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La nozione di ‘bellezza’, tradizionalmente, viene ricondotta alla sfera della

soggettività, a ciò che potremmo definire un’attitudine individuale o paradigma


personale e culturale del gusto. In quanto tale solo una teoria ‘classica’ delle
determinazioni estetiche (ad es. il canone scolastico della claritas, debita proportio,
integritas) riusciva a fissare ‘oggettivamente’ delle qualità capaci di suscitare,
nell’osservatore, la fruitio o godimento. Con Hegel il bello viene elevato al rango di
‘eidos’ e, quindi, di realtà autentica, completa: “L’idea in generale è nient’altro che il
concetto, la realtà del concetto e l’unità di entrambi”. Sostenere che la bellezza sia
consustanziale o identica ad aletheia non implica asserire, tuttavia, una loro indistinta
eguaglianza (il filosofo, infatti, non ripropone lo schema della conversio
transcendentalium), quanto, piuttosto, che la verità ne costituisce una sorta di epifania,
un certo modus essendi. Così il concetto non rimane confinato nel dominio della pura
astrazione (“l’immobile e terribile museo degli archetipi platonici”, come scrive
Borges) – “ma viene a coagularsi, ilicamente, sin nella sua esistenza esteriore, nella cd.
‘regio dissimilitudinis’: è qui che la bellezza ‘esprime’, ovvero si fa parvenza ‘visibile’
dell’idea. Quindi, la bellezza è il sensibile compenetrato dal concetto e ad esso
conforme. L’ente concreto, naturale che innesca la nostra tensione o coinvolgimento
estetico fa balenare la luce del bello; a partire da questo corruscare l’animo viene
indotto a cercare nelle cose quella struttura di coesione reciproca, quell’intimità
interiore che, come negli organismi viventi, raccorda tutte le membra in una mirabile,
fisiologica, funzionale ensemble, connettendo le “esigenze particolari”. In definitiva,
“noi troviamo una figura naturale bella se congetturiamo, presumiamo, indoviniamo
un’unione e un rapporto necessario delle membra, rapporto che solo il pensiero
filosofico riconosce come necessario”.