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DOSSIER

TROPPI TUMORI NEL MERIDIONE

Navi dei veleni, rifiuti industriali e scorie radioattive: la morte viene dal Nord, per la felicità delle ecomafie e con la complicità di pezzi dello Stato.

Le conclusioni della ricerca giornalistica a cura della Sezione Ambiente del blog http://atavicarabbiabruzia.splinder.it Marzo 2011

Tutti i diritti riservati. Il presente dossier è riproducibile solo integralmente e citandone gli autori, cioè il blog http://atavicarabbiabruzia.splinder.it. Per informazioni, consigli, rettifiche ed altro, contattare la redazione al seguente indirizzo e-mail: atavicarabbiabruzia@hotmail.it

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Introduzione. Fin dal 2008 ci siamo occupati della Jolly Rosso e dell‟aumento delle malattie nel
cosentino e, con la scoperta delle ferriti di zinco a Cassano e del cemento tossico a Crotone, l‟indagine si è estesa. Ci siamo imbattuti nei dossier del WWF e di Legambiente sul traffico di rifiuti nocivi dunque nell‟omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin in Somalia. Poi, il ritrovamento di una nave sospetta a Cetraro nel settembre scorso ci ha spinti ad andare oltre. Si è inteso consultare unicamente i quotidiani e la rete. Grande contributo alla ricerca della verità è infatti stato dato dagli inviati de La Repubblica, Il Manifesto e L‟Espresso. Purtroppo però è mancato (e manca) uno sguardo d‟insieme, un brano o un volume capace di raccogliere ed unificare fatti di realtà geograficamente lontane e di contenuto apparentemente diverso. Così, spesso i lettori non sono riusciti a districarsi in questo groviglio di nomi ed episodi. Oggi, infatti, c‟è ancora tanta confusione, visti anche i depistaggi e la delegittimazione dei pentiti, ma anche troppe “strane coincidenze”, tanto che una Commissione

Parlamentare sta indagando sul traffico dei rifiuti e sulle “navi a perdere”, tema centrale e punto di partenza del dossier. La raccolta di articoli che abbiamo fornito ai lettori del blog con un dossier in 14 parti non sembra lasciare dubbi con riguardo all‟aumento dei tumori e delle leucemie nei territori analizzati in Calabria, Puglia, Basilicata e Campania. In queste zone abbiamo situazioni eterogenee dovute a fattori diversi che non vogliamo - e non possiamo - analizzare dal punto di vista scientifico, sanitario, statistico. Le istituzioni, per primo il Ministero della Sanità, dovrebbero però iniziare ad interessarsi del problema dei rifiuti se è vero che ormai, nonostante la Convenzione di Basilea, specialmente nel cosentino, nel leccese e nel nolano, quasi ogni famiglia ha il suo caso di tumore, fenomeno in crescita esponenziale da 15 anni a questa parte.

Il disastro nucleare. La mente non può non andare, dunque, all‟esplosione della centrale
nucleare di Chernobyl, ex URSS, (nella foto: la centrale) quel maledetto 26 aprile 1986, quando, nel corso di un test definito “di sicurezza” si ebbe un brusco aumento di potenza del reattore numero 4 che portò ad una fortissima esplosione con la fuoriuscita di una nube radioattiva. L‟emissione di vapore radioattivo cessò solo il 10 maggio 1986. La nube toccò tutta l‟Europa
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orientale ma raggiunse anche l‟Italia, la Germania, la Francia e addirittura il Nord America. Le condizioni meteorologiche delle settimane successive al disastro seminarono la morte. Le piogge che seguirono al disastro, per mesi, portarono il cesio 137 sul suolo europeo, facendolo entrare nella catena alimentare dell‟uomo attraverso le piante e l‟acqua quindi contaminando la pasta, il formaggio, il latte, il miele, la verdura, i funghi, ecc. Tuttavia le mappe ufficiali delle piogge radioattive, come questa, ci dicono che l‟Italia è stata toccata solo in minima parte dalla contaminazione. Ma allora come si spiega il vertiginoso aumento dei tumori alla tiroide in Italia? Come mai spesso ne sono colpite persone che conducono uno stile di vita perfetto, per le quali dunque si può affermare che la malattia ha natura esogena?

Gli effetti di Chernobyl. Nella relazione fatta da Greenpeace nell‟anniversario dei vent‟anni
del disastro si legge in effetti qualcosa di allarmante. Il cesio, che rappresenta l'agente radioattivo principale di Chernobyl, ha una semivita di oltre 30 anni e le conseguenze sulla salute continueranno a farsi sentire per molti anni. In Russia, nel periodo tra il 1988 e il 1998, i tassi relativi al cancro alla tiroide sono raddoppiati, mentre nel 2004, nelle aree contaminate, sono triplicati. Greenpeace in definitiva ha stimato sei milioni di morti nel mondo per tumori direttamente imputabili al disastro di Chernobyl. Se sarà così, viene da pensare che i veri effetti di Chernobyl sono stati nascosti dalle istituzioni, forse per non creare allarme. Se invece pensiamo che l‟allarme di Greenpeace sia ingiustificato, allora l‟aumento delle malattie in Italia è dovuto ad altre cause. Ed è qui che entrano in gioco altri possibili fattori di rischio, senza dimenticare però che alla formazione di una neoplasia possono contribuire più fattori, così come per le leucemie. E comunque, nessuno può garantirci che gli alimenti nei primi anni dopo Chernobyl siano stati tutti attentamente controllati: potrebbe anche esserci stata qualche grossa azienda alimentare che ha lucrato proprio sul disastro, acquistando, a bassissimo costo, prodotti (grano, farina, frutta, latte, ecc.) dai Paesi più contaminati per rimetterli nel circuito industriale sotto forma di derivati (pasta, pane, yogurt, succhi, formaggi) diffondendo, di fatto, le radiazioni in tutta Europa.

Altri fattori. Il nostro viaggio ha toccato i centri di Africo, Ciminà, Paola, Amantea, Cetraro,
Crotone, Cassano, Rotondella, Terzigno, Boscoreale, Nola. In ogni paese o città ci siamo guardati intorno e la domanda che ci è venuta, quasi come un‟ossessione, è “qual è il killer silenzioso? Da dove viene il male? Dall‟aria che respiriamo? Dall‟acqua che beviamo? Dalle cose che mangiamo? Dal cemento delle nostre case?”. In Calabria e Puglia, eccetto qualche caso isolato come Taranto,

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non ci sono grossi poli industriali, dunque le emissioni nell‟aria di particelle nocive sono ridotte quasi a zero. Non ci sono nemmeno molti inceneritori: uno a Gioia Tauro, due a Taranto, uno a Potenza, uno a Melfi. Intorno alla pianura padana, dalla quale proviene quasi la metà di ciò che si vende nei supermercati, ci sono invece circa 30 inceneritori. Ma questo è un altro discorso, e nonostante sia certamente più salutare mangiare prodotti genuini che quelli industriali, sarebbe davvero troppo azzardato pensare che il cibo ci uccide. E allora se non è l‟aria che respiriamo è l‟acqua che beviamo. Oppure l‟acqua con cui irrighiamo. I rifiuti spesso contaminano le falde acquifere. Gli scarichi fognari spesso sono selvaggiamente indirizzati verso i corsi d‟acqua. E quasi tutte le aree industriali sorgono vicino a dei fiumi. Segnaliamo questo sito web, dove è possibile indicare le discariche abusive, i rifiuti abbandonati, l‟eternit, i fiumi inquinati.

Il fiume Oliva. Partiamo dalla questione delle navi
dei veleni, e dunque del traffico internazionale di rifiuti tossici, temi da anni cari al blog. Secondo Focus il fiume Oliva (nella foto) è il terzo fiume più inquinato d‟Italia. La c.d. valle radioattiva si trova vicino Amantea (Cosenza), a pochi chilometri dalla spiaggia di Formiciche, dove nel dicembre del 1990 si spiaggiò la nave Jolly Rosso a pieno carico, per via del mare in tempesta. Nel 2004, nel greto del fiume Oliva, sono stati ritrovati dall'Arpa Calabria “radionuclidi artificiali” e negli anni successivi alcune indagini hanno confermato che nei sedimenti e terreni dell'Oliva ci sono metalli pesanti tossici e cancerogeni come arsenico, rame, zinco, nichel, vanadio, berillio, piombo, mercurio, selenio, tallio e stagno, oltre a PCB e diossine. Il piombo è stato trovato anche nelle carni dei polli, prova che la contaminazione è entrata nella catena alimentare. Ma soprattutto in alcuni punti sono stati trovati cesio 137, antimonio 124 e cadmio 109, i radionuclidi di origine artificiale, ossia rifiuti radioattivi. La concentrazione di queste sostanze aumenta scavando in profondità nel terreno: qualcuno ha seppellito rifiuti industriali tossici e radioattivi venuti da chissà dove in questa piccola valle. «Dai 91 carotaggi effettuati sono emersi rifiuti speciali, in particolare fanghi industriali che non potevano essere smaltiti nel terreno, ma dovevano finire in un apposito sito che si trova in Germania. Ci sono poi rifiuti pericolosi ed in particolare è stato riscontrato un picco alto di arsenico. Sono stati poi rilevati degli idrocarburi pesanti e riteniamo che si tratti di scarti di raffineria». Lo dice Bruno Giordano, Procuratore della Repubblica di

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Paola, che attualmente sta conducendo le indagini sullo smaltimento illegale di rifiuti e aveva ordinato i carotaggi. Il dottor Giacomino Brancati, medico e consulente della Procura, afferma in un dossier del WWF (2009), che «si può confermare l‟esistenza di un eccesso statisticamente significativo di mortalità nel distretto di Amantea rispetto al restante territorio regionale, dal „92 al 2001, in particolare nei comuni di Serra d‟Aiello, Amantea, Cleto e Malito». Parla di tumori maligni di colon, retto, fegato, mammella ed invita a indagare lungo il corso del fiume Oliva. Su tutta la costa tirrenica cosentina, da Amantea fino a Cetraro, i casi di malattie tumorali sono innumerevoli, tanto che i reparti di oncologia degli Ospedali di Paola e Cosenza sono strapieni. Probabilmente la causa non è la nube radioattiva di Chernobyl ma, dice Brancati, la presenza di contaminanti ambientali capaci di indurre patologie tumorali. Ad Andrea Palladino, giornalista del Manifesto ed autore di numerosi articoli sulla vicenda, una donna di Amantea ha detto «io sono l'unica sopravvissuta della mia famiglia». «Anche noi abbiamo avuto dei morti tra i familiari fanno eco altri cittadini - e quando andiamo all'ospedale di Cosenza per accompagnare qualcuno, ci sentiamo dire "un altro paziente da Amantea"».

Jolly Rosso. In questa torbida storia ci sono pezzi dello Stato e morti eccellenti, come il capitano
di corvetta Natale De Grazia. Nel 1988, la motonave Rosso era stata noleggiata dal governo italiano per andare a recuperare in Libano 9 mila 532 fusti di rifiuti tossici nocivi, esportati illegalmente da aziende italiane. Per questo la Jolly era diventata la "nave dei veleni" e quando si arenò ad Amantea - secondo l'armatore Ignazio Messina si trattò di un incidente provocato dal mare in burrasca qualcuno ebbe il timore che trasportasse un carico pericoloso. Nei giorni successivi allo spiaggiamento (foto in basso), attorno la nave e sulla nave c‟era un allarmante traffico. Nel verbale della Capitaneria di porto di più di un esponente dei servizi Rosso in quei giorni. Nel suo scrive: «Quello che molte Vibo Valentia è scritto che segreti fu visto attorno Jolly articolo Andrea Palladino

autorità hanno negato dal 14 nave Jolly Rosso si arenò poco a sud dal centro

dicembre del 1990 - quando la sulla spiaggia di Formiciche,

cittadino - oggi è divenuta una verità incontrovertibile. Una cava dismessa, a pochi chilometri dalla spiaggia, sulla strada che sale verso Serra D'Aiello, contiene residui nucleari non naturali, che provocano un aumento della temperatura del suolo di circa sei gradi. Una macchia rossa visibile anche dai satelliti, dove gli strumenti dei tecnici dell'Arpacal e dei Vigili del Fuoco hanno

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segnato un valore di radioattività fino a sei volte superiore ai valori di fondo normalmente presenti nella zona. «I tecnici ci hanno spiegato - racconta il procuratore di Paola Bruno Giordano - che si tratta di radionuclidi non presenti in natura, frutto cioè dell'industria nucleare». Secondo quanto hanno ricostruito fino ad oggi i tecnici inviati dall'assessore regionale all'ambiente Silvestro Greco, il materiale radioattivo sarebbe interrato ad una profondità di circa trenta metri. La presenza, dunque, di radionuclidi di Cesio 137 a quella profondità non sarebbe dovuta ai residui di Chernobyl, che, ovviamente, sono sparsi solo in superficie». Ornelio Morselli, perito, certificò, nella valle del fiume Oliva, un eccesso di rame e zinco, ma anche di policlorobenzeni (Pcb) con «caratteristiche tossicologiche analoghe alle diossine». Un funzionario dell'ex genio civile, ha invece ammesso di avere visto un fusto nella briglia del fiume Oliva. Ecco perché i pm di Paola, Francesco prima Giordano e Greco Bruno poi,

hanno ipotizzato un nesso tra le sostanze tossiche e i traffici marittimi. Amerigo Spinelli, vigile

urbano di Amantea, ha riferito che zona tra la

«un'ampia compresa

predetta zona e almeno 200 metri a ovest [...] era stata interessata dal deposito di materiali derivanti dallo smantellamento della motonave Rosso».

I conti non tornano. Molti gli interrogativi sulla dinamica dello spiaggiamento della Jolly
Rosso, come riportato dal sito web 9online.it, che riprende le inchieste dell‟Espresso. Lo squarcio nella nave (descritto dal comandante) che avrebbe dato avvio al suo affondamento non si è trovato e anzi se n‟è trovato uno che, data la professionalità e i mezzi usati, appare chiaramente artificiale, forse fatto dalla ditta intervenuta prima della demolizione per far uscire dalla nave qualcosa di molto voluminoso. Inoltre sul fondale vennero rinvenuti un camion, un muletto da 40 tonnellate e tre container, malgrado «non ci si spieghi come abbiano fatto a spostarsi da soli verso lo squarcio e

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a cadere in mare, considerato che la nave insabbiata non era soggetta a movimenti né longitudinali né trasversali» scrive la Guardia di Finanza. Inoltre, si legge, «Corre l'obbligo di segnalare che nel rapporto riassuntivo della Capitaneria di Porto di Vibo i container vuoti stivati a prua del garage vengono quantificati in 25, mentre quelli recuperati sono stati 17 vuoti dalla prua del garage e tre nel fondo del mare in corrispondenza dello squarcio . Qual era dunque la reale entità del carico?» E i cinque container mancanti all'appello? Ma al di là di questo, un testimone oculare ha detto che «dopo circa due mesi dall'avvenuto spiaggiamento, iniziò lo scarico di rifiuti provenienti dalla

motonave Rosso presso la discarica in località Grassullo (nel comune di

Amantea). Tali procedure avvenivano di giorno, e ogni automezzo veniva scortato dalla Guardia di Finanza o dai vigili urbani». Negli stessi giorni il testimone notò effettuare scarichi presso la discarica che avvenivano di notte e senza scorta da parte degli organi di polizia. Tale materiale la mattina successiva veniva subito interrato con l'utilizzo di mezzi meccanici. Un secondo testimone ha raccontato di aver visto i camion che la notte partivano dalla Rosso e arrivavano a scaricare in località Foresta (comune di Serra D'Aiello, provincia di Cosenza). Nonostante tutte queste testimonianza, però, non si è arrivato mai a nulla e ancora oggi è la confusione a farla da padrona in questa vicenda, dato che l‟ISPRA e l‟ARPACAL hanno risultati differenti sul materiale che sta nel letto del Fiume Oliva e per questo si terrà a breve una riunione chiarificatrice (si spera). Tuttavia i casi di leucemia negli anni ‟90 nella zona si sono moltiplicati e nel Comune di Amantea il tasso annuale di tumori alla pleura è superiore a quello dell‟intera Calabria.

Natale De Grazia. De Grazia (nella foto: la targa di intitolazione del lungomare di Amantea)
era capitano di fregata in servizio presso la Procura della Repubblica di Reggio Calabria ed è morto in circostanze sospette mentre indagava sul traffico di rifiuti pericolosi, le cosiddette “navi a perdere”, tra cui la Jolly Rosso. Il 13 dicembre 1995 De Grazia, 39 anni, stava andando da Reggio Calabria a La Spezia per raccogliere importanti deposizioni sullo spiaggiamento della Jolly Rosso, che il pool investigativo sospettava trasportasse rifiuti pericolosi. A Nocera Inferiore, dopo aver

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mangiato un panino sull‟autogrill, De Grazia ebbe un arresto cardio-circolatorio, così almeno è scritto nel referto, ma, nonostante numerose richieste, la famiglia non è mai venuta a conoscenza dei risultati dell‟autopsia, ne è mai stato permesso ad un consulente di parte di parteciparvi. Uno di quelli che accompagnavano De Grazia nel suo ultimo viaggio, racconta: «Stavamo andando a La Spezia per verificare al registro navale i nomi di circa 180 navi affondate in modo sospetto negli ultimi anni e partite da quell'area». La strana morte del capitano De Grazia affossò le indagini, che stavano arrivando all‟epilogo. La vedova De Grazia in una intervista rilasciata al Quotidiano della Calabria nel 2004 ha infatti dichiarato: «Io sapevo, perché me ne parlava, che con il pool erano riusciti ad arrivare ad un punto molto delicato sulla verità delle navi affondate. Erano venuti a conoscenza di elementi cruciali per la ricostruzione delle vicende dei traffici di scorie e di armi. So che i sospetti da cui erano partiti avevano rivelato intrighi e collegamenti scottanti a livello internazionale. Ma un giorno gli ho chiesto: rischi qualcosa? Lui mi rispose di no perché lui era un tecnico. Ecco, questa è l'unica volta in cui noi abbiamo affrontato l'argomento». I risultati delle indagini del capitano De Grazia è tutto nei fascicoli dell‟inchiesta del Procuratore Francesco Neri sull‟affondamento delle “navi a perdere” presso la procura di Reggio Calabria, inchiesta archiviata a fine anni novanta. L‟inchiesta è stata riaperta dalla procura di Paola nel 2004 (Procuratore

Francesco Greco) e archiviata nuovamente, per mancanza di prove, nel 2009. Oggi però sono in corso le indagini del Procuratore Bruno Giordano sugli inquinanti trovati nell‟alveo del fiume Oliva, sulla loro incidenza sulle malattie diffuse nella zona e sui responsabili degli smaltimenti. Finanche la Commissione monocamerale d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti della Camera dei Deputati (XII legislatura, 1994 - 1996) si è occupata del fenomeno dei traffici e degli smaltimenti illegali di scorie e rifiuti radioattivi in mare (nella foto tratta da La Repubblica: la mappa degli affondamenti), nell‟ambito di alcune inchieste avviate dalle procure di Matera, Reggio Calabria e

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Napoli relative all‟affondamento di navi cui si accompagnava una serie di truffe alle compagnie assicurative con la riscossione dei premi previsti per i sinistri marittimi. Secondo la ricostruzione degli organi inquirenti il progetto prevedeva il lancio dalle navi di penetratori caricati con scorie radioattive, racchiuse in contenitori di acciaio inossidabile dotati di sistema sonar (sì da renderli rilevabili ai fini di un eventuale recupero), che si depositavano sino a 50-80 metri al di sotto del fondale marino; in alternativa, si affondava la nave con l‟intero carico pericoloso, simulando un affondamento accidentale e lucrando, così, anche del premio assicurativo.

Giorgio Comerio. Nelle carte dell‟inchiesta archiviata nel 2000 risulta che Natale De Grazia nel
settembre 1995 aveva perquisito, su ordine del Procuratore di Reggio Calabria Francesco Neri, la casa di Giorgio Comerio, indagato per smaltimento illecito di scorie radioattive, trovando un‟agenda con l‟appunto “Lost the ship” (la nave è persa) il giorno 21 settembre 1987, lo stesso giorno in cui è affondata la nave Rigel. Quel giorno, secondo l‟International Maritime Organization, è affondata solo quella nave. Comerio, in una intervista rilasciata a Claudio Cordova di recente, si difende dicendo che “Lost the ship” (vedi la foto, tratta dal Quotidiano della Calabria del 17 settembre 2009) significava che quel giorno aveva perso il traghetto. In questa intervista Comerio sembra una brava persona perseguitata da più Procure, mentre le ricostruzioni fatte da Andrea Palladino del Manifesto, da Riccardo Bocca dell‟Espresso e dal blogger Francesco Cirillo fanno trasparire un‟immagine diversa.

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Perché Comerio è famoso anche, guarda caso, come inventore di un sistema di seppellimento in mare di «siluri» contenenti rifiuti pericolosi o radioattivi (progetto O.D.M. - Oceanic disposal management) che vengono sparati e interrati sul fondo con l‟ausilio di navi Ro-ro. Comerio infatti fondò una società, la ODM, con sede nel paradiso fiscale delle Isole Vergini, per la quale gli affari andavano, è proprio il caso di dirlo, a gonfie vele. Sono stati sequestrati alcuni fax, risalenti al 1994, tra Comerio ad Abdullahi Ahmed Afrah, il braccio destro di Ali Madhi, presidente ad interim della Somalia, la cui cugina, Fatima, è la moglie di Giancarlo Marocchino. Forse Ilaria Alpi aveva scoperto qualcosa. E forse il pool di De Grazia si era convinto che qualcuno volesse affondare la Jolly Rosso nel Golfo di S. Eufemia (CZ) per smaltire un carico di rifiuti pericolosi e lucrare sul premio di assicurazione. Forse l‟affondamento non riuscì e il 14 dicembre 1990 la nave si arenò sulla spiaggia di Amantea in località Formiciche. Nicolò Moschitta, ex maresciallo dei carabinieri, faceva parte del pool di De Grazia e andò in pensione a 44 anni dopo un infarto e 4 by pass. Egli ha dichiarato di recente davanti la Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti presieduta da Gaetano Pecorella: «Comerio era l‟unico a inabissare in Somalia rifiuti radioattivi. […] È sembrato che forze occulte, di non facile identificazione, abbiano controllato passo passo gli investigatori nel corso delle varie attività svolte […] Nella primavera del 1993 Comerio, temendo di essere intercettato perché si era dichiarato agente dei servizi segreti, venne convocato per delle indagini sugli attentati di Roma e Firenze […] L‟unica cosa che mi piacerebbe sapere è perché questo personaggio, nonostante tutta una serie di indicazioni ben precise, sia mai stato rimandato a giudizio. Oggi mi sembra che sia in Tunisia e continua a fare la sua attività». In un vecchio rapporto dell‟Arma si legge di Comerio: «è al centro (…) di una organizzazione mondiale dedita allo smaltimento illecito dei rifiuti radioattivi nell‟ambito di uno scenario inquietante, dove si muovono soggetti senza scrupoli, compresi uomini di governo di tutte le latitudini che pur di trarne vantaggi economici non stanno esitando a mettere in pericolo l‟incolumità dell‟intera popolazione mondiale». Pecorella vorrebbe ascoltare anche Comerio, mai visto alle audizioni delle commissioni parlamentari: «per capire se la morte della giornalista Ilaria Alpi sia collegabile ai traffici di rifiuti radioattivi bisogna trovare e ascoltare Giorgio Comerio. Il problema è trovarlo, dal momento che da anni molti ci provano e nessuno ci riesce». Comerio dovrebbe forse riferire alla Commissione sul contenuto di una vecchia intercettazione «Guardi, quando ci sono queste indagini, mi incazzo come una iena. Le dico, sono in mezzo ad una situazione con cinque miliardi per le mani a Reggio Calabria...» diceva a Guido Agostini, imprenditore che collaborava con la Guardia di Finanza e aveva un microfono addosso. Comerio deve scontare una condanna a tre anni, undici mesi e 18
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giorni emessa dalla Corte d‟Appello di Bolzano per estorsione e tentato delitto (articoli 629 e 56 del codice penale), pena poi ridotta grazie all‟indulto del 2006. Pare che si trovi da anni in Tunisia e goda di una sorta d‟immunità.

Aldo Anghessa. Anche la misteriosa figura di Aldo Anghessa ruota attorno alla vicenda delle
navi a perdere. Anghessa fu rinviato a giudizio per la tentata truffa al Lloyd italico sull‟assicurazione della nave Khrisoula, ufficialmente naufragata il 2 giugno 1981 nel Mar Egeo. Quando nel 1987 fu arrestato per traffico di armi viveva in Provincia di Como sotto il falso nome di Gianfranco Torriani. Nel luglio 1995 Anghessa, infatti, agli arresti domiciliari perché indagato per traffico di armi e rifiuti nucleari, dichiara al pool di Reggio Calabria di aver fatto azioni di intelligence. È il teste Alfa-Alfa nell‟indagine sulle navi a perdere e proprio Natale De Grazia raccoglie le sue dichiarazioni: «A partire dal 1987 è attiva in Italia una lobby affaristico - criminale che gestisce le seguenti attività: traffico di rifiuti tossico-nocivi e radioattivi, stupefacenti, armi, titoli di Stato falsificati e […] materiali strategici nucleari […]. Si ha certezza che lo smaltimento può avvenire con tre distinte modalità: l‟interramento in località del sud Italia in vecchie cave o di scariche, l‟affondamento di navi normalmente in zone extraterritoriali o lo smaltimento presso paesi del Terzo mondo come […] il Libano, la Somalia fino al 1992, la Nigeria e il Sahara ex spagnolo […]». I traffici, secondo Anghessa, «sono sicuramente gestiti a livello di vertice da soggetti iscritti a logge massoniche italiane ed estere». Anghessa, secondo il sito polizia e democrazia, fornisce i particolari insinuando che esiste una rete di coperture a livello istituzionale in più Stati, facendo il nome di Guido Garelli, anch‟egli coinvolto e arrestato per traffico di rifiuti tossici e spesso citato nell‟inchiesta sull‟omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Garelli è «riconducibile a un organo di informazione dello Stato (…) era uso chiamare numeri telefonici di basi militari italiane e aveva pass Nato per entrare e uscire in basi militari italiane». Anghessa fa anche i nomi Elio Sacchetto e Giorgio Comerio e, il 6 dicembre 1995, quello di Giampiero Sebri. Sebri nel 1997 racconterà ai magistrati della DDA di Mirano di una organizzazione internazionale specializzata nel traffico dei rifiuti nucleari, indicando Giancarlo Marocchino e Luca Rajola Pescarini, l'ufficiale del Sisde presente in Somalia nel marzo del 1994, come personaggi coinvolti. Per quelle dichiarazioni Sebri viene condannato per calunnia, condanna però revocata dalla Corte di Cassazione. Qualche giorno dopo l'interrogatorio di Anghessa, Natale De Grazia, insieme al maresciallo Moschitta, riceve sei deleghe dal Procuratore Neri per compiere indagini a La Spezia e a Como, dove De Grazia non arriverà mai. Avrà però una medaglia d'oro al valor militare.

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Domenico Scimone e il Procuratore Neri. Grazie a un pezzo apparso su Terra mettiamo
un‟altra tessera nel mosaico, che, come capirete, è diventato gigantesco. «Ho sempre preferito rimanere nell‟ombra, far parlare i fatti. Ma visto che finora questo non è bastato, ora racconto veramente come andarono le cose». Lo afferma Domenico Scimone, che lavorava con il capitano De Grazia (nella foto) e il maresciallo Moschitta all‟indagine sui traffici di rifiuti a Reggio Calabria. Francesco Postorino, cognato di Natale De Grazia, ha riferito che il capitano nei suoi ultimi giorni di vita gli aveva confidato di temere per la sua incolumità. Secondo Postorino, Scimone era, nel pool di Reggio Calabria, la spia dei servizi segreti deviati. Scimone invece alla Commissione Bicamerale ha smentito Natale De Grazia affermando che non il certificato di morte di Ilaria Alpi fu trovato nella cartella “Somalia” a Giorgio Comerio, ma solo un dispaccio ANSA dell‟omicidio. Scimone dice che «Comerio a casa sua aveva un vero e proprio archivio di tutte le notizie che potevano in qualche modo interessarlo. Ricordo che notai anche lanci d‟agenzia sul Moby Prince». In ogni caso, all‟archivio della Procura di Reggio non si trova né il certificato né il dispaccio. Spariti. E il Procuratore Francesco Neri nel 2006 si arrabbia, scrivendo alla Procura di Reggio: «Dal verbale di rimozione e riapposizione dei sigilli del 28 gennaio 2005 è evidente che il plico sigillato con gli atti di indagine del comandante De Grazia, che aveva rinvenuto il certificato di morte della Alpi fra le carte sequestrate in casa Comerio, appariva danneggiato su un lato e al suo interno mancavano 11 cartelle numerate. Lo stesso comandante De Grazia, oggi deceduto, confermava senza dubbio l‟esistenza del certificato di morte della Alpi fra i documenti sequestrati a Comerio». Due anni dopo, il 3 giugno del 2008, l‟episodio che Lorenzo Gatto, avvocato di Neri, racconta a Riccardo Bocca dell‟Espresso: «Sono andato in Procura a Reggio per cercare ancora il certificato di Alpi e ho notato un‟altra anomalia: lo scatolone numero nove, quello che contiene il primo e il secondo volume di informazioni del Sismi, era aperto sul lato destro. L‟ho segnalato al pm di turno e al cancelliere capo, i quali hanno riconosciuto che era staccato l‟adesivo. Il cancelliere capo, allora, mi ha invitato a verificare se riuscissi a sfilare documenti, e l‟ho fatto senza difficoltà: ho estratto sei fogli, chiedendo che la questione venisse messa a verbale». Dal sito 9online apprendiamo inoltre che le stanze della

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Procura di Reggio Calabria per sessanta giorni sono state frequentate da Mario Scaramella, sentito dalla Commissione bicamerale sul traffico di rifiuti dove ha dichiarato che «da una serie di elementi indiziari gravi, precisi e concordanti acquisiti direttamente appare che nel Mediterraneo sono state affondate navi con carico radioattivo da smaltire […] Nel dialogo informativo diplomatico esperito con vari rappresentanti di Stati stranieri, il fatto dell‟esistenza di navi affondate appositamente non è mai stato messo in discussione». Ma tornando a Domenico Scimone, alla Commissione Parlamentare sulla Jolly Rosso il 19 novembre 2004 egli dichiara: «Secondo le testimonianze di alcuni membri dell'equipaggio, vi furono incongruenze per quanto concerne il carico della nave: il piano di carico prevedeva infatti un determinato quantitativo di container, mentre il nostromo addetto al carico dichiarò che il carico stesso era di gran lunga superiore. Vi erano alcuni container che erano stati dichiarati vuoti ma che in realtà non lo erano. Nel corso dell'attività di indagine, ascoltando, sulle modalità tecniche, il comandante della Capitaneria di porto di Vibo Valentia Bellantone, emerse un opuscolo acquisito presso la casa di Comerio, nel quale erano contenute informazioni sui siluri. Il comandante Bellantone ci disse: io queste cose le ho già viste. Restammo sorpresi, e chiedemmo dove le avesse viste. Egli ci riferì di averle viste sulla Jolly Rosso, e ci rendemmo conto che la situazione era ben diversa rispetto ad un normale affondamento. Raccogliemmo dunque tutte le circostanze relative a tali anomalie, che furono riferite nelle note informative trasmesse all'autorità giudiziaria. Quanto agli aspetti relativi alle altre navi, essi sono già noti alla Commissione e sono già stati ampiamente riferiti dal procuratore. Vi sono circostanze molto anomale per quanto riguarda la Jolly Rosso. Abbiamo evidenziato tali circostanze, non abbiamo mai affermato che vi siano certezze. Vi sono testimonianze nonché dichiarazioni messe a verbale di membri dell'equipaggio, che hanno riferito di avere avuto paura temendo da un momento dall'altro uno scoppio, forse a causa delle telemine o degli involucri presenti a bordo».

Il SISMI, i pentiti di ‘ndrangheta e Cranendonk. È del 9 febbraio 2011 la notizia che
verrà tolto presto il segreto di Stato sul documento che proverebbe come l‟allora SISMI, oggi AISE, sia intervenuto nel traffico dei rifiuti tossici. Il documento, ora agli atti della Commissione Pecorella, è dell‟11 dicembre 1995 e rivela che il governo Dini destinò centinaia di milioni di lire ai servizi segreti per «lo stoccaggio di rifiuti radioattivi e armi». Non si capisce perché su un documento sia stato posto il vincolo di riservatezza (quindi il segreto di Stato) per più di 15 anni. A ben vedere, però, lo si capisce benissimo. Nel resoconto della seduta della Commissione Pecorella del 23 febbraio 2006 leggiamo a pagina 16: «Come gli altri argomenti e anzi molto più di quelli,

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infatti, il tema della c.d. “malacooperazione” era stato, nel 1994, già ampiamente trattato in molte sedi, comprese quelle giudiziarie, e né dagli appunti lasciati a Roma né da quelli presi nel corso del viaggio possono ricavarsi elementi per ritenere che Ilaria Alpi avesse appreso segreti inconfessabili». Gaetano Pecorella circa un anno fa ha parlato di «interferenze da parte dei servizi segreti» nella vicenda del traffico dei rifiuti, dopo aver ascoltato Emilio Di Giovine e Stefano Serpa, altri due pentiti che hanno confermato le parole di Francesco Fonti. Di Giovine, ex boss della „ndrangheta milanese, iniziò a parlare delle navi a perdere nel 2004 e nel 2009 ha detto al suo avvocato, Claudia Conidi, di sapere dell‟affondamento di navi perché era fidanzato con la figlia di Theodor Cranendonk. Cranendonk, titolare di una società di Vaduz con 400 miliardi all'anno di fatturato e interessi sugli inceneritori sull' uranio, è stato condannato nel 1998 dal Tribunale di Milano a 10 anni di reclusione per aver fornito 30 bazooka alla cosca dei Di Giovine - Serraino, ma era riuscito ad evadere di notte dalla clinica "Le Betulle" di Appiano Gentile, dove era agli arresti, ma senza sorveglianza. È stato arrestato nuovamente a Rotterdam un anno fa. L‟Italia ne avrebbe chiesto l‟estradizione nella scorsa estate ma pare che dall‟Olanda non ci sia stata risposta. Forse perché la legge olandese vuole far scontare la pena a Cranendonk nel suo Paese. Il suo nome è stato fatto anche da Fonti in una lettera ad Antonella Grippo, giornalista televisiva calabrese. In tutto ciò, il figlio di Francesco Fonti è andato in coma in seguito ad un incidente stradale. Di Giovine, invece, ha raccontato a Pecorella che, nel giorno in cui ha annunciato alla Commissione di voler rendere dichiarazioni sul traffico di veleni, è stato investito mentre attraversava la strada sulle strisce pedonali nella località protetta in cui vive. È vico per miracolo, ma ora è terrorizzato. Per dovere di cronaca a questi fatti vogliamo aggiungere l‟ipotesi giornalistica di un blogger che ha paventato l‟ipotesi che l‟attentato alla procura di Reggio Calabria e la bomba ritrovata nell‟automobile siano stati un avvertimento alla Procura che sta indagando sulle navi a perdere. Lo stesso blog riporta delle analogie tra il modo in cui è evaso Cranendonk e quello messo in atto per l‟evasione, nel 1977, di Kappler, responsabile dell'eccidio delle Fosse Ardeatine.

Francesco Fonti. Secondo i media, come L‟Espresso, Il Manifesto e numerosi siti web, non
ultimo quello del giornalista Gianni Lannes, le navi a perdere seppellite nei nostri mari sono tante

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(basta cercare su Google le parole “Rigel”, “Ivonne A.”, “Eden V”) e tra queste c‟è la Cunsky, ormai famosa, tanto da portare nello scorso settembre il paesino di Cetraro (nella foto), in provincia di Cosenza, all‟attenzione nazionale. In questa storia c‟è anche la „ndrangheta e dunque l‟immancabile pentito: è Francesco Fonti - ex sgarrista affiliato alla famiglia Nirta di San Luca - il quale ha consegnato molti anni addietro un memoriale alla Direzione Investigativa Antimafia. È da premettere che il pentito Fonti è stato considerato dallo Stato inattendibile. Fonti ha raccontato: «Nirta mi spiegò che gli era stato proposto dal ministro della Difesa Lelio Lagorio di stoccare bidoni di rifiuti tossici e occultarli in zone della Calabria, in alcuni punti dell‟Aspromonte e nelle fosse marine naturali che c‟erano davanti alle coste ioniche». Nirta non era convinto e ci furono molte riunioni dei boss: alla fine si decise, a Polsi, che ogni famiglia avrebbe curato in proprio parte del business. Tutto ciò nei primi anni ottanta. I rifiuti tossici contenenti sostanze radioattive furono trasportati nel 1992 da navi fatte poi affondare in acque internazionali al largo di Genzano (Voriais Sporadais), Cetraro (Cunsky), Maratea (Ivonne A.) e altri furono seppelliti in Basilicata.

«Partimmo con 40 camion da Rotondella con i bidoni radioattivi. Arrivammo con i cento bidoni presso il fiume Vella dove era stata predisposta una buca e qui furono seppelliti i bidoni. La fossa fu ricoperta. Per scavarla furono utilizzati i mezzi messi a disposizione da Agostino Ferrara, uomo che abitava a Nova Siri e vicino a Musitano». Domenico Musitano era un boss di Platì e aveva l‟obbligo di dimora a Nova Siri (vicino a Rotondella, in Basilicata…). Le altre sostanze tossiche secondo l‟ex boss vennero poi portate in Somalia a bordo di una nave chiamata “Lynx”, partita da Livorno. «La Yvonne A. trasportava 150 bidoni di fanghi, la Cunski 120 e la Vorais Sporadais 75 bidoni di diverse sostanze nocive. Le imbarcazioni erano al largo della costa della provincia di Cosenza. Io e Giorgi andammo a Cetraro e prendemmo accordi con un esponente della famiglia Muto. Poi contattammo i capitani delle navi. La Yvonne A. raggiunse il largo di Maratea, la Cunski andò nelle acque internazionali di Cetraro e la terza la inviammo al largo di Genzano». Il collaboratore di giustizia ha affermato poi: «facemmo partire tre pescherecci forniti dalla famiglia Muto e ognuno di questi raggiunse le tre navi per farle esplodere con dei candelotti di dinamite e farle affondare. Gli equipaggi furono caricati a bordo e portati a riva. Poi furono messi su un treno con destinazione Nord Italia». Fonti ha detto che una cosca di San Luca aveva acquistato tre navi: «Gli acquirenti erano vicini alla massoneria. Inoltre, io con alcuni esponenti della famiglia di San Luca avevamo rapporti con agenti dei servizi segreti». Il boss Muto ha querelato il pentito per queste sue affermazioni in quanto a suo dire non si sarebbero mai incontrati e poi Muto dice che non avrebbe mai permesso questi sporchi traffici nel suo mare. Fonti afferma: «So per certo che
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molti altri affondamenti avvennero in quel periodo, almeno una trentina, ma non me ne occupai in prima persona. Il pentito parla anche dei rapporti coi servizi segreti: «Io e la famiglia di San Luca avevamo avevamo rapporti diretti con alcuni esponenti in vista dei servizi segreti. Nirta convocò una riunione dei capi dopo essere stato contattato dal Ministero della Difesa e proprio in quel momento era stato contattato anche da due collaboratori del SISMI, Giorgio Giovannini (ascoltato dalla Commissione Alpi-Hrovatin nel 2005, n. d .r.) e Giovanni De Stefano, i quali chiesero alla famiglia di San Luca se fossero disposti a fornire manodopera per trasportare rifiuti tossici e radioattivi. […] Dopo “Mani pulite”, la ‟ndrangheta rimase molto delusa dal comportamento della Democrazia cristiana. Cercava nuovi riferimenti politici, nuovi interlocutori attraverso i quali poter esercitare i propri traffici senza problemi. Fu allora che prese la decisione di formare le persone da avviare alla carriera politica. E da inserire in entrambi gli schieramenti. […] Tutti passavano da noi. Il percorso era lineare. Ogni multinazionale aveva il suo referente politico, che attivava ogni volta che aveva necessità. Questi, poi, coinvolgeva della questione i servizi segreti i quali ci affidavano il lavoro sporco», cioè far sparire i rifiuti. Fonti ha tirato in ballo anche De Mita, Craxi e Zaccagnini e ha anche detto che i traffici continuano «sul Tirreno, probabilmente attraverso la famiglia Mancuso». E ancora: «a me interessava il Libano. E volevo che lo capissero anche determinate persone che mi leggevano. Io sono in pericolo, ma la minaccia non arriva dalla criminalità organizzata bensì dai Servizi segreti. Sono loro che mi vogliono morto. La protezione, in questo quadro, me l‟aspetto dagli arabi. È con loro che ho stretto un patto di sangue. Sono loro che avevano preparato per me nel 2005 una via di fuga che mi avrebbe condotto, da Beirut, in Giordania da dove, sotto la protezione del re Abdullah, avrei avuto una villa, cinquanta uomini per la mia protezione e la gestione di tutta l‟eroina che proveniva dell‟Afghanistan e dal Pakistan». Qualcosa dunque lega la „ndrangheta e i servizi segreti ai traffici di rifiuti e all‟omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Sull‟omicidio dei due giornalisti non ci possiamo dilungare ma segnaliamo questo articolo di Antimafia Duemila nel quale leggiamo che, nel processo sull‟omicidio dei due reporter, il generale Mori al Procuratore Generale Cantaro «ha confermato l‟esistenza di una fonte che conoscerebbe i mandanti dell‟omicidio ma non ha voluto rivelarla ai giudici della seconda sezione della corte d‟assise d‟appello di Roma, appellandosi all‟articolo 203 del codice di procedura penale che consente ai pubblici ufficiali di mantenere il segreto sui nomi delle spie». Luca Rajola Pescarini, il dirigente del Sismi all‟epoca dei fatti responsabile del centro in Somalia, al teste Giampiero Sebri avrebbe detto «La situazione somala è a posto e quella maledetta giornalista

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comunista è stata sistemata». In risposta al magistrato, Mori ha però dichiarato di aver visto soltanto una volta Rajola e ne ha negato l‟appartenenza al Sisde.

La nave Cunsky. Il 12 settembre 2009, dopo giorni di ricerche ordinate dal Procuratore di Paola
Bruno Giordano, il rov della motonave “Franca Coopernaut” di Vibo trova a 11,8 miglia da Cetraro (coordinate 39,35 nord; 15,43 est) una nave mercantile lunga circa 100 metri e larga circa 20, con un vistoso squarcio a prua. Pippo Arena, pilota del rov, ha detto a L'espresso che «due stive erano completamente piene». In quella zona dalle mappe non risulta che ci siano navi affondate nel periodo bellico o in incidenti nautici. La nave dunque è la Cunsky - ufficialmente demolita nel 1992 ad Alang, in India - e si vedono anche dei fusti (vedi immagine) nella stiva. Lo dirà anche Fonti nei giorni a venire, il quale però rifiuterà di parlare coi magistrati catanzaresi preferendo quelli salernitani e chiederà protezione allo Stato. Il 7 ottobre, però, il ministro Stefania Prestigiacomo annuncia l‟invio di una nave a Cetraro per l‟identificazione del relitto. La “Oceano Mare” arriva a Cetraro il 21 ottobre e qualche giorno dopo, precisamente alle 12,56 del 27 ottobre, il ministro Prestigiacomo dice che il robot ha già svolto «le misurazioni e i rilievi fotografici del relitto». Ma alle 13,12 dello stesso giorno la società Geolab che svolge quel lavoro smentisce il Ministro e dice all‟AGI «Abbiamo fatto solo rilievi acustici, il rov non è ancora entrato in acqua»; poi su Sky Federico Crescenti, del Reparto ambientale marino delle capitanerie di porto, la smentisce di nuovo: le

operazioni in acqua del robot sono iniziate la sera del 27. Comunque no, non è la Cunsky. Nel punto indicato dal pentito guarda caso c‟è una nave ma non è la Cunsky. Per il Governo la nave è il piroscafo Catania, affondato dai tedeschi nel 1917. Fonti non merita protezione, perché è inattendibile: ha solo provato ad indovinare. Anche qui però i conti non tornano. Angela Napoli, membro PDL della Commissione Antimafia, ha dichiarato: «Il governo sta cercando di nascondere

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la verità sulle navi dei veleni, e su quella di Cetraro in particolare. Si vogliono coprire segreti di Stato e la strada scelta è quella del silenzio. O peggio ancora, di dichiarazioni che non stanno in piedi». Secondo Angela Napoli la fretta del Ministro sta nel fatto che in realtà potrebbero esserci più navi sotto quel mare. L‟onorevole Napoli conclude così l‟intervista all‟Espresso: «Il 27 ottobre, la direzione marittima di Reggio Calabria ha trasmesso alla commissione Antimafia una mappa con i punti di affondamento di 44 navi. Guarda caso, in Calabria ci sono nove croci senza nome... Basta con i segreti. Il governo vuole chiudere il caso Cetraro? Renda pubbliche le immagini satellitari dei traffici avvenuti nei mari italiani tra gli anni ‟80 e „90. La verità c'è già: basta avere voglia di vederla». In realtà, pare che le ricerche commissionate dal Governo siano state fatte a 3 miglia e mezzo dalle ricerche ordinate dalla Procura. Troppi dubbi restano, come evidenziato in questo sito web e in quest‟altro. Sul Manifesto (13 settembre 2009), invece, leggiamo la preziosa ricostruzione di Andrea Palladino:

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L’aumento dei tumori. Restano i dubbi ma soprattutto resta la paura dei calabresi. Nel 2007,
infatti, la Capitaneria di Porto di Cetraro con ordinanza n. 3/2007 ha vietato la pesca a strascico in due aree del Tirreno: una tra Belvedere e Diamante a circa 10 miglia dalla costa dove, a 400 metri di profondità, ci sarebbe una conca; l‟altra a circa 3 miglia dalla spiaggia di Cetraro. Il divieto consegue al ritrovamento di valori superiori alla norma di arsenico, cobalto, alluminio e cromo. Nel 2008, invece, l‟Arpacal di Reggio Calabria, nell‟esaminare le specie ittiche del mare di Cetraro, ha rilevato radionuclidi appartenenti alle famiglie dell'uranio, del torio e del cesio e la presenza di Cesio 137. Le particelle della nube di Chernobyl, dunque, sono arrivate a 500 metri sotto il mare. Allora aveva ragione Greenpeace. Oppure in quel mare c‟è qualche nave affondata con un carico di scorie radioattive. Delle due l‟una. Fatto sta che a Campora (CS) aumentano le leucemie e le neoplasie rare, quelle legate alla contaminazione industriale. L‟oncologo Gianfranco Filippelli ha esaminato i dati del servizio di oncologia di Paola e si è trovato dinanzi un numero esorbitante di richieste di intervento. Non sono mancati i decessi improvvisi in centri della costa tirrenica. Nel 2005 il dottor Cosmo De Matteis, presidente del sindacato nazionale dei medici, lancia un allarme: troppi tumori sul Tirreno

cosentino. Il Quotidiano della Calabria del 5 settembre 2009 riporta le parole del medico: «Nella nostra zona vi è una crescita esponenziale tacita di patologie tumorali. Basta recarsi al reparto di Oncologia dell‟Ospedale di Paola per scoprire che non si riesce a far fronte alle tante domande di assistenza per tali patologie. […]Lo stesso dicasi per il servizio di Epatologia dove affluiscono da ogni parte pazienti affetti da epatite o altro[…]L‟aumento enorme dei tumori è collegato al degrado ambientale in cui viviamo». De Matteis parla dei tralicci, dell‟elettrosmog, delle navi a perdere e dice «Anche le nostre montagne che dovrebbero essere preservate per le loro sorgenti e la loro vegetazione, vengono utilizzate per sotterrare i rifiuti e scorie varie.[…]Fino a qualche anno fa avevo pazienti ultracentenari, oggi neanche uno». Successivamente, uno studio dei medici di base della zona, coordinato da De Matteis, mostra un aumento delle patologie che va dal 25 al 40%. Su 12.590 pazienti, a Paola, la percentuale di giovani

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ammalati di tumore è quattro volte superiore alla media nazionale. De Matteis ha esaminato le cartelle di otto medici di base di Paola che contano 241 ammalati di tumore. La statistica dimostra che nella fascia tra i 30 ed i 34 anni, i giovani si ammalano di tumore con una media del 2.90 % (la media nazionale è 0.74% per gli uomini e 0.86% per le donne). Dai 35 ai 39 anni la media è del 2.07 % (1.24 % per gli uomini e 1.78 % per le donne quella nazionale). Dai 40 ai 44 anni la media a Paola è del 4.15 % (2.11 % e 3.33 % in Italia). Solo dopo i 65 anni la media scende. Il dottor Brancati nel 2005 aveva suggerito all‟ASL un‟indagine epidemiologica di campo e la bonifica del territorio attorno ad Amantea (nella foto). Dal 1996 al 2008 pare che 1.483 persone si siano ammalate nei comuni di Amantea, San Pietro, Serra d'Aiello, Aiello, Cleto, Lago, Domanico, Grimaldi e Malito (provincia di Cosenza). Brancati afferma che in prossimità del fiume Oliva si ha il picco: «Si conferma l'esistenza di un eccesso statisticamente significativo di mortalità rispetto al restante territorio, dal 1992 al 2001, in particolare nei comuni di Serra d'Aiello (tumori del colon, del retto, degli organi urogenitali e del seno), Amantea (con prevalenza di tumori del colon), Cleto e Malito (prevalenza tumori del colon)».

Il Mediterraneo? La pattumiera d’Europa. Il reporter freelance Gianni Lannes sta
conducendo una pericolosa lotta contro le lobbies politiche e finanziarie che proteggono chi affonda le navi dei veleni nel nostro mare ed è in procinto di presentare un dossier all‟UE. Per lui finora attentati, furti, minacce e diffamazioni. Il 3 maggio 2009 sulla spiaggia di Paola viene ritrovato un fusto contenente oli esausti con idrocarburi, potenzialmente cancerogeni. Il fusto è danneggiato e qualcuno, tra gli addetti al recupero, si sente anche male. Da dove proviene quel fusto? Nel Mediterraneo ci sarebbero 30 navi “a perdere”. È stimato che solo in Italia ogni anno ci sia un giro d‟affari illegale di 8 miliardi. Secondo alcuni recenti studi per smaltire

legalmente in una tonnellata di rifiuti pericolosi da noi si pagano tra i 100 e i 1.000 euro, a seconda di che sostanza si tratta. In Africa questo costo va da 2,5 a 50 euro a tonnellata, con un risparmio medio di 1.000 euro a tonnellata. Ecco perché sulla storia del traffico dei rifiuti aleggiano troppe ombre e troppi interrogativi. È di Carlo Lucarelli, oltre alla puntata di Blu Notte, il libro “Navi a

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perdere”. Molti altri bloggers, giornalisti e scrittori meno conosciuti se ne sono occupati, come anche i canali La7 e Current. I giovani calabresi morti di leucemia e di tumore, però, non li ridarà nessuno alle loro famiglie. Il sito web In fondo al mar ha censito tutte le possibili navi dei veleni affondate nel Mediterraneo e il risultato fa paura: 46 morti, 63 dispersi, 74 affondamenti, con 12 navi sospettate di trasportare rifiuti chimici, 10 navi rifiuti radioattivi e in totale 33 navi con carico sconosciuto. 20 navi affondate negli anni ‟80, 51 navi negli anni ‟90 e una nel 2001. «Basta essere furbi, aspettare delle giornate di mare giusto, e chi vuoi che se ne accorga? […] E il mare? Che ne sarà del mare della zona se l‟ammorbiamo? […] Ma sai quanto ce ne fottiamo del mare? Pensa ai soldi che con quelli, il mare andiamo a trovarcelo da un‟altra parte…». È il contenuto della intercettazione della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria di un dialogo tra due boss della „ndrangheta sull‟affondamento delle navi. Secondo i dati dell‟archivio STB Italia di Genova e Milano e varie compagnie assicurative, fra cui la Lloyd‟s Register of Shipping di Genova, sono 39 i casi di affondamento di navi nel solo mar Ionio, tra il 1979 ed il 1995.

Le navi. «Fra le navi cariche di rifiuti tossici ed affondate dalla „ndrangheta, una è stata fatta
colare a picco in una zona di mare fra Nicotera e Tropea». Lo afferma il pentito Francesco Fonti e Natale De Grazia stava lavorando anche a questo affondamento. Nell‟inchiesta del Procuratore Neri, infatti, si legge che l‟affondamento della nave Michigan avvenne «il 30 ottobre 1986 mentre era a rimorchio a 20 miglia a sud-est di Vibo Valentia, su un fondale di circa 700 metri». Nell‟informativa di De grazia si legge che la Michigan, partita da Massa Carrara e diretta a Molfetta, trasportava granulato di marmo. La stessa sostanza ritrovata nella valle di Amantea e ottima per schermare le radiazioni di sostanze radioattive e renderle invisibili ai rilevatori durante i controlli nei porti. Nel 1994 tutte le Capitanerie di Porto sono allertate sui movimenti della nave Korabi. Il 2 marzo la Korabi parte dai Balcani per Crotone, dove viene ispezionata dalla Capitaneria. Trasporta rottami di rame ed è tutto a posto, tuttavia gli agenti allertano i colleghi di Palermo, dove la nave arriva il 4 marzo e viene sottoposta al controllo della radioattività, che risulta essere molto al di sopra dei limiti di legge perciò alla nave non è consentito nemmeno sostare nel porto. Il 9 marzo la nave riparte per l‟Albania ma viene avvistata al largo di Reggio Calabria dove le autorità effettuano nuovamente il controllo della radioattività della quale stavolta non vi è traccia. I rifiuti radioattivi

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sono finiti in mare o c‟è una discarica di scorie in Aspromonte gestita dalla „ndrangheta? Il deputato PD Nicodemo Oliverio ha dichiarato, nei giorni della scoperta della Cunsky, che ci sono 4 navi affondate con scorie radioattive a Soverato (CZ), Capo d‟Armi, Amantea e Isola Capo Rizzuto (KR). In effetti nel libro “Bella Ciao” Enrico Deaglio parla dell‟allarme scattato nel 1995 a Soverato circa una nave con scorie radioattive affondata dalla „ndrangheta che mise in subbuglio 6 procure. Il 1° ottobre 2009 il deputato Elio Belcastro (MPA) ha affermato: «Nei fondali del Mediterraneo si trovano almeno quaranta navi con carichi sospetti e nel nostro Paese sono interessate sette Regioni di cui quattro del Sud. Tanto è sufficiente perché si parli di catastrofe nazionale e che si intervenga al più presto chiedendo magari l‟intervento dell‟UE». Ma non si tratta di episodi isolati. La motonave Barbara, ad esempio, trasportava 1200 tonnellate di manganese in fusti. La motonave Marco Polo affondò nel mese di maggio 1993 all‟altezza del Canale di Sicilia e si è riscontrata la presenza di radioattività da torio 234 su campioni di alghe e materiale ferroso prelevati a seguito del rinvenimento in mare (nell‟aprile 1994), al largo delle coste della Campania, di alcuni containers persi dalla citata nave. Anche al largo di Ustica sono stati rinvenuti alcuni containers con la presenza di forti concentrazioni di torio, forse appartenuti alla motonave Koraline. La motonave Nicos 1 invece è sparita insieme al suo carico nel 1985. Partita da La Spezia, doveva arrivare a Lomè (Togo) ma non vi è mai arrivata, ed anzi risulta che avrebbe scalato in porti assolutamente fuori rotta (Cipro, Libano, Grecia). Gli stessi dubbi si hanno sull‟affondamento della motonave Alessandro I (1° febbraio 1991, al largo di Molfetta) e sulla Rigel. Nell‟ambito dell‟inchiesta sulla Rigel, il 13 maggio 1995, gli uomini della forestale di Brescia, guidati dal colonnello Rino Martini, poi diventato Commissario dei rifiuti speciali a Milano, ascoltano una fonte confidenziale, con il patto di non rivelare la sua identità. Il confidente fa il nome di Orazio Duvia, un imprenditore di La Spezia, e alla fine della sua lunga deposizione parla di una nave, affondata al largo delle coste ioniche, a capo Spartivento, la Rigel, che secondo il confidente era piena di «materiale nucleare (uranio additivato)». «Gran parte delle merci ufficialmente caricate sulla Rigel proveniva da ditte in difficoltà economica», è scritto nella relazione della Commissione parlamentare sui rifiuti (pag. 22). Nell'ordinanza di rinvio a giudizio degli imputati nel processo sull‟affondamento della Rigel leggiamo che esisteva «un'associazione criminosa avente lo scopo di commettere più reati di naufragio doloso e truffe aggravate ai danni
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di varie società di assicurazione». Era la pista seguita da Natale De Grazia e Domenico Scimone. Il quale nel 2004 alla Commissione parlamentare sui rifiuti dice che la Michigan fu affondata al largo di Capo Vaticano mentre «la Rigel impiegò dieci ore per affondare e non lanciò mai l‟SOS». La Procura di La Spezia spiccò un ordine di cattura internazionale per il comandante della Rigel che aveva dichiarato coordinate false per non far ritrovare la nave. A La spezia ci sono basi NATO e un traffico del genere non può avvenire senza il contributo di settori dello Stato, ecco perché il Procuratore Neri scrisse ad Oscar Luigi Scalfaro: «Ricordo che unitamente al collega Pace della Procura circondariale di Matera comunicammo al Capo dello Stato che le indagini potevano coinvolgere la sicurezza nazionale, inoltre poiché fatti di questo tipo potevano essere a conoscenza del Sismi ancor prima dell'ingresso del capitano De Grazia nelle indagini chiesi al direttore del servizio di trasmettermi copia di tutti gli atti che potevano riguardare il traffico clandestino di rifiuti radioattivi con navi». Il Sismi comunicò con i pm, dunque sapeva dell‟indagine. Il plutonio di Rotondella. Rifiuti radioattivi, dunque. E pensare che c‟è qualcuno, in Italia, che vorrebbe tornare a costruire centrali nucleari. Come se non si sapesse che fine fanno poi le scorie: ce le mangiamo, beviamo e respiriamo. Dopo tutto questo racconto, siamo ancora sicuri che l‟aumento delle leucemie e dei tumori sia solo frutto del disastro di Chernobyl? Se avete dei dubbi, tenetevi forte, perché adesso ve ne racconteremo una ancora più bella. Ricordate Musitano, il boss di Platì che Francesco Fonti tira in ballo come organizzatore del trasporto dei bidoni radioattivi da Rotondella a Cetraro, Maratea e nel fiume Vella? Ecco, il pentito ha raccontato alla Commissione Pecorella che quando uscì dal carcere nell‟agosto 1986 contattò il figlio di Musitano per organizzare traffici illeciti. Musitano, a suo dire, gli chiese di aiutarlo a far uscire dei bidoni di scorie radioattive dall‟ENEA (Ente per le nuove tecnologie, l'energia e l'ambiente) di Rotondella. Fonti racconta che nel gennaio 1987, di sera, entrò insieme ad altri all‟ENEA dove c‟erano «dei bidoni gialli con il segno della radioattività e degli operai con delle tute. Si trattava di prodotti altamente radioattivi e comunque non realizzati in maniera legittima». Caricarono i camion e portarono più di mille fusti a Livorno da dove partì la nave per la Somalia. Lo smaltimento secondo Fonti fu commissionato dal responsabile dell‟ENEA di Rotondella, l‟ingegner Candelieri, dal quale ricevette centinaia di milioni di lire. Tali fusti, provenienti dalla centrale del Garigliano e contenenti fanghi di plutonio, erano stati trasportati

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mediante automezzi e container della Merzario presso il porto di Livorno e lì imbarcati su due pescherecci, appartenenti appunto alla Shifco uno dei quali si chiamava Harbi. Al momento del caricamento dei fusti, a bordo di uno dei pescherecci sarebbero state notate anche delle casse di armi. I pescherecci sarebbero stati resi disponibili grazie all‟opera di intermediazione di Mirko Martini, il quale, dice Fonti «doveva mandare anche delle armi al suo amico Ali Mahdi… E siccome purtroppo la consegna di queste armi tardava un po‟ mi chiese se potevo, anche per queste armi, occuparmene io. Al che io ho detto di sì e mi sono occupato tramite una fabbrica russa in Ucraina, dove sono stati appunto caricati questi kalashnikov, corredati di munizioni, alcune casse di Uzi…. Sono stati portati a Trieste e da Trieste poi sono stati portati a La Spezia, dove c‟era uno di questi pescherecci. Uno dei due pescherecci della Shifco. Da La Spezia è partito. Da La Spezia è andato a Livorno, si è riunito all‟altro peschereccio e sono partiti per la Somalia…Giunto in Somalia, sempre tramite Mirko Martini aveva conosciuto Giancarlo Marocchino e tramite quest‟ultimo Abdullahi Yusuf, il quale gli offrì la sua disponibilità a sotterrare buona parte di questi fusti che arrivavano dall‟Italia nel territorio del Bosaso grazie ai trasporti dei container effettuati dagli automezzi forniti da Giancarlo Marocchino». Dunque c‟è un filo tra la nave Cunsky, il pentito Fonti, i rifiuti tossici, La Spezia, Marocchino, Ali Mahdi, la Somalia. A questo filo aggiungiamo l‟omicidio di Ilaria Alpi, sia per quanto detto fin qui, sia perché «Fonti consegnò al dr. Macrì anche la copia di appunti – annotati su un blocnotes – ove si faceva riferimento all‟omicidio di Ilaria Alpi la quale avrebbe trovato la morte proprio a causa di consapevolezze sul traffico di rifiuti» (Relazione Commissione Pecorella, pag.6). E al filo aggiungiamo Rotondella, Basilicata, dove ha sede l‟ENEA in località Trisaia, perché Nicola Maria Pace, Procuratore della Repubblica di Trieste, già Procuratore della Repubblica di Matera, ha riferito alla Commissione Pecorella di essere rimasto impressionato dai contenuti del memoriale pubblicato su L‟Espresso poiché, a suo dire «…riproduce e si sovrappone, con una precisione addirittura impressionante, agli esiti di indagini che ho condotto proprio come procuratore di Matera, partendo dalla vicenda della Trisaia di Rotondella e proseguendo con la tematica dello smaltimento in mare di rifiuti radioattivi, su cui svolsi delle indagini in collegamento investigativo con la procura di Reggio Calabria…». Dunque Fonti è attendibile o non è attendibile?. Il Procuratore Pace ha condotto una indagine che ha portato nel 1998 a cinque condanne per altrettanti dirigenti dell'Enea, due della sede di Trisaia, dove arrivavano i rifiuti delle centrali nucleari americane. I condannati avrebbero lasciato allo stato liquido per 20 anni, cioè quattro volte il tempo consentito dalla legge, pericolosi rifiuti radioattivi e poi non hanno denunciato alle autorità due emergenze nucleari all'interno del recinto
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della Trisaia. Addirittura Ulderico Pesce ha ideato una manifestazione teatrale - “Storie di Scorie” – con cui fin dal 2004 ha portato nei teatri e nelle piazze italiane la protesta di Scanzano Jonico del 2003 e il problema dell'inquinamento radioattivo. Nel 1993, all‟ENEA di Trisaia, infatti, si era rotta una tubatura, con la contaminazione della spiaggia, mentre nel 1994 si era forato uno dei serbatoi che conteneva liquido radioattivo. Sul blog di Cirillo leggiamo che «nel 1978 l'Italia aveva firmato un accordo di collaborazione con Saddam Hussein per la fornitura delle tecnologie necessario alla costruzione dì quattro laboratori nucleari. All'epoca la piana della Trisaia brulicava di tecnici iracheni a lezione di nucleare e forse non per indottrinarsi sull'ormai obsoleto ciclo uranio-torio. Un ex direttore tecnico del tempo dopo aver subito pesanti minacce (in procura spiegano che sarebbero stati gli 007 israeliani) per lungo tempo ha vissuto sotto scorta. E lo stesso Pace in un'intervista aveva spiegato a un giornalista: "I servizi segreti sanno di cosa stiamo parlando io e lei in questo momento". Insomma l'indagine si è svolta in un clima non certo ideale». Dall‟inchiesta di Pace scaturirono elementi che facevano pensare ad un possibile traffico di sostanze radioattive dal centro nucleare di Rotondella per paesi del Medio Oriente. In questo contesto investigativo si inseriscono le dichiarazioni del Fonti, il quale riferisce agli inquirenti dell‟interramento dei bidoni. Questi bidoni verrebbero evasi dal centro nucleare di Rotondella e, in buona parte, spediti in Somalia per essere interrati sotto la famosa strada tra Garoe e Bosaso mentre la rimanente parte verrebbe interrata in Basilicata. Che ve ne pare? E poi qui rientra in scena il maresciallo Moschitta, che alla Commissione Pecorella ha dichiarato: «Il giudice Pace ci propose di lavorare insieme dal momento che lui aveva una centrale, disse, che stava esplodendo se pensiamo che il problema di Chernobyl è nato da mezza barra di uranio e che a Matera ve ne erano 64. Si rese necessaria, siamo negli anni 1995-96, una relazione al capo del governo dell'epoca (Lamberto Dini, ndr). Ma non abbiamo ricevuto alcun riscontro. Il dr. Pace ci disse che Rotondella serviva anche come discarica nucleare. Fece l‟esempio delle antenne parafulmine, radioattive. I funzionari andavano personalmente a smaltire questo materiale. Lo buttavano nella centrale stessa, lucrando abbondantemente». Le barre di Uranio sono ancora lì e ora si parla di un piano di stoccaggio. Ma non è finita. Perché alle dichiarazioni del Procuratore Pace e di Moschitta si sommano quelle dell‟ex Procuratore capo della Direzione Distrettuale Antimafia di Basilicata, Giuseppe Galante: «All‟Itrec della Trisaia di Rotondella i miei consulenti trovarono plutonio. Plutonio che non doveva esserci perchè il ciclo
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studiato a Rotondella era quello uranio–torio. Ma non potetti proseguire nelle indagini poiché fu un disco rosso che me lo impedì». Per la cronaca, la presenza del plutonio è sempre stata negata dai responsabili dell‟ENEA, l‟ente statale gestore dell‟impianto. Galante, con l‟inchiesta “Nucleare connection”, poi archiviata, aveva ereditato le indagini di Pace nel 1999. A ciò si aggiunge che, secondo Il Manifesto, i servizi segreti USA affermano in un rapporto recentemente liberato dal segreto che da Rotondella sarebbe uscito parte del combustibile nucleare destinato all‟Iraq attraverso la mediazione della Technit, lo stesso gruppo industriale che alla ITREC di Trisaia si occupa della solidificazione delle scorie liquide e dello stoccaggio delle barre. Insomma, qualcuno ha ipotizzato che a Rotondella si producesse materiale radioattivo, poi venduto dopo il 1987 quando un referendum ha stoppato il nucleare in Italia. Eppure all‟ENEA negano seccati: «Il materiale nucleare del centro è sottoposto a infiniti controlli. Una telecamera lo riprende 24 ore su 24 e ogni sei mesi gli ispettori dell'Agenzia internazionale dell'energia nucleare controllano personalmente l'inventario». Fatto sta che i pochi metri cubi di rifiuti nucleari dell‟ENEA sprigionano 800 mila miliardi di becquerel (100 becquerel di cesio vengono considerati pericolosi per la salute). Intanto l‟ingegner Candelieri ha definito false nella sua interezza le parole di Fonti e ha querelato il pentito e L‟Espresso. Restano i dati raccolti dalla commissione parlamentare sulle ecomafie: in Italia ogni anno spariscono «tra i 6 e gli 8 milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi che è come dire una collina alta 300 metri».

Se la Calabria piange, la Basilicata non ride. A Potenza c‟è la Ferriere Nord Spa, ex
Siderpotenza, coinvolta nell‟inchiesta della Procura di Lamezia Terme “Acciaio sporco”. Fin dal 2006 si sarebbero smaltiti «enormi quantitativi di rifiuti ferrosi non pretrattati, falsificando i codici CER delle materie smaltite illegalmente nell'altoforno con grave rischio per la salute a causa delle emissioni tossico e nocive». I rottami ferrosi non trattati sarebbero stati smaltiti illecitamente (non c‟era autorizzazione) presso lo stabilimento di Potenza in quantitativi enormi. L‟organizzazione (166 indagati), incentrata su un imprenditore locale, era finalizzata al traffico illecito di rifiuti speciali anche pericolosi ricevuti da 96 aziende, 7 enti pubblici e 21 soggetti privati. L‟Istituto Superiore di Sanità, assieme all‟Istituto Tumori di Milano, ha sentenziato: «In Basilicata l‟incidenza tumorale cresce come in nessun‟altra parte d‟Italia». A largo di Maratea forse c‟è una nave dei veleni e 100 bidoni da 220 litri l‟uno, contenenti scorie radioattive, sarebbero seppelliti a Coste della Cretagna, in territorio di Pisticci. Pertusillo, Monte Cutugno, Camastra, Savoia Lucana, Val Basento sono nomi che non dicono niente all‟opinione pubblica e ai parlamentari, ma che
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probabilmente presto arriveranno all‟attenzione nazionale per emergenza sanitaria, come è stato per Cetraro ed Amantea. Cosa viene bruciato infatti nell‟inceneritore Fenice? Quando sarà bonificata l‟area industriale di Tito? Quando saranno bonificate le centinaia di discariche di eternit che si trovano nelle campagne? E il biossido di azoto in Valdagri? E perché una sorgente millenaria come quella di Calvello è stata chiusa per inquinamento? Domande, domande che in Italia, e specialmente al Sud, non hanno mai risposta. Nel lago Pertusillo, invece, nel giugno scorso sono stati trovati pesci morti ma le autorità dissero che la causa stava nella scarsità di ossigeno dovuta alla forte presenza di «Ceratium hirundella», un‟alga che aveva anche tinto di rosso le acque. Ma andiamo un attimo indietro di qualche mese. Il 5 gennaio 2010 Giuseppe Di Bello, tenente di polizia provinciale, riceve un fax di 10 pagine dalla Direzione Generale Dipartimento Ambiente della Regione Basilicata con le analisi delle acque degli invasi Camastra, Pertusillo, Monte Cotugno e Zona AIP di

Savoia. Il tenete si accorge subito che i valori non sono buoni. Insieme al fax riceve una telefonata di un dirigente il quale lo invita a darne diffusione rappresentanti ai di soggetti interessi

diffusi che gliene avrebbero fatta richiesta. Maurizio Bolognetti, dei Radicali Lucani, fa pubblicare sulla “Nuova Basilicata” un articolo contenente le analisi e gli appunti del tenente Di Bello, dove quest‟ultimo scrive chiaramente che una copia del tutto veniva inviata alla Procura di Potenza. Servono però delle controanalisi e il Bolognetti riferisce al Di Bello di avere un finanziamento da parte dell‟associazione Coscioni, di Nessuno tocchi Caino e dei Radicali. Per i prelievi si offre volontaria una amica, chimica, di Di Bello così il 21 gennaio 2010 vengono effettuate le controanalisi. Di Bello viene raggiunto da un avviso di garanzia della Procura di Potenza per rivelazione di segreti di ufficio e il 26 maggio 2010 gli viene notificato il provvedimento di sospensione per due mesi che diventa immediatamente esecutivo. Invece di andare a chiedere all‟ENI, alla Total e alle altre industrie della zone dove scaricano i loro rifiuti, la Magistratura se la prende con Di Bello che ha
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fatto il proprio dovere. Di Bello è oggi adibito ad altro incarico. Cosa c‟era in quei campioni? In tutti quanti sono stati rinvenuti coliformi, streptococchi fecali, escherechia coli, boro e bario oltre i limiti imposti dal decreto legislativo n. 31/2001. Da un articolo di Andrea Spinelli Barrile per italiaterranostra.it apprendiamo che «La presenza di Bario, metallo dalle alte proprietà tossiche, è in alcuni punti addirittura di 3 mg/l: tale metallo non si trova mai in natura, proprio a causa della alta reattività con acqua ed ossigeno. La barite è utilizzata diffusamente nei pozzi di petrolio per appesantire i fluidi di trivellazione. Il 10 per cento del fabbisogno nazionale di petrolio proviene dalla Val d‟Agri, dove ci sono i pozzi di trivellazione dell‟Eni; stando a studi recenti, i giacimenti di quella zona potrebbero rappresentare la più grande riserva di petrolio d‟Europa». E il Lago del Pertusillo potrebbe rappresentare il più grande sito di stoccaggio di bario, qualora lo sfruttamento idrocarburico continuasse nel modo scriteriato di oggi. Se assunto in acqua, il bario ha una tossicità comparabile all‟arsenico. Se i suoi effetti a breve termine possono circuirsi in disturbi gastro-intestinali e debolezza muscolare, a lungo termine il bario porta un forte aumento della pressione sanguigna, con conseguenze anche mortali sia per l‟uomo che per gli animali». Su Facebook c‟è il gruppo del Comitato per la tutela dell‟ambiente e della salute in Basilicata. C‟è stata anche una interrogazione parlamentare su questa storia. La professoressa Patrizia Albertano, ordinario di botanica all‟Università Tor Vergata di Roma ed esperta di alghe, ha affermato alla Gazzetta del Mezzogiorno che le alghe crescono e si sviluppano in presenza di nutrienti inquinanti come l‟azoto e il fosforo e non per il caldo e che «se quell‟acqua è destinata anche ad uso potabile è necessario segnalare il tutto all‟Istituto Superiore della Sanità. Non farlo è da criminali». Questa storia, però, forse non finisce qui. Il 26 gennaio 2011 si sarebbe dovuta tenere l‟Udienza preliminare sulla vicenda ma a Di Bello non è stato notificato nulla e l‟udienza è stata rinviata al 18 maggio. Sono state raccolte alcune migliaia di firme sui silenzi della Magistratura lucana con riguardo ai reati ambientali ma queste firme non sono ancora state consegnate al Ministero della Giustizia. L‟80% delle acque dell‟invaso del Pertusillo finisce sulle tavole dei lucani e di buona parte dei pugliesi perché sono usate a scopo potabile ed irriguo. Quando sedete a tavola, leggete da dove vengono i frutti e gli ortaggi che mangiate, pensate con quali acque sono irrigati e diteci se siete ancora convinti che sia tutta colpa di Chernobyl.

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Le ferriti di zinco di Cassano e Cerchiara. Ci spostiamo di pochi chilometri dalla
basilicata e andiamo di nuovo in Calabria, dove alla fine degli anni novanta sono state rinvenuti nel sottosuolo 33 milioni di chilogrammi di ferriti di zinco, 21.100 metri cubi, così suddivisi: 4.000 in località “Chidichimo” e 15.000 in località “Tre Ponti” nel comune di Cassano all‟Ionio (Cosenza), 2.100 in località “Capraro”, nel comune di Cerchiara di Calabria (Cosenza). Nel 1995 la Guardia di Finanza aveva scoperto sotterrati nei campi di Cassano dei bidoni pieni di liquidi tossici provenienti dalla Pertusola Sud, nota azienda di lavorazione metallurgica di Crotone (nella foto). Negli anni successivi il Tribunale di Castrovillari avviava un‟inchiesta, denominata Artemide, per capire perché quelle scorie venivano interrate a Cassano invece di andare in stabilimenti della Sardegna autorizzati al loro trattamento. Nella relazione della Commissione parlamentare sui rifiuti del 2000 si legge: «Un'organizzazione criminale collegata ad organizzazioni criminali mafiose della provincia di Cosenza, che avrebbe avuto come finalità specifica proprio l'illecito smaltimento di tali rifiuti mediante la simulazione di operazioni di recupero e successivo occultamento degli stessi, avvalendosi della complicità di funzionari della regione, previamente «contattati»

dall'organizzazione, e dell'attività di reperimento dei siti ove scaricare le ferriti di zinco posta in essere da alcuni soggetti. Il materiale pericoloso veniva infatti miscelato con rifiuti inerti, e quindi interrato in aree a vocazione agricola della Calabria, come i territori circostanti Cassano Ionio o la Piana di Sibari. […] Secondo quanto riferito alla Commissione dal magistrato titolare dell'indagine, Luigi De Magistris in sede di audizione, l'accordo commerciale della Pertusola sud con due società - Imichimica ed Ecoitalia - per lo smaltimento dei rifiuti, era stato reso possibile da un'autorizzazione illegittima rilasciata nel 1995 dall'assessorato all'ambiente della regione, in base alla quale erano stati stipulati una serie di accordi con ditte di autotrasporto per portare questi rifiuti da Crotone alla zona di Cassano Ionio. Dagli accertamenti effettuati sarebbe emerso che

l'accordo non avrebbe potuto riguardare le ferriti di zinco, le quali, comunque, non venivano trattate in modo da formare dei conglomerati cementizi così come concordato, ma ci si era limitati a miscelarle ed a produrre del sottofondo stradale. La procura ha prospettato le fattispecie del delitto

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di associazione per delinquere (articolo 416 del codice penale) finalizzata allo smaltimento illecito dei rifiuti pericolosi, e del disastro ambientale (articolo 434 del codice penale), chiedendo il rinvio a giudizio di ben 23 persone, tra cui amministratori e rappresentanti di diverse società, anche l'intermediazione, nonché del dirigente del settore inquinamento dell'assessorato all'ambiente della regione Calabria che aveva rilasciato l'illecita attestazione, che autorizzava allo smaltimento delle ingenti quantità di ferriti di zinco nei modi sopra descritti […] La Procura di Catanzaro ha accertato che circa 30.000 tonnellate di ferriti non sono state inertizzate per fare conglomerati cementizi ma solo miscelate con terra per ottenere sottofondi stradali. In altri casi si simulava il recupero delle ferriti e si smaltivano in terreni agricoli nell'area di Cassano Ionico e di Rossano Calabro. A fronte di tale situazione di grave compromissione ambientale, l'ufficio del Commissario per l'emergenza rifiuti ha incaricato l'ENEA di effettuare tutte le indagini tecniche che portino ad una concreta possibilità di bonificare i siti contaminati». Nell‟indagine veniva arrestato anche l‟Assessore regionale all‟Ambiente Sergio Stancato. Il gup di Catanzaro, poi, divise in due tronconi il processo: corruzione, che andrà a finire a Paola, che e “pericolo di disastro diventa ambientale”, successivamente

“avvenuto disastro ambientale” (a Castrovillari). Dopo circa 15 anni gli imputati sono stati tutti assolti, alcuni perché “il fatto non sussiste”, altri con “sentenza di non doversi procedere” per intervenuta prescrizione. Tuttavia, di tutta questa storia, resta qualcosa che ha cambiato la vita quotidiana dei calabresi: le ferriti di zinco (nella foto: il loro smaltimento), capaci di entrare nelle falde acquifere e, grazie al vento che ne solleva le particelle più leggere, di andare a posarsi sulle clementine, le pesche e le olive che mangiamo. I tre periti dei giudici hanno infatti accertato la contaminazione di alcune coltivazioni attigue ad uno dei siti, in località “Chidichimo”. Il piombo, gravemente nocivo per la salute, era pari a 0,44, ben il 180% in più rispetto al consentito. La popolazione locale, allarmata dall‟aumento considerevole di malattie tumorali e dall‟aumento di casi di malattie genetiche tra i neonati, organizzava sit-in e manifestazioni di protesta. A conferma di ciò, i dati del Ministero della Sanità: in Italia ci sono 4 decessi per tumore ogni 1000 abitanti, nella Sibaritide si registra un valore pari al doppio, cioè 8 morti ogni 1000 abitanti. Il Governo e la Regione hanno stanziato 4 milioni di euro per procedere
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alla rimozione delle ferriti e alla bonifica dei siti contaminati, nel frattempo messi in sicurezza con dei teloni. Il 25 ottobre 2009 il circolo del partito di Rifondazione Comunista di Cassano, però, ha denunciato pubblicamente che i teloni stesi sopra le ferriti sono stati gravemente danneggiati, liberando le polveri micidiali alla forza del vento e della pioggia. Nel 2010 nuove polemiche sono scoppiate sul ritardo nell‟inizio dei lavori per la rimozione delle ferriti e finalmente qualche settimana fa è ufficialmente iniziata la fase operativa: i camion della Ecosistem e del Consorzio trasportatori crotonesi, le società incaricate da Syndial (controllata da Eni), sono entrati in azione nel sito di Tre Ponti e sono stati riempiti del materiale destinato alla discarica Sovreco di Columbra, sotto gli occhi, fra gli altri, del procuratore della Repubblica di Castrovillari Franco Giacomantonio e della Guardia di Finanza di Sibari. Tra le carte dell‟inchiesta si può leggere cosa veniva contestato all‟Assessore Sergio Stancato, arrestato all‟epoca, cioè di aver compiuto «atti contrari ai propri doveri d'ufficio in cambio della promessa di somme di denaro nonché della consegna di regali di diversi milioni. Atti contrari ai doveri d‟ufficio consistiti, in particolare, nel predisporre artificiosamente tutti gli atti amministrativi, delibera della Giunta regionale, bando di gara, capitolato speciale d‟appalto, schema di convenzione di contratto in ordine alle procedure d'appalto relative alle gare d ‟appalto». Oggi Stancato siede di nuovo in Consiglio Regionale.

La Pertusola Sud. Dal 2000 alla Pertusola Sud
di Crotone (nella foto: il litorale della città pitagorica) non è prodotto più nulla e nel settembre scorso è iniziata la sua demolizione. Nella relazione della Commissione parlamentare sui rifiuti del 2000 leggiamo che «l'impianto è stato progettato nel 1928 ed attivato nel 1932. Fino al 1991 è stato gestito da una società francese per poi passare, nel 1991, alla Nuova Samim che l'ha tenuto fino alla metà degli anni '90 quando nella gestione è subentrata la società Enirisorse, attuale proprietaria. L'impianto, tecnologicamente antiquato, tratta le blende (solfuro di zinco) provenienti dal Canada, dall'Australia e dall'Irlanda per la produzione primaria dello zinco. […] La Pertusola produce circa 80-100 tonnellate per anno di rifiuti da collocare in discarica previo trattamento. […] Le ferriti che contengono piombo, zinco, cadmio e rame non vengono recuperate presso l'impianto ma sono inviate allo smaltimento. Il loro recupero richiederebbe infatti impianti con tecnologie più moderne di quelle esistenti». Nel 2001 il
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Ministero emana un Decreto (n. 468 del 18 settembre) con cui inserisce l‟area industriale di Crotone nella lista dei 50 siti di interesse nazionale da sottoporre a interventi di risanamento ambientale a causa della preoccupante contaminazione da metalli pesanti (principalmente zinco, cadmio, piombo, rame e arsenico). Nel 2003, alla Commissione parlamentare rifiuti, il Procuratore della repubblica presso il Tribunale di Crotone, Francesco Tricoli, e il sostituto procuratore Federico Somma esprimono le proprie perplessità sulle procedure di smaltimento della Pertusola, dichiarando anche: «Risultano smaltite in cantieri di proprietà Croton Scavi scorie cubilot per 127.890.147 Kg ed in cantieri di proprietà Ciampà Paolo Srl altri 83.387.125 Kg». Nel 2008 la fabbrica mortale viene smascherata (e sequestrata) con l‟inchiesta Black Mountains della Procura di Crotone, secondo la quale le scorie tossiche della lavorazione dello zinco sarebbero state riciclate per realizzare il “conglomerato idraulico catalizzato”, materiale utilizzato nell‟edilizia. Più in particolare, nella realizzazione di scuole, ospedali, altri edifici pubblici e privati. Secondo l‟accusa, almeno 350.000 tonnellate di materiali tossici (arsenico, zinco, piombo, germanio, mercurio) sono state utilizzate per costruire tre cortili di altrettante scuole: l‟elementare San Francesco e un Istituto Tecnico Superiore, entrambi di Crotone, e una scuola elementare a Cutro. Il materiale avrebbe dovuto essere trattato in discariche specializzate ed invece sarebbe stato ceduto a imprese di costruzione che lo hanno utilizzato in lavori edili riguardanti anche alloggi popolari, villette, strade e banchine portuali. piazzali di scuole, di parcheggi, di campi di calcetto e alloggi popolari. L‟inchiesta iniziò nove anni fa, quando un imprenditore edile - impegnato nella realizzazione di una scuola in via Cutro e di case popolari in contrada Margherita - denunciò l‟utilizzazione di materiale di scarto proveniente dalla Pertusola Sud. Le imprese di Paolo Ciampà e la Kroton Scavi, secondo la ricostruzione della Procura, avrebbero rilevato dalla Pertusola e utilizzato in diversi lavori il conglomerato idraulico catalizzato. L‟ing. Mano, del Presidio di Prevenzione, avrebbe certificato la conformità ai parametri di legge delle sostanze che componevano il materiale. Ma dalle analisi effettuate dai consulenti della Procura si è capito che il conglomerato utilizzato è composto non solo dalla loppa d‟altoforno proveniente dell‟Italsider di Taranto (non nociva) ma anche dalla sabbia mista con scorie di cubilot (lo zinco tossico della Pertusola). Il territorio crotonese è avvelenato. La
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scuola media di S. Francesco, uno stabilimento a Passovecchio, un piazzale in via Marinella, una lottizzazione in località Reyna, in contrada Cipolla e in località Zigari, buche e canali a Passovecchio, addirittura le fondamenta dei pali dell‟illuminazione pubblica nel Porto industriale. Le ditte di Paolo Ciampà avrebbero invece utilizzato il cubilot nei cantieri per gli alloggi popolari a Margherita, in una cabina elettrica a S. Anna, in due parcheggi a Poggio Pudano, in una scuola di Cutro, in altri cantieri a Bernabò, Trafinello e Passovecchio, in un campetto di calcio a Lampanaro e nel piazzale di una scuola in via Marinella a Crotone. Nel marzo del 2010 il sostituto procuratore di Crotone, Pierpaolo Bruni, ha chiesto il rinvio a giudizio per i 46 indagati. Nell‟inchiesta figurano anche l‟ex Ministro dell‟Ambiente, Edo Ronchi, l'allora direttore generale del Ministero dell‟Ambiente Gianfranco Mascazzini, l‟ex presidente della Provincia di Crotone, Sergio Iritale, l‟ex sindaco e consigliere regionale, Pasquale Senatore, i legali rappresentanti della Pertusola Sud. Agli indagati vengono contestati a vario titolo i reati di disastro ambientale, aver realizzato discariche abusive, avvelenamento di acque, turbativa d‟asta e frode in pubblica fornitura. La Syndial, società controllata del gruppo Eni già condannata a una multa per inquinamento da DDT nel 2008, voleva costituirsi parte civile nel processo. Il gup Gloria Gori, però, nel novembre scorso ha negato questa possibilità: la Syndial non poteva non sapere cosa accadeva nello stabilimento di Pertusola sud; anzi, dalla cessione della scoria cubilot avrebbe tratto secondo il giudice un «cospicuo vantaggio». «Appare assai improbabile – prosegue la Gori - che la società non abbia avuto conoscenza di una vera e propria politica gestionale posta in essere dallo stabilimento di Crotone; la Syndial, inoltre, aveva non solo il potere, ma anche il dovere di esercitare il controllo sull‟operato dei suoi dipendenti e dello stabilimento, non rispondendo direttamente nel presente processo solo perché osta in tal senso la tipologia dei reati contestati». La Procura all‟inizio ha ordinato uno screening su 290 studenti di due scuole, l'istituto Lucifero e la scuola elementare San Francesco. Le analisi hanno rilevato, nel sangue dei bambini, un tasso di cadmio, nichel, arsenico e piombo almeno tre volte superiore alla norma. Patologie delle ossa, ma anche epatiche, renali e gastrointestinali sono il rischio da mettere in conto. Nei primi giorni del febbraio scorso sono invece terminate le operazioni preliminari per il carotaggio delle aree sequestrate dalla magistratura. Una task force di esperti, guidata dall‟ingegner Daniele Mastelloni, entro sei mesi deve relazionare al Tribunale. Il pool ha effettuato dei sopralluoghi nel quartiere San
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Francesco, nei stabilimenti della ex Enichem, in tutti i 24 siti interessati dalle scorie. I carotaggi veri e propri delle aree inizieranno in seguito, per verificare la consistenza dell‟inquinamento e l‟eventuale interessamento delle falde acquifere. La ciliegina sulla torta per i crotonesi è stata la notizia del ritrovamento, da parte della Guardia di Finanza, di fosforite, un minerale che contiene uranio 238, nel giugno 2010. «Il nuovo sequestro da parte della Procura di Crotone di una vasta area utilizzata per lo smaltimento abusivo di migliaia di tonnellate di rifiuti speciali pericolosi, in particolare fosforite, provenienti dall'ex stabilimento chimico Montedison, dimostra ancora una volta come il territorio calabrese sia stato trasformato in una immensa e mortale discarica». Lo afferma Luigi de Magistris, parlamentare europeo di IDV: «Lo scellerato rapporto affaristico tra imprenditori senza scrupoli, cosche malavitose e politici corrotti ha devastato il paesaggio e le risorse naturali, esponendo a rischi enormi la salute dei calabresi. Dalle navi dei veleni ai traffici di rifiuti tossici e radioattivi, dalla depurazione alle filiere energetiche, la Calabria continua a rivelarsi il paradiso delle ecomafie, che producono immensi profitti a discapito della salute dei cittadini, contando su una politica che spesso si volta dall'altra parte, quando non e' del tutto connivente, e forse anche su una presunta scarsa capacità di reazione della popolazione». Nel rapporto annuale sull‟ambiente e la salute del 2001 dell‟OMS si legge: «Gli eccessi osservati a Crotone, con particolare riferimento al tumore polmonare tra gli uomini, suggeriscono un possibile ruolo delle esposizioni legate alle attività industriali dell‟area, soprattutto di carattere professionale. […] Anche prescindendo dalle singole cause di morte, è inoltre da segnalare un eccesso di mortalità totale intorno al 10 % in entrambi i sessi, ad indicare un carico negativo non trascurabile sulla salute». Il reggino. Recentemente, grazie anche a Bing Maps, sono state arrestate 22 persone in seguito alla scoperta una discarica abusiva in provincia di Reggio Calabria dove venivano smaltiti scarti provenienti da demolizioni, parti di pilastri in cemento, reti plastiche impiegate sui cantieri, residui bituminosi e legnami. Tutto intorno, uliveti. «Da oltre un decennio si assiste a un preoccupante aumento dei casi di cancro in aree geografiche ben definite della Calabria. Nella provincia di Reggio, in particolare nella fascia jonica compresa tra Reggio Calabria Sud e Monasterace, raggiunge il picco territoriale massimo tra i comuni di Melito Porto Salvo e Siderno. Il centro di Africo Nuovo rappresenta a sua volta, purtroppo, l'acme di tale picco». Ad Africo Nuovo «sembra che la percentuale di decessi per cause oncologiche superi il 33%. Sospetti sono sorti, sull'incidenza di fattori ambientali che sarebbe doveroso identificare». E‟ quanto emerso in un

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convegno tenutosi nel novembre scorso a Reggio Calabria su "Patologie ambientali, stato dell'arte: inquinamento chimico, fisico, microbiologico ed oncologico". Presenti oncologi, virologi, chimici, come il prof. Abraham Karpas dell‟Università di Cambridge, scopritore del virus dell'Aids, ed il prof. Giulio Tarro, emerito di virologia dell'Università di Philadelphia e Presidente della Fondazione internazionale "Teresa e Luigi De Beaumount Bonelli Onlus" di Napoli. A Ciminà (RC) i casi di tumore sono in continuo aumento e gli abitanti non bevono più l'acqua della fontana del paese. L'ARPACAL, però, ha detto che va tutto bene. Un‟altra emergenza è quella che ha coinvolto nel 2009 i cittadini di Oliveto di Lazzaro del Comune di Motta San Giovanni (RC): ogni fine settimana, dato il mal funzionamento del depuratore dell‟Oliveto, le acque fognarie da esso prodotte venivano scaricate a cielo aperto nel sottostante torrente, già inquinato di per sé (vedi foto a lato), sfociando poi in mare e avvicinandosi pericolosamente ad una condotta idrica. Per questo è nato il Comitato Spontaneo “Torrente Oliveto”, che scrive: «L‟inquinamento provocato dagli impianti di depurazione dell‟Oliveto e di San Vincenzo di Lazzaro è stato da oltre un decennio ampiamente e ripetutamente segnalato dallo scrivente comitato agli Organi preposti. Tuttavia, sebbene la

competente A.R.P.A.Cal e il locale Dipartimento di Prevenzione Area di Sanità Pubblica della Regione Calabria, abbiano certificato il cattivo funzionamento dei due depuratori, nonché fatti dannosi per l‟ambiente e per la salute della cittadinanza prodotti dagli stessi impianti, gli Enti competenti opportunamente attivati dai precitati uffici, invece di adottare tempestivamente i dovuti provvedimenti, continuano a perdere tempo, facendo girare a vuoto le carte, disponendo ancora accertamenti, che tra l‟altro comportano l‟impiego di risorse, che potrebbero essere utilizzate per soddisfare altre esigenze». La Provincia nel 2009 ha stanziato 80 mila euro, non ancora utilizzati. Tuttavia, secondo il Comitato, questa somma non basta in quanto servono dei lavori di scolmatura (per abbassare l‟alveo del torrente), la realizzazione di muri arginali, lo spostamento delle condotte interrate, idriche e fognarie, della stazione di pompaggio delle acque reflue. A ciò si aggiunge, nel maggio 2009, l‟arresto di 10 persone nell‟ambito di una‟operazione del Corpo forestale dello Stato nelle province di Reggio Calabria, Brindisi e Lecce. Tra gli arrestati, dei dipendenti della centrale ENEL di Brindisi. Secondo l‟accusa, l‟organizzazione faceva prelevare i rifiuti pericolosi prodotti dalla centrale Enel “Federico
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II” di Brindisi per smaltirli illecitamente nel Comune di Motta S. Giovanni, provincia di Reggio Calabria, in località Lazzaro. I rifiuti venivano occultati in una cava di argilla e i rifiuti pericolosi venivano trasformati con certificati di analisi insufficienti in rifiuti non pericolosi ed avviati apparentemente a recupero per la produzione di laterizi. Soltanto tra il 2006 e il 2007 sono state smaltite con questo metodo circa 100.000.000 di chilogrammi di rifiuti pericolosi.

Il vibonese e il cosentino. In tutta la Calabria ci sono situazioni come quella di Oliveto di
Lazzaro, con il contributo di un dissesto idrogeologico che negli ultimi due inverni ha messo in ginocchio decine di centri montani e collinari, interessati da centinaia di frane cui non si può far fronte in maniera adeguata per carenza di fondi. Silvestro Greco, oceanografo ed ex assessore regionale all‟Ambiente, ha dichiarato nel 2009: «Nella nostra regione oggi esiste un numero spropositato di neoplasie tumorali pari ad un livello industriale quando noi non abbiamo un‟industrializzazione che possa giustificare questi dati […] Sono mille e cento le discariche illegali». È grazie al sito 9online.it che scopriamo delle realtà che superano qualsiasi fantasia: «Un anno fa, i carabinieri sequestravano una discarica contenente 5.500 chili di rifiuti speciali pericolosi nei pressi di Casignana, in provincia di Reggio Calabria. Veniva ipotizzata la presenza di materiale radioattivo. Il mistero – mai chiarito - iniziava con cinque tonnellate di rifiuti affidati a due ditte di smaltimento e sparite nel nulla. Ma la situazione più grave è quella di Cosoleto, novecento abitanti alle falde dell‟Aspromonte. Nel gennaio del 2008, l‟allora sindaco Angelo Surace scriveva una drammatica lettera al ministro per la salute Livia Turco ed a tutte le autorità locali. “I dati relativi al numero delle persone decedute per cause tumorali sembrano enormemente preoccupanti”, denunciava. […] La gente ha paura, non vuole testimoniare”, conclude con amarezza Surace. “Persino il parroco ha tentato di ottenere qualche informazione sui siti tossici: „ditemelo almeno in confessione, sono tenuto al segreto”. Niente. Promettevo alle persone che sarebbero rimaste nell‟anonimato, ma nessuno ha voluto parlare, c‟è paura di esporsi. Le voci sull‟argomento sono tantissime. Ho saputo di gente che ha visto camion con fusti gialli e verdi contrassegnati dai teschi che indicano i rifiuti tossici. Ho conosciuto un forestale che ha visto operazioni di allargamento delle strade di montagna per far transitare mezzi pesanti. Ho sentito persino di una famiglia che avrebbe accettato

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di farsi seppellire i fusti nel cortile di casa». Nel 2009, a Vibo Valentia, sono stati sequestrati 20 mila metri quadri di terreno usati per lo stoccaggio del pet-coke. Il pet-coke è una sottile polvere nera, scarto della lavorazione del petrolio. «Il trasporto avveniva senza il rispetto delle norme, al punto che le polveri si depositavano su auto e balconi. Nell‟ottobre 2008 una nave scaricava nei moli di Vibo Marina pet-coke proveniente dai pozzi petroliferi africani. Nel corso di una surreale riunione, alcuni consiglieri comunali esprimevano dubbi sulle autorizzazioni e sui rischi per la salute delle persone. In contemporanea, infatti, sarebbe stato scaricato sulle banchine grano per uso alimentare. […] Località Zimarda, nei pressi di Mileto. Un‟area destinata all‟apicoltura, alla produzione di miele biologico. Ed invece a pochi centinaia di metri la Finanza sequestrava 19 tonnellate di rifiuti tossici e speciali, di cui 5 di eternit in lastre frammentate, distribuiti su 21 mila metri quadri. A poca distanza, erano stati scaricati quantità tali di rifiuti da deviare il corso naturale del fiume Russo. Si tratta di una delle situazioni più gravi della provincia di Vibo Valentia, scoperta nello scorso giugno. Ma non certo l‟unica: tutta l‟area è disseminata da discariche di ogni tipo. Dieci quintali di rifiuti tra cui pannelli di eternit e scarti e frattaglie di animali: resti di macellazione che avevano attirato nella zona numerosi cani randagi ed insetti (il fetore poteva essere avvertito a decine di metri di distanza), individuati dai carabinieri dell‟elinucleo alle porte del comune di San Gregorio». Il problema delle discariche abusive è noto alle istituzioni da molto tempo e il nostro blog ha cercato ripetutamente di portare l‟attenzione su questi ritrovamenti. Oggi abbiamo anche, grazie al sito Terrelibere.org, una prima mappa on line delle discariche calabresi. Nella Relazione della Commissione Parlamentare Rifiuti leggiamo infatti che «in Calabria nel 1997 sono state prodotte 884.968 tonnellate di rifiuti speciali, 106.803 delle quali classificate come rifiuti “pericolosi”. Per quanto riguarda il trattamento, circa 3.400 tonnellate sono state incenerite presso l'impianto di Reggio Calabria, 2.288 tonnellate presso l'impianto di Crotone, 108.269 tonnellate sono state smaltite in discarica mentre 45.020 tonnellate sono state trattate per il recupero di materiali». Nel comune di Acri (CS), nell'estate del 1997, è stato ritrovato un camion abbandonato, che portava numerosi fusti contenenti rifiuti pericolosi, ma, purtroppo, come in altri casi analoghi, le indagini non hanno consentito di individuare l'esatta provenienza e la destinazione finale del carico. Sempre
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ad Acri, le forze dell'ordine hanno svelato un'attività di trasporto e smaltimento illecito di rifiuti pericolosi (in particolare, miscele di solventi polari e di sostanze organiche ad alta concentrazione di cromo e materiale solido costituito da cuoio), effettuata nel corso del 1997. I rifiuti, trasportati su un autotreno, in parte venivano scaricati su un terreno sito in località Serra Cavallo del comune di Bisignano, in parte smaltiti presso la discarica di Rsu del comune di Acri, pur in assenza delle prescritte autorizzazioni regionali al trasporto e allo smaltimento di tali rifiuti pericolosi. Nel luglio 2010 a Paola, in prossimità della foce del torrente Deuda, alcuni agenti di polizia provinciale hanno notato una macchia di colore marrone scuro in mare. Risalendo il torrente, gli agenti hanno scoperto un tubo di scarico delle vasche di decantazione di una ditta di inerti, subito sequestrate, segnalando il fatto alla Procura di Paola.

La Puglia. Nel 2009 a Taranto vengono sequestrati 10 container con circa 250.000 kg di rifiuti
speciali diretti ad Hong Kong. Qualche giorno fa, invece, i giornali e i siti web riportano questa notizia: un camion di rifiuti radioattivi proveniente da Foggia è stato sequestrato dai carabinieri di Taranto. Il rilevatore posizionato all‟ingresso dell‟ILVA di Taranto ha fatto scattare l‟allarme radioattività. Sul mezzo, infatti, oltre a 27 tonnellate di rottami ferrosi destinati allo stabilimento, è stato rilevato un tasso elevatissimo di Cobalto-60, isotopo radioattivo altamente pericoloso. A Taranto, Massafra e dintorni, la paura è molta. Ma non soltanto qui. Dai dati dell‟Osservatorio epidemiologico regionale del 2002, infatti, già si capiva che la provincia di Lecce aveva il più alto tasso, in Italia, di tumori al polmone. In particolare le aree a rischio, secondo quella ricerca, erano la città di Lecce, la zona tra Martano e Cutrofiano, Ugento, Specchia e Morciano e la zona di Carpignano e Cannole, dove il tasso di mortalità per tumore arrivava al 25,91, un dato assolutamente al di sopra della media regionale. A Lecce nel 19981999 il tasso di morte per cancro ogni dieci mila abitanti era del 23,80, cifra che è andata crescendo nel 2000-2001 (24,56) e nel 2002 (25,50). Dal rapporto sullo stato di salute della popolazione della Asl della provincia di Foggia del 2006 i tumori sono risultati la terza causa del ricovero. Nel quinquennio 2001-2005 tra i residenti nella provincia di Foggia sono

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stati registrati oltre 62.000 ricoveri per tumore. Oltre il 40% dei ricoveri per tumore è riconducibile a un tumore maligno primario e circa il 30% ad un tumore benigno. Anche a Taranto, dove le emissioni delle fabbriche sono veleno per l‟uomo, i dati sono allarmanti. A Bari, invece, si muore a causa dell‟amianto: uno dei comuni dal più alto tasso di mesoteliomi è proprio il capoluogo di regione. Nel 2003 l‟Arpa Puglia ha aggiornato un elenco fatto in precedenza dalla Regione e ha classificato i siti sospetti in base alla causa di contaminazione presunta. Si evidenziano discariche non controllate, accumuli e depositi abusivi, sversamenti di oli combustibili, fanghi e rifiuti di amianto. Nei Siti di Interesse Nazionale (SIN) i risultati della caratterizzazione mettono in evidenza la contaminazione di suolo, sottosuolo e acque sotterranee. Poi c‟è la zona garganica, che pare sia stata una discarica abusiva per molti decenni, tanto che il tratto di mare di fronte al Gargano e le Isole Tremiti sono al centro dell‟inchiesta giornalistica di Gianni Lannes ripresa nell‟aprile 2009 da “Il Gargano Nuovo”, periodico di Foggia. Grazie al coraggioso giornalista apprendiamo che nell‟Adriatico ci sono stati anche dei morti. Si tratta di alcuni pescatori che forse, durante la pesca, avevano visto troppo. Il mare era calmo e la visibilità ottima il 12 settembre 1991, quando i due pescatori del peschereccio “Arcobaleno” assistono per sbaglio allo sversamento di bidoni metallici da parte di un mercantile sconosciuto. Ciò è riportato nelle conversazioni radio con la Capitaneria di Porto. I pescatori Giuseppe e Saverio Olivieri e Matteo Guerra non tornano a casa e l‟Arcobaleno viene ritrovato sul fondale. La nave “Selin” è ufficialmente affondata il 10 aprile 1989 nei pressi dell‟Arcobaleno. Stessa storia quella del “Messalina”, peschereccio che viene urtato ed affondato dalla nave “Esram” il 1° maggio 1995, a 18 miglia a nord-est di Vieste, con condizioni meteo ottime. Muoiono due pescatori, Michele Attanasio e Antonio Andretti. La Esram verrà ritrovata in Sicilia. L‟8 mazo 1998 in mare muore invece Cosimo Troiano mentre si trova a 12 miglia est al largo del Gargano sulla sua motonave “Orca Marina”. In una nota della Capitaneria di porto al comando navale dell‟Adriatico leggiamo: «il sinistro marittimo potrebbe essersi verificato a causa del probabile incattivamento dell‟attrezzo da pesca a strascico in un ostacolo presente sul fondale
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marino. Inoltre, dall‟esame delle deposizioni testimoniali rese dai naufraghi, è risultato che tale ostacolo potrebbe essere uno tra i tanti containers presenti nella zona, sbarcati tempo addietro da nave sconosciuta». Che si tratti dell‟Osogovo, mercantile bulgaro avvistato da quelle parti? Vicino all‟isola di Pianosa c‟è la nave Panayota, incagliatasi sugli scogli di Pianosa l‟11 marzo 1986 con 695 milioni di chilogrammi di rifiuti chimici. Indovinate un po‟ da dove era partita questa nave e dove era diretta. Era partita da La Spezia ed era diretta in Africa. Infine, sulla spiaggia del lago di Lesina si è inabissata senza motivo il 16 dicembre 1988 la nave “Et Suyo Maru”, chiamata anche “Eden V”. Attorno al relitto sono stati trovati dei bidoni arrugginiti e maleodoranti. Indovinate da dove veniva la Eden V? Da Beirut, Libano. La Spezia, Libano, Africa: anche nei mari della Puglia hanno operato i faccendieri assassini. I pescatori pugliesi sapevano bene che le navi che scaricavano i containers tossici portavano la morte non solo dei loro amici e familiari ma anche del loro lavoro. Forse per questo si erano messi a fare da sentinelle. Ed è grazie a loro, che con i GPS localizzano i grossi ostacoli sui fondali adriatici, se le indagini (secretate) sono andate avanti in questi anni. Dagli archivi degli ospedali di San Giovanni Rotondo, San Marco in Lamis, Monte Sant‟Angelo, San Severo, Torremaggiore, Foggia, Manfredonia e dai riscontri incrociati dei medici di base e specialisti facenti capo alle ASL Foggia 1, 2 e 3, emergono dati inquietanti: leucemie mieloidi e tumori alla tiroide in percentuale superiore del 50 per cento rispetto alla media nazionale. Allucinante. Il presidente nazionale di Medicina Democratica Fernando D’Angelo ha affermato che la causa «è certamente la contaminazione tossica e nucleare dato che in quell‟area non ci sono insediamenti industriali». Nell‟audizione del 15 gennaio 1998 della Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti è emerso che in quella zona ci sono circa un migliaio di discariche contaminate, comprese quelle con i rifiuti ospedalieri radioattivi provenienti dall' Ospedale Casa Sollievo della Sofferenza. Poi c‟è l‟inchiesta, nel 2007, sui veleni dell‟Alta Murgia. Tre persone arrestate per gestione e traffico illecito di rifiuti, portati su circa trecento ettari di terreno inquinati da cromo, stagno, mercurio e antimonio. Dal 1999 al 2003 su questi campi sarebbero state sversati 176 milioni di chilogrammi di sostanze contenenti plastica e metalli pesanti, inquinando le falde freatiche, l´acqua, il fieno e quindi il latte che poi viene trasformato in formaggi, ricotte e mozzarelle. I testimoni hanno affermato che più volte al giorno due camion scaricavano i rifiuti misti ai fanghi provenienti dagli impianti di depurazione delle concerie toscane.

Eden V. E poi come non pensare alla nave “Eden V”, che rappresenta ciò che la Cunsky è per
Cetraro e la Jolly Rosso per Amantea ed è stata l‟oggetto dell‟inchiesta di Angelo Saso per

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Rainews24? La differenza è che la Eden V sta proprio lì ancora oggi. Apprendiamo la storia di questa ennesima carretta del mare dal Forum carpinoparla: «il 16 dicembre 1988 in località Contrada Morella sul litorale del Comune di Lesina (FG) si è arenata la M/n Eden V di bandiera sconosciuta per la quale, nonostante le indagini esperite, non si è riusciti a risalire né all‟armatore né al proprietario dell‟unità in quanto si è scoperto che il mercantile non risultava iscritto nei registri maltesi indicati sulle carte di bordo che sono risultate false; la nave navigava vuota di carico e che il relitto è risultato privo di qualsiasi dotazione di bordo. Ma cosa nascondeva quella nave in riva al lago di Lesina ,tanto che nessuno l'ha mai reclamata? L'imbarcazione,varata in Giapponene il 1969, si chiama EdenV (nella foto), ma questo nome è solo la sua ultima mimetizzazione. IL loyd's di Londra rivelano che la nave si chiamava Et SuyoMaru, Pollux(1980), poi Mania(1983), quindi Hara(1985), Fame,

Haris(1984), Happiness(1986),

LeskasSky, Kirlaki(1987), Ocanido, SeaWolf (a inizio 1988). L'ultimo passaggio di proprietà è avvenuto nel 1988. A comprarla è stata la "Noura-Court-Apt105" di Limassol (Cipro). Alle ore 16,25 del

16dicembre 1988, il colonnello Ubaldo Scarpati, responsabile

della Guardia costiera sipontina, viene allertato dal centro di soccorso aereo di Martina Franca. Il comandante della EdenV, incagliata sui bassi fondali del Gargano, rifiuta ogni forma di assistenza facendo sapere che non corre pericolo e che egli stesso provvederà al disincaglio», come è scritto nel rapporto inviato alla Procura di Lucera. Il comandante libanese Hamad Bedaran prima di dileguarsi viene interrogato dal sostituto procuratore Eugenio Villante. AI magistrato dichiara che «la nave salpata da Beirut, dove aveva scaricato legname, aveva puntato su Ploce in Jugoslavia per caricarvi una partita di ferro», Secondo Scarpati «sulla carta nautica sono segnate altre rotte, una delle quali è la 285, e cioè dal centro del Mediterraneo verso la costa garganica». L'International Maritime Bureau con telex del 21 dicembre 1988 comunica che «i documenti di classificazione dell'American Bureau sona falsi e che la citata unità non è mai stata iscritta presso i loro registri». il relitto (3.119 tonnellate di stazza per 95 metri di lunghezza), non è indicato su
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alcuna mappa, ma si è insabbiato sulla duna del lago costiero di Lesina. Attorno allo scafo, per un raggio di tre chilometri sul litorale, giacciono 123 barili arrugginiti e maleodoranti. Ma potrebbero essercene molti altri sepolti sott'acqua lungo gli 80 chilometri di costa. In zona i vigili dell'Azienda sanitaria Foggia/1, hanno ritrovato due tonnellate di rifiuti radioattivi. «Nei cumuli di scorie abbiamo rilevato 1.700 becquerel per chilo-grammo di sostanza. Sedici oltre la soglia di rischio per l'essere umano, stabilita convenzionalmente in 100 bequerel», rileva il professor Domenico Palermo, direttore del dipartimento di chimica dell'istituto Zooprofilattico di Puglia e Basilicata». In una interrogazione parlamentare di qualche anno fa, infatti, leggiamo che il 3 ottobre 1997, Vincenzo Morante, comandante della Capitaneria Portuale di Manfredonia aveva richiesto al Presidio multizonale di Foggia «urgenti verifiche onde

accertare eventuale presenza di

idrocarburi e tracce di radioattive». Nell‟interrogazione fatta ai Ministri della e dell‟Interno, Salute sostanze

dell‟Ambiente della Tutela del Territorio e del Mare è scritto anche: «Sulla costa garganica giace una nave giapponese la cui presenza desta allarme per la salute e per i connessi rischi ambientali, anche a causa della presenza a ridosso dello scafo di circa un centinaio di fusti metallici abbandonati: la stessa vicenda già nel 1998 veniva denunciata, a pagina 68, del dossier “Rapporto Ecomafia 1998”, elaborato da Legambiente: “… Non va dimenticato che sulla costa foggiana alcuni anni orsono si spiaggiò una nave, successivamente svuotata del suo carico misterioso e poi abbandonata”; oggi nei luoghi denunciati nove anni fa dall‟Associazione ambientalista si continua a trovare un relitto arrugginito con un volume di 3119 tonnellate di stazza e 95 metri di lunghezza e centinaia di fusti metallici arrugginiti di grosse dimensioni abbandonati sulla spiaggia; tale relitto, neppure segnalato, si
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trova in un tratto di zona di rilievo internazionale vincolata dalla Convenzione di Ramsar, all‟interno del Parco Nazionale del Gargano, con gravi pericoli per l‟ambiente, il paesaggio e la salute dei frequentatori e bagnanti; era il 16 dicembre 1988 quando per cause mai accertate questa nave giapponese si incagliò, senza lanciare alcuna richiesta di aiuto; il comandante della nave, Hamad Bedaran, di origine libanese, rifiutò “… ogni forma di assistenza facendo sapere che non corre pericolo e che egli stesso provvederà al disincaglio …”. Tutto questo è scritto nel rapporto inviato in quei giorni dalla Marina alla Procura della Repubblica di Lucera; i 17 uomini d‟equipaggio di origine libanese, pakistana, siriana, indiana, sudanese ed egiziana, dopo aver scaricato in mare i container, svanirono nel nulla».Il comandante Bedaran è stato condannato in Italia per naufragio colposo a 4 anni di carcere ma è introvabile. Negli appunti di Natale De Grazia c‟erano le parole Beirut, Cipro, Tremiti, Adriatico. Nelle due foto di seguito vediamo la mappa degli ostacoli nei fondali di quella zona, mostrata dal pescatore nel servizio di Rainews24.

La Campania. Ci spostiamo a nord – ovest e andiamo in una terra controllata ormai, di fatto,
dalla camorra. Più in particolare ci interessa la storia di Terzigno - alle pendici del versante sudorientale del Vesuvio - il cui nome deriva dal latino “Ter Ignis" e significa “tre volte il fuoco”. Questo luogo, infatti, pare essere stato distrutto dalle eruzioni del Vesuvio per ben tre volte. A Terzigno si fa la raccolta differenziata ma nelle discariche arrivano rifiuti indifferenziati, che dovevano essere solo un punto di passaggio per i rifiuti speciali, quelli pericolosi, e invece si sono trasformate in vere e proprie fabbriche di morte. Gli abitanti della zona parlano di un aumento di bambini nati malformati e dei casi di tumore. Secondo l‟ASIA di Napoli, infatti, nelle falde acquifere del sottosuolo del Vesuvio vicino la Cava SARI ci sono metalli pesanti e PCB. La cava ha aperto nel maggio 2009 a poca distanza da Boscoreale e in pochi mesi si è riempita perciò nel febbraio 2010 il Governo ha fatto aprire una seconda discarica a Cava Vitiello. Vi finiscono anche
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le ceneri prodotte dai termovalorizzatori, che costituiscono una vera e propria bomba tossica. Il Decreto Legislativo 133/2005, infatti, ha assolutamente vietato la dispersione nell‟ambiente dei residui dell‟incenerimento. Il Decreto n. 90/2008, nell‟emergenza, ha invece autorizzato lo smaltimento nelle cave vesuviane di «ceneri pesanti e scorie contenenti sostanze pericolose, ceneri leggere contenenti sostanze pericolose, fanghi prodotti da trattamenti chimico-fisici contenenti sostanze pericolose, altri rifiuti prodotti dal trattamento meccanico dei rifiuti contenenti sostanze pericolose». Il motivo? Non si sa dove andare a mettere queste sostanze … Siamo davanti ad un abuso dello Stato - che ha mandato l‟esercito per proteggere i camion e le discariche – anche perché ci troviamo nel Parco Nazionale del Vesuvio, Riserva mondiale della Biosfera dell‟UNESCO, Sito di Importanza Comunitaria ai sensi della Direttiva UE “Uccelli” e Zona di Protezione Speciale ai sensi della Direttiva UE “Habitat”. Dalle discariche si levano miasmi fortissimi che arrivano a Boscoreale, Boscotrecase e Terzigno. Dal sito 9online.it apprendiamo che «un vigile urbano e un tecnico della Asl che riescono, dopo una lunga trattativa, ad entrare, descrivono in un verbale redatto per l‟occasione una situazione ambientale allucinante e dichiarano di aver dovuto lasciare l‟impianto perché avvertivano vari malori. La situazione si fa insopportabile in estate quando la puzza è più forte e la gente deve restare in casa e con le finestre aperte». Vincenzo Sangiovanni, dirigente medico all‟ospedale Cotugno, ha dichiarato: «Mi occupo quotidianamente di malattie tumorali è so bene che in presenza di discariche abbiamo un‟incidenza di tumori, al fegato e ai polmoni, 400 volte superiore rispetto alla norma». Niente dati statistici, però, perché guarda caso in Campania il Registro Tumori non si può leggere. Presa Diretta, trasmissione di Rai3, il 6 febbraio 2011 ha dedicato un‟intera puntata (che consigliamo assolutamente di vedere) al depuratore di Cuma e alla cattiva gestione del “ciclo integrato dei rifiuti” in Campania, con zoom sulle discariche di Taverna del Re, Ferrandelle, Cava Sari. Il depuratore di Cuma avrebbe dovuto trattare solo rifiuti normali e invece nel 2005, 2006 e 2007 vi è arrivato il percolato, quel terribile liquido nero che si produce nelle discariche, deviato direttamente a mare. Da anni in quella zona c‟è una bomba ecologica e il litorale domizio (nella foto) è stato distrutto. Per questi reati sono stati emessi mandati d‟arresto (in carcere e ai domiciliari) dalla Procura di Napoli Marta Di Gennaro, ex vice di Bertolaso alla Protezione Civile, e Corrado Catenacci, ex commissario per
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l‟emergenza rifiuti in Campania. Sono 14 in tutto le persone coinvolte, con le accuse di associazione a delinquere, traffico illecito organizzato di rifiuti, smaltimento illecito di rifiuti, scarichi non autorizzati di rifiuti, disastro ambientale e falso ideologico in atto pubblico. Coinvolti anche Bassolino e il suo ex assessore Luigi Nocera. Pianura, invece, è un quartiere napoletano dove per decenni è stata attiva la discarica “Difrabi”. Qui i casi di cancro sono superiori rispetto al resto del territorio di Napoli. La Difrabi, 30 milioni di metri di cubi di immondizia, ha assorbito 113 mila chili di polveri di amianto bricchettate, 48mila tonnellate di rifiuti industriali speciali, 380mila tonnellate di rifiuti speciali generici, quasi tutto proveniente dalle regioni del Nord. Sotto la Difrabi c‟è una falda acquifera. I tecnici della Procura hanno constatato che il telo impermeabile alla base dello sversatoio non ha funzionato e ciò ha fatto impregnare di percolato il terreno. Nella perizia leggiamo che «con il tempo è da prevedere l‟estensione in profondità di questa situazione con relativo potenziale interessamento della falda freatica». Le statistiche allegate agli atti dell‟inchiesta sui veleni della ex discarica Difrabi parlano chiaro: tra i maschi sono più alti i decessi per tumore dello stomaco e per i linfomi non Hodgkin, tra le donne invece ci sono dati anomali sui decessi per tumore del fegato. In entrambi i sessi sono aumentate le morti per tumore della laringe, per leucemie e per malattie epatiche ed aumentata anche la mortalità per malformazioni congenite nel primo anno di vita.

La terra dei Fuochi. Che gli inceneritori facciano male alla salute di chi vi abita vicino non c‟è
dubbio. Ma se all‟inceneritore e alle discariche aggiungiamo i “fuochi” di rifiuti (anche tossici), numerosissimi in Campania, capiamo perché gli abitanti della zona sono arrivati addirittura allo scontro fisico con le forze dell‟ordine durante le manifestazioni di protesta. Acerra, Nola, Marigliano, Giugliano, Villaricca, Qualiano, Bacoli, Pianura, Marcianise. Nella totale indifferenza dello Stato ogni giorni si vedono in queste zone degli incendi (dolosi) di cumuli di rifiuti, anche tossici. Nell‟aria sono state rilevate diossine, PCB e metalli. La camorra fa affari d‟oro: smaltire, ad esempio, morchie di verniciature e solventi costa normalmente dalle 600 alle 800 lire al chilo, i clan lo fanno per 280 lire al chilo. Sono circa vent‟anni che va avanti questa storia, grazie al clan dei casalesi, quelli di Francesco Schiavone detto "Sandokan" il quale è riuscito a controllare, nel tempo, tutte le fasi del ciclo dei rifiuti - dalla loro raccolta alla loro sparizione - attraverso il sistema raccontato più volte da Roberto Saviano. Ci sono migliaia di discariche abusive solo nel casertano. Intanto la rabbia della gente è al limite: lo Stato si è sostituito – nel ciclo dei rifiuti - alla camorra facendo le stesse cose che faceva la camorra ma con la protezione dell‟esercito e intanto si muore a

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30 anni. Secondo il dottor Alfredo Mazza, ricercatore in Fisiologia Clinica del CNR di Pisa, nella zona comprendente 12 comuni tra Acerra e Nola, l'indice di mortalità per tumore al fegato ogni 100.000 abitanti tocca il 35.9 per gli uomini e il 20.5 per le donne. La media nazionale è 14. Le nanopatologie aumentano. Adelphi, Eco, Falso Cdr, Cassiopea, Terra mia sono i nomi di alcune delle indagini della Magistratura sui traffici di rifiuti in Campania. Mentre scriviamo, però, ci sono degli sversamenti nei terreni dei camorristi e fuochi di rifiuti nel casertano e nel napoletano. Alla situazione che vivono quotidianamente i napoletani e i casertani andrebbero dedicate decine di pagine, ma la questione, grazie a Saviano, è più conosciuta delle altre e preferiamo fermarci qui, sottolineando però che le prime vittime italiane della questione ambientale sono proprio loro, data l‟enorme quantità di rifiuti tossici stipata in un così piccolo territorio.

Nicola

Cosentino.

Cosentino,

parlamentare del PDL, è nato a Casal di Principe ed è soprannominato „o „mericano come suo padre. Il pentito Carmine Schiavone ha dichiarato anni fa all‟Espresso: «io era amico di Nicola Cosentino... Io intervenni anche per far votare Cosentino... Però il Riccardi mi sembra che si candidò anche lui, quindi furono divisi questi voti tra il Riccardi e il Cosentino. Ma ci andò solo Cosentino». Queste dichiarazioni sono state giudicate false dalla Magistratura e l‟inchiesta sulle collusioni di Cosentino con la camorra è stata archiviata. A 19 anni Cosentino è già consigliere comunale e a soli 31 anni diventa Assessore provinciale all‟Agricoltura. Nel 1995 si candida alla Regione e viene eletto con 12.851 preferenze. Nel 1996 approda alla Camera dei Deputati con Forza Italia grazie ai 35.560 voti del collegio Capua – Piedimonte Matese. Riconfermato nel 2001, 2006 e 2008 in Parlamento, nel settembre 2008 è stato travolto dall‟inchiesta in cui è accusato di riciclaggio di rifiuti tossici attraverso la società per lo smaltimento Eco4. Gaetano Vassallo è un imprenditore che ha confessato di aver smaltito abusivamente rifiuti tossici in Campania attraverso la corruzione di politici e funzionari: «confesso che ho agito per conto della famiglia Bidognetti quale loro referente nel controllo della società Eco4 gestita dai fratelli Orsi. Ai fratelli Orsi era stata fissata una tangente mensile di 50 mila euro... Posso dire che la società Eco4 era controllata

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dall'onorevole Nicola Cosentino [...] Presenziai personalmente alla consegna di 50 mila euro in contanti da parte di Sergio Orsi a Cosentino, incontro avvenuto a casa di quest'ultimo a Casal di Principe. [...] Ricordo che Cosentino ebbe a ricevere la somma in una busta gialla e Sergio mi informò del suo contenuto». Gare d‟appalto truccate e ordinanze commissariali: così la Eco4 otteneva il monopolio nello smaltimento dei rifiuti della Regione Campania. Secondo i pentiti, il peso di Cosentino in questa storia era decisivo, basti pensare che la Impregilo ha perso l‟appalto dell‟inceneritore di Santa Maria la Fossa. Nel novembre 2009 la Procura ha inviato alla Camera dei Deputati la richiesta di autorizzazione a procedere per l'esecuzione della custodia cautelare per il reato di concorso esterno in associazione camorristica: «Cosentino contribuiva con continuità e stabilità, sin dagli anni '90, a rafforzare vertici e attività del gruppo camorrista che faceva capo alle famiglie Bidognetti e Schiavone, dal quale sodalizio riceveva puntuale sostegno elettorale [...] creando e co-gestendo monopoli d'impresa in attività controllate dalle famiglie mafiose, quali l'Eco4 spa, e nella quale Cosentino esercitava il reale potere direttivo e di gestione, consentendo lo stabile reimpiego dei proventi illeciti, sfruttando dette attività di impresa per scopi elettorali. La Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera ha respinto la richiesta. Il Parlamento, la destra in tal caso, invece di proteggere i cittadini dai veleni, fa quadrato per non far andare in galera un deputato accusato di camorra. Sempre nel 2009 un altro pentito di camorra, Luigi Guida detto O 'ndrink, ha rilasciato dichiarazioni agli inquirenti sulla gestione della Eco4, rivelando lo stretto rapporto tra Cosentino e i fratelli Sergio e Michele Orsi (il primo arrestato per associazione a delinquere, il secondo assassinato nel 2008). Berlusconi respinge le richieste di sollevare Cosentino dagli incarichi ma poi a luglio Cosentino stesso si dimette da Sottosegretario. Berlusconi spiega di aver condiviso la scelta di Cosentino, dicendosi al contempo convinto della sua «totale estraneità» alle accuse rivoltegli. Il 22 settembre 2010 la Camera dei Deputati ha negato, con scrutinio segreto, l'autorizzazione all'uso delle intercettazioni telefoniche di Cosentino, richiesta dai pm di Napoli (308 no, 285 sì). Secondo la Corte di Cassazione Nicola Cosentino continua ad essere socialmente pericoloso nonostante le sue dimissioni dal Governo. Lo si legge nella sentenza del 20 gennaio 2011 con la quale la Seconda sezione penale della Suprema Corte ha respinto il ricorso presentato dal parlamentare contro l'ordinanza di custodia in carcere, emessa dal gip del Tribunale di Napoli con l'accusa di concorso esterno nell'associazione camorristica. Tuttavia, egli siede ancora in Parlamento ed è il coordinatore regionale del PDL.

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Luigi Cesaro. Cesaro, ex socialista passato nel PDL fin dal 1994, è Presidente della Provincia di
Napoli nonché deputato da più legislature. Cesaro è stato condannato nel 1985 dal Tribunale di Napoli a 5 anni di carcere per legami con la Nuova Camorra Organizzata di Cutolo. Secondo l'accusa egli aveva stretto amicizia con tutti i grossi esponenti della camorra fornendo denaro, mezzi e abitazioni per favorire la fuga di alcuni latitanti. Un anno dopo, in Appello, Cesaro è stato assolto per insufficienza di prove. Il giudice era Carnevale. Lo stesso Cesaro, però, aveva confermato in aula i suoi rapporti con i Cutolo raccontando di una "raccomandazione" chiesta a Rosetta, sorella del boss, per far cessare le richieste estorsive di Pasquale Scotti, oggi tra i trenta latitanti più pericolosi d‟Italia. Nel 1988, quando Cesaro era Assessore al Bilancio del Comune di Sant‟Antimo, sfuggì all'arresto ordinato per indagini su truffe ai danni dello Stato perpetrate dalla Giunta comunale in accordo con la camorra. Nel 1991 il comune di Sant‟Antimo è stato sciolto per infiltrazioni mafiose. Infine nel 2008, il Gaetano Vassallo (lo stesso pentito che ha parlato di Cosentino, di cui Cesaro è amico…) ha indicato in Luigi Cesaro «un fiduciario del clan Bidognetti […] Mi spiegarono che Luigi Cesaro doveva iniziare i lavori presso la Texas di Aversa e che in quell'occasione si era quantificata la mazzetta che il Cesaro doveva pagare al clan. Inoltre gli stessi avevano parlato con il Cesaro per la spartizione degli utili e dei capannoni che si dovevano costruire a Lusciano attraverso la ditta del Cesaro sponsorizzata dal clan Bidognetti». Cesaro ha negato tutto, come Cosentino. Qualcuno, però, per i traffici che provocano la morte dei napoletani dovrà pur pagare il conto, un giorno. Nelle foto seguenti, tratte dal sito tirrenonews.it, alcune malformazioni vegetali fotografate nei pressi delle discariche campane l‟anno scorso.

Genova e Ravenna. Cosa c‟entrano Genova e Ravenna con il Meridione? Presto detto: Genova,
e Ravenna, insieme a La Spezia, da 30 anni sono il crocevia dei rifiuti nucleari di tutto il mondo. Il seguente documento, inviato all‟Arpa di Ravenna, è del 12 novembre 2009 e proviene dallo Studio Legale Pecorella Fares Associazione Professionale di Milano. «Le misure di irraggiamento

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fornivano valori superiori alla fluttuazione media del fondo ambientale locale di radiazioni. In particolare i controlli eseguiti evidenziavano che il superamento dei valori si verificava in un punto localizzato sul fianco destro rispetto all‟apertura del container. Si chiede a codesto ente che voglia autorizzare la “Marcovici Agencies ltd” a provvedere nel minor tempo possibile, ed a proprie spese, alla individuazione del materiale radioattivo e allo smaltimento/bonifica dello stesso in maniera tale da consentire la commercializzazione della parte sicura ed evitare così un grave pregiudizio per la stessa; in subordine, qualora si ritenesse che il materiale in ogni caso non debba sostare presso il porto di Ravenna, si chiede che la “Marcovici Agencies ltd” sia autorizzata a trasportare il materiale in altro paese diverso da Israele». Il titolare dello Studio legale in questione è lo stesso Gaetano Pecorella Presidente della Commissione Parlamentare di Inchiesta sulle ecomafie. In altre parole, Pecorella da un lato tutela la salute dei cittadini e dall‟altro, come avvocato, difende soggetti che trasportano containers pericolosi, come l‟MSCU 252503/6, proveniente da Israele e sbarcato dalla nave San Francisco, di cui i Vigili del Fuoco hanno accertato la radioattività. Roberto Rufini, Direttore marittimo dell‟Emilia Romagna, ha dichiarato che «in ossequio alla normativa nazionale e comunitaria abbiamo imposto il rimpatrio». Andiamo a Genova, al porto, da dove ricominciano a partire navi dei veleni, come scrive Andrea Palladino in un pezzo di qualche giorno fa. Destinazione: la grande discarica di Nerva, una città dell‟Andalusia. Nello stesso porto di Genova lo scorso luglio approda dagli Emirati Arabi un container radioattivo, sulla nave Msc Malaga che ha fatto scalo al porto di Jeddah, in Arabia, e a Gioia Tauro. Joe Alioto, dirigente della società statunitense VeriTainer, produttrice di scanner per container, ha dichiarato: «Quel container è un incubo ecologico ed un disastro per la sicurezza» aggiungendo che «il container irraggia da una fonte di Cobalto-60, il suo contenuto è sconosciuto e non esiste un piano per il suo smaltimento. Non vorrei certo essergli vicino». Il container oggi è ancora lì. Il 10 gennaio alcuni deputati hanno presentato una interrogazione «Dal 14 luglio 2010 un container, proveniente dal porto saudita di Gedda, e che emette radioattività molto superiore al limite di sicurezza, risulta depositato al porto di Genova al terminal 6 di Prà Voltri, area da considerarsi off-limits; il container, che costituisce un carico illegale, è circondato da una serie di barriere per abbattere il livello di radioattività circostante in attesa del definitivo smaltimento, che dovrebbe avvenire entro febbraio; la sostanza che emette radioattività è il cobalto 60. Si attendono ancora delle risposte. Il 15 febbraio un‟ANSA riporta «E' grande come una moneta da un euro, e potrebbe avere origine industriale, il materiale radioattivo contenuto all'interno di un container proveniente dagli Emirati Arabi e sequestrato all'interno del porto di Genova. E' questo il risultato dell'operazione di
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scannerizzazione, eseguita oggi, sul carico di cobalto 60 diventato ormai un caso internazionale. Nelle prossime settimane il container sarà aperto con un robot e il materiale verrà isolato». Il pericolo radioattivo è dietro l‟angolo, dunque, anche se in questo caso la vera paura delle autorità è la possibilità dell‟esplosione di un ordigno in quanto il cobalto-60 è utile alla costruzione di una “bomba sporca”, molto pericolosa. Non si capisce, comunque, perché sia arrivato in questo modo questo materiale, dato che quel container sarebbe sicuramente stato controllato. Intanto i lavoratori che sono stati vicino al container hanno paura. E anche gli abitanti della zona, che sanno che la sicurezza dei porti non funziona poi così bene. Maurizio Torrealta di Rainews24 ha condotto un‟inchiesta sulla vicenda.

Epilogo. Grazie alla rete sappiamo che i trafficanti di rifiuti operano anche nel Lazio e in Molise,
come risulta dalla scoperta di discariche abusive come questa sui monti Lucretili vicino Roma, questa a Borgo Montello e quest‟altra nel basso Molise. E comunque è noto che gli sversamenti ci sono in Sicilia come in Lombardia. Insomma, il problema non è solo dell‟estremo sud ma interessa tutti gli italiani. Il fatto è che delle grandi industrie il sud ha solo i lati negativi: le scorie. Questo dossier è nato anche per il disappunto dei giorni dell‟emergenza napoletana. Sentire il secco no dei politici del Nord alla richiesta di prendersi una quota di rifiuti per salvare Napoli dalla spazzatura dopo che per anni le industrie settentrionali hanno riempito le discariche campane è stato davvero il colmo. Crediamo di aver dato al lettore i giusti input per farsi un‟idea completa della situazione, che è davvero grave. Sarebbe bello avviare una raccolta di firme dei cittadini o stimolare un‟interrogazione parlamentare su questi temi. Nel nostro piccolo, abbiamo cercato di evidenziare che ormai sono all‟ordine del giorno i ritrovamenti di discariche abusive, di eternit, cubilot o scorie radioattive che forse sono la causa principale delle migliaia di morti di tumore e leucemia. Attraverso internet oggi possiamo sapere ciò che le televisione ci tiene nascosto e che comunque non arriverebbe mai al grande pubblico: in passato, invece, questo lavoro non avrebbe mai potuto vedere la luce. Tuttavia, non sono i bloggers o i Magistrati che devono prendersi cura dei cittadini ma lo Stato. Si potrebbe anche capire, in certi casi, la logica della “Ragion di Stato”, ma non quando c‟è di mezzo la vita di migliaia di persone. E‟ normale che la „ndrangheta lucri sulla pelle dei cittadini, ma non è normale che lo faccia lo Stato. Il consenso che ha la malavita organizzata da una parte della popolazione meridionale deriva anche da questo tacito benestare che le istituzioni danno alle cosche. Quante volte noi del sud abbiamo sentito dire che lo Stato e la mafia sono la stessa cosa? In effetti lo Stato italiano sa bene che nelle regioni toccate dal nostro dossier opera la “Rifiuti

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Spa” ma non vuole (o non può?) combattere una guerra difficile e che toglierebbe consenso alla politica. Il procuratore generale di Bari, Riccardo Di Bitonto, ha affermato: «Il fenomeno delle ecomafie costituisce un paradigma della strategia della moderna criminalità organizzata. La presenza delle organizzazioni delinquenziali non si manifesta più unicamente attraverso il compimento di delitti di sangue. I crimini strutturali di queste organizzazioni sono quelli silenziosi della penetrazione nell´economia e nel ciclo dei rifiuti». E allora perché lo Stato non si impegna davvero per sconfiggere queste organizzazioni? Forse perché esse sono utili per fare i lavori sporchi? O perché le grandi aziende italiane non sanno dove mettere questi rifiuti, come negli anni della Jelly Wax? Del resto lo ha detto anche il pentito Fonti: «Chi pensa che in Italia e in Europa i rifiuti tossici e radioattivi siano stati smaltiti senza il coinvolgimento dei più alti vertici, è un ingenuo. Anzi: uno stupido. E ancora più stupido chi non capisce che questi personaggi stringono ancora le leve del potere». Ed è in questo sporco coinvolgimento, nell‟inerzia delle istituzioni, che abbiamo individuato la Questione Meridionale del XXI secolo. Quella che nell‟ottocento faceva discutere gli studiosi dei danni dell‟Unità d‟Italia per i sudditi dell‟ex Regno borbonico, quella che nel Novecento li faceva riflettere sullo sviluppo industriale del settentrione a scapito della crescita demografica meridionale, quella questione oggi va vista nell‟ottica ambientale, tanto più perché l‟unica vera arma di riscatto per la gente del Sud è - o era - il turismo. Ma quale turismo potrà esserci tra qualche anno in territori saturi di veleni? L‟accordo scellerato delle piccole e grandi industrie del Nord, che risparmiano sullo smaltimento dei rifiuti, con le ecomafie che li seppelliscono nel Sud e con lo Stato che chiude un occhio rappresenta un vero e proprio genocidio, che oggi passa sotto silenzio e rischia di essere consegnato alla storia come una semplice fantasia di ambientalisti, complottisti e nemici del capitalismo. Questo non è più accettabile. Che si tratti di destra, di centro o di sinistra, la politica deve assumersi le sue responsabilità. Il professor Giorgio Nebbia ha dichiarato: «In questo periodo che è così viva la polemica sulla cura del cancro, troppo poco si parla dell‟unica vera cura che è la prevenzione, cioè la diminuzione dell‟esposizione alle cause note e sospette di tumori». Però, intanto, le polveri per l‟abbattimento dei fumi finiscono nei cementifici o nelle fornaci per mattoni, i residui delle fonderie vengono riciclati nelle fondamenta dei palazzi, i rifiuti ferrosi vengono riciclati in prodotti per l‟edilizia, i rifiuti speciali vengono bruciati negli inceneritori, i rifiuti tossici e quelli radioattivi sono affondati, insieme alle navi che li trasportano, in fondo al mare. Addirittura, da alcune inchieste è emerso che i rifiuti industriali contaminati andavano a finire nelle fabbriche di compost, utilizzato come fertilizzante in agricoltura, in quei campi dove le grandi aziende coltivano i prodotti che poi arrivano sulle nostre
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tavole. Siete ancora convinti che al Sud si muoia a causa del disastro di Chernobyl? Noi no. E in ogni caso, sia che la morte arrivi attraverso la nube radioattiva sia che arrivi attraverso le scorie delle centrali nucleari, ci siamo chiesti perché si continua a parlare di energia nucleare invece di convogliare gli sforzi nella ricerca per l‟energia eolica e solare? Semplice: perché qualcuno è così attratto dal denaro che, pur di arricchirsi, è disposto a speculare sulla pelle dei suoi simili. E allora i popoli meridionali devono far sentire la loro voce. Non andando a riprendere fantasie secessioniste o nostalgie monarchiche. Ma attraverso il voto, l‟unica arma che abbiamo.

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Nota degli autori. Per approfondimenti, ecco l‟elenco di tutti i post del blog sull‟argomento, a
partire dal 2007:
L'atavica rabbia bruzia è anche questa 15 dicembre 2007 Mercurio, arsenico e cromo: il Tirreno violentato 23 maggio 2008 Crotone, scuole e case fatte con i rifiuti tossici 26 settembre 2008 Scuole tossiche nelle scuole: diciotto sequestri a Crotone 27 settembre 2008 La ndrangheta vuole bene ai calabresi!!! 23 ottobre 2008 Ringraziamo la 'ndrangheta per i rifiuti tossici di Crotone 13 novembre 2008 Jolly Rosso e l'articolo dell'Espresso 18 novembre 2008 Jolly Rosso vergogna nera, lo dicono gli ultrà del Cosenza 26 novembre 2008 Stanno devastando la nostra regione e ci fanno venire i tumori 18 maggio 2009 Chiediamoci perchè aumentano i tumori 27 maggio 2009 E poi si spacciano per uomini d'onore 13 giugno 2009 Fino al collo 15 luglio 2009 Natale De Grazia: una storia italiana 19 luglio 2009 L'Espresso ancora sulla Jolly Rosso 5 settembre 2009 E se ci fossero altre navi affondate nel Tirreno cosentino? 8 settembre 2009 Purtroppo la nave c'è davvero, come avevamo previsto 12 settembre 2009 Il Manifesto sulla Jolly Rosso 13 settembre 2009 Finalmente navi a perdere all'attenzione dei media 14 settembre 2009 Le navi dei veleni 16 settembre 2009 Ci hanno tolto anche il mare 18 settembre 2009 Francesco Fonti, Jolly Rosso, Cunsky e navi a perdere 22 settembre 2009 C'era rimasto solo il mare. È diventato la tomba dei veleni 26 settembre 2009 Dal Plutonio alle polveri di marmo il "cimitero" delle navi radioattive 30 settembre 2009 Nave dei veleni: quelle scorie su cui non si vuole indagare 3 ottobre 2009 Black Mountain: tracce chimiche nel sangue dei bambini 5 ottobre 2009 Chi l'ha visto e Current su Ilaria Alpi e navi dei veleni 14 ottobre 2009 Lo speciale di Teleuropa Network (TEN) sulle navi dei veleni 16 ottobre 2009 Basta veleni 24 ottobre 2009 Ti stai sbagliando chi hai visto non è… non è la Cunski 28 ottobre 2009 Sospiro di sollievo 29 ottobre 2009 News sulla presunta nave dei veleni 5 novembre 2009 Una nave e mille misteri 8 novembre 2009 In fondo al mar (grazie al Manifesto) 14 novembre 2009 Sibaritide: 22 mila tonnellate di ferriti di zinco in siti di interesse nazionale 18 febbraio 2010 Le inchieste di Gianni Lannes: navi dei veleni, 'ndrangheta, rifiuti tossici, tumori 21 aprile 2010 Cose che capitano 5 maggio 2010 Fiume Oliva: fanghi industriali e aumento dei tumori 08 luglio 2010 "Spazzatour": reportage dall'olocausto bianco dei rifiuti 27 luglio 2010

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Indice
Pag. 2 Introduzione Pag. 2 Il disastro nucleare Pag. 3 Gli effetti di Chernobyl Pag. 3Altri fattori Pag. 4 Il fiume Oliva Pag. 5 Jolly Rosso Pag. 6 I conti non tornano Pag. 7 Natale De Grazia Pag. 9 Giorgio Comerio Pag. 11 Aldo Anghessa Pag. 12 Domenico Scimone e il Procuratore Neri Pag. 13 Il SISMI, i pentiti di „ndrangheta e Cranendonk Pag. 15 Francesco Fonti Pag. 17 La nave Cunsky Pag. 19 L‟aumento dei tumori Pag. 20 Il Mediterraneo? La pattumiera d‟Europa Pag. 21 Le navi Pag. 23 Il plutonio di Rotondella Pag. 26 Se la Calabria piange, la Basilicata non ride Pag. 29 Le ferriti di zinco di Cassano e Cerchiara. Pag. 31 La Pertusola Sud Pag. 34 Il reggino Pag. 36 Il vibonese e il cosentino

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Pag. 38 La Puglia Pag. 40 Eden V Pag. 43 La Campania Pag. 45 La terra dei fuochi Pag. 46 Nicola Cosentino Pag. 48 Luigi Cesaro Pag. 48 Genova e Ravenna Pag. 50 Epilogo Pag. 53 Nota degli autori Pag. 54 Indice, ringraziamenti e dediche

Ringraziamenti
L‟Espresso Il Manifesto La Repubblica Il Quotidiano della Calabria Terra Greenpeace Legambiente WWF La 7 Current Comitato Civico Natale De Grazia di Amantea

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Dedicato a...
tutte le persone che non si tirano indietro Ilaria Alpi Miran Hrovatin Natale De Grazia e tutte le altre vittime legate a queste storie Cosenza, 1 marzo 2011

FINE

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