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LA GRANDE ACCELERAZIONE di J. R.

McNeill Peter Engelke


Indice:
Introduzione
1. Energia e popolazione
2. Clima e diversità biologica
3. Città ed economia
4. Guerra fredda e guerra ambientale
Conclusione
Introduzione
Ci troviamo, ormai da tempo, nell'Era Cenozoica, nel periodo denominato Quaternario. E,
all'interno del Quaternario, siamo nell'epoca dell'Olocene, che comprende all'incirca gli ultimi
11700 anni (a connotare questo periodo è soprattutto il clima, una fase interglaciale che finora si è
dimostrata gradevolmente continua rispetto alle precedenti).
Tesi di partenza: l'Olocene sarebbe ormai concluso e che è iniziata l'era dell'Antropocene. A partire
dal 2000 l'idea dell'Antropocene è stata diffusa dallo studioso olandese Paul Crutzen (esperto di
chimica dell'atmosfera, premio Nobel nel 1995 per il suo studio sulla riduzione dello strato di ozono
nella stratosfera). Secondo lui l'aumento di anidride carbonica, così densa di conseguenze per il
pianeta, inizia una nuova era, l'Antropocene, nel Settecento, con l'inizio del regime energetico
basato sui combustibili fossili. In questo libro si fa partire l’Antropocene dalla metà del Novecento.
La progressiva crescita a cui si è assistito dal 1945 in poi stata tanto rapida da prendere il nome di
“Grande accelerazione”, crescita sia demografica che di produzione di plastica, anidride carbonica,
azoto e altri aspetti (raccolta ittica marina, costruzione di maxi-dighe, rarefazione dello strato di
ozono – questi stanno rallentando, invece). Questa, nelle sue modalità attuali, non può durare ancora
a lungo perché non c'è abbastanza petrolio, non ci sono abbastanza fiumi su cui costruire dighe, non
pesci da pescare, foreste da abbattere... Il nostro impatto sul pianeta potrebbe ridursi sia attraverso
un sistema energetico meno dipendente dai combustibili fossili, sia con la riduzione della natalità e
questo consoliderebbe una decelerazione. Eppure l'Antropocene sembra destinato a durare, l'uomo
continuerà a lasciare la sua impronta sul pianeta, sul clima, acidificazione degli oceani... e ciò
resterà indelebile per i millenni a venire.
1.Energia e popolazione
I fisici ritengono che l’energia esista nell’Universo in quantità finita ma sotto forme differenti.
Questa, sulla terra, proviene quasi tutta dal Sole. Il sistema energetico/ organico ha prevalso fino al
1700, quando in Inghilterra l’uso del carbone supera i limiti imposti dal modello precedente Con i
combustibili fossili il genere umano ha guadagnato l’accesso a toni di energia solare congelata,
forse l’equivalente di 500 milioni di anni di fotosintesi precedente. Il carbone è stato sfruttato come
prima fonte tra il 1890 e il 1965, venendo poi soppiantato dal petrolio, che ora a sua volta sembra
perdere importanza rispetto ai gas naturali. Il ritmo crescente di consumo energetico nella storia
moderna è ciò che rende il nostro tempo estremamente diverso da qualunque epoca precedente nella
storia dell’umanità.
L’energia ricavata dai combustibili fossili e l’ambiente Una società basata sui combustibili
fossili ha portato allo sviluppo moderno, ma ha anche provocato molte conseguenze ambientali:
a. Effetti diretti dell’estrazione, del trasporto e della combustione di carbone, petrolio e gas naturali:
sono aspetti legati all’inquinamento dell’aria, del suolo e delle acque.
b. Effetti indiretti della disponibilità di energia in abbondanza e a basso costo: garantendo uno
sviluppo più veloce.
dai disastri provocati dall’estrazione di petrolio e gas, all’inquinamento dovuto a perdite e incidenti,
al rilascio di CO2 col conseguente riscaldamento climatico Il culmine dell’inquinamento a Londra
dovuto al carbone si ebbe nella seconda settimana di dicembre nel 1952: neppure a mezzogiorno si
poteva vedere il lato opposto della strada da attraversare. Tra il 1956 e la metà degli anni 60 le leggi
contro l’inquinamento atmosferico e il passaggio ad altri combustibili (petrolio e gas naturale)
resero le nebbie killer di Londra un ricordo del passato.
Il trasporto di carbone e petrolio Il carbone è facilmente trasportabile, attraverso vagoni ferroviari
e chiatte e gli incidenti per il trasporto verificatisi sono stati pochissimi e con conseguenze minime.
Il petrolio è trasportato su petroliere o attraverso oleodotti; gli incidenti durante il trasporto sono
stati molti e molto inquinanti
Utilizzo dei combustibili fossili e inquinamento atmosferico Gli effetti della combustione del
carbone furono ad esempio la fitta nebbia londinese. Il petrolio, invece, brucia in modo più pulito,
ma non meno dannoso. Inoltre, i combustibili fossili, specialmente il carbonio, causano un diffuso
processo di acidificazione. L’acidificazione si è rivelata uno dei problemi più facili da affrontare:
occorre un po’ di tempo perché gli ecosistemi ristabiliscano il proprio equilibrio dopo
l’acidificazione ma in Europa Settentrionale e America del Nord già nel 2000 il recupero appare
evidente La Polonia e i paesi limitrofi che usavano tantissimo carbone si cosparsero reciprocamente
di piogge acide che a volte toccano l’acidità dell’aceto. Gli scandinavi scoprirono il danno causato
ai propri corsi d’acqua dovuto alla combustione del carbone da parte di inglesi e tedeschi.
Inquinamento del petrolio: • brucia in modo più pulito del carbone, ma la sua combustione rilascia
piombo, monossido di carbonio, anidride solforosa, ossidi di azoto e composti organici volatili
(COV) che, insieme alla luce solare, producono smog fotochimico.
• Il maggiore contributo del petrolio all’inquinamento urbano dell’aria proviene dalle automobili,
più che dai camini L’85% dell’inquinamento di Città del Messico è da attribuire ai mezzi di
trasporto.
• Carbone e petrolio si sono macchiati di omicidi di massa nelle città del mondo: dal 1950 al 2015
l’inquinamento atmosferico ha ucciso probabilmente fra i 30 e i 40 mln di persone e molti milioni
ancora hanno sofferto di asma e altri disturbi causati dagli agenti inquinanti inalati.
• processo di acidificazione. I cambiamenti dell’inquinamento atmosferico urbano si sono prodotti
per via del passaggio a carburanti differenti, della deindustrializzazione e di nuove tecnologie
economicamente realizzabili grazie a nuove normative (prevalentemente nate grazie alla
mobilitazione della popolazione).
Lo strano progresso dell’energia nucleare L’energia nucleare nasce il 2 dicembre 1942: il
rifugiato politico Enrico Fermi sovrintendente alla prima reazione nucleare controllata in un campo
da squash riadattato sotto le tribune di uno stadio da football della Università di Chicago. Per scala è
molto più potente delle altre forme di energia: una manciata di Uranio può generare più energia di
un carico di carbone. Le aspettative per un futuro nucleare scemano negli anni ‘70 e ’80, a causa di
alcuni incidenti: i reattori ad uso civile sono andati incontro a decine di incidenti, grandi e piccoli, i
peggiori dei quali nell’ex Unione Sovietica (tenuti nascosti).
• 1979: un incidente a Three Mile Island (Pennsylvania -USA) attirò l’interesse del pubblico, era un
incidente di poco conto ma non fu fatto nulla per nasconderlo e la gente prese coscienza dei pericoli
del nucleare.
• 26 aprile 1986: Chernobyl (Ucraina). Per giorni il governo sovietico tentò di tenere nascosta la
cosa, e non avvisò le popolazioni locali dei pericoli dell’esposizioni alle radiazioni. La radioattività
si diffuse con il vento in tutta Europa e alla fine ricadde in piccole parti su tutti gli abitanti
dell’emisfero settentrionale I ricercatori hanno calcolato che l’incidente di Chernobyl nel 2004
aveva già ucciso 212.000 persone in Russia, Ucraina e Bielorussia e stimavano avesse causato un
milione di decessi in tutto il mondo, ma a causa di falsificazioni il vero bilancio è sconosciuto
L’effetto di Chernobyl sull’industria del nucleare durò anni ma non per sempre; ad esempio in
Italia il referendum del 1987 bandì il nucleare dal Paese, però nel 2010 erano attive circa 440
centrali nucleari in tutto il mondo e altre erano in progetto, 20 in Cina, 10 in Russia e 5 in India.
• Marzo 2011: Fukushima, dovuta a un potente terremoto. In Giappone l’opinione pubblica ha preso
le distanze dal nucleare e 14 mesi dopo il disastro tutti i 54 reattori del Paese erano inattivi, sebbene
2 furono poi riattivati.
Il controverso progresso dell’energia elettrica
L’energia idroelettrica presentava grandi motivi d’attrazione: 1. Poter fornire energia in qualunque
momento (tranne in casi di gravi siccità) 2. L’energia potenziale (l’acqua invasata) resta ferma e
disponibile senza costi
(tranne nei casi di prosciugamento) 3. I bacini possono essere usati per vari scopi: fonte d’acqua per
le irrigazioni,
luoghi ricreativi e itticoltura. 4. Ambientalisti a favore perché non rilascia gas serra durante la
produzione di
energia Ci sono anche moltissimi svantaggi:
1. Le dighe possono causare gravi incidenti, causa collasso. 2. Deturpamento di paesaggi di pregio/
cancellazione di tesori archeologici. 3. Bisogna far spostare le popolazioni residenti su loco.
le crescenti preoccupazioni per i cambiamenti climatici hanno fatto sì che continui a svilupparsi.
L’(esitante) ascesa delle energie alternative Energia eolica: sebbene grosse centrali eoliche
abbiano sollevato sporadiche controversie per le modifiche al paesaggio e all’uccisione di qualche
uccello o pipistrello, le ricadute ambientali in generale sono trascurabili. L’altra faccia della
medaglia è che non sempre il vento soffia ed è difficile l’immagazzinare energia per i momenti in
cui il vento è più calmo. Energia solare: stesso problema con nuvole e giornate di pioggia, che
impediscono l’acquisizione di energia. In sostanza, le energie alternative sono soggette a cali di
produzione, come l’energia solare.Malgrado la recente crescita esponenziale, energia eolica e quella
solare nel 2015 rappresentavano meno dl 4% dei consumi a livello mondiale: la causa è da ricercare
nel fatto che sono energie difficili da accumulare e soprattutto nel campo dei trasporti i vantaggi del
petrolio sono fortissimi.
Effetti indiretti dell’abbondanza di energia L’energia a basso costo ha ampliato l’orizzonte di ciò
che può essere considerato remunerativo, estendendo la scala o l’intensità di attività ad alto
consumo di risorse (come l’agricoltura o il taglio della legna, con motoseghe e macchinari agricoli a
benzina). L’energia ha trasformato la scala, l’intensità e le implicazioni ambientali di diversi ambiti
di interazione tra uomo e natura (citiamo anche l’attività mineraria, la pesca, la progettazione
urbana e il turismo. L’Antropocene: possiamo dire che la disponibilità di energia è centrale per
definire la nuova epoca: mai nella storia dell’uomo c’è stata tanta disponibilità di energia a
basso costo, che ha influenzato tutti i campi, dai trasporti, all’industria all’agricoltura. Gli effetti
indiretti dell’energia sull’ambiente derivano dal suo sfruttamento massiccio e dalla sua disponibilità
a basso costo, non da attributi specifici della fonte di energia.
La bomba demografica Per gran parte della storia dell’umanità i tassi di crescita sono stati
infinitesimali, mentre tra il 1945 e il 2015 gli abitanti del pianeta sono triplicati. Gli studiosi di
demografia prevedono che il tasso di crescita diminuirà fino allo 0,34%, tasso minore dell’800,
trovandoci quindi nella fase declinante dell’episodio più anomalo della storia demografica del
genere umano. Al 2015 il tasso di crescita era del 1,5%. La ragione per il calo di fertilità è
fortemente ambientale: l’urbanizzazione. La seconda guerra mondiale ebbe alcuni effetti
demografici ritardatari, causando un boom di nascite in tutto il mondo: le tecniche e le procedure
mediche e sanitarie di prevenzione apprese e affinate durante la guerra favorirono un boom di
sopravvivenza e le esigenze della guerra avevano apportato interventi sanitari pubblici insegnando
al personale medico a curare e prevenire meglio il personale. Le tecniche del controllo delle morti
hanno superato quelle del controllo delle nascite. Grazie alle procedure statali, le differenze di
aspettativa di vita tra ricchi e poveri si sono ristrette fino quasi a scomparire
I tentativi per frenare la crescita della popolazione In India si cercò di autorizzare la
sterilizzazione per chi avesse già tre figli; in Cina nel 1970 prima vennero distribuiti gratuitamente i
contraccettivi, poi nel 1979 prese piede la “politica del figlio unico”, riducendo la propria crescita
demografica dal 2,6% (fine anni ’60) allo 0,4% (2015).
Popolazione e ambiente Sembrerebbe che l’aumento della popolazione abbia avuto un ruolo nelle
problematiche del pianeta come inquinamento, cambiamenti climatici, ma questo non è vero né
sempre, né dappertutto:
• In alcuni luoghi, per es. sulle Ande, sulle colline del Mediterraneo, sull’Himalaya e nell’Est e Sud
Est asiatico l’alta densità della popolazione ha permesso un migliore sfruttamento del suolo e
la sua conservazione, come con i terrazzamenti che hanno salvato dalle frane.
• Nei luoghi dove la popolazione è calata, come nelle aree collinari dell’Europa meridionale dopo il
1960, si è spesso verificato un aumento dell’erosione del suolo.
• Per quanto riguarda le emissioni di carbonio non esiste purtroppo un sistema affidabile per
calcolare l’effetto demografico su di esse.
L’aumento demografico ha impattato sulla quantità di cibo che è necessario produrre, sugli
abbattimenti di foreste tropicali per creare nuovi terreni agricoli, ma in alcune aree ha contribuito
anche nello stabilizzare il paesaggio (terrazzamenti agricoli contro l’erosione), ha causato una
rapida crescita dell’uso dell’acqua dolce, della fauna ittica. Altre volte i cambiamenti ambientali
non hanno nessun rapporto diretto con la produzione di cibo: determinare il ruolo della pressione
demografica diventa più difficile. Per esempio, l’aumento di anidride carbonica è dovuto per tre
quarti dalla combustione dei fossili, per un quarto dall’incendio delle foreste.
Anche le migrazioni hanno un forte impatto sull’ambiente, soprattutto nel caso delle migrazioni
dalla campagna alla città. Dal 1945 si sono spostate più di 10 mln di persone da un paese all’altro
(dato 2002). Soprattutto gli effetti sono stati a livello locale e regionale, mentre gli effetti della
deforestazione ha contribuito significativamente all’incidenza dell’anidride carbonica nell’intera
atmosfera. L’importanza dei cambiamenti climatici causati dalle migrazioni è dovuta anche al fatto
che individui si trasferiscono in luoghi in cui possono condurre una vita a maggior intensità
energetica, contribuendo così al riscaldamento globale.
2.Clima e diversità biologica
Il clima della Terra è estremamente complesso e coinvolge relazioni impercettibili e non del
tutto comprese fra il Sole, l’atmosfera, gli oceani, la litosfera (la crosta terrestre), la pedosfera
(i suoli) e la biosfera terrestre (le foreste soprattutto). Attraverso lo studio sul clima, l’opinione è
unanime: le attività umane dall’inizio della Rivoluzione industriale hanno alterato il clima,
iniziando a riscaldare la Terra.
Il clima e la Rivoluzione industriale
Fattori che possono incidere sul clima: • l’uomo: alterando il ciclo del carbonio nel pianeta
(bruciando combustibili fossili con passaggio del rilascio di carbonio in atmosfera da 3 mln di
tonnellate/anno nel 1750 a 9500 mln di tonnellate/anno nel 2015).
• Concentrazione dei gas atmosferici: presenti grazie allo strato dell’atmosfera che li tiene chiusi, i
gas serra assorbono la maggior parte dell’energia termica infrarossa che proviene dal sole, ma la
loro eccessiva presenza può causare innalzamento delle temperature.
• Modificazioni all’interno e sulla superficie terrestre
• Irradiazione solare: influenza la quantità di radiazioni che raggiungono il pianeta
• le oscillazioni dell’asse terrestre (cicli di Milankovic): si verificano nel corso di migliaia di anni e
contribuiscono a determinare i periodi di glaciazione della Terra.
• Le eruzioni vulcaniche: abbassano la temperatura
I cambiamenti climatici antropogenici sono causati dal fatto che dalla Rivoluzione industriale
l’uomo ha alterato la distribuzione del carbonio tra i vari strati: è stato rimosso dalla terra e
rilasciato nell’atmosfera ad un ritmo molto più veloce di come sarebbe accaduto con ciclo naturale
(avvenuto o attraverso deforestazione, combustione del legno, suoli ricchi di carbone lasciati esposti
al sole OPPURE attraverso la combustione dei carburanti fossili); inoltre l’uomo ha anche
aumentato la concentrazione di altri composti di carbonio contenenti gas serra.
Aumento delle emissioni di carbonio antropogenico aumento delle concentrazioni di CO2. La
concentrazione attuale di CO2 nell’aria è di 400 ppm (parti per milione) contro le 280 preindustriali.
Nel corso del XX secolo il livello del mare è salito leggermente, di circa 15 cm.
Effetti del cambiamento climatico/aumento CO2: • Aumento temperatura superficie media
maggiore di circa 0,8°C (fine
Novecento rispetto a fine Ottocento) • Cambiamento negli oceani:
• Riscaldamento oceani: ■ Innalzamento livello dei mari ■ Scioglimento delle banchise e dei
ghiacci
• Acidificazione, e questo rende più difficile per alcuni organismi produrre i propri scheletri e le
proprie conchiglie e alcune di queste creature sono il cibo principale di balene e pesci.
• Mutazione della distribuzione delle precipitazioni nelle singole aree • Eventi metereologici più
frequenti ed estremi • Danneggiamento biodiversità • Facilitazione diffusione delle malattie
infettive e più decessi umani legati al
caldo • Scioglimento dei ghiacciai con conseguente scompenso idrico delle zone attigue
Storia della scienza del clima I primi tentativi per spiegare perché la Terra abbia una atmosfera
abitabile sono del XIX secolo. Il filosofo naturalista francese Fourier negli anni ‘20 del 1800
ipotizzava che l’atmosfera intrappolasse una parte dell’energia solare, come un vetro che copre una
serra, permettendo una temperatura gradevole al suo interno. Importante fu il lavoro dello svedese
Arrhenius, che nel 1896 pubblicò uno scritto in cui descriveva la relazione fra CO2 e clima:
riteneva che l’uomo non avesse la forza per modificare il clima sulla Terra, ma non aveva gli
strumenti che abbiamo noi. La grande svolta delle scienze climatiche si ebbe dopo il 1945: grazie
alle forti spinte investitrici nelle tecnologie che potessero essere usate dalla guerra. Ai tempi della
guerra fredda dei carotaggi nei ghiacci dei due Poli consentirono agli scienziati di esaminare le
bolle d’aria in esse intrappolate vecchie di centinaia di migliaia di anni, e di ricavare così
informazioni sui climi del passato.
L’incontro tra scienza e politica Negli anni ‘80 le speculazioni scientifiche passarono al campo
politico: l’assottigliamento dello strato dell’ozono e il “buco” sopra l’Antartico e il fenomeno
delle piogge acide stimolarono l’interesse dell’opinione pubblica e diede una forte accelerazione
alla consapevolezza della popolazione riguardo ai problemi climatici. Nel 1988 fu fondato il
Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (Ipcc), un corpo scientifico incaricato
di raggiungere una posizione condivisa sul riscaldamento antropogenico il rapporto del 2014
evidenzia come l’influsso umano sul clima sia grave ed evidente e abbia causato, con le emissioni
dei gas serra più alte della storia, cambiamenti climatici con impatti diffusi sull’uomo e sui sistemi
naturali. Il lavoro dell’Ipcc si è svolto parallelamente ai negoziati politici mirati all’abbassamento
delle emissioni antropogeniche di CO2. Nel campo politico vale la procrastinazione:
• Gli USA hanno fatto poco data la grande forza del potere industriale che ha sempre tentato di
minimizzare la portata dei fenomeni, fomentando anche lo scetticismo. Pur producendo emissioni
pro capite maggiore di paesi in via di sviluppo come Cina, India e Brasile gli americani hanno
sostenuto che questi avrebbero dovuto sottostare a qualsiasi piano di azione volto a ridurne le
emissioni.
• La Cina fu una delle maggiori sostenitrici del protocollo di Kyoto solo perché la esentava da
restrizioni sulle emissioni di carbonio. Inoltre tenendo come riferimento il criterio di produzione
pro capite di emissioni, sostenevano che fossero gli USA i primi a dover ridurre le emissioni; anche
perché lo sfruttamento massiccio di combustibili fossili ha permesso alle potenze maggiori il loro
sviluppo, cosa di cui invece la Cina e gli altri paesi in via di sviluppo non ha potuto beneficiare.
• L’India ha continuato ad aumentare le emissioni di CO2 sostenendo che i paesi poveri hanno il
diritto di farlo per mantenere lo sviluppo economico. Inoltre ha richiesto che le competenze e le
tecnologie per limitare il cambiamento climatico, oltre ad un donativo minimo del pil, fossero dati
dai paesi ricchi a quelli poveri, per aiutarli.
• La Russia, compreso Putin, ritiene che un aumento delle temperature porterà alla Russia più
benefici che danni.
• L’Australia dopo un governo favorevole alle limitazioni di emissioni si trova ora con un nuovo
governo poco sensibile al problema.
• Il Canada non ha rispettato gli impegni di Kyoto e ha un governo contrario alle restrizioni sulle
emissioni.
In sostanza: i principali sostenitori del Protocollo di Kyoto e delle successive proposte di
limitazione delle emissioni sono stati i membri dell’Unione Europea e alcuni piccoli stati insulari.
Nel 2014 Cina e USA hanno sorpreso tutti dal loro impegno a limitare le emissioni, seguiti nel 2015
dai paesi di G-7 impegnati ad abbandonare i combustibili fossili entro la fine del secolo. Dal 2015
lo sfruttamento dell’energia solare ha iniziato ad essere competitivo rispetto a quella dei
combustibili fossili.
Diversità biologica Mentre gli scienziati sono discordi sul metodo di classificazione e sulla
numerazione della biodiversità, sono invece più concordi su dove sia distribuita la maggior parte
delle forme di vita: nelle foreste tropicali dell’America del Sud, dell’Africa e del Sud-est asiatico.
Inoltre, le specie terrestri costituiscono solo una piccola parte della biodiversità globale, alla quale
bisogna aggiungere anche quella che si trova negli oceani, nei mari e nelle acque dolci. I biologi
negli anni ’80 ipotizzarono che le attività umane stessero conducendo un gran numero di specie
verso l’estinzione, ad un ritmo molto più veloce di quello “naturale”. Delle stime effettuate
dimostrarono queste ipotesi, lanciando così l’iniziativa di stilare una lista delle specie minacciate (la
primissima nel ’49).
I mutamenti nella biodiversità terrestre
Uno degli effetti dei cambiamenti ambientali antropogenici dell’aumento della popolazione del
Novecento è stata la distruzione di habitat naturali, intaccando la biodiversità, aumentando l’area
destinata alle coltivazioni e ai pascoli. Un altro motivo di perdita di biodiversità è causato dal
bracconaggio per ragioni di sussistenza o commercio. Inoltre, anche la presenza di specie esogene
ha comportato l’estromissione dei territori per le specie endogene, alterando così le dinamiche degli
ecosistemi.
Dal ’45 la deforestazione globale è stata il tipo più importante di riconversione d’uso del terreno:
l’abbattimento delle foreste ha messo in allarme gli scienziati, facendo dunque mettere in agenda
internazionale la biodiversità. Le foreste temperate, invece non hanno mostrato particolari
alterazioni, grazie al rimboschimento cambiamento di tendenza: nei secoli precedenti la
deforestazione era stata più veloce nell’emisfero settentrionale che non ai tropici; più recentemente,
il disboscamento negli emisferi aveva fatto alzare i costi del legname, che invece era nettamente più
basso nelle zone coloniali come Africa tropicale e Sud-est asiatico. Anche l’incremento
demografico nelle aree tropicali è una delle ragioni della deforestazione e anche gli avanzamenti
tecnologici resero più facile la deforestazione tropicale, grazie a camion, strade e motoseghe Anche
gli ecosistemi insulari sono messi a rischio dal cambiamento climatico, a causa della impossibilità
alla fuga dagli ambienti endemici.
I mutamenti nella biodiversità acquatica I decenni successivi al 1945 hanno visto sensazionali
alterazioni degli ecosistemi di acqua dolce e marini. Pochi fiumi sono rimasti nel loro aspetto
originale, principalmente per la costruzione di dighe o anche per averne deviato il corso La diga di
Assuan sul Nilo.
• Deviazione dei corsi d’acqua e alterazione delle condizioni di deflusso e livelli delle temperature
• Agenti inquinanti da città e industrie hanno contribuito ad alterare le condizioni preesistenti
• Le attività agricole hanno aumentato il carico di sostanze nutritive organiche nei corsi d’acqua
portando all’eutrofizzazione degli stessi e alla creazione di zone prive d’ossigeno
• L’attività mineraria, l’agricoltura e la deforestazione hanno portato ad un’aumentata
sedimentazione, causando così un rimodellamento degli habitat circostanti
• Acquitrini e paludi sono stati ridotti in modo radicale, influenzando le specie residenti.
• Pesca a fini commerciali: utilizzando anche tecnologie di natura militare come sonar. Si pensava
che le risorse ittiche oceaniche possedessero una capacità di auto-rifornimento pressoché
illimitata, ma questo si è rivelato sbagliato ed ora si deve pescare in acque sempre più profonde con
grandi difficoltà.
• Balene: caccia alle balene, in parte proibita ma continuata per motivi “scientifici” da Giappone
Norvegia Russia e Islanda.
• Barriere coralline: dal 2010 circa il 70% delle barriere coralline porta segni di deterioramento
Conservazione della biodiversità Anche se nell’Ottocento e nel Novecento sono stati attuati gravi
attacchi alla biodiversità, nello stesso periodo si è verificata anche un’intensa attività a favore della
tutela e della conservazione degli habitat e delle specie. È necessario conservare la biodiversità, che
sia sulla terra, foreste paludi deserti e animali, che nel mare: per questo sono sorte varie
associazioni, fra cui il WWF (1961) e si è svolta attività diplomatica. Accordi ed iniziative
internazionali:
1. Conferenza sulla biosfera organizzata dall’Unesco 1968 2. Convenzione di Ramsar (Iran, 1971)
3. Convenzione sul commercio internazionale delle specie animali e vegetali selvatiche minacciate
da estinzione (Washington, 1973) 4. Convenzione sulla conservazione delle specie migratrici degli
animali selvatici (Bonn, 1979) 5. Convenzione sulla diversità biologica, Summit della Terra (Rio de
Janeiro, 1992) Alcuni strumenti di tutela sono stati i parchi nazionali e le riserve naturali e le riserve
marine Gli scienziati ritengono che un aumento di soli 2°C potrebbe condurre all’estinzione di un
gran numero di specie, fra 1/3 e 1/5 di quelle esistenti attualmente sul pianeta.
3.Città ed economia
Viviamo in un pianeta urbano: caratteristica fondamentale dell’Antropocene nel 2008 più del
50% degli abitanti del pianeta viveva in città (la più grande città del mondo, Tokyo, ha 37 milioni di
abitanti). Dopo il 1800 iniziarono a formarsi le prime megalopoli, e fu Londra a guidare la
tendenza. Le città generalmente hanno bisogno di accedere a risorse naturali (materiali ed
energia) e a depositi di rifiuti fuori dal loro territorio, trasformano la natura e interferiscono
con i cicli naturali dell’acqua (la pavimentazione stradale impedisce all’acqua di filtrare nella terra
indirizzandola verso le fognature e di fiumi). Le città hanno inquinato le acque sia dolci che salate
con i loro rifiuti e sono anche fonti significative di inquinamento atmosferico globale, immettendo
grossi quantitativi di clorofluorocarburi (CFC) e gas serra nell’atmosfera, poi spostati attraverso i
venti.
• Le megalopoli asiatiche sono diventate famose per il loro inquinamento atmosferico dovuto alla
combustione del carbone.
• A Città del Messico, Bogotà, Delhi si è creato uno dei casi peggiori di inquinamento.
Nonostante gli innumerevoli problemi causati dalle città, queste offrono anche diversi benefici: la
maggior densità di popolazione richiede meno combustibile per scaldarsi o raffreddarsi, così come
garantiscono più produttività e distribuzione più efficiente delle merci; abbassano il tasso di
fecondità e allo stesso tempo danno migliore accesso al controllo delle nascite; le donne hanno
migliori opportunità economiche, i figli svolgono dei compiti meno utili alle loro famiglie a loro e
sono cresciuti tendenzialmente meglio
L’ascesa delle città Prima della rivoluzione industriale le grandi città erano davvero poche; questo
era soprattutto perché esse dipendevano dalle eccedenze agricole: inoltre a causa della scarsa
produttività agricola e degli alti costi del trasporto su grande scala di risorse come il cibo, questo
diventava difficile e costoso. Un altro freno alla crescita delle città era la forte insalubrità delle
stesse, che le rendeva molto più mortali delle zone rurali. Fu la rivoluzione industriale a favorire la
maggior parte dei processi di urbanizzazione: le innovazioni tecnologiche avevano prodotto
un’eccedenza alimentare e grandi masse si spostarono dalla campagna alla città; le innovazioni
tecniche permisero un’evoluzione nel settore dei trasporti, permettendo il commercio globale tra le
città. Allo stesso tempo le città erano completamente inadeguate ad affrontare la nuova mole di
persone e ben presto si manifestarono problemi di igiene e smaltimento di rifiuti.
Le città dopo il 1945 Se all’inizio le condizioni di molti insediamenti erano disastrose, con il tempo
migliorarono; abitazioni scadenti si trasformarono gradualmente in quartieri permanenti e a poco a
poco i governi riuscirono ad estendere i servizi pubblici. Purtroppo, dal momento che il carbone è
rimasto un carburante a basso costo i paesi in rapida crescita ne hanno fatto grande uso per
l’industria e per generare energia elettrica. Mentre l’inquinamento dovuto al fumo del carbone
iniziò a diminuire crebbe quello dei gas di scarico delle auto, causato sia dal tasso di
motorizzazione, sia dalla suburbanizzazione. Lo smog fotochimico (che si crea nelle giornate senza
vento e con forte insolazione dovuto a trasformazioni chimiche) venne individuato per la prima
volta a Los Angeles durante la seconda guerra mondiale. Città più ricche e suburbi occuparono
spazi rurali e richiesero più acqua ed energia.
Alla ricerca della città verde Nei primi anni 90 si iniziò a definire il concetto di “impronta
ecologica” per dare una espressione concettuale e quantitativo all’espansione delle città.
Le città generalmente acquisiscono risorse da altre località, ma ci sono anche esempi contrari:
• Vancouver: si stimano 1,9 ettari di terreno agricolo/abitante per l’approvvigionamento alimentare.
• Friburgo: autosufficiente con i suoi pannelli solari (pubblici e privati), con la messa a disposizione
di terreni dove applicare le tecnologie solari.
• Curitiba in Brasile: una città “povera” dove con una politica intelligente di trasporto pubblico si è
ridotto enormemente il traffico privato.
• L’Avana alcune scelte urbanistiche più involontarie che fornirono un esempio di ecologizzazione
di una città in via di sviluppo. Inoltre, a partire dagli anni ‘90 Cuba si avventurò in un enorme
esperimento di agricoltura organica, per la mancanza di petrolio, di pesticidi e di concimi non
organici, dovuti alla crisi con la Russia e con gli Stati Uniti. Gli abitanti dell’Avana crearono orti
ovunque fosse possibile, sui tetti, nei patii e nei giardini.
“L’agricoltura urbana” si è diffusa a livello globale, nelle città povere dove le persone non potevano
acquistare i prodotti per il loro sostentamento.
Ecologia verde ed ecologia globale Dopo la seconda guerra mondiale ci fu un’impennata della
crescita economica; questo fu permesso da vari fattori, tra cui il fatto che il mondo fosse diviso tra
due blocchi contrapposti, interessati a una nuova ripresa e crescita economica, per sopraffare l’altro.
Nell’immediato dopoguerra dopo la seconda guerra mondiale le enormi risorse finanziarie degli
Stati Uniti permisero loro di convogliare enormi ricchezze per la ricostruzione sia dell’Europa
(Piano Marshall), sia del Giappone, stabilizzando così le aree e creando i presupposti per future
alleanze politiche. Ovunque la crescita economica globale risentì di un fattore fisico critico:
l’energia L’utilizzo di energia e l’espansione economica sono andati di pari passo. Nel 1950 il
mondo ricco industrializzato consumava la stragrande maggioranza dell’energia prodotta sulla Terra
(il 93%), nel 2005 la percentuale era diminuita al 60%, con lo sviluppo di altre regioni e
popolazioni. L’innovazione tecnologica del dopoguerra comportò nuovi tipi di problemi
ambientali.
• I prodotti chimici sintetici, le plastiche, fertilizzanti chimici, pesticidi: non c’era consapevolezza
dei problemi che avrebbero causato.
• l’Oceano Atlantico è molto più sporco del Pacifico, con enormi isole galleggianti di plastiche,
petrolio e rifiuti di ogni genere.
I timori per l’ambiente non hanno fermato il consumo di plastica, siamo ancora agli albori della
storia della plastica, ma i chimici prevedono che gli ammassi marini potranno durare per secoli o
millenni.
Nel dopoguerra emerse un forte ondata di dissenso che criticava le conseguenze ecologiche e le
ingiustizie provocate dall’economia globale. L’energia non può essere né creata ne distrutta.
(Prima legge della termodinamica), ma l’energia evolve sempre verso forme meno pregiate, si
deteriore, passa da una bassa entropia ad una alta entropia: un’energia meno utilizzabile verso un
disordine generale. Gli economisti ecologici hanno dedotto che qualunque sistema improntato ad
una crescita infinita è impossibile, perché consumerà tutte le scorte di energia a bassa entropia
rimanendo solo con quelle ad alta entropia. Si tratta solo di capire quando questo avverrà.
Un’altra corrente critica ipotizza quello che si può chiamare sviluppo sostenibile: ovvero che
incontri le necessità del presente senza compromettere le possibilità delle generazioni future.
Un esempio di disastro ambientale è la scomparsa del lago d’Aral, dovuto alla politica dei
successori di Stalin, per ottenere piantagioni di cotone e rendersi indipendenti dalle importazioni.
Il nucleare Dal 1964 USA, URSS, Gran Bretagna Francia e Cina costruirono migliaia di armi
nucleari ma quel che è peggio le testarono ampiamente. Provocando una ricaduta di una grande
quantità di radioattività, in parte per mancanza di coscienza delle problematiche relative, un po’
ritenendo che lo sviluppo dell’arma valesse comunque perdite di vite umane inconsapevoli, e disagi
e malattie in un gran numero di persone.
• L’arcipelago atomico sovietico comprendeva miniere di uranio dove morirono centinaia di
migliaia di prigionieri, città segrete, fabbriche di bombe, aree riservate per gli esperimenti. Nel
complesso sovietico di Maiak fu prodotto il primo plutonio sovietico. Per 50 anni è stato il luogo
più inquinato della Terra. Nel corso degli anni sono stati emessi almeno 130 milioni di curie (questa
è la cifra ufficiale) altre fonti parlano di miliardi di curie di radioattività, che hanno contaminato
almeno mezzo milione di persone. La contaminazione radioattiva dovuta a Maiak riguardò un’area
di 20.000 km quadrati.
• gli esperimenti nucleari francesi e americani erano più o meno noti, quelli sovietici e poi cinesi
coperti da segretezza e condotti con molte minori precauzioni.
• Chiunque abbia vissuto negli anni 50 e primi anni 60, anche in aree remote come la Tasmania o la
Terra del Fuoco, porta nelle ossa e nei denti il marchio dei programmi di armamento atomico della
guerra fredda.
• Questo avvenne poi anche per l’uso pacifico dell’energia nucleare, con disastri più o meno grandi
e più o meno pubblicizzati.
Ma la storia non si è conclusa, non terminerà per almeno 100mila anni.
Il grande balzo in avanti cinese Mao Tse Tung: il suo pensiero era che la natura esistesse solo
per essere conquistata col lavoro; da qui lo sviluppo della produzione di acciaio, senza tenere
conto delle esigenze ambientali, con sparizione delle foreste e poi con l’uso del carbone quando non
vi era altro da bruciare, poi la grande produzione di cereali, con assurdi mezzi di coltivazione che
non facevano ottenere il raccolto e rovinavano i terreni. Un altro programma era quello legato
all’eliminazione dei parassiti: ratti, zanzare, mosche e passeri: quest’ultima portò la proliferazione
di un gran numero di insetti affamati, bruchi e locuste. La sua politica agricola causò la morte di
milioni di contadini per fame, mentre i quadri del partito requisivano sempre più cereali per le città,
l’esercito e l’esportazione. Questa politica fu abbandonata solo nel 1961 quando la Cina iniziò ad
acquistare cereali dal Canada e dall’Australia. Nel 1964 Mao, la cui stella si era parecchio offuscata
dopo il fallimento della campagna agricola, decise di aprire il cosiddetto Terzo-Fronte: la
costruzione di una grande industria militare nella convinzione che la Cina fosse ad un passo dalla
guerra con la Russia o con l’America o con entrambi.
Guerre e guerra all’ambiente A volte le guerre combattute portano gravi danni all’ambiente, per
esempio in Vietnam dove gli americani distrussero gran parte della vegetazione che poteva
nascondere i loro nemici, dove i vietcong uccidevano i cani perché abbaiando li facevano scoprire,
dove gli elefanti furono gravemente decimati non avendo più il loro habitat naturale, o finivano
vittime delle mine. Stessa cosa per gli scontri in Africa meridionale dove anche la caccia subì un
grande cambiamento dato che vennero usate armi da guerra per cacciare qualunque tipo di
selvaggina.
Cortina di ferro e Green Belt (cintura verde) Con il crollo del muro di Berlino del 1989 lunghi
tratti di quella che era stata una frontiera, non toccata dall’uomo da anni, vennero adibiti a parco
nel progetto chiamato Green Belt europeo. È plausibile che la stessa cosa accada in Corea. La
striscia demilitarizzata e selvaggia fra le due Coree in caso di pace potrebbe rimanere quello che è,
cioè un santuario dove la fauna e la flora si sono sviluppate tranquillamente senza alcun intervento
umano. Da più di 50 anni quelle terre un tempo coltivate sono diventate una riserva naturale, che
potrebbe diventare un parco naturale.
Il movimento ambientalista L’origine del movimento ambientalista globale è una delle grandi
narrazioni della storia del XX secolo. Negli Stati Uniti gli albori del movimento ambientalista di
massa si possono fare coincidere con la pubblicazione del libro “Primavera silenziosa” di Rachel
Carson (1962): Il canto degli uccelli, sosteneva la scrittrice, era rimasto impigliato in una rete di
contaminazione chimica che avrebbe portato alla loro eliminazione. Dietro l’immaginario del libro
che evocava il canto perduto degli uccelli c’era un messaggio essenziale per il genere umano, e cioè
che gli agenti chimici tipo il DDT stavano distruggendo le basi stesse della vita: la Chimica
moderna stava conducendo l’umanità verso un infausto destino.
Nel 1960 alcuni influenti americani erano sempre più a disagio nei confronti degli effetti collaterali
della ricchezza e del consumismo. Uno di essi era l’economista John Kenneth Galbraith, nato in
Canada, il cui best seller “La società opulenta” del 1958 sosteneva tra l’altro che la ricchezza aveva
effetti negativi sulla natura. L’ambientalismo di massa nei paesi ricchi emerse da questo contesto e
in relazione ai nuovi movimenti sociali (pacifista, studentesco, femminista, hippie) di fine anni ‘60.
Nel mondo individui di ogni età ed estrazione sociale si sentivano lesi dal degrado ambientale che
li circondava, dovuto ad attività economiche-industriali e dall’uso inappropriato della tecnologia.
Nei primi anni ‘70 comparve una nuova ondata di pubblicazioni che metteva in dubbio la stessa
crescita economica. Il “Rapporto sui limiti dello sviluppo”, pubblicato nel 1972 dal Club di Roma
(formato nel 1968 da Aurelio Peccei, un magnate industriale), è senza dubbio l’esempio più
significativo: fu un successo e contribuì ad innescare un dibattito tra gli intellettuali sulla società
industriale, l’inquinamento e l’ambiente.
Si formò un nuovo gruppo ambientalista transnazionale, Greenpeace. Negli anni seguenti il gruppo
continuò ad usare i suoi metodi aggressivi per contrastare i test nucleari nel Pacifico, mettendolo in
aperto contrasto con il governo francese. Ciò portò nell’85 all’affondamento nella baia di Auckland
della nave di Greenpeace, “Rainbow”, da parte di agenti dei servizi segreti francesi.
L’ambientalismo dei poveri La crescita economica ebbe conseguenze pratiche spesso
estremamente negative per le popolazioni povere delle aree rurali. Maggiori quantità di metalli
richiedevano più miniere, disboscamenti, stravolgimento dei terreni coltivabili e della disponibilità
di acqua. E le conseguenze anche dell’inquinamento ricadevano sulle popolazioni locali. Anche i
pescatori subivano la concorrenza dei pescherecci industriali capaci di spazzare via intere colonie di
pesci. Le popolazioni occidentali erano diventate ambientaliste solo perché le loro necessità di base
erano ormai soddisfatte in modo definitivo e regolare, mentre le persone povere nei paesi poveri
avevano altre priorità ambientali perché erano impegnate a restare in vita I tagli delle foreste non
minacciavano il pianeta ma minacciavano direttamente la loro stessa vita. In alcuni casi queste
proteste si trasformarono in tragedie, come nel caso del raccoglitore di gomma Chico Mendes
assassinato nell’88 per avere manifestato contro l’allevamento di bestiame nella foresta amazzonica
brasiliana. O come il drammaturgo nigeriano Ken Saro-Wiwa che guidò il suo popolo, gli Ogoni, in
una protesta di massa contro il degrado del delta del Niger a causa del petrolio. Il governo nigeriano
lo arrestò con alcuni suoi compagni e lo giustiziò dopo un processo-farsa, nonostante le proteste
internazionali.
Ambientalismo e socialismo L’ortodossia socialista considerava il degrado ambientale un
problema del capitalismo, perciò i teorici sovietici sostenevano che l’inquinamento non poteva
esistere sotto il socialismo. Dopo la seconda guerra mondiale l’ortodossia sovietica sostenne che il
controllo delle nascite era un concetto reazionario e così fu in Cina. Ad un certo punto, l’allarme
per il sovraffollamento ebbe il sopravvento sull’ortodossia comunista e Mao ricorse alla politica del
figlio unico.
Molti furono i problemi ambientali nei paesi socialisti ma parlare francamente di problemi
ambientali non era consigliabile: così la Russia tenne nascoste le informazioni sulle condizioni del
lago Bajkal, dovute agli scarichi inquinanti nella “perla della Siberia”.
L’ambientalismo istituzionale L’inizio degli anni ‘70 fu segnato praticamente ovunque da un
significativo aumento delle attività governative in fatto di ambiente.
• Il Messico per esempio promulgò una legislazione dettagliata per il controllo dell’inquinamento,
così fecero Giappone e Stati Uniti.
• Conferenza sull’ambiente umano delle Nazioni Unite (Stoccolma giugno 1972).
• numerosi accordi, contro l’inquinamento degli oceani, la caccia alla balena, le specie in via di
estinzione, i rifiuti tossici, le foreste ecc ecc. Alcuni di questi accordi erano deboli, altri non lo
erano affatto, tipo il Protocollo di Montreal del 1987 che pose le basi per una netta riduzione delle
emissioni di CFC, gas responsabile della riduzione dello strato di ozono.
Il più rilevante fra gli organismi nati sotto l’egida dell’ONU fu l’ Ilcc, il gruppo intergovernativo di
esperti per il cambiamento climatico, i cui sforzi hanno portato alle più rilevanti sinossi scientifiche
in materia, sollevando peraltro polemiche da parte di chi non vuole ridurre l’uso dei combustibili
fossili.
L’ambientalismo di massa L’ambientalismo è ormai un elemento consolidato della cultura
globale, accettato dal punto di vista politico, morale e sociale dalla maggioranza delle persone,
seppure certamente non da tutti. Una serie di disastri, perdite di petrolio, incidenti nucleari, aumento
delle temperature, hanno rafforzato le posizioni ambientaliste, turbando i cittadini con immagini
drammatiche. L’influenza della televisione contribuì non poco a questa diffusione di
consapevolezza, ricordiamo i documentari dell’oceanografo francese Jacques Cousteau con i suoi
documentari sulla vita marina; Internet e il Web e i nuovi strumenti elettronici hanno contribuito
alla diffusione capillare e rapida delle notizie. In parallelo le multinazionali, ora si presentano nel
modo più “verde” possibile. In gran parte una posa dettata dalle pubbliche relazioni più che un
cambiamento effettivo delle loro politiche.
Malgrado gli innegabili successi del movimento ambientalista resta il fatto che l’economia globale
continua ad espandersi con modalità che minacciano tutto ciò che sta a cuore agli ecologisti. La
visione postbellica di una crescita economica interminabile e di un progresso tecnologico
incontenibile resta intatta, sebbene non sia più incontestata. Finora il genere umano ha influenzato i
sistemi fondamentali della Terra senza gestirli in maniera consapevole. Se decideremo di gestire i
sistemi della Terra, ovvero se ci dedicheremo in modo esplicito alla geoingegneria, ciò porterà ad
una ulteriore fase dell’Antropocene, quali che ne siano gli esiti.
Conclusione
La Terra si trova oggi in una nuova epoca, l’Antropocene. L’adozione formale di del termine da
parte dei geologi sarà decisa tramite votazione dall’Unione internazionale di scienze geologiche nel
2017 o poco dopo. L’ipotesi più probabile è che il termine Antropocene, con il passare del tempo,
finirà per definire sia un’epoca nella storia del pianeta, sia un periodo della storia umana, sebbene
geologi e storici ne diano due interpretazioni diverse.
Se lo sconvolgimento dell’ecologia globale si rivelerà catastrofico per le attività umane
l’Antropocene potrà essere considerato un periodo della storia umana tanto quanto un periodo della
storia del pianeta; se invece l’umanità riuscirà a mantenere inalterate le sue abitudini a dispetto dei
cambiamenti climatici e del mutato equilibrio della biosfera, sarà più difficile considerarlo un
periodo storico (pur rimanendo appropriato l’uso del termine per indicare un’epoca della storia del
pianeta). Non ci sono dubbi che gli esseri umani abbiano influenzato l’ambiente anche prima del
1945 e della Grande Accelerazione. Lo fecero con la scoperta del fuoco, con l’abbattimento delle
foreste a scopo agricolo, con il contributo che diedero alla scomparsa di centinaia di specie di
grandi mammiferi. La Grande accelerazione non durerà per molto, la crescita dirompente della
popolazione umana ha già cominciato ad attenuarsi e, a dispetto delle apparenze, l’età dei
combustibili fossili volgerà al termine. Questo non porrà fine all’Antropocene, ma lo farà entrare in
una nuova fase.
Gli oppositori:
• studiosi di scienze sociali e discipline umanistiche scelsero di spostare la loro attenzione dalla
triste e sudicia realtà a paradisiaci luoghi immaginari; ogni sorta di discorso divenne degna delle
loro ponderate attenzioni, tutti presi com’erano dalla svolta linguistica e culturale. Ma l’estinzione
di intere specie, la deforestazione selvaggia, l’aumento della concentrazione di CO2
nell’atmosfera… niente di tutto questo sembrava meritare le loro capacità
• una particolare specie di scienziati sociali, gli economisti, rigettò la realtà per dedicarsi a un altro
tipo di fantasticherie, fatte di schematizzazioni ancora più astratte, fondate su generalizzazioni dei
comportamenti degli individui e degli stati, estrapolati un po’ a caso dai loro contesti storici e
culturali, per non citare quelli ecologici.
Non si può dire che le scienze sociali ed umane, specie nelle loro sedi più prestigiose, si siano
mostrate più capaci di stare al passo con l’avvento dell’Antropocene rispetto ai governi che
annaspavano con le loro politiche energetiche e climatiche. La fuga dalla realtà da parte degli
intellettuali non fece che rendere più facile, per chi stava al potere, evitare di doversene
occupare. Per fortuna si è assistito ad un ritorno alla realtà, e a una presa di coscienza delle
implicazioni della Grande accelerazione, nell’ambito delle scienze umane e sociali. Nei primi anni
del XXI secolo qualcosa di simile ad una svolta ambientalista ha preso piede, mentre gli economisti
restano ancorati ai loro venerabili modelli, con l’eccezione di pochi eretici, gli economisti ecologici.
In generale è evidente come la maggioranza dei sistemi teorici e delle ideologie, delle abitudini
delle popolazioni, delle istituzioni e delle scelte politiche, sia rimasta strettamente ancorata alle
modalità del tardo Olocene. Le azioni intraprese per adeguarsi all’Antropocene non sono che
all’inizio. La pigrizia mentale, sociale e politica è sempre stata una forza poderosa. Ma dal
momento che non possiamo uscire dall’Antropocene dovremo adeguarci ad esso, in un modo o
nell’altro.