Scenari e Mutamenti
Scenari e Mutamenti
GEOPOLITICI
Competizione ed egemonia nei grandi spazi
PARTE I
CULTURE, RELIGIONI, LINGUE sono i veicoli di frammentazione dello spazio. Tra la fine del secolo scorso e quello
attuale si è venuta formando una “RIVOLUZIONE SPAZIALE” A Più LIVELLI.
Un primo livello ha riguardato lo spazio dei “PAESI G7” (Stati Uniti, Giappone, GB, Germania, Francia, Italia, Canada) a
mano a mano che crisi petrolifere e crisi monetarie richiedevano un coordinamento delle politiche economiche. Si
trattava di paesi tra di loro simili. Grandi economie, livelli di reddito quasi analoghi, democrazie parlamentari,
dominavano il commercio mondiale e gli assetti geopolitici dello spazio mondiale.
Un primo adeguamento si verificò nel 1998 con l’invito della Russia a voler formare un G8. Anche questo assetto più
vasto è apparso subito inadeguato. La risoluzione della crisi finanziaria e creditizia del 2008 ha comportato un
allargamento del G8 a G20 e oggi quest’ultimo rappresenta l’organismo che può essere definito maggiormente
rappresentativo per affrontare i problemi economici globali e le connesse questioni geopolitiche. Il G20
rappresenta il 65% della popolazione mondiale e l’86% del PIL.
2. Lo scenario
Il primo decennio del XXI sec, e i primi anni del secondo, si sono chiusi con uno scenario geopolitico meno turbolento
di quello con cui si era aperto il secolo. Lo shock dell’11 settembre sembra essersi riassorbito. Le sue più dirette
conseguenze, in Afghanistan e in Iraq, appaiono meno traumatiche. Così come sembra essersi affievolita la spinta al
terrorismo. Il suo fronte tende a spostarsi verso il Medio Oriente, dove diviene endemico. Da Kabul a Baghdad a
Damasco, il riflusso delle tensioni e degli scontri etnici e religiosi, coinvolge anche le “primavere arabe” sulle quali
sembra aleggiare l’incubo della restaurazione dei regimi militari.
Le tensioni sono riprese in larga scala e con forte intensità nei territori compresi tra Iraq, Siria e Turchia, con riflessi
nel cuore stesso dell’Europa.
Con la rivoluzione spaziale attuata dall’Occidente dal ‘500 in poi si va esaurendo e l’Oriente sembra intenzionato a
riprendersi la leadership globale che le era stata sottratta. Si può ragionevolmente dubitare però che qualunque paese,
regione o modello possa controllare il mondo che verrà.
L’ipotesi che sembra raccogliere le maggiori probabilità è quella di un sistema multipolare, con altrettante diverse
versioni della modernità, con uno scenario politico diversificato ed altrettante versioni della democrazia.
Le identità culturali chiedono riconoscimento e non omologazione. La multietnicità sembra dover prevalere sul
multiculturalismo. Sentieri che possono prendere direzioni diverse, tra queste non sembra che il progressivo
allargamento degli spazi economici possa dar luogo ad una global governance, ad un unico polo che gerarchizza il
mondo. Al contrario, si è già in presenza di uno spazio globale multicentrico e competitivo.
Un ondo che sembrava erre più “Piatto” al contrario riscopre confini, nazionalismi, esalta le singole identità. Un mondo
che sembrava sempre più frantumarsi tra ambiti politici tende a ricomporsi disegnando macro aree in cui la
“rivoluzione spaziale” trova la sua legittimità in estese organizzazioni politiche e organizzazioni internazionali. Da qui
l’interesse per le nuove economie e le nuove geografie che questi mutamenti provocano.
La fine del “Mondo unico” americano, fratturato ma non piegato, dalle “Potenze emergenti” (cina, india, brasile, russia)
comporta una redistribuzione del potere economicofinanziario, nonché di quello politico-militare. Rimette in gioco
anche “potenze regionali”, stati pivot nelle relative aree d’influenza.
L’ordine mondiale appare sempre più diversificato e multipolare, anche se tuttora continua a far perno sulla forza
economica e militare degli Stati Uniti
Di fronte ad un mondo sempre più disunito Alessandro COLOMBO formula 4 SCENARI PER IL XXI SEC:
1) uno spazio ancora gerarchico con una governance democratica e capitalistica —> questo scenario riguarda
l’ECONOMIA MONDIALE
Il G20 lascia prefigurare forme di organizzazione delle relazioni economiche e finanziarie in Cina, India e Brasile
potranno continuare ad avere un ruolo importante, ma forse inferiore a quello dell’ultimo decennio. *(vedi sotto CINA)
2) uno spazio ancora gerarchico, ma con un governo delle grandi democrazie
3) uno spazio privo di un centro e caotico
4) uno spazio muticentrico e competitivo che segna il passaggio dallo spazio globale unico ai grandi spazi regionali.
Facciamo nostro quest’ultimo scenario ma al tempo stesso notiamo la persistenza nella maggior parte delle aree del
mondo, malgrado la presenza di nazionalismi e fondamentalismi, del modello esportato dall’Occidente.
*LA CINA appare oggi preoccupata perché la ricchezza nazionale cresce “soltanto” ad un tasso annuo del 7%, contro i
9-10% del periodo precedente. Forse essa, al fine di garantire la stabilità sociale e politica, potrebbe rivedere il suo
modello di sviluppo privilegiando il mercato interno e non sono quello estero.
EMIDIO DIODATO individua 3 ARCHI GEOPOLITICI quali “potenziali spazi di localizzazione e di relazione di un grande
spazio guidato dalla Cina:
1) il primo è tutto interno al gigante cinese e riguarda le differenze economico-territoriali tra
costa e interno
2) il secondo è al tempo stesso tanto interno quanto esterno allo spazio metropolitano cinese. I
due vertici di questo arco sono Taiwan e Singapore
3) terzo arco è quello strategico nello scenario della geopolitica cinese del XXI sec. Include gli spazi terrestri e marittimi
che fanno della Cina il pivot tra il Pacifico e l’oceano indiano. Il tratto marittimo disegna una “collana di perle
strategica” i cui grani collegano a Pechino la penisola indiana e quella indocinese, raggiungendo ad ovest il Pakistan.
Quello terrestre dal golfo del Bengala raggiunge il Tibet e l’Asia centrale.
Solamente rimanendo unita l’Europa potrà mantenere un posto tra i Grandi. Gli Stati Uniti e il Canada sembrano in
grado di poter reagire con maggiori possibilità di successo alla “sfida asiatica”.
Per quanto riguarda l’America Latina lo scenario sembra diverso. Brasile e Messico appaiono come pivot di grandi spazi
geopolitici emersi o in emersione. La Russia sembra voler riproporre nel XXI sec uno scenario geopolitico imperiale:
prima nei confronti degli stati slavi ortodossi a occidente, quindi nei confronti degli Stati e delle etnie del Caucaso,
infine nei riguardi dell’Asia centrale.
Saranno la demografia, la religione e la competizione per le materie prime le variabili strategiche che determineranno
lo scenario Medio Oriente “allargato”, cioè dall’Atlantico al Pakistan e dall’Africa sub-sahariana.
Nel primo caso: Marocco Algeria e Egitto potrebbero svolgere una funzione di pacificazione e di equilibrio regionale
nel Nord Africa.
Turchia e Iran, stati pivot tra il Mediterraneo e il Golfo Persico, potrebbero contribuire ad un processo di
normalizzazione e riaggregazione statuale tra Iraq e Siria e forse a rassicurare Israele.
Nel secondo caso: l’Africa sub-sahariana, lo scenario sembra riguardare la possibilità o meno di dare concretezza alla
tradizionale parola d’ordine: l’africa agli africani. Cioè se si completa o meno la decolonizzazione del continente e due
appaiono le variabili strategiche, il ruolo di stato pivot del Sudafrica e quella patologica dell’incremento demografico.
2. Politica e religioni
Il processo di modernizzazione che avrebbe dovuto provocare la definitiva eclissi del sacro ha generato un effetto
contrario: il ritorno del sacro. Uomini che migrando si spostano da un continente a un altro reagiscono spesso
ritornando alla propria identità, ai propri valori. E la
reazione è tanto più forte quanto più profondo e violento è stato lo sradicamento della propria identità.
Demografia, migrazioni, identità e religioni possono portare “allo scontro delle civiltà” così come al contrario possono
portare “all’incontro tra civiltà”.
Religioni e civiltà possono muoversi lungo traiettorie divergenti e ciò può provocare conflitti che in realtà mascherano
un ben più profondo scontro sociale. È stato questo il caso del secolare scontro tra cattolici e protestanti in irlanda. O
nel caso del conflitto arabo-israeliano si è trattato di un “conflitto per la terra”, gli arabi che si opponevano e si
oppongono erano e sono musulmani e cristiani, e solo più di recente è divenuto anche uno scontro religioso.
La RELIGIONE, più della lingua, contribuisce a definire un’etnia, una nazione, sotto una forma di “territorializzazione
delle memorie” (Anthony Smith).
Crescita demografica e religione si intrecciano con l’emigrazione e costituiscono i vettori che rimettono in discussione
l’identità degli abitanti dei paesi d’arrivo, nonché quella dei nuovi arrivati.
3. Estremismi e conflitti
Conflitti ed estremismi sono presenti, dopo la fine della guerra fredda anche e forse anche di più nelle aree dove la
stabilità post coloniale era stata garantita, sia pure solo in una certa misura dalle 2 super potenze. Le ragioni vanno
ricercate, tra Medio Oriente, Asia meridionale e Africa a nord e a Sud del Sahara, nella destabilizzazione prodotta dalla
decolonizzazione e dalla formazione territoriale e istituzionale di stati privi di coesione interna.
1) il primo caso rilevante è quello delle ripetute guerre, scontri e endemica guerriglia fino a tutti gli anni 90 per il
Kashmir tra India e Pakistan con la fine dell’impero inglese nel sub continente indiano e la nascita di uno stato a base
religiosa.
2) il secondo caso di forte impatto riguarda l’intricata matassa che si crea con il riconoscimento internazionale dello
Stato di Israele.
A questo aspetto della geopolitica di un mondo frammentato, dopo l’Europa e l’Asia, non si sottrae l’Africa sub-
sahariana. l’Onu riesce a dimostrare tutta la sua impotenza mista a cinismo nel caso del Rwanda a metà degli anni 90.
Lo scontro tra Hutu e Tutsi nel piccolo stato africano e gli eccidi di massa che seguirono furono provocati dalla secolare
divisione etnica delle due popolazioni africane. Niente di tutto ciò era vero, oggi si afferma: “Hutu e Tutsi non
costituivano gruppi etnici differenti. A dividerli nel XX secolo erano stati i colonizzatori, che attribuivano ai
Tutsi una certa superiorità in virtù di caratteri somatici che li rendeva un po meno “negroidi”. In secondo luogo nulla
di quanto accadde fu improvvisato, ma avvenne secondo un piano accurato e moderno che includeva l’uso di mezzi di
propaganda come la radio, l’acquisto e la
distribuzione di un quantitativo d’armi spaventoso. infine, che la tragedia stava per accadere
era noto: lo sapevano i dirigenti dell’Onu e i governi più potenti del mondo.”
Il Rwanda fu solo l’inizio. All’indomani della decolonizzazione esplode la guerra civile nel Condo ex Belga e negli anni
successivi conflitti armati riguardano quasi tutti gli Stati di nuova indipendenza dal Corno d’Africa al bacino del Niger.
La fine del mondo bipolare non ha segnato anche la fine dei conflitti. Ha segnato però mutamenti: esiste la capacità
da parti delle grandi potenze di un’azione iniziale di “shock e terrore”, come esiste la capacità/possibilità di dotarsi di
armamenti convenzionali. Da un lato vi è la possibilità di acquisire armamenti convenzionali, al fine di un “recupero
simmetrico” nei confronti degli arsenali militari di altri Stati. Dall’altro vi è la possibilità di “diniego di accesso”,
da parte di stati che non posseggono armi nucleari, all’acquisto di armamenti da parte di Stati che minacciano il loro
spazio regionale. Molte potenze oggi possiedono il nucleare, ma va detto che da un punto di vista geopolitico, sono
tutt’ora gli Stati Uniti ad avere la superiorità mondiale sia nel campo dell’armamento nucleare che in quello
convenzionale.
3. Economiche e finanziarie
La crisi economico-economico-finanziaria propagata dagli Stati Uniti nel 2007 all’intera economia mondiale ha
dimostrato la carenza di regole condivise a livello globale. Da qui uno smarrimento della comunità internazionale e la
sua impotenza a farvi fronte in modo tempestivo. Le ragioni vanno ricercate nella “grande svolta” del decennio tra gli
anni 70 e 80 che ha segnato il passaggio da un capitalismo governato dagli STATI —> a un capitalismo governato dai
MERCATI e dalla FINANZA.
L’indirizzo politico che ha dato vita a questa forma di neo-liberalismo è stata una scelta geopolitica degli Stati Uniti. Si
tratta del cosiddetto WASHINGTON CONSENSUS, vale a dire un insieme di direttive programmatiche di politica
economica e finanziaria volte all’apertura del commercio e dei mercati mondiali, in primo luogo di quelli dei paesi in
via di sviluppo che in cambio avrebbero ricevuto aiuti economici e finanziamenti di progetti da parte di 3 specifici
organismi: Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio.
Dopo la caduta del muro di Berlino si ritenne che il nuovo ordine dell’economia e della finanza mondiale potesse e
dovesse passare attraverso l’apertura delle frontiere, la liberalizzazione degli scambi e della finanza, le privatizzazioni
del settore pubblico, l’apertura agli investimenti esteri. Si decretava in sostanza la fine o l’alleggerimento della
presenza dello Stato in economia a vantaggio del libero mercato. L’adozione delle politiche neo-liberiste ha provocato
un potere eccessivo della finanza; la liberalizzazione dell’economia ha comportato in primo luogo la privatizzazione
delle imprese e delle banche pubbliche.
Si è giustamente notato che “la liberalizzazione delle economie propria del Washington Consensus, “a cui si ispirano
gli interventi del Fondo Monetario Internazionale, hanno contribuito ad erodere il potere degli Stati”
Si può affermare, in conclusione, che le risorse economiche e finanziarie mondiali, che hanno storicamente avuto il
loro cuore e il loro centro nei paesi della triade (Stati Uniti, Europa, Giappone) hanno allargato e modificato, così come
i rapporti commerciali, il loro scenario e il loro spazio.
La vecchia “periferia finanziaria” che diventa il nuovo centro (BRICS) tende a rivalutare il ruolo economico dello Stato,
quale protagonista attivo nel mercato internazionale delle risorse economiche e finanziarie.
PARTE II
CAP 1 - FRATTURE E GOVERNO GLOBALE
1. Mediterraneo e Maghreb scrive David Abulafia a conclusione del saggio che ripercorre le vicende del “Grande
Mare”: “risiede proprio nella sua mutevolezza, nelle diaspore dei mercati e degli esuli, nelle persone che cercavano di
attraversarne le acque in tutta fretta. Le opposte rive sono abbastanza vicine da agevolare i contatti, ma abbastanza
lontane da consentire lo sviluppo di società con caratteri diversi, influenzate dall’entroterra non meno che dalla loro
interrelazione”.
Il Mediterraneo ha finito così per diventare forse il più dinamico luogo di interazione tra società diverse alla faccia del
pianeta.
Un mare in cui la geopolitica degli Stati e delle nazioni ha sempre mirato all’egemonia all’egemonia , al controllo delle
terre al di là del mare. Il colonialismo europeo è stato liquidato, tuttavia la sua eredità destabilizzante ha prodotto le
sue tragiche conseguenze dall’Algeria alla Libia, dall’Egitto al Medio Oriente. Al contempo, l’influenza europea è stata
sostituita dagli Stati Uniti, non è aumentata però la stabilità dell’area.
Il sismografo della geopolitica del Mediterraneo, rappresentato principalmente dal conflitto arabo-israeliano, ha
registrato continue onde sismiche con ripercussioni alla scala mondiale. Onde che hanno fratturato identità e religioni,
diffondendo un islam sempre più radicale, mentre guerre, conflitti e rivolte hanno provocato crescenti flussi migratori
dalle sponde meridionali e orientali, verso quelle a nord. In questo quadro il MAGHREB è una sezione del più vasto
Medio Oriente.
Maghreb = Occidente, coincide con il Nord Africa (Mauritania, Marocco, Algeria, Tunisia, Libia)
Mashreq = Oriente
E’ la religione, l’ISLAM che costituisce un’identità comune che si è venuta plasmando dal VII sec in poi. Ha definito i
tratti culturali colui di popolazioni diverse per lingua ed etnia. arabi, turchi, iraniani, berberi, curdi, in questo vasto
spazio hanno trovato un credo comune, all’interno di una sorta di omogeneità ambientale, in uno spazio caratterizzato
da un’alternanza di terre coltivabili e distese desertiche.
L’una e l’altra, identità culturale e larghi tratti di omogeneità ambientale, hanno per lunghi periodi della storia,
condizionando anche la geopolitica dell’islam. Questa può essere identificata nello sforzo (JHIAD) che ogni credente
deve compiere per allargare lo spazio, la “casa dell’islam”. “sforzo” che non prevede la pace, ma solo tregue più o
meno lunghe. L’Islam è una sintesi della dimensione sacra e di quella terrena. Il potere religioso riassume, non
distinguendo, l’uno e l’altro aspetto. Da qui una serie di coincidenze sulla società islamica. Una certa evanescenza dei
concetti di nazione e di Stato. Chi pratica la religione dell’Islam è partecipe dell’UMMA, della comunità dei credenti,
prima ancora che della Nazione o dello Stato. Appartenenza che viene richiamata con forza nei momenti di difficoltà
sociali, di crisi politiche.
E la FITNA = il disordine, la discordia, provocati dal malessere sociale o religioso si superano con il ritorno
all’insegnamento e all’esempio dei SALAF, degli antenati. Da qui la corrente politica del SALAFISMO che esprime
l’esigenza di un ritorno alla purezza degli antenati contro le corruttele introdotte dall’Occidente e la democrazia
è una di queste. Un’insieme di leggi e comportamenti che diviene un’ideologia.
Questa spesso definita come “FONDAMENTALISMO ISLAMICO” potrebbe essere meglio definita come ISLAMISMO.
Si è in presenza quindi, di una prima frattura di grande impatto tra le rive del Mediterraneo. Una frattura culturale che
si ammanta dei precetti della religione. L’Islam non è solo una religione, ma anche un’ideologia che, in quanto tale, si
oppone alla laicità dello Stato e alla secolarizzazione della società.
Il richiamo alla SHARIA, così come rivelata dal Corano, e alla SUNNA, alle tradizioni e alle consuetudini tramandate da
Maometto, sono generalmente presenti nella costituzione degli Stati a maggioranza musulmana e lo sono ancora di
più nella società. Spesso il richiamo meramente formale, o la non osservanza dei dettami della religione, hanno
provocato e provocano violente fratture tra la sovranità dello Stato e quella della legge religiosa. Fratture che si
riverberano in contesti territoriali più ampi, destabilizzando più Stati.
Tuttavia lo scontro tra forze islamistiche e laiche è di natura prettamente politica e verte sulla distribuzione delle
risorse , sull’accesso al potere. Si può aggiungere che due Stati a maggioranza musulmana (Albania e Turchia e di
recente la Tunisia) sono dal punto di vista costituzionale laici.
È difficile riconoscere una geopolitica unitaria del mondo arabo-islamico. Appare più appropriato considerare le
singole isole dell’arcipelago che si presentano ormai come Stati-nazione.
Il Maghreb ha rapporti più densi e fitti con la sponda nord del Mediterraneo. Una prima decisiva frattura è imputabile
agli aspetti socio-economici: è sufficiente osservare l’indicatore sintetico della “qualità della vita” e il reddito pro capite
per cogliere le differenze tra le due sponde.
L’altra profonda frattura riguarda la diversa transizione demografica, negativa lungo la sponda nord ( -> la denatalità,
associata all’immigrazione fuori controllo, potrebbe comportare un’accelerazione del declino europeo) , positiva lungo
la sponda sud (-> l’elevata natalità incide sulle possibilità stesse di incremento del reddito pro capite e della
diminuzione della disoccupazione giovanile.
Una geopolitica di cooperazione/ integrazione e al tempo stesso di apertura al mercato sembra essere l’orizzonte a
nord degli stati della sponda sud del Mediterraneo. Orizzonte che verso sud riguarda l’altrettanto storica integrazione
culturale ed economica nei confronti dei paesi del Sahel. Si tratta di paesi, tra i più poveri del mondo, che hanno da
sempre disegnato i percorsi carovanieri verso il Mediterraneo. In senso stretto comprende il Burchina Faso, il Ciad, il
Mali e il Niger, ma per la sua funzione geopolitica di corridoio dev’emigrazione africana verso l’Europa può essere
esteso fino all’Atlantico da un lato e fino al mar Rosso dall’[Link] questa area si esercita l’influenza degli stati
magrebini e dell’Egitto.
MAROCCO. Il MAROCCO appare dotato di una maggiore stabilità politica. Si è sempre sottratto al dominio Ottomano.
Indipendenza politica che si è riverberata sul piano religioso. I re del Marocco sono autorità pienamente secolari,
l’autorità religiosa attribuita al re e la sacralizzazione della sua persona hanno lo scopo di tutelare la continuità
dinastica, di tenere sotto controllo la sfera religiosa.
La geopolitica del Marocco come stati pivot dello spazio magrebino provoca una conflittualità, una reazione da parte
dell’Algeria.
2 MOTIVI DI CONTRASTO:
1) la definizione dei confini
2) espansione verso sud, verso il Sahara, delle mire territoriali marocchine.
Anche in questo caso, così come nel Medio Oriente e nell’Africa Sub Sahariana, la questione nasce dal tracciato delle
frontiere lasciato in eredità dai colonizzatori ai nuovi Stati. Il Marocco ha rivendicato infatti parti del deserto
ricompreso, all’atto dell’indipendenza, sotto la sovranità algerina.
’63 “guerra delle sabbie”, 75 “guerra del Sahara” . Lo scontro non riguarda la sabbia del deserto, ma il gas e il petrolio
che il deserto nasconde, così come prevede il progetto del “grande Marocco”, dalla Mauritania al Senegal; viene visto
come una minaccia dall’Algeria per le sue frontiere e risorse energetiche. Inoltre, agli squilibri territoriali si somma uno
squilibrio settoriale. Il Marocco ha una base economica prevalentemente agricola, l’Algeria prevalentemente
mineraria.
ALGERIA. L’ALGERIA ha riacquisito la sua identità arabo-berbera e musulmana dopo una lunga e sanguinosa guerra
con la Francia. Il ceto militare uscito vittorioso, all’indomani dell’indipendenza (1962) promosse delle scelte di politica
economica e di politica estera che si sarebbero rivelate disastrose per il nuovo Stato. Nazionalizzò le compagnie
petrolifere straniere, avviò un progetto di industrializzazione basato sulla siderurgia, fece una scelta di campo a favore
del blocco comunista. Il fallimento del processo di industrializzazione e la caduta del prezzo del petrolio aggravarono
le già precarie condizioni economiche dell’Algeria.
Di fronte al disastro sociale, il mondo musulmano ritorna alla religione, ed anche in questo caso gli algerini ritornano
agli “antenati”, ai SALAFITI.
Il partito del Fronte Islamico della Salvezza (FIS) aveva vinto il primo turno delle elezioni politiche e si accingeva a
vincere anche il secondo turno, quando i militari, timorosi per le conseguenze, decisero di annullare le elezioni. “la
brutalità con cui i militari annullarono il voto creò il clima di rabbia e di indicazione in cui l’ala più radicale del FIS potè
generare i Gruppi islamici armati e scatenare un’ondata di terrorismo”. I militari reagirono con altrettanta violenza e
il paese precipitò in guerra civile che provocò nel corso degli anni 90 circa 100 mila morti”. Gli islamisti dichiararono
anche guerra al ceto laico, composto da intellettuali, giornalisti, insegnanti, che era il frutto migliore dell’educazione
francese e della guerra combattuta contro la Francia.
L’oligarchia militare tende oggi a ricomporre le fratture socio-culturali del passato.
Sul piano economico il paese si è aperto al libero mercato ed è oggi una presenza attiva negli scambi interni al
Mediterraneo.
Forse proprio all’incubo del recente passato si deve se “la primavera araba” in Algeria ha avuto manifestazioni e toni
più contenuti e quindi minori conseguenze.
La TUNISIA e la LIBIA, al contrario, hanno sfidato il cambiamento, abbattendo i longevi regimi autoritari di Ben Ali e
Gheddafi.
TUNISIA. In Tunisia un regime corrotto e illiberale è stato abbattuto malgrado i progressi relativi registrati in campo
economico e sociale. Ma lo stato ha retto. Il caso tunisino sembra dimostrare che una forma di democrazia è possibile
in un paese musulmano anche in presenza di un regime islamista moderato. l’Islam è riconosciuta come religione
ufficiale del paese, ma non è la fonte del diritto come chiede il partito islamista.
LIBIA. In Libia, al contrario, malgrado un superiore sviluppo economico, la compagine nazionale non ha retto e aspetti
etnici e tribali hanno preso il sopravvento. In Libia, la defenestrazione violenta da parte dell’Occidente del colonnello
Gheddafi, ha dimostrato che non c’era nessuna strategia o piano per il dopo Gheddafi e che lo stato in Libia non era
molto di più di una federazione di tribù mantenute unite dalla ferma mano del Colonnello.
È difficile dire quale conseguenza potrà avere la “primavera araba” magrebina sulla stabilità geopolitica del
mediterraneo. Si possono avanzare 2 possibili scenari:
1) una spinta lenta, ma costante, verso una maggiore apertura al mercato se
riprende il dialogo di cooperazione e integrazione con l’UE
2) ma è anche possibile ipotizzare uno scenario alternativo costituito da un
alternarsi di aperture e chiusure in economia, come nella società, a seconda di
dover contenere o meno una possibile ripresa dell’estremismo islamista.
2. Egitto e Turchia
La geopolitica del Mediterraneo orientale è molto più articolata e complessa, per quanto riguarda il mondo
musulmano, rispetto all’area magrebina e del Mediterraneo occidentale.
Egitto e Turchia ne caratterizzano gli stati pivot, garanti, per storia, cultura, peso demografico ed economico, della
stabilità dell’area. Anche se la loro influenza si estende, per quanto riguarda l’Egitto, anche verso l’Africa del bacino
del Nilo. E per quattro guarda la Turchia la sua geopolitica tiene conto del Mediterraneo “allargato” al Mar Nero, fino
al Caucaso e all’Asia centrale.
Geopolitica dell’Egitto e della Turchia:
Con la fine della prima guerra mondiale viene meno il potere di coesione rappresentato dal Califfato ottomano e dalla
“Monarchia universale islamica” che avevano mantenuta unita l’UMMA, la “comunità dei credenti”.
All’universalismo indennitario religioso subentra, introdotta dall’Occidente, l’idea di nazione. Un’idea nuova per
l’islam, traumatica e rivoluzionaria ad un tempo, per società da secoli guidate da califfi e sultani per il mondo sunnita
e scià persiani in quello sciita. Lo spazio della “casa dell’Islam” viene suddiviso dalle potenze vincitrici Francia, GB,
secondo confini che delimitano Stati fino ad allora inesistenti. I nuovi assetti politico-territoriali innescano delusione e
rancore tra gli arabi traditi nella loro speranza della costituzione di un grande Stato arabo unificato.
l’Egitto continua ad essere un protettorato inglese;
Siria, Libano, Iraq, Transgiordania diventano protettorati inglesi e francesi La nazione CURDA viene divisa tra Turchia,
Siria, Iran ed Iraq. E mentre l’IRAN mantiene una sua sovranità, sia pur limitata, le grandi potenze procedono
all’assemblaggio territoriale dei nuovi stati siriano, libanese , iracheno, della Transgiordania.
Il MEDITERRANEO ORIENTALE diviene un’area ad alta instabilità, inizia un percorse che vede occidentali e ebrei
divenire il bersaglio prima del patriottismo arabo, poi del nazionalismo ed infine dell’estremismo terroristico.
Il SECONDO DOPOGUERRA si apre con il riconoscimento da parte dell’Onu dello STATO DI ISRAELE (1948). E si apre
anche con la contemporanea sconfitta della
Lega Araba guidata dall’Egitto. Per gli Arabi sarà una NAKBA (disastro) così come sarà una NAKSA (sconfitta) la sconfitta
del 1967. È attraverso il disastro e la sconfitta, a cui bisogna aggiungere la guerra al Canale di Suez (1956), che l’Egitto
e più in generale il mondo arabo mediorientale, entrano a pieno titolo come soggetti dell’assetto geopolitico mondiale.
Diventano inoltre soggetti strategici nell’equilibrio tra i 2 blocchi per tutto il periodo della “guerra fredda”, ruolo che
si intreccia e si amplia con la quarta guerra arabo-israeliana, la “Guerra del Kippur” (1973), in cui compare il petrolio
come arma di ricatto e pressione nei confronti dell’Occidente schierato da parte di Israele.
Fa il suo ingresso nella geopolitica globale e in quella del Mediterraneo, il radicalismo islamico. La TURCHIA diviene
con la sua adesione alla Nato, il” bastione occidentale” nei confronti dell’Urss, dal Mar Nero al Caucaso.
L’EGITTO al contrario, per tutto il periodo della dittatura di Nasser, adotta una strategia ambigua: non allineamento
tra i 2 blocchi, ma al tempo stesso “accettazione” degli aiuti militari ed economici sovietici.
A questa profonda scissione geopolitica tra i 2 paesi pivot del Mediterraneo orientale, si affianca una scissione in cui
le divisioni religiose guidano le diverse strategie politiche. Il crollo dell’Urss apre un vuoto nel rapporto tra mondo
arabomusulmano e Occidente, in modo più specifico tra egemonia globale statunitense e mondo musulmano.
Mentre il mondo sciita, Iran e minoranze in Libano e Siria, guardando agli Stati Uniti e all’Occidente come “al grande
Satana” da combattere e abbattere, il mondo sunnita si raccoglie intorno all’Egitto e all’Arabia Saudita aderendo alla
visione di un Medio Oriente che accetta la presenza di Israele e garantisce i rifornimenti energetici all’Occidente.
La nascita di AL-QUAEDA e gli avvenimenti dell’11 settembre 2001 costituiranno il livello più alto ed eclatante del
terrorismo islamico nei confronti dell’OCCIDENTE.
La lunga INSTABILITA’ GEOPOLITICA del mondo arabo-islamico sembra quindi avere almeno 3 CAUSE fondamentali:
1) la prima ha riguardato le MODALITA’ con cui si sono formati i singoli Stati
Nazione.
2) la seconda è legata ai RAPPORTI CON OCCIDENTE, vissuti come il perpetuarsi
di forme di sfruttamento neo-coloniale, in primo luogo per quanto riguarda le risorse petrolifere
3) la terza causa va ricercata nel non risolto RAPPORTO TRA MODERNITA’ E
RELIGIONE, oscillando tra una concezione dell’Islam come occasione o come ostacolo alla modernizzazione.
Vi è inoltre un quarto motivo, che per molti è il primo:
4) la PRESENZA dello STATO DI ISRAELE, in una striscia di terra tra il Giordano e il Mediterraneo, “santa” per i Cristiani,
per gli Ebrei e Musulmani.
Alla fine dell’800 l’obiettivo del sionismo europeo era quello di formare uno stato ebraico in Palestina. Il nazionalismo
arabo contro l’immigrazione ebraica non si manifestò subito. Fu solo con il termine della 1gm che l’élite araba, sia
musulmana che cristiana, iniziò a considerare la Palestina come un’entità autonoma. Da questo momento cominciò la
lotta armata degli arabi contro la “colonizzazione” ebraica e iniziò anche la lotta per negare la stessa ebraici storica
della Palestina. E si frantumò anche la speranza sionista di 2 popoli su una sola terra. “il disastro palestinese segnò la
fine dell’influenza europea nel mondo arabo. La palestina era un problema creato dall’Europa, e l’incapacità di questa
di risolverlo era lo specchio della debolezza europea dopo la 2gm”.
Era la fine dell’età imperialista e l’inizio della nuova era della guerra fredda. Gli arabi si sarebbero dovuti adattare alle
nuove regole del gioco.
EGITTO. L’umiliante sconfitta del ’48 provocò in EGITTO una profonda crisi politica.
Nell’estate del 1952 un colpo di Stato, organizzato da giovani ufficiali dell’esercito, guidati dal colonnello NASSER,
liquidò la monarchia e il governo parlamentare.
Il primo atto del nuovo regime fu la riforma agraria; il secondo riguardò l’espulsione delle truppe inglesi dal canale di
Suez; il terzo la sua nazionalizzazione.
Nasser aveva al contempo ambizioni e mire geopolitiche che andavano ben oltre i confini egiziani. Aderì al movimento
dei paesi non allineati; inoltre era fautore di
un’alleanza panaraba per l’indipendenza dei paesi arabi e più in generale del “terzo mondo”.
- Esposto su troppi fronti finì con l’isolarsi politicamente e quando chiese l’aiuto economico dell’Occidente per la
realizzazione della grande diga sul Nilo, ad Assuan, all’ingresso del fiume in Egitto, ricevette un rifiuto prima dalla GB
e poi da USA. La diga era fondamentale per lo sviluppo economico dell’Egitto.
Il rifiuto americano gettò l'Egitto e l’opinione pubblica dei paesi arabi nelle braccia dell’Unione Sovietica. infine, il
simultaneo attacco di Francia, GB e Israele in risposta alla nazionalizzazione del Canale ebbe per l’Occidente
conseguenze geopolitiche disastrose e di lunga durata nel rapporto col mondo arabo.
Per l’Egitto di Nasser, al contrario, la sconfitta militare si trasformò in una vittoria politica. Il ritiro dal Canale delle forze
armate inglesi e francesi e di quelle israeliane del Sinai, imposto da Usa e Urss, accrebbe la leadership di Nasser nel
mondo arabo e rafforzarono la convinzione che panarabismo e terzomondismo fossero strategie paganti nella
geopolitica egiziana.
- L’Egitto diviene il punto di riferimento e il suscitatore di ogni movimento nazionalista, dall’Algeria alla Libia, dalla Siria
allo Yemen. Con questi due ultimi stati si giunge ad un’unione (REPUBBLICA ARABA UNITA) che segna il punto più alto
del successo di Nasser.
- In questo contesto geopolitico, Nasser si sente pronto per la rivincita contro
Israele. Al contrario, porta l’Egitto e gli Stati della Lega Araba, dopo la nakba (disastro) del 1948 alla naksa (disfatta)
del 1967.
Si aprì una crisi di fiducia tra gli arabi e in particolare tra gli egiziani, che spinse gli uni e gli altri a guardare al passato,
all’Islam.
- Della sconfitta del ’67 fecero tesoro i Palestinesi e il successore di Nasser, SADAT.
I primi iniziarono a intensificare l’azione armata e quella diplomatica della loro organizzazione, l’OLP (Liberazione x
Liberazione della Palestina) guidata da
ARAFAT. Sudat rovesciò la politica nasseriana, si riavvicinò agli Usa e dopo la guerra del Kippur 1973, concluse la pace
con Israele.
- la rinascita religiosa in Egitto aveva prodotto numerose associazioni operanti sia nel campo del proselitismo e del
rinnovamento religioso che in campo sociale. La più attiva ed organizzata era la Fratellanza Musulmana. Diffusa nella
società egiziana e poi negli Stati arabi. I fratelli Musulmani, malgrado la loro attività caritativa e assistenziale, hanno
accreditato un’immagine pubblica di un Islam politico fanatico e violento. Sono stati questo ma anche altro, c’è stata
anche l’aspirazione a voler costruire una società basata sulla giustizia sociale sulla scorta dei valori e della tradizione
dell’Islam
- la Fratellanza, ostile ad ogni processo di pace con Israele e ad ogni alleanza con gli Usa, si oppone con forza a Sadat.
Il suo assassinio (1981) segna la raficalizzazione dello scontro tra Fratellanza e regime militare, scontro che dura per
l’intero periodo del successivo governo MUBARAK.
- il lungo regime di Mubarak, tenuto in vita per 30 anni da un contributo finanziario annuo statunitense di diversi
miliardi di dollari, cerca di resistere ai moti popolari di protesta che si susseguono nel 2011. Perso l’appoggio
dell’esercito, Mubarak si dimette e nel giungo dell’anno successivo, il leader della Fratellanza,MORSI, viene eletto
presidente. L’idillio con i militari dura molto poco. Sostenuti dai petrodollari dei più convinti sauditi, i militari con un
colpo di stato sono tornata al potere e la Fratellanza è oggi fuori legge.
- l’attuale proiezione geopolitica egiziana sembra avere oggi alcuni punti fermi.
Anzitutto una POLITICA ESTERA che garantisca una pace all’esterno al fine di migliorare la stabilità interna. A tal fine
Usa e Arabia Saudita sono i finanziatori della debole economia egiziana. Da qui il reciproco interesse alla stabilizzazione
dei rapporti con Israele, all’opposizione al terrorismo islamico.
Il prezzo che l’Egitto paga per la normalizzazione dei rapporti esterni e la stabilizzazione di quelli interni sembra essere,
ancora una volta, rappresentato dall’instaurazione di un autoritario regime militare. Se si guarda d’altronde alla storia
post-coloniale dei paesi arabi, dall’Algeria alla Libia, dall’Egitto alla Siria, all’Iraq, ci si imbatte nella modernizzazione
autoritaria promossa da una “borghesia in divisa”.
TURCHIA. Di fronte alla geopolitica della TURCHIA e al suo posizionamento geostrategico nel bacino orientale del
Mediterraneo si è colti da un dubbio:
1)Se si tratta o meno di un’appendice asiatico-musulmana che è penetrata in Europa, di cui ne costituisce una parte o
un aspetto,
2)o al contrario si tratta di un pezzo d’Europa che si è sedimentata lungo le coste dell’Anatolia.
L’interrogativo ha dato luogo a più risposte:
1) una prima distingue tra una Turchia ORIENTALE, due l’ormai islamica tradizione
è più profonda, e una Turchia OCCIDENTALE dove più forte ha spirato il vento dell’influenza Europea.
2) vi è poi una seconda risposta che tiene conto della religione ed è più netta.
L’islam la escluderebbe dall’Europa le cui radici e la cui identità poggiano sul cristianesimo.
Si tratta di una popolazione per il 99% musulmana, mal’Islam non è la religione di Stato. Si tratta di una REPUBBLICA
PARLAMENTARE e di uno Stato che si proclama LAICO.
La re-islamizzazione perseguita da Erdogan “riconosce uno statuto privilegiato alla fede islamica.
- Anche la Turchia, nella sua configurazione territoriale e statuale attuale nasce dalla disintegrazione finale dell’Impero
Ottomano dopo la 1gm. La reazione alla sconfitta e allo smembramento è stata guidata dall’ATARUK padre della
moderna Turchia = Mustafa Kemal, il quale, dopo lo sterminio e la diaspora della minoranza armena durante la 1gm,
respinse il tentativo greco di una “Grande Ellade”. Abolì il Sultanato, proclamò la Repubblica, instaurò un regime
autocratico laico, modernizzò e occidentalizzò laTurchia. Fissò tra gli anni 20 e 30, con i trattati di Losanna e Montreux
i confini del nuovo Stato.
Il tormentato processo di formazione consigliò al giovane Stato turco una prudente neutralità nella 2gm. Neutralità
che si è trasformata in un’aperta scelta di campo nel secondo dopoguerra di fronte all’espansionismo sovietico. Diviene
il baluardo dell’Occidente lungo il confine territoriale e ideologico tra i due blocchi, tra il Mar Nero e il Caucaso
- il progetto di adesione all’Europa sembra essersi arenato.. è aumentato il timore europeo per la crescita demografica
della Turchia, che in caso di adesione diverrebbe il Paese più popolato dell’Europa. Inoltre la liberalizzazione delle
frontiere potrebbe determinare un’emigrazione incontrollata verso l’Europa e la Germania in particolare.
C’è un ostacolo difficile da rimuovere per l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea, di tipo politico-culturale.
Malgrado abbia adeguato per larga parte la sua legislazione a quella europea (abolizione pena di morte, libertà di
associazione, riconoscimento di alcuni diritti delle minoranze, resta il radicamento della tradizione islamica nella
società turca.
Si è affermato poi, con la vittoria elettorale del partito islamico moderato guidato da ERDOGAN, una più tradizionale
visione pubblica dello stazione dell’Islam. Si teme un restringimento dei diritti individuali e un aumento della
repressione della libertà.
3. Dal Mediterraneo al Golfo Persico
IRAN. La RIVOLUZIONE IRANIANA DEL 1979 e l’instaurarsi della repubblica islamica retta dalla gerarchia religiosa sciita
ha avuto effetti e ripercussioni sulla stabilità politica dell’intero Medio Oriente e in particolare dello spazio compreso
tra il Mediterraneo e il Golfo Persico, dove l’influenza sciita è più profonda.
La seconda guerra civile libanese (1975-1990) porta alla fine di antichi equilibri politico-istituzionali ma anche
all’alleanza tra sciiti libanesi e siriani.
La rivoluzione iraniana avvicina sempre più gli sciiti libanesi, all’IRAN. Quest’ultimo riesce ad ampliare la sua influenza
nei confronti degli sciiti iracheni, a loro volta la maggioranza nel paese.
Si forma una sorta di “INTERNAZIONALE SCIITA” , una rete che dalle coste del Mediterraneo orientale raggiunge il
Golfo Persico, attraverso la quale l’Iran può fare pressione sui suoi nemici storici: Usa, Israele, Iraq laico di Saddam
Hussein. La cui prima mossa fu quella di invadere il vicino Iran nel 1980. La guerra dura 8 anni e quando l’Iran cominciò
a prevalere, gli Usa appoggiarono militarmente l’Iraq.
Il TRIANGOLO SCIITA aveva pertanto un primo nemico: gli Stati Uniti, a cui si aggiunse Israele che nel 1982 invade il
Libano.
Fu quello il momento in cui la lotta contro Israele smise di essere prevalentemente laica per diventare anche religiosa
(scrive Sergio Romano).
- Il partito religioso degli HEZBOLLAH (i guerrieri di Dio) LIBANESI finisce con il
provocare una scissione nell’organizzazione guidata da ARAFAT. Nasce infatti il partito religioso sunnita di HAMAS, il
cui estremismo prende il sopravvento tra le organizzazioni palestinesi e dopo il ritiro israeliano dalla Striscia di Gaza
riprende da qui lo scontro armato con Israele
Dalle “guerre libanesi” scaturiscono anche altre conseguenze geopolitiche: la SIRIA appoggia l’Iran contro l’Iraq;
mantiene una costante politica antioccidentale e antisraeliana. È contro l’intervento occidentale in Afghanistan a
seguito degli attentati dell’11 sett. così com’è contraria all’invasione dell’Iran nella seconda guerra del Golfo. Da qui la
sua inclusione nella strategia diplomatico-militare degli Stati Uniti e da qui la sua geopolitica rivolta verso “protettori”
lontani come Mosca e Pechino.
Fortemente instabile è quindi apparsa storicamente la riva orientale del Mediterraneo in cui la Siria ha avuto un ruolo
determinante. Nel 1970 la famiglia degli ASSAD prende il potere. La matrice laica e socialista propria al partito BAATH
a cui gli Assad fanno riferimento, prende la forma di una DITTATURA MILITARE,
così come in Egitto e Iraq. Particolarmente dura è la repressione nei confronti dei Fratelli Musulmani siriani.
- le prime dimostrazioni antigovernative della “Primavera araba” siriana iniziano nel 2011 e assumono ben presto un
carattere radicale, fino a trasformarsi in una guerra civile internazionalizzata. Allo scontro tra “ribelli” siriani,
prevalentemente sunniti, e l’esercito guida sciita-alautia, prevalentemente fedele al regime, si aggiungono, in
appoggio agli insorti, gruppi di fondamentalisti salafiti e di aderenti ad AL-QUAEDA, provenienti da diversi stati arabi.
Gli Stati Uniti e le potenze occidentali sono favorevoli al cambio di regime a Damasco. Al cui sostegno si muove
l’”internazionale sciita”, dagli Hezbollah libanesi ai miliziani sciiti iracheni con la
regia e il sostegno economico-militare dell’Iran e con la presenza diplomatica della Russia e della Cina
IRAQ. Il REGIME BAATHISTA di Saddam inizia nello stesso anno della rivoluzione iraniana (1979) e diviene la garanzia
per la minoranza sunnita al potere e per l’Occidente contro il propagarsi dell’estremismo sciita iraniano. La guerra tra
i due Stati trova nel 1980 la sua ragione formale nella definizione dei confini nel Golfo Persico. Conflitto che dura ben
8 ani e lascia stremata l’economia irachena.
Saddam chiede ai paesi del Golfo, in particolare al Kuwait e all’Arabia Saudita (un
tempo sostenitori e beneficiari della guerra contro l’Iran) una cancellazione dei debiti contratti, nonché la revisione di
alcuni tratti di confine indebitamente inclusi, secondo Saddam, nella formazione post-coloniale del Kuwait. Era
evidente che il vero obiettivo del dittatore iracheno era l’incorporazione dell’emirato del Golfo e delle sue risorse
petrolifere.
L’ Arabia Saudita teme per la sua sovranità territoriale e per il suo petrolio.
Consente al suo storico alleato, gli Stati Uniti, altrettanto timoroso per la perdita del controllo sul petrolio saudita, di
essere la base territoriale della controffensiva contro l’Iraq.
Il fondatore di Al-Qaeda, il saudita bin Laden, sosterrà che la “profanazione” con la presenza delle truppe americane
della “terra santa dell’Arabia” fu all’origine della nascita della sua organizzazione terroristica. L’esercito iracheno viene
sconfitto. Saddam e il suo regime sono salvi e possono procedere ad una brutale repressione nei confronti dei Curdi e
degli Sciiti. Inoltre a Saddam va la simpatia dei popoli arabi per aver contrastato militarmente l’Occidente e colpito con
i suoi missili Israele, dimostrando la vulnerabilità dello Stato ebraico.
La “Mezza sconfitta” si tramuta in una definitiva disfatta dopo l’11 set 2001. Saddam e il suo regime sono inseriti tra i
paesi dell’”asse del male”. Vengono accusati di finanziare e sostenere il terrorismo internazionale e ingiustamente,
come si rivelerà in seguito, di possedere armi di distruzione di massa.
Gli Usa e i suoi alleati, con l’assenso dell’Onu e la contrarietà della Francia, Russia e Cina, scatenano una guerra
preventiva che dissolve l’apparato statale baathista.
La coalizione internazionale ottiene il riconoscimento giuridico di “legittimo occupante” del territorio iracheno.
L’ostilità americana nei confronti dei paesi arabi e musulmani, combinata con l’appoggio incondizionato a Israele,
portò molti cittadini arabi alla conclusione che gli Stati Uniti utilizzavano la lotta al terrorismo per ampliare il loro
potere nella regione.
ARABIA SAUDITA. Questo giudizio può valere anche per lo Stato arabo mediorientale di più lunga e salda amicizia con
gli Usa, l’Arabia Saudita. Una geopolitica quella saudita che può sintetizzarsi nella strategia petrolio in cambio di
sicurezza e petrolio in cambio di accettazione di una monarchia dagli aspetti del più profondo e tradizionale Islam. Si
tratta di una MONARCHIA ASSOLUTA che trova le sue origine dal Medioevo arabo alla fine del 700.
Questa monarchia familiare e oligarchica sul piano politico e reazionaria e conservatrice sul piano sociale gioca a livello
internazionale un duplice e importante ruolo:
1) all’interno del mondo musulmano, grazie alla circostanza di comprendere le due
città di LaMecca e Medina, ciò rende sacro e inviolabile l’intero spazio della Penisola.
2) nel contesto internazionale come paese che possiede le maggiori riserve accertate di petrolio.
Vincolo che non si è spezzato neppure in occasione degli attentati dell’11 settembre, in cui sia l’ispiratore e
organizzatore, Bin Laden, era un saudita vicino alla famiglia reale, così come erano sauditi ben 15 attentatori.
Il caso di questo stato “rentier” e l’utilizzo della rendita petrolifera sembrano accreditare sul piano internazionale il
paradigma arabo di una modernizzazione senza occidentalizzazione, uno sviluppo economico che appare ancora tutto
avvolto nella tradizione islamica e nella sharia.
EMIRATI ARABI UNITI. Aspetto che si ripropone con maggior contrasto lungo i bordi della Penisola, negli Emirati Arabi
Uniti. Si tratta del “modello Dubai” che sembra tracciare la strada della mondializzazione della rendita petrolifera
mediorientale. Si può ritenere che l’Emirato costituisca un caso di successo arabo nella globalizzazione della rendita
petrolifera. E al contrario di alcuni paesi esportatori di Petrolio, ha utilizzato i proventi per diversificare l’economia, dai
trasporti marittimi ad aerei, al turismo al settore delle costruzioni. IRAN. Iran, così come la Turchia, avevano una forte
influenza politica a cui però non corrispose un pari peso economico. In Iran è stata la resistenza alla dominazione
britannica a porre le basi di uno Stato nazionale in una regione di antichissima storia e civiltà. Entrambi resero i propri
stati degli stati nazione utilizzando le forze armate. Ed entrambi si posero come obiettivo l’omogeneità culturale e
politica. Fraintesero la modernizzazione con l’occidentalizzazione e intrapresero una serie di iniziative in questa
direzione.
Quando il primo ministro MOSSADEQ procedette alla nazionalizzazione (1951) della compagnia petrolifera britannica
che deteneva il monopolio dell’estrazione e della commercializzazione di quasi tutto il petrolio iraniano, di fronte alle
minacce e alle pressioni anglo-americane, si dimise. Le relazioni internazionali dell’Iran con le maggiori potenze
occidentali subirono una prima incrinatura e quelle tra il regime e la società iraniana, a loro volta, subirono una lesione
destinata a non rimarginarsi.
Da questi avvenimenti inizia l’intreccio tra petrolio e storia dell’Iran.
- un COLPO DI STATO organizzato con la complicità dei servizi segreti americani, riporta sul trono lo sciah . La cosiddetta
“riforma dello sciah e del popolo” incentrata sulla riforma agraria, incontra l’opposizione del clero sciita latifondista.
La riforma destabilizza sedimentate tradizioni e consolidati assetti sociali. Per molti aspetti confonde la
modernizzazione con l’occidentalizzazione.
Dagli anni 60 si forma una strana alleanza che vede unite le forze progressiste della società iraniana e quelle reazionarie
del clero sciita. Pertanto, la rivoluzione che prende le mosse le 1977 a Tehran è una rivoluzione nazionale contro la
corruzione del regime, contro l’ingerenza straniera e l’asservimento ai suoi interessi. La protesta costringe lo sciah ad
un secondo esilio, l’AYATOLLAH KOMENI, il principale oppositore al regime torna a sua volta dall’esilio, la “REPUBBLICA
ISLAMICA” sostituisce la monarchia e le forze politiche moderate vengono sconfitte.
Si apriva uno dei periodi più bui e tristi della storia dell’Iran del 900.
Khomeni e i suoi successori hanno trasformato il tradizionale atteggiamento quietista dello scisma, tradizionalmente
lontano dalla politica, in un movimento populista e terzomondista, anticapitalismo e antimperialista e al tempo stesso,
patriottico fino al più spinto nazionalismo.
La GEOPOLITICA IRANIANA cambia totalmente di segno: dall’influenza angloamericana si passa all’ostilità nei suoi
confronti. Gli stati uniti diventano il “grande satana” da combattere, Israele e gli ebrei nemici da eliminare.
Nello spazio regionale del Golfo Persico la rivoluzione sciita e la sua geopolitica hanno trovato , anche se con tempi e
modi diversi, due Stati antagonisti: IRAQ e
ARABIA SAUDITA:
NEL PRIMO CASO> qui con la PRIMA Guerra del Golfo, l’iraq pervenne l’urto del
rinato risorgimento sciita nel timore che potesse coinvolgere le masse sciite irachene
NEL SECONDO CASO > in questo caso, cioè in quello della SECONDA e TERZA
Guerra del Golfo, l’ostilità con l’Arabia Saudita, riguarda da un lato un’antica ostilità tra ortodossia sunnita e ortodossia
sciita con le più specifiche questioni delle risorse petrolifere degli Stati del Golfo. Si può ritenere che religione e petrolio
si sono intrecciati e si intrecciano tuttora molto di più di quanto si possa ritenere, se si considera l’incidenza geopolitica
e geostrategica dell’area del Golfo Persico che racchiude il 46% delle riserve mondiali di petrolio accertate.
Da qui la competizione per il controllo delle rotte del petrolio, da qui la funzione strategica dell’area nella geopolitica
mondiale, mentre appaiono dei semplici corollari le divergenze e gli scontri tra mondo sunnita e mondo sciita relativi
alla gestione dei luoghi santi dell’Islam in Arabia Saudita. vi è di più. L’intera regione tra il Golfo Persico e Mediterraneo
da un lato e tra Oceano Indiano e Mar Rosso dall’altro, costituiscono la chiave per il controllo delle rotte tra l’Oriente
e l’Europa.
A scala globale infine, il dossier sull’energia e sul possibile armamento nucleare iraniano pone il problema della
sicurezza non solo dell’intera regione medio orientale.
È di antica data (1952) il primo PROGRAMMA NUCLEARE IRANIANO, che avrebbe dovuto svilupparsi con l’aiuto
americano ed europeo. Programma che si interrompe con la rivoluzione komeinista e con la guerra con l’Iraq.
Il programma sarebbe ripreso a metà degli anni 90 con l’aiuto russo e con la “dichiarata intenzione” di un uso civile
dell’energia prodotta.
La questione in sede ONU viene demandata al cosiddetto “club dei 5+1”, ai 5 paesi membri permanenti del Consiglio
di Sicurezza + la Germania. Dopo una serie di sanzioni internazionali e ritorsioni diplomatiche e militari, sono riprese
le trattative internazionali. Accordo tra Iran e i 5+1 le cui trattative si reggono tuttora su un delicato equilibrio. Ma lo
scenario è mutato. Washington è uscita dall’assetto di guerra. L’accordo negoziato principalmente da Stati Uniti e Iran,
segna la fine di traumatica alienazione in cui il Paese versa sin dalla rivoluzione islamica del 1979. Tuttavia restano forti
perplessità e dubbi da parte dell’Arabia Saudita e Israele. La prime teme per uno stravolgimento della mappa politica
del Golfo e del Medio Oriente, il secondo teme per la sua stessa esistenza.
Negli ultimi anni la politica di Israele è orientata verso un “raccoglimento” all’interno della cosiddetta “Linea verde”,
riconosciuta come confine tra Israele e Autorità Palestinese. Il ritiro da Gaza sarebbe stato il primo passo in questa
direzione, dando concretezza alla politica “terra in cambio di pace”. Il ritiro da Gaza (2005) è stato autenticato ma la
sicurezza di Israele non è aumentata.
Il secondo passo della strategia del “raccoglimento” dovrebbe riguardare il
progressivo ritiro dagli insediamenti ebraici in Cisgiordania.
Inoltre Israele ha anche il problema della componente palestinese al suo interno, che arriva a un milione e mezzo di
abitanti e più. Non pochi in Israele pensano che, nel caso in cui si realizzasse l’ipotesi di “due popoli due Stati”, i
palestinesi di nazionalità israeliana dovrebbero trasferirsi nel nuovo Stato. Due stati con due capitali in un’unica città,
Gerusalemme, è l’unico compromesso possibile.