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Valerio Zurlini Il diciannove marzo di questanno 2006 Valerio Zurlini avrebbe compiuto ottantanni.

Non stato cos, perch il grande cineasta bolognese si spento da quasi un quarto di secolo a cinquantasei anni, nel 1982. Egli non rientra dunque nel novero dei grandi vecchi del cinema italiano che sono stati largamente celebrati in questi anni, soprattutto dei grandi attori quasi coetanei da Mastroianni a Gassman. O, per limitarsi a un solo

esempio, a un Federico Fellini, pi anziano, in fondo, di un solo lustro. Insomma questo regista non pu definirsi certo, a esser sobri, al centro del dibattito n autore di una classicit monumentale pi da celebrare che da discutere. Egli autore di otto lungometraggi di cui solo tre sono reperibili in DVD. Due soli, invece, i libri in commercio su di lui. La canonica monografia de Il Castoro, che non si nega a nessuno, e un meritorio libro a pi voci uscito da cinque anni e gi ai remainders, che riguarda

un suo film per noi indimenticabile. La prima notte di quiete del 1972. Lunico sul quale vorremmo qui spendere qualche parola, lasciando agli specialisti considerazioni pi organiche e complete cui non aspiriamo. Ci limitiamo solo a segnalare le due trasposizioni di romanzi pratoliniani (Le ragazze di San Frediano e Cronaca familiare), Il deserto dei tartari, opera conclusiva del 1976, da Buzzati, e due film che svolgono quella stessa tematica dellamore impossibile (Estate violenta e

La ragazza con la valigia) che sar al centro, una decina danni dopo, de La prima notte di quiete. Molti dei film di Zurlini sono tratti da romanzi e anche questo, pur non essendolo, saturo di letteratura. A cominciare dal mestiere del protagonista, che un professore di lettere trentasettenne, Daniele Dominici, che giunge a Rimini per sostituire un collega dopo varie peregrinazioni. Il professore interpretato da un tormentato Alain Delon che d qui, a detta della critica, una

delle sue migliori interpretazioni cinematografiche. Quando egli si siede davanti a un Preside mutilato e nostalgico disegnato da un magistrale Salvo Randone, e inizia subito a depistarlo con implacabile understatement sulle sue origini, infatti egli , pur negandolo, figlio di un ufficiale eroe di El Alamein, il destino dello spettatore pu dirsi segnato. Ancor pi lo quando egli rifiuta ogni facile complicit con i giovani liceali, respingendo sia lidea di indottrinarli che di imporre loro una qualunque

forma di autorit, per poi abbandonarli nello stupore generale e andare a comprare Newsweek e Le Figaro Littrarie. Dopo questo inizio catturante la vicenda si sviluppa in tre scenari fondamentali. La classe, in cui Daniele incontra una ragazza molto bella e inguaribilmente triste con un passato sordido (Sonia Petrovna), un gruppo di giovani benestanti e sfaccendati (Giancarlo Giannini, Adalberto Maria Merli e Renato Salvatori, tutti e tre ottimi) con cui

impianta acri partite a carte, lappartamento in cui convive con una splendida Lea Massari che soffre pene damore per un altro uomo. E appena il caso di aggiungere che Daniele si innamorer, riamato, della ragazza sottraendola al fidanzato ricco e sbruffone (Merli), consoler la moglie senza avere poi il cinismo di abbandonarla. Il finale tragico. Ma ci che si deve vedere il coraggio antiretorico, senza pose con cui Daniele va incontro alla seriet e alla tragicit della vita e

dellamore senza infingimenti n illusioni. Coraggio che gli impone di non sottrarsi a un amore sbagliato, e in pari tempo di consolare la disperazione della moglie, di frequentare gente che si rivela mediocre e meschina senza sentirsi superiore ma trattandola con fermezza. Mi pare ci siano elementi a sufficienza per comprendere le ragioni dellisolamento quasi proverbiale in cui visse Valerio Zurlini e quelle del sostanziale oblio che lo circonda oggi.

Lumanit spesso sofferente rappresentata da Zurlini svela il carattere di tante vicende che ci aggrediscono dai grandi e piccolo schermi. Renato Calapso