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LE ANTICHE CHIAVI

APRONO E CHIUDONO
UN MILLENNIO
FRANCO IANNIELLO
I GRAFISMI BOCCASSI
testi e fotografie: Onlus - Associazione Culturale Artistica Museo del Ferro
edizione: iGrafismiBoccassi Editore
realizzazione e stampa: iGrafismiBoccassi
15100 Alessandria - via Plana, 35 - tel. 0131.264040 - fax 178.220.1420
e-mail: grafismi@tiscalinet.it www.igrafismiboccassi.com
Il volume stato realizzato grazie al contributo di:
Fotografie:
dalla n 1 alla n 45 - Mauro Buffoni (Recco - Ge)
dalla n 46 alla n 98 - Domenico Cuzzi (Alessandria)
Si ringrazia per la collaborazione la
dott.ssa Catherine Prade
conservatrice del Museo Bricard di Parigi
PROVINCIA DI ALESSANDRIA
Assessorato alla Cultura
COMUNE DI ALESSANDRIA
Presidenza del Consiglio
Unione Artigiani
Alessandria
CARALT S.p.A. - Alessandria
AMAG S.p.A.
Azienda Multiutility Acqua Gas
Alessandria
PAPA PAOLO
di Savi Alberto & C. s.a.s.
Alessandria
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QUANDO LA COPIA DIVENTA ARTE
Chi, soprattutto oggi, per passione o perch crede di avere talento e vuole
sottoporsi ad un giudizio critico, inizia a battere i sentieri dellarte, ha di fronte
uno scenario assai complesso, rugato da solchi gi percorsi da tempo. In
sostanza, riuscire a proporre un proprio discorso quanto mai arduo e faticoso
e, a volte, lanima che si vuole profondere nel manufatto non sufficiente a
decretarne laffermazione. Altrettanto difficile la ricerca delloriginalit:
bisognerebbe essere un Picasso o un Dal, tanto per citarne due a caso, per
diventare grandi, stravolgendo i canoni tradizionali e imponendosi come
capostipite. I pi naufragano nel mare degli epigoni, qualcuno si pu fregiare
del titolo di manierista, qualche altro, specie nel campo della pittura, diventa
un copiatore, di cui si pu ammirare la grande capacit tecnica ma non il pa-
thos (degenerando, questultima abilit pu diventare quella caratteristica del
falsario).
Cercare quindi di arrivare allarte attraverso limitazione e la riproduzione
ancora pi difficile, perch si restringe lorizzonte.
Lonest intellettuale di Franco Ianniello, oltre alla grande tecnica che lo rende
faber magister, non pu che fargli dichiarare il suo preciso intento, cio quello
di rifare il gi fatto, magari in scala (come per le armi dei secoli bui), spesso
in proporzione naturale.
pur vero che il campo del metallo molto meno seminato di quello dei
colori della tavolozza, ma una copia pur sempre una copia. E tuttavia, quando
Ianniello persegue le strade della sua fantasia e della sua innata creativit,
senza il piacere/dovere di alcun modello di riferimento, certamente magister
unicum.
Ritornando invece a questa produzione, le chiavi, come si pu definire arte il
suo fac-simile?
Con una piccola strategia, che non riguarda il singolo oggetto ma linsieme di
questi: il nostro magister, dopo un lungo e duro lavoro di documentazione, si
pone infatti lo scopo di ricostruire, attraverso i manufatti, la storia delluomo e
di certi suoi usi e costumi. Il vederlo lavorare alla fucina denuncia tutta la sua
grande abilit di manipolatore di quel duro elemento naturale che, tra le sue
mani e il fuoco interiore e reale , assume le forme pensate, volute, plasmate.
Il risultato, appunto, nella completezza degli esemplari, un grande mosaico
dove si pu leggere la storia. quindi nel pensiero, prima ancora che nel
prodotto, la trasmutazione che fa della copia unarte.
Per meglio esemplificare, possiamo rendere limmagine dellItalia in miniatura
realizzata a Viserba di Rimini, in cui le riproduzioni architettoniche diventano
esse stesse architettura da vivere e da godere.
Nella rassegna delle chiavi antiche, forse, non ci coglier la sindrome di
Stendhal, ma certo che il magister, ora clavarius, ha trovato ancora una volta
una chiave per aprirci alle emozioni.
Ugo Boccassi
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Oggetto-strumento di ferro o di acciaio e talora di metallo pi nobile, la chia-
ve legata da un antichissimo periodo alla storia delluomo, in quanto con-
nessa allumana attivit. Tuttavia, essa in alcuni casi anche attributo di divi-
nit: in una mano talvolta a Giano, pi spesso a Portunus, significando, nel
primo, lufficio di aprire le porte verso la terra, nel secondo, le porte verso il
mare. La tengono anche la divinit infernale Ecate e quella figura mostruosa
a testa di leone e dal corpo attorcigliato da un serpente, con cui nella religione
mitriaca si rappresentava il principio di tutte le cose. E altres, nel dopo-
paganesimo, la chiave rimane strumento simbolico, oltre che divino: A te
dar le chiavi del Regno dei Cieli e tutto ci che legherai sulla terra sar
legato in cielo, e tutto ci che scioglierai sulla terra sar sciolto anche nei cieli
(Matteo, XVI:9).
Ci dimostra come, attraverso questo oggetto, si possa, in modo insolito e
originale, leggere storia e mitologia e con esso ripercorrere cronologacamente
le varie epoche.
Ma tempus fugit e nel vortice del tempo il progresso divora usi, consuetudini,
e la tecnologia cambia anche le strutture di cose che mai si sarebbe pensato di
dover mutare. Fra breve, forse, le chiavi ci verranno tolte e avremo solo tesserini
magnetici, facendo cos decadere ci che era diventato un emblema del vis-
suto. E allora loggetto diventer cult del collezionismo.
Da queste brevi riflessioni, che si sintetizzano ne la chiave, tridimensionale
icona di custodia, sicurezza, alleanza, diritto di possesso e di onore scaturi-
ta la mia interpretazione, che mi ha portato a vestirmi da magister clavarius,
senza presunzione ma per una conquista sul campo dopo anni di ricerca e di
studi.
Con questo spirito ho realizzato una forgiatura in acciaio delle chiavi in per-
fetta riproduzione in scala che oggi fanno bella mostra di s nella sede del
Museo del Ferro di Alessandria.
Alla testimonianza della fisicit del metallo mancava la fisicit della parola
scritta e questo libro vuole colmarne la lacuna, nella certezza che, pur nella
deperibilit del materiale cartaceo, la cultura di secoli di storia ne tuteli la
conservazione a futura memoria.
Franco Ianniello
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NOTA DELLAUTORE
RIPRODUZIONI
Lesecuzione di riproduzioni di opere darte , in senso generale, attivit inte-
sa a produrre oggetti che siano in certo modo conformi alle opere stesse e
che, in quanto tali, possano venir utilizzati come mezzi interposti per la do-
cumentazione oppure per una pi diffusa conoscenza e fruizione di quelle,
in relazione alle loro qualit pi propriamente artistiche, sia anche ai soli va-
lori storici, culturali, rappresentativi che sono stati loro attribuiti. Rientrano
pertanto nella definizione generale di riproduzioni anche le copie, le repli-
che, i calchi, ecc., che hanno finalit del tutto analoghe a quelle di ogni altro
tipo di riproduzioni e ne differiscono solo da un punto di vista prammatico,
ossia per i diversi modi di fabbricazione. In quanto corrispondono ad
unestesissima variet di scopi, che riflettono i diversi modi in cui si manife-
stato linteresse per larte nelle epoche e negli ambienti nei quali sono state
eseguite, le riproduzioni costituiscono uno dei fenomeni pi significativi del-
la storia della cultura artistica.
Rapporto tra riproduzioni e originali
Per la loro stessa definizione, tutte le copie e le riproduzioni di qualsiasi gene-
re si pongono in una relazione fondamentalmente subordinata e comparati-
va rispetto ai modelli da cui derivano le proprie caratteristiche formali, non
pretendono di surrogarli integralmente n di prescindere dalla loro esistenza
n infine di attribuirsene il predicato di autenticit.
Finalit delle riproduzioni
Lanalisi sistematica dei vari motivi per cui, fin da tempi assai remoti, sono
state eseguite copie e riproduzioni di opere darte, ne riconduce lamplissima
casistica ad alcune ragioni essenziali. Essa peraltro, individuando appunto le
intenzionalit che hanno promosso determinate riproduzioni, consente di
storicizzare il fenomeno. Poich, infatti, lesecutore di copie o riproduzioni ha
operato nellambito di una civilt storicamente determinata, nellespletamento
del suo compito egli avr inevitabilmente manifestato la particolare valuta-
zione o particolare apprezzamento - suoi, dellambiente o del momento nel
quale ha agito - di quegli aspetti dellopera originale che sono stati ritenuti
corrispondenti allo scopo occasionale della riproduzione e per i quali proprio
la tale opera e non altra, o talvolta solo una parte di essa, stata riprodotta.
Pertanto qualsiasi riproduzione in se stessa, per la propria specifica motiva-
zione, vale come documento storico sia di un determinato atteggiamento sto-
rico e critico sia di una predilezione di gusto.
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Tecnica delle riproduzioni
Da quanto si detto fin qui risulta evidente che il fenomeno dellesecuzione
di copie e riproduzioni di opere darte tale che non pu venir esaminato da
un punto di vista puramente tecnologico, astraendo cio dalla correlazione
tra i procedimenti riproduttivi e lintenzionalit che li ha promossi e ne ha
orientato lattuazione pratica. La specifica funzione a cui una certa riprodu-
zione intesa a corrispondere ne condiziona infatti in buona parte i requisiti
essenziali e lo stesso grado di conformit allopera darte originale, ed altre-
s fattore che incide notevolmente sul progresso dei mezzi tecnici, affinch
appunto questi possano sempre meglio rispondere allo scopo stabilito.
Etica della riproduzione
Ma proposito degli scopi per i quali sono state eseguite riproduzioni o copie o
anche imitazioni di opere darte, risulta evidente che una trattazione storica
del fenomeno in questione si ridurrebbe ad unelencazione episodica e
meramente esemplificativa delle varie manifestazioni di questo, qualora pre-
scindesse da un criterio metodologico che peraltro implicito tanto nella de-
finizione concettuale del fenomeno stesso, quanto nellanalisi delle diverse
finalit che lo hanno promosso. Questo criterio consiste nel distinguere le
riproduzioni e copie che sono state eseguite con la precisa intenzione di costi-
tuirle come tali - ossia mantenendo esplicito e preminente il rapporto di
desunzione dei nuovi prodotti dellopera originale - da quelle la cui esecu-
zione stata invece promossa da altri motivi affatto prevalenti su codesta
intenzione. Una vera e propria storia del fenomeno delle riproduzioni e
delle copie, cio, dovrebbe a rigore avere per oggetto soltanto quelle la cui
riproduzione, quale ne sia stata la finalit pratica, si attuata nella consape-
volezza del rapporto oggettivo che si istituisce tra esse e loriginale ricono-
sciuto come modello.
Cav. Franco Ianniello
scultore Museo del Ferro
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LA CHIAVE
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STORIA
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ALLA RICERCA DELLE ORIGINI
La prima grande suddivisione dellumanit, quella che diede diversificazioni
notevoli nella cultura e nelle arti, diversificazioni che ancor oggi si protraggo-
no pur se con manifestazioni non pi decisamente evidenti, fu quella in no-
madi e sedentari. Ne possiamo tener conto anche nella ricerca dellorigine
di quegli apparati atti a chiudere, a garantire la chiusura, siano essi serrature
o lucchetti.
I nomadi vivevano in tende o in capanne, mobili; e non v nulla di pi agibi-
le duna tenda, anche se nei paesi freddi dellAsia centrale essa ha porte di
pesante feltro. Basta quindi un piolo per terra, un legaccio; e del pari gli averi
e le suppellettili usuali son posti in sacchi di kilim chiusi da bindelle. Nessun
apparato di quelli che ci interessano; e solo i preziosi sono conservati in una
scatola di legno, uno scrignetto che ha un occhiello sul coperchio e due
sulla parte frontaliera, il tutto tenuto da un lucchetto ad ago. Forse per que-
sta ragione i popoli nomadici hanno avuto una grande tradizione di lucchet-
ti, nelle fogge pi complesse - per solito sempre attinenti al sistema ad ago
- al punto che, sedentarizzati, ancora per secoli hanno preferito questo siste-
ma di sicurezza anche per le porte daccesso, per le ante degli armadi, per i
coperchi delle casse. Abbiamo cos, ed un fatto pleonastico, la presenza sco-
moda di due sistemi: il catenaccio allinterno, il lucchetto allesterno. Proba-
bilmente questo il motivo per cui in Asia, dallArabia alla Cina, il lucchetto
(con una tipologia costante pur attraverso le diversificazioni dovute pi a
fatti estetici che a fattori sociali) ha avuto una notevole permanenza. Dal-
tronde a questo contribu anche un altro aspetto del nomadismo: il commer-
cio carovaniero. I mercanti della cosiddetta Civilt della Valle dellIndo a
partire dal 3500 a.C. diffusero fino in Egitto i loro prodotti e, con questi, cono-
scenze tecniche e conoscenze filosofico-religiose quali sopravvivono ancor
oggi. Essi racchiudevano le loro merci in fagotti legati il cui nodo, avvolto
nella ceralacca o nella terrasecca, era marchiato col sigillo. Sigillo, segno di
propriet, di identit: pare che tutte le persone di conto ne portassero uno
appeso al collo, con il loro nome. Il sigillo si diffuse in tutta larea persiana,
mesopotamica e in Egitto dove, inciso anche in legno (primo esempio di stam-
pa xilografica), serviva per marchiare il papiro (un esemplare del primo re-
gno al Museo Egizio di Torino). Questo nodo sigillato che garantiva le mer-
ci racchiuse nel fagotto la pi probabile origine del lucchetto ad ago.
Veniamo ora ai sedentari. La pi antica citt oggi conosciuta Qatal Uyk (a
circa 60 Km. a sud di Konya, in Turchia). Si calcola che lo strato pi profondo,
non ancora messo in luce, risalga a 12.000 anni or sono. Quanto stato sino
ad oggi prospettato del 6500 a.C. Seconda citt Gerico, di poco pi giova-
ne. A Qatal Uyk le case erano addossate le une alle altre, senza vicoli che le
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separassero, e vi si entrava da fori praticati nel tetto. La chiusura era a botola,
tenuta ferma da un peso. Una grossa pietra forata fu dunque il primo sistema
di sicurezza per quella chiusura. Con il procedere dellinurbamento le porte,
usuali, impostate sui cardini, venivano fermate allinterno con paletti, o con
un palo che andava da parete a parete alloggiandosi entro apposite sedi nel
muro. In un secondo tempo il palo venne anche sostenuto e meglio alloggia-
to negli stipiti da cavallotti, origine degli anelli entro cui alla fine scorrer un
chiavistello pi breve e pi funzionale, dal momento che potr essere mano-
vrato da una sola persona.
Il chiavistello rimaneva cos fissato ad un battente, con esso solidale appunto
per mezzo degli anelli infissi nel legno e ribattuti, e scorreva sino a inserirsi
negli anelli fissati al secondo battente o in una bocchetta nel muro, assicuran-
do limpossibilit di aprire la porta dallesterno. Ci voleva sempre qualcuno
che in casa aprisse e chiudesse. Al fine di poter ovviare

a

tale inconveniente,
la praticit sugger di aprire nel battente un foro, in un primo tempo per pas-
sarvi il braccio ed in seguito un raffio, al fine di far presa anche dallesterno
sul chiavistello e cos azionarlo per aprire o per chiudere. Con ci siamo solo
alla possibilit pratica di aprire e chiudere la porta dallesterno come dallin-
terno. Per questo bastava comunque una corda che, fuoriuscendo da un buco,
tirasse il chiavistello. Mancava una garanzia contro i visitatori indesiderati. Si
tratt allora di trovare un sistema perch il raffio (questa sorta di primitiva
chiave) avesse guide o salienti speciali che, accoppiati a incavi o matrici corri-
spondenti nel chiavistello, potessero azionarlo, in pari tempo impedendolo a
qualsiasi altro tipo di chiave. Ci venne risolto, con notevole ingegno, secon-
do vari sistemi perfezionati lungo il corso dei secoli.
Di questi antichi apparati abbiamo poche notizie: gli scavi archeologici ci hanno
restituito ben pochi reperti; liconografia d figurazioni dubbie e comunque
la struttura generale dei sistemi non sempre individuabile in modo sicuro.
In Estremo Oriente molti sono i miti preistorici e le leggende relativi alle chia-
vi e ad oggetti che possono essere identificati come chiavi, risalenti a duemila
anni or sono. Il detto cinese Dove c una porta, ivi c una chiave, pur se
inteso con un senso altro (per dire che ogni problema ha la sua soluzione),
potrebbe andar bene anche per il nostro caso.
Per ci che riguarda il periodo protomesopotamico, si voluta vedere una
chiave nello scettro - in realt simbolo del ramo foliato, cos chiaramente
ravvisabile in altre figurazioni analoghe - in un sigillo accadico, ed avremmo
allora un documento di 3000 anni a.C.; ma supposizioni di questo genere
sono azzardate: molti personaggi hittiti e babilonesi hanno in mano arnesi
lunghi e ricurvi, che si potrebbero anche identificare per raffi-chiave del tem-
po; son per pi accettabili come mazze darme, falcetti, strumenti da guerra
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o bastoni da pastore, e perci accettabili anche come simboli di potere, men-
tre la certezza che si tratti di chiavi qui manca del tutto. Una insegna porta-
ta da soldati medi e persiani di tremila anni or sono reca due ritte incrociate,
e s voluto vedervi la raffigurazione di due chiavi, ma ancora unipotesi un
po peregrina. Pi sicura pu essere una travetta di legno a braccio ricurvo
trovata a Khorsabad (30 Km a nord di Ninive e oggi al museo archeologico di
Baghdad) di provenienza verosimilmente egizia, ma siamo sempre nel cam-
po del probabile. indubbio che la grande citt di Bogazkale (Turchia), capi-
tale degli Hittiti nel 1600 a.C., avesse buone chiusure a spranga per le sue
numerose porte e pusterle, nonch serrature per i suoi scrigni; ma in definiti-
va non abbiamo reperti n testimonianze iconografiche certi relativi alle chia-
vi di periodi cos alti. Solo le precisazioni glottologiche dellantica Babilonia
di quattromila anni or sono ci inducono a ritenere che la serratura vi fosse gi
ben sviluppata. In effetti ci son giunti i termini Sikkru (catenaccio; chiavistel-
lo), da Sekru (chiudere); da cui i termini Skiru (costruttori di chiuse), Sekretu
(una classe di donne inviolabili) e Sekru (chiuso), che si pu mettere in collega-
mento con il radicale arabo ancor oggi usato Skr (chiudere, da cui Sakkarat:
serratura). Sempre nellalto mesopotamico Sigau era il legaccio, la catena, la
chiusura di legno. Da Pet: aprire, abbiamo poi i termini Napt, Nept, per
chiave, da cui il tardo Napttu (Na/Epta), sempre per chiave. Ne venne
Naptartu (una chiave) accanto a Naptaru: larte di interpretare i sogni, e quindi
il fiduciario, lamico. Cos, sin dai tempi antichi, vi una correlazione fra la
chiave-oggetto e la chiave-simbolo, emblema misterico; ci che troveremo
gi ben sviluppato presso i Romani. Daltro canto una correlazione etimolo-
gica ci pu illuminare circa la probabile derivazione del chiavistello da un
precedente sistema di chiusura, se poniamo in collegamento Sikkru con
Sikkatu: piolo; ossia col pezzo di legno che, puntellando la porta, la teneva
chiusa dallinterno nel modo pi semplice. Pet, aprire, diede poi, verso il X
secolo a.C., il termine Patar, da cui il latino Patens (aperto, chiaro, patente). La
prima serratura fu probabilmente quella costituita da unasola di vimine
che usciva dal battente e si innestava in un altro anello di vimine fissato allo
stipite di quei granai e di quelle capanne che, ab origo, erano di rami intreccia-
ti, del che appunto fa fede letimo del verbo architettare presso i popoli
nomadici: bastjn (da cui batire imbastire). Un cavicchio veniva fatto passare
nellasola, e ci impediva che la porta venisse aperta da animali o da bambini
piccoli, o ancora che si potesse aprire dalla parte opposta a questo rudimen-
tale congegno. Il cavicchio in questione ha proprio le caratteristiche di quel
che saranno poi i cavicchi - o rivetti - a forma di chiodo nelle serrature egizie,
laconiche e romane che vedremo pi oltre. Esse erano formate da due parti:
una fissa, in cui si alloggiava il catenaccio, con una sede che accoglieva questi
cavicchi cadenti entro appositi fori; ed una mobile, costituita dal catenaccio,
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che aveva pur esso dei fori eseguiti in un modo che ancor oggi in uso presso
popolazioni africane, i Dogon e i Bambara, e pi raramente in Egitto e nel
Sudan. possibile ravvisarvi una millenaria sopravvivenza dellantico siste-
ma di chiusura egizio.
Liconografia, pur scarsa, tramandataci da alcuni Rotoli dei morti e dagli affre-
schi, nonch alcuni reperti archeologici (cofani, cofanetti, qualche chiave ri-
tuale) ci indicano che lantico Egitto aveva gi vari sistemi semplici di chiusu-
ra, da quello col legaccio che univa due pomelli (uno sulla cassa e uno sul
coperchio incernierato) a quello con catenaccio scorrevole entro cavalieri,
dallelegante doppio rigonfiamento al centro perch la barretta non uscisse
durante la corsa (ad esempio la cassetta E 2773 del Museo del Louvre a Pari-
gi); o quelli, con chiavistelli di varia grandezza, azionati dallinterno e dal-
lesterno con accorgimenti speciali. Abbiamo la chiusura mediante un sigillo
apposto sul nodo della corda che tiene unite le due parti della chiusura; il
raffio-chiave che, come un braccio penetra nello stipite ed aziona il catenac-
cio al par duna leva di prima specie; la chiave a denti che solleva i tenoncini;
ed infine luso abbinato della chiave e del sigillo. Per tutti i tipi ci sono testi-
monianze: splendidi i catenacci di ebano nella cassa del tesoro di Tutankhamon
(1338 a.C.) e i molti esempi che costellano tutto il Nuovo Regno (1550-1070
a.C.); nel papiro di Westac (1600 a.C.) la dama Reddedet sigilla una cassa in cui
ha posto una cassetta chiusa a chiave; in un cofano per mummia del primo
secolo a.C. (dunque gi in periodo romano) abbiamo la raffigurazione del dio
Anubi con in mano una chiave a tre denti. Una grande chiave a raffio, curva,
riprodotta sui bassorilievi del tempio di Ammone a
Karnak (4000 a.C.) e la sua serratura minu-
ziosamente descritta da Denon. Una chiave consimile
citata anche nella descrizione del palazzo di
Korsabad, in Mesopotamia.
Va per sottolineato anche il valore magico-simboli-
co che ha gi la chiave nel periodo egizio. In periodo
tolemaico testimoniato nei riti di Ermete
Trismegisto. Da questi deriva la descrizione che Ara-
to di Soli, poeta e astronomo greco (circa 315-240 a.C.)
fa della costellazione Cassiopea nel suo poemetto I
fenomeni: Le stelle a nord disegnano la parte curva
della chiave, e quelle a sud il manico; descrizione
ripresa poi da Huetius. Daltronde anche la Bibbia
dice: Far riposare sulla tua spalla la chiave della
casa di Davide. Ma la Bibbia cita pi volte trave, ca-
tenaccio e chiavi anche come comuni oggetti duso:
nel Deuteronomio (III, 5) risalente al 640 a.C.; nei Giu-
Sigillo egizio.
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dici (III, 22-25) del 620 a.C.; in Neemia (III, 3; VII, 3) del 350 a.C. Merita una
lettura il passo dei Giudici, laddove si parla di Eglon, re di Mohab. Egli regna-
va su un territorio palestinese che gli Ebrei, nuovi arrivati, desideravano pos-
sedere; allora lebreo Ahod, con un sotterfugio, penetra nella sua stanza e lo
uccide. Poi esce nel portico dopo aver chiuso i battenti del piano di sopra e
aver tirato il chiavistello. Quando fu uscito, vennero i servi, i quali guardaro-
no e videro che i battenti del piano di sopra erano sprangati. Dissero: Certo
egli attende ai suoi bisogni nel camerino della stanza fresca. Aspettarono
sino ad esserne inquieti, ma egli non apriva i battenti della stanza di sopra.
Allora presero la chiave (mafteiah), aprirono, ed ecco il loro signore steso per
terra, morto (III, 23-25). Storicamente Eglon regnava nel 1200 a.C. circa, ma il
passo venne scritto nel 620 a.C. circa.
GRECIA
I Greci ebbero un finissimo senso darte basato sulla proporzionalit, sullar-
monia, sullapplicazione della sezione aurea. Operarono una sintesi delle
culture letterarie e filosofiche, potenziate, questultime, dagli apporti delle
teorie che serano andate sviluppando nellIndia del nord. Lungo le vie com-
merciali del tempo, ma anche a seguito delle conquiste alessandrine, linsie-
me delle qualit greche si diffuse per tutta lEurasia. Nella messe di scambi
culturali fra Est ed Ovest e fra lEllenismo e lEgitto, sarebbe difficile determi-
nare da dove giunse alla Grecia la conoscenza della serratura, e quanto essa
abbia contribuito in modo autonomo allo sviluppo dei meccanismi e dei con-
gegni di chiusura. Consideriamo che anche la Civilt micenea (ponte ideale
tra le culture citate nelle pagine precedenti e quella greca) conosceva la chia-
ve. Ne fa testo il termine Ka-Ra-Wi-Po-Ro (poi !"#$%&'(')): portatrice di
chiave, che ricorre in sette tavolette rinvenute nel palazzo miceneo di Pylos
(Pilo di Trifila, Grecia) e solo in quelle del sito in questione. Queste tavolette
sono collocabili tra il 1230 e il 1210 a.C.. Daltro canto anche Heinrich
Schliemann, scavando a Micene (1874-1876), aveva scritto: Il ferro era gi
noto ai Micenei, dal momento che ho trovato alcuni coltelli di ferro ed alcune
chiavi di forma strana, una delle quali, molto grossa, lunga 5,6 pollici (cm.
14,2) ed ha quattro denti. Allaltro capo della chiave c un anello per appen-
derla (H. Schliemann: Mykenae. Leipzig, F.A. Brockhaus, 1878). In questo caso
per i reperti non sono esaminabili, e le datazioni permangono incerte. Tor-
nando ai Greci, possiamo essere certi che gi i Dori usavano la chiave (detta
Kleis, da un protoellenico Klc, da cui il romano clavis e il termine arcaico clavos:
chiodo). Ne troviamo una documentazione letteraria abbondante. Omero (per
alcuni vissuto nel IX secolo, per altri, ma con minor attendibilit, fra il 750 e il
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720 a.C.) ne parl nellOdissea: Penelope scioglie i lacci che dallesterno serra-
no il chiavistello; oppure sale sulla soglia di casa, prende nella sua forte mano
una bella chiave ricurva, tutta di bronzo, con limpugnatura davorio... Come
la Bibbia, anche lIliade e lOdissea citano pi volte il palettone che bloccava la
porta dallinterno. Quello di Troia era manovrato da tre uomini.
Di chiavi parla Euripide nelle Troiane (415 a.C.); ed Aristofane, nelle
Tesmoforiazuse (411 a.C.), mette in bocca alle donne che si scagliano contro i
mariti, colpevoli dusare chiavi laconiche, queste parole: Ci che potevamo
fare prima, quando eravamo tesoriere ed econome, e cio prendere oro, fari-
na e vino di nascosto,
-
non lo possiamo pi fare perch ora i nostri mariti
portan con s delle maledettissime chiavette a tre denti, col segreto, di fabbri-
cazione spartana. Di queste chiavi parl anche lateniese Pericle (circa 495-
429 a.C.), ed anche un romano, Plinio il Vecchio (23-79 d.C.), nella Naturalis
Historia, attribuendone linvenzione al greco Teodoro di Samo, vissuto nel
600 a.C. Abbiamo cos, in Grecia, due tipi di chiave: quello arcaico, a braccio, e
quello a denti, detto laconico. Un esemplare saliente del primo tipo si trova al
Museo di Belle Arti di Boston, ed del V secolo a.C., proviene dal tempio di
Artemide Hemera a Lusoi, in Arcadia. di bronzo, e reca la scritta: *#)
#(*#+%*') - *#) ./ "'0)'%).
Altre chiavi consimili, trovate nel Heraion di Argos, sono state rinvenute dal-
larcheologo Charles Waldenstein, che le considera anteriori allincendio del
primo tempio (423 a.C). Una di queste misura cm. 54. Data la loro grandezza
e il loro peso venivano portate su una spalla, come si vede in una scultura di
Callimaco (V secolo a.C.), e divennero cos anche una sorta di insegna della
dignit sacerdotale. Per Euripide possedere la chiave del tempio equivale-
va ad esserne il sommo sacerdote; ed infatti nella stele sepolcrale della
sacerdotessa Habryllis di Micene (II secolo a.C.) scolpita una grande chiave
templare come simbolo della sua dignit.
Perci che riguarda le chiavi laconiche probabile che il termine sia im-
proprio: il sistema era diffuso in tutto il Mediterraneo e non risulta inven-
tato nella Laconia (nomos nel sud del Peloponneso, con capitale Sparta)
dal momento che cerano dei precedenti in Egitto, forse importativi dalla
Valle dellIndo come molte altre forme tecniche. Daltro canto la koin gre-
ca teneva conto di diffusioni territoriali correlabili alla diffusione degli or-
dini architettonici (dorico, fonico, corinzio). Semmai, la palma spetterebbe
alla Jonia, ponte ideale di culture tra lAsia e lEuropa. Comunque ne sono
state trovate dappertutto in Grecia. Molte chiavi di ferro vennero rinvenu-
te da David M. Robinson nel 1941 anche ad Olynthos, citt greca distrutta
nel 379 a.C. Misurano in media 10/12 cm. di lunghezza, e hanno tre o quat-
tro denti (David M. Robinson: Excavations at Olynthus. Baltimore Md, J.
Hopkins Press, 1941). Nello splendido tesoro di Filippo, padre di Alessan-
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dro Magno, ricco di vasi dargento, di corone ed ornamenti doro, di
carrettini e modelli di ferro, figurano anche chiavi complesse, di tipo laco-
nico (Tessalonica, Museo Archeologico).
PRIMA ET DEL FERRO
Gi nella tarda et del bronzo (allincirca dal 1000 all800 a.C.) sono state tro-
vate molte chiavi nei centri lacustri della Svizzera, quei centri che un tempo -
per un grossolano errore dinterpretazione - venivano chiamati palafitticoli.
In linea di massima queste chiavi sono a forma di lunghi steli, arcuati oppure
a uno o pi gomiti, con manico o anello e a volte anche con una catena dalla
parte dellimpugnatura (rare volte una specie di figura); mentre sul termina-
le hanno uno o pi denti o sono a gancio. Queste chiavi erano duso sempli-
ce, grosso modo come le consimili chiavi greche da tempio.
Per quanto riguarda la diffusione del ferro in area celtica, va notato che le
popolazioni di origine nomadica in connessione con lambiente artistico del-
le Steppe dellAsia centrale, per i loro caratteri precipui svilupparono anche
in Europa unoreficeria e unarte del ferro di rilevante importanza rispetto
alle altre tecniche artistiche.
Il periodo di Hallstat, o prima et del ferro (750-450 a.C.), ricco gi di ottimi
manufatti, non ha restituito chiavi nel luogo da cui prese nome, ma molte in
altre regioni, tra cui Este. Di Este importante il corredo della tomba 277, con
una chiave lunga 46 cm., attendibilmente del 730 a.C. Altre, della zona, pro-
vengono sempre da corredi funerari, per cui si pu avanzare lipotesi che la
chiave, oltre alluso specifico, avesse anche un significato sacrale, come pro-
pone Elisabetta Baggio, direttrice del Museo dEste. Una chiave databile 600
a.C. circa, lunga 41 cm., stata rinvenuta a Santa Lricia (oggi Most-na-soci) in
Jugoslavia; e altre ancora, lunghe sino a 19 cm., nel
sito halstattiano di Mriken sul Kenstenberg, in Sviz-
zera.
Nel periodo di La Tne, o seconda et del ferro (450-
58 a.C.), i manufatti che ci interessano furono tanti
da poter parlare duna vera e propria civilt della
chiave. Le forme, ora dai 6 ai 30 cm., sono pi com-
plesse: con mappe, sul genere delle chiavi dette la-
coniche; o con un lungo stelo ad esse; o con pi go-
miti per una introduzione complicata. Lingegno a
denti, ma non sempre si pu stabilire se servivano
ad una presa con innesto nelle sedi appropriate del-
la spranga, o per il sollevamento dei tenoncini (o
Sigillo celtico, denominato
Muiredach.
20
cavicchi, o rebbi, come gi visto). Entra in uso la chiave ad ncora, ossia con
due lunghi denti rivolti verso limpugnatura, tipologia che rimarr in uso per
circa mille anni (sino allXI secolo d.C.).
Un piatto bronzeo proveniente da Montebelluna (Vicenza, Museo civico) ha
una figura di donna che impugna una chiave, da connettere con il tipo di
chiavi rinvenute a La Tne, ma anche con quella che stringe Anubi in un
sarcofago egizio del I secolo d.C. (Berlino, Museo Nazionale). Altro centro
ricco di reperti importanti lOppido di Manchin, in Germania, in cui final-
mente, oltre alle chiavi, vennero trovate anche parti di serrature. Le ipotesi
sulluso funzionale delle chiavi ebbero cos conferma. Vi sono stati trovati
tutti i tipi sin qui presi in considerazione: chiavi che fanno leva sul traversone
di legno spingendolo in aprire; chiavi a denti per il sollevamento dei tenoncini;
chiavi con rudimentale ingegno ripiegato; chiavi ad ncora Vi stato rinve-
nuto anche un tipo complesso e raro: un lungo chiodo a freccia, ossia con due
lamelle a molla divaricate a coda di rondine, partenti dalla punta: forse veni-
va fatto penetrare nelluscio e nel traversone, sorpassato il quale le molle,
compresse nelloperazione, si divaricavano, di modo che il chiodo restava
incastrato. Per poterlo estrarre nuovamente veniva introdotta, da unapposi-
ta apertura sottostante, la chiave: una lunga asta con il puntale ripiegato, re-
cante un foro quadrato che imbrigliava la punta del chiodo, che poi, tratta a
s, serrava le due lamelle in modo che il chiodo potesse di bel nuovo venir
estratto, Questo il principio sul quale si basarono molti tipi di lucchetto ad
ago in Asia e successivamente in Europa, per cui si pu ritenere che lesem-
plare di Wanchin sia parte di un grosso lucchetto, probabilmente desunto da
una tipologia delle Steppe dellAsia centrale. Comunque gli altri tipi di
Manchin ebbero grande diffusione nel mondo celtico. Tutte queste varie
tipologie sono state catalogate da Johann Nothdurfer in quattro classi a se-
conda del tipo di impugnatura (Die Eisenfunde von Sanzeno im Nonsberg. Mainz/
Rhein, Von Zabern, 1979). Tutte si sono diffuse in Europa dallUngheria
(necropoli di TiszajenoKecskspart) alla Sardegna (stazione di Chilivani). In
Italia gi nelle urnette villanoviane a forma di capanna (esempi al Museo
archeologico di Firenze) vediamo il portellino fissato con una lunga stanga a
catenaccio. semplice giungere poi al lucchetto che imprigiona un nasello
praticato allapice della stanga, sicch questa non pu essere fatta scorrere.
Modelli consimili erano segnalati nelle urnette di Festos (Creta). Nella
Marzabotto etrusca si son trovati molti aghi ad uncino con denti laconici e
molti a gomito e a semplice piegatura, che possono esser chiavi.
21
ROMA
I Romani, a differenza di questi due popoli che li precedettero, estesero il loro
dominio export-import su territori produttori e su quelli consumatori, elimi-
nando via via la concorrenza e creando cos un vasto impero ma ancor pi
una vasta rete di nazioni clienti. Assunsero quindi, subito, il sigillo quale
indicazione di propriet, e con il sigillo tutte le sue determinanti psicologiche
(rispetto del sigillo, della marca, sicurezza del contenuto, e cos via). Con esso
i Romani marchiavano i mattoni per testimoniare la provenienza, sigillavano
la chiusura degli orci di vino e di olio per assicurarsi che il contenuto non
venisse manomesso, e il sigillo era considerato con rispetto da commer-
cianti e famigli. I sigilli erano portati al dito, quale castone dellanello se inciso
in pietra, o anche quale parte dellanello stesso, se di metallo. La matrona
sigillava la cassetta dei propri gioielli; e si pass cos al sigillo pi chiusura a
chiave, ed infine allanello con chiave, analogo allanello con sigillo. Si suole
anzi supporre che, donando alla moglie un anello con chiave come segno
della sua potest sul tesoro di casa, il romano abbia iniziato cos la tradizione
di inanellare la sposa, dando origine alla vera matrimoniale; ma dobbiamo
accontentarci della sola congettura.
A contatto con la Grecia, ma anche con le
popolazioni celtiche del nord esperte nel-
la lavorazione del ferro, Roma assunse e
perfezion tutte le tipologie. Sono presen-
ti tutte le varie forme di tecnica, dalle gran-
di chiavi per i templi, di circa mezzo me-
tro di lunghezza, a
.
quelle semplicissime,
ad uncino, della prima et del ferro, sino
alle chiavi laconiche di 10/15 cm. I Roma-
ni perfezionarono in particolare questul-
timo tipo, e nacque limpugnatura ad anel-
lo che rimarr caratteristica saliente della
chiave sino ai nostri tempi. Soprattutto si
perfezionano e si complicano gli ingegni,
e oramai i meccanismi sono vari. Del pri-
mo tipo, a sollevamento, con impronta
complessa e matrice orizzontale sussisto-
no: a) chiavi a denti; b) chiavi a denti e
cartella (o tabella, o spatola, o scudetto);
c) chiavi a cartella; oppure a cartella pi
denti a elle o a ti. Del secondo tipo, con
rotazione della chiave (a mandata), soprat-
Esempi di chiave romana in ferro
(secoli X-XII - Museo Bricard, Parigi).
22
tutto per cofanetti, ve ne sono sia per scorrimento su cremagliera che per
sollevamento dei fermi.
tipica la chiave a cartella che, dotata di vari pertugi, viene introdotta nella
toppa e seguendo le rispettive guide solleva verso lalto un perno collegato al
catenaccio interno. Questo sistema del nottolino alla cappuccina (o cordiglio,
o sistema a sdrucciolo) sopravviver sino al XVIII secolo soprattutto in Fran-
cia (loquet la cordelire, o poussoir, o la capucine). Consimile la chiave a
spinta, in particolare per i lucchetti o per i ceppi, usata anche nei secoli suc-
cessivi, soprattutto in Oriente. Per le chiavi a mandata si distinguono gi i
due tipi di stelo: pieno (chiave maschia) e forato (chiave femmina). Anche la
decorazione dellimpugnatura va da semplice a molto elaborata con protomi
leonine, pinnacoli, elementi ansati e luniformi di struttura complessa.
Quelle di bronzo son fuse con la tecnica detta a cera persa; ma abbiamo
anche steli di ferro con limpugnatura di bronzo. Tuttavia (pur se si suole
situare nel periodo di Augusto il passaggio dal chiavistello di legno a quello
di bronzo utilizzabile anche in dimensioni molto ridotte, per i cofanetti) con-
tinueranno sino al periodo della decadenza le chiavi di legni pregiati, dosso,
di avorio. Sono giunti a noi molti esemplari di chiavistellini con la matrice
(ossia la parte con i fori entro i quali si inserivano i denti della chiave) molto
complessa, ci che permetteva una grande variet di combinazioni nella po-
sizione dei denti della chiave e una grande variet di disegno nella sezione
dei singoli denti. Per le chiavi a mandata possediamo anche serrature com-
plete, la pi bella delle quali a mio avviso quella rinvenuta a Mdrec, nella
regione di Haskovo (Stara Zagora, Bulgaria, Museo Storico). del II secolo
d.C. e proviene da un contesto funerario. Consta duna piastra quadrata di
cm. 14,5 con un disco sovrapposto del diametro di 12 cm. Sul perimetro com-
paiono elementi traforati; intorno al buco per la chiave rivettata una cornice
con ornamenti agli angoli; sul disco sono applicate due teste dai capelli ricci
raccolti con nastri. Voglio rammentare anche quella fanciulla romana,
Crepereia Tryphaena, che venne sepolta con i suoi giocattoli. Aveva una bam-
bola al cui dito possiamo ammirare ancor oggi una minuscola chiave, forse la
pi piccola al mondo (lanello ha un diametro di mezzo centimetro): con i
suoi dentini microscopici apre la serratura del cofanetto che fa parte del cor-
redo di giochi.
Certo i fabri claustrari romani erano abilissimi: ci sono stati tramandati anche
lucchetti di piccole dimensioni (tre, quattro centimetri di lunghezza) dal mec-
canismo complesso e perfetto, vere opere di oreficeria. Da Pompei venne il
complicato lucchetto che oggi si trova al British Museum di Londra. Ma per
ci che riguarda lingegno strutturale il caso di rammentare il sistema di
chiusura della porta del Tempio del Divo Romolo, a Roma. Attorno ad un
perno dentato, centrale, entro cui va inserita la chiave ed il cui buco nasco-
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sto da una delle rosette decorative dello stipite di bronzo, ruota la parte dentata
del paletto verticale e contemporaneamente quella della stanghetta orizzon-
tale (pessulus).
Due cose sono ancor da ricordare: le citazioni letterarie e la simbologia. Tito
Maccio Plauto (circa 255-184 a.C.) parla di chiavi nella Mostellaria (atto II, scena
I) e nellAmphytrion (atto II, scena II); Lucio Apuleio (125,180 circa) nellAsino
doro (detto anche Le metamorfosi). Entro lampio arco di tempo che corre fra
questi autori si possono situare evocazioni dogni tipo, soprattutto se si tien
conto del valore simbolico che assunse la chiave a Roma: Giano possiede la
chiave per aprire le porte verso terra, e Portunus verso il mare; Saeculus (o
Saturno) possiede le chiavi del Tempo; ed Ecate, dea infernale detentrice del
potere sulle anime dei defunti, reca in una delle sue molte mani una chiave;
oppure ha le dita adorne di anelli con chiave, simbolo del legame tra il vivo e il
morto. Nella sua personificazione quale Ecate Afrodisia ha per simboli il flagel-
lo, il pugnale, la torcia e la chiave con cui apre e chiude lAde. Di essa Carl
Gustav Jung scrisse: la madre di tutte le arti magiche e di tutte le maghe, la
divinit tutelare di Medea, giacch la potenza della madre terrificante, operan-
do nellinconscio, irresistibile (in Wandlungen und Symbole der Libido. 1911).
Per questo motivo il simbolo della chiave venne usato in vari riti misterici roma-
ni che, come quello di Iside, univano concezioni egizie a concezioni classiche.
ISLM
LIslm dei primi secoli si pose come ponte ideale tra i fasti di Roma e quelli
del Gotico. Dal IX al XII secolo esercit un considerevole influsso in Europa
attraverso le crociate e gli scambi commerciali; eredit poi raccolta con dovi-
zia dallImpero Turco. Questo influsso ebbe rilevanza anche nellarte della
serratura. La storia dellIslm si pu dividere in due periodi. Il primo, arabo,
di conquista e diffusione, sotto i Quattro Califfi ben diretti, gli Ommayadi e
gli Abbasidi (dal 622 al 969) raccolse solo gli aspetti precipui del Tardoantico.
Nel secondo, il potere pass alle popolazioni dellAsia centrale (Turchi, Per-
siani, Afghani, Indiani), del Nordafrica (Egiziani, Mauri, Maghrebini) e
dellAndalusia. Fu il periodo in cui finalmente si formarono larte, la cultura e
le scienze precipue dellIslm, con predominio delle genti turche che fusero
larte delle Steppe dellAsia centrale con quella bizantina.
Lungo gli stessi percorsi ebbe luogo la grande diffusione in Asia del lucchetto
col sistema ad ago azionato dalla chiave a spinta, e probabilmente ci fu dovuto
anche alla diffusione commerciale delle carovane che, lungo le molte piste
ma soprattutto lungo la Via della seta, solcarono lAsia in tutte le direzioni.
da considerare allora che le chiusure ermetiche con un rituale specifico ri-
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guardarono soprattutto, pi che le porte della citt, le porte dei caravanserragli,
questa sorta di elegante, organizzatissima e sociale istituzione che contribu a
diffondere presso i popoli turchi una cultura ecumenica e una tolleranza illu-
minata. Ce ne parla lo scrittore Evliya elebi (1608-1657) nei suoi Viaggi: Sul
finir della sera si annuncia la chiusura del portone battendo il ks [tamburo]...
Durante la notte i guardiani permettono lingresso ai viaggiatori e danno loro
da bere e da mangiare; ma nessuno ha il diritto di uscire, fosse anche la fine
del mondo. La mattina, quando tutti gli ospiti si son svegliati, si batte il ks
gridando che tutti controllino le loro cose e i loro bagagli. Gli impiegati chie-
dono: Ognuno di voi ha le sue cose, la sua vita, il suo cavallo, il suo abito?. E
gli ospiti han da rispondere: Tutto bene. Dio benedica chi fa carit. Allora i
sorveglianti traggono le chiavi, aprono il portale e danno ancora consigli gri-
dando: State attenti, non siate distratti, comportatevi bene, non perdete la
vostra coperta, non siate amici di chiunque. Dio sia con voi. E cos ciascuno
riprende il proprio cammino.
Oltre al lucchetto, altro elemento islamico importante fu la scatola preziosa
davorio, cofanetto per gioielli, contenitore elaboratissimo, antenato dei
consimili manufatti del Gotico Internazionale. Per nel mondo islamico il
primo posto nella storia dellarte del serrare fu occupato dai lucchetti desti-
nati a chiudere la porta della Kaaba, il santuario della Mecca cui tutti i
musulmani si volgono quando pregano. Si tratta di opere mirabilmente
ageminate con lunghe, ricche iscrizioni commemorative e religiose che rive-
lano limportanza del dono, unicamente concesso al califfo o al capo di pari
importanza duna dinastia. Linvio solenne dun nuovo lucchetto - coincidendo
con lascesa al trono del sovrano - divent anche simbolo dellincoronazione
stessa, glorificata dallatto rituale che collegava la religiosit al potere tempo-
rale, ci che appunto in un primo tempo era prerogativa del solo califfo.
La tradizionalit dellartigianato islamico, in una con la diffusione omologa
delle tipologie in gran parte del mondo antico, ci permette di ravvisare il mo-
dello dorigine anche in esemplari tardi. Da tradizioni storiche sappiamo che
il califfo abbaside alMutasim invi alla Kaaba una serratura doro nell834.
Una dargento, per la porta daccesso alla terrazza linvi il califfo Mutawakkil
nell851. La raccolta quasi completa di questi manufatti preziosi oggi al
Topkapi Sarayi Muzesi di Istanbuh. Essa comprende sette chiavi che vanno
dal 1160 al 1225; una serratura e nove chiavi mamelucche che vanno dal 1261
al 1402; e otto serrature ottomane che vanno dal 1509 al 1646, periodo che si
pu definire apogeo di questarte.
Oltre a questi pezzi, ve ne sono altri minori, tra cui alcuni di legno simili a
quelli che ancor oggi servono per chiudere le porte dei Giardini Ghflta a
Damasco. Unaltra chiave riccamente ageminata, dono del sultano Farag (1399
circa), conservata al Museo del Louvre.
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ICONOGRAFIA
DA BISANZIO AL ROMANICO
La chiave, strumento gi perfetto con i Romani, per quel suo atto daprire e di
chiudere, di mantenere segreto il movimento e sicuro il forziere, era emble-
ma e simbolo, e come tale gi in uso sin dai primi tempi storici. La stele della
sacerdotessa micenea Habryllis, ad Atene, opera del II secolo a.C., reca come
unica immagine una grande chiave templare, simbolo della sua dignit. Un
consimile concetto emblematico si perpetuer nelle simbologie bizantine, che
nei mosaici raffigurano un Vangelo sul trono quale simbolo del Cristo; ma
troviamo lo stesso concetto anche in Asia (in India, ad esempio, il turbante sul
trono simbolo del Buddha). E che dire di Ecate, dea ferale, dominatrice del
cielo, della terra e del mare, dispensatrice di vittoria e di felicit? Il suo culto
faceva parte dei misteri orfici, ed uno dei suoi attributi era la chiave. A mag-
gior ragione la chiave divenne simbolo, in Europa, duna lettura visiva del
passo di Matteo (XVI, 19): A te dar le chiavi del regno dei cieli, e tutto ci
che legherai sulla terra sar legato nei cieli, e tutto ci che scioglierai sulla
terra sar sciolto nei cieli. Oltre al passo del Vangelo, anche quello
emblematico dellApocalisse di Giovanni (III, 7) diede spunto alliconografia,
sino ai capolavori di Albrecht Diirer: Cos parla il Santo, il Verace, Colui che
ha la chiave di Davide. Quando Egli apre nessuno chiude, e quando chiude
nessuno apre. Ed ecco quindi la doppia chiave consegnata a Pietro, con una
ridondante iconografia soprattutto nel XVI e nel XVIII secolo. Quando ebbe
inizio tale raffigurazione? Il mosaico nel cosiddetto mausoleo di Galla Placidia,
a Ravenna, databile allincirca 480 d.C., potrebbe essere una delle prime, se-
guita, a distanza di qualche ventennio, dalla stessa raffigurazione nel Batti-
stero degli Ariani. In entrambe San Pietro.
Pietro oltre alla chiave ha anche la roga clavata. Coevi gli affreschi siriaci e
quelli in gran parte fatiscenti dellAnatolia; ma pi espressivi son certo i mo-
saici bizantini della Discesa al Limbo, in cui il Cristo infrange le porte, che giac-
ciono con i loro chiavistelli ai suoi piedi.
Liconografia segue cos passo passo levoluzione dei sistemi di chiusura: il
catenaccio, il catenaccio azionato anche dallesterno, il catenaccio con fermo
da cui origina la serratura, il fermo a sollevamento, il fermo con molle di
contenimento, il fermo a mandata da un lato del battente, il fermo a mandata
dai due lati del battente. In Asia continua a predominare. invece, il sistema
dei due anelli e lucchetto: lucchetto ad ago o a molle; e, in combinazione con
i sistemi occidentali, il lucchetto a mandata. Come impiego del materiale la
scalarit contempla legno, bronzo, ferro, e infine acciaio.
Questo lungo cammino, evidenziato per i suoi inizi forse pi dalle immagini
iconografiche che dai reperti, non stato lineare ed omogeneo. Di ci sim-
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bolo e testimonianza il vocabolario, poich i termini (soprattutto in italiano)
si affastellano per alcune parti, mentre per altre mancano; oppure il loro uso
a volte improprio. Vediamone qualche esempio.
Abbiamo parlato di chiavistello (dal latino volgare quale diminutivo di
claustrum: serramento). quella sbarra piatta o tonda che scorre entro anelli
(o guide, o cavallotti, o staffe, o naselli) detta anche catenaccio, chiavaccio,
barretta, o in toscano catorcio. Catenaccio viene dal tardo latino catenaceum,
dal latino catena: legame che congiunge.
Quanto al termine serramento (meglio di Serratura, che purtuttavia
termine pi usato), o serrame, deriva dal tardo latino serare: chiudere; da
sera: chiusura, catenaccio; incrociato col latino serrare: segare, e litaliano fer-
ro (serro). Se azionato da chiave per detto anche toppa. A sua volta
toppa indica, per conseguenza volgare, non solo il congegno metallico ma
anche il buco della serratura. Daltronde il francese cadenas si traduce in
italiano lucchetto, mentre loquet, loqueteau, si traduce in italiano nottolino,
voce che dopotutto pu indicare un chiavistello. In francese la nomenclatura,
specie per la mappa (o ingegno o palettina) - fornita di guarniture, o
controfernette, o intaccature, o intagli, o pertugi, o passanti -, ben pi ricca
e dettagliata che nelle altre lingue; per contro ha lingombro di due termini
con lo stesso significato (chiave: cl e clef).
PREROMANICO
Gi in periodo Tardoantico (211-568) si avverte una sorta di collusione fra
larte classica e quella nomadica dei Celti e delle popolazioni barbariche. Come
conseguenza, in periodo preromanico (VI-X secolo) sullimpianto classico si
innesta la decorazione celticobarbarica, e larte classica oramai esautorata di
pari passo con la fine della religione e del potere politico dei Romani. Si assi-
ste ad un frazionamento delle aree di potere, cui corrisponde un fraziona-
mento della passata unit stilistica, ed abbiamo forme darte limitate al paese
in cui sorgono, con espressioni discontinue non solo rispetto allintera comu-
nit europea, ma anche nella rispettiva compagine territoriale. Questo, e il
gusto severo, improvvisato quasi, barbarico si riscontrano anche negli appa-
rati di chiusura. Sviluppatosi dal sistema egizio e poi romano del solleva-
mento dei tenoncini quello detto in Francia la capiscine (con chiave a scu-
detto il cui ingegno entra nelle fernette verticali per sollevare il piolo del chia-
vistello) dunque un sistema a sdrucciolo verticale. Per evoluzione questo
medesimo sistema di fernette fissate alla piastra anteriore o a quella posterio-
re, disposte ora in circolo, ha dato la tipica serratura preromanica in cui la
chiave ha unampia mappa elegantemente traforata con pertugi. I sistemi tec-
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nici si sono dunque evoluti lentamente nei secoli lungo una linea omologa
continua, e non son frutto di invenzione subitanea. Dei serramenti del perio-
do preromanico restano unicamente le chiavi, per solito di bronzo, e tutte
femmine. Possiamo considerare che tali chiavi servissero per abbassare i fer-
mi ma, in mancanza delle serrature relative, non possiamo sapere se contem-
poraneamente facevano anche avanzare il chiavistello, o se questo fosse
azionato solo a mano. Comunque il sistema poteva benissimo essere gi com-
pleto. Le mappe son sempre complesse, a occhi ampi, chiusi e simmetrici; e il
loro motivo veniva spesso ripetuto decorativamente nellimpugnatura, so-
prattutto nelle bellissime chiavi merovinge.
In linea di massima nel VI/VIII secolo limpugnatura a croce o a griglia, con
piccagnolo aperto e mappa molto semplice. Dal VII al IX secolo abbiamo
mappe traforate e simmetriche; impugnature a tre anse, per solito con un
piccagnolo aperto, ed i loro motivi decorativi richiamano i contorni degli smalti
coevi, tipicamente steppici. Compaiono le prime impugnature con decoro a
edificio. Nel IX-X secolo abbiamo impugnature a bassorilievo, stampate.
Nellarte scandinava del IX-X secolo, o vichinga propriamente detta, la chia-
ve ha unimpugnatura ampia su stelo corto, e i motivi caratteristici dellarte
delle Steppe e dellarte celtica si uniscono per decorare gli esemplari pi belli:
girali, mandorle susseguentisi, intrecci (esempi nel Museo di Kopenhagen,
Danimarca). In esemplari di maggior pregio locchio dellimpugnatura, ro-
tondo, racchiude elementi animalistici dellarte delle Steppe nella loro tipica
sintetizzazione. La mappa semplice, spesso con puntale triangolare a mo
di orifiamma, con un solo pertugio laterale. Per i Vichingi la chiave aveva
anche un netto valore scaramantico, ed appunto come amuleto veniva porta-
ta appesa al collo. Era inoltre simbolo divino, come il martello di Thor: il dio
Odino ne possedeva una per aprire il fianco della montagna sacra, come si
legge nellEdda di Shnorri. Non sono quindi rare le chiavi che recano nellim-
pugnatura la figura di Odino fortemente stilizzata, o simboli della sua saga.
Nel IX secolo, in area carolingia o del Sacro Romano Impero) le chiavi, tutte
di bronzo per quanto mi dato conoscere, son lunghe dai cinque ai quindici
centimetri. La loro impugnatura ben sviluppata, piatta, ed assieme al capi-
tello - quasi sempre presente - occupa in lunghezza la met di tutta la chiave;
ha per solito un disegno vagamente architettonico, ottenuto con il traforo su
ampia lamina. Inoltre molte chiavi carolinge e ottoniane, di linea pura, soli-
da, robustamente essenziale, hanno una decorazione punzonata a cerchietti
e punti, di derivazione centroasiatica, tipica anche in altri generi di manufat-
ti. Oltre al motivo architettonico, che in alcuni casi ha laspetto duna facciata
di cattedrale, pi raramente ve ne sono di tridimensionali, a forma di lanter-
na biconica fatta di bandelle verticali con fascia orizzontale al centro, e rotelle
agli apici. Altre impugnature hanno motivi decorativi geometrici, traforati,
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con una croce greca al centro, o richiamano, come negli esemplari vichinghi,
gli smalti coevi.
Le mappe sono evidenti, con pertugi traforati anche complessi, a volte con la
ricercatezza di riprendere lo stesso motivo decorativo dellimpugnatura. Molte
chiavi hanno il piccagnolo, sia con un foro pi o meno largo, sia col pertugio
quadrato, sia solo apicato, per lattacco alla catena o al cordone, ci che era
duso costante, ed persino probabile che si tratti di chiavi da cerimonia, o
decorative, o talismaniche, piuttosto che di oggetti effettivamente funzionali.
ROMANICO
NellXI secolo lEuropa favorita da una ripresa economica e demografica;
da scambi commerciali e culturali che amalgamano popoli di diversa origine;
dal sorgere di consapevolezze nazionalistiche tendenti ad accentrare il pote-
re politico (sistema feudale e sistema monarchico) e religioso (ordini monasti-
ci cluniacensi e benedettini). Sviluppo demografico, scambi commerciali, ac-
centramento amministrativo del potere e produttivit artigianale moltiplica-
no le citt, i castelli, le abbazie; e questo clima, utile sottolinearlo, moltiplica
considerevolmente anche lopera del mastro serraturiere. Il rinnovato stile
architettonico si caratterizza per una sorta di ricerca della sincerit, per cui
abbiamo pareti di cotto che mostrano il mattone a vista, la pietra collocata nei
luoghi di riparo che evidenzia la sua funzione, costoloni e contrafforti ben
visibili. Nessuna struttura nascosta sotto parati, stucchi o comunque ele-
menti ad essa sovrapposti. Tutto ci costituisce da un lato il ritmo precipuo di
cui si fa il gusto artistico del periodo, e dallaltro evidenzia la ricerca costante
della tecnica.
Il primo periodo romanico vede il trionfo della chiave normanna, dal fusto
esile, dallimpugnatura a cappio. Serve per la chiusura dei mobili, dei cofani
e delle porte, ed , nella sua struttura, la corretta antenata di tutte le chiavi
successive.
Le chiavi son prevalentemente di bronzo, poi di ferro, con tutti gli accorgi-
menti dellarte che allinea ora gran copia di inferriate di ferro battuto. In molti
esemplari lo stelo lungo, con puntale snello e acuminato che pu superare
anche di molto la mappa. In altri lo stelo diviso in due dal basso sin circa a
met. Non sono rare le chiavi femmina. Manca il capitello. La mappa molto
ampia, con parecchi pertugi, elegantemente simmetrici. Linsieme ha sempre
una qualit severa ed essenziale e, al pari delle strutture architettoniche,
evidenzia e sottolinea il senso decorativo delle strutture funzionali. Limpu-
gnatura per lo pi ad anello rotondo, ottenuto con accurata battitura sulla
penna acuta dellincudine. Pi raramente quadrangolare, oppure limpu-
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gnatura costituita da una lamina appiattita, rotonda, con foro centrale non
molto grande. Comunque lampio anello rende vano il piccagnolo, che sem-
pre manca. Gli esemplari tardi raggiungono anche i trenta centimetri di lun-
ghezza, e possono avere anelli a struttura rombiforme e reniforme. Alcuni
pochi esemplari sono a snodo: hanno cio lanello e lo stelo congiunti da un
ribattino. Vi sono due tipi di serrature, e ne troviamo ancora molti esemplari
in situ: a mandata con catenaccio scorrevole, nella quale il catenaccio viene
spostato avanti o indietro dalla chiave; a mezzo giro, in cui la chiave libera i
fermi e il catenaccio fatto scorrere a mano o da una molla interna. La serra-
tura pu essere preminente (scatola applicata) oppure incassata nello spesso-
re dellanta di legno. Per i due tipi il meccanismo eguale, con catenaccio e
boncinello. Pertanto consta di due parti: catenaccio con anelli e relativo
boncinello col suo cavalletto; e meccanismo con la chiave. Il meccanismo
composto da una molla di fermo, un nottolino darresto, la spranghetta a due
barbe dincontro (una per avanzare, una per retrocedere) che scorre entro
due cavallotti. La serratura fissata o con punte sue proprie, ribattute, oppu-
re con chiodi ribattuti, come per i periodi successivi. Nella chiesa di Serralunga
(Pirenei orientali) abbiamo anche una serratura firmata Bernardus faber velim
fecit. Alcune fogge romaniche si caratterizzeranno per il loro perdurare at-
traverso i secoli e i relativi stili. Lo scavalcare i limiti usuali duno stile sar
anzi caratteristica dellarte dei serraturieri, ed avremo composizioni romani-
che in periodo gotico, e tipi gotici - in particolare del Gotico Internazionale -
fino addentro al barocco. Va inoltre inteso che solo i facoltosi (nobili, ecclesia-
stici, mercanti) si potevano permettere le serrature di ferro. Per la gleba erano
ancora in uso legacci e serrature di legno, arcaiche o recenti che fossero.
PERIODO GOTICO
Nel Duecento si definisce il trionfo e la sedentarizzazione delle popolazioni
barbariche, e lemergere della borghesia, nuova classe che si basa sul potere
del denaro, del commercio, dellindustriosit redditizia. La corte terrena si
sostituisce alla corte celeste nelle raffigurazioni artistiche e nei fasti sociali, e
le Universit diffondono una cultura laica mentre la scienza perseguita come
valido ausiliario dellindustria. Questa situazione - e il benessere che ne deri-
va -, questa ricchezza culturale e finanziaria si rispecchiano e si manifestano
anche nellarte della serratura. Nel primo periodo gotico le chiavi proseguo-
no tradizionalmente il disegno romanico, soprattutto con anello tondo o a
rombo, a poco a poco distinguendosene per le rotelle apicali nellimpugnatu-
ra a rombo, o per un disegno quadribolato, per lo pi a traforo, che si fa via
via pi ricco. Abbondano le chiavi femmina, per cassoni ed armadi a muro;
30
ed probabile che solo ora le chiavi maschie servano effettivamente per apri-
re una serratura sia dallesterno che dallinterno. Vi sono chiavi con capitello
o senza, con stelo lungo o corto, con mappa molto evidente, elaborata, o con
mappa piccola, semplice. Nulla ancora di quellinteresse, di quel gusto, di
quellesasperata ricerca di decorativit trionfalista che caratterizzer il Gotico
nel quindicesimo secolo, durante il quale la predominanza del gusto borghe-
se, il suo desiderio di apparire, di fare sfoggio della propria ricchezza porte-
ranno tutte le arti a manifestazioni esteriori esuberanti ma accademicamente
cristallizzate.
Le chiavi vanno dai 3 ai 12 centimetri di media; ma vi sono anche le chiavi per
i portoni delle citt e dei castelli, che raggiungono 30/35 centimetri.
A poco a poco la mappa si avvia a quella mirabile tipologia detta a pettine,
possibile quando il corpo avr uno spessore maggiore. Si sviluppano anche le
chiavi da apparato, soprattutto per i portoni delle chiese, ed avremo allora
esemplari di ferro battuto lunghi sino a 60 centimetri. Qui, da semplice forma
a rombo o a rene, limpugnatura diventa ricca, elaborata a quadrilobi, a cuo-
re, a ripetizione centrifuga di un motivo. Ci dovuto anche alluso della
lima che si differenzia ora dalla raspa (addirittura di ascendenza paleolitica)
per la rigatura ottenuta con uno scalpello tagliente, ci che permette lavori di
rifinitura accurata.
A partire da questo momento, inoltre, ogni
parte e variet dei congegni per chiudere
e serrare ci nota, essendoci giunte molte
serrature al completo. Ve ne sono (soprat-
tutto per le porte degli armadi) con chiavi-
stello apparente dotato di boncinello, il cui
cavallotto entra nella serratura; sia con
chiavistello interno, ed in entrambe la chia-
ve libera il fermo del chiavistello (tacca o
cavallotto che sia) che manovrato ma-
nualmente; sia con un catenaccio che scor-
re entro guide od anelli, azionato dambo i
lati della porta mediante una presa che
corre entro apposito taglio nel battente,
secondo la giusta lunghezza della corsa del
catenaccio, fissato poi da un fermo salien-
te. I meccanismi sono ancora a mandata
limitata, ed il nottolino agisce direttamen-
te sul catenaccio.
Vi sono anche serrature con chiave a sdruc-
ciolo (alla cappuccina, continuazione di
Esempio di chiave gotica.
31
uno dei sistemi romani), non a mandata quindi e senza molla di fermo: serve
ad azionare il saliscendi (a leva di terzo tipo) la cui coda fissata e serve da
fulcro, la testa cade su un cavallotto di mantenimento, mentre la chiave fun-
ge da potenza. Dallinterno la potenza agita direttamente su un pomello
fissato al saliscendi. La mappa, a T, traforata a disegno complesso, viene in-
trodotta orizzontalmente e poi alzata verticalmente, di modo che solleva a
sua volta un codetto fissato al saliscendi, cos sbloccato dal cavallotto. Siste-
ma, certo, dei meno sicuri.
Un ulteriore sistema quello detto a viella: una serratura a mezza mandata
in cui la mappa solleva una leva fissata sul saliscendi con un meccanismo che
nellinsieme somiglia vagamente allo strumento musicale del tempo, chia-
mato appunto viella.
Tuttavia ci che caratterizza maggiormente il periodo gotico lorganizzazio-
ne delle corporazioni e la scientificit degli studi. Per i secondi si pensi al
Diversarum artium schedula (1225 circa) del monaco Teofilo di Helmarshausen,
che nel capitolo terzo del libro terzo tratta delle serrature. In Francia la Cor-
porazione dei Serraturieri venne regolamentata nel 1260, per ordine di re
Luigi IX, dal prefetto di Parigi Etienne Boileau che redasse il Livres des metirs
(o Etablissement des mtiers). Il comma XVIII (carta XXXIX) contiene gli Statuti
della Corporazione dei Fabbri Serraturieri di Parigi, statuti modificati poi nel
1307 da Filippo il Bello e il 21 marzo 1393 ripristinati nella forma antica dal
prefetto di Parigi Jean de Folleville. Le corporazioni (e, in Francia, il
Compagnonnage) - organismi che furono probabili organizzazioni politiche
nellImpero Romano, eminenti confraternite nel mondo islamico, scuole di
grande importanza per il mondo culturale ed artistico in Italia, ed anche pre-
tesa origine della massoneria inglese, - sorvegliavano la qualit dei lavori,
provvedevano alle vedove e agli orfani degli affiliati, tutelavano i lavoranti
ed anche i clienti. Determinarono dunque una ricerca di qualit ma anche,
soprattutto, accolsero solo, come maestri, quelli che davano saggio eminente
del loro operato. Il candidato cio era tenuto ad eseguire un capodopera
secondo le indicazioni fornite dal collegio dei probiviri, ed elaborato nella
bottega di un consigliere della Corporazione sotto il controllo costante dei
maestri associati. Grazie alle corporazioni abbiamo cos una doviziosa messe
di capolavori dellarte, ricchezza e vanto di alcuni Musei e delle collezioni
private pi prestigiose. La Corporazione dei Maestri Serraturieri aveva come
patrono SantEligio, ed il giorno a lui dedicato era giorno festivo per tutti gli
affiliati, mentre entro il giorno di San Pietro tutte le pendenze economiche
dovevano venir regolate.
Grazie alle corporazioni abbiamo inoltre notizie precise anche sui maestri e
sulle loro botteghe. Sappiamo ad esempio che nel 1292 a Parigi operavano
undici ferraioli, trentaquattro maniscalchi, settantaquattro fabbri e ventisette
32
maestri della serratura. Ma abbiamo anche notizie di grandi maestri, come
quel Biscornet che esegu i serramenti e i cardini - vero capolavoro dellarte -
per la grande porta di SantAnna, oggi a Notre Dame di Parigi. Quando, nel
XIX secolo, larchitetto Viollet Le Due ricostru gli altri portali della cattedrale,
il suo magnano Boulanger ne fece i serramenti copiandoli dai disegni di
Biscornet, giunti sino a noi appunto grazie agli archivi della Corporazione
dei Serraturieri.
GOTICO INTERNAZIONALE
A partire dalla seconda met del XIV secolo larte del ferro decorato ebbe un
grande impulso, ed i motivi tipici del Gotico dominarono con dovizia e qua-
lit - secondo lonnipresente grafismo architettonico - anche le serrature e le
chiavi.
Lautorit terrena della borghesia e dei nobili, strappando le scansioni
iconografiche al dominio chiesastico, unirono tecnica e arte, e la serratura
ebbe notevole impulso sotto tutti i punti di vista; i temi elaborati in questo
periodo permarranno sino alla met del Cinquecento, superando cos - e solo
in questambito - i termini storici del Gotico Internazionale.
In generale nella serratura di questo periodo, i congegni sono fissati alla pia-
stra anteriore, raramente incassati nel legno, con una eventuale placchetta di
fondo a protezione del dorso. La piastra anteriore - o di copertura - di due
tipologie: o con disegni a traforo, in una cornice continua o limitata ai quattro
angoli; oppure decorata interamente, talvolta anche in modo sontuoso. Ai
lati i chiodi o i cavallotti per fissare la serratura al legno son quasi sempre ela-
borati: i chiodi con testa figurata, i cavallotti a mo di contrafforte architettonico.
Il foro della chiave negli esemplari pi ricchi camuffato da uno scudetto che
si ribatte a semplice pressione o con un meccanismo segreto.
Una categoria, limitata ma di grande importanza, quella ad elementi che
configurano una facciata di cattedrale con nicchie a cuspide e statue. Famosa,
ancora in luogo, la serratura per la porta del coro della Cattedrale di Santa
Cecilia ad Albi (Francia), della fine del Quattrocento. Complessa quella del
Museo di Cluny a Parigi: cinque scomparti verticali corrispondenti alla fac-
ciata di una cattedrale a cinque navate son fiancheggiati a destra e a sinistra
da una bordura traforata a giorno, a mo di contrafforte. Le cinque ripartizioni
son suddivise orizzontalmente in tre bande, e incorniciate da un timpano
con rosone centrale e bordura di foglie. Tredici personaggi occupano i riqua-
dri centrali: il Cristo con i dodici apostoli. Ancor pi ricca la piastra duna
serratura francese di datazione incerta, conservata al Metropolitan Museum
di New York: raffigura il Giudizio universale e contiene trentacinque figure.
33
Accanto a queste opere spettacolari possiamo collocare tutti i capidopera ese-
guiti per superare lesame di abilit tecnica cui eran tenuti, come gi detto,
coloro che volevano entrare a far parte della Corporazione e stabilirsi in pro-
prio: Quil face chef doeuvre, cest assavoir une serrure de fer gache et
morillon, double gache et sept perthuis, et que icelle serrure soit close tout
entour et le pallastre moullu et revestu darbres, noix, onde, fourmettes et
engin sur lentr recita il Livre des Mtiers de Gisors, del 1456.
A prescindere da questi capidopera per la maestria della ghilda, sul finire
del Quattrocento le serrature possono suddividersi grosso modo in quattro
categorie: a) serrature con decorazione traforata e giustapposta ( orbevoie), e
scansione architettonica. Ne sono ancor oggi dotate alcune cattedrali (esempi
in Francia a Evreux, a Vallouise, a Tolosa, e per ci che riguarda i cofani, esem-
pi in molti Musei dEuropa, soprattutto al Cluny di Parigi); b) serrature con
decorazione a racemi di cardo, pi semplici; c) serrature a bordi stagliati; d)
serrature con incorniciatura a modanature e ricca decorazione.
Per ci che riguarda le corporazioni, quella di Parigi ad esempio era una delle
pi potenti, e nella capitale francese la serratura era quasi un fatto di moda. Si
tramanda come notizia degna di attenzione che nel palazzo della via
Bourdonnais ceran tante serrature quanti i giorni dellanno, e questo pi per
esibizionismo che per necessit. Un ricco orafo del XV secolo, Mastro Arduino
di Parigi, precis: Oggi vi sono in Francia non meno di 600.000 porte dotate
di serratura. E si trattava anche di serrature complesse: il duca di Borgogna
chiuse le bandiere vinte agli abitanti di Gand, in una cassa con serratura ferm
de cinq cls dont lune gardera le bailly, laultre leschevin, la tierce cl le doyen
et les austers deux seront mises es mains de deux prudhommes. Il serraturiere
Berthelot di Lovanio, su richiesta espressa dalla regina Isabella di Baviera,
moglie (1385) di Carlo VI di Francia, pose nel palazzo di Saint Pol - ci narrano
i Conti di casa - due serrature che si potevano aprire con luso di cinque chiavi
differenti. Anche la Spagna cattolica, priva sino a questo momento duna pro-
pria storia della serratura, si distingue per capidopera molto elaborati. e crea
un modello pressoch standardizzato di piastra a rilievo decorata con quattro
torrette stilizzate, forse accenno allo stemma di Castiglia. In pari tempo lIn-
ghilterra, che tendeva ad assumere anche il primato della serratura, cede per
contro il passo ai maestri fiamminghi, come del pari avviene per la pittura.
IL RINASCIMENTO
Il movimento complesso che innesca un mutamento sostanziale della cultura
europea fra XV e XVI secolo par nascere in un solo centro e ad opera di una
sola famiglia al potere: Firenze e la signoria dei Medici. tuttavia annunciato
34
da oltre un secolo, e si pu dire che in effetti, conquistando larga territorialit
in Europa, ricalchi il carattere stesso che ebbe larte classica. La ragione per
cui si espresse nelle forme note e si dilat oltre il luogo dorigine, nonch le
ragioni nazionalistiche inerenti, non vanno pertanto limitate a quelle
schematiche di una superiorit estetica. Con il fiorire dellultimo Gotico ab-
biamo oltralpe laffermarsi dei sentimenti nazionalistici. A questo senso di
indipendenza nazionale tien dietro o corre parallelo anche un rinnovarsi del
concetto nazionalistico delle Chiese.
In Europa gli stati che vanno definendo la propria fisionomia sono legati ad
una progressiva classicizzazione della loro origine nomadica, per cui esalta-
no nel Gotico Internazionale la componente essenziale di popolazione origi-
nariamente barbarica.
In Italia invece la situazione politica differente, e del pari il gusto dun
paganesimo mai assopito. Tutto ci che si pu realizzare sul piano nazionali-
stico il passaggio da Comune a Signoria. I Signori dItalia vogliono riallac-
ciarsi al passato per confermare la legittimit del loro potere che, pur se non
deriva direttamente da Roma, nellimitazione di Roma trova tuttavia gran-
dezza e valore. Il revival delle decorazioni romane (in particolare del periodo
imperiale) investe anche le arti cosiddette minori, con una prepotenza che fa
tramontare il Gotico ed ogni forma darte nomadico-barbarica.
Perugino, Consegna delle chiavi a San Pietro (1483, Cappella Sistina).
35
La preziosit duna classe di mercanti di-
ventata nobile col potere del denaro si spo-
sa allantica aristocrazia doltralpe, e lo sfar-
zo, la pomposit che il Rinascimento riesce
a contenere nel modulo armonico trovano
anche nelle opere del serraturiere il loro
impiego precipuo.
Si tratta di forme nazionali, come se dal cen-
tro di Firenze si allargassero a cerchi con-
centrici le onde di una moda che si affer-
ma, si enfatizza e poi decadr, proprio come
avvenne per larte provinciale e per larte
periferica romane nel periodo tardoantico.
Non raro il caso di scultori che propon-
gono modelli a forgiatori di chiavi e a fab-
bri, e certi modellati possono superare la
classificazione di arte minore per le loro
qualit intrinseche. Pare che anche Benve-
nuto Cellini (1500-1571) abbia fornito i di-
segni per delle chiavi eseguite poi nel suo
laboratorio. Va inoltre notato, per inciso, che
il Rinascimento fior in Italia nel XV secolo
e negli altri paesi dEuropa nel XVI secolo mentre nellItalia sola si sviluppa-
va il Manierismo. Abbiamo molteplici modelli per la decorazione delle impu-
gnature. In Francia prevalgono soprattutto le grottesche, le chimere, i delfini
affrontati, simmetricamente disposti a lato di un asse centrale ideale, con si-
nuosit di voluta e controvoluta, e sempre con ricchezza di temi e di inven-
zioni. Il tutto sempre poggiato su ricchi capitelli classicistici. Del pari preva-
lente in Francia limpugnatura ovale, a traforo, sul tipo dellincorniciatura a
volute duno scudo araldico centrale. In questi casi il capitello a semplici
modanature.
In Germania, Austria e Svizzera prevale un pi semplice motivo a volute con-
trapposte, sviluppo di forme gotiche persistenti. Limpugnatura usualmente
si innesta con un greve, grande capitello a modanature. Le grottesche e
lornamentazione rinascimentale dellimpugnatura hanno pi ridondanza ma
meno eleganza. Compaiono qui anche figure, volti, stemmi a tutto tondo,
con capitello pi semplice e stelo pi corto.
Durante il Cinquecento si sviluppano ulteriormente anche quei generi di alta
qualit e di raffinatezza esemplare che sono i gi citati capidopera di mae-
stria, non eseguiti per un uso pratico ma presentati dal postulante che inten-
de entrare nella Corporazione dei Serraturieri. I primi, pi semplici modelli
Serratura di mastro serraturiere,
in ferro
(fine sec. XVI, Museo Bricard, Parigi).
36
par che riprendano, accrescendola, la corona che sormonta limpugnatura di
certe chiavi carolinge, nonch la corona e il lavoro di traforo e di connessione
che caratterizzano le chiavi dette veneziane. In cento anni assumono un
tipico aspetto, che possiamo definire a lanterna: lo stelo corto, dotato di
mappa a pettine con una folta serie di pertugi orizzontali, di media attorno
alle venti lamelle. Limpugnatura molto lunga: essa parte da un capitello a
base quadrata, sormontato da un elemento a botte che ha solitamente linter-
no traforato a mo di rosone e allesterno - da ambo le parti - una grottesca, un
mascherone, un elemento decorativo, a rilievo. Questo barilotto sormonta-
to da unalta lanterna a base quadrata, coronata da una cimasa quadrangola-
re variamente modulata e variamente cimata. Tutte queste parti son traforate
con grande perizia, eleganza e raffinatezza orafa. Tra chiave e serratura, che
naturalmente ha ritagli, trafori e incisioni a bulino adeguati alla bellezza della
chiave, si pu calcolare che lesecuzione di alcuni pezzi abbia richiesto non
meno di due anni di assiduo lavoro. Queste opere son per solito di acciaio, e
Donatello, Consegna delle chiavi a San Pietro
(bassorilievo su marmo, sec. XV, Victoria and Albert Museum, Londra).
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verranno eseguite nel XVI e nel XVII secolo ripetendo anche decorazioni go-
tiche (soprattutto nel barilotto), cui si aggiungeranno elementi rinascimentali
e barocchi. Alcuni pezzi del XVIII secolo hanno forme pi coerentemente
neoclassiciste, dopo di che la Rivoluzione Francese, abolendo le corporazio-
ni, abol per conseguenza anche questo tipo di esame di ammissione. Alcu-
ni di questi capidopera sono firmati addirittura per intero, col nome inciso a
bulino, o anche finemente traforato a risparmio sui quattro lati della base del
capitello, come il caso dello splendido esemplare del Museo Bricard di Pari-
gi,
,
eseguito da Jean Baptiste Platon nel XVIII secolo.
IL QUATTROCENTO A VENEZIA
Nellarte della chiave il XV secolo segna in generale un ispessimento della
mappa, ma soprattutto limpugnatura diventa finalmente esuberante e ricca.
A Venezia essa viene riempita da una decorazione a lamelle secondo un dise-
gno che rammenta il rosone delle cattedrali o i lavori di ferro battuto con driz-
zate e ricci; e pare in accordo con il tipico Gotico Rinascimentale che caratte-
ristica precipua e tenace della citt lagunare. Tra la fine del Quattrocento e
linizio del Cinquecento questo tipo di impugnatura, sempre sormontata da
un piccagnolo che diventa esuberante sino ad assumere a volte laspetto duna
corona o duna torricella, mette in mostra lestro creativo dei maestri venezia-
ni su un tema fisso. Possiamo qui sottolineare lunione darte e di funzionalit
che i mastri serraturieri han sempre tenuto presente: limpugnatura riempita
di lamelle non era utilizzabile per il cordone dal quale ormai quasi sempre
pendeva la chiave, cordone assicurato alla cintura, per cui il piccagnolo era
necessario. Il tipo venne imitato pressoch in tutta Europa, e il motivo si arric-
ch delle diversificazioni pi varie. Avremo cos il rosone entro anello quadra-
to, due rosoni affiancati con guglietta apicale, il rosone doppio giustapposto,
ed anche, in un esemplare tedesco, un rosone ottenuto da una unica barretta
sfoliata in rametti piegati a riccio simile ai coevi ferri battuti. In pari tempo si
afferma a Venezia un altro tipo con anello piatto e lungo, la parte inferiore del
quale traforata a tre lobi, la parte superiore piena, sagomata a corona, sem-
plice dapprima e poi pur essa traforata con motivo geometrico elegante. Que-
sta tipologia conquista subito i paesi tedeschi del sud, dove si impone.
Lo schema iniziale di base delle chiavi a rosone rimarr persistente anche per
tutto il Seicento, con un abbandono delle ricerche di rinnovamento, soffocate
dalla cristallizzazione e dalla ripetitivit pedissequa. Per contro la diffusione
sar considerevole, dato che ne troviamo in Inghilterra ma anche in Turchia
(molte al Museo del Folklore a Konya e al Museo nazionale di Istanbul) e
perfino a Samarkanda, in Uzbekistan.
38
IL CINQUECENTO
Allinizio del XVI secolo lItalia divenne terra di conquista e campo di batta-
glia per i due grandi eserciti della Francia e della Spagna. Ci determin
nella penisola un clima di incertezza, il tramonto delle Signorie, la perdita di
valori stabili e, nel campo artistico, il sorgere del Manierismo. Per contro Fran-
cesco I di Francia (1494-1547) riport dalle sue campagne in Italia ricchi bot-
tini ed anche artisti di alta qualit, radicando nel suo paese una pi profon-
da penetrazione dei modi rinascimentali. Per questo, per il suo gusto esteti-
co raffinato e preciso, ed anche per linflusso della madre Luisa di Savoia,
egli determin nella corte un cambiamento brusco negli stili dellarte. Ap-
passionato, e forse anche artefice egli stesso di serrature, revision gli Statuti
delle Corporazioni del ferro nel 1543, ed in generale impose il gusto allita-
liana in questarte, e la Renaissance pose termine alla sopravvivenza del Goti-
co Internazionale. Su questa via lo segu, e anzi lo assecond in pieno, il suo
serraturiere privato Antoine Morisseau. I nuovi stili decorativi sagomavano
e incorniciavano porte, armadi, cassapanche in modo tale che linserimento
duna serratura con placca a vista avrebbe nuociuto allarmonia dellinsie-
me. Si cominci cos ad affogare la serratura nel legno, a porla allinterno
degli stipiti, con piccole placche o piccole bocchette in evidenza. I grandi
apparati di ferro dei periodi precedenti, veri monumenti architettonici del-
larte del serraturiere, scompaiono: arte e ingegnosit finiscono o nelle pia-
stre di fondo, comunque per solito nascoste alla vista, o nella chiave, che ora
assume unimportanza sempre maggiore dal punto di vista decorativo. La
placchetta copritoppa o le bocchette per il buco della serratura son ritagliate
e sagomate. Il sistema era destinato ad avere maggior successo nel Settecen-
to. Il secolo si concluse senza diversificazioni tecniche o stilistiche importan-
ti, e gli ultimi decenni furono caratterizzati da una tradizionalit a volte spenta
e pedissequa sino al tempo di Luigi XIII (1601-1643), appassionato di serra-
ture e probabilmente il primo collezionista di chiavi. Nel pieno del XVI seco-
lo abbiamo serrature per porta a chiavistello dormiente (azionato cio dalla
chiave) e a mezza mandata; anzi, agli inizi azionato da due chiavi diverse e
poi, da una sola gi a partire dal 1525 circa. La chiave solleva il fermo liberan-
do il chiavistello e spingendolo con la parte esterna della mappa che agisce
sulle barbe del chiavistello stesso. Pi comunemente per il meccanismo del
XVI secolo a mezza mandata e la chiave non solleva la molla di fermo,
mentre il chiavistello ha una sola barba. Tipicamente italiana la piastra an-
teriore della serratura a boncinello, di forma quadrata; ad ogni angolo unam-
pia sede quadrata per la borchia di fissaggio, con decorazione a traforo. In
Germania, dove ora si impone la citt di Norimberga come centro principale
dellarte serraturiera, la serratura si presenta con un frontespizio tradiziona-
39
le e massiccio. In Spagna, emerge un miglior stile della serratura a imitazio-
ne forse delle opere di ferro battuto, ora imponenti e notevoli. Si pu anzi
dire che il sistema di chiusura dei mobili di Vargas (vicino a Toledo) vien di
moda su tutto il territorio, con la caratteristica bocchetta rinascimentale - ma
di linea quasi gi pesantemente barocca - e il boncinello ancora severo, di
tipo gotico, di ferro, ma anche di ottone, di rame e, raramente, dargento. La
mazza del forgiatore cede il passo al seghetto e alla lima, la cui acciaiatura
ora viene ottenuta per cementazione (tecnica forse conosciuta anche in
precedenza, ma tenuta segreta, mentre ora si generalizza). Vi un uso sem-
pre pi pronunciato della decorazione a traforo, ma si ricorre anche allac-
quaforte, che permette elaborati di maggior finezza, e rifiniture delicate, pur
se ricercatamente molli e finanche troppo preziose. In luogo delle passate
raffigurazioni gotiche, a volte dense di personaggi o allusive alla struttura
architettonica, abbiamo ora iniziali, stemmi, elementi floreali puramente
decorativi, grottesche. Si arriva a volte ad un assurdo: la parte interna della
scatola della serratura, non visibile, pi decorata della bocchetta. Si ebbero
anche momenti di moda che si possono definire bizzarri. Ad esempio Diana
di Poitiers (1499-1566), favorita di Enrico II di Francia, fece applicare alla por-
ta della sua camera tre serrature superposte, e la voga delle tre serrature
ebbe per breve tempo una certa fortuna.
Sullesempio di Francesco I, Carlo IX (1560-1574) fu egli
.
stesso serraturiere di
un certo talento; e lamore regale per le serrature continu con Enrico III (1551-
1589), che protesse il mastro Mathurin Bon, creandolo luogotenente dellar-
mata e poi guardiano dellArsenale di Parigi, anche se la storia ci tramanda
che fu forse buon fabbricante di serrature, ma per altro incapace negli incari-
chi ufficiali daltro genere.
Si giunse con lui ad una serratura che divenne per altro tipica in Germania: la
scatola rettangolare coperta da una piastra debordante, accuratamente deco-
rata e robusta, con meccanismo particolare: catenaccio a mezzo giro accop-
piato ad un catenaccio a saliscendi munito di pomolo per la presa manuale,
che fuoriesce da una parte, ma a dispetto della simmetria il buco della toppa
era al centro e il boncinello da un lato.
Verso la fine del secolo la simmetria venne recuperata con un accorgimento
nuovo e tipico: la serratura a due boncinelli, fiancheggianti il buco della top-
pa che sempre al centro. Dovunque si generalizza luso delle coppiglie e dei
ribattini per fissare definitivamente la placchetta di fondo al resto della serra-
tura, nonch di coppiglie e di staffe per il solo scudetto di fondo, che pu cos
venir rimosso facilmente per le riparazioni. In uso le prime viti con dado (la
cui sagomatura ci utile per la corretta datazione) e chiodi con testa a protome
umana o a fiore, per fissare al legno la piastra anteriore. Se alcuni di questi
elementi compaiono in serrature antecedenti, ci dovuto a rimaneggiamento
40
o a restauri effettuati in questo secolo. Abbiamo poi modellazione di elementi
per concussione (stampaggio del ferro al rosso entro stampi acciaiati) e, come
gi detto, la decorazione allacquaforte, eseguita per pi da incisori e da
armaioli che da serraturieri. Nelle chiavi ci sono novit considerevoli. Il pro-
filo della mappa ad ascia e il foro delle chiavi femmina spesso sagomato a
rombo, o a trilobo, oppur pi complessamente sino a giungere, infine, alle
lettere dellalfabeto. In questi casi, logicamente la chiave non pu ruotare at-
torno alla spina della serratura, e quindi la spina stessa - del pari sagomata in
positivo sul disegno in negativo del foro della chiave - era incorporata in una
bussola che abbracciava lo stelo e girava sul perno, fissato a ribattitura sul
fondo della piastra di base della serratura. Altra novit, forsanche presente
nei secoli precedenti ma non accertata, il passepartout: Enrico II di Francia
(1519-1559) fece apporre a Chenonceau, dal suo serraturiere privato Antoine
Rousseau, nuove serrature di modo che ciascuna abbia la sua chiave ma che
si possano aprire con una
.
chiave passante per tutte, in possesso del re.
Naturalmente la chiave del Cinquecento ha anche i suoi aneddoti. Uno di
questi narra che quando la regina Maria di Scozia, fatta prigioniera, venne
rinchiusa nel castello di Lock Leven (1568), un ragazzo, William Douglas,
riusc a rubare la chiave e a liberar la regina. Mentre la faceva fuggire in
barca attraverso il lago, Douglas gett la chiave nelle acque. Pi tardi venne
ritrovata, e fin poi nelle mani del poeta e romanziere scozzese Walter Scott
(1771-1832).
CEPPI E FERRI
Nel 1498, ad Haiti, Cristoforo Colombo venne arrestato, messo ai ferri, ripor-
tato in Spagna. Sorte strana per colui che per la sua scoperta sarebbe diventa-
to la causa involontaria della schiavit e del massacro di tante popolazioni
indie, come descrisse il sacerdote Bartolom de Las Casas (1474-1566) nel suo
Trattato sugli indiani ridotti in schiavit (1548). Precedentemente Las Casas ave-
va pubblicato la Brevissima relazione sulla distruzione delle Indie, da cui si posso-
no trarre poche ma significative frasi: Dal 1524 al 1535 si susseguirono mas-
sacri e crudelt spaventose, con la cattura di schiavi venduti alle navi che
portavano vino, abiti e altre derrate... Per nutrire i loro cani gli Spagnoli cattu-
rano molti indigeni, che incatenano e poi spingono avanti come branchi di
maiali. Gli Spagnoli poi li ammazzano e tengono macelleria pubblica di carne
umana; si dicono lun laltro: Prestami un quarto duno di questi macachi per
dar da mangiare ai miei cani nellattesa di ucciderne uno io. Numerose im-
magini xilografiche ci tramandano la cattura di Cristoforo Colombo, ma sce-
ne del genere erano comunque comuni nelliconografia dogni tempo. Gi
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nel Coeur damour epris di Renato I dAngi, re di Napoli e di Gerusalemme
(1409-1480), una miniatura (attribuita al re stesso) ci mostra Coeur messo in
ceppi: quegli inumani ferri con lucchetto che paiono quasi accompagnare
lumanit tutta attraverso tutta la sua storia. Servivano per impastoiare i pie-
di dei debitori, dei delinquenti, ma soprattutto degli schiavi. favola la cre-
denza popolare che vede gli schiavi a migliaia erigere le piramidi dEgitto: gli
egiziani avevano gradi diversi di servit organizzata, ma non schiavi. Per
contro ne avevano gi i Mesopotamici, gli Ebrei, i Greci (nel 450 a.C. circa
200.000), e soprattutto i Romani. Del Medioevo sono ben noti i galeotti incate-
nati al remo, retaggio romano, e cera tutta una legislazione internazionale
che regolava acquisti, vendite e liberazioni o riscatti degli schiavi. Sul finire
del Cinquecento inizi in Europa lemancipazione dalla schiavit; ma vale la
pena di notare che lo stato meno schiavista era proprio quello che ancor oggi,
secondo preconcetti stupidamente radicati, viene invece considerato uno dei
peggiori: la Turchia. Inizi per contro la tratta degli schiavi dallAfrica nelle
Americhe, ad opera di negrieri inglesi e spagnoli. Circa tre milioni di indivi-
dui furono strappati alle loro case, incatenati nelle stive, poi costretti ad un
lavoro durissimo in Brasile, nelle Antille e nelle colonie britanniche del
Nordamerica. Continuarono per ad essere in uso in Europa i ceppi per i
carcerati - ce ne raffigura il pittore inglese William Hogarth (1697-1764) nelle
sue serie moraleggianti -, ed in tutto quindi, tenendo conto anche di quelli
usati per impedire la fuga degli animali da soma, migliaia e migliaia di ma-
nette e di strumenti consimili vennero fabbricati in serie da serraturieri dogni
tempo. Si trattava per solito duna breve catena, con uno o due bracciali a
lucchetto dal congegno semplicissimo: una o pi linguette di metallo che ve-
nivano pressate, in apertura, da una chiave a spinta del tipo delle chiavi a
sdrucciolo romane. Oppure si trattava di una barra, con due anse laterali per
le caviglie, e un apparato semplice di chiusura. Questi strumenti obbrobriosi
non ebbero, praticamente, evoluzione lungo il corso dei secoli.
SIMBOLO E MAGIA
Parlando di chiavi e di magia, anzi, della magia della chiave, non si pu
non citare uno dei maghi pi conclamati e celebri: Michel De Notradame
(Nostradamus), singolare astrologo e medico francese di grande valore (1503-
1566). Famiglio di Caterina de Medici e suo veggente, compose le
celeberrime Profezie, per le quali molti e molti studiosi hanno cercato una chiave
di lettura. Dal 1710 son stati proposti molti sistemi segreti, cifrari, chiavi.
Ecco quindi un ulteriore valore simbolico di questo oggetto, pur se nel caso di
Nostradamus si tratta di chiavi di vetro, come ha giustamente precisato
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Carlo Patrian. Il bambino magico sopravvive nelladulto in ragione propor-
zionale alle nevrosi di cui lindividuo preda, e lirrazionale dellinconscio
finge valori e cerca sicurezze in riti e pretestuosit che nulla hanno doggetti-
vo e reale. Anche il popolo spesse volte solo un bambino vestito da adul-
to, ed abbiamo allora due aspetti della chiave: la sua raffigurazione simbo-
lica nellarte popolare, ed il simbolo talismanico detto chiave nelle arti ma-
giche. Larte popolare, questo grande archivio metastorico cos universalmente
vicino al sentire comune, ricca di simboli. Non si tratta per lo pi di figurazioni
con finalit estetiche: nelle masse si radicano forme e simboli solo per una
funzione magica o stregonica, e con una tradizionalit cristallizzata, in con-
trasto con la fluidit di espressioni dellarte colta. Il segno assume dunque un
significato magico, e la chiave non apre pi solamente la porta di casa, ma
anche la porta del potere, della conoscenza, del dominio. Magica venne con-
siderata lopera del fabbro presso molte popolazioni nomadiche, ed ancor
oggi presso molte popolazioni dellAfrica nera; per cui larte del ferro di per
se stessa apparentabile ai simboli della magia. La serratura venne usata per i
rituali che comprendevano la fattura damore e lesecuzione del filtro
damore, sino al cofanetto aperto per racchiudervi la passione dellamato
che si otterrebbe nellistante in cui il cofanetto chiuso con la chiave, come
raffigurato ad esempio nel dipinto dun anonimo renano del XV secolo Il
filtro damore (Lipsia, Museum der Bildenden Knste). Daltronde il rapporto
fra la chiave (il maschio) e la serratura (la femmina) presente in
numerosissime tradizioni popolari, ma anche nella canzone del poeta tede-
sco Ludwing Uhland (1787-1862): La ballata del conte Eberstein. una sorta di
verit fisioplastica in cui loggetto produce, con la sua presenza, il voluto.
Per ci che riguarda invece la magia e il talismano citer uno dei maggiori
storici e sociologi musulmani, landaluso Ibn Khaldin (1332-1406). Nelle sue
Muqaddima (cap. VI, sezione 27) scrisse:
Queste scienze consistono nel conoscere il modo di eseguire i passi con cui
lanima acquista il potere desercitare influssi sul mondo fenomenico; sia di-
rettamente, sia con laiuto di segni celesti. Il primo modo si chiama magia, ed
il secondo scienza talismanica... Coloro che hanno capacit magiche possono
suddividersi in tre gruppi. Il primo esercita il suo influsso con il potere della
mente... Il secondo con il talismano... Il terzo con limmaginazione. Oltre
alloggetto in s, chiave o serratura che fosse, dotato di potere magico, chia-
vi vennero chiamati anche certi talismani, certi pantacoli (termine pi cor-
retto dellusuale pentacolo). P.V. Piobb, nel Formulaire de haute magie (Parigi,
1937), precisa: Quel che nella magia stato designato col nome di chiave
risponde alla necessit di riassumere con delle scorciatoie che suppliscano
alla memoria certi sviluppi i cui elementi principali sono per solito solamente
utili. Una chiave dunque, per dirla correttamente, uno schema mnemonico...
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Le chiavi magiche fanno parte dun insieme di dati tradizionali, i principia dei
quali, bench numerosissimi, sono stati custoditi da sempre sotto il sigillo del
segreto pi assoluto e pi rigoroso, mentre molti altri sono esposti in nume-
rosi testi... Esistono poi altre chiavi che hanno una loro utilit pratica, ma che
sono lungi dallavere lo stesso valore. In genere vengono dette clavicole, ossia
piccole chiavi.
LA CHIAVE NELLO STEMMA
Nel vasto mondo degli emblemi e dei simboli, linsegna parlante, larma
dalla facile immediata lettura che compare sulle bandiere e sugli scudi affon-
da le sue radici nella pi remota antichit.
Distintivi del grado, bastoni di comando, scettri fallici, ebbero una loro evolu-
zione costante dalla funzionalit allemblema.
Dallinsieme di questi valori, agli inizi del XII secolo trasse origine quella vera
e propria grammatica dei segni che, dal nome dellesperto nella loro lettura e
declamazione, laraldo, venne detta araldica.
Dagli stemmi figurati sulle armi, sulle armature e sulle bandiere dei guerrieri
larma parlante si diffuse con luso dei sigilli, delle monete, delle firme
blasonate, e fu attributo anche delle donne, degli ecclesiastici, dei borghesi,
delle citt e delle corporazioni.
Nei blasoni intesi come arma parlante la chiave entr nel XIII secolo, a se-
guito dellemblema papale che iniziava la tipica iconografia delle due chiavi
incrociate con impugnatura in basso e mappa in alto, sormontate dalla tiara.
Come lo stemma era emblema sia di identificazione per il cavaliere coperto di
ferro da capo a piedi, sia di appartenenza per i suoi armati e per i suoi famigli,
Ritratti
di papa
Alessan-
dro III (a
sinistra) e di
papa Pio V (a
destra) con relativi
stemmi.
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cos, per logica conseguenza, avvenne ad esempio che citt chiavi di passag-
gio su cammini obbligati, quali Worms, Chiavenna, Clauzetto, Clauzire,
ponessero nei loro stemmi una chiave; e del pari le famiglie il cui cognome
suonava allincirca come chiave o dal termine chiave; come gli
Schlsselfelder, di Norimberga, con tre chiavi (Sclssel) in campo troncato
(Felder); i Cleff, di Amstel; o anche come arma parlante: i Marpe di
Arnsbergischen serraturieri in origine, avevano nello stemma, una serratura.
Ma oltre a parlar negli stemmi, la chiave fu simbolo e impresa anche nei
repertori iconografici che iniziarono nel 1505 con gli Hieroglyphica di Horapallo,
commentati ancor prima della loro pubblicazione da Marsilio Ficino, e chia-
ramente espressi dal giurista ed umanista milanese Andrea Alciato, autore
degli Emblemata (1531), che nel De verborum significatione (Lione, 1530) scrisse:
Le parole contrassegnano, le cose son contrassegnate. Ma anche le cose con-
trassegnano, come i geroglifici di Oro e di Cheremone; riprendendo pari
pari il concetto magico-emblematico dei maestri sufi, in particolare Dhu alNn
Misry (IX secolo). Nellarte della stampa uno dei pi alti momenti costituito
dallIconologia del perugino Cesare Ripa (Roma, 1593 e 1603), in cui alla voce
Fedelt, accanto allimmagine leggiamo: Donna vestita di bianco, con la de-
stra mano tiene una chiave, & alli piedi un cane. La chiave indizio di
secretezza, che si deve tenere delle cose appartenenti alla Fedelt dellamici-
zia, e alla voce Autorit o Potest: Una matrona che... con la destra mano
alzata tiene due chiavi elevate... Le chiavi denotano lAutorit e Potest spiri-
tuale... Tiene dette chiavi nella destra, perch la potest spirituale la princi-
pale e pi nobile di tutte le altre quanto pi nobile lanima del corpo... Tiene
alzata la destra con le chiavi ele-
vate al Cielo, per dimostrare che:
Omnis potestas a Deo est, secondo
lapostolo San Paolo ai Romani,
capitolo 13. Perch egli ammoni-
sce che: Omnis anima potestatibus
sublimioribus subdita fit.
In araldica la posizione usuale
della chiave nello scudo in palo,
con la mappa posta in capo e vol-
ta destra; vi sono poi posizioni
della chiave in fascia, in banda,
in sbarra, in croce di SantAndrea
ed in pergola; due chiavi invece
appaiono affrontate, legate, con
le impugnature ad anello intrec-
ciate. In rari casi la chiave ha dop-
Stemma
della citt
svizzera di
Ginevra.
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pia mappa.
Nello stemma pontificio le due chiavi, unite da un cordone
rosso o pi raramente azzurro, passato nelle impugnature,
son poste in croce di SantAndrea; una doro con limpu-
gnatura in basso a sinistra e la mappa in alto a destra, rap-
presenta il Paradiso; laltra dargento, con limpugnatura
in basso a destra e la mappa in alto a sinistra, rappresenta il
Purgatorio. Sono accollate allo scudo sormontato dalla tia-
ra pontificia.
SIMBOLI CORPORATIVI IN UNGHERIA
Un aspetto particolare della simbologia araldica costituito dalle insegne
convocatrici delle corporazioni mittel-europee, soprattutto ungheresi: le
behvtbla (insegna convocatrice), o bemondtbla (insegna annunciatrice), o a
ct tblja (insegna di mestiere). Quando la Corporazione doveva riunirsi, per
una qualsiasi ragione sociale, il Magister inviava ad ogni affiliato un messo
con una piccola insegna che poteva contenere il messaggio scritto, o recava
scritti i nomi di tutti gli appartenenti alla corporazione, o serviva da semplice
riconoscimento quando il messaggio era orale. Questo invito era detto
tbljrats: giro dellinsegna.
Non si tratta quindi di un blasone ma, sulla base della tipologia del blasone,
di un simbolo della Corporazione, piccolo, mai superiore ai trenta centimetri;
ed aveva valore di testimonianza, di sigillo dellautenticit del messaggio e
della sua imperiosit.
Nei primi tempi le riunioni degli appartenenti ad una medesima Corporazio-
ne avevano luogo - forse a titolo simbolico - attorno al baule in cui erano cu-
stoditi gli atti, i decreti e gli averi della Corporazione stessa, per cui la convo-
cazione poteva aver luogo anche facendo circolare la chiave di quel baule.
Ad esempio la Corporazione dei Sarti di Koloszvr (Ungheria) faceva circola-
re fin dal 1554 la chiave del baule, che nel 1678 venne sostituita da una chiave
simbolica, con grande impugnatura a tre lobi sormontata da unaquila a due
teste coronate, il cannello a sagoma, la mappa traforata puramente conven-
zionale. Questa chiave era racchiusa in un ricco astuccio foderato di velluto.
Fu cos che le grandi corporazioni usarono i termini giro dellinsegna e par-
tenza dellinsegna per indicare la convocazione e, per traslato, lassemblea
stessa, mentre le piccole corporazioni usarono invece i termini il giro della
chiave o la partenza della chiave. Naturalmente, oltre a questa nuova
significanza della chiave, le insegne che qui ci interessano sono quelle delle
corporazioni degli armaioli e fabbricanti di serrature. La pi antica par essere
Stemma pontificio
di papa Pio IX.
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quella di Szepsi (Cecoslovacchia), del 1585, ricca di emblemi specifici quali
chiavi e lucchetti.
Le raffigurazioni son eseguite con varie tecniche: dipinte, incise, modellate, e
ne abbiamo molti esempi soprattutto nei Musei di Sros, di Miskolc, di
Veszprm e nel Museo nazionale ungherese di Budapest.
IL BAROCCO IN FRANCIA
Nel Seicento la serratura, e in particolare quella francese, modific notevol-
mente il suo impianto. Nella prima met del secolo divenne massiccia, so-
prattutto nella decorazione, sicch ogni spazio che pu sopportare un qualsi-
asi ornamento bulinato o traforato, e ogni testa di chiodo o di vite fusa, o
bulinata, o concussa. In questo periodo abbondano i capidopera non solo per
lingresso nella Corporazione, ma anche per ornare le dimore dei signori del
regno. Serrature per porte potevano pesare anche attorno ai sette chili, ma il
congegno non rispondeva ad un tale sviluppo, ed anzi era ancor semplice.
Oltre al catenaccio mosso in aprire o in chiudere dalla chiave che contempo-
raneamente solleva la molla di fermo, ora corrente laggiunta di un catenac-
cio mosso manualmente o meglio ancora di un catenaccio a scatto per mezzo
duna sua propria molla.
Il buco della toppa rimane ora a vista, senza scudetti che lo nascondano, op-
pure con ornati che li rendano eleganti ma non invisibili. I martinetti idrauli-
ci, ora duso corrente, permettono lastre sottili e pi accurate lavorazioni del
ferro, mentre viti e dadi sono utilizzati per tutte le parti della serratura, la cui
scatola pu essere cos smontata per le riparazioni.
Limpugnatura della chiave ornata con motivi a semplice ansa enflata o a
profilo simmetrico detto a coscia di rana o con disposizioni asimmetriche di
tipo rocailles. Appaiono impugnature di bronzo su steli di ferro.
Soprattutto nei paesi tedeschi un capitello a palla poggiato su pi modanature
accoglie lanello a linea svasata. Lo stelo pu essere ora o tradizionalmente
lineare o a balaustra (enflato poco sopra la mappa e via via degradante verso
il capitello) con linee dolci soprattutto nelle chiavi spagnole, o anche ricca-
mente profilato, con regoli torniti, sin che, con le chiavi inglesi della fine del
secolo e dei primi del Settecento verr raggiunta una ricchezza di tipi e di
soluzioni che riscatter ladesione quasi pedissequa della chiave barocca al-
lelemento di tradizione architettonica.
Come gi detto, il re di Francia Luigi XIII (1601-1643) fu egli stesso serraturiere
per diletto. Sembra per eccessivo attribuire a lui linvenzione del motivo
decorativo speculare lungo unasse centrale che adorna molte impugnature
di chiavi del suo tempo. Si tratta di unornamentazione caratteristica del pe-
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riodo, che si avvale di delfini accoppiati, svolazzi araldici e altri elementi pre-
cipui del primo Barocco. Semmai furono le innovazioni del serraturiere
Androuet du Cerceau che diedero una certa finezza a questo tipo di decora-
zioni. Per Luigi XIII lavorava anche, a Fontainebleau, il serraturiere ordina-
rio Rossignol, capostipite duna dinastia che terr banco sino a Luigi XV. Dal
suo nome prese voce il termine francese rossignol: grimaldello.
Il Seicento anche il secolo dei grandi trattati delle arti e delle scienze, origine
dei Lumi di cui potr vantarsi il secolo successivo.
Questo favore positivistico toccher anche larte della serratura, ed il capola-
voro in assoluto La fidelle ouverture de lart du serraturier (1627), scritta da
Mathurin Jousse de la Flche. Vi si legge: Fra tutte le arti meccaniche, non ve
n alcuna che possa essere paragonata a quella del serraturiere per utilit e
necessit. La sua invenzione vecchia ed antica tanto da parer nata con luni-
verso stesso. In unaltra opera, il Trait de lart de faire des serrures et dautres
objets intressants, Mathurin Jousse afferma ancora: Mi basti dire che que-
starte riconosciuta come una delle principali; per la sua antichit, la sua
necessit, le pregevoli invenzioni che ha prodotto e che quotidianamente
produce, e soprattutto per la nobile emulazione dei nostri abili artisti francesi
che lhanno portata ad un grado cos eminente da non lasciar pi nulla a
desiderare. Li invito a perseverarvi per il bene e la gloria della Patria. Dal-
tronde Mathurin Jousse riusc ad ottenere da Luigi XIV una riforma degli
Statuti dei Serraturieri (1650), in cui afferma tra laltro che la loro arte fa parte
delle quattro arti liberali dopo la pittura, la scultura e la musica. Negli Statuti
anche proibita in assoluto lesecuzione di serrature tutte di legno.
Comunque la serratura non venne elogiata solo nei testi specifici. Lo storico
darte Andr Flibien des Avaux (1619-1695), nel suo Principes darchitecture
(1676) scrisse: Le serrature che venivano fatte anticamente, sia per le porte
che per i cassoni e i salottini si attaccavano allesterno, e alcuni artisti dellarte
oggi, facendone di simili, creano i loro capolavori.
IL BAROCCO E LA CHIAVE
Si suol considerare il Seicento come un periodo di decadenza estetica, con
linee grevi e imponenti, tronfie, ripetitive, senza invenzione n finezza; seco-
lo duna severit pietistica (tedeschizzata al nord e cupa perfino in Italia).
Forse vero, ma solo nei casi limite e soprattutto per ci che riguarda quelle
forme darte che furono al servizio dei trionfalismi politici. Anche larte della
chiave e della serratura si apparenta strettamente allestetica del Barocco sen-
za rivisitazioni delle forme dei secoli passati. Affermo anzi che un lucchetto,
in particolare del tipo con il corpo a volute simmetriche e doppia ansa, nella
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sua monumentalit pi significativo, pi rappresentativo del gusto del pe-
riodo dun qualsiasi monumento, dun qualsiasi dipinto. Il Barocco nasce in
Italia, e lo si pu vedere come una decadenza enfatizzata del Manierismo,
ingenerata da fattori sociopolitici piuttosto che estetici, talch passiamo da
unarte grandiosa ad unarte pomposa. Come poteva sfuggire a questa con-
cezione lapparato decorativo della serratura? Centro propulsore fu Roma;
anzi: la Chiesa dei Gesuiti, edificatavi nel 1573 secondo schemi che tendeva-
no a riproporre il rito religioso come manifestazione collettiva in opposizione
allindividualismo dei sentimenti precipuo del Manierismo, e ad imporre al
fedele il peso dominante della religione cattolica attraverso il peso dominan-
te dei suoi edifici. La Chiesa quindi svilupp quegli elementi che potevano
destare impressione e meraviglia, soffocando con la loro imponenza lespres-
sione dei sentimenti e in effetti il virtuosismo prevalse sullispirazione.
Agli inizi del Seicento questi elementi eran gi ben definiti nella Roma dei
papi, e da qui si diffusero in tutta Europa fin nellAmerica Latina. Va da s che
ogni Paese ne accett linflusso pi o meno a seconda del suo clima religioso
o politico. Pertanto ogni nazione ebbe uno stile barocco suo proprio, con ca-
ratteristiche particolari; e a poco a poco, da espressione del potere religioso, si
tramut in espressione del potere civile, talch dopo la supremazia della Chiesa
italiana, agli inizi del secolo, si giunse col finir del Seicento alla supremazia
della Corte francese.
Caratteristica del Barocco fu la riparti-
zione scenografica dello spazio. Tutto
concorre a far meraviglia, a far insie-
me, a unire le varie parti, i vari pez-
zi. Per questo motivo venne data gran-
de importanza alla luce e al movimen-
to. Linee spezzate e linee curve, per
quanto possibile in opposizione, si uni-
scono ai forti aggetti degli

elementi
architettonici atti a creare giochi di
chiaroscuro, mentre lidea del movi-
mento moltiplicata in modo reale dal-
le fontane che zampillano e suggerita da
statue che fingono unazione violenta.
Lopera viene concepita come un tut-
tuno: lesterno delledificio gi prelude
G. Battista Razzani,
Consegna delle chiavi a San Pietro (1628, abside
della chiesa di S. Domenico a Cesena)
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allinterno, che ne conseguenza
logica, e ledificio non sorge isola-
to dallambiente che lo circonda,
ma vi immerso grazie a viali dac-
cesso adorni di statue e di elemen-
ti architettonici e, sul retro, da giar-
dini del pari ricchi di statue e di
motivi architettonici. In questo
contesto la serratura e la chiave
sono del pari concepiti in armonia
con tutto linsieme, non meno
monumentali della stessa opera architettonica. Si pu allora concludere che
se nel periodo gotico larte del serraturiere imitava quasi pedissequamente
gli stilemi architettonici, nel periodo barocco essa sposa s lo stile, ma si af-
fianca alle espressioni maggiori con una autonomia ed un apporto indivi-
duali, con forme, valori e significati del tutto autonomi. Forse solo con il Sei-
cento, e in particolare con il Seicento tedesco, il ferro delle chiusure di sicu-
rezza ha ha avuto un carattere cos inconfondibile.
CHIAVI DI RESA E DA ARCHIBUGIO
Simbolo di custodia, di sicurezza, offerto nel passaggio o nella cessione di
una propriet, di alleanza fra una nazione e laltra, del diritto dun possesso,
duna nazione, duna carica di governo, di giudizio...
Quante storie di chiave dietro ad ogni resa, ad ogni difesa, alle vicende terre-
ne legate a mille e mille battaglie attorno alle mura di una citt o di un castel-
lo. Perrinet Le Clerc, serraturiere francese, aveva in custodia le chiavi duna
porta di Parigi, la Porte de Bouci. Suo figlio, Perrinet Le Fron, del pari
serraturiere, gliele sottrasse la notte del 29 maggio 1418 e, aperta la porta, fece
entrare nella citt i nemici borgognoni comandati da Jean de Villiers de lIsle
Adam. La citt cadde cos nelle mani del duca di Borgogna, che onor il gio-
vane serraturiere facendogli erigere una statua sul Mont Saint Michel; statua
abbattuta quando Carlo VII, il 12 novembre 1437, riconquistava Parigi.
Di chiavi parl Leonardo da Chio, vescovo di Mitilene, descrivendo la caduta
di Costantinopoli (1453). In una Relazione, inviata al Papa Nicol V e pubbli-
cata a quei tempi in tutta Europa, scrisse: Il capitano (dellimperatore bizan-
Chiavi veneziane del XVII secolo.
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tino), dimentico della salvezza della citt... mostr la sua paura... A seguito di
ci gli animi di tutti i suoi commilitoni vennero meno, le loro forze scemaro-
no e, per paura di rimanere uccisi, lo seguirono. Consegna la chiave della
porta al mio scudiero, intim il capitano allimperatore, e non appena la por-
ta venne aperta, tutti facendo ressa cercarono affannosamente di passare.
Soprattutto per la chiave divenne simbolo di potere quando il vinto la con-
segnava al vincitore affidando a lui, cos, oltre alla citt, anche la vita dei citta-
dini e la sua.
Pur se disegnato nellambito frivolo del Settecento lezioso, il bozzetto di Giovan
Battista Tiepolo (1696-1770) La resa di una citt turca alla Serenissima (1743), spu-
meggiante di luci e di nuvole, con una chiave mollemente adagiata su un
cuscino rimane pur sempre testimonianza di un momento di angoscia e tri-
stezza per i vinti, di trionfo prevaricatore per i vincitori. Monumentale, in
questambito, la Resa di Breda del Velsquez, che vi raffigur il momento in
cui, il 5 giugno 1625, Giustino di Nassau, comandante della piazzaforte olan-
dese, consegna la chiave della citt al genovese Ambrogio Spinola, coman-
dante delle truppe spagnole. Velasquez dipinse la grande opera (cm. 307x367)
dieci anni dopo lavvenimento storico basandosi su una documentazione ac-
curata, ma quel che conta osservare che, tracciando le diagonali, la verticale
e lorizzontale del quandro, la grande chiave della citt, con il suo cordone
per appenderla al collo, campeggia al centro, ben visibile, ben distaccata dalle
masse dei militari, incorniciata dal braccio del genovese, dai corpi dei due
generali, dai loro cappelli. Mai venne pensata, mai venne eseguita una esalta-
zione della chiave pi importante di questa.
Un altro monumento alla chiave possiamo riconoscerlo nella grande scul-
tura di Auguste Rodin (1840-1917), I borghesi di Calais, fatta per commemorare
la resa della citt agli inglesi nel 1347. I sei borghesi sono raffigurati - scalzi,
dimessi, con la corda al collo - mentre si recano dal re Edoardo III per conse-
gnargli la chiave della citt.
Nella scultura la chiave in verit assente, ma la sua presenza ideale, il ro-
manzo che si pu scrivere attorno ad essa duna pregnanza palpabile.
GERMANIA E PAESI BASSI
Se dovessimo tracciare una storia della serratura e della chiave basandoci
esclusivamente sulle testimonianze iconografiche, le possibilit maggiori ce
le fornirebbero le arti della Germania e delle Fiandre. Qui in effetti corte
celeste e corte terrena, vita religiosa e vita quotidiana vennero rappresen-
tante alla pari, con una tale aderenza figurativa alle forme del reale che, so-
prattutto nellambito dellincisione, abbiamo a disposizione un repertorio di
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immagini vastissimo. La Germania ebbe poi, sempre, lamore per il ferro,
per la sua forza, per il suo colore, cosicch nelle arti maggiori e nelle arti
minori questo metallo godette duna posizione di privilegio. Vi si potrebbe
romanticamente identificare unadesione allantica ascendenza barbarica, alla
filiazione da un popolo nomadico che port in Europa larte, e con questa i
relativi misteri della fusione e della lavorazione del ferro. Nella grande arte
del ferro battuto si pensi, ad esempio, alle opere di Jorg Schmidhammer di
Praga, autore del recinto per la tomba di Massimiliano I nella Hofkirche di
Innsbruch (1573); di Hans Mezger, autore dei ferri per il sepolcro Fugger ad
Augusta (1588); di Luca Sea, che esegu la porta del mausoleo del duca Carlo
II a Seckau, in Stiria (1587-1592). Nellarte della serratura le qualit tecniche
paiono prevalere, con i bei congegni delle serrature a mezza mandata, e so-
prattutto con una serratura tipicamente tedesca, che ha sul calcio della
stanghetta una molla ripiegata che preme non appena il congegno libero.
Gi nel 1507 Hans Ehemann, serraturiere a Norimberga, aveva ideato una
serratura a combinazione; e Leonhard Danner (1505-1585), la Brechschraube:
complesso e macchinoso congegno per strappare le serrature dalle porte
senza far troppo rumore, tuttavia troppo ingombrante per i ladri, e di nessu-
na utilit per i fabbricieri.
Uno dei maggiori magnani e fabbricanti di serrature fu Bartholomus
Hoppert (1648-1715), nato ad Ansbach ma con bottega a Norimberga, centro
principale dellarte del ferro. Oper in Olanda, Inghilterra, Danimarca, Sve-
zia, e alla corte di Luigi XIV di Francia. A Norimberga esegu nel 1677 quello
che venne considerato dai suoi molti allievi e seguaci il suo capolavoro: la
cassaforte dellimperatore Leopoldo. Nella Germania del sud il maestro per
eccellenza fu invece David Nordmann (1695-1762), attivo a Regensburg, che
esegu, oltre a pesanti ma comunque eleganti serrature, la splendida cancel-
lata per il coro del convento di San Blasio. La grande arte germanica si con-
clude con le opere del tirolese Johann Georg Oegg (1703-1780), attivo a
Wrzburg per il principe vescovo Friedrich Karl di Schnborn. Lavor an-
che per il principe Eugenio, a Vienna, e nel suo paese natale. Uno dei suoi
capolavori la chiave da ciambellano eseguita per il principe vescovo Adam
Friedrich di Seinsheim (1755-1779). Nel Cinquecento, stando almeno alle
notizie scritte (non sempre attendibili), appare anche un curioso arnese, il
cui uso viene fatto risalire alle dame di Firenze: la cosiddetta cintura di
castit. In periodo romantico venne considerata un arnese imposto dai ca-
valieri crociati alle loro mogli, ma in effetti essi non ne fecero eseguire mai:
veniva invece indossata, a partire dal Cinquecento, dalla dama in particolari
momenti, quando in viaggio o a certi ricevimenti temeva di venir violentata.
Nel Cinquecento dalla Germania luso della cintura di castit a scopi difen-
sivi si diffuse anche in Spagna, ma di quel periodo sussistono ben pochi
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esemplari sicuri. Molti di quelli esposti anche in alcuni musei sono stati ese-
guiti nel 1820/1840 per alcuni collezionisti particolari, non per essere usati
ma come oggetto curioso di cui parlare.
IL SETTECENTO IN GERMANIA
In Germania, alla forma rettangolare della scatola della serratura se ne prefe-
risce una con un lato arcuato o polilobato, il destro o il sinistro, ci che le
conferisce laspetto duno strumento musicale. Il congegno delle rivette, cir-
colari, ora racchiuso in un cilindro mobile, fissato al fondo della serratura
con delle viti. Laspetto di questo congegno, elaborato fin dal periodo gotico e
giunto ora alla sua perfezione, a lanterna, o a bussola, da cui il nome:
chappel, tare, dome.
Inoltre le serrature tedesche hanno meccanismi pi complessi, la forma e lin-
sieme pi tozzi e massicci, e sono eseguite con grande perizia. Molte hanno
quattro catenacci; i rinvii e le leve mostrano una considerevole ingegnosit, e
tutti gli elementi obbediscono ad una sola chiave, tranne il chiavistello a
saliscendi che, come al solito, azionato a mano. Tuttavia questa preziosit di
ingegni e la considerevole dimensione non mette al riparo le serrature tede-
sche dallopera dei ladri, che si possono aprire con relativa facilit anche con
chiavi false e con grimaldelli. Laddove per necessit di moda lo stile rococ
imita quello francese, le serrature sono pi leggiadre, ma senza abbondanza
di tipi e di invenzioni. Le serrature fiamminghe assomigliano a quelle tede-
sche, ma la bussola meno saliente e la decorazione pi semplice.
LA CHIAVE NEL 700: IL ROCOC
Fu, quello del Rococ, un periodo frivolo di divertimento e di sperpero per la
classe al potere, ed il concetto del divertimento leggibile anche nei nomi (e
per conseguenza nella funzione) dei tipici palazzi dellepoca, sorta di regge-
ville adibite essenzialmente allo svago: Bagatelles (sciocchezzuole), Sans-soucis
(senza preoccupazioni), Eremitages (eremitaggi lontani dalle preoccupazio-
ni), Buen Retiro. La decorazione, del pari leggera, frivola e scenografica, in
armonia sia con larchitettura che con le suppellettili, e queste con i costumi,
con gli oggetti duso, sicch tutto coerente, e nulla disturba locchio o pesa
sugli animi.
Ci anche una diretta conseguenza di quellartigianato aulico imposto da
Luigi XIV allEuropa, ora per in tono minore e maggiormente utilitaristico.
Se la danza, il ballo e la rappresentazione teatrale divertente sono i passatem-
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pi preferiti dalla classe al potere, i locali adatti a questi passatempi corrispon-
deranno alle qualit peculiari di questi divertimenti: grazia, movimento, luce.
La parte principale delledificio ora appunto la sala da ballo, al centro di ali
minori che fungono da momentaneo luogo di riposo. Questa sala da ballo
ampia, spaziosa e leggiadra, soprattutto luminosa, e perci con ampie porte-
finestre, in un tutto armonico che corrisponde alla funzionalit (con parola
francese convenance) per non pesare, non disturbare, non affaticare.
Luoghi di riunione piacevole per una conversazione o una tazza di cioccola-
ta, soprattutto nella stagione calda, erano al tempo del Barocco le grotte artifi-
ciali dei parchi, decorate con finte rocce e ornamenti di conchiglie e sassi.
Queste decorazioni, dette al tempo style nouveau, vengono ora riprese anche
in salette estive sulle pareti, nei mobili, e danno origine allo stile rocaille
(rocceria: lavoro di pietruzze e conchiglie) che forse allorigine del termine
Rococ, entrato in uso dopo il 1730. Ai grandi dei dellOlimpo, alle Virt e alle
statue imponenti si va via via sostituendo tutta una serie di venerette, di
faunetti, di amorini, sino a riprendere le vesti e gli atteggiamenti delle pastorelle
arcadiche, a farsi costruire piccoli padiglioni in stile campestre falsamente
candidi e ingenui, cosicch assistiamo allabbandono delle ferree leggi degli
ordini classici per un adattamento delle parti alleleganza e al ritmo.
In generale dunque larte si fa pi confortevole, e anche gli abiti pi adatti al
piacevole incontro, di seta con colori luminosi e chiari; quei colori stessi che
troviamo sulle pareti o nei quadri. I contrasti pesanti del Barocco sono aboliti
in favore di una morbida sinuosit. Prevalgono le linee a forma di C e di S, e
la perfetta simmetria delle parti appunto per non creare rotture o perplessit,
bens armonia e delicatezza.
in generale la vittoria della sensazione sulla ragione e, come si pu definire
il Rinascimento periodo dellarmonia, il Manierismo periodo della maestosit, il
Barocco periodo della pomposit, cos questo del Rococ pu venir definito il
periodo della leziosit.
Tutte le parti concorrono a creare unatmosfera piacevole, raffinata, gradevo-
le, per cui anche le serrature e le chiavi son delicate, eleganti, gradevoli, e le
loro linee, le loro decorazioni si armonizzano con quelle del mobile o della
porta su cui sono applicate.
LARTE DELLE CHIAVI IN INGHILTERRA
Dal 1690 al 1710 il francese Jean Tijou, chiamato a Londra dal principe di
Orange, diffuse nella capitale inglese un gusto e una tecnica del ferro battuto
di notevole qualit. Cominci cos, per lInghilterra, un periodo di splendore
in tutti i generi dellarte fabbrile, e di conseguenza anche nel campo della
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serratura e della chiave. Ci fu dovuto anche a due ben precise ragioni.
La prima costituita dal progresso industriale che pose lInghilterra, al pari
della Repubblica Veneta, in una situazione di vantaggio e di progresso sociali
rispetto al resto dellEuropa, dal momento che la sua classe nobiliare non si
dedic agli svaghi, allo sperpero, alla prodigalit sontuosa disdegnando il
denaro ed il modo di procurarselo con le attivit di produzione e di commer-
cio. Anzi, la nobilt inglese si accost alla borghesia contendendole il profitto
derivato dallindustrializzazione del paese.
La seconda la serie di invenzioni e di perfezionamenti che lindustrializza-
zione favoriva e grazie ai quali si ebbe un buon acciaio, macchinari efficienti,
per cui la lavorazione accuratissima venne facilitata e anzi privilegiata. Sulla
fine del Seicento compare in Inghilterra una chiave tipica, dalle qualit consi-
derevoli, che per le vicende suaccennate era destinata ad uno sviluppo tale
da imporsi anche in Francia e in Germania. Lo stelo, allungato e sottile, pu
essere diritto o svasato, ma sempre elaborato ad anelli, a tortiglioni, a decora-
zioni fuse e bulinate, con parti a scanalatura ed altre traforate, in una esube-
ranza dinvenzioni e di forme che fa dogni pezzo un esemplare unico. An-
che la mappa accurata, e i pertugi son per solito contornati da un solco che
ne aumenta il carattere decorativo. Il capitello a palla, caratteristica questa
delle chiavi barocche. Sul capitello si innesta lampia impugnatura sempre
eseguita a traforo, con un disegno a trina elegantemente sviluppato in senso
speculare lungo un asse centrale. Lelaborazione a traforo, o potremmo dire
la traduzione in metallo di un disegno che, eliminato il contorno, risulta
frastagliato ed aereo, si presta allinserimento nella cornice decorativa di
monogrammi, di stemmi o di simboli. Non di rado la parte terminale del di-
segno figura una corona nobiliare liberamente interpretata.
Queste chiavi servivano per le serrature degli armadi, dei cassettoni, degli
stipi o dei cofanetti, e ben si sposavano alle linee eleganti dei mobili rococ.
Ve ne fu una grande esportazione in Francia, e ne avevano Maria d Medici e
lo stipettaio di Corte Andr Charles Boulle (1642-1732). Il modello, imitato in
Francia e in Germania dove rimase in auge fino alla met del XIX secolo quale
capodopera, ispir anche notevolmente la forma delle chiavi da ciambella-
no. Centro di produzione inglese fu soprattutto Willenhall, nello
Staffordshire. Il viaggiatore portoghese Manuel Gonzales cos scriveva nel
1732: Lindustria pi sviluppata di questa cittadina quella delle serrature, e
i fabbri specialisti hanno la fama di essere i pi esperti di tutta lInghilterra.
Essi sono cos abili da poter progettare tra laltro una serratura in grado di far
scattare automaticamente nel tempo tutta una serie di catenacci per la durata
di un anno. rimasta famosa a Willenhall una bellissima serratura, dal prez-
zo di venti sterline, che contiene un meccanismo a carillon atto a suonare
allora prestabilita dal suo proprietario. Nel 1750 il dottor Richard Wilkes
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confermava la fama addirittura europea della cittadina, che nel 1770 contava
148 fabbricanti di serrature. Secondo un computo di Horn, nel 1841 vi lavora-
vano ancora 270 fabbricanti di serrature, 76 di chiavi, 14 di catenacci e 13 di
chiavistelli. In effetti, con lOttocento, si giunse ad una suddivisione dei com-
piti a livello industriale, a detrimento dellaspetto estetico. Sussiste ancor oggi
a Willenhall una grande fabbrica industriale di serrature, fondatavi nel 1840.
La tipica arte della chiave inglese prosegu ancora, nellOttocento, in Germa-
nia, soprattutto ad opera di Heinrich Knopfe di Berlino - attivo per la Corte di
Prussia attorno al 1860 ed autore di autentici capolavori - e di Alois
Blmelhuber, autore della chiave della cattedrale di Linz e che a Linz fond
una scuola darte serraturiera.
LARTE DELLA SERRATURA IN FRANCIA
NEL XVIII SECOLO
In Francia le serrature, a scatola rettangolare, contenenti al completo il mec-
canismo, vengono applicate al supporto in netta salienza, ed i congegni si
perfezionano, con differenziazioni particolari da serratura a serratura. Le ser-
rature, ma anche le chiavi (soprattutto nellimpugnatura), spesso hanno parti
dottone e di bronzo. La fusione di un modello, negli esemplari pi raffinati
addirittura a cera persa, permette decorazioni modellate sensibilmente con
aggiunta spesso duna rifinitura a bulino. Negli esemplari minori abbiamo
solo disegni incisi a bulino, sempre in perfetto allineamento con lo stile rococ.
Dopo linvenzione di Ren Ferchault de Raumur (1683-1757) che mise a punto
la fusione della ghisa malleabile, le scatole delle serrature furono anche di
ghisa ottonata o dorata, e nella loro decorazione si giunse sino alla ripresa di
scene galanti copiando le composizioni dei grandi pittori del tempo, anche di
Pater, Boucher, Fragonard. ora di regola il
catenaccino sovrastante, scorporato dal re-
sto del meccanismo, manovrato manual-
mente con una presa che esce solitamente
dalla parte superiore della scatola, e raffi-
gurante delfini, animali, testine, chimere,
oggetti vari, modellati in modo da armoniz-
zare con la decorazione dellambiente. In pe-
riodo Luigi XVI le scatole hanno ai quattro
lati dei terminali salienti, con i perni per fis-
Chiavi del ciambellano, in bronzo dorato (1745,
Museo Bricard, Parigi).
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sare la serratura al relativo
supporto. Nelle chiavi
femmina il disegno del
foro sempre pi com-
plesso. Anche il profilo
della mappa si complica, e
si va sino alla chiave del
Museo Bricard di Parigi, in
cui si legge il nome
Sieyes. Profilate sono tal-
volta le sezioni delle
stanghette (o catenaccini),
e quando son quattro
possibile la profilatura che
allinea i quattro semi delle
carte da gioco. indubbio che nellinsieme, sia per la ricerca di perfezione del
congegno sempre pi a prova di ladro, sia per la qualit plastica della parte
a vista della scatola, siamo qui in presenza di autentici capolavori dellarte.
Lart du serrurier (1716) di Henry Louis Duhamel de Monceau ha pregevoli
tavole disegnate da Renier e Bretz, incise da J. Haussard: una ricca messe di
spunti darte per i serraturieri. Duhamel de Monceau fu, tra laltro, un esecu-
tore eccellentissimo di disegni botanici, Arbres fruitiers, veri capolavori dellil-
lustrazione scientifica in questo campo. Famosi ornamentisti che fornirono
disegni e spunti ai fabbricanti di serrature furono Charles Delafosse (1734-
1789) e Pierre Auguste Forestier (1755-1838), cui la regina Maria Antonietta
affid la decorazione degli appartamenti reali delle Tuileries e di Saint Cloud.
Nel 1786 una splendida serratura darte ornata con una scritta bulinata:
Minerve et Astre couronnant le chiffre de Monseigneur de Calonne venne eseguita
da Ambroise Poux Landry; ma abbiamo molte altre opere firmate dai loro
autori, consapevoli deseguire pezzi darte: Gio Silvestre in un capodopera
del 1780, Jean Baptiste Pillemen (1717-1808) celebre ornamentista e disegna-
tore, nella serratura oggi al Palazzo Madama di Torino, Jean Paul Fauchette,
1768. Oppure con le semplici iniziali, su disegno degli ornamentisti Gilles
Paul Cauvet (1731-1788), Pierre Gouthire (1732-1814), famoso scultore,
bronzista e decoratore del re, o della celebre famiglia Caffieri, ornamentisti,
scultori e orafi italiani attivi alla Corte di Francia. Tra arte e tecnica si possono
collocare anche le innovazioni dei serramenti: alle semplici cremonesi si so-
stituiscono ora le spagnolette (o torcetti), le cui impugnature son spesso pic-
cole opere darte bronzistica, e il cui congegno subito si diffonde anche in
Italia e in Germania.
Serratura di mastro serraturiere, in ferro, firmata Gio.
Silvestre (1780, Museo Bricard, Parigi).
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LARTE DELLA SICUREZZA
E LA SICUREZZA NELLARTE
Nel Settecento larte del serraturiere completa. Sia dal punto di vista tecnico
che da quello estetico le serrature sono giunte ad un alto grado di perfezione,
oltre il quale pu esserci solo la decadenza nelluno o nellaltro di questi do-
mini. Del pari per aumentata labilit degli scassinatori, per cui si chiede, e
si chieder sempre pi la sicurezza piuttosto che larte. Ma nemmeno i
serraturieri sono al riparo dalla tentazione: per aver venduto chiavi false Jean
Lamy squartato sulla pubblica piazza e Jacques Belleville impiccato. Il pi
reputato artista del ferro battuto di questepoca, Jean Lamour (1698-1771) scrive
nel suo Recueil des ouvrages en serrurerie que Stanislas le bienfaisant, roy de Pologne,
Duc de Bar et de Lorraine, a fait poser...: Il segreto rende ogni tipo di serratura
sicurissima, e la mette al riparo da ogni sorpresa, dal momento che non
possibile aprirla senza conoscere il segreto e senza la chiave appropriata. Ma
le serrature di questo tipo di alta qualit possono essere fatte solo con non
meno di due anni di lavoro. Anche Mercier, nel suo Tableau de Paris, scrive:
Si fabbricano oggi serrature complicate, prodigi della meccanica, in cui con
un solo colpo di chiave si imprime il movimento a una moltitudine di chiavi-
stelli che si muovono tutti allunisono in molte direzioni e permettono al me-
desimo tempo dodici, quindici chiusure e anche pi. Nemmeno lautore della
serratura pu aprire, se non ha la chiave giusta. Cos i sistemi di sicurezza si
moltiplicarono, soprattutto su richiesta dei proprietari, ed ecco la pubblicit
farsi strada. Leggiamone due esempi. Nel Journal de Paris del 1777 apparve
il seguente annuncio: Il signor Georget, mastro serraturiere in via dei Predi-
catori a Parigi, e che da tempo si occupa di creare invenzioni nel suo campo,
ha messo a punto una chiusura di porta costruita in modo che lingresso delle
chiavi differisce del tutto da quelli correntemente usati; e questa invenzione
utilissima dal momento che chiavi false, ganci e grimaldelli non possono pas-
sare dallapertura test inventata dal signor Georget. Ne LAlmanach
Dauphin dello stesso anno si legge: Calippe, in via Dauphine a Parigi,
serraturiere meccanico noto per le numerose serrature di sicurezza e soprat-
tutto rinomato per quelle che ha presentato allAccademia col nome di serra-
ture calippiane. I vantaggi di queste nuove serrature sono superiori a tutto
ci che stato fabbricato sino ad oggi, per il fatto che la loro entrata si chiude
automaticamente quando si chiude la porta, per cui nessuno strumento vi
pu essere introdotto, tranne che la sua chiave; ma ci che maggiormente
sorprendente il fatto che linventore sfida il pi abile artista a fare una chia-
ve, fossanco calcata sulla chiave originale, in grado di aprire questa serratura.
Ci dimostra che il proprietario solo ha facolt di aprire, ma anche di non fare
aprire pur se affidasse la chiave ad altri, ci che pu parere paradossale se
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non fossimo in grado di provare ci che diciamo; cosa che ha meritato gli
elogi e lapprovazione dellAccademia di Scienze e dArchitettura.
Qualche anno dopo i serraturieri parigini Merlin e Duval fabbricavano la ser-
ratura pizzicaladri, o pi comunemente da questore che si trova oggi espo-
sta al Museo Bricard: il buco della serratura contornato dalle fauci di un
leone di bronzo, e se viene introdotta una chiave falsa - o peggio ancora un
grimaldello - le fauci si rinchiudono a scatto sul polso del malandrino. Nel
1707 la Corporazione dei Serraturieri di Parigi ottiene per decreto reale il suo
stemma, con il quale fregiano gli Statuti e gli Atti. Nel 1723 il Parlamento riba-
disce la necessit dun esame di maestria per fregiarsi del titolo di Mastro in
Serrature, precisando il numero dei giurati che prenderanno in esame il
capodopera. In questo campo sussistono imitazioni del tipo medioevale, dal
quale per si differenziano per lalta cimasa a modanatura classica, secca e
lineare: la serratura per cofano alla Biblioteca Nazionale di Parigi tratta dal-
lincisione XXIX dellArt du serrurier di Duhamel du Monceau; la serratura
per cofano con Ges, Maria Maddalena e San Giacomo ora al Museo di Cluny
di Parigi venne eseguita su disegno dellornamentista Gilles Paul Cauvet (1731-
1788). Nel gennaio del 1776 Luigi XVI (1754-1793) tentava per contro di sop-
primere la Corporazione, con parole antimonopolistiche di indubbio sapore
rivoluzionario: Noi vogliamo
abrogare queste istituzioni arbi-
trarie che non permettono allin-
digente di vivere del suo lavoro,
che spengono lemulazione e lin-
dustriosit e vanificano i talenti
di coloro che per circostanze va-
rie non possono entrare in una
consorteria; che privano lo Stato
di tutte le luci che gli stranieri ap-
porterebbero, che ritardano il
progresso delle arti con le diffi-
colt molteplici che incontrano gli
inventori, ai quali le varie corpo-
razioni disputano il diritto dese-
guire le scoperte che esse stesse
non hanno fatto; che infine per
le facilit che danno ai membri
della corporazione di legarsi fra
Serratura da questore (1780, Museo
Bricard, Parigi).
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di loro, di forzare i membri pi poveri a sopportare le leggi dei ricchi, diven-
gono strumento di monopolio e favoriscono manovre il cui effetto di alzare
di sopra dalle proporzioni naturali le derrate pi necessarie al sostentamento
del popolo. Leditto, presentato dal re, venne per rifiutato dal Parlamento.
Per contro, unordinanza di polizia proib ai serraturieri di vendere chiavi
senza serratura, ai compagni e agli apprendisti della Corporazione di forgia-
re e di limare chiavi fuor dalla bottega dei loro capi, e in genere ai fabbri di
riparare chiavi vecchie al fine di far fronte cos ai molti furti operati con chia-
vi false.
Luigi XVI amava larte della serratura, ed eseguiva egli stesso serrature di
qualit, secondo le lezioni impartitegli da mastro Franois Gamin e da Poux
Landry. Pare anzi che a questo proposito Thierry de Ville dAvray gli abbia
detto: Sire, quando i re fanno il mestiere del popolo, pu capitare che il po-
polo faccia il mestiere dei re.
Mastro Francois Gamin fu comunque fra coloro che contribuirono allesecu-
zione di Luigi XVI. Infatti il re gli aveva fatto costruire una porta segreta che
dava accesso a uno stanzino in cui aveva nascosto documenti compromet-
tenti. Quando il re venne arrestato a Varennes (novembre 1792), Gamin si
present al ministro degli Interni, Roland, denunciando il fatto e offrendosi
di indicare e di aprire la porta, dietro alla quale si trovarono le prove per il
processo che condann Luigi alla ghigliottina. Pu parer strano, infine, che
proprio la Rivoluzione Francese abbia dato ragione a Luigi XVI. Dopo avergli
tagliato la testa, il 14 giugno 1791 il Parlamento approvava la legge, proposta
da Le Chapellier, che aboliva le corporazioni, concludendo: Labolizione to-
tale dogni tipo di corporativismo fra cittadini di eguale stato e professione
essendo una delle basi fondamentali della Costituzione Francese, tassativa-
mente vietato ristabilirle di fatto, sotto qualsiasi pretesto e forma.
INGHILTERRA: TECNICHE E INDUSTRIA
NEL SETTECENTO
Nellultimo trentennio del Settecento, a fronte delle tipologie neoclassiciste
(che si affermano in Gran Bretagna ancor prima che nella Francia dei Lumi) si
assiste ad un progressivo decadimento dei motivi artistici in favore duna ri-
cerca tecnica che con il secolo successivo alterer considerevolmente le quali-
t estetiche e la tradizione artigianale dellarte serraturiera per far fronte alle
rinnovate richieste del potere industriale emergente. Nel 1774 Robert Barron
inventa la serratura a due e poi a tre leve mobili. Fino a questo momento i
congegni delle toppe erano fissi. Col tipo di sicurezza inventato da Barron
nasce la serratura a leve mobili, che gi avevano tentato in Francia i magnani
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Henri Koch, Lopold Huret e Benot Sabatier. Lardiglione, o perno di riscon-
tro, passa ora da tacca a tacca duna finestra a passaggi obbligati. Nel 1778
Barron raddoppi le leve mobili, piatte, a lastrina, di modo che lalzata im-
pressa alle leve stesse e contemporaneamente alla molla di fermo da parte
della chiave doveva essere precisa al decimo di millimetro. Poi egli moltiplic
il numero delle leve che dovevano venir alzate nelle singole posizioni, costi-
tuite da due o tre lame eguali giustapposte, tutte con al centro la fenestratura
a tacche per gli ardiglioni. Pi importante fu forse linvenzione di Joseph
Bramah (1748-1814), ideatore tra laltro della pressa idraulica, della pompa
per la mescita alla spina nei bars, della macchina per stampare le banconote
numerandole, ed autore duna Dissertazione sulla costruzione delle serrature
(1796). Preoccupato per laumento considerevole dei furti che Londra subiva,
nel 1784 brevett una serratura con chiave a pompa sul principio di Barron,
basata su arresti scorrevoli distanziati radialmente su un perno centrale. Il
sistema venne poi ulteriormente perfezionato da William Russel. Per pubbli-
cizzare la propria invenzione Bramah offr un premio a chi avesse potuto vio-
lare la sua serratura, che resistette ad ogni tentativo per ben cinquantanni.
LOTTOCENTO
La Rivoluzione Francese vede il trionfo della classe borghese, che dopo aver
avuto per secoli il potere del denaro giunge cos alla fine anche al potere
politico. Dopo la breve parentesi neoclassica (Impero di Napoleone) la bor-
ghesia manifesta il suo influsso determinante anche nel campo delle arti con
il Romanticismo, cui segue la breve stagione del Realismo (affermazione del-
la classe proletaria) che cede il campo allImpressionismo, trionfo della classe
piccoloborghese. LOttocento dunque governato essenzialmente dalla
borghesia, che si colloca tra i grandi proprietari terrieri (ancora nobili) e i grandi
industriali, non coltivando n producendo, ma commerciando. Il commercio
impone i grandi e i piccoli movimenti di denaro, e da ci il trionfo della
cassaforte. Per la chiave e per la serratura il fatto darte passa in secondo
piano: essenziale ora la sicurezza, la garanzia dellinviolabilit. Paiono qua-
si patetiche le sopravvivenze dei vecchi concetti darte, cos come la sfida che
nel 1897 si lanciarono due consorterie di fabbricanti di serrature di Marsiglia.
Scelti come loro rappresentanti il provenzale Le Coeur Content e il piemon-
tese Ange Le Dauphin (Angelo Bonnin, di Cogne), questi vennero rinchiusi
in celle separate con i rispettivi arnesi.
Liberati dopo diciotto mesi di lavoro, i due mostrarono i loro manufatti, e
vinse il piemontese con un capodopera detto La Legion dOnore; un pezzo
di maestria di cui possediamo solo le descrizioni e le raffigurazioni incise poi-
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ch, purtroppo, venne rubato al Museo Borly di Marsiglia. Un seguace di
Ange Le Dauphin, Emile Ottia detto Emile Le Tourangeau (Tours, 1808-1884)
esegu un capodopera decorato a bulino, con quattro chiavistelli - mossi cia-
scuno ad ogni quarto di giro della chiave -, ed una ganascia per afferrare
leventuale scassinatore pi una piccola rivoltella che sparava in caso di effra-
zione. La grande arte tuttavia finita. Ora, quasi sostituti degli antichi ca-
stelli, sorgono le grandi banche. Nuove fortezze del denaro, il loro cuore la
cassaforte, che ha da essere a prova di fuoco, dacqua, desplosivo, oltre ad
avere una serratura a prova di tutto. Ecco dunque il moltiplicarsi delle inge-
Cassaforte a muro con apertura maliziosa, mai violata grazie allestro del costruttore che ha
affidato ad un bimbo il segreto della cassaforte. Solo introducendo una chiave a spillo sotto il
velo che cela i genitali del fanciullo, si aziona il meccanismo che provoca lapertura dello
sportellino, in cui introdurre le due chiavi principali.
(Museo ferroviario sardo)
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gnosit e delle operosit, ecco le chiavi da cassaforte diventare i nuovi
capidopera, non tanto per ci che riguarda lestetica, ma per ci che concerne
la tecnica desecuzione; e tra il 1770 e il 1851 vengono brevettati circa settanta
nuovi sistemi di chiusura. Uno dei pi importanti fra i primi fu, nel 1851, il
sistema a congegni mobili di Mitchell e Lawton. Nel 1816 Ruxton brevettava
la serratura Detector, che univa al gi citato sistema Barron una chiave a camme.
Lo perfezionava nel 1818 linglese Jeremiah Chubb, con sei leve di sicurezza.
Le combinazioni eran quindi oltre centomila. Al sistema venne poi aggiunto
un meccanismo darresto che bloccava la serratura se non veniva aperta con
la chiave adatta, catturando al contempo la chiave falsa. Altro inventore di
spicco fu Alexandre Fichet (1799-1862), che nel 1840 consegu numerosi bre-
vetti per serrature, tra cui uno per un dispositivo a combinazione, senza chia-
ve. La combinazione, gi usata per i lucchetti, passava cos anche alla serratu-
ra. Nel 1844 venne brevettata negli Stati Uniti dAmerica la serratura a pompa
paracentrica, e nel 1846 la serratura Francia a combinazione invisibile.
Tuttavia linvenzione pi importante fu forse quella di Linus Yale (1821-1868).
Essa si differenziava del tutto dai sistemi che avevano regolato per oltre mille
anni la fabbricazione di chiavi e serrature, scavalcandone tutta la storia per
ritornare al sistema delle chiavi laconiche e delle chiavi egizie a sollevamento
dei cavicchi. Qui i cavicchi, premuti da molle, vengono sollevati a perfetto
allineamento dai denti di una chiave piatta, lungo un asse racchiuso in un
bariletto che, in caso di necessit, facilmente sostituibile. Mentre nei modelli
precedenti il chiavistello spinto dalla chiave stessa, ora la chiave fa ruotare
il bariletto, e questo il chiavistello. Le combinazioni possibili sono oltre venti-
cinque milioni.
Nel 1815 la serratura Yale venne esposta alla Grande fiera di Londra, ma non
ottenne n riconoscimento n successi, sorte abbastanza comune ai grandi
inventori pi socialmente utili. Solo il figlio, Linus Yale junior, perfezionato
ulteriormente il modello, giunse al successo, cui contribuirono le ridotte di-
mensioni della chiave, la sicurezza, la possibilit di una fabbricazione in serie
in quantit industriale e quindi un basso costo, fattori validi ancor oggi.
Nel medesimo tempo Andrews, del New Jersey, inventava la serratura a leve
variabili con chiave a mappa scomponibile, e Newell, di New York, la
Parautopic, pur essa con chiave a mappa componibile. Questultimo anzi pro-
mise un premio di duemila dollari a chi fosse stato in grado di aprirla con
chiave falsa o con grimaldello, ci che non riusc mai a nessuno.
Alla stessa Grande fiera di Londra del 1851 (la famosa Great Exhibition che
ebbe luogo al Crystal Palace ottenendo una fama ed un concorso di pubblico
internazionali) partecip A.C. Hobbs, un rappresentante della ditta Day and
Newell che costruiva la Parautopic. Egli riusc facilmente ad aprire una serra-
tura Chub detector a sei leve in trenta minuti; poi una serratura Bramah in dieci
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giorni, vincendo le duecento sterline messe in palio. Venne a sua volta sfidato
da Garbutt, ma la serratura Parautopic, costruita dalla sua ditta, resistette.
Hobbs pubblic allora; insieme a Charles Tomlinson, Construction of Loks and
Safes, che ebbe un notevole successo. Comunque queste serrature avevano
linconveniente dessere molto costose, a differenza della Yale.
Nel 1871 Theodor Kromer ide in Germania la serratura Protector, con chiave
a duplice mappa adatta soprattutto per casseforti. Altro costruttore di casse-
forti fu un amico di Napoleone III, Auguste Nicolas Bauche, che il 5 giugno
1879, in piazza Charleville, diede una prova pubblica di casseforti resistenti al
fuoco, secondo un brevetto inglese del 1843 da lui sviluppato ulteriormente.
Nel 1868 le casseforti degli Stati Uniti si arricchirono duna serratura a dischi
con combinazione di numeri, senza chiave, e duna serratura cronometrica, e
nel 1889 quelle francesi duna serratura a pompa NS. Nel 1889 Nol e Scailquin
misero a punto una chiave volumetrica detta a pompa monopol, pur essa
a denti lungo una spina centrale. Iniziamo il nuovo secolo con la serratura
Defensor a chiave pieghevole, a coltello, ideata in Germania, e con la chiave a
camme circolari - che paiono modanature tornite - ideata in Francia, dove
allantica ditta Sterlin, fondata nel 1835, subentrata la firma Bricard, attiva
dal 1835 ma sviluppatasi nel nostro secolo, cos come avvenuto in Italia per
fabbriche di casseforti altrettanto importanti, come la Francesco Vago di Mila-
no, la Enrico Fumeo, del pari di Milano, la Antonio Parma di Saronno, la Con-
forti di Verona, la Stanzieri di Napoli, la Toldi di Bologna e la Pistono di Tori-
no. Ma questa storia moderna: unaltra storia.
CHIAVE: SIMBOLO E BORGHESIA
La chiave: un oggetto; per solito di ferro. Nella nostra mente il significato pu
essere uno, ma i significanti moltissimi. Daltronde nemmeno nascosti, e tutti
i modi di dire lo confermano. Resta ad esempio da parlare dei libri a chiave.
Cos son detti quelli il cui testo narra fatti realmente accaduti attribuendo ai
personaggi storici nomi fittizi, la cui chiave di lettura viene per solito fornita
con un gioco di parole o con allusioni enigmistiche. Tra i pi importanti il
Ninfale di Aneto (o Ninfale fiesolano; 1345/46) di Giovanni Boccaccio, nella cui
storia damore fra il pastore Affrico e la ninfa Mensola si cela una vicenda
dellautore stesso; la Hypteronomachia Poliphili (1499), attribuita allumanista
Francesco Colonna sulla base di un acrostico contenuto nel testo; e
lHypercalypsis, satira in prosa latina scritta da Ugo Foscolo (1778-1827) sotto
lo pseudonimo di Didimo Chierico. Un elenco dei molti libri a chiave ven-
ne compilato da Franois Drujon nel 1888.
NellOttocento, secolo prude, la chiave ebbe per una ben particolare
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significanza, che il felice ed anonimo autore dun libro pubblicato a Venezia
nel 1738 gi ci anticipava. Infatti nello Stato presente di tutti i paesi del mondo
(volume VI: la Turchia) egli scriveva: La castit, abbracciata una volta come
vero ornamento dellanimo, non ha bisogno di conservarsi con chiavi o con
catenazzi o dentro a case chiuse da porte e custodite da guardie. Chi, come le
donne turche, conosce il prezzo della Virt, e la stima, la custodisce gelosa-
mente da se medesimo in ogni luogo, in ogni occasione; la conserva e la eser-
cita. Sarebbero inutili strumenti le chiavi, i ferragli e le guardie per far essere
caste le donne della Turchia, se la Virt della Castit fosse insegnata loro come
una Virt necessaria e legale, se esse stesse non apprezzassero la Virt come
ornamento dellanimo nel profondo del loro cuore. Nel Faust di Johann
Wolfgang Goethe (1749-1832), capolavoro derivato dalla Historia von Doctor
Johann Fausten, libro popolare tedesco del XVI secolo, troviamo una
simbolizzazione ancor pi evidenziata della chiave: Mefistofele dice: Nes-
suna via verso linesplorato inesplorabile, verso linesorato inesorabile. Sei tu
disposto? Non chiavistelli da disserrare, non catenacci da tirare (...). Tieni,
prendi questa chiave!. E Faust risponde: Quel Giocattolo?. E Mefistofele:
Intanto afferralo, non disprezzarlo. Ed ancora Faust: Mi cresce fra le mani,
luccica, lampeggia. E Metistofele: Presto capirai che cosa voglia dire posse-
derla: la chiave sapr scovare il giusto luogo.
CHIAVI DA CIAMBELLANO
Allinizio dellOttocento, al serraturiere francese Emile Le Tourangeau, che
desiderava entrare nel Compagnonnage (una sopravvivenza particolare delle
antiche corporazioni), venne chiesto deseguire come capodopera una chia-
ve da ciambellano. Il ciambellano, o camerlengo (dal frantone kamerling: ca-
meriere) era un dignitario di corte, il cui incarico si pu far risalire ai cubicularii
della corte imperiale romana. I primi ciambellani erano semplici valletti, ma
dal momento che possedevano le chiavi delle stanze private del re, che aiuta-
vano a vestirsi, e del quale accoglievano anche le confidenze, o al quale pre-
sentavano petizioni, a poco a poco acquisirono un sempre maggior potere. A
partire dal XIV secolo in Francia il Gran Ciambellano sovrintendeva alla gen-
te di servizio a corte; in Germania il titolo e le funzioni di Ciambellano del-
lImpero divennero appannaggio di alcune fra le maggiori famiglie nobili;
in Inghilterra il titolo di Lord Gran Ciambellano era prerogativa dei Duchi di
Lancaster, che avevano il compito di vestire il re per lincoronazione, gover-
navano il palazzo di Westminster e provvedevano alla Camera dei Lords; in
Spagna il ciambellano copriva il terzo rango nella gerarchia degli ufficiali della
corona. I ciambellani potevano essere anche pi di uno, e prestavano la loro
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opera non solo nelle corti europee, ma anche nei palazzi dei principi e dei
vescovi.
Il ciambellano veniva investito della carica con la consegna ufficiale della
chiave che apriva, anche solo simbolicamente, le porte delle stanze reali; e il
ciambellano portava questa chiave appesa al collo con un cordone, o infilata
in modo vistoso nella cintura, dalla parte destra.
A partire dal XVIII secolo le chiavi da ciambellano divennero sempre pi ric-
che, pur non superando mai la dimensione usuale, e se ne ebbero dargento,
di bronzo dorato, rare volte doro. Limpugnatura conteneva o lo stemma del
regnante, o le sue iniziali intrecciate, mentre la mappa poteva servire da
passepartout, oppure essere puramente simbolica.
CHIAVI PER APRIRE
LE PORTE DEL CUORE:
CONFRATERNITE E CLUBS
Luomo un animale associabile, e tende allassociazione. Queste parole di
Charles Robert Darwin (1809-1882), padre dellevoluzionismo, paiono profe-
tizzare una caratteristica del nostro XX secolo: lassociazionismo.
Massoneria, Rotary Club, Lions Club, Tigers Club, Soroptimist, eccetera ecce-
tera eccetera ch la lista sarebbe lunga molte pagine, rendono viva e presente
lurgenza psicologica pi viva tra la gente doggi: quella di fuggire alla gran-
de solitudine che la civilt dei consumi e del benessere ha seminato a larghe
manate in Occidente. Mai come oggi nelle megalopoli dEuropa e dAmerica
lessere umano stato pi solo frammezzo alla moltitudine dei suoi simili; ed
ecco la necessit dei clubs, e in questi la necessit delle cerimonie di ricono-
scimento, tanto importanti per far fronte alla continua disconferma psico-
logica determinata dal numero, dalla massa, dallanonimato burocratico.
Riconoscimento tipico di alcune associazioni lofferta della chiave del Club al-
lospite di turno, persona che sollecita per sua necessit inconfessabile simile
onore, o personaggio che sta al gioco confermando con la sua presenza il,
valore dei membri del Club. Queste chiavi, una specie di surrogato delle chiavi
da ciambellano, son riccamente ornate, con tutti gli orpelli, i fregi e le parole
di circostanza che si possono escogitare per dar valore a cose che in se stesse,
intrinsecamente, di valore ne avrebbero ben poco: stemmi, fronzoli, smalti,
colori, forti placcature doro e dargento... Una via di mezzo fra lespressione
damicizia, di stima e dammirazione sincere e il soddisfacimento delle ambi-
zioni presuntuose e transitorie. Per le loro qualit estetiche ma anche per il
significato che in esse implicito (debolezze umane e vanit e associazionismo
e paure) queste chiavi son fra le pi idonee per un collezionismo emblematico.
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Larte di questo nostro ventesimo secolo mi pare in bilico tra Romanticismo e
Manierismo: raffigura tutto e il contrario di tutto, in una dicotomia fra iconismo
e aniconismo che si manifesta poi anche nei campi di unarte sentita ma poco
commerciale e di unarte commerciale di scarso o nullo sentimento.
Cos come lindustria si avvale della pubblicit per vendere una gran massa
di prodotti di serie, di dubbio valore, che il pi delle voltre son creati a bene-
ficio di pochi, cos v unarte che si avvale della pubblicit per imporre un
prodotto industriale creato a beneficio di pochi deteriorando la cultura e la
sensibilit di tutti. Questamericanismo sociale e per conseguenza lopposi-
zione oltranzista chesso ingenera son destinati a finire, dal momento che
procedono a spirale per una strada che non tiene pi conto dei valori uma-
ni.
Quale sar la societ (e per conseguenza larte, che della societ testimone)
di domani? E infatti che rimasto della bellezza di molti e molti capolavori
dun tempo, in questo tempo di industrial design e di industria tout court?
La chiave - chiave che apre e chiave che chiude, dal cofanetto alle grandi
porte della citt, chiavi del potere o chiavi del sapere - nel nostro universo
psichico intimo, nei banchi della memoria, del vissuto culturale di ciascuno
di noi, la chiave, con la miriade dei suoi significati letterari spiccioli o preziosi,
comuni e banali o eruditi sino al misticismo, ha una gran parte, per lo pi non
notata, segreta, ma una gran parte nella nostra vita.
IL FUTURO DELLA CHIAVE
Fin qui, lorigine della chiave nelle memorie fascinose dellarcheologia mino-
re. Al fine di percorrere la strada dallAlfa allOmega, dalle possibili origini se
ne pu tuttavia presagire la probabile fine.
Cos ha scritto leminente sociologo Roberto Guiducci:
La chiave ha una storia antichissima e lunghissima. Ma la chiave sta moren-
do. Le tecniche informatiche la stanno sostituendo con tesserini magnetici
dotati di codice segreto esattamente come la scheda ormai universalmente
diffusa del bancomat. Questo tipo di sistema di apertura per ora limitato
La chiave del Maestro Segreto della massone-
ria spezzata e chiusa dentro unurna, ma
non c alcunch di misterioso da aprire
(lurna sigillata). una cosa da custodire o
contemplare, non da impiegare. In tal senso il
segreto non possiede alcun oggetto: un
involucro vuoto, che vale solo in quanto ha
una gittata mitologica, mai letterale.
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ad alberghi ed uffici. Ma anche lUniversit sta adottando un metodo simile
non tanto per aprire porte, quanto per documentare presenze alle lezioni,
accesso al prestito di libri o alluso di laboratori, consultazione di banche dati,
registrazione di pagamento delle tasse o del voto degli esami sostenuti.
Ma si arriver presto anche alla casa. Non avremo pi la chiave o, meglio, un
pesante gruppo di chiavi in tasca. Baster un sistema di tesserini, sempre a
codice segreto, o con diverse tacche, per aprire le porte del condominio, quel-
la principale ed anche quella di servizio del proprio appartamento, cassetti
riservati o eventuale cassaforte, la saracinesca del garage, la cantina e il sola-
io, ecc.
Forse si potr anche avere il tesserino per lautomobile e telecomandi, ecc.
Il proprio appartamento avr, in ogni caso, meno serrature perch sar usato
lopen space e la tramezzatura mobile con crescenti sistemi elastici per abitare.
La chiave in estinzione, e fra non molto tempo verr abolita come sono state
sostituite quasi completamente le monete con le banconote, gli assegni, i ban-
comat, le carte di credito, ecc.
Quasi completamente. Perch quasi? Perch tutti i Paesi tecnologicamente avan-
zati hanno mantenuto e conservato assurdamente gli spiccioli in moneta?
Soltanto perch si usano di pi e si logorano in fretta e, di conseguenza, il
metallo le pu far durare maggiormente? E certamente falso. Dollari e mezzi
dollari si usano nella medesima quantit. Ma i primi sono di carta, e i secondi
di metallo. La ragione profonda che si voluto mantenere, anche senza
saperlo coscientemente, il valore simbolico della moneta quando aveva un va-
lore concreto. Oggi il valore del denaro astratto, oscilla ogni giorno, non
ancorato alloro, una variabile dipendente da valutazioni che non riescono
ad afferrare neanche gli esperti. Spesso semplicemente voci, paure, supposi-
zioni, fantasmi, manovre politiche oscure, intrighi internazionali intervengo-
no ad influenzare quel valore che, un tempo, era contenuto nel pezzo di
metallo pi o meno pregiato che aveva la moneta in s. Ma forse non mai
stato cos. La moneta doro e dargento, per esempio, si deprezzata molto
quando spagnoli e portoghesi hanno fuso i capolavori doreficeria e darte
degli Imperi mesoamericani e incaici ed hanno importato improvvisamente
in Europa molto metallo prezioso. Tuttavia le monete doro e dargento han-
no conservato il loro valore simbolico di ricchezza nonostante le oscillazioni
del loro valore concreto, perch questo non mai andato a zero come acca-
duto invece tante volte alla carta moneta in presenza di alta o altissima infla-
zione. Quindi sul lungo periodo il mantenere la moneta metallica, anche se
limitata ai piccoli tagli, ha simbolicamente rappresentato un esorcismo con-
tro la perdita del proprio possesso: una specie di assicurazione illusoria che
anche il resto del denaro sarebbe stato valido.
Anche la chiave ha sempre avuto un forte valore simbolico tanto che, lingui-
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Calisto Piazza, San Pietro in cattedra (Duomo di Alessandria, 1546)
sticamente, si dice trovare la chiave di un problema, mettere la chiave ad
un arco, scoprire la chiave di un enigma, di un mistero o di un delitto,
capire la chiave di un romanzo o di una filosofia, ecc.. La chiave di casa
ancora oggi presente e rassicurante. E, al contrario, la perdita della chiave
crea unangoscia terribile. Si pensa che San Pietro detenga le chiavi del Para-
diso anche se dovrebbe essere nei cieli e, quindi, in uno spazio illimitato e
non circoscrivibile. Il Re sconfitto consegnava le chiavi della citt al vincitore
quando le porte erano gi state abbattute o aperte. E la chiave significava
lintero regno. Ma, fra breve, le chiavi ci verranno tolte ed avremo solo tesserini
magnetizzati. Un altro simbolo molto umano e vissuto se ne andr e sar
sostituito inesorabilmente dalla fredda tecnologia informatica. Forse manter-
remo ancora una piccola chiave di un cofanetto antico, come residuo, come
spicciolo. Tuttavia probabile che non riusciremo a trovare in tempo utile la
chiave indispensabile per risolvere i troppi ed estremamente complessi pro-
blemi che stanno lacerando e sconvolgendo il mondo contemporaneo.
Fonte: Gabriel Mandel, Storia della chiave, F. Martella ed.
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LA CRITICA
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Faber ferrarius si definisce Franco Ianniello. La distanza tra un simile ap-
pellativo e quello di homo faber non molta ma significativa. Questulti-
mo attiene infatti alle pulsioni pi naturali, innate e incoercibili delluomo,
mentre il primo pi vicino alla disciplina, al magistero. Ebbene, homo faber
tout court si direbbe Ianniello e a pieno titolo se non fosse per il suo stesso
orgoglio, giustificato, di sentirsi parte di unantica tradizione, di una nobile
scuola dedita sin dai primi passi della civilt alla lavorazione di un materiale
puro e naturale, resistente e allo stesso tempo duttile nelle mani sempre pi
esperte di maestri che annoverano tra loro persino un dio: Vulcano.
Lorgoglio di Ianniello si scontra inevitabilmente con il pregiudizio di chi con-
sidera ormai desueta, anacronistica e quasi inutile larte del ferro e di chi con-
sidera minore lartigianato a confronto delle altre espressioni della creativi-
t. Ma sino a che punto siano da preferire sterili o compiaciuti giochi formali
di tanta arte contemporanea allappassionato, semplice e diretto discorso di
Ianniello tutto da verificare. certo infatti che togliendo dalle composizioni
di Ianniello che qui illustrano le opere verdiane gli attrezzi duso e il quadro
indicativo dellopera, ne risulterebbero sculture astratte di sorprendente feli-
cit inventiva, di grande fantasia e allo stesso tempo rigore costruttivo, di
piacevolezza formale simile in tutto a molte espressioni della neooggettistica
contemporanea cos accreditata presso la critica militante.
questo uno degli elementi di sorpresa che coglie allesame del corpus del-
lopera del magister di Alessandria. Con esso numerosi altri, tra cui
linopinata passione per la musica e in particolare per il melodramma che
Ianniello non dimentica mai nel suo lavoro e inoltre una sorta di totemicit
sacrale immessa in queste opere che hanno senza volerlo le caratteristiche di
quellarte primitiva cos studiata, invidiata e assimilata dalle avanguardie sto-
riche del 900, ma trasportata nello spirito ordinatore, razionale e umanistico
degli stili rinascimentali.
Bene dice Enrico Carlesi circa una misteriosa coincidenza alchemica che met-
te insieme elementi affatto differenti, che mai fantasia potrebbe immaginare,
nellespressione di Ianniello: musica e ferro. Gi la stessa vicinanza fonetica
delle parole stride, ma lo stridere non lontano dal secondo di tali elementi e
il primo attiene ai confini dello spirito che sono senza dimensioni e limiti e
comprendono per definizione tutte le azioni e i pensieri umani tranne quelli
che se ne autoescludono.
Non vi pertanto contraddizione in essere tra letereo e il materiale insiti
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nellopera di Ianniello, anzi, data lassenza di rimandi espressivo-significanti
(esclusa lidentificazione implicita gi nel titolo di ogni opera) ovvero della
significazione di qualcosa daltro, oltre ci che si vede, vi una certa vicinan-
za, nel segno della tautologia propria della musica, tra questultima e la massiva
presenza delle torsioni e delle modellature iannelliane.
La vicinanza con Verdi appannaggio invece delle affinit elettive e delle
passioni personali, ma perch stupirsi (negativamente) e nello stesso tempo
perch non stupirsi (positivamente) del fatto che un artigiano cos immerso
nella sua grave materia sia anche perduto nelluniverso incommensurabile
della poesia musicale verdiana. Sono ancora le ragioni dello spirito, che non
conoscono mestieri che contano, a comandare e a innalzare le fucina di un
fabbro ai cieli rarefatti e puri delle note.
Un discorso a parte meriterebbe lispirazione che alla base delle opere di
Ianniello; la sua caratteristica di primariet, di candida spontaneit, la stessa
assunzione della categoria ispirazione a molla creativa unita per ad una
estrema concretezza che costituisce a ben vedere un altro parallelo con la
qualit della musica verdiana. Quale altro musicista poteva infatti essere cos
congeniale alla materia scelta da Ianniello: il romantico Puccini, il magnilo-
quente Wagner, il sottile Mozart, i classici Bach o Beethoven? Nessuno di que-
sti pu essere posto un gradino sotto o sopra Verdi, ma nessuno di essi appa-
re cos congeniale alla verit concreta, epica e allo stesso tempo umana, forte
e nel contempo malleabile, del ferro, usato da Ianniello per avvicinarsi al-
lespressione del maestro di Busseto.
La clef est un instrument en fer qui sert fermer et ouvrir les serrures. Cos
affermano Diderot e dAlembert. Utile ed indispensabile, la chiave un og-
getto che tutti possiedono come necessaria successione nel detenerla. inol-
tre un simbolo di propriet e di sicurezza. La nomenclatura della chiave
ricca ma non complessa.
Limpugnatura si chiama in genere anello, la parte lunga si chiama fusto
o cannello e collega la parte dellanello con lopposta a incastro detta inge-
gno. I vari trafori, pi o meno elaborati dellingegno, prendono il nome di
pertugi. Le serrature pi antiche erano costituite da semplici paletti che
scorrevano entro anelli o guide metalliche, di rame, o di legno, o di pietra
della porta. I Greci attribuiscono linvenzione della chiave a Teodoro di Samos,
ma loggetto era gi noto agli antichi cinesi molti secoli prima. Le chiavi ro-
mane erano fuse in bronzo a cera persa, spesso con forte rilievo plastico che
superava linteresse pratico con quello estetico. Si portavano appese alla cin-
tura della tunica anche se talvolta erano rumorose ed ingombranti. Le chiavi
delle grandi porte dei templi e dei palazzi pubblici erano monumentali e il
portiarius (servo a ci preposto) le reggeva sulla spalla.
Nei sec. IX e VIII a.c. le chiavi avevano laspetto di leve e solo in epoca cristia-
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na cominceranno ad avere un aspetto pi vicino allattuale. La chiave roma-
na riflette in ogni caso il carattere del popolo che la usava, robusta e forte,
anche quando ornata, al contrario di ci che saranno le chiavi del XVIII,
riflesso di una societ frivola ed elegante. In epoca medioevale le chiavi sono
ancora stilizzate e grevi di forma, spesso il fusto piatto, lanello si riduce a
una piastrina forata e lingegno una lamella rettangolare senza pertugi n
rilievi. Non cos in Francia e in Germania, dove si ebbe fin da quei secoli la
supremazia europea per l bellezza artistica e per labilit degli ingegni.
Le prime chiavi a ingegno complesso sono quelle gotiche, con tacche e trafori
intricatissimi. Il lavoro del fabbro ferraio veniva eseguito interamente a mano,
ma il genere trova tuttavia la massima perfezione nel Rinascimento. Una ri-
voluzione viene poi importata dallInghilterra con luso nella fabbricazione
delle chiavi in acciaio, pi leggero e tenace degli altri metalli. Il metallo viene
dorato preziosamente
almeno nella parte destinata a restare in vista. Lanello costituito da elabora-
te strutture con iniziali di nomi, stemmi, ritratti, animali e torri. Compaiono
anche le chiavi doppie, con ingegni contrapposti montati su un unico cannel-
lo lungo il quale scorre una presa pi o meno elaborata. Fra i trafori in uso
non manca il monogramma IHS di Cristo. Queste ultime chiavi doppie si
chiamano anche chiavi mestre usate ancora oggi nelle doppie chiavi delle
cassaforti.
Le chiavi della citt compaiono spesso in testi storici in occasione dellentrata
in essa di personaggi di spicco o in situazione di resa al nemico. Possono esse-
re reali chiavi di ferro, o altre volte simboliche, come quelle che gli Aquesani
consegnarono a Pio VII di passaggio ad Acquapendente (1804).
Segno di sottomissione sono invece le chiavi delle sei porte che i Milanesi
presentarono a Filippo V di Spagna nel 1702. Ma le chiavi di Pietro sono uno
dei cardini delliconografia cristiana e compaiono numerosissime nelle scene
dellinvestitura di San Pietro che le tiene in pugno nei dipinti e nelle sculture.
Le chiavi presenti alla mostra sono tutte costruite su scala.
Prof. Francesco Benedetto Rossi
Critico darte
Istituto darte Contemporanea Milano
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La mostra Magister Clavarius - storia e forma della chiave certamente un
modo insolito e originale di studiare la storia, anche attraverso le chiavi, in-
fatti, si possono ripercorrere le varie epoche della storia delluomo.
La chiave strumento gi perfetto con i Romani, per quel suo atto di aprire e
chiudere, di mantenere segreto il movimento e sicuro il forziere, era emble-
ma e simbolo, e come tale gi in uso sin dai primi tempi storici.
Ma, fra breve, le chiavi ci verranno tolte ed avremo solo tesserini magnetici, e
cos un altro simbolo molto umano e vissuto se ne andr e sar sostituito
inesorabilmente dalla fredda tecnologia informatica. Forse custodiremo an-
cora una piccola chiave come ricordo di un tempo passato, tuttavia probabi-
le che non riusciremo a trovare in tempo utile la chiave indispensabile per
risolvere i troppi ed estremamente complessi problemi che stanno lacerando
il mondo contemporaneo.
[...]
Giulia Maria Mozzoni Crespi
Presidente
FAI Fondo Ambiente Italiano
75
[...]
La storia delluomo e sempre stata legata a questoggetto.
Attraverso le varie rielaborazioni della chiave si pu ripercorrere le fasi pi
significative delle vicende umane.
La chiave diventa anche simbolo duna lettura visiva del passo di Matteo (XVI,
9): A te dar le chiavi del regno dei cieli, e tutto ci che legherai sulla terra sar legato
nei cieli, e tutto ci che scioglierai sulla terra sar sciolto anche nei cieli.
La chiave e rimarr sempre simbolo di custodia, di sicurezza, di alleanza, di
diritto di possesso, emblema di cariche onorifiche.
Da queste brevi riflessioni scaturisce limportanza di questa mostra resa
possibile grazie al Magister Clavarius Franco Ianniello che dopo anni di
ricerca e di studi sulle antiche chiavi, simboliche e di uso comune, ha rea-
lizzato 47 chiavi in acciaio (perfette riproduzioni in scala) che costituiscono
la collezione esposta oggi in sede permanente nel suo Museo personale
di Alessandria.
[...]
Daniela Fumel
Presidente Echi di Liguria
76
Pagani, borgo antico in quel di Salerno, durante ben tre secoli, ha udito i colpi
del martello nellofficina della famiglia Ianniello, di cui il pi illustre rampol-
lo si chiama Franco, che, trasferitosi in Alessandria, alterna lartigianato avito
dei fabbri ferraii et magistri clavarii, al lavoro quotidiano. Nella citt dove
fosco/tra Bormida e Tanaro si agita e mugghia un bosco/un bosco di alabarde,
il magister claviarus, temprando lacciaio, apre la finestra allarte cinese, rus-
sa, inglese, spagnola, nonch a quella atzeca, usa alla mensile Guerra flori-
da in favore degli dei, bevitori di sangue umano per garantirsi limmortalit.
Lacciaio non gli manca, n la capacit di imprimerlo allinsegna del principio
estetico di Oscar Wilde, che detta: Larte esordisce dove termina limitazio-
ne. Cultore della musica del maestro di Busseto, ne plasma le 27 composi-
zioni in acciaio e in ferro battuto, intitolate Trespoli Verdiani. Il Museo del
Ferro che lo scultore possiede nella citt residenziale, insieme allofficina con-
cessagli dal mecenate principe Francesco Guasco. Llite culturale di Torino,
Napoli, Alessandria ed in particolare il Vicario della diocesi Carlo Canestri, il
provveditore agli studi, i giornalisti della Stampa, del Mattino, di Rai stereo, il
figlio Ferdinando, il pittore G. Batzella e Bruno Ginnio Lodigiani, il cui padre
fu amico del grande Musicista, ha applaudito lautore anche in occasione della
pubblicazione del volume illustrato Le opere di Verdi, edito dallistituto di
arte contemporanea di Milano. Nel Museo del Ferro si pu vedere la serie
delle chiavi del potere, del censo, una panoplia di storia civile, barbara o pia
come la monumentale chiave di S. Basilio in Mosca, replicata con profonde
elaborazioni. Nulla sfugge allofficina corrusca e fumiga dellalessandrina
in perenne evoluzione creatrice, come Tutta la Vita (20 anni di sudate fati-
che): strutture a falce di luna calante connesse e inchiodate tra loro, mai sal-
date. Una cavalcata tridimensionale nello spazio di curve in acciaio, metafo-
ricamente illuminata come le cupole geodetiche di Ichard Buchminster, o le
forme uniche nella continuit nello spazio di Boccioni. Sul vertice si staglia
un archeologico vaso cinese, esemplato sullo stile di Tutta la Vita, in modo
che, lanonimo ceramista cinese stringe la mano al cittadino Pagani, che da 40
anni lavora in Piemonte. Se innumerevoli sono le forme dellarte ed i lin-
guaggi uno solo il volto sublime dellarte, nei limiti di un libero accordo tra
lintelletto e limmaginazione o in un contrasto fra la religione, tesa allassolu-
to, e limmaginazione impotente ad abbracciarlo. Altra opera eccellente La
Colonna composta da una serie di anelli, di cui il Vasari direbbe forse: Pi
bella di cos non si pu desiderare. Franco Ianniello, magister clavarius, feli-
ce di ringiovanire lantica tradizione di famiglia, sorride di certi colleghi sod-
disfatti, che Con larghe pale/ Altri il carbone nella fornace infonda/ O dia ai
mantici ventosi. La fama un venticello...
Prof. Gino Sordini
Critico dArte, Genova
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LONDRA
*
- Aprile 1994
Osservando le opere dello scultore Sig. Franco Ianniello noi ci rendiamo conto
che ci troviamo di fronte dei capolavori che intendono rappresentare un ri-
sveglio di antiche opere in ferro nate dallinteresse posto da questo artista
italiano nello studio della storia e levoluzione della produzione in ferro. Leg-
gendo su le opere e gli studi fatti da Franco Ianniello noi conosciamo il suo
reale interesse nel riprodurre capolavori appartenenti alle antiche civilt che
hanno dominato la produzione dei metalli specialmente il ferro che usavano
per la loro vita quotidiana. Questo include oggetti rituali, utensili domestici e
qualunque cosa rossa essere usata nel culto o nella decorazione. Prendendo
spunti da queste cose trovate o viste nei musei, nelle chiese, in collezioni pri-
vate in tutto il mondo le opere di Ianniello riproducono perfettamente questi
capolavori.
In questa esposizione noi possiamo ammirare riproduzioni di opere antiche
provenienti dallOriente, dalla Spagna e dalla Nuova Guinea.
Gli studi fatti da Ianniello su queste antiche civilt lo hanno preparato intel-
lettualmente per il suo interessante lavoro di riproduttore di cose artistiche.
In queste onere egli mette tutta la sua sensibilit artistica dando vita alle com-
posizioni nelle quali egli d una dimostrazione della sua abilit tecnica
con una chiara e ben definita influenza antica nella lavorazione del materiale
che usa per le sue opere. Facendo questo egli conserva o dona nuova vita alle
antiche forme di fabbricazione artistica che rappresenta un modo di mostrar-
ci la sua padronanza nella lavorazione dei metalli.
Martin Farrel
Critico darte
(*) Testo critico analitico elaborato sulle opere dellartista scultore Franco Ianniello presenta-
te, a Londra, dal Centro Europeo di Iniziative Culturali di Roma, nel mese di marzo dellanno
1994.
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Strettamente personalizzate le espressioni artistiche di franco Ianniello, un
bravo e preparato scultore italiano la cui principale idea mostrarci opere
rappresentanti simboli che appartengono alla storia.
Nel suo percorso di lavoro, primeggia sia col ferro che con la ceramica, crean-
do forme o meglio, riproducendo oggetti di importanza storica come egli li
interpreta.
Ianniello non solo uno scultore ma anche studente di storia e archeologia,
mostrando attraverso le sue opere, cose di alta espressione culturale scono-
sciute alle persone comuni.
Egli ha scoperto in se stesso la capacit di suscitare ricordi e la sua preferenza
per le cose antiche e per lavant garde gli danno la forza di comprendere ci
che pu essere fatto e ci che pu essere inventato; costituendo verifica delle
sue possibilit e una utilizzazione massima della sua capacit.
Rifacendo con straordinaria fedelt le cose che hanno colpito la sua sensibili-
t artistica, Ianniello incontra se stesso e la sua via espressiva, insegnandoci e
mostrandoci queste cose che rappresentano qualcosa nel passato.
Con mistico entusiasmo conduce tutto il suo sforzo creativo su queste opere
che rappresentano e costituiscono il percorso principale per mostrare allos-
servatore come esso propone le sue emozioni artistiche.
Ianniello lavora ferro e ceramica, seguendo forme geometriche con le quali
da vita al soggetto che riproduce. Opere ben fatte, senza enfasi ma piene di
suggestione; ci danno la misura della preparazione del suo autore affascinato
come per magia da cose che in passato avevano rappresentato qualcosa di
molto importante e molto speciale; opere senza alcuna distinzione, ben con-
cepite che fuoriescono dalla ordinaria espressione sculturale.
Prof. Yeo Kwang Ngah
Critico del Triangolo doro doriente
79
Franco Ianniello, interessante artista italiano, ci presenta opere di scultura in
ferro*, che pi che rappresentazioni corporee di oggetti e figure, sono lavori
di arricchimento e di modulazione delle linee con una sapiente fucinazione
del ferro, materiale che costituisce la materia di tutta la sua opera scultorea.
Opera attraverso la quale questo Artista ci manifesta la sua maestria nella
lavorazione del ferro, con il quale in una trasposizione di antiche opere dar-
te, dalle quali trae ispirazione per il compimento del suo lavoro creativo e che
risalgono ad epoche in cui queste opere darte erano patrimonio di pochi,
perch facevano parte di tesori racchiusi in palazzi, templi o collezioni priva-
te per il valore o la rarit delloggetto medesimo.
Franco Ianniello, studioso e cultore di arte antica e orientale, elegge questa
come punto di partenza della sua opera scultorea e continuando la tradizio-
ne di famiglia, lavora il metallo orientando tutta la sua opera dallelaborazio-
ne di nuove forme che si basano su quelle create dagli antichi maestri nellar-
te di lavorare i metalli.
Dalle opere di questi maestri nascono idee che Franco Ianniello elabora in
forme personali facendole sue e creando, a sua volta, nuove opere in cui in-
cluder, sviluppandole, le idee nate dallosservazione e dallo studio di quelle
degli antichi maestri. Il risultato sono opere come queste che esaminiamo,
nelle quali evidente linfluenza che il suo Autore ha recepito da culture la
cui espressione artistica molto diversa dalla nostra.
In effetti, nella creazione e sviluppo della sua opera, Ianniello coglie, come
elementi di figure, forme e movimenti che sono le idee basilari sulle quali egli
porr lesecuzione del suo lavoro e che ricordano quelle degli antichi maestri.
Forme, movimenti, idee o motivi che saranno usati per dar vita a Interessanti
opere nelle quali la linea la principale interprete. Opere che incantano per
la fattura e la forza espressiva che da queste si dirama.
Forma e movimento sono valori costanti nellopera di Franco Ianniello che si
dimostra artista dotato di buongusto e trasparenza nellesecuzione. Maestro
incontestabile nellarte della lavorazione del ferro, egli s muove, nel suo trat-
tamento, con abilit e sicurezza creando linee e forme, encomiabili dal punto
di vista artistico, che danno vita alle sue idee che si appoggiano su ci che ha
visto e studiato.
Enrique de la Riva y Marin
Critico darte
(*) Analisi critica delle opere dello scultore Maestro Franco Ianniello elaborata in occasione
dellassegnazione del Premio Mondiale dedicato al celebre artista catalano Don Joan Mir per
la ricorrenza del centenario della nascita.
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X BIENNALE EUROPEA, PARIGI
*
Nelle opere, sculture in ferro, dellartista italiano Franco Ianniello, prese in
esame, si nota una buona preparazione nel lavoro dei metalli che rivela una
profonda formazione di base rendendo interessante la sua molto precisa
espressione artistica.
Si tratta qui duna proposta valida dimostrante un carattere e una forza
despressione poco comuni.
La linearit del linguaggio visuale, che si ritrova in una successione di ricer-
che e di innovazioni personali, definisce chiaramente il contenuto del tema e
del soggetto.
Dal punto di vista strutturale, lidea originale ben articolata riesce a dare del
volume allo stesso oggetto, coniugando forme e soluzioni creative, in un con-
testo di dialogo visuale riflettuto.
M. Jean Dommarten Guichard
(*) Giudizio critico sulle opere dellartista scultore Franco Ianniello presentate alla X Biennale
europea C.E.I.C.. tenutasi a Parigi, nel mese di febbraio dellanno 1994.
81
TESTIMONIANZE
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CHIAVE QUALE SIMBOLO?
Lumile strumento per aprire o chiudere le porte, nel corso degli anni, ha
maturato una nuova espressione simbolica: la padronanza di un luogo, nel
Medioevo di un comune, oggi di una citt.
Il simbolo consegnato, dai rappresentanti di un Centro, a personaggi che,
con quel luogo, hanno un qualcosa in comune, ovviamente per meriti: un
tempo, sul campo di battaglia; oggi per occasioni ben pi elevate, a comincia-
re dal vasto campo della cultura.
Loggetto simbolo di autorit. Il possessore pu aprire o chiudere, seppure
idealmente, un qualcosa di importante, quasi di sacro: un pegno per chi
consegna la chiave, com un pegno per il ricevente. Egli ha indiscutibilmente
accesso al contenuto, protetto dalla serratura: ne lindiscusso padrone.
questo il pensiero di chi investito di unautorit: gli sono state consegnate
dallurna, le chiavi per amministrare unEntit locale, ossia ha avuto lincari-
co, tramite un importante appuntamento democratico, chiamato elezione, di
intravedere le esigenze dei cittadini, pi o meno manifestate, considerarle
attentamente, quindi, in ultima analisi, soddisfarle nel miglior modo possibi-
le, attento alle esigenze di tutti.
Se poi il pubblico amministratore ha, per cos dire, la chiave per leggere, in
ogni piega, in ogni pi piccolo dettaglio, in ogni sfumatura, le effettive neces-
sit di una popolazione, ha lopportunit di impegnare, con successo, il suo
mandato.
Lumile oggetto, nel tempo, ha avuto un grosso ruolo, anche simbolico.
unimmagine forte, di potere, di dominio, per tale privilegio devessere ben
dosato affinch, chi ha consegnato la chiave non debba aver ripensamenti o,
peggio pentimenti.
Quindi, il possessore simbolico di questoggetto ha la stima assoluta, ma
gravato dalla grande responsabilit di conservarla, mantenerla, farne un buon
uso, proprio nei confronti di chi, nel dono della chiave, ha riscontrato un
incisivo simbolo di valore.
Piercarlo Fabbio
84
Prima fu il ferro - una stanza grande, ma insufficiente, un colpo docchio uni-
co e tanti pensieri. Il ferro: le biglie sciolte del pensiero; un ritorno alla sbalor-
dita scoperta dei primi uomini. La prima pietra in mano: un uomo alla sco-
perta del fuoco, un uomo costruttore di caverne, un uomo dagli istinti belluini
contro un altro uomo.
Ma quella pietra ha in s un mistero; striata di nero segnante il bianco e il
grigio del sasso. Spaccare, estrarre, scoprire, fondere; dal primo fuoco il pri-
mo essere ferro, ascia rudimentale pi forte della pietra. Il cammino inizia-
to: difesa, offesa, forme plasmabili, ornamenti, sbarramenti, falci e tanto al-
tro. Non basterebbero cento o mille pagine per contare la storia del ferro. Ma
perch , ma perch pu, ma perch la sua storia non finir se non con luo-
mo? Si! Perch senza uomo lo striato nero della pietra nulla direbbe.
Ed ecco lui: lUomo. Mi di fronte, le mani segnate e callose. Il volto teso e
compiaciuto, i muscoli dotati di possanza; lui lUomo, lui che nella fucina
posta accanto a questa sala ha comandato al ferro nelle ore notturne, nelle
ore antelucane, nel pieno fulgore del sole che a mala pena penetra nella fuci-
na annerita, nello scrosciare della pioggia; lui che, richiamando i mitici eroi
dellantica civilt, ancora piega e ricama; un uomo cos: passione e amore,
gioia e arte, sorriso e forza, plasma il ferro; lui: Franco Ianniello.
Penso e guardo, penso la poesia raccontata in versi, certo un po strana; rac-
contata prendendo come ispiratore il grandissimo Giuseppe Verdi con le sue
opere di compositore; affiato per dare in ferro battuto una nota dellAida, del
Trovatore e di tutte le altre opere.
Guardo e resto incantato, tocco e contemplo, non ascolto chi mi parla, sono
felice, la gioia di sentirmi uomo dominatore della materia, re del creato.
Mons. Carlo Canestri
Vicario Generale
della Diocesi di Alessandria
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UN SEMPLICE ATTREZZO
CONSEGNATO DALLA STORIA
Il termine chiave definito, dal dizionario Rizzoli, come quello strumento
fabbricato per il funzionamento delle serrature.
Il vocabolo, nel nostro momento, impiegato con unestensione pi ampia
nel concetto, indicando un mezzo qualsiasi per interpretare le pi svariate
situazioni. Il primo uso improprio del vocabolo stato, con ogni probabilit,
preso a prestito dalla musica, indicando quel simbolo posto in armatura al
rigo musicale, per individuare il nome dei suoni.
La chiave, intesa dal Cavalier Franco Ianniello, ha il suo valore intrinseco,
per inteso in senso artistico, individuando, proprio nella chiave, quel sim-
bolo di apertura verso nuovi orizzonti. Il significato profondo quindi, non
apre solo serrature, ma amplia la sua visione alle cose migliori del mondo
circostante. Lo strumento conosciuto fin dalle pi remote civilt. Nato per
aprire o chiudere le porte di un edificio, di uno scrigno, di unarca, ha assun-
to, via, via, dimensioni sempre diverse, fino ad essere tanto minuscole come
ai tempi doggi. Loggetto conosciuto nelle civilt pi antiche; sono stati
reperiti esemplari in uso nellIndia, nella Mesopotamia, nellEgitto, ma sono i
romani ad attribuire, alla chiave, la massima espressione: non per nulla San
Pietro costantemente raffigurato con le chiavi del Paradiso.
I migliori artigiani, ricordati dalla storia, sono i fabbri di Pompei i quali hanno
forgiato la chiave in mille forme, mille modi, mille tipi, ognuna con una spic-
cata individualit. Il formato maggiore dellattrezzo raggiunto nel medioe-
vo, epoca in cui i migliori artigiani si improvvisano artisti, fondendo degli
esemplari di ragguardevole raffinatezza.
Il Rinascimento non da meno: nelle chiavi traspare quel particolare di note-
vole gusto artistico, tipico dellepoca, divenendo oggetto, seppure molto co-
mune, duna vera opera da manuale.
Loriginalit delle forme, la raffinata cura degli ornamenti, le nuove tecniche
di fusione, hanno permesso ai fabbri di produrre, la chiave, spaziando con la
migliore fantasia, impiegando per la costruzione leghe in metallo nobile, come
loro, largento, collocando, questo semplice mezzo, fra i prodotti di massima
espressione artigiana, molto vicina allarte.
La chiave un segno di distinzione, tant che, dalla sua foggia, si definisce il
prestigio di una abitazione, di un castello, soprattutto di un Casato.
Il tempo decorre fin quando, alla chiave, nessuno interessato, ma la sua
eleganza richiamata in piena epoca liberty, assumendo nuovamente grandi
dimensioni senza trascurare, nel disegno, limmancabile raffinatezza di stile.
Franco Montaldo
86
Il Cavaliere Franco Ianniello continua a riservarci delle piacevoli sorprese.
Dopo le sue opere in ferro, sculture e altro, ci presenta un libro sulle chiavi o
meglio un testo sul concetto di chiave nella storia. Per il suo lavoro scritto
che non lascia nulla in ombra, il nostro autore pu essere universalmente
elogiato: lavoro infatti, che dovrebbe a buon diritto essere considerato un
esaustivo testo di filosofia della storia della chiave. Leggerlo sar per chiun-
que arricchirsi cos come arricchiva ognuno la vista delle sue opere in ferro.
Un vero artista resta tale sia nelle opere del braccio che della mente. A noi
non resta che ringraziarlo per i doni preziosi che il suo serio lavoro ha offerto
alla nostra vista e alla nostra mente. Posso dire fortunata la citt di Alessan-
dria di avere potuto adottare come vero figlio un cos prezioso artista, nato
nel sud Italia. Il nostro sud italiano vive purtroppo tanti periodi di tensione,
di disagi, quasi di continuo disaccordo ma, come la Sicilia con i suoi drammi
di mafia ha regalato alla Patria nostra e al mondo la verit dei testi di Leonardo
Sciascia, vero mastro per i sui cittadini siculi. Cos la Campania, nota per le
sue bellezze ma purtroppo pure per la terribile Camorra ha donato allItalia e
a qualsivoglia abitante di ogni nazione, leccellenza dei lavori e delle ricerche
di vero eccezionale artista come il Cav. Franco Ianniello.
Dott. Emilio e Velia Mortarotti
Alessandria
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LE
IMMAGINI
89
1. Modello di chiave da forgiare.
2. Chiave di bronzo romana, trovata in una tomba del III secolo.
La canna ha un rigonfiamento conico verso lalto, con un grande e vistoso anello.
90
3. Chiave del primo periodo romanico. La chiave si uniforma a quelle gi usate
in epoca romana fino allet del gotico. In questo periodo, ogni originalit di forma
rimane affidata allo spontaneo senso stilistico degli artigiani.
4. Chiave del IX-X secolo, con fusto a forma di serpente.
91
5. Chiave medievale Merovingia o Carolingia, con presa ridotta a un piccolo anello forato
per il passaggio di un cordino per appendere.
Mappa simmetrica con motivo traforato a forma di croce.
6. Chiave medievale con mappe ad anello scudato e ingegno a denti, cannello sfaccettato
con capitello a collarini intagliati elicoidali.
92
7. Chiave medievale a forma di duplice croce chiusa, puntale a forma di croce,
cannello breve e tozzo, anello ovale a forma di corna ricurve.
8. Chiave romanica del XII secolo.
93
9. Chiave medievale lunga con mappa ad anello e denti. Anello rozzo ed elementare.
10. Chiave dei Templari che risente ancora dello stile romano.
Lanello dotato di un puntale quadro con il consueto capitello squadrato a collarini.
La mappa forata a fessura, secondo la tradizione.
94
11. Chiave gotica proveniente da scavo archeologico.
12. Chiave gotica del XIV secolo (Collezione Frei-Berne).
95
13. Chiave medievale dei secoli XIV-XV a grande anello con cannello cilindrico
e ingegno a pettini differenziati. Lanello sommariamente comune.
14. Chiave quattrocentesca francese. Testa di mirabile esecuzione con al centro il classico
giglio di Francia. Bigna sotto la testa a forma di pozzo. Anello al di sopra della testa,
canna con lavoro di ricalco a colonna e terminale femmina a lobatura. Pettine a cartiglio.
96
15. Chiave valdostana del 400. Testa con motivo a croce di S. Andrea.
16. Rarissima chiave valdostana femmina da portale del XV secolo con testa forata,
pettine con appendice superiore.
97
17. Chiave del periodo quattrocentesco toscano con testa lobata, canna con rinforzo,
gancetto mancante e pettine a pi croci.
18. Chiave femmina da portale piemontese del XV secolo, testa ad arco con motivo a scacco.
Pettine a labirinto.
98
19. Chiave del castello di Marienburg, consegnata in segno di resa nel 1440.
20. Chiave toscana da forziere della fine del 500 con raro motivo della canna quadrangolare,
bigna a botte, pettine a rilievo.
99
21. Chiave della fine del 500 dellItalia centrale. Testa a bigna con sfaccettature esagonali,
fine della canna con taglio di guida. Pettine a croce lobata monastica.
22. Chiave elevetica del XVI secolo con particolare pettine a forma di croce.
100
23. Grande chiave (42 cm.) per una porta della citt di Konya. Arte ottomana del XVI secolo
(Museo di Konya).
24. Chiave fiorentina in ferro forgiato con testa trilobata del secolo XVII. Terminale a birillo,
rappresenta uno dei primi esemplari con il traforo alla lima.
101
25. Chiave importante da credenza del XVII secolo, francese. Testa con doppio foro
e sfaccettature superiori, canna piena a torciglione, capitello a birillo e pettine ritorto.
26. Chiave a forzierino emiliano del 600. Testa ad arco con foro rientrante
e capitello a birillo. Canna lobata, pettine costellato.
102
27. Chiave femmina inglese del 600. Testa a maniglia, bigna di rilievo molto rara
e pettine chiuso di rara bellezza.
28. Chiave di arte tedesca del XVII secolo. Anello a forma di scudo,
cannello modanato e ingegno.
103
29. Chiave francese del 600. Testa con delfini a ricalco e bigna iniziale,
birillo di guida con cordoncino classico, pettine a portale.
30. Rara chiave femmina altoatesina del 600, lavorata a lima.
Testa eseguita a forma di baffo, pettine a scala.
104
31. Chiave inglese della fine del XVII secolo.
Testa con bigna a canna, con colonna a rocchetto.
32. Chiave inglese del 600. Testa ad arco, bigne varie di guida sulla canna,
pettine chiuso a forma di sole.
105
33. Chiave femmina da portale, lombarda, del secolo XVII.
Testa con simbolo di cuore capovolto, pettine a merlatura.
34. Chiave femmina secentesca da portale, francese. Testa classica, capitello di ricalco a birillo.
106
35. Chiave doppia con cannello a tortiglioni alterni, puntale arrotondato
e mappa probabilmente da cassaforte. Costruita alla fine del XVII secolo.
36. Sei chiavi delle porte della citt di Milano. Le chiavi vennero presentate dal Vicario
di Provvisione Filippo Maria Visconti allImperatore Filippo V di Spagna in occasione
della sua entrata in Milano il 18 giugno 1702. Lavorate con la lima, presentano anelli
incurvati a forma di corna di bufalo e con pertugi variati.
107
37. Chiave di tipologia barocca. Forma massiccia, con cannello cavo forato a trifoglio,
mappa con croce in pertugio.
38. Chiave Sacra con la quale i Papi aprono la Porta Santa della Basilica di S. Pietro
in occasione dei Giubilei.
108
39. Chiavi Sacre con le quali i Papi aprono la Porta Santa della Basilica di S. Pietro
in occasione dei Giubilei.
40. Chiavi piemontesi.
109
41. Chiavi liguri.
42. Chiavi toscane.
110
43. Chiavi emiliane.
44. Chiavi campane.
111
45. Chiavi monastiche.
112
46. Chiave italiana degli inizi del 500.
113
47 - 48. Chiavi spagnole del 1680 ca.
114
49. Chiave spagnola del 1680 ca.
115
50. Chiave del tardo Seicento, ma di tipologia ancora gotica.
116
51 - 52. Serie di Joseph Bramatt. Inghilterra, 1784.
117
53 - 54. Serie di Joseph Bramatt. Inghilterra, 1784.
118
55 - 56. Serie di Joseph Bramatt. Inghilterra, 1784.
119
57 - 58. Serie di Joseph Bramatt. Inghilterra, 1784.
120
59 - 60. Serie di Joseph Bramatt. Inghilterra, 1784.
121
61 - 62. Serie di Joseph Bramatt. Inghilterra, 1784.
122
63 - 64. Serie di Joseph Bramatt. Inghilterra, 1784.
123
65 - 66. Serie Fichet, Parigi, 1829.
124
67 - 68. Serie Fichet, Parigi, 1829.
125
69 - 70. Serie Fichet, Parigi, 1829.
126
71 - 72. Serie Fichet, Parigi, 1829.
127
73 - 74. Serie Fichet, Parigi, 1829.
128
75 - 76. Serie Fichet, Parigi, 1829.
129
77 - 78. Serie Fichet, Parigi, 1829.
130
79 - 80. Serie Fichet, Parigi, 1829.
131
81 - 82. Serie Yale, Filadelfia, 1865.
132
83 - 84. Serie Yale, Filadelfia, 1865.
133
85 - 86. Serie Yale, Filadelfia, 1865.
134
87 - 88. Serie Yale, Filadelfia, 1865.
135
89. Chiave belga del XIX secolo. La mappa pu rientrare nellimpugnatura.
136
90 - 91. Tipologie di chiavi dei Paesi europei, le prime in oro e argento, con anelli da dito.
137
92 - 93. Tipologie di chiavi dei Paesi europei, le prime in oro e argento, con anelli da dito.
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94 - 95. Tipologie di chiavi dei Paesi europei, le prime in oro e argento, con anelli da dito.
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96 - 97. Tipologie di chiavi dei Paesi europei, le prime in oro e argento, con anelli da dito.
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98. Tipologie di chiavi dei Paesi europei, le prime in oro e argento, con anelli da dito.
141
Mostre personali
1989: Storia e Forma della chiave, Casa di Riposo Passalacqua, Lobbi
(Alessandria)
1989: Storia e forma della chiave, Sala della musica di via San Ubaldo,
Alessandria
1990: Comune di Pecetto di Valenza (Alessandria)
1990: Comune di Oviglio (Alessandria)
1990: Le 27 opere di Giuseppe Verdi in ferro battuto, Alessandria
1992: Storia e forma della chiave, a cura della Montedison, Spinetta
Marengo (Alessandria)
1992: Le arti rupestri della Mongolia e della Cina, Foyer del Teatro Comunale,
Alessandria
1994: Storia e forma della chiave, Santuario di Montallegro, Rapallo
(Genova)
1994: Storia e forma della chiave, a cura della FAI, San Fruttuoso di Camogli
(Genova)
1994: Storia e forma della chiave, a cura della FAI, Castello di Avio (Trento)
2001: Storia e forma della chiave, Alessandria
2001: Le armi dei secoli bui, Predosa (Alessandria)
2002: Storia e forma della chiave, Predosa (Alessandria)
Mostre collettive
1993: Triangolo doro - Bangkok, Hong Kong, Singapore (adesione)
1993: Premio Joan Mir - Barcellona (adesione)
1994: X Biennale C.E.I.C. - Parigi (adesione)
1994: Art Season - Londra (adesione)
1994: Le arti per il mondo - Accademia di Firenze Il Mazzocco
(adesione)
1994: I sassi di Matera, Le arti per il mondo (adesione)
142
Cataloghi
Arte italiana, Ed. LElite
Annuario darte moderna, Ed. A.C.C.A.
Painters And Sulptors, Ed. J.D.L.R.
Annuario, Editore Comed
Gli artisti per i musei, Ed. Istituto darte Milano
Le 27 opere di Giuseppe Verdi, Ed. Istituto darte Milano
Dizionario Enciclopedico, Ed. Alba
Le armi dei secoli bui, Ed. I Grafismi Boccassi
Magister Clavarius, Ed. ME.CA. Recco (Ge)
Quotidiani e Riviste che hanno pubblicato recensioni
LAlto Adige, Bolzano
Il Piccolo, Trieste
La Stampa, Torino
Il Mattino, Napoli
Terza Pagina, Bergamo
Il Secolo XIX, Genova
Il Piccolo, Alessandria
Gente, Milano
Corriere, Firenze
Cronaca Vera, Milano
Noi di PPG (con Sandro Buoro), Alessandria
143
SOMMARIO
Presentazione, di Ugo Boccassi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 3
Introduzione, di Franco Ianniello . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 5
Nota dellAutore . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7
LA CHIAVE NELLA STORIA . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 9
Alla ricerca delle origini . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 13
Grecia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 17
Prima et del ferro . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 19
Roma . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 21
Islam . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 23
Iconografia da Bisanzio al Romanico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 25
Preromanico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 26
Romanico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 28
Periodo gotico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 29
Gotico internazionale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 32
Il Rinascimento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 33
Il Quattrocento a Venezia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 37
Il Cinquecento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 38
Ceppi e ferri . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 40
Simbolo e magia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 41
La chiave nello stemma . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 43
Simboli corporativi in Ungheria . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 45
Il Barocco in Francia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 46
Il Barocco e la chiave . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 47
Chiavi di resa e chiavi da archibugio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 49
Germania e Paesi Bassi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 50
Il Settecento in Germania . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 52
La chiave nel Settecento: il Rococ . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 52
Larte delle chiavi in Inghilterra . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 53
Larte della serratura in Francia nel XVIII secolo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 55
Larte della sicurezza e la sicurezza nellarte . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 57
Inghilterra: tecniche e industria nel Settecento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 59
LOttocento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 60
Chiave: simbolo e borghesia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 62
Chiavi da ciambellano . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 63
Chiavi per aprire le porte del cuore: confraternite e clubs . . . . . . . . . . . . . . . . 64
Il futuro della chiave . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 65
LA CRITICA . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 69
TESTIMONIANZE . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 81
LE IMMAGINI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 87
Finito di stampare
febbraio 2004
Onlus - Associazione Culturale Artistica Museo del Ferro
(visitabile tutti i giorni)
via Guasco, 140/142 - 15100 Alessandria - tel. 0131.226368-22-23-74
Codice Museo 96028810065 - Cod. Fisc. NNL FNC 31M12 G230H