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Armando Bisanti

A proposito di alcuni recenti studi sui carmi


della Anthologia latina*

1. Documento importantissimo per lo studio della cultura e della produzione


poetica latina di età tardoantica, l’Anthologia latina è stata, negli anni, al centro di
ricorrenti e frequenti indagini, volte sia a determinare la corretta facies linguistica e
testuale di questa o di quella composizione (o della silloge nel suo complesso, co-
me nel caso delle edizioni critiche complessive, di cui si dirà fra breve), sia ad illu-
strare e ad illuminare, in base a sondaggi di vario genere e di differente natura, que-
sta o quella figura di poeta, questo o quel singolo carme. 1
I problemi relativi alla composizione e alla cronologia della celebre raccolta

* Questa postilla trae spunto da alcuni recenti studi di Marco Giovini dedicati all’analisi di al-
cuni carmi della Anthologia latina. I titoli dei singoli contributi esaminati verranno via via citati nel
corso della presente nota.
1 Operare una sia pur indicativa selezione di studi volti all’interpretazione di questo o di quel

carme (o di quel gruppo di carmi) dell’Anthologia latina è, in questa sede, ovviamente impossibile
(oltre che francamente improprio). Mi limito, pertanto, a menzionare due brevi contributi che ritengo
particolarmente significativi, in cui mi sono imbattuto più o meno casualmente durante le mie costanti
ed inesauste peregrinazioni bibliografiche: G. CUPAIUOLO, Modestino, «Anthologia Latina» 267 S.B.
(e rapporti con Ausonio), in Studi di filologia classica in onore di Giusto Monaco, III, Palermo 1991,
pp. 1301-1312; e P. MASTANDREA, [Martialis] «De habitatione ruris» (Anth. 36 R.). Modelli classici
ed emulazioni medievali, in Epigrammatica greca e latina. Atti del Convegno Internazionale organiz-
zato da The School of Classics - University of Leeds e dall’Istituto di Filologia Classica - Università
di Sassari (Sassari, 18-19 aprile 1996), cura di L. Cicu, Giovanna Maria Pintus, Anna Maria Piredda,
Sassari 1999 [= «Sandalion. Quaderni di cultura classica, cristiana e medievale», 20], pp. 87-98, con
la mia recensione, in «Maia» n.s. 54/2 (2002), pp. 471-479.

«Schede medievali» 44 (2006), pp. 195-210


196 Armando Bisanti
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sono, come è noto, assai complessi e spinosi, e non è certo il caso di riesaminarli
partitamente in questa sede.2 Fondata sul celebre codice Salmasiano (Parisinus lat.
10318), miscellaneo di probabile origine spagnola vergato in onciale verosimil-
mente fra il VII e l’VIII secolo e posseduto, un tempo, dal dotto filologo francese
Claude Saumaise (1588-1663), da cui appunto prende il nome con cui è più comu-
nemente noto,3 la silloge poetica tardoantica ed altomedievale è stata pubblicata più
volte in edizione critica, dalla princeps di P. Burman4 a quella di H. Meyer
(integralmente fondata sulla precedente),5 da quella di E. Baehrens6 alle due edizio-
ni di A. Riese (la seconda delle quali fu, a lungo, canonica e di uso comune),7 fino
all’edizione di D.R. Shackleton Bailey, che ha procurato il più recente ed attendi-
bile (anche se in più punti discusso e discutibile) testo dell’Anthologia latina.8 Essa
presenta centinaia di componimenti di varia estensione ed importanza, attribuiti (o
attribuibili) talvolta a poeti e scrittori noti (si pensi, per es., al corpus epigrammati-
co attribuito a Seneca), ma assai più spesso a versificatori ignoti o poco noti, molti
dei quali vissuti ed operanti nell’Africa vandalica del V-VI secolo, quali Avito,
Bonoso (o Bonosio), Calbulo, Catone, Coronato, Donato, Felice, Fiorentino, Lindi-
no, Mavorzio, Modestino, Ottaviano, Pietro, Ponnano (o Ponnanio), Regiano, Tuc-
ciano, Vincenzio, oltre al più noto Sinfosio.9 Non sono mancate, ovviamente, le in-

2 Per un chiaro ed esauriente panorama relativo alle varie questioni e alla consistenza della

Anthologia latina, cfr. F. BERTINI, Autori latini in Africa sotto la dominazione vandalica, Genova
1974, pp. 99-107; e V. TANDOI, Antologia latina, sub voc., in Enciclopedia Virgiliana, I, Roma 1984,
pp. 198-205 (con amplissima bibliografia).
3 Del manoscritto esiste una edizione in facsimile, Anthologie des poètes latins dite de

Saumaise, éd. par H. Omont, Paris 1903. Gli studi più significativi sul manoscritto in questione e sulla
sua tradizione si devono a Maddalena SPALLONE, Il Par. lat. 10318 (Salmasiano): dal manoscritto
alto-medievale ad una raccolta enciclopedica tardo-antica, in «Italia medioevale e umanistica»
25 (1982), pp. 1-71; EAD., Ricerche sulla tradizione manoscritta dell’«Anthologia latina» (AL 181,
186-188, 379 Riese): itinerari testuali nell’età carolingia, in «Studi medievali» n.s. 29 (1988), pp.
607-642.
4 P. B URMAN (rec.), Anthologia Veterum Latinorum Epigrammatum et Poematum, 2 voll.,

Amsterdam 1759-1773.
5 H. MEYER (rec.), Anthologia Veterum Latinorum Epigrammatum et Poematum, Lipsiae

1835.
6 E. BAEHRENS (rec.), Poetae Latini Minores, IV, Lipsiae 1882.
7 A. RIESE (rec.), Anthologia latina sive Poesis Latinae Supplementum, I, Carmina in codici-

bus scripta, fasc. I, Libri Salmasiani aliorumque carmina, Lipsiae 1869 (2a ediz., ivi 1894); fasc. II,
Reliquorum librorum carmina, Lipsiae 1869 (seconda ediz., ivi 1906).
8 D. R. SHACKLETON BAILEY (rec.), Anthologia latina, I. Carmina in codicibus scripta, fasc. I,

Libri Salmasiani aliorumque carmina, Stuttgart 1982, con le recensioni di G. D I MARIA, in «Schede
Medievali» 5 (1983), pp. 439-441; e di P. PARRONI, in «Gnomon» 57 (1985), pp. 605-608. L’edizione
è stata preceduta da un cospicuo lavoro preparatorio: D. R. SHACKLETON BAILEY, Toward a Text of
«Anthologia latina», Cambridge 1979.
9 Brevi, ma come sempre incisive osservazioni su alcuni di questi poeti sono fornite (oltre che

da F. BERTINI, Autori latini in Africa, cit., pp. 102-103 e 106-107) da G. POLARA, Letteratura latina
tardoantica e altomedievale, Roma 1987, pp. 68-69; dello stesso studioso, cfr. poi I distici elegiaci
dell’«Anthologia latina», in Tredici secoli di elegia latina. Atti del Convegno internazionale (Assisi,
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dagini tese a sceverare le caratteristiche (poetiche, letterarie, compositive) di alcuni


pezzi particolarmente significativi ed interessanti, dal Concubitus Martis et Veneris
di Reposiano all’Epistula Didonis ad Aeneam,10 dal carme De rosis nascentibus al
Carmen de ponderibus et mensuris e all’Aegritudo Perdicae,11 per non parlare dei
centoni (soprattutto la Medea del fantomatico Osidio Geta), una volta fieramente
osteggiati e disprezzati da studiosi attenti più al fatto contenutistico che all’abilità
formale del poeta, ma cui da gran tempo, ormai, i critici letterari ed i filologi dedi-
cano mirate e rinnovate cure.12
Un posto di assoluto rilievo, all’interno della silloge, occupa poi certamente
la figura di Lussorio,13 importante epigrammista e poeta tardo-antico sul quale, in

22-24 aprile 1988), a cura di G. Catanzaro e F. Santucci, Assisi 1989, pp. 145-182 (poi in ID., Ricer-
che sulla tarda antichità, Napoli 2001, pp. 157-184, da cui citerò nel corso di questa rassegna).
10 Per Reposiano cfr. le edizioni a cura di U. Zuccarelli (REPOSIANO, Concubitus Martis et Ve-

neris, Napoli 1972) e di L. Cristante (REPOSIANO , Concubitus Martis et Veneris, Roma 1999); per
l’Epistula Didonis ad Aeneam, si veda l’edizione a cura di Giannina Solimano (Epistula Didonis ad
Aeneam, Genova 1988, con la mia segnalazione, in «Schede Medievali» 19 [1990], pp. 453-454).
11 Del De rosis nascentibus esiste l’eccellente edizione di G. Cupaiuolo (Il «De rosis nascen-

tibus», Roma 1984, con la segnalazione di C. ROCCARO, in «Schede Medievali» 10 [1986], pp. 178-
180); per il Carmen de ponderibus et mensuris, cfr. D. K. RAÏOS, Recherches sur le «Carmen de pon-
deribus et mensuris», Ioannina 1983 (con la recensione di Sabrina GRIMAUDO, in «Schede Medievali»
16 [1989], pp. 94-98; della stessa studiosa, cfr. l’articolo Metrologia e poesia nel tardoantico: struttu-
ra e cronologia del «Carmen de ponderibus et mensuris», in «Pan» 10 [1990], pp. 87-110). Più ampia
la bibliografia sull’Aegritudo Perdicae: cfr. l’edizione a cura di L. Zurli (Aegritudo Perdicae, Leipzig
1987, con la mia recensione, in «Schede Medievali» 17 [1989], pp. 401-408) e gli studi di D.
ROMANO, Interpretazione della «Aegritudo Perdicae», in «Atti dell’Accademia delle Scienze, Lettere
e Arti di Palermo» 19 (1960), pp. 169-216 (poi in ID., Letteratura e storia nell’età tardoromana, Pa-
lermo 1979, pp. 198-222); G. BALLAIRA , Perdica e Mirra, in «Rivista di cultura classica e medioeva-
le» 10 (1968), pp. 219-240; S. MARIOTTI, Imitazione e critica del testo. Qualche esempio dalla
«Aegritudo Perdicae», in «Rivista di Filologia e Istruzione classica» 97 (1969), pp. 385-392; D.
ROMANO, Tradizione e novità nella «Aegritudo Perdicae», in Le trasformazioni della cultura nella
Tarda Antichità. Atti del Convegno, Catania, Università degli Studi, 27 settembre-2 ottobre 1982,
Roma 1985, pp. 375-384; L. ZURLI, Prolegomeni ad una nuova edizione della «Aegritudo Perdicae»,
in «Giornale italiano di filologia» 38 (1986), pp. 161-219; ID., L’«Aegritudo Perdicae» non è di Dra-
conzio, in Ars narrandi. Scritti di narrativa antica in memoria di Luigi Pepe, a cura di C. Santini e L.
Zurli, Napoli 1996, pp. 231-261.
12 Molto cospicua, infatti, è la bibliografia più recente sui centoni. Per un inquadramento

complessivo, cfr. G. POLARA, I centoni, ne Lo Spazio letterario di Roma antica, diretto da G. Cavallo,
P. Fedeli, A. Giardina, III, La ricezione del testo, Roma 1990, pp. 245-275; R. LAMACCHIA, Centoni,
sub voc., in Enciclopedia Virgiliana, I, Roma 1984, pp. 733-737. Della Medea di Osidio Geta esistono
due importanti edizioni, pubblicate contemporaneamente ed indipendentemente l’una dall’altra:
OSIDIO GETA, Medea, a cura di G. Salanitro, Roma 1981 (con un lungo scritto introduttivo dedicato a
La poesia centonaria greco-latina, pp. 9-60); HOSIDII GETAE Medea. Cento vergilianus, ed. Rosa La-
macchia, Leipzig 1981 (su entrambe queste edizioni cfr. la mia recensione, in «Schede Medievali» 3
[1982], pp. 410-416).
13 Per una breve e sintetica, ma efficace presentazione dello scrittore e delle principali caratte-

ristiche della sua opera, cfr. F. BERTINI, Autori latini in Africa, cit., pp. 103-106; per un panorama un
po’ più ampio, cfr. poi D. ROMANO, Ritratto di Lussorio, in «Atti dell’Accademia di Scienze, Lettere
e Arti di Palermo» 29 (1968-1969), pp. 157-187 (poi in ID., Letteratura e storia nell’età tardoromana,
cit., pp. 223-251); per le questioni filologiche, ma non soltanto, assai importante è poi il saggio di
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questi ultimi anni, si sono notevolmente moltiplicate le indagini e le ricerche speci-


fiche, con una frequenza che, senza alcun dubbio, è spia sintomatica dell’interesse
da lui suscitato fra gli studiosi e i filologi (soprattutto italiani e tedeschi). Senza ov-
viamente voler pretendere di operare, in questa sede, una rassegna esaustiva della
più recente produzione critica su Lussorio (il che esulerebbe, fra l’altro, dallo scopo
precipuo che si propone questa rassegna), si possono comunque ricordare, fra i
principali interventi apparsi grosso modo negli ultimi quindici anni, soprattutto
quelli di Loriano Zurli14 e di Marco Giovini, 15 ma anche quelli di K. Dietz,16 di B.
Scholz,17 di J. Ramminger18 e di W.J. Schneider.19 Nell’anno accademico 1998-
1999 Ferruccio Bertini svolse, presso il Dipartimento di Archeologia, Filologia
classica e loro tradizioni «Francesco Della Corte» dell’Università degli Studi di
Genova, un corso di Dottorato in Filologia Greca e Latina dedicato proprio agli
epigrammi di Lussorio. Frutto di quel corso è stato un volume, curato dallo stesso
Bertini, in cui otto giovani studiosi, allievi di quel seminario – Anna Boatti, Silvia
Copello, Daniele Fusi, Marco Giovini, Daniela Ottria, Riccardo Quaglia, Ludovica
Radif e Francesca Razzetti – proposero nove contributi sul poeta tardo-antico. 20 Un
volume, questo, assai importante, e che si segnalava positivamente per «il notevole
valore complessivo e la sicura utilità […] per l’avanzamento degli studi su Lusso-
rio».21 Marco Giovini, giovane e brillante studioso del tardoantico e mediolatinista
allievo dello stesso Bertini e già noto per le sue innumerevoli ricerche filologiche e
storico-letterarie (in particolare sulle figure e sulle opere di Paolo Diacono, di Liut-
prando da Cremona e, soprattutto, di Rosvita di Gandersheim), è stato tra i parteci-

V. TANDOI, Luxoriana, in «Rivista di filologia e istruzione classica» 98 (1970), pp. 37-63; dello stesso
studioso, si veda altresì Un’ecfrasi di Lussorio: Anth. Lat. 371 R., ivi, 92 (1964), pp. 397-421, incen-
trato sulla problematica delle ekfraseis di opere d’arte in genere nella epigrammatica latina e, in parti-
colare, negli epigrammi lussoriani.
14 L. ZURLI, Esegesi e critica del testo. Qualche esempio da Luxorius, in «Giornale italiano di

filologia» 45 (1993), pp. 29-46; ID., Codici referenziali, intertesto e ricadute testuali. Un esempio da
Luxor. 371 R, in «Bollettino di studi latini» 24 (1994), pp. 129-139; ID ., Luxorius e la fitoterapia,
in «Giornale italiano di filologia» 46 (1994), pp. 185-195; ID ., Diadema Luxorii, ivi, 54 (2002), pp.
53-57.
15 M. G IOVINI , «Senum sponsalia tracto». La “carne mortificata” e l’“amore senile” da

Plauto a Riccardo da Venosa (con un intermezzo su Lussorio) , in La vecchiaia nel tempo, a cura di A.
Guerci e S. Consigliere, Genova 2002, pp. 95-130.
16 K. DIETZ , Der Buchlige bei Luxurius («Anth. Lat.» 315 R. = 310 ShB). Ein Beitrag zum

senatorischen Ahnenstolz, in «Rheinisches Museum für Philologie» 130 (1987), pp. 175-185.
17 B. S CHOLZ , Archäologische Bemerkungen zur Luxorius AL 315 ShB, in «Hermes» 115

(1987), pp. 231-240.


18 J. RAMMINGER, Zur Interpretation von Luxorius «Anth. Lat.» 305 R, in «Philologus» 132

(1988), pp. 297-307.


19 W. J. SCHNEIDER, «Beccas Talente». Luxurius Anth. Lat. 316 ShB = 321 R, in «Arctos» 33

(1999), pp. 155-160.


20 Luxoriana, a cura di F. Bertini, Genova 2002 (su cui cfr. la mia recens., in «Maia» n.s. 55,3

(2004), pp. 621-630).


21 Così io stesso affermavo nella chiusa della recensione cit., p. 630.
A proposito di alcuni recenti studi sui carmi della Anthologia latina 199
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panti al seminario genovese su Lussorio di cui si è detto or ora, ma poi ha conti-


nuato a lavorare attivamente sul poeta tardo-antico, mirando ad indagare e a sceve-
rare a fondo i vari aspetti del suo non vastissimo corpus poetico, pubblicando in
riviste specialistiche altri notevoli saggi di interesse lussoriano. Cinque di tali sag-
gi, opportunamente rivisti, ampliati e/o corretti, sono stati quindi proposti in un
ponderoso volume di oltre 350 pagine, interamente dedicato a Lussorio, insieme a
tre nuovi capitoli ancora inediti.22

2. Marco Giovini ha continuato ad occuparsi alacremente delle composizioni


poetiche della Anthologia latina e, in questi ultimi tempi, ha pubblicato tre impor-
tanti contributi su cui, in questa nota, vorrei soffermare la mia attenzione.
Il primo di essi è dedicato alla lettura e all’analisi di un carme di 24 trimetri
giambici (Anth. lat. 712 R.) attribuito ad Apuleio.23 Il componimento in questione
propone una presunta traduzione latina, attribuita appunto allo scrittore di Madaura,
di un passo tratto dall’∆Ανεχοvµενος («Il sopportatore», «Il rassegnato») elencato
dal Sandbach fra i tituli incerti di Menandro. Ora, che l’autore dei Florida,
dell’Apologia e delle Metamorfosi si dilettasse, di tanto in tanto, di comporre brevi
lusus poetici improntati al gusto arcaizzante dei poetae novelli,24 è cosa nota: lo
stesso Apuleio ce lo testimonia senza alcuna ombra di dubbio, in un celebre passo
dei già ricordati Florida in cui egli passa in rassegna i vari generi letterari da lui af-
frontati.25 Ma se lo scrittore latino si attendeva la fama per la sua attività di poeta,
tale fama, come è noto, non lo raggiunse (o, per meglio dire, lo raggiunse sì, ma per
la sua attività di prosatore e romanziere), tanto è vero che questa sezione della pro-
duzione apuleiana ebbe un’eco alquanto limitata nell’età posteriore, e soltanto Au-
sonio, in un passo del Cento nuptialis, mostra di ricordarsi di Apuleio come autore
di epigrammi d’argomento erotico.26
Ad ogni modo, la paternità apuleiana di alcuni ludicra sembra assolutamente
fuori discussione, così come sicura appare, soprattutto dopo le indagini e le analisi
esperite dalla Mattiacci e da Harrison,27 l’appartenenza al corpus poetico apuleiano
dei 24 trimetri giambici compresi nella Anthologia latina. Notevoli e legittimi dub-
bi, se mai, continuano a persistere circa il fatto che tale componimento costituisca

22 M. GIOVINI, Studi su Lussorio, Genova 2004. Sul volume in questione ho redatto una lunga

recensione, apparsa in «Maia» n.s. 58,1 (2006), pp. 147-158.


23 M. GIOVINI, «Amare liceat». Appunti di lettura di un carme giambico attribuito ad Apuleio

(Anth. Lat. 712 R.), in «Res Publica Litterarum. Studies in the Classical Tradition» 27 (2004), pp.
129-151.
24 Cfr. Silvia MATTIACCI, Apuleio “poeta novello”, in Disiecti membra poetae, II, a cura di V.

Tandoi, Foggia 1985, pp. 235-277.


25 APUL. flor. 9.
26 AUSON. cento nupt. 10.
27 Silvia MATTIACCI , Apuleio “poeta novello”, cit., pp. 261-274; S. J. HARRISON, Apuleius

eroticus: Anth. lat. 712 Riese, in «Hermes» 120 (1992), pp. 83-89.
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la versione latina di un brano dell’ ∆Ανεχοvµενος pseudo-menandreo, soprattutto


perché appare abbastanza incredibile che in una commedia di Menandro (o comun-
que di un suo imitatore) potessero trovare spazio versi tanto licenziosi e quasi
osceni quali quelli proposti da Apuleio nel suo carme. Silvia Mattiacci ha cercato di
risolvere con equilibrio la spinosa questione, proponendo una soluzione di com-
promesso ed osservando che «a ben considerare l’attacco di questo brano, si noterà
che i primi cinque versi, con il loro tono di riflessione moraleggiante, non disdireb-
bero al commediografo greco: Apuleio, che certo non intese la traduzione – come
mai la intesero fin dalle origini gli autori latini – pedissequa parafrasi dell’ori-
ginale, potrebbe aver tratto spunto dalle rassegnate parole di un personaggio me-
nandreo, per ampliare notevolmente il modello, mediante l’inserzione di un quadro
perfettamente rispondente al gusto lascivo della sua arte». 28 Harrison, da parte sua,
senza conoscere il contributo della Mattiacci, ha invece posto a confronto il carme
apuleiano con i 17 trimetri giambici della libera rielaborazione di un distico attri-
buito a Platone (Anth. Pal. V 78), riportato da Aulo Gellio29 come opera di un suo
amico da identificarsi proprio con Apuleio, pervenendo, dopo la sua analisi, a con-
clusioni in larghissima parte sovrapponibili a quelle avanzate dalla Mattiacci.30
Presentate le linee generali del problema, Giovini, come è suo solito, riporta
il testo latino del carme apuleiano (inc. Amare liceat) secondo la conservativa edi-
zione del Riese, corredandolo di un’inedita e disinvolta traduzione italiana. Si trat-
ta, in realtà, di un componimento assai pruriginoso e, in taluni passaggi, addirittura
osceno, una sorta di monologo dell’io narrante che, dopo aver inizialmente e mora-
listicamente affermato che si può amare senza conseguire il possesso sessuale, nella
seconda parte della composizione si diffonde, con un’insistenza per i particolari li-
cenziosi che rasenta spesso la pornografia, sui preliminari dell’amplesso amoroso e
sulle modalità del conseguimento dell’orgasmo. Ed è un componimento che lo stu-
dioso esamina verso per verso, quasi parola per parola, con rara competenza, nella
ricerca (e nella individuazione) dei modelli fruiti dallo scrittore di Madaura per la
dotta compaginazione dei suoi trimetri giambici. Infatti, dopo aver stabilito, in via
preliminare, una breve serie di confronti fra taluni passi del carme in oggetto e al-
cuni passi delle Metamorfosi (paralleli, questi, che avvalorano vieppiù l’ipotesi
della paternità apuleiana di Amare liceat), Giovini si volge all’analisi delle fonti e
dei loci similes individuabili nel testo poetico: un testo, come scrive lo studioso, «i
cui ingredienti espressivi e lessicali rivelano, al di là del generico pattern stilistico
di fondo di peculiare (e consona) matrice apuleiana, la presenza di varie compo-
nenti linguistiche: a fianco della duplice tradizione del sermo amatorius ed eroticus
di ascendenza da un lato comica e dall’altro catulliana nonché genericamente ele-

28 Silvia MATTIACCI, Apuleio “poeta novello”, cit., pp. 263-264.


29 GELL. Noct. Att. XIX 2, 4.
30 S. J. HARRISON, Apuleius eroticus, cit., p. 89.
A proposito di alcuni recenti studi sui carmi della Anthologia latina 201
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giaca, si rintracciano, infatti, nel testo in esame, elementi ripresi da Virgilio nonché
una riconoscibile presenza lucreziana, con una non casuale preponderanza di inserti
che provengono dalla parte finale del IV libro del De rerum natura, dedicata ad
enucleare, in smitizzante chiave materialistica, l’origine della passione amorosa,
causa di infelicità, di cui vengono anatomicamente esposti e denunziati i dolorosi
pericoli e gli aspetti illusorî e frustranti».31
Giunto alla fine della sua dotta e puntuale disamina del carme apuleiano,
Giovini si chiede perché Apuleio abbia voluto «profondere tanti particolari precisi
e pruriginosi sulle modalità dei preliminari erotici e del coito, dopo l’incipitario in-
vito a trarre appagamento dal puro amore senza possesso». La risposta è che «il
senso di questa rielaborazione amplificata d’un semplice spunto menandreo va ri-
cercato proprio in questa contraddizione di fondo: l’insistenza ossessiva, quasi ma-
niacale, sulle pratiche e sui gesti del concubito, dai bacetti del v. 6 sino all’orgasmo
dei vv. 20-21, di cui debbono godere gli altri, e soltanto loro (v. 2 fruantur alii), i
reali amoris compotes (v. 4), quelli cui Cupido, oltre al velle, non rifiuta il concreto
posse, rivela in realtà, anzi, tradisce il chiodo fisso del protagonista. Dopo il monito
d’invito ad accontentarsi di amare, egli s’abbandona a descrivere in modo analitico
le gioie di quel potiri a lui negato, che si raffigura col teleobiettivo hard core d’una
immaginazione morbosa in quanto frustrata e perciò indotta a sognare, ingiganten-
dolo a dismisura, ciò di cui avverte il bisogno impellente, benché in apparenza
sconfessato. Per dirla in breve, non ha senso che qualcuno dica d’essere pronto e
disposto a rinunziare a qualcosa di cui poi non fa altro che parlare e, per di più, in
maniera minuziosa, con la smania d’una fissazione: è un sintomo di scarsa capacità
di autoanalisi o di totale insincerità con se stessi, che sconfina nella nevrosi. So-
prattutto attraverso la dissimulata rilettura antifrastica dei dissacranti versi lucre-
ziani sulla illusoria follia d’amore, ridotto a mero sfogo fisico, per voce del prota-
gonista del monologo Apuleio finisce per ribadire implicitamente che la felicità, in
amore, non può comunque prescindere dal delectamen fisico, rinunziando al potiri,
anche se un innamorato deluso può raccontarsi la frottola di non provare invidia per
i più fortunati, riducendosi a vaneggiare, in un delirio febbrile, scene di baci, morsi,
intrecci flessuosi di membra, palpeggiamenti ed estasi di piacere carnale, tra effluvi
di profumo e vocii di gemiti, tanto più intensi perché raffigurati mentalmente nel
trasporto visionario d’una fantasia sovreccitata e insoddisfatta».32

3. Il secondo contributo di Marco Giovini su cui intendo soffermarmi è dedi-


cato all’elegia della poetessa Eucheria (Anth. lat. 386 Shackleton Bailey = 390 Rie-
se), un singolare carme di 16 distici elegiaci risalente alla Gallia del VI secolo.33
31 M. GIOVINI, «Amare liceat», cit., p. 136.
32 Ivi, p. 151.
33 ID ., Una ripulsa d’amore al femminile: l’elegia della poetessa Eucheria, in «Maia» n.s.

56,3 (2004), pp. 553-569.


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Eucheria, che si autonomina proprio alla fine del carme in oggetto, nella clausola
dell’ultimo pentametro, è un personaggio enigmatico e sfuggente. In un primo tem-
po, infatti, gli studiosi ritennero che tale denominazione fosse assolutamente fitti-
zia, fosse insomma una finzione letteraria (come tanto spesso occorre nella poesia
tardo-antica in generale e, in particolare, proprio nelle composizioni del-
l’Anthologia latina). Spinti, da un lato, dalla interpretatio nominis di Eucheria (che,
in quanto calco del greco ευjχεvρεια, evocherebbe l’idea della “destrezza”, della
“abilità” della poetessa) e, dall’altro, dall’estrema letterarietà della composizione
(che si concretizza, attraverso una fittissima serie di adynata, in una fiera e decisa
ripulsa della stessa Eucheria ad un rusticus […] servus che ha osato avanzare im-
pertinenti profferte d’amore), gli studiosi dell’Ottocento ritennero quindi trattarsi di
un personaggio inesistente. Fu per primo il Manitius, nel 1891,34 a cercare di identi-
ficare questa figura femminile di poetessa tardoantica, proponendone la corrispon-
denza con la moglie di Dinamio di Marsiglia (545 ca. - 595/96), scrittore di opere
agiografiche (una Vita sancti Marii abatis Bobacensis sive Bodanensis e una Vita
Maximi) e rettore della Provenza, nonché conoscente di Venanzio Fortunato, che
gli indirizzò due poesie dai toni apertamente cordiali ed amichevoli.35 Se
l’identificazione proposta dal Manitius è corretta (come ormai sembra accertato e
come lo stesso Giovini mostra di credere), sua moglie Eucheria sarà morta fra il
605 ed il 606 (come si può arguire da altre testimonianze sulle quali non è qui il ca-
so di indugiare), mentre sulla sua data di nascita non possiamo dire nulla di sicuro.
Orbene, a questo punto Giovini presenta testo latino e traduzione italiana
dell’elegia di Eucheria, dedicando la seconda e assai più ampia parte del suo con-
tributo ad una dotta analisi di essa, anche alla luce di un paio di importanti saggi
dedicati alla composizione tardoantica, forniti abbastanza recentemente da Marco-
vich e dalla Georgiadou.36 Innanzitutto, comunque, c’è da osservare la particolare
configurazione del carme in questione, nel quale l’autrice-protagonista (insomma la
stessa Eucheria), per respingere senza mezzi termini i rozzi approcci del rusticus
[…] servus di lei vanamente e stoltamente innamorato, snocciola, come si è accen-
nato poc’anzi, «un’interminabile e variegata sequenza di 27 adynata […], che ren-
dono manifesto, sino all’ipertrofia dimostrativa, l’abissale e inconciliabile divario
fra la donna e il suo “spregevole” spasimante».37 Se l’idea primigenia di questo
carme (ed in particolare l’utilizzo dell’adynaton), secondo quanto ha opinato lo
Skutsch, 38 deriva ad Eucheria dalla VIII bucolica di Virgilio, ciò non toglie però
34 M. MANITIUS, Geschichte der christlich-lateinischen Poesie bis zur Mitte des 8.

Jahrhunderts, Stuttgart 1891, pp. 471-472.


35 VEN. FORT. carm. VI 9 (Ad Dinamium de Massilia); VI 10 (Item ad Dinamium).
36 M. M ARCOVICH - Aristoula GEORGIADOU, Eucheria’s Adynata, in «Illinois Classical Stu-

dies» 13 (1988), pp. 165-174; Aristoula GEORGIADOU, Binary Opposition and Aristocratic Ideology in
Anth. Lat. 386 Shackleton Bailey (= 390 Riese), in «Acta Classica» 40 (1997), pp. 49-61.
37 M. GIOVINI, Una ripulsa d’amore al femminile, cit., p. 557.
38 F. SKUTSCH, Eucheria, sub voc., in RE, VI, 1, coll. 881-882.
A proposito di alcuni recenti studi sui carmi della Anthologia latina 203
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che altre suggestioni, in tal senso, possano essere proposte, suggestioni che (con
largo beneficio di inventario) vanno da Orazio (carm. I 33) allo pseudo-Seneca
dell’epigr. 48, da Claudiano (Panegyricus dictus Probino et Olybrio consulibus) a
Licenzio (Carmen ad Augustinum), i quali tutti, in modo più o meno massiccio ed
invasivo, hanno fatto ricorso all’artificio dell’adynaton. Ma Eucheria va ben oltre i
modelli che le sono stati forniti, in tal direzione, dalla ricca e varia tradizione poeti-
ca a lei precedente, ché ella, nella sua elegia, trasforma l’impiego della figura
dell’adynaton in un «insistente, quasi maniacale, esercizio acrobatico di variazione
manieristica, in cui tale funzione retorica cessa di essere un collaudato strumento di
amplificazione iperbolica al negativo, per divenire oggetto di sperimentazione
contestuale di ποιvησις, nelle sue molteplici possibilità di adattamento combinato-
rio. In pratica, il carme di Eucheria si risolve in un prolisso repertorio di adynata
che mette in ombra l’assunto elegiaco-amoroso di fondo, riducendolo ad un prete-
sto compositivo».39 Fra l’altro, occorre mettere in rilievo il fatto che Eucheria non
sembra aver conosciuto né l’epigramma pseudo-senechiano, né i testi poetici di
Claudiano e di Licenzio: nondimeno, «sebbene i 27 adynata che si snodano e si
succedono incalzanti durante i primi 15 distici, ad esemplificare per absurdum
l’inammissibilità naturale, quasi logica, d’un rapporto interdetto a priori dalle nor-
me costrittive di un decorum sociale a caste chiuse, risultino singolarmente origi-
nali, tuttavia, numerose soluzioni linguistiche ed espressive adoperate dalla poetes-
sa medievale risentono comunque dell’influsso dei modelli poetici precedenti, libe-
ramente rielaborati e ricomposti».40
All’individuazione dei modelli sapientemente fruiti da Eucheria per la com-
posizione della sua elegia Giovini dedica quindi un’ampia sezione del suo contri-
buto. Ma il carme in questione non si configura, nella dotta e perspicua analisi pro-
posta dallo studioso genovese, solo e soltanto come un raffinato esercizio letterario,
bensì esso si rivela anche come una sintomatica spia di una determinata mentalità
di classe, di determinate norme che regolavano la vita dei ceti sociali della Gallia
del VI secolo d.C., laddove era assolutamente impensabile che un rusticus […] ser-
vus potesse anche lontanamente supporre di avanzare delle proposte d’amore ad
una dama d’alta condizione. In conclusione del suo saggio, infatti, Giovini osserva
opportunamente che per Eucheria «non esiste alcuna vis in grado d’infrangere la
necessitas rerum omnium actionum dei fata, se non quella fittizia e in buona so-
stanza rassicurante dell’ars rhetorica, che può permettersi di capovolgere per ben
27 volte sulla carta – ma solo su di essa e in maniera comunque momentanea e re-
vocabile, in quanto paradossale – l’ordine del mondo, delle sue graduatorie esteti-
che e delle sue immutabili leggi biologiche per ribadire, senza per altro argomen-
tarla, la necessità d’un rifiuto preconcetto le cui ragioni risiedono, in realtà, nelle

39 M. GIOVINI, Una ripulsa d’amore al femminile, cit., p. 559.


40 Ivi, p. 561.
204 Armando Bisanti
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norme contingenti che regolamentavano, nella Gallia del VI secolo, la condizione


sessuale di uomini e donne di diversa estrazione sociale».41
Prima di concludere questo paragrafo, mi sembra opportuno aggiungere che
all’elegia di Eucheria ha dedicato alcune considerazioni, qualche anno fa, Giovanni
Polara, all’interno di un importante contributo dedicato alle composizioni in distici
elegiaci dell’Anthologia latina, contributo, questo del Polara, stranamente sfuggito
al pur attentissimo ed informatissimo Giovini.42 Innanzitutto, lo studioso rilevava
che l’elegia in questione ci fa cogliere appieno le distanze e le differenze che mar-
cano distintivamente l’elegia classica e quella della tarda antichità, per discutere
approfonditamente, in un secondo tempo, i principali problemi attributivi e, so-
prattutto, le più importanti questioni relative alla complessa identificazione di Eu-
cheria. In merito a questo problema, Polara osservava che «l’attribuzione dei ma-
noscritti può […] nascere da un fraintendimento di quell’ultimo verso, con l’unico
nome proprio contenuto in tutto il componimento, che ha fatto dare il ruolo di au-
trice a colei che forse è soltanto la protagonista della vicenda: decidere se il carme
sia veramente opera per così dire autobiografica di una donna che punta ad un ma-
trimonio con un uomo che sia almeno della sua stessa condizione sociale, o vada
piuttosto attribuito ad un uomo, il quale avrebbe proposto ancora una volta il tema
del rivale turpe e squallido, che osa chiedere per sé la donna amata dal poeta, è
questione di soluzione assai difficile, ma di un certo peso per l’interpretazione e la
valutazione dei versi».43 Lo studioso, quindi, rilevava come l’origine del cumulo di
adynata che caratterizza l’elegia fosse da ricondurre al conflitto fra Damone e
Mopso nella VIII egloga virgiliana (argomento, questo, del quale si è già discusso a
proposito dell’indagine esperita da Giovini), soffermandosi poi su un punto abba-
stanza interessante e significativo per l’interpretazione complessiva del carme in
oggetto, e cioè il contrasto (che risale all’elegia latina classica, ad Ovidio in parti-
colare, e che è stato adeguatamente lumeggiato da Scivoletto) fra città e campagna,
fra ideologia urbana ed ideologia rurale. 44 Ma, mentre nell’elegia classica il contra-
sto era, soprattutto, di ordine culturale, qui, nella Gallia del VI secolo, le cose sono
cambiate un bel po’: infatti il “pretendente” dell’elegia di Eucheria è «un rusticus
et servus, che appunto per questa sua condizione non ha diritto a sperare nell’amore

41 Ivi, p. 569.
42 G. POLARA, I distici elegiaci dell’«Anthologia Latina», cit.
43 Ivi, p. 163. Fra gli studiosi che hanno identificato in Eucheria l’autrice del componimento,

si ricordano qui Helene HOMEYER, Dichterinnen des Altertums und des frühen Mittelalters, Paderborn
1979, pp. 185-187; e P. DRONKE, Donne e cultura nel Medioevo. Scrittrici medievali dal II al XIV se-
colo, trad. ital., Milano 1986, p. 42.
44 Cfr. N. SCIVOLETTO, Musa iocosa. Studio sulla poesia giovanile di Ovidio, Roma 1976, pp.

62-86. Il tema in questione ricorre anche nell’elegia properziana: cfr. A. LA PENNA, L’integrazione
difficile. Un profilo di Properzio, Torino 1977, passim; e ancora N. SCIVOLETTO, La città di Roma
nella poesia di Properzio, negli atti del Colloquium Propertianum Secundum (Assisi, 9-11 novembre
1979), a cura di F. Santucci e S. Vivona, Assisi 1981, pp. 27-38.
A proposito di alcuni recenti studi sui carmi della Anthologia latina 205
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della donna: l’ideologia urbana che si è progressivamente depositata nell’elegia e il


diverso interesse con cui l’intellettuale tardoantico poteva guardare alle utopie
dell’Arcadia fanno scrivere all’ipotetico autore del carme le parole che Mopso
avrebbe potuto pronunciare contro Damone […]. In questo contrasto fra campagna
e città sono ormai molto lontani gli echi dello scontro fra la Roma pastorale e
quella dello splendore augusteo, perché la contrapposizione fra urbanitas e rusti-
citas si è assai complicata con i profondi cambiamenti intervenuti nell’economia
non meno che nelle istituzioni; anche il nesso rusticus et servus contribuisce a chia-
rire che il problema non riguarda la finezza culturale del pretendente o la sua com-
petenza nell’ars amandi, ma più in generale la sua capacità di comportarsi come
una persona educata e di buona famiglia; qui insomma sono investite le gerarchie
sociali, in un rapporto di potere che colloca all’ultimo gradino chi abbia la disgrazia
di essere di condizione servile ed ignori quindi certe regole del galateo e
dell’etichetta».45
Fin qui, la lettura dell’elegia di Eucheria proposta da Polara non si discosta-
va, in generale, dalle indagini sul testo fino ad allora esperite. La novità più rile-
vante dell’intervento dello studioso napoletano stava, in realtà, in un parallelo nuo-
vo ed assolutamente originale, del quale non mi pare che abbiano tratto il dovuto
frutto tutti coloro (e quindi anche Giovini) che, dopo di lui, si sono occupati del
carme tardoantico. Polara, infatti, ammesso (ma forse non concesso) che si possa
credere all’identificazione di Eucheria con la moglie di Dinamio di Marsiglia, cer-
cava di inserire l’elegia in un contesto storico-culturale ben preciso, quello, ap-
punto, della Gallia del VI secolo e, nel far questo, si appoggiava ad una testimo-
nianza di Gregorio di Tours mai fino ad allora (e probabilmente neanche in seguito)
presa in considerazione in rapporto all’elegia di Eucheria. Infatti, lo storico dei
Franchi, fra le innumerevoli curiose notizie di cui stipa letteralmente la sua narra-
zione, ci fornisce alcune informazioni riguardo al senatore Felice, amico di Venan-
zio Fortunato e, appunto, di Dinamio di Marsiglia e forse imparentato con Enno-
dio.46 Orbene, «Felice aveva un servus, Andarchio, che si mise a studiare lettere,
diritto e matematica insieme con lui, ed ottenne ottimi risultati, tanto che lasciò il
padrone per una soddisfacente carriera che lo portò al servizio del re franco Sige-
berto a ad una posizione di un certo prestigio; ma le ambizioni di Andarchio erano
assai maggiori, e a Clermont organizzò un complicato inganno per avere in moglie
la figlia di Urso, un ricco cittadino del luogo, e stava per averla vinta, se non che
Urso – il quale rischiava di perdere tutto o quasi il suo patrimonio insieme con la
figlia – rispose con le maniere forti, incendiando la casa dove Andarchio pernottava
insieme con sette schiavi, dopo averla coperta di paglia, e riuscì in questo modo a

45 G. POLARA, I distici elegiaci dell’«Anthologia Latina», cit., p. 164.


46 GREG. TUR . Hist. Franc. IV 46.
206 Armando Bisanti
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liberarsi del nemico bruciandolo vivo».47 Ora, pretendere che l’elegia di Eucheria
(o, come preferisce pensare, su Eucheria) si riferisca a questo aneddoto raccontato
da Gregorio di Tours è senza alcun dubbio azzardato e, magari, fuorviante. Fatto
sta che, però, «che il tema della donna nobile chiesta in moglie dal rozzo schiavo
era presente nella tradizione letteraria del tempo anche per l’influsso di recenti fatti
di cronaca, sicché il carme al probabile ricordo di un modello classico, peraltro
completamente rielaborato nella trasposizione dall’ambientazione bucolica a quella
elegiaca, unisce l’attualità di una vicenda che aveva molto impressionato per l’in-
gegnosità della truffa ordita da Andarchio e per la drammaticità del suo esito».48
In conclusione, respingendo l’ipotesi che Eucheria sia l’autrice del carme e
propendendo, invece, per quella che ella ne sia soltanto la protagonista, Polara pen-
sava appunto che l’elegia sia stata composta da uno dei vari poeti attivi in Gallia
nel VI secolo, il quale «si sarà fatto portavoce dello sdegno di Eucheria e di tutta la
sua classe nei confronti dei servi presuntuosi che approfittano del disordine sociale
regnante nella Gallia merovingica e non mostrano il dovuto rispetto per i padroni:
despicere dominos cepit, dice Gregorio all’inizio del racconto su Andarchio, per
sottolineare bene quale fu la causa della sua rovina finale, e questi servi che riusci-
vano a farsi una cultura e a trovare riscatto alle dipendenze dei Germani erano già
di per sé uno scandalo, che diveniva ancora più grave se all’ascesa sociale si som-
mavano pretese di riconoscimenti come il matrimonio con donne romane di nobile
origine. Il rifiuto di Eucheria non sarà quindi tanto la rivendicazione da parte di una
donna della libertà di scegliersi un compagno secondo i propri gusti, ma rappre-
senta piuttosto la tenace difesa di alcuni residui privilegi da parte di un gruppo so-
ciale che è in crisi da un secolo e vede progressivamente ridursi il suo prestigio».49
Una conclusione, questa, cui, indipendentemente da quanto affermato dallo
studioso napoletano, giungerà, come si è visto più sopra, lo stesso Giovini.

4. Eccellente è anche il terzo ed ultimo contributo di Marco Giovini che me-


rita di essere presentato in questa rassegna, un saggio che dall’epoca classica, attra-
verso il tardoantico, ci conduce al Medioevo e, quindi, all’età moderna.50 Lo studio-
so, in questo suo intervento, indugia sul diffuso tópos dell’avvento della primavera,
del ciclico ritorno della stagione primaverile dopo i freddi e le brume dell’inverno,
mettendo a frutto una vasta e puntuale competenza nell’ambito, appunto, delle let-
terature classiche, medievali e moderne. Dopo aver brevemente riferito, in apertura

47 G. POLARA, I distici elegiaci dell’«Anthologia Latina», cit., p. 165.


48 Ibid.
49 Ivi, p. 166.
50 M. GIOVINI, «Lo sento, l’inverno è fuggito»: Pentadio e le simbologie primaverili dal mon-

do antico a Valafrido Strabone (con una postilla su Eliot), in Futurantico 2. Collana di studi lingui-
stico-letterari sull’antichità classica del D.Ar.Fi.Cl.Et. «Francesco Della Corte», diretta da Elena
Zaffagno, Genova 2005, pp. 85-119.
A proposito di alcuni recenti studi sui carmi della Anthologia latina 207
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del suo saggio, sulle principali attestazioni che, di tale motivo retorico-descrittivo,
è possibile individuare nella letteratura greca (in particolare nell’epigramma elleni-
stico, da Meleagro a Paolo Silenziario), Giovini dedica la prima sezione del suo
intervento all’analisi di alcuni passi di autori latini che, in vario modo, hanno fatto
ricorso al tema del ritorno ciclico della primavera, da Lucrezio (de rer. nat. I 1-20)
a Ovidio (fast. IV 125-132; trist. III 12), da Catullo (carm. 46) a Orazio (carm. I 4;
IV 7; IV 12) a Virgilio (le cui laudes veris, in georg. II 323-345, rappresentano il
modello ineludibile cui si ispireranno tutti i successivi poeti).51 Lo studioso si volge
quindi alla disamina di un carme di Pentadio, un misterioso poeta tardoantico di cui
non si sa praticamente nulla, probabilmente vissuto all’epoca di Lattanzio, sotto il
cui nome l’Anthologia latina ci ha trasmesso sei componimenti. Il carme in que-
stione è uno dei più celebri, il De adventu veris (227 Shackleton Bailey = 235 Rie-
se), breve elegia di undici distici epanalettici, «una suggestiva summa che riepiloga
tutti i motivi tradizionali che caratterizzano questo duttile topos di origine lirico-
epigrammatica, ma oggetto […] di articolate riletture in chiave didascalica
(Lucrezio e Virgilio) ed elegiaca (Ovidio)».52 Dopo aver riportato il testo della
composizione (secondo la lezione fermata da Shackleton Bailey, pur con qualche
lieve modifica nel testo e nella interpunzione), Giovini ne analizza la struttura, arti-
colata in undici sezioni (praticamente una sezione per ogni distico) e, soprattutto,
individua, verso per verso, quasi espressione per espressione, frase per frase, iunc-
tura per iunctura, gli innumerevoli ed indubitabili echi dagli auctores che il dotto
poeta riesce a compaginare sapientemente nel suo colto e non disprezzabile com-
ponimento. L’esame del De adventu veris si caratterizza, come sempre nelle inda-
gini dello studioso genovese, per la sua puntualità e la sua acribìa. In particolare,
risulta illuminante, per una retta e fattiva analisi del carme, l’ultimo distico di esso
(vv. 21-22 Tunc quoque dulce mori, tunc, fila, recurrite fusis; / inter et amplexus
tunc quoque dulce mori). In questi versi, infatti, Pentadio «pospone […] la nota ri-
flessiva personale […], tramutando la contemplazione della primavera (reale), nel
suo ciclico ricorso, nel mesto rimpianto dell’irrecuperabile primavera (metaforica)
della giovinezza perduta, quando “anche il morire è dolce”, specie se “fra gli am-
plessi” […]. Se per il sentenzioso Orazio (carm. III 2,13) dulce et decorum est pro
patria mori, in qualunque periodo, stagionale o anagrafico che sia, per Pentadio
inter […] amplexus […] dulce mori, ma solo durante la primavera o, meglio, in una
primavera biologica ed esistenziale di cui il poeta può invocare l’impossibile ritor-
no, esortando gli svolti fili del proprio destino a tornare in fretta indietro ai loro fusi

51 Su questo celebre brano virgiliano, cfr. l’art. di L. LANDOLFI, Virgilio, Lucrezio e le «laudes

veris», in «Quaderni Urbinati di cultura classica» n.s. 20,2 (1985), pp. 91-109 (non ricordato da Gio-
vini nelle note al suo contributo e nella bibliografia finale).
52 M. G IOVINI, «Lo sento, l’inverno è fuggito», cit., p. 96. Il De adventu veris di Pentadio è

pubblicato in A. GUAGLIANONE, Pentadio. Le sue elegie e i suoi epigrammi, Padova 1984; e, con tra-
duzione italiana, anche in Poeti latini della decadenza, a cura di C. Carena, Torino 1988, pp. 20-21.
208 Armando Bisanti
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(recurrite fusis). Come il poeta del Pervigilium Veneris si interroga malinconica-


mente, alla fine del carme (v. 89), quando ver venit meum?, ben sapendo che la ri-
sposta a tale domanda non può che essere “numquam”, così Pentadio manipola il
refrain del carme 64 di Catullo (Currite ducentes subtegmina, currite, fusi) per
chiedere allo stame del proprio fatale fuso d’invertire il senso di dipanamento, in-
frangendo quello che Virgilio chiama lo stabile fatorum numen (Buc. IV 47), in
uno slancio emotivo, tanto più patetico, quanto più assurdo e irrealizzabile è
l’illusorio ordine impartito». 53
Voglio aggiungere, a questo punto, che al De adventu veris di Pentadio ha
dedicato una breve, ma come sempre incisiva analisi Giovanni Polara, in un contri-
buto già ricordato al paragrafo precedente in merito all’elegia di Eucheria,54
anch’egli soffermandosi, in particolare, sul significato dell’ultimo distico che, come
si è visto, fornisce la chiave di lettura per interpretare tutto il carme nel suo com-
plesso. Orbene, innanzitutto lo studioso napoletano ha affermato che il carme, che
risulta «assai […] gradevole per la descrizione di paesaggio e di atmosfera […],
prende l’avvio con la sensazione fisica della fine dell’inverno e si conclude con
l’aspirazione all’annientamento in questa rinascita della natura: nunc quoque dulce
mori». Interrompendo, per un attimo, la lettura del De adventu veris di Pentadio
svolta da Polara, occorre rilevare che, ai vv. 21-22, lo studioso ha seguito la “felice
congettura di Shackleton Bailey” nunc (nunc quoque dulce mori), mentre i mano-
scritti recano tunc (tunc quoque dulce mori, lezione invece accolta, come si è visto,
da Giovini), “che andrebbe comunque inteso in riferimento alla primavera”. Conti-
nuando la sua analisi del carme di Pentadio, Polara ha osservato che in esso «le
notazioni di maniera, che comunque non mancano, le prove di erudizione mitologi-
ca, le riprese dei classici, soprattutto dai vv. 55-57 della terza bucolica di Virgilio,
si mescolano a termini desunti dal lessico del reale, in una poetica dell’umile che
prende il sopravvento soprattutto nell’ultima parte del carme, quella che dalla dol-
cezza della descrizione campestre passa all’invocazione della morte, con una tran-
sizione che Grimal giudica inaspettata, 55 ma che si può comprendere per
l’esaltazione della bellezza del mondo, così avvincente da suscitare il desiderio di
una totale identificazione con il cosmo, che si può conseguire solo con il rifiuto del
proprio essere individuale, cioè con la fine della vita. E la dolcezza di questa morte
di primavera – una morte che, non senza echi desunti dalla migliore tradizione ele-
giaca, deve cogliere il poeta durante l’amore – è anticipata dalla gradevolezza del
sonno all’ombra del platano, che presuppone, magari in forma meno intensa e defi-

53 M. GIOVINI, «Lo sento, l’inverno è fuggito», cit., pp. 106-107.


54 G. POLARA, I distici elegiaci dell’«Anthologia latina», cit., pp. 174-175. Anche in questo
caso, come a proposito dell’elegia di Eucheria di cui si è detto supra, Giovini non ha utilizzato il con-
tributo del Polara.
55 Il riferimento è a P. GRIMAL, Le lyrisme à Rome, Paris 1978, p. 271.
A proposito di alcuni recenti studi sui carmi della Anthologia latina 209
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nitiva, il medesimo estenuato sfinimento».56


Conclusa la parte dedicata a Pentadio, Giovini passa quindi ad un brano
tratto dalla sezione introduttiva (vv. 19-35) dell’Hortulus (o Liber de cultura horto-
rum) di Walahfrido Strabone, uno dei gioielli (come è noto) della poesia didascali-
ca carolingia.57 Il passo interessato ricorre subito dopo la prefazione al poemetto
(De cultura hortorum, vv. 1-18) ed indugia sulla difficultas assumpti laboris, sulla
ripresa delle attività dell’agricoltore che, dopo il “parassitario” ed inutile inverno, si
dedica nuovamente al proprio lavoro, alla ripresa della primavera, di cui Walahfri-
do fornisce, sulle orme di Columella, una suggestiva descrizione. Densa anche di
echi virgiliani, tale descrizione della primavera proposta dal poeta carolingio assu-
me però, secondo quanto intuito e dimostrato da Giovini, una fortissima ed indubi-
tabile valenza ideologica e simbolica. Infatti, «la rinascita prodotta dal veris […]
adventus (v. 21), foriero del redux rerum / […] scema, ma che, al contempo, porta
alla luce le avviluppate ortiche velenose della negligente dimenticanza invernale
assomiglia molto, sul piano simbolico, a quel fenomeno di rinnovamento intellet-
tuale e letterario seguito ai secoli bui, di sterile inverno culturale, dell’età merovin-
gia: davvero un’epoca di bruma […] / ampliflui consumptrix saeva laboris (vv. 19-
20). […] La primavera a misura circoscritta di atriolum monastico […] è quindi fi-
gura della rinascita carolingia: un simbolo ancora una volta positivo, che investe la
“stagion che ’l mondo foglia e fiora” (così Compiuta Donzella) di sostanziali va-
lenze catartiche, tramutandola nell’emblema manifesto della palingenesi storico-
culturale in atto».58
In conclusione, lo studioso indugia quindi su alcuni passi di The Waste Land
(1922) di Thomas Stearns Eliot e, tirando le fila del suo discorso, scrive: «Stagione
propizia all’ispirazione poetica per Meleagro, fecondamente venerea per Lucrezio e
per Ovidio, che nei Tristia ne fa altresì il simbolo della trascorsa e ormai perduta
felicità romana ante exilium; indizio segnaletico del prossimo ritorno a casa per
Catullo, immagine del mondo originario per Virgilio, esplosione di gioiosa vitalità
che induce alla riflessione sul trascorrere del tempo e sulla fugacità della giovinez-

56 G. POLARA, I distici elegiaci dell’«Anthologia latina», cit., pp. 174-175. In nota, lo studioso

indica che la frase inter amplexus nunc quoque dulce mori (v. 22) «fa pensare a T IB. I 1,59-60 e
all’augurio che il poeta rivolge a se stesso di poter avere accanto la sua donna al momento del trapas-
so, ma soprattutto ad OV. amor. II 10,29 ss.» (ivi, p. 175).
57 Cfr. WALAHFRIDO STRABONE, Hortulus, a cura di C. Roccaro, Palermo 1979. Si veda anche

l’edizione di H. D. STOFFLER - TH . FEHRENBACH, Der «Hortulus» des Walahfrid Strabo. Aus dem
Kräutergarten des Kloster Reichenau, Sigmaringen 1978 (19962 ).
58 M. GIOVINI, «Lo sento, l’inverno è fuggito», cit., p. 111. Per una recente e stimolante lettura

del poemetto di Walahfrido Strabone, cfr. P. C. JACOBSEN , Il secolo IX, in Letteratura latina medie-
vale (secoli VI-XV). Un manuale, a cura di C. Leonardi, Firenze 2002, pp. 75-158, in particolare pp.
104-113. Cfr. inoltre Giuseppina BARABINO, Le fonti classiche dell’«Hortulus» di Valafrido Strabone,
ne I classici nel Medioevo e nell’Umanesimo. Miscellanea filologica, a cura di G. Puccioni, Genova
1975, pp. 175-260; EAD., Valafrido Strabone, sub voc., in Enciclopedia Virgiliana, V, 1, Roma 1990,
pp. 418-419.
210 Armando Bisanti
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za per Orazio e per Pentadio: sempre e comunque stagione di colori, di profumi, di


rigoglio naturale, di risveglio dei sensi, di ripresa delle attività lavorative ma anche
delle feste, dei banchetti, del canto, degli ozî campestri, delle effimere gioie con-
cesse talora all’uomo in vista della catulliana nox […] perpetua una dormienda».59

59 M. GIOVINI, «Lo sento, l’inverno è fuggito», cit., p. 112.