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Labor omnia vincit: le Georgiche e letica del lavoro nel mondo classico

Jerzy Siemiginowski-Eleuter (16601711), Affresco che illustra un passaggio delle Georgiche di Virgilio, Anticamera del Re, Interni del palazzo Wilanw, Varsavia. Tum variae venere artes, labor omnia vincit improbus et duris urgens in rebus egestas (G. I, 145-146).

La grandiosa bellezza delle Georgiche, che si avverte anche a una prima lettura attenta, deriva dallabilit virgiliana di creare immagini di maestoso impatto emotivo e d i cesellare versi splendidi, che comunicano molto pi del significato letterale e anzi aprono un mondo dietro ogni singola parola. Ma la bellezza delle Georgiche emerge ancor pi poich, come nel caso dellepica dellEneide, Virgilio si pone come erede e rinnovatore di una lunga tradizione poetica che affonda le sue radici nellantica grecit. Il ritrovare nel poeta mantovano leco di passi letti in Esiodo e la centralit di tematiche esplorate da una prospettiva di quasi sette secoli anteriore estremamente affascinante e rende manifesta la profondit di Virgilio, uomo consapevole del passato, che sa trarre ispirazione dagli archetipi letterari e propone la sua personale visione relativa a questioni eterne, antichissime eppure sempre attuali, strettamente legate alla natura delluomo e al senso della sua esistenza. Come nel poema didascalico Le opere e i giorni del poeta di Ascra, pure nelle Georgiche si accostano passi tecnici di precettistica e passaggi in cui si raggiungono le vette pi alte dellarte poetica, per indagare la pi profonda essenza delluomo. Gi nellopera di Esiodo un tema centrale la necessit etica del lavoro, imposto dagli dei, che hanno negato agli uomini unesistenza facile per punirli sia dellaffronto di Prometeo, ladro del fuoco dal vaso della prima donna Pandora, inviato per vendetta da Zeus, si diffondono tutti i mali sia della progressiva degenerazione, malvagit ed empiet delle stirpi umane successive a quella aurea. Nellottica paternalistica della teodice a del lavoro virgiliana, invece, la volont di Giove che colendi haud facilem esse viam si spiega con la ricerca del bene delluomo, che solo la laboriosit pu portare al progresso tecnologico e allapprezzamento della bellezza della natura da cui trae faticosamente il suo sostentamento. Personalmente il porre lorigine del lavoro nella volont di un dio, vendicativo o paternalistico che sia, mi sembra una scelta filosoficamente pi semplicistica rispetto alla concezione razionale (in parte anche lucreziana) delluomo che, con incessante fatica, grande tenacia, abile intelligenza, lotta alla ricerca dei suoi spazi in una natura talvolta generosa ma spesso ostile. Questo nulla toglie alla bellezza delle opere dei

due poeti, che cercano, nel riferimento dei tradizionali valori mitologici, qualche certo caposaldo che permetta di sanare parzialmente le contraddizioni di una realt complessa come quella del labor. Anche in Esiodo il lavoro, pur essendo una punizione divina, lodato come fondamento della dignit e della prosperit delluomo, in un inno alloperosit e allattivismo: questa visione duale del lavoro disgrazia-strumento di elevazione, immatura e appena accennata nel poeta di Ascra, verr sviluppata in modo pi ampio e organico dal poeta latino. Virgilio recupera topoi esiodei gi nelle Bucoliche (con la descrizione dellavvento di una nuova et aurea nella IV ecloga e con la cosmogonia e linvestitura poetica, tratti dalla Teogonia esiodea, nella VI ecloga), ma nelle Georgiche che egli affronta in maniera sistematica letica del lavoro, ridefinendola sulla base dei contributi di Esiodo, Arato e Lucrezio. Il risultato non affatto una ripresa, mancante di originalit, di miti antichi, ma ci restituisce con limpida chiarezza la visione personale di Virgilio riguardo al labor e pi in generale alla vita. Non possiamo attribuire alla diversit dei modelli, ma soltanto al realismo virgiliano le contraddizioni presenti nei quattro libri, nellaltalenante rappresentazione di un impegno gioioso e soddisfacen te o di una dolorosa e inutile fatica. Dalle chiuse di ciascun libro emerge linconciliabilit dei diversi aspetti del destino umano: la tragedia della guerra civile e della peste nel Norico si contrappone al makarisms della vita agreste e nello stesso finale dellultimo libro il successo dellapicoltore Aristeo contrasta col drammatico fallimento del poeta amante Orfeo. Le Georgiche sono unopera ricca di contrasti tematici, nonostante lequilibrata perfezione dello stile e della struttura: mentre la descrizione delle attivit umane procede linearmente dalla pi faticosa alla meno faticosa (coltivazione dei campi, arboricoltura, allevamento, apicoltura), il concetto di labor assume sfumature diverse che seguono la conflittuale inquietudine propria dell uomo, votato allascesa trionfale dalla sua grandezza interiore e al tragico insuccesso dalla sua impotenza di fronte al capriccio della natura e, soprattutto, dalla sua costituzione mortale. In questo conflittuale chiaroscuro risiede secondo me lo splendore delle Georgiche, che illuminano la verit pi profonda dellessere umano, la sua grandezza e la sua miseria. Luomo, come dir poi Pascal, solo una canna, la pi fragile della natura; ma una canna che pensa. secondo me bellissimo pensare che, per quanto sia facile annientare luomo, egli sar sempre pi nobile di ci che lannienta perch ragiona, perch animato dalla tensione al bene, dalla ricerca della felicit, perch impegnato nel tentativo eroico di imporre lordine della bellezza e della giustizia nel caos avverso del mondo. Questa concezione ambivalente delluomo, grandioso e insieme misero, quella che emerge dal ritratto che Virgilio fa del labor. Il lavoro faticoso, spossante, straziante, insopportabile, tanto che viene da dubitare che sia stato imposto da uno Iuppiter pater ma luomo sa reagire, con lesperienza e la riflessione, e varias usus meditando extundere artis. La grandezza delluomo emerge cos nonostante la sua disgrazia, anzi emerge tanto nitidamente proprio a causa del la disgrazia stessa, che luomo affronta senza perdersi danimo. Cos labor omnia vincit, bench sia improbus, ingiusto; cos la fatica imposta del primo libro si trasforma, nel secondo, in lavoro foriero di soddisfazioni e ricompense. Lamore dei figli, lintegrit della vita familiare, la sobriet onesta della giovent, il rispetto per gli dei e per i padri, il sostentamento abbondante non sminuiscono affatto la fatica dell agricola che incurvo dimovit aratro, ma latmosfera quella di unet delloro pe rch si creato un clima di serenit: il lavoro ripaga con

frutti abbondanti e con una vita integra, proba, virtuosa, ricca di soddisfazioni. La grandezza delluomo sembra aver trionfato. Nel terzo libro, per, ecco la dimostrazione che labor e benefacta non sempre portano appagamento: la natura si rivela matrigna, irremovibilmente avversa, crudele, spietata. La pestilenza colpisce. Non c mezzo per riportare ordine nella tranquilla vita che si costruita e al cui sgretolamento si assiste impotenti, ment re anche le certezze morali dellideale di vita agreste sono annientate e la fragile canna pensante di nuovo sbattuta dai violenti refoli di un vento inclemente. La reazione delluomo, pur immerso nella pi totale disperazione, non si fa attendere: nel q uarto libro, esauriti ormai tutti i mezzi tecnologici, ci si affida alla mitologia e alla divinit. Due eroi diversi ci si presentano: Aristeo, pius agricola che lotta caparbiamente contro la natura e infine la vince con la tenace obbedienza ai precetti divini, rappresenta la grandezza delluomo vittorioso; Orfeo continua a ricordarci la fragilit della canna pensante che luomo, che capace di muovere i sassi e commuovere le fiere con il suo canto, ma con la sua poesia non pu vincere la morte, legge naturale immutabile. La contrapposizione tra Aristeo e Orfeo sembra rispecchiare il pragmatismo sensato di Virgilio, poeta bucolico e didascalico ispirato dalla semplice musa agreste, che si scontra con il sentimentalismo lirico dei poeti elegiaci (antitesi gi rilevata dalla X ecloga). Non condivido affatto questa visione stoicoepicurea dellamore come forza incontrollabile e insensata che distrae luomo, turbandolo, dalla pi saggia atarassia: non lintensit dellamore che porta Orfeo a commettere il su o tragico errore, sono le stesse leggi della natura a segnare il suo fallimento, perch una morta non pu tornare alla luce. Egli deve sbagliare: dinanzi al mistero della morte, proprio perch ne siano preservate le leggi, il furor sconvolge la mente delluomo anche quella, cos grande, di Orfeo. La natura ora generosa e benigna (e ipsa fundit humo facilem victum iustissima tellus), ora terribile e inesorabile, apportatrice di rovina e di morte e vanificatrice del labor. Perch? Nulla pu fornire spiegazione al problema del dolore umano, del contadino sconvolto dal dilagare della peste o di Orfeo che si vede strappata Euridice. Virgilio, che pure aspira a una soluzione provvidenziale con la sua teodicea del lavoro, si domanda con accorato lamento perch gli dei acconsentano alle disgrazie di abbattersi sugli innocenti non meno che sui colpevoli, ma linterrogativo rimane senza risposta e ai sofferenti non va che la piet dolente del poeta. Egli accetta rassegnato il dolore e con questo suo atteggiamento religioso verso la natura riconosce nelluniverso un mistero che luomo non riesce a dissipare completamente. Virgilio non risolve (non pu n vuole risolvere) le contraddizioni che ci presenta con lamara piacevolezza del suo cantare. Virgilio fa un affresco della realt umana, con le sue incongruenze, le sue tragiche antinomie, le sue inconciliabili, irrisolvibili conflittualit. E luomo che emerge dai tratti del suo pennello davvero grande ed eroico nella sua inquietudine in cerca di risposta.