Sei sulla pagina 1di 16

1

Ciro Manca, Introduzione alla storia dei sistemi economici in Europa dal feudalesimo al
capitalismo. Parte prima: gli strumenti dell’analisi

Premessa

Lo spazio geografico dell’analisi storica: l’Europa occidentale


“L’Europa” rappresenta la questione storica e storiografica da affrontare in quanto spazio
geografico di riferimento. Se si ragiona sul concetto e i limiti dell’Europa occidentale possiamo
avere diverse soluzioni. Il testo di Manca sposa la visione dello storico francese Marc Bloch che si
incardina sulla tradizione romano-germanica (una visione dell’Europa abbastanza ristretta). Ci sono
però altre “europe”: la Russia, i Balcani, la Spagna, la Greca, …. Si pone così il problema dei
confini geografici, di scegliere cioè un determinato ambito geografico piuttosto che un altro.
Ammettiamo che l’Europa sia quella di Bloch, cioè dall’Elba all’Oceano: che succede quando il
sistema economico nato in questo spazio si dilata fino ad inglobare altre spazialità?
E se la questione fosse un’altra: cioè l’allargamento dell’Europa? La storia dell’Europa implica, per
forza di cose, un continuo rapportarsi con altre aree geografiche, anzi persino si potrebbe dire che
l’identità europea scaturisce proprio da questo confronto.

Dal ripiegamento vissuto nei secoli prima del Mille, all’espansione dell’età moderna: fasi, cause e
conseguenze
Che confini proporre per l’Europa? Dove comincia e dove finisce, ma anche quali sono i tratti
caratterizzanti dell’Europa. In questo momento si sente tanto parlare della necessità che i paesi
europei sappiano difendere le loro radici culturali e religiosi, ma noi europei per secoli abbiamo
esportato le nostre strutture di potere e sociali, cancellando per sempre intere realtà socio-culturali.
Si pensi per un momento all’attuale società dei paesi del continente americano: credo si possa dire a
pieno titolo che essa, sia del nord quanto del sud, formi parte di un cultura “occidentale”. Fra
Buenos Aires, New York, Parigi o Berlino non ci sono delle grosse differenze: linguaggi comuni,
architettura simile, codici di comportamento condivisibili, sistemi economici uguali. Dunque, in
questo caso, il concetto di “occidentale” si è dilatato, non coincide più con i paesi europei. Ma credo
che se si togliesse la patina abbastanza superficiale che ricopre le città asiatiche e persino africane,
troveremmo anche qui caratteristiche parallele. Tokio, Pechino, … sono in realtà città che
rispondono a un codice puramente occidentale, soprattutto nei quartieri e nei settori che contano,
quelli politico-economici. Il resto ha poca importanza, roba da turisti alla caccia di cose esotiche.
Il ragionamento si potrebbe invertire dicendo che le nostre periferie assomigliano sempre di più a
quelle delle città meno sviluppate e questo produce inquietudine e paura.
In realtà, oggi, a organizzare il mondo non sono tanto i paesi dell’Europa occidentale, quanto un
sistema economico “occidentale” che finisce per non identificarsi con nessun ambito geografico
specifico, ma piuttosto con dei gruppi sociali e di potere dislocati un po’ ovunque. A fungere da
coagulante è il primato acquisito dal capitale finanziario e così noi sentiamo spesso parlare di Fondo
Monetario Internazionale, di Banca Mondiale, o di Banca Centrale Europea, di come questi centri di
potere impongano determinate politiche sociali ed economiche ai singoli paesi tenuti a entrare o dei
debiti contratti con gli stessi paesi che suggeriscono le misure da applicare.
Manca propone una definizione dell’Europa abbastanza limitata: quella romano-germanica
dell’impero carolingio. Per noi si tratta semplicemente di un punto di partenza molto lontano, ma
soprattutto rappresenta la necessità di prendere in considerazione la divisione dello “spazio
geografico” (capitolo terzo, p. 39). Le aree dopo sono soggette a subire dei cambiamenti in funzione
dei processi storici. Ad esempio, fino al 1492 la storia dei popoli precolombiani aveva una
dimensione ridotta, circoscritta ad uno specifico ambito territoriale molto ristretto: da un lato gli
“incas”, e da un’altra parte gli “aztechi”, che non comunicavano; all’arrivo degli europei questi
2

territori diventano parte di un’economia mondiale a guida occidentale. Questo fatto, se da un lato
implica la fine di un’evoluzione autonoma, quella portata avanti dagli imperi precolombiani,
dall’altra obbliga a considerare l’evoluzione delle società europee anche nell’ottica del loro
successivo allargamento. Dal 1492 riflettere sull’Europa implica, di fatto, riflettere sulla
configurazione della società americana e sulle relazioni che gli europei stabiliscono con altri
continenti. Di questo parla Fernand Braudel (p. 40) quando cita e commenta un altro importante
storico: Wallerstein.
Una volta acquisita l’idea della relatività dello spazio, cioè di unità di analisi che possono essere più
o meno ampie, o più o meno collegate con altre unità (le famiglie, le aziende fondiarie, le città, le
imprese, gli stati, …) una questione non marginale è suggerire uno schema che sia in grado di
semplificare l’insieme delle relazioni. Da un lato l’esigenza di avere una visione ampia e elastica
dello spazio, dall’altra però la necessità di possedere degli strumenti d’analisi che sappiano
sintetizzare l’insieme di relazioni che si creano fra gli spazi. Uno degli autori che ha provato a
disegnare queste relazioni è appunto Wallerstein (“Il sistema mondiale dell’economia moderna”).
Egli parte dalla prima età moderna, più o meno il XVI secolo, e parla di un’economia-mondo divisa
in tre aree: il centro, la semiperiferia e la periferia. Questo autore colloca il centro nell’area europea
che va dall’Elba fino all’Oceano: da questo punto di vista si verifica una continuità con le tesi di
Bloch. Il secondo livello, la semiperiferia, è integrato da paesi in crisi: l’Italia, la Spagna, la
Polonia. Il terzo anello, la periferia, è composto dalle colonie.
Le tesi di Wallerstein hanno avuto un grande successo e hanno affascinato generazioni di storici:
era un modello perfetto, ideale, che consentiva pure di analizzare le radici storiche del colonialismo,
del rapporto squilibrato fra nord e sud, del dualismo fra paesi sviluppati e paesi non sviluppati. In
questo momento le tesi di Wallerstein sono meno seguite perché si è perso in larga parte il concetto
di centro economico: risulta più difficile indicare i limiti di questo centro economico, ma soprattutto
risulta più difficile identificare il centro economico con un’unica area geografica.
Se lo schema d’analisi da seguire è quello delle grandi unità spaziali (l’economia-mondo) questa
impostazione si scontra con l’idea dell’economia nazionale. Da un lato abbiamo gli stati così come
noi li conosciamo, ma dall’altro la certezza che “i rapporti di produzione sconfinano” e allora
l’unità dell’organizzazione economica si scompone e si ricompone. È un po’ quello che sta
succedendo con l’Unione Europea: i singoli paesi ormai appaiono inseriti in una struttura molto più
ampia che impone e detta le regole, non soltanto economiche ma anche politiche e giuridiche.
Questo può essere un bene o un male, ma una cosa certa è che per fare la storia economica
dell’Italia non basta più guardare al di qua dei confini nazionali i quali, soprattutto dal punto di vista
economico, sono stati in larga parte superati.
Il problema di armonizzare e integrare le singole aree in uno schema interpretativo unico, e
possibilmente coerente, è di grande attualità, dunque porsi la questione dell’unità spaziale di
riferimento non è così banale. Prima ci furono gli stati e si faceva storia economica dei singoli stati;
dopo arrivarono teorie come l’economia-mondo e l’unità di riferimento era l’intera Terra; più tardi
si è arrivati alle organizzazioni sovra-nazionali (UE), ma altri autori hanno ritenuto che l’unità
spaziale d’analisi da prendere in considerazione sono le regioni. Questo è il caso di Sidney Pollard
(La conquista pacifica: l’industrializzazione in Europa dal 1760 al 1970, 1988).

Dopo lo spazio il tempo: come dividere lo spazio temporale


La questione della cronologia rimanda a quello che dice Manca: la “periodizzazione è uno
strumento di ricerca”.
Si possono seguire e adoperare differenti criteri validi in funzione
• degli obiettivi prefissati
• dell’ambito geografico preso come punto di riferimento
Si stabilisce cioè un rapporto dialettico fra spazio e tempo.
Una prima divisione possibile è quella tra “periodo breve” e “periodo lungo”. Se ad esempio si
vogliono studiare le trasformazione, i cambiamenti derivanti dall’evoluzione, allora forse è meglio
3

il periodo lungo, invece se uno vuole valutare gli effetti di una rivoluzione forse è meglio il periodo
breve, ma si tratta di scelte e divisioni molto relative. Il periodo breve ci aiuta a vedere le fratture, le
rotture, i tempi lunghi la continuità. Proviamo a fare due esempi.

Arno Mayer nel suo Il potere dell’ancien régime fino alla prima guerra mondiale sostiene che la
fine della società di antico regime si ha soltanto dopo il 1918, cioè non con la Rivoluzione Francese.
La sua tesi è che la società del XIX secolo è ancora una società che guarda indietro, è una società
tradizionale perché i cambiamenti economici legati alla rivoluzione industriale ancora non hanno
inciso in profondità. Si tratta di una tesi che ha generato un ampio dibattito perché in parte obbliga a
rivedere la capacità dell’industrializzazione in corso di modificar in poco tempo le precedenti
strutture sociali.

Un secondo testo che ha avuto un grande successo è Il secolo breve, 1914-1991 di Eric J.
Hobsbawm. In questo caso l’autore sceglie due date politiche: lo scoppio della prima guerra
mondiale e la caduta del muro di Berlino, fatti puntuali, quasi rivoluzionari, che determino l’inizio e
la fine di un periodo.

Le impostazioni sopradescritte sono entrambe valide e rispondo a due grandi storici che utilizzano
la periodizzazione, la cronologia, in funzione degli obiettivi da raggiungere: Mayer il tempo lungo
per verificare la continuità e i lenti cambiamenti, Hobsbawm un tempo più breve per rimarcare la
rottura in seguito a determinanti avvenimenti politici.

Adesso ogni autore è libero di scegliere la cronologia che vuole. Prima non era così perché
bisognava rimanere legati alla storia dei singoli paesi e dunque ogni paese imponeva la sua propria
cronologia. Si pensi al caso del libro di Cohen e Federico: il tema è lo sviluppo economico italiano
ma il loro ragionamento parte prima della nascita dell’Italia. Perché? Perché secondo questi autori
non è possibile capire quello che succede dopo il 1861 senza prendere in considerazione ciò che era
capitato prima. Anche qui prevale la visione della continuità.

Si potevano adoperare le divisioni cronologiche classiche: Antichità – Medioevo – Età Moderna –


Età contemporanea, ma nel caso della storia economica queste divisioni legate a fatti quasi sempre
politici non funzionano troppo bene, sono molto rigide. Le cesure cronologiche tendono un po’ a
scomparire. Quando finisce il medioevo e comincia l’età moderna? Le risposte sono tante, tante
come paesi, aree geografiche; e altrettanto vale per la distinzione fra Età Moderna e Età
contemporanea. Tutto è diventato più labile, pieno di sfumature e gli storici si muovono ormai
senza tanti timori di sconfinare in un altro periodo. Gli storici del medioevo arrivano fino al XVI
secolo e quelli d’Età Moderna ritornano indietro perché anche qui si è imposta l’idea della
continuità.

Facciamo un altro esempio: Fourquin, Storia economica dell’Occidente medievale, che finisce con
una domanda: “Dal medioevo al rinascimento: continuità o rottura economica?”
Allora non vale più la scoperta dell’America per segnare il passaggio dal Medioevo all’Età
Moderna? Dipende, possiamo interpretare la cosiddetta scoperta in maniera individuale, fattuale, un
singolo evento, importante, o invece inserirlo in una visione più ampia, quella delle scoperte
geografiche che si succedono durante tutto il XV secolo. Quindi non un fatto isolato ma espressione
di un cambiamento generale, di un allargamento degli spazi economici. Non a caso alcuni autori
collocano l’inizio dell’età moderna un po’ prima, nel 1415, anno in cui i portoghesi conquistano
Ceuta, una piccola città nel nord d’Africa ma che segnerebbe l’inizio del colonialismo europeo e
della capacità degli europei di portare avanti una politica di conquista militare.
4

A questo punto si potrebbe introdurre una divisione cronologica più legata alla storia economica
come quella che ad esempio utilizza Cipolla nel suo libro Storia economica dell’Europa pre-
industriale: in questo caso si fa una netta distinzione fra un periodo pre-industriale, e uno
industriale (adesso si parla anche di un’Europa post-industriale e questa sarebbe un terzo periodo).
Ma quando si fornisce una divisione cronologica in funzione della storia economica e si adoperano
termini come “industrializzazione” implicitamente stiamo sollevando un’altra questione ancora più
scivolosa: quella dello sviluppo, della crescita, di come si passa da una società tradizionale e
agricola a una società moderna, a una società industrializzata o dei servizi. Il quadro si complica se
si vuole disegnare un modello, un percorso che tutte le società devono seguire per raggiungere uno
stadio avanzato di sviluppo economico e sociale. Su questo ipotetico percorso evolutivo unilineare
le teorie sono tante.

Gli autori classici (Smith, Ricardo) parlavano di un’economia pastorale, agricola, industriale e
commerciale, ovvero economia naturale, monetaria e creditizia.

Per Marx, che continua ad avere una visione evolutiva unilineare, è la dinamica dei rapporti di
produzione a scandire i cambiamenti fra il sistema schiavistico, quello feudale e quello capitalista,
e, a fungere da collante fra questi sistemi, lunghi periodi di transizione. Il feudalesimo, secondo
Marx, sarebbe un’organizzazione sociale per l’uso, mentre il capitalismo sarebbe un’organizzazione
sociale per lo scambio. (uso = autoconsumo, scambio = economia di mercato)
Il nodo sta nella modalità dell’evoluzione e della trasformazione di un sistema per l’uso per la
formazione di una società per lo scambio.
Nella storia si sono succeduti quindi due grandi sistemi economici:

a) il feudalesimo inteso nel senso di un’organizzazione di produzione per l’uso (terra e lavoro
servile come elementi cardine). Si produce per consumare: sistema chiuso.
b) il capitalismo inteso nel senso di un’organizzazione per lo scambio (capitale e lavoro
salariato). Si produce per vendere: sistema aperto.

Categorie storiche da affrontare:


 terra,
 lavoro (servile e salariato),
 capitale

Tra i due sistemi:

c) una complessa e lunga fase di transizione fra “a” e “b” che va dal XIII al XVIII secolo.

Caratteristiche della lunga fase di transizione:


 progressiva estinzione della servitù della gleba,
 frantumazione dei patrimoni immobiliari e costituzione di quelli mobiliari,
 emersione del mercato e specializzazione del commercio,
 divisione del lavoro fra città e campagna,
 formazione della borghesia e del proletariato,
 crescita della manifattura e passaggio verso le macchine.

La lunga durata della fase di transizione determina che l’intera storia economica per il periodo
preindustriale di fatto abbia come obiettivo di studio la transizione fra due sistemi di durata molto
più limitata. Ma parlare di transizione implica affrontare una serie di quesiti divisi nel tempo e nello
spazio: forse sarebbe meglio parlare di transizioni. La fase di transizione così come viene indicata
possiede però la stessa importanza, forse ancora di più, dei due sistemi prima indicati.
5

Se risulta difficile definire e delimitare il feudalesimo e il capitalismo, le cose si complicano quando


si cerca di stabilire le modalità del passaggio dall’uno all’altro sistema: un unico modello o tante vie
parallele? Come è possibile passare da un sistema in principio “chiuso” e “statico” a un altro
“aperto” e “dinamico”? Oggi queste categorie così rigide si utilizzano molto di meno: con la caduta
delle ideologie anche le visioni storiografiche si sono ammorbidite: si vedono elementi di novità un
po’ ovunque (anche le signorie feudali si sono dimostrate strutture con elementi di apertura) e i
cambiamenti si realizzano in maniera graduale (nessuna rottura). Le rivoluzioni hanno lasciato il
posto alle riforme, le classi hanno lasciano il posto ai ceti, ai gruppi, alle oligarchie, ai patriziati, e la
contrapposizione sociale quasi è scomparsa: una visione morbida della storia.
Superando definizioni preventive troppo radicali, come terreno d’indagine proficuo rimarrebbe da
vedere il comportamento di ogni singola variabile, vale a dire studiare l’andamento dei patrimoni,
della formazione di ricchezze di natura mobiliare, le forme del lavoro, il ruolo del capitale e così
via, senza però dover per forza partire dal feudalesimo per approdare dopo al capitalismo. Chi si
occupa del periodo della “transizione” deve guardare indietro e in avanti allo stesso tempo per
cogliere il quando, il come e il perché dei cambiamenti, anche quelli più sottili, senza trascurare in
alcun momento neppure i fallimenti, i progetti teorici, le resistenze, le rigidità e le strade interrotte.
Per Marx è il risultato dalla dialettica, dell’accumulazione di capitale, ma altri autori non hanno una
visione così ideologica.

Uno degli autori che ha elaborato una visione evolutiva meno politica è Rostow (1916-2003):
americano anticomunista, economista e sociologo, partitario del capitalismo e del libero mercato.
Nel 1960 pubblica Stadi dello sviluppo economico (in Italia 1962) che rappresenta un modello
teorico sulla teoria dello sviluppo economico. Rostow ipotizza che il passaggio da società agrarie
tradizionali a società industriali si compie attraverso una serie di fasi o stadi; questi mutano da paese
a paese per quanto riguarda i tempi, ma sono ovunque indispensabili per arrivare
all’industrializzazione. Dunque Rostow sostiene che per raggiungere il livello più alto, quello dello
sviluppo e della modernizzazione, i paesi devono seguire cinque stadi:

1. la società tradizionale: produttività bassa, poche innovazioni tecniche e sociali, mutamento


assente; l’agricoltura è l’unica fonte di sostentamento e dunque il ritmo di crescita della
popolazione è molto basso e irregolare (malattie, carestie, …). La situazione presente
nell’Inghilterra prima del 1700.
2. le precondizioni: in questo stadio si formano i presupposti per lo sviluppo come quelli
culturali, politici, sociali, economici (crescita del tasso d’investimento oltre il 10% del
reddito nazionale; introduzione di innovazioni in agricoltura; aumento del capitale
circolante, rete di comunicazioni. (1750)
3. il decollo o take off: la fase cruciale, la vera e propria rivoluzione industriale, di rottura
grazie anzitutto alla tecnica (alcuni settori guida: l’agricoltura, i tessili, …). (1800)
4. la maturità: le innovazione e il progresso che prima era settoriali si diffondono e
coinvolgono l’intero sistema.(1875)
5. l’era dei consumi di massa: i settori guida si volgono verso i beni di consumo durevole
(elettrodomestici) e i servizi; il reddito pro capite sale al punto da permettere a una massa
consistente di persone di accedere a beni di consumo; i lavoratori occupati nell’industria e
nei servizi diventano la stragrande maggioranza della popolazione. (1950)

Quella di Rostow è un’impostazione teorica che prende in considerazione soltanto la strada seguita
da alcuni paesi, quelli che hanno raggiunto l’industrializzazone e dunque la modernizzazione per
primi, ma che si può applicare in qualsiasi circostanza e a qualsiasi paese. Per questo autore fra
industrializzazione, sviluppo e modernizzazione esiste un profondo legame (non si può parlare di
modernizzazione senza sviluppo economico e per raggiungerlo bisogna utilizzare la leva
dell’industrializzazione). Nell’attualità questi tre elementi sono oggetto di un profondo
6

ripensamento e alla base si colloca la domanda sul modello di sviluppo: dibattito sul protocollo di
Kioto, sullo sviluppo eco-sostenibile, sulle industrie per la produzione di energia alternativa. Il
limiti i tutti i modelli fino adesso visti è che forniscono un percorso evolutivo dinamico (fasi,
sistemi, stadi) per proporre alla fine un risultato finale statico e questa staticità finale non tiene
conto del carattere dinamico delle strutture sociali. Un altro elemento di fondo della tesi di Rostow
è che l’industrializzazione, e dunque lo sviluppo e la modernizzazione, scaturiscono dal gioco delle
forze interne: qualcosa di endogeno. Una spiegazione non rivoluzionaria che mira soprattutto a
valorizzare le risorse autoctone e richiamare il ruolo dei soggetti produttivi (imprenditori). È una
visione dello sviluppo non-comunista, e negli anni ’60 doveva servire da modello per i paesi in via
di sviluppo i quali non dovevano affidarsi alla via rivoluzionaria ma inseguire i processi di
trasformazione nati al proprio interno.
Leggendo Rostow si arriva ad un’altra questione: abbiamo visto come egli prova a disegnare il
percorso per passare da una società tradizionale ad un’altra sviluppata, identificabile con il consumo
di massa, ma per altri autori il vero nodo da sciogliere è quello di capire come i paesi riescano a
superare l’arretratezza economica. In questo caso l’autore più emblematico è Alexander
Gerschenkron (1904-1979) (Il problema storico dell’arretratezza economica, 1965). La tesi di
fondo è che ogni paese ha il suo proprio percorso verso lo sviluppo a seconda del livello iniziale di
“arretratezza”: la conclusione è che bisogna guardare ogni singola situazione. L’economista
statunitense di origine russa Gerschenkron dedicò una serie di studi economici ai paesi europei di
seconda industrializzazione – i late comers, cioè i “ritardatari” – tra cui l’Italia. Secondo
Gerschenkron, lo sviluppo dei paesi “arretrati”, cioè quelli che vengono dopo, si sarebbe basato su
alcuni importanti elementi, tra cui:

1. la presenza di aziende di grandi dimensioni;


2. un grande fabbisogno di capitali, soddisfatto tramite l’intervento dello stato e delle banche;
3. un ruolo marginale del settore agricolo, sia per quanto riguarda la capacità produttiva, sia
per quanto riguarda la capacità di consumo dei beni prodotti dall’industria.

Ma Gerschenkron è famoso perché lanciò l’idea o teoria dei “vantaggi dell’arretratezza”: lo stato di
arretratezza per un paese non è un male assoluto, anzi si può dimostrare un vantaggio perché quello
che viene dopo può copiare quello che hanno fatto gli altri, migliorare innovando, agganciare il
paese più avanzato e persino superarlo. I paesi che socialmente ed economicamente arrivano per
primi allo stadio di sviluppo si dimostrano conservatori, fanno di tutto per difendere lo “status quo”,
non accettano con facilità i cambiamenti e ripiegano su posizioni di maggiore conservatorismo; i
paesi emergenti, molto più dinamici, si trovano nelle condizioni di imprimere una maggiore
accelerazione e di arrivare ad occupare la posizione di paesi leaders. Nasce un conflitto fra paesi
emergenti e paesi leaders che non vogliono perdere il primato.

 Nel Medioevo il primato era prerogativa delle città italiane.


 Nell’età moderna (dal XVI secolo in avanti) il primato passa all’Europa del nord
(Inghilterra, Olanda, Francia)
 Dalla prima metà del XVIII secolo alla prima metà del XIX il primato è saldamente nelle
mani degli inglesi.
 Nel corso del XIX corso gli inglesi devono confrontarsi con altre potenze: Germania e Stati
Uniti.
 Nel corso della prima metà del XX secolo il primato corrisponde agli Stati Uniti incalzati
dall’Unione Sovietica.
 Con la nascita dell’Unione Europea si viene a definire un scontro tra Stati Uniti e questo
nuovo soggetto politico e economico.
7

 Con la caduta dell’Unione Sovietica rimane soltanto un unico sistema economico, quello dei
paesi occidentali, che vedono però la veloce avanzata di altre aree geografiche (Asia, nord
d’Africa).

Dalla fine degli anni Sessanta in poi la storiografia dello sviluppo ha progressivamente abbandonato
alcuni dei presupposti tuttora presenti nel lavoro di Gerschenkron, cioè la nazione viene sostituita
dalla regione; non si condivide l’idea sull’esistenza di una discontinuità iniziale e di una causa
unica del processo di sviluppo di ciascun paese. L’idea di discontinuità è stata abbandonata
soprattutto perché non confermata dall’andamento delle serie storiche della contabilità nazionale dei
vari paesi. Gran parte di esse presenta infatti una progressiva accelerazione del ritmo di crescita
(segnata da ampie fluttuazioni cicliche) piuttosto che una discontinuità in un preciso momento del
tempo. Tale risultato non può considerarsi definitivo sia perché le serie stesse sono continuamente
soggette a revisione, sia perché i metodi statistici di analisi diventano sempre più sofisticati (serie
storica). Non si può quindi escludere l’esistenza di una discontinuità in uno o più casi: sembra però
da escludere che essa sia stata una caratteristica intrinseca di tutti i processi di sviluppo. A maggior
ragione va esclusa l’esistenza di una causa unica. Il cambiamento generale di prospettiva fu
stimolato da un più generale ripensamento della teoria economica dello sviluppo, a sua volta frutto
del fallimento pratico delle politiche degli anni Cinquanta o Sessanta. Queste accrebbero la
consapevolezza della complessità dei problemi, rafforzando una tendenza verso la specializzazione
insita nella crescita istituzionale della storia economica come disciplina e nel rafforzamento dei suoi
legami scientifici con l’economia. La ricerca si concentrò su singoli casi nazionali e, all’interno di
ciascuno, su singoli problemi (il commercio estero e lo sviluppo economico, il ruolo degli
intermediari finanziari nella raccolta di capitali per lo sviluppo ecc.). Da allora l’analisi si è avvalsa
di modelli economici sempre più complessi. I risultati conoscitivi a proposito di ciascun problema
sono stati notevoli, ma nel complesso non hanno portato a una nuova sintesi storiografica sul
processo di sviluppo in prospettiva storica comparata.

In breve, risulta una visione dinamica della storia: dagli elementi che compongono un qualsiasi
sistema economico (produzione, distribuzione, scambio, investimento e consumo), alla visione di
Adam Smith o di Rostow quando parla degli ‘stadi dello sviluppo’. Prevale un’impostazione di
lungo periodo (dalla società tradizionale alla società del consumo di massa, dal feudalismo al
capitalismo e da questo, secondo Marx, al socialismo, anche se questo ultimo passaggio non si è
verificato). Si potrebbe dire che siamo passati da economie nazionali a economie sopranazionali
(Unione Europea) per finire a parlare poi di globalizzazione: i “no global” prima erano di sinistra,
adesso è la destra a dire no alla globalizzazione.

Processo di sviluppo delle società moderna.


L’economia di ogni paese contiene gli elementi che permettono di compiere un percorso in avanti.
Crescita, sviluppo, progresso sono gli elementi positivi, invece recessione e stagnazione ci fanno
pensare subito alla crisi ed a un’economia che si è fermata, che non riesce a progredire nella sua
marcia in avanti. Verso dove? Anche questo è cambiato negli ultimi tempi: il modo di rappresentare
il progresso economico e con esso il progresso civile e sociale. Fino a poco tempo fa si pensava che
una crescita economica ininterrotta avrebbe determinato un crescente allargamento dei confini del
benessere individuale e collettivo: crescita quantitativa e crescita qualitativa andavano di pari passo.
In questo momento tutti i discorsi partono da un principio quasi opposto: se vogliamo una crescita
economica bisogna ridurre i margini della crescita qualitativa (contenimento della spesa sociale
dentro e fuori i paesi; il posto fisso è stato sostituito dalla mobilità e dalla flessibilità). Nei paesi
ricchi ci sono margini di tolleranza, cioè la società è ancora in grado di adeguarsi a questi nuovi
principi (ma non sempre è così e le sacche del disaggio crescono), dove invece le tensioni si fanno
sentire in misura maggiore è nei paesi poveri (non rimane che morire da fame o immigrare in
maniera clandestina pensando che è meglio diventare un povero in un paese di ricchi. L’afflusso di
8

popolazione genera ulteriori tensioni e problemi: guerra fra poveri, scontri razziali, …). Non c’è
dubbio che tutto questo dovrà costituire materiale di riflessione e a dover intervenire è la politica,
un’alta politica in grado di programmare e di agire, senza lasciare che le situazioni degenerino
ulteriormente per poi avere un guadagno forse in termini elettorali. Non bisognerebbe solo elencare
i problemi, ma sarebbe necessario anche indicare le soluzioni. Tutte queste riflessioni chiaramente
non compaiono nelle teorie precedenti alla caduta del muro di Berlino (1989): qualcuno ha perfino
detto che con la fine della contrapposizione è finita la storia. Prima c’erano degli obiettivi da
raggiungere in termine di cambiamento della società e l’analisi storica, in molte circostanze, si
faceva in funzione di questa impostazione ideologica; adesso il quadro di riferimento è
completamente cambiato e il futuro sembra essersi ridotto a un presente abbastanza asfittico. La
conseguenza è che bisogna ripensare il modo di fare storia ma soprattutto il modo di guardare
indietro, di porsi il problema dell’evoluzione.

Marx nel Capitale teorizza sull’esistenza di sistemi economici fondati sulla contrapposizioni di
classi sociali:

 schiavi-patrizi nell’antichità,
 servi-nobili nel medioevo,
 proletari-borghesi nel capitalismo,

per finire pronosticando la fine del capitalismo e il trionfo di un sistema sociale senza
contrapposizioni. Con il senso del poi una simile visione si è dimostrata errata perché l’ultima fase
non si è realizzata, anzi sono crollati i regimi che in teoria difendevano tale modello. Marx parlava
delle contraddizioni del capitalismo e che in ragione di queste contraddizioni il capitalismo sarebbe
stato destinato a scomparire.Oggi noi sappiamo che le contraddizioni più pesanti furono quelle dei
paesi socialisti e che il capitalismo, pur fra tante tempeste e crisi, è solido e vegeto, anzi ha
dimostrato una notevole capacità di adattamento. Perché? Forse perché l’unico che ha teorizzato
sulle regole del capitalismo è stato proprio Marx, mentre i fautori del capitalismo non ne parlano,
semplicemente lo applicano.

Altre idee da riprendere:


 modelli storiografici,
 organizzazioni produttive in progresso,
 categorie dell’analisi storico-economica,
 strumenti dell’analisi.
9

Capitolo primo

La storia economica come storia dei sistemi economici


La storia economica come storia dei fatti economici pone un primo problema: si può definire che
cosa è un ‘fatto economico’?, ci sono dei fatti non economici e soprattutto ci sono dei fatti non
economici ma con delle conseguenze economiche?
Le guerre, i matrimoni, la produzione artistica, la stampa … sono fatti non di natura prettamente
economica i quali però hanno delle ricadute sul piano dell’impiego delle risorse, sulla produzione
dei beni, sulla circolazione del denaro.
Ci sono anzitutto le necessità e i ‘bisogni’ (pubblici o privati, individuali o collettivi, laici o
religiosi, materiali o spirituali) e la soddisfazione delle necessità e dei bisogni favorisce la creazione
di un’offerta adeguata: prima collochiamo le necessità (alimentazione, vestiti e abitazioni) e i
bisogni (cultura, divertimento, …) e in funzione di questa ‘domanda’, di queste esigenze, la società
si organizza e produce beni e servizi. Si definisce l’offerta in funzione della domanda. Dalla
produzione al consumo dei beni ma anche dal consumo alla produzione.
In età preindustriale l’offerta (la produzione di beni) si adegua alla domanda, mentre in epoca
industriale è la domanda che si adegua all’offerta: prima si produceva quello che si ordinava e gli
alimenti consumati erano soltanto freschi. Adesso grazie al supporto della tecnologia, gli alimenti si
possono conservare e dunque la produzione può liberarsi dalla domanda. Il problema sorge quando
si cercano di studiare i “gusti”, una categoria poco quantificabili e di difficile misurazione. Perciò la
ricerca tende a privilegiare la produzione, più facile da conoscere ed analizzare (salari, materie
prime, livelli produttivi, prezzi, etc.). La storia economica si colloca dunque fra queste due
estremità: la domanda (soggettiva) e l’offerta (obiettiva), cercando di individuare le relazioni e i
condizionamenti reciprochi. Purtroppo a volte si privilegia soltanto lo studio dell’offerta lasciando
in dietro la domanda, come se fossero due elementi indipendenti uno dall’altro.
Attraverso lo studio dei ‘fatti economici’ si arriva a definire l’insieme di relazioni che compongono
un ‘sistema economico’: dal caso singolo ad una visione d’insieme. La storia economica considera i
fatti storici nella sua dimensione sociale, temporale e geografica, l’economia politica li considera
invece da un punto di vista teorico e di futuro.

L’organizzazione sociale della produzione


Sempre si è prodotto e sempre si è consumato: la questione è vedere come. Così si arriva alla
“nozione del sistema economico come organizzazione sociale di produzione e consumo”.

Produzione = lavoro: il sistema economico appare come l’insieme dei rapporti sociali di produzione
(i rapporti tra le persone nel momento di produrre).

I fattori umani ed extraumani, le forze produttive, le istituzioni: “il sistema economico si configura
come una struttura organica d’istituzioni adeguate ai rapporti di produzione”. I rapporti di
produzione vengono codificati dal punto di vista istituzionale. Nel mondo feudale sono i legami
personali derivanti dal feudo, oggi abbiamo il codice civile, il codice di commercio, … i contratti, le
leggi che fissano i rapporti fra le persone che partecipano al processo produttivo.

Produttori (processo produttivo) e consumatori. Tutti consumiamo ma non tutti produciamo: i


produttori intervengono nel processo produttivo concedendo l’uso dei fattori (la forza-lavoro, le
risorse naturali o monetarie, i beni strumentali)

Il ruolo del lavoro (Richard Cantillon, 1755): “la terra è la fonte o la materia donde si trae la
ricchezza”. Una visione non corrispondente alla realtà posteriore al XIX secolo quando con
l’industria, i servizi e i mercati finanziari cominciarono a svilupparsi altre fonti di ricchezza.
10

La distribuzione
“La distribuzione consiste nella ripartizione del prodotto fra i produttori in ragione del contributo
dato”: ciascun individuo che partecipa alla produzione dei beni lo fa perché si aspetta di essere in
qualche modo remunerato.
Remunerazione dei fattori produttivi = reddito dei produttori (salario, rendita e profitto).
La distribuzione di tali redditi consente ai produttori di accedere al mercato e procurarsi tutto ciò
che essi non sono in grado di fabbricarsi da soli, come anche consente loro di fornire beni e servizi a
coloro che sono necessariamente esclusi della partecipazione diretta ai processi produttivi (bambini,
pensionati)
Si confronti le tesi di Adam Smith sulla nascita della proprietà privata e di come dalla produzione
del lavoratore deriva al rendita e il profitto.
La produzione: combinazione di lavoro (mezzi di produzione personali), terra (mezzi di produzione
originari) e capitale (mezzi di produzione derivanti). Uno dei principali problemi è trasferire questa
visione così rigida a sistemi economici sempre più complessi, dove a volte i confini e i ruoli non
sono così ben delimitati come in teoria fa intendere la classica divisione dei fattori di produzione.
Nelle complesse economie contemporanee il fattore terra è ormai trattato alla stregua di un bene
capitale e così la rendita tende a identificarsi col profitto e a diventare insieme a quest’ultimo
un’unica e più complessa forma di reddito.

Lo scambio
La specializzazione e la divisione sociale del lavoro porta allo scambio (“collegare più intimamente
produzione, distribuzione e consumo”). Quanto maggiore è il tasso di divisione del lavoro, in un
sistema economico, tanto maggiore è il livello e il volume degli scambi in esso presenti. E
l’autoconsumo? Tolte le forme sociali più primitive, forse non è esistito mai.
I beni oggetto di scambio prendono il nome di merci, mentre il luogo degli scambi prende il nome
di mercato.

Il valore d’uso cede il posto al valore di scambio o prezzo di mercato.

La domanda: sostenuta da un reddito spendibile o potere d’acquisto.


Formazione della domanda e dell’offerta, in mezzo a fungere da collegamento la distribuzione (la
quantità e la tipologia della domanda dipende in larga misura dalla distribuzione e della formazione
del reddito individuale). La struttura dell’offerta dipende in buona parte dal costo di produzione
delle merci in vendita, riconducibile alla remunerazione dei fattori produttivi impiegati e quindi alla
distribuzione del reddito. Il ponte che mette in comunicazione la domanda con l’offerta poggia sul
pilastro della distribuzione non meno che su quello dell’utilità-scarsità dei beni.
Un tema sul quale ancora manca una adeguata riflessione è la formazione dei prezzi: prezzi
calmierati ma anche prezzi liberi. La formazione del prezzo come problema storico.

L’investimento
Beni di consumo diretto (mezzi di sussistenza) e beni di consumo indiretto (da impiegare nel
processo produttivo).
La riproduzione del sistema può essere

1. semplice (mantenimento: domanda stazionaria e società stazionaria) o


2. allargata (crescita convertendo quote di mezzi di sussistenze in quote addizionali di mezzi di
produzione)

Il ruolo dell’investimento in un sistema economico:

1. investimento lordo (ammortamento e incremento dei fattori di produzione) e


11

2. investimento netto (incremento dei fattori di produzione)

La produttività del lavoro


In una riproduzione allargata permangono gli elementi fondamentali della struttura ma muta la
forma con il peso relativo: gli elementi costitutivi del sistema (scambio, distribuzione, investimento,
consumo, …) si modificano fino a modificare lo stesso sistema.
L’investimento altera i rapporti vigenti tra le forze produttive: aumento della produzione e della
produttività.

Investimento, divisione del lavoro e produttività sono condizioni per lo sviluppo del sistema
economico.

La riproduzione allargata comporta un periodo di adeguamento dei rapporti di produzione ai mezzi


di produzione, ma le riforme del sistema non avvengono senza resistenze e tensioni sociali. La
difesa dello “status quo”, ma da parte di chi?

Patrimonio monetario/moneta/denaro
Un primo problema: l’origine della ricchezza delle persone. Come si diventa ricchi?
Il denaro = quasi capitale / capitale potenziale (p. 64)
(può diventare capitale in funzione dell’uso, dell’impiego)

percorso A):
 INVESTIMENTO (in che settore, quanto, come)
 CAPITALE (industria e commercio)
 PROFITTO (da trasformare in nuovo investimento, da utilizzare nel mondo dell’arte, della
beneficenza, …) - fattore di crescita, di sviluppo, di modernità: riproduzione allargata

Percorso B):
Spesa inutile, pietrificazione del denaro, parassitismo, spreco, consumo inutile, …

 TERRA (agricoltura, edilizia, depositi bancari): le difficoltà sorgono nel momento in cui
collochiamo figura un po’ ibride, come ad esempio il proprietario di un vigneto che produce
del vino per l’esportazione: qui siamo in presenza di un imprenditore.
 RENDITA (lusso, vantaggi per un piccolo settore della società come la nobiltà) -
riproduzione semplice.

Il percorso A è quello seguito dagli autori classici, da Marx o da Rostow: senza investimento
nell’industria o nel commercio non si può verificare la crescita e lo sviluppo. Quindi qualsiasi uso
denaro che non favorisca la formazione di capitale e di profitti non è opportuno, anzi è da
condannare. Una visione storica, ma anche culturale, che giudica in maniera negativa la rendita.
Il problema è che così non si ha una visione reale della ricchezza, e forse dell’intera società.

È vero che parlando di “rendite” si possono distinguere dei livelli:


a) ci sono forme di rendita pura (ad esempio quando si utilizza il denaro per comperare titoli di
debito pubblico: qui non c’è un investimento, non c’è rischio imprenditoriale, si può giocare
con la speculazione, cioè puntare su titoli a rischio ma che rendono bene)
b) ci sono forme di rendita quasi-capitale (ad esempio il proprietario di un immobile che
utilizza sì il bene-capitale, la casa, ma compie opere di miglioria per incrementare il valore
del bene-capitale).
c) il capitale
12

Capitolo secondo

La rappresentazione dei sistemi economici

Rappresentazione statica:

Lo status quo coincide con lo stato delle istituzioni in vigore nel sistema economico.
Da qui si potrebbe dedurre che uno dei principali ostacoli al cambiamento di un sistema economico
è proprio il quadro istituzionale: possiamo considerare le istituzioni come fattore di freno? Il ruolo
delle istituzioni nei momenti di cambiamento.

 Equilibrio o squilibrio del sistema economico e rapporto fra lo stato delle istituzioni
e le forze produttive.

Visione statica quando istituzioni e rapporti di produzione si equivalgono (le prime rispecchiano in
maniera adeguate i secondi). Il problema sorge nel momento in cui le istituzioni e i rapporti di
produzione non coincidono: i rapporti cambiano più in fretta mentre le istituzioni si modificano
lentamente, nasce una distorsione che crea conflitto, uno squilibrio.
Ogni sistema economico è un’organizzazione sociale tipica del tempo e del luogo ai quali si
riferisce. La rappresentazione è necessariamente schematica, un’approssimazione, una valutazione
media. Aspetti comuni a tempi e luoghi diversi: il feudalesimo nell’Europa occidentale e nel
Giappone (elementi in comune per una rappresentazione statica).

 Modelli di rappresentazione: feudalesimo, capitalismo mercantile, capitalismo


industriale.
Strumento per indagare e rappresentare le maniere in cui le forze produttive sono state
fondamentalmente organizzate.

Rappresentazione dinamica: i modelli di sviluppo

Non soltanto questione di statistica.


La rappresentazione dinamica di un sistema coincide di fatto con la fase di transizione: fra due
momenti statistici (feudalesimo e capitalismo) si colloca la fase dinamica della transizione.
Studiando proprio la fase della transizione si arriva a parlare di crescita, di sviluppo ma anche di
recessione, contrazione: un dinamismo a senso variabile.

La costruzione di un modello serve a spiegare e rappresentare lo sviluppo, ma anche il


funzionamento di una data economia e il suo adattamento (cfr. Kula).

Dinamismo dei sistemi che scaturisce dai ripetuti tentativi d’adattamento dell’organizzazione di
produzione alle esigenze che cambiano e si moltiplicano: di nuovo si pone la questione della
domanda, dei gusti, delle esigenze come fattore principale del cambiamento e del dinamismo.
Contesti istituzionali che favoriscono l’evoluzione nella domanda e quindi attivano un cambiamento
pure dal versante dell’offerta.
Un sistema economico si evolve, dunque, continuamente nel tempo e nello spazio, e questi processi
di evoluzione e di involuzione sono stati definiti “ciclo economico”, proprio a significare che
l’andamento dell’economia è quello di vedere i dati quantitativi di un sistema salire e scendere.

Un ciclo economico è costituito da quattro fasi:

a) fase espansiva o crescita - prosperità;


13

b) una fase di crisi o depressione al culmine dello sviluppo;


c) una fase di caduta o recessione;
d) una fase di ristagno, prima di risalire.

La fase della crisi è sempre apparsa come uno degli elementi essenziali di questo processo ciclico,
perché in essa sono presenti le ragioni che impediscono ad un sistema di espandersi in modo
continuo e senza interruzioni. La durata dei cicli: da 40-50 anni a 10 anni.
14

Capitolo terzo

La periodizzazione della storia economica

La divisione del tempo storico.


Superare le periodizzazioni convenzionali per rendere conto delle forme economiche e dei loro cicli
evolutivi: divisione dinamica dei rapporti di produzione (i rapporti che cambiano, i cambiamenti
istituzionali).

La divisione dello spazio geografico.


1. L’unità geografica dell’analisi (la curtis, la città, la regione, lo stato, il pianeta): dipende dai
momenti, dalle variabili da analizzare, dai soggetti presi in considerazione). Divisione non
statiche, in movimento.
2. La divisione internazionale del lavoro: la nascita dell’economia mondo (Braudel,
Wallerstein).
15

Capitolo quarto

Il modo di produzione

 Stato della tecnica e divisione del lavoro.


I modi di produzione e i rapporti sociali di produzione in chiave dinamica rappresentano il fattore
principale per la periodizzazione.
La divisione tecnica del lavoro all’interno della società è mediata dalla compra e vendita dei
prodotti di differenti branche di lavoro (Marx): la produzione di merci come collante delle parti.
Oggi si sente parlare di filiera: la filiera è un chiaro esempio di specializzazione strema (i soggetti
sono legati tra loro nella misura in cui producono o si scambio dei beni). Fra il produttore e il
consumatore si interpone una lunga catena di passaggi commerciali e tutti questi passaggi incidono
sul prezzo finale. Quindi abbiamo una produzione molto specializzata, ma pure il settore
commerciale si è altrettanto specializzato. Adesso la fase dello scambio ha acquistato una gran
rilevanza.
La produzione di merci e dunque lo scambio qualifica ogni forma di divisione sociale del lavoro:
agricoltura / industria, campagna / città, centro / periferia, …

 Rapporti di produzione e rapporti di classe.


Le relazioni personali che collegano i produttori gli uni agli altri e ne definiscono la posizione
rispetto al processo lavorativo sono perciò dette rapporti sociali di produzione, mediati però dagli
oggetti materiali necessari al soddisfacimento dei bisogni (mezzi di produzione, beni di consumo).
I rapporti di produzione hanno un fondamento nei rapporti di proprietà: la proprietà dei mezzi di
produzione come fattore chiave. La proprietà dei mezzi di produzione (terra, lavoro, capitale)
implica poi il problema della proprietà dei prodotti e della divisione dei prodotti.
Proprietari delle risorse e degli strumenti / proprietari della forza-lavoro: contrapposizione fra i
proprietari e i non-proprietari. Ma anche all’interno del lavoro si è andato verificando una forte
differenziazione: distinzione fra lavoro manuale e intellettuale.
I rapporti di produzione vanno dunque studiati come rapporti fra produttori divisi in classi e
sottoclassi: una divisione storica in funzione delle classi dominanti (Dobb).
Il conflitto di classe: fattore dinamico della storia? Ma bisogna considera pure altri fattori dinamici
come le innovazioni, gli investimenti.

 Combinazione dei fattori e divisione del prodotto


Lo stato della tecnica orienta la combinazione dei fattori produttivi nella direzione che porta alla
massima produttività del lavoro
Le scelte d’investimento modificano direttamente la composizione organica dei fattori produttivi e
dei redditi. La categoria titolare del fattore prevalente è quella dominante:

1. la nobiltà all’epoca della terra (poche leggi scritte e molta consuetudine);


2. la borghesia industriale all’epoca delle fabbriche (leggi ma soprattutto diritti codificati per
scritto);
3. la borghesia finanziaria all’epoca dei capitali monetari.
16

Capitolo quinto

I fattori della produzione


Problemi di definizione: risulta, oggi, agevole definire e stabilire precise distinzioni fra “rendita”,
“salario” e “profitto”. Forse la categoria più semplice è quella del salario, ma la questione si
complica se proviamo a separare “terra”, “lavoro” e “capitale”, o detto in altro modo “proprietari
fondiari”, “lavoratori” e “capitalisti”.
Una prima distinzione da fare è tra:

1. mezzi di produzione originari (terra) e


2. mezzi di produzione derivati (capitali)

In realtà anche questa è una distinzione un po’ superata perché la terra può diventare capitale.
Si potrebbe proporre una distinzione in base al diritto di proprietà dei fattori: “proprietà collettiva”
e “proprietà privata”.

 Terra --- proprietari fondiari --- rendita


 Capitale --- profitto --- capitalisti
 Lavoro --- salario --- lavoratori

1. Terra e capitale
La terra, forse meglio parlare adesso di suolo (proprietà del suolo, uso del suolo; suolo urbano e
rurale; suolo industriale): capitale originario.
Capitale: risultato della tecnologia, mezzi e metodi produttivi risultanti dall’ingegno umano e perciò
variabili.

2. Capitale e impresa
L’organizzazione come un quarto fattore indipendente della produzione: il ruolo degli imprenditori
che sono in grado di organizzare il lavoro degli altri. Capitalista / imprenditore

3. Capitale monetario
Mercante (capitalista monetario – titolare di moneta): utilizza la moneta per comperare merci già
finite e rivenderle. Ma non basta avere della moneta per diventare mercante.
Il capitalista si fa imprenditore acquistando mezzi di produzione e organizzandoli.
Il capitalista che cede beni capitali e ottiene una “quasi rendita”.
Il capitalista che finanzia (capitalista monetario): investimento in processi produttivi = profitti.

4. Capitale mercantile
Mercante: moneta – merce – moneta
Mercante-imprenditore: moneta – materie prime – merce – moneta (il mercante entra e organizza il
ciclo della produzione). Capitale monetario / capitale strumentale / capitale merce: il ciclo del
capitale
Il mercante: autonomo potere d’anticipazione, un patrimonio monetario destinato alla compera per
la vendita, una somma di denaro da convertire in merci e riconvertire in denaro (ricchezza mobile
chiamata capitale mercantile).

5. Il fattore lavoro
Il lavoro come merce?, come capitale? Mezzo di produzione originario?
Formazione e evoluzione del mercato del lavoro: il lavoratore, che vende o che affitta?: il tempo, la
forza fisica, le competenze tecniche.