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UNIVERSITÀ DEGLI STUDÎ SUOR ORSOLA BENINCASA

Brigham Young University

Apolline
Project
vol.1:
Studies
on Vesuvius’
North Slope
and
the Bay
of Naples

edited by

Girolamo F. De Simone
Roger T. Macfarlane
Quaderni della Ricera Scientifica

Serie Beni Culturali


14

diretta da
Gennaro Carillo, Piero Craveri, Massimiliano Marazzi
I volumi della collana sono distribuiti da
HERDER
00186 Roma piazza Montecitorio, 120
tel. +39 06.6794628 / 6795304
fax +39 06.6784751
www.herder.it
distr@herder.it

isbn 978-88-96055-00-7
UNIVERSITÀ DEGLI STUDÎ SUOR ORSOLA BENINCASA
Brigham Young University

Apolline Project
vol.1:
Studies on
Vesuvius’
North Slope
and the Bay
of Naples
edited by
Girolamo F. De Simone
Roger T. Macfarlane
progetto grafico
Sergio Prozzillo

composizione e impaginazione
Mel Thorne, Danielle Dunaway Rowan, Noelle West Perner,
Taylor Rounzian, Kaitlyn Tolman, Joseph Sowa

tutti i diritti sono riservati


Suor Orsola Benincasa nell’Università il 2009
Napoli via Suor Orsola, 10
table of contents

11 presentazione di francesco de sanctis


13 forward by john r. rosenberg
15 saluto di francesco pinto
17 girolamo f. de simone, roger t. macfarlane
introduction

23 THE BAY OF NAPLES


umberto pappalardo
the roman villas on the bay of naples
(le ville romane nel golfo di napoli) 25
roberta belli
il ninfeo di punta epitaffio: antrum cyclopis e l’ideologia di un
imperatore
(the nymphaeum of punta epitaffio at baia: antrum cyclopis
and the ideology of an emperor) 49
rosaria ciardiello
la villa di poppea ad oplontis: decorazioni dalla repubblica
all’impero
(the villa of poppea at oplontis: decorative frescoes from
republic to the empire) 64
vincenzo franciosi
pompei: lo sviluppo urbanistico
(pompeii and its urban development) 77
mario grimaldi
l’area suburbana sud-occidentale di pompei e la villa imperiale
(the south-western suburban area of pompeii and the impe-
rial villa) 87

100 THE NORTH SLOPE OF VESUVIUS


roger t. macfarlane
vesuvian narratives: collisions and collusions of man and
volcano
(descrizioni vesuviane: collisioni e collusioni fra uomo e
vulcano) 103
maurizio bugno
echi su nola
(nolan echoes) 122

7
aniello parma
l’organizzazione del territorio rurale di nola in età romana
(the roman organization of the nolan territory) 133
matteo della corte†
augustus in his last visit to campania: capri and apragopolis;
octavianum and summa villa
(augusto nella sua ultima visita in campania: capri ed aprago-
polis; octavianum e la summa villa) 144
antonio de simone
ricerche e scavi a somma vesuviana
(field research and excavations in somma vesuviana) 157
tomoo mukai, cohe sugiyama, masanori aoyagi
osservazioni preliminari sulla ceramica comune del sito
romano in somma vesuviana, località starza della regina
(preliminary notes on the coarse ware from the roman site
of somma vesuviana, località starza della regina) 172
girolamo f. de simone
pollena trocchia: archives and field survey results
(pollena trocchia: risultati della ricerca d’archivio e
sul campo) 191
g.f. de simone, r.t. macfarlane, m. lubrano,
j.l.bartlett, r. cannella, c.s. martucci, c. scarpati, a.
perrotta
apolline project 2007: il sito romano di pollena trocchia in
località masseria de carolis
(apolline project 2007: the roman site of pollena trocchia,
località masseria de carolis) 207
eliodoro savino
l’area vesuviana in età tardoantica: modalità insediative e
strutture produttive
(the environs of vesuvius in late antiquity: modes of settle-
ment and productive structures) 240
mark johnson
the constantinian churches of campania: texts and contexts
(le chiese costantiniane in campania: testi e contesti) 247
gianluca del mastro
belisarius’ repopulation of neapolis: troccla in landolfus sagax’
roman history
(il ripopolamento di napoli dopo l’assedio di belisario. la
menzione di trocla nella historia romana di landolfo
sagace) 254
giovanni abete
note di toponomastica vesuviana: pollena e trocchia
(notes on vesuvian place-names: pollena and trocchia) 263
claudio scarpati, annamaria perrotta, giuseppe
luongo
the history of eruptions on the northern slope of somma-
vesuvius
(la storia delle eruzioni sul versante settentrionale del
somma-vesuvio) 271
8
annamaria perrotta, claudio scarpati
vulcani come distruttori e conservatori di habitat naturali ed
antropici: il vesuvio e gli insediamenti romani
(volcanic destroyers and preservers of natural and human
habitats: vesuvius and roman settlements) 279
elizabeth a.o. hunter, jeffery d. keith
formation of vesicle-hosted cu-sn-co-ag alloys in young mafic
lavas: a preliminary comparison of alkaline and oib suites 287
emilia allevato, gaetano di pasquale
archaeobotanical data from vesuvius region in the roman
period: state of the art and perspective
(dati archeobotanici dall’area vesuviana in età romana: stato
dell’arte e prospettive future) 298

312 STUDENTS’ PAPERS


rachel e.d. lambourne
the poetry of the olive: war and peace in vergil’s georgics
(la poetica dell’olivo: guerra e pace nelle georgiche
virgiliane) 315
sheridan g. green
villa ownership beyond d’arms: romans off the bay of naples
(iromani oltre le ville costiere: note sulla teoria di d’arms) 321
jonathan r. rainey
the patronage of a saint: paulinus and the cult of st. felix
(sotto gli auspici di un santo: paolino ed il culto di
san felice) 328
rebecca e. romney
paulinus of nola: classical poet-scholar with christian goals
(paolino di nola: letterato classico con finalità
evangeliche) 337
rita j. berger
facing the fire: vesuvia and the evacuation of vesuvius towns
(fronteggiare il fuoco: vesuvia e l’evacuazione dei centri vesu-
viani) 346
elliott d. wise
madonna dell’arco and the byzantine interface in
southern italy
(la madonna dell’arco e le presenze bizantine nell’italia meri-
dionale) 354
bradley d. bacigalupi
the legal processes of acquiring land for archaeological
purposes in italy: the university of tokyo’s approach at somma
vesuviana
(le procedure legali per l’acquisizione di terreni per finalità
archeologiche in italia: l’esempio dell’università di tokyo a
somma vesuviana) 365

370 COLOR FIGURES

9
presentazione

Il volume che ora vede la luce fotografa lo stato della ricerca


che l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa conduce nell’area
nordvesuviana, interposta alle città di Napoli e Nola, e specificamente
nel Comune di Pollena Trocchia.

I notevoli risultati conseguiti in nove anni di attività – risalgono


infatti al 2001 i primi passi di un percorso ancora in itinere – conferma-
no la bontà della scelta allora operata, che mira all’obbiettivo di definire
l’assetto di un ambito territoriale, vasto nell’estensione ed esiguo nelle
conoscenze, e di contestualizzarlo rispetto a quelli maggiormente noti
e celebrati della fascia costiera vesuviana e di Neapolis.
Tra le specificità del Suor Orsola è significativo il legame con il
territorio nel quale esso svolge la sua attività didattica e formativa. Le
conoscenze, che sono il frutto della ricerca, sono dati necessari alla ri-
flessione dello storico dell’Antico e al contempo brani di memoria utili
alle comunità locali per riscoprire i ‘luoghi’ del proprio passato consoli-
dando un senso di identità collettiva. Il coinvolgimento delle comunità
locali, che è d’obbligo qui ringraziare, si è espresso nella sottoscrizione
di una convenzione di collaborazione nel 2004, a monte delle ricerche
ancora in corso.

Complessi motivi di ordine storico e culturale hanno indirizza-


to per circa tre secoli gli interessi del mondo della cultura, della politi-
ca e del “comune sentire” verso l’Antico, la cui perdurante presenza è
attestata in ricche e molteplici testimonianze lungo la fascia costiera.
Nell’avvio di questa nostra ricerca vi era coscienza di incamminarsi
per nuove frontiere attraverso sentieri inesplorati, indirizzando gli in-
teressi della ricerca archeologica verso le aree interne vesuviane; per
questo fu sollecitata la partecipazione di varie e prestigiose Universi-
tà e di studiosi di diverse provenienze. Con il trascorrere del tempo la
cerchia delle collaborazioni si è progressivamente ampliata: gli scavi
avviati nel 2001 a Somma Vesuviana coinvolgevano l’Università degli
Studi di Tokyo e il Suor Orsola. Le ricerche e gli scavi in corso dal 2004
nel territorio di Pollena Trocchia registrano la collaborazione dell’Uni-
versità degli Studi di Napoli “Suor Orsola Benincasa” e della Brigham
Young University e coinvolgono studiosi di numerose Università, tra le
quali l’Università degli Studi Federico II di Napoli, l’Oxford University,
l’Harvard University.
11
Ulteriore, e non ultimo, motivo di soddisfazione è nella consi-
derazione che la ricerca in corso si salda immediatamente alle attività
didattiche del nostro Ateneo. Il cantiere di scavo e il laboratorio di cata-
logazione sono, infatti, i luoghi dove maturano i crediti didattici utili al
conseguimento dei titoli accademici degli studenti dei corsi di laurea
del triennio di base e del biennio specialistico e degli allievi della Scuo-
la di Specializzazione in Beni Archeologici condotta in convenzione
dal nostro Ateneo e dalla Seconda Università degli Studi di Napoli.

Desidero, infine, esprimere l’auspicio che il progressivo con-


solidamento della ricerca consegua ulteriori risultati quali quelli che
Apolline Project vol. 1 preannuncia.

Francesco De Sanctis
Rettore dell’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa

12
forward

In the summer of 2004 officials of the Comune di Pollena Troc-


chia oversaw the signing of an agreement that brought the Università
degli Studi “Suor Orsola Benincasa” of Naples into a partnership with
Brigham Young University. This agreement enabled the two institu-
tions to pursue a novel archaeological investigation into the ancient
civilization beneath the feet of the modern town.

The intervening period between that agreement and the publi-


cation of this present volume has involved students and faculty at Brig-
ham Young University in an exciting and unprecedented process of di-
scovery. Not only has the Apolline Project begun to unlock significant
portals to better understanding of the Late Antique civilization snuffed
out in the Vesuvian eruption of 472 AD; but, further, some of the best
efforts of international collaboration have formed new and lasting
friendships among students and faculty on both sides of the ocean.

To date three Neapolitan colleagues have taught on the campus


at Brigham Young University and a dozen have instructed the Ameri-
can students both in the venerable institution established by Suor Or-
sola Benincasa and on the slopes of the ancient volcano itself. Four
summers have found the students from BYU digging side-by-side and
learning together with increasing numbers of Italian peers. Students
majoring in Classical Studies, Italian, Archaeology, Art History, and
other disciplines have learned from selfless and enthusiastic instructors
whose passion for their disciplines has changed lives.

The energy devoted to this grand Project by our colleagues in


Naples leaves us indebted, especially in behalf of our students, for an
academic experience of tremendous lasting value.

John R. Rosenberg
Dean, College of Humanities,
Brigham Young University

13
saluto

Con orgoglio rivolgo un saluto ed un sentito ringraziamento


a quanti, ricercatori e docenti, hanno contribuito alla pubblicazione
di questa importante ricerca archeologica, dedicata al sito di Pollena
Trocchia ed alle sue enormi potenzialità. Essi, animati dal desiderio di
Sapere, hanno la capacità di percorrere nuovi sentieri nel campo della
ricerca storico-archeologica e di trasmettere agli altri le conoscenze
faticosamente acquisite.
Desidero inoltre ringraziare, nella persona del Rettore Prof.
Francesco M. De Sanctis, l’Università degli Studî “Suor Orsola Be-
nincasa” di Napoli per la collaborazione, la sensibilità e la sapiente
intuizione nell’avere promosso e condotto un lavoro che, ben oltre gli
importanti risultati scientifici, avrà sicuramente sviluppi interessanti
anche per il territorio che mi onoro di rappresentare.
Ancora una volta, attraverso lo studio e la scoperta di uno stra-
ordinario patrimonio artistico, la storia viene in soccorso al presente
ed offre per il futuro della nostra terra opportunità uniche di sviluppo
culturale, sociale ed economico; uno straordinario patrimonio artistico
che impone alle Istituzioni il compito di lavorare in sinergia e senza
esitazioni, per farlo conoscere, tutelarlo e valorizzarlo.
Obiettivo arduo ma esaltante, al cui conseguimento la pubbli-
cazione del primo volume dell’Apolline Project offre contributo certo.
Sono convinto che la passione che ha alimentato questo lavoro
sarà premiata dal gradimento di quanti, leggendo, ne faranno tesoro.
Un augurio sincero!

Francesco Pinto
Sindaco del Comune di Pollena Trocchia

15
Girolamo F. De Simone, Roger T. Macfarlane
introduction

Theoretical framework
The map of ancient Campania in the Barrington Atlas of
the Greek and Roman World, arguably the most impressive car-
tographic initiative of our day, shows nothing but topographical de-
marcations for the northern slope of Vesuvius. This section of the map
is void of human traces, except for the main branch of the Augustan
aqueduct that ran from the Apennines (Serino springs) to Misenum.
Even the best atlas of the ancient world, however, does not illustrate
fully how a region actually was, but rather depicts the perception and
reconstructive interpretation of scholars, drawing upon the literary
and archaeological evidence. Consequently the lack of features on
a map reflects solely the absence of information, with could be ex-
plained by several theories. The very scarce and scattered information
available for the North Slope of Vesuvius has led scholars to assume
that during Roman times it was almost deserted or at least less im-
portant than the famous territories of Pompeii, Herculaneum, and the
Neapolitan coast.
Indeed, there is abundant literary documentation for the coast.
The Bay of Naples is described as a “blessed, wonderful basin” (Cice-
ro), “dotted all around with cities, buildings, and plantations” (Strabo).
The Latin authors, namely the Roman senatorial class who spent much
of their leisure time in the area, connected Neapolis and the coast with
the Greek way of life, the concept of otium and, consequently, life in
the maritime villas. This explains the striking abundance of passages
about the bay and the relative scarcity of texts that refer to the hinter-
land, although these few mention estates of Augustus, Vergil, Varro,
and Cicero in the countryside.
Until recently, the archaeological record has matched the lite-
rary evidence. Since 1738 – the first year of excavation at Herculaneum
– the Vesuvian coastal sites have thrilled scholars and the European
elite. The excavations were initially encouraged by royal demand for
precious objects and frescoes, then by the desire to unveil the secrets of
daily life hidden in the houses, and today by the many questions posed
by archaeologists from around the world. Indeed, Pompeii and Hercu-
laneum offer the unique opportunity to excavate fully preserved cities
frozen in a snapshot right at the moment of the AD 79 eruption and
naturally drew treasure hunters and scholars. Yet the constant concen-
tration of resources and interest on the southern side of the volcano has
17
prevented any research on the opposite side.
One may therefore legitimately hypothesize that the lack of
information for the northern slope of the volcano is only the result of
social, cultural, and political choices and thus purely fictional. The sy-
stematic collection of the scattered accidental discoveries throughout
the past two centuries as well as the results of the first and still ongoing
excavations on the northern side confirm this theory.

The two sides of the volcano shared similar geographic fea-


tures, but they experienced different destinies. The area north of the
volcano suffered less acutely from the effects of the AD 79 eruption,
and the cities of Neapolis and Nola – to which this territory belonged
– did not receive any of the air-fall deposits that buried Pompeii. Life
went on for these cities and, as is reasonable, their territories recovered
more fully and more quickly than those on the southern side. The vol-
cano has always destroyed selectively and in AD 472 its fury exploded
towards the north-eastern quadrant afflicting the territories of Neapolis
and Nola as Pompeii and Herculaneum had suffered three centuries
before. Thus, archaeological evidence that has lain neglected on the
North Slope can tell the story of Roman Campania through the long
period of cultural development between the two eruptions. For the
span of time when Vesuvius lay dormant witnessed the expansion of
the Roman Empire, the growth of Christianity, and the first barbaric in-
vasions, symptoms of the imminent fall of the Western Roman Empire
(traditionally dated to AD 476).

The Apolline Project


In 2002, the first long-term excavation project of a Roman site
began on the northern slope of Vesuvius, the so-called Villa of Augustus
in Somma Vesuviana. The Università degli Studi Suor Orsola Benin-
casa di Napoli initiated the project while the University of Tokyo has
led the excavation. The great discoveries made at that site – statues,
frescoes, and unique architectural forms – revealed the area’s potential,
but also indicated the need for wider research on the district as a whole
in order to contextualize the splendid finds.
Two years later, in 2004, Suor Orsola Benincasa University
teamed with Brigham Young University in Provo (UT) to create the
Apolline Project. The project’s main aim was to use one of the modern
towns on the North Slope of the volcano as study case for the whole
area. The town of Pollena Trocchia was chosen because it lies on the
furthest western zone of the former crater of the Somma-Vesuvius vol-
canic complex, in the junction of the coast and hinterland. The project
proceeded through the following stages:
1. Instruction. Two special classes were taught at BYU to select
and train students for the project. The subsequent summer, profes-
sors from many universities offered classes and teaching in the field.
Professors were challenged to provide a theoretical framework for the
research on the northern slope of Vesuvius using a threefold approach:
summarising the old and new research trends on the brighter half of
18
the volcano in order to contextualize the north slope; collecting the
scarce and scattered evidence for the subject area; and finally creating
new interpretative models. Both students and professors came from a
broad range of disciplines. Thus the Apolline Project benefited from
the diversity that stimulated a multi- and inter-disciplinary approach
to research.
2. Archaeological map of Pollena Trocchia. The map has been
created by overlaying the information collected from a wide range of
sources: various published reports and previously unknown archival
records, on-field rediscovery of known sites, partial field survey, and
new discoveries. In some cases, the information collected has been
processed and used to offer new dating of known sites. This closer look
at the archaeological evidence was also used to assess the feasibility
of a complete investigation of one of the sites through archaeological
excavation.
3. Excavation at Masseria De Carolis. The third and still on-
going phase of the project consists of the complete excavation of one
archaeological site. So far, the exploration has yielded information of
considerable quality. The Apolline Project’s interdisciplinary collabo-
ration – among the many disciplines involved: archaeozoology, palae-
obotany, and volcanology – has offered and promises to offer scholars
of many different specialisations a productive partnership. Hypotheses
formed throughout the previous steps of the research and at the “Villa
of Augustus” are constantly tested on site at Masseria De Carolis. Mo-
reover, the site provides new evidence for the study of Late Antiquity
in Campania, a historical discipline that has come into its own parti-
cularly in recent years. Thus, the Apolline Project is pushing the chro-
nological boundaries of historical Vesuvian studies beyond traditional
Pompeian research.

By shifting focus from coastal Campania to sites inland, North-


slope studies can illuminate remnants of socio-political infrastructure
sharply different from the aristocratic seaside villas of the Republic or
early Empire. That field of inquiry is by no means moribund, as the
essays in this collection’s first part show by building upon nearly three
centuries of persistent inquiry into a vibrant field. Indeed, the Apolline
Project seeks to incorporate traditional Pompeian studies with the ex-
ploration of new territory on the North Slope to achieve a complete
understanding of ancient Campania.

Structure and aim of the book


The structure of the book reflects the activities of the project.
The first section explores some of the current trends in “Pompeian
studies”. These studies were meant to provide a new perspective on
already-explored themes of research for the students in the Apolli-
ne Project. The reader is invited to compare the picture provided in
this section with the evidence for the North Slope presented in the
following parts. For example, one might note the striking similarity
between the statues of Dionysus at Baiae and in Somma, or might
19
be intrigued by the differences between the villa-society described by
the ancient sources for the coast and the new evidence for country-
side villas. The second section investigates the North Slope of Vesu-
vius using various approaches, both specific and general questions,
and a broad chronological span. The third and final section has been
conceived as an appendix consisting of students’ essays. The students
have been encouraged to explore – freely but tutored by scholars – a
wide range of topics. These papers have been included as part of the
report on the academic activities of the project and our intended to
provide encouragement for young scholars. The reader may find this
section useful for its clear descriptions, up-to-date list of references,
and stimulating new hypotheses.

This book knows its own limitations. The project has ambitious
goals and this book represents the first attempt towards achieving a
comprehensive understanding of the North Slope through the colla-
boration of varied disciplines. Presenting the results of work completed
between 2006 and 2007, the book reflects the project in a multidisci-
plinary stage. Since then, study has proceeded quite successfully and
become truly interdisciplinary. For the second excavation campaign at
Masseria De Carolis (2008) has confirmed the hypotheses only ten-
tatively addressed here and opened new avenues of further enquiry.
Research is now directed by specific questions arising from the exca-
vation and thereby facilitates a more efficient and sophisticated cross-
disciplinary approach.

Acknowledgements
This project has been made possible by the unremitting sup-
port of its members. In spite of Italian bureaucratic hurdles – once
quite iconically paralleled by a scholar to the hounds biting the har-
mless deer at the eponymous house in Herculaneum – certain indi-
viduals and institutions connected with the project have managed to
overcome its practical and financial problems. We are very thankful
to all of them.
The town of Pollena Trocchia is an active member of the Apol-
line Project agreement, it provides the accommodation for the Ame-
rican students, the study and storage areas, and some help to clean up
the archaeological site at Masseria De Carolis from the trash illegally
dumped since the 1980s in the area. The former Assessore Giorgio Pa-
nico and the past and present Mayors of the town, Agostino Maione
and Francesco Pinto, have always been very supportive.
Ordinary funds of both Suor Orsola Benincasa University and
Brigham Young University have been used to face the daily practical
expenses. The Mentoring Environments Grants, Laycock Foundation
money and other resources administered by Brigham Young Univer-
sity have been used to facilitate the teaching at the University and the
participation of the American students to the project. The Office of
Research and Creative Activity has administered private donations to
a number of undergraduates, some of whom publish their research in
20
this collection. The deans in the Colleges of Fine Arts and Humani-
ties have been especially instrumental in approving funding and other
sponsorships since the beginning. The book’s layout comes through
the Humanities Publication Center at BYU, the funds for the publica-
tion are from both Universities.

Girolamo F. De Simone & Roger T. Macfarlane

21
The Bay of NAples
Umberto Pappalardo
Roman villas on the bay of Naples

The Roman villas built all around the Bay of Naples


define a great phenomenon in the history of private building.
This synchronic tour briefs the reader on highlights all round
the ‘crater delicatus’, from the Republican developments near
the port of Puteoli and Baiae, all the way round past Sta-
biae and the tip of the Sorrentine peninsula and on to island
of Capri where the villas of Augustus and Tiberius sprouted
during the establishment of the Empire. Campania Felix
has always ameliorated its seismic and geological threats by
its bounteous landscape. The author invites newcomers and
natives to investigate the many monuments to architectural
ingenuity in the shadow of Vesuvius.

The history of the area around Vesuvius and the Phlegraean


Fields teaches that this region — despite its high seismic and volca-
nic risk — was densely populated since Paleolithic times. In the early
Empire, Pompeii had at least 20,000 inhabitants; Herculaneum at least
10,000; and the population of Neapolis and Puteoli (modern Pozzuo-
li) was doubtless many times more numerous. Strabo reports that the
coastline from Neapolis to Stabiae, seen from the sea, looked like one
unbroken megalopolis teeming with dwellings. Today’s population in
the same area numbers about 2 million, and there is uninterrupted
occupation and construction, even though vulcanologists have been
anticipating Vesuvius’ next significant eruption within the next 30-300
years.
Why, then, has man been drawn so, and why are we still drawn
today to a region of such high risk? The answer is simple: natural re-
sources. Indeed, a volcano that unexpectedly wrecks death and destruc-
tion offers for many subsequent generations an undiminished flow of
abundance: the fields abound in minerals and become uncommonly
fertile — this allows for as many as four harvests per year in Campania
— an unbelievable variety and superfluity of construction materials,
the abundance of rivers, hot springs and mineral baths, and — what
is most appealing — beautiful landscapes, which are unparalleled be-
cause this volcanic area is variegated so magnificently (Fig.1).
The fertility that Vesuvius produces, the closeness of the sea,
and the lilting climate have formed and continue to develop an eco-
system that is especially favorable for human occupation. These are
the causes for the accumulation of settlements that has characterized
25
1.
Panorama of the Bay of Naples with
Mt. Vesuvius [Source for all the pictu-
res: R. Ciardiello (ed.), La villa romana
(Napoli: L’Orientale editrice, 2007)].

the Bay from antiquity until today. All this the Romans expressed in
their very simple name: Campania Felix. Julius Beloch has said ev­
erything else already in 1879 in his important book Campanien: “the
physionomie of the Bay of Naples would be unrecognizable if Vesu-
vius were removed.”1
How, indeed, would the Campanian plain appear today with­
out this magnificent volcano? It is grand and menacing, but simulta-
neously a fertilizer of land. Might we be able to picture it truly as an
immense graben, an enormous scorched pit – as the geologists say –
layers upon layers of alluvial sediments, or devoid of that characteristic
packing of villas and hamlets, devoid of those colored variegations of
little cultural preciosities?
With Vesuvius on one side and the sea on the other, already the
ancients were mindful that they were possessors of one of the most in-
viting surroundings in the Mediterranean. The Romans discussed their
love for the region in their literary sources, but they manifest that love
physically in building numerous villas from Misenum to the very cape
of the Sorrentine peninsula. Cicero called the Bay of Naples, where so
many of his peers had their villas, crater ille delicatus, “that blessed,
wonderful basin.” (Cic. Att. 2.8.2) The geographer Strabo in the age
of Augustus described the sea coast thus: “The whole bay is dotted all
around with cities, buildings, plantations, so thoroughly inter­twined
that it resembles closely a metropolis... Vesuvius looms over these
places, covered by the most beautiful plantations, all the way to its sum-
mit” (Strabo, Geogr. 5.4.8) (Fig.2).
Vergil celebrates the ager or “arable land” of Vesuvius and
Campania for its fertility, which for Strabo is directly due to its volca-
nic soil, a land that is youthful and rich in mineral substances. Other
authors detailed the results. Especially famous were the cabbages and
onions of Pompeii (Columella 10.130-136, and 12.10.1), Herculaneum’s
figs (Cato Agr. 8.1; cf. Pliny Nat. 15.72). Famous was the region’s viti-
1
K.J. Beloch, Campanien: Topo- culture (e.g. Columella 3.2 and Pliny Nat. 3.60), a fact that archaeolo-
graphie, Geschichte und Leben der gists substantiate in their discovery of Pompeian amphorae in England,
Umgebung Neapels im Alterthum
(Berlin: Calvary, 1879): 215. Gaul, Spain, Africa, even as far away as India.
26
One must not forget the manifold and abundant building ma- 2.
terials that are present in Campanian cities (tufa, lava, pozzolana sand, Tabula Peutingeriana (detail of Cam-
and so forth). All these were created by volcanic activity. The famous pania).

pozzolana, that sand the Romans called pulvis puteolanus after


the city of Pozzuoli, was a volcanic sand used in those revolutionary
underwater structures that got the late-Republican Romans thinking
about constructing their grandiose port complexes. Pompeii and Nola
are singled out for having the best makers of trapeti or “olive mills”
(Cato Agr. 135.2; cf. 22.3, where he states the cost for one), the sort we
might also use as grain mills made from so-called “lava foam.” It seems
probable that one could have found around Vesuvius’ feet one of the
greatest centers for the quarrying and export of this locally abundant
material.
It is appropriate also to mention the importance of water, the
indispensable resource for the life of ancient man. In Campania many
channels for water are even warm-water channels or broad enough to
be used for transport. On this point it is worthwhile to emphasize that
the Romans, anticipating the moderns, knew how to exploit natural re-
sources in support of their trade and industry. This is apparent in the
case of C. Sergius Orata, who engineered warm-water hanging fish
ponds (balinae pensiles) to hang above the hot springs at Baiae and
basins for cultivating oysters and other shellfish. Romans in the Empire
were especially passionate for shellfish cultivated in the warm-vapor
springs along the Bay, in the warmth of which they reproduce best.
A contemporary, M. Crassus Frugi, planned a public bath com-
plex at Torre Annunziata — a name still in use, from “the announce-
ment baths” — upon the sources of water that was a mixture of seawa-
ter and mineral hot springs. Pliny remembers the same man for having
built at Pozzuoli an artificial island for exploiting a spring of hot water
that arose from the sea there.

Political motives
Obviously, the beauty of Campania’s landscapes and the rich-
ness of its resources were not alone sufficient for increasing tourism
and travel. In fact, political tranquility was also a factor. The Romans
were always interested in Neapolis, because of its port. In 88 B.C.,
when war broke out between Marius and Sulla, Neapolis’ merchant
27
classes sided with Marius, leader of the populares, against the aristo-
cratic Sulla, whose supporters were among the great land owners, the
optimates. In what transpired during the conflict with Marius in 82
B.C., Sulla took Neapolis and his partisans slaughtered nearly all the
inhabitants absconding also with the city’s fleet. By this act Neapolis
not only lost the ancient ruling class, but the very foundations of its
economic power, its ships, were also destroyed. Therefore, in place of
the ruling merchant class a residential class began to develop itself, a
class bound to revenues and to property ownership. It was just in these
years that Neapolis began to develop its characteristic appearance as
a peaceful city, designed for otium. It also began to be frequented by
nobles and senators.
In this age the Roman senator Lucullus, at the end of his po-
litical and military career, decided to withdraw to a life of leisure and
chose the spot of Pizzofalcone and the island of Megaris for building
a spectacular villa that became famous for its fishponds and floral gar-
dens. Later, during the Empire, there transpired the welcome growth
in the Greek characteristics of the city: institutions and social groups
(phratries) were established; and the Greek language again began to
be used. Thus the quinquennial games were celebrated in the city on
the model of the Olympic Games (Italika Romaia Sebasta Iso-
lympia) with musical contests, athletics, and equestrian events. The
city fostered the active use of the Greek language. When Nero visited
Neapolis in A.D. 64 he addressed the citizens in Greek, and funerary
inscriptions in the necropolis of the Sanità are in Greek into the 2nd
3. century A.D.
Pausilypon Villa, entrance of the so-
called Cave of Sejanus. Neapolis thus becomes in the age of the Republic a sort of
“Florence of antiquity”: sought out for its tranquility, the beauty of its
4.
Pausilypon Villa, view of the Gaiola.
landscapes, the pleasantness of its climate, and its antique culture. All
this attracted aristocrats and artists in pursuit of otium. Thus, within
a few decades Neapolis developed into a city of an enterprising mer-
cantile class having before been a city of tourism and vacation. The
Neapolitan coastal region and the Phlegraean Fields became the most
desirable district for Romans of the ruling class. There they established
sumptuous leisure villas to be frequented even by the imperatores
themselves and their entourages. All the great personalities — the likes
of Marius, Sulla, Crassus, Caesar, Pompey, Hortensius, Lucullus and
Cicero — owned property there.

Campanian Villa Society


In the entire Roman west, individual villas number more than
3,000. It is impossible in most cases to identify the owner of these villas.
In Campania, on the other hand, through a series of fortunate coin-
cidences, we are well informed regarding the owners. Sometimes we
have precise details of how the attendant property was divided. From
the Augustan Age until A.D. 400 we possess 47 names of owners
through the ancient sources, but also through inscriptions, fistulae
aquariae (labels embossed on lead pipes), wax tablets and brick
stamps. This evidence thus forms a living witness of an ancient “villa
28
society” in Campania, a term defined by the American scholar John
D’Arms who probably borrowed the term from his contemporary Cal­
ifornian “villa society.”2

The Villa of Posillipo


In the age of Augustus (31 BC – AD 14), culture at Neapolis re-
ached a high point, because of the presence of poets and authors such
as Vergil, Catullus, Horace, and Lucretius. Papinius Statius, a native
of the area, was born a little later. Such aristocrats of Rome built their
most beautiful residences along Posillipo, Chiaia and the current Ca-
stel dell’Ovo. These estates were full of books, statues, marbles, rare
and precious objects acquired from merchants from Greece and the 5.
East. The most famous of these villas was that owned by Vedius Pollio Pausilypon Villa, statue of Nereid on
(d. 15 B.C.), a friend of Augustus, who later bequeathed his entire inhe- pistrix.

ritance to Augustus himself. The Greek name Pausilypon (fr. παύσα 6.


λειπῶν, “the end of concerns” or sans souci) nods in reference to Pausilypon Villa, the theater with the
kolymbetra.
the villa’s role as a place for relaxation. Vergil (70 – 19 B.C.), who inhe-
rited from his teacher Siro a small villa at Posillipo and spent the last
twenty-one years of his life there,3 was probably a guest in Pollius’ villa
and participated in several performances in the theatre of his eques-
trian patron.
The complex had a monumental entrance in the so-called
“Cave of Sejanus” (today called the “Cave of Posillipo”, Fig.3), a tun-
nel about 800 meters long that anciently united what we know now as
Coroglio with Gaiola by cutting through the hill beneath Posillipo. The
property above the tunnel extended over several terraces that descend-
ed down to the sea. The villa extended over an extremely large area and
was comprised of various buildings placed strategically for optimal sce-
nic or panoramic effect. Buildings, gardens, footpaths, spas, and slave
quarters were scattered throughout the hilltop’s slopes, while a series of
constructions closer to the sea, such as nymphaea, dining rooms, and
porticoes made up its marine sector. The ruins that came to be known
as the “School of Vergil” were situated right in an apsidal nymphaeum
on the sea (the name is derived from the medieval legend that claims
the poet learned his magical arts there.)4

2
J.H. D’Arms, Romans on the Bay
of Naples (Cambridge, MA 1970) = id.,
Romans on the Bay of Naples and
other essays on Roman Campania, ed.
F. Zevi (Bari: Edipuglia, 2003).
3
Vergil’s villa at Posillipo was located in
the second mile on the road to Puteoli and
later became the property of the poet Silius
Italicus; cf. Mart. 11.48 and 49 and Plin. Ep.
3.7.8.
4
B. Croce, Storie e leggende
napoletane (Bari: Laterza, 1919); M. Serao,
Leggende napoletane (Milano: Ottino,
1881).
29
The villa was equipped with docks for the boats that assured
rapid communication both with Neapolis and with other places along
the bay. In fact quays and docks are still visible, even though they are
submerged due to geological bradysism that causes the coastline to rise
and fall over time. Near the island of Gaiola (Fig.4), still connected to
the mainland, were placed the vivaria or hatcheries for the fish, shell-
fish, and oysters for which the villa was famous. On the terrace farther
up rose a theater and an odeon for concerts and poetry recitations.
The theatre was covered in panels of marble and could hold about two
thousand spectators. At its center, the theatre had a large fishpond for
aquatic spectacles called kolymbetra (Figg.5-6).

The Bath Complex at Baiae


Baiae too, was a renowned center of world tourism, so much so
that the philosopher Seneca felt compelled to urge his pupil Lucilius
to keep himself far from the place.5
Let every man choose his own way of life, my friend.
[…] When I had a chance, I was happy to spend time at
Baiae. I quit the place, the day after my arrival, a locale —
though endowed with certain natural gifts — to be avoided.
For, indulgence hand picked Baiae for her own showcase.
You’ll ask, “Should one cast aspersions on any location?”
Hardly. Yet, some clothing suits the wise and upright man,
some clothing does not; a man despises one color, but regards
another as badly suited to the pursuit of modesty. So, too,
Baiae is such a district that the wise man, or he who aspires
to wisdom, would shun, as it is contrary to noble pursuits. A
person contemplating refuge would never choose Alexandrian
Canopus, the town that promises everybody a good time. Ba-
iae is precisely the same. It started as a resort from vices. In-
dulgence first allows herself all manner of excess, then, as a
certain license is granted by the place, she loosens her robes
that much more. A resort that refreshes not just the body but
our character also is what we ought to seek out.
To watch drunks stagger along the shore or to behold
riotous banquets on barges in the bay or to hear the lakes
howl with the songs of orchestras or to watch all those other
acts that wanton indulgence commits… nay, acts that she
puts on for show! What need have we of all that? We must see
that we steer as far as possible from the enticements of vicious
living. Our soul needs to be hardened and dragged far from
pleasures’ lithesome charms. In one winter Hannibal, that
prodigious warrior undaunted by Alpine snows, was demora-
lized and rendered impotent by the coddling springs of Cam-
pania. In arms he was victorious, but vanquished in vices.
[…] The person who considers how important is the life of
the soul will know that he must never do anything that soft-
5
This and other Latin passages in this
ens the soul, nothing that pampers it. Which have I to gain
article are translated by RTM. in those thermal spas? Or in those saunas that trap the arid
30
7.
Museum of Baiae: reconstruction of
the nymphaeum of Punta Epitaffio.

heat that drains our bodies dry? Let all my sweat come out in
toil. […] Scipio took his pleasure more fittingly at Liternum
than he did at Baiae: a resting place of this sort must not be
received so blithely. Indeed, those illustrious men to whom
first the fortune of the Roman people bestowed public honors,
even C. Marius and Cn. Pompeius and Caesar, they built
villas around Baiae to be sure, but they built them on the
ridges of the hills. Their intention seemed strategic, to keep
watch over outstretched lands far and wide from the heights.
Note how they picked their location, where they erected their
buildings, and note the character of their buildings: you will
realize that they were not villas but military camps.6 Can you
imagine that Cato would ever have come to these despicable
places to live, to enumerate each adulteress sailing about and
every type of barge painted in brilliant colors and the whole
lake covered with roses, or to listen to singers caterwauling
all night? […] The prosecution of Baiae now must rest; yet,
we must never, I beg you dear Lucilius, never, ever cease from
grappling against the vices. Farewell.
(Seneca Epistulae 5.10)

Baiae’s characteristic moral laxity was not merely a fabrication of


Seneca’s conservative imagination. Indeed, in 1981 archaeologists found
at Baiae in the stretch of water immediately in front of the Punta Epitaffio
and almost entirely submerged by the effects of bradyseism a triclinium
(dining room) and a nymphaeum (Fig.7) outfitted with sculptures, key
features of Claudius’ villa near Baiae7. The abundance of so much con-
spicuous luxury caused Seneca again to object in a second letter to Lu-
cilius, making himself an advocate for restoring conservative simplicity
and morality: there had once been an age of honest and upright men, 6
UP: On this point it is dificult to say
there existed also an Italy that was not Baiae, like the humble town of with certainty whether Seneca is prevarica-
ting or whether he simply makes a mistake.
Literno (ancient Liternum) where Scipio had retired.8 For, the villas in question were sumptuous
The nymphaeum constructed at the base of the headland and panoramic!
7
For more details on the nymphaeum,
looks very much like a natural cave and was originally covered by a see Belli’s article in this book.
vault. A U-shaped podium in a walled precinct divided the interior 8
Seneca, Ad Lucilium 86.3.
31
8.
Herculaneum, Villa of the Papyri, map
of the building and reconstruction
(drawing by M. Vallifuoco).

space. The dining couches, klinai, were decorated with large slabs of
marble, so as to comprise one long table to accommodate more di-
ners. In the center was a rectangular basin of marble, which functioned
as a table, as the remains of food and oysters on its bottom show. The
refined appearance of the room was completed by white and poly-
chrome marble revetments with mosaic inserts of glass tesserae and
shells, by water spouts, and above all by the sculptural program in the
niches along the lateral walls, where one could see statues of the fore-
bears of the emperor Claudius. Of these only a few survive: the sculp-
ture of Antonia Minor, his mother, transformed into Venus Genetrix
who is accompanied by a Cupid; in the wall opposite were found the
sculpture of a young Dionysus with panther, those of the two little chil-
dren of Claudius and Messalina, Octavia Claudia and probably Bri-
tannicus; and in the fourth niche a statue of Dionysus wearing an ivy
crown.
Against such luxury and extravagance, one may place Seneca
once again. In a letter to his friend Lucilius he makes himself the spokes-
person for the general need for simplicity and moral uprightness. There
was once a time made by honest and worthy men. In those days, too,
there was an Italy that was not Baiae, i.e. the humble district of Litern-
um where Scipio took retirement.

I beheld the villa of Scipio built of rough-hewn stone,
the wall of the forest roundabout, and towers erected high as
a defensive work for the villa. There was a cistern beneath
the house and the woods that had capacity sufficient for the
use of an army. A little bath complex was hard-by, a dark
place inside as baths used to be in times past. Our ancestors
seemed to think that a bath wasn’t hot unless it was dark.
Great pleasure came over me, therefore, as I considered Sci-
pio’s character and my own as well: in this little corner the
great bane of Carthage, to whom Rome is indebted for having
been invaded only once, used to wash his body when he was
wearied by rustic toils. … In this hovel, be it ever so humble,
the great man lived; this floor, as common as can be, held
32
9.
Herculaneum, Villa of the Papyri, the
new excavations.

him up. But now, who could be found to endure being bathed
in these circumstances? Everybody thinks himself a pauper or
deprived unless his walls gleam with big precious ornaments,
or his Alexandrian marble walls are veneered with Numidian
panels, or some other extravagant surface treatment is laid
on to adorn them like an artificial painting. We think we’re
impoverished unless our room has a glass ceiling, or unless
marble from Thasos — once a precious detail you see only
in some temple — lines the swimming pool where we plunge
our bodies when we’re all sullied with all the perspiration, or
unless silver spigots bring the water. […] Nowadays baths are
deemed worthy habitats for moths only, if they are not some-
how outfitted so as to receive sunlight all day long through
ample windows and unless the patrons can get bathed and
tanned simultaneously, but also enjoy the view over their lands
and seas from their tub.
(Seneca Epistulae 86.4-8)

The Villas at Vesuvius’ foot


Across the Bay at Herculaneum, another sumptuous property
stretched along the coast. We know it as the Villa of the Papyri. Ver-
gil was guest at this villa, and he took part there in the meetings of his
teacher of Epicurean philosophy, Philodemus of Gadara. The building,
long known only through shafts and tunnels dug during the 18th-cen- 9
A. De Simone, “La villa dei papiri.
tury campaigns of the Bourbon kings (Fig.8), in recent years has been Rapporto preliminare: gennaio 1986 - marzo
brought partially to the light of day (Fig.9).9 Located in the suburban 1987,” Cronache Ercolanesi 17 (1987):
15-36; id., “Ercolano 1992 - 1997. La Villa
quarter of the city of Herculaneum (basically between today’s Via Mare dei Papiri e lo scavo della città,” Cronache
and the Via Cecere), the Villa stretched for a length of some 250 me- Ercolanesi 28 (1998): 7-59; id., “Il progetto
di scavo di Ercolano e della Villa dei Papiri,”
ters. The building was comprised of living quarters, a long peristyle gar- in Il Vesuvio e le città vesuviane, 1730-
den with a long fishpond in the middle, and a belvedere terrace. Until 1860: in ricordo di Georges Vallet
such time as the excavations of the Soprintendenza Archeologica di (Napoli: CUEN, 1998): 75-100; id., “Ercolano
1996 - 1998. Lo scavo della Villa dei Papiri,”
Pompei finish the work, we can enjoy the modern reconstruction con- Cronache Ercolanesi 32 (2002): 325-46;
trived by J. Paul Getty to house his museum in Malibu, California. The id., “Ercolano e la Villa dei Papiri alla luce
dei nuovi scavi,” Cronache Ercolanesi 33
Bourbon excavations led to the recovery of a magnificent collection of (2003): 301-33.
33
marble and bronze statues (today displayed at the Museo Archeologi-
co Nazionale di Napoli) and a library of hundreds of carbonized papyri.
Partially unrolled and deciphered (now archived in the “Marcello Gi-
gante” Officina dei Papiri in the Italian National Library at Naples), the
papyri preserve Epicurean texts that the presumed owner of the Villa,
the Republican aristocrat L. Calpurnius Piso, must have acquired on
the advice of his friend, the philosopher Philodemus.

The most important villas are those that lie nearest Vesuvius.
More than sixty maritime villas are known today, and new discoveries
are always coming to light. The name Oplontis,10 which in antiquity
meant the modern area of Torre Annunziata, probably derived its place
name from the Indo-European root Opl- which means “vine, or vine-
yard.” This name appears in the Tabula Peutingeriana (Fig.2), a Roman
roadmap depicting data that originates in the first three centuries A.D.
Even though Oplontis itself was long lost when the map was drawn,
the Tabula marks its spot with an icon that represents a villa.
From its dimensions alone, the villa appears to be a remarkable
monument. For it was a little smaller only than the Villa of the Papy-
ri at Herculaneum. The length was 130 m and its breadth 110 m, i.e.
covering a built area of at least 3,650 m2. This measurement does not
take into account the terraces, fishponds, gardens, etc. The complex,
to judge by its vast size, must have been developed as the property of a
Roman and not of a local member of the colony of Pompeii.
The villa complex at Oplontis is formed of two distinct nuclei:
one of the 1st century B.C., which is derived ultimately from the typical
floorplan of a domus with an atrium, with paintings in the 2nd Style,
the so-called “architectonic” style, and in the next canonical style, i.e.
during the Neronian Age. This focus of the complex is centered on a
natatio or fishpond. Today the villa’s entrance is missing, since it is cov-
ered over by the Sarno Canal, which surely traces the ancient coastal
road. The rows of plane trees also come right up to this structure in
the eastern garden. The second phase saw the construction of a new
section built with a great natatio of about 60 x 17 m (200 x 85 Roman
feet).
The most spectacular witnesses of the villa’s opulence are de-
rived from the landscape paintings, brilliant exempla of the 2nd Pom-
peian Style, found in the atrium, in the cubiculum (bed room), in
the triclinium, and in the diaeta (living room) that projects into the
garden. The decoration in the atrium is subdivided into two parts (the
clearest view is enjoyed departing from the side of the ancient entrance
and moving along the central axis of the room). The painting’s archi-
tectural features show a sanctuary surrounded by a retaining wall, in
front of which torches are placed as votive offerings, and silver perfu-
me bracelets (thymiateria), little boxes in silver, gold, and gems (py-
xides), a large caldron of beaten bronze, little votive boxes (pinakes).
The thymiateria and the pyxides, objects from the world of the wo-
10
For more details, see Ciardiello’s men, cause one to wonder whether this might have been a sanctuary
article in this book. of Aphrodite.
34
In the cubiculum, big enough for two beds, a vista opens upon a
sanctuary of Dionysos. The god was depicted in beaten bronze wearing
a crown of ivy leaves. In the triclinium the decorative scheme divides
the room into a vestibule and an informal dining room, a subdivision
that played out also in the design of the mosaic pavement. The sanc-
tuaries formed are those of Athena, Hecate/Artemis (the iconography
of bow and arrows proves this) and Hera. The columns are painted in
beaten bronze and faced with a vine branch carved in relief with inset
gems. The salon with acanthus decor shows a sanctuary of Apollo with
Delphic tripod (Fig.10), theatrical masks, and doves. The decorative
scheme of the diaeta, the room beside the garden, depicts offerings of
grape clusters, a bowl with fruit covered by a transparent silk cloth, and
glass bowls filled with quinces, and a silver pedestal-dish presenting a 10.
cherry tart. Oplontis Villa, oecus with delphic
tripod.
The gigantic fishpond, added in the age of Nero, shows off its
owners’ lofty economic status. Its border was decorated with sculpture
groups that would dazzle in the water’s reflection. Against the short side
on the east was placed a gigantic, Graecizing (i.e. neo-Attic) marble
vase with depiction of the dance of armed warriors (pyrricha). In the
body of the painting along the fishpond are drawn in vanishing per-
spective some greenhouses for exotic plants, with the walls painted
in vegetable motifs. On the opposite side of the basin were placed
some statues spaced among trees, in the style of the Villa Borghese on
Rome’s Pincian Hill. A little forest may have extended out from this
side.
The supposition that the villa could have been owned by the
family of Poppaea, the wife of Nero, is based largely on the discovery
of an Iberian amphora in the building. It states clearly the name of the
intended recipient: “Secundo Poppeae” or “for Secundus, freedman
of Poppaea”. In a service corridor one reads a large graffito in Greek let-
ters — ΜΝΗΣΘΗΙ ΒΕΡΥΛΛΟΣ — or “Remember Beryllos!” making
reference to Nero’s first teacher who, as Poppea also did, also fostered
Jewish interests contrary to the emperor’s ideas. It is highly probable
that the emperor Nero, when he visited Pompeii after the earthquake
of 62 A.D., spent some time in this sumptuous villa.

In the villas rediscovered at Oplontis, Stabiae, and on the Sor-


rentine Peninsula sumptuous luxury prevails, a sign of great prosperity
enjoyed by the owners. The standard of leisurely existence is set by the
original owner of the Villa of the Mysteries at Pompeii. For he caused
his penchant for big paintings to be depicted in the entry hall. But be-
fore we engage the salon let us look at these tenants and their purpose
for life; and let us reflect for a moment on the torcularium, that is the
room of the winepress.
Istacidius made a fortune with his wine. His great workroom
was outfitted with two presses, one of which was reconstructed in wood
by Amedeo Maiuri by piecing together the head of a goat, the animal
sacred to Dionysos the wine god. The Pompeians owed much of their
prosperity to wine. Wine from Pompeii was exported throughout the
35
world, to Britannia, Gallia, Spain, and as far as Africa and India. The
Vesuvinum they decanted from its sources is probably the same as our
modern “Lachryma Christi.”
Now let us turn to the great mural depicted in the entrance hall
(Fig.11). This room is connected to a matrimonial bedchamber and cre-
ates together with it an architectural and decorative unit. Thus, it seems
clear that the mysteries celebrated here must have had been related to
the marriage ceremony. It is thus conjectured that the mural depicts
the initiation of a young woman into the mysteries of Dionysos, after
she has been given in marriage. We do know that one of the daugh-
ters of this family, Istacidia Rufilla, was a priestess of Venus, the most
11. esteemed priesthood at Pompeii. Venus was the protectress of the city,
Pompeii, the Villa of the Mysteries, the
megalography. which was therefore called formally the Colonia Cornelia Veneria
Pompeianorum. In the mural, therefore, in addition to the situation
12. that pertains to marriage, there is the exaltation of two divinities: Dio-
Reception hall of the Villa of Fannius
Sinistor at Boscoreale (now in New nysos protects the well being that is the family’s due, and Aphrodite’s
York). presence alludes to the high social ranks reached by family members.
Halls of this type, with figures painted at about life size, existed also in
other villas. (One fantastic example was recently discovered in a villa
at Terzigno.)
In the reception hall in the Villa of Fannius Sinistor at Boscorea-
le (Fig.12), the patronus or patriarch of the house, a man who had held
important civil and military positions, had copied on the walls some
of the famous originals depicting Hellenistic monarchs that had lived
three hundred years earlier, so that he and his guests might marvel at
them above their heads in their tricilinium. According to Fittschen’s
interpretation, among others depicted was an old sage who foresaw,
as if in a vision, Macedon’s conquest of Asia. The representation is al-
legorical: Macedonia, seated in her mountains, is characterized by a
Macedonian shield with a star and by the characteristic Macedonian
36
cap. On the right appears Asia in a subordinated position. She is char-
acterized by the Persian felt-cap, her “tiara.” In the 40’s B.C., approx-
imately when these paintings were painted on the walls this historic
theme was very much in vogue. In fact, Caesar was preparing for the
expedition against the Parthians, who were living then in Persia. Step-
ping into this villa, we enter into that moment when a second Achilles
was prophesied to return, the illustrious destroyer of the Asians. Think
of that longing articulated by Vergil in Eclogues 4.36: “There will be
other wars and a great new Achilles will be summoned to Troy.”
Both the Villa of the Mysteries and the villa at Boscoreale show
architectonic painted decoration, called in archaeological jargon the
2nd Pompeian style. These paintings were already some 130 years old
at the moment of the A.D. 79 eruption. Why were these decorations
never changed for those that were more in vogue? Agnes Allroggen
Bedel has explained that by retaining the old paintings — especially in
the entrance hall and in their atria — the family probably intended to
show off the antiquity of their line, vaunting (but often even inventing)
their descent from the old aristocracies of the Republican period. In
fact, living in the villa allowed them re-entry into the lifestyle of the
aristocracy or the nouveaux riches that aped the bearing of the ari-
stocratic ranks.11 Thus, it is not peculiar that Petronius in the Satyri-
con describes the wall paintings in the house of that nouveau riche
freedman from Puteoli, Trimalchio — he who through usury made a
fortune at another man’s expense. The life of this entrepreneur, begun
after he received millions in his inheritance from his patronus, was full
of financial highs and lows, appearing in many ways similar — for the
social rank attained — to that modern capitalistic entrepreneurship we
know so well.
With part of this legacy Trimalchio added a fleet of five ships to
his company and imported wine destined for Rome. When the ships
were lost, he suffered a loss of 30,000 sesterces. Undaunted, Trimal-
chio then made himself even more wealthy by renting out plots of land
and even his wife’s precious jewelry. He undertook shipments of wine,
oil, beans, perfumes, and slaves, and in one voyage took in 10,000 se-
sterces with those means by which he could regain his lost revenues.
His economic activity made him ever more important, and Trimalchio
built himself a house. The business grew out of proportion and the en-
trepreneur went from merchant to usurer. His house was transformed
therefore into a palace with triclinia, porticoes, and rooms for the
guests. In the end his commercial organization, which had changed
from agricultural agendas to progressively encompass those of com-
merce and of usury, covered all fields of economic activity.
Let’s join the other guests in Trimalchio’s home at Pozzuoli. In
the gateway we see a porter standing, shelling peas and watching the
moneybox. A magpie in a golden birdcage hangs from the transom and
welcomes the guests to dinner.
11
P. Zanker, “Die Villa als Vorbild des rö-
mischen Wohngeschmacks,” Jahrbuch des
On our right, as we entered, not far from the porter’s Deutschen Archäologischen Instituts 94
room was a huge dog, bound with a chain, painted on the (1979): 460-523.
37
wall and above it was written in block letters “BEWARE OF
13. THE DOG.” My companions surely thought this was funny;
Silver cup with skeleton of philoso-
phers from the treasure of the Villa I, though, had to take a moment to recover my wits, and then
della Pisanella at Boscoreale. did not rest until I had surveyed the entire length of the wall.
Depicted there was a slave market with captions all along,
and Trimalchio himself was shown as a youth with flowing
hair holding a herald’s staff and entering Rome in triumph
under Minerva’s custody. Other biographical details — from
how he had learned accounting through to how he had be-
come the paymaster — were all shown painstakingly by the
inquisitive painter along with an inscription. But, then, at
the end of the portico Mercury [the god of commerce and
protector of money] was holding Trimalchio by the chin and
exalting him into his lofty judgment seat. Fortuna herself
was present along with a prodigious cornucopia and also the
three Fates, who were spinning threads of gold. […] In a cor-
ner I also saw a large cabinet, in the drawers of which were
placed silver Lares, a marble statuette of Venus, and a golden
chest of no modest proportions. In this, the people said, the
first beard of the master himself was kept safe.
I began to ask the steward of the atrium what paintings
they had inside the house. “The Iliad and the Odyssey,” he
said, “and the gladiatorial games offered by Laenas.” We had
too little time to behold this treasure-trove.
(Petronius Satyricon 29)

In front of the triclinium, where the dinner is coming together,


a steward counts the gold. The sides of the hall are adorned with the
prows of ships, an allusion to maritime commerce, while the latches
on the doorway represent the calendar and the loans made by the do-
minus. Years ago Laura Breglia noted convincingly that in the cities
of Vesuvius the minted money and the grand silver sets had not been
found in the homes (although she made an exception for the House of
Menander at Pompeii), rather for the most part in the villas. It was in
the villas, therefore, where the great concentration of capital resided.
38
For example, in the villa rustica of the Pisanella at Boscore-
ale, whose ownership was attributed to the famous Pompeian banker
Lucius Caecilius Iucundus, was discovered in 1894 the famous “trea-
sure of Boscoreale.” It is comprised of 1,037 gold pieces (the equivalent
of about 102,800 sesterces), a silver service that included 108 pieces
and much bronze, all treasures from the Augustan Age. While most of
these were given to the Louvre Museum, six pieces remained in the
Rothschild Collection. The most important pieces are the two silver
cups showing the Triumph of Tiberius and Augustus on the Throne,
other cups decorated with cupids, animals, and skeletons of philoso-
phers (Fig.13), two broaches with winged Victories performing sacrifi-
ce, a platter with the personification of Africa, and two phialai with
busts in relief.12

The phenomenon of wealth accumulated in villas is explained


in part by the fact that living in a villa was the prerogative of the wealthy;
but, further there is the fact that many villas were those same places as
those centers that were self-sustaining and productive and — much
like a Tuscan farmstead of today — produced their own authentic food-
stuffs, such as wine, oil, cheese, grain, wild game, etc. or, since they
were located on the seashore, their fisheries produced fish, mollusks,
eels, etc.
Thus, on the one hand there is the pride of self-sufficiency —
of the sort that says, “You need to try my wine!” Conversely, there was
also the interest directed at revenue. Roman society satisfied itself with
self-sufficiency in living from one’s own products. Pliny, in his villa near
Ostia, noted with satisfaction that many of his needs could be met on
his very own property. Cicero relied on his oysters as staples in his Cu-
manum, and Hortensius produced fish in his plantation at Bauli. Both
had property at Puteoli. Even if Varro underscored that fish farms of
the villas in the Phlegraean Fields emptied out the pocketbook of their
owners, he responded that he was reacquiring it, especially because the
installation of costly fishponds could transform a modest fundus into a
sumptuous property, by causing him to augment his real estate’s value.
The cultured and aristocratic Roman, educated in the models
of the patria’s fathers — such as Cincinnatus, Cato, Scipio Africanus
— fostered a genuine interest in his fields. Cicero had staffs of client
farmers and administrators, vilici et procuratores. Pollius Felix had
vineyards and arable fields on the Sorrentine Peninsula. The ability to
dedicate oneself to agriculture constituted a true status symbol. Be-
yond the economic advantage that accrued, it was noteworthy that he 12
A. Heron De Villefosse, “Le trésor de
produced also wine, oysters, eels, birds, and so forth. Just consider that Boscoreale,” Monuments Piot 5 (1899):
1-290; F. Baratte, Le trésor d’orfèvrerie
the Italian wine industry in the Imperial age supported the production romaine de Boscoreal (Paris 1986);
of ca. 10.5 million hectoliters per annum (277 million gallons) for a pre- Soprintendenza Archeologica di Pompei, Il
sumed base population of one million consumers. But, it was also said tesoro di Boscoreale: una collezione di
argenti da mensa tra cultura ellenistica
that production often became a true and proper business concern. The e mondo romano, Mostra Pompei
lands of Domitia Lepida included horrea (granaries) near Puteoli and or- 20.VIII-30.IX.1988 (Milano 1988); U. Pap-
palardo, “Boscoreale,” in Der Neue Pauly.
chards near Baiae. Poppaea Sabina owned figlinae (terracotta factories) Enzyklopädie der Antike (Stuttgart:
near Pompeii. The factory of the empress Livia produced bricks that Metzler, 1997), vol. 2 col. 750.
39
14.
The Roman villa (aka baths of the
Queen Giovanna) at the Cape of Sor-
rento in the model of Travaglini.

have been found in use at Puteoli, Neapolis, Capri, Ponza, and Cu-
mae. The importance of such evidence lies in the fact that it reveals
wealth and economic interests being developed within the villas of the
Bay even among the imperial families.
L. Plotius Plancus — probably identifiable as that same Plotius
unguentarius “the perfumer” named by Cicero or the freedman L.
Plotius Philippus who came from Capua, a center for the production
of perfumes — was betrayed when he was in hiding at Salernum by
the scent of his own perfume.13 L. Manlius Torquatus had a villa near
Cicero’s own villa at Cuma as well as interests in horrea at Puteoli
where they outfitted the ships of C. Rabirius Postumus who traded in
papyrus, textiles, and glass.
Conversely the presence of villas activated a whole network
of economies and artisans from the cities and centers of commerce:
purveyors of statues, columns, and ornaments are known at Baiae and
Puteoli, various shops of wall painters are known at Pompeii, marmo-
rarii “marble cutters” are mentioned in inscriptions, and the very arch-
itects of Campania enjoyed great reputation — Decimus Cossutius is
remembered for the Olympieion at Athens, L. Cocceius Auctus the
architect of the temple at Puteoli and of the Crypta Neapolitana, C.
Postumius C.f. Pollius left his signature on the Jupiter Temple at Ter-
racina, and M. Artorius Primus restored the great theatre of Pompeii.
Silius Italicus bought sculptures for his villa at Neapolis, Pliny says that
Ostia was near enough to satisfy his needs, and L. Marcius Philippus
could find at Puteoli what he needed to set a dinner in Caesar’s honor
for about 2,000 guests.

The Sorrentine Peninsula and Capri


The Cape of Sorrento was occupied in antiquity by a maritime
villa of the 1st century B.C. – 1st century A.D., of which today only ruins
are to be seen (Fig.14). The villa, called in popular tradition “the baths
of Queen Giovanna,” was comprised of more than the villa on the sea,
but probably also a domus farther up the hill with especially agricultu-
ral functions. The two nuclei were connected by a sloped road and a
13
Valerius Maximus 6.8.5. tunnel, while groomed terraces capped the natural outcroppings of the
40
promontory. The villa itself was reached either by land or by sea. Today
only a few traces of the domus are visible, pieces of the foundation
wall. The current roadbed of the provincial road to Massa retraces in
part its ancient route of access.
A viaduct joined the promontory to the headland itself and
passed over the entrance to the internal basin. A little further on, the
entrance opened into the rooms of the residence. These were arrayed
around a peristyle with a portico from which a series of rooms was
accessible. Still further rooms were situated at various levels on the
promontory for various purposes: the area on the East with its mosaic
pavement served as lodgings; another group of more starkly outfitted
rooms was most likely intended for service, as is shown by the presence
of a kitchen, and for the slaves’ quarters. The two nuclei were separated
by a secondary entrance from the sea that provided commercial deliv-
eries through passages to the lower buildings. This continued all the
way to the very tip of the cape.
Without doubt, the complex was outfitted also with a bath com-
plex, even if today it is impossible to determine a precise location for
it. One possibility is that it was situated near the large cisterns on the
mountainside that provided a continual flow of water.
The architecture exploits, almost to the extreme, the beauties
of the surroundings. The heights and also various panoramic axeis
transport the original project. The architect in fact uses these as archi-
tectonic axeis. The rooms offer maximum delight from the panorama
thanks to certain contrivances: walls that diverge, oversized windows,
even the sophisticated solution of a panoramic walkway around the lit-
tle portico that created above the entryway a belvedere on the apsidal
structure’s interior. The single detail that most clearly demonstrates the
designer’s eye for panoramas is the view from a natural balcony. The
owners knew how to dress nature to their advantage, for they arranged
even the docks and the fishponds scenically. A typical tendency of Ro-
man architecture is to adorn and to appropriate from nature, as also the
examples of the Grotta Azzurra on Capri and the grotto at Sperlonga
aptly show.
The two little islands to the west of Naples show wall patterns,
and it is highly probable that they were connected to the promontory
with a bridge. Considering that the promontory blocked the access to
the gulf of Sorrento, it is probable that the villa was equipped with a
lighthouse.
The productive activity of the villa, i.e. its negotium (the “absen-
ce of leisure,” or “business”) was tied both to the fields and to the sea: the
land-scape produced oil and the precious wine of Sorrento, while the sea
supplied fish, shellfish, and other delicacies desired in Roman cuisine.
In all, considering the architecture and the decor, the villa was function-
al for luxuria and for otium. Even the shady parts of the villa, which
is hanging gardens and awnings that shaded the lonely walks, reflect-
ed the desire to live well and in the most conspicuous consumption of
luxury.

41
Many believe this to be the same villa that Statius describes for us in
Silvae 2.2, “the Villa of Pollius Felix,” and attributes to that famous ci-
tizen of Puteoli. The following paraphrase gives a sense of the poem’s
scope without approaching its 146-hexameter length. Even if Statius’
poem does not refer to this villa in particular,14 the description still is
very useful for making clear analogues to the typology among all other
villas along the coast.
The villa of Pollius Felix is perched high on the headland, sur-
veying the bay from hills where the local grape fears no encounters with
Falernian vines and the vineyards proceed down terraces all the way to
the breakers. It is there that the marine nymphs come by night and steal
the clusters. Visitors who disembark on the shore, a half-moon cove
formed in among the cliffs, encounter first the baths where a stream of
fresh water rushes that plunges into the sea. In front of this the visitor
encounters the protectors of land and of sea, a sculpture of Neptune
and a little shrine to Hercules, which Pollius has rebuilt from scratch to
replace an antiquated one. Where once there was dust and sun, now
there is a sloped portico, a work of quality you might find in Rome,
built here to shade you on the climb to the rooms of the villa. From
this villa, in rooms ideally situated for each vista, one can enjoy the day
from dawn’s first light to the twilight. One wing of the house shudders
with every crash of waves, while the opposite wing ignores the tides
and prefers the silence of the open fields. An epic battle against nature
is fought over the location of the villa’s construction: some parts of the
house have been left intact, but elsewhere in place of the rocks now are
open spaces. Where earlier there was crude undergrowth, now there
are buildings, or a stand of green trees where once there was just a plot
of land. All these works are by Pollius, and the landscape exults to see
him practice dominion and give shape to the crags. Ancient statues of
bronze and of wax, paintings by Apelles, works by Phidias, Myron, and
Policletus, busts of founders, of poets, and of philosophers surround
Pollius. He has come here to withdraw from life, freed from cares, in
the serenity of his studies. It is impossible to recount all the terraces
and belvederes of the house; but each room, each window has its own
panorama. From one you can see Procida, from the next one Ischia,
another the Cape of Misenus, Nisida from yet another, and also the
temple of Venus Euploia, the island of Megaris, the Neapolitan villa of
Limon as well as that of Pollius, and also the city of Neapolis. And what
of the marble decor? The villa is richly outfitted with the most beau-
tiful stones from Greece, from Egypt, and from Phrygia — marbles
in green from Laconia, yellow from Numidia, and the whitest marbles
from Thasos, Chios, and Carystos. Blessed Pollius, who haunts Greek
Neapolis!

The Island of Capri


14
The poem itself clarifies, especially
Neapolis possessed the two important islands that close its bay:
lines 1-3, that villa it describes is situated on Capri and Ischia. Capri remained subject to Neapolis without inter-
the coast between the walls of Surrentium ruption up through Augustus, when it was annexed to imperial estate.
and the temple of Minerva, and looks across
the bay toward Puteoli. The emperor Tiberius moved his court there for a long-term stay in
42
15.
Capri, panoramic view of Villa Jovis.

the final period of his reign (from 27 until 37 A.D.), as he preferred to


govern the Empire from Capri. There he built twelve villas, each dedi-
cated to a different Olympian deity (Tacitus, Annales 4.67). His own
residence, on the eastern promontory, he named after the father of
the gods, the Villa Iovis (Fig.15), according to Suetonius. Built in a way
that made it inaccessible, this was imagined as a real imperial palace.
The villa crowns that promontory positioned opposite the Punta della
Campanella, in a position that dominates the strait of the “Jaws of Ca-
pri.” Explored already in the period of the Bourbon kings, the villa owes
its systematic excavation to Amedeo Maiuri (1932 – 1935). The building
that was brought to light extends for 7,000 square meters, even if in
reality the complex ought to have been reckoned bigger to take in the
forests, gardens, and outlying buildings and so forth. Its construction,
which was developed into terraces so as to deal with the unevenness
of the crag it is built on, was comprised of an entrance of four cipollino
columns, a bath quarter — it had the canonical elements of apodyte-
rium, frigidarium, tepidarium, caldarium along with praefur-
nium (the room with the heating elements) — slave quarters and a
43
16.
Capri, the Blue Grotto.

kitchen, service rooms and storage, and a remarkably large complex of


enormous cisterns, since the island retains no water naturally.
The residential quarter and the reception area dominate the
complex. This is reached by an entrance hall, then quarters for the Pra-
etorian Guard; from here one went to the audience hall that looked like
a theatre. A long corridor led toward the sheer precipice for a complex
consisting of a triclinium along with rooms for lounging and relaxing.
The most remarkable of these was a grand loggia of about 300 feet (92
m). West of the complex, on the peak of the mountain, there was a
construction apparently identified as the specularium or observatory
of Thrasyllus, Tiberius’ astrologer. Farther south rose the tower of the
lighthouse, which the emperor wanted built for transmitting messages
to Rome. It collapsed a few days before his death. Rebuilt in the Flavian
period, it was then covered with brickwork lanterns and outfitted as a
real lighthouse for sailors, a function it performed until the 17th century.
Near the extreme northeastern tip of the island one finds the
Blue Grotto (Fig.16). Everybody knows it, but only a few know that in
1964 a sensational discovery was made there: two statues of Poseidon
and Triton (now in the museum on the island’s acropolis) were discov-
ered in the depth of the grotto’s pool. It was completely evident that the
“Grotta Azzurra” in the Roman period served as a nymphaeum deco-
rated with statues that pertained to Damecuta’s imperial villa straight
above it.

The end of the “villa vogue” on the Bay


When then did the stylishness of these villas on the coast come
to an end? The Bay of Naples as a place for tourism was in vogue from
the period of Cicero through the Flavian period. The wealthy and
luxurious villas needed cities and it is evident that after the catastrophic
eruption of 79 A.D., with the burial of the area beneath a covering of 3
million cubic meters of volcanic material, the economic infrastructure
for the existence of villas of otium began to fail, at least in the vicinity
of Vesuvius and Sorrento.

44
Essentially contemporaneous bradyseism afflicted the area of the Phle-
graean Fields. The Portus Iulius, built in B.C. 37 was abandoned in
12, only 25 years after its extraordinarily expensive construction, eviden-
tly because it had become entirely submerged. The abandonment of
the Phlegraean Fields by the wealthy came about gradually. During the
reign of Septimius Severus there were still many villas and the region
witnessed great projects such as the construction of an imperial lake-
side palace (palatium cum stagno) by Alexander Severus (222-235
A.D.) at Baiae15 and the great villa of Symmachus in the 4th Century
at Bacoli. By 800 A.D. the general submersion of the ancient coastline
around the Phlegraean Fields was completely accomplished.16
Another reason for the abandonment may have been the
growing concentration of properties in the hands of the emperors. Un-
der Domitian most of this territory was the personal estate of the em-
perors. In this period the privileged classes built villas in other places,
such as at Formiae near Rome or at Lake Como. In the 2nd Century
they added their properties in Britannia, in Gallia, in Renania, and in
North Africa. Baiae, though, always remained as the model: in fact, the
name of Baiae was given to a holding near Utica. The crisis of the 3rd
Century, as then also the economic recovery under Constantine, had
the same relative effect. The ancient place was likely transformed in
Late Antiquity into something more heavily fortified.

The survival of the Roman villas


Is there anything in the history of private building that could
surpass the great phenomenon represented by the Roman villa?
In many ways the grand 18th-century villas of the coast in the
vastness of their design, their grand parks, and their long accesses to
the sea — here one thinks especially of the villas on the “Miglio d’Oro,”
[that Golden Mile stretching from Portici through Resina and Torre del
Greco]. These recall the luxury of the Roman maritime villas. The vil-
le rustiche, on the other hand, at the end of the Late Antique period,
became ever more fortified, in so much that they came to be isolated
in the middle of scarcely inhabited plough lands. They are represented
like fortresses in Roman mosaics from 2nd- to 4th-century North Africa.
For me, personally, I find most convincing the hypothesis put forward
most recently that a thin thread passed from the Late Antique villas to
Diocletian’s palace at Split (refurbished in 305 A.D.) and then to our
Italian castelli of the Middle Ages.

Umberto Pappalardo
Università degli Studî Suor Orsola Benincasa Napoli
umbpappa@libero.it
15
F. Maniscalco, Ninfei ed edifici
marittimi severiani del Palatium impe-
Selected references riale di Baia (Napoli: Massa, 1997).
16
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45
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timediali B. Capasso, 1997.

On the Villas of Capri


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Maiuri, A. Capri: storia e monumenti. 1956. Reprint: Roma: Libreria dello Stato,
1997. Cf. id., Capri, its history and its monuments. Guidebooks to the mu-
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On the Villa and the Castle


Guadagno, G. “Dalle ville patrizie del tardo antico ai castelli alto medievali.” In Atti
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Guadagno, G. “Dalla vita al castello.” Apollo 6 (1988): 283-298.

48
Roberta Belli
il ninfeo di Punta Epitaffio: antrum cyclopis e l’ideologia di
un imperatore

The Nymphaeum at the Punta Epitaffio: the Antrum


Cyclopis and the Ideology of an Emperor: The rediscovery in
the waters around the Punta Epitaffio at Baia of a richly de-
corated nympheum and of most its sculptural furnishings has
allowed scholars to designate this as the place of Claudius’
palatium. Indeed, Baiae, famous since antiquity for the beauty
of its location and for its therapeutic waters, was preferred
as a holiday resort by well heeled members of the Roman
patriciate in the Republic and by numerous emperors. The
nymphaeum, built on a rectagonal plan with apse, had mar-
ble pavement and walls, while the great apse at the end and
the niches opening into the long walls were decorated as an
artificial grotto with limestone attachments and sea shells.
From the area of the apse come the two sculptures showing
Odysseus with crater and a companion with wineskin, which
group must have been completed by the figure of the Cyclops
that was never found. The entire group represented the epi-
sode in Odyssey 9, the offering of wine to the monster who
had taken the Greek hero and his companions prisoners. In
the niches were placed, on one side, the statue of Antonia
Minor as Venus Genitrix, and opposite, the statue of Octavia,
daughter of Claudius, and of Dionysus with a panther and of
Dionysus with ivy crown. Other lost fragments that must have
pertained to the sculptures, which completed the Bildprogram
with powerful ideological connotations, served to legitimate
Claudius’ acceptance of power and his genealogical descent,
traced through his ancestry.

Baia è nota già nella letteratura antica per la bellezza del pae-
saggio, la presenza di fonti idroterapiche e la magnificenza dell’edilizia:
il suo nome compare già nel III secolo a.C. in Licofrone, che qui situa
la tomba del nocchiero di Ulisse, Baios, da cui deriverebbe il toponimo.
Durante gli ultimi due secoli della repubblica, inizia lo sfruttamento
delle sue risorse e la costruzione delle prime ville residenziali, alle quali
non fa seguito uno sviluppo urbanistico ma, piuttosto, un progressivo
infittirsi di dimore più o meno di lusso, tanto che non si creò mai un
vero e proprio nucleo urbano ed il centro dipese, fino al IV secolo d.C., 1
Livio XII, 16, 3-4 parla delle acque di
da Cuma1. Gli autori antichi citano le numerose ville, molte delle quali Baia come “aquae cumanae”.

49
appartenenti a personaggi di spicco dell’aristocrazia senatoria romana,
tra cui Licinio Crasso2, Giulio Cesare3, Clodia, sorella di Clodio, av-
versario politico di Cicerone4, il console Cornelio Dolabella5: si tratta-
va di abitazioni di lusso, sul tipo delle villae maritimae, dotate spesso
di peschiere, in cui si allevavano specie ittiche pregiate. La frequen-
tazione del centro continuò durante tutta l’epoca imperiale, facendo
di Baiae un luogo di deliciae, di otia, tanto che per gli scrittori an-
tichi (Cicerone6, Varrone7, Orazio8, Properzio9, Marziale10) divenne
sinonimo di dissolutezza. Anche gli imperatori amavano soggiornare
in questa località, dove esisteva, tra l’altro, un palatium, il cui primo
impianto risalirebbe a Cesare. Sappiamo dalle fonti che qui morì in
giovane età Marcello, figlio adottivo di Augusto, dopo un breve sog-
giorno trascorso in questa località amena nella speranza di guarire dal
male improvviso che lo aveva colpito; Caligola (37-41) vi fece costruire
un ponte di barche per celebrare la sua deificazione11; Claudio (41-
54) vi pronunciò un editto per confermare la cittadinanza romana al
popolo degli Anauni12; Nerone (54-68) è ricordato come patrocinatore
di un grosso progetto per la creazione di un bacino artificiale che unis-
se Miseno all’Averno13 e come mandante dell’uccisione di sua madre
Agrippina14; le sfrenatezze baiane hanno nuovo impulso con Domizia-
no (81-96) e nel II secolo sono qui attestati gli imperatori Adriano (che
qui morì nel 138 d.C.15), Antonino Pio, che qui istituì la celebrazione
di agoni quinquennali dal significativo nome di “Eusebeia” (“giochi
pii”), Commodo ma la ripresa del fasto si ebbe con Alessandro Severo
2
Plinio, Nat. Hist. XXXI, 2, 5. (222-235), che fece costruire un palatium cum stagno per la ma-
3
Cicerone, Ad Atticum, XI, 6, 6;
Seneca, Epist. 51, 11; Tacito, Ann. XIV, 93. dre Mamea16. Certamente, la presenza così assidua degli imperatori
4
Cicerone, Pro Caelio 38. fu determinante per lo sviluppo edilizio della cittadina, per la produ-
5
Cicerone, Ad Atticum XIII, 52, 2 e
XV, 13°, 11; Id. Ad Familiares IX, 12, 1.
zione artistica e per l’impulso dell’economia che vide fiorire piccole
6
Pro Caelio, 15: “accusatores e grandi imprese di carattere sia pubblico che privato. La fama di Baia
quidam libidines, amores, adulteria, si perpetuò fino al IV secolo, quando con le invasioni barbariche ed i
Baias, actas, convivia…iactant”.
7
Satira 10, 1: “quod non solum fenomeni bradisismici, che determinarono il repentino inabissamento
innupta fiunt communes, etiam veteres della costa, il sito fu progressivamente abbandonato.
puerascunt at multae pueri puella-
scunt”.
Baia, delimitata dal lago Lucrino - l’antico Portus Julius - e
8
Epistola I, I, 83: “Nullus in orbe dalla collina del Castello, si presenta come l’ampia cavea di un immen-
sinus Baiis praelucet amoenis”. so teatro dal momento che si estende sulla bocca di un antico cratere,
9
Elegia I, XI, 28: “litora…castis ini-
mica puellis”; Elegia I, XI, 29: “A pereant in parte sommersa dalle acque: tale morfologia ha favorito lo sviluppo
Baiae, crimen amores!”. di un’architettura di grande effetto scenografico, caratterizzata da pia-
10
XI, 80: “litus beatae Veneris
aureum Baiae, Baias superbae blanda
ni sfalsati lungo il pendio collinare, che per la sua diffusione su tutto
dona naturae…”. il territorio baiano fece sì che Plinio definisse l’architettura a terrazze
11
Cass. Dio., 59, 17, 2 e 11. “more baiano”, cioè “alla maniera di Baia”. A Baia, inoltre, dove lo
12
CIL V, 5050.
13
Svetonio, Nero 31, 3. stesso paesaggio è configurato con intrinseco effetto scenografico,
14
Tacito, Ann. XIV, 5. questa architettura – che aveva i suoi precedenti nei grandi santuari
15
SHA, Vita Hadr. 25, 5-7.
16
SHA, Vita Alex. Sev. 36, 9-10: “in
laziali di Fortuna Primigenia a Praenestae e di Giove Anxur a Terra-
matrem Mamaeam unice pius fuit ita cina – si realizzò con soluzioni talora nuove e di avanguardia: è, infatti,
ut Romae in palatio faceret diaetas qui testimoniato il primo esempio di ambiente a pianta circolare con
nominis Mamaeae…et in Baiano fecit
palatium cum stagno, quod Mamaeae cupola sferica nel cosiddetto tempio di Mercurio. La natura del suolo
nomine hodieque censetur: fecit et alia flegreo, la presenza di numerose sorgenti di acque calde e sulfuree fa-
Baiano opera magnifica in honorem
adfinium quorum et stagna stupenda vorì il sorgere di edifici termali: la tradizione vuole che a Baia sia stato
admisso mari”. inventato il sistema di riscaldamento degli ambienti destinati ai bagni
50
caldi, calidaria e tepidaria, e alle saune, laconica17.
Per effetto dei fenomeni di bradisismo, come detto, parte del-
l’antico abitato di Baiae, attualmente, si estende sotto la superficie del
mare fino a m 400 dalla riva: anche nel caso dei resti sommersi essi
sembrano riferibili ad edifici residenziali più che a nuclei cittadini con
strade che non riproducono un disegno preciso, delimitando isolati re-
golari, ma costruite a servizio di queste ricche dimore, come appare
evidente proprio nell’area sommersa in corrispondenza di Punta Epi-
taffio18, dove il complesso di ambienti circostanti il ninfeo è delimitato
da due strade lastricate convergenti.

A circa m 7 di profondità massima nello specchio d’acqua an-


tistante Punta Epitaffio sono stati individuati i resti di ambienti con
diverse funzioni, certamente collegati, almeno in origine, con le strut-
ture tuttora conservate, sebbene in condizioni molto precarie, lungo
le pendici della stessa Punta: si tratta di opere in laterizio e reticolato,
pavimenti in mosaico, corridoi appartenenti ad un complesso che si
estendeva sulla parte più alta della collina, oggi interrotto dalla strada
moderna, via Montegrillo. Pur nella frammentarietà dei resti conser-
vati, che non consente l’elaborazione di una planimetria generale, è
possibile formulare l’ipotesi che l’insieme, formatosi anche per l’aggre-
gazione di proprietà private passate sotto il demanio imperiale, abbia
fatto parte di quel Palatium imperiale, variamente localizzato dagli
studiosi: a tale conclusione porterebbe non solo la fastosa decorazione
del Ninfeo, costituita da innumerevoli specie di marmo, fatte venire
da ogni dove per il rivestimento delle pareti, le tarsie policrome, le
incrostazioni con conchiglie, la finzione delle rocce – elementi che,
comunque, era possibile ritrovare anche in altre lussuose ville – ma, so-
prattutto, il gruppo delle sculture, predisposto secondo un programma
iconografico preciso e la presenza tra di esse di membri della famiglia
imperiale.
Nel 1959, ad opera di Nino Lamboglia19, fondatore e diretto-
re del centro sperimentale di archeologia subacquea di Albenga, e di
Amedeo Maiuri20, all’epoca a capo della Soprintendenza di Napoli, si
iniziò una campagna di rilievo dei resti sommersi di Baia, volta all’ela-
borazione di una carta archeologica completa di tutto il fondale com-
preso tra Baia e Pozzuoli: l’attenzione si concentrò sulla zona antistante 17
Plinio, Epistulae IX, 7 attribuisce
tale invenzione a Sergio Orata, che per
la Punta dell’Epitaffio, che meglio delle altre si prestava ad essere presa primo avrebbe anche allestito vivai per
in esame anche per questioni logistiche. In questa prima esplorazio- l’ostricoltura.
ne, che proseguì anche l’anno successivo, si individuò il tracciato di 18
Il nome viene dalla lapide apposta
sulla punta dal viceré don Pedro de Toledo
una strada, che correva parallelo alla costa e lungo il quale si allinea- per ricordare le terme esistenti lungo la costa.
va in parte un lungo porticato e si affiancavano numerosi altri edifici. 19
N. Lamboglia, “Inizio dell’esplora-
zione di Baia sommersa (1959-1960)”, in
Del Ninfeo, allora quasi interamente ricoperto dalla sabbia e da grossi Atti del XIII Congresso di Archeologia
crolli precipitati dalla parte più elevata della punta, si intravedevano le sottomarina, Barcellona 1961 (Bordighera:
sommità del muro occidentale e di quello meridionale. Il meritevole Istituto internazionale di studi Liguri, 1971),
225-249.
piano di rilevamento si interruppe per mancanza di fondi ma, nel 1969, 20
A. Maiuri, “L’esplorazione archeo-
per le mareggiate che avevano smosso la sabbia del fondo marino che logica sottomarina di Baia”, in Atti del II
Congresso di Archeologia sottomarina,
ricopriva i contorni del Ninfeo, si cominciarono ad intravedere due Albenga 1958 (Bordighera: Istituto internazio-
statue poste ai lati di una grande abside che si apriva sul lato setten- nale di studi Liguri, 1961), 108 ss.

51
trionale: l’identificazione di queste due statue, Ulisse ed un compagno
con l’otre21, portò, dodici anni dopo, allo scavo regolare del complesso
sommerso, effettuato dal Centro Studi Subacquei di Napoli in quattro
campagne svoltesi tra il 1981 ed il 198222; scopo principale dello scavo
era quello di recuperare la statua del Ciclope che, certamente, doveva
completare il gruppo: tale scultura, forse asportata in antico, non è stata
mai ritrovata ma si è messo in luce un complesso di sculture di partico-
lare rilevanza per la comprensione del programma decorativo e, quin-
di, della probabile pertinenza del Ninfeo al Praetorium imperiale.
Posto quasi a diretto contatto con la base rocciosa di Punta
Epitaffio, il Ninfeo (Fig. 1) è costituito da un grande ambiente rettan-
golare, lungo circa 18 metri e largo 9, culminante in un’ampia abside
semicircolare. La pianta del Ninfeo non è regolare, forse perché con-
dizionata dall’esistenza di precedenti strutture, parzialmente inglobate
nella nuova costruzione23. Le pareti lunghe sono simmetricamente
articolate in quattro nicchie rettangolari, intervallate da lesene legger-
mente sporgenti e precedute da due aperture analoghe che, in origine,
fungevano da ingressi laterali, poi murati sbrigativamente quando il
1.
Pianta del ninfeo di Punta Epitaffio
Ninfeo fu abbandonato. Sia l’abside che le nicchie sono disposte su
(fonte: Zevi & Andreae, 123). un piano di poco più elevato rispetto al resto della sala e in esse erano
disposte, in origine, le statue. Al centro della parete opposta all’abside è
un grande arco in laterizio, anch’esso chiuso con rozza muratura nella
fase di abbandono. Lungo le pareti maggiori e l’abside corre un cana-
le, rivestito di lastre di marmo bianco, fornito di fori per la fuoriuscita
dell’acqua, mentre, nel piano centrale della sala, è presente un’ampia
cavità rettangolare – forse una vasca – che si inoltrava al di là del gran-
de arco che fungeva da ingresso principale al Ninfeo. I muri, in opus
reticulatum di tufo giallo e in laterizio, erano rivestiti di lastre marmo-
ree bianche, come di marmo bianco era la pavimentazione della sala:
all’epoca dell’abbandono tutto il rivestimento in marmo fu asportato
come le tubazioni in piombo. Al di sotto delle lastre di marmo, sono
presenti scarse tracce del rivestimento relativo alla fase originaria del
21
A. de Franciscis, “La sorpresa
sottomarina di Baia”, Il Domani d’Italia 2
complesso, databile ai primi anni del I secolo d.C., realizzato a mosai-
(1969): 48-50; A. Di Stefano, “I sommozzato- co di piccole tessere di pasta vitrea azzurre, verdi, celesti, gialle, grigie,
ri archeologici raccontano”, ibid.: 51-57; B. rosse e nere, alternate a conchiglie, secondo un modo di decorazione
Andreae, Antike Plastik XIV (1974): 74; M.
Sirpettino, Il mare di marmo (Napoli: So- caratteristico dei ninfei, come tipico è il rivestimento a “finta roccia”,
cietà Editrice Napoletana, 1980); B. Andreae, ottenuto ricoprendo le pareti con pezzi di formazioni calcaree naturali:
Ulisse: il mito e la memoria (Torino:
Progetti Museali Ed., 1983), cap. VIII.
nel Ninfeo di Punta Epitaffio la “finta roccia” fodera l’interno ed il fon-
22
B. Andreae & F. Zevi, “Gli scavi sot- do dell’esedra che, con chiaro sforzo di ricostruzione ambientale della
tomarini di Baia”, La parola del passato grotta del Ciclope, è artificialmente scoscesa ed articolata su vari livelli,
XXXVII (1982): 114-156; P.A. Gianfrotta,
“L’indagine archeologica e lo scavo”, in con le statue di Ulisse e del compagno in basso e quella di Polifemo in
Baia. Il ninfeo imperiale sommerso di alto, al culmine della scena; anche l’interno delle nicchie laterali e del
Punta Epitaffio (Napoli: Banca Sannitica,
1983): 25-48; B. Andreae, “Le sculture”, ibid.,
passaggio d’ingresso presentano lo stesso tipo di decorazione. Ancora
49-66. in situ, a testimonianza ulteriore del lusso dell’arredo e della funzione
23
Il rinvenimento di una fistula di piom- del ninfeo quale luogo di ameno soggiorno, erano, al momento dello
bo con la marca L. Pisonis ha accertato che
l’edificio, o una parte di esso, apparteneva scavo, due pregevoli spalliere marmoree di klinai, collocate simmetri-
originariamente alla famiglia dei Calpurnii camente sui due lati della piattaforma centrale, quasi in corrisponden-
Pisones e deve, perciò, identificarsi con
quella villa baiana che Nerone amava moltis-
za degli ingressi laterali.
simo frequentare. Da numerosi indizi si è potuto stabilire che il Ninfeo, già posto
52
2.
Gruppo scultoreo di Ulisse con
compagno

ad una quota più bassa rispetto agli ambienti circostanti, fu parzial-


mente invaso dal mare in una fase progredita del bradisismo, databile
agli ultimi anni del III o agli inizi del IV secolo d.C.: prima della chiu-
sura definitiva dell’ambiente, tutti i materiali riutilizzabili non ancora
coperti dall’acqua furono asportati; mentre continuò la frequentazione
degli ambienti limitrofi posti a quota superiore e non interessati ancora
dall’invasione marina. Ad un breve periodo di regressione del fenome-
no, databile intorno alla fine del VI secolo d.C., sono relative alcune
povere sepolture tardo-antiche rinvenute nel Ninfeo e negli ambienti
circostanti.

Oltre le prime due statue, durante gli scavi degli anni Ottanta,
si rinvennero altre quattro sculture, pressoché integre, il torso di una
statua maschile colossale e vari frammenti pertinenti a statue non rin-
venute che dovevano completare il programma scultoreo del Ninfeo:
Ulisse ed il compagno con l’otre erano collocati, come già detto, nella
grande abside che si apriva sul fondo della sala, insieme con la figura
del Ciclope, forse asportata in antico ma certamente presente a forma-
re un gruppo scultoreo di grande effetto scenografico; le altre sculture,
relative a membri della famiglia imperiale e divinità, erano sistemate
nelle nicchie che si aprono lungo le pareti laterali.

Ulisse che porge la coppa24(Figg. 2-3): la figura dell’eroe è


avvolta in un chitone annodato sulla spalla sinistra. La testa, le spalle ed
il drappeggio superiore del mantello, fermato sulla spalla destra da una
fibula e gettato dietro la schiena, non sono più riconoscibili per l’azione
dei molluschi. La posizione dell’eroe suggerisce che il momento della
narrazione prescelto è quello in cui Polifemo chiede ancora da bere e
domanda all’eroe il suo nome25: Ulisse, avanzando col busto retratto,
protende la grande coppa; probabilmente, con la testa guardava diritto
al Ciclope, pronto a balzare indietro al primo movimento del mostro,
24
Per la descrizione delle sculture e
l’interpretazione del ciclo scultoreo, si veda:
esprimendo in tal modo il suo coraggio ma anche una cauta prudenza: Andreae & Zevi, 114-156; F. Zevi, “Claudio e
la gamba sinistra è portata di lato e fortemente piegata all’indietro per Nerone. Ulisse a Baia e nella Domus Aurea”,
in Ulisse. Il mito e la memoria (Roma:
ancorarsi al suolo roccioso, il mantello è stato gettato sul dorso per non Progetti Museali Ed., 1996), 316-331.
intralciare i movimenti, il lato destro della figura appare quasi inerte e 25
Odiss. 9, 355.
53
paralizzato in contrapposizione col dinamismo del lato sinistro. La pre-
senza del tronco d’albero che fa da plinto alla statua e del puntello che
sorregge il braccio e la coppa attestano che l’originale a cui la statua
si ispira era in bronzo. Per la sistemazione nel Ninfeo, la statua fu tra-
sformata in una figura di fontana, praticando una canalizzazione che,
partendo dal tronco di sostegno, sbocca nel cavo della coppa.

Compagno con l’otre (Fig. 4): nudo con il piede sinistro


poggiato su di un rialzo del plinto, configurato come un suolo roccioso,
ed il busto fortemente piegato in avanti, la gamba destra è rigidamente
tesa indietro col piede rivolto in fuori per meglio ancorarsi al terreno;
sulla coscia sinistra poggia l’otre per metà pieno con le dita della mano
che lo trattiene che affondano nella morbida pelle; la testa è girata di
lato e verso l’alto, quindi non rivolta all’azione che le mani compiono
ma fissata su qualcos’altro e, cioè, sull’aspetto terrificante del Ciclope:
pur essendo scomparse le fattezze del volto, a causa dell’azione dei
molluschi, si riconoscono la bocca semiaperta e gli occhi spalancati
per il terrore, un terrore che sembra paralizzare l’intera figura. Tutta la
figura ha una forte spazialità, che si realizza nell’accentuata contrappo-
sizione degli arti e nella forte inclinazione del busto.
La collocazione delle due figure, poste alle estremità opposte
dell’abside, annulla la contrapposizione tra la padronanza di Ulisse e
l’agghiacciante paura del compagno, così come fa risultare incongrua
la loro azione: infatti, dalla sua posizione il compagno con l’otre sembra
fissare lo sguardo nel vuoto, dal momento che Polifemo era colloca-
to sul fondo dell’abside rivolto verso Ulisse, né riuscirebbe a riempire
la coppa che Ulisse porge all’estremità opposta; inoltre, anche le di-
mensioni delle due figure non sono uguali, essendo il compagno di
Ulisse più piccolo di tutta la testa: si è, dunque, ipotizzato che la loro
collocazione originaria fosse diversa, con il compagno di Ulisse che si
3. inerpica dietro quest’ultimo sul suolo roccioso in salita verso il sedile di
Statua di Ulisse che porge la coppa Polifemo, in modo da poter, al tempo stesso, riempire la coppa e fissare
4.
Statua raffigurante il compagno di il Ciclope nell’unico occhio. Tale sistemazione contribuirebbe ad esal-
Ulisse con l’otre tare i valori formali e plastici delle due figure e a spiegare le diverse di-
mensioni delle statue, dal momento che il compagno con l’otre, posto
in secondo piano e più in alto, appare prospetticamente più piccolo,
col risultato di far sembrare il gruppo più grande ed accrescerne la pro-
fondità spaziale. Questa ipotesi, tuttavia, non è perseguibile a causa dei
plinti rocciosi su cui sorgono le statue.

Frammenti. Nel 1969 si rinvennero ciocche di capelli ap-


partenenti ad una figura gigantesca, simili alle ciocche del Polifemo di
Sperlonga26, per cui è probabile che queste siano tutto ciò che rimane
del Ciclope di Baia: proprio per l’esiguità dei resti, si può ipotizzare che
la statua non sia stata distrutta ma rimossa e trasportata altrove. Indi-
zio della presenza di un’ulteriore figura a completare il gruppo è una
mano che, per somiglianza con quelle di Ulisse e del compagno, può
26
B. Conticello, “I gruppi scultorei di
soggetto mitologico a Sperlonga”, Antike essere ascritta alla statua di un altro compagno di Ulisse. Questa mano
Plastik XIV (1974), figg. 10-14. appare come contratta, con le dita aperte e distese: da confronti con
54
altre rappresentazioni di questa scena, si può dedurre che la mano ap-
partenesse ad un compagno di Ulisse, giacente ai piedi del Ciclope,
con il corpo rilasciato nell’abbandono della morte, le gambe piegate
e stese al suolo, il capo reclinato; la mano di Polifemo stringe il polso
del malcapitato, la cui mano si tende verso l’alto, con le dita protese,
in una sorta di invocazione d’aiuto27. Alla stessa figura potrebbe appar-
tenere un dito del piede che, essendo lavorato anche al disotto, non
doveva poggiare al suolo e, quindi, ben si adatterebbe alla figura di-
stesa del compagno afferrato da Polifemo, i cui piedi erano appoggiati
sul fianco.

Tra le opere più note rappresentanti la scena dell’offerta del


vino va ricordata la decorazione frontonale del tempio di Dioniso ad
Efeso28, utilizzata, però, sotto Domiziano, come decorazione di fon-
tana, il cosiddetto Ninfeo di Pollio. Nonostante che le sculture fossero
molto frammentate e danneggiate da un incendio, si è potuto rico-
struire l’intera scena formata da dieci figure: al centro è Polifemo se-
duto su una roccia, con una vittima sventrata sulla coscia sinistra, in
atto di afferrare la coppa che gli viene offerta da Ulisse, che indossa il
caratteristico chitone allacciato in vita ed il mantello gettato dietro le
spalle; seguono due compagni addetti al rifornimento del vino da offri-
re al gigante per farlo ubriacare, uno con una coppa tra le mani e l’altro
che trascina il pesante otre; a sinistra di Polifemo, sono altri tre com-
pagni dell’eroe intenti ad appuntire il palo che servirà ad accecare il
gigante; alle estremità, la raffigurazione è delimitata da due personaggi
sdraiati, raffiguranti i compagni morti scaraventati dal Ciclope contro
la parete rocciosa del suo antro. A differenza di altre rappresentazioni
simili, qui sono presenti ben tre vittime del Ciclope, di cui una in parte
già divorata e riversa sulla sua gamba sinistra, che evidenzia maggior-
mente l’aspetto selvaggio e crudele del gigante. La presenza di tracce
di rilavorazione fanno supporre che le sculture siano state adattate
successivamente al ninfeo e che in origine decorassero un qualche
altro edificio: la disposizione dei personaggi e la composizione pira-
midale suggeriscono che il gruppo fosse destinato a decorare lo spazio
frontonale di un tempio, il cui timpano aveva le misure (calcolate sulla
base dell’altezza delle sculture) canoniche di un tempio romano della
seconda metà del I secolo a.C. Durante gli scavi nell’agorà di Efeso
si è rinvenuto un tempio dedicato ad Augusto ma la cui costruzione
può essere collocata nel periodo in cui Marco Antonio aveva fatto di 27
Un’idea dell’intera composizione si
Efeso la capitale della parte orientale dell’Impero, poco prima di co- può ricavare da un rilievo al Louvre: O. Tou-
chefeu-Meynier, Thèmes odysséens dans
noscere Cleopatra e di seguirla in Egitto. La costruzione dell’edificio l’art antique (Paris: de Boccard, 1968), 24
sacro voluto da Marco Antonio per venerare Dioniso fu iniziata nel 41 ss., n. 22, tav. IV, 3; B. Fellmann, Die antiken
Darstellungen des Poleyphemabente-
a.C., momento in cui in tutto l’Oriente il triumviro veniva acclamato ners (München: W. Fink, 1972), 115 BR 13.
come nuovo Dioniso. Il gruppo frontonale (databile tra il 40 ed il 30 28
Si veda, da ultimo: B. Andreae, L’im-
a.C.) con la raffigurazione dell’episodio del Ciclope vinto dal vino, magine di Ulisse. Mito e archeologia
(Torino: Einaudi, 1983), 49-68; G. Alvino, “Il
tema che ben si adattava ad esaltare la potenza del dio, non venne mai IX libro dell’Odissea: l’offerta della coppa
collocato al suo posto: infatti, dopo la battaglia di Azio (31 a.C.), con di vino. Il gruppo fittile di Colle Cesarano e
il gruppo scultoreo di Efeso”, in Ulisse: il
la sconfitta ed il successivo suicidio di Marco Antonio, il tempio fu ul- mito e la memoria, ed. B. Andreae (Torino:
timato e dedicato ad Augusto; solo al tempo di Domiziano le statue Progetti Museali Ed., 1983), 205-209.
55
vennero utilizzate, con l’aggiunta di tubi di piombo, come ornamento
nel Ninfeo di Pollio.

Antonia Augusta (Fig. 5): l’effigie di Antonia Minore, nota


da un gran numero di immagini monetali, da un’altra statua ritratto e
da almeno 20 teste, è qui riconoscibile sia per i tratti fisiognomici che
per la capigliatura con due piccoli boccoli che discendono sulle tem-
pie da due bande rigonfie di capelli, come nel tipo che viene, appunto,
definito “con riccioletti sulle tempie”. Il ritratto di Baia è l’unico a tutto
tondo che conservi ancora il naso, di forma allungata e con la punta
arrotondata, identico a quello delle effigi monetali. Tutta la calotta
cranica è lavorata in un blocco a parte ed i capelli, a differenza delle
altre statue-ritratto, sono raccolti in una crocchia, simile a quella che si
ritrova soprattutto nei ritratti di Livia, così come ad una statua di Livia
da Pozzuoli, ora a Copenaghen29, si ispira il diadema: a traforo, lavorato
a forma di una catena di palmette diritte alternate a fiori di melograno
5. pendenti e conclusa in basso da un filo di perle. La presenza del diade-
Statua raffigurante Antonia Augusta ma indica che ci troviamo di fronte ad un ritratto postumo. La testa è
rigidamente frontale e sormonta una statua stante sulla gamba sinistra,
di forma e panneggio classici, secondo un tipo di Kore sviluppato dalla
scuola fidiaca, da cui si differenzia per la gamba destra piegata e leg-
germente portata all’indietro col piede che si posa solo con la punta,
mentre nelle statue fidiache il piede normalmente poggia con tutta la
pianta. La statua di Baia, dalla snella figura, presenta il braccio destro
disteso lungo il fianco ed il sinistro piegato ad angolo retto e proteso
in avanti; indossa un lungo chitone dalle fini pieghe ed un mantello
che, avvolgendo le anche e scendendo fino alle caviglie, risale con
un lembo fin sulla spalla sinistra per poi ricadere sul dorso in lunghe
pieghe ricurve; ai piedi, calza dei sandali. La statua è stata trasforma-
ta in una Venere Genitrice, con l’aggiunta di un Eros che posa sulla
mano sinistra e si appoggia alla spalla: anche questo è un particolare
che la differenzia dall’originale, che difficilmente poteva rappresentare
un’Afrodite, dal momento che questa divinità era caratterizzata da un
seno più prosperoso ed un panneggio meno severo30. L’Eros, ricavato
con incredibile virtuosismo nello stesso blocco della statua, presenta
la gamba destra (mancante) anteposta ed incrociata alla sinistra con il
piedino posato sul dorso dell’altro piede; il dorso della mano sinistra è
appoggiato sul fianco e il braccio destro, con il gomito sollevato in alto,
29
V. Poulsen, Les portraits romains. è posato sulle folte pieghe del manto gettato sulla spalla di Antonia; la
I. République et dynastie julienne nuca è perfettamente lisciata e senza accenno di capelli, per cui è pro-
(Copenaghen: E. Munksgaard, 1962), 73 ss.,
n. 38, tavv. 60-63. babile che i folti riccioli che caratterizzano Eros fossero lavorati a parte,
30
W. Neumer-Pfau, Studien zur in altro materiale, forse in lamina d’oro; nello stesso materiale erano,
Ikonographie und gesellschaftlichen
Funktion hellenistischer Aphrodite-Sta- probabilmente, le alucce. Il movimento sinuoso della figura rimanda a
tuen (Bonn: Habelt, 1982), 17 ss. creazioni dell’arte greca di IV secolo, in particolare il Satiro in riposo e
31
G.E. Rizzo, Prassitele (Milano- il Sauroktonos di Prassitele31ed il Pothos di Skopas32.
Roma: Treves-Treccani-Tumminelli, 1932), 34
ss., tavv. 48-55; p. 39 ss., tavv. 59-64.
32
A.F. Steward, Skopas of Paros (Park Statua-ritratto di bambina (Figg. 6-7): a grandezza natu-
Ridge (N.Y.): Noyes, 1977); Id., Skopas in
Malibu (Malibu: J. Paul Getty Museum, rale, rappresenta una bimba di sei anni che indossa un morbido chi-
1982), 16, figg. 21-22. tone, fermato sotto la vita da una fascia di stoffa, ed un mantello che,
56
gettato intorno alle spalle come una sciarpa, viene trattenuto delica- 6.
Statua-ritratto di bambina
tamente, per una cocca, dalla mano sinistra; tra le fitte pieghe del tes- 7.
suto si intravedono le tenere rotondità delle gambe. Da confronti con Statua-ritratto di bambina, dettaglio
8.
analoghe sculture33 emerge la particolarità, nella statua di Baia, che la Statua di Dioniso con pantera
veste, insieme al mantello, invece di ricoprire tutta la figura, è scivolata
giù dalla spalla sinistra scoprendo il busto infantile: tale motivo è noto
in innumerevoli rappresentazioni di Afrodite e potrebbe essere stato
qui adottato per far comprendere che, nel contesto della decorazione
del Ninfeo, esisteva uno stretto legame tra la bambina e la statua di
Antonia Minore, raffigurata come Venus Genitrix. La fanciulla por-
ta un’acconciatura caratteristica dell’età claudia34: i capelli, spartiti sul
capo, cadono sulla fronte in una frangia ondulata, mentre ai lati sono
stati arricciati col ferro; sulla scriminatura al sommo del capo è posto
un prezioso ornamento, i cosiddetti discriminalia: questo gioiello,
noto da una serie di ritratti infantili di età ellenistica e proto-imperiale,
è particolarmente prezioso nella fanciulla di Baia, denotandone l’alto
rango sociale, dal momento che è formato da due file di cinque perle
ciascuna, grandi come acini d’uva, collegate da quattro dischetti che si
devono immaginare d’oro, con un pendente a losanga, pure d’oro, che
scende sulla fronte. Pur presentando questa statua una certa somiglian-
za con ritratti di Nerone fanciullo35, la sua esecuzione può essere datata
tra il 41 ed il 48 d.C. ed assegnata alla stessa bottega che ha eseguito la
scultura di Antonia Minore per le particolarità stilistiche che accomu- 33
In particolare, una replica al Museo
Nazionale Romano: B.M. Felletti Maj,
nano le due statue, pur nella diversità cronologica dei modelli di riferi- Museo Nazionale Romano, I ritratti
mento (il V secolo a.C. per l’Antonia ed il III a.C. per la fanciulla). Di (Roma: De Luca Edizioni d’Arte, 1953), 86,
questa fanciulla non sono noti altri ritratti ma, per la sua collocazione n. 155; A. Giuliano, Museo Nazionale
Romano. Le sculture. I (Roma: De Luca
nel programma decorativo del Ninfeo, potrebbe essere identificata con Edizioni d’Arte, 1981), 7 ss., n. 6.
Octavia Claudia, figlia di Claudio e di Messalina36. 34
L. Funée-van Zweet, “Fashion in
women’s hair-dress in the first century of
the Roman Empire”, Bulletin antieke
Dioniso con pantera (Fig. 8): fu ritrovata in posizione di beschaving 31 (1956): 1-22.
caduta e con la base, su cui erano i piedi, posta davanti alla prima nic-
35
U. Hiesinger, “The portrait of Nero”,
American Journal of Archaeology 79
chia del lato orientale, per cui è possibile stabilire con certezza la sua (1975): 118 ss., tavv. 19, 27 e 20,29.
collocazione. La statua, pur appartenendo ad un tipo abbastanza co- 36
B. Andreae, “L’imperatore Claudio a
Baia”, in Baia. Il ninfeo imperiale som-
mune, non assomiglia a nessuna delle altre repliche, per cui va ritenuta merso di Punta Epitaffio (Napoli: Banca
una rielaborazione romana “in stile”. Il panneggio del manto abban- Sannitica, 1983), 70.
57
donato sul pilastro mostra grande affinità con quello delle altre statue,
così come il tralcio di vite con foglie e grappoli d’uva pendenti, legato
intorno al collo della pantera che gli è al fianco, pur non essendo della
stessa finezza, mostra uno stile molto simile a quello della decorazione
sulla coppa di Ulisse.

Dioniso con corona d’edera (Fig. 9): a differenza delle


altre statue che erano collocate su basi poste sul piano delle nicchie,
questa vi era fissata con un lungo perno, per cui non cadde come le
altre, trascinate dall’acqua marina ed adagiatesi sul fondo, bensì crol-
lò insieme con la parete e la volta dell’edificio, spezzandosi in molti
frammenti. Pur nell’incompletezza della ricostruzione, l’insieme della
figura è perfettamente leggibile mostrando analogie ma anche diversi-
tà con l’altra statua di Dioniso, così come non trova riscontri esatti nelle
numerose rappresentazioni di questa divinità: l’impostazione del corpo
9. appare più aderente ai canoni classici anche se tutto il modellato appa-
Statua di Dioniso con corona d’edera re più conforme ad un manierato classicismo che alla libera espressività
che caratterizza l’altro Dioniso, così come più rigido e anatomicamen-
te meno perfetto è il trattamento del corpo. Si è anche ipotizzato che
la scultura non facesse parte dell’originaria decorazione del Ninfeo ma
tale ipotesi è contraddetta dalle dimensioni e da tanti particolari tecnici
e stilistici che rendono la statua molto simile alle altre: evidentemente,
all’interno della stessa bottega lavoravano diversi scultori, come appare
del resto ovvio per la realizzazione di un programma scultoreo di tali
dimensioni, e chi ha realizzato questo Dioniso era più interessato e più
abile nella resa decorativa, come appare dalla fine lavorazione della
corona che cinge la testa del dio e nell’attenta rappresentazione della
pelle ferina che gli copre le spalle.

Oltre queste statue, più o meno interamente conservate, sono


stati trovati altri frammenti, pertinenti ad altre sculture che erano collo-
cate nelle nicchie che si aprivano lungo le pareti laterali.
Torso di statua drappeggiata sui fianchi, nella forma in cui
correntemente si facevano ritrarre i membri della famiglia imperiale
nei primi tempi dell’impero: in considerazione del programma sculto-
reo del Ninfeo, è probabile che questa statua rappresenti Augusto.
Braccio destro maschile, piegato al gomito e sollevato
nell’atteggiamento tipico delle statue appoggiate alla lancia. Certamente
non era pertinente al torso, che era nudo, mentre questo sembra meglio
adattarsi ad una statua loricata, in cui il punto di attacco tra la spalla ed
il braccio era coperto dallo spallaccio, come sembra suggerire il taglio
netto che appare sulla parte superiore di questo braccio37: anche in que-
sto caso, sulla base del programma decorativo, possiamo ipotizzare che
appartenesse alla statua di Druso Maggiore38, marito di Antonia Minore,
37
K. Stemmer, Untersuchungen zur la cui statua era collocata nella terza nicchia della parete occidentale.
Typologie, Chronologie und Ikono-
graphie der Panzerstatuen (Berlin: Mann, Mano destra di fanciullo, farfalla di marmo e fram-
1978). mento di base circolare: sono questi gli unici ma significativi
38
L. Fabbrini, “Il ritratto giovanile di
Tiberio e l’iconografia di Druso Maggiore”, frammenti della scultura che occupava la terza nicchia della parete
Bollettino d’arte 49 (1964): 304-326. orientale del Ninfeo. Sebbene la farfalla, priva dell’ala sinistra, fosse
58
davanti alla nicchia e la mano paffuta di fanciullo, priva delle dita, sul
fondo della vasca ma in corrispondenza della stessa nicchia, possiamo
supporre che in origine i due frammenti fossero insieme per la presenza
di un piccolo puntello sulla mano che sembra combaciare con un dei
quattro attacchi che sono presenti sulla farfalla: il fanciullo afferra, con
atteggiamento ricercato e delicato ad un tempo, la farfalla per un’ala,
e i tre attacchi che questa presenta sul lato anteriore corrispondevano
all’indice, al medio e all’anulare, mentre il mignolo era teso, e una bar-
ra di sostegno saldava al palmo della mano la fragilissima ala dell’in-
setto. Per analogia con molti altri monumenti, si può affermare che
la farfalla rappresenta Psiche, mentre la mano che l’afferra è quella di
Eros γλυκύπικρος, cioè l’amore dolce-amaro, che teneva Psiche in
forma di farfalla sopra la fiamma di un thymiaterion, estinguendone
al tempo stesso l’ardore con le sue lacrime39. Che anche la base fosse
pertinente alla stessa scultura è dato non solo dalle dimensioni, adatte
a contenere una statua di bambino, ma anche per la presenza di un
rialzo con resti di un perno su cui dobbiamo immaginare, per analogia
con rappresentazioni analoghe, che vi fosse fissato un thymiaterion
realizzato in materiale diverso, forse bronzo. Dal momento che tutte le
sculture, ad eccezione dei due Dioniso, sono concepite come statue-
ritratto, anche per questo Eros dobbiamo pensare che si trattasse del
ritratto di un membro della famiglia imperiale e l’unico personaggio
che ben si adatta al contesto decorativo del Ninfeo è Britannico, fra-
tello di Ottavia Claudia minore di un anno, unico maschio nato dal
matrimonio di Messalina e Claudio.

Certamente spettacolare e suggestiva doveva apparire agli oc-


chi degli ospiti la decorazione del Ninfeo: entrando in barca, tramite la
grande vasca-canale centrale, dall’accecante luce solare esterna, essi si
immergevano in un’atmosfera caratterizzata dalla penombra, in cui, tra
pareti decorate a “finta roccia”, si stagliava il candore delle statue mar-
moree e tra tutte giganteggiava, quasi nel suo ambiente naturale, il grup-
po dell’offerta del vino a Polifemo da parte di Ulisse. Gli ospiti sdraiati a
banchetto tra lo zampillare di fontane e piatti che galleggiavano lungo il
canale che corre tutt’intorno non vedevano, però, solo una lussuosa de-
corazione scultorea ma captavano il messaggio che in essa era insito.
Certamente dominate era il gruppo collocato nell’abside che
si apriva sul fondo. Il soggetto dell’ubriacamento del Ciclope, tema
trattato nel IX libro dell’Odissea, aveva avuto grande fortuna nella ce-
ramografia greca di VII secolo a.C., come mostrano un anfora da Eleu-
si (680-670 a.C.)40 e il cratere di Aristonothos41 da Caere di poco po-
steriore. Questo momento così drammatico delle avventure di Ulisse
mette bene in evidenza il carattere dell’eroe, che non si lascia vincere
dall’impulso ma pondera bene le sue mosse per assicurare la salvezza
a sé e ad almeno una parte dei suoi compagni: se, infatti, avesse ucciso
subito il Ciclope non sarebbe, poi, stato in grado di spostare il pesante
macigno con il quale il gigante aveva chiuso la sua dimora, condan- Meleagro, Ant. Pal. 12, 132 ss.
39

E. Simon, Die griechischen Vasen


40
nando, comunque, sé ed i compagni a quella morte che, per altri versi, (München: Hirmer, 1976), tav. IV, pp. 41 ss.
stava cercando di evitare; ricorrendo al dono prezioso che Dioniso gli 41
Simon, tav. 19.

59
aveva fatto, fa ubriacare Polifemo, pur sapendo che nel frattempo alcu-
ni compagni sarebbero stati divorati, ricorre all’astuzia di dire al gigan-
te che glielo chiede che il suo nome è Nessuno, stratagemma che lo
salverà quando il Ciclope infuriato chiederà l’aiuto dei suoi consimili,
e fa appuntire ed arroventare un palo, col quale accecherà il mostro
che, ancora vivo, cercherà furioso l’autore del gesto, aprendo l’ingresso
dell’antro ed assicurando, così, la fuga ai greci nascosti sotto le pance
dei montoni. Come già in altre occasioni, Ulisse “temporeggia”, per
così dire, analizzando le singole azioni ed il loro risultato e preferendo,
se ciò è più vantaggioso, l’astuzia al confronto diretto. Proprio per que-
ste caratteristiche del suo carattere, la fortuna di Ulisse declina durante
l’età classica, quando gli si preferisce Achille od Aiace, maggiormente
rispondenti all’ideale eroico dell’epoca. Solo in età ellenistica l’imma-
gine di Ulisse riprese vigore, per affermarsi in età romana, con una
netta predilezione per l’episodio dell’offerta del vino a quella dell’ac-
cecamento. Certo, tale episodio ben si adattava ad essere raffigurato in
un ninfeo a destinazione tricliniare, dove l’offerta del vino nel gruppo
scultoreo poteva essere letta come un naturale invito al banchetto. Con
tale significato è, certamente, utilizzato in dimore signorili di partico-
lare lusso ma nel Ninfeo di Baia esso si presta ad una lettura più sottile:
secondo alcuni studiosi42, il posto di Claudio era proprio sotto la figura
di Ulisse, il che spingeva gli ospiti ad identificarlo con l’eroe, famoso
per audacia ed astuzia, particolarmente amato dall’imperatore tanto
che per questo verrà deriso da Seneca in un suo libello satirico; non va,
però, dimenticato che Ulisse, tramite Telegono, il figlio avuto da Cir-
ce, era il capostipite della gens Claudia, allo stesso modo in cui Enea,
attraverso Iulo Ascanio, era considerato fondatore della gens Iulia, il
che si ricollega al programma decorativo del resto del Ninfeo a chiaro
sfondo dinastico. Un’ultima considerazione va aggiunta: scegliendo
un soggetto che, come detto, era stato voluto da Marco Antonio per
decorare il tempio di Dioniso ad Efeso, Claudio rivendicava la sua di-
scendenza dal triumviro (nonno materno dell’imperatore), ponendosi
così in antitesi ad Augusto, col quale era ugualmente imparentato43,
ma al quale era potuto succedere solo per mancanza di eredi di diretta
discendenza dalla famiglia Giulia.
La galleria di ritratti di famiglia, da un lato gli antenati e dal-
l’altro i discendenti, era certamente legata alle complesse relazioni di
parentela dell’imperatore Claudio con Augusto e con la potente ed
aristocratica famiglia dei Claudii, di origini sabine, che dai tempi di
Augusto era stata respinta in secondo piano dalla scena politica. Clau-
dio, infatti, era figlio di Antonia Minore, nipote di Augusto, e di Druso,
nato dal matrimonio di Livia con Tiberio Claudio Nerone: pertanto,
nel diritto di famiglia non era considerato come un Giulio ma come
un Claudio e non aveva, dunque, diritto alla successione che, in questa
prima fase imperiale, avveniva per discendenza diretta da Augusto; lo
42
Andreae, L’immagine di Ulisse,
164. stesso Tiberio, fratello di Druso, poté succedere ad Augusto solo per-
43
Augusto era il fratello di Ottavia, ché egli fu adottato da Augusto, il che giuridicamente equivaleva ad
moglie di Marco Antonio, e, quindi, zio di
Antonia Minore, figlia di Ottavia e Marco
una discendenza di sangue. Con l’uccisione di Caligola nel 41 d.C.,
Antonio e madre di Claudio. Claudio – che fino a quel momento era stato tenuto lontano dalla
60
politica per la sua salute cagionevole – fu acclamato imperatore dai
pretoriani. Ciò spiega la scelta dei personaggi raffigurati nelle statue
collocate nelle nicchie della parete occidentale: ad un’estremità era
collocata la statua, di cui resta solo il torso, nella quale si è riconosciuto
Augusto; al suo fianco doveva essere posta una statua di Livia; vicino a
Livia era Antonia Minore e, nell’ultima nicchia, Druso. Antonia, ele-
vata poco prima del suo suicidio al rango di Augusta dal nipote Ca-
ligola, porta il diadema, segno del suo rango; è vestita come una dea
e porta sulla mano un Eros che la qualifica come Venere Genitrice,
cioè come personificazione di quella Venere che la gens Julia onorava
come progenitrice: in effetti, fu lei, col suo matrimonio con Druso, ad
unire il sangue dei Giulii a quello dei Claudii, assicurando la continuità
di sangue con la casa di Augusto. Su questo lato del Ninfeo, dunque,
Claudio poneva sotto gli occhi dei suoi ospiti la sua discendenza divina
e la sua stretta parentela con il fondatore della dinastia.
Sulla parete opposta, erano collocate nelle nicchie interne, fian-
cheggiate e contemporaneamente protette da due figure stanti di Dio-
niso giovanetto, le statue dei due figli di Claudio e Messalina, Ottavia
Claudia (nata nel 39/40 d.C.) e Britannico (nato nel 41 d.C.): la fanciulla
è vestita come Venere, per ricordare che ella discende dalla stirpe di Ve-
nere, così come, per lo stesso motivo, il fanciullo è rappresentato come
un Eros. Questi due discendenti di Venere fanno apparire evidente
come le speranze della dinastia siano assicurate e, soprattutto, provano
che anche nelle vene del loro padre, Claudio, scorre quel sangue giulio
che l’autorizzò ad accedere al principato come successore di Augusto,
Tiberio e Caligola. Appare, dunque, evidente che tutta questa fastosa
decorazione volta a legittimare un potere ha senso solo se collocata nel
Praetorium di Claudio e non nella casa di un membro dell’aristocrazia
che, in tal modo, esprimeva il suo ossequio all’imperatore.
Per quanto riguarda le statue di Dioniso, esse possono essere
interpretate come semplici statue decorative, adatte ad un ambiente
conviviale, ma esse sono anche connesse con il gruppo dell’offerta
del vino al Ciclope, creando un legame tra le sculture dell’abside e la
galleria di ritratti familiari; inoltre, rappresentano una sottile allusione
all’associazione tra Dioniso e la scena dell’inebriamento di Polifemo
che si ritrova nel tempio di Dioniso ad Efeso voluto da Marco Antonio.
Qualche studioso44 ha proposto una lettura religiosa, riconoscendo
nell’intero ciclo scultoreo un messaggio di speranza escatologica di vita
oltremondana, richiamata dalla presenza di non viventi: la scena odis-
siaca simboleggia il potere di Dioniso che permette ad Ulisse di vince-
re il Ciclope e di riemergere dall’antro alla luce e alla vita. Secondo tale
interpretazione, la figurina tenuta da Antonia Minore non rappresente-
rebbe un Eros, bensì Thanatos, con allusione al suo suicidio, così come
la farfalla andrebbe posta nelle mani di Ottavia, trasformando questa
statua-ritratto in senso funerario.

Roberta Belli 44
M. Gigante, “Thanatos e non Eros
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61
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63
Rosaria Ciardiello
la Villa di Poppea ad Oplontis:
decorazioni dalla Repubblica all’Impero

The Villa of Poppea at Oplontis: decorative frescoes


from Republic to the Empire: This article analyzes the deco-
ration of the residence of the Poppaei at Oplontis, by helping
to learn from this decoration the function and fulfillment of
the residence’s grand and beautifully articulated structure.
The villa is a marvelous example of a Roman villa built for
otium and for luxuria (leisure and ostentation). Here all the
*Per i preziosi suggerimenti desidero
ringraziare il Prof. U. Pappalardo, M. Grimal- contemporary refinements of architecture, of landscape ar-
di, M. Notomista e I. Varriale. chitecture, of painting and of sculpture were applied wisely
1
P. Williams Lehmann, Roman Wall
Paintings from Boscoreale in the Me-
toward creating a peaceful refuge for the owners.
tropolitan Museum of Art (Cambridge
Mass.: Archaeological Institute of America,
1953); M.L. Anderson, Pompeian Frescoes
Le città di Pompei ed Ercolano non sono le uniche depositarie
in the Metropolitan Museum of Art di un patrimonio pittorico di grandissima importanza storico-archeo-
(New York: Metropolitan Museum of Art, logica in quanto tutto il territorio vesuviano era in antico occupato da
1987); M. Frommer, Göttliche Fürsten in
Boscoreale. Der Festsaal in der Villa lussuose ville di straordinaria ricchezza decorativa, come ad esempio
des P. Fannius Synistor (Mainz am Rhein: quelle di Boscoreale1, Boscotrecase2, Terzigno3 e Somma Vesuviana4.
von Zabern, 1992); V.J. Bruno, “The Marie-
mont fragments from Boscoreale in color”,
Le ville suburbane offrono infatti straordinarie possibilità per la rico-
in Functional and spatial analysis of struzione dei contesti ovvero per la comprensione della pittura in rap-
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Boscotrecase: three studies in the relationship mali5. Tali considerazioni, insieme alle eccezionali dimensioni della
between writing and painting”, Metropoli-
tan Museum Journal 28 (1993): 13-45. cosiddetta Villa di Poppea ad Oplontis, l’esempio più ampio e ricco
3
C. Cicirelli, “Terzigno”, in Storie di villa suburbana che si conosca, fanno supporre che essa fu proprietà
da un’eruzione. Pompei, Ercolano,
Oplontis, edd. A. D’Ambrosio, P.G. Guzzo,
di un romano e non di un personaggio locale, né tanto meno dell’ari-
& M. Mastroroberto (Milano: Electa, 2003), stocrazia sannitica, ormai espropriata dei suoi beni dalla deduzione
200-221. della colonia a Pompei avvenuta ad opera del dittatore Silla nell’80
4
M. Aoyagi, “Η Επαυλη του
Αυγύστου στη Somma Vesuviana”, in a.C (Figg.1-2).
ΠΟΜΠΗΙΑ. Η ΘΑΜΜΕΝΗ ΠΟΛΗ, ed. T. La villa è probabilmente ascrivibile al patrimonio immobiliare
Cevoli (Atene: Corpus, 2005), 140-143.
5
Cfr. J.H. D’Arms, Romans on the
della moglie dell’imperatore Nerone sulla base di alcune iscrizioni che
Bay of Naples. A Social and Cultural farebbero riferimento a personaggi della corte imperiale. L’attribuzio-
Study of the Villas and Their Owners ne è legata infatti al rinvenimento di un’anfora iberica e di un piatto
from 150 B.C. to A.D. 400 (Cambridge
Mass.: Harvard University Press, 1970); Idem, in terra sigillata italica sui quali si legge dipinta l’iscrizione: “Secundo
“Ville rustiche e ville d’otium”, in Pompei Poppeae” ovvero “a Secondo, liberto di Poppea”. In un corridoio di
79. Raccolta di studi per il decimonono
centenario dell’eruzione vesuviana, ed. servizio, inoltre, è graffito a lettere greche “ΜΝΗΣΘΗΙ ΒΕΡΥΛΛΟΣ”
F. Zevi (Napoli: Macchiaroli, 1979), 65-86. ovvero “Beryllos si ricordi” con riferimento ai sentimenti filogiudaici di
64
1.
Oplontis, Villa di Poppea, panoramica.
2.
Oplontis, Villa di Poppea, pianta.

6
Si veda a proposito delle iscrizioni
e dell’attribuzione della Villa a Poppea: A.
Maiuri, “Note di topografia pompeiana”,
Rendiconti della Accademia di archeo-
logia, lettere e belle arti, Napoli XXXIV
(1959): 73-88; A. de Franciscis, “Beryllos e la
villa ‘di Poppea’ ad Oplontis”, in Studies in
Classical Art and Archaeology (Locust
Valley (N.Y.): J.J. Augustin, 1979), 231-234; A.
Varone, “Le iscrizioni”, in Pompei. Abitare
sotto il Vesuvio (Ferrara: Ferrara Arte,
1996), 200-201; L. Fergola & M. Pagano,
Oplontis: le splendide ville di Torre
Annunziata: itinerario archeologico
(Torre del Greco (NA): T&M, 1998); P.G.
Guzzo & A. Fergola, La villa di Poppea
ad Oplontis (Milano: Federico Motta,
2000); L. Fergola, “Oplontis”, in Storie
Poppea in contrasto con le idee dell’imperatore Nerone6. Un’altra iscri- da un’eruzione. Pompei, Ercolano,
Oplontis, edd. A. D’Ambrosio, P.G. Guzzo,
zione, incisa su un dolio, menziona la fabbrica di L. Arriano Anfione di & M. Mastroroberto (Milano: Electa, 2003),
proprietà della stessa Poppea alla quale è stato, tra l’altro, attribuito il 152-153; L. Fergola, Oplontis e le sue ville
ritratto femminile in marmo rinvenuto nel giardino7(Fig.3). (Pompei (NA): Flavius, 2004), 13.
7
Sul ritratto attribuito all’imperatrice si
Lo scavo sistematico della villa è cominciato solo nel 1964 an- veda: S. De Caro, “Sculture nella villa di Pop-
che se già tra il 1839 e il 1840, nel corso dei lavori di sistemazione del pea in Oplontis”, Cronache Pompeiane II
(1976): 184-224; A. de Franciscis, “La dama
canale del Sarno, gli scavatori borbonici si erano introdotti in alcune di Oplonti”, in Eikones. Studien zum
zone del complesso (peristilio [32] e portico [40])8. griechischen und römischen Bildnis
Al momento dell’eruzione, l’edificio era probabilmente disabi- (Bern: Francke, 1980), 115-117; S. De Caro,
“The Sculptures of the Villa of Poppea at
tato e in fase di restauro a causa dei danni del terremoto del 62 d.C. Oplontis. A Preliminary Report”, in Ancient
Nessuna traccia di abitanti e di oggetti mobili atti ad usi domestici è Roman Villa Gardens (Washington D.C.:
Dumbarton Oaks Research Library and
stato infatti finora ritrovato, mentre il materiale costruttivo ed orna- Collection, 1987), 79-133. Oggi si pensa piut-
mentale è stato rinvenuto fuori posto, ammassato come in attesa di tosto ad Antonia Minore, moglie di Druso.
A tale proposito si veda da ultimo Fergola,
essere ricollocato. Ad esempio le statue di centauri e centauresse e di Oplontis e le sue ville, 90-91.
un bambino con oca sono state rinvenute sotto il portico (33) mentre le 8
Per le notizie sull’individuazione delle
basi dei primi si trovavano nel giardino e il secondo doveva essere posto evidenze archeologiche a Torre Annunziata
si veda: R. Liberatore, “Delle nuove ed
nel peristilio (32, Fig. 4). Sotto il portico (33) erano collocati, inoltre, antiche terme in Torre Annunciata”, Annali
capitelli da restaurare, ed alcune colonne del grande portico (60) erano Civili del Regno delle Due Sicilie XII
(1834): 95-109; M. Pagano, “Planimetrie
state momentaneamente depositate nel salone (21). borboniche della villa A e di quella di C.
Il primo nucleo della villa, la cui struttura discende dalla ti- Siculius”, Rivista di Studi Pompeiani
pologia della domus ad atrio, risale alla metà del I secolo a.C. In età V (1991-92): 219-221; M. Pagano, I diari di
scavo di Pompei. Ercolano e Stabiae di
augustea la villa subì alcune modifiche e furono ridecorati numerosi Francesco e Pietro La Vega (1764-1810)
ambienti. In età neroniana furono realizzati importanti lavori di am- (Roma: L’Erma di Bretschneider, 1997), 84;
Fergola, “Oplontis”, 152; Idem, Oplontis e
pliamento in opus reticulatum con l’aggiunta di un nuovo quartiere le sue ville, 14-21.
abitativo posto ad oriente ed incentrato su una natatio, di circa 60
65
3. metri di lunghezza (200 piedi romani) e 17 di larghezza, circondata da
Oplontis, Villa di Poppea, Ritratto diaetae e portici. Questo ampliamento sembra, almeno apparente-
raffigurante la cd. Poppea.
4. mente, non rispondere a precisi canoni di equilibrio architettonico così
Oplontis, Villa di Poppea, Statue di evidenti nella prima fase. Nel caso della Villa di Poppea, le ragioni di
centauri dal giardino.
tali scelte non vanno ricercate in necessità orografiche bensì piuttosto
nella ricerca di distaccarsi da canoni precostituiti privilegiando solu-
zioni più libere che rispondessero meglio ad esigenze funzionali e allo
stesso tempo estetiche.
L’enorme piscina e le sculture in marmo mostrano l’alto livel-
lo economico dei proprietari. Presso la natatio lungo il lato breve ad
ovest era posto, ad esempio, un gigantesco cratere neoattico in marmo
pentelico con una raffigurazione della danza di guerrieri armati (“pir-
rìchio”).
La maggior parte delle sculture sembrano derivare da modelli
greci come il “bambino che strozza l’oca”, il cui prototipo è stato rico-
nosciuto in un’opera di Boethos di Calcedonia (II secolo a.C.), o l’Afro-
dite che si allaccia il sandalo da un originale di III secolo a.C. Queste
erano collocate secondo una sequenza che lascia presupporre un pre-
ciso programma decorativo9: su di un lato la statua di Eracle10, di un
Efebo11 e di una Nike12 e dall’altro, a nord, una seconda Nike gemella,
unAmazzone o Artemide o Atalanta13, un altro Eracle gemello del pri-
mo14 e numerosi capitelli corinzieggianti che dovevano sormontare le
colonne in marmo cipollino del porticato attorno alla natatio15.
Un noto passo di Plinio16 relativo a statue del tipo dell’efebo
oplontino conferma che per i Romani più che l’esatta, filologica identi-
ficazione delle figure, era importante la loro simbologia del mondo del
ginnasio: “placuere et nudae tenentes hastam ab epheborum
e gymnasiis exemplaribus quas Achilleas vocant”. Le sculture
9
R. Ciardiello, “Η γλυπτική στην attorno alla piscina dovevano quindi ricreare un ambiente atletico per-
περοκή του Βοζούβιου”, in ΠΟΜΠΗΙΑ.
Η ΘΑΜΜΕΝΗ ΠΟΛΗ, ed. T. Cevoli (Atene: fettamente credibile viste le dimensioni della natatio, in cui i giovani
Corpus, 2005), 108-113. romani potevano gareggiare nel nuoto o nella corsa nel viale sotto gli
10
De Caro, “The Sculptures”, 102, n. 13.
11
De Caro, “The Sculptures”, 104, n. 15.
occhi propizi degli dei e degli eroi protettori.
12
De Caro, “The Sculptures”, 106, n. 16. Tale visione era in armonia con le tendenze ellenizzanti della
13
De Caro, “The Sculptures”, 110, n. 18. cultura romana tardo-repubblicana e con le idee sulla gioventù della
14
De Caro, “The Sculptures”, 102, n. 14.
15
Sulle sculture della Villa si veda da ulti- politica augustea che si esprimeva nell’istituzione di giochi e di asso-
mo Fergola, Oplontis e le sue ville, 88-99. ciazioni sportive o paramilitari e nella parallela promozione di costru-
16
Plin., N.H. 34,18.
zione di edifici sportivi, quali le grandi palestre di Pompei ed Ercolano,
66
5.
Oplontis, Villa di Poppea, Decorazione
in II stile dall’atrio.

dove il futuro “civis Romanus” potesse formare “mens” e “corpus”.


Non va peraltro dimenticato che l’esplorazione di questo giardino non
è ancora terminata e che il rinvenimento da un lato di un ritratto di
bambino17, dall’atro di due basi e di sentieri trasversali al margine est
dello scavo, lasciano intuire un’articolazione ancor più complessa.
Le meraviglie del giardino di questo quartiere non sono esauri-
te giacchè va ancora ricordato l’allestimento dell’area (92) sulla quale
si aprivano le finestre del raffinato ambiente ottagonale (78), con pareti
rivestite da uno zoccolo in marmo sormontato da pannelli di legno in- 17
De Caro, “The Sculptures”, 112, n. 19.
tarsiato. Da qui il proprietario poteva mostrare agli ospiti le splendide 18
Plin., N.H. 12,13.
sculture poste attorno alla piscina. 19
Per il motivo della “porticus triplex”
e i confronti con le pitture pompeiane: Vitr.,
A nord dell’edificio, sul lato che guardava la campagna e le de arch., VI, 7, 13-15; Varr., Rerum rust. I,
pendici del Vesuvio, l’architetto progettò di estendere il nucleo più 13, 3; Plin., Epist., V, 6; cfr. K.M. Swoboda,
antico della villa, tra l’ingresso, l’atrio (5) ed il salone (21) con un viale Römische und Romanische Paläste:
eine architekturgeschichtliche Unter-
fiancheggiato da siepi di arbusti, forse bosso. Il bosso era molto amato, suchung (Wien: Anton Schroll, 19242); A.
soprattutto per formare siepi e alberelli tagliati a figure cui gli antichi Boethius, The Golden House of Nero:
some aspects of Roman architecture
davano il nome di “opus topiarium” e ne attribuivano l’ “inventio” (Ann Arbor: University of Michigan Press,
al cavaliere G. Matius vissuto alla fine del I secolo a.C.18. All’estremità 1950), 113-114.
nord di questo viale convergevano certamente altri due (si è scavato
20
De Caro, “Sculture”, 198-219; De
Caro, “The Sculptures”, 88 ss., nn. 1-4.
solo quello est), più larghi e fiancheggiati da arbusti, che in linea obli- 21
Il tema degli animali del bosco e
qua si dipartivano simmetricamente dalle estremità dei due bracci (33) degli esseri mitici che lo popolavano (Satiri,
Sileni, Fauni) fu prediletto nella decorazione
e (34) della “porticus triplex” che forma il prospetto nord dell’edi- dei giardini antichi, specie quelli posti nelle
ficio19, quasi a continuare nel verde la passeggiata iniziata all’ombra piccole case di città come Pompei. Cfr.
del colonnato. Non c’è dubbio che alla convergenza dei tre sentieri, H. Döhl, “La scultura”, in Pompei 79.
Raccolta di studi per il decimonono
e quindi sull’asse ottico di chi entrava nell’atrio, vi fosse un elemento centenario dell’eruzione vesuviana, ed.
dominante, forse un’edicola o un tempietto, sul tipo di quelli presenti F. Zevi (Napoli: Macchiaroli, 1979), 201-210;
E.J. Dwyer, Pompeian Sculpture in its
nelle pitture di II stile, con funzione di fontana, giacchè una canaletta Domestic Context. A Study of Five
è stata rinvenuta accanto alla moderna scaletta di accesso allo scavo. Pompeian Houses and Their Contents
(Roma: Giorgio Bretschneider, 1982); D.K.
Nelle due aree rettangolari delimitate da questi viali, erano collocate, Hill, “Some Sculpture from Roman Domes-
quattro statue-fontane in marmo di centauri e centauresse20. Le sta- tic Gardens”, in Ancient Roman Gardens
tuette erano in deposito nel vicino ambulacro del portico, ma il rinveni- (Washington: Dumbarton Oaks, 1981), 81-94;
B.S. Ridgway, “Greek Antecedents of Garden
mento delle basi in situ ne prova la originaria collocazione. Esse costi- Sculpture”, in Ancient Roman Gardens
tuivano certamente un’allusione al tema mitologico della “famiglia dei (Washington D.C.: Dumbarton Oaks, 1981),
7-28.
centauri” e nello stesso tempo suggerivano all’ospite colto l’antinomia 22
De Caro, “The Sculptures”, 90, n. 5.
tra civile e selvaggio21. 23
De Caro, “The Sculptures”, 92, n. 8.
Anche i sentieri obliqui erano arricchiti da sculture come erme, 24
È stato rinvenuto solo il pilastro dell’er-
ma: De Caro, “The Sculptures”, 94, n. 9.
inserite in macchie di arbusti, raffiguranti Afrodite22, Dioniso fanciul- 25
de Franciscis, “La dama di Oplontis”;
lo23 e adulto24 e due ritratti di una donna25 ed un giovane26. De Caro, “The Sculptures”, 92, n. 7.
26
De Caro, “The Sculptures”, 90, n. 6.
Non solo le dimensioni, ma soprattutto i principi architettonici
67
6.
Oplontis, Villa di Poppea, dettaglio del
pavone dall’oecus (6).

applicati tanto nella composizione dei volumi edilizi quanto nelle aree
a verde fanno dell’edificio uno dei più significativi a noi noti dal mondo
romano. L’esplorazione dei giardini, che ha accompagnato lo scavo,
ha mostrato che la parte architettonica e quella verde furono conce-
pite l’una in funzione dell’altra, e certamente l’architetto fu anche un
“topiarius” ovvero un creatore di giardini27. Va inoltre sottolineata la
funzione svolta in questo contesto dalle sculture, disposte secondo pre-
cisi programmi decorativi, e dalle pitture di giardino, per lo più dipinte
sulle pareti dei giardini reali ad ampliarne illusionisticamente gli effetti.
La villa si presenta, sotto il profilo architettonico, come un complesso
armonicamente strutturato, concepito per blocchi, con ambienti che
rispondono sempre a criteri di funzionalità e con soluzioni interne che
garantiscono la comunicazione tra i vari nuclei abitativi. Agli ambienti
tradizionali si affiancano saloni e diaetae tra loro abilmente collegati
27
Cfr. W. F. Jashemski, The gardens of mediante portici rendendo il complesso di proporzioni inconsuete.
Pompeii: Herculaneum and the villas
destroyed by Vesuvius (New Rochelle
La villa appare insomma una mirabile fusione di ogni compo-
N.Y.: Caratzas Brothers, 1979), 289-314; W. nente della cultura architettonica e decorativa romana28 nella quale
Jashemski, “Recently excavated gardens and senza dubbio occupano un posto rilevante le rappresentazioni pitto-
cultivated land of the villas at Boscoreale
and Oplontis”, in Ancient Roman villa riche, il cui straordinario stato di conservazione è dovuto, oltre all’in-
gardens (Washington: Dumbarton Oaks Re- trinseca qualità delle decorazioni, sicuramente al fatto che allo scavo
search Library and Collection, 1987), 31-75.
28
La villa appartiene al tipo che gli
è immediatamente seguito il restauro. Le pitture appaiono collegate
antichi chiamavano pseudourbano, cfr. all’architettura e si rapportano alla funzione alla quale era destinata
Vitr., de arch., 6, 5, 3: “in urbe atria proxima ogni singola stanza.
januis solent esse, ruri autem pseudourbanis
statim perystilia, deinde tunc atria habentia L’atrio, ad esempio, trasformato dalla decorazione in II stile in
circum porticus pavimentatas spectantes ad un sontuoso palazzo ellenistico con tre porte, come in una quinta tea-
palaestras et ambulationes”; cfr. il commento
di D. Mustilli, “La villa pseudourbana erco-
trale, era lo spazio destinato al ricevimento dei clientes ed era quindi
lanense”, in La villa dei Papiri, II suppl. il luogo al quale era affidata l’autorappresentazione del proprietario
Cronache ercolanesi 13 (1983): 14-15 e note della casa (Fig.5). La decorazione austera e grandiosa con le imagines
37-38.
29
Si pensi alle imagines clipeatae clipeatae suggeriva l’importanza del dominus e della sua famiglia;
presenti nella decorazione in II stile dell’atrio qui doveva essere esibito lo stemma imaginum con i ritratti degli an-
della villa oplontina nelle quali si è supposto
di riconoscere gli “antenati”; D. Scagliarini
tenati, le cui raffigurazioni talvolta erano esposte nel larario e talaltra
Corlaita, “La pittura parietale nelle domus erano affidate alla decorazione parietale29. Le architetture fantastiche
e nelle villae del territorio vesuviano”, in descritte da Vitruvio30 come aedificiorum figuras, columnarum
Romana Pictura, ed. A. Donati (Milano:
Electa, 1998), 57-64. et fastigiorum eminentes proiecturas riprodotte in pittura avevano
30
Vitr., de arch. VII 5, 2. infatti lo scopo non di creare un mondo diverso ma esclusivamente di
68
far apparire più ampio e sontuoso lo spazio interno.
I vani di rappresentanza o pubblici e i vani privati appaiono di-
versificati non solo per la maggiore ricchezza decorativa ma per il fatto
che i primi tendono a presentare caratteri conservativi ed austeri men-
tre i secondi si prestano a ospitare innovazioni pittoriche31. Ambienti
come i cubicula, ad esempio, sono luoghi nei quali più facilmente
potevano essere sperimentate soluzioni decorative nuove. Il cubicu-
lum (11) pur presentando decorazioni stilisticamente vicine a quelle
dell’atrio mostra un rimpicciolimento dei motivi architettonici (colon-
ne, architravi, edicole) accanto ai quali compaiono ad esempio paesag-
gi come sulla parete nord o nelle lunette. Nella decorazione parietale
del cubiculum l’artista, all’interno di finte architetture simmetrica-
mente disposte, ha quindi utilizzato paesaggi, resi attraverso l’utilizzo
di formule ripetitive, come punti sui quali far focalizzare l’attenzione
dello spettatore. Il fatto che i pittori ripetano le stesse immagini in dif-
ferenti contesti (nel pannello sovrapporta dell’atrio, negli scorci late-
rali del cubiculum [11], al di sopra dei finti marmi nel triclinio [14] e
7.
nell’oecus [23]) non solo lasciano immaginare l’utilizzo di cartoni ma Oplontis, Villa di Poppea, dettaglio del
indicano che non c’era alcuna intenzione poetica o filosofica nella rap- vaso in vetro con melograni dall’oecus
presentazione paesaggistica. Il lavoro consisteva esclusivamente nel (23).
8.
realizzare un insieme che rispondesse alle richieste del committente. Boscoreale, Villa di Fannio Sinistore,
Solo con il III stile, quando il paesaggio diventa il soggetto centrale del- dettaglio del vaso in vetro con melo-
grani dal cubicolo.
la decorazione, esso acquisisce un valore ideologico32.
La presenza di più copie dello stesso soggetto potrebbe lasciar
credere che esistessero papiri illustrati con scene figurate oppure veri 31
È il caso della decorazione a fondo
bianco della Villa Imperiale a Pompei: U.
e propri album33. I libri potrebbero infatti essere serviti anche da “vet- Pappalardo, “Die Villa Imperiale in Pompeji”,
tori” specifici per la trasmissione di determinati schemi figurativi che, Antike Welt 16 (1985): 3-15; Idem, “La Villa
Imperiale a Pompei: rapporto preliminare”,
dall’età ellenistica, sembrano avere arricchito prima i testi scientifici Dialoghi di Archeologia s.3, 5,2 (1987):
e poi quelli letterari. Lo scambio reciproco fra illustrazione dei testi 125-134; Idem, “La bottega della Villa
e testimonianze pittoriche risulta particolarmente evidente nelle raf- Imperiale a Pompei”, Mededelingen van
het Nederlands Historisch Instituut te
figurazioni di II stile dove si trovano composizioni la cui dipendenza Rome 54 (1995): 177-190; Idem, “I mosaici
dall’illustrazione di libri sembra suggerita dalla apposizione dei nomi della Villa Imperiale a Pompei”, in Atti
del IV colloquio dell’Associazione
dei protagonisti o da elementi tipici del repertorio teatrale (strutture Internazionale di Studi Mosaico
sceniche, personaggi mascherati, maschere etc.)34 (Fig.6). Antico (AISCOM) (Ravenna: Edizioni del
D’altra parte il rapporto con il teatro è ipotizzabile non solo per Girasole, 1996), 541-554; Idem“I cicli pittorici
nella Villa Imperiale a Pompei”, in I temi
il parallelismo tra architettura reale e pittura, ma anche per la congruità figurativi nella pittura parietale antica
tematica. La pittura rispecchierebbe quanto afferma Vitruvio35 a pro- (Imola: University Press Bologna, 1998),
271-274; Idem, “Les cycles picturaux de la
posito della scenografia che prevedeva prospettive di case, colonnati e Villa Imperiale a Pompéi”, Mélanges de
paesaggi corrispondenti ai generi della commedia, della tragedia e del l’Ecole Française de Rome 113,2 (2001):
dramma satiresco. In tal modo si sarebbero conferiti alla casa i medesi- 897-912; U. Pappalardo & M. Grimaldi, “La
cronologia della Villa Imperiale a Pompei”, in
mi principi morali attribuiti ai diversi generi teatrali36. Otium. Festschrift für Volker Michael
L’esistenza di schemi non è indicata dalle fonti antiche e non Strocka (Remshalden: Bernhard Albert
Greiner, 2005), 271-274.
esistono due pareti identiche per sintassi e dettagli. In mancanza di 32
J.R. Clarke, “The early Third Style at
uno schema, è quindi possibile immaginare che i pittori, partendo da the Villa of Oplontis”, Mitteilungen des
modelli di base e moduli fissi per lo stesso elemento decorativo, inven- Deutschen Archäologischen Insti­
tuts, Römische Abteilung XCIV (1987):
tassero al momento la soluzione che pareva loro migliore in rapporto 267-294; Idem, “Landscape paintings in
allo spazio da decorare e in base alle richieste. È probabile quindi che il the Villa of Oplontis”, Journal of Roman
Archaeology 9 (1996): 81-107.
committente indicasse al pittore quali erano i suoi desideri e che que- 33
Tale è l’idea di K. Schefold, “Bilder-
sti realizzasse uno schizzo nel quale erano presentati anche i colori da bücher als Vorlagen römische Sarcophage”,

69
usare, essenziali per l’adattamento all’ambiente e per stabilire il costo
della decorazione.
Il confronto sistematico di dettagli appartenenti ad ambienti
diversi nella stessa casa o anche di case diverse ha mostrato che questi
sono spesso replicati per gruppi. Sebbene i pittori rispettino modelli
decorativi, è molto raro incontrare esempi in cui essi riproducano gli
stessi sistemi. Diventa perciò difficile riconoscere le singole mani sulla
base di considerazioni puramente formali. È possibile raggruppare più
decorazioni accomunate dalla dilatazione e dall’ingrandimento dei
più frequenti elementi pittorici37.
Proprio l’identità di alcuni particolari secondari nella figurazio-
ne spingono a chiedersi se siano stati ottenuti mediante un ausilio tec-
nico. Potrebbe essere ipotizzabile che ciascun pittore possedesse mo-
delli dettagliati e che li riproducesse per committenze diverse oppure
che questi modelli circolassero tra vari pittori. La seconda ipotesi lasce-
rebbe immaginare la trasmissione di iconografie attraverso cartoni. In
effetti però le coincidenze notate ad esempio tra i dettagli della Villa di
Boscoreale e quella della Villa di Oplontis mostrano che le due decora-
zioni non sono identiche nel loro insieme ma per gruppi di particolari.
9.
Ciò rende improbabile che sia stato usato un cartone unico per tutta
Oplontis, Villa di Poppea, disegno sche-
matico del vaso in vetro con melogra- la parete mentre lascia ipotizzare che fossero utilizzati schemi con sin-
ni dall’oecus (23), dis. M. Notomista. gole parti della decorazione che riposizionate e variate di dimensioni
10.
Boscoreale, Villa di Fannio Sinistore, davano vita ad un’architettura solo in apparenza differente (Figg.7-10).
disegno schematico del vaso in vetro L’inventiva dei pittori romani consentiva un veloce utilizzo di
con melograni dal cubicolo, dis. M.
Notomista.
schemi diversi combinati variamente, sfruttando elementi di numerosi
modelli e articolandoli in una sorta di patchwork. È proprio la molte-
plicità di combinazioni tra gli elementi tradizionali che rende difficile
Mélanges d’archéologie et d’histoire de
stabilire la sequenza cronologica delle decorazioni di II stile38.
l’École française de Rome. Antiquité
LXXXVIII (1976): 759-797; E. Moormann, A ciò si aggiunga che la decorazione pittorica sembra svolgere
“La pittura romana fra costruzione architetto- anche la funzione di definizione degli spazi, fatto che interagisce con
nica e arte figurativa”, in Romana Pictura:
la pittura romana dalle origini all’età il lavoro dei pittori che variano il loro repertorio, tecniche, materiali,
bizantina, ed. A. Donati (Milano: Electa, schemi, motivi e colori in funzione dei diversi spazi da decorare39.
1998), 14-32.
34
Il testo teatrale, per sua stessa natura
Ad esempio l’attenzione a distinguere le funzioni statiche da
destinato ad essere tradotto in immagini, quelle dinamiche è particolarmente evidente nelle decorazioni di II
meglio di altri si prestava alla redazione stile all’interno delle quali può essere messo in evidenza uno schema
figurativa, che poteva essere ulteriormente
influenzata dalla rappresentazione. Schefold, decorativo specifico per i triclini e per i cubicoli. La decorazione delle
759-797; K. Weitzmann, “An enamelled Glass pareti, e coerentemente anche quella dei pavimenti, divide virtualmen-
Beaker with a Scene from New Comedy”,
Antike Kunst 24 (1981): 39-49; G. Cavallo,
te il vano in due parti, ciascuna con un proprio asse di fuga prospettico
“Libro e cultura scritta”, in Storia di Roma per le architetture dipinte: una parte più prossima all’ingresso destinata
IV: caratteri e morfologie (Torino: Einau- al movimento e una più interna riservata ai letti e quindi alla sosta pro-
di, 1989), 693-734; E.F. Ghedini, “Trasmis-
sione delle iconografie”, in Enciclopedia lungata, dimostrando così che ogni momento della vita domestica si
dell’arte antica classica e orientale II condivideva con la pittura40.
suppl. vol. V (Roma: Istituto della Enciclope-
dia Italiana, 1997), 823-837.
Straordinarie e complesse appaiono quindi queste scenografie
35
Vitr., de arch. VII 6, 9. in II stile delle quali stupisce il rigore geometrico dei progetti nel misto
36
A tale proposito si veda Anderson sulle di immagini fantastiche e concretezza dei volumi. Partendo da alcuni
pitture del cubicolo da Boscoreale; per le
diverse posizioni sulla questione Moormann, dati e mettendo in relazione spazi reali con spazi dipinti, si è tentata di
18. U. Pappalardo & A. Capuano, “Immagini recente una ricostruzione in assonometria isometrica41. Non trattan-
della città nella pittura romana: visioni fanta-
stiche o realtà architettoniche?”, in Imaging
dosi di uno spazio fisico reale, si ipotizza infatti che l’immagine con-
ancient Rome: documentation, visuali- tenesse forzature finalizzate alla resa d’insieme che rimandano a una
70
11.
Oplontis, Villa di Poppea, Decorazione
in II stile dall’oecus (6).
12.
Oplontis, Villa di Poppea, riproduzione
della decorazione in II stile dall’oecus
(6) con i principali punti di fuga (da
Bucci De Santis – Capecchi 2004).

zation, imagination (Portsmouth: Journal


of Roman Archaeology, 2006), 75-90.
37
I. Bragantini, “Una pittura senza
maestri: la produzione della pittura parietale
romana”, Journal of Roman Archaeology
17 (2004): 131-145.
38
Un esempio può essere la Villa dei Mi-
steri dove le differenze di composizione della
decorazione tra i vari ambienti fanno pensare
a momenti cronologici molto distanti tra loro
e quindi lasciano immaginare una presenza
di pittori nella Villa per almeno un quarto di
costruzione fantastica e irrealizzabile. Spesso le decorazioni parietali secolo, mentre è più semplice immaginare
che le decorazioni di tutti gli ambienti in II
mostrano porticati che non hanno né inizio né fine, che alludono a un stile siano coeve e che le differenze siano
“oltre” che non svelano e non sempre gli elementi architettonici rispet- dovute esclusivamente all’utilizzo di modelli
diversi.
tano le proporzioni proprie dell’architettura romana com’è codificata 39
Scagliarini Corlaita, “La pittura
dalla trattatistica classica, né dai frammenti visibili negli affreschi si può parietale”.
risalire univocamente a una tipologia determinata. 40
H. Drerup, “Bildraum und Realraum
in der römische Architektur”, Römische
Per creare una relazione tra spazi reali e spazi immaginari, si è rea- Mitteilungen 66 (1959): 147-174; D.
lizzata pertanto una ricostruzione con la tecnica dell’assonometria isometri- Scagliarini Corlaita, “Spazio e decorazione
nella pittura pompeiana”, Palladio 23-25
ca, rappresentando le pareti dipinte come un vetro, attraverso cui sono in (1974-1976): 3-44.
contatto spazi reali e spazi virtuali (Figg.11-13). 41
La ricostruzione che qui si presenta
Come la prospettiva è per definizione legata allo sguardo di chi tratta dal volume di D. Mazzoleni & U. Pap-
palardo, Domus. Pittura e architettura
disegna, così l’assonometria è una tecnica geometrico-grafica che ha la d’illusione nella casa romana (Verona:
pretesa di essere “oggettiva”, di rappresentare ciò che è, indipendentemen- Arsenale, 2004) non ha la pretesa di restituire
un’immagine oggettivamente determinata,
te dall’osservatore. Si tratta di una proiezione all’infinito, in cui gli oggetti visto che lo spazio rappresentato nelle
mantengono le loro caratteristiche metriche, a prescindere dalla loro posi- pitture parietali romane ha solo una funzione
zione nello spazio e indipendentemente dalla posizione dell’osservatore. illusionistica. In particolare si veda il saggio
di L. Bucci De Santis & S. Capecchi, “Sulla
L’assonometria, dunque, pur essendo un tipo di rappresentazione ricostruzione degli spazi rappresentati in
astratta in quanto offre immagini che non si propongono mai nella realtà alcune pitture parietali romane”, in Domus.
Pittura e architettura d’illusione nella
all’occhio umano, conserva un forte grado di immediatezza e leggibilità casa romana, edd. D. Mazzoleni & U. Pap-
anche per i non esperti. palardo (Verona: Arsenale, 2004), 402-410.
71
13.
Oplontis, Villa di Poppea, Restituzione
in assonometria isometrica della de-
corazione in II stile dall’oecus (6) (da
Bucci De Santis – Capecchi 2004).

La ricostruzione proposta ha quindi dimostrato che le regole


di rapporto dell’illusione sono le medesime di quelle utilizzate per re-
alizzare le architetture reali provando così che, sebbene le decorazioni
siano frutto di composizioni a “patchwork”, in realtà tutte le singole
parti furono sistemate tra loro in modo da creare una “illusione reale”
eliminando la distanza tra spazio reale e spazio fantastico.
L’evoluzione della pittura parietale coincide con il mutamento
del suo rapporto con lo spazio che decora. La negazione della struttura
muraria diviene tanto più evidente quanto più la pittura parietale rinun-
cia a rappresentare spazi architettonici definiti, le sue immagini si fanno
sempre più oniriche e indipendenti dallo spazio su cui insistono dando
vita ad un nuovo stile pittorico. Il III stile si caratterizza infatti per la sti-
lizzazione delle forme che si mostrano prive di corpo. Le costruzio-
ni architettoniche non sono più traducibili in forme tridimensionali;
dominano gli elementi ornamentali fra i quali si riconoscono i motivi
egittizzanti, riflesso della conquista dell’Egitto da parte di Augusto. Le
pareti perdono profondità, definiscono e chiudono l’ambiente reale a
differenza della precedente moda decorativa che si apriva all’infinito
verso l’esterno. Un tale radicale cambiamento è stato letto come segno
della sicurezza acquisita grazie all’opera pacificatrice di Augusto che
privilegiava il privato al posto del pubblico. Si forma in questo modo
un’atmosfera adatta ad un ceto ricco e raffinato influenzato dalle idee
dell’imperatore e che non ha più bisogno di cercare motivi di ispirazio-
ne nei lontani palazzi ellenistici ma nella serena tranquillità dell’ambito
familiare42.
A tale proposito è emblematica la decorazione pittorica del
calidarium (8) dove la nuova rappresentazione della parete in III stile
si sostituisce alla precedente concezione della pittura parietale come
visione prospettica di un paesaggio illusionistico, intuibile al di là della
parete stessa, in una struttura senza profondità spaziale su fondo piatto
(Fig.14). Ciò fa sì che le colonne diventino sottili e delicate fasce e gli
42
M. Torelli, “Gesellschaft und ortostati colorati diventino semplici piani monocromi. La parete non è
Wirtschaftsformen der augustischen Zeit”,
in Kaiser Augustus und die verlorene più il luogo della realizzazione illusionistica dello spazio, in cui ci si può
Republik (Mainz am Rhein: von Zabern, muovere. La parete è diventata un semplice fondo per la pittura che
1988), 23-48; U. Pappalardo, “Il terzo stile”, in
La pittura di Pompei (Milano: Jaca Book,
non è più costretta ad essere legata a un concetto di mimesis ed è così
19911-19982), 221-228; Moormann, 14-32. capace di esprimere anche pensieri trascendentali ovvero “idee”. La
72
natura non mette più limiti alla fantasia dei pittori, tanto che Vitruvio di 14.
queste pitture potè dire: Haec autem nec sunt, nec fieri possunt, Oplontis, Villa di Poppea, calidarium (8).
15.
nec fuerunt. Oplontis, Villa di Poppea, Decorazione
Tali decorazioni riflettono pienamente i mutamenti politici. in IV stile dai viridaria.
Dal II stile naturalistico, legato alla realtà e alla sostanza delle cose in
quanto espressione diretta di un difficile periodo storico, si passa alla
spiritualità alla quale ci si poteva finalmente dedicare con la pacifica-
zione operata da Augusto43.
L’illusionismo del II stile trovava spazio ancora nelle pitture
dell’ultima fase di vita della villa (Fig.15). Il gioco prospettico realizza-
to con la sequenza di viridaria (61, 68, 70, 87), in asse all’interno del
corpo rettangolare che si affaccia sulla natatio, costituisce uno degli
elementi più raffinati dell’architettura di età imperiale della villa. L’illu-
sione dei piccoli giardini reali rinvianti l’uno all’altro attraverso ampie
finestre assiali è accentuato dai giardini dipinti sulle pareti. Infatti i muri
chiusi, ad est e ad ovest, sono immaginati anch’essi sfondati da coppie
di finestre dipinte entro una parete di fondo rosso. Sopra lo zoccolo,
ravvivato da cespi di piante fiorite, i montanti delle finestre sono rivestiti
da tralci di edera. Nella luce delle finestre, contro uno sfondo irreali-
sticamente giallo, si stagliano vedute di giardini con alberi, arbusti e
statue-fontana, come una centauressa con bacino quadrato alla quale
si contrappone un compagno con bacino circolare, mentre le fontane
nei pannelli accanto mostrano una coppia di sfingi. Sulla parete nord
appare un cratere neoattico in marmo con un gigante anguipede alato
a rilievo; sul suo bordo posa superbo un pavone, mentre altri uccelli
svolazzano tra i rami dell’albero centrale e fra gli arbusti laterali sullo
sfondo. 43
Torelli, 23-48; Pappalardo, “Il terzo sti-
La pittura parietale, dunque, scandiva gli spazi architettonici, le”, 221-228; Moormann, 14-32. Anche se ciò
separava i diversi nuclei e creava percorsi per la loro fruizione. Questo non modifica in alcun modo la concezione
della parete, va segnalato che la decorazione
avveniva attraverso la differenziazione tra decorazioni ricche di imma- del calidarium ha in gran parte subito in anti-
gini, consone ad ambienti destinati alla sosta prolungata, e decorazioni co un restauro di tipo filologico, riconoscibile
adatte ad una visione fugace, configurate in modo da non permettere ad esempio nel registro superiore e sulla
parete est. Vedi W. Ehrhardt, “Gli stili pom-
al visitatore di soffermarsi su un unico punto della parete, ma da ac- peiani ed il proprietario: l’esempio della casa
compagnarlo nel percorso. delle Nozze d’Argento”, in Nuove ricerche
archeologiche a Pompei ed Ercolano,
La decorazione contribuisce quindi a comprendere la funzione edd. P.G. Guzzo & M.P. Guidobaldi (Napo-
e la fruizione della grandiosa e articolatissima struttura della residenza li: Electa, 2005), 170-190.
73
dei Poppei ad Oplontis, splendido esempio di villa romana di “otium”
e di “luxuria” dove tutte le raffinatezze, dell’architettura, dell’arte dei
giardini, della pittura e della scultura del tempo furono utilizzate con
sapienza per il piacevole soggiorno dei proprietari.

Rosaria Ciardiello
Università degli Studî Suor Orsola Benincasa Napoli
gianchicchi@libero.it

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76
Vincenzo Franciosi
Pompei: lo sviluppo urbanistico

Pompeii and its urban development: The problem of


the urban development of Pompeii, a long disputed topic,
still today finds scholars in disagreement. Through a minute
examination of the historiography pertaining to the problem,
and also on the basis of eyewitness observation of the loca-
tions, the author refreshes the novelty of the hypothesis pro-
moted already by Haverfield, by von Gerkan, and by Esche-
bach, that argues for the gradual growth of the city from an
original nucleus (Altstadt) a little larger than 22 acres.

Lo sviluppo urbanistico di Pompei è un argomento sul quale,


nonostante se ne discuta da lungo tempo, ancora oggi non v’è concor-
dia tra chi ritiene che la città abbia avuto uno sviluppo graduale, prima
di inglobare con la sua cinta muraria l’intero altopiano su cui sorge, e
chi invece ritiene che essa abbia abbracciato fin dalle origini un’area
di circa 66 ettari. Ciò dipende in gran parte dal fatto che le fasi prece-
denti l’epoca romana sono quasi del tutto sconosciute, dal momento
che Pompei è un sito scavato in estensione limitatamente alla sua fase
romana, mentre è solo da poco che vengono condotti scavi stratigrafici,
purtroppo di estensione limitata, volti ad indagare le fasi precedenti.
Altro fondamentale problema è quello relativo alla componen-
te etnica responsabile della fondazione di Pompei. A lungo si è dibattu-
to sulle origini osche, etrusche o greche della città, pertanto converrà
cominciare il discorso partendo da due importanti passi di Strabone,
tra loro in apparente contraddizione, relativi al popolamento dell’area
intorno al Vesuvio. Nel primo di essi è detto che i più antichi abitatori
di Pompei furono Opici ed Ausoni. In seguito la città fu occupata da-
gli Osci che vennero scacciati dai Cumani, a loro volta scacciati dai
Tirreni. Questi ultimi vennero sopraffatti dai Sanniti, a loro volta vinti
dai Romani1. Nel secondo passo Strabone dice che gli Osci tennero
Ercolano insieme alla vicina Pompei, in seguito fu la volta di Tirreni
e Pelasgi, quindi dei Sanniti, a loro volta scacciati da quei luoghi2. In
quest’ultimo passo non sono menzionati i Cumani e non si distingue
tra Opici e Osci, mentre ai Tirreni sono aggiunti i Pelasgi. Si tratta, ov-
viamente, di due tradizioni diverse, la prima riconducibile, secondo Et-
tore Lepore, a Timeo, la seconda, aggiornata nella terminologia (Osci 1
Strabo, V, 4, 3.
invece di Opici), forse, a Polibio3. Ciò che conta, comunque, è che 2
Strabo, V, 4, 8.
3
E. Lepore, “Il quadro storico”, in
gli Ausoni/Opici/Osci siano nettamente distinti dai Sanniti. Gli Auso- Pompei 79, ed. F. Zevi (Napoli : Banco di
ni/Opici/Osci vanno considerati, quindi, i predecessori dei Sanniti in Napoli, 1979), 13-24.
77
1.
Pompei: foto aerea (da E. La Rocca, M.
e A. De Vos 1976).

Italia meridionale, e identificati, con ogni probabilità, con gli abitanti


dell’età del ferro stanziati nella Valle del Sarno, partecipi della facies
culturale detta “delle tombe a fossa”4.
I materiali delle necropoli della Valle del Sarno e di Vico Equen-
se, ma soprattutto le iscrizioni provenienti da quest’ultima5 e da Noce-
ra6, indicano per la prima metà del VI sec. a.C. nella regione intorno
a Pompei una struttura sociale indigena fortemente etruschizzata. Lo
stesso sembrano indicare per Pompei le iscrizioni etrusche graffite su
bucchero (VI sec. a.C.) provenienti dal tempio di Apollo7, dalla casa
della Fontana Grande8, dal fondo Iozzino9.
4
D. Briquel, Les Pélasges en Italie.
Recherches sur l’histoire de la légende
Nessuna testimonianza epigrafica greca é invece documentata
(Roma: École Française de Rome, 1984), 553. a Pompei per quest’epoca, né lo sarà fino al tardo ellenismo. L’elemen-
5
M. Pallotino, “Un documento della to greco andrebbe quindi escluso dal quadro della fondazione e del
presenza etrusca nella penisola sorrentina:
l’alfabetario di Vico Equense”, Archeologia popolamento stabile di Pompei arcaica, mentre è l’elemento etrusco
Classica 25 (1973): 472-480; R. Arena, (nolano o nocerino), politicamente più evoluto rispetto a quello indi-
“L’iscrizione di Vico Equense”, Studi Etru-
schi 42 (1974): 387-390.
geno (Ausone/Opico/Osco), a dare a quest’ultimo la spinta propulsiva
6
A.L. Prosdocimi, “Rivista di epigrafia nel senso di una fondazione a carattere urbano10.
italica”, Studi Etruschi 42 (1974): 333-429; L’ubicazione presso la foce del Sarno (ancora in età augustea,
G. Colonna, “Nuovi dati epigrafici sulla
protostoria della Campania”, in Atti della Strabone ci dice che Pompei era il porto di Nola, Nocera e Acerra11)
XVII riunione scientifica dell’Istituto e la presenza di santuari costieri12, nonché la confluenza di tre impor-
Italiano di Preistoria e Protostoria in
Campania (Firenze: Istituto Italiano di
tanti strade provenienti da Cuma, Nola e Stabia, danno senza dubbio
Preistoria e Protostoria, 1976), 151-169. alla città arcaica un forte carattere emporico, elemento che favorirà la
7
S. De Caro, Saggi nell’area del nascita di una società mista, che ancora vedremo tipica della Pompei
Tempio di Apollo a Pompei. Scavi
stratigrafici di A. Maiuri nel 1931-32 romana al momento della sua distruzione nel 79 d.C.
e 1942-43 (Napoli: Istituto Universitario
Orientale, 1986).
8
A. Maiuri, “Saggi nella casa della
Tornando al problema dell’urbanistica pompeiana è utile, a
‘Fontana Grande’ ed in altre case pompeia- questo punto, tracciare un quadro relativo ai principali studi su tale ar-
ne”, Notizie degli Scavi di Antichità gomento.
(1944-45): 130-159.
9
S. De Caro, “Nuove indagini sulle for- Osservando la pianta di Pompei, un’area di quasi 66 ettari com-
tificazioni di Pompei”, Annali dell’Istituto presa da una cinta muraria lunga Km 3,2, balza agli occhi la presenza di
Orientale di Napoli VII (1985): 110-111.
10
De Caro, Nuove indagini, 111-113.
quattro orientamenti diversi (fig. 1).
Di parere contrario M. Frederiksen, “The La zona più caratteristica è quella sud-occidentale, delimitata
Etruscans in Campania”, in Italy before da strade curvilinee quali il vicolo dei Soprastanti e la via degli Augu-
the Romans (London: Academic Press,
1979), 305. stali a nord, il vicolo del Lupanare e la via dei Teatri ad est. Alcuni stu-
11
Strabo V, 4, 8. diosi hanno ipotizzato la presenza in quest’area del nucleo primitivo di
12
A. D’Ambrosio, La stipe votiva
in località Bottaro (Pompei) (Napoli: Pompei. Tali strade, con il loro andamento curvilineo, ricalcherebbero
Giannini, 1984). i limiti della “città vecchia”. Avremmo, quindi, un nucleo originario
78
(Altstadt) esteso poco più di 9 ettari13 e un nuovo centro (Neustadt)
di circa 66 ettari.
Il primo a formulare tale ipotesi fu, nel 1913, Francis Haver-
field14, seguito da Armin von Gerkan15 e, più recentemente, da Hans
Eschebach16.
Secondo il von Gerkan, le vie extraurbane che partivano dal-
l’Altstadt presannitica avrebbero costituito il punto di partenza per
l’estensione della città, dopo la conquista sannitica, e la collocazione
delle porte nella nuova cinta muraria, databile, quindi, nell’ultimo quar-
to del V sec. a.C. Lo studioso contesta la tesi formulata da Giuseppe
Fiorelli nel 185817, ripresa da Heinrich Nissen18 e da August Mau, non-
ché da Antonio Sogliano19, secondo la quale l’intero piano urbanistico 13
Tale estensione è paragonabile a
sarebbe il frutto di una limitatio rituale, con il cardine e il decumano quella di altri insediamenti costieri dell’area
medio-tirrenica quali Pyrgi e Gravisca,
massimi costituiti rispettivamente dalla via Stabiana e dalla via di Nola. proiezioni di città come Caere e Tarquinia:
Una limitatio rituale che tragga i propri principi dalla Disciplina Etru- M. Cristofani, “La fase ‘etrusca’ di Pompei”,
in Pompei, ed. F. Zevi (Napoli: Banco di
sca, secondo il von Gerkan, può essere possibile solo per l’Altstadt. Napoli, 1991), 7-20.
Riguardo alla Neustadt lo studioso ritiene che essa sia il risultato di 14
F. Haverfield, Ancient Town-plan-
un unico intervento pianificatore. Le differenze di forma, dimensione ning, (Oxford: Clarendon Press, 1913).
15
A. von Gerkan, Griechische
e orientamento che si riscontrano nei vari isolati andrebbero spiegate Städteanlagen. Untersuchungen zur
con le differenze di quota del terreno e con la preesistenza di strade ex- Entwicklung des Städtebaues im Al-
tertum (Berlin-Leipzig: Walter de Gruyter,
traurbane. La nuova pianificazione dell’abitato con isolati grossomodo 1924); A. von Gerkan, Der Städtplan von
rettangolari sarebbe, secondo il von Gerkan, frutto dell’influenza della Pompeji (Berlin: Archäologisches Institut
des Deutschen Reiches, 1940).
greca Neapolis. 16
H. Eschebach, Die städtebauliche
In un lavoro del 1970, Hans Eschebach20 ritiene che l’Altstadt Entwicklung des antiken Pompeji
delineata dal von Gerkan debba essere stata a sua volta preceduta da un (Heidelberg: F.H. Kerle, 1970). Così pure J.B.
Ward-Perkins, “Note di topografia e urbani-
insediamento più piccolo, al quale egli dà il nome di urbs quadrata. stica”, in Pompei 79, ed. F. Zevi (Napoli:
L’abitato di questa prima fase sarebbe stato diviso in quattro quadranti Banco di Napoli, 1979), 29, che critica, però,
la prima fase di Eschebach; E. La Rocca, M.
da due strade intersecantesi ortogonalmente. Il cardine andrebbe rico- De Vos & A. De Vos, Guida archeologica
nosciuto nella linea della via del Foro col suo prolungamento meridio- di Pompei (Milano: Mondadori, 1976),
nale di via delle Scuole; il decumano nella linea di via Marina, che nel 12-20.
17
G. Fiorelli, Sulle regioni pompeia-
suo tratto orientale doveva divergere di alcuni gradi verso nord rispetto ne e della loro antica distribuzione.
alla successiva rettificazione in via dell’Abbondanza. Il Foro avrebbe Programma pubblicato in ricorrenza
dell’onomastico di Sua Altezza Reale
occupato parte del quadrante nord-occidentale dell’insediamento. il Conte di Siracusa (Napoli: Limongi,
Il limite orientale della città avrebbe seguito il tracciato del vicolo di 1858).
Eumachia e del vicolo dei Dodici Dei. In base a tale ricostruzione sia
18
H. Nissen, Pompejanische Studien
zur Städtekunde des Altertums (Leipzig:
l’area del cosiddetto Foro Triangolare, con il Tempio Dorico, sia l’area Breitkopf & Haertel, 1877).
in seguito occupata dal Tempio di Venere si troverebbero fuori dell’abi- 19
A. Sogliano, Pompei nel suo
sviluppo storico. Pompei preromana
tato di prima fase, mentre rientrerebbero all’interno di quello di secon- (dalle origini all’anno 80 av.C.) (Roma:
da fase. In questa prima fase, il decumano orientale uscirebbe da una Athenaeum, 1937), 38-56. Per le tesi di
porta ubicata in un punto della Regio VII, Ins. 13 e, piegando a nord, Fiorelli, Nissen e Mau v. L. Garcia y Garcia,
“Divisione Fiorelliana e piano regolatore di
come si è detto, rispetto alla successiva via dell’Abbondanza, andreb- Pompei”, Opuscula Pompeiana 3 (1993):
be a coincidere con le tracce di una antica strada rinvenuta nel 1940 55-70.
20
Eschebach, Die städtebauliche
da H. Sulze sotto gli ambienti settentrionali delle Terme Stabiane21. Entwicklung.
Proprio nell’area delle Terme Stabiane, secondo l’Eschebach, doveva 21
A. Sulze, “Der Decumanus Maximus
essere la necropoli arcaica di Pompei, testimoniata da un ambiente des altesten Pompeji”, Forschungen und
Fortschrifte 17 (1941): 377-379.
ipogeico ivi rinvenuto. L’ipogeo fu individuato da Giuseppe Fiorelli e 22
G. Fiorelli, La descrizione di Pom-
interpretato come deposito per il combustibile utile al funzionamento pei (Napoli: Tipografia Italiana, 1895), 167.
23
G. Minervini, “Terme e Palestra alla
delle terme22. Ad esso accennò il Minervini come di un sotterraneo strada Stabiana”, Bollettino Archeologico
inaccessibile a causa dei miasmi mefitici23. Inaccessibile risultò anche Napoletano n.s. VI (1858): 8.

79
per l’Overbeck e il Mau24. Nel 1931 l’ipogeo venne esplorato, grazie ad
un aspiratore, dal Maiuri, il quale riconobbe che esso era preesistente
all’impianto delle terme e che con queste non aveva alcuna relazione.
Lo studioso, notando dei cordoli in signino al piede delle pareti del-
l’ambiente, ipotizzò che esso fosse stato utilizzato secondariamente
come cisterna, ma che in origine avesse avuto tutt’altra funzione. Pur
constatando una certa somiglianza nella pianta con gli “ipogei a forno
delle necropoli sicule”, il Maiuri non volle pronunciarsi sulla sua fun-
zione originaria25. Sei anni dopo Antonio Sogliano osò più del Maiuri
affermando che l’ipogeo non fosse altro se non un’antichissima tomba
a camera etrusca26. Della stessa opinione una trentina di anni dopo fu
Hans Eschebach27. Vale la pena descrivere questo ambiente scavato
interamente nel banco roccioso (figg. 2-3).
Un dromos con volta a botte, largo circa un metro e alto un
metro e mezzo, dopo circa tre metri in direzione est-ovest piega ad an-
golo retto in direzione nord-sud e prosegue per dieci metri con una
2.
Ambiente ipogeico: dromos. rampa a gradoni fortemente inclinata fino a raggiungere, alla quota di
3. sette metri sotto il piano stradale, una camera a pianta quasi quadrata di
Ambiente ipogeico: nicchie.
circa tre metri per lato, con volta ribassata a botte impostata all’altezza
di oltre due metri. Nelle pareti si aprono, scavate nella roccia, quattro
nicchie, due nella parete sud, opposta all’entrata, e una rispettivamente
nelle pareti est e ovest. Tali nicchie, a pianta circolare del diametro di
circa un metro e mezzo, si aprono a forno, con bocca quadrata chiusa
in alto da un architrave di tufo. Sia le pareti del dromos che quelle del-
la camera e delle nicchie sono ricoperte di intonaco colorato in rosso e
bianco, e di intonaco sono i cordoli che corrono sul pavimento lungo
le pareti della camera centrale. L’ipogeo è stato rinvenuto già violato
in antico e, nonostante il suo probabile riuso come cisterna o come
deposito, ha tutto l’aspetto di una tomba a camera etrusca di età arcai-
ca: dromos a gradoni, camera funeraria, nicchie per la sistemazione
del corredo o delle urne cinerarie nel caso di deposizioni plurime. Tale
identificazione è rafforzata, inoltre, dal rinvenimento, nei saggi condot-
ti dal Sulze nelle Terme Stabiane, di materiale definito funerario dal-
l’Eschebach, ovvero resti di kantharoi in bucchero e ceramica attica
a figure nere, nonché ossa umane combuste28.
24
J. Overbeck & A. Mau, Pompeji in
seinen Gebäuden, Alterthümern und Critiche alla teoria dell’urbs quadrata di Eschebach sono ve-
Kunstwerken (Leipzig: Engelmann, 18844), nute da John Ward-Perkins29, il quale considera impensabile e indimo-
233.
25
A. Maiuri, “Nuovi saggi di esplorazioni
strabile l’ipotesi di una prima fase urbana precedente l’Altstadt. Egli
nelle Terme Stabiane”, Notizie degli Scavi ritiene che, tutt’al più, possa essere esistito un insediamento preurbano
di Antichità s.vi, VIII (1932): 507-516. non posteriore alla fine del VII sec. a.C. Riguardo all’impianto della
26
Sogliano, 44-45.
27
H. Eschebach, Die städtebauliche Neustadt, lo studioso ritiene che esso possa essere stato creato nella
Entwicklung, 27-40; H. Eschebach & L. prima metà o verso la metà del V sec. a.C. La nuova cinta muraria,
Eschebach, Pompeji vom 7. Jahrhundert
v. Chr. bis 79 n. Chr. (Köln: Böhlau,
lunga 3,2 Km, sarebbe stata costruita per proteggere la popolazione
1995), 31-34. Così pure La Rocca & De Vos, osca dalla pressione delle tribù sabelliche dell’interno30. Non esclude,
12. tuttavia, il Ward-Perkins, che la nuova cinta muraria possa essere stata
28
H. Eschebach, Die städtebauli-
che Entwicklung, 27-40; Eschebach & edificata dopo l’occupazione sannitica della città31. Il nuovo schema
Eschebach, 33-34. urbano, incentrato sull’incrocio di due assi principali, sarebbe stato in-
29
Ward-Perkins, 25-39.
30
Ward-Perkins, 33.
fluenzato dalla conformazione del terreno, nonché dalla preesistenza
31
Ward-Perkins, 39 nota 25. di una rete viaria extraurbana. Il cardo maximus era costituito da via
80
Stabiana con il suo prolungamento settentrionale di via del Vesuvio,
l’antica strada di fondovalle; via di Nola, con il suo prolungamento oc-
cidentale di via della Fortuna e via delle Terme, costituì il decumanus
maximus. Con l’impianto di questi due assi viari, nonché col prolun-
gamento di via dell’Abbondanza che venne a costituire un secondo
decumano, fu creata la struttura entro la quale fu compreso ogni suc-
cessivo sviluppo.
L’argomento relativo all’influenza greca sulla pianificazione
della Neustadt, dopo il von Gerkan, è stato ripreso nel 1956 da Ferdi-
nando Castagnoli32, che colloca l’ampliamento della città nel periodo
immediatamente seguente la battaglia di Cuma del 474 a.C., quindi
prima della conquista sannitica. Lo studioso colloca nell’urbanistica di
tipo ippodameo di V sec. a.C. il sistema pompeiano di strade principali
ortogonali e isolati rettangolari. Critica a tale teoria è stata mossa nel
1989 e poi nel 1991 da Paolo Sommella33, il quale fa notare che le pro-
porzioni degli isolati non sono quelle assai allungate dell’urbanistica ip-
podamea di V sec. a.C., ma trovano riscontro nelle proporzioni meno
estreme del periodo ellenistico, in particolare negli adattamenti di tali
principi urbanistici in ambiente italico o romano. La pianificazione
della città nuova andrebbe, quindi, datata tra la fine del IV e l’inizio del
III sec. a.C., anche nel caso in cui la costruzione della cinta muraria
dovesse essere più antica34.
Riguardo al problema delle mura che abbracciano l’intera area
di 66 ettari, la prima fase di esse era considerata, sia dal von Gerkan
che dal Castagnoli, parte integrante della pianificazione della Neu-
stadt, ma nel 1982 gli scavi di Stefano De Caro35 hanno riconosciuto 32
F. Castagnoli, Ippodamo di Mileto
la presenza di un primo tracciato delle mura costituito da blocchi di e l’urbanistica a pianta ortogonale
(Roma: De Luca, 1956).
pappamonte (il friabile tufo locale di colore grigio scuro) e lava tenera 33
P. Sommella, Urbanistica
(una roccia vulcanica abbastanza friabile, di un colore che va dal nero pompeiana. Nuovi momenti di studio
carbone al violaceo e al rossiccio, ricca di cristalli di leucite, costituente (Roma: Centenari, 1989); P. Sommella,
“Città e territorio nella Campania antica”, in
il banco roccioso su cui sorge la città) che già nella prima metà del Storia e civiltà della Campania. L’Evo
VI sec. a.C., a detta del De Caro36, doveva circondare tutta la terrazza antico, ed. G. Pugliese Carratelli (Napoli:
Electa, 1991), 178-180.
naturale occupata dalla successiva massima espansione urbana (a dire 34
Così pure S. De Caro, “Lo sviluppo
il vero, i materiali rinvenuti associati al muro giungono fino al secon- urbanistico di Pompei”, Atti e Memorie
do quarto del V sec. a.C.37). Tale interpretazione non convince, però, della Società Magna Grecia n.s. 3,1
(1992): 67-90.
Werner Johannowsky, il quale ritiene che i blocchi in pappamonte co- 35
De Caro, Nuove indagini, 75-114.
stituiscano la fondazione del muro ad ortostati in calcare del Sarno38. 36
De Caro, Nuove indagini, 105.
37
De Caro, Nuove indagini, 79-104.
Già Amedeo Maiuri, nel 1939, aveva riconosciuto nell’area sud-orien- 38
W. Johannowsky, Materiali di
tale della città un tratto di mura in lava tenera, sottoposto al muro ad età arcaica dalla Campania (Napoli:
ortostati in calcare del Sarno39. Lo studioso, in uno scritto del 1943, Macchiaroli, 1983), 336, n. 276. Lo studioso
ritiene che la struttura in pappamonte sia solo
opponendosi al von Gerkan che datava l’ampliamento della città al pe- la fondazione del muro ad ortostati in calcare
riodo sannitico, ritiene il tratto in lava tenera come pertinente ad una del Sarno e, quindi, ad esso coeva.
39
A. Maiuri, “Scavo della grande Pale-
cinta muraria presannitica40, ma non sembra distinguerlo dal muro ad stra”, Notizie degli Scavi di Antichità
ortostati in calcare del Sarno, dal momento che, enumerando le fasi (1939): 232-338.
40
A. Maiuri, Introduzione allo studio
della fortificazione, riprende lo schema elaborato in un suo studio del
di Pompei (dispense universitarie, 1943),
192941: 1) periodo osco o presannitico (474-430 a.C.)/muro ad ortostati 116-117, 156-157, nota 61.
di tipo greco in calcare del Sarno; 2) periodo sannitico I o paleosanniti- 41
A. Maiuri, “Studi e ricerche sulle
fortificazioni di Pompei”, Monumenti
co (400-300 a.C.)/demolizione del muro ad ortostati e rifacimento del- Antichi dell’Accademia dei Lincei 33
la cortina esterna con un muro in calcare del Sarno con pilastri interni (1929): 218-272.

81
ed aggere retrostante; 3) periodo sannitico II (300-180 a.C.)/aggiunta di
una cortina interna di tufo di Nocera e rialzamenti della cortina esterna
nello stesso materiale; 4) periodo sannitico III (120-90 a.C.)/rifacimen-
to della cortina esterna in opera cementizia e costruzione delle torri; 5)
periodo romano (80 a.C.-79 d.C.)/abbandono della fortificazione.
Tornando al De Caro, sembrerebbe, quindi, secondo lo studio-
so, che la Altstadt non rappresenti un momento anteriore alla crea-
zione della cinta muraria, ma sia sorta contemporaneamente ad essa
come zona di insediamento privilegiato42, mentre il resto dello spazio
cinto dalle mura era destinato prevalentemente alla coltivazione e
all’allevamento in previsione di una futura crescita edilizia. Lo strano
tracciato di alcune strade quali via degli Augustali e vico dei Soprastan-
ti, disposte quasi a spina di pesce rispetto all’asse nord-sud di via del
Foro e via delle Scuole, non ricalcherebbe un antico tracciato mura-
rio, ma andrebbe spiegato, secondo il De Caro, con la loro funzione
di collettori dell’acqua piovana mediante lo sfruttamento della dorsale
displuviata del terreno in tale zona43. Riguardo all’impianto urbanistico
di Pompei, inteso nella sua massima estensione, il De Caro ritiene che
esso nasca da un’astrazione, ovvero dalla creazione di un cardine (via
Stabiana) diviso in tre da due decumani (via di Nola e via dell’Abbon-
danza) senza alcuna connessione con elementi preesistenti riferibili
all’Altstadt. Il mancato incrocio ad angolo retto dei decumani col car-
dine è imputabile a quest’ultimo, dal momento che esso segue il trac-
ciato di un antico canalone torrentizio. Da un confronto con la pianta
di Paestum, anch’essa tripartita in fasce di uguale altezza sovrapposte
nel senso nord-sud, lo studioso propone di cercare nell’espansione del-
le colonie latine tra la fine del IV e l’inizio del III sec. a.C. un possibile
modello per lo schema adottato a Pompei44.
Bisognerebbe, a questo punto, considerare l’estensione del-
l’area urbana e l’estensione dell’area edificata come due fenomeni
distinti relativi a momenti storici diversi. Herman Geertman, che at-
tualmente sta eseguendo ricerche sulla storia urbanistica di Pompei45,
nota che la rete stradale strutturante lo spazio urbano è formata da tre
assi con andamento nord-sud (via di Mercurio, via Stabiana col suo
prolungamento settentrionale di via del Vesuvio, via di Nocera) e due
42
De Caro, Nuove indagini, 109; De
Caro, Tempio di Apollo, 20; De Caro, Lo con andamento est-ovest (via di Nola col suo prolungamento occiden-
sviluppo urbanistico, 72-73. tale di via della Fortuna e via delle Terme, via dell’Abbondanza). L’asse
43
De Caro, Nuove indagini, 109; De
Caro, Tempio di Apollo, 20; De Caro, Lo
principale nord-sud, ovvero quello di via Stabiana, è stato diviso in tre
sviluppo urbanistico, 70. parti uguali dal tracciato dei due assi est-ovest. Di questi, quello setten-
44
A. D’Ambrosio & S. De Caro, “Un trionale, dall’incrocio con la via Consolare fino alla porta di Nola, ha la
contributo all’architettura e all’urbanistica di
Pompei in età ellenistica. I saggi nella casa stessa lunghezza dell’asse principale nord-sud tra porta di Stabia e por-
VII, 4, 62”, Annali dell’Istituto Orientale ta del Vesuvio. Metà di questa lunghezza è quella compresa tra l’asse
di Napoli 11 (1989): 173-204; S. De Caro,
“La città sannitica. Urbanistica e architettu-
di via di Stabia e quello di via di Nocera. Un terzo di questa lunghezza
ra”, in Pompei, ed. F. Zevi (Napoli: Banco di si trova, infine, nella via di Mercurio, che costituisce l’asse principale
Napoli, 1991), 25-26; De Caro, Lo sviluppo della Regio VI.
urbanistico, 80-81.
45
H. Geertman, “Lo studio della città La dislocazione delle porte nella cinta muraria dettata dal reti-
antica. Vecchi e nuovi approcci”, in Pompei. colo stradale, le distanze intercorrenti tra i vari assi viari e le loro suddi-
Scienza e società, 250° anniversario
degli Scavi di Pompei, ed. P.G. Guzzo
visioni interne sembrerebbero rappresentare un unico progetto pianifi-
(Napoli: Electa, 2001), 131-135. catore dell’area urbana realizzato già prima dell’edificazione delle aree
82
4.
Pompei: lo sviluppo edificatorio (da H.
Geertman 2001).

a nord e ad est dell’Altstadt.


L’edificazione dell’area intramuranea sembrerebbe, invece, av-
venuta in momenti successivi, anche se, probabilmente, in un breve
arco di tempo46. Il Geertman distingue tre zone principali fornendo
una cronologia relativa per la loro edificazione47: prima quella nord-oc-
cidentale (la Regio VI), che ha come asse via di Mercurio, il cui orien-
tamento è dettato dal Foro; poi quella delle insulae quadrate, il cui
orientamento è dettato dall’asse nord-sud di via Stabiana; infine la zona
orientale, che ha come assi via di Nocera, con orientamento nord-sud,
via di Nola e via dell’Abbondanza, con orientamento est-ovest. Alcuni
isolati di forma irregolare vengono ad interporsi come cerniera tra que-
ste zone (fig. 4).
Nell’attesa che ulteriori scavi stratigrafici possano chiarire me-
glio la situazione preromana di Pompei, si può provare a delineare un
quadro evolutivo dell’insediamento, sulla scorta degli studi in prece-
denza citati, nonché sulla base della diretta osservazione di chi scrive.
Tra la fine del VII e l’inizio del VI sec. a.C., alcuni gruppi di stir-
pe osca stanziati presso l’estremo corso del Sarno, sotto la spinta pro-
pulsiva degli Etruschi di Nola, nonché con la partecipazione diretta di
alcuni di essi, danno vita, su un altopiano dominante la foce del fiume,
ad un insediamento a carattere urbano. Vari elementi, quali l’anomalo
andamento curvilineo di alcune strade, che sembrerebbe ricalcare il
tracciato di una scomparsa cinta difensiva, ma ancor di più la presenza
di un’area di sepoltura nella zona in cui successivamente sorgeranno
le Terme Stabiane, lasciano immaginare che la città, in origine, abbia
occupato un’area di poco superiore ai 9 ettari. Lo schema urbano ri-
sulta incentrato su due assi che si intersecano ortogonalmente: il car-
do maximus costituito dall’asse di via del Foro con il prolungamento
meridionale di via delle Scuole, il decumanus maximus costituito
da via Marina e il suo prolungamento orientale divergente di alcuni
gradi a nord rispetto al tracciato di via dell’Abbondanza. Il foro viene ad
occupare parte del quadrante nord-occidentale e, più ad ovest, ad esso
adiacente, sorge il santuario poliadico dedicato ad Apollo48. La terraz-
za del Tempio Dorico, dedicato probabilmente ad Ercole e Minerva, 46
Così pure Cristofani, 14.
si troverebbe, in questa fase, immediatamente fuori dall’area urbana, 47
Geertman, 134-135.
denotando in tal modo un carattere di santuario emporico. Il tempio, 48
De Caro, Tempio di Apollo.

83
monumento chiave per la tesi della grecità di Pompei, di recente è stato
interpretato da Joss de Waele in chiave di architettura etrusca49. Ester-
na all’abitato risulterebbe anche la terrazza successivamente occupata
dal Tempio di Venere. Infatti, nel corso di alcuni saggi di scavo nei pri-
mi anni Ottanta, sul limite meridionale di via Marina, tra il peribolo del
tempio e la Basilica, sono venute alla luce delle strutture in calcare del
Sarno, databili forse al IV sec. a.C., interpretate da Paul Arthur50 come
i resti di una porta precedente Porta Marina. Anche questa terrazza,
probabilmente, era sede di un santuario. I recentissimi saggi di scavo di
Emmanuele Curti nell’area del Tempio di Venere hanno per ora docu-
mentato la presenza di strutture relative ad un edificio sacro di III sec.
a.C., nonché strutture di V e VI sec. a.C., la cui natura non è ancora
possibile stabilire.

Circa un secolo dopo la fondazione dell’Altstadt, tra la secon-


da metà del VI e il primo quarto del V sec. a.C. l’intero altopiano, am-
pio circa 66 ettari, viene compreso in una cinta muraria che presenta in
fondazione blocchi di pappamonte (in misura minore, di lava tenera) e
nello spiccato blocchi squadrati di calcare del Sarno, posti ad ortostati.
Tale ipotesi, suggerita da Werner Johannowsky, è avvalorata da motivi
di natura statica. La pietra tufacea (pappamonte), dato il suo elevato
rapporto tra peso e resistenza, ben si presta in fondazione a sostenere
una pietra più leggera e più fragile quale il calcare del Sarno. Quest’ul-
tima risulta, inoltre, assai più resistente agli agenti atmosferici rispetto
49
J.A.K.E. de Waele, (ed.) Il tempio al pappamonte che è portato a sfarinarsi. Un’altra ipotesi, avanzata da
dorico del Foro triangolare di Pompei Salvatore Nappo, è quella che vede, alla fine del VI sec. a.C., una pre-
(Roma: L’Erma di Bretschneider, 2001).
50
P. Arthur, Excavation at the Cen-
sa di possesso simbolica dell’intero altopiano mediante la creazione di
tre of Pompei. Development of Pom- una cinta costituita da pochi filari sovrapposti di pappamonte (materia-
peii, 23 march 1982 (dattiloscritto); P. Arthur, le inadatto agli elevati), utilizzati nella prima metà del V sec. a.C. come
“Problems of the Urbanisation of Pompeii.
Excavations 1980-1981”, The Antiquaries fondazioni del muro ad ortostati in calcare del Sarno51. È in questo pe-
Journal 66 (1986): 29-44. riodo che viene pianificata la Neustadt mediante l’incrocio di un asse
51
S.C. Nappo, “Select residences in Re-
giones I-II”, in Pompeii and the ancient nord-sud che segue il tracciato di un antico vallone torrentizio (via Sta-
settlements under Vesuvius (University of biana-via del Vesuvio) con due assi orientati est-ovest (via di Nola-via
Virginia press, 2005).
della Fortuna-via delle Terme a nord, via dell’Abbondanza-via Marina
52
In questa direzione sembra condurre,
inoltre, il rinvenimento, all’incrocio del decu- a sud)52. Sarebbe impensabile una delimitazione territoriale mediante
mano superiore col cardo maximus, inglo- una cinta muraria senza una sua pur minima suddivisione interna, ed
bata in un muro in opera incerta riferibile alla
fase tardo-sannitica della Casa di Orfeo, di è proprio all’interno di questa griglia fondamentale che a Pompei verrà
una colonna calcarea, il cui capitello dorico, compreso ogni successivo sviluppo edificatorio.
per tipologia, è databile nei primi decenni del
V sec. a.C. La colonna, poggiante su un bloc-
co isolato di calcare del Sarno sistemato, a Vincenzo Franciosi
sua volta, su un battuto di cinerite compatta, Università degli Studî Suor Orsola Benincasa Napoli
si troverebbe in situ, secondo gli scavatori (F.
Coarelli, A.P. Zaccaria Ruggiu, F. Pesando, vincenzo.franciosi@unisob.na.it
& P. Braconi, “Pompei: ‘Progetto Regio VI’.
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86
Mario Grimaldi
l’area suburbana sud-occidentale di
Pompei e la Villa Imperiale

Ai miei genitori

The south-western suburban area of Pompeii and the


Imperial Villa: The suburban area on Pompeii’s southwest
side has been studied cursorily until now. Scholars are faced,
as never before, with the problem of evaluating the relation-
ship between the city and this area. The area was occupied
by a sequence of buildings of massive dimensions and tremen- 1.
Pompei, pianta dell’area sud-occiden-
dously wealthy decorative elements, such as the Suburban tale di Pompei
Baths, the Imperial Villa, and the Granaries. If we are to
understand such an exercise in “inside and outside” design—
whether from an urbanistic or from a planimetric perspective
— the complex of the Imperial Villa seems to be of tremen-
dous importance.
Previous scholarship makes reference to a possible
connection between the Villa and the overhanging terrace
of the Temple of Venus which stands above it, a connection
that would be similar to that now understood to have existed
between the House of Augustus and the Temple of Apollo on
Rome’s Palatine Hill.
But we are lacking still today any decisive proof of such
a connection that, if it existed, was generally modified from
the construction of the granaries inside the Villa.
The Imperial Villa, indeed, remains still the object of
study exclusively as pertains to its extremely rich decorative
program; yet, no scholar has yet addressed the problem of the
relationship between that program and the urban surroun-
dings.
The present work is put forth with the primary purpo-
se of understanding the possible interconnections that exist
between the upper terrace in the Temple of Venus, the Impe-
rial Villa, and the complex of the granaries.

Introduzione
L’area suburbana a sud-ovest di Pompei è stata finora indaga-
ta marginalmente e quasi mai ci si è posto il problema di mettere in
relazione con la città quest’area, occupata da un susseguirsi di edifici 1
A. Maiuri, “Sterro dei cumuli e
isolamento della cinta murale. Contributo
di imponenti dimensioni e di grande ricchezza, quali le Terme Subur- all’urbanistica della città dissepolta”, Bollet-
bane, la Villa Imperiale ed i Granai1 (Fig. 1). Per la comprensione di tino d’arte 1-2 (1960): 166-179.
87
2.
Pompei, pianta composita della
Villa Imperiale sulla base del Beyen,
con scavi del 1980-1984 e del 2004
(elaborazione grafica: G. Giugliano e
M. Vallifuoco)

tale rapporto tra “interno-esterno” appare importante, sia dal punto di


vista urbanistico che planimetrico il complesso della Villa Imperiale
(Fig. 2).
Nella bibliografia si fa riferimento ad un possibile rapporto del-
l’edificio con la soprastante terrazza del Tempio di Venere, ponendo a
confronto il rapporto intercorrente tra la Casa di Augusto ed il Tempio
di Apollo sul Palatino2.
Manca però ancora oggi la prova concreta di tale rapporto che,
se esistente, fu comunque alterato dalla costruzione dei Granai all’in-
terno della Villa.
La Villa Imperiale infatti, è sempre stata oggetto di studio esclu-
2
P. Zanker, “Der Apollontempel auf
dem Palatin: Ausstattung und politische sivamente riguardo al suo ricchissimo apparato decorativo, senza mai
Sinnbezüge”, in Città e architettura nella affrontare il problema della sua relazione con la retrostante città3
Roma imperiale (Odense: Odense Uni-
versity Press, 1983), 21-40; G. Carettoni, Das Il presente lavoro si pone come obiettivo primario, quello di
Haus des Augustus auf dem Palatin comprendere i possibili rapporti esistenti tra la terrazza superiore del
(Mainz: von Zabern, 1983); più recentemente
E. Curti, “Le aree portuali di Pompei: ipotesi
Tempio di Venere, la Villa Imperiale e il complesso dei Granai.
di lavoro”, Ostraka XII.2 (2003): 263-272.
3
A. Allroggen-Bedel, “Zur Datierung Ricostruzione geomorfologica del lato sud-occidentale
der Wandmalereien in der Villa Imperiale in
Pompeji”, Bulletin antieke beschaving di Pompei
50 (1975), 225-230; F.L. Bastet & M. de Vos, Pompei occupa un plateau lavico, appartenente alla fase del-
Proposta per una classificazione del
terzo stile pompeiano (’s-Gravenhage:
l’ignimbrite campana, alto in alcuni punti fino a 30 m, leggermente in
Staatsuitgeverij, 1979), 37, Tav. 6-11; U. pendenza verso sud.
Pappalardo, “Die Villa Imperiale in Pompeji”, Tutto il versante ovest e sud-ovest sembra mostrare lo stesso an-
Antike Welt 16 (1985): 3-15; U. Pappalardo,
“La Villa Imperiale a Pompei: rapporto preli- damento con una serie di salti di quota.
minare”, Dialoghi di archeologia s. 3, 5.2 La particolare geomorfologia dell’area della città, indusse gli
(1987): 125- 134, figg. 1-17; U. Pappalardo, “I
cicli pittorici nella ‘Villa Imperiale’ a Pompei”,
abitanti a compiere molteplici cambiamenti, allo scopo di adeguarla
in I temi figurativi nella pittura parie- alle esigenze che di volta in volta si proposero durante ben sette secoli.
tale antica (IV sec. a.C. - IV sec. d.C.) L’area in esame è stata oggetto di due fasi di seppellimento:
(Imola: Univ. Press Bologna, 1998), 271-410.
La villa è attualmente oggetto di pubblicazio- la prima relativa al depositarsi dei materiali piroclastici di caduta del-
ne, da parte del Prof. Pappalardo, nell’ambito l’eruzione del 79 d.C. sigillati dalla deposizione dei surges; la seconda
del progetto Häuser in Pompeji diretto da
Strocka. Recentemente U. Pappalardo & M.
pertinente agli scarichi dei materiali di risulta e di sterro degli scavi bor-
Grimaldi, “La Cronologia della ‘Villa Impe- bonici dal 1748 sino al 19484.
riale’ a Pompei”, in Otium: Festschrift für Tale stratigrafia ha obliterato la reale geomoforlogia e il rappor-
Volker Michael Strocka (Remshalden:
Bernhard Albert Greiner, 2004), 271-274. to dell’area con la linea di costa.
4
G. Fiorelli, Descrizione di Pompei Analizzando l’andamento della linea di costa in età romana è
(Napoli: Tipografia Italiana, 1875); A. Maiuri,
Bicentenario degli scavi di Pompei
stato possibile chiarire in parte come dovesse apparire questo lato della
(Napoli: Macchiaroli, 1948). città.
88
L’attuale linea di costa è infatti attualmente a più di un chilo-
metro dalla città a causa dei materiali apportati dall’eruzione del 79
d.C., inoltre tutto il litorale antico da Neapolis a Stabiae, oggi è ad una
quota di 4-5 m sotto il livello del mare5.
Tale bradisismo può essere spiegato per la contemporaneità di
due fenomeni.
Il primo è costituito dall’evento eruttivo del 79 d.C. che si mani-
festò con 3 Km cubici di materiali vulcanici che, se da un lato coprirono
la piana del Sarno trasformandola in un paesaggio lunare, dall’altro ne
alterarono di poco la geomorfologia; essendo infatti per lo più materiali 3.
Pompei, Villa Imperiale, Ninfa. (Det-
di caduta verticale questi andarono ad ammantare il suolo seguendo taglio dell’oecus (A), parete S, zona
così le curve di livello; tale apporto di materiale guadagnò spazio al mediana, tratto centrale). III stile
mare facendo così progradare la riva. (foto: M. Grimaldi)

Il secondo fenomeno è lo svuotamento repentino e improvviso


della camera magmatica.

Prima della Villa Imperiale


Pompei era protetta da una fortificazione lunga 3.200 Km, che
si sviluppava lungo tutto il ciglio del pianoro ed era munita di 12 torri
di difesa6.
Negli anni 1813-1814, per volere di Gioacchino Murat, allora re
di Napoli, si eseguì il rilevamento della cinta, allo scopo di definire con
precisione l’estensione urbana. Esse sono state in gran parte riportate
alla luce da Amedeo Maiuri che le liberò dal terreno di risulta degli
scavi effettuati precedentemente7.
Le mura di Pompei si sono rivelate importanti per le varie fasi
della storia della città. Si sono così potute ricostruire varie fasi costrut-
tive. 5
A. Cinque & F. Russo, “La linea di
Intorno alla metà del VI secolo a.C. venne realizzata la prima costa del 79 d.C. fra Oplonti e Stabiae nel
cinta utilizzando il “pappamonte”, un basalto locale di qualità scaden- quadro dell’evoluzione olocenica della Piana
del Sarno (Campania)”, Bollettino Società
te. Resti di questa primitiva cinta sono ancora oggi visibili, in un tratto Geologica Italiana 105 (1986): 111-121; E.
delle mura fuori Porta Nocera8. Furnari, “Nuovi contributi all’identificazione
del litorale antico di Pompei”, in Neapolis:
Nella prima metà del V secolo a.C. la cinta in “pappamonte” progetto-sistema per la valorizzazione
fu sostituita da una nuova a doppia cortina, ovvero con due muri pa- integrale delle risorse ambientali e
ralleli ed un riempimento intermedio di pietrame e terra battuta. Il artistiche dell’area vesuviana, 2. Temi
progettuali parte IV, (Roma: L’Erma di
materiale utilizzato era il calcare del Sarno, una pietra porosa di facile Bretschneider, 1994), 219-284; T. Pescatore
lavorazione, che, esposta all’aria, diveniva dura assumendo una patina et alii, “Ricostruzione paleogeografica
delle aree circostanti l’antica città di Pompei
giallastra. (Campania, Italia) al tempo dell’eruzione del
All’inizio del periodo sannitico, tra la fine del IV e gli inizi del III Vesuvio del 79 d.C.”, Bollettino Società
secolo a.C., la cortina interna venne coperta da un terrapieno (“agger”) Geologica Italiana 118 (1999): 243-254.
6
A. Maiuri, “Isolamento della cinta
addossato direttamente alla cortina esterna. murale tra Porta Vesuvio e Porta Ercolano”,
Nel III secolo a.C. venne realizzato un nuovo muro a doppia Notizie degli scavi di antichità (1943):
275-294; Maiuri, “Sterro dei cumuli”; S. De
cortina con terrapieno questa volta retrostante. Per la cortina esterna si Caro, “Nuove indagini sulle fortificazioni di
utilizzò il calcare del Sarno, per quella interna il tufo grigio di Nocera. Pompei”, Annali dell’Istituto Universita-
In questa occasione venne realizzato anche un cammino di ronda - per rio Orientale di Napoli, Dipartimento
di studi del mondo classico e del Medi-
i turni di guardia – al quale si accedeva tramite delle scale poste in pun- terraneo antico, Sezione di archeologia
ti strategici, come dimostra un resto a destra della Porta di Ercolano. e storia antica 7 (1985): 75-114.
7
Maiuri, “Isolamento”; Id., “Sterro dei
L’ultimo intervento alle mura risale agli anni 120-90 a.C., ovve- cumuli”.
ro poco prima della Guerra Sociale, con l’inserimento a distanze rego- 8
De Caro, “Nuove indagini”.

89
lari di robuste torri di guardia, realizzate in “opus incertum”. La grande
cura posta dai Pompeiani nella costruzione delle mura non giovò co-
munque nel resistere all’assedio delle truppe romane comandate dal
generale Silla nell’89 a.C., infatti nel tratto compreso tra Porta Vesuvio
e Porta Ercolano sono ancora oggi visibili i segni dei proiettili lanciati
dalle catapulte degli assedianti9.

Il tratto sud-occidentale delle mura


A sud di Porta Marina, lungo il lato orientale dell’ambulatio (c)
4.
Pompei, Villa Imperiale, Ambulatio (c)
della Villa Imperiale, è visibile un bel tratto delle mura di cinta della
tratto nord, oggi (foto: U. Pappalardo) città in opera quadrata isodoma di calcare del Sarno del periodo pre
5. - sannita (IV-III secolo a.C.) (Fig. 4)10.
Pompei, Il tratto delle mura sud-occi-
dentali al momento del rinvenimento Nel tratto a nord, laddove la muratura manca, i blocchi in cal-
nel 1947 (foto: SAP) care furono sostituiti da blocchi ben squadrati in tufo con anatirosi sulla
6.
Pompei, tratto sud-occidentale delle
testata riferibili ad un momento di rifacimento delle mura databile in-
mura, oggi (foto: M. Grimaldi) torno al III-II sec. a.C. (Fig. 5).
Nel terrapieno alle spalle delle mura in calcare apparvero robu-
sti muri di spina, con andamento est-ovest, conservati per un’altezza di
circa 8-9 m realizzati con una sorta di emplecton.
Per meglio comprenderne la funzione di terrazzamento e di di-
fesa bisogna tener ben presente l’andamento geomorfologico dell’area
caratterizzata da frequenti salti di quota raccordati già in antico da po-
derosi terrazzamenti.
Colpisce il dato che al momento dello scavo del 1947 il tratto
di mura in oggetto appaia composto solo dai 14 filari in opera isodoma
di calcare del Sarno (Fig. 6). I filari in opera quadrata, infatti risultano
conservati solo nel tratto nord mentre poco o nulla sappiamo del tratto
sud; i filari della fortificazione verso sud furono infatti “nascosti” dalla
decorazione dell’ambulatio (c) della villa per poi ripiegare verso est al-
l’altezza del corridoio (d).
C’è ancora un’osservazione da fare relativa alla geomorfo-
9
Maiuri, “Isolamento”.
logia del luogo: la terrazza del Tempio di Venere e quella sottostante
10
Tale tratto di mura non è stato mai pertinente al primo piano della Villa appaiono formate da due grandi
studiato in relazione con i terrazzamenti so- terrazze di contenimento poste a lato della strada che usciva da Porta
prastanti fatta eccezione in parte per il A.W.
van Buren, “Further Studies in pompeian Marina.
Archaeology, III, The original Porta Marina Altro problema da chiarire è il tipo di impatto che ebbero le
and the adiacent portion of the City wall”,
Memoirs of the American Academy in
mura su questo versante al momento della conquista della città da par-
Rome V (1925): 3-4, tav 58. te di Silla nell’89 a.C.
90
Ciò che appare certo è che al momento della costruzione del
portico della villa le mura vennero rilavorate e rettificate tagliando l’an-
golo in direzione verso nord-est, attraverso un minuzioso lavoro di an-
coraggio del muro del portico nei filari bassi e di appoggio verso nord
(Fig. 6).

Storia degli Scavi


Già il Fiorelli, nel 1876, aveva avuto la sensazione che l’area
suburbana di questo tratto di città, fosse occupato da più edifici ad-
dossati alle mura: “La moderna via che mena a questa Porta [Porta
Marina ndr], passando fra le terre risultate dalle scavazioni dell’anno
1817 e seguenti, rasenta l’ambito delle vetuste mura, e riesce nell’antica
strada, che dalla città per un forte declivio discendeva alla sottoposta
pianura. Inaccessibile ai carri, e lastricata di grandi massi poligoni di
pietra vesuviana, questa doveva per lungo tratto esser popolata di case
e giardini, che spaziando per le pendici del colle ne rivestivano le falde
di rigogliosa vegetazione. Oggi da questo lato tutto è ancora sepolto
sotto le ceneri, e di un solo edifizio attiguo alla Porta appariscono po-
che vestigia, con avanzi di cinque pilastri a sostegno di cenacoli supe-
riori. A sin. della Porta sta un sedile di fabbrica, al di sopra del quale un
ozioso incise il nome della meretrice Attica, nonché il prezzo ch’essa
metteva alle sue grazie; a dr. vi è un’edicola, in cui si trovò il frammento
di un simulacro di Minerva in terracotta, rappresentante la dea tutrice
delle Porte di Pompei, in piedi, col braccio involto nella clamide ed il
pugno nel fianco, poggiando l’altra mano sullo scudo. Poco lungi fu
raccolta quella lucerna votiva di oro, che unica finora nella copiosa se-
rie dei sacri arredi, ammirasi fra i monumenti più preziosi del Museo
di Napoli… Sembra che dopo costruita la Porta, fossero aggregate ad
essa alcune località attigue all’agger delle pubbliche mura, dandovi
adito da questo stesso androne e dal pomerio, onde servire di deposito
alle merci provenienti dal mare. Tale almeno apparisce l’uso di quella
cripta, che vi si trova a dr. di chi sale, e che contiene il MUSEO POM-
PEIANO, della quale non potrà accertarsi la destinazione, se prima
trasportati altrove i monumenti che rinchiude, non venga restituita al
suo pristino stato.”11
Così il Fiorelli descrisse l’area di Porta Marina nella sua Descri-
zione di Pompei, mettendo in evidenza molti dati interessanti12.
In primo luogo con la frase “La moderna via che mena a questa
Porta…” il Fiorelli lasciò intendere che l’esterno delle mura appariva
in quegli anni ancora occupato dai cumuli di risulta dei vecchi scavi
borbonici.
In un passo successivo egli fece un esplicito riferimento circa
un edificio adiacente a Porta Marina, di cui “appariscono poche vesti-
gia…”; con “pilastri” che dovrebbero essere quelli pertinenti al mar-
ciapiede porticato che conduceva all’ingresso delle Terme Suburbane,
11
Fiorelli, 315.
12
Il Fiorelli fornisce anche le date
portato alla luce in anni recenti. relative ai diari di scavo dell’area; una prima
Di seguito il Fiorelli descrisse due interessanti rinvenimenti di- campagna fu condotta tra il 29 settembre
ed il 7 febbraio del 1863, ripresa poi da una
stanti pochi metri l’uno dall’altro “a dr. vi è un’edicola, in cui si trovò seconda tra il 17 marzo e il 1 aprile dello stesso
il frammento di un simulacro di Minerva …. Poco lungi fu raccolta anno.

91
quella lucerna votiva di oro…”. Una statua in terracotta di Minerva era
posta all’interno della nicchia ricavata all’esterno dell’ingresso di quello
che oggi sappiamo essere uno degli accessi alla Villa Imperiale, mentre
la lucerna d’oro13, conservata al Museo Archeologico di Napoli, fu rin-
venuta a distanza di pochi metri. Se infatti si osserva con attenzione la
pianta di Pompei redatta dal Fiorelli si noterà che vengono indicati sia il
luogo di rinvenimento della Minerva sia l’accesso a quella crypta citata
in un passo successivo, “quella cripta, che vi si trova a dr. di chi sale, e
che contiene il MUSEO POMPEIANO…”.
La cripta di cui fa menzione il Fiorelli appare ben documentata
nella pianta e consta di una stanza di forma quadrangolare voltata a bot-
te con lucernario nella volta, utilizzata come deposito provvisorio dei
reperti degli Scavi della città. Lo studioso immaginò anche quale po-
tesse essere stata la sua funzione “…di deposito alle merci provenienti
dal mare”. Fiorelli citò così anche una serie di stanze contigue che at-
traversavano da nord a sud l’area alle spalle delle mura, terminando alle
spalle di F2 e F1 presenti nell’area della Villa Imperiale (Figg. 1-2). Tali
vani appaiono dunque ricavati in uno spazio posto tra il terrazzamento
del Tempio di Venere e la linea esterna delle mura in calcare.
Nella notte del 25 agosto del 1943 una bomba colpì e distrusse
il Museo del Fiorelli14. L’edificio fu ricostruito dopo la guerra e l’area
prescelta fu quella presso le mura occidentali a sud di Porta Marina15.
La motivazione della scelta fu duplice: da una parte si poteva adagiare
il Museo sul terrapieno che si era venuto a creare da questo lato con
l’accumulo del terreno di risulta degli scavi precedenti; dall’altra si po-
13
S. De Caro, “La lucerna d’oro di Pom- tevano sfruttare a nord il fornice di Porta Marina per l’accesso ed a sud
pei: un dono di Nerone a Venere Pompeia- alcune murature superstiti, fra le quali senza dubbio le sostruzioni della
na”, in I culti della Campania antica
(Roma: G. Bretschneider, 1998), 240-244.
terrazza del Tempio di Venere. Costruzioni affioranti dal cumulo degli
14
A. Maiuri, “Restauri di guerra a Pom- scarichi erano allora ancora visibili, ma non se ne tenne alcun conto,
pei”, Rivista del Touring Mar. 1947. Su pressati dall’esigenza di dotare gli scavi di un museo, in conformità con
Fiorelli: A. De Gubernatis, “Giuseppe Fiorel-
li”, La Rivista Europea 2.3 (1873): 541-544; il nuovo corso politico dell’avvenuta “Unità d’Italia”16. Ancora oggi in-
L. Beltrami, “Si riparla di Giuseppe Fiorelli”, fatti sono visibili tratti di muratura in opera incerta nel muro di fondo
Il Marzocco a. 32, n. 23, 5 giugno 1927; G.
Fiorelli, Appunti autobiografici (Roma:
della c.d. Esedra dei Pompeianisti mentre sul retro dell’attuale Anti-
La Precisa, 1939); E. De Carolis, “Gli sviluppi quarium, che in questa area si è andato a sovrapporre al precedente
dell’archeologia pompeiana”, in Fotografi edificio del Fiorelli, appaiono tratti di muratura in opera incerta ed in
a Pompei nell’800 (Firenze: Alinari, 1990),
11-19; U. Pannuti, “Giuseppe Fiorelli”, Anti- reticolato ed una grande cisterna.
qua 1 (1976): 31-38; F. De Angelis, “Giuseppe Nel programma di riparazione dei danni di guerra, Amedeo
Fiorelli: la vecchia antiquaria di fronte allo
scavo”, Ricerche di Storia dell’Arte 50
Maiuri (Soprintendente dal 1924 al 1961) collocò al primo posto la
(1993): 6-16. Sull’allestimento del Museo: ricostruzione del museo e la sistemazione dell’ingresso principale di
G. Fiorelli, Guida di Pompei (Roma: Tip. Porta Marina.
Università, 1877) (cfr. foto Archivio Sommer,
nr. 1299); l’esposizione descritta rimase in Il nuovo museo o “Antiquarium”, che è quello ancor oggi visibi-
vigore fino al 1926, anno in cui venne rimo- le, fu posto su di una terrazza artificiale sottoposta al lato ovest della ter-
dernata dal Maiuri.
15
Nella pianta del Beyen è possibile
razza del Tempio di Venere. Esso, per espressa volontà del Maiuri che
identificarlo con il Lapidarium dell’Anti- non voleva ulteriormente distruggere le soggiacenti antichità, andava
quarium del Maiuri che si sovrappose al in gran parte a sovrapporsi alle fondazioni del vecchio Museo. Infatti la
precedente edificio.
16
Su Fiorelli recentemente: S. De Caro fuga di ambienti nell’asse centrale dell’ingresso da Porta Marina coinci-
& P.G. Guzzo (edd.), A Giuseppe Fiorelli deva, salvo qualche modifica, al vecchio stanzone ottocentesco, men-
nel primo centenario della morte. Atti
del Convegno Napoli 19-20 Marzo
tre nuove creazioni erano costituite dall’avancorpo a sud della “Esedra
1997 (Napoli: Arte Tipografica, 1999). dei Pompeianisti” e dalla scalinata di accesso (Fig. 2). Costruito dal
92
7.
Pompei, In primo piano da sinistra
l’oecus (A) e la dieta (B) al momento
del rinvenimento, sullo sfondo l’An-
tiquarium appare già realizzato (foto
SAP A/7596 del 1947)
8.
Pompei, L’interno dell’oecus (A) mo-
strava uno spesso strato di accumulo
composto da materiali di risulta. Il
tutto fu poi sigillato dal lapillo (foto
SAP A/7575 del 1947)

1945 al 1947, esso fu inaugurato il 13 giugno del 194817.


Nel taglio della scarpata, per edificare la nuova rampa di ac-
cesso meridionale, apparvero dal cumulo degli scarichi le imponenti
sostruzioni del Tempio di Venere e il tratto occidentale della cinta mu-
raria di IV-III secolo a.C., mentre in occasione dei lavori per la spia-
nata del nuovo museo e dell’ingresso di Porta Marina apparvero i resti
dell’edificio di quella che allora si ipotizzò come una villa suburbana
(Fig. 7).
Gli scavi ebbero inizio nel dicembre del 1946 e furono prosegui-
ti fino al 17 aprile del 1948, dopodichè si passò a restaurare le pitture.
Contemporaneamente a partire dal 1946-1947 Amedeo Maiuri
avviò i primi scavi dell’area esterna alle mura di fortificazione del lato
sud-occidentale della città di Pompei, in relazione al progetto di aspor-
tare i cumuli borbonici esterni alla città che in alcune zone, ad esempio
la Regio VIII, erano arrivati a occuparne le case.18
In questo periodo furono scavati anche i fornici dei Granai che
insistevano direttamente sulle strutture della Villa ormai abbandona- 17
Maiuri, Bicentenario.
18
A. Maiuri, “Studi e ricerche sulle forti-
ta, all’interno dei quali furono rinvenuti alcuni corpi così descritti dal ficazioni di Pompei”, Monumenti Antichi
Maiuri “Sotto l’androne a volta che fa oggi da ingresso, si era rifugia- 37 (1930): 113-273.
93
9. to durante l’eruzione un gruppo di fuggiaschi e qui se ne rinvennero i
Pompei, oecus (A), parete est tratto
centrale della zona mediana, si noti la corpi con accanto un gruzzolo di monete e qualche masserizia: uno di
differenza cromatica dovuta all’al- essi recava un prezioso anello con un onice finemente intagliato d’una
terazione colorimetrica del rosso
utilizzato (foto: M. Grimaldi).
figura muliebre.”19
10. Lo stesso Maiuri si era posto il problema di quale fosse stato il
Pompei, Rinvenimento di un tratto reale impiego di questo edificio denominato da lui “Villa Imperiale”, in
della Via Antiqua fuori Porta Marina
(foto: SAP) base alla splendida decorazione di III stile, molto vicina stilisticamente
a quella della Farnesina a Roma, e cosa avesse potuto decretarne l’ab-
bandono e la distruzione a favore della realizzazione dei grandi Granai.
Egli ipotizzava che questi altro non fossero che volte e sostruzioni per la
nuova sistemazione del Tempio di Venere “Ma la villa era in demolizio-
ne e le rustiche mura e le volte facevano parte delle grandiose sostru-
zioni delle terrazze del soprastante Tempio di Venere.”20 (Figg. 7-8).
Lo scavo, condotto così dal 1946 al 1948, rivelò infatti, che l’edi-
fico era stato distrutto già durante l’antichità, ma quanto restava bastava
a comprendere che ci si trovava di fronte ad una delle dimore più belle
e sontuose dell’antica Pompei: un’ala di portico di almeno 80 metri, la
più lunga mai rinvenuta a Pompei, l’ambulatio (c); un salone (A) con
maestosi dipinti (Fig. 9) coperto dalla volta più ampia della città tra cui
quelli visibili sulla parete est con un finissimo complesso decorativo in
III stile; una diaeta (B), un salone fenestrato (C); il tutto intercalato da
vestiboli, corridoi e giardini. A questi fattori intrinseci dell’impianto si
aggiungeva l’insolita disposizione dell’edificio: il suo ergersi abusivo su
suolo demaniale, a ridosso delle mura urbane, e l’autoritaria occupa-
zione di una strada pubblica, la Via antiqua, con il terrapieno del giardi-
no antistante al portico (Fig. 2).
Successivamente nel 1950 fu condotto un saggio di approfondi-
mento al di sotto del giardino prospiciente il portico della Villa, dal qua-
le emerse un tratto della Via antiqua, obliterata da una grande colmata
e tagliata dalla costruzione di una cisterna, che si dipartiva da Porta
Marina dirigendosi verso sud lungo un forte pendio (Fig. 10).
19
A. Maiuri, Lettere di Tiberio
da Capri (Napoli: Fiorentino, 1961); più Negli anni 1980-1984, nel corso dei lavori di rifacimento dell’at-
recentemente E. De Carolis, G. Patricelli & tuale Antiquarium, sono stati eseguiti degli scavi stratigrafici all’interno
A. Ciarallo, “Rinvenimenti di corpi umani
nell’area urbana di Pompei”, Rivista di dell’edificio museale, sulla terrazza antistante e nella “Esedra dei Pom-
Studi Pompeiani IX (1998): 75-124. peianisti”, scavi che hanno portato alla luce una serie di cisterne e dei
20
Maiuri, Lettere di Tiberio.
piloni di imposta del piano superiore della Villa.
94
Le cisterne, che mostravano segni di rottura, erano già nel 79
d.C. completamente in disuso e riempite di materiale vario di risulta
(frammenti di intonaco dipinto, stucchi, ceramiche, pietrame, un pet-
tine in osso etc.). Furono allora riempite n° 28 cassette con intonaci
dipinti a tinta unita tra i quali sono stati esaminati alcuni con motivi
architettonici (molti) e figurati (pochi) in massima parte di III stile.
Nel 1992 – 1994 furono condotti altri saggi nell’area prossima
alla via d’accesso a Porta Marina. Dai saggi, che attendono ancora una
pubblicazione, si evidenziò l’esistenza di un ulteriore livello abitativo
pertinente alla Villa, il terzo, al di sotto di quello pertinente al portico
(c).
Dal 2004 una nuova ricerca è stata avviata nell’area superiore
della Villa, in relazione al restauro e ammodernamento dell’Antiqua-
rium di Pompei, volta allo studio delle strutture ivi presenti21.

Storia degli Studi


In attesa della pubblicazione esaustiva della Villa, che guardi
anche al rapporto strutturale con le terrazze del Tempio di Venere e
con i successivi Granai, sono sorti pareri discordi in proposito, basati
essenzialmente sull’analisi e l’osservazione dello splendido apparato
decorativo arrivando così a fornire anche una datazione che andrebbe
dal 10 a.C. sino al post terremoto del 62 d.C., allorquando la villa ebbe
a subire un’imponente fase di restauro di IV stile visibile nella volta del
grande oecus (A).
Il primo ad occuparsi della “Villa suburbana” fu il Beyen, con
una sua monografia incentrata sullo studio dell’apparato decorativo22.
Questi propose di leggere in maniera unitaria la decorazione della villa,
assegnando tutta l’opera ad una bottega di età claudia capace di utiliz-
zare ancora i caratteri tipici del III stile ma anche in grado di esprimere
il nuovo gusto più sofisticato, che sarà poi tipico del IV stile.
Nello stesso filone di ricerca si inseriscono gli studi successivi
del von Blanckenhagen23 e della Allroggen-Bedel24 volti ad esaminare 21
La ricerca, tutt’ora in corso, è diretta
dal Prof. Pappalardo coadiuvato dalla dott.
le fasi stilistiche dell’apparato decorativo in relazione all’osservazione ssa Maria Vallifuoco, dallo scrivente e dagli
autoptica di evidenti cesure tra la prima fase decorativa di III stile e il studenti dell’Università degli Studi Suor
successivo restauro post terremoto del 62 d.C., con decorazione in IV Orsola Benincasa.
22
H. Beyen, “A propos of the Villa
stile, che interessò infatti, i registri superiori e la volta del grande oecus suburbana (Villa Imperiale) near the Porta
(A). Marina at Pompeii”, Bulletin antieke
beschaving 31 (1956): 54-57; prima di lui
Dal 1985 la Villa è oggetto di studio da parte di Umberto Pappa- Maiuri, Bicentenario.
lardo all’interno del progetto diretto da Strocka Häuser in Pompeji con 23
P.H. von Blanckenhagen, “Daedalus
lo scopo di fornire una monografia completa del complesso architetto- and Icarus on Pompeian Walls”, Mitteilun-
gen des Deutschen Archäologischen
nico, in relazione al suo apparato decorativo parietale e musivo25. Instituts, Römische Abteilung 75 (1968):
Dagli studi del Pappalardo si evincono con chiarezza due mo- 116 e 107-108 (tav. 27-29).
24
Allroggen-Bedel, 225-236.
menti decorativi della casa, un primo in III stile con pareti tripartite 25
Pappalardo, “Die Villa Imperiale”; Id.,
da pannelli monocromi a fondo rosso, bianco o nero in fase con una “La Villa Imperiale”; Id., “Il ritratto nella pittu-
decorazione musiva in gran parte in opus sectile, seguito da un secon- ra romana”, 43-47, figg. 39-56, “La pittura
romana a Pompei: ideali di vita e decorazioni
do relativo ad una fase di ridecorazione in IV stile, (da comprendere se pittoriche”, 85-106, figg. 1-117, “Le pitture nel-
avvenuta prima o dopo il terremoto del 62 d.C.), che prevedeva il re- le province dell’Occidente romano”, 151-161,
in Jeunesse de la Beauté. La peinture
stauro anche filologico della decorazione precedente nonché la nuova romaine antique, ed. H. Lavagne (Paris:
realizzazione del registro superiore e della volta del grande oecus (A). Ars Latina, 1995); Id., “I cicli pittorici”.

95
Conclusioni
Dal riesame della documentazione grafica e fotografica dello
scavo della Villa Imperiale è oggi possibile avere una visione più com-
pleta dello stato in cui fu rinvenuta assieme ai Granai.
Sin dal momento della sua scoperta la Villa ha destato grande
interesse per l’alto livello qualitativo degli apparati decorativi di III stile
(Fig. 3).
Dalle foto di scavo è possibile rendersi conto che più del 60%
dei volumi attuali sono stati ricostruiti successivamente all’intervento
di scavo. Le foto mostrano infatti, un complesso già quasi totalmente
distrutto al momento dell’eruzione. Ciò è comprovato dai diari di sca-
vo dove viene fatta esplicita menzione di un grande accumulo di crolli
pertinenti alle strutture della Villa e di scarichi accumulatisi negli ultimi
decenni di vita della città (Figg. 7-10).
I restauri del 1948 alterarono anche il reale rapporto strutturale
tra il complesso dei Granai e la Villa Imperiale. Oggi infatti è diffici-
le rendersi conto di quanto tutta l’area della Villa apparisse come un
cantiere di spoglio nel 79 d.C. mentre i nuovi grandi Granai già inva-
devano totalmente l’area non tenendo in alcun conto le strutture pre-
cedenti della Villa.
Analizzando come furono riutilizzati i setti murari degli am-
bienti (E) (F) e (G) dopo una rasatura in quota con il piano d’accesso
ai vani F2 e F3, ci si può rendere conto di quanto tutto il complesso
non avesse più nessun importanza (Fig. 2).
Restano da analizzare i problemi relativi alla datazione stilistica
degli apparati decorativi della villa che attesterebbero un intervento di
restauro in IV stile post-terremoto dopo il 62 d.C.
A tale proposito ci sono delle osservazioni da fare. In primo luo-
go gli interventi di restauro sembrano di due tipi. Il primo di tipo filo-
logico, riprese le decorazioni di III stile in tutta la loro organizzazione
schematica ma anche cercando di riutilizzare la stessa tecnica lì dove
era più importante, come negli ambienti (A) ed (E). Il secondo, più
radicale, fu rivolto prevalentemente agli esterni, dove la decorazione
di IV stile, venne a sovrapporsi al III stile, cambiandone a volte anche
la distribuzione cromatica, utilizzando ad esempio uno zoccolo nero
al posto di un precedente rosso e conservando il registro superiore di
III stile.
Osservando tutto il complesso decorativo ci si rende conto che
vi furono anche veri e propri ritocchi di colore sul III stile, in modo da
ridare tonicità all’antica decorazione.
Passando alle strutture murarie, possiamo osservare come que-
ste siano state realizzate dappertutto in opera incerta con blocchi di
lava, tecnica largamente utilizzata a Pompei dal III sec. a.C. sino al pri-
mo ventennio del I sec. d.C.26
In tutta la struttura edilizia non sono presenti rinforzi in laterizio
26
A Pompei sono comunque presenti
casi di utilizzo dell’opera incerta anche post né per le piattabande né per gli stipiti d’ingresso. Ciò fece pensare già al
terremoto dopo il 62 d.C., es. VIII, 4, 53, cfr. Maiuri ad una notevole differenza con quanto è possibile osservare in
J.P. Adam, L’arte di costruire presso i
Romani. Materiali e tecniche (Milano:
tutta Pompei, dove ogni casa, ogni edificio pubblico mostra interventi
Longanesi, 19902), pp. 139-142. di restauro statico con l’inserzione di ammorsature in laterizio soprat-
96
tutto presso le aperture. Tali accorgimenti di restauro statico non sono
presenti all’interno della Villa Imperiale anche quando viene tompa-
gnato un precedente ingresso di raccordo tra (c) e (D) con l’apertura
di uno più grande (la tompagnatura è poi coperta da una decorazione
di IV stile).
In conclusione, mentre prima si pensava che la villa dopo il ter-
remoto del 62 d.C. sarebbe stata interessata da una nuova decorazione
in IV stile che, contrariamente a quanto accade in tutto il resto della
città, non fu preceduta da un rinforzo delle strutture con il materia-
le più largamente utilizzato in quel momento, il laterizio, oggi – alla
luce delle recenti indagini - appare che la villa fu oggetto di una nuova
decorazione in IV stile che integrò anche quella precedente di III, nei
modi che abbiamo visto, prima del terremoto del 62 d.C. in seguito a
lavori di restauro generali, probabilmente anche in seguito al crollo del-
la volta dell’oecus (A) avvenuta per una infiltrazione d’acqua provocata
dalla rottura delle cisterne site al piano superiore; queste infatti furono
interrate nell’ultima fase di vita della Villa con riempimenti contenenti
frammenti di III stile.
La villa imperiale fu poi definitivamente distrutta dal terremoto
del 62 d.C. e al momento dell’eruzione versava già da decenni in stato
di abbandono.
Le foto dello scavo mostrano come la nuova costruzione dei
Granai si sovrappose alla Villa Imperiale che appariva diruta in un’area
già abbandonata da tempo (Fig. 7).
Per il collegamento tra la Villa Imperiale e il soprastante Tempio
di Venere nulla resta dal punto di vista strutturale: la rampa (c’’) posta
alle spalle dell’ambiente (E) sale in direzione del piano superiore ma
da qui manca il collegamento con la terrazza del tempio distrutta, co-
munque, dalla costruzione dei Granai. Resta forte però il legame otti-
co tra i due complessi soprattutto se li si immagina visti da mare.

Mario Grimaldi
Università degli Studî Suor Orsola Benincasa Napoli
mariogrimaldi73@hotmail.com

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Odense University Press, 1983.

99
The North Slope of Vesuvius
Roger T. Macfarlane
Vesuvian Narratives:
collisions and collusions of man and volcano

A volcanic eruption may be narrated in any number


of ways. This piece considers several different approaches to
Vesuvian narratives. Vesuvian narratives from ancient and mo-
dern authors are too numerous and diverse in their approach
for them all to be taken into consideration in one essay. This
speculative analytical piece applies a structural rhetorical
approach to different Vesuvius narratives — some are built
upon metonymic discourse and others upon metaphoric —
and asks in the end what the written narratives of the Pollena
Eruption might eventually look like.
Greek and Latin texts cited here may be found with
complete translations online at herculaneum.byu.edu/
ApparatusFontiumAntiquarum.html.

For the year AD 512, the Paschale Campanum records a


celestial phenomenon and a volcanic catastrophe in quick succession.
Hoc anno in k. Iul. sol eclipsin passus est, et monte Besuvio
ardente VIII id. Iul. tenebrae factae sunt per vicinium montis.
This year, on 1 July the sun suffered an eclipse, and
on 6 July, while Vesuvius burned, darkness engulfed
the mountain’s vicinity.1
The Paschale Campanum is an anonymous chronicle listing
governors’ names and the date for each Easter from 464 through 560.
It presents an account of the end of the western Roman empire, even if
its detail is especially scarce. Occasional or singular events occur here
and there. Two entries report rumors of the birth of the Antichrist. For
472 three simple sentences comprise the chronicle’s most detailed an-
nual entry, an account of the conflict between Athemius and Recimer;
nothing about the eruption known to have occurred in this year. Other
entries list two events in a given year. But the entry for 512 is unique for
combining into one compound sentence two events. The collocation
of the two events suggests that the author of the record considered a
causal relationship between them. Together, in this telling, a sequence
of two events twice darkens the earth. Darkness from heaven anticipa-
tes darkness from a terrestrial inferno. The astronomical phenomenon
1
Paschale Campanum = Monumenta
precedes it, and even seems to precipitate the volcanological aftermath Germaniae Historica (Auctores Antiquissimi)
in this sparse Vesuvian narrative. IX, p. 747 .
103
1.
Global map of 29 June 512 eclipse
showing penumbral and umbral paths
of the solar event. From Espenak &
Meeus’ Five Millenium Canon of Solar
Eclipses: -1900 - +3000 (NASA Technical
Publication TP-2006-214141). Used by
permission.

The bare narrative offered by the Paschale Campanum for


512 invites response on many different levels. Astronomical scholarship
informs historical response with the precision of mathematical calcula-
tion. NASA’s official “Eclipse Predictions”2 reckon that on 29 June 512
(Julian) a total solar eclipse was visible from equatorial Africa into the
southern Peloponnesus and from Anatolia right through across Asia.
On that day, the moon cast a daytime shadow along the earth’s surfa-
ce 146 kilometers wide, while a partial eclipse feathered nearly to the
English Channel and as far south as central Africa. (Fig. 1) Throughout
Italy, the effects of the partial eclipse were doubtless quite distinct. Ma-
thematical astronomers calculate that it was the first eclipse to affect
the peninsula in that generation, and the first total eclipse to darken any
portion of Europe in ninety-nine years.3 Philologists, the practitioners
of another science, ought to note that the Paschale Campanum da-
tes the eruption on the kalends, the first day, of July; but, the NASA
2
F. Espenak and J. Meeus, Five
Millenium Canon of Solar Eclipses: -1999 to data apparently would justify emendation of the chronicle’s Latin text,
+3000, NASA Technical Publication 2006- so as to read “ii ante kal[endas]” or 29 June.4
214141, plate 299 accessed at http://eclipse.
gsfc.nasa.gov/Sepubs/5MCSE.html [last Rhetorical analysis, another philological endeavor, is naturally a
updated 2007 Feb 08] more subjective pursuit than either mathematical astronomy or textual
3
Italy experienced an annular eclipse in
July 464; Sicily and Northern Africa in Nov criticism. In its practice a scholar scrutinizes narrative, pursuing causes
487. A total eclipse was visible in parts of Italy and effects for authors’ selection and combination of details in various
in April 413.
4
Mommsen’s reading “in k. Iul.” offers accounts. Even the minimalist rhetoric of the Paschale Campanum
an apparently unnatural use of the preposi-
tion in a date. The text of Vat. reg. 2077 must
invites inquiry into its narrative reasoning. Is it impossible to ascertain
be reconsidered. from the Paschale Campanum what the human reaction to the
104
eclipse must have been. Does the text suggest more than it says, superfi-
cially? Did the people living on Vesuvius’ northern slope see the eclipse
as a precursor of doom? Days later, would the witnesses of the eruption
draw a connection to the eclipse? Is this what the chronicler suggests
in this, his single most complex annual record of nearly 100 years? Was
the coincidence of geological and celestial events considered a mere
accident? Despite its brevity, the chronicle for 512 offers an intriguing
Vesuvian narrative. The account for 512 could be rendered differently.
The broad variety of narratives about Vesuvian eruptions may
differ in time and in language and show various worldviews; but they
are all about the eruption of literature’s most famous volcano. Written
accounts of Vesuvius eruptions predate Pliny’s monumental narrative
at the end of the first century AD; the nineteenth-century moralizing
account in Bulwer-Lytton’s Last Days of Pompeii spurred further
analyses; and Vesuvian narratives will continue well beyond a pair of
historical novels from the beginning of the twenty-first century.5 Ve-
suvian narratives written by modern scientists articulate the volcano-
logical processes manifest by Vesuvius, written narratives about the
mountain’s life. This essay leaves unanswered what future Vesuvian
narratives of the Pollena Eruption will be like.
The following comparison among various narratives is an at-
tempt to analyze, though briefly, different modes of telling a volcanic
eruption. Throughout this discussion, the term “Vesuvian narratives”
will apply to various accounts of eruptions of the mountain.
The Paschale Campanum offers another Vesuvian narrati-
ve, its chronicle for the year 505:
Mons Besubius eructuavit v id. Novembres.
Vesuvius bellowed on 9 November.
The 505 narrative differs from that record for 512, but not only
because it is more brief. Unlike the account for 512 — the darkness
from the burning mountain affecting the neighborhood and, by infe-
rence, its inhabitants — the account for 505 simplifies by making no
mention of the eruption’s effect. Yet, the chronicle states more than the
date of the eruption. The simple sentence’s colorful verb suggests so-
mething of the process. The classical Latin verb eructare means: “1 (of
persons or animals) To disgorge or bring up noisily (food or drink)… [,
or] 2 (of things, usually natural forces) To throw up or discharge violen-
tly (water, vapour, etc.)”. Vergil once uses eructare to animate Aetna 5
A. Capella, The Wedding Officer:
a novel (New York: Bantam, 2007) concerns
in eruption.6 In later authors meanings for eruct(u)are range broadly: the eruption of 1944 and foregrounds very
“give forth, bring forth; utter, declare.”7 The verb can allow for meta- interesting narrative tendencies; but, it must
be treated elsewhere.
phorical meanings that range in semantic applications as far apart as 6
Oxford Latin Dictionary, s.v. “eructo,”
volcanological eruptions and the expression of divine utterance, i.e. Cf. Vergil, Aeneid 3.576, the violence of
Aetna’s eruption.
“God spoke.” If the verbal metaphor is dead for the author of Pascha- 7
A. Souter, comp., Glossary of Later La-
tin to 600 A.D. (Oxford 1949), s.v. “eruct(u)
le Campanum 505, then the grammatically simple sentence, “mons are”; cf. eructatio as “projection (of Christ
Besubius eructuavit,” merely states what occurred. If, conversely, from the Father).”

105
the Paschale Campanum’s verbal metaphor is alive, then this one-
sentence Vesuvian narrative for AD 505 has an element of personifica-
tion. And it becomes narratively interesting.
The two records from Paschale Campanum 505 and 512
share a remarkable brevity as dictated by generic constraints; but, how
each statement conveys meaning differs. The narrative for 505 conveys
its meaning through use of its metaphorical verb. The mountain did
something more than just break open: the mountain disgorged itself,
or belched, or uttered. The narrative for 512 also tells that Vesuvius
erupted, but its meaning is enhanced when the author collocates two
discreet events. Casting darkness or ejecting fiery effusions are actions
naturally performed by inanimate objects in our phenomenological
world. There is, then, no metaphor in the 512 narrative. Rather, the
collocation of the two sentences in the 512 narrative creates additional
meaning through metonymy, the opposite of metaphor. If the author
adapts the more active the innate metaphorical meaning of eructu­
are, the more metaphorically his sentence’s meaning resonates: The
volcano uttered or belched, or acted animatedly. But if the author’s
expression simply states that the volcano erupted, then Besubius
eructuavit has a moribund, or metonymic semantic quality for the
verb. In that case, the discourse tends toward the metonymic. That is
to say: the verbal account and the event are one in the same.
The comparative analysis of texts as either metonymic or me-
taphoric here is based upon a critical approach explored by the linguist
Roman Jakobson and then elaborated by David Lodge.8 By this critical
theory, the characteristics of individual rhetorical figures, metaphor
and metonymy, can be extended to characterize the essential quality of
a verbal sequence or narrative. Metonymic narrative is named for the
figure of speech, metonymy, which means, according to Lanham’s
Handlist of Rhetorical Terms, “substitution of cause for effect or
effect for cause, proper name for one of its qualities or vice versa.”9
Textbook definitions of metonymic substitution usually observe such
formulas as an author’s use of “keels” for “ships” or saying “Ceres” when
he means “grain”; and, the essential characteristic of the metonymic
rhetorical mode is substitution. Metonymic narrative is based upon
combination, condensation, realism. Metonymic discourse achieves
a sense of verifiability, because its author describes “some object or
event in what he [takes] to be a common phenomenal world.” Meta-
8
D. Lodge, The Modes of Modern
Writing: metaphor, metonymy, and the typo- phoric narrative, conversely has symbolism, likeness, and selection as
logy of modern literature (Chicago, 1977). its characteristics. Since metaphoric discourse results from the author’s
Lodge works largely, though not exclusively,
with Jakobson’s 1956 paper “Two Aspects making connections between actions and things inside the narrative
of Language and Two Types of Linguistic to corresponding actions and things outside the narrative context, it
Disturbances.”
9
R. Lanham, Handlist of Rhetorical is more properly suited to poetry and fiction. Metaphoric discourse
Terms (Berkeley 1969) is cited by Lodge, p.
75; cf. now Lanham’s Handlist 2nd ed. (Ber-
builds meaning by developing correspondences between dissimilars;
keley and Los Angeles 1991), s.v. “metonymy”. metonymic tells events directly.
106
Paschale Campanum 512 is metonymic in its combination
of two events: the eclipse and the eruption occurred in consort, but
each is told directly. The author suggests two events as two facets of an
apparent coincident. Even though the eclipse of 512 and the eruption
of 512 occurred in close succession, all empirical evidence discredits
any modern assertion that there might have been causal relationship
between the two events. For in the real physical world, eclipses occur
(and with utter predictability) and Vesuvius erupts (without certain pre-
dictability). The accidental connection surely steepened terror among
Vesuvius’ human neighbors. When the chronicler associates the eclip-
se and the eruption, he builds his Vesuvian narrative metonymically.
A fundamentally opposite approach is seen in the 2nd-century
AD Greek author Dio Cassius, Roman History 66.21-23. Looking
back at the events that had led up to the great Plinian eruption of AD
79, Dio indulges reports of supernatural portents and omens, narrative
elements that characterize metaphoric discourse.
It happened thus. Many large men, such as surpass
human stature and are identified as giants, appeared
on the mountain and in the area around it, wandering
on the ground in the cities both day and night and
going to and fro in the air. … Some thought that the
giants were rising up again, for many images of them
appeared in the smoke, and a noise of war-trumpets
was heard. Others believed that the whole world was
perishing in chaos or fire.10
Dio’s Vesuvian narrative relies on comparisons throughout.
Omens and portents, sounds of war trumpets heard under the earth,
giants heard roaming the earth. These are stock narrative elements by
which classical authors imbued a text with awesome foreboding. Dio’s
many antecedents cast political crisis on earth against cosmic unrest.
The specter of giants appearing on earth or soaring through the skies is,
for an author of Dio’s time and place and inclination, entirely traditio-
nal. The author draws from beyond the phenomena believed to occur
in his real world, and uses portents to qualify the degree of human fear.
Terror in the Vesuvian towns is as acute as when peaceful towns are
suddenly besieged and the sounds of war arise. Dio’s account is built
upon metaphor.
Metonymic mode tends to dominate modern Vesuvian nar-
ratives of volcanic activity. Metonymy suits the language of scientific
discourse, because metonymic representation inclines narrative away
from authorial intervention and toward objectivity. One objective of 10
The English translation, provided by
good scientific writing is a verbal representation of physical evidence J.G. Miller, may be found with Greek text on
the Apparatus Fontium Antiquarum related
and processes, and such writing thus tends to avoid rhetorical embel- to the Apolline Project: http://herculaneum.
byu.edu/apparatusfontiumantiquarum.html.
lishment. As any prose writing that aims at any degree of realistic illu- 11
Lodge, Modes of Modern Writing,
sion will subordinate metaphor,11 volcanological narratives foreground p. 115.

107
process. The words recreate the event in a one-to-one correspondence
that typifies metonymic writing. These narratives are useful if they can
convey information in coherent, sequentially coherent statements.
Metonymic discourse is not necessarily emaciated,12 but it can
be very lean. An extreme specimen is found in the rhetorically stark
description for the geological stratification called “Villa Inglese Lava
Formation and San Pietro” in the legend of Santacroce and Sbra-
na’s Carta Geologica del Vesuvio.13 The map’s prime feature is,
of course, a two-dimensional graphic representation of locations on
Vesuvius where various evidence for dozens of eruptions is documen-
ted. There is a narrative aspect of the Carta Geologica, the multi-
paragraph Italian/English written legend. This narrative is effectively
2.
Woodcut (1635) depicting San Gennaro’s reduced nearly to zero-grade metonymic rhetoric. The paragraph has
beneficent protection of Naples and no modifiers and suggests no subjectivity whatever. In this respect, it
north-slope inhabitants during the 1631
eruption. excels other Vesuvian narratives in its fundamental application of the
metonymic mode:
Dark grey lavas from aphyric to prophyrtic with
small pyroxene and leucite crystals; lava flows often
overlapping separated by lava scoriae. Mainly tephri-
tic-phonolitic composition. Near the eruptive vents
there are loose fall scoriae, layers of black aphyric or
sub-aphyric scoriaceous lapilli, sometimes with paleo-
sol interbeds, with few lithics, referable to fall deposits.
At least fifteen different eruptions can be recognized,
six of which very widely spread, whose deposits can re-
ach several metres thick on the slopes of the volcano.
Composition from tephritic to tephritic-phonolitic. 472
A.D. – 1631 A.D.14
The scientifically coded sequence successfully conveys rich
metonymic detail. Strings of words, lacking finite verbs, are punctua-
ted to look like sentences. The very name for each geological stratum
in the list describes a specific, formative process. The novice may find
meaning in this statement only with difficulty; for, the words and phra-
ses and their sequence convey specific meaning. The statement, all the
12
Beside the examples in this volume, a same, constitutes a coherent geological narrative. For instance, the sta-
careful balance between literary and physical
evidence is shown in G. Mastrolorenzo, et al., tement that “loose fall scoriae [are found near eruptive vents] . . . some-
“The 472 AD Pollena eruption of Somma-
Vesuvius (Italy) and its environmental impact
times with paleosol interbeds” has meaning that pertains to a geological
at the end of the Roman Empire,” Journal of process of a particular sort. This narrative assumes that other scholars
Volcanology and Geothermal Research 113
(2002): 19 – 36. in other venues will qualify the details. As the scientific essays in this
13
R. Santacroce and A. Sbrana, edd., present volume, the metonymic narrative by Sbrana and Santacroce
Carta Geologica del Vesuvio [scale: 1:15,000]
(Pisa: Dipartimento di Scienze della Terra, describes the magnitude or propose plausible dating for the stratified
Università degli Studi di Pisa, 2003). deposits on the mountain. But, the Carta Geologica’s narrative is no
14
NB: The Carta Geologica’s legend is
written in Italian and in English. Both state- less valid, even if its details are limited. Each volcanic phase becomes a
ments are of equivalent rhetorical character; string of words, and paragraphs are arranged in chronological order so
the English alone is presented and discussed
here for simplification. as to comprise a Vesuvian narrative of geological history.
108
Metonymic narrative is typically the modal choice of volca-
nologists and other scientists, because it tends apparently to render
a report of events more reliable; metaphoric narrative tends to make
reports more interesting. It seems axiomatic, further, to note that the
introduction of human elements usually inclines a narrator toward me-
taphor. The Carta Geologica, having no interest in human affairs,
seems to have no need for the metaphoric.
Cassiodorus’ Variae 4.50 contains a Vesuvian narrative that has
both metaphoric and metonymic elements. Human history in Cassio-
dorus’ narrative of the 512 eruption conflicts with geological events. In
its dramatic aftermath, king Theoderic sent a letter to his praeposi-
tus Lucius Faustus, apprising him of the economic crisis precipitated
by the recent eruption.15 The letter’s administrative purpose is direct:
Faustus is to appoint a trustworthy delegate to administer appropriate
financial relief to victims throughout the devastated landscape. Its bu-
siness done, the letter turns into a rich Vesuvian narrative, gaining in
descriptive force as it goes.
The air of the place is hazy with the most vile
emission, and almost all Italy knows it when the
mountain’s wrath is kindled. Baked ash flies throu-
gh a great wasteland and then from the earth-borne
clouds that get stirred up falls as rain even on overseas
provinces in dusty droplets. People know what Campa­
nia is forced to endure, when its malady is perceived
in an­other region of the world. I wish you could see
there how some rivers run full of dust and the barren
sand blows in the hot wind like flowing water. Your jaw
would drop if you had seen the ridges swell up in fields
instantaneously to the height of the trees or the same
landscape scorched suddenly by the terrifying heat.
How very pleasant these once had been, as green as if
they had been painted . . . (4.50.4-5)16
The Ostrogothic king did not compose this Latin epistle himself.
Rather, the remarkably adept Cassiodorus, Theoderic’s regal secretary,
wrote the letter and infused this Vesuvian narrative with considerable 15
For dating the letter, see J.R. Martin-
dale, The Prosopography of the Later Roman
attention to rhetorical liveliness.17 Apparently unwilling or unable to Empire: vol. II, A.D. 395 – 527 (Cambridge
post a rhetorically barren description, Cassiodorus engages compelling 1980), s.v. “Fl. Anicius Probus Faustus iunior
Niger 9,” p. 455.
verbal images to explain the economic hardship, to paint the volcanic 16
For text and English translation, see
fury, and then to offer the promise of post-cataclysmic renewal.18 the Apparatus Fontium Antiquarum (note
10, above).
Writing the eruption’s enormity prompts the author to a rhetori- 17
Magnus Aurelius Cassiodorus Sena-
cal question: Who would believe that such enormous clods light tor served as Theoderic’s quaestor sacri palatii
from 507 – 512. The best edition of the Variae,
so far into the plain from such deep chasms and that, when a official papers edited for publication in 537, is
T. Mommsen, ed. (Berlin 1894).
vapor blows from the mountain’s mouth, these clods are laun- 18
For the full text of this letter and a full
ched out of it like light-weight balls? (6) When he describes volca- English translation, see AFA online.

109
nic desolation the author reaches hyperbolic comparison — We had
been led to believe that such fires could scarcely occur on earth
(7). But the disaster that had brought the Campanians to abject humility
certainly had its “up side”, too: Vomiting, that furnace spewed out
dusty — but also fertile — sands. And, even if these are dried
by the daily scorching, they soon bring forth seeds begotten for
various offspring and repair with an overwhelming quickness
those areas they had laid waste so shortly before. (5)
Cassiodorus’ rhetoric manifests careful writing throughout.
Consider an interesting personification.
The provincia is devastated by this one bane. All
her land is stripped bare. She is battered repeatedly by
the keenness of her fear, so that she no longer may en-
joy her consummate happiness. However, that horrible
disaster is not entirely harsh; for, it produces substan-
tial warning signs that set-backs may be endured more
tolerably in the future. (3)
While such translation might overstate the personality of the
provincia, the text’s grammar suggests that the landscape struggles for
a distinct purpose: ne perfecta beatitudine frueretur, i.e. “to keep
the province from basking in customary splendor”. This purpose-clause
and the next manifest prosopopoieia. Cassiodorus suggests that the
seismic warnings occur ALSO purposefully — . . . ut tolerabilius
sustineantur — to prepare inhabitants to brace for coming hardships.
The author gives the volcano (4) body, parts, and passions: a gaping maw
(hiatus), a voice (immurmurat, fremitus), life-breath (spiritus), hali-
tosis (taeterrima exhalatio), and responsive anger (indignatio). This
sustained personification tempts the restraints of administrative prose,
as Theoderic and Faustus might have been expecting.
Through rhetorical enhancement, Cassiodorus accomplishes
purposes beyond the letter’s apparent administrative function. Indeed,
throughout the Variae Cassiodorus’ own purposes in writing surpass
the contexts immediately at hand; for the author was, by his own ad-
mission, often intent upon supplying “models of official eloquence for
future administrators”.19 The corpus of Cassiodorus’ Variae is charac-
terized by the author’s careful and generally ornate style, a hallmark of
6th-century rhetorical vitality. “Connoisseurs would have seen his letters
as studded with rhetorical conceits and figures like a meadow jeweled
with flowers.”20 There is no way of knowing what the letter actually
looked like when it was sent to Florus. In its current form, the letter
is essentially metonymic, though metaphors enhance it. The account
explains that certain volcanic events occurred, and these are written in
a sequence so as to recreate the events in words. The basic narrative is
adorned verbally; and, if there is a hint of supernatural forces at work,
19
Cassiodorus, Praef. ad Varias, 5.
20
S.J.B. Barnish, trans., Cassiodorus:
the author expressed it subtlety; Cassiodorus does stop short of sup-
Variae (Liverpool 1992), xix – xx. plying divine apparatus, so as not to suggest the operation of any forces
110
other than those existing in the physical world. This is short of what
Dio introduced with the giants’ appearance in his Vesuvian narrative.
In the composition and subsequent selection of the Florus letter, Cas-
siodorus rhetorically manipulates the volcanological event which we
consider as one phase of the Pollena Eruption.
Aside from these few examples considered to this point, writing
Vesuvian narratives for the Pollena Eruption is largely a novel experien-
ce. Scientific accounts are becoming more definitive, as archaeologists,
volcanologists, paleobotanists, epigraphists and other scholars explore
the emerging evidence. The breadth of the Apolline Project’s interdi-
sciplinarity shows in the present volume. Scholars associated with the
Project approach the evidence from many disciplinary perspectives
and offer a more complete description than ever before. The collective
scholarly endeavor continues to be writing the narrative of the Pollena
Eruption. The initial phases of discovery find scholars expressing more
completely what happened in a series of eruptions. As more anthropic
material comes to light, human contexts may become more broadly
engaged. One result of archaeological discovery is likely to be the
emergence of narrative accounts that present human involvement in
natural events. Elaboration of volcanic events, as shown above, often
projects human activity upon geological events. The narrative history
of the Pollena eruption is just beginning.
Vesuvian narratives of the Plinian eruption of Vesuvius in AD
79 are collectively the most numerous and diverse. A single essay can
do little more than scratch the surface of Vesuvius reception studies.
For writers and artists have set themselves off against the challenge
for centuries. The Neapolitan poet Statius may have been the first to
engage Vesuvian narrative in his Silvae, even if he did so with appa-
rent reticence.21 His contemporary, Pliny the Younger, seized upon an
invitation and composed the Vesuvian narrative that has become the
classic account. Ever since, authors in every narrative discipline and
sub-discipline and in every age have set themselves off against the task
of writing Vesuvian narratives. Romantic opera, the novel, Enlighten-
ment scientific essay, pop art, early cinema, blockbuster Hollywood,
documentary film, the mini-series. Every phase of cultural history has
produced a variety of Vesuvian narrative, the continual focus of which
has been almost exclusively on the Plinian eruption. Scientific explo-
ration of the Plinian eruption alone has supported exciting scholarly
discovery for nearly three centuries. What follows in this article’s se-
cond part is a reading of some Vesuvian narratives that have followed
Pliny’s. It offers a prolegomenon to what Vesuvian narratives of Pollena
Eruption might become.
The most lasting Vesuvian narrative comes in a pair of letters by
21
For all Silvae passages related to the
Pliny the Younger regarding the death of his uncle. Pliny’s eyewitness Plinian eruption, see the Apparatus Fontium
account is the great progenitor of most Vesuvian narratives written sin- Antiquarum online.
111
ce. Even Vesuvian narratives of other eruptions seem to have elements
from Pliny’s monumental telling. No other volcanic record rewards
both scientific and philological scrutiny alike, as this one does. Even
the volcanological classification of other volcanoes’ eruptions as “Pli-
nian” or “sub-Plinian” draws from Pliny the Younger’s careful narrative.
Volcanologists still comb Pliny’s account for details that confirm the
physical evidence of the eruption, and they sift the supporting physical
evidence for details that can perfect the written text.22
Gaius Plinius Secundus died investigating the causes and ef-
fects of the event that destroyed Herculaneum and Pompeii and other
Vesuvian towns. The great historian Tacitus requested from the younger
Pliny information about his uncle’s death. The nephew responded with
two rhetorically enhanced narratives fit to create an uncommon hero.
Tacitus’ written request to Pliny and his historical record for 79 A.D.
have vanished, but Pliny’s stands both as a monument to the uncle and
as a literary record for the eruption he witnessed.
Pliny’s account is a narrative masterpiece, a captivating rheto-
rical manipulation from start to finish. The narrative presents itself as
objective, or metonymic; yet, in fact, it is laced with metaphoric ele-
ments. The design is to explain the uncle’s death against the most hu-
mane role of his life. In the action that results in the Elder Pliny’s death,
the subject is contrived as a complex human being who cares more
about knowledge than anybody around him does, who tries to relieve
human suffering, who inspires courage to the last, a man who stands
throughout as a singular human force against overwhelming nature.
Pliny’s Vesuvian narrative is more than metonymic.
The narrator asserts his own observations in many places.23
A subtle, though not careless, conflation of narrative times, becomes
apparent when the narrator asserts as motivating factors details which
could not have been known to the Elder Pliny during the eruption.24
The rest of the event, likewise, has been affected, if even in small degre-
22
An essential article is H. Sigurdson, S. es, by the primary author’s subjectivity. The eruption becomes in the
Cashdollar, and S.R.J. Sparks, “The Eruption
of Vesuvius in 79 A.D.: Reconstruction from nephew’s hands a lionization of the Elder Pliny.
Historical and Volcanological Evidence,” Pliny the Younger succeeded in this misdirection. Recently, a
American Journal of Archaeology 86 (1982),
39 – 51. For the question of date for the student of the elder Pliny observed that “… not many have noted that
79 eruption: G. Rolandi, A. Paone, M. Di he meant not only to observe the eruption but also to rescue others
Lascio, G. Stefani, “The 79 A.D. eruption of
Somma: the relationship between the erup- in the neighborhood (Letters 6.16.8-9).”25 If few readers have noted
tion and the southeast tephra dispersion,” Pliny’s concern for rescuing others, the narrator is not to blame. For, the
Journal of Volcanology and Geothermal
Research 169 (2008), 87 – 98. nephew pointedly draws attention to the altruistic aspect of his uncle’s
23
H.W. Traub, “Pliny’s Treatment of service. He carefully foregrounds the details of the situation: Pliny is
History in Epistolary Form,” TAPA 86 (1955):
229 – 31. still at Messina when a letter from one Rectina arrives; she is beside
24
U. Eco, The Limits of Interpretation herself with fright; she begs aid; the narrator has Pliny’s capacious mind
(Bloomington 1990), chapter 8 “A Portrait of
the Elder as a Younger Pliny”: 123 – 36. quickly reconsider his plan, and he orders large ships be launched ra-
25
T. Murphy, Pliny the Elder’s Natural
History: the empire in the encylopedia
ther than the single, nimble vessel; he climbs to the helm (ascendit)
(Oxford, 2004), 4. “to bring aid not only to Rectina alone but to many others also”; with
112
these people in mind now, Pliny steers the taskforce’s course into the
teeth of danger with such steadfastness (solutus metu) that he ably
performs his scientific duty while thinking of others. When Pliny is de-
terred from a first attempt at landing on the imperiled shore, the narra-
tor has him speak encouraging words to the frightened crew: “Fortune
favors the bold! Go, find Pomponianus!” The words stand out, because
the narrator uses direct and not indirect discourse. While others flee
the eruption with pillows on their heads, Pliny presses forward into the
eruption. At Stabiae, that evening, the narrated hero overtly models a
peaceful demeanor so as to soothe his companions’ fears.
Throughout this letter, the uncle is narrated as an exemplar
of generosity. No one knows certainly who Rectina was and why her
appeal for help had such immediate effect on Pliny. Within the fra-
mework of the narrative, a vulnerable woman’s call for help causes
Pliny to change his plan, to encumber his mobility, to compromise
his scientific objective. Saving people is more important than saving
himself. And saving people becomes more important than his science.
The narrator contrives a heroic compromise: Pliny persists at scientific
observation while rescuing others. Calvino notes the irony in this de-
piction of Pliny the Elder as “protomartyr of experimental science’; for,
such emperical observations as Pliny seems intent upon conducting
during the eruption seldom appear in the dozens of books that Pliny
actually wrote.26 The nephew makes his uncle a better scientist than
his own work evidences.
Pliny’s letter to Tacitus (6.16) concludes with a rhetorical device
called aposiopesis, abrupt silence in the middle of a thought. This tip
of the hand suggests further that the whole narrative is a bit of a sham.
To Tacitus, Pliny writes
Meanwhile, at Misenum, my mother and I were —
but that’s not a matter for a history, nor did you want
to know anything beyond my uncle’s demise. Thus, I
will bring this letter to a close. Let me add one more
thing, though: I have written about what I saw first-
hand and have checked on the rest of the details im-
mediately afterwards, since that is when the truth is
remembered best. You will excerpt the best details; for,
it is one thing to write a letter and another to write a
history, the one to a friend and the other to posterity.
Vale: yours truly. (Plin. Epist. 6.16.21-22)
Tacitus had asked Pliny for details of an event, that he might
then work into his own history. Pliny acknowledges in the end that his
Vesuvian narrative is not what Tacitus originally expected. Lest he be
mocked for his narrative’s biased promotion of the uncle, Pliny feigns
26
I. Calvino, ‘Man, the Sky, and the
Elephant’, in The Uses of Literature, trans.
to urge Tacitus in performing the historian’s duty. But he protests too Patrick Creagh (NY& London, 1986), 321
cited in T. Murphy, Pliny the Elder’s Natural
much. On another occasion altogether (Plin. Epist. 7.33.10), Pliny History: the empire in the encylopedia
sent to Tacitus an unsolicited account of his own activities. He invited (Oxford, 2004), 53.
113
Tacitus to elaborate the received details and make them notiora cla-
riora maiora, “more illustrious, more famous, more grand”. On that
occasion, also, Tacitus may have left Pliny to his own devices. Either
he rejected Pliny’s offer or the reworking is lost with much of Tacitus’
writing. A pity for Tacitus’ Vesuvian narrative to have gone lost.
The brilliance of Pliny’s Vesuvian narrative is that it feigns to be
written objectively, apparently making its connections with the event
by metonymy. Scrutiny of the text, however, shows that in fact the au-
thor is working subjectively. Nevertheless, readers from all disciplines
still read and discuss Pliny’s account with profit. For, it possesses that
documentary authenticity inherent in metonymic objectively (to the
satisfaction of scientists); but it is not short of the metaphoric elements
that draw readers in and retain them. This same principle of narrative
is practiced by the author of the other classic Vesuvian narrative, Sir
Edward Bulwer-Lytton’s grandiose 19th-century novel.
Bulwer-Lytton’s The Last Days of Pompeii — arguably the
most influential Vesuvian narrative because of its many successors in
literature, cinema, and visual arts — is composed entirely of fictitious
characters that the author called “thematic personifications.” The no-
vel interweaves stories of love, lust, and intrigue into a narrative that
casts human conflicts against the seething backdrop of a waking volca-
no. Even modern readers who bristle at this novel’s judgmental stance
will find it a remarkable example of metaphoric narrative, a sustained
manipulation of subjective elements in the guise of objectivity. In an
engagement much the same as Pliny’s, Bulwer-Lytton’s narrative he-
aps objective-seeming details before the reader, thereby distracting the
reader’s attention from a troubling subjectivity. That metonymic mode
plays a prominent role throughout the novel. In footnotes and endno-
tes and learned asides throughout the text’s body, the author inserts not
infrequent details for cultural-historical clarification.
Bulwer-Lytton offers his learning to the reader as some tour
guide might today — ambling up through the Porta Marina or choking
the entrance to Pompeian Forum. He guides his visitors through the ru-
ins of Pompeii and offers them cherished glimpses into the historically
verifiable past. This is how the Pompeians drank wine. Or, Since
you may not have known that at formal dining, Pompeian
women sat in chairs, let me tell you . . . Or, The Romans emplo-
yed sailors in their amphitheatres because . . . This author is all
too eager to inform. The narrative sometimes uses Latin words, upon
which the author offers learned footnotes; the occasional bon mot
occurs, drawn from some Roman poet or other. Metonymic details
keep piling up. Bulwer-Lytton does not wear his erudition lightly. In
this narrative pretence, the novelist contrives a veil of trustworthiness.
Because this author understands so deeply the culture, the contrivan-
114
ce assures, his account of that culture’s demise must be valid. All the
while, Last Days perpetuates a Vesuvian narrative that strays far afield
and well into the territory of fiction. Accumulated metonymy detracts
from subversive metaphor.
The metaphoric elements of Last Days center especially on
the author’s reference to a supernatural apparatus. Throughout this Ve-
suvian narrative, the author manufactures a clear connection between
human activity and nature’s response. In his hands, the volcano is a tool
of divine vengeance. Human decadence approaches nadir as the plot
unfolds, and the volcano responds by increasing its activity. The novelist
responds thus to the narrative challenge of telling a known tale. For eve-
ry reader of The Last Days of Pompeii knows, presumably, that the
narrative will end in eruptive annihilation. Bulwer-Lytton’s telling, thou-
gh, explains the causes of Vesuvius’ eruption, and links the geological
timing to the fullness of Pompeian wickedness. The pending eruption
becomes a narrative device for the author to ratchet up the suspense
and steepens the decline of Roman civilization. The reader knows that
the volcano will blow; the author teaches us why it takes place.
A central episode in the novel is set in the cave of the sorceress,
the Saga of Vesuvius. The Saga dwells in a fissure inside the volcano’s
flank. Like a perversion of the Pythian Sybil she breathes its noxious
fumes and observes its glowing core. One stormy night, the witch re-
ceives a visit by Arbaces, the corrupt priest of Isis and by far the novel’s
most vicious character. His command over the powers of darkness
make the Saga’s frightful magic pale. She does not know that Arba-
ces has conjured the raging storm by his wicked sorcery. The novelist
portends horror through special effects written on a cosmic scale. The
Saga observes that on this ominous night the “shades are noisier than
their wont.” Unwittingly she refers to a portent of the coming geological
event, unaware that higher cosmic powers are gathering. She looks into
the depths of her cave, observing “Strange. . . . It is only within these last
two days that dull, deep light hath been visible. What can it portend?”
Foregrounding the approaching doom, the witch’s pet fox “uttered a
dismal howl, and ran cowering back to the inner cave; a cold shudde-
ring seized the hag herself at the cry of the animal, which, causeless as
it seemed, the superstitions of the time considered deeply ominous. . . .”
The Saga’s prescience fails her, but the omniscient novelist is prepa-
ring the final confrontation between villains and the forces of nature.
Before this novel ends, he will have clarified fully that the volcano is an
agent of cosmic justice, unleashed with enough force to overwhelm
even Arbaces. To offset the gloomy foreboding in this stormy scene, the
novelist contrives a glimmer of light for mankind. Christianity will offer
a hope for escape from Vesuvius’ wrath. The chapter that puts Arbaces
in the Saga’s cave concludes with this sentence: “At that same hour
115
which witnessed the dark and unholy interview between Arbaces and
the Saga, Apaecides was baptized.”
The Nazarene seer, Olinthus, is made to articulate the famous
simile that equates Pompeii with Sodom and Gomorrah. It comes late
in the novel. The volcano is already erupting, when Olinthus observes
prophetically: “God is forth upon the wings of the elements! The New
Gomorrah is doomed! Fly, ere the fires consume thee!” In contriving
this moment, Bulwer-Lytton draws upon an actual inscription recor-
ded by archaeologists on the wall of a Pompeian house that is taken
to read “SODOM(A) GOMOR(RA)”.27 Around this kernel Bulwer-
Lytton builds the entire apparatus of his destruction in the Last Days
of Pompeii.
Bulwer-Lytton’s judgment day breaks over the Pompeians while
they clamor savagely in the amphitheatre. They had assembled there
by vicious habit, not knowing this day would be their last. Heedless of
all prophetic and seismic warnings — supplied by the novelist from
invented and historical sources, respectively — they
had been already rendered savage by the exhibition of blood;
they thirsted for more; their superstition was aided by their fe-
rocity. Aroused, inflamed by the spectacle of their victims, they
forgot the authority of their rulers. It was one of those dread
popular convulsions common to crowds wholly ignorant, half
free and half servile; and which the peculiar constitution of the
Roman provinces so frequently exhibited.
The debauched populace is in the moment of turning on Ar-
baces, his villainy revealed, when “he beheld a strange and awful ap-
parition, . . . vast vapor shooting from the summit of Vesuvius, in the
form of a gigantic pine-tree.” This latter simile may be metaphorically
moribund, for the learned narrator knows since Pliny that a gigantic
pine-tree is how the Vesuvian column appeared. Conversely, the nar-
rator’s yoking of cause to effect, i.e. that Pompeians died beneath Vesu-
vius because of their wickedness, makes assertions that lie outside the
known phenomenological world. This motif becomes metaphorical.
Bulwer-Lytton builds his narrative around a bifurcating con-
flict between the good — not only the growing Christian community
which he largely invents at Pompeii, but also those few who abet the
Christian cause — and the wicked, Pompeian evil-doers numbering
“thousands upon thousands.” Worst among them is Arbaces. And his
ignominious demise occurs not in the amphitheatre but a little later,
at the very moment he grasps for the fair Ione. Simultaneously, a pro-
27
The inscription, “Sodom and Gomor- digious tremor from the volcano matches a lightning bolt and topples
rah,” is documented in CIL IV.4976. Cf. C.
Giordano and I. Kahn, The Jews in Pompeii,
a bronze statue of Augustus upon the vicious Egyptian. The metaphor
Herculaneum, Stabiae and in the Cities of cannot be missed. As Bulwer-Lytton’s volcano rains fiery judgment up
campania Felix, trans. by W.F. Jashemski, 3rd
ed., rev. by L. Garcia y Garcia (Rome 2003),
the countless wicked, the chaste Glaucus and Ione are ushered by gra-
75 – 76. ce from the mayhem.28 Virtue justifies the safe escape of the righteous
116
few in Bulwer-Lytton’s Vesuvian narrative, while a populace steeped in
wickedness receives its just desserts.
One may well resent Bulwer-Lytton’s subversion of narrative
propriety in The Last Days of Pompeii. It is a heavy-handed appli-
cation of metaphoric narrative. The novelist contrives a story in which
by and large the eruption saves the good and quashes the wicked. This
moralizing tale found widespread readership in Victorian England,
and continued to proselyte followers for a century and more. Bulwer-
Lytton’s influence has perpetuated an ethical criticism that the Vesu-
vian towns got what they deserved. It will be interesting to see how this
moralization might change, as emerging evidence of Early Christian
presence on the north slope before the Pollena Eruption might some-
day foil the old saws about Vesuvius’ role as an instrument of divine
wrath. What if good, faithful palaeochristian remains are found in the
disastrous onslaught of the Pollena Eruption? Is it problematic if the
5th-century inhabitants died even without evidence of decadence and
apostacy? That is a story yet to be told.
Cinematic Vesuvian narratives abound. From its earliest be-
ginnings the visual spectacle of an erupting volcano has suited the
medium of film perfectly. Four early Italian films were homonymously
titled Gli ultimi giorni di Pompei (1900, 1913 twice, 1926).29 The
filmakers’ antecedents include not only Bulwer-Lytton’s novel but
also other narratives as diverse as Pacini’s 1825 misse en scene called
L’ultimo giorno di Pompei and F. David’s 1860 operatic narrati-
ve of civilization’s demise, Herculanum.30 The pre-history of 20th-
century cinematic Vesuvian narratives also runs through the grand
“spectacular productions” of 19th-century America.31 and through the
performances staged the artificial volcano built into the 18th-century
extravaganza of Wörlitz near Dessau.32 The cinematic post-history
must now include theme-park ride “Escape from Pompeii” at Busch
28
Glaucus reports in the epilogue, his
Gardens Europe. letter to Sallust, that he has contemplated
Striving similarly to recreate visual spectacle, Caserini’s 1913 converting to Christianity.
29
F. Pesando, “Ombre di luce: il cinema
epic film presents Bulwer-Lytton’s central story line. It explores Ar- peplum e Pompei,” in Storie da un’eruzione:
baces’ treacherous lust for Ione from his first voyeuristic gaze until a Pompei, Ercolano, Oplontis; guida alla
mostra, ed. by P.G. Guzzo (Napoli, 2003):
massive granite column topples and breaks in two pieces across Ar- 34 – 45.
baces’ back. Farther removed from its ostensible namesake, Schoed- 30
P. Schleuning, “Herculaneum in der
Musik: die Oper von Félicien David,” in
sack’s 1935 The Last Days of Pompeii is only loosely connected Verschüttet von Vesuv: die letzten Stunden
to Bulwer-Lytton’s storyline: Marcus is a Pompeian blacksmith who von Herculaneum, ed. by J. Mühlenbrock
and D. Richter (Mainz, 2005), 213 – 17.
leaves the forge and pursues an accidentally lucrative gladiatorial ca- 31
N. Yablon, “‘A Picture Painted in Fire’:
reer; though he hears life’s true meaning in a miraculous encounter Pain’s Reenactments of The Last Days of
Pompeii, 1879 – 1914,” in Antiquity Reco-
with Jesus in Judaea, he fails to comprehend mercy until the volcano vered: the legacy of Pompeii and Hercula-
destroys the Pompeians in their licentious pursuits; in one final cla- neum, ed. by V.C. Gardner Coates and J.L.
Seydl (Los Angeles, 2007): 189 – 205.
rifying moment of Christian epiphany Marcus dies with a beatified 32
U. Quilitzsch, “‘C’est tout Hercula-
neum!’: Herculaneum im Park von Wörlitz,”
smile across his face. The credits roll. Shoedsack’s film especially in Veschüttet von Vesuv (above, note 29),
manifests the problematic teleology familiar among Bulwer-Lytton’s 201 – 11.

117
descendants, that Pompeians who perished in A.D. 79 were ripened
for the catastrophic end they fully deserved.
Less biased, apparently, is the 2003 dramatization directed by
Peter Nicholson for the BBC, Pompeii: the Last Day. Good and
bad die in this eruption. Indeed, this narrator allows noone to get out
alive. This Vesuvian narrative incorporates variously confirmed archa-
eological data — inscriptions, original facades along the Via dell’Abon-
danza as backdrops, and the positions and tableaux for some of the vic-
tims we know from plaster-casts. Deriving storylines from such clues,
the narrative answers certain questions. Why did these victims end up
here or there? Who were they? How did they die? Would a family in this
condition not have fled the eruption? This film weaves answers into a
Vesuvian narrative that aims at both archaeological and volcanological
soundness. It is fascinating to hear the director say that his “single most
important motive” in making the film was “to give veracity to Pliny the
Younger’s account.”33 Pliny would we so proud.
Pliny’s veracity also figures largely in the recent Vesuvian narra-
tive by Robert Harris, Pompeii: a novel. Harris’ theme emphasizes
the triumph of human determination. This manifests itself in the nove-
list’s engaging sketch of Pliny, which recurs at key points in the novel’s
action. But the real champion of humanity in Pompeii is Attilius, a
Roman civil servant turned modern detective. As Attilius probes for
the solution to his chief problem — why the Augustan aqueduct he
manages has suddenly stopped flowing — the novel celebrates human
intellect and Roman engineering. These are, for Harris, one and the
same. Volcanic processes are the backdrop against which the best and
worst of humanity are projected. Attilius also manifests a tenacious will
to survive against the overwhelming forces of a Vesuvian eruption.
Harris’ Pompeii expands the story that Pliny offered to Taci-
tus, and it improves it. Harris’ Vesuvian narrative is considerably more
sophisticated than that, though. Harris does his best to represent a hi-
storical Pliny in the novel’s pages; and Rectina is there, to boot. Harris
makes his protagonist charge into the pyroclastic fury to save a girl.
From start to finish, Attilius becomes the true hero of humane perse-
verance. Unable to relinquish his quest for knowledge, he treads like a
gum-shoe detective steadfastly forward toward solving a mystery that
unlocks a treasury of geological truth. Amid forward-looking observa-
tions on global warming and thematic praise for Roman engineering,
Harris writes his Attilius into life by having him realize the very volcanic
truths that the younger Pliny imagined his learned uncle was seeking
when he perished. Harris causes Attilius to meet Pliny at one point du-
ring the eruption. His new-age hero is a hero of survival, and he escapes
scientifically told disaster together with his girl, while thousands perish.
33
P. Nicholson, interview for the DVD
special features, Pompeii: the Last Day, BBC
Intellect couples with sound Roman engineering — itself a manifesta-
Video (Burbank 2005). tion of intellect, as Harris presents it — and the protagonists survive.
118
Moralizing seems to echo in Harris’ treatment, as in Bulwer-
Lytton’s. The thoroughly despicable Ampliatus, the most corrupt mob-
ster in Pompeii, gets the death he deserves, slammed upside-down into
a building by an incandescent pyroclastic blast so forceful that it “burst
his eardrums, ignited his hair, blew his clothes and shoes off .” More
subtly, the novelist had narrated the ruthless Corax onto Vesuvius’ sum-
mit at the moment of explosion, his antagonism for Attilius persistent
from the novel’s beginning until his presumably instantaneous oblite-
ration. Good guys also die in this narrative, though. Harris makes ap-
parent apologies that the volcano “even killed the faithful Polites” and
other innocents as well. Harris yields to natural reality in this respect,
even if he contrives his protagonist’s wily survival in an ending that ulti-
mately comes as no surprise.
Pliny and Bulwer-Lytton were charged above for having di-
sguised a metaphoric narrative as something more metonymic. Har-
ris’ historical novel accomplishes the same effect and by the same
means. Metaphoric elements enhance Pompeii’s readability. A hint
at the Theseus-and-Ariadne theme that becomes overt is one such
metaphorical narrative device.34 But, abundant metonymic elements
enhance the novel’s credibility. The narrator demonstrates the fruits of
considerable research into the verifiable historical elements of the sto-
ry. His “acknowledgements” come at the end of the novel, as if endno-
tes documenting that he has done his homework and consulted all the
right sources. It is a list of works for further reading. Throughout the
novel’s narrative, the Pliny letters’ narrative emerges here and there.
These appearances give the novel’s plot a connection, as it were to
a verifiable past. Rectina, also, who is not known elsewhere outside
Pliny’s account, appears in Harris’s novel in an enlarged role, her de-
sperate attempts to save the Herculaneum Papyri contrived within a
context derived from accepted scholarly opinion. And Harris’ una-
bashed championship of Roman engineering — the manifestation of
human will that is arguably the novel’s real protagonist — results in
the frequent discourses that seem designed to persuade the reader of
the collective Roman triumph of human endeavor. Attilius is a cha-
racter so invented by the novelist as to excel his classical antecedent,
Pliny, as hero of the human intellect.
Harris quotes in each chapter a statement from modern volca-
nology, a statement from a per-reviewed publication, from The En-
cyclopedia of Volcanoes, or elsewhere. The narrative uses scientific
observation to help the reader appreciate the magnitude of the appro-
aching eruption. The narrator knows; thus, we know that the volcano
will blow. He also knows when the eruption will take place. Thus the
narrator tells in each section’s division how much time remains until
the eruption. Chapter titles give the time of day, e.g. “Hora Quarta:
34
Cf. Harris’ Pompeii, p. 30, 120, and
181. The Theseus/Ariadne theme is overtly
09:48 hours”, each one working like a ticking clock in a thriller. Because expressed on p. 152.

119
their presentation conflates time periods, each constitutes an intrusion
into Attilius’ phenomenological world. The narrator knows more than
any character in the narrative context, except Attilius after the eruption.
The narrative game is to develop Attilius’ character in the nick of time,
to have him solve the mystery of the aqueduct’s interruption and weave
in the loose ends, before the catastrophic ending of his civilization. The
narrative’s entire energy is directed to this end.
Attilius believes in the pragmatism of a functioning technolo-
gical world, as is consistent with the metonymic narrative the novelist
aspires to. At one point, Attilius entertains unscientific thoughts of por-
tentous omens reported by locals. Ascending Vesuvius in his quest for
facts, he thinks through an anonymous Vesuvian narrative that seem
entirely consistent with what Dio said of giants and voices ominous
events on the mountainside. Since he is becoming a scientist worthy of
Harris’ praise, the moment passes quickly, and Attilius presses on to a
level of verifiable events the transpired in the eruption of A.D. 79.
Writing the story where the end is known is a challenge for all
authors of Vesuvian narratives. Such a concern is not a problem for
scholars exploring the cultural context on Vesuvius’ north slope. For
us the end is not yet known. That an eruption occurred is clear from
literary and physical evidence. How the Pollena Eruption affected the
north-slope inhabitants is yet to be told. Therefore, for the foreseeable
future, Vesuvian narratives of the Pollena Eruption will remain soundly
within the reaches of metonymic discourse. There is too little human
context at the end of the Apolline Project’s initial explorations to inspire
metaphoric elaboration. As more information about human effects of
the Pollena Eruption becomes clear, those Vesuvian narratives may be-
gin to vie with narratives of the great geological forebear of 79. Authors
will find themselves inclined to create narratives that deal with the
events and their human respondents. The tradition of Vesuvian narra-
tives offers much precedent to work with. It will be interesting to see
what Vesuvian narrator takes the first steps beyond the documentable
and to watch just where those steps lead.

Roger T. Macfarlane
macfarlane@byu.edu

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Gli Ultimi Giorni di Pompei. Directed by M. Caserini. 1913. Kino Video. 2000.
121
Maurizio Bugno
echi su Nola

Nolan Echoes: Nola’s fame, both for its rural settlement


and for its agricultural production, make the land noteworthy
in tradition. The most ancient literary references to Nola re-
constitute fragments of a history of a center which — first inte-
grated into the Etruscan world, then brought into contact with
Greek culture, and at last with Roman influence — maintai-
ned nevertheless traces of its own distinct nature. Along the
coast, Nola held Herculaneum as its first point of communi-
cation, then Neapolis and Pompeii afterwards. The richness of
its land, bound to the presence of Vesuvius, seems to have been
celebrated in Vergil’s second Georgic.

1. La storia, e la protostoria, anche per il popolamento e gli inse-


diamenti sulla costa del Golfo di Napoli, e nell’area vesuviana, risentono
molto delle possibilità interpretative di segni che, sotto forma di serie
testimoniali, dal passato fanno giungere echi di pensiero e frammenti di
cultura materiale che a loro volta assumono poi senso multiforme a se-
conda delle potenzialità interpretative disponibili. La documentazione
letteraria, da parte sua, offre dei punti di vista, vere e proprie espressioni
di tradizioni stratificate e di forme intellettive di un soggetto pensante.
Non sfuggono a questa premessa metodologica le notizie che
risalgono a Ecateo di Mileto, vissuto alla fine del VI secolo a.C., le cui
testimonianze vanno tuttavia lette con estrema prudenza per il fatto
che sono note da frammenti di tradizione indiretta. Per la Campania
si dispone di tre soli frammenti1 che ricordano Nola, «città di Ausoni»
1
Riportati tutti dagli Ethnika di Steph. (FGrHist 1 F 61), Capua, «città d’Italia» (FGrHist 1 F 62) e Kaprie-
Byz. s.vv. Nola; Kapua; Kapriene, vedi
Apparatus (sotto).
ne (o anche Kapriai: odierna Capri), «isola d’Italia» (FGrHist 1 F 63).
2
Sulla fondazione etrusca di Nola v. Le citazioni, forse anche a causa della loro ristrettezza, pongono subito
Cato fr. 69 (Peter) apud Vell. Pat. 1, 7, degli interrogativi che derivano dalla formula espressa con lo stesso sin-
2-3; Polyb. 2, 17, 1 ricorda come un tempo
Nola e la sua piana fossero state abitate
tagma che nondimeno per un verso differenzia Capua da Nola, benché
dagli Etruschi. Cfr. M. Torelli, Storia degli entrambe etrusche, dal momento che l’una viene riferita all’Italia, un
Etruschi (Roma-Bari: Laterza, 19902), 42; toponimo, e l’altra agli Ausoni, un etnico2; mentre dall’altro accomuna
A. Mele, “Le popolazioni italiche,” in Storia
del Mezzogiorno, I, 1 (Napoli: Edizioni del Capua e Capri, che etrusca non era, poiché entrambe si trovano riferite
Sole, 1991), 249-51. all’Italia.
3
E. Lepore, “L’ITALÍA dal ‘punto di
vista’ ionico: tra Ecateo ed Erodoto,” in
Le fonti di Ecateo potevano provenire dagli ambienti ionici
Philias Charin. Miscellanea di studi in d’occidente e, in parte, acheo- sibariti3, anche in virtù del legame forte
onore di Eugenio Manni (Roma: Giorgio che esisteva tra Sibari e Mileto4; inoltre, la provenienza delle tradizioni
Bretschneider, 1980), 1331-44.
4
V. Hdt. 6, 21, 1; cfr. schol. Aristoph.
ecataiche potrebbe garantire sulle informazioni relative agli Etruschi,
Nub. 332; Tzetz. Chil. 7, 990 – 8, 7. ben conosciuti dal mondo ionico- occidentale e anch’essi interlocutori
122
privilegiati dei Sibariti5.
Se allora la nozione geografica, greca, di Italia, poteva essere
estesa a quelle realtà indigene che erano entrate in contatto col mondo
greco, perché le fonti di Ecateo distinguono tra Capua e Nola? Cosa
le faceva identificare con due riferimenti diversi? Il tipo di relazioni
stabilite con i Greci6? Lo statuto che i Greci avevano loro assegnato?
Oppure, cambiando punto di vista, c’era qualcosa di diverso tra loro
e che prescindeva dalla definizione dei Greci? È innegabile che una
gerarchia poteva essersi stabilita nei centri che direttamente o indiret- 5
Tim. fr.50 (Jacoby); Diod. Sic. 8, 18, 1;
tamente erano in contatto o non con i Greci, Sibariti o meno che fosse- 20; cfr. Iambl. V.P. 267 (Tyrsenos e Tyrse-
nis fra i pitagorici sibariti).
ro. Ma riferire Nola a un etnico, e particolarmente quello degli Ausoni 6
V. Ps.-Scymn. 228-29 e 245-46: gli
implica delle grosse differenze7. Ausoni sono collocati nelle aree interne, forse
L’orizzonte etnico degli Ausoni in Campania era percepito quelle non direttamente in contatto con i
Greci.
come uno stadio culturale precedente la venuta etrusca e greca; rispet- 7
Cfr. E. Lepore, Origini e strutture della
to a Capua, Nola poteva dunque aver conservato una realtà culturale, Campania antica. Saggi di storia etno-sociale
(Bologna: Il Mulino, 1989), 13-30.
e forse anche sociale, autonoma, non del tutto assorbita nel contesto 8
V. Strabo 5, 4, 3. Cfr. Lepore, Origini
etrusco cui poteva essere anche in qualche modo subordinata, tenen- e strutture, 57-84; Mele, Le popolazioni
do conto di una dialettica tra città e campagna8. italiche, 244-46; G. Colonna, “Le civiltà
anelleniche,” in Storia e civiltà della
La fama di Nola, del suo insediamento rurale e della produzio- Campania. L’evo antico, ed. G. Pugliese
ne agricola, fanno del territorio il punto di forza della tradizione, ed è Carratelli (Napoli: Electa, 1991), 26-32 e
58-59, e L. Cerchiai, I Campani (Milano:
dunque al territorio che occorre guardare. Di Nola gli antichi hanno Longanesi, 1995), 21-25 e 127-40.
tramandato la sua posizione pianeggiante, non chiusa da fiume né 9
Cfr. Sil. It. Pun. 12, 162-64.
mare (Liv. 23, 45, 10)9, situata nella parte sud-orientale della pianura
10
Cic. De off. 1, 33 (inizio II sec. a.C.,
forse nel 183); Liv. 24, 13, 7-11 (anno 214); Val.
campana (Polyb. 3, 91, 6; cfr. anche 2, 17, 1), con uno sbocco sul mare Max. 7, 3, 4.
in Pompei (Strabo 5, 4, 8). Fin dove, verso la costa, si spingesse il terri- 11
Cfr. M. Frederiksen, Campania
(Oxford: British School at Rome, 1984), 35
torio di Nola è più difficile dirlo, è noto comunque che il suo agro era (Somma e Pollena nell’antico agro nolano);
propinquo a quello di Neapolis10. Per quanto riguarda le comunicazio- Lepore, Origini e strutture, 209-212; F.
Càssola, “La conquista romana. La regione
ni, il Clanis (oggi Regi Lagni) e le paludi che accompagnavano il suo fino al V secolo d.C.” in Storia e civiltà
tratto potevano rendere preferibile la direzione sud-occidentale che della Campania. L’evo antico, ed. G.
lambiva le pendici settentrionali e nord-occidentali dell’attuale Monte Pugliese Carratelli (Napoli: Electa, 1991),
104; P. Sommella, “Città e territorio nella
Somma11. Prima della fondazione di Neapolis, la presenza greca at- Campania antica”, ibidem, 188-89.
testatasi fino a Partenope dovette distogliere i Nolani da quel tratto di 12
Cfr. Lepore, Origini e strutture,
243-263.
costa e orientarli piuttosto verso Ercolano in cui d’altra parte, secondo 13
Theophr. Hist. Plant. 9, 16, 6 ricorda
la tradizione riportata da Strabone (5, 4, 8), non è ricordata la presenza i Tirreni di Herakleia.
greca ma una storia insediativa simile a quella conosciuta per Nola12: 14
V. Soph. fr. 598 (Radt) apud Dion.
Hal. A.R. 1, 12: risalendo da mezzogiorno,
una fase osca su cui si innesta il momento etrusco13 fino alla conquista all’Oinotria segue il golfo Tyrsenikos.
sannitica14. Ma le cose cambiarono con la fondazione di Neapolis e 15
V. Lepore, Origini e strutture, 212
nota 9.
forse anche già prima con la decadenza di Partenope15. 16
A. Mele, “Aristodemo, Cuma e il
Al tempo di Ecateo i Cumani vivevano un momento di crisi Lazio,” in Etruria e Lazio arcaico, ed. M.
con la vicina Capua e con tutto il mondo etrusco16, qualche decennio Cristofani (Roma: CNR, 1988) , 155-77.
17
V. Antioch. FGrH 555 FF 4 e 7; Tim.
dopo, la controffensiva greca contro gli Etruschi e la svolta di Neapo- FGrH 566 F 58; Polyb. 2, 17, 1; 3, 91, 6; 34,
lis, ben presto coinvolta negli interessi ateniesi e in posizioni sempre 11, 7; Strabo 5, 4, 3; Liv. 4, 37, 1-2; 10, 38;
Diod. Sic. 12, 31, 1; Dion. Hal. A.R. 15, 3,
più autonome da Cuma, dovettero dare nuovo impulso all’economia 7-8. Cfr. A. Mele, “La città greca,” in Napoli
agricola dell’entroterra, favorendo processi il cui risultato potrebbe rav- antica (Napoli: Macchiaroli, 1985), 106-107;
visarsi nella etnogenesi dei Campani a Capua, la cui provenienza so- E. Lepore, “La città tra Campani e Romani”,
ibidem, 109; Lepore, Origini e strutture,
ciale ed etnica pare doversi riportare ai villaggî agricoli e a quel mondo 85-99; Mele, Le popolazioni italiche,
non del tutto integrato nel quadro etrusco17. È nell’ambito di questo 266-267 e 267-273; D. Musti, Strabone e la
Magna Grecia. Città e popoli dell’Ita-
riassetto culturale che va spiegata la tradizione riportata da Silio Itali- lia antica (Padova: Esedra, 19942), 217-234;
co (12, 161) e Giustino (20, 1, 13) che fa di Nola, e di Abella, una realtà Cerchiai, 187-194.
123
calcidese. Questa notizia pare un indizio di apertura verso il comparto
greco costiero, e particolarmente verso Neapolis che ben presto ebbe
contatti con Nola – come testimonia la documentazione numismati-
ca18 e la produzione di ceramica a figure rosse detta “Gruppo del Pila-
stro della Civetta”19 – rievocati poi nel 328, quando proprio Nola, oltre
18
Cfr. R. Cantilena, “La monetazione”,
in Napoli antica (Napoli: Macchiaroli,
che i Sanniti e Taranto, (Liv. 8, 22-23 e 25-26; Dion. Hal. A.R. exc. 15,
1985), 354-58; K. Rutter, “La monetazione 5-10; cfr. Strabo 5, 4, 7) intervenne a favore di Neapolis contro Roma
di Neapolis fino al 380 a.C.”, in La mone- e i suoi alleati campani, Capua e Cuma; un evento questo che, al di
tazione di Neapolis nella Campania
antica (Napoli: Arte Tipografica, 1986), là del privilegio e della distinzione dei rapporti di Nola con Neapolis,
74-83; A. Stazio, “Monetazione delle ‘poleis’ ripropone, nella lunga durata, una segmentazione nei rapporti tra Nola
greche e monetazione degli ‘ethne’ indigeni,”
in Magna Grecia. Lo sviluppo politico,
stessa e Capua20. Il foedus aequum tra Roma e Neapolis (326) dovette
sociale ed economico, ed. G. Pugliese poi orientare Nola piuttosto verso il porto di Pompei21, mentre gradual-
Carratelli (Milano: Electa, 1987), 171; A. mente andava crescendo nell’area l’influenza romana che, all’inizio del
Stazio, “La Monetazione,” in Storia e
civiltà della Campania. L’evo antico, II secolo a.C., in un arbitrato, finì per usurpare un territorio di confine
ed. G. Pugliese Carratelli (Napoli: Electa, disputato tra Nolani e Neapolitani22.
1991), 240-43.
19
Cerchiai, 191-92; A. Pontrandolfo,
“L’influenza attica nella produzione coloniale 2. Aulo Gellio (N.A. 6, 20, 1-4: seconda metà II secolo d.C.)23
in area tirrenica,” in La politica ateniese racconta di aver letto in un certo commentario che un passo scritto e
in Magna Grecia nel V sec. a.C.,
Ostraka VI.1 (1997): 95-107. recitato da Vergilio (Georg. 2, 224-225) ricordava Nola in riferimento
20
Cfr. Lepore, La città, 109-15; Lepore, al vicino rilievo del Vesuvio («talem diues arat Capua et uicina Veseuo
Origini e strutture, 212-19; Cerchiai,
195-200.
/ Nola iugo»), e che poi il poeta, a causa di un risentimento verso i No-
21
Strabo 5, 4, 8. lani, avrebbe cancellato la citazione di Nola sostituendola in maniera
22
Cic. De off. 1, 33 (forse nel 183); Val. tale che un generico «ora» si trovasse collegato al Vesuvio («talem diues
Max. 7, 3, 4.
23
Gell. N.A. 6, 20, 1-4. Vedi Apparatus. arat Capua et uicina Veseuo / ora iugo»). Gellio non si sforza di veri-
Cfr. anche Serv. ad loc. ficare la tradizione, tuttavia apprezza – sul piano poetico – la soavità
24
Gell. N.A. pr. 1, 21; 1, 21, 1.
25
Gell. N.A. pr. 1, 21; 5, 8; 7, 6; 10, 16; 16, musicale dell’emendamento.
6; 1, 14, 1; 1, 21, 1-4; 5, 8, 1; 5, 8, 3; 6, 1, 2; 7, 6, 1- La notizia riportata da Gellio è molto importante poiché essa
2; 7, 6, 5; 10, 16, 1; 10, 18, 7; 16, 6, 1; 16, 6, 14-15. era già confluita in un commentario, forse quello di Giulio Igino (età
26
Gell. N.A. pr. 4, 7; 1, 15, 18; 3, 1, 5-6;
4, 7, 1; 6, 7, 3; 6, 9, 11-12; 6, 9, 14-15; 13, 21, 1; 13, augustea) che leggeva anche un liber domesticus24 di Vergilio ed era
21, 3; 13, 21, 8-9; 15, 30, 4-6; 17, 9, 5. ben noto a Gellio25, o forse piuttosto quello di Probo (seconda metà I
27
Gell. N.A. 9, 9, 12.
28
Si potrebbe pensare a Vario e Tucca, secolo) di cui Gellio stesso conosceva tradizione non solo diretta26 ma
curatori dell’Eneide: cfr. Vita Vergilii anche indiretta, per bocca dei discepoli di quello27. Il riferimento a un
Donatiana 37 ss.; Vita Vergilii Serviana.
29
Contra: A. Barchiesi, “La vendetta
commentario, che oltre tutto non solo ricorda la doppia stesura scritta
del silenzio. Uno schema esegetico antico e del verso ma anche la causa dell’emendamento, e infine il fatto che la
una pretesa correzione d’autore in Virgilio, prima versione era stata anche recitata, se non in direzione di un testi-
Georgiche, 2, 225,” Annali della Scuola
normale superiore di Pisa s.III IX, 2 mone diretto, orienta almeno verso una fonte molto ben informata28
(1979): 527-37; L.A. Holford-Strevens, dal momento che l’episodio è ben presto confluito in una tradizione
“Nola, Vergil, and Paulinus, ” Classical
Quarterly n.s. XXIX (1979.2): 391-93; M.
scritta e che si discute di personaggi, e di luoghi, storicamente ben de-
Gigante, Virgilio e la Campania (Napoli: finiti. Ci sono dunque indizî per poter valutare la genuinità della tradi-
Giannini, 1984), 26 e 53-65, che sostiene la zione di Gellio. Ben diverso è il valore che possono avere i commentarî
pars destruens del Barchiesi proponendo
tuttavia di intendere Ercolano (specialmente più tardi di Donato (IV secolo) e Servio (IV / inizio V secolo) i quali,
pp.63-65). Servio postula una sostituzione di non solo non vanno messi sullo stesso piano di quelli più antichi, ma
Nola anche all’interno dell’Eneide (7, 740: v.
Serv. ad loc.): ma è questa una interpreta-
possono essersi aperti anche ad autoschediasmi, potendo inoltre aver
zione tendenziosa prodotta dalla notizia di risentito – per le notizie su Nola – dell’influenza esercitata da Meropio
Georg. 2, 224. Ponzio Paolino (IV / V secolo), vescovo di Nola29.
30
Verg. Georg. 4, 563-64.
31
Mecenate viene citato con perfetta Vergilio compose le Georgiche tra il 37 e il 29 a.C., risiedendo a
simmetria: Verg. Georg. 1, 2; 2, 41; 3, 41; 4, 2. Napoli30, sotto pressione di Mecenate31 con ricorrenti richiami a Ottavia-
32
Verg. Georg. 1, 25; 503; 2, 170; 3, 16;
47-48; 4, 560.
no32 al cui ritorno dall’Oriente – dopo la battaglia di Azio – esse furono
33
Vita Vergilii Donatiana 27. lette, alternandosi Vergilio e Mecenate, ad Atella nell’estate del 2933. Il
124
contesto della Georgica II è agricolo e arboricolo, con invocazione a
Bacco (v. 2), contiene inoltre una allocuzione a Mecenate34 e il riferi-
mento al ritorno di Ottaviano dall’Oriente35, nella parte finale dell’elo-
gio dell’Italia36. Vergilio conosceva bene non solo Napoli e Atella ma
forse anche la stessa Nola; sappiamo infatti dalla notizia di Gellio che
frequentava un rus propincum a Nola37 verso cui i Nolani negarono
un trasporto d’acqua richiesta dal poeta, episodio che provocò il risen-
timento di Vergilio. C’è dunque quanto meno il sospetto che, nono-
stante l’eliminazione del riferimento a Nola, Vergilio avesse composto
e lasciata intatta la Georgica nella componente relativa al patrimonio
culturale, mitico e agricolo, che egli aveva conosciuto per Nola e per
il Vesuvio.
Nella prima stesura del verso 225, la citazione di Nola, non altri-
menti nota nell’opera vergiliana, era inserita in una sezione in cui ven-
gono presi in considerazione i diversi tipi di terreno, ed è bene notare
che al verso 224 cade anche l’unica citazione del Vesuvio in Vergilio:
Nola e il Vesuvio si sarebbero trovati pertanto, almeno nella prima re-
dazione della seconda Georgica, strettamente collegati in un contesto
agricolo che, oltre tutto, renderebbe meno probabile un’allusione a lo-
calità costiere38. Infatti, subito dopo il passo con il riferimento a Nola
e al Vesuvio, vengono citati Bacco e Cerere (Georg. 2, vv. 226 ss.) per i
quali Plinio ricorda un summum certamen nell’agro campano secon-
do una tradizione antica («ut veteres dixere»)39 che in tal modo decan-
tava la ricchezza cerealicola e vitivinicola della regione. Inoltre, nella
stessa Georgica c’è anche l’unico riferimento – almeno in quest’opera
– agli Ausoni (v. 385) e all’Etruria (v. 533): a tal riguardo è interessante
osservare come, sia il riferimento agli Ausoni, sia quello all’Etruria, ri-
corrano nel contesto della descrizione di riti per Bacco (vv. 380-396 e
vv. 527-531).
I richiami al mito e ai riti in onore di Bacco meritano grande
attenzione sopra tutto dopo il rinvenimento di una villa, riadattata suc-
cessivamente a tempio, in località Starza della Regina nel comune di
Somma Vesuviana (NA) dove c’è un interessante quadro iconografico
nel quale si impone, almeno finora, la figura di Dioniso con pantera.
Va ricordato che Augusto morì, il 19 agosto del 14 d.C., nella casa in 34
Verg. Georg. 2, 39-46.
cui era morto suo padre Ottavio nel territorio di quella che era ormai 35
Verg. Georg. 2, 170-72.
la sua Colonia Felix Augusta Nola40, e nello stesso territorio Tiberio, 36
Verg. Georg. 2, 109-76.
37
Sulla organizzazione per pagi del
nel 26, dedicò un tempio ad Augusto41. Come ipotesi di lavoro, sarà territorio di Nola, in età romana, v. G. Camo-
interessante, anche alla luce di ulteriori rinvenimenti, confrontare il deca, “I pagi di Nola,” in Modalità insedia-
programma decorativo della villa con il tempio che, nella terza Geor- tive e strutture agrarie nell’Italia
meridionale di età romana, eds. E. Lo
gica (vv. 1-48), Vergilio descrive, nell’intenzione di volerlo dedicare a Cascio & A. Storchi Marino (Bari: Edipuglia,
Ottaviano. 2001), 413-433.
38
Gigante, 63-65, ha sostenuto l’ipotesi
che il passo facesse riferimento ad Ercolano.
Apparatus fontium antiquarum: 39
Plin. N.H. 3, 60. Cfr. Soph. Ant. 1115-
1152; fr. 600 Radt apud Plin. N.H. 18, 65. Per
un orientamento cronologico sulle tradizioni
Hekataios Milesios (500-400 B.C.), Periegesis — Frag- ‘antiche’ cfr. Dion. Hal. Thuc. 5.
mente der griechischer Historiker (ed. Jacoby) 40
Tac. Ann. 1, 5; 9; Suet. Aug. 98, 5;
100, 1; Vell. Pat. 2, 123, 1; Cass. Dio 56, 29, 2.
41
Tac. Ann. 4, 57; Suet. Tib. 40, 1;
FGrHist 1F61: Stephanus Byzantius: Cass. Dio 56, 46, 3.

125
Νῶλα· πόλις Αὐσόνων. Ἑκατᾶιος Εὐπώπηι. Νώλην δὲ
αὐτὴν Πολύβιός φησιν (II 17, 1).
Nola: an Ausonian city. Hecateaus discusses it under
Europe in his Periegesis. Polybius spells the name with a final
eta, Νώλη.

FGrHist 1F62: Stephanus Byzantius: Καπύα·


πόλις Ἰταλίας. Ἑκαταῖος Εὐρώπηι. ἀπὸ Κάπνος τοῦ
Τρωικοῦ.
Capua: a city of Italy. Hecateaus discusses it under
Europe in his Periegesis. Its name comes from the smoke of
Troy.

FGrHist 1F63: Stephanus Byzantius:


Καπριήνη· νῆσος Ἰταλίας. Ἑκαταῖος Εὐρώπηι.
λέγονται καὶ Καπρίαι.
Capriene: an Italian island. Hecataeus discusses it un-
der Europe in his Periegesis. Some people call it Capri.

Titus Livius (59 B.C. – A.D. 17), Ab urbe condita libri

Liv. 23, 45, 10: Hannibal exorts his troops:


Expugnate Nolam, campestrem urbem, non flumine, non mari
saeptam. Hinc vos ex tam opulenta urbe praeda spoliisque onustus vel
ducam quo voletis vel sequar.
Take Nola by storm, a city of the plain, fenced neither
by river nor by sea. From this place, a city of such wealth,
either I will lead you, laden with booty and spoils, or I will
follow you whithersoever you shall desire.

Liv. 24. 13. 7-11: Hannibal’s activities at Nola: Triduum ibi mora-
tus Poenus ab omni parte temptato praesidio, deinde, ut nihil procede-
bat, ad populandum agrum Neapolitanum magis ira quam potiundae
urbis spe processit. Adventu eius in propincum agrum mota Nolana est
plebs, iam diu aversa ab Romanis et infesta senatui suo. Itaque legati ad
arcessendum Hannibalem cum haud dubio promisso tradendae urbis
venerunt. Praevenit inceptum eorum Marcellus consul a primoribus
accitus. Die uno Suessulam a Calibus, cum Volturnus amnis traiecien-
tem moratus esset, contenderat; inde proxima nocte sex milia peditum,
equites trecentos, qui praesidio senatui essent, Nolam intromisit. Et
uti a consule omnia inpigre facta sunt ad praeoccupandam Nolam, ita
Hannibal tempus terebat, bis iam ante nequiquam temptata re segnior
ad credendum Nolanis factus.
There the Carthaginian tarried three days, attacking
the garrison from every side; and then, having achieved no
success, he set out to ravage the territory of Neapolis, rather
in anger than with the hope of taking the city. His coming
into a neighbouring region aroused the common people of
Nola, who had long been estranged from the Romans and
126
hostile to their own senate. Consequently, legates came to in-
vite Hannibal, bringing a definitive promise to surrender the
city. The consul, Marcellus, was summoned by the concil. In
one day he marched from Cales to Suessula, though the river
Volturnus delayed his crossing; in the following night he sent
six thousand infantry and three hundred horse into Nola, to
defend the senate. And, as earnestly as the consul strove to
seize Nola first, so Hannibal delayed, for their having tried
the same thing twice before made him slower to believe the
Nolans.

Polybius (c. 200 – 118 B.C.), Historiae

Polyb. 3, 91, 1-6: Hannibal’s perception of Campania:


Οὐ μὴν ἀλλ’ ὅ γ’ Ἀννίβας εἰκότως ἐπί τούτους
κατήντα τοὺς λογισμούς. τὰ γὰρ πεδία τὰ κατὰ Καπύην
ἐπιφανέστατα μέν ἐστι τῶν κατὰ τὴν Ἰταλίαν καὶ διὰ τὴν
ἀρετὴν καὶ διὰ τὸ κάλλος καὶ διὰ τὸ πρὸς αὐτῇ κεῖσθαι τῇ
θαλάττῃ καὶ τούτοις χρῆσθαι τοῖς ἐμπορίοις, εἰς ἃ σχεδὸν
ἐκ πάσης τῆς οἰκουμένης κατατρέχουσιν οἱ πλέοντες εἰς
Ἰταλίαν. περιέχουσι δὲ καὶ τὰς ἐπιφανεστάτας καὶ καλλίστας
πόλεις τῆς Ἰταλίας ἐν αὐτοῖς. τὴν μὲν γὰρ παραλίαν αὐτῶν
Σενοεσανοὶ καὶ Κυμαῖοι καὶ Δικαιαρχῖται νέμονται, πρὸς
δὲ τούτοις Νεαπολῖται, τελευταῖον δὲ τὸ τῶν Νουκερίνων
ἔθνος. τῆς δὲ μεσογαῖου τὰ μὲν πρὸς τὰς ἄρκτους Καληνοὶ
καὶ Τιανῖται κατοικοῦσι, τὰ δὲ πρὸς ἕω καὶ μεσημβρίαν
Δαύνιοι … καὶ Νωλανοί. κατὰ μέσα δὲ τὰ πεδία κεῖσθαι
συμβαίνει τὴν πασῶν ποτε μακαριωτάτην γεγονυῖαν πόλιν
Καπύην.
Hannibal considered his decisions rationally. For the
plain round Capua is the most celebrated in all Italy, both
for its richness and beauty, but also because of its proximity
to the sea and the consequent use of ports, at which sailors
from nearly all parts of the world disembark. Inhabitants of
Capua’s territory also live in Italy’s finest and most celebra-
ted cities. Their coastal region has Sinuessa, Cuma, and Di-
caearchea, and in addition to these Neapolis and, finally,
Nuceria. The interior has on the north Cales and Teanum,
and east and south Daunii [or, Caudium] and Nola, while
in the very middle of the plain lies Capua, once the most
esteemed city of all.

Polyb. 2, 17, 1:
Πλὴν ταῦτά γε τὰ πεδία τὸ παλαιὸν ἐνέμοντο Τυρρηνοί,
καθ’ οὓς χρόνους καὶ τὰ Φλέγραιά ποτε καλούμενα τὰ περὶ
Καπύην καὶ Νώλην· ἃ δὴ καὶ διὰ τὸ πολλοῖς ἐμποδὼν εἶναι
καὶ γνωρίζεσθαι μεγάλην ἐπ’ ἀρετῇ δόξαν εἴληφεν.
The Etruscans inhabited this plain anciently, at the
same period that they possessed also the Phlegraea — so the
127
area around Capua and Nola was called. Because the region
had many routes of access and because it was acknowledged
as tremendously fertile, he considered it worthy of his atten-
tion.

Strabo (b. ca. 64 B.C.), Geographika

Strabo 5, 4, 8:
Ἐχόμενον δὲ φρούριόν ἐστιν Ἡράκλειον, ἐκκειμένην
εἰς τὴν θάλατταν ἄκραν ἔχον, καταπνεομένην Λιβὶ
θαυμαστῶς, ὥσθ’ ὑγιεινὴν ποιεῖν τὴν κατοικίαν. Ὄσκοι
δ’ εἶχον καὶ ταύτην καὶ ἐφεξῆς Πομπηίαν, ἣν παραρρεῖ ὁ
Σάρνος ποταμός, εἶτα Τυρρηνοὶ καὶ Πελασγοί, μετὰ ταῦτα
δὲ Σαυνῖται· καὶ οὗτοι δ’ ἐξέπεσον ἐκ τῶν τόπων. Νώλης δὲ
καὶ Νουκερίας καὶ Ἀχερρῶν, ὀμωνύμου κατοικίας τῆς περὶ
Κρέμωνα, ἐπίνειόν ἐστιν Πομπηία παρὰ τῷ Σάρνῳ ποταμῷ
καὶ δεχομὲνῳ τὰ φορτία καὶ ἐκπέμποντι. ὑπέρκειται δὲ τῶν
τόπων τούτων ὄρος τὸ Ὀυέσουιον, ἀγροῖς περιοικούμενον
παγκάλοις πλὴν τῆς κορυφῆς·
Next after Neapolis comes the Fortress of Hercules [i.e.:
Herculaneum]. It occupies a promontory that juts into the
sea and catches so marvelously the southwest sea-breeze that
the settlement is especially pleasant. The Oscans once occu-
pied this place and the next town after it, Pompeii, which
the Sarno passes; after them the Etruscans and the Pelasgi;
and after that, the Samnites; but they, too, were displaced
from these towns. Pompeii, on the river Sarnus – a river which
conveys cargo both inland and also back out to sea – is the
port-town of Nola, Nuceria, and of Acherrae (a place with
the same name as the settlement near Cremona). Above these
places looms the mountain Vesuvius, which, save for its sum-
mit, has dwellings all round, on farm-lands that are absolu-
tely beautiful.

Silius Italicus (ca. A.D. 26 – 102), Punica

Sil. 12. 161-166: Marcellus preempts Hannibal:


hinc ad Chalcidicam transfert citus agmina Nolam.
campo Nola sedet, crebris circumdata in orbem
turribus, et celso facilem tutatur adiri
planitiem vallo; sed, qui non turribus arma
defendenda daret, verum ultro moenia dextra
protegeret, Marcellus opem auxiliumque ferebat.
..and then he quickly moved his army to Chalcidian
Nola. Nola sits on a plain — surrounded by a thick circuit of
ramparts — and from the brestwork above she guards the fair
plain. But, since Marcellus would not have infantry defended
by ramparts, but rather protect the towns by his own might,
he brought them aid.
128
Marcus Iunianius Iustinus (A.D. 300?), Historiarum
Philippicarum Pompeii Trogi Epitome

Iust. 20. 1. 11-15: Many Italian cities retain Greek ancestry in


their names:
Sed et Pisae in Liguribus Graecos auctores habent; et in Tuscis
Tarquinii a Thessalis, et Spina in Umbris; Perusini quoque originem ab
Achaeis ducunt. Quid Caeren urbem dicam? quid Latinos populos,
qui ab Aenaea conditi videntur? Iam Falisci, Nolani, Abellani nonne
Chalcidensium coloni sunt? Quid tractus omnis Campaniae? quid
Bruttii Sabinique? quid Samnites? quid Tarentini, quos Lacedaemone
profectos spuriosque vocatos accipimus?
Pisa in Liguria was founded by Greeks; so, too, Tarqui-
nia among the Etruscans and Spina in Umbria were founded
by settlers from Thessaly. Perugia says that it was founded
by Achaeans. What should I say of Caere, or of the Latin
peoples who seem to have been founded by Aeneas? Were not,
then, the Falerii, Nola, and Avellae were also colonized by
the Chalcideans? What about the whole region of Campa-
nia? Or Bruttium or the land of the Sabines? The Samnites?
Or Tarentum, to which we understand exiles from Sparta and
other diverse cities were summoned?

M. Tullius Cicero (106 – 43 B.C.), de Officiis

Cic. Off. 1. 33:


Existunt etiam saepe iniuriae calumnia quadam et nimis calli-
da, sed malitiosa, iuris interpretatione. Ex quo illud ‘summum ius sum-
ma iniuria’ factum est iam tritum sermone prouerbium. Quo in genere
etiam in re publica multa peccantur, ut ille, qui, cum triginta dierum es-
sent cum hoste indutiae factae, noctu populabatur agros, quod dierum
essent pactae, non noctium indutiae. Ne noster quidem probandus, si
uerum est, Q. Fabium Labeonem seu quem alium – nihil enim habeo
praeter auditum – arbitrum Nolanis et Neapolitanis de finibus a senatu
datum, cum ad locum uenisset, cum utrisque separatim locutum, ne
cupide quid agerent, ne adpetenter, atque ut regredi quam progredi
mallent. Id cum utrique fecissent, aliquantum agri in medio relictum
est. Itaque illorum finis sic, ut ipsi dixerant, terminauit; in medio relic-
tum quod erat, populo Romano adiudivauit. Decipere hoc quidem est,
non iudicare; quocirca in omni est re fugienda talis sollertia.
Injustices also from a particular type of chicanery: i.e.
from the extremely clever but malicious interpretation of the
law. Thus the saying ‘the highest law is the highest injustice’
has by now become a trite proverb. In such vexatious procee-
dings are many wrongs committed even under our constitu-
tion. For instance, the man who, during a thirty-days’ truce
struck with the enemy, laid waste their fields by night, held
that the truce had been established for days, not nights. We
129
must not condone, though he be our countryman (and if the
story true), the behavior of Q. Fabius Labeo — or of some
other person, for I know of it only from hearsay). He was assi-
gned by the senate as arbiter in a dispute about the boundary
between Nola and Neapolis. When he arrived, he spoke with
each group separately: he urged each side to act selflessly,
to avoid greed, and to choose acquiescence over aggression.
When both sides had so acted, a certain parcel of land was
left in the middle. Therefore Fabius Labeo determined their
boundaries just as they themselves had indicated; what was
left in the middle, he decreed the property of Rome. This is
chicanery, to be sure, not judgement. Wherefore, such cun-
ning must be shunned in every instance.

Valerius Maximus (fl. ca. A.D. 14 – 37), Facta ac Dicta


Memorabilia

Val. Max. 7. 3. 4:
Quod sequitur invito, sed narrandum est. Q. Fabius Labeo, ar-
biter a senatu finium constituendorum inter Nolanos ac Neapolitanos
datus, cum in rem praesentem venisset, utrosque separatim monuit ut
omissa cupiditate regredi a nodo controversiae quam progredi mallent.
idque cum utraque pars auctoritate viri mota fecisset, aliquantum in
medio vacui agri relictum est. constitutis deinde finibus ut ipsi termina-
verant, quidquid reliqui soli fuit populo Romano adiudicavit. ceterum
etsi circumventi Nolani ac Neapolitani queri nihil potuerunt, secun-
dum ipsorum demonstrationem dicta sententia, improbo tamen prae-
stigiarum genere novum civitati nostrae vectigal accessit.
The following story, must be told, though I am hesitate
to do it. Q. Fabius Labeo was assigned by the senate as ar-
biter for settling the boundaries between Nola and Neapolis.
Arriving on the scene, he advised both sides separately to set
aside their greed but to prefer backing away from the point of
dispute rather than pressing on. When either side so behaved,
swayed by the man’s authority, a certain bit of vacant land
was left in the middle. The boundaries were then fixed as the
parties themselves had wished; but Fabius Labeo awarded
whatever ground remained to the Roman people. Though tri-
cked, the Nolans and Neapolitans could raise no complaint
since the decision had been pronounced precisely as they had
demarcated the land; a new tributary, however, accrued to
our state by this base type of chicanery.

Aulus Gellius, Noctes Atticae

Gell. N.A. 6, 20, 1-4: Gellius considers a line in Vergil’s Geor-


gics
Quod Vergilius a Nolanis ob aquam sibi non permissam sustulit
e uersu suo ‘Nolam’ et posuit ‘oram’; atque ibi quaedam alia de iucun-
130
da consonantia litterarum. Scriptum in quodam commentario repperi
uersus istos a Vergilio ita primum esse recitatos atque editos:
talem diues arat Capua et uicina Veseuo
Nola iugo;
postea Vergilium petisse a Nolanis, aquam uti duceret in pro-
pincum rus, Nolanos beneficium petitum non fecisse, poetam offen-
sum nomen urbis eorum, quasi ex hominum memoria, sic ex carmine
suo derasisse ‘oram’ que pro ‘Nola’ mutasse atque ita reliquisse:
… et uicina Veseuo
ora iugo.
Ea res uerane an falsa sit, non laboro; quin tamen melius suauis-
que ad aures sit ‘ora’ quam ‘Nola’, dubium id non est. Nam uocalis in
priore uersu extrema eademque in sequenti prima canoro simul atque
iucundo hiatu tractim sonat. Est adeo inuenire apud nobiles poetas
huiuscemodi suauitatis multa, quae appareat nauata esse, non fortuita;
sed praeter ceteros omnis apud Homerum plurima.
Some notes on an anecdote — that Virgil removed
Nola from one of his lines and substituted the word ora, “lan-
ds,” because the inhabitants of Nola had refused him water
— and also some additional notes on the agreeable euphony
of vowels. I have found it noted in many commentaries that
the following lines were first read and published by Virgil in
this form:
Such is the soil that wealthy Capua ploughs
And Nola near Vesuvius’ height.
They say that, after Vergil asked the people of Nola for
permission to run their city water into his near-by estate, the
Nolans refused to grant the favour he sought; that the poet
then became angry and erased their city’s name, as if consi-
gning it to oblivion, changing Nola to ora and leaving the
line in this form:
The lands near Vesuvius’ height.
Whether this is true or false, I do not concern myself;
but, there is no doubt that ora has a more agreeable and mu-
sical sound than Nola. For if the last vowel in the first line
and the first vowel in the following line being the same, the
sound is prolonged by an hiatus that is at the same time me-
lodious and pleasing. Indeed, it is possible to find in famous
poets many instances of such melodious beauty that it seems
to result from art and not by accident; but in Homer such
moments are more frequent than in all other poets.

Maurizio Bugno
Università degli Studî di Napoli “Federico II”
bugno@unina.it

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132
Aniello Parma
l’organizzazione del territorio rurale di Nola in età romana

This article outlines the current state of knowledge per-


taining to the organization of Nola’s rural districts (pagi) as
represented in the known inscriptions; it also offers an evalua-
tion of the collected data. This administrative ordinance for
Roman citizenship is most clearly articulated in Nola; indeed,
the abiding importance of the division into pagi for control of
the public domain (the ager) lands, was perpetuated from the
beginning of the Empire and into succeeding centuries. The
inscriptions bearing names of the pagi that were known in the
region around Nola number seven: five entries are published in
the Corpus Inscriptionum Latinarum, volume X; one further
was discovered in 1900; the latest was published in 1972.

Per la ricostruzione della storia amministrativa e sociale di Nola
romana non è certo elemento trascurabile comprendere, il più precisa-
mente possibile, la funzione che avevano quelle circoscrizioni territo-
riali secondarie, in cui era ripartito lo spazio urbano e rurale della città:
regiones, eventualmente, vici e pagi, distribuiti nell’ampio territorio 1
In generale sulle problematiche
che si estendeva tra gli arditi pendii delle colline dell’Appennino Irpino dell’organizzazione pagana nel mondo
romano v. M. Tarpin, Vici et pagi dans
e il Somma-Vesuvio, come attestato da importanti epigrafi, note già da l’Occident romain (Roma: Ecole française de
tempo, rinvenute in diverse zone della città e dell’agro. Rome, 2003), con bibl. precedente ed ampia
rassegna della documentazione epigrafica. A
Il problema naturalmente, senza la pretesa di voler riprendere livello teorico invece L. Capogrossi Cologne-
il più ampio e complesso tema dell’organizzazione paganico-vicana in si, Persistenza ed innovazione nelle strutture
Italia1, si inquadra in uno studio più generale di analoghi ordinamenti territoriali dell’Italia romana (Napoli: Jovene,
2002).
che siano noti per altre città dell’Italia e dell’impero2. In questo con- 2
Si v. M.W. Frederiksen, “Changes in
tributo si intende fornire solo un panorama delle conoscenze finora the Patterns of Settlement”, in Hellenismus
im Mittelitalien (Göttingen: Vandenhoeck
acquisite sull’organizzazione dei pagi attraverso le iscrizioni oggi note und Ruprecht, 1976): 341-355. M. Buonocore,
e proporre una valutazione dei dati raccolti. “Problemi di amministrazione paganico-
Conviene però rilevare come questo argomento conservi vicana nell’Italia repubblicana del I secolo
a.C.”, in L’epigrafia del villaggio, ed. A.
un’impronta fortemente locale e regionale cosicché, pur avendo pre- Calbi (Faenza: Lega 1993): 49-59. C. Letta,
sente situazioni consimili, ogni forma di generalizzazione è pericolosa, “L’epigrafia pubblica di vici e pagi nella
regio IV: imitazione del modello urbano e
come del resto possono risultare facilmente fuorvianti ipotesi di colle- peculiarità del villaggio”, in L’epigrafia del
gamenti o continuità istituzionali e amministrative che dovranno, inve- villaggio, ed. A. Calbi (Faenza: Lega 1993):
ce, essere valutate e dimostrate individualmente a causa della scarsità 33-48. C. Zaccaria, “Il territorio dei municipi
e delle colonie dell’Italia nell’età altoimpe-
e apparente contraddittorietà delle fonti e della stessa molteplicità di riale alla luce della più recente documen-
significati dati dalle fonti letterarie di età romana ai termini: vicus, tazione epigrafica”, in L’Italie d’Auguste
a Dioclétien (Roma: Ecole française de
pagus, non sempre interpretabili con certezza e che spesso possono Rome, 1994): 309-327.
indurre in fraintendimenti3. 3
Sul punto v. Tarpin: 87ss.

133
Vale la pena di ricordare, in breve, che il termine pagus ri-
copre concetti ed entità molto complesse, a seconda che si tratti del-
l’Italia o di certe province dell’impero romano, nelle quali si notano
realtà preromane molto diverse: nella stessa Italia le variazioni sono
in funzione dell’epoca ed anche della regione esaminata4. Il pagus,
affermatosi e strutturatosi con i processi di romanizzazione della Pe-
nisola5, è un comprensorio territoriale rurale più o meno vasto, posto
all’esterno della città propriamente detta. Al suo interno sono dislocate
case sparse, isolate nelle ampie proprietà. Infine è verosimile che in un
pagus possano essere ricompresi o meno dei vici ad esso collegati e
subordinati.
Inoltre va detto che nell’ordinamento amministrativo roma-
no, dopo le importanti riforme censuali apportate da Augusto, il termi-
ne pagus assunse una funzione catastale, censuale e fiscale ben chia-
ra6 come espressamente descritto, nel III sec. d.C., da un noto passo
di Ulpiano (D. 50.15.4 pr.): «forma censuali cavetur ut agri sic in
censum referantur: nomen fundi cuiusque: et in qua civitate
4
Frederiksen, Changes: 344-5.
et in quo pago sit: et quos vicinos proximos habeat» ed adotta-
5
Si v. Capogrossi Colognesi: 44ss. ta nella formula di registrazione della proprietà, come già può leggersi
6
Così Frederiksen, Changes: 343ss. dalle tabulae alimentarie di Veleia e dei Ligures Baebiani in età
7
Su questa problematica v. P. Veyne,
“La table des Ligures Baebiani et l’institution traianea7. Successivamente, verosimilmente dall’età di Valentiniano
alimentaire de Trajan”, Mélanges I, i pagi della prefettura d’Italia vennero sottoposti ai praepositi pa-
d’archéologie et d’histoire de l’École
française de Rome, 70 (1958): 202. N.
gorum per esercitare un più adeguato controllo sull’esazione fiscale
Criniti, La tabula alimentaria di Veleia come si legge nella tabula di Trinitapoli (AE. 1984, 250)8.
(Parma, 1991): 221-2. Le informazioni che possiamo dedurre dalle numerose atte-
8
Per questo v. A. Giardina & F.
Grelle, “La tavola di Trinitapoli: una nuova stazioni epigrafiche sui pagi sono piuttosto scarne, spesso sono ridotte
costituzione di Valentiniano I”, Mélanges alla sola menzione del nome in calce a dediche sacre o onorarie poste
d’archéologie et d’histoire de l’École
française de Rome. Antiquité 95 (1983):
ad imperatori, patroni e ad altri personaggi influenti di ambito non solo
295ss. locali. In altri casi sono noti magistri pagi, (sorta di rappresentanti del
9
V. l’ampio catalogo di iscrizioni con distretto territoriale verso la città), talvolta anche pagi scita o pagi
menzione di pagi raccolto da Tarpin: 307ss.
10
Plin., Nat. Hist., 3. 63; sententia (decisioni emesse dall’assemblea degli abitanti il pagus).
Liber Coloniarum 236. 5. Sul punto v. G. Mai o quasi mai possiamo però ricavare elementi sulla loro ubicazione,
Camodeca, “La colonizzazione romana dal
II sec. a.C. all’età imperiale”, in Storia del
ampiezza, numero e rapporto con l’organizzazione interna cittadina9.
Mezzoggiorno I, 2: 28-29 (Napoli: Edizioni Talvolta neppure i dati di ritrovamento, né il luogo dove è stata vista la
del Sole, 1991): 28-9. prima volta l’epigrafe possono essere utili per ipotizzare una loro loca-
11
Una nuova attestazione epigrafica
di una regio Media di Nola datata al I sec. lizzazione in quanto sono in gran parte state reimpiegate in altre strut-
d.C. (diversamente dalle altre regiones ture e costruzioni spesso lontano dal luogo originario.
Iovia e Romana note da CIL X 1255, 1256
datate al IV sec. d.C.) in G. Camodeca, Il territorio della città di Nola aveva avuto una fondamentale
“Donne e vita cittadina: nuovi dati da Puteoli, grande pianificazione nel I sec. a.C., realizzata mediante il sistema del-
Cumae e Nola del I sec. d.C.”, in Donna la centuriazione, per distribuire le terre necessarie alla deduzione della
e vita cittadina nella documentazio­
ne epigrafica, edd. A. Buonopane & F. colonia da parte di Silla dopo la guerra sociale; un riassetto generale e
Cenerini (Faenza: F.lli Lega, 2005): 177ss. profondo fu operato da Augusto durante il suo principato con la con-
Per tutte le testimonianze delle regiones
nolane e campane in genere v. G. Camo- cessione del titolo di colonia augustea10. In quell’occasione, similmen-
deca, “L’ordinamento in regiones e i vici di te ad altre città, il territorio urbano, fu probabilmente ripartito in regio-
Puteoli”, Puteoli I (1977): 62-98. nes11. Successivamente è verosimile che sotto Vespasiano siano state
12
Camodeca, Colonizzazione roma-
na: 29. G. Camodeca, “I pagi di Nola”, in apportate, con interventi del principe, modifiche nell’assetto territoriale
Modalità insediative e strutture agrarie cittadino ed effettuate altre assegnazioni di terre dell’agro a veterani12.
nell’Italia meridionale di età romana,
edd. E. Lo Cascio & A. Storchi Marino (Bari: Tuttavia è possibile supporre che la prima suddivisione riproducesse
Edipuglia, 2001): 429-30. probabilmente, anche se solo per grandi linee, una sistemazione più
134
1.
Pagus Apollinaris, apografo (Apparatus
n.1; fonte: Todisco 2004)

risalente, che seguiva gli antichi principali assi di attraversamento della


piana nolana: strade, corsi d’acqua, crinali collinari, santuari campestri,
e che poi le successive spartizioni si siano allineate, affiancate o talvolta
sovrapposte alle precedenti. Nei punti nodali di questa vasta regione
rurale sorsero e si svilupparono attivi centri di produzione agricola e
commerciali organizzati in pagi13. Questo ordinamento del territorio
come strumento dell’amministrazione cittadina, di evidente imposta-
zione romana14, trova in Nola l’esempio più chiaro, infatti l’importanza
persistente della struttura paganica per il controllo delle terre dell’agro
nolano, come si vedrà, continuò a sentirsi all’inizio dell’impero come
anche nei secoli successivi.
Le sette testimonianze epigrafiche che restituiscono i nomi
di pagi dislocati nell’ampia regione agricola di Nola sono edite per la 13
Per una rassegna dei siti archeologici
maggior parte nel volume X del CIL15, una venne scoperta nel 190016, minori di età romana nel territorio a nord del
un’ultima fu pubblicata nel 197217. Recentemente Giuseppe Camo- Vesuvio e della piana nolana v. A. Parma, “Il
Monte Somma: archeologia e storia”, Qua­
deca presentando una nuova e completa lettura di queste iscrizioni derni Vesuviani 1 (1984): 35ss. (purtroppo
ha accresciuto notevolmente le nostre conoscenze dandoci, tra l’altro, con diversi errori di stampa). D. Capolongo,
Nola, l’agro e Cicciano (Marigliano,
notizia di un nuovo pagus della città finora sconosciuto e, cosa più 1979).
interessante, restituendo per quattro di esse i nomi dei destinatari e nel 14
M.W. Frederiksen, Campania (Ox-
contempo la datazione delle dediche, che, al tempo di Mommsen, era- ford: British School at Rome, 1984): 266ss.
Camodeca, Pagi : 430-1.
no ritenute non leggibili per l’erasione eseguita già in epoca antica18. 15
CIL X 1238, 1251, 1278, 1279, 1280.
Esaminiamo ora partitamente queste testimonianze epigrafi- 16
Notizie degli scavi di antichità
1900, p. 101 = AE. 1900, 179.
che al fine di una ricostruzione storica del territorio nolano. 17
R. Donceel, “Une inscription inédite
Le più antiche attestazioni di pagi nolani sono date da due de Nole et la date du sénatus-consulte de
importanti iscrizioni i cui testi pongono non pochi interessanti quesiti. collegiis tenuiorum”, Bullettin Insti-
tute Belge de Rome 42 (1972): 27-71. P.
La prima, riporta il nome del pagus Apollinaris ed è databile con Simonelli, “Nuovi ritrovamenti di iscrizioni in
precisione, grazie alla presenza della coppia consolare, P. Sulpicius Nola”, Atti della Accademia Pontani-
ana 21 (1972): 385ss.
Quirinus e C. Valgius Rufus, al 12 a.C.19 La lastra venne ritrovata, 18
Camodeca, Pagi: 413–433.
senza ulteriori precisazioni, a Nola nel 1949, rimase però inedita fino 19
Sulla coppia consolare v. REPW VII
al 1972 quando, come già detto, venne pubblicata quasi in contem- (1931) 829; XV (1955) 272-3. A. Degrassi, I
fasti consolari dell’Impero dal 30 a.C.
poranea dal Donceel e dal Simonelli. Entrambe le edizioni, tuttavia, al 613 d.C. (Roma: Edizioni di storia e
sono carenti in diversi punti e gli studi successivi20 non hanno appor- letteratura, 19520, 4; Donceel, 230.
20
G. Guadagno, “Pagi e vici della
tato nessuna sostanziale aggiunta o correzione a quanto già conosce- Campania”, In L’epigrafia del villaggio,
vamo21. Un prossimo completo riesame del testo, a cura di Giuseppe edd. A. Calbi, A. Donati & G. Poma (Faenza:
Camodeca, è previsto nel fascicolo relativo a Nola per i Supplemen- F.lli Lega, 1993): 413ss. Tarpin: 385.
21
Da ultimo v E. Todisco, “Testimo-
ta Italica di imminente pubblicazione e al quale si rimanda. Si tratta nianze sui paganici?”, in Epigrafia e
di un frammento di lastra in marmo bianco che per le sue ridotte di- territorio. Politica e società VII, ed. M.
Pani (Bari: Edipuglia 2004): 196ss. che ha
mensioni potrebbe essere stato affisso sulla parete esterna di un edificio utilizzato informazioni datele dal Camodeca.
sepolcrale di un collegio22. Mutilo da tutti i lati tranne quello superiore 22
V. Apparatus, n.1.

135
ancora conservato. Sono leggibili 19 linee di testo: dopo l’indicazione
dei consoli si conserva il riferimento ad un pagus Apollinaris, ad un
magister del pagus, C. Statius C. f. Fal(erna) [- - -] e, dato questo
di particolare importanza, ad un pagiscitum, cioè la decisione pre-
sa dall’assemblea dei pagani circa argomenti di loro competenza.
Uno degli atti deliberati con il decretum pagi, molto probabilmente,
riguardava l’acquisto di un terreno e l’edificazione di un monumento
funerario collettivo dove i pagani avrebbero trovato degna sepoltura
(locum sepulturai pago Apollinari paganeis)23; per questo scopo
essi avevano raccolto del denaro (ex pecunia conlata), versando del-
le quote che sono riportate affianco al nome di ognuno di loro. È possi-
bile, inoltre, che il pagiscitum provvedesse anche all’ampliamento o
alla riorganizzazione di un’altra costruzione definita paganico. Va detto
però che non è davvero semplice poter definire cosa sia un paganico;
recenti studi, ai quali qui si rimanda, hanno suggerito che con l’uso
di questo termine si possa identificare “uno spazio ufficiale del pago,
destinato ai soli pagani”24. Nell’ambito di questo spazio si dovrebbe
quindi inserire il locus sepulturai previsto dal pagiscitum; è proba-
2. bile che nelle parti mancanti dell’iscrizione fossero indicate importanti
Pagus Agrifanus, apografo ricostruttivo deliberazioni concernenti la vita della piccola comunità e del paga-
di G. Camodeca (Apparatus n.3)
nicus situato nel pagus Apollinaris, nonché le disposizioni relative
alla costituzione di un collegium funeraticium ad uso degli schiavi
e liberti che lì risiedevano25.
Nella seconda iscrizione i Laurinienses, verosimilmente gli
abitanti di un pagus o di un vicus, posero a proprie spese, pecunia
sua, una ara dedicata al genio dell’imperatore26. Quest’iscrizione va si-
curamente datata al I sec. d.C., se non addirittura in età augustea come
generalmente si ritiene27 in base alla locuzione Augusto sacrum28;
in ogni caso va tenuto presente che da sola questa espressione non è
dirimente, poiché la si può ritrovare in iscrizioni sicuramente poste
23
Camodeca, Pagi: 416.
24
Sul punto v. Todisco: 202ss. dopo la morte dell’imperatore29. La dedica è stata tradizionalmente
25
Così Camodeca, Pagi: 416. considerata30 come la testimonianza dell’esistenza in Nola di un col-
26
V. Apparatus, n.2.
27
Così J.M. Santero, “The ‘Cultores Au-
legio privato di cultores di Augusto quando questi era ancora in vita,
gusti’ and the Private Worship of the Roman ma quest’interpretazione deve essere rigettata in quanto ad un attento
Emperor”, Athenaeum 61 (1983): 111-125. esame autoptico le ultime due linee sono risultate essere state aggiun-
28
Sulla locuzione Augusto sacrum si
veda in generale D. Fishwick, The imperial te successivamente31. Nell’epigrafe, purtroppo, non si fa menzione di
cult in the Latin West (Leiden: Brill, quale opera, gli abitanti del pagus, avessero provveduto a restaurare
1991): 436ss., e da ultimo M. Clauss, Kaiser
und Gott. Herrscherkult im römischen
o ricollocare, restituerunt, in onore di Augusto. Si può ipotizzare
Reich (Stuttgart-Leipzig: Teubner 1999): che si trattasse di una piccola aedes dedicata al culto dell’imperatore
285ss. che si elevava nel territorio del pagus. Del resto come è noto Augu-
29
G. Camodeca, “Domiziano e il colle-
gio degli Augustali di Miseno”, in Epigrafai. sto era morto in territorio nolano, dove la sua famiglia possedeva una
Miscellanea epigrafica in onore di proprietà, acquistata probabilmente negli anni della conquista di Nola
Lidio Gasperini (Tivoli: Tipigraf, 2000):
185 e nt. 37 con esempi di iscrizioni dell’area
ad opera di Silla o in quelli immediatamente successivi alla deduzione
flegrea ed in particolare del collegio degli della colonia, come sembrerebbe attestare anche il toponimo predia-
Augustales di Miseno. le Octavianum rimasto nella toponomastica locale. Questa domus
30
F. Ribezzo, “Il primissimo culto di
Cesare Augusto”, RIGI 21 (1937): 125ss. venne in seguito resa sacra dal successore Tiberio, che nel 26 d.C. la
31
Camodeca, Pagi: 415-6. consacrò in un templum Augusti32.
32
Tac., Ann. 4.57.1; Suet., Tib. 40.1;
Cass. Dio, 56.46.3. Quattro iscrizioni incise su basi onorarie di reimpiego riporta-
33
V. Apparatus, n.3. no i nomi dei pagi: Agrifanus (CIL X 1278 =AE. 2001, 835)33, Capri-
136
culanus (CIL X 1279 = AE. 2001, 836)34, Lanita (CIL X 1280 = AE. 3.
Pagus Capriculanus, apografo ricostrut-
2001, 837)35 e Myttianus (NSc. 1900, 101 =AE. 1900, 179 = AE. 2001, tivo di G. Camodeca(Apparatus n.4)
838)36. Le prime tre, dopo la recente lettura di Camodeca (riportata in 4.
Pagus Lanita, apografo ricostruttivo di
nota), risultano dedicate all’imperatore Gallieno, denominato col tito- G. Camodeca (Apparatus n.5)
lo di Parthicus Maximus, l’ultima a sua moglie Cornelia Salonina 5.
Pagus Mytthianus, apografo ricostrutti-
ricordata per la sua singolare benevolenza (singularis bonitatis). La vo di G. Camodeca (Apparatus n.6)
presenza di più dediche, quasi certamente contemporanee ed eseguite 34
V. Apparatus, n.4.
da una medesima officina, derivando da un unico modello che esaltava 35
V. Apparatus, n.5.
Gallieno con questo solo (raro) appellativo di vittoria37, rivela l’espres- 36
V. Apparatus, n.6.
37
Sul titolo v. M. Peachin, Roman
sione di una volontà unitaria dei pagi cittadini nel rendere omaggio Imperial Titulature and Chronology,
al principe. Questa manifestazione di devozione e fedeltà faceva sicu- A.D. 235-284 (Amsterdam: Brill, 1990): 81-2.
ramente seguito ad un provvedimento più generale decretato dal po- M. Peachin, “Epigraphy, Prosopography and
the Evidence of the Codex Iustinianus”, in
tere centrale, da mettere in relazione certo con l’attribuzione ufficiale Atti XI Congr. intern. Ep. Gr. e Lat.
dell’appellativo di trionfo per la pace vittoriosa conclusa in quegli anni (Roma, 1999): 547. D. Kienast, Römische
Kaisertabelle² (Darmstadt: Wissenschaftli-
da Gallieno con i Persiani38. La singolare circostanza permette così di che Buchgesellschaft, 1996): 219. Da ultimo
datare con certezza le tre iscrizioni, e di conseguenza verosimilmente sul punto v. Camodeca, Pagi: 424-5.
anche quella intitolata a sua moglie, alla fine del 264 o al massimo ai
38
Sul punto v. E. Kettenhofen, Die
römisch-persischen Kriege des 3.
primi mesi del 26539. A seguito di ciò è possibile sostenere che le basi Jahrhunderts n. Chr. nach der Inschrift
furono offerte dagli abitanti dei quattro pagi contemporaneamente e Šahpuhrs I (Wiesbaden: Reichert, 1982):
122ss. K. Strobel, Das Imperium Roma-
che esse, tenendo in considerazione il fatto che almeno tre di queste num im 3. Jahrhundert (Stuttgart: Steiner,
iscrizioni sono state ritrovate nella cerchia urbana, presumibilmente 1993): 249-50.
furono poste nella area forense della città piuttosto che nei territori di
39
Così Camodeca, Pagi.
40
V. sulla definizione del luogo di eleva-
pertinenza dei pagi40. zione delle dediche Camodeca, Pagi: 427-8.
La più tarda attestazione della persistente attività dei pagi no- 41
G. Camodeca, “Rilettura di un ‘titulus
lectu difficillimus’ di Nola: CIL, X, 1251 del
lani ci viene ora, come già precedentemente annunciato, dalla rilettura IV secolo”, in Cultus splendore. Studi
che Camodeca ha pubblicato di un’iscrizione definita da Mommsen, in onore di Giovanna Sotgiu, ed. A.M.
al tempo della redazione del CIL, “titulus lectu difficillimus” e da Corda (Senorbì: Nuove Grafiche Puddu,
2003): 135ss.
allora rimasta incomprensibile41. Si tratta di una ara funeraria di calcare 42
V. Apparatus, n.7.
locale riutilizzata in età antica, pieno IV sec. d.C., come base per una 43
Sul punto v. Camodeca, Rilettura:
140-1.
statua onoraria dedicata dai Salutarenses a Cusonius Gratilianus, 44
Sulle manifestazioni di evergetismo
vir perfectissimus42. I Salutarenses dovevano essere gli abitanti di dei patroni municipali in età tardoimperiale
un pagus chiamato Salutaris che in tal modo intendevano, obse- si v. J.U. Krause, “Das spätantike Städtepa-
tronat”, Chiron 17 (1987): 14ss. Altri esempi
quio patronatus43, rendere omaggio al loro patrono per gli spettacoli di iscrizioni tardo antiche con testimonianze
tetrali o anfiteatrali, voluptates, che questi aveva offerto in gran nu- di munificenza privata in G.A. Cecconi,
Governo imperiale e élites dirigenti
mero alla città44. In quest’epoca è abbastanza frequente che un pagus, nell’Italia tardoantica (Como: New
un vicus o una regio cittadina procedano alla nomina di eminenti per- Press, 1994): 229ss.
137
6.
Salutarenses, apografo ricostruttivo di
G. Camodeca (Apparatus n.7)

45
Si veda ad esempio quelle dedicate
a Puteoli tra la fine del III e il IV secolo a
membri dell’élite centrale e locale in G.
Camodeca, “Ricerche su Puteoli tardoro-
mana (fine III-IV secolo)”, Puteoli IV-V
(1980-81): 100ss.
46
Cl. Lepelley, “Du triomphe à la
disparition. Le destin de l’ordre équestre de
Dioclétien à Théodose”, in L’ordre éque­
stre. Histoire d’une aristocratie (Roma:
Ecole française de Rome, 1999): 663ss.
47
V. ad esempio l’anonimo patrono di
Luceria del 327 d.C. onorato come vir claris-
simus ac consularis ma del quale non si cono-
sce nessun altra carica. A. Parma, “Un nuovo
decreto decurionale di Luceria del 327”, in
Scritti in onore di Francesco Grelle.
(Bari, 2006): 201–214. Sulle forme del sonaggi come loro patroni, tanto meno è raro che dedichino loro statue
patronato municipale nelle città tardoantiche onorarie autonomamente dalla città45. Si veda come prova da manuale
v. J.U. Krause, Spätantike Patronatsfor-
men im Westen des Römischen Reiches l’esempio offerto dalla tabula patronatus concessa nel 335 dai pa-
(München: Beck, 1987): 46ss. gani seu vicani della comunità rurale di Foruli, appartenente al ter-
48
Sulle divisioni e ripartizioni del
territorio rurale nolano a seguito delle
ritorio cittadino di Amiternum, al giovane C. Sallius Sophronius
successive deduzioni coloniarie romane si iunior, patrono cittadino e discendente di un’antica e nobile famiglia
v. G. Chouquer & F. Favory, “Description locale, che già in passato aveva dato patroni alla città di Amiterno (AE
des cadastres antiques de l’aire latio-cam-
paniennen”, in Structures agraires en 1992, 836). Il personaggio onorato dai Salutarenses, Cusonius Gra-
Italie centro-méridionale. Cadastres et tilianus, quasi certamente era di origine locale; di lui non sappiamo
paysage ruraux (Roma: Ecole française de
Rome, 1987): 209ss.
null’altro, neppure se fosse anche patrono della città. Probabilmente
49
Si veda l’introduzione di Th. egli, pur essendo di rango equestre, non aveva rivestito nessuna carica
Mommsen alla città di Nola nel CIL X, p. del cursus, o quanto meno esse non sono ricordate nella dedica, e che
367, ripresa nel 1959 da M.W. Frederiksen,
“Republican Capua: a social and economic il suo rango fosse dovuto, come di frequente accadeva in questa età
study”, Papers of the British School at tarda per altri honorati viri perfectissimi, solo alla concessione del
Rome 27 (1959): 90-91 e ancora più tardi da
J. Heurgon, Recherches sur l’histoire, la
codicillo imperiale46. Il patronato sulla città d’origine o su altre comu-
religion et la civilisation de Capoue nità, spesso provvedeva a consacrare il prestigio della famiglia nell’élite
préromaine² (Paris: Boccard, 1970): 115ss. municipale e costituiva il culmine della loro carriera47.
50
Così già Frederiksen, Changes: 350 s.
allo stesso modo più di recente ha riconosciu- Alla fine di questo breve esame delle attestazioni epigrafiche
to un’imposizione voluta da Roma la struttura dei pagi nolani vanno fatte alcune ultime considerazioni: sia sui nomi
amministrativa dei pagi e dei magistri di
Capua M. Pobjoy, “The decree of the pagus
dei pagi, sia sulla possibile individuazione della loro dislocazione nel-
Herculaneus and the Romanisation of l’ampio territorio rurale della città di Nola48. I nomi usati sono tutti di
‘Oscan’ Capua”, Arctos 32 (1998): 175ss. Un indubbia origine romana, la qual cosa va a confermare ulteriormente
esempio molto somigliante nella limitrofa
Pompei l’unico pagus finora noto della città l’idea che la struttura paganica locale sia di derivazione prettamente
denominato Felix Augustus Suburbanus romana, piuttosto che un ordinamento di origine locale come si ritene-
dichiara espressamente il collegamento con
la deduzione coloniara sillana e i posteriori va per tradizione49, dovuta al riassetto generale del territorio scaturito
interventi di età augustea, così in A. De dalle centuriazioni connesse alle deduzioni coloniarie di età repubbli-
Carlo, “Pagi e pagani nella documentazione cana e di primo principato50. Da notare che alcuni dei nomi ricorrono
pompeiana”, in Forme di aggregazione
nel mondo romano: profili istituzio­ in altri pagi del territorio dell’Italia antica. Si pensi ad esempio che
nali e sociali, dinamiche economiche, Apollinaris e Salutaris risultano in uso anche per pagi di Veleia
identificazioni culturali (Bari, in c. d. st.).
Per Nola v. da ultimo Camodeca, Rilettura: (CIL XI 1147) e Beneventum (CIL IX 1455). Il pagus Myttianus,
430-1. invece, deriva verosimilmente il suo toponimo dal gentilizio Muttius,
138
nomen assai raro in Campania, mentre risulta attestato più frequente-
mente nell’Italia centrale. È assai probabile che sia giunto nel nolano
con l’immissione in città di nuove gentes stabilitesi nella regione in
seguito alla deduzione coloniaria di Silla o al più tardi di quella augu-
stea51. I restanti toponimi Agrifanus, Capriculanus, Lanita e Lau-
rinus, anche se non hanno confronti, sono denominazioni che hanno
sicuramente un chiaro riferimento all’ubicazione o vocazione più ca-
ratteristicamente agricola e pastorale del territorio di quel particolare
pagus. Non si hanno invece notizie sulla loro localizzazione, né è pos-
sibile argomentare sul tema ipotesi almeno attendibili che vadano al di
là delle vaghe fantasie di eruditi locali. Nella regione nolana la topono-
mastica corrente sembra riecheggiare almeno in due casi i nomi degli
antichi pagi considerati. Si osservi, ad esempio, Lauro, piccolo centro 51
Sulla diffusione del gentilizio in
abitato situato sulle colline a sud di Nola e attestato nei documenti, i Italia e sulle rare attestazioni campane v. ora
più risalenti databili già al X secolo, con il nome di castellum Lauri, Camodeca, Rilettura: 428-9.
52
Ricerche archeologiche condotte a
che la tradizione vuole identificare con il territorio dei Laurinien- partire dagli anni ottanta nel territorio muni-
ses52. Non essendoci però nessun dato certo a tal riguardo53 bisogna cipale hanno individuato diverse strutture di
ritenere che si tratti solo di un’assonanza e tener presente che l’iscrizio- epoca romana. Le successive indagini hanno
riportato alla luce, tra l’altro, un’ampia villa,
ne nel XVI secolo era reimpiegata nella chiesa di S. Nicola in Marzano datata all’età augusteo-tiberiana, dotata di
di Nola, altro paese del Vallo di Lauro abbastanza distante dalla mo- ambienti residenziali decorati con finezza
ed annessi impianti termali. La villa centro
derna Lauro, dove, invece, non va dimenticato, venne ritrovata la base di una assai grande proprietà agricola ebbe
con la menzione del pagus Capriculanus. Così come il nome del una lunga frequentazione, almeno fino al
V sec. d.C. sui risultati degli scavi si v. W.
pagus Apollinaris potrebbe richiamare alla mente un’affinità ono- Johannowsky, “Lauro di Nola”, in Le ville
mastica con l’attuale Pollena Trocchia, comune sito sulle pendici nord romane dell’età imperiale (Napoli: So­­c­ie­
del massiccio Somma-Vesuvio e denominato Apolline in atti notarili tà Editrice Napoletana, 1986): 87-96.
53
Un’altra ipotesi vuole che il territorio
degli ultimi decenni del X secolo54. Mancano però al momento dati del pagus Laurinus sia da collocare
più convicenti per sostenere una simile ipotesi di identificazione anche nell’odierno Pago del Vallo di Lauro dove in
località Pernosano sono state individuate ed
se già dal XVIII secolo nella parte pedemontana del suo territorio sono indagate strutture di età romana al di sotto
segnalati importanti ritrovamenti archeologici legati alla presenza di di una antica chiesa del X secolo, proprio in
imponenti ville rustiche55 e in anni più recenti indagini archeologiche quel luogo dove una consolidata tradizione
locale vuole che esistesse un tempio romano.
hanno portato alla luce nuove testimonianze di edifici di età romana 54
B. Capasso, Le fonti della storia
anche a valle56 che possono dare una qualche probabilità all’ipotesi delle province napoletane dal 568 al
1500 (Napoli: Riccardo Marghieri, 1876):
della presenza di un piccolo agglomerato organizzato in un pagus. 142ss. A. Caracciolo, Sull’origine del
In conclusione è auspicabile che negli anni a venire le ricer- villaggio di Trocchia, sulle disperse
che archeologiche, anche di superficie, condotte nella regione nolana acque del Vesuvio e sulla possibilità di
uno sfruttamento del Monte Somma
diano nuovi e maggiori risultati per la comprensione della complessa a scopo turistico (Napoli: F. Sangiovanni
organizzazione paganica del territorio rurale della città, così da fornire e figlio, 1932): 12ss. R. Scarpato, Apolline e
Trocla. Storia, tradizioni e immagini
allo storico dati che rendano più precisa la ricostruzione del passato, il di Pollena Trocchia (Napoli: ci.esse.ti.,
più possibile aderente ai fatti, in modo da evitare ipotesi che non siano 1983): 19ss.
altro che semplici congetture.
55
M. Della Corte, “Trocchia (Napoli)
- Scoperte di antichità nel territorio del
comune”, Notizie degli scavi di an-
Apparatus fontium antiquarum: tichità (1925): 415. M. Della Corte, “Pollena
Trocchia - Cella vinaria e piscina, presso i
ruderi di una villa rustica”, Notizie degli
1. Pagus Apollinaris scavi di antichità (1932): 311-14.
Lastra di marmo bianco, mutila da tutti i lati. Misure cm.: +36,2
56
M. Pagano, “Pollena Trocchia. Rinve­
nimento di strutture romane del II secolo
x +29. Il titulus dopo le prime 6 linee è disposto, come sembra, in tre d.C.”, Rivista di Studi Pompeiani II
colonne, quella conservata è la centrale. Questo il testo nella trascrizio- (1988): 244-45. M.Pagano, “Pollena Trocchia.
Scavo in località Masseria De Carolis e rico­
ne Todisco: 198 con suggerimenti del Camodeca: gnizioni nel territorio comunale”, Rivista di
[P(ublio) Sul]picio Quiri(nio), C(aio) [Valgio (Rufo?) Studi Pompeiani V (1991): 231-36.

139
7.
Pagus Apollinaris (Apparatus n.1; fonte:
Todisco-Camodeca; foto: Camodeca)
8.
Laurinienses (Apparatus n.2; foto:
Camodeca)

co(n)s(ulibus)]. / [C(aius?) S]tatius C(aii) f(ilius) Fal(erna)


C̣[- - -], / (vac.) mag(ister) (vac.) [pagi] (vac.) / (vac.) [Ap]ollinaris
idemq[(ue) pat(ronus), secundum] (vac.) /5 (vac.) [p]agi scitum,
paganic[- - -](vac.), / (vac.) [ex pe]cunia conlata, qui [infra
scripti sunt] (vac.): / [- - -HS X vel C?]L. (vac.) C(aius) Gletranus
C(aii) l(ibertus) Epaphro(ditus) HS CC (vac.) [- - -] / [- - -] (vac.)
L(ucius) Decidius L(ucii) l(ibertus) Homuncio HS CC (vac.) [- - -]/
[- - -] (vac.) locum sepulturai pago Apolli= (vac.) [- - -] /10 [- - -]
(vac.) nari paganeis (vac.) [- - -] / [- - -] (vac.) [C(aius) St]atius
C(aii) l(ibertus) Baguaro HS CC (vac.) [- - -] / [- - -] (vac.) [C(aius)
A]urelius C(aii) l(ibertus) Heraclio HS LX (vac.) [- - -] / [- - -] (vac.)
[L(ucius) - - -]cius L(ucii) l(ibertus) Diocles HS XX (vac.) [- - -] /15
[- - -] (vac.) [- - -]ṇia Orfi(anus?) HS XX (vac.) [- - -] / [- - -] (vac.)
[- - -]ọ Odysseus HS XX (vac.) [- - -] / [- - -] (vac.) [- - -]+a Phaenis
HS LX (vac.) [- - -] / [- - -] (vac.) [M(arcus) - - -] M(arci) l(ibertus)
9. Attalus HS XL (vac.) Q[- - -] / [- - -] (vac.) [Deder?]unt (vac.) [- - -]
Pagus Agrifanus (Apparatus n.3; foto: / [- - -]+IAN[- - -]
Camodeca)

2. Laurinienses
Base onoraria di calcare locale, tre bassorilievi ornano i lati: a
sinistra un bovino è condotto al sacrificio da un sacerdote con il capo
velato ed una scure nella mano, a destra sono raffigurati una patera,
un urceus ed un aspergillum, sul retro un coltello ed un vaso. Misure:
cm. 100 x 65 x 60. C.e. 50 x 35. Alt. lett. 3,5-7. Conservata a Napoli già
dal XVII sec.
Augusto / sacrum / restituerunt / Laurinienses / pe-
cunia sua / cultores / d(ono) d(ederunt).

3. Pagus Agrifanus
Base in calcare locale di reimpiego, urceus sul lato sinistro, le
prime tre linee risultano erase in età antica. Misure: cm. 145 x 70 x 41.
C.e. 76 x 41. Alt. lett. 8-9. Inserita nello stipite del portale dell’ex Con-
vento della Pace in Nola.
[[P[arth(ico) Max(imo)]]] / [[Ga]ḷḷ[ien]o]] / Aug(usto)]] /
p̣agus / Agrifanus

140
4. Pagus Capriculanus
10.
Base onoraria in calcare locale di reimpiego, le prime due linee Pagus Capriculanus (Apparatus n.4;
foto: Camodeca)
furono erase in età antica. Misure: cm. 120 x 72 x 58. Alt. lett. 9-10. Oggi 11.
Pagus Lanita (Apparatus n.5; foto:
conservata nel Museo Nobile di Lauro di Nola. Camodeca)
[[Paṛṭ[hico Max(imo)]]] / [[Gaḷḷ[ieno Aug(usto)]] / 12.
Pagus Mytthianus (Apparatus n.6; foto:
(vac.) / pagus / Capriculanus Camodeca)
13.
Salutarenses (Apparatus n.7; foto:
Camodeca)
5. Pagus Lanita 14.
Salutarenses, dettaglio (Apparatus n.7;
Base in calcare locale di reimpiego, sul lato sinistro urceus, le foto: Camodeca)
prime tre linee furono erase in età antica. Misure: cm. 148 x 77 x 65. C.e.
60 x 53,5. Alt. lett. 8,5-10. Murata come pietra angolare di palazzo Del
Giudice in Nola
[[Parthico]] / [[Maximo]] / [[Gaḷḷieno Aug(usto)]] / pa-
gus / Lanita

6. Pagus Myttianus
Base di statua in calcare locale di reimpiego, sul lato sinistro ur-
ceus scalpellato, sul destro patera.le prime tre linee sono state erase
in antico senza molta accuratezza. Misure: cm. 150 x 85 x 74. C.e. 90
x 61. Alt. lett. 8,5-9,5. Conservata nel Museo Archeologico Nazionale
di Napoli.
[[Singụḷaris]] / [[ḅoṇịtaṭịs]] / [[Saloninạẹ Aụg(ustae)]] /
(vac.) / pagus / Myttianus

7. Salutarenses
La base misura cm. 130 x 67 lo spessore è indeterminabile. C.e.
78 x 57. Alt. lett. 3,5-6,8. Inserita come pietra angolare sul retro dell’ab-
side della chiesa di S. Maria Jacobi in Nola.
Cusoni Gratiliani v(iri) p(erfectissimi) / ṇovis et pene
quọtidianis volup/[t]atibus probocati(!) ac debinti(!)
obsequio / patronạṭus Saluṭạrenses / Cusonio Gratiliano
v(iro) p(erfectissimo) / [st]atuam dicaberunt

Aniello Parma
Università del Salento
aniello.parma@unile.it

141
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143
Matteo Della Corte†
Augustus in his Last Visit to Campania:
Capri and Apragopolis; Octavianum and Summa Villa

This article asserts that, during his last visit to Capri


in A.D. 14, Augustus resided in a specifically imperial villa
built in the insula civica by Masgaba, the imperial architect
nicknamed Ktistes by the emperor in the impromptu epigram
transmitted by Suetonius. The author further argues that
Augustus, rather than his successor Tiberius, instituted the
practice of building multiple villas on Capri. Similarly, in
the Octavianum — the estate on northern slope owned by
the gens Octavia — Augustus must have held several villas,
and the villa at Somma is “very probably” the remains of
the temple Tiberius dedicated to the deified Augustus in the
estate of the Octavii.
This paper, which was “rewritten on 1 September
1934… for Magaffin” but as yet unpublished, is archived at
the Getty Research Institute by whose express permission it
appears here.* Della Corte’s autograph draft was composed
in English, and reworked lightly by the author in at least
one separate reading, as the minor changes in his own hand
show. One alien hand seems to have added one note. As the
present edition is not intended to be a critical edition of the
Della Corte paper, very minor editing — for orthography
and documentary consistency alone — has resulted rather in
what seems to the editor to have been the author’s intended
final reading.
It is important to note that an up-to-date account
about the discoveries, many unearthed decades after Della
Corte’s death, and a completely updated bibliography about
Somma Vesuviana is to be found in the following article by
Antonio De Simone.

Two vivid episodes are told by Suetonius (Aug. 98) con-


cerning the visit made by Augustus in the last year of his life (A.D.14)
to the coasts and islands of Campania. This is not the place to discuss
the episodes relating to the harbor of Puteoli; we shall here concern
ourselves only with the four peaceful and happy days on the island of
*
Haelst Vander Poel Campanian Capri which the founder of the Empire, already aged and in failing
Collection, Papers of Matteo Della Corte,
box 44, folder 9, Getty Research Institute,
health, wished to enjoy as a brief respite from the weighty cares of the
Los Angeles. greatest Empire of the world.

144
It is a well known fact that, from the year 29 B.C., the entire
island of Capri, in exchange for the larger and more lucrative island of
Ischia, passed from the control of the city of Neapolis into the private
possession of Augustus. There he soon had a villa, in accordance with
the fashion then prevailing among the great Roman families of passing
the summer season in the luxurious and pleasant villas which, in the
short space of time between the end of the Republic and the dawning
of the empire, came to occupy, to the jingle of sesterces, not only the
loveliest inland sites, but every little promontory or bay of the sea along
the smiling coasts of Latium and the still more smiling ones of Cam-
pania.
More than one wealthy Roman, attracted by the beauty of
sites then famous and now legendary, for more than a century, had
undoubtedly preceded Augustus in the construction of villas on the
enchanted isle. Such interlopers as remained Augustus, ruler of the
Empire, could easily have had removed, even before the misanthropic
Tiberius ascended to the Villa Jovis, suspended between heaven and
earth, to hide himself in that gilded hermitage. With the coming of Au-
gustus, however, the number of villas must have increased enormously,
due to the presence of members of the imperial court with their fami-
lies and dependents, and the consequent necessity of supplying their
manifold wants and needs.
Hence the tradition of twelve imperial villas, named after the
principal divinities of Olympus, the existence of which may be admit-
ted without fear of contradiction by the actual facts. If “an invitation
to dine in Apollo” on the testimony of Plutarch had for the wealthy
Lucullus the meaning of “changing the triclinium” in his very luxurious
dwelling in the capital, the most powerful ruler of the world might well
have done something similar on Capri, substituting for tricilinia his
twelve villas; villas whose means of communication one with the other
and whose luxurious state one can only imagine.
Heretofore it has seemed impossible to orient one’s ideas suffi-
ciently to determine precisely which of the many villas of Capri can be
connected with the episode related by Suetonius. In the whole com-
plex of buildings which arose and developed during the forty years of
Augustus’ rule and the following twenty-seven of Tiberius (29 B.C. to
A.D. 37), but of which there are only scanty remains consisting of sub-
structures (almost always very solid cisterns for the absolutely neces-
sary storage of water) it has seemed impossible to identify the villa that
entertained Augustus in his last stay at Capri. 1
MDC himself marks this sentence
Such an identification has finally been made possible, at least with the asterisk. The intent likely refers to M.
provisionally, by the true and exact interpretation of the episode related Della Corte, “Augustiana” [a study divided in
three headings: ‘L’Insula Apragopoli e Masga-
by Suetonius which I recently proposed to scholars.1 The villa could have ba’, ‘Antonius Musa, medico di Augusto’, and
been no other than one of the two dominating from nearby, from above ‘Dove morì Augusto?’] Rendiconti della
the depression in the island, the traditional and most thickly populated Accademia di Archeologia Lettere e
Belle Arti, Napoli n.s. 13 (1933-34): 67-93.
nucleus of Capri; one of the two villas, that is, extending along the ridge Though the article was later extracted else-
near the Castiglione and S. Michele. Only these two correspond to the where by MDC and digested in a handful
of reviews — vid. L. Garcia y Garcia, Nova
necessary condition of affording from above a view from the southwest Biblioteca Pompeiana (Rome 1998): item
and the northeast, respectively, of the early civic nucleus of Capri. 4088 — it was never published in English.

145
The identification of the villa depended, in turn, upon the so-
1.
Capri – Plan of the Isle showing the lution of another problem, which had for centuries wearied the brains
traditional civic center (the insula of scholars: the identification of the “island,” insula, which, according
civica) lying between and down the
hills of “S. Michele” and “Castiglione”
to the account of Suetonius, “Augustus saw from the open windows of
covered with ruins of imperial villas the triclinium of his villa.”2 The solution of this centuries-old problem?
[Source: J. Beloch, Campanien. Geschich- A very “egg of Columbus”!3 … The insula seen by Augustus from his
te und Topographie des antiken Neapel
und seiner Umgebung, 2 ed. (Breslau: E. triclinium is no longer to be sought in vain … in the sea, but finally …
Morgenstern, 1890)]. on land! The insula of Suetonius’ account is the insula civica; that
is, in a depression, the present region of the Comune, lying about the
Piazza del Municipio (Fig.1).4
It is indubitable that Augustus found a Greek population settled
both around the Marina Grande, because of its activities of business
and fishing, and on the site of the famous insula civica. The latter, at
the edge of the ancient fortifications of the habitations, was the center
of the cultivation of the fertile fields round about, — to say nothing of
Anacapri with its still more fertile fields. This Greek population soon
came to love him and to derive from him its greatest prosperity. It was
indissolubly connected with the vicissitudes of the island. It was pro-
gressive and ever increasing, to judge from its having after some lapse
of time its gymnasium, crowded with epheboi.
Suetonius says, in fact, that in his last homesick return to his be-
loved island, “Augustus was continually present at the usual exercises
2
MDC resolves an interpretive problem
of the youths, then very numerous on Capri. And he offered to these
at Suet. Aug. 98.4 — sed ex dilectis unum, young athletes a banquet, which he honored with his presence. The
Masgaban nomine, quasi conditorem insulae final gifts, although rich and varied, were not peacefully assigned, but,
κτίστην uocare consueuerat — by discer-
ning Augustus’ witticism in the pun insula thrown at random among the crowd like missilia, had to be seized, in-
= “island” or “apartment block”, and thus tercepted, or caught as best the contestants were able. Much pleasure
Augustus hails Masgaba as the founder of
Capri as well as the imperial villa’s architect.
was derived from this sight by the venerable and venerated ruler.”
3
At this point in the manuscript, Even this part of the episode is a sure index to the cordial re-
another hand has written the interlinear note lations existing, covering more than forty years, between Augustus
“Gordian Knot”.
4
NB: these captions are transcribed and the Greek population of Capri. But this is not all. The people of
precisely from Della Corte’s autograph. Capri in that gathering accorded the aged Emperor extraordinary ac-
Photographs and other figures fill in for
Della Corte’s own photographs that do not clamations and honors, surpassing, in a word, their usual custom. And
accompany the manuscript. that these acclamations were gratefully received we are assured by
146
Suetonius himself when he says, “Augustus, in fine, took part in every
celebration.” 2.
The S. Michele hill from the heights
It is impossible to learn which one or ones of the many known of Castiglione. Down: the traditional
and unknown architects working for the Julian house were charged inhabited center (insula civica) of Capri
[Source: G. Cantone, B. Fiorentino,
by Augustus with superintending the construction of the various vil- G. Sarnella, Capri: la città e la terra
las that soon arose on the smiling little plateaus of the island, and with (Napoli: Edizioni Scientifiche Italiane,
the necessary and suitable reorganization of the insula civica, a real 1982)].

and necessary center of contact between the villas themselves, as well 3.


as between them and the landing place at the Marina Grande. This Capri – A view of the Castiglione hill
leaving from the S. Michele [Photo
insula civica must have been the center and source for every sort dated 1902-05. Source: G. Cantone, B.
of service, such as the daily furnishing of food supplies by sea, and the Fiorentino, G. Sarnella, Capri: la città e
very frequent transportation of people, whether by simple or luxurious la terra (Napoli: Edizioni Scientifiche
Italiane, 1982)].
means.
Nothing can be more easily imagined, by the way, for fulfilling
every such need, than a coherent “Corps of Iumentori and Mulio-
nes” for transport on equine backs of every kind; and, for satisfying
other needs, than a “Corps of Lecticari of the Imperial House,” by
means of which Augustus and after him friends and courtiers could
reach whatever elevated site they wished with no exertion on their part,
simply reclining at ease in the litters borne on the shoulders of stalwart
slaves.
But beside and beyond the filling of these minimum needs, it
would be easy to suppose for the Capri of Augustus the realization of
what might have seriously compromised the purse of some rich citizen
but which certainly would not have affected the finances of the richest
and most powerful ruler of his time. There could, in fact, have been a
service of light vehicles at the command of the Emperor at Capri. Long
series of arcades in ravines, cuttings in the rocks of the coast at half their
height, strong sustaining buttresses works of which there remain traces
here and there — render likely, for the zone of the island naturally level
or made so by artificial means, the possibility of comfortable (although
limited) drives in vehicles. This is especially true near the villas of the
Castiglione, of Tragara, of S. Michele and the Palazzo di Mare, always
remaining the center of radiating activities and, more than ever, the in-
sula civica (Figg.2-3).
When Augustus visited Capri for the last time, his deserving
architect was no more. The people were honoring him on the first
anniversary of his death by going in solemn procession with lighted
torches to his tomb. This moving spectacle of popular grief was seen by
147
the aged Emperor from the open windows of the triclinium in which
he was dining with Tiberius and Thrasyllus; it did not leave his spirit5
indifferent, but rather formed the point of departure for two Greek
verses he composed and recited on the spot, to record the event like a
sculptured monument.
[The passage in full reads thus:

huius Masgabae ante annum defuncti tumulum cum e triclinio ani-


madvertisset magna turba multisque luminibus frequentari, versum
compositum ex tempore clare pronuntiauit:
κτίστου δὲ τύμβον εἰσορῶ πυρούμενον
conuersusque ad Thrasyllum Tiberi comitem contra accubantem et
ignarum rei interrogauit, cuiusnam poetae putaret esse; quo haesitante
subiecit alium:
ὀρᾷς φάεσσι Μασγάβαν τιμώμενον;
ac de hoc quoque consuluit. cum ille nihil aliud responderet quam,
cuiuscumque essent optimos esse, cachinnum sustuluit atque iocos
effusus est. (Suet. Aug. 98.4)

When Augustus noticed that a great throng was attending by


lamplight the tomb of Masgaba, commemorating the anniversary of
his death, he proudly proclaimed an improvised Greek verse:
The Founder’s tomb I see with fire ablaze.
Then, he looked across the triclinium to Tiberius’ friend Thrasyl-
lus, who had not caught the pun, and asked which poet he thought had
said that. When Thrasyllus stalled, Augustus dashed off another:
Tis Masgaba, see? Torchlights honor him!
And he then asked about this verse. Thrasyllus could only say,
“Whoever composed them, they’re really good!” At this, Augustus guf-
fawed and split his sides with laughter.
(trans. RTM)]

But if in one of these two verses his beloved and deceased


architect was indicated by the name Masgaba, in the other he was
indicated by a most interesting nickname. This nickname, “Ktistès”
[Greek: “founder”] Augustus had conferred upon him some time be-
fore, because he was to be considered according to Suetonius, as the
“almost founder” of the insula civica. If to any person, then, is due
praise for having worthily reorganized the civic center of Capri un-
der Augustus, that person is Masgaba, and outside the insula, as in a
classic “Street of Tombs,” his monumental sepulcher must have stood,
ever in sight of the villa that entertained Augustus.
5
At this point in the manuscript, as
From a long time the Emperor had been accustomed to call his
presently arranged in folder 9, between beloved Caprese architect Ktistès, as almost “founder of the insula
numbered pages 7 and 8 are inserted two civica”; but he certainly must soon have been aware of another fact
separate folia of a format differing from the
other fourteen in the autograph. These two … Even the insula civica, alas, no longer deserved the appellation
sheets are written in Della Corte’s own hand of Capreae but an entirely different one, a nickname at once pictur-
on both sides in narrow, numbered columns
of text 1 – 7. Column 8 is comprised of a
esque and descriptive, which his subtle mind was not long in finding,
listing of ten captions. and, naturally, Greek: Apragopolis, that is, “ward, or meeting-place
148
of do-nothings and idlers”! Augustus could not have better defined
4.
the insula civica from the moment when he must have learned that From the heights of Ottaiano (Octa-
not a few of his courtiers, willingly shipped out from the Villa, where vianum) looking down towards Nola
there was nothing but work, work, and still more work, in accordance [Photo: G.F. De Simone].

with the example set by the austere and indefatigable Emperor, always
burdened by the weighty cares of state. The courtiers ended by being
present, — in Apragopolis, thus in the insula minutely prepared, or-
ganized and beautiful for the comfort and leisure … of do-nothings!
The municipality of Capri has recently given the title, “Gar-
dens of Augustus” to the beautiful new public park above the Marina
Piccola. Other places on the island retain traditional titles without any
justification in fact, such as “Bagni di Tiberio” (Baths of Tiberius), and
“Tiberino” (the home of Tiberius), while the ruins at the far side of the
S. Maria del Soccorso are still named after the “Villa Jovis” of Tiberius.
It is to be hoped that something more will now be done. The
insula civica was once an accessory of the imperial villas of Capri.
Today the real accessory are the villas, reduced to scanty and poor ru-
ins and the insula, after two millennia, has now recaptured its original
function, and has again become the populated center and meeting-
place of the aristocrats of wealth, of art, of science and of international
industry who come to sojourn in the delightful hotels of the enchanted
isle! That quarter of Capri, then, would deserve to be called once more
“Apragopolis,” as it was dubbed by Augustus. In that same quarter
a street should be called “Via Masgaba” after the famous architect of
Augustus who gave it its first worthy organization.

“From Capri,” continues Suetonius, “Augustus went on to Nap-


les. Although his ill health increased, he was present at the quinquen-
nial games (the Augustalia) given in his honor.” (Aug. 96) Then he
set out for Beneventum, but there he was forced to let Tiberius pro-
ceed alone toward Illyria and Germany, while he turned back. He died
(19 August A.D. 14) in the territory of the municipium of Nola, in the
hereditary will of the Octavii, closing his eyes in the same bedroom and
on the same bed as his father. (Aug. 98) With him were the Empress
Livia and his successor, Tiberius, recalled in haste to his bedside.
The villa of the Octavii was in the “Octavianum,” that is, in a
latifundium in the territory of Nola that retains to the present day as 6
NB: For MDC in 1934 the town was
called Ottaiano, as it was until Vittorio Ema-
it always has retained, with but slight change, its old name: “Ottaiano”6 nuele III (King of Italy 1900 – 1946), renamed
(Fig.4). it to its current name Ottaviano.
149
The latifundium was the “Octavianum”. But how many villas
5.
From the heights of Somma Vesuviana did it have, if on Capri there were twelve? Undoubtedly, more than one.
looking down towards Nola (Summa The center of habitation right beside Ottaiano is today called Somma
Villa), where often Roman antiquities
come to light [Photo: G.F. De Simone].
Vesuviana; in antiquity and in the Middle Ages it had its classical de-
nomination of Summa. A Summa . . . . . in the latifundium of the
Octavii could have been nothing other than Summa Villa [i.e. Latin
for “the highest” or “best villa”]. And a Villa of the Octavianum could
not have been called Summa if not in relation to at least one other
villa, Ima [i.e. “the most inferior (in quality or in position)”], if not also
to a third, lying between the two, Media Villa. Of the two or three
villas the Summa has given its name to the center of habitation and
to the present municipality. This villa may have been so called from
its greater importance, or from its higher situation with respect to the
others. In the second case, the names of Summa, Media and Ima
Villa would have been derived from the natural topography of the site
and its resemblance to the amphitheatre of an ancient theatre. As from
the three caveae of a theatre one looked down toward the orchestra, so
from the three villas on the slope of Vesuvius one looked toward Nola,
lying at the bottom of the valley to the northeast of Vesuvius (Fig.5).
Consequently it is to be believed that the present Somma Ve-
suviana was the exact site of the Summa Villa of the Octavianum
where Augustus died. To corroborate this, there have recently come to
our knowledge some ruins of extraordinary importance, which it is to
be hoped, may ere long be entirely freed from the material left by the
eruption of A.D. 79 when Vesuvius not only entombed Pompeii and
Stabiae, but also on the opposite side buried its slopes toward, and even
beyond Nola.

6.
Ruins recently discovered [NB: point
of temporal reference is 1934] in
Somma Vesuviana. On a court with
niches for statues opens an imposing
building of massive pillars and arches
not yet excavated [Photo: R. Vitolo.
Source: R. D’Avino, La reale villa di
Augusto in Somma Vesuviana (Napoli:
Amarcord, 1979)].
150
Although little of these ruins is yet visible (Fig.6), it is very prob-
able that they are the remains of the temple that — as Suetonius and 7.
From the Plan of the dukedom of
other historians record — Tiberius dedicated in the villa of the Octavii Naples (X century): on the slopes of
to the deified Augustus. It is clear that excavation on that site will restore Vesuvius: Octaianum and Summa. Road
from Naples: Via Summense most
to view both the temple and the remains of the villa which received the interesting [Detail from: B. Capasso,
last breath of the mighty founder of the Roman Empire. Topografia della città di Napoli nell’XI
Power of tradition two millennia old! Ottaiano has always re- secolo (Napoli: s.n., 1895)].

tained, and still retains, the name of the latifundium of the paternal
family of Augustus, the Octavian gens! Somma, early Summa, has
always been so called after one of the villas (Summa Villa) of that
property. From the very early Middle Ages, the inhabitants of the valley
of Nola, have called, after the ancient Villa Summa, the correspond-
ing part of Vesuvius. Even today the whole neighborhood is called,
[without differentiation]7, either Vesuvio, or Monte di Somma!
And, finally, the name of the road leading from Naples to Somma in
the Middle Ages was not other than Via Summense! (Fig.7).
For the city of Somma Vesuviana, as for Capri, there has been
a noticeable rebirth of its importance in the Augustan age, which la-
sted from the late Middle Ages down to the Renaissance, although
thereafter languishing in the decadent days of feudalism. Centuries
passed by.
At the bottom of the valley the Roman city of Nola little-by-
little disappeared under both the new city and the neighboring fertile
fields. In fact, still standing above the soil nothing there is to be seen
today but scant ruins of two monumental tombs and some entrances
so the overwhelmed Amphitheatre. But at a short distance, near Palma
Campania, one wonders at the still extant remainder of perhaps the
most imposing and longest aqueduct the Romans ever built: wonder-
ful work to be — no doubt — ascribed to the genius of Augustus and 7
RTM modifies for MDC’s original
Agrippa (Fig.8). The so-called “Claudian Aqueduct” ran from Avellino, “indifferently.”
151
75 miles far [off], supplying a most salubrious water — as today its sub-
8. stitute, the “Acquedotto del Serino” — all the cities on the Gulf of Nap-
Imposing ruins near Palma Campania
of the so called “Claudian Aqueduct”, les, but above all the war-fleet of Misenum, through the well known
built by Augustus and Agrippa [Source: monumental water reservoir, the Piscina Mirabile.
O. Elia, “Un tratto dell’acquedotto
detto ‘Claudio’ in territorio di Sarno”,
On the opposite side [of the Gulf, i.e.]8 on the slopes of Vesu-
in Campania Romana: studi e materiali, vius, [or, in other words, o]n the site of the imperial villas there arose
vol.1 (Napoli: Rispoli, 1938)]. and grew a city; on that beautiful site, rendered still more pleasing by
9. the luxuriant vegetation and the mildness of the southern climate. The
Circular towers of the Aragonese for- court of Naples of the Angevine and Aragonese Kings had there its bril-
tifications of Somma Vesuviana [Photo:
G.F. De Simone].
liant summer residence for nearly three centuries.
Hence there arose all around the inhabited center of Somma
an enclosure of massive fortifications, strengthened by numerous cir-
cular towers, of which long stretches are still extant (Fig.9). Beetling
and strong, the citadel and the castle rise as witnesses of the vicissitudes
— now happy, now sad — of kings, princes and princesses. Indisso-
lubly connected with the name of Somma between 1271 and 1519 by
various events are the names Charles I, of Charles II, of Robert and
Joan of Anjou: then those of Alphonse of Aragon, of Ferrante and his
son, Cardinal John, of Alfonso II, of Ferrantino, and especially of Que-
en Joan the Mad, not to mention Frederick of Aragon.
The royal state of Somma is then obscured by the feudal op-
pression, which delivered the city into the power, now of one, now of
another of the largest noble families of the Kingdom of Naples, until
— in 1590 — the citizens revolted and succeeded in becoming a free
entity. But memories of the Augustan Age are as imposing for this sec-
tion of Vesuvius as for Capri. And if, except for a very slight alteration,
8
MDC’s autograph rewriting — i.e. the name of the latifundium of the Octavii is still connected with the
column 7 — is not able to be integrated Comune of Ottaiano, and if it is permissible to hope that the desired
seemlessly into the text of the article’s body.
For, having begun the paragraph pertaining
excavations will fully confirm the presence of the assumed Summa
to Nola and the Aqua Claudia with the words Villa in the neighboring comune, then the hope may grow still more
“At the bottom of the Valley…”, the author vivid that, in the coming bimillenium of Augustus (1937) the two co-
ends the colum with a pair of independent
prepositional phrases: “On the opposite side, muni on Vesuvius may reassume the classic names which are their
on the slopes of Vesuvius”. Presumably these right: Ottaviano and Somma Villa, the precise Italian equivalents for
were to be used in transition to the discussion
that concludes the article, as here presented, the Augustan titles of Octavianum and Summa Villa. And this, to
leading into the article’s final paragraphs. honor the memory of the Founder of the Roman Empire!
152
Apparatus fontium antiquarum:

Velleius Paterculus (ca.19B.C. – c.a.A.D.31),


Historiae Romanae

Vell. Pat. 2, 123, 1-2:


[1] Venitur ad tempus, in quo fuit plurimum metus. Quippe
Caesar Augustus cum Germanicum nepotem suum reliqua belli patra-
turum misisset in Germaniam. Tiberium autem filium missurus esset
in Illyricum ad firmanda pace quae bello subegerat, prosequens eum
simulque interfuturus athletarum certaminis ludicro, quod eius hon-
ori sacratum a Neapolitanis est, processit in Campaniam. Quamquam
iam motus imbecillitatis inclinataeque in deterius principia valetudinis
senserat, tamen obnitente vi animi prosecutus filium digressusque ab
eo Beneventi ipse Nolam petiit: et ingravescente in dies valetudine,
cum sciret, quis volenti omnia post se salva remanere accersendus
foret, festinanter revocavit filium; ille ad patrem patriae expectato
revolavit maturius. [2] Tum securum se Augustus praedicans circum-
fususque amplexibus Tiberii sui, commendans illi sua atque ipsius
opera nec quidquam iam de fine, si fata poscerent, recusans, subre-
fectus primo conspectu alloquioque carissimi sibi spiritus, mox, cum
omnem curam fata vincerent, in sua resolutus initia Pompeio Apuleio-
que consulibus septuagesimo et sexto anno animam caelestem caelo
reddidit.
They entered a time of great fear, because Caesar Au-
gustus had sent his own grandson Germanicus to finalize the
war in Germany. He would have sent his son Tiberius to Illyri-
cum to strengthen in peace those territories he had subdued
in war; instead, accompanying Tiberius and going together
with him to an athletic contest which the Neapolitans had
dedicated in his honor, Augustus went to Campania. Even
though he had already felt the effects of utter weakness and
the beginnings of a significant decline in his strength, he still
leaned heavily on his inner strength and followed his son.
He quit Tiberius at Beneventum and returned alone to Nola.
His strength was waning by the day. Wishing everything to
remain calm after his death and knowing who would need to
be summoned for that to happen, Augustus immediately sum-
moned his son. Tiberius arrived at the bedside of the father of
the country more quickly than anybody expected. Then Au-
gustus pronounced himself free from care, for he realized that
he was surrounded by Tiberius’ embraces. He entrusted his
affairs and his lifework to him, nor did he resist any longer
from whatever the fates should require concerning his end.
Although Augustus was buoyed at first by the sight and gre-
eting of a spirit he held most dear, soon, when the fates had
overcome all his care, he slipped into his new beginning. In
the consulship of Pompeius and Apuleius, in his seventy-sixth
year, he gave his celestial soul back to heaven.
153
Publius (Gaius) Cornelius Tacitus (ca.A.D.56 –
ca.117), Annales

Tac. Ann. 1, 5 & 9:


[5]… vixdum ingressus Illyricum Tiberius properis matris litteris
accitur; neque satis conpertum est, spirantem adhuc Augustum apud
urbem Nolam an exanimem reppererit. acribus namque custodiis do-
mum et vias saepserat Livia, laetique interdum nuntii vulgabantur, donec
provisis quae tempus monebat simul excessisse Augustum et rerum
potiri Neronem fama eadem tulit. … [9] Multus hinc ipso de Augusto
sermo, plerisque vana mirantibus, quod idem dies accepti quondam
imperii princeps et vitae supremus, quod Nolae in domo et cubiculo in
quo pater eius Octavius vitam finivisset.
Tiberius had just entered Illyricum when he was sum-
moned by an urgent letter from his mother. It is not known
whether in the city of Nola he found Augustus still living
or dead. For, Livia had surrounded the house and the roads
with diligent watchmen, and happy announcements were
broadcast intermittently, until she could see to all details that
time would allow and craft one unified message imparting
the news that Augustus had departed and that Nero was the
master in charge. … [Later in the Senate] there was much
discussion about Augustus himself. Most everybody was ama-
zed by the sheer coincidences, such as the fact that on the very
same date, 19 August, he had once been elected consul and
later he finished his life, and that he died at Nola in the same
house and room as his father Octavius.

Tac. Ann. 4, 57:


Inter quae diu meditato prolatoque saepius consilio tandem
Caesar in Campaniam, specie dedicandi templa apud Capuam Iovi,
apud Nolam Augusto, sed certus procul urbe degere.
Meanwhile, having contemplated the decision for
a long time and deferred rather frequently, Tiberius finally
went to Campania. Ostensibly his purpose was to dedicate
temples, one at Capua to Jupiter, another at Nola to Augus-
tus; but, his sure intention was to go far away from Rome.

Gaius Suetonius Tranquillus (ca.A.D.69 – 130),


De Vita Caesarum

Suet. Aug. 100, 1:


Obiit in cubiculo eodem, quo pater Octavius, duobus Sex-
tis, Pompeio et Appuleio, cons. XIIII. Kal. Septemb. hora diei nona,
septuagesimo et sexto aetatis anno, diebus V et XXX minus. Corpus
decuriones municipiorum et coloniarum a Nola Bovillas usque depor-
tarunt, noctibus propter anni tempus, cum interdiu in basilica cuiusque
oppidi vel in aedium sacrarum maxima reponeretur.
He passed away in the same room as his father Octavius
154
had, in the consulate of the two Sexti — Sextus Pompeius
and Sextus Appuleius. It was August 19th, at 3 in the after-
noon, in the seventy-sixth year of his life, just thirty-five days
short of his birthday. The local magistrates of the towns and
colonies transported his body from Nola to Bovillae. They
traveled by night, because of the season, and by day they laid
the body in state in each town’s basilica or largest sanctuary.

Suet. Tib. 40, 1:


Peragrata Campania, cum Capuae Capitolium, Nolae tem-
plum Augusti, quam causam profectionis praetenderat, dedicasset,
Capreas se contulit, praecipue delectatus insula, quod uno paruoque
litore adiretur, saepta undique praeruptis immensae altitudinis rupibus
et profundo mari….
He traveled through Campania. Then after he had
dedicated at Capua the Capitolium and the Temple of Au-
gustus at Nola, which he had given as the chief cause for
this trip, he traveled to Capri. Tiberius especially loved the
island, because it is approached on only one narrow stretch
of shoreline, and because it is girt on all sides by precipitous
cliffs of tremendous height and by the deep sea.

Cassius Dio (ca.A.D.150 – 235), Historiae Romanae

Cass. Dio 56, 29, 2:


τῷ γὰρ ἐχομένῳ ἔτει, ἐν ᾧ Σέξτος τε Ἀπουλέιος καὶ Σέξτος Πομπήιος
ὑπάτευσαν, ἐξωρμήθη τε ἐς τὴν Καμπανίαν ὁ Αὔγουστος, καὶ τὸν
ἀγῶνα τὸν ἐν τῇ Νέᾳ πόλει διαθεὶς ἔπειτα ἐν Νώλῃ μετήλαξε. τέρατα
δὲ ἄρα ἐς τοῦτο αὐτῷ φέροντα οὔτε ἐλάχιστα οὔτε δυσσύμβλητα
ἐγεγένητο. ὅ τε γὰρ ἥλιος ἅπας ἐξέλιπε, καὶ τοῦ οὐρανοῦ τὸ πολὺ
καίεσθαι ἔδοξε, ξύλα τε διάπυρα ἀπ᾿ αὐτοῦ πίπτοντα ἐφαντάσθη,
καὶ ἀστέρες κομῆται καὶ αἱματώδεις ὤφθησαν.
During the consulship of Sextus Apuleius and Sextus
Pompeius, Augustus hastened to Campania. He enstated
the annual contest at Neapolis and then expired at Nola.
Portents, neither insignificant nor inconsequential, accompa-
nied this event. The sun went into total eclipse and seemed
to burn up most of heaven, wooden effigies were imagined to
glow spontaneously with inner flames, and comets and blood-
red stars were seen.

Cass. Dio 56, 46, 3:


καὶ αὐτῷ ἔν τε τῇ Ῥώμῃ ἡρῷον ψηφισθὲν μὲν ὑπὸ τῆς γερουσίας
οἰκοδομηθὲν δὲ ὑπό τε τῆς Λιουίας καὶ ὑπὸ τοῦ Τιβερίου ἐποιήθη,
καὶ ἄλλοθι πολλαχόθι, τὰ μὲν ἑκόντων δὴ τῶν δήμων τὰ δὲ
ἀκόντων οἰκοδομουμὲνων. καὶ οἱ καὶ ἡ ἐν τῇ Νώλῃ οἰκἰα, ἐν ᾗ
μετήλλαξεν, ἐτεμενίσθη. ἐν ᾧ δ᾿ οὖν τὸ ἐν τῇ Ῥώμῃ ἡρῷον ἐγίγνετο,
εἰκόνα αὐτοῦ χρυσῆν ἐπὶ κλίνης ἐς τὸν τοῦ Ἄρεως ναὸν ἔθεσαν,
καὶ ἐκείνῃ πάντα ὅσα τῷ ἀγάλματι αὐτοῦ μετὰ τοῦτο χρήσεσθαι
ἔμελλον ἐνόμισαν.
At Rome a hero shrine dedicated to Augustus was built
155
by the senate and funded by both Livia and Tiberius. The
same was done in many other places, some towns building
the shrines voluntarily and others upon demand. … and the
house at Nola in which he died, was converted to a sanctuary.
Then the same shrine that was built at Rome was made there
too. They set a golden effigy of Augustus on the steps of the
Temple of Mars and they attributed to it whatever they would
acquire thereafter as an endowment.

Matteo Della Corte† (1875 – 1962)


edited by Roger T. Macfarlane

156
Antonio De Simone
ricerche e scavi a Somma Vesuviana

Research and excavation in Somma Vesuviana: This


article provides an overview of the archaeological sites in
Somma Vesuviana and an exhaustive description of the most
important of these – the so-called Villa of Augustus. This site,
discovered and meagerly excavated during the 1930’s, was
identified by Matteo Della Corte as the villa where the em-
peror Augustus died. New excavations (2002 – present) have
brought to light several rooms of this huge complex, including
a portal with Dionysiac stuccoes, remains of a sophisticated
arcade, and two apsidal rooms with frescoes. Additionaly,
two significant statues have been found, a young Dionysus
with pet panther lying on his arm and a peplophoros. It is very
probable both were carved in the bay of Naples in the early
Augustan age. However, it is impossible to date the entire site
at this stage of excavation. Most of the structures are dated to
the 2nd century AD, but the site remained in use until the 5th
century, when it was buried by the eruption of AD 472 and
subsequent volcanic events.

Introduzione
Un’esauriente conoscenza dell’ambito territoriale del Crate-
re e delle aree immediatamente adiacenti è ostacolata dalla limitata
disponibilità di dati per il versante nord del Somma-Vesuvio; il vasto
territorio (Figg. 1-2), nel quale attualmente insistono i Comuni di San
Sebastiano al Vesuvio, Massa, Cercola, Pollena Trocchia, Sant’Ana-
stasia, Somma Vesuviana, Ottaviano e San Giuseppe Vesuviano, era 1
J. Beloch, Campania. Storia e topo-
in antico pertinente all’ager delle città di Herculaneum, Neapolis, grafia della Napoli antica e dei suoi dintorni
Nola e Pompeii1. (Napoli: Bibliopolis, 1989): 86-88, 461-464; P.
Sommella, “Città e territorio nella Campania
Una disamina seppure sommaria dello status quaestionis antica”, in Storia e civiltà della Campania.
consente di definire i principali motivi che hanno contribuito a limitare L’Evo antico, ed. G. Pugliese Carratelli
(Napoli: Electa, 1991): 187-189.
la conoscenza dell’ambito territoriale definito come nordvesuviano2. 2
G.F. De Simone, “Oltre la costa: il
Le fonti documentarie, a partire dal noto passo di Strabone3, contrap- problema delle ville nell’entroterra vesuvia-
pongono all’amenità degli insediamenti costieri la scarsità di informa- no”, in La Villa Romana, ed. R. Ciardiello
(Napoli: Orientale, 2007): 241-243.
zioni per l’interno della regione; a tanto contribuisce il mito dell’origine 3
Strabo V, 4, 8.
greca, percepita come carattere distintivo del golfo4, ancora vitale in età 4
Plin., N.H. III, 40-42.
5
P. Fedeli, “Le fonti letterarie”, in
romana5. Le scoperte e gli scavi effettuati dalla prima metà del XVIII Tramonto della Magna Grecia (Taranto:
secolo nelle antiche città di Herculaneum, Pompeii e Stabiae con- Istituto Magna Grecia, 2005): 19-50.

157
solidano gli interessi del mondo della cultura europea e indirizzano i
percorsi di studi in modo esclusivo verso l’ambito costiero.
La necessità di riequilibrare il quadro delle conoscenze, rico-
struendo una soddisfacente visione dell’entroterra vesuviano, è uno
degli obiettivi perseguiti dagli studiosi dell’Università degli Studî di
Napoli Suor Orsola Benincasa. Da circa sette anni l’Università opera
in tale ambito secondo un modello di notevole originalità, raccordan-
do nella visione della ricerca le esigenze di tutela e di valorizzazione
1.
Il territorio nord vesuviano. delle Soprintendenze e degli Enti Comunali, senza dimenticare la
2. possibilità offerta agli allievi di completare in modo idoneo la prepa-
Napoli (1), Nola (10) ed i comuni
del territorio nordvesuviano: San razione universitaria.
Sebastiano al Vesuvio (2), Massa (3), Il progetto di ricerca vede coinvolti per lo scavo della villa di
Cercola (4), Pollena Trocchia (5),
Sant’Anastasia (6), Somma Vesuviana
Somma Vesuviana l’Università Suor Orsola Benincasa, in funzione
(7), Ottaviano (8) e San Giuseppe di collaborazione con l’Università di Tokyo, titolare della concessio-
Vesuviano (9) ne ministeriale nella persona del Prof. Masanori Aoyagi. Per le atti-
vità nel comune di Pollena il progetto si avvale della collaborazione
della Brigham Young University di Provo nello Utah (USA) e della
Università di Oxford6.
Un passo significativo nel conseguimento degli obiettivi prima
indicati è stato compiuto con l’avvio delle ricerche e degli scavi nel
Comune di Somma Vesuviana. Masanori Aoyagi, che agli inizi degli
anni ‘70 aveva operato nell’area archeologica di Pompei realizzando
una proficua campagna di saggi nella Casa della Nave Europa7 e più
recentemente aveva avviato la pubblicazione delle pitture di Pompei a
partire dall’Insula Occidentalis8, aveva in animo di avviare una nuo-
va ricerca nell’area vesuviana e su tanto si era confrontato con Antonio
De Simone e Umberto Pappalardo; piuttosto che operare nelle aree
archeologiche maggiormente note, appariva di maggiore interesse
la prospettiva di uno studio in un’area finora trascurata, principiando
6
La Brigham Young University è pre-
dalla ripresa dell’indagine nella località Starza della Regina a Somma
sente con i Proff. Roger Macfarlane e Mark Vesuviana, dove agli inizi degli anni ‘30 un saggio praticato da Matteo
Johnson, e l’Università di Oxford con il dott. Della Corte aveva fatto intravedere una struttura architettonica di par-
Girolamo De Simone; partecipano inoltre
alla ricerca il Dipartimento di Geofisica e ticolare rilievo9.
Vulcanologia, con i Proff. Scarpati e Perrotta, In breve tempo fu avviata la ricerca propedeutica all’elabora-
e il Dipartimento di Arboricoltura, Botanica
e Patologia Vegetale, con il Prof. Di Pasquale
zione del progetto d’indagine archeologica e già nell’aprile del 2001
e la dott.ssa Allevato, dell’Università degli fu sottoscritto presso la sede comunale di Somma Vesuviana un do-
Studî di Napoli “Federico II”; sono altresì cumento di intenti tra il Comune, l’Università di Tokyo e l’Università
presenti numerosi altri professori di diversi
atenei. Di tanto si offre un quadro completo degli Studî di Napoli Suor Orsola Benincasa.
nell’introduzione al presente volume. Nel mese di giugno del 2002 il Ministero per i Beni e le Attività
7
M. Aoyagi, La casa della nave
Europa a Pompei (Tokyo: The Institute for
Culturali autorizzò i lavori con la concessione di scavo per una durata
the study of cultural exchange, 1977). quinquennale intestata al Prof. Masanori Aoyagi. La concessione, con-
8
M. Aoyagi, & U. Pappalardo, edd. siderando i felici esiti della ricerca, è stata rinnovata per un ulteriore
Pompei (Regiones VI-VII) Insula Occi-
dentalis, Vol. I (Napoli: Valtrend, 2006). quinquennio fino a tutto il 2011 e i lavori proseguono alacremente.
9
M. Della Corte, “Somma Vesuviana.
Ruderi romani”, Notizie degli scavi di Il territorio di Somma Vesuviana
antichità (1932): 309-10.
10
Considerazioni su tali aspetti sono Se i ritrovamenti effettuati dal Della Corte offrivano l’oppor-
formulate in: M. Della Corte, “Augustiana”, tunità di un’esplorazione archeologica, numerosi e vari erano i mo-
Rendiconti della Accademia di arche-
ologia, lettere e belle arti, Napoli n.s.13 tivi, a partire da considerazioni toponomastiche10, che indicavano
(1933): 69-93. in Somma Vesuviana l’ideale punto di partenza per un’indagine sul
158
nordvesuviano. Il territorio comunale è parte dell’ager nolanus, di 11
Sulla base dei dati ad oggi disponibili
appare forzata l’interpretazione del Della
cui costituisce il versante occidentale, posto a confine con il conter- Corte relativa ad una villa summa, ipo-
mine ager neapolitanus. teticamente contrapposta ad una ima e ad
una media, collocate all’interno del fundus
Il nome che identifica il territorio comunale è un attributo, Octavii da cui è invece lecito derivare
declinato al femminile, da riferire ad un sostantivo di incerta e pro- Octavianum, coincidente con il moderno e
blematica identificazione11 e comunque di antica origine, risultando contermine comune di Ottaviano.
12
A. Crivellucci, ed. Landolfi Sagacis
associato ad eventi dei primi decenni del VI secolo d.C.; infatti, la più Historia Romana (Roma: Tip. del Senato,
antica menzione di Summa è in Landolfo Sagace12, a proposito del 1912-1913).
13
Landolfus Sagax, XVIII, 15-16.
ripopolamento di Napoli condotto da Belisario a seguito degli ammo- 14
Crivellucci: XXXVIII.
nimenti di Papa Silverio per la strage perpetrata nel 536 a danno dei na- 15
G. Del Mastro (articolo in questo
volume) identifica la fonte di Landolfo nel
poletani13. Landolfo Sagace compone la sua opera nei primi decenni bibliotecario Anastasio che, inviato a Napoli
del secolo XI14, attingendo a piene mani da fonti precedenti sulla cui nell’871 dall’Imperatore Ludovico II per
identificazione e cronologia le opinioni degli studiosi sono discordi15. dirimere il conflitto tra il duca Sergio II e
il vescovo Atanasio I, in ragione della sua
Il toponimo è comunque non posteriore alla data di composizione missione avrebbe preso conoscenza degli atti
dell’opera di Landolfo Sagace e a riprova dell’importanza del termine amministrativi e della storia della provincia
napoletana. E. Savino valuta le fonti di Lan-
per l’identità del sito è la denominazione vigente nel periodo ducale dolfo non anteriori all’VIII secolo: E. Savino,
di Via Summense per la diramazione che dalla Via Nolana con- “Landolfo Sagace, Hist. Rom. 18, 15-16.
Considerazioni sui rapporti tra Bizantini e
duce alle pendici settentrionali del Vesuvio, all’altezza degli Arcora, Longobardi beneventani nell’Italia meridion-
costeggiando l’abitato di Pomilianum16. Il toponimo appare così ra- ale del VII sec.”, Oebalus 1 (2006).
16
B. Capasso, Topografia della città
dicato da essere esteso nel linguaggio popolare al versante settentrio- di Napoli nell’XI secolo (Napoli: s.n.,
nale del Vesuvio, come attestato sul finire del Medioevo da Petrarca17 1895): tav. I.
e da Boccaccio18, probabilmente in conseguenza della forma bicipite “Hinc tandem digresso biceps aderit
17

Vesevus, vulgo Summa monti nomen, et


che il vulcano assume a partire dall’eruzione del 79, attestando inoltre ipse flammas eructare solitus”: F. Petrarca,
l’insolito fenomeno di un monte denominato dalla città posta ai suoi Itinerarium ad sepulcrum Domini
nostri Iesu Cristi ad Iohannem de
piedi, come acutamente osserva il Clüver19. Mandello, ed. Jens Reufsteck (Stuttgart:
La presenza dell’Antico nel territorio è affidata non solo alla to- Reclam, 1999): 40.
18
“… incolae hodierni Montem
ponomastica; di particolare consistenza è il fenomeno di spolia atte- hunc vulgo Summam dicunt”: G.
stati nell’area20. È merito di studiosi locali, e tra essi Raffaele D’Avino, Boccaccio, G. Ioannis Bocatii ΠΕΡΙ
recentemente scomparso, la raccolta di elementi di conoscenza ospi- ΓΕΝΕΑΛΟΓΙΑΣ deorum. Liber I
(Basileae: Apud Io. Heruagium, 1802): s.v.
tati nella rivista Summana, relativi a frammenti di sculture, colonne, Vesevus, 426.
capitelli, epigrafi; la frequenza del riuso, notevole a Somma Vesuviana 19
“Hodie vulgo incolis vocatur Monte
di Somma, ab opidulo ad radices posito”: Ph.
a confronto dei comuni contermini, ne suggerisce una valenza topo- Clüver, Italia Antiqua (Lugduni Batavo-
grafica. Dei numerosi materiali sono menzionati nel presente articolo rum: Ex officina Elseviriana, MDCXXIV): 1158.
20
R. D’Avino, Note su presenze
quelli valutati di particolare importanza, a partire dalle colonne e capi- romane a Somma II (Somma Vesuviana:
telli che sorreggono l’arcata centrale del pronao della chiesa di S. Maria Summana, 1998).

159
3.
Il territorio di Somma Vesuviana. Carta
dei rinvenimenti: 1-località Starza della
Regina: cd. Villa Augustea; 2-località
Terra di S. Nicola: villa (II sec. a. C.-I
sec. d. C.); 3-località Amendolara: Villa
rustica (II sec. a. C.-I sec. d. C.); 4-
località Castiello: tombe (Fine IV-inizi
V sec. d. C.); 8-S. Maria del Pozzo: villa
rustica; 20-Piazza del Carmine: ambito
archeologico; 48-Località Reviglione:
tomba femminile (fine IV- inizi V sec. d.
C.); 49-Cupa S. Patrizia: mosaico (metà
III sec. d. C.); 50-Area del convento di
S. Giovanni di Dio: strutture murarie
(fine IV-inizi V sec. d. C.); 51-localià
Bosco De Siervo: villa (I sec. d. C.); 52
e 53-Masseria S. Martino e Masseria
S. Anna: spiracula dell’acquedotto
augusteo; 54-località Palmentiello: villa
(I sec. d. C.); 55-località Pacchitella:
villa (I sec. a. C.-I sec. d.C.); 56-località
Abbadia: villa (I sec. d. C.); 57-via Cir-
cumvallazione: materiali ceramici (V del Pozzo21, edificata nel decennio 1510-1520 per volontà di Giovanna
sec. d. C.). III, vedova di Ferrante I, al di sopra di una chiesetta del XIII secolo, a
sua volta impiantata sui resti di una villa rustica. Tra le numerose epi-
grafi22, in buona parte osservate da Mommsen23, particolare rilievo as-
21
G. Fiengo, La chiesa e il convento di sumono le due tabelle relative ad una colonna miliaria24, proveniente
S. Maria del Pozzo a Somma Vesuviana (s.l.: dalla zona del Carmine sita nel centro urbano e ora conservata al mu-
dopo il 1968): 34-38.
22
R. D’Avino, “Iscrizioni romane da
seo di Napoli, con dedica all’Imperatore Flavio Valerio Costantino, fi-
Somma”, Summana 7 (1986): 2-8. glio di Costantino, e con dedica agli Imperatori Valentiniano, Teodosio
23
CIL X, nn. 1490, 1491, 1287, 8053-
221, 8163.
e Arcadio25. La colonna è datata agli anni tra il 388 e il 392 e testimonia
24
R. D’Avino, “Resti di colonne romane la persistenza e l’uso della strada che da Capua conduceva a Nuceria.
in Somma”, Summana 5 (1985): 2-4. Nella facciata di un’abitazione sita nella stessa zona è una base onora-
25
La limitata conoscenza del manufatto
suggerisce come opportuna la trascrizione ria, databile tra il 250 e il 260, dedicata a Lucius Publilius Probatus, di
dei testi: origine nolana, console, legato della Provincia d’Africa per la Numidia,
Tabella in alto: [D.M.F.] VALER/
COSTANTIN/ R.F. INVICTO AUG/DIVI curatore della Colonia di Nola e Pontefice della stessa città26.
COSTAN/PIIM FILIO L’ambito urbano del Carmine, che ha restituito nel corso degli
tabella in basso: DDD.NNN./VALEN-
TIA/THEODOSI/HARCADI/R. AUG. anni murature e materiali, utili ad attestare una continuità di vita a par-
CO./BONO REI./NATIS tire dalla prima metà del I sec. d.C. e ad ipotizzare la presenza di una
26
G. Camodeca, “La carriera di L. Pu-
blilius Probatus e un inesistente proconsole struttura architettonica complessa e articolata, è uno dei numerosi siti
d’Africa: Q. Volateius”, Atti dell’Accade- archeologici di cui è ricco il territorio comunale. I ritrovamenti avve-
mia di Napoli LXXXV (1974): 250-268 (con
ampia bibliografia); G. Camodeca, “Due
nuti nel corso dei tempi sono sporadici e occasionali e, pertanto, privi
nuovi senatori di III secolo da Nola”, Annali di una documentazione idonea a garantirne una corretta definizione27.
di Archeologia e Storia antica n.s.13-14
(2006-2007): 299-311.
Sulla base dei pochi elementi recuperati è di particolare complessità il
27
La sola eccezione è costituita dai resti tentativo di delineare una Carta Archeologica, limitandosi per ora ad
di una piccola villa, sepolta dall’eruzione del una carta dei rinvenimenti, ricca di non meno di 16 elementi (Fig. 3),
79 d. C., sita ad una quota di circa m. 300 in
località “Bosco De Siervo” e posta in luce da distribuiti lungo tutta la fascia pedemontana, a partire da quota m. 400
Caterina Cicirelli, cfr. C. Cicirelli, “Comune s.l.m. fino all’innesto del monte nella piana campana. Le attestazioni
di Ottaviano - Località Bosco De Siervo”,
Rivista di Studi Pompeiani VII (1995): archeologiche riconducono a villae, databili dalla fine del sec. I a.C.
185-188; C. Cicirelli, “Mosaico inedito da alla fine dell’evo classico sulla scorta dei materiali recuperati e delle
una villa romana scoperta ad Ottaviano”,
in AISCOM. Atti del V Colloquio strutture parzialmente osservate; gli impianti più antichi, siti in una fa-
dell’Associazione Italiana per lo studio scia compresa tra le quote m. 400 e m. 130, presentano analogie con
e la conservazione del mosaico, edd. F.
Guidobaldi & A. Paribeni (Ravenna: Edizioni
le ville della fascia costiera vesuviana nella complessiva collocazione
del Girasole, 1999): 345-350. ambientale e paesaggistica; quelli posti più in basso e specificamente la
160
cd. Villa Augustea in località Starza della Regina, attualmente in corso
di scavo, e quello di Piazza del Carmine appaiono di maggiore con-
sistenza ed estensione. L’eruzione del 79 distrugge gli impianti posti
più in alto, che in seguito non verranno ricostruiti, e lambisce quelli
siti più in basso, che continueranno a vivere fino alla fine del V secolo;
alcuni di essi, come nel caso di Piazza del Carmine, presentano segni
di frequentazione estesa al periodo longobardo e, inseriti nell’odierno
centro cittadino, attestano una continuità di vita. Gli impianti realiz-
zati dopo il 79 occupano prevalentemente una fascia al di sotto dei m.
200 e si estendono verso la piana, dove precedentemente all’eruzione
pliniana risultano radi se non addirittura assenti. Le osservazioni for-
mulate, seppure nei limiti di una prima lettura del territorio, offrono
elementi utili a ipotizzare la dinamica degli insediamenti e a ricostruire
la storia del complesso vulcanico (Fig. 4).

Lo scavo della Villa in località Starza della Regina 4.


Tra gli impianti obliterati da un evento vulcanico, collocato ne- Cronologia delle evidenze archeo-
gli ultimi decenni del V secolo, è la cd. Villa Augustea in località Star- logiche.
5.
za della Regina. Il punto di partenza dello scavo attualmente in corso L’area di scavo e il contesto paesaggi-
era costituito dall’esplorazione condotta a partire dal 1930 da Matteo stico [questa immagine, come le suc-
cessive di scavo, sono state realizzate
della Corte28, a seguito del casuale rinvenimento di murature antiche, dalla equipe di scavo].
occasionato da lavori agricoli. L’imponenza delle strutture e l’erronea
lettura della matrice dell’interro, ricondotta ai materiali vulcanici del
79 d.C.29, diedero vigore all’ipotesi formulata dal Della Corte, sulla
scorta di quanto tramandato dalle fonti30, circa l’identificazione del
monumento con la villa in cui era morto l’Imperatore Augusto. La
limitatezza delle risorse disponibili e la partecipazione dell’Italia al
secondo conflitto mondiale impedirono la prosecuzione degli scavi e
nell’arco di un decennio il saggio fu naturalmente colmato. I lavori di
scavo, come già ricordato, sono stati ripresi nel 2002 e proseguono con
regolari campagne di scavo31.
La superficie indagata fino ad oggi32 è di circa mq 1.800; il fon- 28
Come confermato dai recenti lavori
do dello scavo, che raggiunge il calpestio dell’edificio antico, è posto ad lo scavo era limitato ad un saggio ampio
in superficie m. 5x5 e ad alcuni cunicoli
praticati nella parte inferiore delle murature
a livello del calpestio antico; il saggio inoltre
era stato ampliato in una stretta trincea in
corrispondenza del muro est, caratterizzato
dalla presenza di 3 edicole. Per un’illustrazio-
ne complessiva dei lavori allora condotti, cfr.
Della Corte, “Somma Vesuviana”: 310.
29
Angrisani, con particolare riferimento
alla relazione geologica di F. Signore, alle
pp. 45-47.
30
Tac. Ann. I, 5; IV, 57; Suet. Aug. 98,
5; 100, 1; Tib. 40, 1; Vell. Pat. II, 123, 1; Cass.
Dio 56, 29, 2; 56, 46, 3.
31
Per una prima ed esauriente
illustrazione dei lavori svolti, cfr. M. Aoyagi,
C. Angelelli, & S. Matsuyama, “Lo scavo
della cd. Villa di Augusto a Somma Vesuviana
(NA). Campagne 2002-2004”. Atti della
Pontificia Accademia Romana di
Archeologia, Rendiconti s.III, LXXVIII
(2005-2006): 75-109.
32
L’esposizione dei dati è limitata ai
risultati conseguiti con la campagna 2006.
161
una profondità di circa m. 10 dal moderno piano di campagna (Fig. 5).
La vastità dell’area appare limitata se posta a confronto con l’ipotetica
estensione del monumento: le strutture murarie si sviluppano in ogni
direzione verisimilmente ben oltre il limite del quadrilatero finora inda-
gato. Il dislivellamento dei piani di calpestio degli ambienti finora posti
in luce prefigura un impianto articolato per terrazze, collocato in un
contesto paesaggistico e ambientale particolarmente favorevole, se-
condo un modello riconducibile a quello che caratterizza i complessi
noti lungo la fascia costiera vesuviana33. La limitatezza dell’area inda-
gata e la parzialità della planimetria non consentono per ora l’esaurien-
33
Tra le ville sepolte dall’eruzione del
te definizione del monumento.
79 si ricordano a titolo esemplificativo Villa Gli ambienti fino ad oggi posti in luce individuano spazi archi-
dei Papiri ad Ercolano, Villa di Poppea a tettonici di notevole qualità e raffinatezza e di particolare ricchezza,
Torre Annunziata, Villa di S. Marco e Villa
di Arianna a Castellammare di Stabia estese quale quella indiziata dalla monumentalità degli spazi e dai materiali
su una superficie compresa tra i mq. 10.000 usati, difficilmente riscontrabili nelle ville edificate nella regione. Gli
e 15.000.
34
A proposito delle eruzioni in periodo ambienti osservati sono pertinenti ad una struttura residenziale e pos-
tardo-antico: G. Colucci Pescatori, “Fonti sono trovare collocazione nella variegata tipologia della villa romana.
antiche relative alle eruzioni vesuviane ed al-
Se allo stato attuale dell’indagine risulta problematica l’indivi-
tri fenomeni vulcanici successivi al 79 d.C.”,
in Tremblements de terre, éruptions duazione delle fasi più antiche del complesso, certezze sono state inve-
volcaniques et vie des hommes dans ce acquisite per il seppellimento, collocato negli ultimi decenni del V
la Campanie antique, ed. C.A. Livadie,
134-141 (Napoli: Centre Jean Bérard - Institut secolo, a seguito dell’eruzione subpliniana del 472, definita di Pollena34
Français de Naples, 1986); la serie delle eruzi- e ben nota anche nelle fonti letterarie per lo sgomento suscitato dalle
oni appare definita in modo convincente in:
E. Savino, “A proposito del numero e della
ceneri trasportate fino a Costantinopoli dove ogni anno il 6 novembre
cronologia delle eruzioni vesuviane tra V e VI ne celebravano il ricordo, come attesta Marcellinus Comes35.
sec. d.C.”, in Pompei, Capri e la Penisola L’eruzione del 472 seppellisce un edificio in parte in disuso e
Sorrentina, ed. F. Senatore, 511-521 (Capri:
Oebalus, 2004). Sugli aspetti vulcanologici oggetto di spoliazione. Durante l’ultima fase di frequentazione36 la vil-
dell’eruzione del 472: G. Mastrolorenzo, la si connota come un impianto produttivo e la vita appare limitata ad
et al., “The 472 AD Pollena eruption of
Somma-Vesuvius (Italy) and its enviromental
alcuni ambienti: una parte dei pavimenti in mosaico nell’ambiente 1
impact at the end of the Roman Empire”, era stata ricoperta da vasche, delimitate da bassi muretti, e alcuni forni
Journal of Volcanology and Geother- erano stati impiantati nell’ambiente 4 a ridosso di strutture che ancora
mal Research 113 (2002): 19-36; G. Rolandi,
et al., “The A.D. 472 eruption of the Somma conservavano tracce della decorazione originaria; lo strato di parziale
volcano”, Journal of Volcanology and abbandono, formato da terreno misto a frammenti di intonaco e cera-
Geothermal Research 129 (2004): 291-319.
Sugli aspetti vulcanologici della ricerca in
mica d’uso comune, aveva favorito la crescita di vegetazione sponta-
corso: A. Perrotta, et al., “The villa di Augusto nea, di cui restano diffuse tracce sulle murature; considerevole parte
burial during the 472 AD Vesuvius eruption”, dei blocchi costituenti i pilastri di sostegno degli archi dell’ambiente 1
in Proceedings of 32 International
Geological Congress, Firenze 2004 era stata asportata per essere riutilizzata altrove e sostituita da puntella-
(c.s.); T. Kaneko, and alii, “Determination of ture in legno per evitare il crollo delle coperture. Un equilibrio siffatto,
the burial age of the ‘Augustus’ villa’ (Italy)”,
Geochimical Journal 39 (2005): 537-78; A.
precario nella statica e provvisorio nella durata, fu di colpo disarticola-
Perrotta, et al., “Burial of Emperor Augustus’ to dalle scosse sismiche che preannunciavano il risveglio del vulcano,
villa at Somma Vesuviana (Italy) by post-79 provocando la rovina delle coperture e delle parti alte dell’edificio; di-
AD Vesuvius eruptions and reworked (lahars
and stream flow) deposits”, Journal of rettamente sui crolli e sugli strati di abbandono si depositarono sabbie e
Volcanology and Geothermal Research densi lapilli scoriacei distaccati dalla colonna eruttiva che minacciosa
158 (2006): 445-66.
35
Marc. Comes, Chronicon, 68, in
si alzava verso il cielo e man mano si estendeva nell’atmosfera. Subito
M.G.H. A.A. XI, 1894, 90. dopo l’area fu investita da correnti piroclastiche che trasportavano gas
36
Ulteriori e certi elementi relativi alla e particelle solide. Successivamente, quando l’eruzione era forse già
frequentazione al momento dell’eruzione
sono emersi nel corso della campagna di cessata, la villa fu investita da colate di fango, detriti e grossi clasti lavici,
scavo del 2007, peraltro non oggetto di tratta- trasportati dalle pendici del monte verso la piana sottostante grazie alle
zione nel presente articolo, e sono costituiti
da tracce di ceste in vimini ed elementi di acque delle abbondanti precipitazioni atmosferiche che seguono l’eru-
arredo nell’ambiente 10. zione, restando sommersa per un’altezza pari a circa la metà di quanto
162
ancora oggi si osserva. Un periodo di stasi di alcune decine di anni con-
sentì la formazione di un sottile suolo e l’accumulo di uno strato di de-
triti provenienti dai muri in disfacimento; su tale strato si depositarono i
prodotti di una successiva eruzione, avvenuta nei primi anni del VI se-
colo d.C., che hanno sepolto quanto ancora emergeva delle sottostanti
strutture37. Nei secoli seguenti almeno altre tre eruzioni completarono
il sotterramento dell’area; gli strati eruttivi sono intervallati da suoli col-
tivati, a testimonianza di un’ininterrotta frequentazione.
L’edificio (Fig. 6) nella parte riportata in luce38 è costituito da
una serie di ambienti, conservati per un’altezza di circa m. 8 e costruiti
prevalentemente in opus vittatum mixtum.
L’area centrale, sviluppata in direzione est-ovest per circa m. 18
e in direzione nord-sud per circa m. 16, ha forma di esagono diviso in
due ambienti da una struttura ad archi e pilastri.
L’ambiente 4, posto a sud, è configurato ad esedra a tre lati,
composta dal muro di fondo e da due setti murari ad andamento
sghembo che ad esso si raccordano. Ognuna delle pareti ospitava al
centro un’ampia porta con soglia in calcare. La copertura dell’ambien- 6.
te, collassata insieme ai muri laterali e osservata in crollo sul pavimento, Planimetria del monumento e indivi-
duazione degli ambienti.
era costruita in opus coementicium e conformata a volta a vela con 7.
estradosso piano in cocciopesto. Il muro centrale (Fig. 7), largo circa m. Il muro con il portale.
8.
9 e conservato in altezza per circa m. 7, è tra gli elementi di maggiore Il portale: particolare.
interesse tra quelli restituiti dallo scavo: il portale (Fig. 8) che in esso
si apre conserva l’originaria decorazione in stucco dipinto. Il portale è
inquadrato da una coppia di lesene scanalate su cui si impostano ca-
pitelli corinzieggianti dipinti in azzurro e da una fascia a linguette bor-
data da listelli lisci. I capitelli presentano al di sopra del collarino liscio
due foglie di acanto, tra le quali è posto un cratere dal quale si sviluppa
un candelabro vegetale ai cui lati sono posti due tralci terminanti agli
spigoli in volute e al centro in fiorone. Al di sopra del portale è collocato
un epistilio con cornice a boccioli di loto e palmette stilizzate in stucco
bianco su fondo rosso e fregio dipinto con un motivo di tralci di vite e
grappoli d’uva. L’architrave presenta inferiormente, su fondo azzurro,

37
Si tratta probabilmente dell’eruzione
del 505 ricordata nel Paschale Campa-
num, in M.G.H. A.A. IX, 265; ad essa è
riferibile Cass., Var. 4, 50 in M.G.H. A.A.
XII, 137. Un’ulteriore eruzione è attestata al
512 nel Paschale Campanum, in M.G.H.
A.A. IX 747. Oltre a quanto citato a nota 34,
cfr. l’articolo di E. Savino in questo volume.
38
Nella descrizione si riportano solo
rapidi cenni ad alcuni ambienti (2, 8, 9, 10) a
causa della parzialità dell’indagine e/o della
valutazione ancora in corso degli elementi rac-
colta nella ultima campagna dei lavori (2007).

163
un kyma lesbio in stucco bianco e un listello rosso sul quale si sviluppa
un fregio “a tenda”, bordato nella parte bassa da una cornice a linguette
bianche su fondo rosso. Sulla tenda si svolge una ricca ghirlanda flore-
ale, con festoni resi in bianco su fondo azzurro nei quali si inseriscono
vari elementi decorativi, tra cui la syrinx, il kàntharos, il cembalo,
l’oscillum. Una cornice a boccioli di loto e palmette pendule e un’ul-
teriore cornice con motivo ad ovoli separano il fregio dal timpano di
coronamento al cui centro si notano i resti di una corona circolare a
foglie di edera. Gli elementi che compongono la decorazione, quali
la cista mystica, la syrinx, il kàntharos, rimandano con immediata
evidenza al culto dionisiaco; di maggiore complessità appare la rappre-
sentazione del timone con il delfino che ad una prima lettura potrebbe
essere ricondotto al tema della trasformazione in delfini dei pirati che
avevano rapito il dio oppure ricordare il ritorno di Dioniso ad Atene sul
carro navale39.
A Dioniso fa riferimento anche il dipinto con motivi di tralci
9. di vite e grappoli d’uva che decora le due nicchie semicircolari che si
Visione d’assieme degli ambienti 1 e 4. aprono ai lati del portale. Le nicchie, inquadrate da paraste lisce borda-
10.
Ipotesi ricostruttiva dell’area centrale te da due listelli e kyma lesbio, sono sormontate da archi a tutto sesto e
del monumento (Autore: Raffaele da un catino absidale, con una elaborata decorazione a spicchi, definiti
D’Avino). da un motivo a ovoli e perline.
Gli elementi che compongono la decorazione rinviano a moti-
vi presenti nel IV Stile, attestati con particolare frequenza in numerose
abitazioni dei centri vesuviani sotterrati nel 79 e riconducibili ad un
gusto ancora proprio dell’avanzato I secolo.
Le porte che si aprono nei muri dell’esedra immettono in
un’area scoperta lastricata, la cui estensione potrà essere definita
dall’ampliamento futuro dello scavo.
L’ambiente 1 (Figg. 9-10) si sviluppa in larghezza per m. 18 e in
profondità per m. 7 e comunica con l’esedra attraverso una struttura ad
archi. La struttura, di cui si conserva all’estremità orientale per intero il
primo arco (Fig. 11), ampio m. 2,70, era costituita da quattro grandi ar-
cate a sesto ribassato, impostate alle estremità su semipilastri aggettanti
e, per la restante parte, su quattro pilastri, in opus quadratum con
l’utilizzo di grandi blocchi di lava, disposti a coppia e sormontati da ca-
pitelli tuscanici con soprastante architrave e cornice in calcare bianco.
La struttura ad archi si lega alle estremità con due muri paral-
leli, che delimitano ad est e a ovest l’ambiente. Nei muri si aprivano, a
circa m. 3 dal pavimento, tre nicchie (le laterali di forma rettangolare
e quelle centrali di forma semicircolare, sormontate rispettivamente
da un timpano e da un arco a tutto sesto), originariamente rivestite
da intonaci e stucchi dipinti, oggi quasi completamente scomparsi, in
tutto simili a quelli che decoravano le nicchie poste ai lati del portale
dell’esedra. Dalla nicchia sud della parete ovest proviene una statua
femminile; pertinente alla nicchia centrale della parete est è la statua
di Dioniso.
39
M. De’ Spagnolis, Il mito omerico I muri a nicchie si raccordavano a nord ad un colonnato, origi-
di Dionysos ed i pirati tirreni in un do-
cumento da Nuceria Alfaterna (Roma: nariamente formato da sei colonne in nero africano e capitelli corinzi
L’Erma di Bretschneider), 2004: 41-68. di tipo asiatico. Il colonnato si sviluppa per un’ampiezza di m. 18 e per
164
un’altezza sensibilmente superiore ai m. 4; il soprastante epistilio, rico-
struibile sulla base di pochi elementi in crollo osservati nel corso dello
scavo, era costruito in laterizio rivestito di intonaco dipinto a colori vi-
vaci, con piattabande alternate ad archi a tutto sesto; inoltre sull’episti-
lio si sviluppava un muro di considerevole altezza, intercettato in crollo
nell’ampliamento dello scavo in direzione nord.
Il pavimento in mosaico a tessere bianche di calcare di forma
irregolare appare essere il rifacimento di un mosaico precedente; in
corrispondenza del secondo e del terzo pilastro l’andamento delle tes-
sere individua un cerchio dal diametro di circa m. 2,50.
Ad ovest dell’ambiente 1 si sviluppa un ampio salone (am-
biente 2) (Fig. 12), originariamente pavimentato in mosaico tessellato
bianco e cornice nera e con decorazione pittorica alle pareti articolata
in due registri, divisi da una cornice; sul lato ovest del registro superiore
sono presenti tre grandi finestre. La vita dell’ambiente è caratterizzata da
numerosi mutamenti, l’ultimo dei quali comporta l’impianto di un forno
al di sopra dello strato di crollo del tetto. Attraverso tre aperture poste sul 11.
lato nord si accedeva ad un ulteriore ambiente 5, osservabile nel muro La struttura ad archi tra gli ambiente
ovest, che prosegue al di sotto della campagna non ancora indagata, e 1 e 4.
12.
ingombro di possenti muri in crollo ricoperti di intonaci dipinti. L’ambiente 2; visione d’assieme.
Da due gradinate collocate all’estremità del colonnato dell’am- 13.
L’ambiente 7; visione d’assieme.
biente 1 si scende in un’area 6, sottoposta di circa m. 1,60 e caratteriz-
zata dalle presenze di una vasca a sezione quadrangolare e di una cana-
letta ad andamento semicircolare che la parzialità dell’indagine finora
condotta impedisce di definire con soddisfacente puntualità. Dall’area
6 si accede in direzione est ad un’aula (ambiente 7) di vaste dimensio-
ni40, che, nonostante la distruzione indotta dall’eruzione, rivela un lin-
guaggio architettonico di grande enfasi, del tutto coerente con le altre
parti che costituiscono il monumento nella parte finora osservata: la
parete che la delimita a nord è conformata in porticus, costituita da
tre archi a tutto sesto, di cui solo uno parzialmente conservato (Fig. 13);
la parete di fondo ad est si apre in una grandiosa abside, comunicante
con altri ambienti attraverso un piccolo vano passante41, il cui catino è
decorato da una scena dipinta di corteggio marino (Figg. 14-15) databi-
le alla metà circa del III sec. d.C.42.

40
Lunghezza m. 13; larghezza m. 7.
41
Con la campagna dei lavori del 2007
sono stati posti in luce un piccolo corridoio
che immette in un ulteriore ambiente termi-
nante in abside.
42
M. Aoyagi, & A. De Simone, “Il thia-
sos marino dalla villa di Somma Vesuviana”,
in Actes du X Colloque International
de l’Association Internationale pour
la Peinture Murale Antique (AIPMA),
Napoli 17-21 settembre 2007 (c.s.).

165
Gli ambienti osservati si impostano a quote differenti assecon-
dando il pendio naturale del monte nel tratto in cui si raccordava in
direzione sud-nord alla piana campana. Il pendio naturale, che oggi è
addolcito dalla deposizione dei materiali eruttati dal vulcano, in antico
si sviluppava con maggiore evidenza e condizionava l’articolazione del
complesso architettonico, prefigurando un insediamento per terrazze
poste a quote degradanti, secondo il modello ampiamente attestato
dalle ville costruite lungo il versante marino del Vesuvio.
14. Le strutture, sulla scorta degli elementi ad oggi disponibili, si
La decorazione pittorica del catino
absidale dell’ambiente 7. collocano in un orizzonte cronologico datato a partire dagli inizi del II
15. secolo d.C. ed esteso con continuità di vita fino alla fine del V secolo. È
La decorazione pittorica del catino ragionevole supporre, ancorché ipoteticamente, un innalzamento del
absidale dell’ambiente 7.
termine iniziale del complesso architettonico che si sviluppa in ogni di-
rezione al di sotto della campagna non ancora indagata; l’ipotesi trova
conforto nella datazione delle statue rinvenute nell’ambiente 1.

Le sculture rinvenute
Nel corso dell’esplorazione condotta agli inizi degli anni ‘30 era
stata praticata una stretta trincea in aderenza al muro est dell’ambiente
1, sul cui pavimento erano stati rinvenuti frammenti in marmo di un
braccio e di una gamba. L’ipotetica identificazione del monumento
con la villa degli Octavii comportò il riconoscimento, peraltro del tutto
arbitrario, dei frammenti come pertinenti alla raffigurazione in nudità
eroica di un qualche personaggio della famiglia imperiale. L’interru-
zione degli scavi comportò la dispersione dei reperti, la cui conoscenza
restava affidata alle scarne notizie reperibili in bibliografia43.
La certezza dell’esistenza di un arredo scultoreo è stata acqui-
sita nel corso della campagna dei lavori condotta nel 2003. Lo scavo
allora in corso interessava l’ambiente 1, rivelando l’esistenza della
parete ovest, caratterizzata dalla presenza di nicchie simmetriche a
quelle della parete est. All’interno della nicchia posta a nord, e quin-
di verisimilmente nella originaria posizione, si è rinvenuta una statua
raffigurante una peplophòros. Con la prosecuzione dello scavo vi
è stato il ritrovamento nell’area centrale dell’ambiente, in asse con la
nicchia principale della parete est e in prossimità del calpestio, di un
corpo maschile, privo delle gambe e di parte del busto, e della testa di

43
R. D’Avino, La reale villa di
Augusto in Somma Vesuviana (Napoli:
Anarcord, 1979): fig. 12.
166
un giovane Dioniso, a giudicare dalla capigliatura adorna di foglie e
corimbi d’edera. Le scosse telluriche che preannunciavano l’eruzione,
che nel 472 aveva sepolto il monumento, avevano provocato la caduta
e la frammentazione della scultura dal sito ove era originariamente col-
locata. La notizia del rinvenimento ha suscitato emozione e interesse
nella comunità cittadina e ha facilitato il recupero dei frammenti posti
in luce negli anni ‘30, di cui è stata constatata la coerenza con la statua
maschile. Nell’estate del 2004, alla ripresa dei lavori e in prosecuzio-
ne dello scavo, è stata rinvenuta la parte ancora mancante del busto
che rivela un particolare poco noto dell’iconografia di Dioniso, quale il
cucciolo di pantera, stretta nel braccio sinistro del giovane dio.
Il restauro prontamente avviato e un ampio programma di inda-
gini hanno consentito di conoscere in modo ottimale le caratteristiche
delle sculture e delle tecniche di realizzazione44.
La prima statua45 rappresenta una figura femminile (Fig. 16) vesti-
ta con un peplo; è realizzata in un unico blocco di marmo bianco di Paros,
tranne le parti terminali degli arti inferiori e superiori, lavorate separata-
mente e inserite con perni metallici; la base è in marmo bardiglio.
La testa, caratterizzata da un lavoro per grandi masse con pro-
filo dritto e labbra piccole e carnose appena dischiuse, è riconducibile
nell’impianto a modelli classici, propri delle seconda metà del V sec.
a.C.; i capelli, ravviati all’indietro e acconciati con scriminatura centra-
le e corpose ciocche sulle tempie, sono raccolti in un sakkòs annoda-
to sulla fronte. Sulla testa sono presenti cinque fori disposti a X, di cui
16.
quello centrale in corrispondenza dell’annodatura del sakkòs, realiz- La Peplophòros.
zati probabilmente per l’inserimento di una stephane o di un diade-
ma. Fori sono presenti ai lobi per l’inserimento degli orecchini. Il corpo
è rivestito da un peplo, articolato in apoptygma, all’altezza della parte
superiore del femore, e kolpos, liscio sui fianchi e rigonfio in vita, che
si sviluppa fino ai piedi con un panneggio essenziale; la simmetria della
veste è alterata all’altezza delle spalle: il peplo sormonta la clavicola de-
stra all’attacco della pòrpe e scivola lungo il braccio sinistro, lasciando
nuda la spalla. Il braccio destro scende lungo il busto e l’avambraccio
è lievemente proteso in avanti; l’avambraccio sinistro è piegato ad an-
golo retto; la posizione delle braccia lascia supporre l’esistenza di un at-
tributo, ormai perduto, ancorato al corpo all’altezza del ventre grazie a
due incavi che si notano nel panneggio; sull’avambraccio è avvolto per
una delle estremità l’himation, che nell’altra estremità copre la spalla
nuda con un vaporoso rigonfiamento. La gamba sinistra, lievemente
flessa, è protesa in avanti, mentre la destra è retroflessa. La veste della 44
Il progetto di restauro, redatto dai
donna era dipinta in colore viola/glicine46. In corrispondenza del bordo Proff. Masanori Aoyagi e Antonio De
inferiore del peplo si sviluppa una traccia nastriforme probabilmente Simone, è stato condotto dal maestro
corrispondente ad una bordura dipinta su un materiale applicato che, Giancarlo Napoli, che ha eseguito le indagini
programmate in collaborazione con il Dott.
avendo coperto la superficie, ha contribuito alla conservazione della Renato Inverso.
tonalità originaria del marmo. L’assenza di attributi impedisce l’identi- 45
Alt. m. 1,16.
46
Il colore è costituito da una mesco-
ficazione del personaggio; la presenza dei fori per l’inserimento di una lanza di porpora, lacca di robbia e ossido di
corona sulla testa lascia ipotizzare un soggetto, quale una divinità o una rame. L’adesione della pellicola pittorica la
personificazione o un’offerente, collegato alla figura di Dioniso. superficie era garantita dall’uso di caseina,
rilevata da foto all’ultravioletto dall’esame al
La statua è definibile come un prodotto dei primi anni del pe- microscopio dei campioni prelevati lettura al
riodo augusteo, derivato da modelli attici degli ultimi decenni del V microscopio.

167
sec. a.C. Le modalità di esecuzione richiamano caratteristiche proprie
di botteghe di scultori che operano Campania47.
La statua di Dioniso48 (Fig. 17) è realizzata in marmo bianco
di Paros con l’assemblaggio di diverse parti, in numero non inferiore a
sette, lavorate separatamente. La testa, compreso il collo, è lavorata a
parte ed era inserita ad incasso sulle spalle.
La figura, di grande snellezza ed eleganza, raffigura il dio giova-
ne, caratterizzato dalla testa coronata di edera e dall’attributo della ne-
bris che copre trasversalmente parte del busto e lascia nudo il resto del
corpo; il corpo scarica sulla gamba destra, posteriormente sostenuta da
un tronco d’albero con l’inarcamento del fianco destro e l’innalzamento
della spalla sinistra. Il braccio sinistro, ricoperto dal mantello dal quale
fuoriesce un grappolo d’uva, è ripiegato e abbraccia un cucciolo di pan-
tera, che allunga il collo e spalanca la bocca verso il giovane dio. Il brac-
cio destro è disteso lungo il corpo, assecondando la postura del fianco.
17.
La testa (Fig. 18) è di compostezza classica: l’ovale del volto, costruito sul
Il Dioniso. perfetto equilibrio delle proporzioni, è caratterizzato da un’espressione
di grande serenità; la folta capigliatura è ordinata da una scriminatura
centrale e ciocche distinte, annodate in chignon all’occipite. Sulla testa
è una corona di edera, con umbelle, corimbi e foglie, lavorate ad altori-
lievo e marginale uso del trapano. Una lieve torsione del collo a sinistra
indirizza lo sguardo del dio verso la pantera.
Le parti costituenti la statua, sono lavorate a parte e successiva-
mente assemblate con grande maestria, in modo da mascherare com-
pletamente i punti di congiunzione.
47
La conclusione appare avvalorata dal- Il Dioniso di Somma trova un unico e lontano confronto in una
le caratteristiche che accomunano la statua
femminile a quella di Dioniso, quali il tipo di
statua rinvenuta nel 1986 nel territorio dell’antica città di Lanuvio49,
marmo e la tecnica esecutiva che indicano la datata al I secolo d.C. L’attestazione in due esemplari di un’iconogra-
provenienza da una stessa bottega. fia, insolita e fortemente caratterizzata, lascia supporre l’esistenza di
48
Alt. m. 1,60. La statua è mutila
nelle gambe. un modello, riconducibile alla vasta produzione di gusto prassitelico a
49
G. Ghini, “Una statua di Dioniso con partire dalla metà del IV sec. a.C.
pantera proveniente dall’Ager Lanuvinus”, Le modalità esecutive dell’opera esemplificano la tecnica
Documenta Albana, Museo Civico
Albano s.II, 11 (1989): 45-54. del piecing50, ampiamente attestata per un vasto arco cronologico
50
A. Claridge, “Ancient techniques dall’Ellenismo. Tale tecnica, che presuppone l’impianto di botteghe
of making joints in marble statuary”, in
Marble: Art historical and scientific
bene organizzate e che dimostra le capacità realizzative degli scultori,
perspectives on ancient sculpture, 135- è particolarmente attestata nell’area campana e in ambiti ad essa im-
162 (Malibu: J. Paul Getty Museum, 1990). mediatamente limitrofi e con produzioni di probabili botteghe flegree
51
B. Andreae, “Il ninfeo di punta
dell’Epitaffio a Baia”, in Giornate di studio che operano su committenza imperiale e alle quali vanno ricondotte
in onore di Achille Adriani: Roma, le sculture del ninfeo imperiale sommerso di Punta Epitaffio a Baia51
26-27 novembre 1984, edd. S. Stucchi &
M. Bonanno Aravantinos, 237-265 (Roma:
e le sculture del ninfeo della “Grotta di Pilato” a Ponza52. La vicinanza
L’Erma di Bretschneider, 1991); B. Andreae, del Dioniso di Somma alle sculture del ninfeo baiano, in particolare a
“Il palazzo imperiale sommerso di Punta quella del giovane Dioniso53, è rafforzata da osservazioni di carattere
Epitaffio”, in Civiltà dei Campi Flegrei.
Atti del convegno internazionale, ed. M. stilistico; il confronto appare altresì utile a definire le caratteristiche for-
Gigante, 81-91 (Napoli: Giannini 1992). mali del primo che nel modellato classicistico del volto è riconducibile
52
C. Gasparri, “La decorazione ai primi anni dell’età di Augusto.
scultorea del Ninfeo delle ‘Grotte di Pilato’ a
Ponza”, Archeologia subacquea. Studi,
ricerche e documenti III (2002): 91-99. Conclusioni
53
B. Andreae, “Le sculture”, in Baia: La prudenza suggerisce di non trarre conclusioni da una ricer-
il Ninfeo imperiale sommerso di Punta
Epitaffio (Benevento: Banca Sannita, 1983): ca ancora in corso e ben lontana dal completamento; tanto non impe-
61-61 e figg. 179-181. disce di formulare alcune riflessioni sull’esperienza finora maturata.
168
Va innanzitutto ricordato che grazie agli scavi finora condotti è
stato possibile osservare l’eruzione del 472 su un’ampia superficie e nel
dettaglio di modelli deposizionali e la successione degli eventi eruttivi
che manifestano l’attività del Vesuvio tra gli ultimi decenni del V e i
primi del VI.
Di maggiore complessità sono le osservazioni di carattere ar-
cheologico, considerando preliminarmente che l’area nord-vesuviana,
finora negletta, offre notevole potenzialità per ricerche orientate alla
definizione del rapporto territoriale tra Neapolis e Nola, due grandi cit-
tà che condividono lo status di centri a ininterrotta continuità di vita,
colmando in tale modo alcune delle lacune che ancora oggi si frap-
pongono ad un’esauriente conoscenza della Campania antica.
L’esistenza di ville di notevoli dimensioni precedenti l’eruzione
del 79 è indicata da fonti quali Svetonio e Tacito per la villa di Augusto
e Aulo Gellio e Servio per la villa di Virgilio; successivamente all’eru-
zione, e per un periodo notevolmente esteso, il territorio nord-vesu-
18.
viano, posto a confronto con quanto avviene lungo la fascia costiera Il Dioniso: particolare.
e sulla scorta dei risultati delle ricerche in corso alla villa di Somma e
all’impianto di Masseria De Carolis nel Comune di Pollena54, mostra
una notevole vivacità.
La villa di Somma, anche se persiste qualche incertezza sulla
datazione delle strutture originarie nonostante i saggi stratigrafici con-
dotti sulle fondazione, appare riconducibile al II sec. d.C.: tanto sembra
escludere l’ipotesi, formulata dal Della Corte, che questa potesse esse-
re la villa ove morì Augusto, e quindi databile al I sec. d.C. A tale pro-
posito appare opportuno ricordare l’estensione dell’area finora posta in
luce, limitata rispetto allo sviluppo del monumento, e una diversa da-
tazione per i nuclei nei quali la villa era probabilmente articolata, come
è lecito supporre per complessi architettonici collocati in un orizzonte
cronologico notevolmente esteso. In un’ipotesi siffatta si colloca più
agevolmente la presenza delle sculture rinvenute, riconducibili nella
provenienza alla bottega che opera per il ninfeo della villa di Punta
Epitaffio, e la persistenza di stilemi decorativi, attestati con particolare
vigoria nel corso del I sec. d.C. Nel caso, invece, di un impianto del II
sec. d.C. la creazione di una villa di tali dimensioni, che presuppone un
impianto produttivo su larga scala, sarebbe da ricollegare alle vicende
dei Curatores restituendae Campaniae55 e quindi all’assegnazio-
ne di grandi porzioni di territorio nelle mani di grandi investitori o di
personaggi appartenenti al ceto senatorio.
Il completamento delle ricerche contribuirà non poco alla de-
finizione delle numerose questioni ancora aperte colmando un vuoto
evidente nelle attuali conoscenze.

Antonio De Simone
Università degli Studî Suor Orsola Benincasa Napoli
antonio.desimone@unisob.na.it

54
G.F. De Simone: 247-250. Di questo
e di altri siti in Comune di Pollena Trocchia si
parla diffusamente nel presente volume.
55
Suet. Tit. 8,4; Cass. Dio LXVI, 24, 3-4.
169
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171
Tomoo Mukai, Cohe Sugiyama, Masanori Aoyagi
osservazioni preliminari sulla ceramica
comune del sito romano in Somma Vesuviana,
località Starza della Regina

Preliminary notes on the coarse ware from the Roman


site of Somma Vesuviana, località Starza della Regina: The
authors offer a detailed description of the coarse ware disco-
vered in the Roman site of Somma Vesuviana, differentiating
each group by context and chronology.   The resulting data
is used to create an interpretative hypothesis concerning the
change over time of coarse ware in Campania.  The article
encourages the publication of materials from comparable ex-
cavations in order to test and confirm the hypothesis.   This
will result in a better understanding of the economic dyna-
mics of the area.

Introduzione
Nonostante le intense ricerche degli ultimi anni, il panorama
della ceramica comune tardoantica in Campania è ancora abbastanza
oscuro. La causa principale è da rintracciare in quanto poco, e poco si-
stematicamente, sia stato finora pubbicato1. Da ciò l’invito a presentare
questo articolo, che speriamo fornisca elementi utili per gli studi futuri
sulla ceramica tarda in Campania.
Il presente articolo descrive la ceramica comune dal sito roma-
no in Somma Vesuviana, località Starza della Regina (Fig.1). Il sito è og-
getto di un’indagine multidisciplinare da parte dell’Università di Tokyo
Ringraziamo la dott.ssa Caterina Mar- dal 2002 e tutt’ora in corso. Ciò offre il doppio vantaggio di fornire un
tucci per la traduzione del testo in italiano. campione numericamente consistente e proveniente da stratigrafie e
1
P. Arthur, “Local pottery in Naples and
northern Campania in the sixth and seventh contesti ben definiti.
centuries”, in Ceramica in Italia: VI-VII
secolo, ed. L. Saguì (Firenze: All’insegna del Presentazione del sito
giglio, 1998): 491; M. Pagano, “L’area vesuvia-
na dopo l’eruzione del 79 d.C.”, Rivista di Il sito è stato scoperto ed indagato solo in minima parte duran-
Studi Pompeiani VII (1995-96): 35-44. te gli anni ’30 da Matteo Della Corte, il quale interpretò il complesso
2
M. Della Corte, “Somma Vesuviana.
Ruderi romani”, Notizie degli scavi di
come la villa dove morì Augusto2, datando inoltre l’interro vulcanico
antichità (1932): 309-10; M. Angrisani, La al 79 d.C.
villa augustea in Somma Vesuviana La riscoperta del 2002 e l’attività di scavo sistematico intrapre-
(Aversa: Tip. N. Nappa, 1936); R. D’Avino,
La reale villa di Augusto in Somma sa finora consentono una nuova lettura degli elementi. Il sito è infatti
Vesuviana (Napoli: Anarcord, 1979). sepolto dall’eruzione tardoantica detta di Pollena, tradizionalmente
3
G. Colucci Pescatori, “Osservazioni
datata al 472 o 506/511 d.C., a seconda dei documenti tràditi3.
su Abellinum tardo-antica e sull’eruzione
di Pollena del 472”, in Tremblements de
terre: éruptions volcaniques et vie des Lo scavo ha finora riportato alla luce diversi ambienti pertinenti
hommes dans la Campagnie antique,
ed. C. Albore Livadie (Napoli: Centre Jean
ad un edificio dalle grandi dimensioni, trasformato in età tardoantica
Bérard, 1986): 135-138. in un complesso artigianale. La complessità della pianta rende per ora
172
difficile l’interpretazione del sito nella sua interezza (Fig.2). Si rimanda
a quanto già edito ed al contributo di A. De Simone nel presente volu-
me per una descrizione più puntuale delle strutture4.

I contesti
Questo studio presenta in successione i cinque contesti scavati
dal 2003 al 2006. Di ogni contesto si fornisce una breve descrizione
delle unità stratigrafiche ed i relativi reperti ceramici datanti5.

Contesto I (Tav.1):
1.
Il più antico gruppo di ceramiche dello scavo proviene da- Ubicazione di Somma Vesuviana
gli strati coerenti con la fondazione di alcune delle strutture murarie nell’area vesuviana.
(Fig.2, A). Sebbene l’insufficiente quantità di materiale rinvenuto non
consenta una datazione precisa, i reperti indicano il II sec. d.C. come
terminus post quem6.
Elementi datanti: sigillata africana A Hayes 8a e 9a7. 4
M. Aoyagi, “Η Επαυλη του
Αυγυστου στη Somma Vesuviana”, in
ΠΟΜΠΗΙΑ. Η ΘΑΜΜΕΝΗ ΠΟΛΗ, ed. T.
La ceramica proveniente dai riempimenti contemporanei alla Cevoli (Atene: Corpus, 2005): 140-143; G.F.
De Simone, & S. Matsuyama, “New light on
costruzione dei muri dell’edificio è scarsa e frammentaria. Il reperto the ‘dark side’ of Vesuvius”, Herculaneum
meglio conservato è una brocca a pasta chiara (n.1). Il corpo piriforme Archaeology 4 (2006): 5; M. Aoyagi, et al.,
è quasi completo, tuttavia manca l’orlo. Tipica di questo contesto è la “Lo scavo della cd. Villa di Augusto a Somma
Vesuviana (NA). Campagne 2002-2004”,
serie delle pentole a tesa orizzontale in ceramica comune da fuoco Rendiconti Pontificia accademia
(nn.2-3)8. Tale produzione ebbe lunga durata, come il tegame a orlo LXXVIII (2005-2006): 75-109.
5
Lo studio degli altri reperti datanti,
bifido (n.5)9. quali monete e vetri, affinerà le datazioni, per
ora basate principalmente sulle ceramiche
fini e le anfore.
Contesto II (Tavv.2-6): 6
Non è inutile menzionare qui l’assenza
Nel riempimento dell’abside (Fig.2, B) è stato rinvenuto un della sigillata africana C.
gruppo di oggetti ceramici interi, che si colloca in un orizzonte crono-
7
J.W. Hayes, Late Roman pottery
(London: British School at Rome, 1972):
logico tra la fine del IV e l’inizio del V secolo. 32-35, 37.
Elementi datanti: anfora betica Almagro 51A-B; anfore africane 8
V. Di Giovanni, “Produzione e
consumo di ceramica da cucina nella
Keay 11 e 25; anfora italica Carminiello 17; sigillata africana D Hayes Campania romana (II a.c. – II d.c.)”, in Les
50B, 59 et 61A; lucerne in sigillata africana Atlante 8A; lucerna tripoli- céramiques communes de Campanie
tana Atlante 1310; bicchiere di vetro a decorazione incisa. et de Narbonnaise (Ier s. av. J.-C.-IIe s.
ap. J.-C), ed. M. Bats (Napoli: Centre Jean
Bérard, 1996): 82-87.
La ceramica ingubbiata11 è rappresentata qui da diverse cate- 9
Di Giovanni: 78-80; H. Fracchia,
“La ceramica comune e da cucina di età
gorie di vasi. L’ingobbio, che copre la totalità del vaso, è sempre omo- repubblicana e della prima e media età
geneo e la pasta, molto fine, non presenta inclusi. Da questo riempi- imperiale”, in Il complesso archeologico
di Carminiello ai Mannesi, Napoli
mento provengono tre piatti interi e un grande piatto a orlo ripiegato (Scavi, 1983-1984), ed. P. Arthur (Galatina:
(n.8) molto singolare. Le coppe (nn.10-11) sono morfologicamente vici- Congedo, 1994): 176-177.
ne alle forme 54-55 di Carminiello, ugualmente presenti a Napoli nei Per questo materiale, si veda M. Ao-
10

yagi, et al., “Céramique de l’antiquité tardive


contesti della fine del IV secolo12. Allo stato attuale delle ricerche non d’un site romain de Somma Vesuviana,
conosciamo esattamente il momento in cui compare questa categoria, Italie”, in LRCW 2. Late Roman Coarse
Wares, edd. M. Bonifay, & J.-C. Tréglia
constatiamo tuttavia che essa è residuale nel contesto successivo. (Oxford: Archaeopress, 2007): 440.
Si segnala qui la comparsa di due categorie di ceramica comu- 11
Ci sembra più adeguato classificare
ne tarda: la maggioranza della ceramica steccata appartiene alle forme questa produzione nella categoria della cera-
mica fine (Aoyagi et al., “Céramique”: 440).
chiuse (nn.12-14); è interessante notare la presenza, non usuale, di un 12
P. Arthur, “Ceramica comune tardo-
tipo di grande coppa (n.15). antica ed alto-medievale”, in Il complesso
archeologico di Carminiello ai Man-
Nella categoria della ceramica dipinta, segnaliamo l’apparizio- nesi, Napoli (Scavi, 1983-1984), ed. P.
ne della forma 62 di Carminiello (n.16), la cui morfologia potrebbe Arthur (Galatina: Congedo, 1994): 191-192.
173
2.
Sito romano di Somma Vesuviana, lo-
calità Starza della Regina: pianta dello
scavo (2007).

essere stata influenzata da altre categorie di ceramica comune13. Vi


sono quattro brocche globulari cui tuttavia manca l’orlo, come il n.17.
Una forma di coppa è munita di un “bottone” sull’orlo (n.18). Il bacino
(n.20) fabbricato in impasto grossolano sembra una imitazione di for-
ma africana (Bonifay 21: una variante tarda di Uzita 2)14.
Segue la ceramica acroma (nn.21-23): il piatto (n.21) ha la forma
di un piatto da cottura in impasto chiaro giallastro, un grande vaso da
stoccaggio (n.23) presenta ansa piatta.
La categoria della ceramica da fuoco è dominata dalla cerami-
ca da fuoco di tradizione romana. I tegami (nn.24-25) ingobbiati in ros-
so scuro solamente all’interno hanno lunga vita nella società romana15.
Il n.26 si distingue non solo per l’orlo ripiegato, ma anche per l’impa-
sto, simile a quello della ceramica steccata. Une serie di pentole di tipo
Carminiello 1216 (n.30) è dominante in questo contesto, mentre una
forma a pancia carenata (n.29) è ugualmente una particolarità da se-
gnalare in quest’epoca. I coperchi che le accompagnano hanno diversi
profili di orlo (nn.27-28), mentre le loro dimensioni si collocano intorno
13
Aoyagi et al., “Céramique”: 442.
14
M. Bonifay, Etudes sur la cérami- ai 20cm, come quelle di una pentola. Segnaliamo ugualmente piccoli
que romaine tardive d’Afrique (Oxford: frammenti di un bollitore.
Archaeopress, 2004): 262-263.
A partire da questo contesto la ceramica da fuoco conta ormai
15
V. Carsana, “Ceramica da cucina
tardo-antica e alto-medievale”, in Il com- un’altra produzione: si tratta della ceramica a mano di fabbricazione lo-
plesso archeologico di Carminiello ai cale17. Questa era in concorrenza con la ceramica a mano dell’isola di
Mannesi, Napoli (Scavi, 1983-1984),
ed. P. Arthur (Galatina: Congedo, 1994):
Pantelleria, che è ugualmente ben rappresentata in questo contesto
247-248. (n.31). Sembra che le forme della ceramica a mano locale non siano
16
Carsana, “Ceramica da cucina”: ancora standardizzate (nn.32-35), ad eccezione di un piatto (n.35), che
230-232.
17
Questa produzione “napoletana” è presenta una forma molto comune nella regione18. Questo piatto è
classificata nel gruppo dell’Argilla 2 nello sempre provvisto di un piccolo orifizio sul fondo.
scavo di Carminiello a Napoli da parte di
Carsana (Carsana, “Ceramica da cucina”:
222). Contesto III (Tavv.7-9):
18
Presente anche tra il materiale di Il più grande contesto del sito è costituito dagli strati relativi
Pollena Trocchia, località Masseria De
Carolis (si veda il contributo di C. Martucci alla distruzione che precede l’eruzione di Pollena. Tali unità stratigra-
in questo volume). fiche, composte da materiale da costruzione e ceramica, riempiono la
174
“cisterna” (Fig.2, D); inoltre un gruppo cospicuo di reperti ceramici si
trovava al di sotto delle tegole schiacciate dell’ambiente quadrangolare
(Vano 2: Fig.2, C). Al momento non è possibile ricostruire la causa di
tale abbandono (terremoto?).
Elementi datanti: sigillata africana D Hayes 61B, 61C, 67, 76,
80, 81; sigillata africana C Hayes 85A; lucerna in sigillata africana At-
lante 10 variante C3; anfora spagnola Dressel 23; anfora africana Keay
27, Albenga 11/12 e spatheion; anfora orientale LRA1A e LRA3B219.
3.
In questo contesto la quantità di ceramica dipinta aumenta: Reperti dal Vano 2.

la forma Carminiello 62 è dominante (nn.36-39)20. Questa forma


di coppa compare sempre nel nostro sito con basso piede ad anello.
Quanto all’evoluzione della forma stessa, possiamo segnalare la varian-
te ad orlo quadrangolare estroflesso, che non compare prima della fine
del V secolo.
Un mortaio (n.40) corrisponde alla forma Carminiello 1621,
mentre un orlo di bacino è simile a quello della forma Carminiello
67 (n.41)22, che si sviluppa nei secoli successivi23. A causa dello stato di
conservazione (il vaso è danneggiato dal fuoco), è difficile sapere se la
brocca n.42 aveva una o due anse.
La ceramica steccata è rappresentata qui unicamente da forme
chiuse (nn.43-45): considerato che le brocche di questa categoria han-
no in generale una sola ansa, la presenza di due reperti entrambi con
due anse è molto interessante.
La ceramica da fuoco di tradizione romana è meno presente
rispetto al contesto precedente; la diminuzione coincide ugualmente
con quella della ceramica a mano importata dall’isola di Pantelleria.
Il n.48 è stato utilizzato come bollitore, tuttavia è dubbio se il vaso sia
stato destinato inizialmente a questa funzione. Si tratta in questo caso
di una brocca in ceramica acroma.
Per quanto riguarda la ceramica acroma di questo contesto, si
rilevano oltre la brocca, due mortai in ceramica comune africana. Ciò
non stupisce, considerando la predominanza della produzione africa-
na tra la ceramica importata.
19
Per questo materiale, si veda Aoyagi et
Tale contesto mostra anche una certa standardizzazione nella al., “Céramique”: 441.
forma della pentola. Ciò riflette l’uniformazione delle abitudini di cot- 20
Questa facies è ben conosciuta a
Napoli: B. D’Agostino, “La ceramica dipinta
tura; troviamo infatti la stessa forma di pentola cilindrica munita di pre- medievale”, in Ricerche archeologiche a
se nelle due categorie di impasto di ceramica da fuoco locale (nn.47, Napoli : lo scavo in largo S. Aniello
51), classificate rispettivamente Carminiello 2 e 3 in base al materiale (1982-1983), edd. A.M. D’Onofrio, & B.
D’Agostino (Napoli: IUO, 1987): 191; Arthur,
di scavo di Napoli24. I coperchi ad orlo arrotondato (nn.49-50) in cera- “Ceramica comune”: 191-194.
mica a mano trovati qui sono stati senza dubbio associati a questo tipo 21
Arthur, “Ceramica comune”: 183-185.
22
Arthur, “Ceramica comune”: 194,
di pentola, infatti il loro diametro è equivalente. 196-197.
Il piatto in ceramica a mano è ancora molto frequente in questo 23
V. Carsana, et al., “Nuovi dati ceramo-
contesto (n.52): è stato utilizzato apparentemente senza coperchio. I logici per la storia economica di Napoli tra
tarda antichità ed altomedioevo”, in LRCW
colori dell’impasto e della superficie differiscono tra le pentole, mol- 2. Late Roman Coarse Wares, edd. M.
to annerite, e i piatti da cottura, che presentano solo poche tracce di Bonifay, & J.-C. Tréglia (Oxford: Archaeo-
press, 2007): 426.
bruciato; tanto suggerisce un’esposizione diversa di ciascuno di questi 24
Carsana, “Ceramica da cucina”:
utensili alla fiamma o alle braci. Per quel che riguarda l’utilizzazione 224-228.

175
di questo piatto, il piccolo orifizio ne esclude l’uso per liquidi, men-
tre l’abbondanza nel sito lascia ipotizzare un suo uso per la cottura del
pane.

Contesto IV (Tav.10):
I reperti relativi all’ultima significativa occupazione
del sito sono quelli immediatamente coperti dal deposito
4.
Reperti dal Vano 2 (US 106). vulcanico dell’eruzione di Pollena (472 o 506/511). Tenendo
conto anche dei reperti del Contesto III, che costituiscono il
terminus post quem, si può ipotizzare una datazione intorno
all’ultimo quarto del V secolo d.C.
Elementi datanti: sigillata africana Hayes 104A1 con
lo stile di decorazione E(i)25 (una colomba a sinistra); anfora
africana Keay 5626.

La maggior parte degli oggetti è stata presa dalla co-


lata di fango (Fig.2, E). Abbiamo due brocche complete: una
è in ceramica steccata (n.53) e l’altra in ceramica dipinta
(n.54). Un orlo piegato di vaso (piccola giara?) porta una
decorazione incisa che è rara nel nostro sito (n.55). Una pen-
tola in ceramica da fuoco (n.56) è vicina alla forma Carmi-
niello 4827.

Contesto V (Tav.11):
Altri reperti indicano tracce di un’occupazione dell’area poste-
riore all’eruzione di Pollena (Fig.2, F). Si tratta di un’occupazione cer-
tamente di breve durata scoperta tra gli strati di alluvione del Vano 2.
Abbiamo solo poco materiale in questa traccia di occupazione:
in assenza di ceramica fine non possiamo dare una datazione precisa di
questo contesto. Per la facies di ceramica comune qui rinvenuta pro-
poniamo una datazione estesa al VI secolo d.C.
La ceramica di questo contesto è di produzione locale. Se in-
fatti una brocca (n.57) corrisponde bene al ventaglio tipologico della
ceramica dipinta napoletana28, al contrario una coppa (n.58) è un poco
differente, essendo stata dipinta sulla totalità della superficie con un’in-
gubbiatura arancio-marrone.
Le forme locali di pentola (nn.59-60) presentano la pancia qua-
drata ed una manifattura piuttosto curata. I loro impasti corrispondono
a quello della ceramica da fuoco di tradizione romana.

Conclusioni
I materiali finora presentati, pur costituendo un quadro diacro-
25
Hayes: 158, 160-166; Bonifay: 181-183.
26
S.J. Keay, Late Roman amphorae
nico di un sito particolare, riescono tuttavia a precisare alcuni punti sul-
in the western Mediterranean: a typo- la più generale evoluzione delle forme e la loro cronologia. Ciò non ha
logy and economic study: the Catalan la pretesa di diventare un modello, ma costituisce comunque una base
evidence (Oxford: BAR, 1984): 293-295, 298;
Bonifay: 135-137. di dati coerente, che ci auguriamo sia utile per l’elaborazione delle fa-
27
Carsana, “Ceramica da cucina”: 238, cies locali. L’importante esempio di Somma Vesuviana si presta bene
240.
28
Simile alla forma Carminiello 94 alla definizione delle facies ceramiche utilizzate nella regione e della
(Arthur, “Ceramica comune”: 202-203). loro evoluzione. Ciononostante, la disomogeneità dei campioni, che
176
cambiano nel numero e nella tipologia a seconda dei periodi e della
formazione dei depositi, necessita di una lettura critica del catalogo
delle forme, presentato per contesti, e limita la portata delle conclusio-
ni che confluiscono in una tipo-cronologia.
L’ipotesi secondo la quale gli avvenimenti storici non influen-
zano sistematicamente le attività locali, sembra applicarsi bene al caso
della Campania. Infatti, la produzione e la circolazione della ceramica
comune nella Campania sembrano continuare senza grande sconvol-
5.
gimento, nonostante l’instabilità generale nel bacino mediterraneo du- Reperti dal Vano 2 (US 118).
rante la Tarda Antichità29. Il quadro offerto non vuole quindi stabilire
un legame tra la ceramica e gli avvenimenti storici, ma solo ricostruire
la successione di occupazioni dei luoghi; ciò permetterebbe comun-
que di restituire parte del quotidiano (micro-storia) degli abitanti del
sito.

La natura della facies ceramologica della regione nord-vesu-


viana tra la fine del IV e la fine del V secolo è chiarita meglio da quanto
segue. Innanzi tutto, il materiale del Contesto II mostra bene la situa-
zione di coesistenza della ceramica ingubbiata e della ceramica dipinta
nel periodo in cui la presenza di queste categorie di ceramica sembra
ancora aleatoria per i siti campani30. Inoltre, la sostituzione comple-
ta della ceramica ingubbiata con la ceramica dipinta caratterizza una
transizione di facies ceramologica dei primi decenni del V secolo d.C.
A partire dalla fine di questo secolo, segnaliamo la semplificazione del-
le forme della ceramica comune.

L’ipotesi ricostruttiva formulata necessita di ulteriori dati,


provenienti anche da altre ricerche, per poter essere validata come
modello. Metodologicamente, sarà necessario distinguere fra la com-
parsa/scomparsa delle forme secondo la loro presenza e importanza
nei differenti contesti e le trasformazioni o il rinnovamento delle forme
stesse. Ciò consentirà di rendersi meglio conto delle funzioni delle for-
me all’interno del repertorio vascolare campano.
Forte è la necessità di stabilire una tipo-cronologia della cera-
mica comune campana, ciò sarà possibile solo con un lavoro colletti-
vo ed il supporto di analisi archeometriche. Lo studio della ceramica
comune su scala regionale aiuterà a comprendere meglio non solo i
singoli siti, ma anche la definizione e complessità delle reti di produ-
zione delle ceramiche d’uso e ad evidenziare il gioco delle influenze
lontane con le regionali, così come l’evoluzione ed i limiti degli scambi
commerciali. In ultima analisi, lo studio sistematico della ceramica co-
mune apporta una testimonianza supplementare per la comprensione
dell’economia della Campania, soprattutto nella fase di transizione
verso la Tarda Antichità. Quanto illustrato speriamo possa essere con- 29
P. Arthur, & D. Whitehouse, “La
siderato un piccolo passo in questa direzione. ceramica dell’Italia meridionale: produzione
e mercato tra V e X secolo”, Archeologia
Medievale IX (1982): 39-46.
Tomoo Mukai 30
P. Arthur, & A. King, “Scavo in
Université de Provence – LAMM, Aix-en-Provence, France proprietà Carrillo, S.M.C.V.: contributo per
tomoomukai@wanadoo.fr una conoscenza di Capua tardo-antica”,
Archeologia Medievale XIV (1987): 533.
177
Cohe Sugiyama
Università di Tokyo, Tokyo, Giappone
sugiyama@l.u-tokyo.ac.jp

Masanori Aoyagi
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convegno in onore di John W. Hayes: Roma, 11-13 maggio 1995, ed. L. Materiali ceramici del Contesto III.
Saguì, 41-69. Firenze: All’insegna del giglio, 1998.
tav.10:
Materiali ceramici del Contesto IV.

tav.11:
Materiali ceramici del Contesto V.

179
Tav. 1

180
Tav. 2

181
Tav. 3

182
Tav. 4

183
Tav. 5

184
Tav. 6

185
Tav. 7

186
Tav. 8

187
Tav. 9

188
Tav. 10

189
Tav. 11

190
Girolamo F. De Simone
Pollena Trocchia: archives and field survey results

Pollena Trocchia, a tiny town on the north slope of


the Somma-Vesuvius complex, is the subject of this paper.
The archaeological sites of the town are studied through the
analysis of archival records, field survey, and excavation. The
paper attempts to show how details can often change the in-
terpretation of a single site, and even the overall picture. Par-
ticular attention is given to the analysis of three sites. Bou-
rbon reports provide a new interpretation for one, previously
unpublished excavation Diaries offer new information for
another, while a third is currently under excavation by the
Apolline Project.

Introduction
This paper has a threefold aim: to describe the activities carried
out by the Apolline Project before 2007, to offer a complete gazetteer
of ancient sites in the modern town of Pollena Trocchia, and to provi-
de through archival/field research a new approach to research on the
north slope of Vesuvius.
The Apolline Project started in 2004 as an agreement between
the Università degli Studî Suor Orsola Benincasa Napoli, the Brigham
Young University - Provo (UT), and the town of Pollena Trocchia. The
project’s main goal was the multidisciplinary study of the town’s past.
This book includes several articles which cover different fields, which
affected and formed the background of our research. The present arti-
cle is the result of the archaeological component of the project.
The methodology adopted for the study of the archaeological
features is varied for several reasons. Our knowledge of the ancient set-
tlements in Pollena Trocchia (indeed in all the towns on the north slope
of the volcano) is very partial and usually consists of a few lines spread
over a very scattered range of publications, including books of local
amateur historians, short archaeological reports of accidental discove-
ries and accounts in Spanish or Italian of the Bourbon explorations.
The factors which led to the lack of real scientific interest in the area
are several and briefly described in the introduction of the book. The
present article was motivated by the need to offer a reliable and com-
plete set of information on the archaeological sites, by collecting and
then analysing all the available data, and finally integrating it with field
research. The methodology applied is, therefore, varied as varied are
the sources, but it leads also to interesting conclusions. Particular atten-
191
1. tion is given to the details, which are important for the understanding
Map of the modern towns on the north
slope of the Somma-Vesuvius complex. of individual sites as well as the general picture. This research obviously
has some limits. The information from the archives is always partial,
usually insufficient for full comprehension of each site, and often it
is impossible to test hypotheses through field research. Moreover, an
archaeological map of the sites of the town would require a systema-
tic field survey, which is practically impossible to perform and would
be methodologically misleading for two reasons. The growth of the
Neapolitan towns in the past 50 years resulted in a drastic reduction
of cultivated land, and now most fields are enclosed and inaccessible.
Secondly, the volcanic fill covers the ground unevenly, in some areas
just for a few centimetres, in others up to 9 metres. In the latter case
volcanic fill renders the sites completely invisible to field survey. The
uneven volcanic fill therefore produces a patchy and distorted pictu-
re of settlement patterns. Thus, land survey, even if necessary, would
be somewhat misleading and is impracticable at this point. Moreover,
I hope the work presented in this paper will motivate many projects
for both land survey and open-air excavations, in order to improve our
knowledge of the sites in this town and the entire area.

The town of Pollena Trocchia is significant for several reasons.


The town1 (together with the neighbouring towns of Massa di Somma
and San Sebastiano al Vesuvio) lies on the furthest western bit of the
former crater of the Somma-Vesuvius volcanic complex, in the jun-
ction of the coast and the hinterland (Fig. 1). Moreover, even if very
1
small in size (just 8 km2), the town stretches from the top of the crater
On the meaning and first occurrences
of these toponyms, see the articles by G. Del
(ca. 900 m. above sea level) to the Neapolitan plain (ca. 30 m. a.s.l.).
Mastro and G. Abete in this book. This change in altitude produces a range of differences in land exploi-
192
tation and settlement pattern. In the highest part of the town the only
resource is wood, which was intensively exploited until 40 years ago.
Between 500 and 200 m. a.s.l. there are orchards, vineyards, and small
farms, usually situated on hilltops between deep gullies. At 150 m. a.s.l.
there is a natural step of the volcano, on which the centres of the mo-
dern towns are placed. In the lower part, the incline becomes gentler
and merges with the plain. In this area the cultivation is more extensive
and the farms are bigger. In antiquity, the river Sebethus flowed just
beyond the town’s borders, where there were also marshes for some
centuries. Pollena Trocchia is therefore a good case study for the analy-
sis of the interconnection between these sites and their centres as well
as for settlement patterns in antiquity on the north slope of Vesuvius.

Past untraceable discoveries


Thus far, little is written about the archaeological sites of Pol- 2
A. Caracciolo, Sull’origine del
lena Trocchia. The first scattered records are in the diaries of Bourbon villaggio di Trocchia a proposito di un
marmo esistente nella sua chiesa par-
explorations of the 18th century. In the 1930s, the amateur historian rocchiale (Napoli: Detken & Rocholl, 1908);
Count Ambrogino Caracciolo di Torchiarolo and the official of the Ar- A. Caracciolo, Sull’origine del villaggio
di Trocchia, sulle disperse acque del
chaeological Superintendency Matteo Della Corte2 provided reports
Vesuvio e sulla possibilità di uno sfrut-
of what was visible at that time. Subsequently, several discoveries were tamento del Monte Somma a scopo
made between the ‘60s and ‘80s3, of which an almost complete list is turistico (Napoli: Sangiovanni, 1932); M.
Della Corte, “Trocchia (Napoli) - Scoperte di
provided by Mario Pagano4. This paper will integrate these sources antichità nel territorio del comune”, Notizie
with all the documentary records available as well as a necessarily li- degli scavi di antichità (1925): 415; M.
Della Corte, “Pollena Trocchia - Cella vinaria
mited field survey. e piscina, presso i ruderi di una villa rustica”,
Notizie degli scavi di antichità (1932):
The Bourbon excavation reports are published just partially and 311-14.
3
primarily with the purpose of reconstructing excavations in either Pom- A. De Franciscis, “L’attività archeolo-
gica nelle province di Napoli e Caserta”, in
peii or Herculaneum. Therefore they are quite incomplete especially Filosofia e scienze in Magna Grecia,
for our area. Nevertheless, fragmentary passages from these reports5 Convegni di studi sulla Magna Grecia, Ta-
ranto V, 1965 (Napoli: Arte tipografica, 1966):
allow the reconstruction of some activities undertaken outside of the 173-191; A. De Franciscis, “Pollena Trocchia”,
two famous cities. The discovery made in the town of Pollena in 1749 in The Princeton Encyclopedia of
is a clear example of this. From 1746, the explorations in Herculaneum Classical Sites, ed. R. Stillwell (Princeton:
PUP, 1976).
led by Alcubierre had not been as successful as before. Thus in 1748 4
M. Pagano, “Pollena Trocchia. Rin-
he started work at the district known as the “Civita”, later identified as venimento di strutture romane del II secolo
Pompeii. At the same time, he explored other sites, including Torre An- d.C.”, Rivista di Studi Pompeiani II
(1988): 244-45; M. Pagano, “Pollena Trocchia.
nunziata and Gragnano. The activity in Pompeii proceeded more rap- Scavo in località Masseria De Carolis e rico-
idly than that in Herculaneum, but mephitic gases interrupted them gnizioni nel territorio comunale”, Rivista di
from time to time. During one of these breaks the explorers found a Studi Pompeiani V (1991-92): 231-36.
5
site in Pollena6. A. Di Jorio, Notizie su gli Scavi di
Ercolano (Napoli: Dalla stamperia francese,
In the first days of April 1749, while a group of workers excavated 1827); M. Ruggiero, Degli scavi di anti-
in Torre Annunziata, some structures and coins were found in Pollena. chità di terraferma: dell’antico regno
di Napoli, dal 1743 al 1876 (Napoli:
Ten workers were then moved to the town, where the exploration start- V. Morano, 1888); U. Pannuti, “Il ‘Giornale
ed on the 24th. The works continued until the 31st of May – six weeks in degli scavi’ di Ercolano (1738-1756)”, Atti
total – with ten workers for four weeks and four for the last two. The dell’Accademia nazionale dei Lincei.
Memorie ser.8, vol.26.3 (1983): 161-410;
structures were buried about 5.3 m. (20 Neapolitan palms). The discov- Pagano 1991-92; C.C. Parslow, Rediscove-
ery of some coins before the arrival of the Bourbon officials, however, ring Antiquity (Cambridge: CUP, 1995);
M. Pagano, I primi anni degli scavi di
implies that at least in one room the site was already explored to the Ercolano, Pompei e Stabia (Roma:
level of the ancient pavement. The finds collected include remains of L’Erma di Bretschneider, 2005).
pavements in marble and mosaic, glass and bronze vases, lamps and 6
Parslow, 46.

193
coins. Thus, the site was probably a residential villa. Making a unique
decision (to my knowledge), Alcubierre ordered the dismantling and
collection of the bricks of the structures. 36 wagons were brought to
Naples, probably for the construction of the royal theatre of San Carlo.
According to Alcubierre’s estimates, 36 wagons correspond to 18.000
bricks, which I approximately calculate to be equal to 136 m2 of wall
with bricks on both faces. Hypothesising a 3x3 m. wall, we would have
at least five rooms. The excavation stopped for lack of remarkable finds;
considering the limited number of rooms explored, most likely the site
was not entirely excavated. Pagano7 identified this site with the one
found in 1988 at the locale Masseria De Carolis. Indeed, he observed
2. some walls with clear signs of spoliation, but our excavation at the site8
Roman altar at Villa Cappelli.
dates this activity to between the AD 472 and 512 eruptions. Thus, ac-
cording to the present evidence, the site at Masseria De Carolis does
not correspond to the site explored in 1749.

Bourbon explorations in minor Vesuvian towns were however


limited and happened mostly in the period in which the activities at
Herculaneum were slowing and the excavations at Pompeii were still
intermittent. Later discoveries were accidental, sporadic, and usually
consisted of burials. Within this frame is the account of the discovery9
of 45 silver coins of Galba, Vespasian and Domitian made on the 14th
of February 1777. Lacking any kind of information about the context,
we can only conclude that the terminus post quem of this site is the
reign of Domitian (AD 96, i.e., after the Pompeian eruption).
7
Pagano 1992. A second source of information comes from the accounts by
8
See the article by G.F. De Simone et amateur historians. Around the 1930s the Count Ambrogino Carac-
alii in this book.
9 ciolo di Torchiarolo encouraged archaeological research in the town,
Ruggiero, 47.
10 kept under surveillance any new excavation, and involved Matteo
Caracciolo 1932, 43.
11 Della Corte in the research. Moreover, he wrote two books on Pollena
Caracciolo refers also to some
notes by his father, in which there is some Trocchia. In his reports, Caracciolo10 refers to discoveries in several
information about other sites. I have checked properties: in the uphill wood of the Prince of Ripa, in the lands of the
Ambrogino’s drafts of the book, which are in
the Archivio di Stato in Naples, but there is
Duke of Marigliano, and of the Signori Minieri, Di Sarno, Marrucco,
no trace of these notes. Regarding the loca- and de Matteis11. However, most of these sites were already robbed
tion of these discoveries, the names of the and covered12. Additionally, he mentions some artefacts dis­covered
owners offer some clues: the site at the locale
San Martino (see below) lies actually in the in the town (e.g.: a marble sarcophagus from Trocchia and fresco
properties of the Duke of Marigliano and fragments from the neighbourhood of San Martino) and acquired by
Signor Di Sarno; Minieri is the farmer the
duke of Marigliano; De Matteis is the name
the Santangelo family for their rich collection of antiquities in Polle-
of a present neighbourhood in Trocchia. na13. Della Corte14 tells of some burials near the villa of Caracciolo
12
Caracciolo 1932, 46: «bellissimi mo- and in a private note to the Superintendent Maiuri15 provides more
saici, iscrizioni, gran quantità di condotti di details. In particular, he mentions some fragments of Arretine pottery
piombo, vasche di marmo, macine di mulino,
monete, ed altri oggetti sempre barattati nel and a brick with the stamp Appulei Hilarionis, similar to others found
massimo segreto». in Pompeii.
13
The author stresses also that the villa
itself was built on top of some ancient ruins:
Caracciolo 1908, 31; Id. 1932, 46. A third source is constituted by the archaeological finds with no
14
Della Corte 1925, 415. context. In the garden of the Villa Cappelli is a cylindrical altar (diam.
15
Archivio Storico della Soprintenden- 1.6 m.; Fig. 2) in white marble with ox skulls and garlands. The garden
za di Napoli, USP H10, febbraio 1931. was originally embellished with modern copies of Roman statues, some
194
other artefacts, and a false Roman ruin with frescoes, still visible today.
The small dimensions of the altar and the current context suggest that
the object was brought to the villa from elsewhere, and therefore it is
impossible to reconstruct its origin.
In the church of the SS. Annunziata in Trocchia there is a dec­
orated column base, now used for holy water (Fig. 3). Della Corte da-
ted it to the 2nd century AD and hypothesised it came from another
bigger town, maybe Naples16. Antonio De Simone17, through several
comparisons, dated it to the last years of the late Julio-Claudian period
and, following its trail in the church records, found the first mention
of it in the account of the visit of the Bishop of Naples in 1598. This
date must be considered to be the terminus ante quem for the base’s 3.
Column base at the church of the SS. An-
presence in the church. Additionally, the markedly large dimensions of nunziata at Trocchia (Source: Caracciolo
the object, against the tiny church’s humble adornments, favor a local 1908).
4.
provenance over a theory of the object’s transportation from a more Map of the archaeological sites in Pollena
important centre, such as Naples. Trocchia A: farmhouse at the quarry of
Pollena; B: farmhouse at San Martino;
C: burial at via Verdi; D: residential villa
Although the sites mentioned above are no longer traceable at San Gennarello; E: residential villa at
with accuracy, the information collected about them is archaeologi- Masseria De Carolis.
cally significant. In fact, the variety in typology, location, and dating,
beyond the number of sites alone, gives an idea of how much and for
how long the entire region was exploited in antiquity. Moreover, they
provide insights into the dynamics of archaeological exploration in this
area and make us aware of the irremediable loss of data which occurred.

The archaeological sites


In spite of the difficulties of land survey, it is sometimes possible
accidentally to find an archaeological site. This is the case for a proba-

16
Della Corte 1925, 415.
17
A. De Simone, “La base decorata di
colonna di Pollena Trocchia”, Rendiconti
della Accademia di archeologia, lettere
e belle arti, Napoli XLVIII (1973): 49-56.

195
ble farmhouse (Figs. 4.A, 5), which lies on the furthest hillock of the
south-east border of the huge modern quarry in Pollena18. While sur-
veying, I observed only the catillus of an olive press and two walls in
opus incertum. The rough terrain prevented a complete survey and
thus rendered impossible the definition of the structures’ limits and the
recovery of dating pottery.

In 1968 a late-antique burial in a double amphora (Figs. 4.C,


5. 7-8) was found in the modern city centre, near the hospital Apicella, in
Catillus of trapetum at the quarry of
Pollena. via Verdi 219. Near the burial, 2 m. under the modern soil, were several
potsherds, mainly of amphorae and other large containers. The official
of the Superintendency at that time, Enrica Pozzi Paolini, suggested
a late antique / early medieval dating. Indeed, what is visible from the
available pictures seems to confirm the late-antique date and further
suggests the presence of a farmhouse nearby.
San Martino Area
Uphill at ca. 230 m. a.s.l., in the area of San Martino, there is
another site (Fig. 4.B)20. Since its first discovery, the area has been
changed significantly on account of thefts, illegal construction, and
the transformation of a culvert into a road. The site has never been
explored with archaeological excavation; it is therefore difficult to get
a clear picture of it. The first record of archaeological discoveries in
the area is dated to 1893, but more detailed reports are from 1910 on-
wards. These record the discovery of some poor burials in the property
of the Duke of Marigliano, believed to be late-antique by the officials
of the Superintendency. They presented irregular orientation and no
pottery; most of them consisted of a bed of bricks and shallow walls
in tuff, with a marble slab on top21. Because of the poor value of the
finds, no further research was done. In 1931, on the same property22,
one of the farmers started an illegal excavation, destroying no fewer
than ten dolia pertaining to a cella vinaria. Uphill was a vaulted
room, 60 m. long by 2 m. wide23, 6-7 m. under the soil. This room was
connected to a parallel room on the west, which was probably similar
18
40°50’42.85”N 14°23’42.43”E, h. 336 in shape. Caracciolo stopped the destruction of the cella vinaria and
m. a.s.l. I thank Santa Sannino for showing collected some pottery. An entire dolium bearing the graffito Volusius
me the site.
19 (VOLVSIVVC) on the body and two stamps on the mouth – PAPIA; A
40°51’11.20”N 14°22’28.38”E, h. 143
m. a.s.l.
.
LIGVRI (which appear also on another five dolia) – was taken to the
20
40°51’00.82”N 14°23’19.84”E. town hall and is currently lost. Other fragments with trademarks were
21
Archivio Storico della Soprintenden- collected and Della Corte offers a list of them with the possible read-
za di Napoli, VI C4, Fasc. 30. ing of the abbreviations24: LEPIDI (Q. Lepidi, 5 tegulae and 1 lid of
22
Discoveries are reported also for the dolium); M . ARRI (M. Arri. Maximi, 1 tegula); L ANNI PRV (L. Anni
neighbouring property, on the eastern side of
the culvert, which borders the Duke’s land. Prudentis?, 1 brick); C . PINNI LAVRINI (1 lid of dolium – the stamp is
23
Caracciolo 1908, 24: description of well attested in several sites in the neighbouring towns of S. Anastasia
the exploration. Della Corte 1932, 311-314, and Somma Vesuviana –); [A. Ap]PVLEI [Hilari]ONIS (1 tegula – the
with map of what he explored. stamp is well attested in several sites in the neighbouring towns of S.
24
The drawing of the marks, together Anastasia and Somma Vesuviana –); OF MO . . (ex officina Modesti?,
with all his personal notebooks and papers,
were acquired by Van der Poel and are now at 1 Arretine bowl).
the Getty Research Institute. During the 1980s, Pagano25 discovered in the same area, at
25
Pagano 1991-92. ca. 4 m. below the top of the hillock, a 3.9-m.-wide road, composed
196
of packed volcanic soil and stucco fragments, Arretine pottery and a
fragment of a thin-walled beaker. Nearby he rediscovered the cella
vinaria found in the ‘30s and fragments of four dolia. A few metres
upward, he discovered the wall (2.3 m. wide) of a cistern (Fig. 6), for
which he suggested a late-antique dating. Near the cistern was the
collapse of a mortar wall with fragments of stuccoes and incannuc-
ciata. Pagano mentions (but does not record) the very long room/
cistern found in the ‘30s.
The Apolline Project worked in this area, in order to rediscover
the structures mentioned above, understand the connection between
them, date the finds and check the feasibility of an excavation program.
As a first step, we surveyed a section of the hill26, which is bordered on
the east side by via Grottole and on the west by via Duca della Regina.
The entire hill was recently terraced and thus the pottery is now very
scattered, and primarily situated at the borders of the terraces. Never-
theless, the quantity of sherds found suggests the presence of a large
site. We then proceeded to rediscover the cistern found by Pagano, cle-
an the walls and remove the modern fill inside. This allowed us to notice
some important details: the cistern is connected to other walls; the fill,
even if modern, includes pottery of the 1st century AD (see below); the 6.
volcanic fill visible in section pertains to the AD 79 eruption. Therefore Cistern at San Martino.
7.
the cistern cannot be dated to late antiquity. A few metres downhill we Burial in double amphora at via Verdi.
searched the cella vinaria seen by Della Corte and Pagano, but we 8.
Site at via Verdi – workers and potsherds.
found only fragments of bricks, two of them with the mark LEPIDI.
The Analysis of the Potsherds27
The quantity of potsherds found during the land survey at the
area of San Martino is too small for a statistically reliable reconstruction
of the phases of the site; they provide nevertheless some information
about the dating and the characteristics of the site. All the fragments
belong to the early imperial age, in particular some fragments of Italic
sigillata, one rim of a Dressel 2-4 amphora (Fig. 9.1), a fragmentary jug
of slip ware (Fig. 9.2), similar to some pottery from regio VI in Pom-
peii28, and a cup of red slipware (Fig. 9.3), imitating sigillata29. Of note

26
40°50’59.49”N 14°23’10.78”E;
40°51’01.12”N 14°23’20.62”E; 40°50’54.53”N
14°23’15.49”E; 40°50’58.57”N 14°23’23.53”E.
The survey was particularly difficult, because
most of the land is divided into several fenced
properties.
27
The author of this paragraph is
Caterina Serena Martucci.
28
C. Chiaramonte Treré, “Ceramica
grezza e depurata”, in Ricerche a Pompei,
ed. M. Bonghi Jovino, (Roma: L’Erma di
Bretschneider, 1984), 171, tav. 106, n. 9.
29
Shape Atlante XXXI.1, usually dated
from 20 BC to the Julio-Claudian age, though
is found also in Pompeii during the Flavian
age. See Atlante, 394, tav. CXXIX, 2-3.
197
9. is a mortarium with convex rim (Fig. 9.4), comparable to some exam-
Pottery found at San Martino (Drawing:
Caterina Martucci)
ples found at the villas of Cava Ranieri in Terzigno30.
10. In the area of the cella vinaria we found two fragments of
The brick with stamp “Lepidi” (Drawing: bricks with the stamp LEPIDI (it is entirely preserved in only one of
Massimo Manfellotto).
the two, Fig. 10). Similar brick-stamps are found in other sites in Cam-
pania (Pompeii, Torre del Greco, Puteoli, Neapolis31) and thought to
be associated with Q. Lepidius32. The rectangular shape of the stamp
suggests a provenance other than Rome, while the fabric is similar to
that of the Dressel 1 and 2-4 amphorae, which were produced in nor-
thern Campania or southern Latium and are well attested especially in
the area of Mondragone33. Additionally, there are several fragments of
pottery slag (a very similar piece was found also in the cistern), and a
30
C. Cicirelli, “La ceramica comune tripod used as kiln furniture. Thus, we can hypothesise the presence of
da Terzigno: nota preliminare”, in Les
céramiques communes de Campanie et de a kiln/workshop near or within the site.
Narbonnaise (Ier s. av. J.-C.-IIe s. ap. J.-C.),
ed. M. Bats (Napoli: Centre Jean Bérard,
1996), 160, fig. 7, n. 32.
31
CIL X, 8042, 65d.
32
H. Bloch, “Indices to Roman
Brick-Stamps”, Harvard Studies in Classical
Philology 58-59 (1948): 36; M. Steinby,
Indici complementari ai bolli doliari urbani
(CIL. XV, 1) (Roma: Institutum Romanum
Finlandiae, 1987), 61.
33
M. Steinby, “La produzione laterizia”,
in Pompei 79. Raccolta di studi per il decimo-
nono centenario dell’eruzione vesuviana, ed.
F. Zevi (Napoli: Macchiaroli, 1979), 267.

198
The villa at the locale San Gennarello
In 1963, an apsidal room on a podium and three statues (a Dio-
nysus, an erotic symplegma, and a fountain mask) were found in via
San Gennariello 434 (Fig. 4, D). Originally, the Superintendent Alfon-
so De Franciscis dated the site to the 1st century AD35. More recently,
Pagano36 offered a few more details about the site, but dated it to the 2nd
century AD without discussion. My aim within the project was to col-
lect all the information available for this site and evaluate its excavation
potential. The excavation diaries provided interesting details.
Before the intervention of the Superintendency, the statues had
already been discovered and the apsidal room was partially visible. The
diaries also mention the presence of a Roman stone-paved road, oriented
south-east (in the direction of Vesuvius) at ca. 3 m. under the modern soil
and, 2 m. below the road, the burial of an infant in an amphora. Howe-
ver, the relationship between these features and the apsidal room is still
unclear. Then, the Superintendency started exploration, which lasted for
91.5 days. The excavation trench (Figs. 11-13) was 8x13 m. The walls appe-
ared at 3.5 m. below the modern soil and excavation continued down to
the ancient soil, 8 m. under the modern one. The building was filled by
volcanoclastic compact materials interspersed with sandy layers. Huge 11.
Villa at San Gennarello, overview picture
volcanic stones (the so-called volcanic bombs) were also found. of the site (as appeared in 1963).
12.
Villa at San Gennarello, detail of the
apsidal room (as appeared in 1963).
13.
Villa at San Gennarello, axonometric view
of the site.

34
40°51’39.53”N 14°22’38.52”E, h. 118
m. a.s.l.
35
De Franciscis 1966, 188, with a photo
of Dionysus; Id. 1976, 721. De Franciscis
confirms the dating of the Dionysus to the 1st
century AD also in an interview on the Cor-
riere della Sera (17 May 1964, p. 8), entitled:
«Un Diòniso del primo secolo emerge dalla
sabbia vulcanica».
36
Pagano 1988.

199
The room, interpreted as a little shrine, is 4x4 m. wide and has
an apse on the east side. The walls are 0.6 m. thick and are made of
bricks for 2.3 m. up from the bottom, opus mixtum in the upper part.
The room was originally roofed with a vault made of light materials,
namely lava foam and tuff, which were found among the fragments.
The room stands on a podium 3 m. high, with 5 steps on the
west side and boundary walls on both north and south sides. These
wal­ls are 2/3 m. high and are explored just partially, for 7 m. on the north
side, and for 2 m. on the south.
The pavement of the shrine was not well preserved, for the-
re were only 2 cm. of thick white mortar and fragments of coloured
marble. The pavement was originally framed by rectangular slabs of
white marble, 12 cm. wide. At the centre of the apse is a shallow plinth,
1x0.6 m., probably used as a base for the Dionysus. On the south wall
is a little rectangular niche37. In the room there was also a fragment of
an inscription, “L.L.A.”38. The outside of the shrine has been explored
only partially; the walls end 3 m. below the pavement and there are no
traces of a pavement outside the walls. The archaeologists concluded
therefore that there were no other structures to explore. During the ex-
cavation in this area a fragment (60x40 cm.) of a marble architrave was
14. also found. The room has an opening on the east side (2 m. wide) and 5
Villa at San Gennarello, Dionysus. steps (each 20 cm. high), in opus incertum; the first of them still retains
15.
Villa at San Gennarello, Dionysus (detail traces of white marble revetment. Though excavation proceeded for
of the head). about 60 cm. under the floor level, no traces of the original pavement
were found. In between the steps and the south border wall were the
bottom part of a dolium (ca. 1.5 m. wide), and a shallow plinth in bricks
(50x40x30 cm.). After these discoveries the work ended and the site
was refilled.
37
At 1 m. high, the niche is 90x40x20 As mentioned above, during the excavation three statues were
cm. Within it, were some fragments of vases. found: a Dionysus (1.9 m. high, with Pan at his feet, 0.84 m. high; inv.
38
The fragment is 39x40x8 cm., the
letters are 12 cm. high.
39
M. Grant, Eros a Pompei (Milano:
Mondadori, 1977), entry by A. De Simone at
p. 86 f.; S. De Caro, Il gabinetto segreto
del Museo Archeologico Nazionale
di Napoli (Napoli: Electa, 2000), 48; A.
Dierichs, Erotik in der Römischen Kunst
(Mainz am Rhein: von Zabern, 1997), 50,
fig. 56. The iconographic theme of satyr
with maenad or satyr and hermafrodite was
created during the Hellenistic period and is
well-known. Nevertheless, the example of
Pollena differs from the two main types –
Dresden (Dresden, Skupturensammlung,
Inv. Hm. 155) and Townley (British Museum,
Inv. GR 1658) –, but refers to so-called type
Ludovisi (Rome, Museo Nazionale Romano,
Inv. 80005). This type includes at least 10
examples. See A. Stähli, Die Verweige-
rung der Lüste (Berlin: Reimer, 1999),
in particular for the type Ludovisi, see pp.
68-74, 340-361; the example closer to our is
at Museo Archeologico Nazionale in Naples,
with no inventory number, nor information
about its provenance (p. 342, fig. 100).
200
152871, Figs. 14-15); an erotic group of a Satyr and a Nymph (0.99 m.
high, with the base 1.058 m.; inv. 152872; Fig. 16); and a fountain mask
(35x39 cm.; inv. 152872, Fig. 17). The symplegma, even if published39,
cannot be dated, because both the faces and the arms of the figures
are not preserved. The dating of the fountain mask is also problematic,
but for different reasons. The Dionysus is known from a published pic-
ture40, but has never been really studied. De Franciscis proposed for it
and the entire site a 1st-century-AD date. The volcanic deposits burying
the site were indeed interpreted as pertaining to the Pompeian eruption,
which constituted therefore the terminus ante quem.
The type to which this Dionysus belongs (the so-called Woburn
Abbey type41) is well known and seems to have been quite popular also
in antiquity. Though found in several fragments and missing its right fo-
rearm, the statue is in quite good condition, apart from the face, which
is battered. His left hand holds a cluster of grapes and the arm is bent,
sustained by a tree. A tiny Pan, near the tree, looks at the god. Close to
the right foot is a panther, whose head is lost. The hair is bound on the
forehead by a fillet and two locks fall on the shoulders. Big leaves and
grapes adorn the head. They are deeply carved with the drill to pro-
duce a chiaroscuro effect. The face of the god has a regular roundish
shape while the upper eyelids are somewhat thick and partially closed.
The irises of the eyes are lightly carved, but the tear ducts are deline-
ated by both the drill and detailed carving. The overall oval shape of
the face appears classicising since the transitions between features are
quite smooth and modeled. This classicism contrasts with the marked
chiaroscuro effect of the headress. These features lead me to conclude
that the statue is at least late Hadrianic. This dating, even if different
from the one proposed by De Franciscis, is also supported by observa- 16.
tions on the volcanic fill. The thickness of the fill and, most importantly, the Villa at San Gennarello, Satyr and Maenad.
17.
fact that it is composed of secondary deposits (debris flows) instead of primary Villa at San Gennarello, marble fountain
ones (air-fall deposits), encourages me to identify it as the AD 472 eruption, mask.
instead of the Pompeian (AD 79) one. Consequently, the Pompeian eruption
is not the terminus ante quem for the site and thus the dating of the statue
at least to the 2nd century AD is no longer problematic. The site’s dating
is more complex and hypothetical. The little shrine on the podium pro-
bably pertains to the same phase as the statue. Nevertheless, both the
diaries and the drawing record evidence of a previous phase. Under the
level of the pavement in the room in front of the podium were indeed
the lower half of a dolium and a shallow pilaster in bricks. The dolium
suggests that the room was originally a cella vinaria, later changed into
a less functional room, associated with the little shrine. 40
De Franciscis 1966.
This model thus fits only partially with Pagano’s hypothesis, 41
C. Gasparri, “Dionysos”, in LIMC
which proposes a 2nd century date for this and many other sites around III (Zürich-München 1986), 435-6. The
Vesuvius42. Pagano furthermore suggests these settlements are related example closer to our is in Basel: E. Pochmar-
ski, “Ein zweiter Basler Dionysos”, Antike
to new occupation after the AD 79 eruption. I would like to modify Kunst 15 (1972): 73-75, pl. 18-20. A similar tor-
this theory somewhat. Firstly, I suggest that the phenomenon of reset- so of Dionysus was found at Castel Capuano
in Naples (MANN, inv. 150362).
tlement after the Pompeian eruption was not uniform and homoge- 42
M. Pagano, “L’area vesuviana dopo
neous for both the north and south slopes of the volcano, especially l’eruzione del 79 d.C.”, Rivista di Studi
considering that the north slope was much less severely affected by the Pompeiani VII (1995): 35-44.

201
eruption. Secondly, the idea of a rebirth of Vesuvian agriculture in the
2nd century AD contrasts with the general agricultural trend in the Ita-
lian peninsula43. I think therefore that the area’s reoccupation implies
neither a rebirth of agricultural production, nor a continuation of life as
it was before the eruption. This is clearly indicated by the decision not
to resettle Pompeii and Herculaneum after their destruction. The villa
at San Gennarello offers a good example. Since the room’s function
switched from storage/production to representation/cult, this may sug-
gest a change of the farmhouse into a residential villa. This situation, if
confirmed by further excavation, is very similar to the general pattern of
sites on the north slope of the volcano. The general picture of the area
in the 2nd century AD shows indeed a predominance of large residen-
tial villas, in striking contrast with the pattern of the 1st century, which
mainly presents small farmhouses. One of the factors which contribu-
ted to this radical change in settlement patterns is the activity of the
Curatores restituendae Campaniae44. The Curatores were officials
sent by Titus to restore property boundaries around Vesuvius to the
way they were before the eruption. Indeed, volcanic activity had signi-
ficantly changed the entire landscape and impeded the identification
of land borders. Moreover, the death of many property owners during
the eruption left much land vacant. The task of the Curatores was thus
to redefine properties and allocate ownerless properties to the emperor.
General scholarly opinion thus favours the notion that the Curatores
triggered a rebirth of agriculture and settlement in the 2nd century45.
However, the data presented in this paper would rather suggest that
their activity was ineffective. Neither Pompeii nor Herculaneum was
resettled, and most of the farmhouses in the Vesuvian area were not re-
stored. Additionally, it is possible to observe changes in the settlement
pattern of the 2nd century AD. For most of the upland farmhouses were
not resettled while the small-scale farms in the lowland were replaced
18. by larger residential villas. Thus, it is probable that the Curatores acted
Villa at Masseria De Carolis –cut with as entrepreneurs for the senatorial class, rather than restorers of the pre-
rubble and the site on the right side (as
appeared in 1988).
vious situation. This hypothesis is supported by pure practical analysis of
19. the situation. The Pompeian eruption destroyed all types of cultivation
Villa at Masseria De Carolis – view from around the volcano. Indeed, a thin layer of ashes (from 15/20 cm.)46 did
south-east of the site as appeared in 1988.
20. not cause significant problems to buildings, but was enough to destroy a
Villa at Masseria De Carolis, view from vineyard. The reinstatement of a vineyard takes at least seven years and
south of one of the vaulted room (note
the traces of the bobcat’s scoop).
such a long unproductive period could not be sustained by farmers, who
worked on a small scale. The senatorial class, however, could buy the
land for a low price and use it as a long-term investment.
The villa at Masseria De Carolis
43
F. Widemann, “Les effects économi- The site at the locale Masseria De Carolis47 (where the apart-
ques de l’éruption de 79. Nouvelles données
et nouvelle approche”, in Tremblements
ment complex of the Parco Europa is now, Fig. 4, E), has been chosen
de terre, ed. C.A. Livadie, 107-112, (Napoli: for a complete investigation through archaeological excavation. The
Centre Jean Bérard - Institut Français de site lies in the lower part of Pollena Trocchia, in the corner between the
Naples, 1986); F. Widemann, “Implications
économiques des désastres volcaniques: le east-west route connecting the towns on the volcano to the sea, and via
court et le long terme dans le cas de Pompéi,” Vasca Cozzolino, originally a stream, then transformed into a culvert
in Volcanologie et archéologie, edd. C.
Albore Livadie, & F. Widemann, 217-231, and most recently converted into a tarmac road. In 1988, a large section
(Strasbourg: Rixensart, 1990). of land was excavated along this road, in order to provide good “sands”
202
(volcanic ashes) for the construction of apartments in the area (Figs. 21.
Villa at Masseria De Carolis, map of the
18-19). The cut revealed an archaeological site on its northern border. site as published by Pagano (Drawing:
Traces of a backhoe’s scoop on the surviving structures (Fig. 20) suggest Uberto Pastore).
that the workers unsuccessfully tried to destroy the site and were thus 22.
Villa at Masseria De Carolis, view of the
forced to notify the Archaeological Superintendency of their discovery. site from the south as it appeared in 2005.
Mario Pagano48 was the official responsible for the town and therefore
supervised the subsequent archaeological works. His activity consisted
of documentation of visible structures, limited excavation (less than 1
m. deep) in the upper part of the building, and an unsuccessfull test-
trench a few metres north of the structures, in order to check the extent
of the site. Pagano documented four vaulted rooms (Fig. 21.A,B,D,F),
two of which (A & B) were partially destroyed during the construction.
Noticing traces of spoliation on one of the walls (E), Pagano identified
this site with the one explored under the Bourbon kings (see above).
Moreover, in spite of the complete absence of datable potsherds, he
dated the site to the 2nd century AD and interpreted the structures as
storage rooms of a sizeable farmhouse. 44
Suet. Tit. 8,4; Cass. Dio LXVI, 24, 3-4.
The site presents a wealth of research potential for the Apolli- 45
G. Cerulli Irelli, “Intorno al
ne Project. Its position, function, and date make this site a good case problema della rinascita di Pompei”, in
study for the comprehension of post-eruptive settlement dynamics of Neue Forschungen in Pompeji und den
the entire area. Additionally, its location on public land in the poor anderen vom Vesuvausbruch 79 n. Chr.
verschütteten Städten, edd. B. Andreae,
& H. Kyrieleis (Recklinghausen: Bongers,
1975), 292-3; E. De Carolis, “Testimonianze
archeologiche in area vesuviana posteriori al
79 d.C.”, Archeologia, uomo e territorio
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vesuviana dopo l’eruzione del 79 d.C.”,
Athenaeum 85 (1997): 140-2, 150-3; P.M.
Allison, “Recurring tremors: the continuing
impact of the AD 79 eruption of Mt Vesu-
vius”, in Natural Disasters and Cultural
Change, edd. R. Torrence, & J. Grattan
(London: Routledge, 2002), 113-6.
46
R.J. Blong, Volcanic Hazards: a
Sourcebook on the Effects of Eruptions
(Sydney: Academic Press, 1984), 319-328.
47
40°52’00.40”N 14°22’33.12”E, h. 97
m. a.s.l.
48
Pagano 1988; Id. 1992.
203
periphery of the town allowed us to bypass bureaucratic property pro-
blems and, more importantly, offers the possibility of improving the
neighbourhood through archaeology. For these reasons, the site at
Masseria De Carolis was chosen for a complete investigation through
archaeological excavation.
In 2005 we rediscovered the site and partially cleaned it (Fig.
22). This cleaning revealed that the cut left by excavation in 1988 was
indeed used as an illegal dump afterwards. In spite of the fact that the
23.
Villa at Masseria De Carolis, composite site only bordered the cut and was further fenced in, there was trash
panoramic view of the site as it appeared within the site and a tree was planted in its centre. In the following
in 2006.
24.
year, the Apolline Project focused on the sites at San Martino and
Villa at Masseria De Carolis, overview Masseria De Carolis, which we completed the cleaning (Figs. 23-24).
from the west of the site as it appeared The map produced after the 2006 campaign (Fig. 25, based on the
in 2006.
25. already existing one, see Fig. 21) shows the progress of the investiga-
Villa at Masseria De Carolis, map of tion, elements reported but not confirmed on the site (e.g. pilaster H),
the site after the exploration in 2006
(Drawing: Massimo Manfellotto). and some elements visible in the ‘80s but not recorded (for example,
the structure in opus incertum adjacent to wall C). With the first
excavation campaign in 200749, we have established that the site is in
fact a residential villa, rather than a farmhouse, and that its spoliation
happened between 472 and 512, and not under the Bourbons. The
49
case of Masseria De Carolis therefore suggests that excavation of sites
The preliminary report of 2007
activities is in the following article by G.F. De in this area is necessary for a reliable interpretation of tantalising but
Simone et alii in this book. otherwise scattered evidence.

204
Conclusions
The study of the archaeological sites in the town of Pollena
Trocchia offers enough data for multiple notes. The change in perspec-
tive suggested by this paper, from the coast to the hinterland, from the
eruption of AD 79 to that of 472, from the city to the countryside and
landscape, creates new directions in that research. The town of Pollena
Trocchia, even if very tiny, contains several archaeological sites with
complex interpretative problems. The comprehension of the sites in
this town, together with the settlements in the entire area of the north
slope of Vesuvius, is fundamental for understanding the interrelation
between the cities of Neapolis, Nola, Pompeii, and Herculaneum,
for the individual relationships of these cities with their territories and
more generally for the links of each with the hinterland. The analysis of
archive records, the publication of diaries and reports, and the excava-
tion of one of these sites are the first steps in that direction.

Girolamo F. De Simone
St. John’s College, University of Oxford
desimone@archeolinks.com

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206
G.F. De Simone, R.T. Macfarlane, M. Lubrano,
J.L. Bartlett, R. Cannella, C. Martucci,
C. Scarpati, A. Perrotta
Apolline Project 2007:
il sito romano di Pollena Trocchia
in località Masseria De Carolis

The 1988 discovery of a Roman building in Pollena


Trocchia, which Pagano regarded as 2nd-century grain stora-
ge facility, deserves significant reconsideration. This article is
a composite of several participants on the archaeological site,
giving background to the Apolline Project and an update on
the 2007 campaign. Each saggio or trench is described, with
detailed stratigraphic interlayering of palaeosols, building
collapses, anthropic context, and volcanic eruptive deposits.
Each saggio has allowed for the overall reading of the
site and contributes in reconstructing the entire stratigraphic
sequence, from the present to the foundation of the structures.
Saggi 01 and 03 study the highest, most recent layers in the
site and explore the eastern side of the excavated area to date.
Saggio 02 explores the last period of occupation at the site,
between the AD 472 and 512 eruptions. Saggio 04 describes
the architectural features of the site’s southern side, the AD
472 volcanoclastic fill and the traces of occupation after it.
Saggio 05 focuses on the cultural contexts of a vaulted room,
from the burial of a child (dated with a coin to AD 450-7)
within it to the foundation of the walls.
The preliminary study of ceramics found in the site au-
gments knowledge of local production and trade in Late Anti-
quity. The pottery types are compared to Neapolitan produc-
tions, taking advantage also of the latest artifacts discovered
in the neighbouring site in Somma Vesuviana. Other pottery
fragments testify of a still-lively trade around the Meditarrane-
an basin, as well as local productions imitating imported con-
tainers (e.g. African sigillata). Among the other artifacts found,
are intriguing fragments of wall paintings and moulding, glas-
sware, mosaic tesserae, and other decorative remains.
The volcanoclastic sequence shows the peculiar fea-
tures of the AD 472 eruption, which differs makedly from the
Plinian eruption of AD 79, for the significant presence of la-
hars (secondary volcanoclastic debris flows).
The last section offers some conclusions and interpreta-
tive hypotheses. The visible part of the site shows at least seven
rooms and clear traces of a second storey; the decorative frag-
ments collected suggest a certain richness of the site, therefore
contradicting the previous interpretation of the site as complex
207
of storage rooms; the site was inhabited for a quite long period
— from at least the 2nd/3rd century until the AD 472 eruption
and then, in a modest structure, also after that event.
This article itself, just as the remainder of the present
volume, seeks to shed more light not only on a single site, but
as far as it is possible upon the region where the site is found.
The multidisciplinary study in progress — from the study of
pottery to the analysis of archaeozoological and palaeobotan-
ical remains — proceeds toward that broader application.

1. The archaeological site in the property formally known as Mas-


Pianta del sito come rilevato nel 1988
(fonte: Pagano, “Masseria De Carolis”; dis.
seria De Carolis1 was discovered accidentally in February 19882 (Fig.
U. Pastore). 1), when volcanic material was being excavated in the construction of
a high-rise apartment complex in the area (currently called Parco Eu-
ropa). The archaeological director at that time, Mario Pagano — docu-
menting what was then visible and unable to complete an archaeologi-
cal campaign that allowed him to reach the level of the ancient floor,
or at least to dig down through to the bottom of the volcanic strata and
recover datable ceramic material — proposed an interpretation of the
site as “large storehouses for agricultural produce” constructed in the
2nd century AD. Pagano further proposed that the state of destruction
rendered upon the ancient buildings was consistent with the documen-
tation in Bourbon excavators’ notebooks that recorded the discovery of
a large site at Pollena from which were excavated ca. 18,000 bricks for
the construction of Naples’ San Carlo opera house.
The area around the site, during the 20 years after its discovery,
fell into considerable disrepair: the excavation itself was backfilled with
illegally discarded building material, which still partially covers portions
of the formerly visible ancient structure. Further, the fence installed for
protection of the site was largely torn down, and the site came to be
further filled with rubbish of various sorts. This context complicates the
1
For a more detailed presentation of
what was known of the Masseria De Carolis
interpretation of the structures as well as the volcanic matrix that covers
site before 2007, see the article by G.F. De them, a matrix that remains fully legible only in certain places.
Simone in the present volume. The campaigns of 2005 and 2006 established the precise loca-
2
M. Pagano, “Pollena Trocchia. Rin-
venimento di strutture romane del II secolo tion of the site, clearing it of rubbish and vegetation. By the end of the
d.C.”, Rivista di Studi Pompeiani II 2006 campaign the extent of the earlier excavations was exposed, mak-
(1988): 244-45; id., “Pollena Trocchia. Scavo
in località Masseria De Carolis e ricognizioni
ing it possible to visually confirm evidence reported in the earlier work.
nel territorio comunale”, Rivista di Studi Certain details, such as the ceiling over Room A3 and Pilaster H, were
Pompeiani V (1991): 231-36. no longer intact and, generally speaking, the entire site was found to be
3
Cfr. Pagano, “Strutture romane”: fig.
104. in a poor state of conservation; between walls D and E, for instance,
4
Soprintendenza Archeologica Pompei,
Archivio Fotografico: D/40494.
5
Pagano, “Masseria De Carolis”: fig.
40 (the published image is a mirror-image
reversal in respect to its reality).
6
For the sake of clarification, the rela-
tionships between each trench simplify their
stratigraphic description, omitting the data of
each individual stratigraphic unit (US) and
making use of information pertaining to the
data of the finds and of the volcanic matrix,
which are however discussed in great detail in
the respective paragraphs.
208
a tree had been planted. Of greater interest were elements visible to
the excavators in the 80’s, but not described nor drawn in the site map
produced at the time. The photographic documentation shows, for ex-
ample, that both the wall to the south of vaulted Room F4 and a small
structure in opus incertum adjacent to Wall C5 were both visible.
The campaign of study in 2007 had, therefore, as its principle
objective the recovery of useful evidence to enable:
1. the dating of the structures and the reconstruction of phases
Tav. 1: Pianta del sito archeologico nel
of occupation of the site; comune di Pollena Trocchia, località
2. the full understanding of the causes and processes that buried Masseria De Carolis. [Drawing: Salvatore
Borrelli; Editing: Massimo Manfellotto]
the entire area;
2.
3. the full understanding of the building’s purpose and use; Pianta scavo con individuazione saggi.
4. the definition of the walls’ extent and the full understanding
of the interrelations among these; and
5. the confirmation of hypothetical interpretations formulated
in the 1980’s.
The archaeological investigation proceeded in 5 key areas of the
site (Tab. 1 and Fig. 2), analytical descriptions of each appearing below6.
The research has benefitted from the multidisciplinary collaboration, 7
Cf. the relative paragraph below, and
especially with respect to its volcanological interpretations, of Claudio also G.F. De Simone, et al., “Episodi vulca-
nici e vulcanoclastici (V-XVII secolo) che
Scarpati and Annamaria Perrotta of the Federico II University of Na- hanno sepolto un edificio romano a Pollena
ples7; Emilia Allevato and Gaetano Di Pasquale, also of the Federico (Italia)”, Quaternario (forthcoming).
8
For a fully detailed explanation, cf. J.H.
II University of Naples, engaged the paleobotanical analysis of materi- McBride, et al., “Subsurface Visualization
als recovered; and, John McBride, of Brigham Young University, who Using Ground-Penetrating Radar for Archae-
coordinated a ground penetrating radar trial, which, unfortunately, did ological Site Preparation on the Northern
Slope of Somma-Vesuvius: A Roman Site,
not reveal traces of structures in the area surrounding the excavation8. Pollena Trocchia, Italy”, Archeosciences
[RTM]