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Analisi Matematica I - modulo B

Appunti delle lezioni tenute dal Prof. A. Fonda


Universit`a di Trieste, CdL Matematica, a.a. 2009/2010
1 Il campo dei numeri complessi
1.1 Denizioni e prime propriet`a
Consideriamo linsieme
R R = {(a, b) : a R, b R} ,
che spesso si indica con R
2
. Deniamo unoperazione di addizione:
(a, b) + (a

, b

) = (a + a

, b + b

) .
Si vericano le seguenti propriet`a:
a) (associativa) (a, b) + ((a

, b

) + (a

, b

)) = ((a, b) + (a

, b

)) + (a

, b

) ;
b) esiste un elemento neutro (0, 0): si ha (a, b) + (0, 0) = (a, b) ;
c) ogni elemento (a, b) ha un opposto (a, b) = (a, b): si ha
(a, b) + (a, b) = (0, 0) ;
d) (commutativa) (a, b) + (a

, b

) = (a

, b

) + (a, b) ;
Deniamo unoperazione di moltiplicazione:
(a, b) (a

, b

) = (aa

bb

, ab

+ ba

) .
Si pu`o vericare che valgono le seguenti propriet`a:
a) (associativa) (a, b) ((a

, b

) (a

, b

)) = ((a, b) (a

, b

)) (a

, b

) ;
b) esiste un elemento neutro (1, 0): si ha (a, b) (1, 0) = (a, b) ;
c) ogni elemento (a, b) = (0, 0) ha un reciproco (a, b)
1
= (
a
a
2
+b
2
,
b
a
2
+b
2
): si
ha
(a, b)
_
a
a
2
+ b
2
,
b
a
2
+ b
2
_
= (1, 0) ;
d) (commutativa) (a, b) (a

, b

) = (a

, b

) (a, b) ;
e) (distributiva) (a, b) ((a

, b

) + (a

, b

)) = ((a, b) (a

, b

)) + ((a, b) (a

, b

)) .
1
(Nel seguito, ometteremo spesso di scrivere il ). In questo modo, (R
2
, +, )
risulta essere un campo, che verr`a indicato con C e si dir`a il campo com-
plesso. I suoi elementi si chiameranno numeri complessi.
Si pu`o pensare C come unestensione di R in questo modo: si identicano
tutti gli elementi della forma (a, 0) con il corrispondente numero reale a. Le
operazioni di somma e moltiplicazione indotte su R sono eettivamente quelle
preesistenti:
(a, 0) + (b, 0) = (a + b, 0) ,
(a, 0) (b, 0) = (ab, 0) .
Notiamo che vale la seguente uguaglianza:
(a, b) = (a, 0) + (0, 1)(b, 0) .
`
E allora conveniente introdurre un nuovo simbolo per indicare lelemento (0, 1).
Scriveremo
(0, 1) = i .
In questo modo, avendo identicato (a, 0) con a e (b, 0) con b, possiamo scrivere
(a, b) = a + ib .
Posto z = a + ib, il numero a si dice parte reale di z e si scrive a = Re(z).
Il numero b si dice parte immaginaria di z e si scrive b = Im(z).
Osserviamo ora che si ha
i
2
= (0, 1)(0, 1) = (1, 0) = 1 .
Usando questa semplice informazione, possiamo vericare che valgono le usuali
propriet`a simboliche formali: ad esempio,
(a + ib) + (a

+ ib

) = (a + a

) + i(b + b

) .
(a + ib)(a

+ ib

) = (aa

bb

) + i(ab

+ ba

) .
1.2 la formula di De Moivre
Se z = a + ib, si introduce il modulo di z:
|z| =

a
2
+ b
2
,
Dati due numeri complessi z e z

, si pu`o vericare che


|zz

| = |z| |z

| .
In particolare, se z = z

, si ha
|z
2
| = |z|
2
.
2
Ne segue per induzione che, per n N,
|z
n
| = |z|
n
.
Inoltre, se z = 0, essendo |z
1
z| = 1, si ha
|z
1
| = |z|
1
.
Dato un numero complesso z = a + ib, si introduce il numero z

= a ib,
detto il complesso coniugato di z. Valgono le seguenti propriet`a:
(z
1
+ z
2
)

=z

1
+ z

2
;
(z
1
z
2
)

=z

1
z

2
;
z

=z ;
zz

=|z|
2
;
Re(z) =
1
2
(z + z

) ;
Im(z) =
1
2i
(z z

) .
Se z = 0, `e
z
1
=
z

|z|
2
.
Ogni numero complesso z = 0 si pu`o scrivere come z = |z|
z
|z|
. Indicheremo
con il modulo di z; Siccome
z
|z|
appartiene alla circonferenza unitaria, esiste
un unico [0, 2[ per cui
z
|z|
= (cos , sin ). Tale si dice argomento
principale di z e si indica con Arg(z). Avremo quindi
z = (cos + i sin ) .
In realt`a ogni che verichi questa relazione si chiama argomento di z. Due
argomenti dello stesso numero complesso dieriscono quindi per un multiplo
intero di 2.
Dati due numeri complessi
z = (cos + i sin ), z

(cos

+ i sin

) ,
avremo che
zz

[(cos cos

sin sin

) + i(sin cos

+ cos sin

)]
=

[cos( +

) + i sin( +

)] .
Quindi, moltiplicando due numeri complessi, gli argomenti corrispondenti si
sommano. In particolare,
z
2
=
2
[cos(2) + i sin(2)] ,
e, per induzione,
z
n
=
n
[cos(n) + i sin(n)] .
Come caso particolare, per = 1, abbiamo la formula di De Moivre:
(cos + i sin )
n
= cos(n) + i sin(n) .
3
1.3 La risoluzione delle equazioni algebriche
Arontiamo ora il problema dellesistenza delle radici n-esime di un numero
complesso z. Scriviamo z = (cos + i sin ) e consideriamo lequazione
u
n
= z ,
con n 1. Cerchiamo le soluzioni u nella forma u = r(cos +i sin ). Usando
la formula di De Moivre si avr`a:
r
n
(cos(n) + i sin(n)) = (cos + i sin )) ,
per cui
r
n
= , n = + 2k ,
con k Z. Allora sar`a
r =
n

, =

n
+
2k
n
.
Si noti per`o che gli argomenti di questo tipo individuano solamente n angoli
distinti che, al variare di k in Z, si ripetono ciclicamente con periodo n. In
conclusione, le radici n-esime di z sono in numero di n e si possono scrivere
come segue:
u =
n

_
cos
_

n
+
2k
n
_
+ i sin
_

n
+
2k
n
__
, k = 0, 1, ..., n 1 .
Possiamo ora considerare unequazione del secondo grado
Au
2
+ Bu + C = 0 ,
dove A, B, C sono numeri complessi ssati, con A = 0. Come facilmente si
vede, lequazione `e equivalente a
_
u +
B
2A
_
2
=
B
2
4AC
(2A)
2
.
Ponendo v = u +
B
2A
e z =
B
2
4AC
(2A)
2
, ci si riconduce al problema delle radici
seconde che abbiamo gi`a risolto.
Per concludere, consideriamo lequazione pi` u generale
A
n
u
n
+ A
n1
u
n1
+ ... + A
1
u + A
0
= 0 ,
dove A
0
, A
1
, ..., A
n
sono numeri complessi ssati, con A
n
= 0. In altri ter-
mini, vogliamo trovare le radici di un polinomio a coecienti complessi. Il
seguente teorema, che enunciamo senza dimostrazione, `e noto come teorema
fondamentale dellalgebra.
Teorema. Ogni polinomio di grado n 1 ha, nel campo complesso, almeno
una radice.
Il problema di trovare una formula generale che fornisca le radici `e per`o
tuttaltro che facile. Lo abbiamo arontato nel caso n = 2 e si pu`o risolvere
anche se n = 3 o 4. Se n 5, per`o, `e stato dimostrato che non esiste alcuna
formula algebrica generale che fornisca una radice del polinomio.
4
2 Serie numeriche
2.1 Introduzione e prime propriet`a
Data una successione (a
k
)
k
di numeri reali o complessi, chiameremo serie
numerica (ad essa associata) la successione (s
n
)
n
cos` denita:
s
0
= a
0
,
s
1
= a
0
+ a
1
,
s
2
= a
0
+ a
1
+ a
2
,
...
s
n
= a
0
+ a
1
+ a
2
+ ... + a
n
,
...
La terminologia dierisce da quella delle successioni, in generale, essenzial-
mente per motivi di tradizione. Il numero a
k
si dice termine kesimo,
mentre s
n
=

n
k=0
a
k
si dice somma parziale nesima della serie. Nel caso
in cui esiste il limite di (s
n
)
n
ed `e un numero S (reale o complesso), si dice che
la serie converge. In tal caso, il numero S si dice somma della serie e si
scrive
S = lim
n
_
n

k=0
a
k
_
=

k=0
a
k
,
o talvolta anche
S = a
0
+ a
1
+ a
2
+ ... + a
n
+ ...
Se si tratta di una serie a termini reali e lim
n
s
n
= +, si dice che la serie
diverge a +. Analogamente per il caso . Se la successione (s
n
)
n
non
ha limite, si dice che la serie `e indeterminata.
Con un abuso di notazioni, si usa spesso indicare la serie stessa con i simboli

k=0
a
k
, oppure a
0
+ a
1
+ a
2
+ ... + a
n
+ ... ,
rischiando di confondere la serie con la sua eventuale somma. Seguendo la
tradizione, ci adegueremo anche noi a queste notazioni. Talvolta, per brevit`a,
scriveremo semplicemente

k
a
k
.
Esempi. 1) Per R, la serie geometrica
1 + +
2
+
3
+ ... +
n
+ ...
ha termine kesimo a
k
=
k
. Se = 1, la somma parziale nesima vale
s
n
=
n

k=0

k
=

n+1
1
1
,
5
mentre se = 1, si ha s
n
= n+1. Quindi la serie converge se e solo se || < 1,
nel qual caso la sua somma `e

k=0

k
=
1
1
.
Se 1, la serie diverge a +. Se 1, la serie `e indeterminata.
2) La serie di Mengoli
1
1 2
+
1
2 3
+
1
3 4
+ +
1
(n + 1) (n + 2)
+ . . .
ha termine kesimo a
k
=
1
(k+1)(k+2)
. Essa `e di tipo telescopico:
_
1
1

1
2
_
+
_
1
2

1
3
_
+
_
1
3

1
4
_
+ +
_
1
n + 1

1
n + 2
_
+ . . .
Si vede quindi che gli addendi si elidono a due a due, e la somma parziale
nesima `e, semplicemente,
s
n
= 1
1
n + 2
,
per cui lim
n
s
n
= 1. In altri termini, la serie converge e ha somma 1:

k=0
1
(k + 1)(k + 2)
= 1 .
Naturalmente, possiamo anche scrivere, equivalentemente,

j=1
1
j(j + 1)
= 1 ,

k=1
1
k(k + 1)
= 1 ,

n=1
1
n(n + 1)
= 1 ,
o usare diverse altre varianti, legate alla notazione di sommatoria.
3) La serie armonica
1 +
1
2
+
1
3
+
1
4
+ +
1
n + 1
+ . . .
ha termine kesimo a
k
=
1
k+1
. Essa diverge. Lo si pu`o vedere scrivendola in
questo modo:
1 +
1
2
+
_
1
3
+
1
4
_
+
_
1
5
+
1
6
+
1
7
+
1
8
_
+
+
_
1
9
+
1
10
+
1
11
+
1
12
+
1
13
+
1
14
+
1
15
+
1
16
_
+ . . . ,
6
raggruppando prima due termini, poi quattro, poi otto, poi sedici e cos` via,
raddoppiando di volta in volta.
`
E facile vedere ora che le somme nelle parentesi
danno un risultato che `e sempre maggiore di
1
2
. La successione delle somme
parziali (che `e strettamente crescente) dovr`a quindi tendere a +. Talvolta
si scrive

k=0
1
k + 1
= +.
Teorema. Se una serie

k
a
k
converge, allora
lim
n
a
n
= 0 .
Dimostrazione. Sia lim
n
s
n
= S un numero reale o complesso. Allora anche
lim
n
s
n1
= S, da cui
lim
n
a
n
= lim
n
(s
n
s
n1
) = lim
n
s
n
lim
n
s
n1
= S S = 0 .
Enunciamo una semplice conseguenza della propriet`a associativa e distribu-
tiva di addizione e moltiplicazione.
Teorema. Supponiamo che le due serie

k
a
k
e

k
b
k
convergano e abbiano
somma A e B, rispettivamente. Allora converge anche la serie

k
(a
k
+ b
k
) e
la sua somma vale A + B. Inoltre, per ogni numero ssato , converge anche
la serie

k
(a
k
) e la sua somma vale A. Scriveremo brevemente

k=0
(a
k
+ b
k
) =

k=0
a
k
+

k=0
b
k
,

k=0
(a
k
) =

k=0
a
k
.
Dimostrazione. Siano s
n
=

n
k=0
a
k
e s

n
=

n
k=0
b
k
. Allora
s
n
+ s

n
=
n

k=0
(a
k
+ b
k
) , s
n
=
n

k=0
(a
k
) ,
da cui segue la tesi.
Raramente si ha la fortuna di riuscire a calcolare la somma di una serie,
se questa esiste. Molto spesso, ci si accontenta di stabilire se la serie converge
o meno. Se la serie converge, si potr`a forse trovare in un secondo tempo una
stima numerica della sua somma.
Ricordiamo che la serie

k
a
k
converge se esiste il limite lim
n
s
n
, ed `e un
numero (reale o complesso). Possiamo allora fare la seguente considerazione.
Se modichiamo solo un numero nito di termini di una serie, otteniamo
una nuova serie con la seguente propriet`a: essa converge se e solo se converge
la serie di partenza.
7
2.2 Serie a termini reali
Sono particolarmente importanti le serie a termini reali positivi. Se per ogni
k si ha che a
k
`e reale e a
k
0, la successione (s
n
)
n
`e crescente e pertanto ha
limite. In questo caso, la serie ha due sole alternative: o converge, o diverge a
+.
`
E molto utile il seguente criterio del confronto.
Teorema. Siano

k
a
k
e

k
b
k
due serie a termini reali tali che

k : k

k 0 a
k
b
k
.
Possiamo aermare che:
a) se la serie

k
b
k
converge, allora converge anche la serie

k
a
k
;
b) se la serie

k
a
k
diverge, allora diverge anche la serie

k
b
k
.
Dimostrazione. Poniamo
s
n
= a
0
+ a
1
+ a
2
+ ... + a
n
, s

n
= b
0
+ b
1
+ b
2
+ ... + b
n
.
Dimostriamo a). Se la serie

k
b
k
converge, esiste il limite
lim
n
s

n
= S

R.
Usando la considerazione fatta in precedenza, possiamo modicare un numero
nito di termini nelle due serie e supporre che sia 0 a
k
b
k
, per ogni k.
Allora anche
s
n
s

n
,
per ogni n. Inoltre, la successione (s
n
)
n
`e crescente e pertanto ha limite. Da
quanto sopra, lim
n
s
n
S

, per cui la serie

k
a
k
converge.
Veniamo alla dimostrazione di b): siccome la successione (s

n
)
n
`e crescente,
essa ha limite. Quindi, se la serie

k
b
k
non diverge, allora essa converge. Ma
allora, per a), anche

k
a
k
converge.
Esempio. La serie
1 +
1
2
2
+
1
3
2
+
1
4
2
+ +
1
(n + 1)
2
+ . . .
converge. Lo si vede confrontandola con la serie
1 +
1
1 2
+
1
2 3
+
1
3 4
+ +
1
n (n + 1)
+ . . . ,
ottenuta dalla serie di Mengoli aggiungendo allinizio laddendo 1. Si verica
immediatamente che i termini della prima sono tutti minori o uguali ai termini
della seconda.
Come primo corollario, abbiamo il criterio del confronto asintotico.
8
Corollario 1. Siano

k
a
k
e

k
b
k
due serie a termini reali e positivi tali che
esista il limite
= lim
k
a
k
b
k
.
Si possono vericare tre casi:
1. ]0, +[ ; allora le due serie convergono o divergono contemporanea-
mente.
2. = 0; se la serie

k
b
k
converge, allora converge anche la serie

k
a
k
.
3. = +; se la serie

k
b
k
diverge, allora diverge anche la serie

k
a
k
.
Dimostrazione. 1. Se ]0, +[ , esiste un

k tale che
k

k

2

a
k
b
k

3
2
,
ossia
k

k a
k

3
2
b
k
e b
k

2

a
k
.
La conclusione segue allora dal criterio di confronto.
2. Se = 0, allora esiste un

k tale che, se k

k, allora a
k
b
k
. Si applica
quindi direttamente il criterio di confronto.
3.
`
E analogo al caso 2, con i ruoli di a
k
e b
k
scambiati.
Il seguente corollario ci fornisce il cosiddetto criterio del rapporto.
Corollario 2. Sia

k
a
k
una serie a termini reali e positivi per cui esista il
limite
L = lim
k
a
k+1
a
k
.
Se L < 1, allora la serie converge.
Dimostrazione. Fissiamo un ]L, 1[ . Allora esiste un

k tale che
k

k
a
k+1
a
k
.
Pertanto, si ha
a
k+1
a
k
a
k+2
a
k+1

2
a
k
a
k+3
a
k+2

3
a
k
...
a
k+m
a
k+m1

m
a
k
... ,
ossia, con un cambio di indici,
k

k a
k

k

k
a
k
=
a
k

k

k
.
La conclusione segue per confronto con la serie geometrica di base , che
converge, essendo 0 < < 1.
9
In modo simile si dimostra il cosiddetto criterio della radice.
Corollario 3. Sia

k
a
k
una serie a termini reali e positivi per cui esista il
limite
L = lim
k
k

a
k
.
Se L < 1, allora la serie converge.
Dimostrazione. Fissiamo un ]L, 1[ . Allora esiste un

k tale che
k

k
k

a
k
,
ossia
k

k a
k

k
,
La conclusione segue per confronto con la serie geometrica di base , che
converge, essendo 0 < < 1.
Vediamo ora il criterio di condensazione. Si tratta di un procedimento
che gi`a abbiamo usato nel trattare la serie armonica.
Teorema. Se (a
k
)
k
`e una successione decrescente di numeri positivi, allora le
due serie

k=0
a
k
,

k=0
2
k
a
2
k
convergono o divergono contemporaneamente.
Dimostrazione. Per semplicit`a, tralasciamo il termine a
0
. Supponiamo che la
serie

k
2
k
a
2
k converga. Si ha:
a
1
+ (a
2
+ a
3
) a
1
+ 2a
2
a
1
+ (a
2
+ a
3
) + (a
4
+ a
5
+ a
6
+ a
7
) a
1
+ 2a
2
+ 4a
4
a
1
+ (a
2
+ a
3
) + (a
4
+ a
5
+ a
6
+ a
7
) +
+(a
8
+ a
9
+ a
10
+ a
11
+ a
12
+ a
13
+ a
14
+ a
15
+ a
16
+ a
17
)
a
1
+ 2a
2
+ 4a
4
+ 8a
8
. . .
Per confronto, si vede che anche la serie

k
a
k
converge.
Supponiamo ora che la serie

k
a
k
converga. Allora
a
1
+ 2a
2
2(a
1
+ a
2
)
a
1
+ 2a
2
+ 4a
4
2(a
1
+ a
2
+ (a
3
+ a
4
))
a
1
+ 2a
2
+ 4a
4
+ 8a
8
2(a
1
+ a
2
+ (a
3
+ a
4
) + (a
5
+ a
6
+ a
7
+ a
8
))
. . .
Per confronto, siccome

k
2a
k
converge, anche la serie

k
2
k
a
2
k converge.
10
Esempio 1. Consideriamo la serie

k=0
1
k

.
La successione (a
k
)
k
, con a
k
= 1/k

, `e decrescente se > 0. La serie conden-


sata `e

k=0
2
k
a
2
k =

k=0
2
k
1
(2
k
)

k=0
(2
1
)
k
.
`
E una serie geometrica di ragione = 2
1
. Essa converge se e solo se < 1.
Quindi

k=0
1
k

converge > 1 .
Esempio 2. Consideriamo la serie

k=0
1
k(ln k)

.
Facendo uso del calcolo dierenziale, si dimostra che la successione (a
k
)
k
, con
a
k
= 1/k(lnk)

, `e decrescente se > 0. La serie condensata `e

k=0
2
k
a
2
k =

k=0
2
k
1
2
k
(ln 2
k
)

=
1
(ln 2)

k=0
1
k

.
Da quanto visto nellEsempio 1, si ha:

k=0
1
k(ln k)

converge > 1 .
Consideriamo ora una serie a termini di segno alternato:
a
0
a
1
+ a
2
a
3
+ + (1)
n
a
n
+ . . . ,
dove gli a
k
sono reali e positivi. Abbiamo il seguente criterio di Leibniz.
Teorema. Se (a
k
)
k
`e una successione decrescente di numeri positivi e
lim
k
a
k
= 0 ,
allora la serie

k
(1)
k
a
k
converge.
Dimostrazione. Sia
s
n
= a
0
a
1
+ a
2
a
3
+ + (1)
n
a
n
,
11
la successione delle somme parziali. Consideriamo le due sottosuccessioni di
(s
n
)
n
ottenute prendendo i termini con indice pari o i termini con indice dispari,
rispettivamente. Siccome (a
k
)
k
`e positiva e decrescente, si ha:
s
1
s
3
s
5
s
7
. . . s
6
s
4
s
2
s
0
.
Pertanto, la successione (s
2m+1
)
m
con gli indici dispari `e crescente e limitata
superiormente, mentre la successione (s
2m
)
m
con gli indici dispari `e decrescente
e limitata inferiormente. Quindi, esse hanno entrambe un limite reale:
lim
m
s
2m+1
=
1
, lim
m
s
2m
=
2
.
Daltra parte,

2
= lim
m
(s
2m+1
s
2m
) = lim
m
(a
2m+1
) = 0 ,
per cui
1
=
2
. Ne segue che anche la successione (s
n
)
n
ha lo stesso limite.
2.3 Serie a termini complessi
Consideriamo una successione (s
n
)
n
di numeri complessi; scriveremo
s
n
=
n
+ i
n
dove
n
,
n
sono reali (parte reale e parte immaginaria di s
n
).
Teorema. La successione (s
n
)
n
ha limite in C se e solo se le successioni (
n
)
n
e (
n
)
n
hanno limite in R. In tal caso, si ha:
lim
n
s
n
= lim
n

n
+ i lim
n

n
.
Dimostrazione. Supponiamo che esista il limite lim
n
s
n
e che sia un numero
complesso S = S
1
+ iS
2
. Voglio far vedere che lim
n

n
= S
1
e lim
n

n
= S
2
.
Fisso > 0. Essendo lim
n
s
n
= S, esiste un n tale che
n n |s
n
S| < .
In altri termini
n n
_
(
n
S
1
)
2
+ (
n
S
2
)
2
< .
Da questo segue che
n n |
n
S
1
| < e |
n
S
2
| < ,
per cui lim
n

n
= S
1
e lim
n

n
= S
2
.
12
Supponiamo ora che esistano i limiti lim
n

n
, lim
n

n
e che siano due numeri
reali S
1
e S
2
, rispettivamente. Fisso > 0. Essendo lim
n

n
= S
1
, esiste un n
1
tale che
n n
1
|
n
S
1
| < .
Essendo lim
n

n
= S
2
, esiste un n
2
tale che
n n
2
|
n
S
2
| < .
Ponendo n = max{ n
1
, n
2
}, da quanto sopra segue che
n n |s
n
(S
1
+iS
2
)| =
_
(
n
S
1
)
2
+ (
n
S
2
)
2
<

2
+
2
=

2 ,
e questo `e suciente per aermare che lim
n
s
n
= S
1
+ iS
2
.
Corollario. Se a
k
= x
k
+ iy
k
, con x
k
e y
k
reali, la serie

k
a
k
converge se e
solo se convergono le serie

k
x
k
e

k
y
k
. In tal caso, la somma della serie `e
data da

k=0
a
k
=

k=0
x
k
+ i

k=0
y
k
.
Dimostrazione. Sia s
n
=

n
k=0
a
k
. Allora
s
n
=
n

k=0
(x
k
+ iy
k
) =
n

k=0
x
k
+ i
n

k=0
y
k
.
Pertanto, si ha s
n
=
n
+ i
n
, dove
n
=

n
k=0
x
k
`e la parte reale di s
n
e

n
=

n
k=0
y
k
`e la sua parte immaginaria. Usando il teorema precedente, si ha
la tesi.
Esempio. Consideriamo la serie

k=0
i
k
k + 1
= 1 +
i
2

1
3

i
4
+
1
5
+
i
6

1
7

i
8
+ +
i
n
n + 1
+ . . . .
La serie delle parti reali `e
1
1
3
+
1
5

1
7
+ . . . ,
mentre quella delle parti immaginarie `e
1
2

1
4
+
1
6

1
8
+ . . . .
Entrambe convergono, per il criterio di Leibniz sulle serie reali a segni alternati.
Quindi anche la serie di partenza converge.
13
2.4 Serie assolutamente covergenti
Iniziamo con il dimostrare la completezza di C, ossia di R
2
, con la distanza
euclidea.
1
Teorema. C `e completo.
Dimostrazione. Sia (s
n
)
n
una successione di Cauchy in C, con s
n
=
n
+ i
n
:
> 0 n : n > m n |s
n
s
m
| < .
Siccome
|s
n
s
m
| =
_
|
n

m
|
2
+|
n

m
|
2
,
si ha che |
n

m
| |s
n
s
m
| e |
n

m
| |s
n
s
m
|. Pertanto,
> 0 n : n > m n |
n

m
| < e |
n

m
| < .
Pertanto (
n
)
n
e (
n
)
n
) sono entrambe successioni di Cauchy in R. Essendo R
completo, esse hanno limite in R. Ne segue che (s
n
)
n
ha limite in C.
Vediamo come si adatta alle serie il criterio di Cauchy.
Teorema. Una serie

k
a
k
(a termini reali o complessi) converge se e solo se
> 0 n : n > m n

k=m+1
a
k

< .
Dimostrazione. Essendo sia R che C completi, abbiamo che la successione (s
n
)
n
ha limite nito se e solo se `e di Cauchy, ossia
> 0 n : n > m n |s
n
s
m
| < .
Non essendo restrittivo supporre m < n, sostituendo s
n
=

n
k=0
a
k
e s
m
=

m
k=0
a
k
si ha la tesi.
Corollario 2. Se la serie

k
|a
k
| converge, allora anche

k
a
k
converge.
In tal caso, si dice che la serie

k
a
k
converge assolutamente.
Dimostrazione. Se

k
|a
k
| converge, per il criterio di Cauchy si ha:
> 0 n : n > m n
n

k=m+1
|a
k
| < .
Ma, essendo

n
k=m+1
a
k

n
k=m+1
|a
k
|, ne segue che
> 0 n : n > m n

k=m+1
a
k

< .
Quindi, per il criterio di Cauchy,

k
a
k
converge.
1
La completezza di R `e stata dimostrata dal Prof. Del Santo.
14
Un esempio di serie convergente ma non assolutamente convergente `e il
seguente:

k=1
(1)
k
k
.
Date due serie

k=0
a
k
e

k=0
b
k
, si denisce la serie prodotto alla
Cauchy in questo modo:

k=0
_
k

j=0
a
kj
b
j
_
.
Teorema (di Mertens). Se la serie

k=0
a
k
converge e ha somma A, la serie

k=0
b
k
converge e ha somma B e almeno una delle due converge assoluta-
mente, allora la serie prodotto alla Cauchy converge e ha somma AB.
Dimostrazione.
2
Supponiamo, per ssare le idee, che sia la serie

k=0
a
k
a convergere assolutamente. Indichiamo con c
k
=

k
j=0
a
kj
b
j
, il termine
kesimo della serie prodotto. Siano s
n
=

n
k=0
a
k
, s

n
=

n
k=0
b
k
e s

n
=

n
k=0
c
k
. Sia inoltre r

n
= B s

n
. Allora
s

n
= a
0
b
0
+ (a
1
b
0
+ a
0
b
1
) + ... + (a
n
b
0
+ a
n1
b
1
+ ... + a
1
b
n1
+ a
0
b
n
)
= a
0
s

n
+ a
1
s

n1
+ ... + a
n1
s

1
+ a
n
s

0
= a
0
(B r

n
) + a
1
(B r

n1
) + ... + a
n1
(B r

1
) + a
n
(B r

0
)
= s
n
B (a
0
r

n
+ a
1
r

n1
+ ... + a
n1
r

1
+ a
n
r

0
) .
Siccome lim
n
s
n
B = AB, la tesi sar`a dimostrata se
lim
n
(a
0
r

n
+ a
1
r

n1
+ ... + a
n1
r

1
+ a
n
r

0
) = 0 .
Fissiamo > 0. Essendo lim
n
r

n
= 0, esiste un n
1
tale che
n n
1
|r

n
| < .
Poniamo inoltre

R = max{|r

n
| : n N}. Per ipotesi, la serie

k=0
|a
k
| con-
verge: sia

A la sua somma. Per il criterio di Cauchy esiste un n
2
tale che
n
2
n
1
e
n n
2
|a
n n
1
+1
| +|a
n n
1
+2
| + ... +|a
n
| < .
Allora, se n n
2
,
|a
0
r

n
+ a
1
r

n1
+ ... + a
n1
r

1
+ a
n
r

0
|
|a
0
| |r

n
| + ... +|a
n n
1
| |r

n
1
| +|a
n n
1
+1
| |r

n
1
1
| + ... +|a
n
| |r

0
|
(|a
0
| + ... +|a
n n
1
|) +

R(|a
n n
1
+1
| + ... +|a
n
|)


A +

R
= (

A +

R) ,
il che completa la dimostrazione.
2
Dimostrazione non svolta a lezione.
15
f (x)
a
b
x
1
x
a
1
x
2
x
3
x
4
a
2
a
3
Figure 1: Interpretazione geometrica della somma di Riemann
3 La teoria dellintegrale
Una P-partizione dellintervallo [a, b] `e una scelta di punti
a = a
0
< a
1
< ... < a
m1
< a
m
= b ,
insieme ad una ulteriore scelta di punti x
1
, x
2
, . . . , x
m
tali che
x
1
[a
0
, a
1
] , x
2
[a
1
, a
2
] , . . . , x
m
[a
m1
, a
m
] .
Indicheremo con una tale P-partizione.
Consideriamo ora una funzione f : [a, b] R. Ad ogni P-partizione
dellintervallo [a, b] possiamo associare la somma di Riemann
S() =
m

j=1
f(x
j
)(a
j
a
j1
) .
Nel caso di una funzione positiva f, questa si pu`o interpretare come somma di
aree di rettangoli (vedi Figura 1).
Ci chiediamo se, prendendo delle P-partizioni via via pi` u ni, le somme di
Riemann ad esse associate convergano ad un qualche valore. Nel caso che ci`o
avvenga per una funzione positiva f, tale valore pu`o essere visualizzato come
la misura dellarea della regione del piano cartesiano compresa tra il graco di
f e lasse delle ascisse.
Per brevit`a, chiameremo calibro su [a, b] ogni funzione : [a, b] R
tale che (x) > 0 per ogni x [a, b]. Una tale funzione ci servir`a per avere
un controllo sullampiezza dei vari sottointervalli determinati dai punti della
P-partizione.
Dato che sia un calibro su [a, b], diremo che la P-partizione sopra
introdotta `e ne se, per ogni j = 1, 2, . . . , m,
x
j
a
j1
(x
j
) e a
j
x
j
(x
j
) .
16
Mostreremo ora che `e sempre possibile trovare una P-partizione ne
dellintervallo [a, b], qualunque sia il calibro . Nel teorema che segue, dovuto
a P. Cousin, la compattezza dellintervallo [a, b] gioca un ruolo essenziale.
Teorema. Dato un intervallo compatto [a, b], per ogni calibro su [a, b] esiste
una P-partizione ne di [a, b].
Dimostrazione. Ragioneremo per assurdo. Supponiamo che esista un calibro
su [a, b] per il quale non sia possibile trovare alcuna P-partizione ne di
[a, b]. Dividiamo lintervallo [a, b] in due sottointervalli uguali, aventi il punto
di mezzo come estremo comune. Allora almeno uno dei due sottointervalli
non ha alcuna P-partizione ne. Scegliamolo, e dividiamolo a sua volta in
due sottointervalli uguali. Continuando in questo modo, ci costruiamo una
successione (I
n
)
n
di sottointervalli imbottigliati la cui lunghezza tende a zero,
ognuno dei quali non possiede alcuna P-partizione ne. Per il teorema di
Cantor, esiste uno ed un solo punto c [a, b] che appartiene a tutti questi
intervalli.
`
E inoltre chiaro che da un certo n in poi, tutti gli I
n
saranno
contenuti in [c (c), c + (c)]. Prendiamo uno di questi: sia esso I
n
. Allora
linsieme = {(c, I
n
)}, il cui unico elemento `e la coppia (c, I
n
), `e una P-
partizione ne di I
n
, in contraddizione con quanto sopra.
Torniamo a considerare una funzione f : [a, b] R. Siamo ora in grado di
denire cosa intendiamo per convergenza delle somme di Riemann qualora le
P-partizioni diventino via via pi` u ni. La seguente denizione `e dovuta a R.
Henstock e J. Kurzweil.
Denizione. Una funzione f : [a, b] R si dice integrabile se esiste un
numero reale A avente la seguente propriet`a: comunque scelto > 0, si pu`o
trovare un calibro su [a, b] tale che, per ogni P-partizione ne di [a, b],
si abbia
|S() A| .
Si pu`o dimostrare che esiste al pi` u un A R che verica le condizioni della
denizione. Questo numero reale A si chiama lintegrale di f su [a, b] e si
indica con uno dei seguenti simboli:
_
b
a
f ,
_
b
a
f(x) dx.
La presenza della lettera x nella notazione qui introdotta non ha importanza
in s`e. Essa potrebbe essere rimpiazzata da una qualunque altra lettera u, , o
da un qualunque altro simbolo, purche non abbia gi`a un altro signicato.
Si pone inoltre, per motivi che saranno chiariti pi` u avanti,
_
a
b
f =
_
b
a
f e
_
a
a
f = 0 .
17
3.1 Alcune propriet`a dellintegrale
In questa sezione enunciamo, senza dimostrarle, alcune importanti propriet`a
dellintegrale.
3
Proposizione. Se f, g : [a, b] R sono integrabili, allora f + g `e integrabile
e si ha:
_
b
a
(f + g) =
_
b
a
f +
_
b
a
g .
Proposizione. Se f : [a, b] R `e integrabile e R, allora f `e integrabile
e si ha:
_
b
a
(f) =
__
b
a
f
_
.
Proposizione. Se f, g : [a, b] R sono integrabili e f(x) g(x) per ogni x,
allora
_
b
a
f
_
b
a
g .
Proposizione. Se f : [a, b] R `e una funzione tale che linsieme
E = {x [a, b] : f(x) = 0}
sia nito o numerabile, allora f `e integrabile e
_
b
a
f = 0.
Proposizione. Siano dati tre punti a < c < b e sia f : [a, b] R una funzione.
Allora f `e integrabile su [a, b] se e solo se lo `e sia su [a, c] che su [c, b]. In tal
caso, si ha
_
b
a
f =
_
c
a
f +
_
b
c
f .
Esempio. Consideriamo la funzione f : [0, 2] R denita da
f(x) =
_
2 se x [0, 1] ,
3 se x ]1, 2] .
Essendo f costante su [0, 1], essa `e integrabile e
_
1
0
f = 2. Inoltre, sullinterval-
lo [1, 2] la funzione f dierisce da una costante solamente in un punto: si ha
che f(x)3 `e nulla tranne che per x = 1. Per quanto visto in precedenza, f 3
`e integrabile su [1, 2] con integrale nullo e pertanto, essendo f = (f 3) + 3,
anche f `e integrabile e
_
2
1
f = 3. In conclusione,
_
2
0
f(x) dx =
_
1
0
f(x) dx +
_
2
1
f(x) dx = 2 + 3 = 5 .
3
Per una trattazione pi` u approfondita, si veda il libro
A. Fonda, Lezioni slla teoria dellintegrale, Goliardica Ed., Roma, 2001.
18
f(x)
a c b
x
`
E facile vedere come dal teorema ora dimostrato segua che se una funzione `e
integrabile su un intervallo [a, b], lo `e anche su ogni suo sottointervallo. Inoltre,
si ha il seguente
Corollario. Se f : [a, b] R `e integrabile, presi comunque tre punti u, v, w
in [a, b] si ha
_
w
u
f =
_
v
u
f +
_
w
v
f .
Infatti, il caso u < v < w segue immediatamente dal teorema precedente.
Gli altri casi si ottengono facilmente tenendo conto delle convenzioni adottate
per gli integrali con estremi uguali o scambiati.
3.2 Il teorema fondamentale
Il seguente teorema costituisce un importante legame tra il calcolo dierenziale
e il calcolo integrale. Esso prende il nome di teorema fondamentale del
calcolo dierenziale e integrale. Pi` u brevemente, lo chiameremo teorema
fondamentale.
Teorema. Sia F : [a, b] R, una funzione derivabile, e sia f la sua derivata:
F

(x) = f(x) per ogni x [a, b]. Allora f `e integrabile su [a, b], e si ha:
_
b
a
f = F(b) F(a) .
Dimostrazione. Fissiamo > 0. Sappiamo che F

(x) = f(x), per ogni x [a, b],


ossia, per la denizione di derivata,
lim
ux
F(u) F(x)
u x
= f(x) .
Per la denizione di limite, esiste un > 0 tale che
0 < |u x|

F(u) F(x)
u x
f(x)

.
19
Notiamo che tale > 0 dipende dalla scelta di x, per cui faremmo meglio
a indicarlo con (x). Abbiamo cos` un calibro su [a, b]. Equivalentemente,
possiamo scrivere
|u x| (x) |F(u) F(x) f(x)(u x)| |u x| .
Consideriamo ora una P-partizione ne di [a, b]. Indicheremo come al
solito con a
0
, a
1
, a
2
, . . . , a
m
e x
1
, x
2
, . . . , x
m
i suoi punti. Essendo, per ogni
j = 1, 2, . . . , m,
|a
j
x
j
| (x
j
) , |a
j1
x
j
| (x
j
) ,
si ha
|F(a
j
) F(a
j1
) f(x
j
)(a
j
a
j1
)| =
= |F(a
j
) F(x
j
) f(x
j
)(a
j
x
j
) +
+[F(x
j
) F(a
j1
) + f(x
j
)(a
j1
x
j
)]|
|F(a
j
) F(x
j
) f(x
j
)(a
j
x
j
)| +
+|F(a
j1
) F(x
j
) f(x
j
)(a
j1
x
j
)|


b a
(|a
j
x
j
| +|a
j1
x
j
|)
=

b a
(a
j
x
j
+ x
j
a
j1
)
=

b a
(a
j
a
j1
) .
Se ne deduce che

F(b) F(a)
m

j=1
f(x
j
)(a
j
a
j1
)

=
=

j=1
[F(a
j
) F(a
j1
)]
m

j=1
f(x
j
)(a
j
a
j1
)

j=1
[F(a
j
) F(a
j1
) f(x
j
)(a
j
a
j1
)]

j=1
|F(a
j
) F(a
j1
) f(x
j
)(a
j
a
j1
)|

j=1

b a
(a
j
a
j1
) = ,
e il teorema `e dimostrato.
3.3 Funzioni primitivabili
Introduciamo il concetto di funzione primitiva di una data funzione. Indichi-
amo con I un intervallo di R.
20
Denizione. Una funzione f : I R si dice primitivabile su I se esiste
una funzione derivabile F : I R tale che F

(x) = f(x) per ogni x I. Una


tale funzione F si chiama primitiva di f su I.
Il teorema fondamentale stabilisce che tutte le funzioni primitivabili su un
intervallo [a, b] sono integrabili, e che il loro integrale si pu`o calcolare facil-
mente, nota che sia una loro primitiva. Esso si pu`o riformulare nel modo
seguente.
Teorema. Sia f : [a, b] R una funzione primitivabile e sia F una qualunque
sua primitiva. Allora f `e integrabile e
_
b
a
f = F(b) F(a) .
Talvolta `e comodo indicare la dierenza F(b) F(a) con i simboli
[F]
b
a
, [F(x)]
x=b
x=a
,
o con varianti di questi, come ad esempio [F(x)]
b
a
, qualora non ci siano ambi-
guit`a.
Esempio. Consideriamo la funzione f(x) = x
n
.
`
E facile vedere che F(x) =
1
n+1
x
n+1
ne `e una primitiva. Il teorema fondamentale ci assicura quindi che
_
b
a
x
n
dx =
_
1
n + 1
x
n+1
_
b
a
=
1
n + 1
(b
n+1
a
n+1
) ,
risultato che avevamo gi`a ottenuto per via diretta nel caso 0 a < b.
Il fatto che la dierenza F(b) F(a) non dipende dalla primitiva in que-
stione `e spiegato dalla seguente proposizione.
Proposizione. Sia f : I R una funzione primitivabile, e sia F una sua
primitiva. Allora una funzione G : I R `e primitiva di f se e solo se F G
`e una funzione costante su I.
Dimostrazione. Se F G `e costante, si ha
G

(x) = F

(x) + (GF)

(x) = F

(x) = f(x) ,
per ogni x I, e perci`o G `e una primitiva di f. Viceversa, se G `e una primitiva
di f su I, si ha
(F G)

(x) = F

(x) G

(x) = f(x) f(x) = 0 ,


per ogni x I. Ne segue che F G `e costante su I.
21
Notiamo che se f : I R `e una funzione primitivabile, essa `e primitivabile
su ogni sottointervallo di I. In particolare, essa `e integrabile su ogni intervallo
[a, x] I. Fissato che sia a I, si pu`o pertanto denire la funzione
x
_
x
a
f ,
che chiameremo integrale indenito di f, e indicheremo con uno dei simboli
seguenti:
_

a
f ,
_

a
f(t) dt
(si noti che qui `e conveniente usare una lettera diversa da x per indicare la
variabile di f; ad esempio, qui abbiamo scelto la lettera t). Il teorema fonda-
mentale ci assicura che, se F `e una primitiva di f, allora, per ogni x I,
_
x
a
f = F(x) F(a) ,
il che equivale a dire, tenendo conto della proposizione sopra dimostrata, che
la funzione
_

a
f `e anchessa una primitiva di f. Si ha quindi il seguente
Corollario. Sia f : I R una funzione primitivabile. Allora, ssato a I,
lintegrale indenito
_

a
f ne `e una primitiva: `e una funzione denita su I, ivi
derivabile e, per ogni x I, si ha
__

a
f
_

(x) = f(x) .
Le convenzioni fatte sullintegrale con estremi scambiati ci assicurano che
il corollario sopra enunciato continua a valere. Infatti, se F `e una primitiva di
f, anche se x < a si ha
_
x
a
f =
_
a
x
f = (F(a) F(x)) = F(x) F(a) ,
e ne segue che
_

a
f `e una primitiva di f.
Indicheremo linsieme di tutte le primitive di f con uno dei seguenti simboli:
_
f ,
_
f(x) dx.
Per quanto riguarda luso della x, vale unosservazione analoga a quella fatta
per lintegrale: essa pu`o essere rimpiazzata da una qualunque altra lettera o
simbolo, con le dovute precauzioni. Nella pratica, per`o, se F `e una primitiva
di f, invece della scrittura corretta
_
f = {F + c : c R} ,
22
si usa spesso scrivere impropriamente espressioni del tipo
_
f(x) dx = F(x) + c ,
dove c R indica una costante arbitraria; ci adegueremo anche noi a questa
prassi. Elenchiamo ad esempio le primitive di alcune funzioni elementari:
23
_
e
x
dx=e
x
+ c
_
sin xdx =cos x + c
_
cos xdx =sin x + c
_
x

dx=
x
+1
+ 1
+ c ( = 1)
_
1
x
dx=ln |x| + c
_
1
1 + x
2
dx=arctan x + c
_
1

1 x
2
dx=arcsin x + c
Le formule scritte sopra vanno considerate sugli opportuni intervalli di denizione.
Esempio. Usando il teorema fondamentale, troviamo:
_

0
sin xdx = [cos x]

0
= cos + cos 0 = 2 .
Notiamo che la presenza della costante arbitraria c pu`o talvolta portare
a risultati in apparenza diversi. Ad esempio, si verica facilmente che si ha
anche
_
1

1 x
2
dx = arccos x + c .
Ci`o si spiega con il fatto che arcsin x =

2
arccos x per ogni x [1, 1], e
non bisogna pensare che qui c indichi la stessa costante che appare nellultima
formula dellelenco scritto sopra.
La notazione introdotta per le primitive assomiglia a quella dellintegrale,
anche se i due concetti sono completamente diversi. Essi sono per`o legati tra
loro dal teorema fondamentale: si ha
_

f
_
f ,
con I qualsiasi, e
_
b
a
f =
__

f
_
b
a
.
Si potrebbe essere tentati di scrivere
_
b
a
f =
__
f(x) dx
_
b
a
;
in realt`a il termine di sinistra `e un numero reale, mentre quello di destra `e
qualcosa di non ben denito (potrebbe essere un insieme il cui unico elemento
`e
_
b
a
f). Nella pratica si abusa per`o spesso di queste notazioni.
24
Dalle note propriet`a delle derivate si pu`o facilmente dimostrare la seguente
proposizione.
Proposizione. Siano f e g due funzioni primitivabili e siano F e G primitive
di f e g, rispettivamente. Allora f + g `e primitivabile e F + G ne `e una
primitiva; scriveremo brevemente:
_
(f + g) =
_
f +
_
g ;
Proposizione. Sia f una funzione primitivabile e sia F una sua primitiva.
Sia R arbitrario. Allora f `e primitivabile e F ne `e una primitiva;
scriveremo brevemente:
_
(f) =
_
f .
Per concludere, enunciamo senza dimostrarlo il seguente importante
Teorema. Ogni funzione continua `e primitivabile.
3.4 Primitivazione per parti e per sostituzione
Introduciamo due metodi spesso usati per determinare le primitive di alcune
funzioni. Il primo `e noto come metodo di primitivazione per parti.
Proposizione. Siano F, G : I R due funzioni derivabili, e siano f, g le
rispettive derivate. Si ha che fG `e primitivabile su I se e solo se Fg lo `e, nel
qual caso una primitiva di fG `e ottenuta sottraendo da FG una primitiva di
Fg; scriveremo brevemente:
_
fG = FG
_
Fg .
Dimostrazione. Essendo F e G derivabili, anche FG lo `e, e si ha
(FG)

= fG + Fg .
Essendo (FG)

primitivabile su I con primitiva FG, la tesi segue dalla propo-


sizione precedente.
Esempio. Si voglia trovare una primitiva della funzione h(x) = xe
x
. Deniamo
le seguenti funzioni: f(x) = e
x
, G(x) = x, e conseguentemente F(x) = e
x
,
g(x) = 1. Applicando la formula della proposizione, si ha:
_
e
x
xdx = e
x
x
_
e
x
dx = xe
x
e
x
+ c ,
dove c indica, come sempre, una costante arbitraria.
25
Come immediata conseguenza della proposizione precedente, abbiamo la
regola di integrazione per parti:
_
b
a
fG = F(b)G(b) F(a)G(a)
_
b
a
Fg .
Esempi. Applicando la formula direttamente alla funzione h(x) = xe
x
dellesempio
precedente, otteniamo
_
1
0
e
x
xdx = e
1
1 e
0
0
_
1
0
e
x
dx = e [e
x
]
1
0
= e (e
1
e
0
) = 1 .
Notiamo che si pu`o giungere allo stesso risultato usando il teorema fondamen-
tale, avendo gi`a trovato che una primitiva di h `e data da H(x) = xe
x
e
x
:
_
1
0
e
x
xdx = H(1) H(0) = (e e) (0 1) = 1 .
Vediamo ancora un paio di esempi. Sia h(x) = sin
2
x. Con lovvia scelta
delle funzioni f e G, troviamo
_
sin
2
xdx =cos xsin x +
_
cos
2
xdx
=cos xsin x +
_
(1 sin
2
x) dx
=x cos xsin x
_
sin
2
xdx,
da cui si ricava
_
sin
2
xdx =
1
2
(x cos xsin x) + c .
Consideriamo ora il caso della funzione h(x) = ln x, con x > 0. Per applicare
la formula di primitivazione per parti, scegliamo le funzioni f(x) = 1, G(x) =
ln x. In questo modo, si trova
_
lnxdx = xln x
_
x
1
x
dx = xln x
_
1 dx = xln x x + c .
Il secondo metodo che vogliamo studiare `e noto come metodo di primiti-
vazione per sostituzione.
Proposizione. Sia : I R una funzione derivabile e f : (I) R una
funzione primitivabile sullintervallo (I), con primitiva F. Allora la funzione
(f )

`e primitivabile su I, e una sua primitiva `e data da F . Scriveremo


brevemente:
_
(f )

=
__
f
_
.
26
Dimostrazione. Il teorema di derivazione delle funzioni composte assicura che
la funzione F `e derivabile su I e
(F )

= (F

= (f )

.
Ne segue che (f )

`e primitivabile con primitiva F .


Ad esempio, cerchiamo una primitiva della funzione h(x) = xe
x
2
. Denendo
(x) = x
2
, f(t) =
1
2
e
t
(`e consigliabile usare lettere diverse per indicare le
variabili di e di f), si ha che h = (f )

. Essendo una primitiva di f data


da F(t) =
1
2
e
t
, si ha che una primitiva di h `e F , ossia
_
xe
x
2
dx = F((x)) + c =
1
2
e
x
2
+ c .
Come conseguenza, abbiamo la regola di integrazione per sostituzione:
so
_
b
a
f((x))

(x) dx =
_
(b)
(a)
f(t) dt .
Infatti, se F `e una primitiva di f su (I), per il teorema fondamentale, si ha
_
b
a
(f )

= (F )(b) (F )(a) = F((b)) F((a)) =


_
(b)
(a)
f.
Esempio. Prendendo la funzione h(x) = xe
x
2
denita sopra, si ha
_
2
0
xe
x
2
dx =
_
4
0
1
2
e
t
dt =
1
2
[e
t
]
4
0
=
e
4
1
2
.
Chiaramente, lo stesso risultato si ottiene con il teorema fondamentale, una
volta noto che una primitiva di h `e data da H(x) =
1
2
e
x
2
. Infatti, si ha
_
2
0
xe
x
2
dx = H(2) H(0) =
1
2
e
4

1
2
e
0
=
e
4
1
2
.
Nota. La formula di primitivazione per sostituzione si trova spesso scritta
nella forma
_
f((x))

(x) dx =
_
f(t) dt

t=(x)
,
dove, se F `e una primitiva di f, il termine di destra si legge
_
f(t) dt

t=(x)
= F((x)) + c ,
con c R arbitraria. Formalmente, si opera il cambiamento di variabile t =
(x), e il simbolo dt viene a rimpiazzare

(x) dx (la notazione di Leibniz


dt
dx
=

(x) pu`o essere usata come regola mnemonica).


27
Esempio. Per trovare una primitiva della funzione h(x) =
lnx
x
, possiamo
scegliere (x) = lnx, applicare la formula
_
ln x
x
dx =
_
t dt

t=ln x
,
e trovare cos`
1
2
(lnx)
2
+c (in questo caso, scrivendo t = ln x, si ha che il simbolo
dt rimpiazza
1
x
dx).
Nel caso in cui la funzione : I (I) sia invertibile, si pu`o anche scrivere
_
f(t) dt =
_
f((x))

(x) dx

x=
1
(t)
,
con la corrispondente formula per lintegrale:
_

f(t) dt =
_

1
()

1
()
(f((x))

(x) dx.
Esempio. Volendo trovare una primitiva della funzione continua f(t) =

1 t
2
,
con t ] 1, 1[ , si pu`o considerare la funzione (x) = cos x, e si ha:
_

1 t
2
dt =
_

1 cos
2
x(sin x) dx

x=arccos t
=
_
sin
2
xdx

x=arccos t
=
1
2
(x sin xcos x)

x=arccos t
+ c
=
1
2
(arccos t t

1 t
2
) + c
(ponendo t = cos x, il simbolo dt `e rimpiazzato da sin xdx).
4 La funzione esponenziale complessa
Nota. Questo argomento viene svolto alla ne del corso, avendo il Prof. Del
Santo dimostrato lo sviluppo in serie di Taylor della funzione esponenziale e
delle funzioni coseno e seno.
Per z C, consideriamo la serie

k=0
z
k
k!
.
Si tratta di una serie di potenze. Vediamo che converge assolutamente: si ha
che

k=0

z
k
k!

k=0
|z|
k
k!
= e
|z|
.
28
`
E pertanto possibile denire una funzione f : C C in questo modo:
f(z) =

k=0
z
k
k!
.
Teorema. Per ogni z
1
, z
2
si ha
f(z
1
+ z
2
) = f(z
1
)f(z
2
) .
Dimostrazione. Le serie

k=0
z
k
1
k!
e

k=0
z
k
2
k!
convergono assolutamente e hanno
per somma f(z
1
) e f(z
2
), rispettivamente. Per il teorema di Mertens, la serie
prodotto alla Cauchy converge e ha per somma f(z
1
)f(z
2
). Ma il prodotto alla
Cauchy `e la serie

k=0
_
k

j=0
z
kj
1
(k j)!
z
j
2
j!
_
=

k=0
1
k!
_
k

j=0
_
k
j
_
z
kj
1
z
j
2
_
=

k=0
(z
1
+ z
2
)
k
k!
,
che ha per somma f(z
1
+ z
2
). Da qui la tesi.
Questa propriet`a ci porta a chiamare la funzione f esponenziale com-
plessa: invece di f(z) scriveremo exp(z) o anche e
z
:
e
z
=

k=0
z
k
k!
.
La propriet`a dimostrata sopra si pu`o allora scrivere in questo modo: se z
1
e z
2
sono due numeri complessi,
e
z
1
+z
2
= e
z
1
e
z
2
.
Sia ora z = a + ib. Allora
e
a+ib
= e
a
e
ib
;
vediamo questultimo:
e
ib
=1 + ib +
(ib)
2
2!
+
(ib)
3
3!
+
(ib)
4
4!
+
(ib)
5
5!
+
(ib)
6
6!
+
(ib)
7
7!
+ . . .
=1 + ib
b
2
2!
i
b
3
3!
+
b
4
4!
+ i
b
5
5!

b
6
6!
i
b
7
7!
+ . . .
=
_
1
b
2
2!
+
b
4
4!

b
6
6!
+ . . .
_
+ i
_
b
b
3
3!
+
b
5
5!

b
7
7!
+ . . .
_
=cos b + i sin b .
Abbiamo cos` la formula di Eulero
e
a+ib
= e
a
(cos b + i sin b) .
29
Si possono allora vericare le seguenti uguaglianze: per ogni t R,
cos t =
e
it
+ e
it
2
, sin t =
e
it
e
it
2i
.
Queste formule possono essere utilizzate, ad esempio, per estendere anche le
funzioni trigonometriche al campo complesso. Anche le funzioni iperboliche,
denite da
cosh(x) =
e
x
+ e
x
2
, sinh(x) =
e
x
e
x
2
,
si possono estendere con le stesse formule al campo complesso. Si noti che
cos t = cosh(it) , sin t = i sinh(it) .
A questo punto risulteranno nalmente spiegate le similitudini incontrate tra
le funzioni trigonometriche e quelle iperboliche.
Il fatto che, per ogni z C,
e
z+2i
= e
z
e
2i
= e
z
,
si pu`o interpretare dicendo che la funzione esponenziale complessa `e perio-
dica di periodo 2i. Questo fatto compromette la possibile denizione di una
funzione logaritmo nel campo complesso: dato z C, con z = 0, lequazione
e
u
= z ,
vista la periodicit`a della funzione esponenziale, presenta molteplici soluzioni.
Precisamente, se scriviamo z = (cos +i sin ), il numero complesso u = x+iy
ne `e soluzione se e solo se
e
x
(cos y + i sin y) = (cos + i sin ) ,
ossia
x = ln , y = + 2k ,
con k Z. Pertanto,
e
u
= z u {ln|z| + i(Arg(z) + 2k) : k Z} .
Talvolta si interpreta il logaritmo complesso come una funzione multivoca
che assume in questo caso inniti valori, riservando il nome di logaritmo
principale al particolare valore ottenuto scegliendo k = 0.
Ad esempio, il logaritmo complesso del numero i assume tutti i valori
dellinsieme
_
i
_

2
+ 2k
_
: k Z
_
.
Il logaritmo principale di i vale pertanto

2
i.
30