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CLAUDIO MINCA, LUIZA BIALASIEWICZ,

Spazio e politica. Riflessioni di geografia

critica, Padova, Cedam, 2004, 350 pp. Claude Raffestin ha da tempo chiarito, con la consueta efficacia, come il concentrarsi specialistico su oggetti geografici non relazionali abbia ritardato lemergere di una teoria geografica unificata in grado di affrontare il politico che, per definizione, relazionale. In tal senso, gli strumenti da elaborare devono andare oltre la falsa corrispondenza tra la cosa e la parola o la nozione prodotta dal predominio della logica cartografica, lascito della tradizione della geografia politica e della geopolitica, logica di cui la pi che ventennale riflessione di Franco Farinelli ha mostrato il funzionamento e gli effetti. In altre parole, necessario andare oltre la riduzione della realt materiale a rappresentazione, smascherando la naturalizzazione prodotta dalla tradizionale analisi geografica del politico, sia nel suo concentrarsi sulle forme trascurando le reti di relazioni (la geografia politica), sia nel suo ridurre queste ultime a meri rapporti di forza (la geopolitica); intendendo con naturalizzazione il processo cognitivo che produce laccettazione degli artifici e delle convenzioni come dati di natura, di senso comune. Il libro di Claudio Minca e Luiza Bialasiewicz rappresenta un passo importante in questa direzione. Inserendosi nel solco della critical geopolitics che, come ricordano gli stessi autori, diventata legemonico successore della geografia politica e della geopolitica a livello del dibattito internazionale questo lavoro possiede un surplus rispetto alla tradizione originaria anglosassone della critical geopolitics. Lo sforzo, appunto, di andare verso una teoria geografica unificata del politico, di osare uno sguardo globale. Chi pensa di trovare un comodo manuale up to date di geografia politica o geopolitica rester deluso. Questo un libro da adottare al fine di rompere il circolo vizioso indotto dalla riforma delluniversit, che spinge leditoria universitaria a una gara al ribasso per quanto riguarda dimensione e densit argomentativa dei testi pubblicati, avendo come unici criteri selettivi i crediti formativi e il modesto livello di preparazione e concentrazione dei lettori. Non che il volume manchi di chiarezza espositiva, di sistematicit dimpianto, di ricchezza nel corredo documentario e bibliografico, ma tale apparato al servizio di un compito ambizioso, cio l esplorazione dei dispositivi cognitivi che consentono di mettere in atto la spazializzazione della politica [] mostrare come il rapporto tra spazio e politica pervada tutte le espressioni della nostra immaginazione geografica (e non solo quella) [] e come questa presenza pervadente sia resa possibile da una produzione del sapere che la legittima e che, nel farlo, finisce spesso per nasconderla, semplicemente facendola apparire come normale e ovvia (p. 5). Non stupisce quindi la sequela di paradossi incontrati dagli autori nel loro cammino, paradossi che costellano la produzione dello spazio politico nella tradizione occidentale. La riflessione filosofico-politica pi avvertita ha concentrato da qualche tempo lattenzione sul peso che lelemento spaziale ha avuto da sempre nella formazione delle teorie politiche e nella pratica di governo, sottolineando che la politica non pu non misurarsi con lo spazio, che il controllo dello spazio una delle poste in gioco del potere (insieme al controllo del tempo, del simbolico, della produzione). Insomma, la politica che si dispone nello spazio e che ne dispone, che lo determina; e non solo in quanto lo rappresenta nel pensiero ma anche perch lo politicizza, perch lo produce o lo struttura nella realt. Cos la spazialit (implicita) della politica anche politicit (esplicita) dello spazio (C. Galli, Spazi politici, Bologna, il Mulino, 2001,

pp. 11-12). Lobiettivo di Spazio e politica di indagare la politicit dello spazio lavorando per sulla soglia di quella falsa corrispondenza tra la cosa e la parola, tra realt materiale e realt mentali, di cui parla Raffestin, snidando gli artifici della naturalizzazione. Gli autori individuano nel dispositivo cartografico la certezza del rappresentare di Franco Farinelli o la metafisica della rappresentazione di Timothy Mitchell il paradigma costitutivo del regime di certezze della modernit, che confida nella radicale separazione tra la realt e la rappresentazione (p. 57), consentendo di produrre un regime di verit basato sulla naturalizzazione della rappresentazione. Se Colin Powell, durante la sua celebre performance allONU che avrebbe dato il via alla neverending story denominata Iraqi Freedom, ha potuto far ricorso nel XXI secolo allo stesso trucco da prestigiatore della geopolitica classica, la carta geografica come prova dimostrativa a sostegno dellazione politica, questo stato reso possibile dalla persistenza di unidea diffusa nel senso comune dalla cartografia moderna: lidea cio che, in barba allo spauracchio agitato mediaticamente del terrorismo invisibile e non localizzabile, il nemico va ancora individuato in un punto della carta, con contorni definiti, come dimostra la teoria degli stati canaglia (rogue state) (pp. 248-64). Ovviamente la persistenza di questo espediente dovuto al ruolo ancor oggi svolto dallo stato nazione nella rappresentazione dello spazio politico, sulla cui genesi gli autori si diffondono con dovizia di particolari (pp. 79-134), mostrando in particolare lemergere del nazionalismo come naturalizzazione di un legame collettivo artificiale, costruito sulla base di uno spazio immaginario la nazione che attraverso listruzione, listituzione di una lingua nazionale, ma anche per mezzo di monumenti commemorativi e immagini di paesaggio, consente di far coincidere nellimmaginazione dei cittadini, e dunque nella rappresentazione dello spazio, lo stato territoriale e la comunit. In particolare, tale carattere artificiale della tradizione nazionale emerge chiaramente dal paradosso insito in un concetto come patrimonio culturale nazionale (pp. 127-34), concetto vago e virtualmente onnivoro che lascia al potere politico di turno la possibilit di ritagliare ad hoc i lineamenti spaziali della memoria nazionale. Linfluenza del paradigma cartografico viene poi ricostruita storicamente dagli autori allinterno della tradizione geopolitica. una storia piutttosto nota, ma gli autori hanno il merito di segnalare, sulla scorta dellequivoco rilevato molti anni or sono da Franco Farinelli sul Ratzel determinista (pp. 137-51), il prevalere della logica performativa e retorica della carta, non soltanto nel pensiero geopolitico classico (pp. 152-201), ma anche nelle teorie messe in campo ancora oggi da Washington (pp. 20564), nonostante lormai palese inadeguatezza del lessico geopolitico per spiegare una situazione come quella odierna, in cui non valgono pi le familiari coordinate della dottrina dello jus publicum europum. Infine il volume affronta il tema pi delicato e complesso, ma anche pi urgente ed attuale: il tema biopolitico (pp. 267-83). Quel che Michel Foucault definiva incorporazione del potere, e che ha comportato a partire dal XVII-XVIII secolo nuovi metodi di governo delle popolazioni per trattare, controllare, dirigere laccumulazione degli uomini, linteresse insomma assolutamente moderno del potere per la vita biologica. Gli autori si concentrano sul concetto di sovranit elaborato da Carl Schmitt sovrano chi decide sullo stato deccezione [Ausnahmezustand] nella lettura che ne d Giorgio Agamben (in questa direzione vale la pena rileggersi le tante pagine dedicate a Schmitt da Carlo Galli), giungendo alla conclusione che se la sovranit dipende dalleccezione nel senso della sospensione o abrogazione dellordinamento giuridico da parte di un potere che

paradossalmente dentro e fuori la legge lo stato di eccezione che consente di esercitare la sovranit [] trova la sua espressione pi potente quando si spazializza, quando cio materializza la condizione di sospensione dellordine normale in determinati spazi nei quali tutto letteralmente possibile [] spesso e qui sta il paradosso in nome della tutela e del mantenimento dellordine che sta fuori e che l dentro invece si trasgredisce (p. 278). Lo spazio di eccezione il punto di incontro tra struttura generale della norma e dimensione individuale, tra geografia e biografia (p. 275), in cui il paradosso dello Stato moderno, rilevato da Galli, della libert confinata (la libert del soggetto dallo Stato possibile solo nello Stato), si rovescia simmetricamente in modo inquietante (la libert del soggetto per essere garantita nello Stato pu essere sempre revocata dallo Stato). In un tale quadro diventa concepibile, accettabile e giustificabile Guantanamo. Ed per questo motivo che sussiste oggi, contro la minaccia mediaticamente sbandierata di un terrorismo deterritorializzato, uninsistenza paradossale sulla datata retorica geopolitica, fondata sulla localizzazione cartografica e sulla personificazione del nemico: come se Iran, Iraq e Corea del Nord fossero uniti da qualcosa di essenziale che deriva appunto dalla natura dei loro regimi (peraltro diversissima) (p. 249). Il nemico viene individuato attraverso luso di classificazioni perlomeno ambigue come quella dei rogue state , e combattuto soprattutto attraverso la produzione di spazi di eccezione per mezzo dei quali naturalizzare da un lato lidea di un permanente stato di eccezione (p. 317), e dallaltro sdoganare il convincimento che la sospensione dei diritti individuali sia accettabile a prezzo della sicurezza (a questo proposito sarebbe utile incrociare la lettura di Spazio e politica con il recente lavoro di Andrea Cavalletti, La citt biopolitica. Mitologie della sicurezza): leffetto speciale di Guantanamo quindi duplice: quello di mostrare che nel regime deccezione tutto effettivamente possibile, che esiste cio uno spazio irraggiungibile dallordinamento; e quello di mostrare come la soglia tra ordine e disordine spaziale e quindi tra inclusione e esclusione sia sempre in movimento, sia sempre in negoziazione, e che la vera forza e il vero potere [] consistono proprio nella capacit di risolvere la contraddizione attraverso lazione, attraverso il ritorno duro e violento della politica (327-8). (MARIO NEVE)