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La comunicazione assertiva

Non è facile avere un atteggiamento di parità e di reciprocità tra persone. Il tentativo


di dominare è sempre presente, anche se fondato sulla convinzione di sapere qual è la
cosa giusta o il vero bene. Ognuno di noi si sente portatore di una verità che merita di
essere ascoltata. Nel nostro mondo emotivo e mentale teniamo stretti pensieri,
convinzioni e scelte, bisogni cui non vogliamo rinunciare, poiché sappiamo benissimo
che incontro con l’altro e la sua diversità mette in crisi il contenuto del nostro mondo,
e abbiamo la continua tentazione di entrare in alcuni meccanismi, poco utili al
benessere e alla crescita: l’evitare il confronto, il cedere o l'imporre.
La cura si chiama assertività che presuppone una buona considerazione di sè e degli
altri e la capacità di accettare la frustrazione, peraltro sana, di non avere sempre
ragione. Anche le vittime possono avere ragione sull'altro: l’ eventuale non reazione
può essere una modalità per rifiutare ogni responsabilità personale o addirittura per
aggredire l'altro.
Noi tutti viviamo tre relazioni di fondo: passivo, aggressivo, assertivo.
La passività fa entrare nel meccanismo del perdente: non si riesce a far valere se stessi
e la propria opinione, si rimane in balia degli atteggiamenti dell’altro.
L’aggressività è il non tener conto degli altri, dei loro bisogni e delle loro idee e scelte.
L’aggressivo manipola facendo sentire in colpa, banalizzando, generalizzando.
L’assertivo tiene conto sia di se stesso sia degli altri, dei bisogni ed esigenze proprie
ed altrui. È in grado di fare, rifiutare richieste, fare ed accettare complimenti, dire la
propria idea. Noi viaggiamo tra questi tre atteggiamenti privilegiandone uno tra essi,
che abbiamo maggiormente imparato all’interno della nostra storia. Usare la
colpevolizzazione vuol dire fare leva su uno dei sentimenti più ancestrali, quello del
senso di colpa e costringere l’altro a quello che vogliamo noi, pena suoi rimorsi.
Per non colpevolizzare l’altro, può essere utile comunicare i sentimenti sempre in
prima persona, usando il pronome “io” e non in seconda persona cioè il “tu” : noi siamo
infatti responsabili di ciò che sentiamo e gli altri sono responsabili dell’imparare a
tenerne conto, ma non sono responsabili del nostro sentire.
La banalizzazione consiste nel non dare peso a quanto l’altro dice, smontandolo di
significato e di valore: è far percepire all’altro che il suo pensiero, le sue emozioni,
sono di scarso valore e interesse o non sono così significative come lui crede.
La generalizzazione è attribuire al piano dell’identità ciò che è solamente un
comportamento o uno sbaglio ben preciso, ripetuto o occasionale che sia. Affermazioni
generiche e puntate sulla persona e non sul suo comportamento mettono l’interlocutore
in una situazione di inferiorità, senza lasciare spazi di speranza rispetto ad una crescita.
L’aggressione può essere diretta o indiretta. Ci sono manifestazioni fisiche e verbali di
aggressione. Più difficile è riconoscere la violenza quando si manifesta sotto forme
manipolative, come l’ironia, il togliere la parola, lo screditare, l’interpretare.
Il generalizzare, il banalizzare, il colpevolizzare sono modalità socialmente meno
riprovevoli, più accettate: chi li subisce è quindi meno compreso e meno difeso.
Per imparare a non lasciarsi manipolare ci sono delle tecniche, degli atteggiamenti di
fondo: il disco rotto (ossia ripetere la propria richiesta o idea senza entrare in
discussione), riconoscere la propria parte di errore, uscire dalla generalizzazione
(portando a concretezza la critica e il possibile miglioramento). È una modalità che
aiuta a concentrarsi sul problema e non sulle questioni personali. La parafrasi (ripetere
quanto l’altro dice) aiuta a far sentire l’interlocutore compreso e preso in
considerazione.
L’assertività può portare ad un confronto adulto, spostare l’accento dalle questioni
personali ai problemi da risolvere, permettere la gestione sana del conflitto, ma non
sempre riesce nell’intento di risolvere le situazioni.
È utile conoscere e saper utilizzare delle tecniche mirate al raggiungimento di accordi
che salvaguardino gli interessi di tutti gli attori del conflitto. La tecnica del problem
solving che si articola nelle seguenti tappe si rivela utile:
> individuare il problema: spesso non si riesce a venire a capo di un conflitto o di una
situazione di tensione perché non si è riusciti a definire su che cosa veramente è nato
il contrasto, a cogliere il vero problema da affrontare. Si litiga su cose che non sono il
nocciolo della questione.
> definire i bisogni reciproci: esprimere il proprio vissuto attorno alla questione,
comunicando sentimenti e bisogni personali. Oltre ad esprimere i propri bisogni
diventa importante riconoscere i bisogni dell’altro, anche se diversi dai nostri e per noi
magari poco rilevanti.
> cercare più soluzioni possibili: pensare a più soluzioni per trovare un accordo.
> valutare le situazioni: analizzare la fattibilità delle scelte ritenute più adeguate.
> scegliere le soluzioni che dovranno salvaguardare gli interessi e i bisogni di tutti gli
attori in gioco.
> attuare
> concordare momenti e criteri di verifica per confrontare la fattibilità delle scelte con
la realtà e i problemi che nascono.
L’obiettivo del problem solving non è andare più d’accordo, ma trovare accordi
migliori, più rispettosi degli obiettivi di ciascuno.
Per esprimere i propri bisogni e i sentimenti in gioco dentro un conflitto occorre dare
messaggi “Io”. Ciò significa che bisogna esprimere il proprio stato d’animo come
proprio e non attribuendolo all’altro. Questo permette a noi di prenderci la
responsabilità dei nostri sentimenti senza attribuirla ad altri e all’altro di rispettarli
come nostri e di poterli tenere in considerazione.