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ITALIANO - V A

LEZIOnE DEL 12 FEBBRAIO 2021

PIRANDELLO E LA DIFFERENZA TRA UMORISMO E


COMICITÀ

Luigi Pirandello, per la prima volta, parla di umorismo in senso


esplicito, facendo una differenza con il comico. Il comico non è
altro che l’avvertimento del contrario, che nasce dal contrasto
tra l’apparenza e la realtà e che genera la risata, emblema di una
situazione contraria a quella che dovrebbe essere normalmente. Si
tratta, però, di una risata superficiale, che non porta subito alla
riflessione: l’autore siciliano, con il famosissimo passo della
“vecchia signora”, arriva poi a dare una definizione di umorismo:
“Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa
di quale orribile manteca; e poi tutta goffamente imbellettata e
parata d’abiti giovanili. Mi metto a ridere. Avverto che quella
vecchia signora è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile
signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta e
superficialmente, arrestarmi a questa impressione comica. Il
comico è appunto un avvertimento del contrario. Ma se ora
interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia
signora non prova forse nessun piacere a pararsi così come un
pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché
pietosamente s’inganna che, parata così, nascondendo così le
rughe e la canizie, riesca a trattenere a sé l’amore del marito
molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come
prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto
andar oltre quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da
quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a
questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il
comico e l’umoristico.”
L’umorismo nasce, quindi, in un secondo momento: è il
sentimento del contrario. È generato dalla riflessione,
dall’accettazione di una triste realtà e dal contrasto tra
apparenza e realtà, maschere e vera personalità. E se prima di
fronte all’immagine della vecchia signora il genere umano
sghignazza in una grossolana risata, adesso la riflessione genera
un sentimento di compassione: colei che cerca di nascondere il
peso dei suoi anni dietro abiti eleganti e fascino spietato, fa pena
all’animo umano che, riflettendo, percepisce la sua debolezza, la
paura di invecchiare, la fragilità umana.
Luigi Pirandello non lascia da parte la componente umoristica nei
suoi celebri romanzi: la maggior parte dei suoi scritti, compresi
quelli teatrali, ruotano tutti intorno al perno del sentimento del
contrario e alla maschera che ogni soggetto umano decide di
indossare nella società in cui opera quotidianamente.
Emblematica è la figura di Vitangelo Moscarda, protagonista del
romanzo “più amaro di tutti, profondamente umoristico, di
scomposizione della vita“: “Uno, nessuno e centomila”. Il titolo è
la chiave di lettura per comprendere l’intero romanzo: la storia di
Vitangelo è la storia della consapevolezza che la realtà non è
per nulla oggettiva. L’uomo passa dal considerarsi unico e uno,
ma poi, attraverso una presa di coscienza, si rende conto di essere
il nulla, poiché si trova a combattere con i suoi centomila modi di
mostrarsi al mondo. Il protagonista è, quindi, un forestiero della
vita, è l’apice dell’umorismo pirandelliano: si è reso conto di
essere schiavo non soltanto della società e degli altri, ma prima di
tutto di se stesso. Ed ecco che decide di indossare una maschera a
seconda della situazione in cui si trova; un po’ come aveva fatto
Mattia Pascal che, fingendosi morto, aveva cambiato la sua vita e
la sua identità con quella fittizia di Adriano Meis.
Ma la vera identità non viene mai fuori: non esiste un’unica forma
di verità, è impossibile riconoscere la verità assoluta. Ognuno ha
la propria verità: “Io sono colei che che mi si crede… E così è, se
vi pare!”