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La scienza del successo

 
Come il metodo scientifico può farti diventare il numero
uno, 

comprendere meglio il mondo, 

e vincere le battaglie della tua vita

 
Yamada Takumi

 
Nuova edizione

ANTEPRIMA
La scienza del successo

Cosa è esattamente la scienza?


Perché di fronte alla parola “scienza” ecco che mille immagini
possono giungere alla nostra mente, a partire da quella
d’insondabili misteri subatomici, passando per formule
matematiche indecifrabili, arrivando alla figura di eremiti da
laboratorio che sono chiusi nei loro dogmi e parlano linguaggi
incomprensibili ai “comuni mortali”, magari mentre sono plagiati
da questa o quella malefica lobby dei dolciumi. 
E io beh, ti direi che la scienza è quella cosa meravigliosa che ci ha
consentito di oltrepassare i limiti dei nostri sensi, consentendoci di
studiare tutti i segreti dell’infinitamente piccolo e infinitamente
grande. Ciò che ha realizzato il nostro sogno ancestrale di
possedere delle ali, ponendo addirittura le premesse per arrivare a
mettere piede su galassie e pianeti, un giorno. È ciò che ci ha
permesso di scoprire i mattoni di cui siamo fatti, rendendoci
sempre più forti, intelligenti e longevi. Ciò che ha superato le
barriere di etnie, nazioni e religioni e ci ha uniti sotto la bandiera
unica dell’umanità, in un’impresa straordinaria che un giorno ci
riporterà a capire persino cosa è successo in quel bislacco giorno
in cui, 13,7 miliardi di anni fa, ogni cosa che conosciamo ha avuto
origine. 

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Ma proverò per un istante a mettere da parte la poesia e
l’entusiasmo e ti darò una risposta più semplice e rigorosa: ci si
riferisce alla “scienza” come la conoscenza che deriva dall’utilizzo di un
metodo scientifico. Spesso si tende a definire come “scienza” anche
l’applicazione pratica di questa stessa conoscenza, anche se
sarebbe più corretto definire quest’ultima come “tecnologia”. Ma
tornando a noi, cosa è il metodo scientifico? Non si può dirlo con
certezza. O meglio, quello di dare una sua definizione rigorosa è
dibattito filosofico tutt’ora in corso, e sebbene tale metodo ancora
oggi non sia assolutamente unico a seconda dei contesti e dei
campi di applicazione, possiamo provare a dire che si tratta di una
procedura di scoperta della realtà le cui varianti sono tipicamente
basate su un certo rigore nella raccolta dei dati e nella formulazione dei
problemi coinvolti, nonché realizzate attraverso procedure che siano il
più possibile verificabili, affidabili, ripetibili e, cosa non da meno,
condivisibili. Il che, chiaramente non è esente da problemi, dovuti
tipicamente al fatto stesso che esistono aspetti della realtà la cui
complessità ne rende difficilissimo uno studio rigoroso o
completamente verificabile. Ma nonostante tali problemi ciò che
conta è che quello scientifico rimane il miglior metodo possibile per la
conoscenza della realtà. Cosa sia la realtà lo vedremo meglio più
avanti. Per ora ci basti sapere che, visto che questo metodo non
può prescindere da una verifica affidabile della natura delle cose e
del comportamento dei fenomeni che le animano, esso è
banalmente anche ciò che ci darà la maggiore probabilità di avere
qualcosa che funzioni. Non per nulla, se mille anni fa provavi a
costruire un razzo incidendo su un tronco d’albero varie parole
magiche e invocazioni agli spiriti naturali, come sicuramente
qualche alchimista avrà scritto nei propri libri, è molto difficile che
fosse possibile usarlo per raggiungere la luna.
Già, perché se hai letto anche un solo libro di storia sono sicuro
che sarai venuto a sapere che prima della cosiddetta “rivoluzione
scientifica” tendevamo per lo più a vivere di saperi del tipo: “È così
e basta, e così perché me lo sento, è così perché è più bello, è così perché lo ha
detto qualcuno (tipicamente, Aristotele)”. Ossia, la storia pre-scientifica
della creazione di nuova conoscenza e nuove tecnologie, salvo
pochi esempi illuminati, è nella maggioranza dei casi una storia di
applicazione di dogmi, ovvero di saperi che, in quanto non

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necessariamente verificabili o smentibili, divenivano spesso anche
non discutibili; o almeno pur venendo dibattuti, non si pensava di
minare minimamente le premesse non verificabili da cui
discendevano. Ed ecco che applicando diffusamente questa
mentalità, a fianco di progressi in campi in cui almeno un minimo
di aderenza alla realtà era inevitabile e necessario, come nel caso
dello sviluppo delle tecniche architettoniche nel mondo antico o
delle arti di bottega nel Rinascimento, assistevamo anche a cose
che per fortuna oggi ci sembrano impensabili, come la
convinzione comune che fosse possibile curare ogni malattia
attraverso il dissanguamento, la totale assenza d'igiene anche nelle
metropoli più ricche e la giustificazione condivisa di ogni forma di
violenza o abuso purché fosse in nome di questo o
quell’ordinamento sociale; e sebbene di sicuro quest’ultimo
aspetto non è ancora stato completamente risolto, è innegabile
come la conquista di una cosa fondamentale come i diritti umani
discenda dalla verità scientifica secondo cui siamo dotati della
stessa biologia di base, e quindi la nostra dignità esistenziale è
indipendente dal genere, dal ceto, dalla nostra origine etnica o dal
nostro rango sociale.
Senza un metodo scientifico universalmente adottato come base
della conoscenza insomma non si credeva in maniera
sufficientemente diffusa o approfondita nella necessità di scoprire
i criteri oggettivi di cui la realtà è costituita, e pertanto troppo
spesso ci si affidava a saperi arbitrariamente costruiti, elevati a
verità da comunità o poteri coercitivi, assorbiti come tali da un
popolo certamente con molti meno strumenti di adesso, e
rafforzati da tutti i successivi  tentativi di forzare questi saperi sulla
realtà.
Perché un problema non da poco nasceva proprio nel momento
in cui queste dottrine arrivavano a scontrarsi con le evidenze della
realtà, fino addirittura a smentire i principi stessi per cui erano state
formulate (si pensi a metodi curativi medievali come la
somministrazione di veleni estratti dalle piante che, non è difficile
immaginare, hanno fatto più morti delle malattie stesse); ossia,
rimosso il paletto di “necessaria scientificità”, e quindi
verificabilità e attendibilità, c’era sempre una banale scappatoia
con cui silenziare i momenti in cui la realtà “bussava alla porta”:

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laddove il sapere in questione o i suoi presupposti dovevano
essere necessariamente preservati, era sempre possibile sostenere
che il sapere fosse “sacro” e fossero piuttosto le evidenze reali
presentate ad essere false, parziali o incomplete. Magari faziose.
È proprio qui infatti tutta la comicità involontaria dei saperi
dogmatici: essi sono spesso costruiti in maniera tale da essere veri a
prescindere, qualora i loro portatori così desiderano; e non fornendo a chi
ne fruisce, almeno nei loro principi fondamentali, alcuna risposta
al: “ma quale evidenza qui ti farebbe ripensare questo concetto?”,
non possiedono nemmeno gli strumenti filosofici con cui
evolversi, migliorarsi, cominciare a funzionare.  Ed ecco che per
esempio se quel metodo curativo inventato dal Sommo Alchimista
Ezechiele nella cittadella trecentesca di Qualiqquà ha fatto solo
migliaia di morti ecco che, specialmente qualora Ezechiele avesse
un particolare ascendente e potere nella cittadella, è probabile che
la conta morti fosse considerata fuorviante, sbagliata, magari
frutto di qualche complotto esterno; non per altro prima della
scienza si viveva frequentemente di “principio dell’autorità”, ossia
di “ha ragione perché è lui e quindi ha ragione”, unica vera
scappatoia per quando gli antichi eruditi venivano messi di fronte
alla realtà delle loro idiozie (e tutt’oggi, non a caso, rifugio
disperato per i politicanti messi alle corde nei dibattiti pubblici). 
E tutto questo discorso marca una delle differenze più
significative tra il sapere dogmatico e il sapere “dello scienziato”:
qualora la realtà espone una prova in contro-tendenza con una legge pre-
esistente, lo scienziato è costretto ad ammettere il proprio errore e modificare, o
al limite espandere, quella legge. Il dogmatico invece quasi certamente
farà lo scemo, continuando a provare a smentire, invalidare o
ignorare quella prova.
Una cosa che infatti oggi non sembra essere chiara a molti è che lo
scienziato sarebbe disposto ad ammettere anche l’esistenza della
magia, delle divinità del bosco e dei fantasmi se fosse in grado di
formalizzarne ed eseguirne una verifica in laboratorio. Che poi in
realtà questi sono problemi “non scientifici” per una serie di
ragioni che non conviene approfondire subito, ma per ora
prendiamo questa affermazione per buona. Il dogmatico folle
invece che pur non avendo nessun potere è fermamente convinto
di poter emettere palle di fuoco dalle dita, farebbe il possibile per

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evitare ogni verifica del suo potere; e messo forzatamente di
fronte alla stessa si giustificherebbe che il suo potere non funziona
di fronte agli scettici, che quel mese è un mese storto e cose del
genere. Vedi la differenza tra i due tipi di pensiero? E vedi perché
il pensiero scientifico “vince” quando si tratta di capire la realtà, e
quindi, inevitabilmente, imparare anche come modificarla anche a
proprio piacimento?
So a cosa ora molti staranno pensando: si, ma la scienza sbaglia! E
si, è verissimo, ma attenzione: se un concetto è il risultato
dell’applicazione del metodo scientifico ciò non vuole assolutamente
dire che esso sia immune all’errore.
Esempio banale: se leggi oggi dei testi accademici di biologia o
medicina di cento anni fa, tempo in cui la rivoluzione scientifica
già “marciava” da tempo, è praticamente certo che siano pieni di
sciocchezze di ogni genere. Tuttavia la chiave è esattamente in
quanto detto poco sopra: nella storica disponibilità ad ammettere
il dubbio prima e l’errore poi,  e successivamente coltivare in sé i
metodi stessi con cui migliorare il proprio metodo, adottare
strumenti migliori ed espandere ulteriormente la completezza e il
rigore dei propri modelli della realtà. Nel momento in cui invece
di fronte agli errori della scienza dovessimo mettere  in dubbio
l’intero metodo per provare a tornare all’imposizione di un dogma non
verificabile perché si, perché è più facile, perché ci fa star meglio, ecco che si
fa l’equivalente del gettare il bambino con l’acqua sporca, del
buttare via l’intera ricetta solo perché manca un po’ di sale, e
compiremo un’inversione storica clamorosa, un filosofico ritorno
ai tempi in cui si credeva di poter rimpiazzare gli antibiotici con i
sacrifici di polli e capre sotto il tempo di Poseidone.
Ma qui potrebbe sorgere facilmente l’altra obiezione che: “Un sacco
di volte, nella storia, la scienza ci ha messo decenni ad ammettere cose che
inizialmente negava e che erano in questo o quel testo antico”. Quindi
secondo alcuni la scienza è “cieca” e a volte “ottusa”, perché
incapace di ammettere una verità già svelata da tempo. E si, esatto,
un punto “debole” della scienza è il non poter dare certezze senza
prove sufficienti (nonostante diversi scienziati sembrano ignorare
completamente questo principio nel divulgare certe ricerche-fuffa,
ma la scienza non è la parola dei singoli scienziati e questo è un discorso
che vedremo più avanti). Questo tuttavia è anche il suo più grande

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punto di forza: il non potersi pronunciare senza prove sufficienti
tende infatti a garantire la presenza di un favoloso “filtro” che non
farà entrare, nella maggioranza dei casi, nel sapere scientifico delle
imbecillità clamorose solo perché urlate dall’ultimo profeta di
turno. Ma allo stesso tempo è possibile notare la sua profonda
onestà e il suo profondo amore per la realtà nel momento in cui
ha ammesso alcune di queste verità a fronte di un numero
sufficiente di prove attendibili.
Che poi, è ovvio, alcune cose reali, oggi dominio della scienza,
erano già un tempo dogmi scritti in libri antichi, come frutto
dell’intuizione improvvisa di questo o quel “sapiente”. Mai
dimenticare tuttavia, che senza la base solida di un metodo
scientifico, per un'intuizione rivelatasi reale ce n’erano altre milioni
che si risolvevano in veri e propri deliri su come la terra fosse una
grossa sfera cava in cui abitano giganti e Mercurio in Capricorno ti
farà venire il mal di testa se sei nato il 15 maggio. L’intuizione del
singolo senza ricerca, confronto e sperimentazione che li
convalidino, è nulla più che un lancio di dadi: potrai anche
azzeccare il risultato una volta su sei, ma questo non vuol dire che
tu abbia elaborato un sistema di chiaroveggenza con cui vedere nel
futuro.

L’amore per la sperimentazione, e la ricerca di ciò che


funziona

Fatta dunque questa necessaria “dichiarazione d’amore” al metodo


scientifico non ci risulterà difficile arrivare proprio al “cuore” del
nostro testo: perché se questo metodo risulta il migliore possibile
con cui indagare la realtà e i rapporti causa-conseguenza che la
animano, ecco che proprio dallo stesso e dagli “spicchi di realtà”
che esso ci ha rivelato, possiamo trar re una serie
straordinariamente preziosa di strumenti con cui affrontare al
meglio le nostre battaglie quotidiane. Che si tratti infatti di
migliorare i nostri guadagni mensili o i nostri risultati universitari,
di superare questa o quella crisi, di perdere peso, trovare più
tempo da passare assieme alla nostra famiglia, imbiancare casa
cercando di non far colare tutto sul tappeto o a elaborare una

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rivoluzione tecnologica che scardini ogni bruttura della società in
cui viviamo, ecco che ci renderemo conto che imparare a risolvere
problemi applicando la scienza, i suoi metodi, le sue filosofie e i
suoi “frutti” è semplicemente il miglior modo per ottenere sempre
il massimo risultato in cambio del minimo sforzo.
In questo libro infatti, tra capitoli di teoria e mini-sezioni pratiche
di “Laboratorio strategico” proveremo a capire come combattere
le nostre battaglie attraverso ricerca, razionalità, applicazione di
principi matematici e logici, sperimentazione continua,
sfruttamento dell’errore come risorsa, e ovviamente mantenendo
sempre alto un “amore naturale” nei confronti di una scoperta
costante della realtà, che sia effettuata con occhio onesto,
oggettivo, pragmatico e ripulito da tutte quelle trappole di tipo
emotivo, percettivo, semplificativo e dogmatico che sono sempre
in agguato. Tutte trappole che, in tempi un po’ confusi, in cui da
un lato bisogna affrontare sfide completamente nuove e dall’altro
tornano alla ribalta mistiche teorie su terre piatte e rimedi
miracolosi contro questa o quella malattia, diviene fondamentale
scovare e debellare onde combattere ciarlatani, sciamani, e tutti gli
infiniti danni che i loro dogmi arrecano a chi li segue senza farsi
alcuna domanda (e purtroppo, non solamente a loro). Insomma,
mai come in questo contesto storico e sociale, diviene
fondamentale adottare un’arte di agire e pensare che, in quanto
profondamente innamorata della realtà, abbia il chiaro scopo di
evolverci non solo come individui, ma come “massa critica”
fondamentale e trainante per quello che si possa definire un
“futuro straordinario” che sia scientifico, e per questo ricco,
abbondante e felice, per noi e per il resto della società.

“La scienza è magia che funziona.” 



(Kurt Vonnegut)


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Il "Kintsugi project" è il risultato di anni di studio e ricerca, svolti


con totale dedizione e passione. Fin dal 2012 lavoriamo infatti
duramente per costruire qualcosa di bellissimo, qualcosa che abbia
la crescita umana, artistica, filosofica e imprenditoriale dei nostri
lettori come nucleo dell'intera esperienza. 
Crescita personale, creatività, life-hacking, strategia,
potenziamento della mente, cultura della felicità, dello star bene
con sé stessi e tanto, tanto altro. Ogni volume della nostra collana
è redatto da professionisti del settore dopo anni di ricerche
sull’argomento, corredati da una ricca bibliografia e già
ampiamente premiati dal pubblico e dalla stampa del settore.
Nessun "cambia la tua vita in un secondo", nessuno slogan facile,
nessun guru dell'ultim'ora. Solo tanta ricerca, tanto studio e tanto
lavoro.
Perché ogni lettore per noi è innanzitutto un amico, un
protagonista, un compagno nel nostro percorso intellettuale
condiviso. Un percorso in cui scoprire insieme gli strumenti con
cui divenire gli artigiani Kintsugi di noi stessi. Ossia quegli
individui che sappiano trasformare ogni propria, inevitabile,
"crepa" interiore in un'occasione per costruire un capolavoro.
Ogni spaccatura in uno spunto straordinario. Ogni passo indietro
in un’occasione per rilanciarsi in avanti con ancora più vigore,
entusiasmo, creatività di prima. 
E se per caso ti va di cominciare a percorrere questa bellissima
strada insieme, seguici sui nostri social. Riceverai eBook gratis,
mini-libri, sconti, offerte, piccole "pillole" di cultura Kintsugi e
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Sito ufficiale:
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Instagram:
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“Lo scienziato è libero, e deve essere libero di porre qualsiasi domanda, di


dubitare di qualsiasi asserzione, di cercare ogni prova, di correggere ogni
errore.” 
(Julius Robert Oppenheimer)

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I - Ricreare il successo in
laboratorio


!
Come si sarà potuto intuire dall’introduzione, se esiste un
principio magari banale per alcuni ma probabilmente non per altri,
e da cui la scienza non può prescindere, è l’esistenza di una realtà,
ossia banalmente, di qualcosa di oggettivo. O, se vogliamo essere
ancora più “spartani”, di quell’elemento  che si prenderà cura di noi
indipendentemente da quanto scegliamo d'ignorarlo. Se per esempio
saltiamo da un balcone al trentesimo piano, beh, moriremo anche
se decidiamo di ignorare la cosa. 

“La cosa bella della scienza è che funzionerà, che tu ci creda o meno.”

(Neil DeGrasse Tyson)

Ed ecco che vedo già che molti detrattori di questa idea


potrebbero cominciare a esporre un rischio di pensiero
assolutistico e monolitico, in cui lo scienziato vuole che l’universo
sia unicamente quello che vuole lui, senza possibilità di dibattito,
prospettive diverse o libero pensiero.

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Si e no, cerchiamo di calmare gli animi e approfondire un attimo la
cosa. Primo, ovvio ma prezioso, non tutto può essere elevato ad oggettivo
in quanto non si può assolutamente pensare di applicare un metodo scientifico
a qualunque problema esistente. Non è mai stato questo il nostro
scopo né mai lo sarà. 
Se infatti parliamo per esempio di “scienze dure”, ossia di quelle
discipline dominate da un rigore assoluto come possono esserlo la
la fisica, la chimica o la biologia, ecco che un metodo scientifico,
basato su una raccolta rigorosa di dati e verità stabilite attraverso
esperimenti ripetibili, diviene necessariamente l’unico modo possibile
per conoscere di più e, conseguentemente, per lavorare con questi
principi. Semplicemente perché in queste dottrine vale il
“principio del balcone” di cui sopra: ossia ogni verità ignorata è
qualcosa con cui si dovrà fare in ogni caso prima o poi i conti. Hai
voglia a dibattere, a non crederci, a pretendere che sia diversa, la
forza di gravità è lì ed è pronta a prepararti al tuo incontro con il
marciapiede anche qualora tu improvvisamente decida che puoi
volare. Quindi più studi, più applichi un metodo del genere, e più
puoi conoscere e applicare ciò che conosci con un certo grado di
“sicurezza” sui risultati finali. E insomma, alla fine, puoi anche più
parlare di oggettività.
Ma basta guardare per un microsecondo ai vari campi del sapere
umano per accorgersi che esistono infiniti settori in cui è molto
più difficile ridurre le leggi che animano i metodi e i fenomeni
coinvolti in formulazioni valide, verificabili e rigorose. Magari
perché le affermazioni che si possono fare in quel campo sono
strutturalmente meno verificabili. O perché i fenomeni osservabili
sono molto meno prevedibili, dimostrabili, riproducibili. O se
vogliamo adottare un criterio puramente popperiano (ossia, dal
filosofo Karl Popper), non è più possibile applicare un criterio di
“falsificabilità” delle leggi coinvolte; ossia andranno a ridursi, fino
a raggiungere anche lo zero, le possibilità di effettuare esperimenti
che possano confutare (ossia smentire) oggettivamente
un’affermazione. Insomma, non puoi dimostrare questa cosa, non
puoi dimostrare che non è così, e quindi non si arriva da nessuna
parte. Almeno non secondo la scienza. E pertanto vanno
progressivamente a farsi fregare le possibilità di dire “questo è
oggettivo”.

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Si pensi ad esempio a quelle che alcuni chiamano “scienze
morbide” (per alcuni neanche considerabili come scienze ma che
in questo libro continueremo per semplicità a classificare come
tali) come possono esserlo l’economia, la psicologia o la
meteorologia: ci sono delle leggi più valide di altre, esistono dei
modelli con cui ragionare ed effettuare previsioni, ma come avrai
notato tutte le volte che ha cominciato a pioverti in testa mentre
eri senza ombrello questi modelli possono variare, cadere, venire
meno, essere parzialmente reinterpretati, e pertanto dire con
certezza “le cose funzionano, o sono andate, sempre
oggettivamente in questo modo” comincia a farsi difficile. Ma si
pensi anche ai saperi che scientifici non lo sono per niente come
quelli artistici o estetici: se hai per esempio davanti a te una copia
del film “The Blues Brothers” sarà oggettivo, e oggettivamente
dimostrabile e sperimentabile, che è stato diretto da John Landis,
che è del 1980 e che vi recita John Belushi. E persino che è entrato
nel Guinness dei primati per il maggior numero d'incidenti d’auto
in una pellicola cinematografica. Ma che sia un “capolavoro”?
Beh, potrà esserlo per alcuni. Forse per la maggioranza di coloro
che l'hanno guardato. Potrà rispettare alcuni canoni estetici
descritti in specifici manuali di cinema. Va bene, ma comunque
non esistono esperimenti che possano verificare o falsificare
questa affermazione. Non c’è “realtà che si prenderà cura di te
anche se la ignori”, anzi, esistono significati costantemente
ridefiniti e ridefinibili nel dibattito. Quindi no, per quanto il film
possa piacerti, o possa essere riconosciuto come super capolavoro
da una parte della critica mondiale, siamo comunque
completamente al di fuori della scienza. E quindi, dell’oggettività.
E qui una domanda potrebbe sorgere spontanea: “Perché, se questa
non è una verità oggettiva, in moltissime scuole di regia diviene quasi
imprescindibile lo studio di una pellicola del genere?”. Esiste quindi
almeno una “porzione di realtà” studiabile, fattiva, oggettiva che
produce un effetto del genere?
Banalmente: si, certo, ovvio. Anche se un’affermazione non può
essere considerata oggettiva, è comunque possibile che sia più
valida di altre all’interno di certi contesti o gruppi sociali. Ossia,
anche se non siamo nel campo di ciò che è oggettivamente vero,
possiamo comunque trovarci nel campo di ciò che è statisticamente

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più valido o portatore di un significato più ampiamente riconosciuto
all’interno di una comunità.
Il che, e questo è fondamentale, può anche andare benissimo a seconda
dei casi pratici considerati e dei settori coinvolti. Si pensi alla
ricerca storica: specialmente laddove si va a ritroso nel tempo, si
possono anche mettere insieme tanti documenti, reperti e
testimonianze, per poi compararli e validarli attraverso criteri
scientificamente verificabili; ma poi difficilmente sarà possibile
effettuare quell'esperimento finale che provi che gli eventi sono
andati esattamente nel modo in cui lo storico li ricostruisce. Però
salvo scoperte tecnologiche improbabili che ci consentano di
aprire una finestra sul passato va bene così, è un patto implicito
tra lo storico e chi della storia ne fruisce. Tutto sta, insomma,
nell’avere l’onestà intellettuale per riconoscere i limiti dei concetti
e dei metodi con cui si sta “lavorando”, e nel coraggio per
accettare i rischi ad agire nell'ignoranza.
L’accettazione della parzialità di alcune verità è infatti anche il vero
“bello” di tutto il discorso-base di questo libro: perché date le
dinamiche probabilistiche e di significato di cui sopra è probabile
che, anche se in presenza di non-scienze, il solo fatto di analizzare,
scoprire, ricercare, conoscere di più su di esse, e di farlo almeno con un certo
“amore” per quelle cose che risultano più verificabili, fossero anche
minime, equivarrà ad aumentare comunque le proprie probabilità
di estrarre almeno dei suggerimenti pratici utili, almeno dei modi
con cui poter conseguire un obiettivo parziale, almeno delle linee
pratiche con cui giungere almeno ad un successo ragionevole. Il
che ci riporta al fatto che lì fuori non si studia solamente come
fare 1 + 1, ma anche come eccellere in campi completamente
non-scientifici come possono esserlo il teatro, la musica o la
letteratura.  Salvo insomma eccezioni, prime tra tutte certe
credenze metafisiche che letteralmente non hanno alcuna base
verificabile o falsificabile, ed altre che approfondiremo meglio più
avanti, dovremmo sempre almeno provare ad indagare ed estrarre
dalla realtà dei modelli verificabili e coerenti  con cui lavorare e
pragmaticamente preferire questo approccio al lavorare in assenza
totale di un modello. Oppure, se vogliamo formalizzare ancora più
rigidamente il tutto attraverso un preciso metodo, potremmo dire

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che una buona procedura che può  “aiutarci a raggiungere il
successo” in quasi qualunque campo può essere strutturata così:

• Studio e ricerca del settore coinvolto e di ciò che vi è all’interno.


• Estrazione d'informazioni utili:  analisi di possibili rapporti causa-


conseguenza o di altre relazioni tra le cose, ricerca delle
incognite, studio dell’evoluzione dei fattori coinvolti e della loro
struttura. Scartamento di tutte le informazioni non, o meno
verificabili, focalizzazione prioritaria su ciò che sembra avere un
carattere più oggettivamente valido, ed elaborazione di una, o
più ipotesi, su cosa può funzionare per il nostro obiettivo
primario e cosa no.


• Sperimentazione delle ipotesi fatte attraverso l’azione (o prove e


simulazioni della stessa, se fattibile), aggiustamento a seguito di
possibili errori e ri-sperimentazione finché non si è raggiunto
l’obiettivo desiderato. 

Potremmo chiamare questi tre passi il riassunto perfetto di una


sorta di piccolo “metodo scientifico-pragmatico”, o MSP: il
vademecum in tre passi da seguire per estrarre progressivamente
alcune tra le regole che hanno maggiore probabilità di essere utili
per il proprio scopo. Il che può sembrare banale a una prima
occhiata, ma può esserci straordinariamente prezioso in tutti quei
campi di azione in cui siamo magari “bloccati” perché rinchiusi in
stereotipi, abitudini, o pratiche precostituite: ed ecco che in questo
caso “darci l’obbligo” di studiare e sperimentare può aiutarci a
uscire dal nostro labirinto di preconcetti e a ottenere così, senza
filtri inutili o dannosi, quell’insieme di leggi, d'informazioni,
d'incognite svelate, che magari, cambiando completamente la
nostra prospettiva, ci rivelino anche degli aspetti inediti e
straordinariamente interessanti su cui agire. 
Perché, e questo lo approfondiremo anche meglio più avanti, a
volte il solo accettare e implementare un’informazione mai
considerata prima può davvero cambiare tutto. Si pensi a tutti gli
infiniti campi pratici e non-scientifici in cui questo principio viene
applicato: nell’arte della guerra l’utilizzo di spie con cui raccogliere

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informazioni “segrete” dal nemico viene considerato uno degli
elementi-cardine dell’intera teoria. Oppure, nel contesto della
negoziazione, a quelle che vengono chiamate dall’FBI “Black swan-
based situations”, terminologia ereditata dal filosofo Nassim
Nicholas Taleb che parlò di “Cigno nero” come di un evento
particolarmente raro che “cambia tutto”. Un tipo di strategia di
negoziazione dell’FBI infatti consiste nel cercare di rilevare una
verità nascosta, ma particolarmente importante per la controparte
con cui si sta negoziando, come possono essere un suo trauma,
una sua regola di comportamento imprescindibile, o un insieme di
rituali a cui non può sottrarsi, per poi far leva su quella e usarla
come “game changer” con cui fargli cambiare idea e portarlo dalla
propria parte. Il che non sarà scientifico come possono esserlo le
3 leggi di Keplero ma ha comunque salvato molte più vite rispetto al
negoziare in situazioni critiche senza seguire alcun modello psicologico.


Laboratorio strategico - Il MSP


Ora che abbiamo introdotto la nostra prima possibile applicazione


del metodo scientifico a problemi reali, proviamo a metterla in
pratica attraverso un piccolo “esercizio di laboratorio” che segua
la struttura studio → estrazione → sperimentazione →
aggiustamento. Ossia, più nel dettaglio:

1 - “Prendi” un tuo problema. Prova a partire da qualcosa di


semplice ma frustrante. L’automobile che raggiunge i cinquantotto
gradi quando vai a prenderla al mattino, gli eccessivi consumi di
corrente elettrica in casa tua, il fatto che hai cominciato a prendere
preso troppo velocemente negli ultimi due mesi, e cose del genere.
Niente di troppo elevato né questioni di vita o di morte, ma

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qualcosa che semplicemente “senti” particolarmente a livello
personale.

2 - Effettua un po’ di studio e ricerca. Dedica del


“ragionevole” tempo unicamente allo studio e alla ricerca
d'informazioni inerenti a questo problema. Un’ora, mezz’ora, due
ore… sono sicuro che sarai in grado di capire da solo quali
possono essere i limiti del “ragionevole” a seconda del problema
che ti sei scelto. Chiedendoti per esempio:

• Come hanno fatto altri a risolvere problemi simili? 


• Cosa ha dato prova di funzionare meglio qui dentro? 


• Cosa genera cosa? 


• Cosa in questa situazione “pesa 10”? 


• E cosa invece “pesa 100”? 


• Potrei intervenire sulle cause? Sugli effetti? 


• Ci sono strategie, pratiche, azioni, sicuramente valide? 


• Quali sono le incognite fondamentali? Come potrei svelarle?


• Ci sono relazioni tra gli elementi? Cose che potrebbero essere


legate tra loro? Elementi che potrebbero “inaspettatamente”
essere causa di effetti per me interessanti?


• Mi manca un’informazione che non ho mai voluto o potuto


ricercare? Potrei effettuarne studi “non convenzionali” e su
aspetti “inediti”? 


• Mi manca una risorsa che non ho mai voluto o potuto


procurarmi? Come potrei procurarmi queste cose? 


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La fase di “studio e ricerca” insomma dovrebbe vertere sul capire
se ci sono delle incognite che vanno necessariamente svelate,
sull’analizzare i rapporti causa-conseguenza nel contesto dato, sul
provare a estrarre relazioni tra gli elementi in gioco
(appartenenza? dipendenza? causalità? altre correlazioni?) e sul
cercare insomma d'individuare quali siano gli elementi più
importanti su cui possiamo agire ai fini del nostro obiettivo. Magari
esistono delle leggi che possiamo sfruttare, delle pratiche
particolarmente efficaci o dei punti “deboli” che se attaccati ci
consentono di debellare il nostro problema una volta e per tutte.
Un primo consiglio che posso dare sulla “filosofia” con cui
condurre questa indagine è evitare il perfezionismo e non puntare
alla completezza informativa sulla situazione in questione. Capirai
bene cosa funziona e cosa no nel passo successivo (ammesso che
non ci siano rischi vitali in gioco, ma questo dovrebbe essere
chiaro, no?). Secondo consiglio: fai tesoro di questa fase per
cominciare ad “addestrare” un po’ il tuo cervello alla selezione
delle fonti. Ossia, date due informazioni completamente
contrastanti rispetto allo stesso problema, dov’è la realtà? Quale
delle fonti date ha più probabilità di essere attendibile in quanto
più votata alla ricerca di una verità e non alla conferma
d'ideologie, pattern emozionali, validazione di proprie credenze o
esperienze? Esiste una verità che accomuna, magari con pesi
diversi, tutte le fonti? E questo è un aspetto che, essendo
fondamentale, approfondiremo anche meglio più avanti.

3 - Sperimentazione delle ipotesi fatte. Ora prova a


focalizzarti principalmente sull’agire con ciò che hai estratto dal
punto precedente e chiediti:

•Posso iniziare a fare qualcosa in questo momento? 


•Posso mettere insieme un piano?


•Esiste almeno un insieme di azioni che posso intraprendere sulla


base di ciò che so? o indipendentemente da quanto non so? 


18
•Posso, indipendentemente dalle incognite, muovermi per creare
qualcosa che sarà comunque utile, riutilizzabile, “rivendibile”?


•Ho tempo e risorse sufficienti per permettermi errori e tentativi


andati a vuoto? Se si, quanti?


•Posso azzardare un’ipotesi su ciò che funziona e perfezionarla


con l’azione?


•Esiste un rischio concreto in caso di azione effettuata “al buio” o


sono unicamente paura, pigrizia, abitudinarietà e timore del
“cambiamento” a parlare?


Definisci dei criteri precisi con cui il tuo problema può dirsi risolto,
in termini di quantità e tempo. Come vedremo più avanti infatti,
sebbene non tutto sia misurabile, è pur vero che l’abitudine propria
della scienza di lavorare con quantità numeriche precise è ciò che
consente di ottenere il massimo appiglio sulla realtà. E quindi
potremmo formalizzare il nostro problema non in un “perdere
peso”, ma in un “perdere due chili entro un mese”. Non
“guadagnare di più” ma “guadagnare almeno il 20% in più entro
un anno”.

Infine, combinandolo con le risposte che ti sei dato alle domande di
cui sopra applica uno, massimo due, tra i metodi che hai
individuato nel punto due e, molto semplicemente, se entro il tempo
dato non avrai raggiunto la quantità che ti eri prefissato, capisci
cosa c’è di sbagliato nel metodo stesso, o nel criterio con cui l’hai
applicato; poi cambia solo quello, tieni il resto e datti una nuova
scadenza.

Questo metodo di “laboratorio strategico”, come sono sicuro


avrai già notato, non è particolarmente approfondito né rigoroso,
ma può sia servire per risolvere piccoli problemi non molto
complessi, che rappresentare un eccellente allenamento mentale
con cui cominciare ad “impossessarsi” di quei tipici “stati mentali”
attraverso cui lo scienziato comprende e, conseguentemente,
prova a definire i criteri con cui modificare una realtà: l’amore per

19
una sua conoscenza più approfondita, l’accettazione dei propri limiti
interpretativi, un certo rigore nel definire cosa funziona e cosa no, la verifica
delle ipotesi fatte, e la visione dell’errore non come punto di rottura, ma come
inevitabile parte del processo. 
Una spiegazione interessantissima sul legame tra errore e scienza
fu esposta dal filosofo statunitense Charles Sanders Peirce, che
verso la fine del 19mo secolo parlò del pensiero abduttivo,
termine  già usato fin da Aristotele, ma che Peirce estese,
definendone la costituzione e l’applicazione come il primo, vero
passo verso il pensiero scientifico.
Premessa: deduzione, induzione e abduzione sono tre metodi per
espandere la propria conoscenza. La deduzione è ciò che, premesso che
sappiamo con certezza che in un cesto le mele sono tutte rosse, e
dato che ne estrarremo una, ci farà prevedere che la mela che
estrarremo sia rossa. Da regola generale a certezza di previsione
su cosa succederà nel caso particolare, senza possibilità di errore.
L’induzione è l’esatto opposto, ossia, l’idea che dopo che
continuiamo a prendere mele da un cesto (magari coperto da un
panno), ed esse continuano a essere rosse, è possibile estrarre la
regola che le mele nel cesto potrebbero essere tutte rosse. Il che, come si
può banalmente dedurre dal condizionale appena usato, non è un
procedimento logicamente perfetto visto che basterebbe estrarre
anche una sola mela gialla per invalidare la regola appena
costruita. 
E poi c’è l’abduzione, simile all’induzione, con la differenza che il
suo scopo non è l’estrazione di una regola ma di un’ipotesi, di
qualcosa che si sa già non essere certo, e quindi è
necessariamente  da confermare sperimentalmente in uno stadio
successivo: vedo delle mele rosse per terra, vedo un cesto in cui so per certo
che tutte le mele sono rosse, e pertanto ipotizzo che le mele vengano da quel
cesto. E nel libro “Il Segno dei Tre” Umberto Eco fa un esempio
molto simile, ponendo come esempio di abduzione quello
secondo cui: “Se nel vostro piatto vedete del tonno, sul tavolo una scatoletta
di tonno aperta: ci possiamo scommettere che certamente penserete che il tonno
del vostro piatto è uscito da quella scatoletta ma si tratta soltanto di una
abduzione”. Aggiunge d’altronde Eco, noto tra le altre cose proprio
per la sua opera divulgativa dello stesso Peirce, che Sherlock
Holmes nei romanzi di Doyle chiama “deduzioni” proprio quelle

20
che in realtà sono delle “abduzioni creative”, in quanto dalle
premesse che il personaggio fa sulla scena del delitto o sul
comportamento dei sospetti non esiste una consequenzialità
logica  tale  che si possa arrivare al colpevole con la stessa certezza
matematica inattaccabile dell’esempio delle mele di cui sopra (non
per altro, più i sistemi esaminati sono complessi, più c’è la
possibilità di variabili imprevedibili o non considerate, e più quindi
è difficile dire “se questa è la premessa allora la conseguenza è
CERTAMENTE quest’altra”). Tuttavia la sua genialità è nel
formulare ipotesi abduttive in grado di relazionare creativamente anche
elementi molto difficili da relazionare, e che unito ciò con la sua enorme
conoscenza ed esperienza nel campo, esse finiscono per avere anche un’altissima
probabilità di risultare vere. Non per niente anche Holmes spesso
sbaglia, e il suo processo d'indagine non può dirsi concluso finché
non esiste una verifica, ossia tipicamente una prova
“inappuntabile” che la sua ipotesi fosse corretta. 
D’altronde lo so, come individui facciamo ancora moltissima
fatica ad accettare il concetto di “errore”, perché in tanti di noi è
ancora, magari anche solo subconsciamente, presente quella
fastidiosa vocina, creatasi ai tempi scolastici, che di fronte a uno
sbaglio ci continua a minacciare con l’immagine di un cappello
con su scritto “asino”, da indossare almeno fino a fine giornata. Ma
il “segreto” qui è proprio nel provare a comprendere che
oggi possiamo raggiungere lo spazio e vivere fino a 90 anni proprio perché
milioni di persone non hanno avuto paura d’indossare quel cappello; e nel
momento in cui quindi  impariamo a “zittire” questa vocina
presuntuosa e a capire che ogni errore, ogni incidente di percorso,
non solo spesso è inevitabile ma altro non è che una risorsa con cui
la realtà ci dà strumenti per crescere e costruire,  ecco che facciamo una
vera transizione verso un mondo molto più grande. Perché molto
spesso prevedere certi fenomeni è quasi impossibile, bisogna
necessariamente muoversi a tentoni, e ogni scienziato è ben
consapevole di tutto ciò; ma è proprio grazie a questo muoversi
“costruendo” cose utili indipendentemente dal risultato, è proprio
grazie a questo saper trarre  il massimo anche dai peggiori incidenti di
percorso  che, pur di fronte alle incognite del futuro, possiamo
imparare a fare anche cose straordinarie. 


21
“La Scienza è fatta di errori, che sono fondamentali perché, piano piano, sono
proprio gli stessi a guidarci verso la verità”

(Richard Feynman)

Quanta ricerca? Quanto studio? Quanta


sperimentazione?

Visto il precedente “laboratorio strategico” potrebbe sorgere


naturale una domanda: ossia, quanto di preciso conviene andare a
fondo nelle nostre ricerche? E quando invece è il momento giusto
di verificare “abduttivamente” alcune ipotesi e di gettarsi pertanto
“direttamente” nell’azione? 
Se infatti, in linea generale, incrementare i propri livelli di ricerca,
analisi ed estrazione informazioni è sicuramente cosa buona,
giusta e chiave fondamentale per raggiungere gran parte dei propri
obiettivi, è anche giusto premettere che non è ovviamente detto che più
ricerca e studio equivalgano sempre a risultati migliori. Anzi, a volte
passare direttamente alla sperimentazione di verità parziali e teorie
non verificate può essere semplicemente il modo migliore per
raggiungere il nostro obiettivo.
Perché proprio come avrai probabilmente capito dal capitolo
precedente, il miglior “scienziato-stratega” è proprio quello che sa
comprendere alla perfezione quanto studiare e quanto affidarsi
invece alla  “sperimentazione pura e ignorante” di ciò che potrebbe
funzionare.  Mai pensare infatti che in questo libro vogliamo
spacciare come virtuosa la figura del timoroso che si rinchiude in
un “laboratorio di analisi” a fare mille ricerche non necessarie
ogniqualvolta deve inseguire qualcosa. Al contrario, inviteremo
sempre a cercare di agire con la “forma mentis” del bilanciare
l’aspetto investigativo e quello pratico, dell’accettare la parzialità
delle ipotesi a propria disposizione e del mantenere, anche di
fronte all’esperimento fallito, quella mentalità profondamente
scientifica secondo cui la conoscenza non è un “monolite”, né una
rivelazione da custodire, ma piuttosto qualcosa che continuamente

22
si evolve, migliora, e si nutre dell’atto stesso di essere messa in
dubbio.
Ma visto che raggiungere questo equilibrio non sempre è
semplicissimo proviamo ad individuare tre specifici fattori che
possano farci da “indicatori” con cui comprendere quanto ogni
volta andare di “intuito, fede e improvvisazione”, e quanto invece
fermarci a pensare per ricercare, analizzare e architettare quindi la
migliore strategia possibile prima di effettuare qualunque passo
pratico:

• Il tempo a propria disposizione: quando quello che abbiamo


a disposizione per risolvere il nostro problema, o raggiungere il
nostro obiettivo, è “ragionevolmente sufficiente” (il che può
essere difficile da stabilire, ma proviamo a prendere per buono
di riuscire a capirlo con sufficiente accuratezza), ecco che può
essere conveniente aumentare il nostro tempo per “laboratorio e
biblioteca” in modo da guadagnarne poi in efficienza ed
efficacia al momento dell’azione-sperimentazione. Quando il
tempo è invece poco, conviene trasformarsi nell’ “abduttore più
azzardato”, nello scienziato che ipotizza prima, sperimenta nella
parziale ignoranza poi, e infine prova a ottenere conferme e
nuove informazioni direttamente in corso d’opera.


• Il rischio ad agire nell’ignoranza: all’aumentare della


probabilità e della dannosità effettiva dei pericoli insiti nella
situazione, una buona ricerca preliminare può essere necessaria
per ridurre al minimo i danni e massimizzare guadagni e
benefici. Quando invece i rischi sono pochi, improbabili o
solamente di natura percepita e “psicologica”, potrai
sicuramente puntare a una maggiore azione e sperimentazione.
Fai attenzione a questa frase: “solamente di natura psicologica”.
Quanto detto infatti anche poco sopra a proposito dell’impatto
delle proprie insicurezze racchiude il seme per uno degli errori
più frequenti, e di “peso”, sulla nostra capacità di leggere la
realtà, ossia il confondere i rischi effettivi con quelli percepiti come tali. E
approfondiremo in parte questo aspetto tra pochissimo.


23
• La “studiabilità” del campo considerato: il campo coinvolto
è regolato da dinamiche modellabili attraverso le leggi di una
scienza dura? Esistono regole e pattern chiari, precisi e stabili?
È possibile svelare le incognite? Oppure è tutto molto più
“incerto”? 

Più chiaramente infatti sono coinvolti fattori il cui
comportamento è caratterizzato da regolarità, pattern ed almeno
parziale invariabilità, e più il campo sarà studiabile. Più invece c’è
almeno apparente incertezza, instabilità, od assenza di pattern e
leggi identificabili, e più sarà probabilmente necessario dedicarsi
per lo più all’azione, con la speranza di estrarre magari anche
qualche informazione utile in corso d’opera laddove
preliminarmente non era possibile, e sul nostro caso particolare
laddove magari non riuscivamo ad estrarre informazioni di tipo
“generale”. 

E questo discorso del “muoversi in caso di non studiabilità” può
rappresentare la fonte di un insegnamento eccellente
ogniqualvolta ci si ritrova a muoversi in situazioni pratiche di
poca chiarezza: avanza  un passo alla volta, apprendi ciò che riesci ad
apprendere, e se non hai idea di dove stai andando comincia almeno
ad “affilare” i tuoi strumenti perché potresti ritrovarti comunque
con qualcosa, “alla fine”, di utile. 

Il ben poco scientifico “gioco della seduzione” che per esempio


molti operano (spesso malissimo, si sa) per conquistare le
attenzioni di un’altra persona, è tipicamente fondato su una
situazione di:

• Bassa studiabilità preventiva. Poniamo sia il caso di qualcuno su cui


non è possibile sapere nulla preventivamente. Ma anche se così
non fosse poco cambierebbe visto che è difficile estrarre, nella
maggioranza dei casi, delle leggi affidabili sul comportamento
umano.


• Tempo scarso: anche questa non è regola universale, ma proviamo


a prendere per buono in questo esempio che se si “perde troppo
tempo” a cercare di conquistare qualcuno si potrebbe anche

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finire per “perdere” quel qualcuno. 


• Basso rischio. Perché anche se mettersi in gioco e rischiare un


rifiuto fa scattare un’ampia gamma di allarmi psicologici e,
insomma, fa incavolare molto, un rifiuto non è la fine del
mondo.

Ed è proprio per questo che, quando si prova a conquistare cuore


e attenzioni di qualcuno, è un gioco che può prestarsi facilmente
ad “abduzioni azzardate”: si gioca molto inizialmente su ciò che
“potrebbe” funzionare e tutto ciò che di più utile potrebbe essere
estratto per migliorare l’efficacia della propria opera, come magari
gusti, preferenze e tendenze dell’altra persona, viene dedotto
solamente in corso d’opera.
E sul lato opposto dello spettro abbiamo ad esempio il modo in
cui la ricerca medica si svolge: la medicina discende da scienze
“dure” come chimica e biologia, e la ricerca a essa correlata si basa
su fattori di tempo medio-alto (è chiaro che ogni progetto abbia dei
propri limiti di tempo, ma partiamo per semplificazione dall’idea
che ognuno di essi abbia a disposizione un tempo sufficiente e tale
da puntare a ottenere il miglior risultato possibile) ed alto rischio (a
sbagliare la composizione di un farmaco si possono fare morti e
feriti).
Ed è per questo che, sebbene come in ogni scienza sia necessaria
una fase di formulazione di ipotesi e sperimentazione delle stesse (e
quindi c’è sempre un’inevitabile parte di “azzardo”), si tratta
comunque di un campo in cui non ci si può permettere che queste
ipotesi siano completamente folli, ma bisogna sperimentare a
partire da abduzioni la cui base non può prescindere da ciò che si
sa già in campo medico, e si è riusciti a capire a partire da ricerche
precedenti. Poi nel peggior caso, quello in cui l’esperimento non
fornisca alcun risultato utile, si registreranno comunque i risultati e
si proverà a capire come sfruttarli al meglio in virtù del
perseguimento del proprio obiettivo; o magari, perché no, di altri
obiettivi, proprio come è accaduto in tutti gli innumerevoli casi in
cui si è riuscito a donare alla medicina un’enorme quantità di
ricerche dedicate all’esplorazione spaziale.

25
Ultimo principio cui vale la pena di accennare in questo contesto:
prestare attenzione a quanto detto finora su “Laboratorio vs.
Azione” diviene fondamentale nei momenti in cui si affaccia
qualche incognita di troppo, le nostre insicurezze fanno scattare
nuovi campanelli d’allarme, ed ecco che il laboratorio, la
“biblioteca”, il fermarsi a riflettere e ponderare si trasformano in
una sorta di attività-rifugio, una via di fuga dal fronteggiare rischi,
incognite e insicurezze apertamente laddove ciò sarebbe
necessario. Questo è un aspetto che approfondiremo
ulteriormente in futuro, per ora ti basti prestare attenzione a
questo fattore, e a provare a prestare ulteriore consapevolezza ai
momenti in cui vorresti “rinchiuderti nel tuo laboratorio” anche se
tutto ciò che servirebbe è un passo energico ed aperto nella
direzione più ovvia.



“Mai rinunciare a un lavoro, all’impegno. È questo che ti dà senso e
significato; l’esistenza sarebbe vuota senza tutto ciò.” 

(Stephen Hawking)

La mente è scema

Lo “strumento primo” a nostra disposizione per estrarre


informazioni dalla realtà è, banalmente, l’uso del nostro cervello e dei
nostri sensi: fin dall’antichità d’altronde abbiamo provato a
conoscere il mondo toccando, annusando, vedendo… e così
facendo siamo arrivati tanto a rivoluzioni tecnologiche fantastiche,
come quelle con cui abbiamo cominciato a coltivare la terra e
lavorare i metalli, quanto a un sacco d'imbecillità clamorose, come
il credere che il sole ruotasse attorno alla terra e amenità simili. 
Per costituzione tendiamo a credere infatti, almeno
subconsciamente e nella maggior parte dei casi, a “fidarci” di ciò
che esperiamo, e a dare una sensazione di  completa razionalità e
attendibilità al modo in cui queste esperienze le elaboriamo. 
Ovviamente nella maggioranza dei casi dobbiamo fidarci di ciò che
percepiamo o intuiamo, altrimenti impazziremmo. Se quando

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digitiamo il tasto “E” sulla nostra tastiera cominciassimo a pensare
che non solo la lettera “E” potrebbe non apparire mai, ma che
magari il computer Esploderà, o darà luogo a un’invasione
Extradimensionale o verremo trasformati in degli Enormi fagioli
ambulanti, non saremmo più in grado di scrivere neanche un
indirizzo email di dieci caratteri. Ma anche solo il fatto che
storicamente fidandoci di ciò che percepiamo siamo riusciti
comunque a uscire dalle caverne e ad architettare le nostre prime
tecnologie è segno che spesso ciò che percepiamo basta e avanza per
i fini pratici che ci siamo preposti.
Tuttavia come dimostra la storia stessa del progresso scientifico,
esistono fenomeni che, per essere compresi e padroneggiati
completamente, richiedono uno studio ben più complesso ed esteso di
ciò che i nostri sensi, il nostro cervello, e gli strumenti più
immediatamente a nostra disposizione suggeriscono. Si pensi solo
a quanti secoli ci sono serviti per comprendere qualcosa
d'inafferrabile come la struttura delle “cose che si muovevano nel
cielo”.
Ed è per questo che, da buoni scienziati-strateghi, ogni volta in cui
la complessità aumenta, ogniqualvolta serve fare un passo in più, e
ogniqualvolta non si può prescindere dalla verità (si pensi a quando ciò
è implicato dai principi di tempo, rischio, studiabilità), dovremo
abbracciare il concetto di “ignoranza socratica” e affrontare la
realtà con l’idea che la nostra percezione è parziale e  c’è sempre, molto
probabilmente, di più di quanto banalmente vediamo, sentiamo, percepiamo,
poiché questi elementi potrebbero essere stati soggetti a semplificazioni,
alterazioni ed errori. E quindi portarci completamente fuori strada
rispetto alla comprensione del fenomeno a cui abbiamo assistito.
Il che, attenzione, non deve mai scadere nell’idea di dubitare di ciò
che non si conforma a certe nostre credenze per poi inseguire ciò
che invece le convalida (si veda chi rifugge ogni spiegazione
ufficiale alle cose per provare a estrarre sempre il complotto e la
verità nascosta, il che sarebbe nulla più che cadere in un “bias
dello struzzo”, come vedremo più avanti), ma nell’avere il
“fegato” di abbandonare ogni nostra convinzione non completamente
fondata sulla realtà, in nome d'informazioni invece più oggettive e verificabili.
Proprio come per esempio nell’evoluzionismo si è dovuta, prima o
poi, abbandonare l’ipotesi, priva di alcun fondamento, che tutte le

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creature in qualche modo tendessero a una spinta trasformativa
verso una non ben chiara “maggiore perfezione”, figlia di
preesistenti convinzioni religiose.
Ed un aspetto particolarmente interessante di tutto questo
discorso è che il suo “peggio” il nostro cervello lo dà nella
valutazione delle quantità, elemento assolutamente fondamentale
all’interno di qualunque discorso scientifico, e motivo per cui nella
nostra storia abbiamo cominciato ad adottare dei precisi strumenti
con cui effettuare delle rigorose misurazioni.  A volere ad esempio
fare riferimento a una terminologia utilizzata nell’ultimo
“laboratorio strategico”, e che ci risulterà fondamentale più avanti,
troppo spesso nell’analisi di ciò che anima certi rapporti causa-
conseguenza crediamo di distinguere facilmente un elemento che
“pesa 100” rispetto a uno che ne “pesa 10”. Il tutto mentre i
nostri meccanismi cognitivi ed emotivi fanno il possibile per
confondere, mescolare e scambiare tra loro queste quantità. O
peggio, ci portano a dimenticare completamente il concetto
di  quantità  (quanto di preciso questa cosa ha “peso”? quanto di
preciso ne ha rispetto all’altra?) in virtù di semplificazioni basate
sul “si/no” o “nero e bianco”. 
E un esempio di ciò può essere estratto “pari pari” dal capitolo in
cui abbiamo parlato del “bias di fragilità”: se durante il nostro
percorso incontriamo un ostacolo magari di fatto molto semplice da
superare, ma la cui idea provoca in noi una grande frustrazione,
un’enorme ansia, o un’enorme paura dei conflitti che dovremo
affrontare, ecco che crederemo di avere di fronte un “ostacolo che
pesa 10.000”, e potremmo anche desistere da un percorso in cui
magari tutto ciò che ci voleva per risolvere le cose era una mezza
giornata di lavoro in più. 

Ma questo è un tema che viene analizzato spesso anche negli studi
sull’impatto della comunicazione mediatica sulle popolazioni:
innumerevoli studi tenderebbero infatti a concordare che i paesi in
cui giornalismo e politica, per cultura o per abitudine, possiedono
una comunicazione più emotiva e “sensazionalistica”, tendono ad
avere anche una popolazione molto più “ignorante” sui fatti, e su
quanto ogni problema comunicato impatti effettivamente sulla
società in cui vivono. È d’altronde proprio su questo che si basano
certi “populismi”: il politicante che urla dal proprio palco (o dalla

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propria pagina social) che questo problema sta “rovinando il
paese”, con toni, contenuti e storie dalla facile presa emotiva,
conduce anche facilmente i propri “seguaci” a credere che
effettivamente quel problema abbia un impatto “100”, o
“assoluto”, quando magari i numeri, le statistiche, l’impatto
concreto sulla spesa pubblica, è completamente trascurabile
rispetto ad altri fatti che magari vengono taciuti in quanto non
facile “carburante” per le dinamiche di certa propaganda.
Ciò premesso, come possiamo fare per evitare questi “errori” e
conquistare quindi una capacità “migliorata” d'indagare sulla realtà
senza troppe alterazioni o distorsioni?

Il primo passo l’abbiamo già accennato, ed è tanto semplice a


dirsi quanto complesso nella sua realizzazione: ossia si basa sul
principio che prendendo maggiore consapevolezza di ciò che ci influenza, ne
potremmo “smontare” anche progressivamente il potere. Si parte insomma
dal prestare una maggiore attenzione a sé stessi e ai momenti in
cui lasciamo che le emozioni o le immagini più “suggestive”
prendano il sopravvento. Dal fermarci di fronte a questi momenti
e cercare di dirci: “Ehi, questa è solo un’emozione”, “Ehi, questa è
solo un’immagine suggestiva”, “Proviamo ad andare più a fondo
di così”. Affermazioni la cui complessità è d’altronde nel fatto che,
nella maggioranza dei casi, siamo talmente “calamitati” dai nostri
pensieri e dalle nostre emozioni che essi finiscono per
rappresentare l’universo stesso in cui viviamo. E l’analisi dei modi
attraverso cui è possibile aumentare il nostro distacco da essi
richiederebbe un libro a parte (che, la butto lì, probabilmente
potresti trovare proprio nella sezione “Ma c’è di più…” di questo
libro). Tuttavia, per adesso, parti con il far tuo il principio che i
tuoi pensieri e le tue emozioni non sono l’universo, ma sono
appunto, “solamente” pensieri e “solamente” delle emozioni.
Strutture che, per quanto rappresentino ovviamente per te la più
evocativa e coinvolgente forma di esperienza (sono la tua
individuale e costante “realtà virtuale”, dopotutto), rischiano
comunque di essere almeno in parte “sceme”: esse rimangono
infatti parziali e fallibili e per questo vanno certamente sempre
ascoltate, ma mai prese per verità assoluta, proprio come non
prenderesti mai per verità assoluta le parole di un parente o un

29
amico di cui conosci bene i limiti. Pensa semplicemente a tutti i
momenti in cui eri terribilmente impaurito da una prova, a scuola,
che poi si è rivelata essere una passeggiata. O quando eri talmente
arrabbiato con qualcuno da non capire quanto questa persona ti
amasse e le azioni che ti hanno tanto deluso fossero state
commesse comunque per il tuo bene. Più ci rendiamo conto di
quanto siamo stati “scemi” in passato e meno, forse, lo saremo in
futuro.

“Tutto ciò che si può imparare da un’intera vita di scienza è l’immensità della
propria ignoranza.”

(David Eagleman)

Un secondo passo,  che rafforza il primo, consiste banalmente


nell’assumere una più profonda consapevolezza di quali sono i
“bias” che ci animano. Che è un modo figo per chiamare quegli
errori cognitivi di cui abbiamo parlato finora. Oppure, se
vogliamo utilizzare la definizione ancora più figa di MG Haselton
nel suo “The Handbook of Evolutionary Psychology”, abbiamo
che i bias sono dei “pattern di deviazione sistematica nel proprio
giudizio”. L’etimologia del termine, d’altronde, parrebbe essere
incerta. Il linguista Tullio De Mauro, per esempio, sostiene che
derivi direttamente dall’inglese, col significato di “inclinazione”; il
Vocabolario Treccani, invece, propende per una discendenza dal
provenzale, con il significato sempre di “obliquo” o “inclinato”. 
La storia della ricerca scientifica dietro l’individuazione e la
classificazione dei bias comincia probabilmente nel 1972, quando
Amos Twersky e Daniel Kahneman cominciarono ad analizzare in
laboratorio il modo in cui gli esseri umani parevano essere
incapaci di valutare razionalmente quantità molto alte. E a partire
da questo problema i due professori e i loro collaboratori
proseguirono i propri studi sulle logiche del giudizio umano per
anni, approfondendo il modo in cui decisioni e valutazioni umane
non seguissero sempre necessariamente dei regolari principi di
razionalità, ma delle vere e proprie, inevitabili “scorciatoie” che
spesso privilegiano un risparmio di tempo ed energia.

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Particolarmente celebre fu il caso del “Linda problem”: a un gruppo
di persone fu data una descrizione di una persona immaginaria,
per l’appunto una certa “Linda”, che nell’esempio illustrato
avrebbe dovuto essere “impegnata politicamente e molto attenta
ai problemi sociali”. Dopodiché si chiedeva ai partecipanti quale
dovesse essere statisticamente più probabile tra i seguenti casi:

1. Linda è una commessa


2. Linda è una femminista militante
3. Linda è una commessa E femminista militante.

Prima che ti dica io la soluzione, e qualora tu non conosca già la


risposta al quesito, prova a rispondere anche tu. Fatto? Quale delle
tre è più probabile?
La risposta è… nessuna delle tre! Ha! Esatto, non esiste nessun
criterio oggettivo, verificabile, e affidabile che dica che dalla
premessa può conseguire una delle tre risposte con maggiore
probabilità rispetto alle altre. Qualunque sia stata la tua risposta (se
hai scelto una delle tre e non hai risposto, come era giusto, che
“non ci sono prove per sostenere nessuna di esse”) quello che hai
attivato, esatto, è un bias, basato su un tuo pregiudizio, e dovuto
sia alla verità che non potevi certo andare a ricercare tra tutte le
possibili statistiche esistenti in merito, che al fatto che le tue
esperienze probabilmente ti hanno suggerito una soluzione
“rapida” con cui giungere a una conclusione.
Da ciò non risulta difficile intuire che, a seconda delle nostre
esperienze, conoscenze ed abitudini, tenderemo inevitabilmente a
fare alcuni errori più spesso di altri. Pertanto, onde provare ad
acquisire una maggiore consapevolezza sulle nostre “tendenze” in
questo senso, proviamo a vedere insieme una lista dei bias
universalmente riconosciuti come tali. L’elenco che segue, visto
anche come certe ricerche siano ancora in corso, non si prepone
assolutamente di essere esaustivo, ma può comunque
rappresentare un eccellente punto di partenza con cui
comprendere i mille modi in cui “sbagliamo a pensare”:

Il capitolo continua nella versione completa

31
II - Distribuzioni
matematiche e Buddha

Riassumendo quanto detto finora: una conoscenza


sufficientemente approfondita e oggettiva della realtà è strumento
primo e fondamentale con cui conseguire con successo un
risultato in qualunque campo. Una volta infatti “estratte” da
questa realtà informazioni attendibili sulle sue leggi, caratteristiche,
strutture e comportamenti ecco che, banalmente, potremo provare
anche a capire come intervenire su di essa nel miglior modo possibile.
Ciò ci ha condotti anche a diverse considerazioni di natura
problematica. Prima tra tutte: è possibile che qualora ci si trovi ad
avere a che fare con l’enorme complessità di alcune situazioni
pratiche, “conoscere scientificamente” ed elaborare pertanto
soluzioni efficaci può divenire una vera e propria impresa. A cui
inevitabilmente dobbiamo aggiungere: una conoscenza anche
perfetta di un contesto dato potrebbe comunque “non bastare”
per sovvertire un rapporto di forze particolarmente sbilanciato.
E visto che parleremo più avanti del secondo problema,
soffermiamoci un attimo sulla prima affermazione, ossia sul fatto
che a volte per indagare su un fenomeno bisogna necessariamente

32
restringere, semplificare, isolare, e riportare pertanto la complessità del
problema a un livello sostenibile e gestibile.
 
Il che ci conduce a un’altra definizione fondamentale all’interno di
questa teoria, ovvero quella di aspetto di una situazione, che
potremmo esprimere come: “una sua qualunque componente, o insieme
di componenti, raggruppati in base a un qualunque criterio”. Il che, esatto,
è un modo un po’ pomposo per dire che qualunque cosa può essere
un aspetto di qualcos’altro, purché vi sia una relazione di almeno
parziale inclusione, correlazione, o appartenenza. Presa per
esempio  la situazione “tua cucina” può esserne un aspetto il tuo
tavolo, il tuo set di forchette, l’orario in cui cominci a cucinare e la
luce soffusa che vi penetra dalla finestra durante una mattina di
pioggia.
E questa è una definizione che, nonostante la sua vaghezza, è
fondamentale per due semplici motivi:

• Avremo sempre dei limiti, sia in termini di visione che di risorse,


e pertanto, qualunque sia il problema da risolvere, dovremo
sempre scegliere a quali specifici aspetti dedicarci nella situazione
coinvolta.

• Nonostante la complessità e variabilità di determinate situazioni,


è indubbio che il loro “stato”, o almeno lo stato di ciò che ci
interessa al loro interno, non dipenderà certo dall’interezza degli
aspetti che le compongono o vi partecipano, ma ci sarà quasi sempre una
minoranza di aspetti più rilevanti che in qualche modo
“genereranno” il resto degli effetti interessanti: una persona con
una mente svelta, intelligente e allenata, non è certamente tale
perché controlla nel dettaglio il funzionamento di tutte le cellule
del suo cervello, ma perché probabilmente l’allena un’ora al
giorno con i giusti esercizi. Un paese è in guerra non certamente
perché ogni suo uomo, donna, bambino e animale ne condivide
la causa bellica, ma perché la condividono le sue più alte sfere e
l’esercito da esse comandato. Ti svegli la mattina e ti senti bene
con te stesso non quando ogni singola cosa nel mondo lì fuori
va bene, ma quando quei due o tre aspetti della tua vita
sembrano andare per il verso giusto. 

33
E quest’ultimo principio, pur non avendo una base scientifica
“dura” (non è insomma una legge universale con cui descrivere in
maniera attendibile ogni fenomeno naturale) ha una forte base di
natura statistica, ed è probabile che moltissimi lo conosceranno
come principio di Pareto, o “legge 80/20”.
Secondo Joseph M. Juran, che tra i primi applicò questo principio
al business management, il nome di questa legge discende dal
matematico italiano Vilfredo Pareto che, nella sua prima
pubblicazione del 1896, Cours d’économie politique, notò che l‘80%
delle terre italiane erano in possesso del 20% delle famiglie
benestanti. E da lì innumerevoli ricerche, come quello di M. E. J.
Newman per esempio, professore al Department of Physics and
Center for the Study of Complex Systems nella University of
Michigan, sembrarono confermare che una quantità innumerevole
di fenomeni naturali e sistemi complessi governati da principi di
causa-effetto sembravano seguire questa legge di “distribuzione
del potere”, in cui pochi elementi di rilievo tendono a essere in
grado di controllare, modificare e ridefinire tutto il resto. È stato
per esempio osservato che la scienza del software segue questi
principi: in un suo celebre report Microsoft, per esempio,
sostenne che bastava ag giustare il 20% dei bug più
frequentemente riportati per risolvere l‘80% dei crash ed errori di
sistema. Nel campo della salute e sicurezza è stato accertato che è
un 20% dei fattori di rischio a causare l‘80% dei problemi. Si pensi
solo alla recente pandemia di CoVid-19: sebbene siano in teoria
innumerevoli i modi con cui ci si potrebbe proteggere da
un’infezione contagiosa, è stato riscontrato che la maggioranza
degli effetti positivi si ottiene con poche semplici precauzioni
come mantenimento della distanza sociale, mascherina quando ciò
non è possibile, un lavaggio mani frequente ed evitamento di gesti
che potrebbero portare all’infezione per contatto con le mucose (il
toccarsi inavvertitamente naso, bocca e occhi).
E da tutto ciò possiamo far discendere la straordinariamente utile
regola pratica secondo cui ogni obiettivo concreto può essere
portato a termine focalizzandosi sull’agire esclusivamente su
quegli aspetti che da ora chiameremo “aspetti-chiave” in quanto:

34
Più importanti, di peso, d’impatto nel contesto dato

Insomma, quel “20%” (che poi potrebbe essere un 10%, un 15%,


un 30%…) in grado di manovrare, controllare, gestire gli altri
aspetti della situazione che ci interessa, in virtù dell’obiettivo che ci
siamo preposti. 

Più immediatamente o facilmente gestibili

Sia per quanto riguarda la “modificabilità” e l’influenzabilità


“intrinseca” della loro struttura, sia dal punto di vista delle risorse
e delle capacità preponderanti di chi ci va ad agire. Non c’è
bisogno di rompere la serratura della tua porta di casa, quando hai
dimenticato le chiavi, se puoi semplicemente girare una maniglia
ed entrare dal retro. Non c’è bisogno di modificare la
programmazione di un videogioco per vincerlo, quando puoi
semplicemente prendere il pad, giocarci, e proseguire attraverso i
suoi livelli. Prendendo infatti spunto da quest’ultima frase, si
potrebbe tradurre questo concetto con un “focalizzarsi sulle
interfacce”.

Numericamente essenziali

Quindi scelti in maniera tale da essere tanto sufficienti quanto non


eccessivi. Non c’è bisogno d'intervenire su dodici cose quando puoi
ottenere la stessa cosa intervenendo su due di esse. Ovvio? Si, ma
anche la cosa più ignorata al mondo.


E come li si individua? Attraverso quel processo di studio, ricerca


e sperimentazione visto nel capitolo precedente, che quindi
banalmente diventa un’arte dell’individuare ed “isolare” ciò che
oggettivamente conta di più, in virtù del nostro obiettivo. E quindi il punto
debole che può far crollare una struttura da demolire, l’insieme di
pratiche quotidiane fondamentali grazie alle quali riprenderemo la
nostra forma fisica. L’errore ricorrente da evitare nella gestione
delle nostre finanze, o il pezzo fondamentale da sostituire in un
impianto per farlo tornare a funzionare.

35
Volendo potresti anche finire di leggere il libro qui, perché da
quanto detto finora si può quindi concludere che ogni “strategia
scientifica di successo” applicabile lì fuori si potrebbe riassumere
attraverso l’applicazione di questo principio.
Ovviamente aspetta, fermati e non finire qui la tua lettura, perché
ci sono in realtà ancora diverse piccole considerazioni da fare.
Prima tra tutte, dall’analisi di ciò che conta di più non è detto che
discenda una soluzione ovvia sul da farsi; nel qual caso potrebbero
farsi sempre necessarie ulteriori indagini che rivelino nuove informazioni,
una diversa schematizzazione della situazione data, oppure addirittura un
diverso approccio al problema, che contempli un certo grado di “non
sicurezza” sulla migliore linea strategica da adottare. E questi sono tutti
problemi che affronteremo più nel dettaglio nei capitoli successivi.
Ma come seconda, altrettanto importante cosa, è bene notare
come gran parte della bellezza di questo approccio sia nel suo
invitarci a quella mentalità tipicamente scientifica del “calmati e
razionalizza”:  anche quando le urgenze si fanno sentire, stress e
pressione salgono, o il problema pare enorme e la “scalinata” da
salire sembra infinita, il provare a focalizzarci unicamente sul minor
numero possibile di aspetti-chiave essenziali è anche un modo per non
lasciarsene opprimere. Calmati. Analizza. Restringi progressivamente il
contesto su cui lavorare. Isola e lavora sui “quid fondamentali”, datti
un micro-obiettivo alla volta e potresti scoprire che quell’immensa
stazione spaziale in grado di distruggere pianeti e che terrorizza la
galassia può essere fatta saltare in aria anche solo con un piccolo
colpo in un condotto d’aria (cit.)

36

Laboratorio strategico - Domande 80/20

Visto quanto detto finora a proposito delle distribuzioni paretiane


delle leggi di forza nei sistemi complessi, proviamo a fornire una
lista di domande che abbia come scopo primario proprio quello di
individuare quel “20% che controlla il restante 80%” nella
situazione che ci interessa. Il che, anche qui, non vuol dire certo
puntare a collezionare immediatamente tutte le risposte necessarie,
ma semplicemente  avere nelle domande un insieme di linee-guida
che aiuti a capire dove convenga indagare. 

In questo caso, per esempio, ecco che potremmo chiederci:

• Quale elemento qui è più importante in quanto maggiormente in


grado di generare effetti per me rilevanti all’interno della
situazione?
• Quali elementi, se cambiati, cambierebbero integralmente la
situazione?
• Quali elementi apparentemente irrilevanti potrebbero giocare un
ruolo importante?
• Quale elemento ha maggior potere? Quale è in grado di
apportare il maggior beneficio?
• Quale elemento può fare più danno?
• Qual aspetti sono più facilmente eliminabili, modificabili, o
controllabili al fine di rivolgere la situazione che mi interessa in
mio favore, magari con il massimo risultato e minimo sforzo
possibile? Chi per esempio è già intervenuto su aspetti del
genere? Come? Cosa ha ottenuto?
• Cosa genera questa cosa o situazione? Cosa la controlla?
• Ci sono “stati”, evoluzioni particolari della situazione in cui potrei
cogliere il massimo dei benefici o minimizzare i danni?
• Come posso sfruttare questa cosa nel momento in cui essa o
parte di essa diventa eliminabile, controllabile, manipolabile in

37
virtù di ciò che io desidero? Come posso portarla a divenire ciò
che io desidero?
• Come posso portare parte di essa a divenire ciò che desidero? 
• Dovrei rimuovere o debilitare ciò che è negativo? Potenziare ciò
che è positivo? Aggiungere nuove forze positive?
• Non è che per caso mi sto concentrando su un insieme di
elementi poco determinanti, mentre mi basterebbe un decimo
dello sforzo su elementi più rilevanti?

  

Laboratorio strategico - Tre approcci

3 aspetti-chiave: prendi la situazione su cui ti interessa


intervenire e, magari partendo dalle domande nel precedente
“laboratorio strategico”, individua tre aspetti chiave su cui
lavorare. Non uno di più, non uno di meno. Accertati che gli
elementi presi in considerazione seguano i principi di cui sopra
(essenziali/importanti/gestibili), e datti il proposito di lavorare
esclusivamente su quelli. 

Ma un esercizio alternativo che puoi fare qui per applicare questo
strumento è: prendi una situazione su cui  “già intervieni”  ogni
giorno. Un progetto in corso, un lavoro al quale ti stai dedicando,
un problema che stai provando a risolvere una volta e per tutte. E
guarda agli “aspetti” a cui hai deciso di dedicarti, per portare il tuo
percorso a termine: sono essenziali o ti stai dedicando a qualcosa
di ridondante? Sono importanti o ti stai focalizzando solo su ciò
verso cui sei stato “attratto” per pregiudizio o abitudine? E ti stai
dedicando a qualcosa di gestibile, oppure stai sprecando tempo,
risorse ed energie verso un “muro” che non sia in grado di
convertirle efficacemente in risultati?

38
Tiro alla corda  La cosa più interessante di questa tecnica è nel
modo semplice ed intuitivo con cui invita a schematizzare
qualunque situazione (non per niente è da principi simili che
discendono diversi strumenti di analisi nel business management,
come la matrice SWOT): due fazioni tirano una robusta corda in
direzioni opposte, una favorevole al tuo obiettivo, e l’altra a mo’ di
antagonista. E infine ci sei tu, che fai il possibile per ridurre la forza
e il numero di persone che tirano dall’altra parte, per poi invece
aumentare la capacità di tirare della parte che ti interessa. Il che
non è poi tanto lontano dalla realtà, se si pensa che le forze a
tirare non sono magari di natura muscolare, ma sono comunque
insiemi di forze di natura chimica, fisica, termodinamica e simili,
tutte messe in moto dalle risorse che si sceglie d'impiegare per
tirare da un certo “lato”.

Elenca pertanto due aspetti negativi e due positivi della situazione
che ti interessa. Dopodiché, prova a lavorare direttamente sul
“depotenziare”, “evitare”, rendere inefficaci i primi e
“supportare”, “far propri”, “imbracciare” i secondi. Ora riprovaci
ancora, e fallo al “livello di difficoltà massimo”. Se dovessi
prendere UN solo aspetto positivo, ed UN solo aspetto negativo su
cui intervenire, cosa sceglieresti?

Rendere importante ciò che è gestibile, o gestibile ciò


che è importante? Questo approccio può risultare un’alternativa
od un complemento rispetto a quello del “tiro alla corda”.
Semplicemente, come suggerito dal titolo: una volta individuati gli
“aspetti chiave” del contesto che ti interessa, invece di basare i tuoi
obiettivi sul “potenziare” quelli negativi e “depotenziare” quelli
positivi, poniti lo scopo di aumentare il potere, il vigore, il peso,
l’importanza di ciò che è più direttamente sotto il tuo controllo, e di
aumentare il controllo, la manipolabilità, l’accesso, di ciò che già
ha potere, peso, o importanza. Attraverso questo approccio
potresti giungere a diverse soluzioni “nuove” e originali.

39
Il capitolo continua nella versione completa

40
IV - Verso il nucleo della
verità

“Sappiamo così poco, eppure è incredibile notare QUANTO sappiamo, ed è


persino più incredibile pensare a come così poca conoscenza possa darci così
tanto potere.”

(Bertrand Russell)

Abbiamo visto ormai in più di un’occasione l’importanza dello


svelare quelle incognite ed estrarre quelle leggi causa-conseguenza attendibili
e verificabili nella realtà che ci interessa, così da arrivare a capire con
(a volte parziale) certezza dove andare ad agire, e quindi,
sperimentare la conoscenza a nostra disposizione. Inoltre abbiamo
osservato che più ci si addentra nel campo delle “scienze dure”,
dove non solo il rischio in caso d'ignoranza tende ad aumentare,
ma esiste un fondamentale “senso d’essere” proprio nella ricerca della realtà
stessa, e meno è “concesso” approssimare leggi e ignorare fatti.
Dall’altro lato, meno sono i rischi concreti nell’azione, più è
debole la necessità di rappresentare rigorosamente una realtà
oggettiva a tutti i costi, e più è possibile ammorbidire il processo
stesso, divenendo un po’ più “scienziati d’azione” e agendo quindi
sulla base di verità anche solo parziali e concedendosi di rifinirle in
corso d’opera e solo se ciò è veramente utile. E visto che ormai

41
abbiamo appurato che nessun individuo sano di mente
penserebbe di curare malattie gravi con medicine scelte a istinto
(sebbene la cronaca contenga non poche notizie di questo genere),
e viceversa che nessuno dovrebbe usare sofisticate tecniche
d’ingegneria per scegliersi la camicia da indossare in ufficio,
cercheremo ora di capire insieme cosa possiamo prendere in
prestito alla scienza per effettuare al meglio un qualunque
processo d’indagine. Le tecniche d’investigazione scientifica che
illustreremo infatti cercheranno di aiutarci a rispondere alla
generica domanda: “Come posso provare a svelare una verità di cui non
sono a conoscenza; o almeno a giungere a quella probabilisticamente più vicina
ad essa?”; il che, si spera, potrà risultarti incredibilmente utile in
qualunque caso pratico quotidiano, a partire dall’analizzare quale
potrebbe essere l’azienda più redditizia su cui investire, passando
per il ricostruire la tua storia di famiglia con un po’ di vecchie
fotografie sparse, arrivando finanche al “ben poco scientifico”
provare a comprendere quale regalo potrebbe essere più gradito al
tuo partner per il suo compleanno. Ma partiamo:

Comincia con delle ipotesi

Un fondamentale principio con cui lavorare scientificamente alla


ricostruzione di una “verità” è quello di accettare di partire da un
insieme di ipotesi, ossia di risposte in parte incomplete o incerte. Ma
soprattutto di comprendere che, a seconda dei contesti e degli
strumenti a nostra disposizione, persino le nostre verità “finali”
potrebbero rimanere“maledette” da un almeno parziale fattore di
incertezza. Il che tuttavia non dovrebbe preoccuparci troppo visto
che, dopo tutti i discorsi fatti finora su studiabilità, rischio e tempo
a disposizione, ormai dovremmo sapere che ciò potrebbe
comunque essere più che sufficiente per elaborare un piano d’azione.
Ma come si raccolgono delle ipotesi? Tutto, e a questo punto ciò
non dovrebbe sorprenderti, parte da un’osservazione della realtà che
sia il più possibile oggettiva, verificabile, precisa, estesa (più dati,
più fonti, più informazioni affidabili) e ripulita da bias: primi tra
tutti, quelli di “conferma e struzzo” che sono sempre lì, in
agguato, a farci raccogliere solo i dati che si conformano alle

42
nostre iniziali aspettative. Il tutto con il fine di giungere a una
raccolta di nozioni e dati ragionevolmente verificabili che provengano
tanto dalle nostre osservazioni quanto da “fonti di qualità” (vedi
quanto detto alcuni capitoli fa in merito). Poi ciò potrebbe tanto
bastarci per formulare delle ipotesi valide, quanto richiedere uno
stadio successivo: ossia il lavorare su quanto raccolto attraverso
l’elaborazione di idee nate dall’investigare, approfondire,
schematizzare e ricombinare quanto raccolto; il che può essere
fatto con tecniche come quella della “mappa dopaminica”, o
attraverso schematizzazioni come quelle che vedremo tra qualche
pagina.
Infine, date più ipotesi, sarà necessario per inevitabili ragioni di
“economia” selezionare quelle probabilisticamente più valide, nonché quelle
più utili e ragionevoli in un’ottica costi/benefici.
Se per esempio, riprendendo il caso di poco sopra, stai cercando
di riordinare cronologicamente le foto di famiglia, ecco che
potresti ritrovarti con l’obiettivo di decidere, date due specifiche
immagini raffiguranti antenati ignoti, quale sia la più antica. Una
prima ipotesi potrebbe essere quella di classificare come più
vecchia la foto più rovinata (possibile, ma non certo), rafforzata
dall’idea che gli abiti indossati dalle persone in foto sembrano
risalire ad un’epoca più remota; e ciò potrebbe persino bastare in
un primo stadio del tuo lavoro di ricerca. Poi però magari potresti
raccogliere qualche ulteriore informazione: 1) Facendo delle
domande a tua nonna e 2) Ricercando ulteriori nozioni
sull’evoluzione delle tecniche fotografiche nel tempo. E da ciò
potresti ottenere le seguenti informazioni:

• Secondo tua nonna “probabilmente” la foto più rovinata è più


recente in quanto raffigura uno zio che all’epoca in cui l’altra
persona era in vita non era ancora nato; ma non ne è del tutto
sicura.

• Quegli abiti apparentemente più “remoti” sono solo dovuti al


fatto che si tratta di antenati che vivevano in campagna.

• La foto più rovinata sembrerebbe esser stata stampata con una


tecnica di colore più avanzata.

43
Date queste ultime nozioni, l’idea che “più rovinato equivale a più
vecchio” potrebbe essere identificato come un bias (magari la foto
può solo essere stata conservata peggio) e la nuova ipotesi
probabilisticamente più valida diviene quella opposta. Il che,
chiaramente, potrebbe venire raffinato da ricerche ulteriori.
Vedremo più avanti in questo capitolo come svolgere alcuni di
questi passi più nel dettaglio. Per ora però spero di avere chiarito,
o ribadito, alcune premesse fondamentali attraverso cui svolgere
ogni indagine: partire dalla realtà, lavorare con la probabilità,
raffinare le ipotesi iniziali grazie ai nuovi dati o ai risultati di
possibili sperimentazioni e fermarsi quando ciò diviene
“ragionevole” in virtù del proprio obiettivo iniziale. Il che
dovrebbe darti “già di per sé” delle validissime indicazioni con cui
lavorare ad un’enormità di problemi pratici.

Potatura selvaggia

Prima di guardare a ulteriori metodi con cui elaborare delle ipotesi,


soffermiamoci un attimo sul principio di selezione delle stesse. Visti
infatti i nostri inevitabili limiti tanto di risorse quanto di
elaborazione, è ovvio che in ogni processo di lavoro ci converrà
limitare il più possibile i confini del contesto da elaborare.
E ciò, prima ancora che “selezionando” ciò che risulta
probabilisticamente più valido, utile e ragionevole in un’ottica
costi/benefici, può essere svolto dando priorità al “potare via” tutto
ciò che oggettivamente non si conforma a questi criteri. Più infatti
“ripuliamo” preventivamente il campo d’indagine da ciò che non
conta e più saremo in grado di individuare ciò che ha maggior
probabilità di contare di più.
Il che raccomanda in ogni procedimento investigativo di escludere
innanzitutto qualsiasi sciocchezza, ogni risposta sicuramente
sbagliata, qualsiasi elemento estraneo, tutti i dati non pertinenti,
qualsiasi presenza illogica; di “far fuori” tutto ciò che si può
rapidamente verificare come tale, ma soprattutto di abbandonare a
prescindere qualunque ipotesi inutilmente complessa.

44
Quest’ultimo principio prende il nome (che probabilmente avrai
già sentito in più di un’occasione) di “rasoio di Occam” o
“principio di economia”, è considerato uno dei fondamenti del
pensiero scientifico moderno ed è sintetizzabile in un “sarebbe
stupido lavorare con più elementi del necessario”. Per spiegarlo ancora
meglio, è il motivo per cui quando spingiamo un interruttore per
accendere una lampadina, definiamo il fenomeno come
“banalmente” causato dalla corrente che improvvisamente ne
attraversa i cavi, senza necessariamente attribuirlo all’opera di un
qualche elfo invisibile che accende la luce mentre un secondo elfo
crea nella nostra mente l’illusione di un meccanismo razionale
basato su principi fisici.
Ma, per muoverci verso campi un po’ meno assurdi (ma non
troppo, se si pensa alle esperienze magiche che certe persone
raccontano di aver vissuto pur di elemosinare un po’ di notorietà),
questo è anche lo spirito che anima la ricostruzione storica: pur se
non potremo mai esserne “completamente” certi, date diverse
testimonianze di storici che narrano per esempio dello svolgersi
delle Guerre Puniche tra il 499 e il 449 Avanti Cristo, è più
“economico” pensare che le guerre siano effettivamente avvenute,
che non che tutti quegli storici fossero in preda alla necessità di
narrare un evento completamente inventato pur di giustificare
chissà quale intento politico. Poi, certo, qualora una quantità di
documenti storicamente verificabili dovesse improvvisamente
venir fuori e cominciare a validare questa ipotesi potremmo
decidere di “espandere il nostro campo” e continuare l’indagine in
questo senso; il punto, come al solito, è vedere se questo “di più”
proviene da un razionale comparare fonti verificabili, o da un
tentativo di asservire a un nostro “bias”, di trovare a tutti i costi la
cospirazione, l’architetto, la verità nascosta. E non dovrebbe
essere difficile capire in quale caso “potare” e quale no.
Questo metodo insomma non solo può sfoltire le nostre ipotesi
iniziali a monte, rendendo il processo d’insieme molto più
semplice, ma potrebbe anche essere addirittura quanto basta per
giungere automaticamente alla verità “finale” che stiamo cercando;
metti per esempio di avere un quiz a risposta multipla con quattro
scelte: se sei abbastanza fortunato da considerare come assurde
almeno due di esse, un’ulteriore riflessione sulle due rimanenti

45
potrebbe portarti persino alla certezza su quale possa essere
corretta.
È possibile notare che questo strumento viene ripetutamente
adottato dal personaggio di Sherlock Holmes nei racconti di
Arthur Conan Doyle il quale, come già visto, è stato uno dei primi
ad applicare in letteratura un metodo scientifico alle investigazioni
criminali: partendo dalla propria conoscenza e dall’osservazione
dei dettagli di persone, ambienti e situazioni, Holmes riusciva
infatti a definire un insieme di soluzioni ipotetiche e poi attraverso
la valutazione di fatti, e deduzioni sugli stessi, riusciva man mano a
effettuare una “potatura selvaggia” finché non si giungesse alla
famosa “abduzione creativa geniale” che forniva una possibile
spiegazione su come era andato il delitto. Oppure, qualora il
restringimento del contesto stesso gli mostrava che il ventaglio di
soluzioni iniziali non era accettabile in quanto magari illogico o
contraddittorio, ciò gli faceva intendere che c’erano
necessariamente possibilità aggiuntive da prendere in considerazione.
Perché anche quest’ultima è un’ipotesi da considerare sempre
quando, inconsciamente o meno, effettuiamo una “potatura” sul
nostro ventaglio di opzioni: se ciò che rimane dopo tale
operazione è ancora sicuramente inutile, non rilevante o illogico,
ecco che probabilmente dobbiamo fare un passo indietro e capire
se non abbiamo “potato troppo”, o non siamo partiti da un
insieme di possibilità irrealistico o comunque non rilevante. Non
per altro è celebre la frase di Holmes: “Una volta che si è esclusa ogni
ipotesi plausibile, ecco ciò che rimane, per quanto implausibile, deve
rappresentare la realtà dei fatti”. Un po’ semplificante di per sé, se si
pensa alla complessità di certi sistemi, o al fatto che di fronte a
certi fenomeni è possibile anche enunciare infinite ipotesi, ma
sicuramente una regola preziosa da adottare in una quantità
innumerevole di situazioni pratiche i cui contesti sono dotati di
limiti precisi.


46
“Lasciateci migliorare la vita attraverso la scienza e l'arte.”

(Virgilio) 

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