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Guardare a noi stessi seguendo l'esempio di San Francesco

di FR. MAGGIORINO

Pensare a San Francesco come ad un rivoluzionario è facile:

 Francesco, giovane, ricco e borghese, avviato a carriera militare, con traguardo il cavalierato, dona
tutto il suo corredo bellico ad un povero facendo a cambio con i suoi logori vestiti: Francesco no
war, pacifista;

 Francesco, giovane, ricco e borghese, distribuisce tutti suoi averi ai poveri per vivere come loro e
assieme a loro: Francesco no global, pauperista;

 Francesco, giovane, ex ricco e borghese, si reca nei lussuosi palazzi papali, affronta i ricchi e potenti
cardinali e turba i sogni al Papa: Francesco, Cristo sì, Chiesa no, anticlericale.

E sono tante altre le immagini di Francesco d’Assisi che fanno sì che lo si ritragga come un contestatore
sovversivo. In realtà Francesco lo abbiamo “tirato per la giacca” in tante maniere. Lo si è visto come uno
spirito libero, precursore della Riforma protestante e delle rivoluzioni sociali, e si è creata allora la
“questione francescana”; c’è chi riesce a vedere in Francesco restauratore, un controrivoluzionario, perché
ripristina la struttura della Chiesa che rischia una rovinosa caduta (pensiamo al sogno di Papa Innocenzo III
con “Francesco che sostiene la chiesa del Laterano”).

Francesco d’Assisi è stato certamente capace di compiere una rivoluzione ma non proprio come un
rivoluzionario. Vediamo perché. Innanzitutto la sua azione non è mai stata di contrapposizione verso
alcuno: non si è contrapposto alla Chiesa del suo tempo, né al sultano, né al frate che aveva peccato quanto
era possibile peccare. Francesco viveva in un tempo dove era pressante il bisogno di un cambiamento
(quindi, non è una novità) e ha saputo trovare l’innesco giusto per avviare una vera e propria
trasformazione della società e della Chiesa, partendo da se stesso.

Che cosa ha innescato il cambiamento in Francesco? Già da tempo era alla ricerca di Dio e quindi anche di
ciò che dà senso alla vita. Francesco, a seguito del fallimento delle sue ambizioni mondane, aveva
inizialmente solo intuito un richiamo interiore a cercare Dio. Ma è dopo una di queste intuizioni che
supplichevole giunge a chiedere: «Signore, che cosa vuoi che io faccia?». La risposta a quella domanda, che
corrisponde al desiderio di tutti di trovare il bandolo della matassa della vita, Francesco d’Assisi la trovò
solo in seguito ad un gesto clamoroso: l’abbraccio ad un lebbroso.

Se vogliamo credere all’esperienza di san Francesco dobbiamo comprendere che il cambiamento che
desideriamo può avvenire solo se abbiamo - individualmente e tutti assieme - il coraggio di fare un passo
avanti, se invece di erigere muri apriamo brecce.

L’abbraccio al lebbroso è quel gesto che rompe il cerchio che ci opprime quella mossa che ci fa uscire dalla
quella spirale che ci inviluppa.

Il Signore parlò a Francesco e si diradarono le tenebre del suo cuore solo dopo che vinse se stesso
compiendo quello che più lo ripugnava, abbracciare il lebbroso. È così che per lui si aprirono spazi nuovi.

San Francesco, uomo nuovo a imitazione fedele di Cristo

Le stimmate, le visioni e le parole supreme del religioso

di Redazione online
Credo che la Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio (La letteratura francescana vol. IV, La leggenda
di Francesco , a cura di Claudio Leonardi, traduzione di Mauro Donnini, commento di Daniele Solvi, pp. XXI-
440, Fondazione Lorenzo Valla - Mondadori, e 30) sia la più bella vita di santo conosciuta dalla tradizione
cristiana. Come nella vita di Tommaso da Celano (La letteratura francescana , vol. II, Le vite antiche di san
Francesco , pp. 614 e 30), san Francesco, quest'uomo piccolo, mite, umile, poverissimo, è l'uomo
assolutamente nuovo: mai si giunse così lontano, nella febbrile rincorsa spirituale del futuro. Più Francesco
è nuovo, più affonda nell'antico: imita l'antico; non è altro che l'incessante novità dell'antico. Come
l'arcobaleno nella Bibbia, Francesco è il segno della nuova alleanza stabilita tra Dio e gli uomini: è Mosè,
Giobbe, Giovanni, Battista, Gesù Cristo, un angelo dell'Apocalisse. In primo luogo, è Cristo: «O uomo
veramente cristianissimo - scrive Bonaventura -, che, con perfetta imitazione, si prodigò, per essere
confuso, da vivo, al Cristo vivo, da morente, al Cristo morente, da morto, al Cristo morto».

Se leggiamo Bonaventura, e attraverso di lui risaliamo ai Vangeli, e a tutti gli eventi e le parole che stanno
prima dei Vangeli, abbiamo l'acutissima sensazione di essere avvolti nel loro profumo e nella loro musica.
Mentre Francesco parla, Gesù Cristo torna a parlargli e a parlarci. Non una parola è inesatta, non una parola
è sbagliata: tutto ciò che Gesù - Francesco dice, «penetra nelle parti più profonde del cuore, al punto da
suscitare un intenso stupore in chi lo ascolta». Gesù Francesco dice e Francesco ripete: «Non portate nulla
durante il viaggio»; «Chi vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Così
anche noi siamo tentati di rinnegare noi stessi e di prendere la nostra croce, seguendo durante il viaggio
chi, duemila anni or sono, aveva percorso, con leggerezza, dolore e un piccolissimo viatico, le strade e le
acque di Palestina.

La Legenda maior non è la prima vita di san Francesco. Bonaventura era stato incaricato di scrivere la vita
definitiva di Francesco nel Capitolo generale di Narbona del 1260: la sua opera venne approvata nel
Capitolo di Pisa del 1263; e nel Capitolo di Parigi del 1266 fu presa la decisione, come era abitudine nel
medioevo, di distruggere tutte le biografie precedenti, sebbene la decisione non venisse applicata alla
lettera. Mi piacerebbe sapere cosa i francescani trovassero di nuovo nella prosa sublime della Legenda
maior . Rispetto a Tommaso da Celano, a Giuliano di Spira, alla Lettera dei tre compagni e agli altri antichi
testi anonimi, credo che essi vi ritrovassero una voce perennemente estatica: una mirabile ebbrezza
mistica: lacrime e gioia: preghiera ininterrotta: la conoscenza di tutti gli animi umani e delle cose celesti,
ottenuta non attraverso la cultura dei libri ma l'immediata rivelazione di Dio; in una parola, come scriveva
Bonaventura, «il carbone ardente», il «fulgore eterno» di Cristo. Mi scuso se parlerò soltanto di un episodio
della Legenda maior : le pagine dedicate alle stimmate di Francesco.

Probabilmente nel settembre 1224, due anni prima di morire, Francesco si reca «in un luogo eccelso e
solitario», il Monte della Verna, dove rimane quaranta giorni: esso gli richiama alla memoria tre altri monti,
il Sinai, dove Mosè aveva ricevuto le tavole della legge, e i due altri monti dove Gesù aveva conosciuto la
tentazione e la trasfigurazione. Francesco ama e ricerca i segreti della solitudine e della quiete: vi si dedica
liberamente a Dio, «così da ripulirsi se gli era rimasto attaccato un qualsiasi granello di polvere, proveniente
dalla vita cogli uomini». In quei giorni viene inondato dalla dolcezza della contemplazione divina, e
infiammato ardentemente dal fuoco dei desideri celesti.

Un giorno, Dio gli ispira la lettura del Vangelo. Francesco prende il libro: lo fa aprire tre volte da un
compagno; e tutte le volte il Vangelo gli rivela un episodio della passione di Cristo. Allora, Francesco
comprende che, se per tutta l'esistenza aveva imitato la vita di Gesù, ora , giunto presso la morte, deve
essere «conforme al Signore» nelle sofferenze e nei dolori della passione. È stanco e debole: marchiato dai
segni visibili e invisibili della croce: ma non ha nessuna paura, perché egli ha cercato da sempre il martirio,
«le fiaccole di fuoco e di fiamme», «l'insuperabile incendio dell'amore di Cristo». La dolcezza della
compassione lo trasforma nel suo Signore: senza che nulla accada in apparenza, egli è già spiritualmente
crocifisso, con le mani e i piedi forati dai chiodi, e il fianco destro trapassato dalla lancia.
Qualche giorno dopo, di mattina, Francesco ha una visione: come sia Tommaso da Celano sia Bonaventura
ripetono. Della visione, esistono due versioni. Tommaso racconta che Francesco, presso il Monte della
Verna, vede un uomo «simile a un serafino con sei ali, inchiodato a una croce, con le braccia distese e i
piedi uniti»; due ali sono spiegate sopra il capo, due protese per volare, e le due ultime velano tutto il
corpo. Tommaso non dice che l'uomo-serafino inchiodato alla croce sia il Cristo: lo pensa certamente e lo
ripete più tardi, perché altrimenti la storia delle stimmate non avrebbe avuto significato; ma cela, con una
nube di pudore e di discrezione, il nome prodigioso del Signore. Quanto al serafino con sei ali, qualsiasi
lettore della Bibbia lo aveva incontrato in Isaia (e in Ezechiele ). I serafini con sei ali, gli incandescenti, erano
creature angeliche che si avvicinavano al «carbone ardente» di Dio, senza scorgerlo. Nella letteratura
cristiana, il serafino diventò Cristo.

La visione di Bonaventura è completamente diversa: egli non ha nessuno ritegno a pronunciare il nome
Signore, anzi lo ripete. Perché, in quella mattina, presso il Monte della Verna, Francesco conosce, secondo
Bonaventura, due visioni del Cristo, separate tra loro. Il primo è un serafino con sei ali, «tanto infuocate
quanto splendenti», che scende dal cielo in volo rapidissimo: esso è la «sublime similitudine del serafino»,
avvicinato e opposto «all'umile effige di Cristo». La seconda visione, che appare in mezzo alle ali, vicinissima
alle ali, sino quasi a confondersi con esse, è il crocifisso che salì sulla croce nei Vangeli, e ancor ora, nel cielo
della Verna, «ha le mani e i piedi confitti a una croce». Il rapporto tra le due figure è «inscrutabile»:
possiamo soltanto dire che il Cristo-serafino non sopporta la sofferenza della passione, perché il suo spirito
non può accordarsi con essa. Come chiamarlo? Forse potremmo dire, come scrisse Francesco, che il figlio di
Dio è per natura «immortale, invisibile, ineffabile, incomprensibile, inaccessibile»: Cristo immortale e
ineffabile è il serafino, e a rigore non soffre né patisce, sebbene appaia nella sua paradossale forma
angelica. Con queste due figure, Bonaventura esprime mirabilmente l'infinita complessità teologica della
sua visione del Figlio.

In Tommaso da Celano, il silenzio avvolgeva il misterioso serafino inchiodato alla croce. In Bonaventura, la
prima visione di Cristo, il serafino infuocato e rapidissimo, parla. Non sappiamo cosa dica, ma parla:
secondo Francesco, disse «alcune cose che per tutta la vita egli non avrebbe dovuto rivelare a nessuno».
«Senza dubbio è da credere - aggiunge Bonaventura - che le parole di quel santo serafino siano state così
ineffabili, che forse non era lecito agli uomini proferirle». Qui raggiungiamo la vetta della rivelazione:
queste parole taciute rappresentano il culmine ineffabile e incomprensibile, che né Francesco né
Bonaventura osano rivelare. Mentre il serafino parla, sorride a Francesco: il suo sorriso è pieno di amabilità
e di ammirazione; e Francesco prova letizia davanti a questa gioia sovrannaturale che lo avvolge. Dopo il
radioso sorriso celeste, il racconto si capovolge. La visione, che finora aveva riempito lo spirito di Francesco
con le immagini del serafino e del crocifisso, scompare: la mente del santo resta vuota. Qualcuno potrebbe
credere che, a causa di questa scomparsa e di questa assenza, egli perda il suo ardore e la sua gioia: forse,
la sua stessa fede; mentre, al contrario, la visione, scomparendo, lascia nel cuore «un mirabile ardore».

In questo preciso momento, avvengono le stimmate : parola usata solo da Paolo; vale a dire l'imitazione di
Cristo, che ora accade per la prima volta nella storia cristiana. Gesù aveva conosciuto il «martirio della
carne»: i chiodi di ferro nelle mani e nei piedi: il colpo di lancia nel fianco, che aveva versato sangue e acqua
(solo sangue, secondo Bonaventura). Sopra e attorno a lui, c'erano Dio, i fedeli timorosi, e i soldati che lo
torturavano. Nel caso di Francesco, non c'è nulla di esterno: non ci sono fedeli né soldati, e nemmeno un
Dio che agisca nel mondo reale. Tutto avviene, a poco a poco, con evidente lentezza, nello spirito, nel cuore
e nel corpo di Francesco: la visione incendia lo spirito; la carne, a sua volta incendiata, imita i segni lasciati
nel crocifisso, che un momento prima era apparso, presso il Monte della Verna, tra le ali del serafino.

Qualche pagina più tardi, avviandosi alla conclusione della Legenda maior , Bonaventura ci spiega che, in
quel momento, presso il Monte della Verna, Dio lavora sul corpo del suo amatissimo santo, come uno
scultore-pittore nel più sublime degli atelier. Egli trasforma la carne di Francesco: escrescenze, simili a teste
di chiodi di ferro, rotonde e nere, fuoriescono nella parte interna delle mani e in quella superiore dei piedi;
mentre le punte dei chiodi di carne, allungate, ritorte e ribattute, si ripiegano sulla parte opposta della
ferita. Qui Bonaventura riprende, quasi alla lettera, una pagina di Tommaso da Celano: tutto è
minuziosissimo e dettagliatissimo; mentre, poco prima, aveva rivelato con oscura rapidità i segreti più
profondi della sua cristologia. Questa minuzia visiva non deve stupirci. Le stimmate sono anche un'opera
d'arte: un capolavoro d'arte divina; quei chiodi rotondi e neri come il ferro, che imprimono il loro nero nella
carne bianchissima di Francesco, quella ferita del fianco che rosseggia come il fiore rotondo della rosa
primaverile, suscitano «piacere e ammirazione» in tutti coloro che contemplano il corpo vivo e morto di
Francesco.

«Siccome è cosa buona tenere nascosto il segreto del Re», Francesco vuole celare le stimmate:
specialmente la ferita del fianco, che per lui, come per il Vangelo e la prima lettera di Giovanni, possiede un
importantissimo valore simbolico. Dio vuole che le stimmate vengano rivelate: Bonaventura obbedisce al
volere di Dio; e racconta, specie nell'appendice della Legenda , una serie di miracoli che mostrano la forza
prodigiosa dei segni sacri. Una sola cosa resta nascosta: le parole pronunciate dal serafino con sei ali,
presso il Monte della Verna. Proprio perché esse sono assolute parole del Cristo supremo, e contengono
probabilmente il segreto della Legenda , Francesco e Bonaventura pensano che «non sia lecito agli uomini
di proferirle».Pietro Citati - Corriere della Sera

Francesco d’Assisi:
attualità di un’esperienza spirituale
Marzia Ceschia

È quasi scontato affermare l’attualità di san Francesco d’Assisi: a lui ci si riferisce parlando di pace, di
salvaguardia del creato, di fratellanza, tanto più che l’attuale pontefice ha scelto di portare il suo nome con
un chiaro intento programmatico. Il rischio è, però, quello di non andare a fondo, di fare del Santo assisiate
una sorta di icona mediaticamente efficace, senza coglierne la vibrante esperienza evangelica,
dimenticando l’aspetto essenziale e, cioè, che tutto in Francesco è in relazione alla Trinità e,
particolarmente, al Signore Gesù Cristo.

In che cosa consiste allora la sua attualità? Io direi nella “novità” di cui egli si fa umilmente mediatore,
quella medesima novità che è la vita dello e nello Spirito a suscitare e che è sapienza, la quale «tutto
rinnova e attraverso i secoli, passando nelle anime sante, prepara amici di Dio e profeti» (Sap 7,27). È la
novità, infine, che si manifesta in quanti, nel tempo della storia, si lasciano plasmare dal futuro dischiuso
dal Vangelo, quello delle beatitudini che contestano la facile sovrapposizione tra senso e potere, tra dignità
e successo. Tommaso da Celano, con la passione dell’agiografo, nel Trattato dei miracoli, esprime in questi
termini la provvidenziale “discontinuità” che il vissuto del Poverello e dei suoi seguaci regala al mondo:«[…]
all’improvviso, emerse sulla terra un uomo nuovo, e all’apparire subitaneo di un nuovo esercito i popoli
furono ripieni di stupore davanti ai segni della rinnovata età apostolica. È ora d’un tratto portata alla luce la
perfezione già sepolta della Chiesa primitiva, di cui il mondo leggeva sì le meraviglie, ma non vedeva
l’esempio (3Cel I,1: FF 822) [1].
Il medesimo autore, nella Leggenda di santa Chiara vergine, pone ancora l’accento sulla “novità” di
Francesco nel ripercorrere le origini della vocazione della sua pianticella: «Udendo, poi, il già celebre nome
di Francesco che, come uomo nuovo, rinnovava con nuove virtù la via della perfezione passata in
dimenticanza ormai nel mondo, fu presa dal desiderio di ascoltarlo e vederlo, spintavi dal Padre stesso delle
ispirazioni da cui entrambi erano già stati mossi, anche se in modi diversi (LegsC 3: FF 3162)».

La novità del Santo assisiate pare essere nell’ordine dell’attualizzazione della memoria, del ricordare, come
un tornare all’essenza, al cuore di un “nuovo” già detto da Cristo e dal Vangelo, ma che chiede voci ulteriori
che lo ripetano al mondo. Quali itinerari, allora, in cerca di un’altra direzione l’esperienza di Francesco
intercetta oggi? Utopie o dimensioni umane e cristiane da percorrere e abitare [2]?

1. In itinere

Rimanendo nella metafora del cammino, concentriamo la nostra riflessione su un aspetto caratterizzante
l’esperienza spirituale francescana, quello dell’itineranza che si concretizza nella raccomandazione di
Francesco ai suoi frati di essere, dovunque, «come pellegrini e forestieri in questo mondo, servendo al
Signore in povertà e umiltà» (Rb VI, 2: FF 90). Assumiamo il paradigma del movimento come questione da
porre allo sradicamento che sovente sperimenta l’uomo d’oggi, tra spaesamento e ricerca di una dimora.
Sono d’aiuto, in questo contesto, alcune osservazioni di Bruno Secondin: «Se c’è una funzione urgente e
propria per la spiritualità oggi, direi che è quella di un «sapere orientatore», di una saggezza di vita e di
attese, nel contesto di situazioni complesse e ambigue. La spiritualità conosce fra i suoi elementi primordiali
e ispirativi la peregrinatio, l’itineranza, l’esodo continuo, non solo interiore ma anche esteriore. [.. .]
Dovremmo rivalutare questa tradizione itinerante – non solo come valore personale ascetico e di distacco –
ma come proposta culturale, come nuova fraternità con le genti e con la terra, come dialogo meravigliato e
contemplativo con la natura. Nonostante la «grande mobilità» attuale, di fatto abbiamo perso questo
valore vitale, carico di mediazioni cosmiche e naturali: siamo spaesati, ma non in cammino; soprattutto non
appare l’ampiezza del «quaerere Deum veritatis» che ha caratterizzato secoli di spiritualità» [3]. Cogliendo
alcune suggestioni del “movimento” di Francesco nel mondo è possibile suggerire per l’uomo del nostro
tempo un ritmo integrale del cammino, un dinamismo che coinvolge insieme corpo-mente-cuore
imprimendo un orientamento per la vita e per la vita «in abbondanza» (Gv 10,10), accogliendo di passo in
passo dimore e vie, dono gratuito dell’esistenza.

2. La creazione per salire

Il peculiare rapporto del Santo di Assisi con il creato è assunto da papa Francesco come paradigmatico di un
atteggiamento di cura e di responsabilità verso la natura nell’enciclica Laudato si’ [4]. In particolare è lo
sguardo del Poverello sul mondo, capace di stupore e di meraviglia, a far trasparire una relazione
incondizionata, sensibile alla bellezza e libera da atteggiamenti di consumo, dominio, sfruttamento che
Bonaventura da Bagnoregio così tratteggia nella Leggenda maggiore: «Per trarre da ogni cosa incitamento
ad amare Dio, esultava per tutte quante le opere delle mani del Signore e, da quello spettacolo di gioia,
risaliva alla Causa e Ragione che tutto fa vivere. Contemplava, nelle cose belle, il Bellissimo e, seguendo le
orme impresse nelle creature, inseguiva dovunque il Diletto. Di tutte le cose si faceva scala per salire ed
afferrare Colui che è tutto desiderabile. Con il fervore di una devozione inaudita, in ciascuna delle creature,
come in un ruscello, delibava quella Bontà fontale, e le esortava dolcemente, al modo di Davide profeta,
alla lode di Dio, perché avvertiva come un concerto celeste nella consonanza delle varie doti e attitudini che
Dio ha loro conferito (LegM IX, 1: FF 1162)». La creazione, agli occhi del Santo, è icona vivente della bellezza
divina: egli ne prova un piacere estetico, ne gode, ne coglie il gratuito dispiegarsi e interagisce con essa
assumendo un’azione e una prospettiva comune, quella della lode, che scaturisce dal creato
spontaneamente, mentre per l’uomo dalla riconoscenza e dal riconoscimento di un piano ulteriore che
nessuna singola creatura esaurisce, di una “dinamica del rinvio” che sospinge lo sguardo, che lo sollecita a
penetrare e a salire. All’attitudine all’uso, a una signoria di possesso e non di servizio [5] che ascolta
soltanto la voce dell’utile e del proprio bisogno, Francesco contrappone un approccio comunicativo,
dialogante e attento a imparare un linguaggio diverso eppure sensibilmente capace – perché i sensi ne sono
toccati – di suggerire orizzonti “altri”: proprio la bellezza ne è la traccia più eloquente. Attraente e mai
completamente afferrabile, tutt’al più evocata dalla parola, è di per sé trascendente [6]. Il creato, dunque,
rende decifrabile, per quanto è concesso all’uomo, la presenza di Dio nello spazio: esso – secondo una
felice espressione di Orlando Todisco – «non è opaco, ma estremamente significativo come “res” e come
“signum”» [7]. L’ascesa, quale possibilità di accedere, mediante il contatto col mondo, a una dimensione
ulteriore di esperienza e contatto con il Signore presuppone, per l’Assisiate, un movimento di discesa previo
che è identificabile con l’obbedienza, ovvero con l’umile consapevolezza della propria posizione. In questi
termini, assumendo le creature non umane a modello, si esprime, infatti, nelle Ammonizioni: «Considera, o
uomo, in quale sublime condizione ti ha posto il Signore Dio, poiché ti ha creato e formato a immagine del
suo Figlio diletto secondo il corpo e a similitudine di lui secondo lo spirito. E tutte le creature, che sono
sotto il cielo, per parte loro servono, conoscono e obbediscono al loro Creatore meglio di te. E neppure i
demoni lo crocifissero, ma tu insieme con loro lo hai crocifisso, e ancora lo crocifiggi quando ti diletti nei vizi
e nei peccati. Di che cosa dunque puoi gloriarti? [.. .] se tu fossi più bello e più ricco di tutti, e se tu operassi
cose mirabili, come scacciare i demoni, tutte queste cose ti sono di ostacolo e nulla ti appartiene, e in esse
non ti puoi gloriare per niente; ma in questo possiamo gloriarci, nelle nostre infermità e nel portare sulle
spalle ogni giorno la santa croce del Signore nostro Gesù Cristo (Am V: FF 153-154)».
Se l’uomo di nulla può gloriarsi di nulla, allo stesso tempo, può ritenersi proprietario: posto “in alto” per
misericordia, può salire ma non innalzarsi con le sue sole forze. La riconosciuta gratuità divina che anima
l’intera creazione e che culmina nel dono del Figlio incarnato e crocifisso disarma l’essere umano, in quanto
togliendogli ragioni per contendere e rivendicare, gli offre l’esperienza come opportunità di entrare nel
senso del mondo mediante percorsi di riconciliazione, di fraternizzazione. Il celebre Cantico di Frate Sole (FF
263) ne è poetica e drammatica espressione: canto di un uomo quasi alla fine della sua esistenza terrena,
canto di un sofferente nel corpo e di più nello spirito per l’evolversi dell’Ordine in direzioni diverse da
quelle da lui sognate, è la trama del cammino di piena pacificazione di Francesco. Gli elementi cosmici e
insieme ad essi gli uomini – compresi i tribolati, gli offesi e i perdonati – e persino la morte si dispongono
come familiari in un universo ordinato, luminoso, fecondo, sororale e fraterno in cui la lode e il dispiegarsi
delle relazioni sono di fondo ritmate da due parole: “ringraziare” e “servire [8]. Alla con-discendenza
dell’Altissimo allora, che nel cosmo rende prossima all’uomo la sua sollecitudine e bellezza, l’uomo
corrisponde con la con-templazione, scorgendo nella terra fessure che svelano il cielo, sguardi compagni
che l’uno all’altro, per via, indicano orizzonti ospitali.

3. La carne per scendere

Fonte di particolare e assidua meditazione è, per il Santo di Assisi, il mistero dell’incarnazione, luogo
sorprendente di alleanza d’amore di Dio con l’uomo. Nella seconda redazione dell’Epistola ai fedeli egli
considera la discesa del Verbo di Dio: «L’altissimo Padre celeste, per mezzo del santo suo angelo Gabriele,
annunciò questo Verbo del Padre, così degno, così santo e glorioso, nel grembo della santa e gloriosa
Vergine Maria, e dal grembo di lei ricevette la vera carne della nostra umanità e fragilità. Lui, che era ricco
sopra ogni altra cosa, volle scegliere in questo mondo, insieme alla beatissima Vergine, sua madre, la
povertà (2Lf I, 4-5: FF 181-182)».

L’itinerario di Dio si svolge dall’alto verso il basso per attuare il suo piano di compassione e di salvezza: la
carne ne è la via, tanto umile quanto più impastata di fragilità che il Figlio attraversa, senza esserne
contaminato, ma toccandola per sanarla. Scegliendo la povertà come dimora, di necessità egli è per
eccellenza il pellegrino e forestiero che «non ha dove posare il capo» (Lc 9,58). La carne vulnerabile è
misteriosamente la breccia attraverso la quale l’uomo, che il peccato ha reso dia-bolicamente separato da
Dio, può diventare il luogo della sua ospitalità. Francesco coglie la medesima logica nell’eucaristia:
«Ecco, ogni giorno egli si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine; ogni
giorno egli stesso viene a noi in apparenza umile; ogni giorno discende dal seno del Padre sull’altare nelle
mani del sacerdote (Am I, 16-18: FF 144)». Il percorso discendente si articola qui in tre passaggi: dal «seno
del Padre», all’«utero della Vergine», alle «mani del sacerdote», queste ultime nuovo potenziale grembo,
non in se stesse, ma in quanto rese capaci di toccare in maniera spiritualmente feconda un umile
frammento di pane, sicché solo nel movimento del dono – movimento di kenosi – la carne è concorde alla
direzione della sua chiamata a essere mediazione nell’abbassamento, nello spogliamento, a essere
fondamentalmente per la relazione con l’altro.
Nella carne l’Assisiate aveva sperimentato questa medesima traiettoria spirituale agli inizi della sua
conversione, tra i lebbrosi, incappando-essendo condotto in una via da lui aborrita, come fa memoria al
principio del suo Testamento: «Il Signore dette a me, frate Francesco, di incominciare a fare penitenza così:
quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse
tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato
in dolcezza di animo e di corpo. E in seguito, stetti un poco e uscii dal secolo (FF 110)». È il Signore a
imprimere la direzione di un percorso inatteso e a far sì che un non luogo, uno spazio di lebbrosi fuori dalla
città, divenga luogo teologico in cui è una carne ripugnante a convertire Francesco, a introdurlo nel senso
ultimo della penitenza che è la misericordia, suscitando un cambiamento integrale – dall’«amaro» al
«dolce» – nell’anima e nel corpo. Il giovane di Assisi, dall’alto della sua ambizione di diventare cavaliere, era
disceso negli inferi di un’umanità rifiutata e solo stando a contatto con quella carne, ospitato al di fuori del
“mondo” accettato e integrato, aveva potuto trovare la motivazione per uscire dal «secolo», da una
mentalità gerarchica ed escludente, per entrare nella logica inclusiva della fraternità [9]. Riferendoci
all’attualità possiamo indubbiamente richiamare, in questo contesto, la costante sollecitazione del papa a
varcare le soglie delle periferie, a sfuggire «la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente
distanza dalle piaghe del Signore», a toccare «la carne sofferente degli altri», rinunciando «a cercare quei
ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano»
[10]. Per il Santo assisiate le due icone del Bambino di Betlemme e del Crocifisso, «l’umiltà dell’incarnazione
e la carità della passione» (1Cel XXX, 84: FF 467), rappresentano le coordinate entro le quali collocare ogni
relazione con l’altro e, soprattutto, con le miserie altrui che turbano le certezze, i recinti del nostro cuore,
smobilitandoci e incitandoci a ricominciare la strada discendente dell’autentica conoscenza di noi stessi.
Accade allora che la miseria dell’altro sia spesso uno spazio dove scoprirsi ospitati per rimettersi sulle orme
del Signore a servire e lavare i piedi ai fratelli (cf. Am IV: FF 152). Se la carne di per sé non è sicura, ma
segnata dalla precarietà, la compassione, agita nel fare misericordia, è disponibilità di un’accoglienza data
anche alla fragilità preservando in ogni persona la dignità del suo essere, in relazione al Signore Gesù Cristo,
figlio e fratello. E così dinanzi all’altro che è di ostacolo e che pare “scandalizzare” il nostro cammino, il
movimento non è la fuga, ma l’andare incontro, anzitutto con lo sguardo, come consiglia Francesco a un
frate (Lettera a un ministro) il quale, piuttosto che restare in una fraternità di “peccatori incalliti”, volentieri
si sarebbe ritirato in un eremo:
«[…] Io ti dico, come posso, per quello che riguarda la tua anima, che quelle cose che ti impediscono di
amare il Signore Iddio, e ogni persona che ti sarà di ostacolo, siano frati o altri, anche se ti percuotessero,
tutto questo devi ritenere come una grazia. E così tu devi volere e non diversamente. […] E ama coloro che
ti fanno queste cose. E non aspettarti da loro altro, se non ciò che il Signore ti darà. E in questo amali e non
pretendere che siano cristiani migliori. E questo sia per te più che il romitorio. E in questo voglio conoscere
se tu ami il Signore e ami me servo suo e tuo, se farai questo, e cioè: che non ci sia mai alcun frate al
mondo, che abbia peccato quanto poteva peccare, il quale, dopo aver visto i tuoi occhi, se ne torni via
senza il tuo perdono misericordioso, se egli lo chiede; e se non chiedesse misericordia, chiedi tu a lui se
vuole misericordia (FF 234-235)».
L’umanità di Cristo che «fu povero e ospite e visse di elemosine lui e la beata Vergine e i suoi discepoli»
(Rnb IX, 5: FF 31) è l’immagine in cui specchiare la propria umanità e plasmarla dandole una forma “minore
ossia la forma del servizio, dell’obbedienza all’anima dell’altro che ne esige l’ascolto profondo e la
condivisione del cammino: «E devono essere lieti quando vivono tra persone di poco conto e disprezzate,
tra poveri e deboli, infermi e lebbrosi e tra i mendicanti lungo la strada (Rnb IX, 2: FF 30)».

 Il vissuto di Francesco si accorda all’affermazione paolina «quando sono debole, è allora che sono forte»
(2Cor 12,10) che entra in collisione con l’attuale mentalità del successo, dell’efficienza a ogni costo, del
contare sulle proprie forze e che relega la fragilità in zone di oblio e di silenzio, impermeabili alla pazienza
del dialogo. La “sottomissione” – per servirlo – all’altro che il Santo addita quale via di svolta verso
un’alterità fraterna, il proporsi disarmato e mite è lo stile della predicazione francescana e dell’annuncio
evangelico che nel saluto di pace realizza una prossimità con ogni uomo. Emblematico è il caso di quanti si
recano tra «gli infedeli». Ad essi l’Assisiate addita un comportamento spirituale, in cui “soggezione” e
“confessione” siano orientate a cogliere anzitutto le sollecitazioni del Signore (ciò che a lui piace), rifiutando
ogni potere sull’altro, fosse anche per la sua conversione: «I frati poi che vanno tra gli infedeli possono
comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti né dispute, ma
siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani. L’altro modo è che,
quando vedranno che piace a Dio, annunzino la parola di Dio perché essi credano in Dio onnipotente Padre
e Figlio e Spirito Santo, creatore di tutte le cose, e nel Figlio redentore e salvatore […]. Queste e altre cose,
che piaceranno al Signore, possono dire ad essi e ad altri (Rnb XVI, 5-8: FF 43-44)».

Francesco ci ribadisce oggi che la dimensione cristiana del dialogo si fonda su istanze prima di tutto
spirituali non politiche: occorre pertanto lasciarsi condurre dal Signore, lasciarsi mettere in viaggio, al di là
delle frontiere, e con umiltà nell’uomo “diverso” ricercare la condivisa umanità, il cuore nella carne, dove lo
Spirito di Cristo discende e sensibilmente opera.

4. Andando, dunque, per il mondo

Nella sua Regola Francesco tratteggia il ritratto dei suoi frati, uomini per via, “a casa” nella parola del
Vangelo, “di casa” dovunque sia, manifesto o inconsapevole, il bisogno di ascoltarla: «Quando i frati vanno
per il mondo, non portino niente per via, né sacco, né bisaccia, né pane, né pecunia, né bastone. E in
qualunque casa entreranno dicano prima: Pace a questa casa. E dimorando in quella stessa casa mangino e
bevano quello che ci sarà presso di loro. Non resistano al malvagio; ma se uno li avrà percossi su una
guancia, gli offrano anche l’altra. E se uno toglie loro il mantello, non gli impediscano di prendere anche la
tunica. Diano a chiunque chiede a loro; e a chi toglie loro cose, non le richiedano (Rnb XIV: FF 40)»

 Lo spaesamento dell’uomo contemporaneo, affannato dall’esigenza di abbreviare tempi e spazi, ha una
delle sue ragioni in una concezione economica dell’esistenza che valorizza la resa sulla profondità, il
risultato sulla relazione.
“Abitare” è spesso correlativo alracquistare” e l’avere è l’indice del proprio diritto a occupare uno spazio.
Già nel 1949 Simone Weil osservava: «Il danaro distrugge le radici ovunque penetra, sostituendo ad ogni
altro movente il desiderio di guadagno. Vince facilmente tutti gli altri moventi perché richiede uno sforzo di
attenzione molto meno grande. Nessun’altra cosa è chiara e semplice come una cifra» [11].
Francesco d’Assisi esorta i suoi fratelli cristiani itineranti ad assumere la povertà come stile relazionale,
correndo il rischio – come narra la parabola della Perfetta letizia (cf. FF 278) – di trovarsi la porta sbattuta in
faccia anche da quelli la cui accoglienza parrebbe scontata. Occorre andare in profondità nel concetto
francescano di povertà per coglierne lo stretto legame con l’attitudine alla non violenza: colui che sceglie di
vivere da povero, infatti, non accampa pretese da proprietario e, pertanto, nulla ha da difendere, neppure
la propria immagine [12]. Il povero in spirito considera, inoltre, che ogni bene appartiene al Signore e a lui
va restituito [13], abitando il mondo come terra di doni dati non per il vantaggio di pochi, ma per essere
condivisi, così che ogni singolo inneschi rapporti circolari, che si allargano in fraternità.
È necessario, allora, che si dimori per via, cercatori di Dio perché cercatori appassionati di fratelli,
costantemente mandati, non installati nella trincea di appartenenze soltanto umane, ma fedeli a quel
Signore e Pastore che, sulle tracce anche di una sola pecorella perduta (cf. Lc 15,3-7), abita con amore gli
smarrimenti dell’uomo. Nel suo rapporto con la creazione e con il prossimo il Santo assisiate propone
all’uomo d’oggi il principio originario della custodia (cf. Gen 2,15) quale modalità effettivamente religiosa –
capace di re-ligare suscitando legami vitali – di interagire con il mondo, da «buoni amministratori di una
multiforme grazia di Dio» (1Pt 4,10). Tra il movimento della salita e quello della discesa è il cuore
responsabile a prendere fiato, un cuore che “si fa carico” dell’altro, riconoscendo che è lui, nella misura
della nostra accoglienza, a ricondurci in noi stessi, non spaesati ma “familiari” abitati dallo Spirito: «Siamo
sposi, quando nello Spirito Santo l’anima fedele si unisce a Gesù Cristo. Siamo suoi fratelli, quando facciamo
la volontà del Padre suo, che è nel cielo. Siamo madri, quando lo portiamo nel nostro cuore e nel nostro
corpo attraverso l’amore e la pura e sincera coscienza, e lo generiamo attraverso il santo operare, che deve
risplendere in esempio per gli altri (2Lf X, 51-53: FF 200)».

La testimonianza cristiana ha più che mai oggi bisogno di essere tale riverbero di luce, una sollecitazione –
evidente più che assordante – ad andare alla fonte, un’ecologia dello sguardo per rileggere la realtà come
trama della solidarietà di Dio col mondo.

Nota bibliografica

Oltre agli scritti riportati nelle note, si veda utilmente: F. ACCROCCA, Francesco, un nome nuovo. Vita di un
uomo santo, EMP, Padova, 2014; ID., Tutto cominciò tra i lebbrosi. Gli inizi dell’avventura spirituale di
Francesco d’Assisi, Edizioni Porziuncola, Santa Maria degli Angeli-Assisi 2014; A. CACCIOTTI – M. MELLI
(edd.), Francesco plurale. Atti del XII Convegno storico di Greccio, Greccio 9-10 maggio 2014, Edizioni
Biblioteca Francescana, Milano 2015; C. DI SANTE, Francesco e l’altissima povertà. Economia del dono e
della giustizia, Prefazione di A. Rizzi, EMP, Padova 2013; É. LECLERC, I simboli dell’unione. Una lettura del
Cantico delle Creature di san Francesco d’Assisi, EMP, Padova 2012; P. MARANESI, Fate attenzione fratelli!
Le Ammonizioni di San Francesco: parole per conoscere se stessi, Edizioni Porziuncola, Santa Maria degli
Angeli-Assisi (PG) 2014; A. ROTZETTER – W VAN DIJK – T MATURA, Vivere il Vangelo. Francesco d’Assisi ieri
e oggi, EFR – Editrici Francescane, Padova 1983; C. VAIANI, La via di Francesco, Edizioni Biblioteca
Francescana, Milano 2005.

NOTE

1 Le citazioni dalle Fonti Francescane sono tratte dalla terza edizione rivista e aggiornata, edita dalle EFR –
Editrici Francescane, Padova 2011. Tra parentesi l’abbreviazione dello scritto cui si rimanda con il
riferimento alla numerazione marginale della sezione riportata.

2 Spunti interessanti sul senso del termine “utopia” in rapporto all’esperienza francescana si possono
cogliere in T. MATURA – F. HADJADJ, L’utopia di Francesco d’Assisi, EMP, Padova 2013.
3 B. SECONDIN, La spiritualità contemporanea e la sfida delle nuove culture, in H. ALPHONSO
(ed.), Esperienza e spiritualità. Miscellanea in onore del RP Charles André Bernard, S.J., Editrice Pontificia
Università Gregoriana, Roma 2005, 210.

4 Cf. FRANCESCO, Lettera enciclica Laudato si’ (24 maggio 2015), nn. 10-12.


5 In questo senso, come signoria relativa a Dio, va inteso il genesiaco «riempite la terra; soggiogatela e
dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente» (Gen 1,28).
6 Cf. J. RATZINGER, La bellezza, la chiesa, Itaca, Castel Bolognese (RA) 2005, 19: «L’incontro con la bellezza
può diventare il colpo di dardo che ferisce l’anima e in questo modo le apre gli occhi. Tanto che ora l’anima,
a partire dall’esperienza, ha criteri di giudizio ed è anche in grado di valutare correttamente gli argomenti».
7 O. TODISCO, Scuola francescana e corporeità: opposizione o condivisione?, in «Antonianum» 78 (2003)
458.
8 Cf. la suggestiva lettura proposta da J. DALARUN, Il Cantico di frate Sole. Francesco d’Assisi riconciliato,
Edizioni Biblioteca Francescana, Milano 2015.

9 Su questo aspetto e sull’interpretazione dell’affermazione «uscii dal secolo», illuminanti sono le pagine di
P. MARANESI, L’eredità di frate Francesco. Lettura storico-critica del Testamento, Edizioni Porziuncola,
Santa Maria degli Angeli – Assisi (PG) 2009, 117-120.

10 FRANCESCO, Esortazione apostolica Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 270.


11 S. WEIL, La prima radice. Preludio a una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano, SE, Milano 1990,
50.
12 Cf. il commento di Francesco alla beatitudine dei poveri in spirito (cf. Mt 5,3): «Ci sono molti che,
applicandosi insistentemente a preghiere e occupazioni, fanno molte astinenze e mortificazioni corporali,
ma per una sola parola che sembri ingiuria verso la loro persona, o per qualche cosa che venga loro tolta,
scandalizzati, subito si irritano. Questi non sono poveri in spirito, poiché chi è veramente povero in spirito
odia se stesso e ama quelli che lo percuotono sulla guancia» (Am XIV: FF 163).

13 Cf. «E restituiamo al Signore Dio altissimo e sommo tutti i beni e riconosciamo che tutti i beni sono suoi e
di tutti rendiamo grazie a lui, dal quale procede ogni bene» (Rnb XVII, 17: FF 49).
* Facoltà teologica del Triveneto (Padova) (marziaceschia@hotmailit).

CredereOggi 37 (3/2017) n. 219, 53-67

Francesco d’Assisi, l'uomo che ha fatto scoprire all’umanità


uno spirito nuovo
Pubblicato: Venerdì, 04 Ottobre 2019 11:37 | Scritto da Fabrizio Giusti | Stampa  | Email

ACCADDE
OGGI – 4 ottobre, la ricorrenza celebrata in tutto il mondo
ilmamilio.it
La sua ''rivoluzione'' dello spirito è ancora oggi, in un’epoca di secolarizzazione,
uno degli esempi più luminosi per l'umanità.
L'opera di San Francesco d'Assisi verso gli ultimi, i poveri, gli emarginati, i malati,
il diverso e l'''altro',' trovò nel suo tempo complesso e difficile una dimensione che
oggi, a distanza di otto secoli, è ancora al centro delle tematiche più profonde della
nostra società.
Se tutto ciò è stato possibile, è proprio perché la sua persona seppe sfidare le
convenzioni, le regole, la visione della sua epoca, l'odio, la prevaricazione, la guerra
e la schiavitù del corpo e dell'anima. Attraverso l’umiltà, vinse il predominio e si
impegnò per chi era rimasto indietro, per chi non poteva permettersi neanche il
pane, aprendo una diversa visione del creato e della convivenza.
Gli argomenti per cui il Santo di Assisi fece la sua scelta, abbandonando l’agiatezza
per la povertà assoluta, sono ancora di forte attualità. Per questo quel 16 luglio del
1228, quando Papa Gregorio IX canonizzò Francesco a soli due anni dalla sua
morte, rimane una delle tappe fondamentali per comprendere quanto amatissimo sia
stata la identità di uomo.
Francesco è stato amato da tanti: atei o religiosi, dittatori e liberali. Questo perché la
sua misura fu enorme pur non essendo un uomo semplice come si crede. Egli non
volle mai sostituirsi a nessuno sul livello politico. La sua povertà, e quella di chi gli
si raccolse attorno, non consisteva esclusivamente nella rinuncia alle ricchezze e
non contemplava critiche verso chi possedeva denaro. La sua era una esclusiva
rinuncia al potere, alla potenza, alla volontà di imporsi sugli altri. Non si schierò
mai contro la Chiesa, si comportò solo diversamente in parole ed opere. Non
polemizzando mai.
Era stato un ragazzo in armi, aveva combattuto, voleva diventare un cavaliere,
aspirava alla nobiltà provenendo dalla borghesia, era dedito al cibo e al
divertimento. Poi, a 25 anni, prese un’altra strada. L’altra strada. Una scelta di
cambiamento che lo divise in due. Così la vista dei lebbrosi, che prima lo inorridiva,
trasformò il suo animo radicalmente, tanto da scrivere in seguito della “dolcezza”
dello stare insieme con i mendicanti e tra i sofferenti.
Francesco seppe amare il prossimo, amò la natura, scrisse e parlò diversamente. Da
lui sono nate una fede, una visione del mondo ed una lingua che hanno salvato e
creato un’altra immagine della Chiesa (che aveva bisogno di essere rinsaldata, come
simbolicamente accadde a San Damiano) e persino della letteratura. Una spiritualità,
la sua, che purificò il male nella sua radice, rigenerando quella superficie immensa
che è l’Amore.
Alda Merini, nel suo Canto delle Creature, scrisse: "Io sono ormai il liuto di Dio/ e
canterò le sue canzoni d’amore./ Malgrado non conosca la musica,/le mie mani
suoneranno per lui/ tutti gli spettri della gioia./ Dio è luce:io canterò per lui/ tutti i
colori della terra".
Fu proprio così. Francesco è ancora oggi forte, saldo nella sua terra. Un'impresa
colossale nel secolo della globalizzazione, dell’individualismo, del primato
economico e di quello della tecnologia. Un'immagine che si staglia in
contraddizione e allo stesso modo come una presenza potente e necessaria. La sua
letizia e la sua umiltà sono ancora di insegnamento perché fu quello che oggi ci
manca. Al di là dell’aspetto puramente religioso, e uscendo dall'unicità del suo
percorso esistenziale, il suo nome coincide con un'alta e gioiosa struttura culturale e
di libertà che serve a comprendere, a pensare, a riflettere nell’epoca in cui si
comprende, si pensa o riflette sempre meno. Su noi, gli altri e ciò che ci cresce o
vive affianco.

FRANCESCO UOMO DI DIO E FRATELLO DI TUTTI

UNA BASILICA CHE RACCONTA

Assisi, crocevia moderno dello spirito, appartiene non solo ai credenti, ma a tutti gli
uomini che sentono il desiderio della vita interiore e della pace

UN FRAMMENTO DI STORIA

Siamo nel 1228. Francesco d'Assisi è morto da due anni e frate Elia, ministro ge-nerale
dell'Ordine serafico, riceve in dono un appezzamento di terreno in un luogo scosceso e
perfino maledet-to, dal nome lugubre, Colle dell'infer-no, perché lì venivano giustiziati i
mal-fattori, situato ad ovest di Assisi, appe-na fuori dalle mura della città.

Lì sorgerà la chiesa per accogliere la salma del grande Santo, rispettan-done la volontà,
poiché desiderava es-sere sepolto su quel piccolo Golgota, per essere ancora più simile
anche do-po la morte al suo Cristo crocifisso.

Il 16 luglio di quel 1228 papa Gre-gorio IX proclama solennemente la santità del grande
figlio di Assisi e il giorno dopo si reca sul colle dell'Infer-no per benedire la prima pietra
dell'edi-ficio che darà un nome nuovo a quel luogo, diventerà infatti il colle del Para-
diso.

é intenzione ferma del Papa erige-re una "specialis ecclesia": "Ci è sem-brata cosa degna
e convenien-te - scrisse a tutti i cristiani `invitandoli a collaborare alla costruzione del
tempio - "che per riverenza verso lo stesso Padre venga edificata una chiesa particolare
nella quale si debba riporre il suo corpo" (bolla Re-colantes, 1228).

Il 25 maggio di soli due anni dopo, sotto l'alacre ingegno e la spinta orga-nizzativa di
frate Elia, la basilica infe-riore è ultimata, e, a porte chiuse, sot-to l'altare viene sepolto il
corpo del santo.

Più complessa e incerta è la cro-nologia dell'esecuzione e del compi-mento della chiesa


superiore.

La notizia che nel 1235, ancora Gregorio IX, consacra le due chiese sta a indicare che le
strutture dell'inte-ro complesso in quell'anno dovevano essere coperte con i tetti.
Certamente la solenne dedicazione del 1253 con Innocenzo IV fa sapere che la chiesa
superiore era terminata e poteva quin-di iniziare l'opera di decorazione scul-torea e
pittorica.

Il primo dei cicli di affreschi, che fanno del santuario assisano il più im-portante
complesso di testi pittorici del Duecento e del Trecento italiano, è quello steso sulle
pareti laterali della navata della chiesa inferiore, dove so-no poste a confronto alcuni
episodi del-la vita di Cristo con quella di France-sco, opera del Maestro di san France-
sco, un pittore così chiamato per una sua tavola con il ritratto del santo oggi conservata a
Santa Maria degli Ange-li.

Il più straordinario periodo della de-corazione pittorica si apre con il papa francescano
Nicolò IV (1288-92) con la partecipazione di Cimabue e di mae-stri romani nella chiesa
superiore, e quindi con la presenza di Giotto, cui se-guirono nella basilica inferiore i
mae-stri senesi Pietro Lorenzetti e Simone Martini tra il 1321 e il 1329.

Ai nostri giorni c'è da ricordare il terremoto del 26 settembre 1997. Sotto le volte della
basilica supe-riore di Cimabue (vela di san Matteo) e di Giotto (vela di san Girolamo)
rima-sero sepolte quattro persone. Dopo so-li due anni di intensa e intelligente ope-ra di
ricostruzione la basilica veniva ria-perta.

IL LINGUAGGIO DELLE FORME E DEI COLORI

Pur essendo interessante e affasci-nante il percorso artistico delle due ba-siliche, il nostro
breve intervento non vuole sostituirsi alla funzione di più do-cumentate guide, bensì
tentare di en-trare nel messaggio che da esse pro-mana, ove ogni forma e colore acqui-
stano particolare significato.

Così, ad esempio, la pianta dell'in-terno delle due basiliche a forma di Tau, il segno così
caro a Francesco che gli richiama la salvezza ottenuta sulla croce; oppure il colore rosso
del-le pietre, colore del martirio; le dodici torri che reggono tutto l'edificio secon-do il
passo dell'Apocalisse: "Le mura della città poggiano su dodici basa-menti, sopra i quali
sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell'Agnello immo-lato" (21,14).

Con i capolavori d'arte antichi e moderni è glorificato il nome del Signo-re, ricorda il
documento conciliare In-ter Mirifica (24), perché il messaggio evangelico non è solo
verbale, ma an-che visivo, e il messaggio della bellez-za, messo a servizio della fede, è
ca-pace di raggiungere il cuore degli uo-mini.

L'immagine entra a far parte dei mezzi di cui i cristiani si servono per comunicare le
verità che hanno ricevu-to.

Quindi l'intento dei committenti e degli esecutori non era di farsi ammi-rare nella loro
bravura, ma di raccon-tare con simbologia e immagini la con-fessione di fede del Santo.
Raccontare il parallelismo tra la vi-ta di Cristo e di Francesco (Maestro di san
Francesco); raccontare la centrali-tà del mistero dell'Incarnazione nella vita del Poverello
soprattutto nei mo-menti della nascita (Giotto)e della cro-ce (Pietro Lorenzetti);
raccontare la vi-ta del Santo di Assisi seguendo il rac-conto di san Bonaventura (ciclo
basili-ca superiore).

Raccontare per avvicinarsi al mi-stero di Cristo attraverso la santità di Francesco e


viverla quindi nella propria storia come l'ha vissuta lui.

LA GLORIA E IL SILENZIO

Le due chiese, nella loro armonia architettonica, parlano.

La basilica superiore, in stile goti-co, slanciata, spaziosa piena di luce è in netto


contrasto con la basilica infe-riore, in stile romanico, che si presen-ta come una grave,
potente, oscura co-struzione ad archi schiacciati.

La chiesa superiore aiuta a pren-dere lo slancio verso l'alto, quella infe-riore invita a
recarsi in ginocchio verso il sepolcro del Santo: è il pellegrinag-gio verso l'altare.

Luna invita alla gioia e all'esultan-za, l'altra alla meditazione e al silen-zio. Insieme
raccolgono in una visione pasquale ed escatologica, il passaggio dalla morte alla vita,
dalla povertà e umiltà della terra alla gioia e alla gloria del cielo. Insieme fanno capire
che la perfetta letizia nasce solo dal sacri-ficio liberamente accettato.

Per comprendere meglio lo spirito religioso e artistico di queste chiese oc-corre tener
presente che i francesca-ni, minori per vocazione, si dedicava-no soprattutto
all'istruzione e alla pre-dicazione del popolo semplice. Aveva-no a disposizione non solo
la parola, ma anche l'immagine visiva come stru-mento efficacissimo. Alla gente, per lo
più analfabeta, veniva offerto un testo dipinto sulle pareti di una chiesa. Per-tanto la
decorazione pittorica non ave-va finalità estetiche, ma didattiche e perciò veniva
chiamata Bibbia dei po-veri. Vi si trovavano infatti rappresen-tanti, per episodi
significativi della Ri-velazione e della storia della salvezza.

Nella basilica superiore si era ag-giunta alla Bibbia dei poveri la storia dell'Alter
Christus, Francesco, che ri-peteva nella vicenda umana la vera imitazione di Cristo.

II compito fu affidato a Giotto e ai suoi seguaci che, in 28 quadri e con immediatezza


narrativa, colpiva diret-tamente la semplice fantasia popolare senza sottigliezze dottrinali
e senza astrattezze allegoriche.

II santuario nel suo complesso assume così un ruolo determinante per incontrare e
conoscere la santità di Francesco.
é un segno spirituale per l'umani-tà pellegrina verso Dio. é il luogo in cui si fa
l'esperienza dell'assoluto di Dio.

Pertanto chi si avvicina a questa opera d'arte non può ignorare le inten-zioni di chi le ha
create con intenti di fede e di narrazione, interrompendo in tal modo un messaggio che ci
è stato consegnato.

Forse partendo da questa ottica si riesce a spiegare quel senso di pace, di serenità, di
mistero che avvolge chi entra in punta di piedi, rispettoso, co-sciente di calpestare un
luogo sacro. Questo santuario non promana so-lo fascino, ma è capace anche di uma-
nizzare. Ogni visitatore può diventare pellegrino e ogni pellegrino può intra-prendere un
cammino di fede, soste-nuto e guidato da un annuncio del tut-to speciale di Gesù Cristo:
la vita di Francesco d'Assisi.

Certamente per questo il papa Gio-vanni Paolo addita al mondo Assisi e scorge in essa
uno spirito particolare che affascina credenti di ogni religione e uomini che cercano
faticosamente la pace.

VITA DI SAN FRANCESCO

DIVENTERò UN GRANDE PRINCIPE

Francesco d'Assisi è vissuto dopo 44 anni, dall'inverno 1181/82 fino al crepuscolo del
sabato 3 ottobre 1226.

Il biografo che l'ha conosciu-to, Tommaso da Celano, inizia così la sua Prima Vita:
"Viveva ad Assisi, nella valle spoletana, un uomo di no-me Francesco". Ne prende lo
spunto anche san Bonaventura nella sua Leg-genda Maggiore: "Vi fu, nella città di
Assisi, un uomo di nome Francesco...". Non c'è alcun riferimento storico per-ché la vita
di un santo la si racconta per eventi e temi.

Viene battezzato con il nome Gio-vanni, ma il padre, Pietro di Bernardo-ne, pendolare


tra l'Italia e la Francia a commerciare "panni franceschi", lo chiama Francesco.

Cresce simpatico, umano, credibi-le; non passa repentinamente dalle te-nebre dei peccati
alla luce abbaglian-te della perfezione, ma attraverso una vita normale di sogni e di
spensiera-tezza, di svaghi e di impegni lavorati-vi, matura in se stesso i segni di una
intensa esperienza cristiana.

é un giovane particolarmente alle-gro, ma non superficiale, generoso ad oltranza e


sensibile, ma non incosciente, dotato di una cer-ta civetteria ama essere al centro
dell'attenzione, ma più per la consapevolezza delle sue doti che per ec-cessivo
narcisismo.
Si sente avviato a grandi cose e non manca di affermarlo: so che diventerò un grande
principe. E per di più c'è in Assisi un semplice il qua-le ogni volta che lo incontra per la
stra-da si toglie il mantello e lo stende da-vanti ai suoi piedi, proclamando che avrebbe
compiuto un giorno delle me-raviglie.

Era il gesto ingenuo e riconoscen-te di un povero trattato con generosità e umanità o il


messaggio di una profe-zia?

Le grandi cose a cui ambire a quel tempo erano le imprese dei cavalieri di cui era ricca la
cultura giullaresca.

A vent'anni si cimenta in una bat-taglia vera appena fuori casa, a Colle-strada, ma il suo
esercito è fragile e improvvisato come le fantasie giovani-li, ma soprattutto i suoi
muscoli non so-no forti come la sua sensibilità e il suo cuore, le sue mani non sanno
stringe-re una spada come quando si pose-ranno sulle piaghe dei lebbrosi.

E viene fatto prigioniero per un anno intero, ma non perde il vizio di es-sere contento e
di fantasticare. Ritorna a casa e riprende il suo la-voro nel negozio del padre. Poi si am-
mala di una malattia lunga e misterio-sa che debilita il corpo ma rafforza i pensieri e
soprattutto lo spirito.

LA FORZA DI UN SOGNO

II giovane allegro, esuberante inco-mincia a scegliere il silenzio e la soli-tudine, si


allontana dal centro della cit-tà e va a esplorare i luoghi abbando-nati della campagna di
Assisi. é alla ri-cerca di un tesoro, ma che è ancora molto nascosto.

Ritorna alla quotidianità, ma con qualche pensiero in più, più inquietan-te.

Poi riprova a sfondare per realizza-re le grandi cose a cui si sente chia-mato.

Si arruola per una spedizione nel-le terre di Puglia; gli occhi del padre lo accarezzano
fieri quando lo vede rive-stito nella nuova armatura, gli amici delle feste lo salutano
invidiosi. E final-mente riparte. Fa poca strada, fino a Spoleto e la sua avventura si
infrange contro un sogno.

Sogna un castello pieno d'armi: ma tutte quelle grandi cose a chi apparten-gono, al
padrone o al servo? Nel so-gno una voce: Francesco, ritorna ad Assisi. é la sconfitta e la
resa più bru-ciante di quella di Collestrada perché senza le ferite della battaglia. Gli anni
passano, il giovane è ormai uomo e le ferite le ha dentro, invisibili ma profon-de.

Gli restano solo i sentieri solitari per sfuggire l'ironia della gente, le battute delle
ragazze, lo scherno degli amici.
Un giorno si sente attratto dai ru-deri di una chiesetta e lì scorge un cro-cifisso
impolverato e abbandonato, ma che lo aspettava pazientemente. "Fran-cesco, va e ripara
la mia chiesa".

E così quelle mani delicate e scar-ne, incapaci di stringere con forza l'el-sa di una spada,
si sporcano, si graf-fiano, si ornano di calli.

Ma Dio non ha bisogno di murato-ri perché la sua casa è fatta di anime o meglio di
persone.

I poveri e i lebbrosi diventano la sua compagnia preferita, a loro riser-va tutte le


attenzioni e i soldi della bot-tega del padre.

Pietro di Bernardone che aveva puntato tutto su quel figlio, aveva chiu-so un occhio su
tutte le sue stravagan-ze, ma adesso la sua pazienza aveva colmato la misura e
incominciava a montare una rabbia furiosa, incontrol-labile. Era necessaria un'azione di
for-za per farlo tornare in sé, davanti a tut-ti, anche per non perdere la faccia.

E Francesco, spogliandosi, reagi-sce con il gesto più radicale e più libe-ratorio che
potesse fare iniziando una nuova vita e assumendo una nuova identità: "D'ora in poi
potrò dire libera-mente: Padre nostro che sei nei cieli, non padre Pietro di Bernardone".

E qui incomincia un'altra storia che racconteremo per tappe fondamentali, limitandoci a
qualche piccola chiosa.

LA FRATERNITà

Dopo un breve periodo di vita soli-taria si raccolgono intorno a lui i primi seguaci,
Egidio e Silvestro d'Assisi, Bernardo da Quintavalle, Pietro Catta-ni e Angelo Tancredi.
Quando la prima fraternitas ha ormai preso forma intor-no al Tugurio di Rivotorto,
Francesco elabora una formula vitae che non ci è giunta e, insieme agli undici compagni,
si reca a Roma per sottoporla al pon-tefice. Innocenzo III, persuaso da un sogno in cui
vide il Laterano pericolan-te sorretto da un giovane frate, si limi-ta a concedere
un'approvazione orale, incaricando Francesco di "predicare a tutti la penitenza". Nel
1212 la "frater-nità", notevolmente accresciuta, si sta-bilisce alla Porziuncola, poco
lontano da Assisi. L'esempio di Francesco è se-guito anche da Chiara, una giovane
assisiate che, ricevuto l'abito, dà vita al-la comunità delle Povere dame di san Damiano,
il futuro Ordine Minore delle Clarisse.

Spinto dal desiderio di testimonia-re la fede al mondo intero, Francesco aveva tentato
più volte di recarsi nei paesi non cristiani: fermato da un nau-fragio nel 1211 al largo
della Dalmazia e da una malattia in Spagna nel 1214, raggiunge l'Egitto nel 1219, dove
ottie-ne dal sultano Malek-el-Kamel l'auto-rizzazione a predicare, aprendo la via alle
grandi missioni cattoliche. Rientra-to ad Assisi, sofferente nel fisico e amareggiato per i
contrasti tra i frati du-rante la sua assenza, nel 1220 Fran-cesco rinuncia alla carica di
ministro generale della comunità in favore del fedele compagno Pietro Cattani. Il 29
novembre 1223 Onorio III approva con la bolla Solet annuere la regola france-scana,
sancendo la nascita ufficiale dell'Ordine dei Frati Minori. Assistito da tre compagni,
Angelo, Leone e Rufino, ormai quasi cieco, nel 1224 Francesco si ritira nell'eremo della
Verna, il dan-tesco "crudo sasso intra Tevero e Ar-no", dove riceve le stimmate. Muore
il 3 ottobre del 1226 alla Porziuncola e viene canonizzato da Gregorio IX il 16 luglio
1228.

"UN UOMO SANTISSIMO" (SAN BONAVENTURA)

La spoliazione davanti al padre e al vescovo nella piazza di Assisi, ave-va portato


finalmente Francesco a sco-prire la sua identità di figlio di Dio e la sua configurazione a
Cristo.

"Oh, come è glorioso, santo e gran-de avere in cielo un Padre". Coloro che compiono le
opere del Padre "sono sposi, fratelli e madri del Signore no-stro Gesù Cristo.

Siamo sposi quando l'anima fede-le si unisce al Signore nostro Gesù Cri-sto per virtù
dello Spirito Santo. Siamo suoi fratelli quando facciamo la volon-tà del Padre che è nei
cieli. Siamo ma-dri quando lo portiamo nel cuore e nel corpo per mezzo del divino
amore e della pura coscienza e lo generiamo attraverso le opere sante" (Lettera a tutti i
fedeli).

Diventare come Gesù. Fu questo il senso della sua vita espresso nella Re-gola per i frati:
"Questa è la vita del vangelo di Gesù Cristo, che frate Fran-cesco chiese che dal signor
Papa In-nocenzo gli fosse concessa e confer-mata" (Regola non bollata).

La sua conformazione/imitazione di Cristo cercata per tutta la vita l'ebbe perfino


impressa nella sua carne con i segni delle stimmate.

Scrisse frate Elia dopo la morte di Francesco: "Ed ora vi annuncio una grande gioia, uno
straordinario miraco-lo: non si è udito un portento simile, se non nel Figlio di Dio, Cristo
Signore. Qualche tempo prima della sua morte il nostro Padre (Francesco) apparve
crocifisso, portando impresse nel suo corpo le cinque piaghe, come sono ve-ramente le
stimmate di Cristo".

E testimonia frate Leone: "Quando si stava lavando il suo corpo per la se-poltura,
sembrava veramente come un crocifisso deposto dalla croce".

Un altro modo per vivere il rappor-to con Dio e realizzarlo in Cristo è fa-re corpo con
l'umanità di Gesù stesso, entrare in lui, unirsi intimamente a lui. E questo è possibile
'realmente' attra-verso il sacramento dell'Eucaristia.
Un sacramento che Francesco ha vissuto con tale intensità da vibrare e ardere "di amore
in tutte le fibre del suo essere, preso da stupore oltre ogni mi-sura per tanta benevola
degnazione e generosissima carità. Si comunicava con tanta devozione da rendere devo-
ti anche gli altri" (Tommaso da Celano, Vita Prima).

LA RICCHEZZA DELLA POVERTA'

Povertà è l'atteggiamento umile di chi non rivendica nulla di fronte al do-no di Dio, ma
dimora nella gratitudine per l'esistenza donata con tutti i suoi beni. Non occorre
affannarsi per am-massarli, ci sono già!

In tal modo la povertà diventa par-tnerdi una relazione di alleanza, di un patto


(=commercium) che procura i do-ni più belli: chi sposa Madonna Pover-tà rinuncia a
bastare a se stesso, ri-mette a Dio quel poco che ha e riceve da lui, che è tutto, il
centuplo. L'uomo rinuncia al suo nulla, perché tutto gli è donato, per partecipare al tutto
di Dio. Concetto che può essere assimilato senza problema solo da chi ha fatto di Dio il
suo tutto.

Questa è l'intuizione della povertà secondo Francesco, un atto di fede nel-l'onnipotenza


di un Dio fedele. Il Pove-rello possiede tutto perché non ha nul-la di sé, ma tutto il
mondo da Dio.

Così quel giovane che rinunciò al-la casa e alla famiglia trovò una fami-glia
numerosissima e mille case ospi-tali.

La povertà radicale di Francesco lo fa possessore in anticipo di cieli nuovi e di nuove


terre, della nuova creazio-ne che Dio prepara per i suoi eletti, sta-bilendo nuove relazioni
con il creato e i fratelli.

Vertice meraviglioso di questa esperienza dei mondo rinnovato è il "Cantico delle


Creature" in cui France-sco partecipa dei giudizio di Dio sulla creazione: " E vide che
era molto buo-no" (Genesi).

Ma la nuova creazione coinvolge e modifica anche le relazioni tra gli uo-mini annunciata
nel saluto-augurio messianico: "La pace sia con voi". Era il saluto dei frati di Francesco.

Icona di tale nuova fraternità è lo stile di vita dei compagni dei santo che vivevano nella
letizia e nella carità vi-cendevole.

La regola d'oro della fraternità suo-nava così: "Pecca l'uomo che vuole ri-cevere dal suo
prossimo più di quanto vuole dare di sé al Signore".

é la proposta di chi vuole assume-re la relazione con Dio come misura di ogni esperienza
umana.
Nella santità e nella grandezza di Francesco si può vedere visibilmente che cosa può
realizzare una creatura quando accoglie senza riserve il dono della grazia divina.
Possiamo restare solo stupiti, ammirati e sentirne il richia-mo con le parole stesse dei
santo di Assisi: "Oh, come è glorioso e santo e grande avere in cielo un Padre! Oh, co-
me è santo e consolante, bello e am-mirevole avere un tale sposo! Oh, co-me è santo,
come è delizioso, piace-vole, umile, pacifico, dolce e amabile avere un fratello, il quale
offrì la sua vi-ta per le sue pecore e pregò il Padre per noi!" (Lettera a tutti i fedeli).

UN BIMBO NEL PRESEPIO

Greccio la nuova Betlemme

Francesco amava molto il Natale.

"Se potrò parlare all'im-peratore", diceva "lo suppli-cherò di emanare un editto generale
per cui tutti quelli che ne hanno la possibilità debbano spargere per le vie frumento e
grana-glie affinché in un giorno di tanta solen-nità gli uccelli e particolarmente le sorelle
allodole ne abbiano in abbon-danza" (Celano, Vita Seconda, CLI).

Ma il suo ardente amore nasceva innanzitutto verso Dio e verso il pros-simo.

"Vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme... voglio vederlo con i miei occhi di
carne, così come era, adagiato in una greppia e addormen-tato sul fieno, tra il bue e
l'asinello" (Celano, Vita Prima, XXX).

Di qui il desiderio di cantare l'uma-nità di Dio, il quale non solo ha voluto incarnarsi, ma
lo ha fatto nel modo più povero, più fragile, più indifeso che si potesse immaginare.

Quel Bambino adagiato sul fieno è più avvicinabile forse ancor di più del Cristo sulla
croce che emana da sé tutta la tragica potenza della sua gloria. E gli uomini, ormai
svuotati dal possesso di Dio, dove-vano toccare con mano l'evento che ha cambiato la
vita della storia.

L'invenzione del presepe, così sem-plice nella sua originalità e che i-ncredibilmente in
mille anni e più non aveva mai sfiorato la fantasia di nes-suno, nasceva da un cuore
troppo grande e innamorato di Dio e degli uomini.

Era l'iniziativa di un catecheta stra-ordinario che non si limitava a parlare di Dio,


riducendolo a concetto e a rac-conto, ma voleva farlo vedere con gli occhi; abbracciarlo
teneramente con le mani, amarlo con tutto il cuore.

Vederlo e toccarlo fisicamente nella sua venuta di umiltà e povertà, di dol-cezza


amabilità. Chi non si intenerisce di fronte a un Bambino?

 
NATALE 1223

Francesco amava Greccio. Era un eremo sereno, fuori mano, lì si era tro-vato una cella
nel vivo della roccia.

Greccio gli richiamava Betlemme e fu quel luogo a ispirargli di rivivere la notte di


Natale.

II 29 novembre del 1223 aveva ri-cevuto finalmente da parte del papa Onorio III
l'approvazione della Regola per i suoi frati. L'inverno era ormai alle porte e con esso il
Natale, Francesco sulla via del ritorno da Roma verso As-sisi, è preso da un pensiero
straordi-nario: vuole ricordare in una forma par-ticolare la nascita del Redentore. Giun-
to a Fontecolombo, vicino a Rieti, fece chiamare Giovanni Velta.... Ma lascia-mo il
racconto alla penna autorevole di Tommaso da Celano.

"Circa due settimane prima della festa della Natività, il beato Francesco, come spesso
faceva, lo chiamò a sé e gli disse: "Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù,
precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei rappre-sentare il Bambino nato a Betlemme, e
in qualche modo vedere con gli oc-chi del corpo i disagi in cui si è trova-to per la
mancanza delle cose neces-sarie ad un neonato, come fu adagia-to in una greppia e come
giaceva sul fieno tra il bue e l'asinello". Appena l'ebbe ascoltato il fedele e pio amico se
ne andò sollecito ad approntare nel luogo designato tutto l'occorrente, se-condo il
disegno esposto dal santo.

E giunse il giorno della letizia, il tempo dell'esultanza! Per l'occasione sono qui
convocati molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della
regione, portando cia-scuno secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare
quella notte, nella quale s'accese splendida nel cie-lo la Stella che illuminò tutti i giorni e
i tempi. Arriva alla fine Francesco: vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio,
ed è raggiante di letizia. Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono
il bue e l'asinel-lo. In quella scena commovente risplen-de la semplicità evangelica, si
loda la povertà, si raccomanda l'umiltà. Grec-cio è divenuto come una nuova Be-tlemme.

Questa notte è chiara come pieno giorno e dolce agli uomini e agli ani-mali! La gente
accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al nuovo mistero.

La selva risuona di voci e le rupi im-ponenti echeggiano i cori festosi. I fra-ti cantano
scelte lodi al Signore, e la notte sembra tutta un sussulto di gioia.

Il Santo è lì estatico di fronte al pre-sepio, lo spirito vibrante di compunzio-ne e di


gaudio ineffabile. Poi il sacer-dote celebra solennemente l'Eucaristia sul presepio e lui
stesso assapora una consolazione mai gustata prima.

Francesco si è rivestito dei para-menti diaconali, perché era diacono, e canta con voce
sonora il santo Vange-lo: quella voce forte e dolce, limpida e sonora rapisce tutti in
desideri di cielo. Poi parla al popolo e con parole dol-cissime rievoca il neonato Re
povero e la piccola città di Betlemme. Spesso, quando voleva nominare Cristo Gesù,
infervorato di amore celeste lo chiama-va "Il Bambino di Betlemme", e quel no-me
`Betlemme" lo pronunciava riem-piendosi la bocca di voce e ancor più di tenero affetto,
producendo un suo-no come belato di pecora. E ogni vol-ta che diceva "Bambino di
Betlemme" o "Gesù", passava la lingua sulle lab-bra, quasi a gustare e trattenere tutta la
dolcezza di quelle parole.

Vi si manifestano con abbondanza i doni dell'Onnipotente, e uno dei pre-senti, uomo


virtuoso, ha una mirabile visione. Gli sembra che il Bambinello giaccia privo di vita
nella mangiatoia, e Francesco gli si avvicina e lo desta da quella specie di sonno
profondo. Né la visione prodigiosa discordava dai fat-ti, perché, per i meriti del Santo, il
fan-ciullo Gesù veniva risuscitato nei cuo-ri di molti, che l'avevano dimenticato, e il
ricordo di lui rimaneva impresso pro-fondamente nella loro memoria.

Terminata quella veglia solenne, ciascuno tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia"
(Celano, Vita Prima, XXX).

Quella notte il mondo cristiano ri-trova il contatto con il suo Dio che si era fatto
bambino per farsi accogliere ed amare.

Francesco inventò il presepio per spiegare la tenerezza di Dio come nes-sun teologo
avrebbe mai fatto.

E lo fece con un bambino tessuto di carne della famiglia umana, con gli uomini segnati
dalla durezza e pochez-za della vita, ma prontamente rinnova-ti e riscaldati da un
mistero voluto per loro, solo per loro.

E che, ascoltando questo nuovo racconto del Natale, scoprivano final-mente un Dio
nuovo, "il Dio della mae-stà divenuto nostro fratello" che si la-sciava incontrare nelle
nuove relazioni fraterne, riscoperte in quella speciale Notte di Natale.

II racconto di Betlemme e di Grec-cio, non può restare prigioniero di un racconto


raccolto ormai in una favola o in una recita di bambini e tanto me-no simulacro per
mettere in piedi sce-nari vecchi e nuovi per allestire i pre-sepi. é molto, molto di più.

PREGARE CON SAN FRANCESCO

Preghiera davanti al crocifisso

Altissimo e glorioso Dio,

illumina le tenebre

del cuore mio.


Donami fede limpida,

speranza solida

e carità perfetta,

donami umiltà profonda,

saggezza e capacità

per comprendere e servire la tua

santa volontà.

Amen.        

L'offerta totale

(Preghiera "Absorbeat")

Rapisca, ti prego, o Signore,

l'ardente e dolce forza

del tuo amore

la mente mia

da tutte le cose

che sono sotto il cielo,

perché io muoia

per amore dell'amor tuo,

come tu ti sei degnato morire

per amore dell'amore mio.

Lodi di Dio Altissimo

Tu sei santo, Signore, unico Dio,


che fai cose stupende.

Tu sei forte, tu sei grande.

Tu sei l'Altissimo.

Tu sei il Re onnipotente.

Tu sei il Padre santo, Re del cielo e della terra.

Tu sei trino e uno, Signore Dio.

Tu sei il bene, tutto il bene,

il sommo bene, Signore Iddio vivo e vero.

Tu sei amore, tu sei sapienza.

Tu sei umiltà, tu sei pazienza.

Tu sei sicurezza, tu sei la pace.

Tu sei gaudio e letizia.

Ti sei la nostra speranza.

Tu sei giustizia, tu sei misura.

Tu sei tutta la nostra ricchezza.

Tu sei bellezza, tu sei dolcezza.

Tu sei protettore.

Tu sei il custode e il difensore nostro.

Tu sei fortezza, tu sei rifugio.

Tu sei la nostra speranza.

Tu sei la nostra fede.

Tu sei la nostra carità.

Tu sei la nostra dolcezza.

Tu sei la nostra vita eterna,


grande e ammirabile Signore,

Dio onnipotente,

misericordioso Salvatore.

Amen.

Benedizione

O Signore,

fa di me uno strumento della tua Pace.

Dove è odio, ch'io porti l'Amore.

Dove è offesa, ch'io porti il Perdono.

Dove è discordia, ch'io porti l'Unione.

Dove è dubbio, ch'io porti la Fede.

Dove è errore, ch'io porti la Verità.

Dove è disperazione, ch'io porti la Speranza.

Dove è tristezza, ch'io porti la Gioia.

Dove sono le tenebre, ch'io porti la Luce.

O Maestro, fa' ch'io non cerchi tanto:

essere consolato, quanto consolare.

Essere compreso, quanto comprendere.

Essere amato, quanto amare.

Poiché: si è: dando, che si riceve;

perdonando che si è perdonati;

morendo, che si risuscita a vita eterna.

 
Preghiera alla Vergine Maria

Ave Maria, Signora santa,

regina santissima; santa Madre di Dio,

vergine fatta Chiesa:

eletta dal santissimo Padre celeste, che ti ha consacrata insieme

con il santissimo suo Figlio diletto

e con lo Spirito Santo Paraclito;

tu, in cui fu ed è ogni pienezza di grazia e ogni bene.

Ave, palazzo di Dio!

Ave, tabernacolo di Dio!

Ave, casa di Dio!

Ave, vestito di Dio!

Ave, ancella di Dio!

Ave, Madre di Dio!

E saluto voi tutte, sante virtù, che per grazia

e illuminazione dello Spirito Santo

venite infuse nei cuori dei fedeli,

perché da infedeli

fedeli a Dio li rendiate.

UN UOMO IN CROCE

LA VERNA, IL MONTE DELLA TRASFIGURAZIONE

Da San Damiano al monte della Verna, l'inizio e il compimento della storia di un al-tro
uomo crocifisso per amore. L'ini-zio negli anni della giovinezza, il com-pimento nella
maturità.
Tommaso da Celano ricollega que-ste due tappe della vita di Francesco in modo acuto:
"Da quel momento (San Damiano) si fissò nella sua anima san-ta la compassione del
Crocifisso e, co-me si può pienamente ritenere, le ve-nerande stimmate della passione,
quantunque non ancora nella carne, gli si impressero profondamente nel cuo-re" ( Vita
Seconda, VI).

La Verna è un'intera montagna che Francesco ebbe in dono dal conte Or-lando da
Chiusi, un luogo "rimosso dal-la gente" e "ben atto a chi volesse fa-re penitenza o
desiderasse vita solita-ria" (Fioretti, Delle Sacre istimmate di santo Francesco). Per i
francescani è diventata sacra come il Sinai, il Tabor o il Calvario per i cristiani, perché
las-sù sono avvenute le teofanie, cioè le manifestazioni di Dio.

Il silenzio e la maestà di quel monte afferrarono l'ani-ma di Francesco, il quale più che
cercare l'orizzonte e la-sciarsi incantare dal panora-ma che domina la vallata del Tevere
e dell'Arno, preferiva sprofondare negli anfratti della roccia per proteggere, lontano da
ogni sguar-do, la fiamma interiore che lo brucia-va.

Per farsi un'idea dei sentimenti e della passione che colmavano il cuore di Francesco,
basta leggere, con cal-ma meditata e maestosa, l'inno di lo-de che egli scrisse per
consolare frate Leone. é una specie di Te Deum, una lode litanica dall'intensità sempre
più crescente che solo un cuore totalmen-te posseduto da Dio poteva recitare. Il
documento è conservato nella cappel-la delle reliquie della basilica inferiore.

Fu su questa montagna che Fran-cesco desiderò con immenso ardore sapere come unirsi
ancor più intima-mente al Cristo Crocifisso.

Siamo nel 1224, è il giorno dell'As-sunta -15 agosto - il Santo vuole trac-ciare un
consultivo della sua vita, ap-partarsi dalle gravi tensioni che si muo-vono nell'Ordine da
lui fondato, e riti-

rarsi per vivere una quaresima in ono-re di san Michele, ma sopratutto per cercare
sempre più la sua somiglian-za a Cristo.

E si reca alla Verna. Sulla strada uno stormo di uccelli lo accolgono fe-stanti,
avvolgendolo nel frullo delle lo-ro ali.

L'ULTIMO SIGILLO

Nel Natale dell'anno prece-dente (1223) a Greccio ebbe l'indicibile gioia di stringere a sé
il neonato Gesù, povero e nu-do sulla paglia; ora per la festa dell'esaltazione della Croce
(14 settembre) vorrebbe stringere il Cristo povero e nudo sulla Cro-ce, Ma come?

Si avvicina alla pietra dell'al-tare che lui stesso aveva pre-parato e su cui ha posto il Van-
gelo. Dopo aver invocato lo Spi-rito di Dio, apre il libro.
Il primo passo che incontra è la passione del Signore. Per escludere l'eventualità del
caso, prova una seconda e una terza volta e sempre ai suoi occhi la Parola gli parla del
mistero del-la Croce.

Quel gesto di aprire la Pa-rola per sapere che cosa Dio gli stava chiedendo l'aveva com-
piuto all'inizio della sua missio-ne, ora voleva sapere come meglio concluderla.

Dopo essersi occupato per anni della croce e avere svilup-pato una sensibilità sempre più
acuta verso quel dolore fino al punto da non saper trattenere le lacrime e piangere anzi
con singhiozzo convul-so, in quel settembre si stava verifican-do un avvenimento che
mai si era ve-rificato nella carne di un uomo: l'im-pressione delle Stimmate di Cristo
crocifisso, "l'ultimo sigillo", le definì Dan-te.

Dell'apparizione del Serafino ci of-fre un'ampia descrizione il Celano. "Allorché


dimorava nel romitorio che dal nome del luogo è chiamato Verna, due anni prima della
sua mor-te, ebbe da Dio una visione.

Gli apparve un uomo, in forma di Serafino, con le ali, librato sopra di lui, con le mani
distese ed i piedi uniti, con-fitto ad una croce.

Due ali si prolungavano sopra il ca-po, due si dispiegavano per volare e due coprivano
tutto il corpo. A quell'ap-parizione il beato servo dell'Altissimo si sentì ripieno di una
ammirazione in-finita, ma non riusciva a capirne il si-gnificato.

Era invaso anche da una viva gio-ia e sovrabbondante allegrezza per lo sguardo
bellissimo e dolce col quale il Serafino lo guardava, di una bellezza inimmaginabile; ma
era contempora-neamente atterrito nel vederlo confitto in croce nell'acerbo dolore della
pas-sione. Si alzò, per così dire, triste e lie-to, poiché gaudio e amarezza si alter-navano
nel suo spirito.

Cercava con ardore di scoprire il senso della visione, e per questo il suo spirito era tutto
agitato. Mentre era in questo stato di preoccupazione e di to-tale incertezza, ecco: nelle
sue mani e nei piedi cominciarono a comparire gli stessi segni dei chiodi che aveva ap-
pena visto in quel misterioso uomo cro-cifisso.

Le sue mani e i piedi apparvero tra-fitti nel centro da chiodi, le cui teste erano visibili nel
palmo delle mani e sul dorso dei piedi, mentre le punte spor-gevano dalla parte opposta.

Quei segni poi erano rotondi dalla parte interna delle mani, e allungati nell'esterna, e
formavano quasi una escrescenza carnosa, come fosse pun-ta di chiodi ripiegata e
ribattuta. Così pure nei piedi erano impressi i segni dei chiodi sporgenti sul resto della
car-ne. Anche il lato destro era trafitto co-me da un colpo di lancia, con ampia cicatrice,
e spesso sanguinava, ba-gnando di quel sacro sangue la tona-ca e le mutande" (Vita
Prima di Tom-maso da Celano).
Il celebre monaco Thomas Merton, così commenta: "L'aver Francesco rice-vuto le
Stimmate fu un segno divino che fra tutti i santi egli era il più somi-gliante a Cristo.
Meglio di ogni altro era riuscito nell'opera di riprodurre nella sua vita la semplicità, la
povertà e l'amore di Dio e degli uomini che ca-ratterizzano la vita di Gesù.

Conoscere semplicemente san Francesco vuol dire comprendere il Vangelo e seguirlo


nel suo spirito sin-cero e integrale, è vivere il Vangelo in tutta la sua pienezza. San
Francesco fu, come tutti i Santi devono cercare di essere, semplicemente un "altro Cri-
sto". Il Cristo risorto rivisse in modo perfetto in quel Santo, completamente posseduto e
trasformato dallo Spirito della carità divina".

IL CANTICO DELLE CREATURE

E TUTTO ERA BUONO

San Francesco lo chia-mava "Cantico di Frate So-le" e con esso intendeva convocare
tutte le creature perché lo aiutassero a loda-re e ringraziare l'altissimo on-nipotente buon
Signore.

Le creature. Lamore meno impe-gnativo della trilogia Dio, uomo, crea-to?

Più facile no, più a rischio si per-ché può diventare un surrogato, un compromesso. é
difficile stabilire se è uno sconto a un amore impegnativo o se è invece un naturale
sconfino di una misura traboccante di amore.

Guardando ai nostri piccoli o gran-di attaccamenti alle creature nascono solo dubbi (o
certezze pericolose), guardando invece a Francesco c'è so-lo da ammirare e imparare,
perché ha saputo scorgere Dio in tutte le cose e ha sperimentato che "tutto ciò che Dio ha
creato è buono" (1 Tm 4,4).

Francesco non si sente né schiavo né padrone delle creature di Dio, ma fratello. Significa
cioè che nell'amore paterno di Dio gli uomini, gli animali, le piante e tutte le cose sono
un'unica famiglia.

Pertanto le bellezze create non limitano il suo amore, ma lo dilatano e lo spingono verso
l'alto. Si sen-te in cammino verso Dio non co-me viandante solitario, ma in compa-gnia
di tutto ciò che Dio ci ha dato per l'utilità di tutti. Di qui la sua gioia incon-tenibile
davanti alle creature sorelle, mentre benedice (dice bene di ) Dio per mezzo di esse.

La sua sensibilità e il suo amore sopratutto non avrebbero mai soppor-tato di tenere
prigioniero o in gabbia un uccellino destinato a vivere e a can-tare liberamente fra il
verde degli albe-ri; né avrebbe mai tagliato un fiore, creato per rallegrare la terra con il
suo profumo e il suo colore.
Scrive Tommaso da Celano: "Se vedeva distese di fiori, si fermava a predicare loro e li
invitava a lodare e ad amare Iddio, come esseri dotati di ragione; allo stesso modo le
messi e le vigne, le pietre e le selve e le belle campagne, le acque correnti e i giardi-ni
verdeggianti, la terra e il fuoco, l'aria e il vento con semplicità e purità di cuore invitava
ad amare e a lodare il Si-gnore. E finalmente chiamava tutte le creature col nome di
fratello e di sorel-la, intuendone i segreti in modo mira-bile e noto a nessun altro, perché
ave-va conquistato la libertà della gloria ri-servata ai figli di Dio" (Vita Prima, 81).

SPIRITUALITA' DELLA CREAZIONE

E' sempre il Celano, nella Vita Se-conda, raccoglie in sette brevi capitoli, con il titolo
"La contemplazione del Creatore nelle creature", una serie di episodi che aiutano a
definire la spiri-tualità della creazione che anima Fran-cesco.

"Nelle cose belle riconosce la Bel-lezza Somma, e da tutto ciò che per lui è buono sale
un grido: "Chi ci ha creati è infinitamente buono". Ha ri-guardo per le lucerne, lampade
e can-dele, e non vuole spegnerne di sua mano lo splendore, simbolo della luce eterna.
Cammina con riverenza sulle pietre, per riguardo a colui, che è det-to Pietra.

Quando i frati tagliano legna, proi-bisce loro di recidere del tutto l'albero, perché possa
gettare nuovi germogli. E ordina che l'ortolano lasci incolti i confini attorno all'orto,
affinché a suo tempo il verde delle erbe e lo splendo-re dei fiori cantino quanto è bello il
Pa-dre di tutto il creato.

Raccoglie perfino dalla strada i pic-coli vermi, perché non siano calpesta-ti, e alle api
vuole che si somministri del miele e ottimo vino, affinché non muo-iano di inedia nel
rigore dell'inverno".

Fa rimettere in libertà un leprottino, che qualcuno gli aveva messo tra le mani, o rigetta
nell'acqua dei pescioli-ni tremolanti. In altra occasione riscat-ta con ìl prezzo del suo
mantello due agnellini che il pastore sta portando al mattatoio, i cui belati gli hanno
trafitto l'anima, e li rìconsegna al pastore, con la promessa di risparmiare la loro vita.

L'AMORE DELLE CREATURE

Ma come lo ricambiano le creatu-re?

Quando il santo parla ai fratelli uc-celli o ai fratelli fiori invitandoli alla lo-de del
Sìgnore, sa benìssìmo che quel-le creature non lo possono compren-dere, ma instaura
con esse un rappor-to profondo di amore e di rispetto e parla al Creatore attraverso esse.
Ma davvero non lo possono comprendere?
Sempre il Celano dedica un capi-tolo della Vita Seconda (CXXV) alle ef-fusioni di
gratitudine delle creature al-le attenzioni di Francesco: "sorridono quando le accarezza,
danno segni di consenso quando le interroga, obbedi-scono quando comanda" e cita una
se-rie dì episodi.

Un pescatore regala a Francesco un uccellino acquatico: Francesco lo prende tra le mani


e lo invita a volare. Ma l'uccellino si accovaccia come se stesse nel nido. Solo quando
riceve la benedizione spicca il volo.

Delle api si erano rifugiate in un va-setto abbandonato nella celletta che il santo si era
costruito per pregare: "vo-levano indicare la dolcezza della c-ontemplazione".

Una volta gli fu regalato un fagia-no, chiese ai frati: "Proviamo ora se fra-te fagiano
vuole rimanere con noi o se preferisce ritornare ai luoghi abituali e più adatti a lui". Un
frate lo portò lon-tano in una vigna, ma il fagiano ritornò rapidamente da Francesco. Fu
portato ancora più lontano ma ritornò ugual-mente. Allora il santo ordinò che fosse
nutrito, "mentre lo abbracciava e lo vez-zeggiava con dolci parole"

Ma la storia non finisce qui. Lo pre-se infatti un medico e lo portò a casa sua, per
venerazìone verso ìl santo. Ma il fagiano, nella nuova dimora non toc-cò assolutamente
cibo. Quando fu ri-portato da Francesco "abbandonò ogni tristezza e cominciò a
mangiare gioio-samente". Bella anche la storia del fuo-co.

FRATE MIO FUOCO

Francesco era ammalato agli occhi e doveva essere sottoposto a un inter-vento


dolorosìssìmo: con un ferro ro-vente doveva essere cauterizzato dall'orecchio al
sopracciglio. Il Padre, rac-conta il Celano, per confortare il corpo già scosso dal terrore,
così parla al fuo-co: "Frate mio fuoco, di bellezza invi-diabile fra tutte le creature,
l'Altissimo ti ha creato vigoroso, bello e utile. Sii propizio a me in quest'ora, sii cortese!,
perché da gran tempo ti ho amato nel Signore. Prego il Signore grande che ti ha creato di
temperare ora il tuo ca-lore in modo che io possa sopportare, se mi bruci con dolcezza".

Risultato: il santo non patì alcun dolore (Vita Seconda, CXXV).

Leggendo il meraviglioso Cantico della creature o di Frate Sole, sarem-mo portati a


supporre che esso sia scaturito in un mattino luminoso, quan-do la bellezza della natura
umbra, gli riempiva gli occhi e tutto il suo essere, inebriandolo di dolcezza.

La realtà fu ben differente. Francesco era ormai verso la con-clusione della sua vita e le
sue mem-bra portavano i segni del dolore e del-la passione. Era quasi cieco e fratello
sole non splendeva più per lui; non riu-sciva a sopportare nè voci né rumori, non si
reggeva in piedi.
Chiara gli aveva fatto costruire un capanno nell'orto di san Damiano; li dopo cinquanta
giorni senza poter ri-posare per lo straziante dolore agli oc-chi, passò una notte
particolarmente difficile, tormentato sia nel corpo che nello spirito. Pareva che tutte le
crea-ture di Dio si fossero messe d'accordo per martoriarlo.

AI mattino chiamò i suoi frati e, co-me in un'estasi d'amore e di gioia, in-segnò loro a
cantare: Altissimo, onni-potente, bon Signore ...Laudato sie, mi Signore, cum tucte le tue
creature...

I tre compagni, che sono i testimo-ni diretti dell'episodio, aggiungono che da allora in
poi, quando il male lo ag-grediva con maggiore intensità, si fa-ceva cantare il Cantico di
Frate Sole con melodia da lui stesso composta "per poter dimenticare l'acerbità dei do-
lori e dei mali, rivolgendo la mente al-la lode di Dio. E così fece fino al gior-no della
morte" (Leggenda Perugina, 43).

Nel 1979 san Francesco fu procla-mato dal papa Giovanni Paolo II patro-no degli
ecologisti.

Speriamo non solo "Patrono", ma anche ispiratore, modello. Ambientalisti, ecologisti,


verdi... con tutto il rispetto per la loro sensibilità e attività ma qui ci troviamo di fronte
ad un'altra statura, ad un'altra esperien-za, tutta da ammirare, contemplare e, perché no,
imitare, tenendo presente che la familiarità con le creature ha co-me radice e sorgente la
paternità di Dio e la fratellanza con Gesù.

Questo, e nessun altro, è il segre-to di Francesco.