stampate in
occasione del quarto numero. La certificazione non riporta dati relativi alle vendite effettive delle stesse copie ma
dimostra un interesse editoriale forte.
164
Ivi, Anno I, 2 (20 Agosto 1938), p. 8.
italiana in quanto diversi e distinti sin dalla biologia, ecco che nel caso ebraico fu una sorpresa

apprendere che essi «non appartengono alla razza italiana».165

Per Interlandi la situazione nel paese appare drammatica laddove non si riesce più a distinguere

l’italiano dall’ebreo. Dopo aver denunciato questa condizione, il direttore della rivista riassume

brevemente quello che era stato il percorso dell’antisemitismo in Italia. Esso era sì riuscito ad

osservare «la inassimibilità dell’ebreo, l’esclusivismo dell’ebreo, la mutevolezza dell’ebreo in seno

all’umanità non ebraica che lo ospita» e pur tuttavia – non essendo posta in modo biologico e

scientifico – la questione dell’antisemitismo nel paese «poteva sembrare o un’ingiustizia, o una

crudeltà, o un vezzo polemico, in ogni caso una inutile presa di posizione». 166 Per il regime non

era facile delineare i confini entro i quali inserire la lotta alla minoranza ebraica. Non vi erano le

condizioni sociali e culturali in diverse località dove la comunità ebraica era integrata e partecipe.

Bisognava creare il nemico spostando l’attenzione sui fini dell’ebraismo. La prima operazione è

quella di delineare e presentare il problema: quello della inconciliabilità delle finalità sociali ed

economiche tra ebrei ed italiani. «La seconda operazione sarà quella di delimitare la vita

parassitaria degli ebrei e di alzare i ripari necessari a un nuovo tentativo di invasione». 167

Considerate le diverse espulsioni in atto in Germania, Austria e in diverse località dell’Europa

centro-orientale, c’è da ipotizzare uno sguardo di Interlandi ai molti profughi che stavano

varcando i confini italiani in cerca di una nuova vita e di un futuro migliore. I provvedimenti del

Settembre successivo bloccheranno e distruggeranno tali speranze per gli ebrei europei.

L’invasione giudaica doveva essere bloccata in tutti modi per diverse ragioni in primis quello di

impedire «l’adulterazione della razza e il genio popolare».168 Mediante questi primi interventi de

“La difesa della razza” e con l’utilizzo di un linguaggio violento, cominciano a diffondersi tra i

lettori dei modi di conoscere e di percepire “l’altro” in modo diverso. Nel vicino di casa ora si

intravede la possibile presenza del parassita, primo passo verso quella ghettizzazione sociale di lì a

165
Ibidem
166
Cfr, Ibidem
167
Ibidem
168
Ibidem
qualche settimana diffusa in tutta la nazione. Dalla animalizzazione alla separazione, dalla

separazione all’eliminazione. Si insiste sul fattore biologico, sul sangue. Si deve evitare il contatto

con l’alterità per precauzioni scientifiche. La salvaguardia del genio nazionale è premessa alla

salvezza della Nazione in quanto: «la sovrapposizione di elementi estranei al nostro particolare

genio e la lenta soffocazione di questo: è la morte dell’Italia».169

Tra le argomentazioni maggiormente apprezzate ed utilizzate dalla parte antisemita italiana – in

questa fase iniziale di campagna razzista – quella dell’autoelezione a “popolo eletto” verrà

rimarcata più volte. Essendo la società italiana non pronta alle nuove frontiere del razzismo

biologico e della discriminazione violenta, si sente il bisogno di presentare il nemico – in questo

specifico caso l’ebreo – come razzista. Presentando il nemico quale separatore delle parti e

distruttore dell’unità sociale, il pensiero razzista poteva porsi come auspicabile. Da qui le parole di

Interlandi:

«Gli ebrei non si considerano, per loro stessa affermazione, né una confessione religiosa, né una comunità nazionale;
essi vogliono essere un “popolo” esistente come una realtà vivente al di fuori dei limiti territoriali e delle contingenze
politiche; essi sono, infatti, il “popolo eletto”, reame di sacerdoti e di gente consacrata. Gli ebrei vogliono costituire
una unità sovrannazionale».170

È l’insieme di diversi fattori a preoccupare l’antisemita siciliano, il quale nel proseguo

dell’editoriale indica in modo esplicito le diverse concause che possono minare alla salvaguardia

delle nazioni europee e mondiali sotto i colpi dell’internazionalismo ebraico. Dalla Diaspora al

Sionismo passando al Cosmopolitismo gli ebrei si sono mescolati ai non ebrei per un unico

scopo: la dominazione. Chiare le affermazioni: «Diaspora più Sionismo, cosmopolitismo e

nazionalismo, essere ebrei fra i non ebrei e ebrei fra gli ebrei; a un solo scopo: dominare le razze

inferiori, realizzare i fini politici e religiosi dell’ebraismo consacrati da una tradizione

169
Ibidem
170
Ibidem
millenaria».171 Emerge l’importanza storica della rivista di Interlandi sorta al momento opportuno,

di mettere in guardia i cittadini italiani che per troppo tempo hanno mostrato all’ebraismo quel

fianco scoperto per il quale adesso è necessario intervenire con cure drastiche, chiare e celeri. Una

volta dichiarato l’intento, quello di diffondere una sempre maggiore consapevolezza della

problematica razziale, è necessario impostare un progetto d’azione. Il partito fascista vide nella

scuola il vivaio per rendere operativi odi e tensioni razziali optando per una politica di

separazione ed esclusione forte. Si intuisce come il problema della difesa della razza

contrariamente ad una impostazione biologica, come presentata nel decalogo del Manifesto degli

scienziati italiani, ripetuta diverse volte in tutta la storia della rivista, debba considerare di vitale

importanza l’ambito educativo e spirituale. Interlandi afferma: «Di tutti gli aspetti che la difesa

della Razza può assumere in Regime fascista, quello che ha attinenza coi problemi dello spirito e

dell’educazione non è l’ultimo, è piuttosto il fondamentale».172 Riferendosi ancora una volta alla

necessaria difesa del genio razziale italiano, la scuola viene vista quale primo ambito in cui riuscì

ad inculcarsi l’elemento ebraico. La volontà di difendere la razza si era imposta all’attenzione del

regime e degli italiani a seguito della campagna d’Africa come vera necessità biologica e in merito

ai rapporti con la minoranza ebraica come fatto spirituale. Una volta posto il problema il regime

«doveva affrontare la questione della scuola».173.

Sarà dunque da essa che il regime dovrà far partire la restaurazione dei valori e del prestigio italici.

«La scuola fu l’arma efficace di cui costoro si giovarono per sfigurare il volto dell’Italia. Con la

scuola, il libro e il giornale».174 Nella pagina precedente veniva rimarcata l’approvazione da parte

del Consiglio dei Ministri dei decreti-legge in merito all’esclusione da qualsiasi scuola di individui

di razza ebraica e dell’espulsione degli ebrei stranieri.175 Nel Novembre successivo verrà inoltre

171
Ibidem
172
Ivi, Anno I, 3 (5 Settembre 1938), p. 8
173
Ibidem
174
Ibidem
175
Rispettivamente: Regio Decreto Legge 5 Settembre 1938 – XVI, n. 1390. Provvedimenti per la difesa della razza
nella scuola fascista; Regio Decreto Legge 7 Settembre 1938 – XVI, n. 1381. Provvedimenti nei confronti degli ebrei
stranieri.
approvato il Regio Decreto – Legge n. 1779 mediante il quale sarà proibito l’introduzione di libri

di testo di autori di razza ebraica. Il riferimento ai giornali infine è il preludio ad una critica forte

al ceto borghese, legato ad attività economiche e culturali tra le quali il giornalismo stesso, in cui

l’elemento giudaico è riuscito a penetrare in profondità anche grazie all’accondiscendenza degli

stessi italiani. Si legge infatti: «è bene ripeterlo fino alla sazietà, la borghesia italiana si lasciò

gentilmente ebreizzare: vale a dire che dimenticò d’essere italiana e divenne, sotto la guida degli

ebrei, una classe europea, senza più volto italiano d’una Europa dominata dagli ebrei».176 Nel

corso dell’intera vita della rivista saranno variegati e frequenti gli attacchi a quel ceto borghese al

quale si rimproverava il fatto di non essersi difeso adeguatamente alle velleità ebraiche e anzi, si

era trasformata nel braccio destro dell’ebraismo mondiale.

Cominciando a profilarsi lo scontro perenne tra razzisti materialisti e coloro che puntavano

l’attenzione alle questioni dello spirito, ecco che Interlandi interviene affermando: «La […] razza

ha, questo è certo, quei determinati caratteri biologici inconfondibili che qui si vanno studiando e

divulgando; ma deve ancora riacquistare in toto […] quelle qualità spirituali che gli ebrei le fecero

perdere».177

Il direttore osserva con attenzione la realtà circostante e rimarca con forza l’importanza assunta

dal censimento degli ebrei dell’Agosto del 1938. Primo vero passo in direzione di una

persecuzione e di una schedatura sempre più ferrea, il censimento rivestì importanza capitale

nell’abituare gli italiani a riflettere sull’alterità unicamente in modo conflittuale. Si stava

desensibilizzando la nazione nei riguardi di quella minoranza prima schedata, poi separata, poi

perseguitata. Seguito di un breve ma rilevante intervento sullo spoglio dei dati del censimento

non ancora completo, Interlandi esprime alcune considerazioni significative. «L’essere gli ebrei

pochi o molti in rapporto alla compagine nazionale non ha che una minuscola importanza […]

176
Difesa della Razza, Anno I, 3 (5 Settembre 1938), p. 7
177
Ibidem
non la quantità ma la qualità dei ebrei è l’elemento che ci preoccupa».178 I dati del censimento

confermarono la presenza modesta rispetto altre nazioni della minoranza ebraica nel paese. Come

spesso accadrà nel percorso razzista fascista molte delle obbiezioni in mano a critici e ad eventuali

antirazzisti venivano ribaltate per presentare la questione del sangue o della razza in modo del

tutto diverso. A questo riguardo si è osservato nel caso de i Protocolli dei Savi di Sion il fuorviante

ribaltamento dei concetti di autenticità e di verosimiglianza. Ecco che «ciò che dà oggi un

carattere drammatico alla questione ebraica è precisamente l’assenza di drammaticità che si

riscontra nel processo di manomissione ebraica della vita italiana».179 Per il razzista Interlandi il

fatto di non aver avuto drammatici e tragici scontri con la minoranza ebraica è sintomo di una

tragica condizione italiana. Il non aver avuto problemi è dunque il problema nei confronti di

quella alterità ebraica così distante dallo spirito e sangue italiani. Tra gli obiettivi della rivoluzione

fascista c’è il fatto di condurre una ricerca delle responsabilità di questa intromissione

dell’elemento ebraico negli ambiti economici, sociali e culturali. L’influenza giudaica – osserva

Interlandi – si fece sentire anche in relazione alla campagna africana. Viene sottolineato come: «il

grande fatto della conquista dell’Impero e della nuova impostazione imperiale dell’attività italiana

ha incontrato resistenze e incomprensioni propri nelle zone che noi identifichiamo come

ebraizzate e che saranno a suo tempo messe crudelmente in luce».180

Non si vuole tentare una via di riconciliazione o di moderazione bensì il percorrere le strade di

una giustizia sommaria nei riguardi di quelle mentalità e atteggiamenti che limitano la forza vitale

del popolo italiano. Si dovranno seguire le “leggi fatali” auspicate per iniziare un nuovo cammino

della storia della nazione non più in mano ebraica.181 Se durante il comizio triestino del 18

Settembre Mussolini aveva dichiarato l’importanza della separazione verso gli ebrei senza meriti

nei riguardi della nazione o del partito, ecco che Interlandi nel mese successivo ribadisce come:

«Dal complesso di studi che qui sono raccolti vuol risultare la necessità e tempestività della

178
Ivi, Anno I, 4 (20 Settembre 1938), p. 8.
179
Ibidem
180
Ibidem
181
Cfr, Ibidem
separazione operata tra ebraismo e italianità, tra il vivente corpo della nazione e l’escrescenza

giudaica».182 Sfruttato ancora una volta quell’armamentario linguistico dove l’assimilazione viene

vista come abdicazione. Se nel paese era presente una solida e proficua assimilazione delle parti

italiane ed ebraiche, ora viene posto il dubbio nei lettori della rivista che essa in realtà non sia

altro che un piegarsi nei confronti del popolo eletto. Da qui il dovere civico di costruire una

coscienza razziale e di analizzare il suddetto problema sotto i diversi aspetti: scientifico e

spirituale, urbano (mediante l’analisi della questione ebraica) e coloniale (mediante il rapporto con

l’alterità africana). Nonostante l’importanza di tali argomenti, Interlandi è realista nel momento in

cui deve riconoscere nel paese resistenze e ottusità. Questo mancato vigore nello spirito era

ricondotto al lavoro importante degli ebrei sulla forza e sulla vitalità del sangue italiano corrotto

ma salvabile grazie alla rivoluzione in atto da parte del regime fascista. La “necrosi giudaica” deve

e può essere cauterizzata da quel nuovo percorso della storia dell’Italia la quale, mediante le

conquiste dell’impero, era tornata ad assumere il proprio ruolo nelle gerarchie dei popoli. Lo

stesso direttore in diversi momenti della storia della rivista ribadirà le molte difficoltà nella

diffusione degli ideali razzisti nel paese. Se da un lato mediante interventi del regime sempre più

aspri si abituò la popolazione italiana ad un certa dialettica del razzismo è vero anche che le stesse

trovarono resistenze, incomprensioni e scetticismo.

Si registra nel corso degli anni un forte calo di lettori e – dal punto di vista strutturale – un

sempre minor numero di pagine della rivista nel corso del 1942 e poi nel 1943. Negli ultimi

momenti di storia della rivista Interlandi risulta combattivo nei suoi editoriali, di questi valore

importante è assunto dal Discorso alle Nuove Linfe del numero 12 del 20 Aprile del 1942 mediante il

quale il direttore romano vuole ricordare quello che è stato il percorso razzista italiano degli

ultimi anni.183 Rilevante il peso storico nel razzismo italiano del direttore siciliano il quale, già dai

primi anni Trenta, si era prodigato in attacchi feroci alla minoranza ebraica. Direttore di altre due

riviste razziste rilevanti “il Tevere” e “Quadrivio”, grazie alle quali si fece notare agli occhi del

182
Ivi, Anno I, 6 (20 Ottobre 1938), p. 8.
183
Ivi, Anno V, 12 (20 Aprile 1942), p. 3.
Duce il quale gli affidò la direzione del più importante veicolo di razzismo fascista “La difesa

della razza”.

Come osservato dalla Pisanty: «l’armamentario retorico di Interlandi non era dei più sofisticati.

Ma nel momento in cui l’antisemitismo divenne dottrina di stato, la sua linea oltrazionista poté

contare sul supporto ufficiale del regime».184

184
VALENTINA PISANTY, La Difesa della Razza. Antologia 1938-1943, Milano, Bompiani, 2016, pp. 47-48.
Capitolo 5 – Realizzazioni effettive del razzismo ne “La difesa della razza”

Apparsa per la prima volta il 5 Agosto del 1938, la rivista de “La difesa della razza” consiste in un

enorme calderone di idee, di tensioni e opinioni, mediante la quali possiamo riassumere alcune

delle questioni maggiormente dibattute nel razzismo fascista sul finire degli anni Trenta. Il più

delle volte contrastanti, queste teorie razziali rappresentano ancora oggi un bagaglio pesante della

nostra storia con la quale si sente il dovere di confrontarsi e di provare un’eventuale sintesi

qualora possibile.

Dalle scienze classiche quali biologia e medicina, passando per quelle sociali come l’antropologia,

sino a prendere in considerazione il folklore e la religione, la rivista di Telesio Interlandi provò a

formare una vera coscienza di razza in Italia e a costruire un pensiero razzista articolato e

coerente. Cercheremo di carpire dal contenuto di alcuni degli articoli presenti nella rivista, le

teorie maggiormente rilevanti. Si è optato per una selezione non solo del numero dei contributi

ma anche delle personalità coinvolte. Si è preferita una cernita tra i numerosi contributi di Guido

Landra, figura significativa per la fazione maggiormente scientista e materialista del razzismo

italiano. Un razzismo di marca più spirituale e a tratti esoterico è stato tratto dagli articoli di Julius

Evola (al secolo Giulio Cesare Andrea Evola). Infine, vista l’enorme importanza, sia per numero

di scritti, sia per il peso delle teorie sul meticciato in un momento storico successivo alle

conquiste d’Africa, si è presa in considerazione la figura di Lidio Cipriani, tra gli esponenti

maggiori dell’odio anti-nero ne “La difesa della razza”.185 Punto di partenza fondamentale è il

185
Guido Landra (16 Febbraio 1913 – 14 Dicembre 1980) antropologo e teorico del razzismo ebbe un ruolo importante
per la rivista di Interlandi. Quasi onnipresente nelle pagine della rivista fascista con i suoi articoli di antropologia, il
giovane ricercatore giocò un ruolo importante per la stesura materiale del Manifesto della razza del 1938. Apprezzato
in diverse occasioni dai lettori della rivista nella sezione del Questionario, la fortuna non arrise al giovane studioso.
Cadde in disgrazie accademiche ed economiche a seguito della sconfitta del partito fascista al quale dedicò energie
non indifferenti. Figura dai risvolti drammatici Landra fu uno dei protagonisti di quel razzismo scientifico il quale,
mediante diverse discipline quali antropologia, biologia, medicina, cercava in tutti i modi di conferire dignità e rigore
scientifico alle aberranti posizioni razziste.
Julius Evola (al secolo Giulio Cesare Andrea Evola) nasce a Roma il 19 Maggio 1898. Pensatore tra i più complessi e
singolari del razzismo fascista costituì il protagonista assoluto di quella corrente di pensiero spirituale o esoterico delle
pagine della rivista di Interlandi. Tra le sue opere più significative spiccano “Rivolta contro il mondo moderno” e
“Sintesi della dottrina della razza”. Insoddisfatto dall’impostazione biologico-scientista del cammino razzista, il filosofo
Manifesto della Razza. Pubblicato per la prima volta nel Luglio del 1938, il decalogo apre il primo

numero della rivista di Interlandi. Il documento originerà una vera e propria diaspora nel neo-

nato razzismo di stato italiano. I primi tre punti del manifesto, rispettivamente “Le razze umane

esistono”; “Esistono grandi razze e piccole razze” e “Il concetto di razza è puramente biologico”,

forniscono al giovane Prof. Dott. Guido Landra – Assistente di Antropologia alla R. Università di

Roma – l’impalcatura teorica per il suo primo contributo nella rivista dal titolo “La razza e le

Differenze Razziali”.186 Rispetto l’opinione diffusa di una forte differenza e divisione tra gruppi

umani, dal punto di vista linguistico, religioso e delle singole nazioni, non ugualmente diffuso e

preciso è il concetto dell’umanità divisa in razze.187 Per Landra, il motivo di questa dicotomia e di

questa incomprensione è dovuto alle categorie utilizzate per lo studio delle umane società. «Per

avere netta l’idea di una umanità distinta in razze, bisogna sgomberare la mente da tutte queste

categorie tradizionali e considerare i singoli uomini con l’occhio del naturalista, come semplici

individualità biologiche».188 Così come affermato dal Manifesto anche le parole di Landra

confermano la prospettiva metodologica scientifica quale base per costruire un discorso razzista.

Il giovane antropologo sottolinea come, dalla semplice osservazione in natura dei diversi gruppi

umani, si possano riconoscere tre razze fondamentali: «la razza Bianca o Caucasica, la razza Nera

o Etiopica, e una razza Gialla detta anche Mongolica».189 Rispetto le singolarità a livello di lingua,

credi, usi e costumi, che variano di nazione e in nazione e che possono essere appresi nel tempo,

le differenze somatiche segnano un retaggio indelebile. Costituiscono quell’«unico patrimonio

sicuro che un uomo può trasmettere ai suoi figli e ai figli dei figli, mentre potrà anche non

romano costruirà una teoria razziale basata su fattori spirituali, metafisici ed esoterici. Morirà a Roma nel Giugno del
1974.
Lidio Cipriani nasce a Bagno a Ripoli, comune fiorentino, nel 1892. Di professione esploratore per breve tempo fu
rettore dell’istituto di antropologia fiorentino e nello stesso periodo firmatario del Manifesto degli scienziati razzisti
del 1938. Nei suoi viaggi si concentrò sull’emisfero australe, soprattutto le regioni del Sudafrica, dell’Abissinia,
dell’India. Personalità forte all’interno della rivista, Cipriani dedica la sua attenzione e produttività alla questione del
meticcio e dell’unione tra Bianchi e Neri. Costruite e impostate con una retorica violenta e a tratti brutale, le posizioni
dell’esploratore toscano saranno tenuta in forte considerazione da Interlandi che non a caso, assieme al giovane
Landra, gli affida il comitato di redazione. Morirà a Firenze nel 1962.
186
Difesa della razza, Anno I, I (5 Agosto 1938), pp. 14-15.
187
Cfr, Ivi, p. 14.
188
Ibidem
189
Ibidem
avvenire lo stesso per la lingua, la religione e la cittadinanza».190 Per questo sono fondamentali e

rilevanti per lo studio dell’umanità e dei gruppi distinti nelle tre razze per eccellenza. Una volta

appurata questa macro-distinzione somatica, Landra si spinge oltre affermando l’esistenza di

piccole razze, dette minori, che insieme formano le grandi razze. La questione viene così

presentata: «Queste piccole razze sono le unità sistematiche elementari, omogenee e ben definite,

che corrispondono alle varietà degli animali e delle piante. Esse non sono astrazioni del nostro

pensiero ma sono entità esistenti realmente in natura e noi non facciamo che riconoscerle».191 La

prospettiva del giovane, e il suo occhio, si spostano tuttavia dall’ambito somatico – facilmente

riconoscibile – al campo delle qualità umane in cui si vuole imporre un discorso scientifico di per

sé improbabile. Affermando un legame diretto tra comportamenti dei padri e quelli dei figli,

Landra sostiene l’impossibilità di un individuo di uscire dalle caratteristiche quantitative e

qualitative di ogni singola razza. In sintesi: «Ogni uomo ha quindi una personalità molto diversa a

seconda della razza da cui origina. Questa personalità è il risultato di fattori ereditari».192

Le differenze somatiche costituiscono il primo passo nel cammino della nuova prospettiva

razzista. Il colore della pelle, degli occhi, dei capelli e le forme del naso, arrivando all’apertura

della palpebra e alla diverse stature, sono indicati come «importanti criteri diagnostici per la

discriminazione delle razze umane».193 Obiettivo quello di dimostrare una differenza palese degli

individui a livello biologico. Per conferire rigore e dignità alla prospettiva razzista, si doveva

procedere anzitutto ad una classificazione, discriminazione e separazione nette tra i gruppi umani.

Le differenze somatiche costituiscono dunque il primo contributo dell’osservazione empirica

sulle differenze razziali. Non soddisfatto, il giovane antropologo decide di analizzare le differenze

interne, dalla struttura delle ossa a quella degli organi. «Oltre lo scheletro, i muscoli, i visceri, le

più importanti ghiandole, gli organi genitali esterni, presentano diverse variazioni razziali di forma

190
Ibidem
191
ibidem
192
ibidem
193
Ivi, p. 15.
e di dimensione».194 Rimarcando le differenze strutturali, viene ipotizzata una differenza a livello

di prestazione dei singoli organi i quali agiscono in modo diverso nelle differenti razze.

Conclusione ulteriore il fatto che: «oltre che differenti morfologicamente le diverse razze sono

differenti fisiologicamente».195

Differenze somatiche, morfologiche, fisiologiche, creano un sistema di scatole cinesi in cui

l’indagine razzista si immerge sempre più a fondo. Landra giunge alla dissertazione sul sangue, il

quale viene identificato come differente nelle diverse razze umane a causa della differente

percentuale di gruppi sanguigni. Il giovane menziona inoltre una presunta differenza nella

gestione delle patologie e nella formazione della psiche.196 Obiettivo del giovane antropologo è

quello di mostrare la falsità di coloro i quali affermano l’uguaglianza a livello biologico degli

individui. L’approccio biologico al razzismo si servirà di molte delle impostazioni teoriche del

giovane Landra apprezzato dagli stessi lettori della rivista in diversi numeri del Questionario.

Articolo significativo, poiché si inserisce nella diatriba in merito al ruolo dell’ambiente sul

comportamento umano, quello del 5 Dicembre del 1938.197 Il titolo “L’ambiente non snatura la

razza” è definitivo sulla posizione ideologica di Landra. Scontro forte quello tra i teorici della

razza i quali asseriscono l’ereditarietà dei tratti razziali e dall’altra coloro i quali valorizzano invece

le differenze ambientali quali cause di modi di vivere diversi e tratti somatici differenti. Il giovane

antropologo vuole parlare del popolo italiano il quale, nel corso dei millenni, si è ritrovato a dover

vivere in condizioni disparate. Viene ribadito come: «L’ambiente, la vita, i costumi diversi non

hanno potuto annullare nel profondo delle personalità di questi italiani l’essenza della razza». 198

Indipendentemente dal dove sono cresciuti, gli italiani non hanno modificato la loro essenza, il

loro carattere. Salvo le differenze linguistiche nei diversi paesi, l’italiano riesce a conservare la sua

identità, i suoi gesti, le fisionomie dei volti e altri tratti fisici. Giungendo alla conclusione che:

194
Ibidem
195
Ibidem
196
Ibidem
197
Ivi, Anno II, 3 (5 Dicembre 1938), pp. 16-18.
198
Ivi, p. 16.
«Nelle medesime condizioni di ambiente razze diverse reagiscono e vivono in maniera

diversissima, come al contrario una data razza in ambienti molto diversi si mantiene sempre

uguale a se stessa».199 Si intuisce la fiducia totale del giovane antropologo rispetto la razza,

dominante nei confronti dell’ambiente che la circonda, essa lo modifica e lo piega alle sue

esigenze e al suo genio. Il giovane prende come esempio il Polo Nord e il popolo degli eschimesi.

Rispetto la povertà di risorse di un ambiente così estremo quale quella del circolo polare artico,

Landra ribalta la prospettiva: «una razza creatrice di una grande civiltà non si adatterà mai a vivere

in un ambiente con risorse modeste ma emigrerà, finché potrà trovare il suo ambiente o un

ambiente che potrà trasformare secondo la sua volontà».200 Non a caso sfruttando la diatriba

razza-ambiente l’antropologo passa alla grande questione dell’impero in Africa dove l’Italia aveva

mostrato la sua forza creatrice e la propria volontà nello sfruttare a proprio vantaggio, e per la

realizzazione di razza, le risorse coloniali. La questione africana era la prova definitiva che, a

discapito di risorse presenti e di ambienti favorevoli, era il genio di razza a far fruttare le colonie e

le terre d’Africa. Per l’antropologo: «l’ascesa o la decadenza nella vita dei popoli dipendono, non

tanto dalle condizioni di clima o di suolo, come una sorpassata concezione materialistica

potrebbe farci credere, ma essenzialmente dalle qualità razziali dei popoli».201 Verrà tuttavia

riconosciuta la possibilità e la forza dell’ambiente di influenzare le razze, con modifiche non

ereditarie bensì occasionali. Emblematiche le parole in finale d’articolo dove si afferma: «nessuno

di noi negherà che l’ambiente, le condizioni del luogo il modo di vivere ecc. esercitano l’influenza

sullo sviluppo».202 All’antropologo di regime interessa valorizzare la tendenza a poter compiere

determinate azioni, indipendentemente dai fattori ambientali. Sono le predisposizioni di razza la

quali, una volta addomesticate e mantenute, possono portare ad esiti straordinari come l’impero

in Etiopia. Lo stesso ambiente può portare ad esiti differenti dovuti al fatto di appartenere a

retaggi razziali diversi. Viene menzionata la Transilvania dove gruppi di ungheresi, romeni e

199
Ibidem
200
Ivi, p. 17.
201
Ibidem
202
Ivi, p. 18.
sassoni vivono in modo diverso nonostante il medesimo habitat. La discussione vede da un lato

un’antropologia invischiata nella teoria della razza e dall’altra un modello più ottocentesco dove

era fortemente rimarcato il ruolo dell’ambiente.

Ora però la teoria della razza ha come obiettivo quello di spostare l’attenzione sul fattore decisivo

della responsabilità. Questo risulta importante per la comprensione delle teorie non solo di

Landra ma di tutto un modo di fare antropologia e scienza nel razzismo in Italia. Si legge: «colui il

quale riferisce all’ambiente ogni possibilità di modificare i caratteri razziali riconosce in fondo che

ogni causa di grandezza o di decadenza della sua razza è al di fuori di questa». 203 Le diverse

campagne d’Africa, la costruzione di un modello nuovo di uomo e di nazione, tutto era stato

creato per valorizzare l’idea di una forte e decisiva responsabilità di razza a discapito di fattori a

lei esterni ed estranei. La battaglia di Landra è molto più alta di quella tra natura e razza. È la

battaglia di coloro i quali, mediante “La difesa della razza” e le altre testate, vogliono affermare la

totale responsabilità del genio e della grandezza ai soli motivi razziali. Riconoscere alla razza le

responsabilità nel proprio cammino e del proprio cammino. Grazie a quella «divina scintilla che è

fonte di progresso umano» gli italiani si sono imposti in Africa e nel mondo, con il loro genio e la

loro forza.204 Difendere la razza vuol dire difendere chi è riuscito a portare e trasmettere la civiltà

e la forza. Il quadro di riferimento è sempre la campagna africana.

La lotta per la difesa della razza non è vista da Landra unicamente come lotta biologico-ereditaria.

Viene affrontata anche socialmente dove ruolo decisivo e negletto viene giocato dalla razza

nemica per eccellenza, quella borghese. Dalla sua fondazione nel 1938 e per i primi anni della

rivista, la questione borghese viene sentita come decisiva da autori e lettori che non a caso a

partire dal 1942 lamenteranno il calo d’interesse per una questione di così vitale importanza.

Rilevante l’articolo del 20 Ottobre 1939 dal titolo “La razza dei borghesi” nel quale l’autore descrive

il profilo umano del protagonista a livello politico, sociale, culturale ed economico del XIX prima

203
ibidem
204
Cfr, Ibidem
e XX secolo poi.205 Il borghese viene così presentato: «Attaccato ai beni materiali, impiegato,

uomo d’affari, intellettuale, o anche artista o poeta […] non ama uscire dal quadro delle sue

abitudini.»206 E ancora: «è un commerciante fuori classe, un imbroglione emerito, un avvocato di

prim’ordine. Egli non è mai ingannato, ma se l’intende a meraviglia a ingannare, a fare prendere le

finzioni per delle realtà. Egli è il genio dell’inganno».207 A ultimare la presentazione del nemico

viene aggiunto l’elemento giudaico. Menzionando Vacher de Lapouge, antropologo francese,

Landra sottolinea la forza del Giudaismo, il quale si sta preparando alla plutocrazia in Europa.

«Nessun altro elemento possiede una tale proporzione di uomini abili a raccogliere dei milioni e a

seminare introno la corruzione. Intorno a noi il giudeo non ha rivali nell’arte di utilizzare il lavoro

del brachicefalo (borghese) e a concentrare le sue economie».208 Dai toni preoccupati, a tratti

apocalittici, l’annuncio di un vero e proprio rischio di estinzione dell’Uomo Europaeus a tutto

beneficio della razza servile.209 Per tentare di giustificare scientificamente le sue posizioni,

l’antropologo italiano inserisce dati e schemi riportanti i valori di misurazioni del cranio e delle

ossa. Dopo un riscontro della brachicefalia, la maggiore larghezza del cranio rispetto i valori della

lunghezza stessa, lo scontro tra borghese e ariano avviene a livello morale. Rispetto la volontà

nell’agire il borghese preferisce nascondersi, così facendo «pecca per servilismo, mancanza di

carattere e virilità».210 Ancora la scuola francese offre a Landra un riassunto drammatico della

figura del borghese il quale «se è intelligente, esso accumula idee piuttosto che fabbricarne; se è

pacifico è soltanto perché manca di ardimento ma non di desiderio del bene altrui: il lucro lo

tenta ma il pericolo lo fa riflettere».211 Essendo la razza unione di tratti fisico-morfologici e

spirituali, ecco che la figura del borghese, venendo meno alle grandi doti del popolo e razza

205
Ivi, Anno II, 24 (20 Ottobre 1939), pp. 18-20.
206
Ivi, p. 18.
207
Ibidem
208
Ivi, p. 19.
209
Cfr, ibidem
210
Ivi, p. 20.
211
Ibidem
italiana, si configura come individuo di una razza a parte, diversa da quella dei lettori della rivista e

contraria alla salvaguardia della nazione e dello spirito ario-romano.212

Chiudiamo questa breve dissertazione sulla figura di Landra menzionando un articolo scelto per

tutti e tre i profili qui presenti (Landra, Evola, Cipriani), datato 20 Aprile 1942. Il numero riveste

importanza non secondaria per la storia della rivista di. Interlandi deve sopperire ad un numero

sempre minore di pagine e di forza della testata e decide di riprendere il Manifesto del 1938,

l’anno migliore della rivista, quasi come auspicio per le future sorti del giornale. La ripresa del

documento, di per sé chiaro ed esaustivo nel suo decalogo, è sintomo di una mancata coerenza e

di prospettiva comune nel razzismo italiano. A Landra viene affidato un articolo avente quale

base ideologica il primo punto del manifesto “Le razze umane esistono”, tema già affrontato dal

giovane antropologo anni prima.213

Landra inizia la propria dissertazione sottolineando i limiti e le difficoltà delle ricerche fatte sino a

quel momento in materia di razzismo. Se molto dev’essere ancora fatto per una corretta analisi e

quindi comprensione delle razze, quello che è certo per il giovane antropologo è l’esistenza

concreta di queste razze. «Lo studioso deve perciò avere nei riguardi della moderna scienza

razziale per lo meno la stressa fiducia che ha per le altre scienze biologiche in generale».214 Se la

fiducia è notevole e forte, lo sono anche le difficoltà nel trovare coerenza e stabilità al pensiero

sulla razza e al modo di considerarla. Landra ribadisce il bisogno di attenersi al dato scientifico

senza lasciarsi traviare da deformazioni di natura teologica o metafisica per la quale mette in

risalto il ruolo della Chiesa. La concezione della razza deve essere unica e deve tenere presente

tanto i fattori fisici quanto quelli psichici.215 In finale vengono enunciati coloro i quali si sono

eretti contro la questione della difesa della razza la quale: «sarebbe oggi qualcosa di più di un pio

212
Ibidem
213
Si veda l’articolo in Difesa della razza, Anno I, 1 (5 Agosto 1938), pp. 14-15.
214
Ivi, Anno V, 12 (20 Aprile 1942), p. 7.
215
Ivi, p. 8.
desiderio se ebrei, filo-ebrei, clericali, vecchi massoni e cultori di riti magici non avessero fatto di

tutto nel quadriennio 1938-1942 per ingarbugliare le acque cristalline del nostro razzismo».216

V. 2 Evola e la corrente esoterica del razzismo italiano.

Se Landra rappresenta una delle figure più significative di quella parte del razzismo ancorato alle

metodologie e conquiste scientifiche, Julius Evola rappresenta invece una delle figura chiave del

razzismo così detto “spirituale”. Così come per la fazione del razzismo scientifico anche per il

filosofo romano si sono presi in considerazione tre articoli per riconoscere alcuni degli argomenti

maggiormente sentiti da questa fazione di razzisti italiani.

Bisogna attendere il 5 Gennaio del 1939 per leggere il primo contributo di Evola dal titolo “I tre

grandi problemi della razza”. Sarà tra i testi decisivi del teorico razzista. Interessante la presenza –

assieme al titolo – della dicitura “Metodologia razzista”. Si intuisce la necessità di impostare un

discorso metodologico, di una prospettiva unitaria, dove poter inserire la questione del razzismo

nell’Italia di regime. Evola è realista nel presentare ai lettori uno dei problemi maggiori nell’

impostare il problema della razza la quale:

«è da noi trascurata per via di confusioni che in parte vengono commesse in buona fede, essendo

dovute ad impreparazione e a scarsa chiarezza di visione, in parte però, sono create a ragion

veduta, per disorientare gli spiriti e tra un profitto di siffatto disorientamento per scopi

inconfessati».217

Non solo per il caso italiano bensì a livello continentale, il problema del razzismo concerne

l’impostazione stessa della questione, il poter parlare di razza, e allo stesso tempo si riconosce una

forte problematicità nel modo in cui questa razza debba essere studiata. Rispetto i primi numeri

della testata dove l’approccio scientifico, biologico e antropologico dominavano le pagine della

216
Ibidem
217
Ivi, Anno II, 5 (5 Gennaio 1939), p. 11.
rivista, non si farà attendere la risposta del filosofo il quale sottolinea come: «uno dei principali

pericoli propri al non porre il problema della razza totalitariarmente e al restringerlo al mero dato

biologico, etnico e antropologico».218 La scienza ha valore nel discorso razzista ma allo stesso

tempo si deve optare e – laddove possibile – giungere ad una conoscenza del genere umano più

alta. La critica è totale. Non solo viene ridefinito il ruolo delle scienze, non solo si auspica ad un

razzismo e conoscenza differenti, il filosofo romano vuole distrugge l’idea stessa di conoscenza

«che nei tempi moderni si è convertito di chiamare scientifica».219 Errore fatale per Evola quello

di suddividere in compartimenti stagni il sapere umano. Laddove si rimarcava il dato scientifico

della biologia, dell’antropologia, del sapere medico, emergeva una distanza tra le discipline

ostacolante la visione d’insieme.220 L’articolo è contraddistinto da un rigore scientifico forte, e dal

desiderio di immergersi completamente nella questione razziale. Parlando di razza si deve parlare

di uomini ed ecco che a base del pensiero evoliano è la «veduta, secondo la quale tre elementi

distinti costituiscono la entità umana: il corpo, l’anima e lo spirito».221 Ammettendo, così come era

stato fatto per i primi numeri della rivista e descritto perentoriamente nel Manifesto dei razzisti

italiani, la sola prospettiva materialista emergevano due difficoltà. Da un lato i detrattori del

razzismo italiano potevano bollare le teorie razziste quali mero materialismo e dall’altra coloro i

quali, ammettendo la diversità fisica, valorizzavano invece l’universalismo spirituale.222 Dopo una

doverosa premessa metodologica Evola si prodiga nella distinzione dei gradi del problema

razziale. Il primo modo di conoscere e di vedere la questione della razza è il punto di vista

scientifico. Si riconosce alle scienze la volontà di imbastire un dibattito sulla razza. La prima

forma di razzismo viene così descritta: «questo è l’aspetto più generalmente noto e diffuso del

razzismo, il razzismo antropologico il quale, passando dalle applicazioni pratiche, ci farà anche

218
Ibidem
219
Ibidem
220
Ibidem
221
Ibidem
222
Ivi, p. 12.
conoscere le condizioni positive per la sanità, la protezione e il potenziamento fisico della

razza».223

Parlando di sanità e di protezione il riferimento è alla questione decisiva del meticciato e all’intero

scenario diplomatico e politico dello stato italiano. Ma non basta. Si deve giungere alla

consapevolezza della razza come anima e non solo come dato biologico. Parlando di questa

forma di razzismo ecco come viene presentato ai lettori: «si è quasi introdotti nel razzismo di

secondo grado, il compito del quale è scoprire e individuare quella razza che, oltrechè nel sangue

e nella corporeità, esiste e vige nel dominio o piano dell’anima: esso avrà dunque per oggetto

precipuo l’esame dell’anima delle razze, cioè le razze come anima».224

Tralasciando le differenze somatiche, per loro stesse evidenti, ora è la cultura ad essere analizzata.

La teoria della razza incontra l’ambito sociale e culturale mostrando una differenza enorme

nell’essere guerrieri, mercanti, santi e così via.225 Riconoscendo un modo nordico o mediterraneo,

distinto da quello ebraico o ario-orientale, ecco che la teoria della razza non ha più come unico

sguardo di riferimento quello scientifico e del dato materico. Il razzismo si eleva così prima alla

teoria dell’anima delle razze (definita mediante l’approccio della psicoantropologia) giungendo

infine allo spirito vero e proprio. Quello che ora si deve analizzare è il modo stesso di concepire il

mondo per una determinata razza, non più la sua fisicità, non più il suo modo di riflettere usi e

costumi, bensì quella di riconoscere una visione d’insieme. «Coronamento supremo dell’edificio

razzista» le razze dello spirito costituirebbero l’oggetto precipuo del razzismo di terzo grado.226 In

finale Evola dichiara esplicitamente l’obiettivo della sua campagna ossia quella di «contribuire,

nella misura delle nostre capacità e dei mezzi a disposizione, a questa impostazione totalitaria del

razzismo».227

223
Ibidem
224
Ivi, p. 13.
225
Cfr, Ibidem
226
Ibidem
227
Cfr, Ibidem
Da questo momento la presenza di Evola nelle pagine della rivista sarà imperante nelle questioni

di spirito e di anima delle razze. Riconoscendo nel suo pensiero una difficoltà notevole rispetto le

impostazioni materiche e scientifiche dell’altra ala del razzismo italiano, Evola tenta di sviscerare

le proprie posizioni, rendendole maggiormente comprensibili. Ecco che, nel Febbraio del 1939,

presenta l’articolo “Razzismo di secondo grado. La razza dell’anima”.228 Viene offerta ai lettori una

chiara definizione di questa particolare forma di razzismo: «quello che non ha più in vista le

caratteristiche puramente somatiche, biologiche e antropologiche di un dato umano, e non ancora

le grandi idee che differenziano l’umanità in tante «razze dello spirito», ma considera un dominio

intermedio, quello dell’anima».229 Il dominio di questo razzismo non è semplice da definire e lo

stesso Evola offre una similitudine intuibile dai lettori. Rispetto le differenze somatiche

riscontrabili tra un sardo, un toscano e un veneto: «c’è qualcosa in comune, di sufficientemente

uniforme, di individuato e di individuabile, in fatto di «stile», di là dalla maggiore o minore

diversità semplicemente etnica o antropologica degli Italiani delle varie ragioni».230

Per il filosofo romano l’antisemitismo italiano stava commettendo l’errore di considerare il

nemico ebraico unicamente dal punto di vista scientifico e somatico. Non era importante

rimarcare le differenze dei tratti del volto o delle sembianze fisiche dell’ebreo (fondamentali

invece per la propaganda mediante immagini, cartoline, volantini), era decisivo il discorso

antropologico, in cui era rilevata l’azione corrompitrice, rivoluzionaria e sovvertitrice, più o meno

dichiaratamente antifascista e comunista.231 Viene poi definito lo strumento d’indagine migliore

per avvalorare il discorso razzista applicato all’anima, presentato da Evola con il nome di

psicoantropologia. Se il razzismo biologico poteva contare sugli strumenti della biologia, della

medicina e dell’antropologia, ecco che il razzismo di secondo grado poteva contare su questa

228
Ivi, Anno II, 7 (5 Febbraio 1939), pp. 18-20.
229
Ivi, p. 18.
230
ibidem
231
Ibidem
disciplina «la cui premessa metodologica […] è che l’esteriore è una funzione dell’interiore, la

forma fisica è una espressione, uno strumento, un simbolo di forza psichica».232

Un altro quesito dev’essere risolto. Ci si domanda infatti che cosa sia la razza per questa

particolare forma di razzismo. La risposta non tarda ad arrivare: «per razza intendesi non certo un

aggregato di qualità o di caratteristiche fisiche, ma lo stile dell’esperienza vissuta compenetrante di

sé l’interezza di una forma umana».233 Grazie all’approccio psicoantropologico è possibile

impostare un percorso e un metodo razzisti di carattere non più quantitativo con lunghi elenchi

di dati – più o meno utili alla causa razzista – bensì qualitativo. Si cerca di comprendere ciò che

viene espresso da quei tratti, ciò che anima quei corpi.

Le battaglie di Evola sono diverse: dalla comprensione del problema razzista in tre ambiti distinti,

passando per il problema dell’antisemitismo, il filosofo arriva infine a riflettere anche della

questione che anima maggiormente il razzismo in Italia, la questione delle unioni con popoli di

etnie diverse. La rinomata questione del meticcio dove non si prende più in considerazione il solo

problema dell’imbastardimento fisico, bensì «l’effetto più deleterio degli incroci […] si palesa

proprio a questa stregua: essi conducono ad una dilacerazione e ad una contradizione interna, alla

frattura dell’intima unità di un essere umano».234 La distruzione dell’integrità biologica viene ora

legata a quella dell’anima. Per questo l’internazionalismo e il cosmopolitico preoccupano Evola e

non solo. Il razzismo di secondo grado interiorizza – confermandolo – il principio di

disuguaglianza propria del razzismo biologico di primo grado.235 Così come nel corpo anche

nell’anima gli uomini sono diversi. Partendo dal fatto che, situazioni o argomenti del tutto

rispettati in una cultura possano essere del tutto disapprovate da un’altra, Evola rimarca

l’importanza della psicoantropologia la quale: «dimostra che il mondo dei valori si articola in

232
Ibidem
233
Ivi, p. 19.
234
Ivi, pp. 19-20.
235
Cfr, Ivi, p. 20.
funzione di ciascuna di esse (riferito alle anime), assumendo per ciascuna di esse un volto proprio

e inconfondibile».236

Le finalità di Evola si distinguono da quelle del razzismo biologico con il quale però condivide il

metodo del distinguere e definire. Ma ora si chiede ai razzisti un altro compito, quello di «studiare

la prevalente corrispondenza di ognuna di queste razze in senso propriamente etnico e

antropologico esistenti e variamente rappresentate nei vari popoli».237 Le finalità, i criteri e i

metodi d’indagine devono essere indipendenti nei vari razzismi i quali, una volta cooperanti,

potranno definire l’uomo nella sua tripartizione: corpo, anima e spirito.

Con un notevole salto temporale arriviamo al già menzionato numero del 20 Aprile 1942. Ad

Evola si chiede un intervento sull’ottavo punto del Manifesto, rimarcante la differenza tra

Mediterranei, Africani e Orientali. L’articolo presenta il titolo “Razzismo Nordico-Ario” mostrando

un legame evidente col punto precedente del Manifesto, il settimo, dove viene rimarcato

l’indirizzo del razzismo italiano (italiano e ariano-nordico). Le tesi di Evola hanno come sfondo

lo scontro ideologico tra razzismo italiano e tedesco. Convinzione forte del pensiero razzista

quella di «affermare che il modo con cui una data idea si presenta in una data razza e all’interno di

una data tradizione non può essere lo stesso che nel caso di una razza e di una tradizione

diversa».238 Avendo fermo questo principio si ottiene il dato di fatto della diversità intrinseca del

razzismo italiano rispetto quello di scuola tedesca. La scelta della formula “nordico-aria” implica

importanti conseguenze a livello teorico. Grosso problema quello della “mediterraneità” rispetto

una purezza “nordico-aria”. Biologicamente parlando: «noi siamo certo mediterranei, con

riferimento al nostro ambiente e al nostro spazio vitale».239 Esistono tuttavia delle differenze

nettissime di sangue e di mentalità tra noi – gli eredi della romanità aria – e tutta una serie di altri

236
Ibidem
237
Ibidem
238
Ivi, Anno V, 12 (20 Aprile 1942), p. 10.
239
Ivi, pp. 10-11.
popoli, che eugual diritto hanno di chiamarsi mediterranei.240 L’attenzione è rivolta soprattutto al

mito latino il quale per Evola si è come disciolto in una sorta di vernice umanistica la quale ha

investito un gruppo di popoli anche molto differenti tra loro, riuscendo a sopravvivere nel tempo

grazie ad una specie di riflesso esteriore della civiltà di Roma.241 Se lo stesso mito latino può

adattarsi a popoli di culture e spiriti differenti, si deve riuscire a salvaguardare la specificità della

razza italiana. A questo scopo si inserisce l’elemento nordico-ario: «con riferimento al quale la

gente italiana può veramente sciogliersi da promiscuità etniche e spirituali, opporsi a componenti

non arie o di una arianità deviata, pervenire come è detto dal Manifesto, ad un ideale di superiore

coscienza di se stessa e di maggiore responsabilità».242

Non potendo abbandonare il retaggio scientifico e degli studi antropologico-fisici, Evola riflette

anche di questioni inerenti alla fisiologia e alla fisionomia, sottolineando come sia necessario

«affrontare anche il problema biologico e somatico, considerandolo indispensabile per la

costruzione di un ideale umano veramente completo, veramente conforme ad una sintesi

classica».243 La questione del sangue è rilevante laddove per il filosofo romano le uniche

differenze a livello biologico sono da intendersi nei colori dei capelli e degli occhi, più scuri

nell’area mediterranea e più chiari in quella nordica. Derivano entrambi da un antenato comune,

chiamata ora razza vestide ora atlantico-litorale.244 Nel corso dei secoli da questa razza antica si è

sviluppato un tipo più puro, quello di Roma. Abbiamo quindi un gruppo razziale che si è diviso

nel ramo nordico e in quello mediterraneo. E in quest’ultimo si è sviluppato un gruppo razziale

ancora più puro di quello mediterraneo. La formula nordico-aria del Manifesto sembra legarsi a

questo particolare insieme di individui. Evola coglie l’occasione per scagliarsi contro la parte

maggiormente storicista: «eliminato […] l’equivoco della tedeschità della nostra gente, il termine

romano può far sorgerne altri, da parte di mestatori, che vorrebbero monopolizzarlo per

240
ibidem
241
Ivi, p. 11.
242
Ibidem
243
Ibidem
244
Cfr, ibidem
concezioni universalistiche o devozionali o storicistiche, che nulla hanno a che fare con i

problemi della razza».245 Le risposte in merito al perché dell’interesse del razzismo italiano per il

proprio elemento nordico sono da ricercare ancora una volta nel decalogo del 1938. «La formula

nordico-aria o aria-romana che si voglia rappresenta il punto saldo di riferimento, appunto come

afferma il Manifesto per elevare l’Italiano ad un ideale di superiore coscienza e di maggiore

responsabilità per adeguarlo a compiti di dominio e impero».246 Onnipresente la situazione

africana con gli impellenti doveri imperiali.

V. 3 Lidio Cipriani e il razzismo anti-nero. Dalle responsabilità imperiali all’odio per il


meticcio.

Vista l’importanza delle questioni del meticcio, dell’impero, della gestione dei territori africani,

l’ultimo autore preso in considerazione da questa breve rassegna è stato Lidio Cipriani.

Esponente tra i più significativi del razzismo anti-nero, i suoi interventi immergono il lettore in

un clima di odio profondo dove la bontà dell’italiano, millantata ancora oggi da una parte della

storiografia, è ben lungi dall’essere presente. Si veda a riguardo il suo contributo nel numero del

20 Ottobre del 1938 a poche settimane di vita della rivista de “La difesa della razza”. Il titolo è

brutale “L’incrocio con gli africani è un attentato contro la civiltà europea”.247 Punto di partenza l’apertura

delle società europee nei confronti delle razze africane. La prospettiva economica obbliga ora gli

stati europei a doveri legislativi importanti per i quali «dipendono profonde modificazioni nella

legislazione coloniale e in parte anche nei territori metropolitani».248 Sembra quasi che discipline

quali l’antropologia e la biologia siano giunte a soccorrere i governi nei loro contradditori per la

conquista economica e per i nuovi assetti politici. Si profila un compito diverso di queste scienze

le quali non devono avere come priorità la semplice misurazione del cranio o delle ossa, come

245
Ibidem
246
Ibidem
247
Ivi, Anno I, 6 (20 Ottobre 1938), pp. 34-35.
248
Ivi, p. 34.
avveniva da decenni, bensì compiere rilievi ben maggiori. Cipriani parla infatti di: «scrutare

l’anima e la vita, e volgere i risultati per assegnare il giusto posto agli africani nella gerarchia delle

razze umane».249 Viene percepito come limite il fatto che le diverse nazioni, ognuna delle quali

con un dato programma e sistema economico-coloniale, potessero concepire diversamente le

razze africane. Bisognava costruire un fronte unico, un’unica prospettiva esistenziale in cui

conferire alle etnie e popolazioni non caucasiche il loro ruolo nel mondo. Ultima delle ingerenze

dell’Occidente nel continente africano.

La posizione di Cipriani assume toni violenti: «è fissato ormai in maniera inequivocabile

l’atteggiamento da assumere verso le razze di colore in Africa. Esso si aspira alla convinzione che

una inferiorità irriducibile, legata a cause biologiche e quindi trasmissibile nelle generazioni,

contraddistingue codeste razze rispetto i Bianchi».250

L’unione con l’elemento africano è messa in risalto come vero pericolo per l’integrità psicologica

e fisica dell’uomo occidentale, fino all’invettiva per cui l’unione con gli uomini neri altro non è

che attentato alla civiltà europea in quanto la espone a decadenza.251 Nel proseguo delle pagine il

lettore intuisce come per l’autore è deleteria non solo l’unione bensì l’eccessiva familiarità con

individui non bianchi. Rispetto un continente africano la cui vocazione sembra essere legata al

regresso, dalla politica all’economia passando alle stesse culture popolari, Cipriani rimarca

l’inutilità da parte dei bianchi di auspicare il cambiamento e il miglioramento delle condizioni

locali. L’esploratore afferma: «Allo studioso dei problemi etnici apparisce ridicola, nonché

assurda, la pretesa di spingere coteste medesime genti sulla via del progresso: a mezzo poi,

dell’innesto di una civiltà, come l’Europa, troppo al di sopra delle loro possibilità mentali».252

Rispetto un’antropologia e un’etnologia rimarcanti una non precisata inferiorità, due sembrano

essere gli scenari: da un lato il tentativo rispondente a quel “fardello dell’uomo bianco” che da

249
Ibidem
250
Ibidem
251
Cfr, Ibidem
252
Ibidem
tempo era presente nelle discussioni dei rapporti tra Africa e occidente. Dall’altro lato una totale

estraneità, l’evitare a tutti i costi i contatti con l’individuo non caucasico millantando una

inferiorità fisica e mentale delle popolazioni coloniali. Delle due soluzioni sarà la seconda a

dominare. La volontà filantropica di voler creare le condizioni di sviluppo per nuovi stati

indipendenti, molto simili all’Europa, viene bollata come utopia. A questo però si aggiunge il

forte interesse economico degli europei per le risorse presenti nelle colonie. Da un lato si osserva

lo scetticismo per la creazione di condizioni economico-sociali nuove e indipendenti e dall’altro

abbiamo l’esclusione dei contatti tra bianchi e neri e l’obbligo di giustificare la presenza italiana in

quei territori. Non è ammesso il ritirarsi dal continente africano in quanto: «un ipotetico

abbandono di questo da parte dei governi europei vi significherebbe l’immediato ritorno alle

barbarie».253

La retorica dell’esploratore toscano è semplice ma efficace. Prima si ha la costruzione dell’accusa

del meticciato in cui l’unione viene vietata, rimarcando fattori fisici e psichici per cui è necessaria

la divisione delle parti. In un secondo momento l’autore sottolinea l’inutilità del voler costruire

dei sistemi sociali, economici, culturali, di modo da far progredire il continente nero. Sforzo

utopico e inutile si deve però ammettere la necessità della presenza italiana e occidentale nelle

colonie. E qui si innesta la retorica del miglioramento di vita e della condizione umana delle

colonie italiane (sempre nel rispetto della divisione netta tra bianchi e neri), il quale porterà

beneficio all’impero e dall’altro migliorerà le condizioni degli stessi africani. Se i toni

sembrerebbero auspicare a una sorta di redenzione del teorico razzista ecco che negli ultimi

sviluppi dell’articolo viene ribadita la terribile minaccia del meticciato: «grave piaga i cui effetti si

proiettano, ingigantendo, nel tempo, e dalla quale i responsabili mai saranno puniti abbastanza».254

Come in altre occasioni si tenterà una mediazione tra tutti gli istinti e le forze in seno al razzismo

italiano. Se da un lato si vuole evitare l’incontro e la fusione con etnie diverse ecco che poco

253
Ibidem
254
Ibidem
dopo viene detto: «non pensiamo […] a metterli da parte, o all’opposto ad assimilarli, ma a

guidarli verso un livello sociale consono alle immutabili capacità naturali di cui dispongono».255 La

prospettiva razzista non può interferire con gli obiettivi del regime il quale era riuscito con

notevoli sforzi a costruire un proprio dominio coloniale. Serve una mediazione tra razzismo e

politica espansionistica fascista. Cipriani riassume così l’intera questione: «assistiamo gli indigeni,

ma non alimentiamo in essi velleità parlamentari e di indipendenza che nessuno ha intenzione di

elargire e che resulterebbe dannosa».256

Si sente come il bisogno di rimarcare la differenza tra lo stile italiano nel gestire i territori occupati

rispetto la barbarie inglese o francese. Non a caso alcuni articoli della rivista riportano le violenze

subite dalle popolazioni da parte del governo britannico e della repubblica d’oltralpe.257 Alla base

di tutto vi è però il medesimo disprezzo, la brutale e menzognera convinzione di una superiorità

bianca e quella di una «inferiorità mentale irriducibile nei sudditi di colore, connessa a cause

razziali di cui sarebbe pericoloso contaminarsi».258 Se la conservazione della razza europea è uno

degli obiettivi principali della causa razzista, allora si deve auspicare e provvedere anche al rientro

di tutti coloro i quali fuggirono dalle terre africane. Cipriani sottolineare l’ipocrisia di chi presentò

la guerra d’Africa quale guerra e campagna per portare la civiltà. Secondo l’esploratore razzista

questo non poteva essere il movente degli spostamenti bellici italiani in quanto questi popoli non

sarebbero stati in grado di recepire e assimilare usi, costumi, modi vivere italiani. La guerra era

stata condotta per portare l’Italia nel novero delle potenze coloniali, per mostrare la forza e il

vigore della latinità romana.

255
Ivi, p. 35.
256
Ibidem
257
Si veda ad esempio, Difesa della razza, cit., Anno II, 2 (20 Novembre 1938), pp. 32-34; Anno III, 3 (5 Dicembre
1939), pp. 34-37; Anno IV, 12 (20 Aprile 1941), pp. 21-23; Anno, V, 19 (5 Marzo del 1942), pp. 19-21; Anno VI, 7 (5
Febbraio 1943), pp. 1-20.
258
Ivi, Anno I, 6 (20 Ottobre 1938), p. 35.
L’autore torna in seguito al meticcio visto quale: «frutto del più immondo egoismo di cui in

colonia possa macchiarsi l’uomo bianco e che solo una propaganda politica, condotta con piena

ignoranza antropologica, maschera per cosa buona».259

Il confronto-distacco tra uomo occidentale e la bestia fa da sfondo al secondo articolo qui scelto

in questa breve ricognizione. Si prendono in esame le critiche del movimento razzista. Ancora

una volta il titolo è emblematico: “Critica razzista dell’egualitarismo democratico”.260 Gli argomenti

sono diversi, l’autore si scaglia subito contro l’evento storico che più ha apportato modifiche

all’assetto culturale del vecchio continente, la Rivoluzione Francese. Dopo di essa Cipriani

osserva un dilagare delle teorie dell’egualitarismo e dell’evoluzionismo, considerate nemiche

primarie della teoria e approccio razzisti. Presentate come un fronte unico vengono così descritte

dal teorico razzista: «l’asserita uguaglianza si suppose esistere sempre, in atto o potenza, per

effetto di un potere di evoluzione […] capace di produrre negli uomini di qualunque razza e

paese un miglioramento illimitato della intelligenza e delle attitudini alla vita sociale anche nei casi

in cui esse erano rimate in forma primordiale».261

Per la parte evoluzionista si legge poco più avanti: «il credere nella perfettibilità psichica graduale

come inevitabile effetto del continuo aumentare dei portati della civiltà apparisce ridursi ad un

puro atto di fede».262 La fiamma dell’intelligenza viene intesa da Cipriani quale il solo e unico fine

dell’educazione, ma rispetto ad essa si deve comprendere – questa la tesi sostenuta dai razzisti

italiani – che questa intelligenza non è la stessa nelle diverse nazioni e per le diverse etnie degli

uomini. Errore del comunismo e delle altre filosofie quella di riflettere di queste questioni

auspicando un «distribuire estensivo, sebbene superficiale, della cultura».263 Per Cipriani questo

consiste l’errore più grossolano laddove si dovrebbe auspicare ad uno studio delle diverse

aspirazioni di ogni singola razza di modo da trovare l’inquadramento perfetto per ogni individuo.

259
Ibidem
260
Ivi, Anno IV, 15 (5 Giugno 1941), pp. 6-8.
261
Ivi, p. 6.
262
Ibidem
263
Ivi, p. 8.
Come nei casi di Landra ed Evola si è presi in considerazione l’articolo del 20 Aprile del 1942.264

Volendo rimarcare il valore del Manifesto degli scienziati italiani del 1938 viene affidato a Cipriani

uno dei punti chiave: “Il concetto di razza è puramente biologico”, terzo punto del decalogo.

La base ideologica è la divisione delle razze umane per caratteri ereditari: «tanto che quelle

culturalmente all’apogeo lo sono perché assecondate da speciali e favorevolissime doti congenite,

mentre le altre rimaste allo stato primitivo, quasi sempre rappresentate da genti con pelle di

colore, molto scuro, soggiacciono ad una incapacità irriducibile per il lavoro psichico creativo».265

Ancora una volta si sottintende il valore di una marcata distinzione tra entità biologicamente e

intellettivamente differenti, separate tra loro dalla natura e dal corso della Storia che ha portato le

grandi razze al dominio e alla conquista. L’incrocio viene visto come elemento destabilizzante

quest’ordine, di qui il dovere morale di impedire il danneggiamento delle razze «favorite dalla

natura».266 Il riferimento è soprattutto all’ambito patologico nel quale si osserva una enorme

varietà di resistenze a determinate malattie in individui della stessa razza arrivando a differenze

enormi tra individui appartenenti a razze differenti.

Cipriani si sente in dovere di mettere in risalto la prospettiva scientifica e scientista ribadendo il

fatto che: «ogni altro modo di considerare le razze umane ci porterebbe a qualcosa di privo

inevitabilmente di valore scientifico e pratico perché non potrebbe tenere nel debito conto il

complesso accennato: che ,insisto, rientra in pieno nella Biologia e può analizzare a fondo

soltanto seguendo i criteri delle scienze biologiche».267

Vengono offerti ai lettori molteplici spunti di riflessione, dai tratti somatici inconfondibili tra

bianchi e neri, dalla differenza enorme di resistenza al dolore fisico tra le diverse razze passando

ad una diversità nei processi di accrescimento, di fecondità e di proporzione dei sessi. Le

differenze esterne sono riflesso di una non simultaneità di sviluppo interno. Corrispondendo alla

264
Ivi, Anno V, 12 (20 Aprile 1942), pp. 12-13.
265
Ivi, p. 12.
266
Ibidem
267
Ivi, p. 13.
linea editoriale di Interlandi – di matrice scientista e biologica – Cipriani arriva alla conclusione

che: «discutere di razze nell’Uomo allontanandosi dal puro campo biologico, e soprattutto per

divagazioni filosofiche di malintesa marca spiritualista, quando non sia dannoso, è condannato a

restare eternamente sterile».268

Contrariamente a quanto desiderato dal suo direttore e dai diversi “scienziati” La rivista de “La

difesa della razza” non solo non riuscirà a trovare e trasmettere un’unica e definitiva prospettiva

ideologica, ma dovrà riconoscere il poco interesse da parte dei lettori. Forse tediati da una così

lunga guerra interna – inerente a questioni di metodo – al movimento, prediligono altre questioni

dalla sterilizzazione, ai fattori di costume e della vita quotidiana (dalla pratica e valore dello sport,

ai problemi di alcolismo, arrivando alla questione ebraica). Nelle prossime pagine si tenterà di

delineare e seguire alcuni di questi percorsi dell’animo dei lettori, il più delle volte inquieti e

agguerriti e violentemente razzisti.

268
Ibidem
Capitolo 6 – Il Questionario de «La difesa della razza»

Nel panorama del razzismo italiano dei primi decenni del Novecento un ruolo decisivo è rivestito

dalla rivista “La difesa della razza”. Fondata a Roma nel 1938 e diretta da Telesio Interlandi fino

alla sua morte nel 1943, la testata si presenta ancora oggi a studiosi e lettori come uno dei

documenti di riferimento per lo studio del razzismo fascista269. Divisa in tre sezioni distinte:

Scienza, Documentazione e Polemica, ben presto vi si aggiunse una quarta parte, quella del

Questionario. In questa sezione si cercava di rispondere alle domande poste alla rivista dai lettori,

nella speranza di trasmettere con chiarezza gli argomenti trattati nei singoli numeri e per cercare

di delineare l’ideologia del razzismo fascista non sempre coerente.

Il presente capitolo prende avvio da queste pagine nel tentativo di capire come si presentava il

Questionario, le diverse pulsioni che muovevano i suoi lettori, per comprendere l’ottica e la

visone d’insieme – se mai ce ne fu una sola – dei cittadini italiani nei confronti del razzismo e

dell’antisemitismo fascisti negli anni 1938-1943. Prima di analizzare il Questionario de “La difesa

della razza” è doveroso segnalare alcuni momenti che hanno condizionato la genesi della testata

stessa. Il direttore Telesio Interlandi si presenta nell’Italia fascista degli anni 20 come un

instancabile funzionario di regime. Nel 1924 viene scelto per dirigere un nuovo quotidiano

romano “Il Tevere” dalle cui pagine si evince il bisogno di staccare l’ideologia e il movimento

fascisti da una linea moderata, ormai non più sostenibile. La nascita del nuovo giornale romano

era «avvenuta proprio per garantire a Mussolini, in un momento particolarmente difficile,

l’appoggio di una testata aggressiva e integralista, ma al tempo stesso disciplinata».270

Nove anni più tardi nel 1933, Interlandi fonda il settimanale “Quadrivio” ed è proprio in queste

due testate che si viene a formare quel gruppo eterogeno per formazione e competenze, destinato

269
I più importanti studi sul periodico sono: FRANCESCO CASSATA, «La Difesa della razza». Politica, ideologia e immagine
del razzismo fascista, Torino, Giulio Einaudi Editore, 2008; VALENTINA PISANTY, La difesa della razza. Antologia 1938-
1943, Milano, Bompiani, 2006.Segnaliamo come ulteriore contributo il testo DI MICHELE LORÉ, Antisemitismo e razzismo
ne La Difesa della Razza, Catanzaro, Rubettino Editore, 2008.
270
CASSATA, «La Difesa della razza», cit., p. 7.
a costituire il nucleo dei collaboratori de “La difesa della razza” ultima tappa di un percorso

giornalistico e umano per cui la figura di Interlandi spicca nell’ambiente romano e non solo. 271 Sui

motivi che portarono alla fondazione di tali iniziative editoriali razziste (già “Il Tevere” e il

“Quadrivio” si segnalarono per questo tipo di posizioni) i motivi sono molteplici:

«Elaborare e divulgare una dottrina “scientifica” della razza che giustificasse (agli occhi dell’opinione pubblica
italiana) la politica coloniale e, soprattutto, l’antisemitismo di stato. L’obiettivo era di persuadere gli italiani che il
colonialismo, l’eugenetica, il divieto dei matrimoni misti e le leggi razziali fossero scelte politiche legittimate dalle
leggi di Natura».272

Possiamo intuire la varietà di temi e argomenti così complicato a causa dei quali ancora oggi la

ricerca storiografica, pur con delle notevoli eccezioni, non ha dedicato a questa rivista l’attenzione

che meritava. Come sottolinea Valentina Pisanty: «questa lacuna storiografica è sorprendente, se

si pensa che La difesa della razza giocò un ruolo rilevante della definizione del «problema razziale» in

Italia e nella diffusione della propaganda razzista negli anni cruciali del colonialismo e della

persecuzione antiebraica.273

Nonostante la sicurezza esposta da alcuni dei principali collaboratori della rivista, da Julius Evola,

a Guido Landra, passando per Giovanni Preziosi, la rivista non riuscirà a trovare un proprio

orientamento unitario nelle argomentazioni e negli articoli.274 Quella del razzismo in Italia è una

storia variegata, una sorta di crogiolo d’odio in cui confluivano tensioni e pulsioni con una storia

fatta anche di contrapposizioni. Emerge qui la presenza oscura di quell’antisemitismo che, a

partire dai primi anni del Novecento con la pubblicazione de I protocolli dei Savi di Sion e con una

pamphlettistica sempre più corposa, era gradualmente tornato in auge. La lotta alla borghesia

271
Ivi, p. 8.
272
PISANTY, La difesa della razza, cit., p. 23.
273
Ivi, p. 25.
274
Giovanni Preziosi (24 Ottobre 1881 – 27 Aprile 1945) fu tra i primi sostenitori di quell’antisemitismo di stato
istituzionalizzato poi dalle Leggi razziali del 1938. Accanito antisemita, la sua ossessione per il nemico ebraico lo spinse
a sviluppare una propria visione e un suo specifico odio anti-ebraico descritto nella pagine di “Come il giudaismo ha
preparato la guerra” e “Bolscevismo Giudaismo Plutocrazia Massoneria”.
estesa poi ad una contrapposizione e un odio per il concetto stesso di “moderno” in virtù di una

tradizione percepita come morente, in condizione di decadenza sotto i colpi del bolscevismo

complica ulteriormente il quadro storico-sociale. La stessa impostazione dell’ideologia razzista si

presenta subito come spaccata in due fronti distinti: da un lato il razzismo spirituale e metafisico

dall’altra il razzismo biologico. Il razzismo italiano era tutto fuorché un’ideologia unita. Forse

anche per questo il regime volle provare a mettere ordine in queste diverse correnti. A volte

riuscendoci e a volte fallendo.

“La difesa della razza” offre ancora oggi ai lettori e studiosi uno sguardo su quell’odio per il

diverso che ancora oggi facciamo fatica a legare al carattere e animo italiani.

A livello di tiratura il numero del 5 Ottobre 1938 dichiara l’imponente cifra delle 140mila copie, al

prezzo relativamente basso di una lira a fascicolo.275 La tiratura era evidentemente molto elevata,

così come i costi di produzione e le spese d’affitto per la prestigiosa sede276, tant’è che i disavanzi

continui coperti dal Ministero della Cultura Popolare e le spese sempre più ingenti porteranno nel

1940 ad una tiratura attestata sulle 20mila copie.277 A livello editoriale si deve sottolineare un

tracollo evidente nella tiratura della rivista (e forse nel numero previsto dei lettori) e, tra le diverse

soluzioni legate al problema economico della testata, si opterà per una riduzione evidente delle

pagine dei singoli numeri, riduzione non sempre rispettata come si evince dall’analisi anche

superficiale delle copertine in cui a volte si lanciano numeri di 52 pagine. A partire dal 1941, e con

l’inasprirsi del conflitto nel 1942, si riscontra il passaggio ad un formato di 32 pagine sino alle 24

nell’ultima fase di vita della testata.

Nella sezione Scienza della rivista si mette in luce il problema razziale in Italia con testi e

contribuiti ritenuti di valore scientifico. L’obiettivo era chiaro: «Dimostreremo che la scienza è

con noi, perché noi siamo con la vita, e la scienza non è che la sistemazione di concetti e di

275
CASSATA, «La Difesa della razza», cit., p. 56.
276
La rivista troverà definita collocazione nella centrale Piazza Colonna vicina ai luoghi sensibili della città capitolina
quali Montecitorio, Palazzo Chigi e Piazza Venezia di lì a poco famosa per l’annuncio dell’entrata in guerra dell’Italia.
277
CASSATA, «La difesa della razza», cit., pp. 56-57.
nozioni nascenti dal perenne fluire della vita dell’uomo. Anche la scienza ha la sua morale, ed è

una morale umana».278 Nella sezione Documentazione si cercava di «dimostrare quali sono le

forze che si oppongono all’affermazione d’un razzismo italiano».279 Infine, nella sezione Polemica:

«Combatteremo contro le menzogne, le insinuazioni, le deformazioni, le falsità, le stupidità che

accompagneranno questa affermazione fascista dell’orgoglio razziale. La polemica sarà il sale nel

pane della scienza».280

Dopo i primi numeri si decise per l’introduzione di un’altra parte decisiva della rivista, quella

appunto del Questionario. Tale scelta redazionale troverà fortuna e favore nei lettori, alcuni dei

quali si prodigano a celebrarne le doti.281 Pur tenendo conto delle infuocate contrapposizioni in

seno al razzismo italiano tra una visione “biologica” e una “spirituale”, e senza dimenticare gli

enormi problemi legati al nuovo impero italiano e alla “questione ebraica” divenuta ormai

decisiva, riteniamo il Questionario la sezione più viva e dinamica della rivista. In essa troviamo

non le riflessioni e le teorie dei pensatori e scienziati (o pseudoscienziati), bensì le idee e

soprattutto le passioni degli studenti universitari fascisti, degli operai, dei singoli professori e

artigiani che – a quanto pare – leggevano le pagine della rivista nei loro momenti di svago e di

riposo. Si osserva un apparente rapporto paritario tra rivista e lettori, non si ha – almeno in

questa sezione – l’obiettivo di imporre una dottrina, ma si ha l’intento di correggere eventuali

errori e di procedere assieme verso una destinazione comune, quella della italianità e del mito di

Roma. Si prenda come esempio il contributo di Alfredo Andreini, lettore di Lucca: «Hai scelto

(riferito al direttore della rivista Interlandi) questo metodo saggio e opportunissimo che rende

inoltre il popolo in qualche modo compartecipe dei suoi atti e lo abitua a riflettere. Plaudo

dunque al sistema senza riserve».282

278
Difesa della razza, Anno I, 1 (5 Agosto 1938), p. 3.
279
Ibidem
280
Ibidem
281
Si veda a riguardo l’intervento di Luigi Stampacchia lettore romano in Difesa della razza, Anno I, 3 (5 Dicembre
1939), p. 44.
282
Ivi, Anno II, 18 (20 Luglio 1939), p. 44.
Contrariamente all’impostazione chiara e netta delle sezioni della Scienza, della Polemica e della

Documentazione, nel Questionario è la rivista per prima a chiedere aiuto ai suoi lettori, forse

anche per le scarse vendite. Vi è spazio anche per richieste e precisazioni stilistiche da parte dei

redattori per i diversi contributi giunti alla rivista: «Trattare argomenti più brevi. La stessa

raccomandazione facciamo a tutti i collaboratori. Con due o tre pagine si può dire moltissimo.

Serrate. Scartate il superfluo, le parole inutili. Tralasciare le minuzie, le beghe, il tu e io, la ragione

e il torto. Guardate in alto, con qualunque argomento; parlate dell’Italia».283

Di diversa estrazione economica e sociale, alcuni lettori si scagliano contro lo stile della rivista,

che troppe volte omette e non spiega argomenti decisivi per lo scontro ideologico in Europa negli

anni immediatamente precedenti al conflitto mondiale. Ingabbiata nell’accademismo delle teorie

dei suoi stessi redattori, e a volte accondiscendente nei riguardi degli avversari, l’accusa trova uno

sfogo esplicito nelle parole di Dante Colombo, studente di Milano:

«Non ci tirate fuori le vostre omelie salmodianti. Voi siete un ancorato al passato, come ogni non-fascista. Razzisti
biologici! Razzisti cattolici! Biologici un corno, cattolici affatto. Noi siamo la gioventù gagliarda che adora un solo
Dio: la Bellezza eroica e disinteressata, che segue un solo pastore che sconvolge le greggie dei popoli: Benito
Mussolini».284

Fino a giungere all’invettiva finale: «Volete onori, volete gli agi?» No: vogliamo la bellezza eroica.

Se scuotete il capo non capite un’acca, prigioniero della vostra logica, che non comprende la

fiamma. Onorate quei cani in sottana nera, partoriti da Israele, nutrito di sangue schiavo, luridi

sorci che rodono l’interno del formaggio senza scalfirne la superficie».285

283
Ivi, Anno II, 16 (20 Giugno 1939) p. 45.
284
Ivi, Anno II, 13 (5 Maggio 1939), pp. 59-60.
285
Ivi, p. 60.
In alcuni momenti si osserva quasi un rapporto personale con alcuni lettori. In diverse occasioni

gli interventi recano gli stessi nomi, si possono leggere dei veri botta-risposta tra i lettori o tra gli

stessi e i redattori. Il Questionario emerge come una sorta di piazza del razzismo popolare, in cui

tutti possono prendere parola e vengono invitati a farlo, per discutere e tentare di risolvere le

diverse ambiguità del razzismo italiano. Rispetto a tale questione sono lapidarie le parole della

rivista la quale si trova costretta in più occasioni a dover redarguire i suoi lettori che esprimono

posizioni differenti e a volta opposte, sottolineando come: «questi affetti sono questioni di natura

e nazione non di ragionamento».286 Affermazioni che trovano nelle parole del fascista Gaetano

Abela di Caltanissetta un’ulteriore conferma circa il ruolo che avrebbe dovuto svolgere il

Questionario della rivista, quello di uno spazio: «Ove i giovani – portando le loro idee a cozzare

in ordine sparso, vario, confuso, per organizzarle ad unità dopo che gli argomenti, attraverso

confutazioni e polemiche, sono stati sminuzzati ed esaminati sotto ogni riguardo – hanno modo

di partecipare intensamente ai problemi che interessano la vita della nazione».287

Da rilevare un elemento: i rapporti quasi di filiazione instauratisi tra i curatori del Questionario e

alcuni lettori della rivista emergono dai numerosi interventi che recano il medesimo nome, con

discussioni che rimandano a volte ai primi numeri della testata per far comprendere al lettore il

percorso e la rotta del movimento fascista. I lettori inoltre, non sono interessati unicamente ai

diversi articoli di carattere culturale e storico, ma anche per alcuni elementi apparentemente

secondari e che rivelano invece un’attenzione al dettaglio davvero singolare. Si prenda il caso delle

pubblicità inserite nel periodico e alla critica mossa dal Dottor Nicola Monti Guarnieri di Ancona

il quale si lamenterà per la presenza, in diversi numeri della rivista, di uno sponsor di una marca di

sigarette non certo salutare per giovani e ragazzi lettori de “La difesa della razza”.288 Molte

saranno le pubblicità inserite nella rivista, dalla presenza di marchi di sigarette, passando per

alcune delle banche più rinomate come la Banca Commerciale Italiana, il Banco di Sicilia

286
Ivi, Anno II, 16 (20 Giugno 1939) p. 45.
287
Ibidem
288
Ivi, Anno II, 17 (5 Luglio 1939), p. 52.
coinvolgendo il sistema dei traposti come la Posta Aerea fino ad arrivare ad alcune delle

istituzioni dell’industria italiana come FIAT o BREDA. Questo legame forte con i lettori,

potrebbe essere legato ad una scarsità delle vendite e quindi, il fatto di pubblicare lettere con la

medesima firma di numero in numero (si vedano gli interventi molteplici di Giuseppe Grieco

lettore di Vico Equense o di Carlo Vassetti e Lorenzo Falanga) può essere considerato quale

segnale significativo anche rispetto alle entrate della rivista che, come detto in precedenza, non

erano particolarmente floride.289

L’analisi che abbiamo condotto ha preso in considerazione l’intero percorso della rivista dal 1938

al 1943. Vetrina del fascismo, queste pagine trasudano una violenza palese laddove si riflette sulle

questioni capitali del razzismo in Italia: dal pathos antiborghese alla questione ebraica. In entrambi

i casi, per l’ebreo come per il borghese, la domanda di fondo per ogni fascista era sempre la

medesima: “chi sono questi nemici del partito”? Come si fa a riconoscerli nel quotidiano? Ecco le

parole dell’avanguardista Lido Gualandi, del Liceo Viriglio di Roma:

Vorrei che mi illuminaste ancora più sulla borghesia e sullo spirito borghese da voi ripetutamente nominati, a
proposito e a sproposito. Se tutti i borghesi (gli impiegati e gli stipendiati cioè) hanno spirito borghese dovrebbe
venire ad eliminarsi la più numerosa classe della vita moderna. Non solo ma mi pare che si vada molto in là,
nell’affermare, per esempio, che il Manzoni o il Nievo, o ancor di più il D’Annunzio, soltanto perché figli di
borghesi, abbiano sicuramente spirito borghese. […] è un po’ troppo dire che dalla borghesia non escano che uomini
di spirito borghese. […] Mi pare che riflettendoci un po’ comprenderete voi stesso di aver affermato troppo e di aver
offeso molte persone fascistissime, tra le quali il sottoscritto e molti molti altri .290

289
Quasi a voler stimolare i lettori a partire dal numero del 20 Giugno 1939 la rivista vedrà aumentare il numero delle
sezioni tematiche con l’aggiunta de “Il razzismo in libreria”, esposizione delle novità editoriali e compendio per i lettori
interessati alla questione della razza. In merito alla figura di Giuseppe Grieco, tra i protagonisti per via di numero di
interventi e caratura degli stessi nel Questionario della rivista, si ringrazia il comune di Vico Equense il quale ha
confermato mediante i sistemi e registri anagrafici la presenza di un Giuseppe Grieco nato nel 1920 e di professione
scrittore, poeta e saggista in linea con lo stile dell’autore dei suddetti interventi.
290
Difesa della razza, cit., Anno II, 17 (5 Luglio 1939), pp. 49-50.
La risposta della redazione al giovane camerata è molto decisa: «Chi ti ha detto queste

sciocchezze? Dove le hai lette? […] tu non ti sei dato la pena di leggere niente di quanto abbiamo

scritto della formazione della classe borghese, della storia di questa oligarchia. […] tuttociò

perché non sai un’acca di ciò che abbiamo detto? […] ti puzza ancora la bocca di grammatica?». 291

Emerge una risentimento forte laddove il problema del riconoscere il nemico è sentito come una

ferita pulsante. Si ha forse la percezione di star perdendo una battaglia nei confronti della

borghesia la quale ha posizioni di dominio economico-politico non solo in Italia bensì in tutta

Europa. Diversi i riferimenti all’industrialismo che sta compromettendo l’esistenza di artigiani e di

arti italiane «al servizio di quella rapace borghesia, che corrose le carni e l’anima della nostra

meravigliosa razza».292 Grande problema per i fascisti sembra essere il fatto di non riuscire a

definire il loro stesso nemico. Il borghese nel suo essere così tangibile e palese nelle proprie

affermazioni sociali, nella propria ritualità di attività mondane, non si fa sedurre dalle riflessioni

teoriche di una razzismo e fascismo apparentemente solidi e monolitici, ma in realtà frammentari

e inconcludenti. Evidente lo sconforto nelle parole di Felice Bertocchi, lettore cremonese:

«Se a differenze esteriori di classe o di posizione sociale, corrispondessero sempre diversità di caratteri morali, tante
questioni sarebbero semplificate e la definizione del borghese diventerebbe inutile. […] Confesso che una definizione
non la so dare: questa specie non è catalogata in nessun trattato di zoologia e la questione non sta nell’essere o no
borghese ma nell’esserlo il meno possibile». 293

E le affermazioni di Ciro Cocconcelli nei riguardi della classe nemica per eccellenza: «Noi

crediamo questa classe molto più sinistra, nociva e intraprendente; autrice di quella

trasformazione della civiltà in civilizzazione e cultura e commercio materiale e intellettuale, che

possiamo chiamare imbastardimento dell’Italia».294 Si noti il vocabolario utilizzato dal lettore e in

particolare l’accostamento borghese, zoologia, specie, termini che designano la diversità e la

condizione non umana dell’avversario in una reductio avente come obiettivo quello di sottolineare
291
Ivi, p. 50.
292
Ibidem
293
Ivi, Anno II, 19 (5 Agosto 1939), p. 39.
294
Ivi, Anno II, 22 (20 Settembre 1939), p. 34.
la bestialità del nemico. La sfida nei confronti dello spirito borghese e del suo strapotere

economico è metafora di un odio ben più profondo nei confronti della modernità. Tra gli

obiettivi centrali della politica fascista vi era infatti «l’impegno per una radicale rivoluzione

antropologica, in direzione di quell’«uomo nuovo» […] che si sarebbe ispirato a una visione

antimercantile, virile e guerriera dell’esistenza».295

In questa guerra totale al dominio borghese e alla “compravendita” dei valori tradizionali e ai

tradimenti del “sangue” italiano, Julius Evola, tra i teorici e figure maggiormente rilevanti del

razzismo italiano, riconoscerà l’errore del razzismo tedesco, coinvolto per la stragrande

maggioranza nella lotta

all’ «antisemitismo fanatico», che appiattiva in modo ingenuo sull’ebraismo tutti i numerosi processi in cui si
articolava la sovversione moderna. […] L’Antisemitismo più radicale, insomma, riducendo le cause molteplici della
sovversione a una sola, ossia l’influenza deleteria dell’ebreo, rischiava di logorarsi nella lotta contro un avversario
fittizio, svolgendo il ruolo assegnatogli dalle medesime forze occulte della sovversione .296

La lotta alla Modernità non doveva e non poteva vincolarsi unicamente al sentimento antisemita

pure importante anche nelle pagine della rivista de “La difesa della razza”. In questo e non solo si

riscontra l’ennesima divergenza in seno al razzismo italiano: quella del rapporto con le teorie e le

politiche tedesche. Di rilievo le riflessioni di uno studente tedesco dell’università di Torino, Oskar

Ruth, il quale dichiara:

Devo subito affermarvi [sic], che il razzismo italiano mostra in fatto pochissimo influsso dalla dottrina tedesca. Forse
troppo poco. […] Senza dubbio ogni popolo deve adattare una verità ai propri bisogni. […] Ma tuttavia […] come

295
FRANCESCO, GERMINARIO, Razza del Sangue, razza dello Spirito. Julius Evola, l’antisemitismo e il nazionalismo (1930-
1943), Torino, Bollati Boringhieri, 2001, p. 24.
296
Ivi, p. 81.
accade, che io, sapendo la dottrina del razzismo tedesco, mi trovo d’innanzi a quella del razzismo italiano come
d’innanzi a una cosa assolutamente nuova?297

La risposta allo studente tedesco arriverà da un altro lettore il quale sottolinea un elemento a

nostro avviso decisivo per comprendere come veniva intesa la questione razziale nello scenario

italiano: «non era nel programma del Fascismo risolvere un problema ebraico in Italia». 298 Inoltre,

«il razzismo italiano […] è un prodotto genuino e spontaneo della nostra razza, è l’espressione del

suo risorgere ed affermarsi nel mondo».299 Se il razzismo ha come obiettivo in primis la

restaurazione di una tradizione – nel caso italiano quella del passato latino e cattolico-romano –

come prima conseguenza esso è una risposta ai detrattori di quella stessa tradizione. Semplici ed

importanti parole come quelle di Massimo Fabrizi – lettore romano – ci fanno intuire alcuni

risvolti della questione ebraica: «Non si tratta di perseguitare, ma si tratta di non dimenticare che

l’Italia è sostanzialmente Cattolica».300 Obiettivo quello di: «difendere ogni valore biologico e

interiore della nostra razza dalle ingerenze e dalle infiltrazioni d’ogni elemento estraneo […] tutti

devono capire l’importanza della difesa della nostra razza, specialmente dalla mentalità ebraica e

borghese».301

In secondo luogo si risponde alle eventuali accuse di lacune e mancanze rispetto ad altri razzismi

europei. Il cammino dei razzisti in Europa doveva rispondere alle tradizioni e alle pulsioni

evidentemente particolari e uniche delle singole nazioni. Le diverse pulsioni di odio trovarono

nelle due rivoluzioni, quella Francese e quella bolscevica, i due grandi momenti del declino della

società contemporanea. L’odio nei confronti della Modernità si lega inesorabilmente a questi due

precisi istanti della storia dell’Occidente. Se la prima aveva prodotto una maggiore libertà per le

famiglie ebraiche fino al raggiungimento a fine Ottocento della possibilità di uscire dai ghetti e a

297
Difesa della razza, Anno II, 17 (5 Luglio 1939), p. 53.
298
Ivi, Anno II, 19 (20 Agosto 1939), p. 41.
299
Ivi, Anno II, 22 (20 Settembre 1939), p. 30.
300
Ivi, Anno III, 6 (20 Gennaio 1940), p. 46.
301
Ivi, Anno III, 3 (5 Dicembre 1939), p. 42.
maggiori possibilità economiche e sociali, la seconda – intesa quale capolavoro assoluto

dell’internazionale capitalista – aveva distrutto l’intero assetto sociale e politico. Interessanti le

affermazioni di D. Arecco, lettore di Genova, il quale riflettendo su questi momenti decisivi della

storia dell’uomo così conclude:

«la rivoluzione francese col dare alla razza suddetta i diritti di nazionalità permise agli ebrei di nascondersi e
frammischiarsi cogli altri cittadini e compiere indisturbati i loro affari loschi in danno di tutte le nazionalità che li
hanno ospitati e che li ospitano. La rivoluzione russa permise loro di stabilire colà «un sistema capitalistico spinto
fino alla barbarie» e tutto a danno del popolo russo».302

Onnipresente la capacità dell’ebreo e del borghese di nascondersi perfettamente all’ombra delle

convenzioni sociali, dei rapporti economici, nella multiculturalità religiosa. Colpisce nel

proseguo della lettura della testata, la quasi totale assenza di fatti, occorrenze, testimonianze,

legate al conflitto in atto. E tuttavia, in alcuni interventi del Questionario si scorge una sicurezza

assoluta per le sorti del conflitto. Giuseppe Grieco, lettore presente in buona parte dei numeri

della rivista, è perentorio quando afferma: «Essi saranno travolti dal ritmo poderoso delle nostre

legioni in marcia su tutti i fronti».303

Sebbene l’entrata in guerra della nazione italiana non si ebbe prima del Giugno del 1940 è molto

strana l’assenza di interesse per gli alleati coinvolti nel conflitto. L’assenza balza ancora più

all’occhio del lettore e dello storico laddove si è vista un’attenzione forte nei confronti delle realtà

politiche, sociali e culturali tedesche. Con l’entrata in guerra dell’Italia la politica editoriale della

rivista non muta. Le pagine di Interlandi sembrano quasi immuni ai cambiamenti storici, del tutto

disinteressata in merito agli assetti politici. Decisiva era la battaglia contro la parte borghese,

contro il nemico giudaico, poco importava del fronte con le truppe tedesche che nel frattempo

dirompevano nei paesi centro-orientali d’Europa. A conferma di tale sentimento, le parole del

302
Ivi, p. 43.
303
Ivi, Anno IV, 5 ( 5 Gennaio 1941), p. 31.
direttore della rivista il quale ricorda il ruolo fondamentale della stessa per le campagne decisive

quali la questione anti borghese e antiebraica. Nel numero del Luglio del 1940 viene sottolineato

come proprio per il suo essere internazionale, il ceto borghese si contrappone per natura allo

spirito razzista italiano valorizzante il mito di Roma e l’unicità del popolo italico. Le parole di

Landra non lasciano adito a dubbi: «La difesa della razza, fedele alla sua ormai biennale

tradizione, continuerà la sua azione razzista e antigiudaica, secondo i principi che l’hanno finora

ispirata anche per l’avvenire con lo stesso spirito di radicale intransigenza».304

Si potrebbe ipotizzare una presa di coscienza da parte dei curatori della rivista in merito al

conflitto in atto se si considera l’inasprimento della propaganda anti-inglese. Da sempre vista

quale terra borghese e anticattolica per eccellenza, l’Inghilterra viene ora vista quale artefice di

torture e violenze indicibili nei territori da lei occupati. Immagini cruente accompagnano una

lunga dissertazione sui campi dell’orrore della regina dove i bambini vengono strappati alle madri

e i padri di famiglia uccisi senza pietà. Anticipazione degli orrori dell’Asse di lì a qualche anno, la

propaganda anti-inglese fa si che per la prima volta vengano menzionati i campi di sterminio e

dell’orrore.305

Il numero della rivista datato 20 Agosto del 1940 costituisce la prima occasione in cui – nella

sezione del Questionario – si comincia a parlare di conflitto. La retorica è quella della fede

assoluta non solo nella causa ma altresì nell’esito. «E veramente qualcosa di divina ha la fede

assoluta che noi abbiamo della vittoria finale delle nostre armi». 306 Parole cruciali quelle del lettore

Neddu Arena il quale sottolinea come «questa non è una guerra di ambizioni espansionistiche ma

di idee»307. Come sempre lo scontro in atto è quello tra visioni di mondo e prospettive d’esistenza

e non solo scontro tra eserciti. È la concezione dell’essere umano la vera protagonista delle

pagine della rivista e poco importa il fattore bellico. In questo spostamento sistematico

304
Ivi, Anno III, 17 (5 Luglio 1940), p. 17.
305
Ivi, Anno III, 19 (5 Agosto 1940), p. 44.
306
Ivi, Anno III, 20 (20 Agosto 1940), p. 45.
307
Ivi, p.46.
d’attenzione dal campo di battaglia alla piazza del dibattito, si evince una grande vittoria della

politica razzista. I razzisti europei infatti, avendo portato alla luce tensioni sopite, odi viscerali e

profondamente legati all’inconscio di ciascuno di noi, sapevano di avere la vittoria in pugno. Non

era più importante vincere sul campo di battaglia, la vera missione era quella di instillare dubbi

nella cultura figlia di quell’illuminismo che tanta luce aveva portato. Anche nell’eventualità di una

possibile sconfitta – non calcolata dalle potenze dell’Asse ma probabile e di lì a qualche anno

effettiva – l’obiettivo vero era stato raggiunto. Conferire nobiltà e diffusione alle teorie dell’odio e

del sospetto inculcando dubbi e falsità.

La storia del razzismo in Italia è una storia complessa. Ricca di contraddizioni e di scontri accesi

quella de “ La difesa della razza” costituì la vetrina per eccellenza di questo razzismo. Nelle

pagine di Interlandi si respira sempre quello stato di ansia e preoccupazione del non sapere per

quale fazione pendere da parte dei lettori. Alcuni di essi tentarono una riconciliazione tra le

diverse anime del partito. Prendiamo ad esempio le parole di G. Perona il quale pur esaltando la

scienza quale protagonista dell’intelletto umano, dall’altro lato sottolinea come essa non possa

«fornire gli elementi per soluzione e trattazione dei più profondi problemi della mente e

dell’animo, i quali sono di pertinenza della metafisica e della religione».308

La tensione è sempre la medesima, sia per i razzisti che per gli antisemiti. C’è un bisogno

profondo di poter toccare e vedere il nemico, da qui l’attaccamento al materico, al dato

scientifico. Poiché il materico non soddisferà appieno il pensiero razzista, si optò per una sorta di

nobilitazione del discorso a livello spirituale per poi tornare definitivamente al nemico visibile e

tangibile. Il camerata Perona cerca di riassumere i compiti fondamentali della lotta razzista in

Italia. Vengono dichiarati tre obiettivi decisivi: «la lotta contro le malattie ereditarie; la

308
Ivi, Anno VI, 5 (5 Gennaio 1943), p. 41.
prevenzione del meticciato e l’impostazione di una politica antigiudaica».309 L’esigenza ancora una

volta è assicurarsi il fatto che il razzismo italiano si trasformi in qualcosa di veramente attivo.

Inerente alla questione, si prenda l’aberrante contributo di Umberto Angeli con l’articolo

“Judeoscopia” del 20 Gennaio 1941. Presentata come sorta di nuova scienza e avente come

obiettivo quello di trovare gli ebrei nascosti, mediante la Judeoscopia si comincia anche in Italia a

sondare il terreno alle future e tragiche collaborazioni dei cittadini denuncianti famiglie ebree

costrette poi a lasciare il paese. Ancor prima del controllo finanziario e dei mezzi di informazione,

per i razzisti italiani era necessario combattere la presenza dell’ebreo corruttore di giovani e

donne. Mediante le leggi razziali si colpiva l’ebreo visibile, quello che rispondeva a determinati

criteri anagrafici. Per i razzisti italiani questo non era più sufficiente. Si doveva colpire l’ebreo

clandestino.310 Le leggi sono viste dai razzisti italiani come blande e vittime di aggiramenti,

sospensioni, evasioni. Necessario dunque mettere al bando il nemico non solo dal punto di vista

legislativo bensì agire a livello di coscienza pubblica. Si comincia a respirare anche in Italia quel

clima di odio e una vera e propria psicopatologia inizia a diffondersi tra i lettori della rivista.

Le conseguenze non tardarono ad arrivare e nel Novembre del 1941 un lettore fiorentino, un

certo Anacleto Rossi, denuncia alle pagine della rivista la propria condizione di disagio: «nella

cerchia di amici e conoscenti, mi viene fatto osservare che presso la mia abitazione è domiciliato

un ebreo colla propria famiglia: un certo Ing. Pellegrini Nissim Rosselli, Via Laundino 14, del

quale è stato da tutti molto calorosamente criticato il fatto stranissimo di vederlo portare il

distintivo fascista all’occhiello».311

Con l’inasprirsi dei sentimenti del lettori continuano le critiche alla redazione non solo per la non

comprensione di articoli e copertine, ma ora ci si concentra anche su questioni meno importanti.

Un certo A. L. di Roma fa notare con acidità la mancata presenza delle rivista in edicola nel

309
Ibidem
310
Ivi, Anno IV, 6 (20 Gennaio, 1941), pp. 26-27.
311
Ivi, Anno V, 2 (20 Novembre 1941), p. 31.
giorno stabilito chiedendo di rispettare categoricamente le uscite mensili.312 Sono sintomi di un

clima psicologicamente teso.

La percezione da parte dei lettori sembrerebbe quella di una insoddisfazione per i risultati della

campagna razziale. Non solo le vendite della rivista non erano floride ma la stessa impostazione

ideologica sembrava non riuscire ad attecchire definitivamente. Doveroso tuttavia sottolineare

come se anche fosse vero che “La difesa della razza” non riuscì a convincere gli italiani (o la

maggior parte di essi) della validità delle sue tesi estremistiche, resta comunque il fatto che essa

contribuì a consolidare un clima di intensa diffidenza e di avversione nei confronti degli ebrei (ma

anche degli africani, degli zingari, dei meticci, dei malati di mente).313 Se dal contributo di Perona

nel questionario de “La difesa della razza” si ha la percezione di una campagna razzista platonica

o blanda, la realtà effettiva nel paese era ben diversa. Provvedimenti disumani nei confronti della

minoranza ebraica, e non solo, erano presenti nel panorama politico italiano a partire dal 1938

con la promulgazione delle leggi razziali.

Nonostante la forza e la chiarezza del provvedimento legislativo, dal punto di vista teorico il

razzismo italiano non riuscirà a trovare stabilità e nel Febbraio del 1941 Interlandi dichiara:

«dobbiamo essere intransigenti nell’armare le necessità dei principi razziali […] dobbiamo

combattere le derivazioni maliziose, e le omissioni fraudolente, e le esaltazioni vacue e incoscienti.

In una parola, ritornare alle origini del razzismo italiano».314

Se in diversi momenti si respira un clima teso e di insoddisfazione, laddove la rivista riesca a

conciliarsi con i gusti dei lettori e con i loro interessi ecco mutare registro e toni. Visto il

complicato scenario del razzismo italiano, Interlandi deciderà a partire dal Febbraio del 1941 di

rinnovare il contenuto della rivista a favore di tre ambiti fondamentali: l’antropologia, la filosofia

312
Ivi, Anno IV, 9 (5 Marzo, 1941), p. 31.
313
PISANTY, La difesa della razza, cit., p. 34.
314
Difesa della razza, cit., Anno IV, 8 (20 Gennaio, 1941), p. 7.
ed etica del razzismo e il problema del meticciato.315 Di lì a poche settimane si riscontano i primi

pareri positivi per questo cambiamento. Miniato Paolini così afferma:

«debbo esprimere la mia simpatia per il nuovo contenuto iniziato col n. 8 del 20 Febbraio. Per chi, come me, ha una
cultura limitata, gli articoli più chiari e completi sono più, molto più facili a comprendere. E mentre i precedenti
erano, per me, faticosi a leggere e non completamente comprensibili perché troppo tecnici e specializzati, trovo quelli
attuali pubblicati, molto ma molto più assimilabili e soddisfacenti». 316

Nonostante il desiderio di rinnovamento e il tentativo di cambiare le sorti della rivista, le pagine

de “La difesa della razza” non troveranno mai pace e serenità. Il fronte razzista in Italia non

riuscirà a formare una definitiva e organica prospettiva d’azione. Lo stesso Interlandi nel numero

9 del 5 Marzo del 1942 è costretto a porre in prima pagina il Manifesto del Razzismo italiano

pubblicato quattro anni prima. Ripresentato come «unico orientamento di carattere ufficiale», il

documento vuole essere ancora una volta l’unico faro in quella tempesta di opinioni variegata,

cangiante e disorganizzata del razzismo italiano.317 A discapito di un’attività di propaganda

incessante da parte della rivista, la posizione dei lettori abituali è quella di un forte scetticismo e

rammarico per la non fortunata campagna redazionale di Interlandi. Carlo Vassetti, tra i lettori

maggiormente attivi negli ultimi anni della rivista, afferma come l’obiettivo è quello della

«divulgazione dei problemi razziali che in Italia hanno ancor tanto bisogno di essere

volgarizzati».318 Siamo nel 1942 a quattro anni dalla pubblicazione del Manifesto razzista.

In precedenza si è accennato ad una caratteristica importante della rivista, quella dell’ospitare

nella parte del Questionario tensioni tra i lettori che avevano come obiettivo quello di stimolare la

lettura e la condivisione di pensieri. La redazione è attenta al gusto dei lettori e si preoccupa, a

seconda della questione affrontata dalle sempre minori pagine delle rivista, di presentare le

315
Ivi, p. 5.
316
Ivi, Anno IV, 11 (5 Aprile 1941), p. 31.
317
Cfr, Ivi, Anno V, 9 (5 Marzo 1942), p. 1,
318
Ivi, Anno V, 6 (20 Gennaio 1942), p. 30.
diverse voci in un coro di contrasti a volte sì violento ma appassionante. Tra i casi emblematici ci

si è soffermati sulla questione della sterilizzazione. Dall’Agosto del 1941, e per più di un anno, le

pagine del Questionario vedranno duellare da una parte il camerata Carlo Vassetti e dall’altra

Lorenzo Falanga. Nel tentativo di riportare il razzismo alle sue posizioni scientifiche e biologiche,

la questione della sterilizzazione riuscì a rianimare con forza le pagine di un Questionario non più

vivace come agli albori. A seguito delle riflessioni portate dalle conquiste dei territori africani, il

razzismo italiano vede nel meticciato uno dei più sentiti problemi di natura razziale.

Considerando il genio e la razza come un fatto di sangue, bisognava evitare il contatto con delle

etnie considerate non all’altezza del genio di Roma. L’integrità razziale era garantita dalla non

unione, dall’evitare incroci con i popoli di colore.319

Alcuni lettori preoccupati della possibilità di trasmissione di malattie, di geni diversi da quelli

romano-italici e dalla disgregazione della razza italiana, auspicano il rimedio della sterilizzazione.

La questione verteva sull’utilizzo della sterilizzazione per impedire ad individui tarati, deficienti,

con malformazioni e via dicendo, di poter generare individui fisiologicamente anormali.

L’aberrante posizione trova nel camerata Carlo Vassetti il proprio alfiere il quale si domanda «se e

fino a qual punto c’è vera dignità umana nel permettere il vegetare e l’incrementarsi a deformi,

deficienti, a pazzi, ecc, ad uomini infine che sono costretti a gravare sul morale e sul fisico dei

sani».320 La risposta non si farà attendere e nell’Ottobre successivo Lorenzo Falanga ripugna con

forza la tesi del camerata Vassetti. Il problema del meticcio, dell’unione di geni diversi, della

corruzione del sangue italiano è sentito come problema da parte dei lettori della rivista. Ciò

nonostante si vuole arrivare ad una soluzione che non ripugni la morale cristiano-cattolica del

paese e non ledi alla dignità umana. I lettori si rendono conto della gravità del problema e

tenteranno diverse soluzioni di compromesso. Lo stesso Falanga propone: «nei casi di malattia

[…] la scelta, al promesso sposo tarato, tra la sterilizzazione od il divieto di contrarre

319
Ivi, Anno IV, 16 (20 Giugno 1941), p. 31.
320
Ivi, Anno IV, 20 (20 Agosto 1941), p. 31.
matrimonio».321 Nei mesi successivi diverse saranno le posizioni, le tesi sostenute e le possibilità

vagliate, in un botta e risposta stimolante l'attenzione dei lettori contemporanei e degli studiosi

odierni. Le posizioni spaziano da quelli dei camerati e dei soldati a quelli degli studenti passando

dalla gente qualunque. Lo studente Gianni Stranieri di Parma, fa notare come, seppur immorale, il

rimedio della sterilizzazione risulti economico e di facile attuazione. Il problema vero rilevato dal

giovane è relativo alla divisione degli stessi tarati alcuni dei quali «non essendo effetti da tare tanto

grandi quali sarebbero contemplate dalle leggi della sterilizzazione, possono facilmente sposarsi e

normalmente procreare».322 Dopo aver lasciato spazio ai lettori la stessa redazione si sentirà in

dovere di affermare la propria posizione su un tema così sentito: «sterilizzazione e certificato

prematrimoniale sono provvedimenti che si possono discutere, ma non si possono né si debbono

ignorare o sottovalutare, come si è fatto sin qui».323 Gli interventi diplomatici e di moderazione da

parte dei curatori del Questionario servono ad intuire un interesse per delle questioni ancora

poco affrontate nel dibattitto italiano. Sottolineato il fatto che «questi problemi hanno bisogno, in

Italia, di essere maturati».324 Il dibattito è acceso, ed è lodevole l’atteggiamento dei curatori della

rivista di ospitare, nelle poche colonne concesse, sia le parti a favore che quelle contrarie alla

sterilizzazione. L’assenza di razionalità e di logica fa da sfondo alla maggior parte delle posizioni,

come quelle di Giambattista Volta, lettore di Zelarino, il quale auspica questa soluzione:

«accoppiare individui aventi tare di carattere antitetico, per cui ci sarebbe da sperare che nel

prodotto il difetto dell’uno fosse compensato dal difetto opposto dell’altro».325

Indipendentemente dalla caratura e dalla tipologia della soluzione colpisce il ruolo della rivista

nell’accompagnare i lettori nella critica e nel dibattitto di un problema sentito dai contemporanei.

Un altro lettore, Claudio Del Bo di Voghera, rimarca il fatto che, se dal punto di vista scientifico

qualcosa grazie alla rivista si stava compiendo, in altri settori «da quello politico e sociale molto

321
Ivi, Anno IV, 23 (5 Ottobre 1941), p. 31.
322
Ivi, Anno IV, 24 (20 Ottobre 1941), p. 31.
323
Ivi, Anno V, 1 (5 Novembre 1941), p. 31.
324
Ivi, Anno V, 3 (5 Dicembre 1941), p. 30.
325
Ibidem
cammino resta da fare».326 Nella storia della rivista dall’Agosto del 1941 sino all’inverno del 1942,

si osserva un fatto curioso. Se nelle colonne del Questionario il problema relativo alla

sterilizzazione sarà dominante, spicca come contrappasso l’assenza totale di riferimenti alla

questione nella parte dedicata alla Scienza, dove questioni come il meticciato o l’incrocio di etnie

erano sempre state protagoniste. Forse legata alle non floride entrate della rivista, o forse per

invogliare i lettori alla partecipazione, l’atteggiamento dei curatori, da Interlandi al suo entourage,

sembra quello di voler lasciare il palcoscenico alla gente comune. Come se nelle colonne del

Questionario tutti potessero esprimersi senza riserve. I lettori sembrano capire il proprio ruolo

all’interno della rivista come si può osservare dalla parole di Migotto Aurelio, lettore di

Pordenone il quale afferma: «io e tutti gli altri camerati che hanno scritto, ci siamo limitati ad

esporre dei mali, ad invocare dei rimedi: tutti censori, siamo stati, poiché nessuno di noi, forse,

potrà essere il condottiero».327

Gli interventi si susseguono nei mesi successivi con posizioni diverse, contrastanti, ognuna delle

quali difesa con forza dai propri sostenitori. Raramente è riscontrabile nella rivista un così forte e

duraturo scontro di opinioni su di un singolo tema. La questione della sterilizzazione arriva a

colpire l’intero orizzonte di vita del cittadino. Dai rapporti tra stato e chiesa (molti lettori da

Vassetti a Falanga passando per Del Bo e Massimiliano Uda chiedono una presa di posizione

della chiesa sulle pagine del Questionario), alle nuove scoperte scientifiche in campo genetico, al

modo stesso di concepire lo stato fascista il quale per alcuni «non potrebbe accettare sotto il

pretesto spirituale, nessun freno o consiglio al proprio agire da qualunque parte venga».328 Nelle

discussioni si tornerà al problema originario del razzismo italiano, ossia il rapporto tra corpo e

spirito nella dottrina razzista. Risolvere il problema della mescolanza con i tarati, e a giungere in

casi straordinari all’eventuale cura degli stessi, per molti dei lettori non basta. C’è una forte

326
Ivi, Anno V, 4 (20 Dicembre 1941), p. 31.
327
Ivi, Anno V, 7 (5 Febbraio 1942), p. 62.
328
Ivi, Anno V, 5 (5 Gennaio 1942), p. 31.
tensione spirituale, esoterica non risolvibile con le cure della scienza. Religione, morale e sistema

legislativo sono tutti ostacoli alla sterilizzazione laddove:

«per la politica si tratta della necessità di difendere la sanità della razza […] per la morale è questione di non
offendere quel senso di umana dignità, che è in ciascuno, di volersi continuato dai figli […] per la religione interessa
tutelare il diritto alla prole ed evitare all’uomo un conflitto tra la propria coscienza di cittadino e quella di un
credente. Per la scienza è necessario oltre che tentare di prevenire il propagarsi dei mali ereditari, il curarli negli
individui con i mezzi più efficaci, in modo da poter loro garantire una sana figliolanza».329

Tradito ancora una volta quel concetto di razza puramente biologico così come affermato dal

Manifesto, il razzismo italiano non trovava pace nemmeno in questa fase della sua storia.

Tentativo disperato da parte di Interlandi di riprendere l’impostazione del Manifesto del 1938,

ecco pubblicato nel numero del 20 Marzo del 1942, un ulteriore decalogo dal titolo “I dieci punti

del razzismo fascista”. Così come per il più famoso manifesto, anch’esso presenta in un sol punto la

dichiarazione di non italianità del popolo ebraico. Come sorta di armamentario ideologico a

sostegno del nono punto del decalogo, vengono presentati diversi articoli contro il popolo di

Israele. Con il problema della sterilizzazione, dominante le passioni e gli interventi dei lettori,

sembrava infatti che la questione ebraica fosse stata posta in secondo piano, almeno nella sezione

del Questionario. E invece, a partire dalla accuse inerenti ad una pratica medica giudaizzata

(intervento del Prof. D’Anna Botta di Palermo nel numero 8 del 20 Febbraio del 1942) , si torna

alle accuse nei confronti del popolo ebraico. L’accusa di una medicina in mano ebraica seduce

«dato il clima antigiudaico che proprio da questa rivista si cerca con ogni mezzo, ma sempre

opportunamente e salutarmente, di creare nell’opinione degli italiani ancor troppo pietisti». 330 Il

1942 costituisce un anno significativo per la rivista. Si riconosce un ruolo molto attivo del

direttore Interlandi il quale mediante i suoi editoriali sferra attacchi a coloro i quali avevano dato

329
Ivi, Anno V, 20 (20 Agosto 1942), p. 22.
330
Ivi, Anno V, 10 (20 Marzo 1942), p. 23.
per morto il razzismo italiano. Nel numero del 5 Luglio (per la prima volta dalla sua

introduzione) manca il Questionario. Sempre convinto delle proprie posizioni e sempre

agguerrito nei confronti degli avversari della teoria razzista, Interlandi si trova costretto a

dichiarare come «la scienza razzista italiana – la vera scienza, coerente, solida e matura – è tutt’ora

in fieri».331 Nonostante il non rispetto del Manifesto da parte degli stessi razzisti italiani e le

ristrettezze economiche che costrinsero il direttore ad un numero di pagine sempre più ridotto,

Interlandi non vuole cedere e chiede un aiuto a quei lettori che per anni lo avevano sostenuto. Lo

fa attraverso le pagine maggiormente apprezzate di quella sua rivista a tratti incomprensibile,

quelle del Questionario: «questa rubrica, infatti non è stata aperta per dar sfogo all’esibizionismo

di qualche lettore desideroso di mettere in mostra la propria firma, ma per costruire un’utile

palestra d’idee, atta a ravvivare la materia sovente arida e talvolta oscura che costituisce l’oggetto

degli articoli d’argomento razziale».

Per il direttore tuttavia non ci sarà pace. È evidente l’impossibilità di creare un razzismo coerente

e in grado di adempiere alle diverse prospettive e aspirazioni. A redarguire il direttore anche uno

dei lettori più affezionati alla rivista, il menzionato Giuseppe Grieco, il quale dopo mesi di

silenzio così irrompe in quella diatriba sulla sterilizzazione giunta ad un binario morto: «La

peggior cosa che possa capitare ad una questione sorta viva e palpitante con problemi definiti e

reali da risolvere, è quella di andare a finire in mano ai filosofi. Questo è accaduto alla questione

della Razza».332 Due questioni, quella ebraica (definita insoluta) e quella antiborghese sembrano,

per il lettore di Vico Equense, drammaticamente sparite333. In quella difesa della razza intesa quale

difesa del genio e difesa dell’Italia non si deve filosofare bensì agire.

Nel Gennaio del 1943 il razzismo in Italia risulta ancora spaccato e inconciliabile nelle sue

correnti. Come linea direzionale Interlandi e il suo entourage opterà sempre per una prospettiva

331
Ivi, Anno V, 17 (5 Luglio 1942), p. 1.
332
Ivi, Anno VI, 2 (20 Novembre 1942), p. 22.
333
Cfr, Ibidem
scientista e positiva a discapito degli esoterici e metafisici che rischiavano «con l’apparenza di

tutto aggiustare» di compromettere definitivamente il percorso razzista italiano.334

Arrivando alle definitive conclusioni del camerata Mancini il quale dichiarerà con lucidità il fatto

che: «dopo quattro anni e mezzo di studi, di discussioni e di polemiche, il razzismo italiano non è

ancora giunto a quel chiarimento, totale nella sua posizione e dei suoi obbiettivi, che sarebbe

auspicabile».335 Evidente nei lettori una insofferenza per il poco rispetto per il Manifesto dei

razzisti italiani, così chiaro e definitivo nelle sue posizioni. Il non rispetto dell’impostazione

scientifica e scientista del Manifesto trova ulteriore sfogo nelle parole di Vassetti: «i razzisti non

possono né debbono avere di mira che il problema della razza, che è essenzialmente biologico.

[…] il sangue è sangue e non è spirito. La metafisica non entra nella biologia».336

Non solo le diverse impostazioni e prospettive razziste hanno spaccato al suo interno il

cammino dei razzisti italiani, ma la stessa legislazione viene intesa come troppo blanda nei

confronti della minoranza ebraica la quale riesce sempre ad eludere i sistemi di giustizia italiani.

Qualsiasi legge e qualsiasi norma contro gli ebrei sembrano essere infrante quasi nella noncuranza

totale e così: «L’ebreo che vive in Italia, vive appositamente per speculare, vociferare, tradire:

tutta la sua attività, tutta la sua intelligenza, tutta l’influenza del suo denaro e delle sue massoniche

relazioni, son spese a questo preciso scopo».337

Se è indiscusso il ruolo de “La difesa della razza” quale vetrina d’eccellenza del razzismo italiano,

i lettori mettono in risalto il ruolo storico decisivo delle altre testate di Interlandi affermando

come «gli scritti apparsi sul “Quadrivio” e sul “Tevere” ancor prima del manifesto sul razzismo,

non hanno bisogno d’esser da noi ripresi, in quanto fu proprio quello il nucleo da cui ebbe

origine la Difesa della Razza».338

334
Ivi, Anno VI, 5 (5 Gennaio 1943), p. 22.
335
Ivi, Anno VI, 9 (5 Marzo 1943), p. 22.
336
Ivi, Anno VI, 8 (20 Febbraio 1943), p. 22.
337
Ivi, Anno VI, 16 (20 Giugno 1943), p. 22.
338
Ibidem
In queste pagine si è cercato di mettere in risalto un momento importante della storia

contemporanea italiana. Sfruttando le pagine di uno dei periodici maggiormente rilevanti in

materia di razzismo fascista, ci si è soffermati sul Questionario dove comuni cittadini, studenti e

lavoratori, poterono dire la loro circa questioni decisive. Si è osservata una lacuna storiografica

importante e oggi ingiustificabile nei riguardi di una delle creazioni più abbiette del popolo

italiano. Si è riscontrata la presenza di un coro di voci contrastanti e lontani da quella coerenza,

logica, pretesa scientificità per anni inseguita e mai ottenuta dai responsabili del periodico.

La storia de “La difesa della razza” obbliga noi tutti a distruggere definitivamente quel velo di

Māyā che ancora oggi mette in risalto la violenza tedesca nazista e tenta di celare responsabilità e

odi profondi di marca italiana fascista. In un momento storico come quello attuale in cui sono

sempre maggiori sentimenti di odio, di apologie preoccupanti e demistificazioni storiche, ecco

che la rivista di Interlandi offre a noi tutti un’occasione per confrontarci con quel passato messo

per troppo tempo nell’angolo della Storia e che oggi pretende attenzioni. Senza nulla togliere al

peso delle grandi personalità del razzismo fascista italiano, riteniamo lo sguardo dei lettori comuni

molto più incisivo e diretto per ottenere una ricognizione a trecentosessanta gradi di ciò che fu il

razzismo in Italia all’alba del conflitto mondiale e giungendo alla barbarie totalitaria.
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