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Senecio

a cura di Emilio Piccolo e Letizia Lanza

Vico Acitillo 124 - Poetry Wave


Vico Acitillo 124 - Poetry Wave
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www.beatricia.net
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Napoli, 2003

La manipolazione e/o la riproduzione (totale o parziale)


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di carattere editoriale, cinematografico o radio-televisivo.
bruno rosada
1

Catullo, Foscolo, Pascoli e Quasimodo traduttori di Saffo


Osservazioni sulle variazioni del significante di un significato dato

di Bruno Rosada

Saffo

Φαι@ν εται@ µοι κη^ν οv ιòσοv θε@οισιν


εòµµεν’ ωòν ηρ, οòττιv εèν α@ν τιο@v τοι
ιèσδα@ν ει και# πλα@σιον αùδ υ ϕωνει@−
σαv υèπ ακου@ε ι
και# γελαι@σαv ιèµε@ροεν, το@ µ è ηù µα#ν
καρδι@α ν εèν στη@θεσιν εèπ το@aisen.
ωòv γα#ρ <εèv> σ’ ιòδ ω βρο@χε’, ωòv µε ϕω@ν αv
ουèδ è εàν εòτ è ειòκει,
αèλλα# κα#µ µε#ν γλw^σσα <µ’> εòα γε, λε@π τον
δ’ αυòτικα χρwj^ pu^ρ υèπ αδεδρο@µaκεν,
οèπ πα@τεsσι δ’ ουèδ ’ εàν οòρhµµ', εèπ ιρρο@µ−
βεισι δ′ αòκουαι,
αè δε# µ’ ιòδ ρωv κακχε@ε ται, τρο@µοv δε#
παι^σαν αòγρει, χλωροτε@ρα δε# ποι@α v
εòµµι, τεθνα@κην δ′ οèλι@γω èπ ιδευ@ηv
ϕαι@ν οµ’ <...>

Catullo

Ille mi par esse deo videtur


Ille, si fas est, superare divos,
Qui sedens adversus identidem te
Spectat et audit
Dulce ridentem, misero quod omnis
Eripit sensus mihi: nam simul te,
Lesbia, aspexi, nihil est super mi
.............
Lingua sed torpet, tenuis sub artus
Flamma demanat, sonitu suopte
Tintinant aures, gemina teguntur
Lumina nocte

Foscolo 1

Colui mi sembra a’ lieti Dei simile,


Che teco siede, e sì soavemente
bruno rosada
2

Cantar t’ascolta, e in atto sì gentile


Dolce, ridente.
Com’io ti veggio palpitar mi sento
Nel petto il core: in sì beato istante
Non vien più suono d’amoroso accento
Sul labbro amante.
Ma vi s’intrica la mia lingua , accensa
Scorre ogni vena, suona tintinnio
Dentro gli orecchi, cupa notte addensa
Il guardo mio.
Sudor di gelo le mie guance innonda,
Tremito assale e abbrivida ogni membro,
E senza spirti, pallida qual fronda,
Morta rassembro.

Foscolo 1 a

Colui mi sembra agli alti Dei simile


Che teco siede, e sì soavemente
Cantar t’ascolta, e in atto sì gentile
Dolce ridente.
Com’io ti veggio, palpitar mi sento
Nel petto il core, in quel beato istante
Non vien più suono d’amoroso accento
Sul labbro ansante.
Muta s’intrica la mia lingua; accensa
Scorre ogni vena, ronza tintinnio
Dentro gli orecchi; notte alta s’addensa
Sul guardo mio.
Sudor di gelo le mie guance inonda.
Fremito assale e abbrivida ogni membro,
E senza spirti, pallida qual fronda
Morta rassembro.

Foscolo 2

Quei parmi in cielo fra gli Dei, se accanto


Ti siede e vede il tuo bel riso, e sente
I dolci detti e l’amoroso canto! -
A me repente,
Con più tumulto il core urta nel petto:
More la voce, mentre ch’io ti miro,
Sulla mia lingua: nelle fauci stretto
Geme il sospiro.
bruno rosada
3

Serpe la fiamma entro il mio sangue, ed ardo:


Un indistinto tintinnio m’ingombra
Gli orecchi, e sogno: mi s’innalza al guardo
Torbida l’ombra.
E tutta molle d’un sudor di gelo,
E smorta in viso come erba che langue,
Tremo e fremo di brividi, ed anelo
Tacita, esangue.

Pascoli

A me par simile a Dio quell’uomo,


quale e’ sia, che in faccia ti siede, e fiso
tutto in te, da presso t’ascolta, dolce-
mente parlare,
e d’amor ridere un riso; e questo
fa tremare a me dentro il petto il cuore;
ché al vederti subito a me di voce
filo non viene,
e la lingua mi s’è spezzata, un fuoco
per la pelle via che sottile è corso,
già non hanno vista più gli occhi, romba
fanno gli orecchi,
e il sudore sgocciola, e tutta sono
da tremore presa, e più verde sono
d’erba, e poco già dal morir lontana,
simile a folle.

Quasimodo

A me pare uguale agli dei


chi a te vicino così dolce
suono ascolta mentre tu parli

e ridi amorosamente. Subito a me


il cuore si agita nel petto
solo che appena ti veda, e la voce

si perde sulla lingua inerte.


Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle,
e ho buio negli occhi e il rombo
del sangue alle orecchie.

E tutta in sudore e tremante


bruno rosada
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come erba patita scoloro:


e morte non pare lontana
a me rapita di mente.

Avvertenza.
Dell’ode di Saffo Φ αι@νεται@ µοι κη^νοs, tramandataci dall’Anonimo del Sublime (X, 1) e
tradotta da Catullo (51), Foscolo ha lasciato due traduzioni, che furono pubblicate postume
dall’editore Ruggia di Lugano nel 1831. Di queste una era stata composta nell’adolescenza,
attorno al 1795, al tempo della raccolta delle Poesie dedicate al cugino Naranzi e fu edita
dall’autore stesso con qualche ritocco nel 1816 nel saggio Vestigi della storia del sonetto
italiano (e qui si riportano entrambe le lezioni, sottolineando le differenze), l’altra traduzione fu
fatta da Foscolo in Inghilterra e pubblicata nell’Appendice seconda degli Essays on Petrarch
(1821-25).
Dell’ode di Saffo diamo poi anche la traduzione di Giovanni Pascoli, non molto felice, e quella
di Salvatore Quasimodo, che, a noi moderni almeno, pare la migliore, perché esprime
(spreme) compiutamente il senso del testo saffico e lo rende nella nostra lingua in maniera
aderente ed adeguata.

Si omette il confronto con le corrispondenti forme attiche (tranne un caso per eccesso di
chiarezza), perché irrilevanti ai fini dell’analisi semantica e dell’esito poetico.

Riscontri e confronti.
1.- Φαι@ν εται [sembra] ha una carica semantica diversa da quella del latino uidetur, come è
tradotto da Catullo, e dell’italiano è visto ? “sembra”, come è tradotto in Foscolo 1; prima di
tutto perché uideor è originalmente passivo di uideo [sono visto ? appaio ? mi mostro] e
ϕαι@ν οµαι è passivo di fai@nw [sono mostrato, sono esibito]; poi perché qui avvertito è come
medio, oltre che e più che come passivo, di ϕαι@ν ω [mostro], e quindi ha un significato
passivo e riflessivo insieme. Perciò è detto non solo nel senso di egli è mostrato ed egli
mostra sé a se stesso, ma anche nel senso egli mostra sé; e poi mostra anche sé a se
stesso, oltre che moi, a me.
Diverso quindi è questo significato da quello di altri verbi sinonimi (o quasi), come per es.
δοκε@ω o εòοικα.
L’italiano sembrare ha perso sia la connotazione sia la denotazione originarie di simulare,
peraltro salvaguardata in Foscolo 1 dall’aggettivo “simile” (che ha la stessa radice di
simulare), e tuttavia rimane più vicino all’esser visto latino, perché nell’accezione comune
sembrare si contrappone ad essere, l’apparenza, cioè ciò che è visto, si contrappone alla
sostanza.
Quello che conferisce una maggiore carica energetica al greco ϕαι@ν οµαι è proprio il valore
del medio, più che l’indissolubile valore passivo; per cui quel Φαι@ν εται iniziale non indica
una apparenza contrapposta alla sostanza, ma una vera e propria autoesibizione, esclusa nelle
due citate traduzioni foscoliane.
bruno rosada
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In Foscolo 2 si avverte la difficoltà: e si traduce con “parmi”, mentre per la metrica si poteva
lasciare “sembra”. Parmi infatti comporta anch’esso una certa autoesibizione, e ne rafforza il
senso, sia perché è riconducibile al significato etimologico di venire fuori, rivelarsi (lat. par-
o; par-e-o, par-i-o), e sia anche perché la prima sillaba (quella appunto coincidente con la
radice par-) è più fortemente accentata, dato che l’accento tonico coincide in essa con
l’accento ritmico.
Questa è la via seguita anche da Pascoli e da Quasimodo: Pascoli con concitazione traduce “A
me par”, Quasimodo, più pacato e disteso “A me pare”. E qui celebriamo l’uso di quel minimo
margine di discrezionalità che un testo lascia al traduttore, perché lei, Saffo, che contempla la
scena, è certamente concitata: ce lo conferma subito dopo quando descrive il suo stato
emozionale; ma una rappresentazione statica della scena iniziale, come una sorta di pacata
pittura vascolare, intanto giova al contrasto tra i due momenti dell’ode e poi, ha un suo
fondamento anche psicologico, come se Saffo, prima di cadere preda del suo grande
turbamento, e per un momento almeno abbia avuto bisogno di mettere a fuoco la scena. Da
questo punto di vista sembra allora più efficace la traduzione di Quasimodo.

2.- Il µοι [a me] è reso col contratto mi da Catullo e col “mi” da Foscolo: Catullo avrebbe
potuto dire mihi, Foscolo avrebbe potuto dire a me, ma entrambi hanno preferito la forma
monosillabica che meglio corrisponde anche fonicamente al greco µοι, breve per sineresi. E’
un filo di voce. Il soggetto di prima persona assiste trepidante alla scena d’amore, ma non vi
ha parte; è costretto ad essere spettatore immoto, defilato e sfumato; non visto: un soffio.
Nella seconda traduzione Foscolo lo rende enclitico, come è enclitico in greco, e lo assorbe
nel “parmi”.
Pascoli e Quasimodo danno entrambi “A me” a capoverso, con forte intonazione soggettiva.

3.- A κη^ν οv [quello] Catullo fa corrispondere l’aderente ille, ripetuto due volte però e a
capoverso, e pure a capoverso Foscolo 1 traduce con “Colui”, e Foscolo 2 con “Quei”,
avvertito questo come più poetico, date le abitudini linguistiche tardo arcadiche che
sopravvivono nel primo Ottocento. In tutti i casi questo κη^ν οv, che in greco è aggettivo
dimostrativo riferito a ωòν ηρ [uomo], ed è apparentemente insignificante, è tradotto da
Foscolo come pronome e posto a capoverso per conferirgli forza e vigore e recuperare
l’intensità che in greco deriva dall’uso di due parole κη^ν οs e ωòν ηρ; in Saffo ciò non sarebbe
necessario, ma per lei è importante dire quell’uomo, cosa che solo Pascoli ha colto:
l’esibizione avveniva mediante il ϕαι@ν εται, di cui s’è detto sopra il valore forte, per di più
collocato anch’esso a capoverso, mentre κη^ν οv rimane al centro del verso.

4.- òΙ σοv è tradotto con par [pari] da Catullo e con “simile” da Foscolo 1 e da Pascoli, ma in
greco òΙ σοv vuol dire “uguale”, come traduce Quasimodo, e perciò ha più ragione Catullo di
Foscolo: Foscolo 2, più maturo e cosciente delle scaltrezze della lingua, non lo traduce
nemmeno e sottintende una voce del verbo essere: “<è> fra gli dei” quel tale che ti siede
accanto, e raggiunge così lo stesso risultato: se è fra gli dei non può che essere uguale a loro.
Catullo però non può fare a meno di una aggiunta enfatica: Ille [egli], si fas est [se è lecito
<dirlo>], superare divos [<sembra> superare gli dei], che non c’è nel testo saffico. Da notare
bruno rosada
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ancora la suggestione del termine catulliano par che agisce sulla forma verbale italiana pare
nelle varie forme “parmi” in Foscolo 2, “par” in Pascoli e “pare” in Quasimodo.

5.- Θεοι@σιν [agli dei] è reso al singolare, deo, da Catullo, da Foscolo 1 e 2 e da Quasimodo
al plurale, da Foscolo 1 con l’esornativo “lieti”, che in qualche modo fa riferimento al tipico
aggettivo degli dei olimpi, µακα@ριοι [beati], un esornativo non del tutto superfluo, perché
evidentemente il giovane traduttore zelante voleva specificare che si tratta degli dei
dell’Olimpo, peggiorato in “alti” nell’edizione da lui curata, dato che risulta quanto mai
sgradevole la immediata sequenza dei due digrammi agli alti, e finalmente espunto dallo stesso
Foscolo 2, divenuto adulto. Francamente inaccettabile il ridicolo e quasi blasfemo “simile a
Dio” della traduzione di Pascoli.

6.- òΕ@µµεν è [essere] è reso esplicitamente da Catullo con esse, che si poteva benissimo
sottintendere, ed è invece completamente taciuto da tutte le traduzione italiane che stiamo
esaminando, Pascoli lo recupera e lo deforma nell’inciso “quale e’ sia”, di cui v. 8.

7.- òΩ νηρ [uomo] è taciuto sia da Catullo sia da Foscolo 1 e 2, sia da Quasimodo, et pour
cause, dato che può risultare superfluo rispetto alla struttura linguistica delle due lingue; ma in
Saffo non è superfluo: quel riferimento così sottolineato al genere maschile, acquista un valore
particolare, e rafforza il semplice κη^ν οs, che da un punto di vista puramente logico, ma non
certo emotivo, avrebbe ben potuto restare da solo. Pascoli infatti lo traduce e lo pone in
evidenza alla fine del verso.

8.- òOττιv.- Pascoli con “quale e’ sia”, più che tradurre εòµµεν’, sembra voglia spremere il
significato di οòττιv, ma in realtà, se nelle grammatiche scolastiche si insegna che οòττιv (in
attico οçστιv) vuol dire “chiunque”, ed è perciò pronome relativo - indefinito, il lettore di greco
sa che non è infrequente l’uso di questo pronome come semplice relativo o tutt’al più si tratta
di una evanescenza appena sfumata, che invece Foscolo 2, ad esempio, rende molto bene con
la sfumatura di ipoteticità del se: “se accanto ti siede”, che riduce la perentorietà della
traduzione di Foscolo 1 “che teco siede” e risulta più aderente anche dal punto di vista del
numero delle sillabe.
Invece la traduzione di Pascoli, oltre a tutto, ha come risultato l’attenuazione del senso
dell’amore fra i due giovani innamorati: se il partner maschile rimane indefinito (“qual e’ sia”,
cioè chiunque sia), la ragazza appare disposta all’amore con uno qualsiasi, e quindi il suo
amore finisce per risultare meno intenso. Catullo abbrevia elegantemente la relativa col
participio presente sedens, ma poi rallenta il ritmo traducendo alla lettera εèν α@ν τιοv con le
parole adversus te, e aggiungendo anche di suo quell’identidem [ripetutamente] spectat [<ti>
guarda], che non c’è in greco, con cui raggiunge lo stesso numero di sillabe, e però pone il te
di adversus te in posizione chiastica, riferito sia a sedens sia a spectat, cosicché viene
rafforzato il ruolo già di per sé importante di quel te.

9.- Πλα@σιον [vicino] potrebbe sembrare persino superfluo in Saffo, e alla contiguità spaziale
Catullo sostituisce la frequenza temporale con l’identidem, ma è tutta un’altra cosa; Foscolo 1
sciupa tutto coll’orribile “che teco siede”, troppo rapido e tutt’altro che dolce, ma Foscolo 2,
bruno rosada
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come abbiamo visto, aggiunge un se e raggiunge un risultato emotivo: “se accanto ti siede”: il
valore ipotetico si giustifica come una esplicitazione della relativa che non lo rifiuta di per sé.
Certo però che qui la traduzione è già una interpretazione: Saffo dipinge una scena, ci dà una
immagine istantanea, plastica e tutto sommato statica, che assume un valore quasi ieratico:
questa doveva essere la sua intenzione; Foscolo invece non solo la anima, ma le conferisce un
movimento tutto esistenziale, l’eventualità, il dubbio, anche l’incertezza dell’evento.

10.- ùAδυ [dolcemente] ϕωνει@σαv [che parli o che canti] υèπ ακου@ε ι [ascolta] και#
γελαι@σαv [che ridi] ιèµε@ροεν [amorosamente]: Catullo traduce te spectat et audit Dulce
ridentem, e divide in due l’atteggiamento del personaggio maschile, che spectat [guarda] e
audit [ascolta] le due azioni, mentre invece Saffo insiste sull’unicità del soggetto maschile che
υèπ ακου@ε ι [ascolta] la donna αùδ υ ϕονει@σαv [che parla dolcemente] e γελαι@σαv
ιèµε@ροεν: [che ride amabilmente] e questo dà unità alle due azioni della donna tenute però ben
distinte, in questa loro unità sostanziale, anche dalla differenza dei due avverbi che hanno lo
stesso significato, ma non lo stesso senso, αòδ υ e ιèµε@ροεν. E in effetti qui sia Catullo sia
Foscolo non rendono il senso autentico di ιòµεροv, che è il desiderio amoroso, che tutto
sommato non ha un termine esattamente corrispondente nell’italiano, che negli anni Cinquanta
del nostro secolo importò dall’inglese l’espressione sex appeal, ora caduta un po’ in disuso.
Enzo Degani suggerisce charme. La distinzione è colta bene da Pascoli: “dolcemente parlare,
e d’amor ridere un riso” (a parte l’orribile oggetto interno ridere un riso), e da Quasimodo:
“dolce suono e ridi amorosamente”, anche se la parola amore e i suoi derivati non esprimono
adeguatamente il concetto. Ma il fatto è che il greco ha una gamma vastissima di termini
apparentemente sinonimi per indicare le diverse sfumature dell’amore
(φιλι@α , εòρωs, αèγα@π η, ιòµεροs); noi invece ne abbiamo pochissime, come del resto i latini.
E’ da aggiungere che Foscolo 1 e 2 qui congettura un canto, possibile, ma non esplicitamente
dichiarato da Saffo: vero è che prudentemente Catullo si riferisce al personaggio maschile e
dice audit, che si può dire della voce o del canto; ϕωνε@ω infatti vuole anche dire cantare.
Però non se ne avvedono né Pascoli né Quasimodo. Francamente noi preferiamo il più
contenuto parlare, al cantare, che talvolta può apparire sguaiato.
La traduzione di questa parte in Foscolo 1, se pure un po’ ridondante, o forse proprio per
questo, riscatta la sbrigatività del precedente “che teco siede”: “e in atto sì gentile / Dolce
ridente”. Mentre invece la traduzione di Foscolo 2 non si può dire molto riuscita, né sul piano
della resa del testo né su quello della liricità espressiva, forse per lo sforzo che il poeta compie
di sottrarsi al condizionamento catulliano del Dulce ridentem, felicemente riprodotto nella
traduzione giovanile.
Anche Pascoli e Quasimodo vogliono conferire forte unità al partner maschile della scena
amorosa, che diventa soggetto della contemplazione dell’amata: in Pascoli prevale la visione, e
l’unificazione delle percezioni sensoriali è realizzata con un aggettivo - participio, “fiso”, una
parola, però, oltre a tutto, consumata dall’uso poetico e in ogni caso inesistente nel testo
greco, che sopraffà quello uditivo, detto subito dopo con verbo all’indicativo, come in greco:
Pascoli ha però ragione se si considera che il rapporto tra il ragazzo e l’amata è certo
soprattutto visivo: “e fiso tutto in te, da presso t’ascolta, dolcemente parlare, e d’amor ridere
un riso”. Quasimodo invece più fedele al testo saffico dice: “così dolce suono ascolta mentre tu
parli e ridi amorosamente”. Per lui il rapporto da sottolineare è quello auditivo, perché quello
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visivo è scontato. Ma insomma Saffo due cose fa fare al ragazzo: siede e ascolta. Il siede è
sparito dalla traduzione di Quasimodo. Il “dolce suono” unico complemento oggetto non è
traduzione fedelissima, ma serve ad accentuare il valore dell’ υèπ ακου@ε ι.

11.- Tο@ [Questa cosa] µ’ [a me] ηù µα#ν [certamente] καρδι@α ν [il cuore] εèν στη@θεσιν [nel
petto] εèπ το@α ισεν [fa sbigottire]⋅
Dal το@ - scrive Degani - “si è voluta dedurre la gelosia di Saffo, da questo relativo che
andrebbe riferito non a ϕωνει@σαv [che parla dolcemente] e a γελαι@σαv [che ride
amabilmente], ma ad ιèσδα@ν ει [siede] e ad υèπ ακου@ε ι [ascolta]”. Ma in verità la gelosia è
un sentimento polivalente e non fa differenza che esso sia ispirato dal comportamento della
fanciulla o da quello del suo innamorato. Non si vede allora perché “la gelosia scompaia
completamente quando si constati che il discusso το@ del v. 5 si riferisce non a tutto il quadro
iniziale, ma alla sola apparizione della fanciulla”. Tuttavia, come s’è detto all’inizio, tutte le
traduzioni che stiamo esaminando non prendono esplicita posizione, né lo debbono fare.
Quanto alla traduzione complessiva, se guardiamo alle potenzialità espressive, notiamo che
Catullo elusivo rinuncia alla letteralità e traduce tutta un’altra cosa: misero quod omnis Eripit
sensus mihi: che significa “e questo mi toglie ogni senso” dove il sensus è la sensibilità, intesa
come capacità di percezione, e riesce a spremere dal testo di Saffo il massimo possibile del
suo significato, con quel misero concordato con mihi che non c’è in greco, ma restituisce al
testo una drammaticità che si desidererebbe di gran lunga nella seconda traduzione foscoliana.
E poi è disarmante nella sua semplicità il nihil est super mi (= non mi resta nulla).
Anche questa proposizione in ogni caso risulta meglio tradotta da Foscolo nella traduzione
giovanile che in quella dell’età matura. “Com’io ti veggio, palpitar mi sento / Nel petto il core”
presenta una carattere di schiettezza e di comunicatività che risulta assente dal più elaborato
“A me repente, / Con più tumulto il core urta nel petto”.
Chiave di volta del testo greco è εèπ το@α ισεν, che - dice ancora Degani - “indica una
generica frattura della coesione psichica”, e quindi significa “spaventare” o anche “rendere
stupefatto”, “sbigottire”.
“E questo fa tremare a me entro il petto il cuore”, così Pascoli; Quasimodo invece “Subito a
me il cuore si agita nel petto solo che appena ti veda”. Mai come in questo caso la traduzione
letterale esclude i compromessi.

12.- ωòs [come = quando] γα#ρ [infatti] <εèv> σ’ ιòδ ω [ti vedo] βρο@χε’ [un poco]. Ed anche
il “mentre ch’io ti miro” della seconda traduzione foscoliana, tradisce il valore del testo greco
dove invece la visione è istantanea: e non vale il bruttissimo “repente”; molto meglio il giovanile
“Com’io ti veggio palpitar mi sento / Nel petto il core”. Felicissimo Catullo nella sua lapidaria
brevità: simul te aspexi. Del resto Foscolo 1 felicemente richiama “in sì beato istante”,
gravemente peggiorato in Foscolo 2 da “mentre ch’io ti miro”.
Questa frase sembrerebbe dar ragione ai negatori della gelosia (v. 10), perché dice <εèv> σ’
ιòδ ω “ti vedo”; ma in verità la soluzione del problema non può essere puramente grammaticale.
Chi dice che se to@ si riferisce alla sola visione della fanciulla, anzi alla visione della sola
fanciulla, la gelosia sparisce? E perché? Anzi è proprio la visione dell’atteggiamento della
fanciulla che rinfocola quel sentimento.
bruno rosada
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Il γα#ρ è significativo perché collega la frase al discorso precedente di cui diventa una specie di
spiegazione. Catullo lo traduce col Nam; Pascoli traduce con un “ché”. Foscolo in entrambe
le traduzioni ne fa a meno, lasciando prevalere la contemporaneità, anzi la simultaneità, che del
resto anche Catullo sottolinea col simul. Ma Foscolo si avvale della predilezione delle lingue
moderne per l’asindeto, e così pure Quasimodo che non dà nessun collegamento logico, pago
(come Foscolo) dell’eloquenza dell’asindeto, che acquista forza per quel “solo che appena”.

13.- ωòv [così] µε [a me] ϕω@ν αv [di voce] ουèδ ’ εòν [nulla] εòτ’ [più] ειòκει [viene] αèλλα#
[ma] κα#µ µε#ν γλω^σσα [la lingua] <µ’> [a me] εòα γε [si è spezzata].
Foscolo 1 ci dà: “Non vien più suono d’amoroso accento / Sul labbro amante [ansante]. /
Muta s’intrica la mia lingua”. In realtà in Saffo la lingua non s’intrica, ma si spezza (εòα γε).
Foscolo 2: “More la voce, mentre ch’io ti miro, / Sulla mia lingua: nelle fauci stretto / Geme il
sospiro”. Qui la sovrabbondanza è notevole: nel testo greco non ci sono né labbra (Foscolo
1) né fauci (Foscolo 2). Pascoli invece è più aderente: vuole rendere anche il partitivo, “nulla
di voce”, (va qui però detto che di ϕω@ν αv si hanno lezioni diverse) e allora il nulla diventa un
filo, e traduce: “a me di voce / filo non viene, / e la lingua mi s’è spezzata”; Quasimodo si
allontana di poco, ed è un peccato che non riporti il concetto di lingua spezzata, che è una
sensazione psicofisica, di forte verità: “e la voce / si perde sulla lingua inerte”. Catullo ci dà un
torpet (la lingua è intorpidita), che esprime efficacemente una sensazione, che però è diversa
da quella più rara e più drammatica della lingua spezzata, che è in Saffo e in Pascoli.

14.- λε@π τον [sottile] δ’ αυòτικα [subito] χρω^ [alla pelle] πυ^ρ [un
fuoco] υèπ αδεδρο@µaκεν [scorre sotto]: Foscolo 1.- “Accensa Scorre ogni vena”; Foscolo
2.- “Serpe la fiamma entro il mio sangue, ed ardo”; Pascoli.- “Un fuoco per la pelle via che
sottile è corso”; Quasimodo.- “Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle”. A nessuno di questi
traduttori è bastato il testo saffico: tutti hanno voluto aggiungere qualcosa. Eppure dire: “E
subito un fuoco sottile mi corre sotto la pelle” era possibile, e sicuramente non impoetico. E’
quest’ultima la traduzione “letterale” di Vincenzo Di Benedetto nella BUR. Se non è stato
detto è perché ognuno di loro ha voluto essere poeta e sovrapporsi al testo originale. Ma
esaminiamoli da vicino. Foscolo 1 trasferisce l’idea di fuoco nelle vene, in ogni vena che
diventa “ardente”, anzi accensa. Foscolo 2 distingue la fiamma dal sangue e introduce l’idea
del serpeggiare: la fiamma serpeggia nel sangue; prevedibile la conclusione: ed ardo. Pascoli
si avvicina più di tutti, ma vuole “montare” le parole in modo diverso, introduce una relativa
che spezza la frase e priva di verbo il soggetto il fuoco. Quasimodo rispetta tutto, trasforma
l’avverbio αυòτικα [ [subito] in aggettivo, rapido, ma perde l’idea di scorrere sotto, quando
dice affiora: c’è il sotto perché una cosa che affiora viene da sotto, ma non c’è lo scorrere,
che è essenziale, tant’è vero che fu interpretato da Foscolo come un serpeggiare. E Catullo:
tenuis sub artus Flamma demanat ha sentito anche lui il bisogno di cambiare qualcosa, con
quel demanat, che vuol dire scorrer giù, e non propriamente scorrer sotto.

15.- οèπ πα@τεσσι [cogli occhi] δ’ ουèδ ’ εàν [nulla] οòρhµµ’ [vedo], εèπ ιρρο@µβεισι
[rombano] δ’ αòκουαι [le orecchie].
Catullo:- Sonitu suopte [di un loro suono] tintinant [tintinnano] aures [le orecchie],
gemina[entrambi] teguntur [sono coperti] Lumina [gli occhi] nocte [da una notte]. Foscolo
bruno rosada
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1:- “Suona tintinnio / Dentro gli orecchi, cupa notte addensa / Il guardo mio”. Foscolo 1 a:-
“Ronza tintinnio / Dentro gli orecchi; notte alta s’addensa / Sul guardo mio”. Foscolo 2:- “Un
indistinto tintinnio m’ingombra / Gli orecchi, e sogno: mi s’innalza al guardo / Torbida
l’ombra”. Pascoli: “Già non hanno vista più gli occhi, romba / fanno gli orecchi”. Quasimodo:-
“E ho buio negli occhi e il rombo / del sangue alle orecchie”.
La prima differenza si nota a proposito della successione delle due privazioni, quella della vista
e quella dell’udito. In Saffo viene meno prima la vista: o meglio, è detto prima che viene meno
la vista e poi che rombano le orecchie. Pascoli e Quasimodo seguono questa sequenza,
Catullo e Foscolo parlano invece prima dell’impedimento dell’udito. Sebbene sia da
presumere che i due sintomi si verifichino simultaneamente la cosa ha una sua pur minima
importanza. Il venir meno della vista va riferito alla scena complessiva dell’innamorato che
siede di fronte alla sua innamorata e l’ascolta mentre parla e ride. Far precedere la
segnalazione del rombo alle orecchie significa dare maggiore importanza al suono della voce e
del riso di lei. Si torna, sia pure in maniera più attenuata al problema della gelosia: o meglio al
problema se i sintomi dell’emozione di Saffo siano prodotti solo dalla contemplazione della
ragazza o dalla contemplazione di tutta l’intera scena nel suo complesso.
Le seconda osservazione va fatta a proposito della resa del testo. Saffo dice con molta
semplicità: “Cogli occhi non vedo nulla”. Ma questa semplicità non soddisfa nessuno dei nostri
traduttori: per Pascoli gli occhi non hanno più vista e per Quasimodo Saffo ha buio negli
occhi. Per Catullo entrambi gli occhi sono coperti da una notte. Foscolo 1 a sua volta
recepisce il tema della notte cupa nella prima lezione e alta (peggiorato) nella seconda; felice
l’uso del verbo addensa, transitivo con soggetto il guardo mio nella prima lezione, riflessivo
nella seconda (e anche questa volta la modifica è peggiorativa, anche se Foscolo
evidentemente voleva sottolineare lo stato di passività di Saffo, che si vede privata della vista,
mentre nel primo caso era il suo guardo, che addensava la cupa notte davanti a lei. Foscolo
2 ci fornisce una bella immagine, quasi una anticipazione del “muro d’ombra” ungarettiano,
tuttavia molto lontana dal testo originale.
Per quanto riguarda l’udito il tintinnio catulliano, così diverso dal rombare di Saffo, produce
notevoli effetti a distanza; in Foscolo, che lo ritiene in tutte e tre le versioni. Il fanno romba,
anzi romba fanno di Pascoli è inaccettabile. Mentre a Quasimodo si può solo rimproverare
una specificazione anatomica “il rombo del sangue” che non c’è nel testo, che può apparire
superflua, ma che aggiunge appunto un elemento carnale, sanguigno appunto, che veicola una
sensazione più intensa.

16.- èA δε@ µ′ [me] ιòδ ρωv [il sudore] κακχε@ε ται [inonda, propriamente mi è versato, mi si
versa, <addosso>], τρο@µοv [un tremito] δε@ παι^σαν [tutta] αòγρει [mi assale],
χλωροτε@ρα [più verde] δε# ποι@α v [dell’erba] εòµµι [sono], τεθνα@κην [di morire] δ è
οèλι@γω [per poco] ’πιδευ@ηv [mancante] ϕαι@ν οµ′ [sembro, cioè mi sembra che mi manchi
poco a morire]. Il “sudor di gelo” rimane intatto nelle due versioni foscoliane, ma come si
vede, il gelo è tutto un’invenzione foscoliana. Nessuno ci dice se quel sudore è o no freddo, e
meno che mai se sia limitato alle guance, anzi saremmo tentati di pensare che il παι^σαν
[tutta], che segue si possa riferire anche alle altre proposizioni, e non solo alla seconda, come
infatti fa Foscolo 2. Comunque sia, anche del poeta si può dire quello che si dice della legge:
ubi tacuit, dicere noluit, se non dice, è perché non vuol dire.
bruno rosada
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Terribile il sudore di Pascoli, che “sgocciola”, come da una grondaia rotta; composta la
traduzione di Quasimodo, che non si vuol compromettere con una certa difficoltà del verbo
κακχε@ε ται [inonda, propriamente mi è versato <addosso>], e non lo traduce, seguendo
tuttavia Foscolo 2 nella scelta di attribuire il παι^σαν [tutta] anche a questa prima frase.
Il παι^σαν [tutta] è stato reso in Foscolo 1 dilatando il concetto di tremito con l’aggiunta
sovrabbondante di membro: “abbrivida ogni membro”, mentre in Foscolo 2 è stato posto a
capoverso e riferito a tutte le proposizioni della strofa. Superfluo appare l’ampliamento con la
discutibile allitterazione “tremo e fremo di brividi”, che tuttavia consegue l’effetto
onomatopeico. L’”anelo tacita” non c’è. Positivo questa volta Pascoli con “tutta sono da
tremore presa”, semplicissimo forse un po’ troppo Quasimodo con “tremante”.
E’ bello e intraducibile in tutta la pienezza del suo significato il saffico αòγρει, perché αèγρε@ω
significa “conquistare una preda durante una caccia”
Il foscoliano “Smorta in viso come erba che langue” è un bell’endecasillabo di gusto dantesco,
certo migliore del semplice (troppo semplice) “pallida qual fronda”; mentre il “morta
rassemblo” conclusivo è di sicuro effetto psicologico; incomparabilmente migliore
dell’”esangue”, che chiude il Foscolo 2. L’idea di follia introdotta da Pascoli e ripresa da
Quasimodo con il “rapita di mente”, che non c’è proprio nel testo.

Conclusioni.
Trarre delle conclusione da tutto ciò? Sparse qua e là ci è capitato di fare delle affermazioni
forse, tutto sommato, abbastanza peregrine. Abbiamo trovato da ridire soprattutto sulla
sovrapposizione compiuta dai diversi traduttori rispetto al testo originario. Ora si è trattato di
aggiunte indebite, ora di interpretazioni un po’ forzate. Sullo sfondo l’ideale di una ovvietà
sconcertante: tradurre significa spremere (exprimere) fino in fondo il significato e il senso del
testo, in modo per quanto più è possibile compatibile con le modalità, le esigenze e le
possibilità espressive della lingua nella quale si traduce.
Non c’è motivo di dubitare che questa finalità sia stata perseguita dai traduttori presi in esame,
anche se i risultati sono stati sensibilmente diversi. Il testo di Saffo del resto, questo testo di
Saffo in particolare, presenta una paradossale difficoltà, che deriva dalla sua estrema
semplicità. Come si è potuto, credo, vedere, quasi sempre la traduzione “letterale”, intesa nel
senso più banalmente scolastico del termine è quella che avrebbe dato i migliori risultati. Gli
“scostamenti” sono derivati soprattutto dagli eccessi interpretativi, dalle volontà di virtuosismo
dei traduttori. E invece è un testo relativamente “facile” a tradursi in italiano. La maggior parte
dei vocaboli di cui si compone non hanno ambivalenze o pregnanze particolari; ha
dell’incredibile per esempio come il rombare delle orecchie sia divenuto per la mediazione di
Catullo un tintinnio; con effetti fonici e psicologici completamente diversi. Il sovrapporsi del
traduttore al testo originale dà naturalmente luogo a ipotesi interpretative di diversa indole, le
quali rappresentano tutte una modalità di esplorazione del mondo del traduttore: è l’altro
versante della traduzione.