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Cèsar Calvo

Le
tre
metà di Ino
Moxo
e altri maghi verdi
romanzo
Dedica

Non molti anni fa, quando i nativi della selva


amaz-zonica venivano sterminati dai caucheros,1 il capo degli
ama-waka, stregone che si era guadagnato la fama di
onnipotente con il nome di Ximu, capi che il suo popolo
sarebbe sopravvissuto soltanto se, oltre ad usare lance e
frecce contro i mercenari bianchi, avesse usato anche armi da
fuoco. Siccome a quei tempi era proibito vendere fucili agli
aborigeni, il capo Ximu fece rapire il figlio di un canchero e
lo designò suo successore ribattezzandolo, in lingua amawaka,
Ino Moxo: Pantera Nera. Fu cosi che i tanto temuti
an-tropofagi, capeggiati da un bianco, riuscirono a sopravvive-
re. Ino Moxo riprese la sua antica identità sostituendo i suoi
indumenti indigeni con pantaloni e camicia di uno straniero
morto, e infiltrandosi nelle città, ottenne armi da fuoco e ne
insegnò l'uso agli uomini amawaka.
Quando mio cugino Cèsar Calvo, nato in quella zona, mi
confidò questa storia, non soltanto suscitò la mia curiosità e
aumentò la sua, ma entrambi diventammo preda di una
stessa ossessione: realizzare ciò che nessuno era mai riuscito
a fare in più di due decenni, parlare con Ino Moxo,
leggendario capo degli amawaka.
Con Cèsar ho viaggiato da Lima a Pucallpa, da Pucallpa a
Atalaya, da Atalaya, sfidando su una piroga i capricci del
clima e dei fiumi, fino a quel territorio che si nasconde oltre il
fiume Mishawa. Durante il viaggio abbiamo conosciu-
1
Cauchero: chi raccoglie e lavora il caucciù. [N.d.T.]
to altri stregoni, Don Javier, Don Juan Tuesta, Don con il titolo di "II Vero Fitzcarrald Di Fronte Alla Storia", di
Hilde-brando, Juan Gonzalez, e raccolto altre storie e fatti di cui ho trovato un esemplare nella Biblioteca del Consiglio
altri personaggi che hanno finito per travalicare le intenzioni Municipale di Maynas, ma soprattutto si basa sul resoconto
del nostro reportage. paziente dei Maghi Verdi che hanno acconsentito e svelarci
Se qualcuno, comunque, pensasse di vedere in queste una parte dei loro misteri e dei loro poteri.
pagine qualcosa di più che delle semplici 'pagine', come Ino Iquitos, Gennaio 1979
Moxo direi che "il miracolo sta negli occhi che guardano e non Cesar Soriano C.
nelle cose guardate ". Perché, in realtà, questo libro non è un
libro. Né un romanzo né una cronaca. Appena un ritratto: la
memoria del viaggio da me compiuto da sonnambulo,
trascinato da indomabili presagi e dalla ayawaskha, droga
sacra dei fattucchieri amazzonici. Ed è forse per questo che il
racconto ha inizio con le mie prime visioni di ayawaskha, le
immagini che ci hanno aperto la rotta del viaggio, i sentieri
che Ino Moxo aveva deciso di rivelarci.
— Non è giusto che la gente soffra per mali come il
diabete o come il cancro, che noi qui sappiamo debellare — mi
dirà Ino Moxo nel momento del commiato. Tutto quello che ti
ho detto di me, della vita, l'ho detto pensando a questa gente. È
probabile che qualcuno senza più speranza, vittima di una
malattia che anche i medici con tanto di titolo credono
incurabile, leggendo quello che tu scrivi verrà da noi, e, allora,
recupererà forse la gioia di vivere. Per questo ti ho raccontato
le cose che ti ho raccontato...
E per questo stesso motivo ho riunito qui Le 3 Metà. Tutto
ciò che in esso c'è di valido, ammesso che ci sia qualcosa, mi è
stato detto da Ino Moxo, più attraverso visioni che parole,
durante una seduta di ayawaskha mescolata con tohé, un altro
allucinogeno dall'effetto forse più sconvolgente e più forte.
— Non l'ho comunque detto a te, ma a un altro te stesso, a
uno di quelli in cui ti sei sdoppiato durante le visioni, durante
il viaggio attraverso la droga..
Aggiungerò soltanto che ciò che documenta il testo si
basa su diciassette bobine registrate, su alcune fotografie e sul
glossario inseriti alla fine, ed inoltre si basa su un libro del
cauchero Zacarìas Valdez stampato nel 1944
a mo' di prologo: Ino Moxo enumera tutto
dò che appartiene all'aria

— È una lunga storia, te l'ho già detto. Se ti raccontassi


tutto non mi crederesti. Mai si può credere tutto. Sai? E mai
si può ascoltare tutto...
— Sono disposto ad ascoltarti, maestro Ino Moxo, e
non mi sfugge il tono seducente della mia voce, sono venuto
per questo...
— Potresti? Credo proprio di no. La testa si inclina da
una parte ma il suo sguardo la riporta in posizione eretta:
— Per farti solo un esempio, guarda la selva. Se ti
metti ad ascoltare tutto ciò che risuona nella selva, che
cosa senti...?
E come preda di se stesso, come se allo stesso tempo
fosse la cerbottana e il dardo e la selvaggina e il cacciatore e
la legna accesa in cucina in attesa, Ino Moxo mormora
confusamente:
— Non senti solo il grido delle scimmie, non solo il
ronzio delle zanzare, della arambasa, che è l'ape più fiera e
più scura, del chinchilejo, che tu sicuramente chiamerai
libellula, del chushpi che se ti punge ti infetta, della
ca-rachupaùsa che ti succhia il sangue senza che tu te ne
accorga, non solo senti la ronsapa che sibila nell'aria, la
man-tablanca che beve dai tuoi capelli, la quilluavispa dai
voli gialli, il papàsi che nasce dal verme ma non è verme,
la wairanga che non tocca mai terra. Non solo senti l'uccello
flauto, il firirìn che non sa volare pur avendo le ali, né

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l' ushùn né il tabaquerìllo né il shànsho né il piurì né il timelo torre, che si gonfia d'aria e galleggia come una boa, la dorada
grigiastro né il tibe bianchissimo, né il nerissimo taràwi che priva di spine, il chàllualagarto, il kunchi, Vana-shùa,
mangia le chiocciole, né la sharàra che sa vivere bene l'anguilla che ti uccide con una sola scarica elettrica, la
sottacqua e ancora meglio sopra il vento, né il piccolo zuizùi manitóa, il shitàri, la doncella avvolta di strisce nere, il
celeste né lo yungurùru grande le cui uova sono del colore chullakaqla orfano di squame, il tiriri, il fasàcuy in fondo ai
dello zuizùi, né quell'airone gigante biancorosso chiamato laghi, il shirùi, il maparàte, la shiripira, il bujùrqui, la
tuyùyu. Non solo senti l' urkutùtu presuntuoso, Né la makàna simile all' affilatissima sciabola, il shùyu che sa
quichagarza, dagli escrementi lenti e frequenti. Né l' muoversi anche sulla terra, e il canero che si infila nell'ano e ti
ucuashéro né il tiwakuru, che mangia soltanto formiche e mangia le budella, il dementochàllua che vola anche se poco, e
canta dall'alto delle wimbras, né il pàwkar dalle piume nere e il sorprendente saltón, un pesce gigantesco che salta dall'acqua
gialle, che sa imitare tutti i canti degli uccelli, né l' unchala per parecchi metri nonostante i suoi cento chili e più e i suoi
simile a colomba color rosso vino, né il paujil, forse l'avrai due metri di lunghezza. Per non parlarle della pana, la
mangiato, più saporito della carne della scimmia makisapa, conosci, molti la chiamano pirana, che ti mangia in un attimo
più della carne della lucertola bianca, più buona della ciliegia senza troppi complimenti. E la kawàra, enorme, e la palometa
gigante del taperibà, né il tatatao, uccello rapace che qualcuno che ha un sapore dolciastro, e il bujéo, chiamato anche delfino
chiama virakocha. Non solo senti l'anitra mariquina, il dei fiumi, il bujéo, la cui femmina in amore è più piacevole di
locrero, la pinsha, il montete che in alcune zone chiamano una donna, più eccitante, così dicono i pescatori che ci sono
trompetero, il tuhuàyu, il pipite, la panguana che deposita stati, e ha la stesa vagina e i seni duri e partorisce come fosse
sempre cinque uova e poi muore, quei pappagalli azzurri che donna. È noto che con le labbra del suo sesso tagliate e curate,
chiamano marakàna, né la wa-papa carnivora, sicuramente gli shirimpiàre fabbricano dei braccialetti infallibili nei casi di
l'avrai vista nel fiume Mapuya, non solo senti suo cugino amore respinto. E senti anche la carachama dalla bocca di
wankàwi che avvisa ogni volta che si avvicina un essere pietra che resiste fuori dell'acqua anche più di una settimana,
umano, né il chiwakùllin né il korokóro né l' ayaymàman che nata molto prima del diluvio, prima di quella tigre che tanti
piange come un bambino abbandonato, né il camùnguy, né secoli fa mise in fuga i nostri progenitori asha-nìnka. E tanti
quell'airone dalle piume grigie, grande come un uomo, che si altri ancora...
chiama manshàku, e tanti altri ancora... Non solo senti il
suono di dense nubi di insetti, di sera, tra i rami intricati del
bosco. Non solo il suono della serpe sospettosa, del tùnchi che Non soltanto senti le serpi: la afaninga innocente, inof-
annuncia una morte, della tigre, l' otorongo che in silenzio si fensiva tra l'erba, e che si difende scuotendo impercetti-
procaccia carne tiepida, né del ronsoco bavoso nei campi di bilmente la coda, e l' aguajemachàcuy che respira nell'acqua e
man-dioca, né quello degli enormi pesci dalla grande testa in che ha la pelle simile al frutto della palma, e la naka-naka
trappola nelle reti. piccola e mortale in agguato nei fiumi, e la mantona con i suoi
dieci metri inutili dal momento che non fa male a nessuno,
dieci metri di colori carichi, semplici ornamento, e la
E non solo senti il suono dei pesci: l' akarawasù, la chushùpe velenosa lunga cinque metri che si accanisce sulla
gamitana, il tamborero, il paiche, tre metri di lunghezza e sua preda mordendola ripetutamente, e la yana-boa che supera
lingua ossea che partorisce creature invece di uova, il peje- i quindici metri, grossa come un uomo, che
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prima ipnotizza e poi divora. E la sachamàma, boa con costituite che occupano le dimore del loro corpo, le case
orecchie, da cui si differenzia la yakumama che vive soltanto rovinose...
nell' acqua. Anaconda di terra è la sachamàma, si mimetizza
senza volerlo: l' erba le cresce da sola sul corpo. Anche il
jergón si mimetizza, ma volutamente: man mano che cresce la Non soltanto senti gli animali: la awiwa, quel verme che si
sua pelle va assumendo un colore marrone pezzato, come può mangiare come lo zùri, un altro verme commestibile dai
lucido fogliame, che puoi distinguere soltanto per quell'alone colori vivaci, e quel rospo gracchiante che pesa più di un chilo
di luce splendente che proietta sul luogo in cui sta per passare, e si chiama wàlo, e il bocholócho che canta e che cantando sa
come un preavviso, come un'anima. Infinite esistenze ascolti, solo dire il suo nome, bocholó-choooo, solo quello,
un'infinita silenziosa saggezza senti quando presti l'orecchio all'infinito, e la manakaràcuy litigiosa, invincibile tra gli
alla selva. Senza contare che non è più possibile udire il canto uccelli, e il cupisu, piccola tartaruga d'acqua che mangia le sue
dei pesci che rallegravano le acque del Pangoa, del Tambo, uova e la sua carne, e la feroce wangàna, maiale selvatico che
deU'U-cayali, animali musicali che presentendo l'arrivo del avanza in branco con le zanne voraci, e il tokón, una scimmia
grande otorongo nero sono fuggiti in tempo e si sono messi in dalla coda gigantesca e pelosa, e l' allpacomején, formica
condannata a vivere sulla terra, e la bayuca, verme velenoso
salvo. Devi sapere che questo otorongo con i suoi artigli gi-
ricoperto da una peluria azzurra, gialla, rossa, verde, e quella
ganteschi provocò un torrente di pietre e limo ponendo fine formica grande e senza veleno che si ciba di funghi che
all'esistenza dei fiumi. Soltanto i pesci che cantavano e che chiamano curuince, e l' anuje, della grandezza di un coniglio,
nelle loro canzoni prevedevano il futuro perché lo sentivano, e l' isango che non possiamo vedere e ci punge conficcandosi
sono riusciti a sopravvivere alla melma di quegli artigli. Oggi nella carne come se ci volesse punire, e l' ayahàwi, l'occhio
forse non sanno più cantare, e se cantano ancora, sicuramente dei morti, che altri chiamano lucciola, e l' achùni ricercato
cantano senza più fare profezie, con suoni a cui il nostro udito perché il suo fallo osseo con la cui polvere vengono preparate
non è abituato, suoni impercettibili, diversamente organizzati... pozioni per gli impotenti, e quel cinghiale dalla dura setola
Devi sapere che tutti, per-sino gli esseri umani, quando sono bianca come neve intorno al collo e che chiamano sajino, e il
piccoli, sentono il futuro come i pesci del diluvio, come oggi ronsoco, il roditore forse più grande di questa specie, un me-
tanti animali, tante vite che sanno ciò che succederà e non tro di lunghezza e cento chili di peso, e la apashira, un ca-
possono dirci niente, non possono avvertirci. I bambini, in maleonte, il cui nome viene usato dalla gente del luogo per
genere, possiedono nove sensi e non cinque, alcuni persino designare il sesso femminile.
undici, come mi è capitato di vedere. Man mano che crescono e
che i loro corpi si vanno avvelenando di cibo e di sofferenza, e
man mano che le loro anime diventano sede di pensieri e di E non soltanto senti tutti gli animali che hai visto, e quelli
sogni contaminati, i corpi e le anime degli uomini perdono quei che non hai visto, e che nessuno vedrà mai, animali che
sensi, quelle forze. Per questo gli stregoni, i grandi shirimpiàre, imparano a pensare e a parlare come gli esseri umani... Senti
per esercitare a pieno i poteri dell'aria, per sviluppare al risuonare anche le piante, i vegetali: la katàwa dalla linfa
massimo la potenza del loro sguardo, usano gli spiriti dei velenosa, la chambira che ci presta le sue foglie per fabbricare
bambini, anime simili a famiglie appena corde, il pan-de-àrbol che chiamano pandisho, e l'alto
makambo dalle grandi foglie e dai frutti come testa
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d'uomo, la nejilla spinosa che cresce nelle zone paludose, il con le sue ali immobili, bianche o rosse, adagiate sulla su-
rugoso pashako, il machimango maleolente, la chimicùa i cui perficie della terra. E quell'altro che gocciola come grondaia
rami si spezzano al minimo soffio, il wakapù più solido dello d'inverno. E quell'altro ancora, nella parte più interna della
stesso palosangre, l' itininga, il witino, la itahùba, il wikingu selva, che si gonfia ed esplode come nella notte centinaia di
dagli aculei neri e quell'albero dritto che si chiama espintana, proiettili, e il renaco più esteso di un bosco senza foglie e
che quando cade può essere usato per seder-cisi e parlare, e la senza fiori, e il garaoatokasha che cura diversi tipi di cancro e
wakapuràna ottima per legna da ardere, e la chonta, cuore di ridà vigore agli arti che invecchiano, e il tamshi che ti difende
alcune palme: la wasài, la cinami, la pijuàyu, la hunguràwi. E dal freddo, e la coca che si usa con l' ayawaskha per divinare,
l' hunguràwì il cui frutto espelle un olio che fa crescere i e la kamalonga che serve per fare diagnosi, e la renakilla che
capelli. E la wayùsa rampicante le cui foglie contengono un distrae gli invalidi, e la wankawisacha che guarisce gli
tonico potente che elimina la stanchezza. E il sapote dal frutto alcolizzati, e il chamairo che aiuta a masticare la coca, e il
color verde scuro. E il tawarì durissimo. E la shiringa, la tornillo-negro che galleggia sott' acqua, nei gracili fiumi più
shiringa, quel caucciù che senza volerlo ci ha portato tante insidioso del succo di tohé, quando la luna è verde e la
disgrazie... E la qui-nilla, e il timaréo, e la shapàja dai frutti stagione è buona per abbattere il cedro senza spaccare la
oleosi, e la wi-ririma, e lo shebón gigantesco che ci offre le corteccia. E la paka che risuona simile a un tunnel sul bordo
sue foglie per i tetti delle case, e quell'avorio vegetale che noi del fiume scomparso, e la zarzaparrilla che cura la sifilide, e la
chiamiamo tagua, e il situili, quel banano rarissimo dai grandi papaya verde che elimina la rogna e la parassitosi, le cui foglie
fiori rossi, e il wingu, arbusto il cui frutto diventa contenitore avvolgono le carni più dure e le trasformano in teneri animale
di bevande, detto tutùmo, e il pitajày, la pona nera e dura, e l' tti. E la wenàira dall'ombra velenosa come il succo del fiore
aguaje immenso, e la andiroba, e il caimito dai frutti simili a del tohé. E il tohé che ti fa vedere i mondi di oggi e di domani
seni di adolescente, e la waqrapona, palma panciuta, e l' che formano il nostro mondo. E la para-para, più nota come
anona saporita, e il cashù che fuori è come mandorla ma hiporùru, foglia che non perde mai la propria forma come se
dentro più dolce e succoso, e la apasharàma la cui linfa serve fosse di gomma, ostinata: tu la tagli dal gambo, la stropicci, la
per conciare il cuoio, e il bar basco dalla radice velenosa, e il pieghi, e subito ritorna com' era sul ramo, riprende sempre la
camucàmu citrico, semiacquatico, e la capirona unica per fare sua forma, la sua grandezza, la grandezza e la forma delle sue
legna e carbone, e la aripasa dal frutto schiacciato, scuro e due nascite, e non è per questo ma per i poteri che le vengono
rotondo che non si deve mangiare, e la cumala, e la punga, e la da lontano che la foglia di hiporùru sa restituire agli uomini il
cumacéba, e la cashi-rimuwéna, e l' ashùri che protegge i vigore sessuale. E la quina-quina che da secoli purifica le
denti dalla carie, e la catirima per i cui frutti alcuni pesci ferite infette. E la liana-del-morto, ayawaskha sacra, La
litigano e si divorano, e la bella cocona, e quel tubero che si Madre Della Voce Nell'Orecchio. Con l'ayawaskha, con l' oni
mangia crudo e che si chiama ashipa, e il pukaquiru dal cuore xuma, se te lo meriti, puoi passare dal sogno alla realtà senza
rosso, durissimo, e il punqùyu frondoso, fitto di foglie, sotto la uscire dal sogno... E tante altre ancora, tutte hanno un suono.
cui ombra nessuno sopravvive perché espelle veleno dai suoi La abuta, stai ben attento, la abuta, albero di media grandezza
rami, e l'ancora più frondoso parinàri dal frutto allungato e la cui radice rossastra si fa bollire per ottenere un liquido che,
rosso che si chiama sùpay-ocóte, culo-del-diavolo. E la se bevuto, elimina, in pochi giorni, ogni traccia di zucchero dal
lupuna, l'albero più grande di tutta l' Amazzonia, che sta sulle sangue: scompaiono
rive,
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i diabetici. E la mariquita, metà innamorata e metà fiore, che
sa solo aprirsi nell'ombra più assoluta. E la tzanga-pilla,
arancione e grande, figlia unica, fiore che scotta più di un
febbricitante. Tutte hanno un suono, come le pietre...

E ancora di più risuonano i passi degli animali che siamo


stati prima di diventare uomini, i passi delle pietre e dei
vegetali e delle cose che ogni essere umano è stato. E anche
ciò che abbiamo sentito prima, tutto questo risuona nella notte
della selva. Dentro ognuno di noi, nei ricordi di ciò che
abbiamo ascoltato durante la nostra vita, balli e pifferi e
promesse e menzogne e paure e confessioni e grida di guerra e
gemiti d'amore. Lamenti di agonizzanti che abbiamo emesso o
semplicemente ascoltato. Storie vissute, storie future. Perché
tutto ciò che ascolteremo risuona con anticipo, in mezzo alla
notte della selva, nella selva che risuona in mezzo alla notte.
La memoria è qualcosa di più, è molto di più; lo sai? La
memoria veritiera ricorda anche le cose che stanno per
accadere. E persino quelle che non accadranno mai, anche
questo ricorda. Pensa. Pensa un po'. Chi mai potrà riuscire a
sentire tutto?, me lo sai dire? Chi potrà mai riuscire a sentire
tutto nello stesso momento e crederci?...

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di come alcuni stregoni creano le persone
1.
Il primo uomo non fu uomo, mi dice Don Javier
im-pigliandosi tra profonde risate. Il primo uomo fu donna.

Non tutti i maestri, solo per il fatto di essere tali, sono


(capaci di creare un chullachaki, spiega Don Juan Tuesta
lasciandosi andare sulla dura corteccia di un tronco di espin-tana
che funge da sedile, mentre concede gli occhi alla Plaza
Rumania che si apre di fronte, tra le case dell'isola Muyuy.
Poco distante, nel punto in cui nasce una lunga strada
polverosa parallela al corso del Rio delle Amazzoni, un
cartello muto in cima a un palo dice : Avenida Calvo de
Araùjo. La dose di ayawaskha che ieri sera mi ha offerto
lo stregone non si è ancora dissolta, persiste nelle mie vene,
nonostante l'alba, da candida che era, sia diventata indaco.
Dalle capanne vicine arrivano i primi rumori: padelle che
friggono, corpi che si lavano, gente che mangia. La corrente
del Rio delle Amazzoni, dietro di noi, assorda e illumina il
ciclo. Sento il rombo di un aereo, sollevo la testa, lo vedo
abbassarsi e rimpicciolirsi, ormai trasformato in wakamayu, si
posa con le sue piume scintillanti sui rami di una apasharàma.
Non so perché ricordo cose che non ho mai saputo; forse Don
Juan Tuesta, lo stregone, mi sta parlando da lontano, oltre
l'ayawaskha, venticinque anni fa, quando per la prima volta
presi la droga, ieri sera:
il wakamayu è un dio di altri tempi, al posto dei suoi

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occhi ardono due smeraldi e non c'è nessuno dietro quelle Moxo è molto abile, ha tutti i requisiti di forza e di saggezza
verdi luci evanescenti, l'anima del wakamayu è puro orna- per creare un chullachaki. Di questi chullachaki ne esistono
mento senza ragione né passione, spazio vuoto, e i grandi due specie principali: tutte e due invenzione, sforzo di uno
spiriti sono grandi perché invece di annientare il wakamayu stregone autorizzato dagli esseri dell'aria. È facile riconoscere
nella sua vanità lo alimentano nella sua assenza: sostituiscono il chullachaki, servo del Maligno, creato per fare del male,
gli smeraldi con chicchi di granturco e il wakamayu guarda perché al posto del piede destro ha una zampa di tigre o di
allora le cose dell'affetto, dimentica i suoi occhi e i suoi denti, cervo. E mai riesce a nascondere questa malformazione,
e si nutre soltanto della fame dell'affetto. Io ora lo vedo, apre persino quando si maschera con il corpo di qualche nostro
le ali, non è più un wakamayu, canta con voce muta; amico. L'altro chullachaki, invece, artificio per raggiungere
l'aeroplano che ho visto, che è caduto, ora è wapapa la verità, è persona del bene e nessuno, proprio nessuno, può
trasparente, il suo corpo si dissolve in canto trasformato in una riconoscerlo; i suoi piedi sono perfetti, in tutto è perfetto,
lenta pioggia minuta di foglie dai colori intensi, morbide come umanamente umano...
seta. Ogni foglia è una musica diversa, ogni foglia scivola su
una nota e la sua caduta infinita è il suo suono; nessuna mai
riesce a posarsi a terra, le brume del Rio delle Amazzoni le Nessuno può distinguere questo chullachaki, prosegue
sgualciscono e le cancellano contro l'aria tiepida. Chiudo gli Don Juan Tuesta. È apparenza di persona, ma di persona
occhi, cerco di vincere gli ultimi effetti della liana-del-morto: completa, non c'è dubbio. Soltanto gli occhi accorti capiscono
la mano del Rio delle Amazzoni, riesco a vedere, è rugosa e che il suo corpo non è unico e che più persone, più vite vivono
grigiastra. Li riapro: c'è soltanto la voce di Don Juan Tuesta. in esso. Come se ciascuna parte del suo corpo avesse
Scintilla, alla mia destra, sulla espintana caduta ai margini di un'esistenza autonoma, diverse esistenze che solo agli occhi
Plaza Rumania e sovrasta quella mano azzurro-marrone, il degli altri il chullachaki armonizza in una sola. Sono
serpente dalle cinque teste che il fiume-mare protende verso di chullachaki che ignorano il male, incapaci di odiare persone e
noi. cose. Finché esistono, esistono soltanto per amare, per
— Il maestro Ino Moxo, lui sì, dotato di sufficienti poteri, contribuire al bene.
può creare un chullachaki, e non soltanto lo crea, lo inventa
dove e quando vuole. Voglio fare una domanda, non so se ci
riesco, ed ecco la voce di Don Juan Tuesta che mi risponde: La mano del Rio delle Amazzoni si ritrae, la vedo, e
— Un chullachaki è qualcosa di più, non solo quel de- ricordo tra brume di colori la notte in cui lo psichiatra Oscar
monio della foresta, quel mostro che crede la gente, no. È Rìos, originario della selva, definì la sensazione primordiale
qualcosa di più. Un chullachaki è come una persona. È molto di dell'ayawaskha:
più di una persona, ma anche molto meno: solo apparenza di — Nella liana-dell'anima tutto è armonia, assolutamente
persone. Mi capisci quando dico apparenza? Il maestro Ino tutto.
Moxo può creare così: persone che al tempo stesso sono e non — Nella capanna di Don Juan Tuesta, dice mio cugino
sono persone, troppo e troppo poco, sempre che si consideri il Cèsar Calvo, nel 1953 circa, quando avevo tredici anni, ho
più e il meno della gente, secondo le normali credenze. Mi partecipato per la prima volta a una seduta di ayawaskha,
capisci? A quanto mi risulta, Ino una bevanda allucinogena che i maghi della selva usano
come reattivo, e i cui poteri servono per scrutare i tempi
passati e futuri e per liberare dal dolore corpi
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e anime. E fu allora, forse, che nel bere il succo dell'aya- esistenze, due identità, siamo nel 1953, due memorie che
waskha, droga sacra che i fattucchieri estraggono dalla proprio perché così estranee mi sono già familiari.
liana-del-morto, bevvi anche l'inquietudine che più tardi mi — Il fatto è che alcuni stregoni per mancanza di pre-
avrebbe portato... parazione o forse per mancanza di merito, non riescono ad
— Certo, tutto è armonia, ripete Oscar Rìos. inventare un chullachaki compiuto. Ed è per questo che
Ed è appunto questo che io respiro adesso, armonia, è rapiscono le persone, quasi sempre bambini che ammaliano
questo che scorre dalle sorgenti vegetali e dalla apasharàma per i loro scopi. Se infondono al rapito poteri malefici, il
che ombreggia un lato della Plaza Rumania, è questo che suo piede destro si altera, si fa mostruoso e il suo passo
offre la chiesa del paese, di legno, di calma, di giocattolo, assurdo lascia inesorabilmente un'impronta umana e una di
senza porte, con la sua corona di calamine argentate, verdi di tigre o di cervo. Se il suo aspetto è invece di animale, a
ossido di pioggia e di erbacce irriverenti. Armonia, ripetono i seconda delle dimensioni della specie scelta, il suo piede
primi mormorii dell'abitato, gli uomini che rientrano all'alba destro calpesta come se fosse quello di un bambino o di una
con le reti e le canoe e i cesti colmi, è questo che Don Juan donna o di un uomo.
Tuesta rafforza nella mia memoria, tutto è armonia, — Forse, a tredici anni, devo aver bevuto, dice Cèsar
assolutamente tutto. Calvo, l'inquietudine che poi mi avrebbe portato a indagare
— La moglie di Don Javier, la conosci?, ha un fratello sulla vera identità di Ino Moxo. Lo stesso Don Juan Tuesta
chullachaki. Ecco, per esempio, lui è un altro tipo di chul- mi ha parlato di lui, quella notte, nella sua capanna di fronte
lachaki... al fiume, quando l'alba andava già attenuando in me gli
effetti della droga, e ormai era scomparso quel mormorio che
avevo sentito dentro di me all'inizio della seduta, quel
La prima volta che bevvi ayawaskha ebbi la stessa sen- vapore, come arcobaleno, che precipitando dall'alto,
sazione, però più duratura: la certezza di possedere due corpi, trasformava il Rio delle Amazzoni in mille frantumi di pietre
di vederli, di toccarli, due Cèsar stesi sul pavimento della casa preziose.
dello stregone. Perché fu qui, nell'isola di Muyuy, proprio nella — Di lui non posso raccontarti più nulla, dice Don Juan
casa di Don Juan Tuesta, a tredici anni, che per la prima volta Tuesta. Niente di più di quello che ti ho già raccontato.
conobbi l'ayawaskha. E accadde. Erano altre immagini, altri — Ma se non mi ha ancora raccontato niente!, protesto.
colori, ma lo sdoppiamento somigliava a quello di questa — Ma sì, ti ho raccontato molte cose, e forse senza che
notte che stenta ad andarsene. E quelli che compaiono e che tu lo sappia, senza che te ne renda conto, dentro di te, nella
scompaiono non sono soltanto i miei due corpi. Mi vedo, a tua memoria, rimarrà ben impresso tutto quello che ti ho
tratti, alla destra di Don Juan Tuesta, seduto sulla espintana detto su Ino Moxo. Se l'ayawaskha non ti permette di
rovesciata, poi a sinistra, con un volto simile al mio ma al ricordare, non preoccuparti: la fune-del-morto non si
tempo stesso incerto, che tende a cancellarsi per ricomporsi sbaglia, sa tutto...
con fattezze che riconosco ma che non mi appartengono. — Saprai che al chullachaki piacciono le lupunas, mi
Accetto comunque di riconoscermi in questa immagine, come dice ora Don Juan Tuesta. Il chullachaki vive felice all'ombra
accetto la mia incapacità a trovare le parole adatte per delle lupunas, in attesa di entrare in azione. Ti è mai
spiegarmelo. Mi osservo scisso in due, ai lati dello stregone di capitato di sentire nel fitto del bosco il suono di un man-
Muyuy, due
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guaré che nessuno percuote? Forse era un chullachaki del se, camicia rossa, sciarpa rossa, pantaloni e cappello rossi.
bene, stanco di stare solo, che ti chiamava perché voleva Così appare all'inizio, ma subito si trasforma, cresce o si
essere tuo amico, forse erano i tuoi piedi che ti invocavano rimpicciolisce a seconda delle intenzioni, può diventare un
battendo sul tronco della lupuna. Se tu fossi accorso all'ombra sajino, cinghiale del tutto inoffensivo, o un otorongo o una
di quella pianta e se la lupuna fosse stata bianca, sicuramente farfalla, o un cervo, può spuntare in forma di pesce o in canto
il chullachaki si sarebbe presentato nelle sembianze di una di uccello a seconda del recipiente di cui dispone. E ti porta
persona a te molto cara, o forse nel modo più informe, con sé, senza usare la forza, senza costrizione: si mette a
assumendo un aspetto impensabile, odioso, sfidandoti a correre perché tu lo segua. Questi chullachaki sono come le
combattere senza altra giustificazione che la sua insolenzà. ragazze; non scappano perché sono inseguiti ma perché
Perché se un chullachaki si manifesta e ti dice che vuole essere qualcuno li insegua. E tu, anche se volessi ribellarti, gli
tuo amico, prima di tutto devi combattere con lui. E lo devi obbedisci. Lo segui come si insegue la felicità. Fai bene.
vincere. Non è difficile, ma è inevitabile. Il chullachaki, pur di Anche se sbagli fai bene; si tratta sempre della felicità...
diventare tuo amico si lascerà vincere. Raggiunto il suo scopo, Di nuovo la sensazione svanisce, mi ritrovo dentro un
ti porterà ovunque, farà sì che gli animali ti seguano quando unico corpo, qui sull'espintana corrosa dal muschio alla destra
vai a caccia, ti regalerà molte cose: campi di fertile terra, fiumi dello stregone che continua a parlare. Non so quale nostalgia
quieti, generosi, rigonfi. Ti darà tutti i figli che vorrai, figli mi assale, una triste sensazione di vedovanza ricordando
felici, tutte le vite di cui avrai bisogno per vivere libero, ti darà l'altro che sono stato per pochi attimi e che si è arreso di fronte
sapienza e forza, ti darà soltanto grandi sentimenti. Alla tua alle allucinazioni dell'ayawaskha.
vita concederà vite utili e morti generose e resurrezioni. E
molto altro ancora ti può dare. Il chullachaki fatto per il bene è
padrone del mondo e dei tempi, è padrone del tempo e dei — Il fratello di Ruth Càrdenas, mi dice Don Juan Tuesta,
mondi. Anche se non sempre, il chullachaki ti proibisce però di quello più piccolo, il cognato più giovane di Don Javier,
fumare, di farti del male facendo male agli altri, né ti permette appartiene a un'altra specie di chullachaki; proprio così.
di andare in chiesa ma solo a casa sua. Ma nemmeno questo è Quando andrai a Iquitos da Ruth Càrdenas, la moglie di Don
difficile: lui stesso si preoccupa per farti trovare una casa che Javier, chiedile di raccontarti di suo fratello Aroldo Càrdenas;
ti aspetta, qualunque cammino tu percorra, sia che tu vada parlale a nome mio e lei ti dirà tutto quello che vorrai sapere.
verso la foresta che verso l'abitato, verso la vecchiaia o verso il
sonno. Questa specie di chullachaki è legato da un
indissolubile patto d'amore con le diverse specie di lupuna.
Persino la lupuna rossa gli si sottomette, diventa sua complice,
la stessa lupuna che ha usato per attirarti a sé continua a
servirlo: battendo contro le sue ali rugose ti procura fortuna e
beni. Questo chullachaki è bontà pura. È persino divertente
per la sua eccessiva bontà, quasi ridicolo. Chi lo ha visto in
possesso delle proprie facoltà, senza l'aiuto della
fune-dell'anima, lo descrive piccolo, arrampicato su due
enormi scarpe ros-
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2. tutti i campa vengono uccisi ma nessuno muore fiumi che confinano con la selva dell'alto Rio delle Amazzoni,
in direzione di Cusco. Lì, nel Gran Pajonal, i campa
respinsero prima i conquistatori inka, poi quelli spagnoli e
I virakocha, cioè i bianchi, vivevano in passato in mez- ancora oggi sono vietate le chiese occidentali, le caserme, le
zo a una laguna, mormora Don Juan Tuesta con gli occhi scuole in stile virakocha. Quando Tziho ebbe udito il racconto
chiusi in piena notte di ayawaskha. Qualcuno che non è Don sulla strage perpetrata dai bianchi, consegnò allo shimimpiàre
Juan Tuesta, ma che è Don Juan Tuesta, è entrato dentro il suo campa l' ivenki, erba magica chiamata anche piri-piri. Grazie
corpo che non riesce più a contenerlo e lo espelle attraverso la all' ivenki, quello stregone campa riuscì ad uccidere tutti i
sua bocca di sonnambulo. virakocha. Se ne salvò soltanto uno che scappò lungo l'
Vicino ai virakocha vivevano i campa, chiamati anche Ucayali. Per questo nell' Ucayali, e forse non solo lì,
ashaninka. Un giorno un campa udì dei latrati che prove- rimangono ancora dei virakocha. Frattanto, nel Gran Pajonal,
nivano dalla laguna. Bene, disse, prenderò quel cane, e se ne Tziho mangiava i virakocha morti, prima li cucinava e poi se
andò portando con sé qualche banana come esca. Ma poiché la li mangiava...
banana è cibo per gli uomini, il cane si offese e si rifiutò di Don Juan Tuesta si alza e mi si avvicina nell'oscurità della
mangiare. Al suo posto uscirono dalla laguna tutti i virakocha capanna, poi si siede di nuovo; il suo corpo vibra con il
che cominciarono a inseguire i campa e ad ucciderli. Li pavimento di palme intrecciate, riesco a vedere il suo suono
uccisero tutti. La laguna si prosciugò. Sopravvisse un solo azzurro e poi arancione che sale in delicate colonne trasparenti
campa, uno stregone, uno di quegli stregoni chiamati sfiorandomi i capelli e, come un soffio fresco, di tabacco, mi
shirimpiàre, un campa che masticava tabacco. Forse saprai deterge la fronte sudata. Pelle di serpente spaventoso, la mano
che tra gli stregoni, solo gli shirimpiàre masticano tabacco. del Rio delle Amazzoni si allunga, circonda la capanna, in un
Gli altri stregoni hanno altri compiti e un nome diverso, si pauroso abbraccio temibile: è la prima notte di ayawaskha. Ho
chiamano katziboréri. Lo shirimpiàre sopravvissuto chiamò di nuovo tredici anni, la mano del Rio delle Amazzoni appare
Tziho, il feroce rapace, e gli disse: vieni, aiutami, i virakocha sulla porta, spalanca la bocca azzurro-arancione delle sue due
hanno ucciso tutti i miei fratelli. Dove?, domandò Tziho alla teste, come un kotoma-chàcuy, boa gigante e bicefalo che vive
shirimpiàre campa. Ovunque, rispose, ma soprattutto nel Gran sul fondo dei laghi eterni, e dalla bocca del Rio delle
Pajonal. Saprai che il Gran Pajonal, mi dice Don Juan Tuesta, Amazzoni, dalle sue due bocche, esce, nelle mie visioni, la
è il territorio dei campa, più di centomila chilometri quadrati voce di Don Juan Tuesta:
di selva piana, un altopiano infinito in mezzo ai grandi boschi
e Pachakamàite è Pawa, Padre e Dio, e vive sul fiume. Non
è né virakocha né uomo delle Ande, che noi chiamiamo chori.
Pachakamàite è figlio del Sole e la sua sposa è Mamàntziki.
Pachakamàite fa tutto: machete, pentole, polvere, cartucce,
sale, fucili, munizioni, asce. Infatti un tempo gli ashaninka
erano poveri, non avevano nulla, non avevano né machete, né
asce, niente. Dove si procuravano gli ashaninka le cose che gli
servivano? Andavano da Pachakamàite e ottenevano tutto.
Così era una volta. Oggi non lo sappiamo. Invece prima gli
ashaninka lo sapevano. Dal
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Gran Pajonal scendevano il fiume portando con sé delle portano i chori e i virakocha, machete, asce e munizioni,
zucche che si mettevano in testa per non essere morsi da gliele da Pachakamàite, lo sappiamo. Gliele da per noi, per
Piri, il pipistrello. Per arrivare da Pachakamàite, infatti, permettere ai figli degli ashaninka di andare a caccia, di
bisogna attraversare delle grotte piene di enormi pipistrelli, lavorare la terra, di seminare. Ma i virakocha e i chori ce le
vampiri che escono di notte verso le spiagge alla ricerca di vendono dicendo che le hanno comprate, che le hanno pagate
sangue tiepido. Poi ci si imbatte anche in Oshéro, il grande e molto. È una bugia. Il loro signore gliele dà per noi, per gli
granchio, grande come un ashaninka. Oshéro se ne sta fermo ashaninka...
in mezzo al cammino, e non ti lascia passare. Perciò è — Non sapevo che lei fosse campa, Don Juan Tuesta.
necessario portare con sé dell' achiote, solo quando gli dai l' — Discendente da ashaninka da parte di padre e di madre,
achiote Oshéro ti lascia passare. Finalmente l'ashaninka come Don Javier, come Don Hildebrando. Discendiamo dai
arriva da Pachakamàite ma non può sedersi. Deve primi uomini di quel tempo, i campa o ashaninka, che furono i
camminare, andare avanti e indietro senza mai sedersi. E primi esseri umani, figli dei figli di Kaametza e Narowé, che
Pachakamàite gli dice: che cosa vuoi? Nella casa di Pa- rispettando la volontà del dio Pachakamàite si insediarono
chakamàite c'è di tutto, machete, fucili, munizioni, asce. laggiù, quando El Gran Pajonal non era ancora El Gran
L'ashaninka sempre senza sedersi dice: voglio questo e Pajonal, ma un'isola circondata da oceani di ceneri. Il maestro
quello, e sceglie. Ino Moxo, invece, discende dagli uro e dai virakocha. Sua
Se per caso si siede, quando deve andarsene e fa per madre era uro, suo padre virakocha. Saprai che gli uro vissero
alzarsi non ci riesce, rimane attaccato per terra. Il Pawa in un'epoca remotissima; gli uro, ormai estinti, erano gli
Pachakamàite non gli permette di andarsene. A questo punto la antenati degli inka. Per questo Ino Moxo ha gli occhi strani, la
terra trema. Tremano le case degli stregoni, tremano a pelle scura e i capelli color sabbia, e un'anima saggia che gli
Pucallpa, a Iquitos, e ancora più lontano, a Atalaya... Lungo viene dalla madre, che è uro. I miei antenati erano campa,
la strada si incontra anche Pokinàntzi, che vuole trovare ashaninka legittimi, che conoscevano la storia del passato, di
marito e cerca gli ashaninka. Contro Pokinàntzi è necessario quando i campa vivevano ancora insieme nei villaggi
portare piume di diversi uccelli, piume di Han-kàtzi, di popolosi, famiglie che costituivano una sola famiglia, e
Itamìri, di Herótzi, di Wapapa; soprattutto di Wapapa e occupavano un solo territorio. In quei tempi lontani, dall'alto
lasciarsele cadere dietro, lungo il cammino. Pokinàntzi, che dei monti che circondano il Gran Pajonal precipitò una tigre,
segue e vorrebbe afferrare l'ashaninka, vedendo le piume un otorongo nero, grande come una montagna. Fu lui che mise
vistose si ferma per raccoglierle e così l'ashaninka può in fuga gli ashaninka, li costrinse a vivere separati, lontani gli
fuggire. uni dagli altri, a trasferire con la vita la casa, a separare i
— E dove sta adesso il dio Pachakamàite?, sento qual- gruppi che facevano capo a una sola famiglia, sempre in fuga
cuno dire dentro di me. per proteggersi. I virakocha, i bianchi dicono che si trattò di
— Pachakamàite sta lontano, molto lontano, mi risponde un diluvio; ma loro che ne sanno. Non c'è stato nessun diluvio;
la voce di Don Juan Tuesta, la bocca e il corpo immobili, è stato un otorongo, una tigre nera... Ma tu non mi ascolti, caro
come se ricevesse le parole dall'aria: Pachakamàite sta più Soriano, hai lo sguardo assente, come se stessi da un'altra
lontano di Iquitos, ma il cammino è stato ostruito dalle assi parte, lontano...
delle zattere dei virakocha e degli uomini andini, dei chori.
Prima gli ashaninka sapevano andare dal dio Pachakamàite,
ma ora sono morti tutti. Le cose che oggi ci
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3. il bambino Aroldo Càrdenas viene trasformato in Anche mio padre era uno stregone, aveva cominciato a
spirito prendere ayawaskha molto presto, sin da piccolo aveva
cominciato a digiunare, aveva imparato le arti della stre-
goneria: ci avvertì che lo stregone Julio Valles gli voleva fare
Non mi piace parlare, non mi piace proprio parlare di tutta del male e si preparò a difendersi...
questa storia, dice seccata Ruth Càrdenas, moglie di Don — E come fece?
Javier, qui a Iquitos, nella sua casa di calle Napo, numero 385, — Ma, si difese con i mezzi che solo loro conoscono. E
a pochi metri da Plaza de Armas. Lo faccio soltanto perché me allora lo stregone Julio Valles vedendosi nell'impossibilità di
lo chiede Don Juan Tuesta. Non ne ho mai parlato: è la prima danneggiare mio padre, decise di vendicarsi sui suoi figli.
volta. Mio fratello, che adesso è chullachaki, si chiamava e Non scelse il più debole, ma il più adatto, perché il neonato
ancora si chiama, forse, Aroldo, Aroldo Càrdenas. Aveva non era adatto per i malefizi, era troppo piccolo, non era quasi
quattro anni quando gli è successo, quando ci è successo. nessuno, e il Maligno non lo avrebbe potuto rubare né fargli
— Era il più piccolo? del male.
— No, mia madre aveva avuto un altro bambino da
appena quindici giorni. Vivevamo in un piccolo paese,
Te-niente Cornejo, vicino alla città di Contamana... Mio padre A quel tempo c'erano dei braccianti che lavoravano il
in cambio di due bottiglie di acquavite aveva ottenuto dallo nostro campo. Mia madre, non potendo portargli il pranzo
stregone Julio Valles, nostro vicino, un terreno. Ricordo che perché era occupata con il fratellino appena nato, mandò me e
mio padre aveva lavorato duro per sarchiarlo e seminarlo e ne mia sorella, che eravamo già abbastanza grandi. Ricordo:
aveva fatto un appezzamento molto bello. Quando lo stregone Aroldito voleva venire con noi, ma mia madre disse di no
Julio Valles vide il campo lavorato e reso fertile, volle perché, secondo lei, noi non avremmo avuto cura di lui.
riappropriarsene e propose a mio padre di restituirgli le Andate sole, ordinò. E così, Aroldito rimase, senza sapere che
bottiglie di acquavite come unico rimborso, senza tenere conto non ci saremmo mai più rivisti. Cominciò a piovere a dirotto.
delle spese da lui affrontate in semi, tempo, concime e lavoro. Mia madre, che stava facendo il bagno al piccolo, corse a
Naturalmente mio padre non acconsentì. Lo stregone Julio ritirare i panni stesi e i pezzi di paiche messi a seccare al sole
Valles non fece commenti, ma cambiò atteggiamento nei suoi nel cortile — devi sapere che mio padre era anche un bravo
confronti. Davanti a mio padre non disse nulla ma con altre pescatore — perché non si bagnassero. E così lasciò soli i due
persone che vivevano lì vicino, giurò che si sarebbe bambini. Indaffarata come era, non si accorse che Aroldo si
vendicato. stava allontanando, e solo dopo essere ritornata in casa, e dopo
avere sistemato tutto, si accorse che Aroldito era scomparso;
lo cercò dappertutto, sotto una pioggia torrenziale. Invano.
Quando ritornammo la trovammo che piangeva
disperatamente perché Aroldo non c'era più. E così, tra le
lacrime, ci chiese di andarlo a cercare. Nonostante la pioggia,
uscimmo per avvisare mio padre e insieme a lui lo cercammo
nel bosco, nel lago, aiutati dai braccianti che non avevano
neanche voluto mangiare.
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Qualcuno ci disse di avere visto Aroldo incamminarsi poteva camminare liberamente. Le vicine andavano a trovare
verso il bosco proprio quando era cominciato a piovere. ' mia madre e la consolavano e facevano i turni per non
Torna a casa, dove vai ' piccolo gli avevano detto, perché cosi lasciarla sola di notte. Ma mia madre voleva Aroldo, non loro.
lo chiamavamo a casa, e Aroldo aveva risposto: ' Vado da mia E pensare che in quegli stessi giorni il chullachaki veniva, di
madre '. E loro: ' Ma se tua madre è a casa, l'abbiamo appena nascosto, con mio fratello, quasi fin sotto casa, tra le palme
vista ' ma Aroldito aveva insistito dicendo ' no la mamma è nel yarina, e mia madre piangeva senza sapere che il suo pianto
bosco, mi ha appena chiamato, mi aspetta ' e se ne era andato. ridava gioia ad Aroldito. O forse lo sapeva, chissà. Col passare
Tutti lo avevano visto incamminarsi verso il bosco per del tempo mio fratello imparò a andare in giro da solo. E
raggiungere mia madre che stava invece dalla parte opposta, allora lo stregone Julio Valles lo portò lontano. E Aroldo
affaccendata a ritirare i panni e il paiche. Nessuno lo vide cominciò a dimenticare mia madre e ad abituarsi alla sua
ritornare indietro. Si fece buio, ma di Aroldito nessuna traccia. assenza.
Mio padre andò a Contamana per avvertire la polizia. Con i — Era lo stregone Julio Valles che portava tuo fratello di
poliziotti si mossero persino i soldati e tutti insieme nascosto?
setacciarono il bosco alla ricerca di Aroldito, o per lo meno di — No, il chullachaki lo portava, cioè il demonio che lo
una traccia, di un indizio che ci rivelasse che era stato divorato aveva rubato, assumendo l'aspetto di mia madre. Severo
da una tigre, quella è una zona di otorongo grandi e neri, o che Quinchókeri, quel campa, ci disse inoltre che grazie all' aya-
era affogato. Lo cercarono anche nel fiume, frugando tra le waskha sapeva che il bambino non era stato mangiato da
canne sulla riva, per parecchi chilometri. Dopo diverse nessuna tigre né era annegato, e che a rapirlo era stato un
settimane si abbandonarono le ricerche. Aroldo fu dato per chullachaki e non lo stregone Julio Valles. O forse era proprio
scomparso. lo stregone Julio Valles, vestito con un corpo che non era il
suo. E il campa Severo Quinchókeri disse che non aveva
voluto rivelarci prima la verità perché aveva scorto negli
Due anni dopo conoscemmo un campa, un ashaninka che occhi di mio padre un desiderio di vendetta. Severo
viveva oltre il paese, si chiamava Severo, credo, sì, si Quinchókeri, nelle sue visioni di ayawaskha, aveva visto mio
chiamava Severo Quinchókeri. Ci raccontò che in una sua padre sgozzare lo stregone Julio Valles con un coltello di
visione di ayawaskha, aveva visto come lo stregone Julio pietra.
Valles aveva rapito mio fratello servendosi di un chullachaki.
Severo Quinchókeri ci fece sapere che lo stregone si finse un
chullachaki identico a mia madre, e assumendone con E ricordo anche che c'era un uomo prigioniero a Con-
l'inganno lo stesso corpo e persino la voce, era riuscito a rapire tamana, un certo Juan Gonzalez, che a volte invitava le
mio fratello. Il campa Severo Quinchókeri ci disse inoltre che guardie a bere ayawaskha nella sua cella. Volete vedere quel
Aroldo, a quel tempo ancora molto piccolo, di notte piangeva bambino che si è perduto? Ve lo posso far vedere, diceva. E
chiamando mia madre; lo stregone allora per farlo calmare lo tutti bevevano, perché potevano vederlo soltanto se bevevano
portava vicino a casa nostra. Nascosto nel buio, il bambino ayawaskha. E questo stregone che era in carcere, credo per la
sentendo la voce di mia madre, o meglio il pianto di mia denuncia di un medico invidioso, questo Juan Gonzàles, si
madre, perché piangeva giorno e notte, si tranquillizzava. Si metteva a cantare e a chiamare mio fratello per nome. E mio
tranquillizzava pur sentendolo piangere. Intorno alla casa fratello appariva a tutti, liberamente, ormai cresciuto. E tutti
c'erano soltanto palme yarina e si quelli che bevevano ayawaskha
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lo vedevano. Ecco il figlio di Càrdenas, raccontano che diceva parenze dei corpi che vogliono, di quei corpi con cui vogliono
lo stregone prigioniero. Quando mio padre lo seppe andò a trarre in inganno. Dentro quel nulla che è il chullachaki, e che
trovarlo in carcere per chiedergli di aiutarlo; unendo le loro nonostante tutto ha grandi poteri, loro mettono le persone che
forze con l'ayawaskha, forse avrebbero potuto far ritornare vogliono, le persone che loro vogliono farci vedere, non so se
Aroldo. Juan Gonzalez rispose che gli dispiaceva molto, ma mi capisci...
finché fosse rimasto dentro non avrebbe potuto "lavorare". — Lo stregone Julio Valles fece diventare chullachaki tuo
Gli permettevano di bere ayawaskha soltanto di rado e per fratello Aroldo per metterlo al suo servizio? Lo fece
potersi concentrare avrebbe dovuto prenderne di più e più chullachaki al servizio del Maligno?
spesso, e fuori del carcere. Aggiunse che avrebbe avuto — No, al servizio dei...
bisogno di due o tre mesi di intenso lavoro interamente E lo sguardo di Ruth Càrdenas si posa sul registratore, poi
dedicato a interrogare ogni sera la liana-del-morto. si alza incerto.
— Ma quando Juan Gonzalez con l'ayawaskha vedeva — Sicuramente al servizio delle sue anime e degli altri
tuo fratello riusciva anche a distinguere il luogo in cui si suoi stregoni. Perché anni fa venimmo a sapere che Julio
trovava? Valles era morto. Ma mio fratello non è più tornato. Mio
— Sì, ma confusamente. Disse soltanto che Aroldo viveva fratello Aroldo non è più Aroldo...
vicino ai monti, fuori della selva. Nelle sue visioni gli
appariva ai piedi di grandi montagne sconosciute. Doveva
chiamarlo a lungo per farlo comparire, sicuramente stava
molto lontano. Ci disse che in quello stesso giorno di
pioggia in cui Aroldo fu rapito, mia sorella e io eravamo
passate accanto a lui senza accorgercene. Ci disse che il
chullachaki lo aveva reso invisibile ai nostri occhi e perciò
non avevamo potuto vederlo anche se gli eravamo passate
vicine diverse volte mentre lo cercavamo. Juan Gonzalez era
certo che se avessimo fumato una sigaretta icarada da uno
stregone, sicuramente l'avremmo visto nonostante gli sforzi
e la scienza del chullachaki Julio Valles. Ma noi come
potevamo saperlo? Non venne in mente neanche a mio padre,
disperato com' era... Di Aroldo non abbiamo saputo più
nulla, sappiamo solo che lo hanno fatto chullachaki.
— E chi lo ha fatto, chullachaki? Non è stato per caso lo
stregone Julio Valles?
— Certo, anche lui... Perché, vedi, un chullachaki non è
più quello di prima; un chullachaki non è più una persona, è
un'apparenza di persone, non somiglia a nessuno. Aroldo,
per esempio, non è più Aroldo. È un recipiente vuoto che gli
stregoni riempiono a loro piacere con le ap-
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don Juan Tuesta dice che le cose non non — Era notte di sole là a Tres Cruces, nella parte più alta
sono come sono ma come db che sono di Pisaq - Pawkartampu.
L' inka Manco Kalli, spuntò da dietro il sole, vestito con
un poncho lungo che noi chiamiamo cushma, una cushma
Raccontami le tue visioni di ieri sera, l'ultima delle tue gialla fino ai piedi, la veste del sole, e il sole era dieci volte
visioni, mi dice Don Juan Tuesta, facendo vibrare la capanna più grande e dieci volte più rosso e l' inka Manco Kalli aveva
con le sue parole come se si rivolgesse all'aria. L'ultima tra le mani un vaso di legno intagliato che stringeva al petto,
persona che ho visto è stato Don Javier, gli dico, nel uno di quei vasi che gli antichi conoscevano come Qero, e il
4. Cusco. Ho sognato che stavo a Pisaq, nella parte più alta Qero che Manco Kalli stringeva traboccava della saliva del
sole. Manco Kalli mi si avvicinò camminando lentamente, e
della cittadella inka di Pisaq. E che io non ero io, Cèsar
io ero Don Javier, e lui mi disse di andare a caccia di condor e
Soriano, ma mio cugino Cèsar Calvo, che dall'alto vedevo l' io ero molto vecchio e gli dissi, non posso, ormai sono
Urubamba, il Fiume Sacro, argentato e giovane, lo vedevo vecchio e poi non ho mai saputo cacciare. Allora Manco Kalli
serpeggiare tra i campi dorati di granturco, campi di oro mi costrinse a guardarmi le braccia : e le vidi segnate di
azzurro e arancione, verso le selve... cicatrici e tatuaggi strani. Guarda bene, mi disse l' inka,
E Don Juan Tuesta, sempre rivolto all'aria, mentre soltanto i cacciatori di condor hanno queste braccia; tu sei
guarda da un'altra parte, con lo sguardo che si perde verso il sempre stato cacciatore di condor; va' e portami il più grande
Rio delle Amazzoni: che esista sulla terra e nell'aria. E allora io non ero più Don
— Niente altro? Javier, ero lui ma al tempo stesso un'altra persona, non ero
— E io, costretto dalla mia bocca: Cèsar Calvo né Cèsar Soriano, ma qualcun altro che non ho
— Ho sognato che Don Javier viveva nel Cusco, non a mai visto...
Pisaq, ma a Pawkartampu, in un luogo che si chiama Tres — E quella persona che non eri tu, quello sconosciuto,
Cruces, ho sognato che Pisaq diventava Pawkartampu e che aveva cicatrici sulle braccia?
Don Javier era un cacciatore di condor dell'epoca degli inka, — Le stesse di Don Javier, più una meno profonda sulla
cosi l'ho visto nella mia visione... faccia color rame, quasi nera, da mulatto, che dalla guancia
— Dimmi come lo hai visto, chiede agitato Don Juan destra scendeva verso il collo, e un'altra sull'avambraccio
Tuesta. destro... Salii dunque sulla cima delle Tres Cruces e lì scavai
E io, privo del mio essere, recipiente del mio corpo invaso due pozzi, uno grande e uno piccolo, uniti da un tunnel.
di nuovo dalle persone e la voce di Cèsar Calvo: Ricoprii il pozzo più grande con una grata di rami grossi,
solidi, i più resistenti e i più giovani che trovai legati con
corde d'oro e d'argento e su di essa collocai un cerbiatto,
ancora senza corna, con la fronte devastata dai pallini rivolta
verso il cielo. Trappola per attrarre il condor! Mi infilai
nell'altro pozzo, strisciai lungo il tunnel rivestito di canne di
paka, graffiato dalle sue spine ricurve come bocche di condor
appena nati, e mi trascinai fin sotto al tetto di rami,
sistemandomi sul fondo del pozzo più grande, sotto al
cerbiatto che sanguinava sangue di sole,
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la sua testa senza corna attraversata da dardi di tohé. E lì
rimasi immobile per sette giorni. Poi arrivò il condor, enorme,
più grande del monte in cui lo aspettavo, sbattendo le sue ali di
lupuna rugose e bianche e nere allo stesso tempo. Si avvicinò,
poi si abbassò fino al cerbiatto e lottò con forza per trascinarlo
via. Subito ne approfittai: infilai le mani tra i rami, a fatica gli
afferrai prima un artiglio poi l'altro, lottando duramente, e il
condor padre lacerò le mie braccia, lasciando ferite già
cicatrizzate. In quel momento riapparve l'inka Manco Kalli e 5. si avverano le profezie del fiore di tohé
mi disse: hai assolto il tuo compito. Io, figlio del sole del
mezzogiorno, disse, sposo di Mamàntziki, io ti nomino mio
ayùmpari. E con le mani morbide e olivastre come inguantate — Questa pioggia è mezza pazza, non è vero zio Cè-
con la pelle di un bambino, Manco Kalli liberò il condor che, sar?, dice la piccola Ruth-Ruth, di appena cinque anni, ultima
diventato giallo, se ne andò con il figlio del sole, piccola figlia, qui, di Don Javier.
farfalla, docile e tremante, poggiata sul suo petto... — Perché?, fingo di guardare dall'altra parte per na-
— È tutto qui il tuo sogno? scondere la mia sorpresa.
— No, Maestro, dico a Don Juan Tuesta. Ho visto che io — Perché, dinnn! cade all'improvviso; dinnnn!, spa-
ero di nuovo Don Javier e mio cugino Cèsar Calvo allo stesso risce, proprio come Dio, questa pioggia...
tempo, e ci incontravamo nella parte alta di Pisaq, vicino al E sua sorella Selva, volgendo lo sguardo verso il tavolo da
cimitero inka, più in alto del Tempio del Sole, più in alto del pranzo, si avvicina alla finestra oltre la quale lampeggia il
Tempio della Luna. Ho visto che io, Don Javier, cercavo tra le cielo del tramonto.
vecchie tombe un vaso cerimoniale degli inka, un Qero di — Sì, anche Dio deve essere mezzo pazzo. Non ti sembra?
legno e lo regalavo in silenzio a mio cugino Cèsar Calvo. E ho Proprio come la pioggia: dinnnn! appare e, dinnnn!
visto anche che io, che ero Cèsar Calvo, ricevevo il Qero scompare...
datemi da Don Javier, il vaso di legno che io stesso mi offrivo — Come fai a saperlo? L'hai forse visto? E
con le mani di Don Javier, allungando verso di me le mie Javico il maggiore dei tre figli:
braccia ricoperte di cicatrici. E nelle mie visioni Don Javier — Dio e tutti quelli che sono morti si vedono solo tra
cominciò a suonare sulla sua cassa, chiuse gli occhi per loro...
raccogliere le armonie dell'aria, cadenze che fluivano
visibilmente dal ritmo delle sue dita. All'improvviso si sollevò
dalla cassa, levò le braccia verso il cielo, le immerse nel pozzo Il ritorno di Ruth Càrdenas mi salva; riprendiamo la
del sangue del sole, per ritirarle intatte e mostrarmele senza nostra conversazione di ieri. Il Cristo di legno intagliato da
più cicatrici. Agustìn Rivas apre le sue ali su una parete della stanza. Ha
— Non sono stato io a suggerirti questo sogno, sussurra smesso di piovere e il silenzio della strada mi tranquillizza;
Don Juan Tuesta. È che le cose non sono come sono, ma come aspetto che la moglie di Don Javier si sieda, parlo:
ciò che sono. Tredici anni non sono nulla. Ma forse un giorno, — Don Juan Tuesta mi ha detto che hai preso il tohé.
più tardi, le vedrai. Com' è? Provoca le stesse sensazioni dell'ayawaskha?
— Il tohé non produce allucinazioni, è diverso. Con
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il tohé vedi tutto al naturale, così come nella realtà, solo è che si trovava in viaggio, parlai normalmente con lui. Parlai
un'altra cosa... con lui sapendo che non era lui, ma il tohé, e lui mi rispose. Il
— E come? tohé mi rispose. Con il tohé puoi vedere le persone e ci puoi
— Con il tohé vedi un'altra realtà, diversa. Se bevi tohé in parlare e loro ti rispondono con naturalezza. Tutto è naturale,
questa casa, non vedrai più questa casa, ma altri luoghi, altre più naturale del naturale stesso. Poi mi vidi in un ospedale,
persone. I tuoi occhi sono aperti ma non vedono quello che affidata alle cure di due infermiere in camice bianco. La più
stanno vedendo, quello che ti circonda, vedi cose che sono bassa teneva tra le braccia un neonato. Maschietto, signora, mi
lontane. E le vedi uguali, precise. Voglio dire che le vedi diceva... Anni più tardi vidi quello stesso bambino, ma senza
chiaramente, come se stessi guardando proprio quelle cose... tohé. Sono stata in quello stesso ospedale, tra quelle stesse
— Quando l'hai bevuto? infermiere della mia visione, e il neonato era Javico, il mio
— A diciassette anni, per pura curiosità. C'era stato un primogenito, nato qui, identico all'altro. Quella volta, sotto
furto a casa nostra, avevano rubato i documenti a mia madre, l'effetto del tohé ho visto anche mio marito. Un giovane, in
lasciandola senza identità. Una vecchietta che viveva in cima camicia a fiori e pantaloni verdescuro, bussava alla porta di
al paese mi suggerì di prendere tohé, disse che il tohé mi casa mia a Contamana. Lo vidi attraverso la finestra e all'inizio
avrebbe permesso di sapere chi aveva rubato i documenti a non volli aprire. Egli bussò con più forza, con grande
mia madre. Se si beve il tohé, si può veder tutto, mi disse, il sicurezza. Io, nulla. Bussò di nuovo. Chi è?, osai chiedere con
passato e il futuro, nulla ti può sfuggire. Accettai. Approfittai una sensazione di paura che forse non era paura. È la felicità,
di un viaggio di mio padre per andare a casa di quella vecchia rispose il giovane ridendo. La felicità bussa alla tua porta!... E
e prendere il tohé. Del furto non vidi nulla. Sono bastate io, come se non fossi io, aprii, contro la mia stessa volontà,
poche gocce di tohé perché il suo effetto durasse sette giorni e ridendo. Più tardi, senza l'aiuto del tohé, rividi quella stessa
sette notti. Ho visto molte cose, molti luoghi, ho parlato con scena. Ricordo: lo stesso giovane, più adulto, più robusto e con
molte persone, ma del furto niente... la barba, si trovava in mezzo ad altre persone anch'esse
— Da dove si estrae il succo di tohé? Dal fiore? sconosciute. Tra loro c'eri anche tu. Tutti indicavano il giovane
— Il potere è nel fiore, ma il succo si estrae dal gambo. con la barba e mi dicevano, guarda è tuo marito, il padre dei
Rosa Urquìa, così si chiamava la vecchietta, recise un ramo di tuoi figli. E io ridevo. Sotto l'effetto del tohé ridevo perché
tohé, che in terra virakocha fa un fiore più piccolo, meno sapevo di non aver mai visto quel signore, non mi ero ancora
bianco e meno potente. Nella selva, invece, è più grande; sposata né pensavo di sposarmi, non lo conoscevo...
sono più grandi sia il gambo che il fiore. Il fiore è addirittura — E quando poi hai conosciuto Don Javier, lo hai ri-
il doppio, come se fossero due fiori, uno dentro l'altro... Rosa conosciuto? Era lo stesso che avevi visto con il tohé?
Urquìa tagliò un ramo e incise verticalmente il gambo verso il — No, quando conobbi Don Javier non ci ho pensato; solo
basso, ne raschiò il cuore carnoso come una mela, finché non dopo molto tempo mi sono ricordata di lui, di quando il tohé ci
cominciò a scorrere il succo. Lasciò cadere le gocce, una a aveva fatto conoscere quindici anni prima.
una, dentro un piccolo mate; misurò il liquido con il pollice — Il Don Javier del tohé era lo stesso Don Javier di
che infilò nel recipiente fino a metà unghia, poi mi fece bere. oggi?
Come prima cosa vidi mio padre. Lo vidi mentre veniva verso — La stessa voce, la stessa risata, le stesse fattezze,
di me e, pur sapendo identico.
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— Tutto quello che hai visto sotto l'effetto del tohé, in Ruth Càrdenas li manda di nuovo a giocare in cortile.
quei sette giorni, si è avverato, è accaduto nella tua vita? Fuori è ricominciato a piovere. Il Cristo di legno apre le sue
— Questa vita? ali sulla parete, di fronte al renaco blu dipinto da Yando
— Sì. Rìos.
— Quasi tutto, solo una cosa non ho potuto vedere. — Nei sette giorni del tohé hai dovuto digiunare?
Camminavo in una città molto grande, tra case stranissime, — Rosa Urquìa mi dava da mangiare un pezzo di banana
grigie, immense, con balconi in ferro battuto e vasi di fiori, al giorno, cotta sulla brace. Se avevo sete potevo bere soltanto
tutte cose che non avevo mai visto. Allora io non conoscevo gocce di succo di banana. Nessuno mi poteva vedere né
Iquitos, non riuscivo ad immaginare un paese cosi grande. toccare né parlare. Soltanto Rosa Urquìa... Il tohé è
Neanche adesso me lo posso immaginare, non sapevo che pericoloso, se qualcuno interferisce è molto pericoloso. Ci
esistessero simili case. Ricordo che avevo paura dentro quella sono persone che non sono più tornate indietro, che sono
città, mi sentivo schiacciata da quei palazzi, e camminavo, rimaste nel tohé condannate a vedere per sempre le cose
camminavo... che vede il tohé...
— E hai potuto dormire?
— Perfettamente. Sognavo tutte le notti. Ma anche i
Nella penombra della sera lampeggia sempre di più. La sogni erano diversi, come diverse erano le veglie. Anche
piccola Ruth-Ruth ci interrompe di nuovo: quando dormivo continuavo a vedere strani paesaggi, i miei
— Quant' è grande l'anima di quelli che sono morti? Se sogni erano quelli di un'altra realtà. Dormivo poco, co-
muoio piccola, sarà piccola anche la mia anima? E senza munque. Allora ero molto magra, ma nelle mie visioni mi
lasciarmi il tempo di rispondere: vedevo grossa, come adesso, e allora chiedevo a Rosa Urquìa
— Come sarà la faccia delle anime? perché mi vedevo così grassa. E lei mi rispondeva che sarei
Javico si intromette: stata così da adulta, dopo avere avuto il primo figlio...
— Sono confuse, perché sono lontane. L'anima vive — E quando finisce l'effetto del tohé?
lontano, vive seduta sul legno. Per questo bisogna passare di — L'effetto, normalmente, dura sette giorni e sette
corsa. Se ti vede, si alza, viene verso di te e ti parla... notti, qualche volta di meno. Poi loro ti curano per farti
— Di che ti parla?, mi sorprendo a chiedere ritornare...
— Di tutto, perché quando l'anima muore, muore sa- — Per farti ritornare?...
pendo tutto. — Sì, per farti ritornare alla realtà.
Sua sorella Selva aggiunge: — E come?
— È Dio che ordina all'anima di parlare. Lo abbiamo — Ti mettono due gocce di succo di canna in tutti e due
scoperto a Pucallpa. Abbiamo visto un'anima che usciva da gli occhi, e tutto finisce come per incanto, niente altro.
una lettera. Era l'anima del padre della signora Chabela. La
lettera era una lettera di suo padre. L'anima uscì scintillando,
splendente e ci disse: Nella mia vita non ho potuto tutto ciò
che ho potuto, queste cose solamente, così ci disse l'anima,
perché nella mia vita non ho mai cominciato a esistere. Così
ci ha detto. L'abbiamo vista e sentita tutti e tre, è vero
Javico?...
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ho visto un Cristo felice aprire le ali e delle motociclette occupa l'aria tranquilla di un tempo, una
andarsene volando brezza timida si insinua sotto l'insolito acquazzone e agita
deboli tentazioni, gonne svasate e pantaloni larghi sul ce-
mento che nasconde l'antico selciato della piazza. Nell'aria,
una sorta di richiamo tardivo denuncia che gli alberi di
mango sono stati decapitati insieme alle melerose, che Don
Daniel Guzmàn Cepeda non è in casa, che è uscito. È uscito
con il pittore Calvo de Araùjo, senza avvertire nessuno; e
6. insieme hanno calpestato teneri rami, ormai trasformati
nell'unico enigma che non riveleranno mai.
Dalla casa di Don Javier, in calle Napo, fino atta casa di Il secondogenito di Don Daniel Guzmàn Cepeda, breve di
Don Manuel Guzmàn Cepeda, in Plaza 28 de Julio, a Iquitos, nome e languido di statura, si chiama Roosevelt; nella sua
non ci saranno più di un centinaio di metri, ma arrivo stanza c'è posto per un altro letto. Ma a poco serve perché non
ansimante come fossero cento metri di sole, l'aria arde pur riuscii a dormire. Per ore vagai con la memoria per l'isola
essendo sera. Muyuy, per rivedere da lontano l'ultima notte di ayawaskha in
casa di Don Juan Tuesta. Legando nostalgie e affetti ai rami
azzurri, alla mano arancione del Rio delle Amazzoni nella
Questa è la casa che vent' anni fa mi ospitò studente du- voce della notte allucinata, ricordando la storia che lo
rante le vacanze estive, grazie a una lettera dello zio Cèsar stregone mi aveva raccontato su mio cugino e su
Calvo de Araùjo, il pittore della Selva. Il vento non è passato. un'incredibile farfalla gialla; ore di insonnia, ricordando la
Sono le stesse finestre di legno tante volte dipinte, persiane conversazione con Ruth Càrdenas sul chullachaki e sul tohé,
che mio zio ha saputo trasferire con dita di acquaragia, mentre sentivo il respiro di Roosevelt nel letto accanto sotto la
tabacco e pennelli osservando la Plaza 28 de Julio come grande zanzariera, mentre osservavo, attraverso la mia, le
saggia spatola che raccoglie colori e memorie affidando tutto al pareti di legno lucido, la spessa porta fissata con due
cavalietto dove un'altra finestra di tela tesa e bianca lo chiavistelli troppo grandi, le piccole lucertole tigrate che
aspettava. Lo stesso tetto alzato contro le perversità scompaiono tra le travi, sette travi e nessuna finestra in tutta
dell'estate, le stesse stanze ampie e affettuose come anime, la la stanza, soltanto un filo di orizzonte per far passare l'aria,
stessa ostinata gioventù canora di Julio Meza Penaherrera, lungo una fessura che si apre all'altezza del soffitto riparata da
fondatore del paese dell'isola Muyuy dove Don Juan Tuesta una invadente reticella metallica inaccessibile. I galli
regala miracoli. Il vento non è passato. Non è passato? Nella interrompono i miei ricordi, devono essere le cinque del
casa, nuove suddivisioni e tramezzi e mobili che non mattino, il primo cielo di Iquitos brilla senza luce dall'orto e
scricchiolano, sedie a dondolo di metallo, giradischi che fa scorrere sagome tremolanti lungo le travi. Strappo
suonano musica popolare, divani tappezzati di scuro; fuori, la finalmente un po' di sonno. Sogno Roosevelt che affonda in un
casa ha un numero diverso: il 59 del Jirón Aguirre è diventato enorme lago pieno di anguille, mi chiama senza voce, lo vedo,
l'861, la polvere detta strada di quel tempo giace sotto mi chiama agitando le braccia, lottando per avvicinarsi alla
l'asfalto, lo sgradevole frastuono riva dell'implacabile lago
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che sprofonda con lui, tra alberi di porpora. Il mio sogno è E solamente adesso ricordo che ieri, mentre apriva la
brevissimo. Apro gli occhi e sento Roosevelt che si lamenta porta per accompagnarmi netta camera da letto, Roosevelt
nel letto accanto. Forse è un incubo, dico a me stesso, ancora camminava normalmente. E ora mi chiede di affittare una
nelle nebbie del dormiveglia, sollevo la zanzariera che ripara il barca veloce in uno dei moli di Belén e di andare a Muyuy per
mio letto di insonne, mi dirigo verso Roosevelt e lo chiamo in spiegare al suo padrino quanto è successo e per pregarlo di
un sussurro. Niente, sono soltanto le angosce del sonno. venire a Iquitos. Nel frattempo avrebbe simulato un'influenza
Accendo la lampada che oscilla al centro della stanza. — per non allarmare i parenti. Mi imbarco ancora incredulo.
Roosevelt!, insisto con voce più decisa, lo sveglio. Pallido, — La ghigliottina non è nette mani del boia, dice Don
sudato e tremante, Roosevelt Guzmàn apre gli occhi Juan Tuesta, esaminando l'enorme caviglia un po' meno
spaventato; con la mano destra stringe con forza la caviglia scura dette macchie di sangue sul lenzuolo. Sul collo della
mostrandomi la carne livida intorno a un dardo nero. vittima, è li che sta la ghigliottina, aggiunge lo stregone del-
— Mi hanno avvelenato con un virote — dice. Portami un l'isola Muyuy. Continuo a non credere ai miei occhi, pre-
coltello da cucina, ma non fare rumore, aiutami a far uscire il ferisco non pensare.
veleno... Senza capire, impaurito tolgo i chiavistelli alla porta,
poi ritorno nella stanza, Roosevelt ha estratto il dardo
avvelenato, madido di sudore incide la ferita, poi tremando mi Ho visto anche una cerimonia, dico a Don Juan Tuesta
chiede di succhiare il sangue e mi dice di sputarlo per non seduto sull'espintana di fronte a Plaza Rumania, un tripudio
avvelenarmi. Ormai più tranquillo si preoccupa del mio mai visto, una festa di sangue, yàwar festa. Raymi-yàwar, così
spavento e mi spiega che quella freccia è un virote, che è nel si dice in quechua, mi informa. Ho sognato un paese circolare,
potere dei fattucchieri colpire con il virote da lontano, non c'è lo interrompo, un sogno con persone dalla pelle di argilla
muro che impedisca ai seguaci del Maligno di colpire in dura, vecchi, bambini, ragazze che ridevano sul prato e si
questo modo i nemici, è eterna la guerra tra coloro che toglievano i mantelli colorati, lliqlla è il loro nome, dice Don
praticano la magia nera e coloro che, come Roosevelt, si sono Juan Tuesta, e tutti ballavano fino allo sfinimento, felici sotto
affiliati alle oscurità del bene, che Cèsar chiama magia verde. la luna piena, grande due volte il sole. Ho visto dei contadini,
Vengo cosi a sapere che Roosevelt, figlioccio di Don Juan gridavano cose dolci e inebrianti, inseguivano un gigantesco
Tuesta, da tanti anni è anche suo discepolo. toro nero, lo accerchiavano e lo legavano a un albero che era
— Esattamente da quando mi ha curato il piede dice un pisonay e al tempo stesso una melarosa dai fiori rossi.
Roosevelt. Ti ricordi che mi ero fatto male al piede destro? Dall'alto del monte che chiudeva il paese si mossero due file di
Mentre aggiustavo il tetto ero scivolato su un'asse di legno uomini che gridavano. Davanti a tutti, sotto un poncho giallo
piena di chiodi rompendomi l'osso del tallone... Poi, mentre
con stelle scure, avanzava Don Javier, sul braccio, come fosse
andavo a caccia, al centro dell'isola Muyuy, ero stato morso
una rondine, un condor dalle ali enormi. All'improvviso
da un serpente nello stesso punto. Ti ricordi come zoppicavo
con questo piede che i medici di Lima avevano dato per vicino al pisonay in fiore, Don Javier sussurrò sorridente
perso? È stato il mio padrino Don Juan Tuesta, dopo molti qualcosa all'orecchio del condor, e il condor si staccò dal
digiuni nel bosco, a guarirmelo. braccio graffiato, segnato da profonde cicatrici; sembrava che
volesse volare verso le cime dei monti, e invece no, tornava
indietro e planava sul dorso del toro e il toro cercava di
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difendersi sotto il condor di pietra; schiumava sangue, della notte era dorata, insostenibile e dorata. E non potei
emetteva grida di sangue. Ho visto che Don Javier, conti- vedere più nulla.
nuando a ridere, conficcava gli artigli del condor sulla nuca del
toro nero, li legava con liane di ayawaskha, si avvicinava
all'orecchio del torocondor che si era rimpicciolito, più Ma continuai a guardare, aprii gli occhi alle mie visioni e
piccolo di un passerotto con corna di lumaca, e il toro-condor vidi un'altra festa mai vista prima. Entravo a cavallo in un
udendo la voce dello stregone cresceva sempre di più, paese di cui non so il nome, Yauriski, forse, tra mi-gliaia di
superava in grandezza la piazza del paese, apriva le ali da una uomini e di donne che pregavano. In piena notte,
collina all'altra e le corna dalla luna al sole, si dilatava sul inspiegabilmente angosciato, partii con gli altri verso una
tempo, unendo il giorno precedente con questa stessa sera. collina petrosa, poi verso un'altra più fredda e più ripida, poi
Ecco quello che ho visto nelle mie visioni, dico a Don Juan verso un'altra ancora fino a raggiungere, l'ultima sera, le falde
Tuesta. di un monte impossibile, ammantato di nevi eterne. Koylluriti!
Poi ho visto Don Javier togliersi la cushma gialla e usarla gridavano. Stella di neve!, gridavano. Per tutto il cammino, da
come cappa rossa da torero, agitarla verso il bicefalo che Yauriski fino all'innevato Koylluriti, raccogliemmo piccole
calpestando il prato con gli zoccoli lo caricava volando. Don pietre, luminose, rosse, i ciottoli più belli e più rari del sentiero
Javier lo schivò diverse volte, prendendosi gioco di lui; che si inerpicava. Una pietra per cia-scun peccato!, gridavano.
infuriato il torocondor colpi con le unghie e le zampe e le Io continuavo a raccogliere. Una pietra per ciascun peccato
corna e le ali. Poi Don Javier, che aveva ormai il viso di Don commesso durante l'anno! Io raccoglievo e raccoglievo.
Hildebrando, fece passare la sua cushma tra gli uomini del Alcuni arrivarono alle falde del Koylluriti ricurvi sotto un
paese, tutti altissimi, almeno il doppio di noi, perché lottassero sacco di pietre, altri, leggeri, agili, ipocriti, con le bisacce
uno dopo l'altro. Io osservavo da un fiore del pisonay, dentro il mosse dal vento gelide, appena rigonfie di poche falsità, poche
tronco della melarosa. Ad ogni mossa degli uomini, il condor si paure, piccoli furti, ingiustizie. E ai piedi di quel monte, senza
accaniva col becco contro il toro a cui era legato, e gli uomini fine, costruimmo, con i nostri peccati, infime fortezze, piccole
bevevano in un vaso di legno intagliato, in un Qero degli inka, case, piccole chiese di pietra, in omaggio alla montagna
bevevano il sangue nero del toro, finché l'animale non si innevata, la Stella di Neve, come segno di pentimento e,
accasciò sull'erba devastata. A questo punto della visione mi si soprattutto, come segno di gioia. Perché dopo quella
confondono le immagini: il volto di Don Hildebrando cerimonia ballammo e bevemmo caria e chicha ' ben
abbandona il corpo di Don Javier e Don Javier slega il condor fermentate e fornicammo fino all'alba, tra le sinuosità della
dal toro che giace sanguinante, no, non è così; Don Javier cima bianca. Sognai che lei usciva dalla montagna, dal suo
sistema il condor sul braccio destro, no, monta su di lui, se ne ventre. Il Koylluriti si biforcava come un albero e lei, Don
va volando su quella farfalla dalle ali azzurre, arancioni, no, Juan Tuesta, appariva, piccolo, livido per il vento freddo che
Don Javier cerca il condor soltanto per lasciarlo, no peggio, o lo aveva preso tra le braccia. E lei era già adulto. E ci gridò:
forse meglio, lo cerca per lasciarlo libero. Ho visto il condor visioni, venite! E tutti noi contadini, nella mia visione io ero
sollevarsi verso il sole che cantava, verso Pinti che suonava un contadino quechua, un uomo delle Ande, un chori, tutti noi
come un pozzo di arcobaleni. Il condor disteso nell'aria riuscì che ave-
a chiudere la bocca del pozzo del sole, anticipò la notte. La
notte scese sul paese con le ali piegate. E la luce
1
Bevande alcoliche ottenute rispettivamente dalla fermentazione della canna da
zucchero e del granoturco. [N.d.T.]
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vamo raggiunto in pellegrinaggio quel luogo, no, soltanto noi — E il tuo ultimo desiderio?
giovani, tagliammo enormi blocchi di ghiaccio e li caricammo — Voglio essere libero.
sulle spalle. E sotto il peso del ghiaccio incominciammo a Le mie parole continuavano a sognare nella mia bocca,
scalare la Stella di Neve, l'inaccessibile Koylluriti, quando le mie braccia mi staccarono dalla croce di palosangre e
inciampando, ansimando, morti di freddo, prendendoci gioco si trasformarono in ali. Vidi che volavo via dalla grotta
l'uno dell'altro, tra minacce e risate continue e sonore. Fui il tramutato in un condor che solcava l'aria del giorno e della
primo ad arrivare sulla cima del monte conquistato e li scorsi notte, e planava su un paese circolare, mai visto prima, e
posava i suoi artigli, i miei artigli, sulla schiena di un
una grotta di neve iridescente e in fondo, su un altare di pietre
immenso toro nero. E conficcavo il becco sulla nuca del toro,
rosse, i peccati, sorrideva un Cristo crocifisso. Il viso di quel
scavavo e bevevo il sangue, scavavo e bevevo. E il sangue
Cristo felice era il viso di Don Hildebrando, no, era di nuovo il del toro cantava dolcemente, era troppo dolce, era troppo
viso di Don Javier. Lo vidi chiaramente proprio come ora tardi. Questo è quello che ho sognato...
vedo lei. E Don Javier, inchiodato su quella croce di pietra
— I condor sono nati nella selva, risuona Don Juan
rossa, su quella croce di neve e di palosangre, mi diceva: dal Tuesta oltre le mie visioni. Molti anni fa, quando il grande
momento che sei arrivato primo hai diritto a esprimere tre otorongo precipitò sui campa e li mise in fuga, i condor
desideri che si avvereranno. Così parlò il Cristo di Koylluriti, fuggirono, uscirono dal fondo di un vaso di legno sacro e si
sorridendo. E io gli dissi: rifugiarono tra le cime, si abituarono a vivere al tempo
— Voglio essere libero. stesso sotto il sole e sotto la notte, sui gelidi ghiacciai delle
Ande, e sui pascoli tiepidi. Da allora i condor continuano a
vivere li. Una cosa non hanno mai imparato: a sopportare i
E lui, liberate le mani dai chiodi, in un perdono mi tra- venti che soffiano sul mare e a rassegnarsi a vivere lungo le
sformò in un essere invisibile. Mi guardai: non c'ero più. Non coste sabbiose...
c'era nessuno al mio posto. Intorno a me andavano e venivano — Ora sento che ritornano, li sto sognando in questo
guardie, cauchero*, uomini mai visti prima, che battevano i momento, li vedo volare verso la selva — sento che rispondo a
sentieri del caucciù in mezzo ai boschi, caricando enormi fatica dall'ayawaskha con una voce che viene da lontano.
winchester mi cercavano nella selva. Ridevo di loro, nella mia — Non stai sognando, mormora Don Juan Tuesta.
visione li prendevo in giro in silenzio, ridevo delle loro E vedo la sua bocca dire qualche altra cosa, vedo altre
pallottole che mi inseguivano invano nell'aria, sulla terra, nei parole uscire luccicando. La mano del Rio delle Amazzoni,
fiumi. Così sopravvissi. ancora più grigiastra e rugosa, cancella la voce dello stregone
— Qual è il tuo secondo desiderio?, chiese il Cristo. contro l'aria dorata, alle mie spalle.
— Voglio essere libero, dissi.
Subito mi vidi crocifisso sulla croce di pietra, con le
braccia aperte e sanguinanti, sorridevo a Don Javier che en-
trava attraverso la bocca della grotta di ghiaccio e assorto mi
guardava sulla croce. Don Javier con le mie mani slegò dalle
sue spalle il blocco di ghiaccio giallo che mi ero caricato ai
piedi del Koylluriti e dalla porta della grotta bianca mi chiese
per la terza volta:
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ho visto anche un altro paese che non ho non avrà paura. Mi avvicino lentamente, e ancora più len-
mai visto tamente allungo la mano verso i suoi veli gialli; la farfalla
rimane immobile, si lascia accarezzare, mi confonde forse
con l'aria che scorre al posto del fiume, penso. Rimango così,
Don Juan Tuesta si alza dal tronco della espintana e mi sorpreso, non so per quanto tempo; poi mi alzo respirando di
invita ad addentrarci nel bosco. Ancora in preda alle nuovo e la farfalla riprende a vibrare, mi gira intorno nel
sensazioni della droga, attraverso Plaza Rumania per rag- silenzio più profondo, entra ed esce dal quadro del
giungere il centro fitto dell'isola che il Rio delle Amazzoni paesaggio, poi, decisa, vola dritta verso il mio petto e si posa
7. circonda con il suo fragore. A poco meno di un'ora di cam- tranquilla sotto la mia spalla sinistra. Non mi muovo per
mino, si apre davanti a noi un fiume d'aria, un corso d'ac- timore di spaventarla, e ancora una volta lo stregone mi
qua prosciugato al quale fa da ponte un albero caduto. Don incoraggia:
Juan Tuesta, i cui occhi emanano una calma particolare, mi — Puoi continuare a camminare, non avrà paura.
lascia passare, a metà tronco mi fermo: alla mia destra, Così raggiungo la parte opposta del ponte, la farfalla
all'interno di un paesaggio, che è un tunnel di rampicanti quieta sul mio cuore; continuo a camminare per un'ora, due
flessibili come canne delicate e spinose, noto che dai nodi dei ore, lungo il sentiero che si addentra e che alla fine si arresta
tronchi partono delle spine ad uncino, minacciose, due per di fronte a una Kocha dì acque scure. Il caldo mi spinge ad
ogni nodo. Paka, si chiama quel rampicante, mi dice Don avventurarmi, sarebbe piacevole fare un bagno, la farfalla
Juan Tuesta. E dal fondo del tunnel appare una farfalla dalle abbandona la mia camicia bagnata, sorvola le acque
ali vellutate e gialle punteggiate di nero, vola sopra di me ricoperte di una bava viscosa e giallastra e le attraversa, così,
lentamente, nel silenzio va a posarsi su un ramo morto sopra come in un sogno, nel silenzio, fino a raggiungere l' isolotto
il fiume invisibile. Anche se non ci sono mai stato, riconosco il che verdeggia al centro della palude torbida.
paesaggio dietro quelle ali. L'ho visto in un quadro: lo stesso — Non è una farfalla, mormora Don Juan Tuesta, è
posto, gli stessi colori, la stessa luce che canta tra le spine del l'anima di un tuo parente morto, è l'anima del mio amico
rampicante. Non c'è dubbio che il pittore Calvo de Araùjo ha Calvo de Araùjo...
dipinto quell'olio da questo punto, la memoria seduta su Pieno di forze, allora, fradicio di sole e di allegria, mi
quest'albero; l'ho visto mentre lo dipingeva anni fa a Lima. tolgo la camicia, i pantaloni; non entrare nel lago! grida
Mi investe un irrefrenabile desiderio di manifestare la mia allarmata una vecchietta dietro di me, è pieno di anguille1.
riconoscenza: parlare con il paesaggio, sfiorare le sete della
Don Juan Tuesta non si scompone, Rosa Urquìa, le dice, non
farfalla.
aver paura, Rosa Urquìa, e a me: non ti preoccupare, entra,
— Toccala pure, dice Don Juan Tuesta, se la tocchi
non ti succederà niente. Proprio ieri è scivolato il mio vitello e
le anguille me lo hanno restituito tutto nero, bruciato, morto,
insiste Rosa Urquìa. Giro intorno alla riva detta kocha, vedo
la farfalla che sfolgora di fronte, nell'isolotto, gioiello
luccicante fra gli arbusti, e mi tuffo nelle acque sempre più
scure, più calde, più chiare, fuggo dal sole che brucia il vento
fermo e dal pomeriggio che arde, con poche bracciate
raggiungo l' isolotto in ombra. La farfalla ritorna da Don
Juan Tuesta, vicino atta vecchietta ammu-
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tolita che non vuole neanche guardarmi. Mi tuffo di nuovo carbón, ma risate,1 dissi, e risi per aver pensato una cosa cosi
nelle fresche acque dense, non so perché ricordo un uccello sciocca. Ridendo, scalai quelle cime, scesi verso altre più
carnivoro che si chiama wapapa, nuoto sottacqua verso la dolci, meno fredde, attraversai un piccolo paese che si chiama
riva, qualcosa che non vedo sfiora il mio ventre, la pelle Patria, un insieme di misere capanne in una radura di quei
gommosa e arida di una, di infinite anguille, ma non può boschi, e continuai a scalare colline e colline. Im-
essere, il mio cuore sussulta, le mie gambe fuori pericolo. provvisamente, dietro un intreccio di liane di garabatoka-sha
Quando esco dal piccolo lago Rosa Urquìa sembra rina- che si attoreigliava al tronco di una melarosa, mi fermai ad
scere, non crede ai propri occhi e si allontana da me con osservare il paese.
fare prudente. Bagnato, con la camicia e i pantaloni ba- Ecco, lo vedo anche adesso, dico a Don Juan Tuesta,
gnati, mi fermo davanti allo stregone che distende un sorriso lo vedo perfettamente: piccola piazza di terra battuta cir-
stanco e soddisfatto. condata da sette case di pietra grigiastra, rugosa, sette case
— Non c'era nessuna anguilla, gli dico mentre cammi- il cui tetto è fatto di palme dalle foglie giallo-scuro, az-
niamo ritornando a Muyuy. zurro-scuro e che sfidano il sole. Ho quasi paura di entrare
Don Juan Tuesta rimane a lungo in silenzio. Riprende a nella piazza, lo vedo. Di fronte a me, accovacciati in se-
parlare quando entriamo in paese: micerchio, i vecchi del paese masticano foglie di coca, le
— Si, c'erano le anguille in quella kocha, dice, quella masticano mescolate al chamairo, una liana dolce, come fanno
kocha è piena di anguille mortali. E di nuovo tace. Di fronte ai gli abitanti della selva, contrariamente agli andini che la
miei occhi che l'ayawaskha ha rifiutato da molto anche se non mescolano con la calce. E come gli abitanti della selva vedo
del tutto, tremano in lontananza, e poi sempre più vicine, le che modellano l'impasto della coca usando cenere di capirona.
prime luci delle capanne, color seppia, di cui abbiamo sentito Alle loro spalle, dietro il semicerchio silenzioso, all'ombra,
la mancanza. pende un enorme kosho de masato. Il kosho è un recipiente
— Prima che ti tuffassi nel lago ho separato il tuo corpo fatto da un tronco cavo come fosse una piccola piroga, una
dalla tua anima. Le anguille ti hanno colpito con le loro inafferrabile canoa che trabocca di succo di mandioca e di
scariche elettriche, non te ne sei accorto? Ma hanno toccato saliva. E più mi allontano, più nelle mie visioni mi sorprendo:
solo il tuo corpo, la tua anima non ha sentito niente. Per sono veramente nel Cusco?, mi dico sudando freddo a causa
questo sei vivo, mi dice Don Juan Tuesta che cammina dell'ayawaskha nera, perché dietro le allucinazioni so
accanto a me, attraversando Plaza Rumania cancellata dalla perfettamente che nel Cusco non si parla il quechua che
notte. mormorano questi vecchi.
— Ci stiamo scambiando delle conoscenze, mi sussurra
un vecchio con un sorriso che non è un sorriso, con una voce
Dopo giorni e giorni di cammino, dalla città di Pawkar- che non è una voce.
tampu, raggiunsi un paese che non avevo mai visto. Ero solo.
— Sì, ci stiamo scambiando delle conoscenze, ma ce le
Mi vidi salire lungo il pendio di Challabamba, e perdermi
mentre andavo verso le selve del Cusco, verso Qosni-pata. scambiamo come una volta, astralmente, dice un altro.
Ricordo un'indicazione in cima a un palo, che diceva Rio — Viaggiando senza il corpo, così ci scambiamo ciò che
Carbón. Non so perché non lo seguii, presi a sinistra, di fronte sappiamo, mi dice un altro più anziano. È, come se mi
a me i monti ricoperti di neve brillavano di un colore tra 1
L'autore gioca con la duplicità semantica della parola rio, che nella forma
l'azzurro e l'arancione, a tratti seppia. Non rio sostantivata vuol dire "fiume" e in quella verbale (prima persona del presente
indicativo) "rido". [N.d.T.]
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trovassi nel cuore di un gioco di bambini, questa è l'esatta rare parte delle cose rubate senza chiedere il permesso. In
sensazione, come se mi trovassi in mezzo a un gioco di altre parole: Isidro Kondori diventò abile nel sedurre vacche
bambini, vedo venirmi vicino un altro vecchio: e convincere cavalli. Abigeato, così le nostre leggi designano
— Abbiamo digiunato per mesi per poter venire, perché le il furto di bestiame. Ancor oggi, con orgoglio, Isidro Kondori
nostre conoscenze potessero andare e tornare, conoscenze di antepone, a qualsiasi altro titolo, il titolo rischioso e rispettato
altre epoche, di altri mondi che vivono nell'aria... di Abigeo. "Non corteggio mai però il bestiame dei miei
Il più maestoso di tutti, avevo già notato quel volto, si alza fratelli contadini, recupero soltanto quello che ci appartiene, le
interrompendo gli altri, appoggiandosi con difficoltà, con vacche che si nutrono delle nostre antiche terre".
rabbia, come un convalescente, con molta lentezza, su un
bastone d'argento. È il varayoq, dico, è il sindaco, dico a me
stesso, è la massima autorità del paese, di tutti gli abitanti della La sua voce delicata, dorata, ora scorre dura attraverso la
zona. E il paese si chiama Qero, mi rispondo, si chiama con lo bocca sigillata del vecchio varayoq. Isidro Kondori sta
stesso nome del vaso di legno sacro che usano gli antichi. cantando, dalle labbra dell' inka Manko Kalli, la Danza del
Qero: nessuno è mai arrivato quassù, né i conquistatori Ladro di Bestiame! E in questo canto di uomini liberi, l'inno
spagnoli né quelli successivi, noi peruviani, così come non è degli indios eretici e ladri, indomabili e docili, leali e
mai arrivato nessuno nell'invincibile territorio dei campa, nel donnaioli e giusti e ubriachi, in questo canto, lo vedo ancora,
Gran Pajonal. Di colpo il varayoq mostra un volto terso, si riflette, come un sole di cuoio, la vera vita del poeta Isidro
grigiastro, indefinibile, arrossato, rugoso, rigido nelle tempie Kondori, scivolano luccicanti le note del Wywa Suaq
e nel mento, implacabile negli zigomi, gli occhi presenti ma lo Tusuynin, le vanterie di quel canto che Isidro Kondori
sguardo lontano; riconosco quel volto. Lo riconosco?... Occhi compose una notte in una delle sue prigioni, forse soltanto per
della memoria! Memoria ormai senza occhi!... il volto di mio proteggerci, per dire la verità sulle nostre debolezze di un
nonno Vìctor, divorato dalla terra da più di quindici anni, tempo, là nei sotterranei del carcere di Cusco. Adesso, come
eppure è così giovane. Così il volto sfatto del varayoq ospita allora, vedo Isidro Kondori cantare:
le fattezze gioiose di Isidro Kondori, giovane poeta quechua
che conobbi a Cusco, mentre cantava dall'alto della fortezza di WYWA SUAQ TUSUYNIN
Saqsaywaman, durante le cerimonie in omaggio del Dio Sole. Kamaq qelqa maskawasban
Orgoglioso come tutti i contadini, e solitario come tutti gli sua kaskay rayku
orgogliosi, Isidro Kondori accettava a volte di parlare in nispa,
kamaq qellqallataq niwachun
spagnolo, ma quando cantava lo faceva esclusivamente in imaraykun kawsani
quechua, in runasimi, nella lingua-dell'uomo. "Sono mijuspa.
comunero, senza comunità", cantava. "Quando avevo l'aratro, Juchuy allpa, sumaq allpa
mi mancavano i buoi. Quando avevo i buoi, mi mancava paytan noqa yumarani
l'acqua. Quando avevo l'acqua, mi mancava la terra". Così tarpuspa,
werasapa acendarutq
cantava Isidro Kondori. "Quando avevo la terra, mi mancava charanq'arata ruwarasunki
l'amore". Giudici e padroni spogliarono Isidro Kondori del suwaspa.
piccolo appezzamento di terra che costituiva la sua eredità. La Koyway kamakoq weraqocha
fame e il coraggio lo spinsero a recupe- noqapag kasqanta
muchuyrispa
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manaraq hatun llakita tarpushqti vecchi del paese. E nella mia visione la piazza non è più una
yawamuywan
nispa. piazza ma l'atrio del Tempio del Dio Puma, l'atrio di Q'enqo,
così si chiama il luogo sacro degli antichi quechua, degli inka,
Il rugoso e grigiastro varayoq dei Qero trattiene per un e accanto a me, cresciuto dal mio stesso corpo, sta l'altare del
attimo ancora le fattezze di Isidro Kondori, poi le abbandona Dio Puma, gigantesco fallo di pietra rugosa e grigiastra che
per riprendere il suo volto millenario, ma la sua voce si ostina penetra le nubi che sovrastano il Cusco. Sto per essere
a rinascere, non mi sbaglio, ascolto, è la voce del poeta Luis giudicato, mi vedo, in piedi, tra quel tremendo priapo di
Nieto, di Cusco, nella sua voce vedo la Danza del Ladro di granito che nasce dal mio ventre, tra i ministri del tribunale
Bestiame che spunta luminosa dalla bocca del vecchio alcalde solare, i sacerdoti, le persone-del-sole che mi guardano con gli
dei Qero: occhi chiusi, in semicerchio, e il Sommo Sacerdote, il Willaq
Umu, si alza e additandomi:
Se le leggi mi cercano — Tu non sei Manko Kalli!, così mi accusa il vecchio
perché rubo, dicendo, varayoq. E conficcando in terra il suo bastone d'argento:
che le leggi mi dicano di
che vivo, mangiando. — Perché usi il volto di Manko Kalli, se non sei Manko
Piccola terra, affascinante, che Kalli?
io ho fecondato seminando: il E piegandosi per consultarsi verso il silenzio, verso
signor possidente ti ha reso l'ombra lucente seduta alla sua destra:
puttana, rubando. — Manko Kalli non è chori, non è virakocha, né uomo
Dammi, Signor Governo, ciò
che è mio soffrendo, delle Ande, né uomo bianco, Manko Kalli ha un'origine an-
prima che semini la tua disgrazia con il tichissima, è un discendente diretto dei primi figli di Kaa-
mio sangue, dicendo. metza e Narowé, dei primi esseri umani i cui nomi erano
Kaametza e Narowé, la donna e l'uomo.
Il varayoq batte sul pavimento il suo bastone d'argento — È il nonno legittimo, diretto, di Juan Santos Atao
lavorato. Il pavimento si solleva come un condor di colori che Wallpa, il primo a ribellarsi ai conquistatori virakocha, — gli
suonano. Mi vedo avanzare verso di lui e lui mi sorride, si dice in silenzio l'ombra seduta alla destra del vecchio varayoq.
rallegra con il volto di Don Javier crocifisso sulla croce di — Da lui, da Manko Kalli, nonno di Santos Atao Wallpa,
ghiaccio. Penso che dovrei inginocchiarmi per riverirlo, ma ci viene il sangue che forse abbiamo avuto, — risponde il
mi limito a un cenno di saluto con la fronte, la mia fronte fa un varayoq all'ombra seduta, a quel silenzio seppia.
cenno di saluto al vecchio Cristo, e dalla mia fronte spunta E estraendo dal collo della sua cushma gialla un vaso
una farfalla nera e gialla, a lutto e gialla, attraversa la piazza di sacro di legno, un recipiente inciso, antichissimo:
terra, si posa sul petto del vecchio che si è seduto di nuovo, — È in questo Qero che ci ha lasciato il suo sangue, ce lo
come prima immobile in quel semicerchio di silenzi, di ha lasciato, a tutti noi Qero, perché scorresse nelle nostre vite.
ombre, di quiete, che formano gli altri In questo vaso di palosangre scolpito ci ha trasmesso
l'esistenza attraverso i secoli. Ci ha inviato il SUD sangue, la
nostra esistenza, da lontano, attraverso gli uru...
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In quel vicolo quasi bianco che chi è stato nella Fortezza di un fratello più fragile e più piccolo. Poco dopo, sulla roccia
Saqsawma conosce come calle De Las Piedras Campana, Julio rotonda, in cima al Tempio, ci apparvero i profili di Anìbal e
Cortàzar, in piedi, con un poncho tessuto con lana di alpaca, di Julio, i loro lineamenti di bronzo radianti sotto la pace del
avvicina l'orecchio alla pietra più alta del muro inka, e ascolta. sole.
La compagna di Julio Cortàzar; Ugné Karvelis, si china — Queste due colonne di pietra che lei vede, sicuramente
attenta e avvicina la guancia destra alla superficie di una avrà detto a Julio Cortàzar il bambino quechua, in cima alla
pietra meno grigia e leggera. Più in alto, all'altro lato della roccia, queste due colonne si chiamano Intiwa-tana, anche se i
strada, un bambino quechua, con il viso rosso come le mele di virakocha le conoscono con il nome di Orologio Solare. Ma
Antapampa, solleva lentamente un sasso e più volte lo lascia loro sbagliano, non sono Orologio Solare. Nella lingua dei
cadere sulle rocce che coronano il muro imbiancato. Ad ogni nostri antenati, Inti vuol dire sole, Watana legare. Qui, noi
colpo del bambino, Ugné e Julio allontanano l'orecchio dalla inka, legavamo il sole; lo legavamo con corde d'oro e
pietra con gioia e il vicolo risuona come acqua limpida, d'argento perché non fuggisse durante la notte, perché non ci
risuonano l'intera Fortezza di Saqsawma e l'aria tutto intorno abbandonasse. Così il Sole rimaneva legato per tutta la notte.
al Cusco, in pieno pomeriggio. E l' lntiwatana serviva anche per altri usi, avrà detto Anìbal
Prima, a mezzogiorno, avevamo camminato fino a Tam-pu Tupayachi a Cortàzar. Su queste colonne venivano fatte salire
Mach'ay, il Tempio dell'Acqua. Eravamo poi arrivati alle le ragazze, un ginocchio su ciascuna pietra, per vederle
falde di Q'enqo, il Tempio del Dio Puma. Lì avevo cercato urinare. Se le loro urine cadevano in questo punto, di fronte
Anìbal Tupayachi, figlio del guardiano delle rovine di Q'engo, alle colonne, bagnando questa fenditura, voleva dire che la
della cui amicizia sono grato al poeta Luis Nieto. vergine era ancora vergine, degna di entrare nella Aqllawasi,
— Anche questo signore è un artista, un haraweq, dissi al la Casa de las Nustas del Inka, la Casa delle Vergini del Sole...
piccolo Anìbal Tupayachi, indicandogli Julio Cortàzar. È un Il ragazzino e Cortàzar ricomparvero poco dopo dall'atrio
nostro fratello, è un nostro wauqechay, è venuto dall'altra del Tempio, vicino ai resti del grande fallo di pietra, di fronte
parte del mare, è venuto per conoscere, per sapere, perché tu ai 19 luoghi scavati nelle rocce che formano la piccola piazza
lo conduca al Tempio del Dio Puma, al Tempio del Dio della sacra.
Fecondità... — Qui si sedevano i sacerdoti, al centro il Willaq Umu, il
Sommo Sacerdote del Sole; si sedevano in questo semicerchio
di pietra per fare giustizia, così, sicuramente, avrà detto Don
Anìbal a Don Julio. Qui giudicavano quelli che trasgredivano
Anìbal Tupayachi prese Julio Cortàzar per mano e sor-
ridendo se lo portò in mezzo alle rocce e lo condusse ai piedi i nostri comandamenti: Ama sua, Ama llulla, Ama qella: non
dell'altare del Dio Puma, un impossibile fallo di pietra che essere ladro, non essere bugiardo, non essere ozioso...
divideva i cieli del Cusco. Colpito dalle storie di Anìbal
Tupayachi, Cortàzar passò vicino al semicerchio di sedili
scolpiti nella pietra dove un tempo si riposavano i sacerdoti Fu dopo che andammo alla Fortezza di Saqsawma. Il suo
inka, le persone del Sole. Ugné Karvelis rimase al mio fianco, vero nome non è Sacsayhuaman, come si ostinano a
entrambi guardavano con gli stessi occhi l'immagine tenera del chiamarla i bianchi virakocha. Il suo nome non è Falco
bambino quechua che guidava quel gigante bianco sotto il Grigio, Falco di Pietra: Saqsaywaman, ma Testa Grigia,
poncho nero, come se si trattasse di
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Testa Venata, di Pietra: Saqsawma, ci informò Anìbal Tu- ne d'argento nella terra prodiga, mi sfuggono le cose che so
payachi. Perché prima la città di Cusco aveva la forma di un né so bene quello che sto vedendo, il varayoq che costringe
otorongo, di una tigre, i contorni precisi del corpo del Dio la Sorella Marna Oqllo sotto il Fratello Manko Kapaq e li
Puma. E per questo i nostri antenati la veneravano come fosse manda sul monte Wanakawre affinchè lì, alle sue falde, ai
la Città di Dio, la Città Sacra. E la Fortezza di Saqsawma, la piedi del fulgido, ombroso Qoylluriti, l'incestuoso fallo d'oro
testa del puma, questa testa venata, di pietra, riuniva tutte le penetri l'Ombelico del Mondo mostrando finalmente, fiero
memorie, tutti i pensieri e i sogni e i tradimenti di Cusco. E il presagio, il contorno di pietra e di silenzio della città di
petto e la testa della città erano unite, ancora oggi lo sono, da Cusco. È questo che vedo, che ho visto, dico a Don Juan
una strada chiamata Puma-kurku. La Colonna Vertebrale del Tuesta, alla sua voce che si allontana con passi felpati, artigli
Puma. E la coda della città di pietra era d'acqua, la coda del e zanne di otorongo, di puma. E cade il Rio delle Amazzoni
Puma-Cusco era il fiume Watanay, quel ruscello che scorre dall'alto della sua fronte di saggio. Mi vedo in Plaza de los
senza sosta, impetuoso, fino al villaggio di San Sebastian... Qeros, rettangolo di terra, palosangre scolpito dalle unghie del
Ugné Karvelis e Julio Cortàzar osservavano attoniti la Sole, mi vedo viaggiare con i migliori ballerini Qero,
Fortezza di Saqsawma, e manifestavano lo stesso stupore: scendere a Challabamba, entrare a Pawkartampu tra canzoni,
come diavolo avevano fatto a trasportare pietre così enormi?... pifferi e tamburi degli indios bora.
Anìbal Tupayachi ci spiegò che erano state scavate e Ho sognato di camminare con i Qero, dico a Don Juan
trasportate dagli inka da una cava non molto distante, può Tuesta, nel villaggio dell'isola Muyuy. Di camminare, io,
essere dimostrato, i macigni avevano percorso solo quaranta ballerino Qero, con gli altri ballerini. Dopo quattrocento
leghe. Sì, va bene, ma come, chiese ancora Cortàzar, come, se anni avevamo accettato di ritornare a Cusco. Il nostro rifiuto
oggi una gru non potrebbe trasportare neanche la pietra più dura ormai da quattro secoli. Da quattro secoli rifiutiamo
piccola, che forse pesa venti tonnellate. Com' è possibile che tutto; nel nostro paese nessuno parla spagnolo, né veste da
qualcuno abbia potuto, e possa oggi, non dico trasportarle, ma spagnolo, né vive da spagnolo, come nella terra degli
soltanto muoverle?... ashaninka, dei campa. Noi esistiamo come prima, come
— Lo facevano cantando, gli disse Anìbal Tupayachi. I sempre, senza caserme né scuole né parrocchie virakocha,
nostri antenati le muovevano con le canzoni, signore, con vestiti con un semplice poncho corto e capelli lunghi, noi
icaro, le canzoni magiche. Così, cantando, facevano viaggiare maschi, con trecce nere le nostre femmine, come le donne
queste pietre gigantesche... della città di Tinta...
Adesso, nella mia nostalgia, il bambino quechua ha i — Saprai che le donne di Tinta, mi dice Don Juan
capelli castani, occhi quasi chiari, o meglio evanescenti, pelle Tuesta, mi dice il vecchio Willaq Umu, mi dice il sorridente
diventata bianca sotto lo scurirsi di quei quattro secoli di vita Cristo della Stella di Neve, saprai che da quando gli invasori
sotto il sole.
hanno assassinato Tupac Amaru, il Serpente Risplendente,
le donne di Tinta per esprimere il loro dolore osservano il
lutto indossando la lliqlla, uno scialle che vela di dolore le
— Manko Kalli ha guidato la nostra vita da lontano, loro spalle. È il tutto più lungo della nostra storia, 200 anni
attraverso questo vaso di palosangre scolpito, mi dice il vecchio di sofferenza. Da quando nella Plaza de Armas di Cusco
Willaq Umu, il Sommo Sacerdote, mentre, nella mia visione hanno condannato ingiustamente il Serpente-Dio, il ribelle
che continua a sorprendermi, conficca il suo basto-
Tupac Amaru, la piazza che allora si
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chiamava Luogo-Dove-Si-Prega, variando una sola delle lettere — Perché quando piango, piango altrettanto forte, come
del suo nome quechua, è stata destinata a una diversa funzione se si rompessero i secoli, sento che gli rispondo.
e a una diversa solitudine, e ancora oggi si chiama Waqaypata, — Non sarai stato stravolto dall'ayawaskha?, mi chiede
Luogo-Dove-Si-Piange; da allora le donne di Tinta si sono ancora più preoccupato lo stregone dell'isola di Muyuy. Io
tinte di pena... però non riesco a vederlo nelle sue parole: la mano del Rio
Mi vedo, assolto dal tribunale dei Qero, assediare le vette delle Amazzoni le cancella contro l'aria dorata, alle mie spalle.
che circondano Cusco, e conquistare insieme a loro la cima E tra il terrore dei notabili della città di Cusco, dei
del monte Wanakawre. Il vecchio Willaq Umu ci ordina di commercianti dietro le loro bilance e i loro portafogli,
fermarci. I ballerini scoprono la fronte e singhiozzano. In tukuyrikuy, boia, allqoruna, che rinchiudono rimorsi e colpe
lontananza, in basso, risuonano le luci della Città-Puma, la tardive in un'unica paura, tra un groviglio di carceri, alberghi,
Città Sacra degli inka. Ci ritroviamo a contemplarla dopo chiese, case e bordelli di invasori, ritorniamo dopo quattro
quattrocento anni. A un gesto del Sommo Sacerdote secoli e cantando ci impadroniamo della piazza, cantando la
cominciamo a scendere verso il petto del Puma di pietra, muoviamo, riportiamo il Cusco fino alla selva, pietra su pietra,
danzando al suono di pifferi, tamburi fabbricati con pelle di silenzio su silenzio, cantando. Lo trasportiamo ballando e
traditore, flauti e qena fatti con ossa di traditore. Entriamo in cantando. Con icaro, le canzoni magiche, con bubinzana, lo
un tripudio di danze, le nostre teste ornate con wapapa e aironi muoviamo, pensando...
disseccati, cappello d'ali nere picchiettate di giallo il cui collo
scende lungo la nostra schiena, chiuso il becco insanguinato
che inutilmente ormai colpisce la vita vincitrice e flessuosa.
La città si spaventa. I virakocha impauriti ci osservano mentre
entriamo nella piazza di Cusco, nella grotta di ghiaccio
iridescente. In mezzo alla Waqaypata sorride il
Serpente-Dio-Splendente da una croce di palosangre, Tupac
Amaru ci riceve...
— Perché hai tardato?, mi rimprovera il pittore Calvo de
Araùjo dal moletto della sua proprietà Shapshico, nelle mie
visioni lo vedo seduto dietro il fumo di una sigaretta lunga e
stretta, preparata con foglie di tabacco silvestre.
— Ti aspettavo al tramonto, mi dice. Ti sto aspettando da
più di quattrocento anni...
Ma invece di ascoltarlo apro le ali nere del condor che mi
adorna la testa e con i Qero mi affretto verso uno squallido
sentiero, un cammino in mezzo alla boscaglia per raggiungere
gli altri e insieme proseguire verso il cuore del Cusco...
— Perché ridi tanto forte?, si preoccupa Don Juan
Tuesta
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8. le donne che non possono avere figli partoriscono — Sì, ogni donna che prima non poteva, quando esce può.
arcobaleni E i figli che più tardi concepisce con allegria, sono conosciuti
come figli dell'arcobaleno.
Dall'alto della vallata, quella roccia si trova nella vallata
E poi ho visto una roccia poco più grande di una casa, le che si estende dal Palazzo dell' Inka fino al fiume Willkanota,
cui falde erano avvolte da muschi e da liane, orizzonte di terra ho visto venire un vecchio, molto vecchio, con un bastone di
unito alla terra. Una cortina di acque ne chiudeva l'entrata, bambù rosso che forava la terra: scendeva lentamente con una
copriva, come cateratta imprigionata, cadendo da terra verso il coppia di pernici, di quelle che chiamano panguanas, sulle
cielo, la bocca della pietra. Ed io me ne stavo li seduto, a braccia piene di tagli. Era venuto vicino a me ma non mi
guardare. Sulla roccia, in ombra, ho visto degli uomini che guardava, attraverso di me vedeva la cortina d'acqua. Visioni,
parlavano in silenzio, le voci e gli occhi sospesi nel tramonto venite!, gridò. Al richiamo della sua voce rugosa ho visto la
del sole. Avevano i capelli lunghi, uno o due giri di treccia, il panguana femmina entrare nella roccia, passare sotto le acque
poncho e i pantaloni corti, stretti alle ginocchia, e parlavano in che piovevano dalla terra verso il cielo, perdersi nella
un quechua che io non riuscirò mai a imparare. penombra umida e muschiosa della grotta di neve. Qoylluriti!,
— Questo è il Tempio dell'Arcobaleno, disse dall'alto gridò il vecchio. E ho visto che era il giorno successivo, la sera
della roccia, nelle mie visioni, un volto che non ho mai visto precedente aveva scavalcato la notte ignorandola, deviandone
ma che ricordo. E fissando il sole che si dissanguava: per sempre il corso nel tempo senza tempo, e si era unita al
— Qui vengono le donne che non possono, attraversano a nuovo giorno. Ma no, la notte se ne era andata scivolando
piedi nudi la porta d'acqua, entrano sul fare della sera, ma è lungo il Willkanota e poi il Wilcamayu fino all'Urubamba, in
ancora giorno; il cielo mente. Escono all'alba, dopo aver direzione della selva. La panguana femmina usciva dalla
passato la notte intera dentro la pietra, dopo aver conosciuto la roccia e deponeva cinque uova sul posto occupato dal mio
solitudine senza colore né calore, la vera solitudine corpo invisibile, sulla terra che io calpestavo, non visto. E la
dell'arcobaleno. E quando escono possono. Ogni donna che panguana maschio volava dalle braccia del vecchio e si sedeva
prima non poteva, quando esce può... sulle uova. E allora ho visto che la panguana che covava ero io.
E rivolgendo il viso alla sera che scendeva dal Palazzo — È il maschio che cova, sentenziò il vecchio. E io
dell' Inka Sinkhi Roka, qui a Chincheros, a mezza giornata di gli dicevo:
cammino dalla città di Cusco, e che avanzava sul fiume — Perché non può vedérmi, maestro?
Willkanota, il Fiume Sacro che scorre vicino, giovane ancora — È il maschio che cova, ripetè tra sé senza sentirmi né
e non ancora Urubamba: vedermi.
E io, il luogo che io ero, ostinato e tra le lacrime:
— Perché non riesce a vedermi, se sono diventato
invisibile proprio per farmi vedere da lei...?
E lui, risalendo la vallata dopo aver raccolto le panguanas
e le uova:
— Forse perché hai perduto i tuoi poteri, probabil-
mente te li hanno tolti...
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— Lei mi può icarare, magnetizzare, proteggermi!, II
protestai. Lei mi può liberare dal maleficio!
— Tutto è meritato, sentii che lo stregone mi diceva Il viaggio
mentre si allontanava ansimando, appoggiato sul suo ba-
stone d'argento lavorato che fecondava la terra. Era di
nuovo notte. E di nuovo giorno. E di nuovo notte. Le mie
visioni mi avevano confuso, era giorno ed era notte allo
stesso tempo. Ho visto un negro che tossiva o che piangeva
sangue sotto il mare e il mare suonava come una cassa
musicale. Ma non era né una cassa musicale né il mare: era
un man guaré bianco, di lupuna, di luna, e suonava sul fondo
del Rio delle Amazzoni. E il negro si chiamava Narowé e
aveva il viso, la voce e le mani di Don Javier. E entrava
nella sua cassa come chi si immerge nel mare o nella morte o
in un sogno-senza-fine, insieme a una wapapa, uno di quegli
uccelli carnivori che mangiava con indifferenza senza la
minima paura. Non suono da quattro secoli!, gridava. E non
voglio suonare più!, disse colpendo la luna con un ramo di
palosangre. Ho visto anche il suono lontano di due giovani
tamburi che invece di suonare si colpivano a morte. Ho
visto il tamburo maschio dissolversi dentro un ruscello,
mentre la femmina singhiozzava, imprecava, si
abbandonava al conforto di un fuoco nella notte. Perché era
di nuovo notte. Le mie visioni mi contraddicevano. Era
l'alba. Ho visto due gocce dolci, luminose come pianto di
canna, staccarsi dalla cortina d'acqua che copriva la roccia e,
volando, posarsi sul mio occhio destro. Poi ho visto altre due
gocce ancora più dolci spuntare e immergersi fluttuando nel
mio occhio sinistro.
E non ho visto altro. Mi sono svegliato.

70
non invano quegli alberi si chiamano
palosangre

Il bimotore ci lasciò ad Atalaya, con le ultime luci.


Volammo per due ore da Pucallpa, inseguiti da venti e
1. piogge minacciose. Sotto, in un viale spazioso che insidiava
la boscaglia contrastando pascoli gialli e sterpaglie polve-
rose, due file di lampade a petrolio delimitavano la precaria
pista di atterraggio. Quando scendemmo dal bimotore la notte
era già calata. Soltanto la luce rossiccia delle lampade
consentiva il cammino verso l'abitato disegnando sagome di
passeggeri e di alberi. Camminammo per due chilometri
trasportando i nostri bagagli fino al centro del paese:
cinquemila abitanti tra pescatori tristi, funzionari statali,
bambini pallidi, trafficanti di legname in disgrazia,
commercianti obesi e allevatori di bestiame accigliati e strade
e vicoli di fango secco.
— Winchester contro frecce, pensi un po', armi a ri-
petizione contro aste di legno — esclama lo spagnolo An-drés
Rua, allevatore di bestiame, esaltato dal ricordo, ad Atalaya.
A sette ore dall'abitato, se si viaggia con la piroga
remando senza contrariare l' Ucayali, un ruscello profondo si
getta, all'improvviso, dalla riva sinistra nel grande fiume,
costeggiato da due file di alberi dalla chioma foltissima e dalla
corteccia molto dura, più dura e più brillante dell'acciaio:
venature del prezioso palosangre sulla cui superficie si
spezzano le lame delle seghe dentate, anche di quelle dure
come punta di diamante.

73
Quell'alveo allegro che taglia il bosco rosso è l' Unine. La ventano disperatamente fedeli. La ashaninka sposata non
corteccia del palosangre è verde cenere, più di dieci metri di guarda nessun altro all' infuori di suo marito. È possibile
tronco sema rami. L' Unine nasce in alto, oltre le cime possederla soltanto con la forza e se accade, e accade quasi
alberate, al centro di una pianura conosciuta come il Gran sempre per colpa di qualche guarnigione di soldati sbandati,
Pajonal: centomila chilometri quadrati di altopiano di selva l'ashaninka violentata si uccide.
fino a oggi inviolato; qui abitano disseminate le invincibili, Soltanto gli stregoni campa, i katziboréri, e a maggior
ospitali, feroci tribù ashaninka. Gli ashaninka, che gli stranieri diritto quelli che fumano, gli shirimpiàre, conoscono il veleno
chiamano campa. Dal Gran Pajonal, lungo l' Unine scesero, con cui quei guerrieri ungono la punta delle frecce e dei dardi
barbuti, stanchi, con armi sospettose e strani vestiti e colori di scagliati con le lunghe cerbottane. Si tratta di una sostanza
pelle e occhi e capelli, intorno al 1965, diretti alle montagne di tossica, che in un tempo brevissimo uccide senza dolore, dice
Mesa Pa-lada nel Cuzco, i guerriglieri comandati da Luis De Don Andrés Rua. Non ha niente a che vedere con il curaro né
La Puente. Erano sicuri che gli ashaninka, senza dubbio i più con il veleno dei serpenti. Si sa che i fattucchieri si servono di
abili e ribelli abitanti della selva peruviana, si sarebbero alleati un preparato di tohé, quel fiore color avorio a forma di
con loro. campanula la cui essenza provoca un sonno profondo e dolce
— Nessuno volle seguirli, dice Don Andrés Rua. che congela il sangue.
I pochi che lo fecero, convinti di scendere dalle selve del Ingannato dall' amawaka Ino Moxo, l'ashaninka
Gran Pajonal verso terre tiepide, scesero in realtà verso la Inga-nìteri convocò i capi di tutto il gran Pajonal: su numerose
morte. I palosangre scuotono appena le fronde, in alto, in un piroghe, le guance dipinte con wito, con achiote, con karowiro
groviglio di foglie evanescenti e lucide. Mi informano che e sangue, centinaia di guerrieri arrivarono alla foce dell'
molto tempo fa c'è stato uno spietato conflitto tra gli Unine, scesero insieme alle loro donne tra i filari di
ashaninka e gli amawaka del grande stregone Ino Moxo. Che palosangre, lanciando alte grida, raggiunsero l' Ucayali
Ino Moxo, erede sicuro del capo amawaka Ximu, rapi una urlando, cantando, ridendo sguaiatamente, penetrarono nel-
delle trenta mogli di un curaca chiamato Inganiteri. l'Urubamba fino all' Inuya, giunsero al Mapuya, attraver-
Gli ashaninka, i campa, combattono soltanto allo sco- sarono il bosco fino al Mishawa e qui riuscirono a fare ciò che
perto, dice il trafficante di legname Carlos Maldonado. Non non erano riusciti a fare gli invasori bianchi: annientare gli
attaccano mai alle spalle, mai spuntano armati dall'ombra né amawaka. La corteccia del palosangre è verde cenere, più di
tendono agguati di notte. Sono insuperabili nell'uso dell'arco dieci metri di tronco sottile, l'albero senza rami, scuote
costruito con dure liste di pona scura e stagionata. Durante le appena le fronde, in alto, in un groviglio di foglie evanescenti
battaglie in campo aperto si prendono gioco dei nemici e lucide. Ma i palosangre dell' Unine, stranamente vedovi di
afferrando al volo le frecce o schivandole quando sfiorano i corteccia, ostentano quell' insolenza rossa da cui traggono il
loro corpi con i bordi della cushma. E le donne, quelle nome. Dopo settimane e settimane di lotta, quando ormai
inquietanti e piccole e silenziose femmine dagli occhi dell'esercito amawaka non erano rimasti che trecento uomini,
spaventati su un viso color rame, i fianchi lucidi da sembrare Ino Moxo costretto dal suo capo Ximu, restituì a Inganiteri la
oliati, ondulanti sotto il gonnellino dipinto, quelle stesse sua trentesima moglie. Raccontano che la sposa offesa, prima
donne che fanno l'amore con chi vogliono dai dieci, nove, di tornare al Gran Pajonal, terra dei suoi avi, si diede la morte
dodici anni, una volta sposate di- volontariamente trafiggendosi il ventre con un dardo di tohé.
Questi palosangre dell' Unine, privi di corteccia ostentano
agli oc-
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chi e all'aria quell'insolenza rossa dalla quale prendono il oggi, sono riusciti a sottomettere i campa. Mi dicono che
nome. Altri affermano che questa storia è falsa, che non sono nel 1742, un loro capo, chiamato Juan Santos Atao Wallpa si
stati gli ashaninka ma i caucheros bianchi a massacrare senza ribellò contro l'impero spagnolo, proclamandosi Re di tutti
tregua gli indios con il falso pretesto di combattere il gli indios del Perù. E che oggi i campa, dopo secoli dalla
cannibalismo. scomparsa di Santos Atao Wallpa, continuano a aspettarlo.
— Winchester contro frecce, pensi un po' ! Armi a ri- Ogni anno alla stagione delle piogge, i capi ashaninka si
petizione contro aste di legno, per sottrarre agli indios le loro riuniscono in qualche luogo nascosto del Gran Pajonal, di
terre ricche di alberi di caucciù. preferenza vicino al Cerro de la Sal, dice Stefano Va-rese,
in prossimità della città di Satipo, dissotterrano la spada
lasciatagli da Juan Santos Atao Wallpa e lo aspettano senza
E sui campa mi dicono altre cose. Che sono nomadi da mai dormire per giorni e notti. Quando finalmente lo vedono
sempre, da prima che esistessero i bianchi, da quando un attraversare il cielo impugnando un lampo nella mano destra,
enorme otorongo nero precipitò dall'alto del Gran Pajonal, e li rassegnati, i capi campa fanno giuramento di riunirsi di
mise in fuga. Che ogni due anni si trasferiscono in una terra nuovo, per aspettarlo, l'anno dopo, alla stagione delle
diversa, cambiano vita, bruciano tutto: i campi seminati, i piogge. Perché si dice, afferma Carlos Maldonado, che al
sentieri aperti con il machete, le due capanne: la kaapa, ritorno di Juan Santos Atao Wallpa, gli ashaninka si
destinata agli ospiti e costruita per prima, e il tantóotzi, dove solleveranno di nuovo, sotto la sua guida, contro i
vivono con la famiglia; e così restituiscono le cose chieste in
conquistatori e li vinceranno per restituire la libertà e la terra
prestito alla selva, ristabilendo la pace con il paesaggio e
a tutti gli indios del Regno del Perù.
l'armonia con la natura. Poi scelgono un'altra zona del Gran
Pajonal e ricominciano di nuovo: bruciano la foresta Queste e molte altre storie, oltre a quelle sul rapimento e
impenetrabile, preparano i nuovi campi e le nuove case. E non successivo suicidio della trentesima moglie di Inganiteri, e
lo fanno per puro capriccio, dice Carlos Maldonado, non lo quella sul ritorno imminente di Santos Atao Wallpa, potei
fanno per ignoranza, come pensiamo noi che apparteniamo alla raccogliere nelle vicinanze di Atalaya, grazie agli amici di
civiltà. Solo recentemente, dice Don Andrés Rua, quegli mio zio, il pittore Calvo de Araùjo, i quali avevano diviso con
studiosi che credo si chiamino ecologi, hanno scoperto ciò che lui tutto, tutto il Gran Pajonal e che ora, messo da parte, per la
gli ashaninka conoscono da sempre: che quello è il modo più necessità e per gli anni, il desiderio di avventura, ingrassavano
adeguato e saggio per rendere fertile la terra di queste zone, mandrie sui pascoli aperti dai campa col fuoco e col machete,
perché la nostra terra è delicata, debole, e non sopporta di essere e che si estendono da una parte e dall'altra dell' Unine, al di là
fecondata un anno dopo l' altro; ha bisogno di riposo, concime e dei fiammeggianti boschi di palosangre.
poi di nuovo riposo. La cenere che produce il campa quando la — Si batterono per una donna ma non furono capaci di
abbandona, non è di morte ma di nuova vita. Ed è per questo seguire i guerriglieri! Dice Carlos Maldonado.
che seppelliscono i morti in superficie, avvolti in un doppio Non avevamo tempo di risalire le acque dell' Unine ed
strato di calce, perché fecondino e continuino a vivere in eterno. entrare nel paese ashaninka. La nostra meta era dal lato
E mi dicono anche che né gli inka, né i conquistatori spagnoli, opposto, tra i sopravvissuti della non meno favolosa stirpe
né i missionari, né gli studiosi, né gli eserciti di amawaka.
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Camminammo per due chilometri con i nostri carichi fino come neve, nella confluenza dell' Ucayali con l'Urubamba.
al centro di Atalaya. Ci lavammo nell'unico bagno del Grand Piantammo i pali: uno più solido per ancorare la canoa, gli
Hotel de Sousa, al buio, infastiditi da zanzare e insetti. All'alba altri per montare le nostre tende e le nostre zanzariere
lasciammo l'albergo con l'intenzione di recarci subito al porto, trasparenti. Insapillo si offrì per il turno di guardia. Dor-
ma l'inesauribile ospitalità degli amici di mio cugino Cèsar mimmo, non dormimmo, così tutta la notte, e l'alba arrivò
Calvo ci fece arrivare barcollanti all'imbarcazione, gonfi di portandoci nuove preoccupazioni. Insapillo lesse nel cielo i
birra San Juan, sfiniti sotto il sole pomeridiano. Una pioggia segni di una pioggia imminente. Era il 27 giugno del 1977.
furibonda ci accolse sulle tavole agonizzanti del molo sulla Smontammo il nostro misero accampamento, avvolgemmo
riva sinistra dell' Ucayali. Lì, sotto l'ombra di frondosi alberi di fucili e machete con tela incatramata e ci affrettammo a
mango e palme cariche di aguaje, Cèsar ritrovò suo fratello imbarcarci sulla canoa che ondeggiava sulla riva.
Ivàn, scuro di pelle e taciturno, evidente eredità indigena che, I giorni successivi avrebbero dato ragione a Carlos
come seppi più tardi, gli veniva da parte di madre e che Maldonado: per arrivare fino a Ino Moxo, in terra amawaka,
affiorava nel suo sguardo come agguato scontroso: Ivàn Calvo bisogna aggirare infide acque, nubi velenose che
portò nel nostro gruppo la ricca esperienza di un suo amico, biancheggiano all'improvviso, evitare cadaveri di pesci gi-
Félix Insapillo, pescatore del posto, più scuro di pelle e più ganteschi e tronchi appuntiti, wacraponas, muwenas,
taciturno di lui. ma-sarandubas e cedri abbattuti dalla collera dei fiumi
Per fortuna, o forse per sfortuna, Félix Insapillo affittò per incatenati all' ultima corrente. Bisogna sapere ascoltare Ivàn
noi, quella stessa sera, una piroga con un motore fuoribordo: e Insapillo, nelle cui voci prendono corpo le fiabe notturne
infido tronco vacillante che per poco non ci fece naufragare, della selva, gente che appare e che scompare, animali delle
appena imbarcati, di fronte al porto, sotto la spinta di un'onda storie occulte, ragazze gementi nel fiume, violate da un
che ci sbattè contro una petraia nascosta sotto le acque del delfino rosso. E bisogna saper dormire sempre all'erta, gli
fiume. Sprofondati nel fango, graffiati dai sassi, fummo occhi aperti e il fucile al fianco, dopo avere spellato, aver
costretti a trascinare a spalla la nostra imbarcazione. A lungo, cotto e divorato una scimmia enorme, tenera e rosea proprio
Cèsar, Ivàn, Insapillo e io, resistemmo alla corrente: davanti a come noi, mentre a pochi metri si sente l'urlo dei coccodrilli
noi un animale lottava invano contro la forza dell' Ucayali che lenti, nell'acqua fangosa, come tronchi galleggianti sfiorati
lo travolgeva. Sempre con la piroga sulle spalle continuammo da tronchi corrosi da quel muschio azzurro-verde-dorato,
a resistere fino a raggiungere il riparo di un isolotto vicino; lì ci mentre il tùnchi passa fischiando per annunciare che qualcuno
gettammo a terra, fradici, esausti, sotto l'ultimo sole. Dopo un è morto o che morirà e nei campi di chicoza risuonano nella
brevissimo riposo, sostituimmo l'elica del motore che quei penombra i passi dei majaz, di centinaia e centinaia di majaz,
sassi nascosti avevano ridotto in mille pezzi, e proseguimmo quei grossi roditori scuri, screziati di bianco, di nero, senza
controcorrente verso l'Urubamba che risuonava lontano con le colore.
sue acque impetuose tra colossali isole. Non andammo molto
avanti. La scarsa luna e i tronchi smisurati di tornillo-negro,
nascosti dall'acqua, capaci di rovesciare imbarcazioni più La notte che cade risuona stranamente simile a un
solide della nostra, ci costrinsero ad accamparci in una piccola gigantesco albero carbonizzato. Ho imparato a isolare, dietro i
spiaggia sabbiosa, luccicante rumori della boscaglia e del fiume, quell'immenso silenzio
ferito, la notte. Ma adesso riesco a distinguere:
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qualcosa che non è il vento preme delicatamente, come se zoccolo di cervo feroce... Cèsar assentiva con il capo ai
qualcuno strofinasse un foglio di cellophane contro la garza racconti agitati di Félix Insapillo. Io non mi curai di lui,
della zanzariera. Mi alzo preoccupato, spio nel buio, cerco ai assorto come ero, in attesa di Ivàn che si era allontanato verso
miei piedi, tocco con sollievo il mio fucile. Insapillo, vicino a il bosco alcune ore prima, quando era ancora buio, dopo avere
me, giace immobile. Mi irrigidisco, attento nell'oscurità a caricato il fucile con una sola cartuccia, sicuro che gli sarebbe
quello strofinio senza nome.
stata sufficiente per procurarci una lauta colazione.
— Non ci far caso, sono solo vampiri — sento che dice
Ivàn. Cèsar mi aveva già anticipato qualche informazione su
— Come? — si preoccupa mio cugino Cèsar. Ivàn: camminava scalzo e in silenzio nei punti più insidiosi
— Proprio così, questa è zona di vampiri, vampiri enormi. della foresta, su spini e liane secche, sapeva fiutare tra il
Devi dormire al centro della zanzariera, se stai ai bordi fogliame i cinghiali; sapeva dire a che distanza e in che
sicuramente ti succhieranno il sangue... direzione si muovevano, coglieva sempre il bersaglio sia con
Poi tace. Lo sento russare tutta la notte, insieme al respiro la cerbottana che col fucile e l'arco; intuiva la preda e il
di pietra di Félix Insapillo steso accanto a me. E a pericolo con la stessa astuzia delle tigri giovani e, nonostante i
quell'ostinato svolazzare che assedia le tende... suoi pochi anni, era già un esperto cacciatore, lo chiamavano
È di nuovo giorno. Cacicco ed era sopravvissuto a molti rischi e a indicibili
— Stiamo vicini — dice Félix Insapillo, dopo una notte avventure.
insonne, rassicurandoci nella luce nebbiosa che scopre a tratti Il pittore Calvo de Araùjo disprezzava la città, viveva in
le fronde dei grandi yakushapanas, le chiome arruffate dei selve intricate, il più lontano possibile dalla civiltà. A quei
canela-muwenas e altri alberi alteri, e i dirupi marcupi e
ostinati, paesaggi spezzati, fianco di animale millenario, tempi abitava in una modesta capanna di fronte al fiume
grovigli di radici moribonde sotto l'impero delle acque che si Utuquinia, a due giornate da Pucallpa. Ricevette l'inaspettata
infrangono. Non prestammo troppa attenzione a Félix visita di Cèsar.
Insapillo che si sgolava per convincerci che quelle impronte, — Hai tardato — gli disse sul molo già avvolto dalla
deboli tra gli arbusti, più accentuate sulla spiaggia, quei passi notte, seduto dietro il fumo di una sigaretta lenta, lunga, fatta
che inutilmente si perdevano nell'acqua, non erano di majaz, e con tabacco selvatico.
tanto meno di anaz, quella specie di volpe della selva, né di — Ti aspettavo prima del tramonto.
ronsoco, roditore gigante, parente rinnegato dei maiali — Mi sono dovuto fermare per mangiare, — si scusò
selvatici, ma impronte diaboli-che di chullachaki. Chullachaki, Cèsar, perplesso perché non aveva detto a nessuno del suo
sottolineava Insapillo, Chullachaki! che in lingua quechua vuol viaggio.
dire un-solo-piede, piede unico. Secondo la nostra guida, il — Ieri ti ho sognato, ho sognato che arrivavi al tramonto,
chullachaki, il demonio dei boschi, era stato tutta la notte in non te l'ho detto? — sottolineò il pittore rivolgendosi alla sua
agguato, per coglierci di sorpresa. Forse la sua anima compagna di quei mesi.
maledetta, l'anima sola, era entrata dentro di noi nel sonno, — Così è stato — confermò lei, piccola, la pelle scura e
camminando con il suo passo equivoco, camuffato da essere dura, anche se meno del suo sguardo sfuggente. La tua
umano, senza però riuscire a nascondere il suo piede destro vecchiaia mi ha svegliata ieri notte, disse a Cèsar, mi ha
che lascia impronte assurde, deformi come artiglio di tigre o svegliata dicendo: domani arriva Cèsar, prima di sera...
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Il pittore Calvo de Araùjo, a quel tempo, viveva con i suoi l'enorme felino che galleggiava immobile, remando con la
due figli minori: Angel e Ivàn. Cèsar si scontrò con mano. Cèsar si sporse per afferrarlo. Ivàn glielo impedì: non è
l'insormontabile ostilità di entrambi. Qualche giorno dopo morto, disse esaminando con lo sguardo l'apparente quiete
riuscì a capirli. Tinto dal sole dell' Utuquinia e scurito dal dell'animale, poi sfiorò con il remo la testa tinta dalla morte.
riverbero dei laghi, pescava seminudo sulla riva quando lo La fiera, senza aprire gli occhi velati dal sangue che gli
raggiunse un'ombra, Ivàn, il quale avvicinando il suo braccio scendeva dalla fronte, ruotando gli artigli nell'aria, fece a
scuro al corpo anche esso scuro di Cèsar, confrontò i colori e pezzi il remo; Ivàn prese di nuovo il fucile; finge di esser
sorrise: morto, disse, proprio così, e sparò un'altra cartuccia contro
— Adesso sì che sei mio fratello! l'otorongo. Ore di silenzio. Ormai in vista del precario
Poi, alzandosi di scatto, abitato da allegrie smisurate approdo di Sahpshico (Diablito, così si chiamava la proprietà
lo invitò ad andare a caccia. Presero due lance, un vecchio del pittore, in contrasto con le località confinanti tutte
fucile, mezza dozzina di cartucce, quindi con quelle armi e ribattezzate con commoventi nomi di beate e santi cattolici)
con i loro corpi gioiosi appesantirono una piroga corta e Cèsar chiese a suo fratello che cosa sarebbe accaduto se non
stretta. Ivàn seduto nella parte anteriore immergeva il remo avesse fiutato la presenza della tigre.
nell'acqua e lo ritirava fuori gocciolante e silenzioso sopra — Ma non è possibile che io non fiuti una tigre!, esclamò
l'imperturbabile fluire della corrente. Solcarono il gracile offeso Ivàn, sorprendendosi per la domanda che Cèsar ripetè
Utuquinia senza parlare, resi muti dalla visione dei boschi più volte e alla quale rispondeva sempre: ma non è possibile!
ombrosi che si intrecciavano sul sentiero di acqua bianca. Poi finì con l'accettare l'impossibile possibilità di una sua
Dopo qualche ora lasciarono la piroga e la trasportarono a disattenzione e, volgendosi verso Cèsar disse, senza alterare
spalla lungo una scalinata di pietre iridate da dove il fiume la voce:
precipitava in cascate inoffensive. Superato quel tratto — Se non avessi sentito l'otorongo, stai pur certo, ci
ritornarono a navigare l' Utuquinia, verso la boscaglia cieca. avrebbe ammazzati, ora non staremo qui a parlare.
Dovunque silenzio. Ivàn tolse il remo dall'acqua e con lo — Non so se sai — mi dice Cèsar, che Ivàn è. figlioccio
sguardo fisso, inchiodato in un punto di quel tunnel boscoso dello stregone degli stregoni, protetto del maestro Ino Moxo.
che consentiva appena il passaggio di qualche raggio di sole, Mio padre ha chiesto e ottenuto questo privilegio dal grande
fiutò nella penombra, poi lentamente stese la mano destra capo amawaka.
verso Cèsar, senza girarsi. Cèsar se ne stava immobile sul — Com' è possibile — protestai. — Non mi avevi as-
fondo della canoa, con il fucile sulle cosce; cercava di sicurato che Ino Moxo non parla con nessuno, con nessun
indovinare che cosa avesse visto suo fratello, o meglio che occidentale, da moltissimi anni?
cosa avesse fiutato tra quegli alberi fitti. Rassegnato, quasi — Certo, mi rassicurò lui, il fatto è che mio padre gli ha
allarmato gli porse il fucile. Ivàn, sempre attento ai rami alti chiesto mentalmente dall' Utuquinìa, di essere padrino di
della boscaglia in ombra, prese l'arma con lentezza e con Ivàn, e lui, sempre mentalmente, ha acconsentito. Da quel
lentezza la poggiò contro la spalla, poi sparò. Cèsar guardò, giorno Ivàn affronta il pericolo senza paura: Ino Moxo lo
come cieco, nella direzione della mira. Nulla. Quasi protegge...
contemporaneamente allo sparo, dal groviglio di rami e di
liane, si staccò
il corpo di una tigre, un otorongo nero di due metri che cadde Eppure, quella mattina aspettavo il ritorno di Ivàn più
nel fiume agitandosi. Ivàn avvicinò la piroga al- affamato che fiducioso, più impaziente che affamato.
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E sempre con maggior meraviglia. Cercavo di spiegarmi
quello che, alcune settimane prima, mi era accaduto a Pu-
callpa mentre aspettavamo che quel bimotore malandato si
decidesse a funzionare e a portarci a Atalaya. Cercavo di
fissare nella mia memoria quanto mi aveva detto Don Hil-
debrando, Mago Maggiore della zona, a proposito di Ino
Moxo e della sua vita...

2. il Vaso Sacro degli inka del Cusco impiegò


mille anni per arrivare a Pucallpa

— Qui i colori sono fondamentali, dice Cèsar, porte


indispensabili per l'intuizione, per la comprensione. Pren-
diamo Pucallpa, per esempio, in quechua, puka, vuol dire
rosso e allpa, terra, Pucallpa è terra rossa.
Gli credetti, non gli credetti. Yando Rìos, primogenito di
Don Hildebrando, aveva contagiato Cèsar con la sua passione
per la magia. Gli credetti. Tutti e due avevano frequentato, per
diversi mesi, lo stregone di Pucallpa, più per curiosità che
come seguaci. Non gli credetti. Fu così che Cèsar venne a
sapere, e io dopo di lui, che tra gli stregoni della selva esiste
una rigida gerarchia. Che il grado più alto viene conferito al
Mago Maggiore di certe zone. Che la demarcazione di tali
regioni dipende più dalle influenze stellari e dai dettami
dell'aria che dall'appartenenza etnica e/o geografica. Che
alcuni fattucchieri praticano malefizi, una sorta di magia che
ha come origine e destino la sottomissione al Maligno; e sono
nemici spietati di coloro che esercitano i diversi poteri della
magia dell'affetto. Venni a sapere inoltre di sette che
accolgono nei loro rituali pratiche profane ereditate da un
tempo senza memoria (lo stesso giorno del nostro arrivo a
Pucallpa i giornali diffusero la notizia del ritrovamento di una
testa di una bambina, decapitata, le guance dipinte con wito e
achiote, abbandonata dentro una cesta sulla strada Federico
Ba-sadre) con invocazioni cerimoniali chiaramente
impregnate di cattolicesimo e protestantesimo. Secondo Cèsar
gli stre-

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goni dell'Amazzonia non appartengono né alla magia nera né poi rialzarsi subito. Attraversò la stanza facendo scricchiolare
a quella bianca, in certe occasioni ricorrono ai malefici per il pavimento detta sua capanna, nei dintorni di Pucallpa, si
fare il bene; sarebbe allora il caso di parlare di una magia chinò di fronte a un qualcosa che somigliava a un baule;
verde, propria dei fattucchieri della selva, una sorta di sollevò il coperchio fissato con funi di chambira, estrasse un
religioni medico-magiche, e che pertanto Don Hildebrando vecchio quaderno, una matita e li porse a Cèsar:
sarebbe il Grande Mago Verde della zona di Pucallpa. — Disegnami quel vaso, chiese con voce autoritaria e
supplichevole al tempo stesso, e Cèsar disegnò, e gli occhi
dello stregone brillarono nella penombra, e proprio così!,
Restammo nella terra rossa per quattro giorni, e per Manko Galli lo stringe contro il petto, disse, quando lo hai
quattro notti presenziammo nella capanna di Don Hilde- visto?, lo hai visto qui a casa mia o lo hai sognato?
brando alle sue sedute di meditazione e di richiamo. Per — Non ho mai visto Manko Kalli, Cèsar lo deluse, ma il
quattro notti uscimmo dall'Hotel Tariri e percorremmo vaso sì, l'ho visto...
invernali sentieri fangosi, attraversammo quel cancello tra- Dopo un breve silenzio, assalito dalle prime visioni
ballante di pali scontrosi, camminammo con difficoltà lungo un provocate dal succo dell'ayawaskha, la liana del morto,
sentiero angusto e contorto, entrammo a casa sua, tra una ricordò:
moltitudine di malati e credenti che affollavano il suo orario di — Alcuni anni fa mi stabilii nel Cusco. Un pomeriggio,
visite notturne. mentre camminavo nella parte alta della cittadella inka di
— Lo spirito di un inka ti protegge — assicurò Don Pisaq, sopra la Valle Sacra, osservavo scorrere il fiume
Hildebrando a Cèsar. — Appare sempre quando arrivi con Urubamba, argentato, ancora giovane, prima che si perdesse
Yando, lo vedo dietro di te avvolto in una luce splendente, nella selva. I quechua non lo conoscono come Urubamba, per
coperto fino ai piedi da una cushma gialla, quel poncho loro è sempre il Wilkamayu, che significa fiume-dio, fiume
chiuso e cucito ai lati, a strisce, con disegni color terra rossa... sacro. Oltre la cordigliera, dove nasce, lo chiamano
E offrendo a Cèsar una piccola dose di ayawaskha in un Willkanota e si racconta che molti anni fa, prima dell'arrivo
mate ossidato: — Quando arrivi lui ti segue sempre; è lo dei conquistatori spagnoli, il Willkanota fosse un fiume
spirito dell' inka Manco Kalli, appare dietro di te con un vaso imponente, impossibile da attraversare; camminava in piedi,
di legno tra le mani, un vaso molto antico, inciso con gli stessi sollevato sulle acque. Quando gli invasori assassinarono
motivi detta cushma... l'ultimo re quechua, Manko Inka, il fiume sacro diventò rosso,
— So come è fatto quel vaso — si sentì dire Cèsar dopo più rosso del sangue di un innocente, dicono; da quel giorno
l'ultimo sorso amaro di ayawaskha. — L'ho visto, è un Qero, le sue acque si sono ammansite, divise, come il tempo senza
il recipiente sacro che gli inka usavano nelle loro cerimonie. tempo dei primi uomini, dei campa; a poco a poco le acque
Bevendo un solo sorso da quel vaso e versando il liquido hanno ripreso il loro colore primitivo continuando però a
rimasto nei canali scavati nelle pietre dei loro templi, gli inka scorrere in ginocchio, piene di tristezza...
concludevano le cerimonie di adorazione al Sole, il Padre Inti Don Hildebrando guardò Cèsar sempre più avvilito, la
e alla Luna, la Madre Killa... testa di argilla protesa in avanti. Più che un'aspettativa, c'era
— Lo hai visto anche tu? — mi domandò incredulo Don nel suo silenzio una richiesta. Cèsar obbedì:
Hildebrando sedendosi sullo sgabello di legno, per — Stavo lì quella sera e contemplavo il Wilkamayu,
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l'Urubamba, dall'alto di Pisaq, a mezza giornata dalla città di Cèsar. Gli credetti, non gli credetti. Quando però conobbi Don
Cusco, camminavo sorpreso, costeggiando il cimitero Hildebrando il Qero di Manko Kalli occupava il centro della
vecchio, la città-dei-morti dei nostri antenati; poco prima del sua casa. Per quattro notti ci riunimmo a meditare intorno a
tramonto m'imbattei in un vecchio contadino, straccione, mi quel Qero, in silenzio, invocando "le forze che abitano l'aria",
sorprese la sua barba brizzolata, stava scavando vicino alle per metterle al servizio "dei nostri fratelli che soffrono",
grotte dove erano sepolti i suoi avi. Reggeva tra le mani quel stando a quello che dice Don Hildebrando. Al centro della
qero appena scavato. Il vecchio mi sentì accennare un saluto stanza principale spiccavano tre scalini triangolari di legno
nella sua lingua e sorrise commosso porgendomi il vaso levigato, sovrapposti a mo' di altare; sull'ultima piattaforma,
cerimoniale e, offrendomelo senza un motivo, mormorò una accanto a quel piccolo recipiente fatto con una zucca, si
parola che non ho dimenticato: trovava il Vaso Sacro degli inka del Cusco. Una piccola pietra
— Ayùmpari, mi disse. nera, rotonda, schiacciata e brillante tremava sul fondo del
Sì: ayùmpari. Poco dopo tornai a Lima, portai con me il vaso che Don Hildebrando riempiva ogni sera con "Acqua
Qero che oggi tengo ben custodito in casa.. della Serenità". La bevevamo prima di iniziare ogni seduta, poi
E buttandosi indietro, come se volesse mettere in fuga una sedevamo sul pavimento intorno ai triangoli, dopo esserci tolti
visione strana: qualunque oggetto di metallo, monete, fìbbie, gioie, per "non
— Non so perché, ora che lei ha parlato di Manko Kalli e ostacolare la venuta degli spiriti dell'aria". Senza che nessuno
del vaso di legno, ho avuto la certezza che non poteva ce lo chiedesse restavamo per tutta la seduta a occhi chiusi; ed
trattarsi che di quello... era possibile sentire le forze che andavano possedendoci, le
— E un vaso icarado — disse Don Hildebrando al- emanazioni che non erano emanazioni, che sembravano
lontanando la barriera di bambù azzurri e arancioni che penetrare dentro di noi dal più profondo dell'aria della selva.
avevano inondato il centro della casa dalla saliva dell'aya- — Io so chi mi ha ucciso, gridò la visione dell'anziano
waskha. Icarar vuol dire ridare alle cose i poteri che non campa Hohuaté. Io lo ascoltai con gli occhi, con chiarezza,
hanno avuto spontaneamente durante la vita. Icarar significa guardando il suo grido, mi disse Cèsar durante il viaggio in
magnetizzare le cose con le forze che non hanno imparato, aereo per Pucallpa. Gli credetti, non gli credetti. Ma non
che non conoscono... hanno ucciso Hohuaté, hanno ucciso l'altra mia persona,
Le parole dello stregone si confusero nella mente di hanno ucciso Andrés Avelino Càceres y Ruiz...! Così gridò la
Cèsar. Dietro i bambù colorati si affacciarono due occhi visione prima di dissolversi tra le fessure del pavimento.
pericolosi, sulfurei; la visione di un vecchio campa vestito da Alla fine di ogni riunione, di ritorno all'Hotel Tariri,
guerriero. commentavo con mio cugino Cèsar: era possibile sentire
— Mi chiamavo Hohuaté! Gridò nel ricordo e nelle come la capanna si riempiva di forze e quelle forze ci co-
allucinazioni di Cèsar. Ora mi chiamo Andrés Avelino! municavano un'invincibile e serena ansia, indescrivibile on-
Andrés Avelino Càceres y Ruiz, questo è il mio nome! La nipotenza che ci penetrava attraverso i piedi nudi, attraverso
visione si dissolse di colpo, filtrò nella sua voce attraverso le le tempie, come sottili rigagnoli d'aria che ritrovavano il loro
fenditure del pavimento di tavole scricchiolanti. alveo nei nostri pori e ci gonfiavano il petto e l'esistenza, ed
era possibile vedere lo stregone di fronte

— Mesi dopo portai a Pucallpa il vaso cerimoniale


scolpito in un unico pezzo di legno scuro, mi raccontò
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a noi e per vederlo non c'era neanche bisogno di aprire gli Gli stregoni dell'Amazzonia sanno curare qualunque
occhi oggetto. Per questo si addentrano nella selva, meditano per
— Poi non vidi più i bambù colorati ma un fiume settimane nutrendosi con acqua sorgiva, alimentandosi
grigiastro e molti morti, mi dice Cèsar in aereo, folle di morti soltanto con un pezzo di banana arrostita, a seconda della
crivellati che scendevano galleggiando, e il fiume, forza con cui intendono cargar l'oggetto in questione. Una
trasformato in sangue, brillava come una lama rossa tra il collana di semi, per esempio, un braccialetto fatto di pelle di
verde contaminando il cielo del pomeriggio E poi vidi altre serpe, o con labbra di vagina di un delfino rosso, o un
cose che non so descrivere, cose mai viste, mi dice Cèsar ornamento inutile o un ciuffo di capelli o un fazzoletto,
nell'aria, in volo verso Pucallpa. Gli credetti, non gli credetti. possono essere curati da uno stregone e, secondo l'intensità e
Fino a che conobbi Don Hildebrando. La seconda sera che lo l'intenzione conferite, possono procurare vita, amore, denaro,
andai a trovare, la tensione nella sua capanna era così forte, giovinezza, oblio, vigore sessuale, malefici o morte. Lo stesso
così intensa la condensazione di poteri che percepii, non so, oggetto, una volta curato può resuscitare, guarire, fare
che tutta la casa cominciò a tremare e a risuonare. Le fragili ammalare o uccidere, sempre che si rispetti il tempo del
pareti di legno sussultavano sempre più forte, tutto vibrava digiuno e l'intenzione della forza conferita.
come se fosse l'ultima volta, come se ci trovassimo Don Hildebrando curava la pietruzza nera conferendole
nell'epicentro di un terremoto. quiete e quella stessa quiete ci veniva trasmessa per mezzo
— So chi mi ha ucciso! gemette il campa Hohuaté. So chi dell'acqua contenuta nel vaso sacro. E dopo averla bevuta non
ha scagliato un virote avvelenato contro il curaca Andrés facevamo a tempo a ritornare dalla meditazione a questa
Avelino Càceres y Ruiz! "realtà", che Don Hildebrando, già investito dagli spiriti
Rimasi seduto, indifferente al cataclisma inenarrabile, benigni, riceveva una folla di pazienti. Lo assisteva una
attento soltanto agli ordini taciuti di Don Hildebrando, unito a meticcia di quindici anni, dal volto dolce e triste. Orfani i
lui nella sua serenità, abbandonato sulle tavole che stridevano, fianchi e i piedi di ogni mobilità, per una poliomielite
incurante delle enormi zanzare che mi pungevano la fronte, le infantile, la ragazza fu curata dal mago di Pucallpa. La vidi
orecchie, le mani, le caviglie nude, finché il terremoto si andò che camminava normalmente, andava e veniva indaffarata per
attenuando, attenuando sempre più; fino a che si confuse con porgere a Don Hildebrando gli unguenti, le pozioni, i
il passo del vento e con i rumori della foresta e scomparve. "vegetali di pietra o di legno", necessari per le diverse
— Sono stati vinti, suonò la voce di Don Hildebrando malattie. Al culmine della seduta, quando lo stregone si
nell'oscurità. Pericolosi spiriti hanno tentato di entrare ma serviva di strani canti, lei gli faceva coro contribuendo con la
sono stati sconfitti... sua voce stridula, alla guarigione dei malati.
Quella notte venni a sapere che lo stregone aveva già Ira Ira Irakà
curato quella pietra nera che dormiva sul fondo del Qero. Kura Kura Kurakà
L'aveva icarada invocando con potenti preghiere, con canti. Nai Nai Nai
Per sette giorni digiunò nella parte più nascosta dei boschi Epirì Rirititù
Yamaré
circostanti, fino a dotarla dei poteri dell'aria e della terra, Y amare Yamarerémo...
perché la pietra comunicasse la sua forza, la sua serenità,
all'acqua depositata nel vaso cerimoniale. Il suo canto stridente rafforzava l'icaro di Don Hilde-
brando, Il fatto è che ciascun Mago Verde, dice mio cu-
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gino Cèsar, ripete o improvvisa i suoi icaro, canzoni ma- anse dei nostri fiumi e che serve a infondere la fiducia, la
giche intrasferibili secondo il tipo delle sedute. Esistono serenità d'animo di cui lei ha bisogno. E, guardandola
icaro di richiamo, di protezione, di apprendistato, di scambio fissamente, sottolineò:
di conoscenze, di guarigione con ayawaskha, di guarigione — Preparerò quella pietra per lei. È una pietra che ho
senza ayawaskha. Alcuni chiamano bubinzana l'icaro che curato per molto tempo e che ora curerò in suo favore contro
presiede le sedute rituali o le riunioni di iniziazione. Altri la malattia che la perseguita. Gliela darò domani.
come Don Hildebrando, quando si tratta di sedute curative,
In sole due sedute, Don Hildebrando liberò quella donna
fanno sfoggio di un repertorio più complesso: canticchiano
icaro specifici, generalmente irripetibili, uno per ogni isterica dalla sua fobia. Cèsar pensò, secondo quanto mi disse,
malattia, addirittura uno per ogni malato. E questa pratica che lo stregone avesse approfittato della sua inesauribile forza
non è nuova, dice Ivàn, ormai arrivati ad Atalaya. Gli inka, di suggestione e del totale stato di abbandono della malata. Io
molti secoli fa, ricorrevano alla musica per le cure mediche. ora non avrei il coraggio di dare quella stessa spiegazione. La
Si dice che avessero melodie speciali per ogni caso, una verità è che la malata guarì dalle sue ossessioni e, quando
musica per curare la tubercolosi, che loro chiamavano, credo, andai a trovarla, alla vigilia del mio viaggio a Atalaya, si era
yanawayra, e che in quechua vuol dire vento nero, un'altra completamente rimessa. Si limitava a bere, di tanto in tanto,
musica per un'altra malattia; avevano persino una melodia da una brocca di vetro sul cui fondo brillava una pietruzza
che si usava solo per fare l'amore, per restituire vigore nera e piatta. L'Acqua della Serenità.
sessuale ai vecchi. Alla fine della terza notte, dell'ultima forse, il Grande
Ma ci sono casi in cui non è necessario l'icaro. Io stesso Mago Verde della Terra Rossa ricordò Ino Moxo:
ne fui testimone: la moglie di un ingegnere amico mio, — Quando lo vidi, non si chiamava ancora Ino Moxo.
proprietario della Birreria "San Juan" di Pucallpa era vittima Aveva un altro nome. In lingua amawaka Ino Moxo vuol dire
di una incontenibile fobia. La sola vista di una biscia, di un Pantera Nera. Io ebbi modo di frequentarlo prima che si
qualunque rettile, la faceva svenire. Le bastava vedere un trasformasse nella pantera nera degli Amawaka. Ricordo:
ofidio "magari imbalsamato o riprodotto", secondo quanto aveva la pelle come il giorno, i capelli marroni e gli occhi da
ella stessa affermava, per essere posseduta da una vertigine meticcio. Non glielo chiesi mai né lui me lo disse mai, ma io
incontrollabile e per cadere "indietro, gambe all'aria". sapevo che suo padre era arrivato da Arequipa in cerca di
Neanche i più prestigiosi e infallibili psicologi di Lima e di fortuna e che gli amawaka lo avevano rapito per ordine del
Buenos Aires avevano saputo curarla. Mi trovavo in casa di grande capo Ximu. Ximu, a quei tempi era lo shirimpiàre, il
Don Hildebrando quando la donna si rivolse a lui per un capo-stregone degli amawaka del Mishawa. Non seppi mai
consiglio. perché rapirono proprio lui, perché lo portarono nella selva,
— Conosco il suo male, disse Don Hildebrando con una oltre l'Urubamba, verso il Mapuya, perché fin da piccolo fu
certezza più autoritaria che solenne: cresciuto come successore di Ximu. Per anni infatti il gran
— Non si deve preoccupare, ripetè senza allontanare lo maestro Ximu lo educò perché diventasse un capo. Quello che
sguardo dalla donna, so perché è venuta da me. La guarirò. non so è perché scelsero, rapirono ed educarono proprio lui...
Le parole dello stregone calmarono subito la giovane — Don Hildebrando stesso, tu lo hai visto a Pucallpa —
donna.
dice Ivàn — conosce un icaro che conferisce vigore
— Esiste una pietra che si trova soltanto in certe
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sessuale a una bevanda. Una volta gliela chiesi per un Ora, sommerso nella selva, assediato dai timori di Félix
parente di più di settanta anni, dovreste vedere come lo Insapillo sul chullachaki, mi ostinavo a non accettare come
guarda adesso sua moglie, una donna di appena venti una verità in più, ciò che non si poteva spiegare. Cercavo di
anni... fissare nella mia memoria le cose che Don Hildebrando mi
Anche Don Hildebrando mi ha parlato dei poteri di Ino aveva fatto vivere in quelle quattro notti.
Moxo, della rapidità con cui il bambino rapito seppe fare Scruto dietro di me tra la macchia fitta d'alberi.
tesoro degli insegnamenti di Ximu, come diventò insuperabile Ivàn non si vedeva.
non soltanto nelle temibili arti benefiche della magia ma
anche in quelle più temibili dell'amore e in quelle meno
insidiose della guerra.
— Sapienza, forza e affetto — disse — Conoscenza del
potere e potere della conoscenza. L'acqua è un segreto. I fiumi
possono esistere senza acqua, ma non senza sponde. E queste
sono le sponde di Ino Moxo: saggezza, forza e affetto. Senza
di esse la vita di uno stregone degno degli amawaka non
potrebbe scorrere.
Di nascosto da Don Hildebrando registrai tutte le con-
versazioni di quelle quattro sere. Pensai, più per mia in-
sicurezza che per sua timidezza, che non avrebbe mai ac-
cettato di incidere la propria voce su un nastro magnetico. Con
aria indifferente accendevo il registratore facendogli credere
che era una radio o lo orientavo verso la panca in cui era solito
sedersi. Terminata la conversazione tornavamo all' Hotel
Tariri. In camera riascoltavo la bobina, insieme a Cèsar. Si
sentiva tutto, i rumori della sera, gli scricchiolii del pavimento
di legno, la mia voce, le domande di mio cugino, persino lo
scatto dell'accendino di Yando. Si sentiva tutto. Ma non si
sentivano le parole di Don Hildebrando. Neanche una parola,
neanche per un attimo, in tutto il nastro. La prima sera
pensammo che poteva dipendere dal microfono, o perché
difettoso o perché da noi mal collocato, forse troppo lontano.
La seconda sera pensammo che il volume era troppo basso. La
terza sera non trovammo più scuse e la quarta preferimmo non
porci più domande.
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3. la nostra guida si perde tos Atao Wallpa? Erano dei campa diversi, di un'altra
epoca?
— I campa di oggi sono diversi e gli stessi. Luis De La
Scruto dietro di me tra la macchia fitta d'alberi. Puente, per esempio: era bianco, era virakocha, ma nel suo
Nessun segno di Ivàn. cuore diventò ashaninka, nella sua anima rivisse Juan Santos
Il suo ritardo dovrebbe preoccuparmi, lo so, ma non posso Atao Wallpa, solo che Santos Atao Wallpa non venne al
farne a meno: dopo Don Hildebrando ritorna alla mia Pajonal, se ne andò. Forse è andata così...
memoria Don Javier. Fu nel ristorante "La Baguette" di — Don Javier è il mio padrino, si vantò Félix Insapillo
Pucallpa, a pochi metri dall'Hotel Tariri, che conobbi questo mentre viaggiavamo verso il fiume Inuya. Mi protegge, disse.
stregone gioioso, con 19 figli in quattro nuclei familiari Scendendo dall'aereo a Atalaya incontrammo una coppia
legalmente riconosciuti. Don Javier, lei è troppo attaccato alla di medici tedeschi che ritornavano a Pucallpa. Mentre saliva
famiglia, sorrisi. Così dicono, rispose lusingato, e alcuni la scaletta al braccio di sua moglie, il giovane straniero con
invidiosi affermano tra l'altro che ho qua-rant'anni e sessanta uno sguardo sconvolto ci raccontò, non sollecitato, che si era
milioni di soles.1 Tu hai visto che è esattamente il contrario, perduto nei dintorni del paese tra gli intrichi degli angusti
amico Soriano, ho quaranta soles e sessanta milioni di anni. E sentieri percorsi dai campa e che aveva trascorso la notte in
sorrise ancora. Era di passaggio come sempre e come sempre preda alla paura, ferito dalla pioggia e dall'oscurità, esposto
passava da un bicchiere di birra San Juan a un bicchiere di alla curiosità interessata di serpi e vampiri. Era stato ritrovato
acquavite di hiporùru, clavowashka o chuchuwasha. il giorno dopo abbandonato sul tronco di un frondoso
— I campa che a migliaia hanno seguito Inganiteri si sono shiwaako, ricoperto di formiche, stravolto, tumefatto dal
rifiutati di unirsi alla guerriglia. Il ribelle Luis De La Puente panico. Sua moglie tra i singhiozzi, lo sorreggeva, lo
forse avrebbe dovuto dire che andava a combattere anche lui consolava, lo spingeva verso l'aereo.
— Questa selva è maledetta, ci disse il giorno dopo
per una donna...
qualcuno che si era unito al gruppo del quale facevamo parte
E cancellando il suo sorriso calmo: io, Ivàn, Insapillo e Cèsar. E rivolgendosi in tono scherzoso
— Avrebbe dovuto dir loro che andava a riscattare una alla nostra nuova guida:
donna, quella donna che alcuni chiamano ancora... che alcuni,
— Non è vero, Félix? La nostra selva è bella, ma
credo, chiamano ancora libertà. maledetta, piena di imprevisti, di serpenti, di lucertole, di
— E allora perché sono andati a combattere con San- otorongo. Lei lo sa bene, vero?...
1 Venimmo così a sapere che alcuni anni prima Félix In-
Moneta peruviana. [N.d.T.]
sapillo si era perduto in quella stessa zona. Aveva vagato per
giorni e giorni senza bussola, senza armi, senza niente. Alla
sua ricerca erano partite invano diverse spedizioni.
L'avevano dato per morto quando riapparve, ridotto a una
larva, lungo il sentiero che va dal cimitero al paese. Erano le
due di notte. Approfittando della sua insonnia abituale,
quello sera in cui ci accampammo dopo aver rischiato il
naufragio, chiesi particolari a Félix Insapillo. Ma prima di
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trascrivere il racconto che mi fece, sento il bisogno di ag- quell'esperienza e mi aveva invitato a Pucallpa, così, per
giungere qualcosa su Don Javier. affetto. Era presto, così per ammazzare il tempo, e per
congedarmi da questa selva, dal momento che pensavo che me
ne sarei andato per sempre, andai a fare una passeggiata. La
Cinque chilometri sotto la foce dell' Unine, sulla stessa notte prima aveva sognato Juan Gonzàles che mi diceva di non
sponda in cui brillano i boschi di palosangre, si estende la partire. Andai a passeggiare come mi vedi adesso, senza stivali
proprietà di Andrés Rua, uno spagnolo molto cordiale. Don né machete. Mi persi perché mi davo arie di gran conoscitore.
Andrés Rua: cinquantenne, robusto, aspetto giovanile, anche Percorsi un sentiero largo per un lungo tratto, guardando le
se segnato da qualche ruga soprattutto nelle mani il cui dorso è piante più belle, parlando con loro di addii. Quando il sole
ricoperto di una peluria bianca, folti capelli anch'essi bianchi, bruciava in mezzo al cielo, sopra di me, decisi di tornare
baffi ingialliti dal tabacco, o, forse, ricordo di una adolescenza indietro. Mi trovai di fronte a un labirinto di sentieri tutti
bionda, zigomi dal colore incerto che tende al rosso del uguali, a caso ne scelsi uno, augurandomi che fosse quello
crepuscolo. Dieci anni prima gli specialisti dell'Ospedale giusto, camminai e camminai. Non era quello. Allora ne scelsi
Oncologico di Lima l'avevano dato per spacciato. Un cancro un altro, poi un altro, e un altro ancora. Sempre peggio. In quel
alla gola l'aveva privato della voce, ma Don Andrés Rua si era momento sentii il rumore del mio aereo che stava arrivando.
rifiutato di farsi operare, "me ne andrò da questo mondo con Mi affrettai, ma invano. Mi stancai inutilmente. Sentivo il
tutto quello che ho portato", e ritornò nella selva, rassegnato a rumore dell'aereo che partiva. Continuai a camminare. Niente.
morire. Lì conobbe Don Javier. Avendo perso ormai ogni Non so come, in un lampo, diventò sera. Allora mi dissi:
speranza di guarire dal cancro, lo consultò per dei disturbi di Félix, ti sei perduto, adesso più che mai devi essere Insapillo,
circolazione che gli procuravano forti dolori alle arti. Don devi essere figlio di tuo padre e di tua madre, devi rimanere
Javier, suo ospite per qualche giorno, gli prescrisse un infuso tranquillo, sai bene che persino gli animali più piccoli fiutano
di garabato-kasha, liana spinosa molto comune in quella zona. la paura. Se ti lasci dominare dalla paura sei un uomo morto.
Bevendo quell'acqua tutti i giorni, Don Andrés Rua guarì dai Ti inseguono le tigri, i serpenti a sonagli, persino le api. E mi
suoi dolori articolari, e con grande sorpresa dei cancerologi sedetti sul bordo del sentiero respirando profondamente per
che successivamente lo visitarono, il garabato-kasha aveva calmarmi. A poco a poco mi tranquillizzai. Prima che fosse
stroncato la morte che divorava la sua gola. Quando mi notte fonda, cercai un albero adatto in cui dormire, fuori dalla
presentarono Don Andrés Rua, nel bar del Grand Hotel De portata delle belve. Già sentivo avanzare, invisibili tra le
Sousa di fronte a Plaza de Armas, a Atalaya, beveva foglie secche, i serpenti a sonagli. Scelsi un albero, un
tranquillamente birra gelata, fumava senza paura, rideva e charichuelo giovane, abbastanza sottile. Mi arrampicai. Lì
parlava con voce appena velata. trascorsi la notte legato, con una corda che usavo come
E adesso ascoltiamo il racconto di Féliz Insapillo, il forte, cintura, al ramo più alto. Non riuscii a dormire, alla prime luci
il rossiccio e l'orgoglioso figlioccio di Don Javier. scesi. Ripresi a camminare, questa volta però, per evitare di
ripercorrere gli stessi sentieri, feci come fanno i campa, gli
ashaninka; spezzavo ogni tanto i rami alla mia destra nella
"Quel giorno stavo per partire per Pucallpa. Avevo già direzione in cui avanzavo. Così, ogni volta che mi perdevo,
prenotato il posto sull'aereo, che prendevo per la prima volta. sapevo, grazie ai rami spezzati, quale cammino avevo
Il mio padrino, Don Javier, voleva regalarmi percorso e
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quale no. Andai avanti così fino al tramonto. Cercai un altro scendere più rapidamente!... Tra le imprecazioni mi afferrai a
albero. Siccome la notte arrivò improvvisamente, dovetti una liana e cominciai a scivolare, ma non so come la liana si
arrampicarmi a quello più vicino, era abbastanza grande e si ruppe, mi rimase in mano, e precipitai a terra. Era notte fonda.
trovava vicino a una tzangapilla. Hai mai visto una Non riuscivo a vedere niente. Non potevo sapere che distanza
tzangapilla? È una pianta bellissima, che fa un solo fiore, un c'era dal suolo, per questo caddi in piedi senza piegare le
fiore enorme, arancione, profumatissimo. Un fiore caldo. La ginocchia, come un idiota, più teso di una lancia. Io che
pelle dei petali della tzangapilla è calda, proprio così, quel volevo essere una palla, pensa un po', precipitai come una
fiore scotta. Più che fiore sembra un animale. Se si recide, si lancia! Sentii un dolore terribile alla schiena che si piegò in
raffredda lentamente e a poco a poco perde il suo profumo; due. Con la faccia incollata per terra sentivo i serpenti, sissss,
mentre perde calore perde l'aroma e viceversa. Una volta sissss, a due passi da me, sicuramente strisciavano sull'erba
reciso, una volta strappato dal suo stelo, il fiore di tzangapilla bagnata dalla rugiada. Ed io che non mi potevo alzare!...
non vive più di sette giorni. La stessa cosa successe a me. Una
settimana dopo che mi ero perso nella selva, la mia anima
cominciò a raffreddarsi lasciandomi senza forze e senza "Rimasi lì paralizzato per delle ore. Ancora oggi non so
desideri. Dovevo affrettarmi. Non so come riuscii ad spiegarmi come non venni morso dai serpenti. Quando alla
arrampicarmi sull'albero più vicino, proprio accanto alla fine riuscii a vincere il dolore, mi rialzai lentamente. Non
tzangapilla. L'oscurità mi impedì di riconoscerlo, ma dalle avevo più le forze per salire su un altro albero e così decisi di
rughe della sua corteccia credo che si trattasse di un continuare a camminare. Camminai e camminai nell'oscurità,
tortuga-kaspi. Quel tronco maledetto era troppo grosso. Per tastando con i piedi il terreno cercando la terra battuta per non
fortuna era interamente avvolto da fitte liane alle quali mi allontanarmi dal sentiero, per non addentrarmi nel bosco,
afferrai per salire. Arrivai in cima a fatica, senza fiato, sfuggendo la morbidezza dell'erba che non mi avrebbe
sudando e imprecando; fu così che persi la cintura, più nuova condotto da nessuna parte. Lungo il cammino mi riempii il
di quella che porto adesso... A pensarci bene era troppo alto viso di ragnatele. Stremato, mi addormentai senza volerlo,
per essere un tortuga-kaspi. Forse era un machimango, chissà. appoggiato contro il tronco di una melarosa che emanava un
Infatti quando mi sistemai su uno dei rami più alti, morto di profumo molto intenso. Lì un vampiro mi morsicò un braccio.
sonno, di fame, e al limite della resistenza, mi accolse un Mi svegliai per caso. Perché in queste zone i vampiri arrivano
delicato profumo. Non riuscii a dormire neanche quella notte. silenziosamente, non traditi né dalle ali né dal morso: prima ti
Avvertii un tremendo prurito alle spalle, alle gambe, al collo e anestetizzano con la loro saliva e non hanno bisogno di
ai fianchi. Tale era la mia disperazione che stavo per succhiarti il sangue, la stessa saliva fa da anticoagulante e il
precipitare, l'ombra delle foglie mi impediva di vedere, tuo sangue esce senza che tu te ne accorga. Mi svegliai per
l'oscurità era totale, con la mano destra mi grattai puro caso, perché per fortuna anche quella notte stavo sognan-
freneticamente le spalle, mi odorai le dita, puzzavano di acido. do Juan Gonzàles. Sognavo di volare, la terra sotto era molto
Quell'albero era un nido di formiche, un nauseabondo nido di lontana, stavo per cadere, quando Juan Gonzàles spuntò da
ishinshimi, quelle grandi formiche che compensano la loro dietro il sole e mi disse: devi camminare, e io gli dissi, come,
mancanza di veleno con morsicature fetide e dolorose...! In se sotto i miei piedi non c'è nessuna strada, e lui mi gridò: devi
quel momento avrei voluto essere una palla, avrei voluto che il continuare a camminare!, e mi spinse
tronco fosse scivoloso, per
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con la mano destra, molto calda, e la sua mano era un fiore di jergón, ancora più feroce. Cercando di nascondere il più
tzangapilla. Sentendo il profumo della sua mano mi svegliai possibile la mia paura, decisi di ritornare indietro. Ore e ore di
spaventato. E continuai a camminare stringendo la manica lotta contro la corrente nel timore di essere ucciso dalle serpi.
bagnata della camicia, calda di sangue. Più avanti scorsi una Raggiunsi una radura, uscii dall'acqua e mi buttai sull'erba
luce nell'oscurità, uno spazio nero pieno di luci, tanti piccoli privo di forze. Non ce la faccio più. Ma no. Mi confondo.
occhi che mi fissavano immobili. Lucciole, ayanawi, Questo mi è successo qualche giorno dopo, nella settima
occhi-di-morto, non potevano essere, perché non notte. Che mi divorino pure, e mi dimenticai di me stesso.
lampeggiavano. Pupille di tigre, così ammassate, neanche. Mi
impaurii, ma subito controllai la mia paura. Se fiutano la mia
paura mi uccidono. Allungai la mano verso le luci più vicine, "Fu allora che mi venne in mente mio padrino, Don
non si mossero. Toccai, erano dei tronchi. Respirai Javier. Mi ricordai che una volta mi disse: figlio mio, quando
profondamente, rassicurato. Era l'umido muschio che cresce ti trovi in difficoltà, chiamami, pensami intensamente,
sugli alberi morti, che di giorno neanche si vede e di notte chiamami fiducioso, ed io ti aiuterò. Chiusi gli occhi e
brilla di luce intensa. Tranquillizzato ripresi a camminare, cominciai a chiamarlo. Rimasi così, steso sull'erba, per molto
sempre tastando il terreno con i piedi nell'oscurità. Arrivai a un tempo, e continuavo a chiamarlo. Non sentii niente, nessun
ruscello, bevvi come un pazzo e mi stesi sull'erba. segnale. Aprii gli occhi. Niente. Alzai la testa. Allora vidi!
Improvvisamente ricordai: se seguo la corrente del ruscello "Allora vidi, attraverso il tetto di rami che si intrecciavano
prima o poi troverò un fiume, mi dissi. E se trovo un fiume, più avanti, in alto, un'infinità di luci gialle simili a lampade a
sarò salvo. Qualcuno, forse un pescatore, potrà salvarmi. petrolio, a kerosene, sugli alberi altissimi. Forse è qualcuno
Entrai in acqua ridendo e camminai sulle pietre. Ero così del mio paese, mi rincuorai, devono aver appeso le lanterne in
stordito che, per sapere in che direzione scorreva il fiume, cima alla lupuna più alta perché io mi possa orientare. E mi
invece di servirmi di una foglia, strappai un pezzo di camicia e affrettai in direzione della luce.
lo misi in acqua. Non riuscivo a vedere niente. Toccando il " Poco dopo, raggiunta un'altra radura in mezzo al bosco,
pezzo di stoffa che andava da una parte, guardando con le mie potei vedere meglio: non erano lampade, era la luna che si
dita, riuscii a scoprire la direzione della corrente. Continuai a rompeva, lassù in alto, dietro ai rami. Luna maledetta! gridai,
camminare, l'acqua mi copriva il petto, a volte mi perché non era la vera luna quella che io avevo visto, ma solo
sommergeva. Camminai e camminai finché potei udire, non il suo riflesso nella mia anima, il riflesso delle lampade, ciò
lontano da me, il fragore dell' Ucayali lì di fronte. Stavo per che aveva voluto vedere la mia speranza. Mi abbandonai
accelerare il passo, quando mi accorsi che il ruscello si inter- sull'erba ormai senza speranza. Ma, improvvisamente capii
rompeva. Il maledetto si fermava poche leghe prima di che era stato Don Javier a farmi credere che erano delle
immettersi nel fiume, trasformandosi in un pantano gigan- lanterne, che erano segnali, lampade, perché potessi seguire
tesco. Era impossibile passare. Mi ricordai che i pantani, tra quella direzione. E allora, spinto da una stupida illusione,
l'altro, sono pieni di serpi. Mi ricordai che tutti i ruscelli, tutti i continuai a camminare verso la luna. Eppure, non si trattava di
rigagnoli di quella zona, anche quelli più piccoli, anche quello una stupida illusione. Si trattava della luna del mio padrino
in cui io mi trovavo, tutti, erano abitati da una serpe piccola e che mi illuminava il sentiero, che me lo indicava. Non
nera, dal veleno mortale che chiamano naka-naka. E da camminai a
un'altra più grande, la yaku-
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vuoto. Più avanti mi arrestò una risata, veniva dalla mia
sinistra, chiarissima. Era la risata di Don Javier. Allora
abbandonai il sentiero che portava verso la luna. Era luna
piena e non era il suo tempo. Non saprò mai perché brillasse in
quel cielo, né perché non l'avessi vista le notti precedenti né
perché non la rividi le successive. Presi un piccolo sentiero a
sinistra. Pensai, con stupore data l'ora, che il mio padrino se la
stesse spassando con qualche ragazza. Sì, questo pensai,
dimenticando però che non poteva stare da quelle parti perché 4. Ivàn ritorna portandoci un cervo e un bambino
mi stava aspettando a Pucallpa. E nonostante avessi trascorso
sette giorni senza mangiare né dormire, sette giorni
digiunando come uno stregone, nutrendomi soltanto di banane Questo è l'Urubamba, insaziabile e selvaggio, il rosso
e bevendo acqua di ruscello, mi diressi deciso verso la risata, Willkamayu dorato degli Inka!
aprendomi il cammino tra i rami, allontanando liane e arbusti L' Inuya, steso a bocca in sotto come se attingesse al
che non vedevo. La risata si faceva sempre più fragorosa e più Fiume Sacro, fa finta di dormire sotto il sole. La nostra canoa
nitida ogni volta che tendevo a scoraggiarmi Allora recupe- lo disturba: cinque metri di legno che lo penetra, spezzando in
ravo la volontà, andavo alla sua ricerca con rinnovato due la corrente tiepida, spaventando wakamayu e aironi sulla
impegno e la sentivo sempre più vicina, sempre più nitida. superficie, anguille, tartarughe e pesci sul fondo. A prua,
Cèsar scherza ogni volta che avvista un pericolo, tronchi
insidiosi, secche improvvise, ipocrisia di massi rocciosi in
"Fu cosi che ritornai sano e salvo quando tutti mi avevano agguato sotto l'acqua nei punti in cui l' Inuya si restringe.
dato ormai per morto". Dietro, al timone, Ivàn cerca la rotta più facile, governando la
nostra imbarcazione scontrosa. Al centro, seduto tra i due
fratelli, tra il rumore della selva e del motore, porgo
l'orecchio per sentire le parole di Félix Insapillo:
— Fra tre notti arriveremo alla foce del Mapuya. Gli
amawaka della zona sapranno già di noi, sicuramente ci
avranno già visto. Qualcuno ci darà informazioni sul capo...
E volgendo lo sguardo verso la vegetazione alla nostra
destra, come se non parlasse più con me:
— Ma se lui non ci vuole vedere, se non ci vuole ricevere,
allora nessuno ci dirà niente.
— Ogni uomo, se è amawaka, sa, mi aveva detto Ivàn.
Per questo ogni uomo è un capo. Loro lo sanno che stiamo
andando a trovarli, e sanno anche perché. Fiutano le anime da
lontano.
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— È proprio così, insiste Félix Insapillo. E sempre attento le acque agitate. Un ammasso di carcasse antichissime,
ai massi precipitati, ai tronchi giganteschi trascinati dalla molluschi pietrificati, chiocciole di mare di milioni di anni fa,
corrente, alle rive boscose sempre più alte man mano che rimbomba sotto l'imbarcazione. Il canto traforato del Mapuya:
avanziamo, senza guardarmi, mi consola: l'ultima frontiera che difende la terra degli amawaka!
— Credo che piacerai al capo, che gli piacerà la tua Con stupore Félix Insapillo indica il porto con la mano. La
anima... nostra canoa si arena su una riva del Mapuya in una melma
rossastra, e lì la lasciamo. Infangati fino alla coscia,
perseguitati dalla voracità degli insetti, dalla mantablanca che
Per tre notti ancora dormimmo sulla riva dell' Inuya, ronza sui nostri capelli, sulla nostra impazienza, sulle nostre
protetti da zanzariere malridotte, sistemate su piccole alture e braccia nude, percorriamo un tratto di riva, facciamo un falò
su lingue di terra profumata. Per quattro notti tagliammo la di foglie e rami secchi per quel poco di caffè che ci resta.
corrente impetuosa. Più di una volta, per superare le secche, Con il fucile da caccia in spalla caricato con una sola
dovemmo lasciare l'imbarcazione e tirarla sulla riva con delle cartuccia, Ivàn si inoltra nel bosco con eccessiva sicurezza.
corde sopra un tappeto di tronchi galleggianti. Tronchi Noi ci stendiamo su quel po' d'erba che riusciamo a trovare.
immersi nella melma dai rami simili a lance insidiose! Quanto tempo sarà passato? Nel dormiveglia riuscivo a
Tronchi dritti, minacciosi, inaspettati patiboli! Tronchi caduti, intravedere la sera che mi appariva come un'inerme preda di
coperti dall'acqua come ponti sommersi! Chilometri di colori nel vento di sangue; improvvisamente sentii un fruscio
tronchi! Quasi tutto l' Inuya è un temibile cimitero di tronchi. dietro le spalle.
E quando crediamo di aver superato il peggio, arrivano le Scrutai tra la macchia fitta d'alberi. Era Ivàn che ritornava
rapide del fiume, i tratti pericolosi, gli ammassi di rocce, da facendosi strada tra canne, grovigli di foglie, liane spinose,
una parte e dall'altra, che contrastano le acque provocandone per far passare il corpo di un cervo ancora molto giovane,
la collera: infinite ondate spumeggianti, vortici silenziosi senza corna, che trascinava per la testa spappolata. Si avvicinò
sotto una finta calma. ansimante e gettò il cerbiatto accanto a noi lanciandoci uno
Nonostante tutto, navigammo e navigammo. Il corso del sguardo che non capii. Ritornò tra gli arbusti, si fece di nuovo
fiume sempre più oscuro e stretto improvvisamente si allarga largo tra le canne graffiandosi ancora, allontanò i rami e disse
avventurandosi in un convegno di acque controverse. È il qualcosa con voce lontana. Qualcuno gli rispose dall'ombra.
Mapuya, dalle correnti insidiose, che penetra nell' Inuya come Passò un istante, passò un'eternità. Un piccolo indigeno uscì
pendolo sfavillante. E l' Inuya risuona nella sera, si sottrae, dalla macchia.
risuona sempre più forte! Ivàn lo portò verso di noi lanciandoci la stessa occhiata di
— Afferratevi!, ordina Ivàn. Bisogna saper entrare nel prima. Adesso capimmo: ci chiedeva di non parlare. Turbati ci
Mapuya! Insapillo, guida tu adesso! E si assicura con tutto il accingemmo a squartare il cerbiatto. Ivàn ce lo impedì, lo fece
corpo rigido sulla tavola che gli fa da sedile. Cèsar cede il da solo e in fretta. Cucinammo in silenzio e in silenzio
posto a Félix Insapillo a prua e il motore ne risente, la canoa si mangiammo. Stacco un pezzo di carne con le mani, guardo il
piega verso riva, sta per lasciare l' Inuya, dopo aver a lungo bambino con la coda dell'occhio, non ha mai smesso di
cercato tra le acque la porta del Mapuya che le voragini guardarci. Quando abbiamo finito
profonde ricoprono con una bava lenta e gialla. Finalmente
entriamo nel Mapuya lasciandoci alle spalle
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di mangiare e non sappiamo più che fare, né che dire, né dove
guardare, lui abbandona la sua posizione immobile e si
avvicina al fuoco che si sta spegnendo, prende un pezzo di
carne, lo porta alla bocca guardandosi intorno e mastica
sorridendoci di tanto in tanto. Offro sigarette, fumiamo in
silenzio.

Le guance del bambino, undici, nove, tredici anni?, le 5. un albero morto ci impedisce di andare avanti
guance dipinte, non sappiamo se con i colori di guerra o di
festa, rigate con il karawiro, solcate con l' achiote come
cicatrici rosse e inquietanti, ci appaiono con grande — Senti come cresce il fiume?, risuonò la voce di Ivàn
chiarezza. Il bambino finisce di mangiare, si alza, smarrito ci davanti a noi.
rivolge un grande sorriso. La sua espressione è un invito, Il sentiero scelto dal bambino amawaka sembrava inoltrarsi
non c'è dubbio, un invito ribadito anche dai suoi gesti. E nel bosco, in realtà, a circa duecento metri da quella specie di
non abbiamo bisogno che Félix Insapillo e Ivàn Calvo portico di rami, il cammino ritornava parallelo alla riva del
traducano le sue parole veloci e stridule. Perché parla con fiume, spiando le acque verdi nere del Mapuya attraverso le
tutto il corpo, ci sta dando il benvenuto con gli occhi, con gli fessure della boscaglia. Dopo circa due ore di cammino, lungo
alti zigomi tatuati. Lasciamo i nostri ultimi dubbi sulla quel sentiero che procedeva serpeggiando, pensai che sarebbe
spiaggia, sulla brace che Insapillo sparpaglia e che spegne, stato meglio percorrere quel tratto con la nostra stanca ma
sull'imbarcazione arenata, vicino ai fucili che scarico in efficiente imbarcazione a motore, risparmiando ai nostri
fretta e nascondo tra le zanzariere arrotolate. poveri corpi nuovi disagi. Ma presto dovetti essere grato al
Il bambino si confonde con la boscaglia, già lontano bambino per la sua scelta. Man mano che avanzavamo, il
dalla riva e da noi, camminando senza rumore. Lo seguiamo rumore del fiume si faceva sempre più fragoroso e le sue rive
in fretta, Cèsar e Insapillo si arrampicano davanti a noi ci minacciavano trasformandosi in pareti sempre più alte di
aprendo il cammino con il machete. Io mi giro verso Ivàn argilla scura, umida, brillante. Rimpiansi il timore provato
che si attarda: i suoi occhi mi confermano che il bambino è quando per la prima volta sentii tuonare l'Urubamba. Il Fiume
un inviato dello Stregone degli Stregoni. Stento a crederlo, Sacro, il cui fondo di fango imbavaglia l'impeto delle acque,
poi mi convinco: l'inaccessibile, il leggendario Ino Moxo, imponeva infatti una musica di rive più estese, libere e lan-
Pantera Nera degli amawaka, ha acconsentito guide. Il canto del Mapuya, fingendo di ridursi, in realtà si
a riceverci. affilava su un letto di fossili, pietre di scandalo e di vortice,
immemorabili frammenti rancorosi. I timidi precipizi di poco
fa diventavano insolenti faraglioni e la corrente si trasformava
in una vertigine rivestita di tronchi, di coccodrilli che si
fingono tronchi, inerti e immobili nelle anse argillose o al sole
sulla sabbia delle spiagge bianche. La
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nostra imbarcazione non avrebbe mai superato tanti ostacoli, che il kotomachàcuy vive solo nei laghi, sul fondo dei grandi
le infinite trappole del Mapuya. laghi. Non lo sai?...
— Senti come cresce il fiume? Se avessimo proseguito in Insapillo stava per rispondere, ma non gli fu possibile,
canoa, scommetto che sarebbe affondata. Senti?.., soltanto un borbottio graffiò l'ultima oscurità del tunnel.
Più attento alla melma e alle radici che mi rallentavano la Superata la boscaglia, condannata per sempre alla notte, lì
marcia, non risposi a Ivàn che mi precedeva. Ho detto che io dove il sentiero ritornava allargandosi riconciliato finalmente
venivo per ultimo? Davanti a lui, scalzo, Félix Insapillo con il cielo ardente, ci trovammo di fronte un nuovo ostacolo:
seguiva Cèsar che, per non perdere di vista l'inviato amawaka, uno smisurato shiwawako caduto, avvolto di muschio, di
camminava inciampando e con affanno. Ci investì un profumo radici e di ragni plumbei coperti di muffa, si ergeva davanti a
di melerose: afferrammo a caso alcuni frutti senza fermarci. noi ostruendoci il cammino come una parete verdognola e
Poco oltre fummo costretti a procedere a tentoni, come ciechi, melanconica. Solo qualche bayuca, quei bruchi che pungono
in quella breve notte che la selva crea quando di colpo si come ortiche, verdi, bianchi, rosa, gialli, rossi, dalla peluria
infittisce, senza pietà, nascondendo le scimmie notturne sotto morbida e azzurrognola, si avventurava lungo lo shiwawako
il tetto spesso delle liane e di cime frondose, mescolando con una lentezza flemmatica, velenosa, imprudente. Le
rumori umidi, profumi stagnanti, svolazzi e frutti invisibili, estremità dell'albero caduto si perdevano da una parte e
facendo del cammino un inquietante, indescrivibile tunnel che dall'altra del sentiero sotto un intrico di arbusti spinosi e di
attraversammo strisciando in preda alla paura e allo stupore. felci: un groviglio ador-nato come un ricamo da orchidee
sparse e tracce di un antico incendio avvenuto molto tempo
prima. L' amawaka scalò l'albero morto in un lampo. Ivàn lo
La voce di Ivàn mi guida nell'oscurità: seguì, dopo di lui Insapillo, staccando la corteccia con le mani
— Le gole del Mapuya sono vigilate da serpenti gi- e con i piedi come uncini nella roccia. Noi, invece, ci
ganteschi, enormi boa di quaranta, cinquanta metri, chiamati attardammo arrampicandoci lentamente, uno sull'altro,
yakumama. In quechua yakumama significa la Madre delle spingendoci e trascinandoci fino alla cima di quel muro di
Acque. Senti? Non c'è motivo perché un fiume povero legno in rovina, quindi ricademmo goffamente dall'altra parte
d'acqua produca tanto rumore, questo rumore di correnti e riprendemmo il sentiero ricoperto di liane cadute e illuse fo-
terribili e impetuose. Sono le yakumama a produrlo, questo glie secche che scricchiolavano bagnate. Non aveva piovuto,
dicono... eppure l'immenso tronco era umido. Grosse gocce cadevano
La voce di Insapillo, che io non credevo così vicina, lo dal cielo squarciato da un sole di paura. Alzai gli occhi: le
interrompe nell'oscurità: gocce non cadevano dal cielo. La pioggia antica, accumulata
— Ho visto quei serpenti nei laghi, ma mai nei fiumi, e sulla cima degli alberi, ora compiva inutilmente il suo dovere
tanto meno a questa altezza del Mapuya. Nei laghi la scorrendo di tanto in tanto senza senso, scivolando invano
yakumana partorisce dei vortici improvvisi, muyuna, quelle come il pianto di un morto!
tempeste capaci di rovesciare imbarcazioni grandi come case.
Le ho viste ingoiarsi dei pescatori come frutta.
— Non ti starai sbagliando?, lo provoca Ivàn scher- — Il primo uomo non fu uomo: fu donna, continua a
zosamente, forse non era una yakumama quella che hai visto, raccontare Don Javier, inaspettatamente.
ma un kotomachàcuy, il serpente a due teste. Per-
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Don Hildebrando legge nell'aria un libro tano nell'aria come noi nelle nostre case. Vivono già nell'aria
di Stefano Varese solo per il fatto di essere stati trascritti su libri e anche se non
saranno mai scritti. Il maestro Ino Moxo mi ha rivelato che le
idee si incidono meglio nell'aria che sulla carta...
Da un pacchetto malridotto Don Javier estrasse la si- E, indicando il mio registratore:
garetta meno sciupata e l'accese: — E si conservano meglio che in questi apparecchi. Prima
— Me l'ha detto Inganiteri l'ultima volta che mi ospitò a ancora di nascere, tutto viene registrato su un nastro, un
casa sua, una bella casa vicino alla sorgente dell'Uni-ne, nastro che non emette suoni. È la magia che dà il suono alla
6. la più grande che lui abbia avuto nel Gran Pajonal... vita degli uomini, è così. Si conservano, ti dicevo, molto
— Nel Gran Pajonal?, chiedo contento. Ci è vissuto meglio che in questi apparecchi e durano molto di più, un
anche un mio amico per diverso tempo... inizio eterno. Perché l'aria è di tutti, forse è l'unica cosa che
— Lo so, mi interrompe Don Javier. ai giorni nostri appartiene a tutti. La voce della vita. E, senza
— L'ha conosciuto? Conosce Stefano Varese? saperlo, senza rendercene conto, le idee che abitano l'aria ci
— No, non l'ho mai visto. nutrono come anime, ci fanno respirare. Il maestro Ino Moxo
— Ha appena pubblicato un libro. mi ha insegnato a leggere nell'aria, a distinguere e a scegliere
— Lo so, mi interrompe di nuovo Don Javier. Si tratta di i pensieri che crescono nell'aria. Adesso potremo capirci,
uno studio sui campa, gli usi e i costumi degli ashaninka. amico Soriano. Io non ho mai visto il libro del tuo amico
I suoi sguardi brillavano oltre il fiume e oltre le voci Varese, eppure l'ho già letto molte volte. E poco importa se un
dell'osteria di fronte all' Ucayali, a Pucallpa, verso la foresta giorno, supponiamo, tutti gli esemplari di quel libro
vicina che la luna lavava o cancellava. dovessero bruciare, perché i pensieri, i dubbi, le certezze di
— Non ho mai visto quel libro, ma lo conosco, lo conosco chi lo ha scritto, come spiriti generosi, grandi e veri, vivono
bene. nell'aria, ci appartengono...
Mi voltai verso la finestra dipinta di giallo, di bianco: la
riva assumeva sfumature azzurre di paesaggio sommerso,
senza stabilità di legni né respiri umani o di terra. Don Javier — Quello che ti ha detto Don Javier è vero, affermò Don
riportò lo sguardo verso il nostro tavolo, si accarezzò la Hildebrando con il capo chino, rannicchiato su quella panca
barba rada, e si servì un terzo bicchiere di acquavite. che ostruiva l'entrata. Come tutte le case di quella zona, la
— I pensieri degli uomini buoni vivono nell'aria e abi- casa di Don Hildebrando distava mezzo metro da terra,
sostenuta da solide travi di wakapù che la proteggevano dai
serpenti, dalle inondazioni scatenate, dalle piogge frequenti e
dalle insensate piene dei fiumi. Bastava salire tre gradini e si
era già in salvo. Alla sinistra della stanza in penombra, di
fronte all'altare di legno levigato, era inevitabile inciampare
contro la panca dove lo stregone aspettava. Per entrare
bisognava evitare di toccarlo. Quando veniva sfiorato dai
visitatori che spesso arrivavano da
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lontano, increduli e all'ultimo momento, lui non si scom- e sfolgorava con pallore di morto, qualcuno che non era lui
poneva. Se non fosse stato per i rammendi della sua camicia ma che, sì, era lui allo stesso tempo, occupava il suo corpo
grigia e per i pantaloni di tela scolorita, seduto in quel modo, che non riuscendo a contenerlo, lo faceva uscire dalla sua
le corte gambe incrociate, il nervoso movimento delle dita dei bocca di sonnambulo:
lunghi piedi sporchi di terra, qualsiasi sprovveduto lo
avrebbe scambiato per una statua asiatica di argilla o per
una mummia di un inka da poco imbalsamato. Sembrava — L'ashaninka, l'uomo campa, è solo di passaggio sulla
piuttosto l'ombra di nessuno, così silenziosamente immobile, terra, e con la morte inizierà il nuovo cammino. Però ci sono
quasi eterno accanto alla porta di quella povera capanna che diverse morti nella vita di un ashaninka, diversi stadi che gli
aveva i rumori e i profumi dei boschi nella notte di Pucallpa. permettono di accedere ai mondi misteriosi, agli spazi sacri.
— È vero, la casa dell'aria è la casa detta vita. Nessuno Il sogno del sonno, le visioni dell'aye-waskha, consentono
muore una volta entrato nell'aria. Le anime di tutti i tempi, le all'uomo di entrare in questi mondi di un altro mondo. La
conoscenze e i sentimenti di tutti i tempi, persino quelli nati stessa selva, le piccole paludi, una melarosa stretta da liane
prima che apparisse il nostro progenitore, le anime di di garsbate-kasha, il sentiero di pietre che ricopre il fondo
sempre, nobili e vili, alte e basse, stanno meglio nell'aria. Lì delle gole, uno shiwawako morto, una risata nel bosco, la
possono crescere e fermarsi ma non muoiono mai. Lì, intatto, superficie dei fiumi che si alza come zanzariera, migliaia di
c'è tutto quello che è stato scritto. Lì, nell'aria ci sono tutti i lampade che non sono lampade in cima a una lupuna che non
libri scritti. È vero quello che ti ha detto Don Javier. è lupuna, di notte, e le rocce, le grotte della selva, le radure,
Per un attimo il volto di Don Javier non si sottrae ai nostri sono altrettante porte che conducono a quei mondi, a questi
occhi, si alza dolce e rassegnato anche se la sua parola è mondi che non si toccano con le mani del corpo materiale. I
aspra e mi ricorda il Qero dell' inka Manko Kalli. virakocha, i bianchi, non conoscono quelle porte. Per quat-
— Succede anche a me, a volte. Anch'io, per esempio, trocento anni i virakocha hanno fatto soltanto errori, hanno
conosco quel libro di cui hai parlato con Don Javier. Non l'ho confuso tante cose, si sono sbagliati sul nostro conto. Non
mai visto, né ne ho sentito parlare, ma lo conosco. Come una vedono, non hanno occhi per vedere, i virakocha. Ignorano la
grande emanazione, come un alito di fiori misteriosi di religiosità dell'ashaninka perché ignorano la sua memoria,
tzangapilla, così è penetrato nel mio sangue il pensiero del quella passata e quella futura. Un esempio: il campa,
tuo amico Stefano Varese. Non soltanto quello che dice. l'ashaninka che aspetta il ritorno di Juan Santos Atao Wallpa,
Anche quello che non è riuscito a dire, quello a cui non ha il capo che si ribellò ai conquistatori spagnoli intorno al 1742,
potuto ancora dare una forma nell'aria, il suo pensiero puro... lo aspetta religiosamente; sono diversi secoli che i campa lo
Don Hildebrando chiuse gli occhi con forza e si lasciò aspettano religiosamente, ma il virakocha non capisce questa
trascinare dalle sue parole. Parlava in modo strano come se sua religiosità. Un altro esempio: un ashaninka scambia doni,
recitasse un testo a memoria o come se leggesse. Arrivai a regali, con un altro ashaninka e stabilisce un rapporto di
pensare che lo stregone ripetesse parola per parola ciò che commercio sacro senza tempo, diventando un ayùmpari —
qualcuno gli dettava chissà da dove. La sua voce non era la così viene chiamato chi stabilisce rapporti di commercio
sua voce e il suo viso non era il suo viso, parlava sacro; ma il virakocha non capisce questa religiosità.
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Ho delle galline a casa. suo corpo immobile, l'opaco silenzio del suo corpo scolpito
Se me le chiedono le regalo. su fili di tenua luce. Don Hildebrando si china, indietreggia,
Non bisogna mai essere meschini. solleva la fronte, la sua testa gira come avvitandosi al collo,
imperturbabile, lentamente, molto lentamente, e, altrettanto
Così dice una vecchia canzone ashaninka. lentamente, man mano che lo stregone recupera la sua calma,
Riposa l'alba, va a dormire il la casa smette di tremare. Una voce che non è quella di Don
mattino, non si separano le mani: Hildebrando apre ancora una volta la sua bocca:
sempre apriranno la finestra. — Il mondo, uscito dalla mano del dio Pachakamàite, è
impregnato di divino. La natura non è naturale, è una
Così dice una canzone di Raul Vàzquez, il Cantore della creazione degli dei, è divina, e tutto ciò che vive nel mondo
Selva. usufruisce della stessa condizione, delle forze, delle grandi
Perché il campa che non offre generosamente agli altri, anime che dirigono l'esistenza dall'aria. Anche le parole.
come la sponda fa con il fiume, è allontanato dal suo gruppo. Chi pronuncia parole mette in movimento delle potenze. Per
Non rispettare l'ospite, non omaggiarlo, non scambiare doni questo l'ashaninka è costretto a vivere in armonia con le
con lui, significa spezzare quel fluido che unisce gli uomini forze del mondo, di questi mondi. L'ashaninka si armonizza
agli uomini. Perché chi riceve, riceve parte dell'essenza di chi con esse per poter conservare in un solo corpo i suoi corpi,
dà, e sarebbe grave se non esistesse corrispondenza... quello materiale e quello spirituale...
Ayùmpari, con questa parola si definisce l'uomo con cui si è
stabilito un rapporto di commercio sacro...
Don Hildebrando si interrompe. Lo cerco nella pe- Noi, invece, ci attardiamo arrampicandoci uno sull'altro,
nombra, non mi ero accorto che le candele si erano con- spingendoci e trascinandoci in cima all'albero estinto che ci
sumate, riesco appena a sentire il suo respiro affannato. Una impedisce di andare avanti. Riusciamo finalmente a scalarlo,
tensione strana assedia di nuovo la casa, scuote le travi di trionfanti e malridotti ci lasciamo quindi scivolare
capirona, le tavole del pavimento, le fragili pareti malri- goffamente lungo la corteccia umida e ci ritroviamo
dotte. Sarà il vento. dall'altro lato del tronco ammuffito, sullo stesso sentiero!...
— Quel pomeriggio dall'alto detta cittadella inka di Così, malconci, continuiamo a camminare. Alzai gli occhi: le
Pisaq stavo contemplando il Willkamayu, l'Urubamba, gocce non cadevano dal cielo squarciato da un sole di
quando vidi un vecchio che scavava vicino alle grotte in cui paura. La pioggia antica, accumulata nella cima degli alberi,
sono sepolti i nostri antenati inka. Il vecchio reggeva tra le ora traboccava scivolando invano come il pianto di un
mani il Qero appena scoperto. Mi sentì mormorare un saluto morto! Allora cominciammo a correre lungo il sentiero
nella sua lingua e mi sorrise commosso avvicinandomi il cercando di raggiungere l'inviato di Ino Moxo. Cammi-
vaso cerimoniale e offrendomelo con una parola che non ho nammo per ore senza riuscire a trovarlo. Ci davamo già per
dimenticato. Ayumpary, mi disse, dice mio cugino Cèsar. persi quando l' amawaka comparve dietro di noi. Mi rivolse
Così mi disse: ayùmpary. Sarà il vento, mi suggestiono uno sguardo che mi sembrò di rimprovero. Solo adesso
mentre i miei occhi si vanno abituando all'oscurità. La luna si capisco che era uno sguardo di compassione. Infatti, in
sfilaccia tra i rami di yarina che formano il tetto della questa corsa che ci stordiva, avanzando lungo sen-
capanna: distinguo le stregone sulla panca, piedistallo di
legno che sopporta miracolosamente il
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tieri tortuosi, schivando intrichi di rami, evitando fetide materiale avrebbe dormito diversi giorni, mentre il suo corpo
pozzanghere, in realtà non stavamo avanzando. Stavamo spirituale diverse settimane. E se ne andò trascinando con
fuggendo, fuggivamo da noi stessi, dalla prima paura, da lentezza i piedi, curvo, con le braccia abbandonate, come un
quella inutile pioggia. convalescente.
Don Hildebrando osservò il tetto della sua capanna che L'ultima sera a casa di Don Hildebrando a Pucallpa, non
aveva smesso di tremare, abbassò il volto. Come sorpreso di fu per me molto felice. In piena meditazione, mentre eravamo
vederci, indietreggiò. tutti seduti intorno al suo altare di tre triangoli, ormai
— È cosi, mi disse di nuovo con la sua voce. Così come tu temprati dall'Acqua della Serenità, uno dei pazienti che
vedi un'isola da lontano, una di quelle isole che sembrano un aspettava la fine della seduta per essere ricevuto, un meticcio
bosco che galleggia e sai che è un'isola, e la conosci, e dentro pallido e con la pancia gonfia, di soli quattro anni, cominciò a
di te sei convinto che è un bosco pieno di alberi e sai che sono singhiozzare stretto al seno di sua madre. Senza aprire gli
alberi anche se per la distanza non li puoi distinguere, allo occhi, Don Hildebrando protese la mano destra verso il
stesso modo io ho visto il libro del tuo amico Varese, l'ho bambino e disegnò qualcosa nell'aria. Il piccolo si calmò. La
conosciuto. Ho visto le sue idee come i boschi, anche se a capanna dello stregone, scossa da oscure tormente, stava per
volte non riesco a distinguere le parole una per una... riacquistare la sua abituale pienezza, la sua contagiosa
Don Hildebrando gira la testa, respira un'aria densa, onnipotenza, quando il bambino con il suo pianto frantumò di
immensa, tiepida, un alito di fiori misteriosi di tzangapilla, e nuovo la quiete. Per tre volte la mano di Don Hildebrando
si alza dalla panca macchiata: attraversò l'aria e per tre volte il bambino smise di piangere.
— È così, chi pronuncia parole mette in movimento Poi in un'alternanza di grida e di lamenti, si abbandonò a un
potenze, scatena altre forze, altre parole nell'aria, senza mai dolore e una paura incontrollabili.
conoscerne la fine. Poteri infiniti. Le parole non sono soltanto — Devi aspettare fuori, ordinò lo stregone con dolcezza,
parole. Così come il mondo, questa terra, la realtà che sempre con gli occhi chiusi, rivolgendosi alla madre del
vediamo o sogniamo, è qualcosa di più, è molto di più di bambino che si lamentava. E senza che le sue labbra
quello che riescono a vedere i nostri occhi, sia verso l'esterno rivelassero alcun movimento, cominciò a intonare uno dei
che verso l'interno. Allo stesso modo vorrei che le parole che suoi icaro, una canzone magica di richiamo.
ti ho detto in questi quattro giorni siano percepite da te non "Ibàré pawané Ibàré
soltanto come parole ma come un omaggio affettuoso a tuo pawané Warmikaro
cugino Cèsar. Glielo dovevo rendere, e oggi, attraverso di te, yamarémo Yamarè
glielo ho potuto rendere. Quando mi regalò questo vaso sacro Yamareremo"
degli inka del Cusco, in realtà mi stava regalando molto di
più. Da allora ero rimasto suo debitore, era diventato il mio La mia memoria si rallegrò pensando al primo icaro che gli
ayùmpari. Ora siamo pari... avevo sentito sussurrare: una canzone magnetizzata per
Si scusò perché ci doveva lasciare; ci disse che potevamo curare. "Ira Ira Irakà, Kura Kura Kurakà, Epirì Ririritù,
rimanere ancora per un po' a casa sua, ma di non andarlo a Yamarè, Yamarerémo". A prescindere dalla cadenza sillabica
trovare né l'indomani notte né l'altro ancora, perché aveva dell'icaro che in bocca dello stregone sprofondava perdendosi
bisogno di riposare, sicuramente il suo corpo in rugose risonanze, pensai di aver scoperto qualche chiave:
lo spagnolizzai: "Kura Kura Kurakà" non era
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forse che un richiamo a qualche spirito per allontanare la per molti giorni completamente privo di forze, come un
malattia: "Cura, Cura, Cura qui". E "Epirì Ririritu Ya-maré mucchio di macerie, come cushma vuota...
Yamarerémo" poteva senz' altro significare: " Spirito
chiamerò, chiameremo". Non so quali oscure forze mi spinsero
in quel momento. Abbandonai il mio posto e mi avvicinai al Solo allora gli occhi di Don Hildebrando smisero di
bambino che singhiozzava disperatamente. Mi sentivo potente sfuggirmi:
e debole, come abitato da diverse anime. Padrone e, allo — Questa sera, e soltanto per una vanità irresponsabile,
stesso tempo, schiavo di tutte le potenze del reale, di un proterva, senza nessun diritto, qualcosa che ancora non
mistero senza limiti. "Ubbidendo non so a chi, non so a che capisco, qualcosa che ancora non so, ha violato la gerarchia
cosa, accarezzai i capelli del bambino e sussurrai: degli spiriti che vivono nell'aria, ha sconvolto l'architettura
— Su, calmati, cerca di dormire adesso, su, calmati. E gli che deve essere perfetta nella sua imperfezione, ha tagliato la
chiusi le palpebre senza toccarlo, sfiorando con un dito l'aria curva delle sfere. Non so ancora bene. Ma ho sentito. Durante
intorno al suo viso, e il bambino si addormentò di colpo, e io questa seduta ho dovuto riunire in me tutte le forze, ho dovuto
ritornai in punta di piedi al mio posto. Rimase immobile, tra far resistenza agli assalti delle anime contaminate. Da questa
le braccia di sua madre, fino a che terminammo la seduta. sera dovrò meditare di più, concentrarmi di più. Perché ho
sentito scendere gli spiriti maligni, li ho sentiti aggirarsi lì
Congedandomi da Don Hildebrando gli chiesi un in- fuori. E sono ancora lì. Per allontanarli veramente, per farli
contro per i mesi successivi, quando fossi ritornato da ritornare da dove sono venuti, devo concentrarmi molto.
Atalaya, dopo aver parlato, così almeno speravo, con Ino Devo cominciare dall'inizio, da prima dell'inizio, come se il
Moxo. In preda a una incontrollata inquietudine, o come tempo non fosse passato. Come se non fosse passato nessun
spaventato da un cattivo pensiero, Don Hildebrando si girò e tempo, mai, né sulla terra, né sugli uomini...
mi rispose con un no secco. Ferito nel mio orgoglio, più che
sconcertato, mi precipitai verso la porta. Lo stregone mi
fermò con un gesto appena accennato:
— Nell'architettura dell'aria esiste un ordine, si ver-
gognò, esiste una gerarchia che non si può alterare. L'aria
non è abitata soltanto dagli spiriti benigni, ma anche da
grandi anime che diffondono il male. E quando qualcuno
interrompe questo ordine, gli spiriti cattivi, che sono molto
potenti, ne approfittano per sistemarsi nelle crepe di questa
architettura, precedono le anime pure e cadono come eserciti
di fuoco sugli uomini indifesi. In questi casi, anche se nessuno
li vede, io li posso vedere. E devo fare un grande sforzo per
trattenerli, per impedir loro di venire. Devo affrontarli visto
che sono il solo a sentirli. E dopo averli vinti, perché è mio
dovere farlo, posso rimanere
120 121
— Storie che ho saputo per caso, per combinazione, mi
assicura, che ho saputo quando ero ancora giovane nell'anima
e sapevo perdermi fra le tribù e ascoltare, in silenzio, tutto
quello che si dice, e, ancora più in silenzio, quello che non si
dice...

Questo medico stregone, vagabondo e donnaiolo, manca


7. della rassegnazione di Don Juan Tuesta, del superbo distacco
veniamo a sapere che il primo essere di Don Hildebrando, dei chiari enigmi di Ino Moxo, e
umano fondò la stirpe dei campa e che, somiglia piuttosto a Juan Gonzàles quando afferma che "le
inoltre, non era un uomo malattie non si curano con le erbe ma con l'allegria".
— Non fu uomo, fu donna, mi dice adesso, me lo ha
raccontato un mio amico campa, un curaca molto famoso di
— Il primo uomo non fu un uomo, fu donna, mi dice Don nome Inganiteri. Inganiteri, che in lingua ashaninka vuol dire
Javier impigliandosi tra profonde risate. "sta piovendo". Da più di dieci anni Inganiteri non piove più,
Di statura normale, più grasso che robusto, Don Javier ha deciso di morire, è ritornato alla terra. Ma prima è riuscito
quando non parla ride, ride con tutto il corpo, ride con la a dirmi come siamo nati noi esseri umani. Non è slalo come
camicia a fiori dai colori sfacciati, ride costretto dentro i pensi tu, vedrai. Inganiteri mi ha detto che mille lune fa,
pantaloni attillati verde bottiglia, seduto su una sedia di quando la stessa luna non era che un pezzo di tronco morto,
paglia al tavolo di questo bar polveroso che sa di canna, di tutto era cenere. Non era nato neanche Dio, tutta la terra era
tabacco, di orina, di birra, di profumi ordinari, di fronte al cenere. E la luce, le stelle e l'aria, pensa la stessa aria, e i
fiume Ucayali, qui nella periferia di Pucallpa. boschi, le cateratte, le rocce, i fiumi, i campi, la pioggia, i
Nessuno sa quanti anni nasconda la faccia di Don Javier, laghi piccoli e quelli che non hanno fine, e la salute e il tempo
le sue mani olivastre e morbide, come se fossero inguantate e gli animali che si trascinano e gli animali che volano e
con la pelle di un bambino. Nessuno sa quando cominciò a camminano, e le petraie, le spiagge, tutto ciò che ora esiste
esercitare, chi fu o chi furono i suoi maestri. Ma la gente del come è, secondo la sua natura, ciò che possiamo vedere, ciò
posto lo riceve festosamente, lo importuna con domande sui che non vediamo, tutto era nulla. E anche il nulla era cenere.
propri mali che lui diagnostica e cura con serena allegria. La Il mare non esisteva: anche gli oceani erano spazi vuoti, di
ragazza che cerca marito, il bambino preda della paura, gli cenere. Cosi era il mondo quando un fulmine cadde su un
amanti non riamati, il pescatore morsicato dalla serpe, albero di melarosa e la melarosa era cenere, ancora non era
l'anziano afflitto dalla tosse, tutti confidano nella saggezza melarosa. E mi raccontò Inganiteri che in quell'istante, da
degli occhi amorosi di Don Javier, poco più scuri della sua quell'albero, da quella melarosa bruciata e divisa in due dal
pelle e appena più chiari delle sue labbra sempre pronte a lampo, subito sbocciò un bellissimo animale. Il tronco della
raccontare le storie raccolte dai vecchi stregoni dei paesi melarosa si aprì in due, come un fiore e dall'interno usci il
amazzonici. Dicono che soltanto a Don Javier concedono la primo essere vivente, un animale senza
loro fiducia, così difficile da concedere ad altri, che a ragione
non la comprenderebbero.
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piume né squame né ricordi. E il primo shirimpiàre, il primo fanno cadere i pezzi perduti, orfani di quel tempo; li uniscono
capo stregone che già in quell'epoca viveva privo di corpo, dopo notti e notti di concentrazione, di settimane e settimane
privo di tutto, dissolto nell'aria, il primo shirimpiàre si di digiuno, di giorni in cui si nutrono di una semplice banana
sorprese moltissimo e si disse: non è uccello, non è pesce, non cotta alla brace e si dissetano con acqua di ruscello e, dopo
è animale-animale, non so che cosa sìa, ma senza dubbio si avere ricordato, ripetuto o inventato le preghiere efficaci, le
tratta dell'opera migliore di Pachakamàite. Saprai che canzoni magiche, gli icaro giusti, le invocazioni più
Pachakamàite è il padre Dio dei campa. Pachakamàite è appropriate e potenti, così ritorna il tempo, come nube
Pawa, marito di Mamàntziki, figlio del sole più alto, il sole di affettuosa di polline argentato, a occupare di nuovo La Casa
mezzogiorno. Il primo shirimpiàre, allora, rimase a lungo a del Richiamo. Il maestro Ino Moxo è appunto uno dei pochi
pensare, poi disse: sarà un essere umano. Così stabilì lo shirimpiàre che posseggono il dono di convincere il tempo e di
shirimpiàre numero uno dopo avere riflettuto a lungo decise riportarlo al suo stato originale, per svolgere il suo ruolo
di chiamare quell'animale Kaametza, che in lingua campa primigenio. Devi sapere che prima, quando Pachakamàite non
vuole dire La-molto-bella. Cos'i ebbe inizio la nostra stirpe, aveva ancora disposto la nascita di Kaametza, non era compito
con Kaametza, una femmina. Appena spuntata dalla melarosa, del tempo delimitare il ciclo del vivente. Non era suo compito
Kaametza cominciò a cercare. Era convinta di camminare e di scandire il passaggio da ciò che vive a ciò che muore e da ciò
certo camminava nella selva, attraverso freddi boschi di che muore a ciò che ritorna a vivere diversamente, eternamente.
cenere, ma in realtà non camminava: cercava, e non sapeva No. Il primo compito del tempo fu di fabbricare felicità,
bene che cosa, non sapeva ancora esprimere che cosa. Così impedire i mali della vita, in queste vite e nelle successive. Se
Kaametza trascorse anni e anni camminando - cercando, qualcosa o qualcuno era preda del male o ne veniva contagiato,
quando una sera... il tempo faceva si che quel qualcosa o quel qualcuno smettesse
Don Javier si guarda intorno cercando la bottiglia di di crescere. Non lo uccideva, perché nella natura di quel tempo
acquavite di canna, riempie di nuovo il bicchiere che ha non c'era spazio per la morte. Lo fermava, il che era anche
appena scolato e io, a mia volta, mi concedo altri due sorsi peggio. E allo stesso tempo accelerava la grandezza di ciò che
mentre lo stregone riprende a parlare: era grande, sviluppava gli spiriti dell'Alto. Dava a uno spirito
— Ho sottolineato la parola sera proprio come Inganiteri giovane l'esperienza di mille anni. Non dimenticare che aveva
ha fatto con me, solo per precisare, perché tu possa capire tre orecchie, poteva andare e venire nello stesso tempo, e a
meglio ciò che ricordo, perché allora non esisteva nessuna volte stava fermo, immobile e i paesaggi si spostavano intorno
sera, né alba, né notte, né mezzogiorno. Il tempo scorreva, è a lui, erano loro che andavano e venivano verso il mare. Ed è
vero, ma era diverso da quello che conosciamo oggi. Anche il per questo che il maestro Ino Moxo, quando si trova sotto la
tempo era cenere senza confini, come un fiume a tre sponde. nube, dopo avere rimésso insieme i pezzi di quel tempo e dopo
Fu molto tempo dopo che si placò e si divise, fece come molto averlo fatto scendere, spinto da brezze argentate, alimenta la
più tardi avrebbe fatto l'Urubamba, il fiume sacro degli inka sua mente con quel polline antichissimo, moltiplica la
del Cusco. Allora non esisteva questo tempo che si stanca e si quantità dei poteri che vivono e lavorano nella sua saggezza,
riposa come le persone. Allora non era cosi scandito come colma la sua memoria con l'intelligenza di migliaia di vite,
adesso. Soltanto pochi stregoni, katziboréri, o stregoni rafforza la potenza del suo sguardo...
fumatori, shirimpiàre, riescono a farlo ritornare per non più
di una notte, al massimo due notti. Lo fanno scendere
dall'aria,
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A quest'ora, nel bar, c'è soltanto un tavolo occupato da tre di fianco alla Kaapa, quella piccola casa che mi aveva de-
avventori chiassosi, eccitati non tanto dall' alcool ma dal stinato, sulla scaletta fatta di tre grossi pali; guardavamo gli
rifiuto di quella ragazza troppo dipinta, con una grande alberi che si muovevano di fronte a noi, oltre i campi di
scollatura, che ride sguaiatamente sui resti di questa notte di manioca che segnavano l'inizio delle sue terre. Il primo sole
fronte al fiume Ucayali. Don Javier volge gli occhi pietosi del pomeriggio cadeva di taglio sul cortile rotondo e
verso di loro, appena una sdegnosa curiosità che esita tra i spianato. Non era per la luce del cortile, non fu per questo che
seni detta femmina, poi ritorna, con lo sguardo assente, alla Inganiteri chiuse gli occhi, ma perché mi stava parlando della
finestra. pantera nera, di quel grande otorongo. La faccia del curaca
— Una sera, allora, Kaametza andò a specchiarsi, o a campa, invecchiò, turbata, dì colpo e si segnò di rughe sugli
bere, o a lavarsi in un ruscello anche esso di cenere. Si piegò zigomi larghi. Il curaca tremava: sembrava che la sua anima
sulle acque tranquille del fiume che scorreva tra le tre sponde ritornasse da lontano, da molto lontano e che le vene del suo
e dall'alto della foresta spuntò una pantera spaventosa, un collo stessero per scoppiare...
otorongo nero che bramiva. All'inizio Kaametza restò — E disse che Kaametza cadde in ginocchio dopo avere
immobile, non si spaventò neanche. Forse sapeva? Sapeva ucciso l'otorongo, con gratitudine si prostrò sulla riva di
forse che cosa era la paura, che cosa era un otorongo cenere, al bordo di quel fiume, sulla terza sponda e contemplò
infuriato? Nell'anima di Kaametza era sera e tramonto, una il coltello che l'aveva salvata, lo sollevò verso la bocca con le
grande sera scura e innocente nella sua mente. Artigli, non mani, sì avvicinò lentamente, mormorando non si sa bene
sapeva che cosa fossero, non ne aveva idea. Netta sua mente cosa, come se lo baciasse...
non c'erano parole né il nome di nessuna cosa. Ma grazie a — Scusi, Don Javier — osai, interrompendo con la mia
quel conoscere sconosciuto, senza coscienza, che ancora oggi voce la sua meditazione — scusi, ma c'è qualcosa che vorrei
possediamo, Kaametza capi ciò che doveva capire e sfuggì chiarire: quando il capo Inganiteri chiuse gli occhi...
all'otorongo. L'otorongo la assali di nuovo, con le unghie — L'occhio — mi interruppe Don Javier, come era sua
affilate, taglienti, come punte di pietra calcinata. E Kaametza abitudine — Perché Inganiteri, non so se te lo ho già detto,
riuscì a schivarlo. L'otorongo nero indispettito si rivoltò di aveva un solo occhio. L'altro lo aveva perso per una donna
nuovo contro di lei e la assalì con i suoi artigli. E Kaametza che il maestro Ino Moxo gli aveva rubato. Era rimasto orbo in
scoprì dentro di sé una paura infinita, capì quanto vicina era la seguito a un colpo di freccia mentre combatteva per ricevere
morte. E, senza neanche sapere che cosa stava facendo quella donna...
strappò un osso dal suo corpo. Qui, vicino atta vita, guarda, Socchiuse gli occhi nei vapori del bar impregnato di fumo
estrasse così una costola, come eseguendo un ordine; e non di tabacco forte e del profumo acido dei manghi, delle
soffrì; non perse sangue, e non aveva nessun segno, nessuna melerose, delle palme yarinas, che crescevano rigogliose,
ferita. E afferrando quell'osso come un pugnale appena nell'oscurità, di fronte, sulle rive dell' Ucayali. La risata detta
affilato, colpì l'otorongo alla gola. A questo punto, lo ricordo ragazza aveva disertato il tavolo in fondo al bar. Don Javier
bene, il mio amico Inganiteri che mi raccontava questa storia, rivolse, condiscendente, la propria attenzione sui tre ubriachi
chiuse gli occhi e tacque, immobile, ascoltando non so bene defraudati.
cosa, qualcosa che veniva dalla selva, dai corsi d'acqua che — Certamente, lo avrà fatto per non parlare, mormorò.
risuonavano lì accanto congiungendosi alle acque dell' Certamente il mio amico Inganiteri avrà chiuso gli occhi per
Unine. Eravamo seduti all'ingresso della sua capanna, non raccontarmi più niente. Se ne stava cosi, senza vedere,
senza parlare. Forse, nelle storie antiche, c'è
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sempre qualcosa di difficile, di pericoloso, di proibito da un nome perché potesse continuare a esistere, pronunciandolo
raccontare... Poi, senza dire niente, parlando come un cieco, a voce alta dall'aria.
Inganiteri mi disse che Kaametza accarezzò il suo osso, lo — Narowé, lo chiamò.
sollevò forse per baciarlo, forse per dirgli cose soavi, e sul E il primo maschio, udendo il nome, che il Dio Pa-
coltello estratto dal suo corpo non c'era traccia né del suo chakamàite aveva deciso, continuò a dormire. Continuò a
sangue né di quello dell'otorongo che l'aveva ferita, e dormire ma il sangue cominciò a scorrere per tutto il corpo e
Kaametza lo ringraziò con l'alito, con l'affetto della sua l'aria entrò nel sangue fecondando il suo cuore di luci
bocca, ansimando, e l'osso prese fuoco, tremò come quei generose, distribuendo forza e energia nei suoi muscoli e
lampi che non fanno rumore, che fanno soltanto luce, li dotandolo di anima e di parola perché potesse aprire le porte
conosci? Quando piove e non è la stagione delle piogge si dei mondi, anche di quelli invisibili agli occhi del corpo
vedono fulmini così, e lei lo lasciò andare come se le bru- materiale e perché potesse ringraziare gli dei e gli uomini e
ciasse le mani, e mi disse Inganiteri che l'osso cominciò a imparare a combattere e a lavorare e a fare figli e a abbellire
roteare, riducendosi e crescendo, come chi soffoca e cerca la terra.
l'aria, occupando una forma che esisteva già nell'aria, che lo — Narowé! Lo chiamò, che in lingua campa, di ashaninka
aspettava da sempre come un destino nell'aria, e che andava vuole dire: io sono, o io sono colui che sono, che è la stessa
somigliando sempre più a Kaametza, mentre si spegneva a cosa.
poco a poco e ritornava a brillare trasformandosi nell'ombra I tre avventori al tavolo, in fondo al bar, hanno rico-
di un albero di fuoco, in una melarosa di ombra, in una pietra minciato a bere, a ridere sguaiatamente, a discutere senza
di albero animato, in una antica orma su una grande roccia, curarsi di noi. Offro una sigaretta a Don Javier, con lentezza,
sempre più simile negli occhi e nelle braccia e nei capelli a per sottolineare il mìo gesto, esortandolo a proseguire il
Kaametza come se il corpo di Kaametza avesse avuto da racconto. La sua mano destra disegna un rifiuto nell'aria
sempre, li, nell'aria, un modello che lo aspettava e poi palpabile che stagnava nel bar, ma le sue labbra si
retrocedendo e avanzando di nuovo e bril-lando - soffocandosi - socchiudono, stanno per parlare, stanche si piegano agli
cercando, cercando diversità nell'aria, differenziandosi angoli con nostalgia, accennano un sorriso, assenti. All'im-
dall'uguale di Kaametza e alla fine calmandosi e vittorioso — provviso credo di capire, sì credo proprio di capire. Ricordo
estenuandosi sulla spiaggia di cenere, nell'oscurità, uguale a ancora il suo sorriso che si allontana, l'ostinazione delle sue
Kaametza e al tempo stesso diverso. labbra sigillate. Comunque attraverso i fumi di una strana
Don Javier finisce l'acquavite con un solo sorso e esita un ebbrezza, continuo a sentire la sua voce. Mai, fino a quel
istante guardando il nulla, facendo crescere l'ansia dentro di momento l'effetto della droga era stato così forte; mi sentivo
me. irrimediabilmente avvolto da un turbine di ronzii, di calore, di
— Fu così che venne al mondo il maschio, fu così che penombre, ebbi il sospetto che a raccontarmi la storia di
venimmo al mondo. E il primo shirimpiàre che a quel tempo Narowé e Kaametza non fosse Don Javier, ma l'aria, la voce
viveva senza vivere, senza corpo, viveva appena, lo di Inganiteri, ormai morto, che incombeva nell'aria e allora
shirimpiàre numero uno, che come testimone osservava tutto mi piegai sul tavolo, abbandonai la testa tra le braccia, e
dall'aria, ne gioì e decise che l'uomo vivesse, decise che l'ultima immagine dì quella notte che la mia memoria potè
l'uomo accompagnasse la donna e che insieme procreassero e fissare, fu la visione della mia stessa testa reclinata, priva di
gli rese omaggio dando un nome anche a lui. Gli diede forze, accanto alle bottiglie vedove di acquavite come se,
attraverso l'arco delle
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mie braccia incrociate, io ritornassi verso il momento ini-
ziale, tempi in cui il tempo non era il passivo ordinatore
dell'inevitabile, non era il costruttore di rovine, guida della
morte, ma l'artefice della bellezza e della felicità.
Sprofondai in un sonno senza coscienza come nelle acque
di un lago conosciuto e proibito. Il fremito di una rete mi
avvolse, mi restituì trascinandomi alla spiaggia. Non era un
lago: era un fiume. Vidi Kaametza, sulla terza sponda, nuda e
luminosa sul sangue nero della tigre accoltellata, di fronte al di come si fece la luce sulla terra
sonno quieto di Narowé. Volli avvicinarmi a lui ma la rete mi
catturò di nuovo, mi restituì alle acque, sempre più scure, più
calde, più chiare. Stremato, senza fiato, cercai di liberarmi. Con la faccia sott' acqua, immerso in quel lago ridiventato
La rete crebbe in tentacoli che secernevano una sostanza fiume, riuscii a aprire gli occhi: vidi Kaametza sulla terza
gommosa e biancastra, si attoreigliò in boa invincibili sponda, premurosa, accanto a Narowé che si svegliava.
imprigionandomi, trascinandomi sul fondo delle acque del
fiume di nuovo trasformato in lago. Tirai fuori la testa, gridai,
nell'aria non si sentì nulla, la mia voce era vuota. Scoprii che La prima cosa che vide Narowé separandosi dal nulla fu
anche il mio corpo era uno spazio aperto, soltanto il posto di Kaametza, fu tutto, il sole che lo guardava. Ma ciò accadde
un corpo. Alla fine, sprofondando con gli occhi coperti soltanto nella sua anima, dopo la sua prima sensazione, dopo
dall'acqua salata, riuscii a vedere Kaametza sulla riva, statua la sua prima conoscenza, sotto il suo cuore. Perché fuori,
assorta di fronte al riposo di Narowé che si svegliava. intorno alla spiaggia di cenere dove si trovavano entrambi,
sopra i boschi e il cielo di cenere, tutto era ombra. Già
Pachakamàite, il Pawa, Padre Dio dei campa, aveva creato la
I boa, i tentacoli della rete cedettero, mentirono, in- luna e le stelle ma ancora non aveva concesso loro il compito
sistettero. Non era una rete. Era una mano che mi scuoteva, di illuminare. Tutto aveva il colore della notte morta, pelle di
due mani che mi afferravano alle spalle: il gestore del bar mi notte chiusa. E il tempo, torrente senza letto né direzione,
svegliava tra le scuse, non c'era più nessuno e stava per assoluto e eterno.
spuntare l'alba. Eppure Narowé vide Kaametza, la potè distinguere bene,
Mi alzo barcollante, pago le bottiglie di acquavite, esco chiaramente, nitida, poi si sollevò, si mosse verso di lei e lei lo
nella mattina che penetra dall'altra sponda dell' Ucayali, la ricevette conoscendo tutto. Lo lasciò entrare, aprendosi.
terza, dietro una doppia fila di bambù o di palosangre, non so Proprio come il fiume Inuya penetra il fiume Urubamba, così
bene. Non so come riuscii a percorrere tanta strada e a Narowé penetrò tra i fragori con tutte le tempeste del suo
arrivare all'Hotel Tariri. Ricordo soltanto che nella hall, corpo fuse dentro una fervida corrente, andando indietro,
mentre fingevo dì guardare la teca, appesa alla parete, sulla mentendo, ritornando - insistendo. Proprio come l' Inuya se l'
quale erano allineate le chiavi delle stanze, fui accolto da un Inuya avesse avuto la durezza di una canoa. E Kaametza fu
sorriso complice e invitante e da due braccia aperte: Don cielo, divenne cielo perché il sole nato dal suo corpo,
Javier. innalzato e reso ardente dal suo
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corpo tra due mezzogiorni, potesse ritornare e tramontare
verso il crepuscolo, fondendo la sua luce bianca con il sangue
del cielo. Abbracciati, assai più che compiacendosi l' un l'altro,
Kaametza e Narowé fabbricarono la vita, saldarono l'esistenza
con resina folgorante e sanguinante; tutto pulito, senza
frontiere, la pienezza dei loro corpi come lingue che si
rincorrevano in un solo miele profondo e salato.
Sul sangue dell'otorongo nero, rotolando in una stessa
vertigine lenta, conobbero l'amore. Lì, su quel sangue ancora 9. Don Javier afferma di avere soltanto sessanta milioni di
caldo, si amarono. Scoprirono i loro corpi e il fuoco e la anni
tristezza dei corpi, e il vuoto, non la cenere di prima ma
quell'altra cenere che offende dopo l'incendio, e il silenzio, e
l'idea dell'inevitabile, della morte che abita in tutto ciò che
Mi pregò di portargli con molta attenzione la sua cassa.
vive. Tutto scoprirono.
Ho già raccontato che Don Javier, tra i suoi innumerevoli
O cosi, perlomeno, mi raccontò Inganiteri. E disse che
Kaametza e Narowé raggiunsero insieme, nello stesso istante il mestieri di mortale, era solito vantarsi soltanto di quello di
piacere. E che quando raggiunsero l'orgasmo, proprio musicista? Ho già raccontato che era anche percussionista,
nell'attimo in cui tutti e due lo raggiunsero, nel mondo si suonatore di cassa, come pochi ce ne sono? Quasi tutti i
inventò la luce. suonatori colpiscono quella specie di cubo sonoro, quel
tamburo di cedro, ed esprimono con forza la cadenza della
vertigine, di alveo delle danze che sonnecchia sotto la
— Dal primo piacere del primo amore nacque la luce, su superficie dello strumento. Ma non Don Javier. Non sono le
tutta la terra fu luce — mi dice Don Javier. sue mani a produrre musica e ritmo quando suona, sembra
piuttosto che le sue stesse dita siano la musica e il ritmo.
Seguii Don Javier vacillando, fino alla sala da pranzo
dell'Hotel Tariri dove, tra inconfondibili rappresentanti di
commercio, artiste di varietà, militari travestiti da civili con
l'abito della domenica e donne che si fanno offrire da bere e
da fumare, resti della notte dietro nugoli di insetti,
mangiammo carni rosolate con cipolla e banane fritte,
ristorandoci con tazzoni, listati a lutto da un mate dolcissimo
e amaro che di caffè aveva soltanto il nome.
— Kaametza e Narowé fecero la luce facendo l'amore,
così iniziarono la stirpe ashaninka, la nostra prima umanità,
il popolo campa.
Allontanò da sé la cassa, si alzò, estrasse da una tasca
molti fogli piegati, li guardò uno a uno, con lentezza esa-
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sperante, eccola mi disse, mostrandomi la pagina strappata di presenti nel sangue di tutte le restanti razze umane, raf-
un vecchio giornale: forzano la mia tesi".
— Questo articolo si riferisce all'impronta del piede di un — Lo vedi, amico Soriano! ripete sempre più eccitato Don
essere umano, trovata su una roccia cristallina netta regione Javier. Se i nostri progenitori erano campa, non scorre forse
di Ascope. Hanno inviato un campione di quella roccia nelle loro vene il sangue più antico del mondo? Non fu
all'Università di California, per sapere a che epoca risale, per Kaametza la nostra vera Eva e Narowé il vero Adamo? E non
sapere in che epoca un uomo remoto calpestò la roccia prima sarà che il Paradiso Terrestre americano è in realtà il Gran
che fosse roccia, quando era ancora morbida e l'orma potè Pajonal?...
imprimersi e conservarsi fino ai nostri giorni. Vedi, in questo Poi mi pregò di continuare la lettura. L'articolo del Dott.
ritaglio di giornale è stata pubblicata la risposta, ti dispiace Juan Luis Alva, pubblicato a pagina sette del Supplemento
leggerla ad alta voce? Domenicale a "El Comercio" di Lima del 20 giugno 1977
"Il campione di roccia proveniente da Ascope, inviato dal concludeva:
Dott. Juan Luis Alva per la datazione, ha le caratteristiche di "Forse la gestazione dell'uomo sudamericano è avvenuta
nella regione amazzonica e da lì si è estesa verso la sierra e
una graneodorita horneblendica probabilmente estratta dal
poi verso la costa seguendo la direzione di tutti e due gli
Bartholito Longitudinale Andino. L'età assoluta di questo
oceani..."
Bartholito è stata fissata dal professor D. Jack Evernden — Tieni conto, mi disse Don Javier, che non ci sono
dell'Università di California, in sessanta milioni di anni..." campo soltanto in Perù. Vivono anche in Venezuela, nelle
Guyane, di fronte al Mar Caraibico.
— È quasi finito, gli dico, mancano poche righe: "Giacché nei
— Capisci, sottolineò Don Javier, sessanta milioni di anni petroglifi della valle di Jequetepeque, forse i documenti
fa esistevano già gli uomini e lasciavano le loro impronte antropologici più antichi che si trovano sulla costa nord del
sulla roccia che non era ancora roccia ma argilla, altro che Perù, la scimmia emerge come elemento culturale di massima
terra da scoprire! importanza".
Feci finta di non sentire e continuai a leggere: — Figurati: scimmie amazzoniche in petroglifi trovati di
— "Le ricerche del Dott. Cèsar Reynefarje, direttore fronte al mare!... E in piena selva, a dieci chilometri da Plaza
dell'Istituto di Biologia Andina, sui gruppi consanguinei, de Armas di Tarapoto, un mio amico, l'archeologo Wilson
confermano la tesi che l'uomo ha avuto origine in America o Leon Bazàn, ha scoperto altri petroglifi dove non soltanto si
per lo meno anche in America. In Perù esistono fossili di possono scorgere le impronte di piante e animali preistorici,
animali e di vegetali primitivi come gli amnoliti e le alghe, ma simboli grafici chiarissimi, simboli di una scrittura che
oltre a una gamma che include fossili di animali e vegetali ancora non siamo in grado di decifrare. Sono stato da poco a
superiori. Non c'è dunque motivo per porre in dubbio l'origine Tarapoto e ho visto quei petroglifi nella località di Polish,
autoctona dell'uomo americano. Sono molti gli anelli perduti pietre distribuite per significare qualcosa, incise con profili di
della catena da scoprire in Perù e in America, non uno solo. dinosauri, di serpenti, di uccelli giganteschi, e segni, molti
Le ricerche del Dott. Raynefarje, che ha dimostrato che nel segni dentro chi sa quale ordine, quale sistema segreto simile
sangue degli indigeni campa e tzipìbo della selva peruviana a quello delle Killka degli inka... Inoltre, tra i petroglifi di
mancano gli antigeni A e B, Polish hanno dissotterrato fossili umani. Ho visto un cranio
millenario
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che sembrava essere di una grande scimmia, ma che era di un
uomo. Ho visto petroglifi uguali a San Tosillo e a
Shapaja-Cerro San Pablo e a ]ara, vicino a Moyobamba, e
anche a Chazuta e a Achinamiza, con disegni uguali a quelli
scoperti là, sulla costa, dove fu trovata quell'impronta umana
sulla roccia, quell'impronta di milioni di anni f a .. .
Don Javier parve calmarsi contemplando la sua cassa; la
colpì impercettibilmente con le dita e mi rivolse di nuovo la
sua risata sonora: 10. un uccello divora intere popolazioni
— Lo vedrai con i tuoi occhi. Quando arriverai ad Atalaya
vedrai testimonianze forse più antiche. Per arrivare dal
maestro Ino Moxo dovrai attraversare l' Inuya, e poi il Più che l'approssimarsi della notte, ci trattenne la fame.
Mapuya e poi ancora il Mishawa. L'intero letto del Mapuya è Ci accampammo lì, poco dopo avere ritrovato il bambino
pieno di animali marini pietrificati! Vedrai con i tuoi occhi, amawaka, in uno spazio angusto tra le canne selvatiche, simili
toccherai con le tue mani quei pesci di pietra! Chiocciole di per grossezza e per forma alla canna da zucchero, ma molto
milioni di anni, meduse gigantesche trasformate in roccia, più alte: raggiungevano anche i sette metri.
messaggi immemorabili di quando questa selva non era selva
ma fondo marino, di quando il mare passava su di noi e noi
non esistevamo e il mare era cenere e tutto era oscurità e L'invitato di Ino Moxo parlamentò con Ivàn poi, senza
ancora non erano nati Kaametza e Narowé! curarsi del sentiero si addentrò nella macchia, perdendosi in
uno scricchiolio di foglie secche per ritornare subito con una
pukuna, lunga cerbottana, che forse aveva nascosto lì, per
precauzione, quando ci era venuto incontro. La pukuna era
certo più lunga di due metri. L'ama-waka la controllò in
silenzio, meticolosamente, prima sfiorando con occhi e dita
esitanti la superficie compatta e tubolare, poi spostando lo
sguardo attraverso il foro e soffiando più volte. Infine esaminò
le numerose frecce dritte e appuntite che teneva in un
recipiente di bambù colorato. Ne aprì uno più corto, sottile,
pieno di una sostanza spessa e nera, ci intinse la punta di tre
frecce e poi lo richiuse. Ivàn lo aiutò a coprire con fiocchi di
cotone ruvido e giallastro la parte non avvelenata delle frecce;
portati a termine questi preparativi con una solennità da
cerimonia e senza neanche rivolgerci lo sguardo, penetrarono
tra gli alberi, oltre il campo di canna sempre più a sinistra del
Mapuya, come ipnotizzati dal vociare inconfondibile delle
scimmie.
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In attesa del ritorno dei nostri due cacciatori, obbedendo te. L'ultima volta estrasse i resti di corteccia e fece bollire il
alle ultime istruzioni di Ivàn, tagliammo grossi rami e legni liquido fino a ridurlo a una viscosità marrone e lenta.
molto duri, i più resistenti e giovani dei dintorni, e canne, Era bastata una sola goccia di quel liquido viscoso messa a
molte canne, tutte quelle che ci permisero le nostre braccia. segno con la pukuna dell' amawaka, per uccidere quella
Più tardi, in piena notte, capimmo perché il nostro rifugio scimmia robusta, questo makisapa che Ivàn spella im-
doveva essere solido: le choshna e i tuta-cuchillo, enormi perturbabile e che, così spellato, sembra uno di noi. Cio-
quadrumani, si divertirono a lasciar cadere su di noi, dall'alto
nonostante contribuimmo tutti a squartarlo e a metterlo sul
degli alberi, frutti e rami pesanti e temibili e invisibili,
fuoco per poi mangiarcelo senza rimorsi.
gridarono e ci inseguirono fino all'alba. Se non fosse stato per
quella specie di capanna nella quale tentammo di dormire, Non c'è dubbio, il nostro rifugio doveva essere solido.
quel riparo di assi resistenti e di liane che Ivàn ci aveva
ordinato di costruire, precauzione e preoccupazione che a me
erano parse esagerate, saremmo morti schiacciati sotto i colpi All'alba, nonostante le chosna e le altre scimmie notturne
insolenti di quelle scimmie-gufi. continuassero a colpire la nostra capanna, il bambino
amawaka ordinò di riprendere la marcia. Ho già detto che la
Ivàn e l' amawaka ritornarono all'improvviso e vedendoci sua faccia era tatuata con achiote, quella pittura sacra che i
ansimanti, esangui, sfiniti nella radura erbosa, pieni di lividi nativi usano per proteggersi dai nemici visibili e invisibili?
tra machete e rami tagliati, non riuscirono a trattenere il riso. Gli uomini amawaka coprono le loro nudità unicamente con
Quando si furono calmati, ci mostrarono, più con cattiveria una cordicella stretta intorno alla vita. Con uno dei capi della
che con orgoglio, il corpo agonizzante che ci avrebbe fatto da corda fissano il pene rivolto verso l'alto sul ventre. Oltre alle
cena. guance si dipingono con achiote anche il petto, le braccia e le
cosce. L'inviato di Ino Moxo sfoggiava invece una cushma
impeccabile, lunga fino alle caviglie, indumento permesso solo
Più tardi Don Hildebrando ci parlò del veleno che gli agli stregoni. Quando una missione li trattiene nella selva per
amawaka usano quando vanno a caccia. Io stesso ne ho più giorni, gli amawaka, e come loro molte altre popolazioni
constatato l'efficacia: uccide in meno di un minuto e, a quanto dell'America, per non spaventare le anime e gli animali con
sembra, senza provocare dolore. Soltanto lo stregone è odori umani, se sono nudi smettono di lavarsi; se invece pra-
autorizzato a prepararlo. La sostanza tossica, del tutto innocua ticano il digiuno come fattucchieri indossano una cushma
per gli uomini bianchi, altra cosa della quale sono stato speciale, vecchia, mai lavata, che si confonde con l'odore e
testimone, si estrae da una pianta che cresce sulle falde dei con i colori della foresta. Questo amawaka mi sconcertava
monti boscosi attraversati dal Mishawa. Il maestro con la sua impeccabile tunica gialla. Con l'aiuto di Félix
Hildebrando non mi ha mai detto il nome di quel vegetale. Una Insapillo, e supponendo che ci saremmo addentrati sempre
volta però, potei vedere come ne sezionava la corteccia e la più nella selva verso i monti, molto lontano dal Mishawa,
raschiava fino a farla diventare bianca candida; di nuovo ottenni dal bambino una breve pausa per ritornare al fiume.
scurita al contatto con l'aria, la sfilacciava dentro un recipiente
pieno d'acqua bollente. A mano a mano che il liquido
evaporava, Don Hildebrando andava aggiungendo acqua. Lo
vidi ripetere l'operazione sette vol-
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Il fischio tagliente di un tiwacuru che serpeggiava tra i e ancora non erano nati Kaametza e Narowé!, ripetè al tavolo
rami alti di una wimbra ci guidò sulla riva. In quel gomito del della sala da pranzo dell'Hotel Tariri, ormai quasi deserto.
Mapuya, un uccello nero, non troppo grande, con il becco Parlava con voce avvizzita, con parole opache, pronunciate
giallo come la base delle sue ali aperte, agitava un ventaglio di come se stesse sotto terra, come se si trovasse dentro una
piume sull'acqua. pietra, investito di una improvvisa maestosità. — Lì, sul
— È una wapapa, disse turbato Ivàn. Sta pescando. Mapuya ti sarà concesso di sapere come i figli hanno divorato
— Certo, aggiunse Félix Insapillo. Pesca sempre così. i padri, come i virakocha hanno sterminato gli indio. In che
Questo uccello ha tre aculei in ciascuna articolazione dell'ala. modo perverso, con che freddezza continuano ad avvelenare il
Con quegli aculei penetra la corteccia di un albero dalla linfa popolo più antico della terra! I nostri avi presenti e viventi!...
velenosa che si chiama katàwa... Ti sarà concesso di conoscere la ragione vera e non già il
— La wapapa bagna le sue ali con la linfa di katàwa, poi pretesto che porta alla nostra selva la cosiddetta civiltà.
le immerge nell'acqua, disse Ivàn. Tra poco vedrai, verranno a Perché ciò che è progresso per il bianco, per l'indio è un
galla i pesci. tornare indietro. Per il bianco di ieri il caucciù era oro, per
— Verranno a galla storditi dal veleno... l'indio fu sterminio. Per il bianco di oggi il petrolio è la vita,
per l'indio è la rovina, la peste, lo sradicamento. Vedrai chi
sono stati e chi sono in realtà i barbari, chi i cannibali e chi i
La wapapa uscì dal fiume, camminò pigramente per cristiani!... Ascoltami bene, Soriano: se tu ti ammali e hai
qualche metro, si appoggiò su una sporgenza di terra sgre- bisogno di sangue io ti do il mio e ti salvo la vita. Ma se dono
tolata, fissò gli occhi su quel tratto di fiume ormai fatalmente il mio sangue a un indio campa, o a uno tzipìbo, lo uccido.
torbido e se ne stette immobile, in agguato. Era una strana Perché il suo sangue è diverso. È diverso, capisci? Ciò che
statua che aspettava, ricoperta di ansie tranquille, direi, del per noi è esistenza per loro è peggio della morte. E così
tutto indifferente alla nostra presenza. Apparvero le sue prime accade con le altre cose create, così accade con le piante.
vittime; decine di inutili colpi di coda moribondi: l'incredibile L'aria, ad esempio; è vitale per gli uccelli ma asfissia i pesci, il
pescatore si staccò lentamente dal bordo rosso, entrò nella sua colpo d'ala nera, il becco della morte.
trappola d'acqua, afferrò un pesce con il becco, poi sempre più
lentamente ritornò sulla sponda, sistemò il pesce sull'erba
rada, rientrò nell'acqua e ripetè l'operazione. La ripetè senza Ammucchiammo i fossili lontano dalla riva per sot-trarli
nessuna fretta, fino all'ultimo pesce. Soltanto allora, sempre alle piene e agli acquazzoni, fiduciosi di ritrovarli al ritorno.
assorta in quella calma che mi irritava, cominciò a divorarli Riprendemmo la strada verso Ino Moxo. Prima di
con raffinata minuziosità. Non la scosse nemmeno il rumore addentrarmi nella foresta dove si erano già incamminati gli
dei nostri corpi che si tuffavano nell'acqua accanto a lei e
altri miei compagni mi fermai, volsi gli occhi al Mapuya
continuò imperterrita a mangiare, mentre Insapillo, Ivàn,
generoso, scorsi qualcosa sulle sue acque, come un fulgore di
Cèsar e io estraevamo dal fondo del Mapuya le meduse
remote, le grandi chiocciole di cui ci aveva parlato Don Javier, sangue, come una luce inesorabile che tingeva le impavide
le rifulgenti ostriche grigie, gli ippocampi pietrificati. correnti. La wapapa continuava a mangiare sulla riva,
immune al veleno di Katàwa che aveva fulminato tante vite.
— Da quando il mare era cenere e tutto era oscurità
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— Ti sarà concesso di conoscere la verità, la faccia Non sparai.
bugiarda della verità e la verità senza tempo. Vedrai le tre Una calma infinita occupò la mia memoria e alleggerì il
sponde. Lo splendore e l'ombra del sangue e del tempo che mio corpo. Mi precipitai verso la foresta. A trecento metri mi
qualche volta è uno e tutti. Ciò che ieri era una certezza non imbattei in Ivàn che ritornava indietro. Mi investi
dovrà esserlo domani. Lo stesso tempo antico che ci ha spiegandomi qualcosa senza senso, non so bene cosa, con una
portato la morte ci ha concesso la vita futura. Ascoltami bene: voce che mi parve incerta, forse colpevole. Poi riprendendo a
l'aria sarà d'acqua e l'acqua sarà d'aria. Tutto, assolutamente camminare sul sentiero davanti a me per raggiungere gli altri,
tutto, è al rovescio. "Tutto è al rovescio, sempre. E l'acqua mi disse:
che è l'aria dei pesci, affogherà le ali del Maligno... _ Ho sentito lo sparo. L'ho sentito solo io. Per questo sono
Don Javier mi parla con voce strana, come se un'altra tornato indietro a cercarti.
persona lo abitasse da tempi remoti e oggi si facesse sentire
attraverso la sua bocca chiusa. Potrebbe essere la voce di
Inganiteri, ma no, come già mi è successo in terra amawaka,
la notte in cui Ino Moxo mi offrì ayawaskha, nelle visioni
sentivo di nuovo quella voce e l'ho riconosciuta, ho saputo chi
in realtà, mi ha parlato quella mattina all'Hotel Tariri. Ho
saputo chi mi sta parlando in questo momento dalle labbra
mortalmente immobili e grigie di Don Javier.
È arrivato il momento di confidarti il resto della storia
che mi ha raccontato il mio amico campa Inganiteri. E tu
adesso, puoi ascoltarla... Ritorniamo a Kaametza, dove
l'abbiamo lasciata. No, anzi cerchiamo il suo sposo, il primo
uomo generato dal suo corpo. Ha bisogno più di ogni altro di
speranza e di compagnia. E ti dirò perché. Saprai in quale
momento e per quali motivi conobbe la disperazione colui che
prima aveva conosciuto soltanto la felicità: Narowé...

Attraversai il sottobosco intricato dove già erano scom-


parsi i miei compagni. Avanzai di qualche metro, dubitai,
mi decisi, ritornai al Mapuya. La wapapa continuava a
mangiare sulla riva. Mi avvicinai in silenzio, caricai il fucile
e mirai alla testa.
Dubitai.
Mi decisi.

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Don Javier ci parla del negro Babalù e di l'Hotel Tariri entrano i vapori insopportabili e giallastri del
altri sepolti nel mare mezzogiorno. Don Javier cambia posto e va a sedersi sulla
cassa di cedro melodioso, le sue dita ne accarezzano la
superficie, si muovono lentamente, e lo strumento suona
Un giorno ti racconterò di un mio amico pescatore che come se ricordasse, con velata tristezza.
avevo a Eten, un piccolo porto sulla costa settentrionale, — Un giorno ti racconterò del negro Babalù, così si
molto più a nord di Lima, mi dice Don Javier voltandosi chiamava, Babalù, il nome di non so quale divinità africana...
verso la porta dove non c'è nessuno, tenui fasci di luce del Le mani di Don Javier si allontanano dalla cassa che
11. mezzogiorno su ondate di polvere. Non mi sono accorto continua ad emettere suoni aspri, come se fosse sua
degli avventori che sono entrati e che ora, in fondo al bar, de-bitrice.
chiacchierano confusamente, al riparo del caldo soffocante — Un giorno ti racconterò come morì questo cantante,
che dalla strada assedia l'hotel Tariri. ballerino, percussionista e chitarrista per necessità e per
Pucallpa: migliaia di casupole di legno basse e fitte che sangue. Alcuni credono che sia morto di tubercolosi,
offrono facciate di paglia, su ventate di insetti interrotte da io invece so che morì di musica, la morte lo raggiunse con i
strisce di polvere, nei dintorni. E decine di case a due piani: piedi della musica. Le quotidiane feste notturne, le baldorie
penosi miraggi di dimore di pessimo gusto dietro cui si patriottiche, familiari o immotivate, fecero sì che
consumano le amanti dei contrabbandieri, le spose e i il suo corpo, un tempo immenso, diventasse una sola an-
figliastri di pionieri e caucheros equivoci, eredi di trafficanti goscia, e un'unica, grande occhiaia, la sua indimenticabile
di legname e di nessuno. E vari palazzi di cemento e di ferro, faccia. Per fortuna, Amador Escajadillo, fuggendo da Lima,
stupido alveare, che offendono il centro commerciale: negozi, per quelle ingiustizie proprie della giustizia, venne a
bar, bazar, ferramenta, radioemit-tenti e ristoranti lungo viali rifugiarsi a Porto Eten e si stabilì a meno di cento metri dalla
di polvere calcinata. Musiche straniere, strepitose e casa del mio amico Babalù. A Porto Eten, Amador
insignificanti, salgono dalle taverne, dai cinematografi Escajadillo diventò in breve tempo cuoco, proprietario,
pidocchiosi, dagli uffici ad aria condizionata, in cui si fornitore, cassiere, guardiano, cameriere e, molte volte,
stiracchiano grossi industriali, lividi fabbricanti di cocaina, unico cliente di "La Corvina Incinta", il migliore ristorante di
alti ufficiali delle forze armate, appassiti burocrati statali, e allora. E come se non bastasse, un giorno, oltre ad
competono con il tumulto delle motociclette e dei tassi pirata autoeleggersi Notaio del luogo, Amador Escajadillo si
che scorazzano lungo le strade di terra battuta che la pioggia, nominò padre spirituale del mio amico Babalù. Meno male.
invece di confortare, impasta di fango. Ma oggi non ha Perché falsificando timbri, date, firme, il sedicente giure-
piovuto, dalle finestre del- consulto stilò un testamento che i creditori del defunto
Babalù, anche i più agguerriti, riconobbero come irrefu-
tabile. Nel documento si attesta che Babalù, tre anni prima di
morire, beneficiò legalmente, o aveva beneficiato
legalmente, la sua donna nominandola "unica erede uni-
versale". I proprietari del panificio, della macelleria e delle
tre bettole del paese, dovettero rassegnarsi a invecchiare
senza riscuotere. La vedova del mio amico non volle
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saperne di vendere i beni per fare fronte ai debiti, e non lungo il molo, tutti abbassavano la voce, come se il suo passo
soltanto ereditò ma si tenne tutte le proprietà. Tutte: una producesse silenzio, solo pena e silenzio, come se per lei la
capanna con pareti di fango e canne, che il vento scuoteva mattina dei giorni di festa fosse notte di lutto, pieno inverno.
senza pietà, una chitarra orfana di corde, tre reti piccole e una Ma Carmela, niente, ostinata. Inutilmente scompariva dietro
grande, malridotta, un'infinità di ami che, secondo Babalù, la scogliera, inutilmente ritornava con cesti pieni di granchi,
sapevano pescare da soli, un cagnolino spelacchiato che inutilmente li distribuiva ai bambini cenciosi, inutilmente
chiamava indifferentemente "Wàscar", "Almiran-te" o lavava e sporcava di nuovo e rilavava e sporcava e lavava e
"Sangreazul", un libro di poesie di Nicolas Guillén, che tutti stirava, le tre camicie e i due paia di pantaloni del defunto
sapevamo a memoria, e l'ossessione delle sue mani e di tutta Babalù. Non potè fare niente contro la tristezza. Mi ricordo
la sua vita: quella cassa sgangherata e rauca. che un giorno, una domenica sera, la vista della cassa, che un
Ubriaco fradicio, tra sputi di sangue senza appello, tempo era appartenuta al mio amico, la turbò profondamente.
Babalù aveva cercato di confortare sua moglie: — Eccolo, eccolo. Lo senti?... — gridò.
— Quando non mi sentirai più, allora soltanto mi La verità, la verità, è che mi parve di sentirlo.
ascolterai. Prima udii i suoi passi che camminavano lontano, lontano
— Secondo il notaio Amador Escajadillo, la confusa e vicino, i passi del mio amico nella cassa! Poi udii le sue
affermazione del mio amico fu diversa, e più che una af- mani, non più nella cassa, ma nel mare! Proprio così, amico
fermazione, un ordine: Soriano. Il mare suonava in modo diverso, con una precisione
— Ascoltami soltanto quando smetterai di sentirmi... e un ritmo che solo Babalù, solo lui, dal fondo del mare,
Può darsi che sia stato così. Babalù, negli ultimi tempi, poteva produrre suonando la sua cassa. Sto forse impazzendo,
quando alzava troppo il gomito, si abbandonava a escla- pensai, e per la prima volta notai il colore della cassa, e
mazioni ancora più strane. Può darsi. Adesso si dicono tante ricordai la pelle di Babalù che brillava scura, e quei graffi
cose. L'unica cosa che so per certa è la tristezza. Giorni sulla superficie erano identici alle sue famose cicatrici, una
insopportabili, lunghi come settimane, seguirono alla baldoria sulla guancia destra che scendeva verso il collo, l'altra
con cui si volle coprire il suo funerale. Una sofferenza sull'avambraccio destro, "incidenti del mestiere" diceva lui
infinita occupò l'esistenza di Carmela, ti ho detto che la vantandosi, con cui due attaccabrighe lo avevano decorato da
vedova si chiamava Carmela?, inutilmente si stordiva giovane, in una stessa sera e in due diverse bettole del Callao,
lavorando oltre le proprie forze e per tutti, cucinando le per motivi che variavano a seconda dell'uditorio. L'ultima
anemiche razioni dei pescatori notturni, spazzando il volta che lo sentii parlare di questa storia, Babalù attribuì la
ristorante del notaio Escajadillo, che si trovava a pochi metri causa delle risse non tanto alla difesa dell'onore di una sua
dalla capanna di Babalù, te l'ho detto?, un po' più indietro e compaesana che si dava da fare nel bordello di Ivonne, quanto
di fronte al mare. Carmela si logorava senza nessun obbligo, a contrasti nel gioco dei dadi. Non può essere, mi pizzicai, e
inutilmente, credeva così di ammazzare il tempo, ricordai altre tre cicatrici più piccole, tre spicchi che for-
rammendando le divise per la scuola, caricandosi del lavoro mavano un triangolo sul suo petto, ma i colpi di Babalù, che
altrui, al mercato, nella piazza, nel porto, nelle ore peggiori, venivano dal mare, si facevano sempre più chiari, in-
la domenica, quando la gente veniva da Chiclayo in cerca di confondibili. E le onde cominciarono a suonare proprio lì,
pesce e di frutti di mare freschi e a buon mercato. Quando lei nella sua casa, in quella capanna malridotta dove sia io
arrivava trascinando i piedi
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che la vedova fummo colti dallo stesso stupore. Le onde ci distrasse, brillò di fronte a noi, là, attraverso la finestra,
cominciarono a rimbombare nitidamente dentro la sua cassa. spuntando dalla casa di Babalù, il rosso di una gonna sco-
Un flusso confuso di onde scaturiva dal legno logoro, reso lorita, fiammifero lanciato verso il mare che fende il buio. La
prestigioso dalle sue mani miracolose. vedemmo e uscimmo e corremmo invano: la sposa senza lo
Un giorno ti racconterò come Carmela si chinò verso la sposo entrava camminando nel mare, avanzava senza fretta, le
cassa sudicia, e la cassa si mise a suonare ancora più forte, braccia protese, ripetendo lo stesso gesto che pochi attimi
come se al suo interno si agitassero allo stesso tempo migliaia prima, fuori di sé, aveva fatto mentre si avvicinava alla cassa
d'onde, infiniti mari. Stia attenta, avrei voluto dirle, non entri di suo marito, l'avevo vista, credo di averglielo detto, ma lei
in quella cassa, potrebbe affogare. Ma lei, che avrebbe non mi ascoltò, non entri nella cassa!, ma come le potevo dire
pensato?, dimmi, che sono pazzo, non è vero? Per questo non una tale assurdità?, ma dovevo dirglielo, non credi?, e invece
dissi niente. Poi mi pentii, avrei dovuto dirglielo, tu stesso mi di metterla in guardia mi impaurii, lei suonava la cassa in
darai ragione. Tentai quindi di fermarla, ma non me ne diede il modo strano, la vedevo dalla porta, senza percuoterla,
tempo. Non me ne diede il tempo? Forse gridai, ma lei non mi toccandola lentamente come se accarezzasse la testa di un
senti, non mi poteva sentire in mezzo a tutta quella baraonda,
bambino, ti ho detto che non aveva potuto avere figli?, fu così
da una parte, il mare, tanti mari che si agitavano nella cassa, e
dall'altra, Babalù, le mani di Babalù che suonavano vicino, che la lasciai, vicino alla cassa, mentre la suonava come se ac-
sempre più vicino, crescendo sotto il mare. carezzasse un bambino sul punto di morire. È meglio lasciarla
Carmela si alzò dalla panca dalla quale aveva mal si- sola, mi dissi, ed uscii nell'ombra-ombra.
mulato di gradire la mia visita, si diresse stordita, tra i Lei entrò. Dovevi dirglielo, mi diceva con ansia, così mi
singhiozzi, rifiutando l'impossibile, verso la cassa con le sembrava, il notaio Amador Escajadillo, mentre correvamo.
braccia tese. Fuori di sé, asciugandosi le lacrime, fece sci- Inutilmente. La sposa senza sposo, quasi sommersa dalle
volare le dita sul legno, lo colpì con timore, poi con indif- onde, si dirigeva, immobile, verso gli isolotti, appena una
ferenza, poi di nuovo con timore, chiamandolo, Babalù, poi piccola macchia rosa, di lana, una macchia arancione,
con forza, Babalù. Mentre lo chiamava, Babalù, crollò a terra. È azzurra, di lana, e sparì oltre le rocce ricoperte di molluschi e
meglio lasciarla sola, mi dissi. Uscii nell' ombra-ombra della di alghe...
spiaggia. Il mare non suonava più, o meglio non suonava Don Javier abbandona la cassa e ritorna sulla seggiola di
come la cassa di Babalù, adesso suonava appena, di nuovo fronte a me, dischiude le labbra, si pente, osserva le proprie
come il mare. Gli voltai le spalle, attraversai la spiaggia in mani che si muovono incerte sul tavolo, come se volessero
cerca di Amador Escajadillo per raccontargli tutto quello che trattenerlo nell'aria polverosa e palpabile, finalmente parla:
era successo, sarò diventato pazzo?, stavo per raccontargli — Su quella diga di Porto Eten, ogni ultima domenica di
tutto, quando... febbraio, nell'ora in cui la notte sta per finire, quando il mare
Lo vedemmo tutti e due. Un vento inspiegabilmente ha smesso di discutere e si riconcilia con la scogliera irata, lì
freddo, era febbraio, spinse la porta di lamiere inchiodate della risuona nitida la cassa di Babalù. È lo stesso suono che io ho
casupola, sparse la sabbia e attirò come una calamità la donna ascoltato quella volta, ma adesso si sentono chiaramente
verso la spiaggia. Stavamo per servirci la solita acquavite anche i rimproveri, le gioie, i lamenti di una donna che arde di
come eravamo soliti fare prima della chiusura del ristorante, desiderio.
quando qualcosa, un movimento, un grido?,
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Poi Don Javier fa una pausa, si accarezza la barba rada e zucchero nero e candore,
mi osserva distratto: landò, landò,
candore nero,
— Questa storia che i pescatori di Porto Eten com- landò.
mentano ancora e che forse un giorno mi deciderò a rac- Abbi cura di te, landò,
contarti, è una delle tante storie che compongono la tua vita, ricordati da dove vieni,
che formano la nostra vita dall'aria. Anche se non lo non permettere mai, landò,
sappiamo, anche se non riuscirò mai a raccontartela, anche che il tuo fuoco si plachi,
la vita di Babalù, dall'aria, dalla memoria che non si può non ardere invano, landò,
ballando quanto conviene,
ricordare, dirige la tua vita. Per questo non ha nessuna ricorda sempre, landò,
importanza che tu la conosca o che la dimentichi. Un giorno che hai solo catene,
te la racconterò tutta. E se tu vorrai, se tu sarai in grado, che non sei libero, landò,
potrai rendertene conto da solo. Se vai a Porto Eten e vedi per quanto ti dimeni.
ballare qualcuno al ritmo di una cassa, te ne renderai conto. Dammi la danza, landò,
dammi i seni e il ventre,
Perché ogni volta che, là, qualcuno balla con violenza e dammi fiducia, landò,
dolcezza, come ballano i negri, le onde riprendono a fa che la mia sicurezza non vacilli,
suonare dalla cassa; in un momento dato, il suonatore riusciremo a ballare, landò,
l'abbandona, come se le sue mani fossero morte, e il i balli che ci spettano,
ballerino continua a ballare lo stesso seguendo il ritmo del all'aria libera, landò,
mare, del mare che esce dalla cassa vuota e che sembra che anche se ti graffi la fronte,
con le stelle, landò,
qualcuno stia per sfondare, e se tu lo domandi in giro, ti in piedi contro la corrente.
diranno che è Babalù, Babalù che aveva chiesto di essere Dammi la mano, landò,
sepolto nel mare, e tu lo sentirai ritornare dalle spume della che il mio machete non vacilli!
cassa, e andrai sulla spiaggia e là, nell'oscurità lo sentirai, Landò, landò,
Babalù che ritorna attraverso il ritmo di legno del mare... stella nera e schiuma,
landò, landò,
Improvvisamente Don Javier alza la testa e cambiando schiuma nera e zucchero
tono di voce, con grande agitazione: landò, landò,
— Puoi rendertene conto subito! zucchero nero e purifica,
Poi si alza di nuovo e si siede sulla sua cassa: landò, landò,
purifica, nera, e illumina
— Guarda, neanche io percuoto il legno, guarda come landò, landò,
lo tocco dolcemente, lo vedi...? illumina, nera,
E da dietro un amaro sorriso Don Javier fa uscire un landò.
canto: Caramellami, Carmela,
Carmela, Carmenlandò!
Landò, landò, Landò!...
stella nera e schiuma,
landò, landò, E lasciandosi andare al ritmo, con il busto che ripete
schiuma nera e zucchero, il movimento:
landò, landò,
— Io non suono la cassa, la navigo! Le sue mani
suonavano tra le ginocchia aperte, si al-
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zavano e si abbassavano, senza coincidere e senza con- da nugoli di insetti ed era sempre il mio sangue ad attirarli e
traddirsi come se fossero il diritto e il rovescio di una mai quello di Ivàn e Ivàn imperterrito continuava a
stessa cosa, i due lati di un remo che sale e che scende: camminare e vidi la luna in pieno mezzogiorno sapendo che
— Io accarezzo il volto della morte! non era la luna vera ma il suo riflesso sulla mia stanchezza
E chiudendo gli occhi, raccogliendo armonie, equili- era la risata dì Narowé il primo uomo che mi guidava dal
brate dissonanze che gli nascevano col movimento delle fondo del fiume e mi dissi è un'allucinazione svegliati, mi dissi,
spalle, armonie che scendevano serpeggianti lungo le braccia svegliati mi disse Juan Gonzalez, devi camminare e io gli
tatuate di stranezze, di cicatrici, cadenze che fluivano dissi come se non c'è la strada sotto i miei piedi, perché stavo
chiaramente dalle dita rimate: in alto e guardavo la terra piccolissima e Juan Gonzalez
— Io abbraccio il mio amico Babalù! insisteva devi continuare a camminare spingendomi con la
E improvvisamente calmo e con la faccia scura: sua mano tiepida e profumata come fiore di tzangapilla ed io
— Non so più suonare come mi ha insegnato lui. Da mi svegliai e la mano di Juan Gonzalez sulla mia spalla non
quando è morto, ho cominciato a suonare così, come hai era un fiore ma un vampiro che mi stava succhiando in
appena visto, in modo diverso. silenzio svegliati mi dissi e mi svegliai e più avanti vicino atta
E sedendosi di nuovo di fronte a me:
tzangapilla vidi l'apparenza di Ivàn e mi precipitai verso di
— Inoltre...
lui abbandonai il mio corpo sul sentiero squallido diretto
E indicando il secchio di cedro scurito:
— Questa è la cassa di Babalù. verso quel muro di bambù e di colonne di fumo e senza forze
per pensare pensai di essere arrivato a un fiume grande mi
sarei salvato ma il fiume mi dissi il fiume deve essere
Ivàn, nel suo distacco diffidente, proprio di chi vive l'Urubamba il Willkamayu il Fiume Sacro degli Inka perché
proteggendo qualche ricordo, mi guardò suo malgrado, al- io possa risalirlo fino alla cima risalirlo quattrocento anni
larmato direi, mentre avanzava lungo il sentiero che viene dal indietro fino a prima dell'arrivo dei conquistatori spagnoli
Mapuya. Più che da diverse persone sembrava abitato da virakocha e capii allora che Ivàn mi stava contagiando con la
diverse vite, come se le parti del suo corpo avessero volontà sua persona fatta di varie vite e potei distinguere le vite del
divergenti che lui, agli occhi degli altri, armonizzava in una mio corpo e mi resi conto che la stessa cosa succedeva anche
sola esistenza. Perché obbedendo al suo sguardo, il suo viso si con la mia memoria con le mie memorie proprio come aveva
rassegnò a sfuggirmi. Poi le sue spalle si girarono verso il predetto Don Hildebrando a Pucallpa e capii che quel tratto
sentiero. Di malavoglia si girò anche il petto e infine, come di selva non era impietoso era un battesimo che mi veniva
gatti consenzienti, le gambe. E con le gambe i piedi, come una imposto per raggiungere Ivàn per diventare come lui non so
coppia che, senza far rumore, litiga e poi si riconcilia e litiga come diventare tutt' uno con la selva una sola esistenza con il
di nuovo, che calpestarono silenziosi gli arbusti e i rami fatti bosco e con gli animali e le pietre con tutti gli abitanti del
polvere. E mi disse: bosco. E in quel momento non sentii più la stanchezza e le mie
— Ho sentito il tuo sparo. gambe si alleggerirono e scomparvero gli insetti e continuai a
E sempre senza smettere di camminare: camminare ostinato ma con gioia, l'aria non scarseggiava
— Per questo sono venuto a cercarti. Seguii Ivàn sudando, più, le boscaglie erano diverse e il sole abbassava la voce fa-
cadendo, graffiandomi, pieno di fango e di ferite, la schiena a
pezzi e sanguinante, assalito
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cendosi più tenue, più fioco di una luce, quando raggiun- un testo o come se leggesse. Arrivai a pensare che stava
gemmo gli altri della spedizione. ripetendo parola per parola quello che qualcuno gli dettava
Steso per terra, la schiena appoggiata tra due rugose ali chissà da dove.
di una lupuna, l' amawaka mordeva un quieto sorriso. Alla — Sto guardando il sole dei miei antenati, questo pozzo
sua destra, in mezzo alla radura imposta dalla lupuna murato dove ancora vigilano le loro voci eterne!
frondosa, Cèsar osservava Féliz Insapillo che, in piedi, — Non capisco, Don Javier, gli volevo dire, ma i suoi
offrendo il viso al mio sguardo e a quello di Ivàn, stava occhi chiusi mi spaventarono e la sua voce che non era la
parlando. sua voce continuò a dire: — Antenati dalla pelle verde che
Ivàn, la camicia sporca di aculei, di sangue, di ragnatele amavano con ferocia e combattevano con tenerezza e si
d'alberi e frammenti di pioggia, si fermò davanti a loro e girò mangiavano tra di loro come se niente fosse, indifesi si
la testa per guardarmi. O meglio, per non guardarmi. Don terrorizzavano sentendo le lontanissime orme degli animali!
Hildebrando sostenne che non era Ivàn che mi guardava ma Tutto il tuo luminoso esercito di un tempo oggi offuscato!
la sua anima, gli occhi della sua anima che finalmente mi Resti della tua risata pietosa giacciono sotto gli zoccoli di
davano il benvenuto. un cavallo di ferro!... Oltre nevi minacciose, lontano da noi,
uno strano paese fatto di sete e di niente precipita sul cielo
come elemosina grigia, ma dalle tue spalle si alzano boschi
— Ma tu non mi ascolti, amico Soriano, sembri assente. e piove! E piove ancora sul tempo come su un tetto!... Il sole
— No, non è vero. cade ancora, Juan Santos Atao Wallpa, dalla tua
— Sicuramente starai pensando alla storia del capo giovinezza!... Siamo vivi! Guarda! Siamo vivi!...
Inganiteri, alla storia che mi ha raccontato Inganiteri...
— No, non è vero, Don Javier, dico mentendo di nuovo, e
Don Javier mi scruta penetrante: Félix Insapillo, in piedi di fronte alla lupuna, stava
— Sì, stai pensando ai campa, agli ashaninka di tanto parlando con Cèsar. Bere ayawaska, gli diceva, la prima
tempo fa... E così?... volta che ho bevuto ayawaska, ho visto il volto delle due
E con uno sguardo penetrante: persone a me più care, non posso rivelare i loro nomi, e che in
— Sì, stai pensando a Juan Santos Atao Walpa, quando si quel momento stavano lontano, a Cusco. Ho visto solo i loro
ribellò ai conquistatori spagnoli! volti, nitidi, con quella risata che ti fa piangere. Enormi facce
Qualcuno che non era Don Javier ma che in realtà era Don ridenti, grandi come il mio corpo, l'una accanto all'altra. E
Javier, occupava il suo corpo seduto su una sedia nel bar poi, sempre la prima volta, ho visto scomparire il mio
dell'Hotel Tariri, quel corpo che non riuscendo a contenerlo lo padrino, Don Javier, che stava seduto di fronte a me, vedevo
faceva uscire dalla sua bocca di sonnambulo: solo il suo posto vuoto e alle spalle un rogo di vasi antichi, di
— Per gli ashaninka che conservano il fuoco della grande farmacia, azzurri, arancioni, smerigliati. Poi ho visto che io
ribellione contro i virakocha, Juan Santos Atao Walpa non è mi alzavo e che uscivo per vomitare, mentre un corpo che era
mai morto, il suo corpo si è dissolto in fumo, si è dissolto tra le il mio continuava ad occupare la mia seggiola, ed io uscivo e
cime degli alberi dentro un cushma gialla dopo aver promesso vomitavo fiori di tzangapilla che si assottigliavano, che si
che sarebbe ritornato... trasformavano in serpenti a due teste, kotomachàcuy che usci-
Don Javier parlava in modo strano come se recitasse
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vano dalla mia bocca e svanivano nella selva lasciando una Atawallpa, quell' inka bastardo che aveva aiutato gli spagnoli
scia triste, di tristezza, una bava viscosa e giallastra. E ho virakocha contro suo fratello, il legittimo Inka Wàs-kar, e
visto anche i miei organi interni, il cuore, lo stomaco, i aveva una spada molto lunga, lunga e sguainata, e recideva
polmoni, gli intestini, ne vedevo il funzionamento e poi la teste come fiori, colli come gambi di tzangapilla, caldi. E gli
morte. Mi sono visto in una grande stanza. C'era una veglia occhi del Maligno, tutte le volte che l'ho visto nella mia
funebre, ogni bara era occupata da un amico, gli occhi chiusi visione, gli occhi del Maligno erano rossi e brillavano con un
su uno stesso volto, sul mio volto. E improvvisamente mi sono luccichio a forma di croce, come le vipere...
trovato in mezzo a un lago gigantesco, su una piroga a un solo
remo che io non sapevo usare, mi seguiva una fila di
coccodrilli, e i coccodrilli avevano gli occhi più grandi del
corpo, e il sole tramontava più avanti, e io non avevo nessun Don Javier, socchiudendo le palpebre in un gesto in-
punto di riferimento. La prima volta che ho bevuto ayawaskha, terminabile: Non è di questo che ti voglio parlare, ma di un
ho sentito che parlavo con una voce amplificata, come la voce vecchio negro, Alfonso Cartagena, ormai morto. Alzò gli
di Raul Vàsquez quando canta nel Coliseo Cerrado di Iquitos, occhi e la sua testa cominciò a disegnare dei cerchi nell'aria,
ho sentito la mia voce fuori di me, lontano dalla mia gola. E mi girando come se si avvitasse al collo imperturbabile. E, come
sono visto tutto intero, steso sul pavimento. E poi ho rivisto il se fosse appena ritornato, questa volta con la sua voce, Don
mio padrino, brillava sotto una cushma di lucciole e poi, man Javier:
mano che parlava, diventava grigio, sì scuriva e sì spegneva. — Ti mentirei se ti dicessi che ho conosciuto Don Alfonso
Se stai lottando contro un ostacolo, mi diceva, la fiamma ti Cartagena. Nessuno l'ha mai potuto conoscere. L'ho sempre
debilita. Se c'è un fuoco vicino, la tua difesa si indebolisce. Per visto da lontano. Da bambino andavo con mio nonno a
questo non bisogna fumare molto. Non bisogna accendere i trascorrere le vacanze a Las Salinas, vicino al paese di Chillca,
fiammiferi durante l'ayawaska. E vedevo che sì riempiva di a sud di Lima. Il vecchio Cartagena viveva oltre lo
rughe e cantava come un vecchio. Visioni, venite! Così stabilimento, dietro la terza laguna di acque spesse e verdi, in
cantava, mentre lentamente si trasformava in una donna con una grotta immensa che si apre verso il mare. Nella parete in
una voce da bambino appena nato, che cantava come un fondo alla grotta, il suo letto, un letto di pietra azzurrognola e
adulto, un adulto appena nato nella voce dell'icaro. porosa, sfiorava quasi il tetto. Ogni volta che il vecchio se ne
Ayùmpary, ayùmpary!, cantava. E poi ho visto il Maligno, l'ho andava zoppicando sulla spiaggia con l'amo di metallo e una
visto tre volte in una stessa notte, era sempre vestito allo stesso vecchia scatola di cartone ad aspettare l'incerta fortuna di
modo, arrogante, spattine da ammiraglio, volto da cane qualche pesce distratto, io e la mia banda di amici ci
ammalato, giubba neroazzurra con code da pinguino e avventuravamo nella penombra muschiosa umida della grotta.
pantaloni rossi e camicia ricamata, con fronzoli ai polsini, e Non riuscimmo mai a scalare il suo letto. Ai suoi piedi,
con una incredibile barba, una barba di acciaio, come circondato da tre candele spente, brillava un bicchiere d'acqua
l'armatura dì un conquistatore spagnolo. E nello stesso tempo, in bilico su tre monete di rame, vecchie, di quelle che oggi non
lo vedevo con i capelli lunghi raccolti in una treccia, e il esistono più. Non osammo mai alterare quella disposizione,
poncho corto, identico al disegno di Atawallpa sui libri di pensavamo infatti che si trattasse di un altare malefico.
scuola. Sì, il Maligno, nella mia prima visione di ayawaskha, L'unico medico del paese, uno stregone mulatto che si
era chiamava Baldomero, ci disse che sul vecchio Cartagena non
si poteva sapere niente.
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— Gli alberi non sono né padri né figli — fu quanto riuscii L'ho visto con i miei occhi, mi disse. Le linee del disegno,
a strappare a Baldomero. Nonostante tutto, per l'indiscrezione una volta incise, anche se in modo invisibile, sulla superficie
non so di chi, venimmo a sapere di una visita che il vecchio gli della cassa, sono poi state cancellate dalla risacca. Ma Venere,
fece in gran segreto. All'ombra bagnata della capanna dello L'Astro Dell'Aurora, aveva già conferito attraverso l'icaro il
stregone, Alfonso Cartagena parlò a lungo e in tal modo delle proprio carattere allo strumento che si sarebbe trasformato in
proprie pene e della propria solitudine che Baldomero non donna. Perché il primo discendente di Alfonso Cartagena fu
potè fare a meno di trasferirgli dei poteri. una donna, si chiamava Rosaluz e fu cargada con la forza di
— Fabbrica una cassa di cedro, e poi ancora un'altra cassa Yanachaska, La Stella Nera dell'Alba. Il secondo, fu un uomo,
di cedro, si dice che gli disse. E sicuramente fu così, perché il si chiamava Be-njamìn e fu cargado con la scontrosità del
giorno successivo a quell'incontro si buttò in un lavoro quasi mare. Quella stessa notte, ritornato nella grotta, il vecchio
disperato. Con amore e con accanimento tagliò otto tavole di accese le tre candele che proteggevano il bicchiere in cui
cedro, le levigò con affetto, e le lucido a tal punto da far abitava l'Anima Sola. Baldomero mi disse che il nome-nome
invidia a uno specchio, con insospettata ostinazione vinse la dell'Anima Sola è Elegguà, divinità che aveva accompagnato
diffidenza delle tavole maltrattate che alla fine accettarono di gli antenati schiavi quando venivano portati dall'Africa...
macerarsi in una tinozza, nel vino che lui stesso aveva portato Don Javier si interrompe, prende fiato come se respirasse
da Chincha, terra famosa per le donne, i ballerini, gli stregoni chissà quali amari ricordi:
e i vigneti. L'ultima domenica di quel marzo, a mezzanotte in — Sembra che poi non li portassero più gli schiavi.
punto, tirò fuori dalla tinozza rossonera quattro tavole, le L'Europa proibì la schiavitù dei labbroni, così mi disse
sciacquò nel mare e le curò infondendo loro la forza della Baldomero, ma i suoi mercanti aumentarono il commercio
Yanachaska, che in lingua quechua significa la Stella Nera degli uomini. Se una nave negriera era sorpresa da qualche
Dell'Alba, e in spagnolo viene svilita col nome di Venere. pattuglia in alto mare, i trafficanti, per non essere multati,
Affinchè la sua prima cassa fosse degna delle potenze
buttavano in acqua la gemente mercanzia di corpi e di catene.
dell'alba, seguendo i consigli del fattucchiere, il vecchio
Baldomero mi raccontò che il fondo dell'Oceano è ricoperto
Alfonso Cartagena disegnò sulla sabbia il seguente icaro...
E su un tovagliolo del bar dell'albergo Don Javier disegnò dalle ossa e le catene di migliaia e migliaia di nostri antenati.
con l'inchiostro nero: E mi disse che, quando quel commercio non fu più un buon
affare, i nostri impresari virakocha, con la furbizia che ancora
li caratterizza, scoprirono un altro modo di far fruttare i loro
investimenti, che non era certo un rimedio vero e proprio ma
che li risollevò. Decisero di non importare più gli schiavi e di
fabbricarli sul posto, evitando così il rischio di ulteriori multe
o perdite. Facevano venire soltanto stalloni, animali da
riproduzione, femmine e maschi forti ed efficienti. E
l'America fu umiliata da un'infinità di fabbriche di schiavi. I
nonni di Alfonso Cartagena sono nati nell'attuale Colombia,
sulle rive del fiume Maddalena, partoriti in un riparo per le
bestie, anzi peggio. È per questo che il vecchio Cartagena pe-

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scava solo dalla riva, e mai dalla barca, non entrava mai lamenti di affogati, storie di accoltellamenti, di pirati, di
nell'oceano... Ma ti stavo dicendo che il vecchio accese le atroci delitti e di antropofagi, lì dove non accadeva altro se
tre candele, con il rituale del fumo unì i suoi figli, li unì con non i fatti dell'amore, dove non si sentiva altro se non il
il rituale del fumo sull'acqua racchiusa, contenente ossa e silenzio febbricitante, felicemente colpito da eccessi in-
catene, in cui vive Elegguà. Mi venderà, mi venderà, così nocenti, contaminato solo dalla musica dei corpi nudi e del
dice un canto di quell'epoca, mi venderà, che vita farò, e mare. Finché un giorno Rosaluz si ritrovò ombra. E di
un'eco di ombre, di silenzi sommersi nel mare, gli fa da Benjamìn non sapemmo più nulla. Il fattucchiere ci disse in
coro: la Vergine del Carmine ti salverà. E quella stessa seguito che il letto di pietra si era rotto e che dalla fenditura
notte Benjamìn e Rosaluz diventarono marito e moglie. Il era sgorgato un piccolo corso d'acqua, tutti lo potemmo
padre li esortò a cercare di essere felici. constatare, ma il resto della storia che ci volle propinare ci
sembrò tutto inventato: che da quel corso d'acqua era sorta
l'Anima Sola, Elegguà, e con armoniose fattezze di femmina
Sono nato sulle spiaggie del Magdalena, sotto l'ombra di aveva sedotto Benjamìn mentre Rosaluz dormiva e che il
un payandé. Mia madre era una schiava negra, e lo stesso giovane era entrato nel ruscello infilandosi nella fenditura
marchio toccò anche a me, così dice la canzone: Quando del letto di pietra, e si era perso tra delizie e correnti.
sono solo verso sera alzo gli occhi e prego Dio, ma luì Rosaluz lo chiamò per notti intere, prima triste, dolce,
ascolta solo il padrone nonostante il cielo sia del mio supplicante, poi con una collera senza limiti. Secondo lo
stesso colore. E mentre stava spuntando il giorno il vecchio stregone le tempeste che avevano sconvolto il paese durante
Cartagena se ne andò sulla spiaggia. Non si sa se entrò nel l'estate, nascevano dalla furia della sposa-sorella indignata.
mare o se si dissolse lungo il percorso. Il fatto è che non lo La ragazza scomparve poco dopo. Baldomero ci mostrò i
vedemmo più. La sua grotta venne occupata da una giovane resti di un falò nella grotta, e ci volle far credere che
coppia. La schiavitù è stata proibita da molti anni, molti Rosaluz si era data fuoco...
anni, la schiavitù è stata proibita ma noi continuiamo ad Don Javier si interrompe e respira profondamente; poi
essere schiavi. Così dice la canzone. Oggi ci flagella il con lo sguardo lontano:
salario, mi venderà, i figli dei padroni ormai non hanno — La casa di mio nonno si ergeva di fronte alla prima
bisogno di navi. laguna, la più grande e la più allegra di Las Salinas, a
diversi chilometri dalla grotta, eppure, in quelle diurne
Gli occhi di Don Javier si affilano nella luce del mez- notti della mia infanzia, riuscivo a sentire vicinissima l'ul-
zogiorno, scavano nell'aria, come sotto il mare, altre parole: tima protesta di Rosaluz, le sue grida e i suoi lamenti, il
— Passarono giorni e giorni. E per ogni giorno diverse quotidiano incubo del suo corpo tra le fiamme.
notti, perché eterne erano le notti in quella grotta in cui i E distogliendo lo sguardo dalla porta, dall'aria d'oro
fratelli si abbandonavano all'amore. Più di una volta brunito che si offuscava trasformando tutto in cenere, là
l'imprudenza mi avvicinò alla grotta. Accovacciato dietro sulla strada, dietro le finestre dell'Hotel Tariri:
una roccia, senza vederli, li ascoltavo: ascoltavo i suoni che — Ma tu non mi ascolti, sembri assente. Sicuramente
Rosaluz e Benjamìn emettevano dalla penombra dell'interno. stai ancora pensando a Inganiteri. Ti chiederai forse che
Nella mia inesperienza di bambino cercavo di capire e mi cosa c'entra tutto questo con la storia di Kaametza e Narowé
spaventavo, immaginavo voci di agonizzanti, che tu vuoi sentire!...
— Non è vero, Don Javier, mentii ancora una volta.
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12. la migliore formula per ridurre teste sulle ossa di migliaia di esseri umani, sono loro e non i jìbaro i
veri barbari...
Félix Insapillo entra ed esce a scatti dal fondo di un
— Si sono dette e si continuano a dire un'infinità di silenzio breve e con maggiore veemenza, sempre rivolto a
menzogne a proposito degli tzipìbo, degli ashaninka, di tutte Cèsar:
le nostre popolazioni. Che gli amawaka mangiano le persone. — Dimmi, non è forse vero che i virakocha hanno
Che i machiguenga uccidono i figli gemelli. Che la moglie di costruito da poco dei forni per bruciare la gente, hanno
uno shapra è contemporaneamente la moglie di tutti gli assassinato, a milioni, bambini, donne, uomini, vecchi, senza
shapra. Che i cashibo fanno a pezzi i corpi dei prigionieri in pietà, milioni, nei modi più atroci, sotto docce che gettano
feste orribili che durano intere settimane. Che gli stregoni veleno invece d'acqua, non è vero? Non è vero che tutto ciò è
aguaruna sono figli del male: si trasformano in serpenti o tigri successo di fronte alla falsa cecità, al consenso dei giudici,
delle autorità, dei sacerdoti virakocha, complici, addirittura
per sterminare caucheros petrolieri, soldati. E altre calunnie si
peggiori degli stessi assassini? Dimmi se sono loro i
raccontano a proposito dei bora, dei kulina, dei piro, dei civilizzati, e i nostri jìbaro i barbari...
witoto. Che i Jìbaro, tra le altre atrocità, riducono teste umane Il penultimo sole penetra sfilacciato, attraverso il gro-
senza alcun motivo, per puro divertimento, solo perché sono viglio di rami che intreccia la cima della lupuna e le fronde
selvaggi, con una ferocia superiore a quella degli animali più degli alberi che circondano la radura, accendendo di rosso,
feroci... d'arancione, di riverberi impossibili, schizzi di oscura spatola,
Félix Insapillo, mentre parla, si è ingigantito sotto l'ombra i volti di Ivàn e di Cèsar, la figura del bambino amawaka
della lupuna: appoggiato tra le ali dell'albero gigantesco. Félix Insapillo
— Quasi sempre chi si riempie la bocca con queste falsità, alza gli occhi verso la luce e recupera la sua calma:
lo fa o perché gli conviene, o per ignoranza. Mentono per — Sono vissuto con i jìbaro, so come stanno le cose
impotenza, per risentimento, perché le nostre popolazioni non perché le ho viste. È vero che riducono teste, ma solo le teste
si sono mai sottomesse ai virakocha, né alla loro religione né dei nemici caduti in combattimenti corpo a corpo secondo le
alle loro usanze di falsità, ambizione e saccheggio. Sono loro, regole. Un guerriero jìbaro ha diritto a ridurre soltanto la testa
discendenti degli stranieri, che non hanno saputo vivere per la di quel contendente che lui stesso ha ucciso combattendo, che
vita, che hanno vissuto solo per l'oro più vile, servo della ha saputo vincere senza inganni né imboscate, attaccandolo da
carne, proprio loro, eredi del furto, del traffico di schiavi, di pari a pari, previa dichiarazione di guerra e con armi
fortune simili a case tristi, senza sentimento, costruite non identiche. E non tutti i nemici morti in questi scontri, ne ho
sulla terra ma visti diversi, non tutti si rendono degni di essere decapitati e
ridotti. Vengono scelti i più coraggiosi, i più forti e agili e
pieni di virtù, solo per questi il fattucchiere jìbaro dà
l'autorizzazione; ne sono testimone, ho assistito a interi riti
sulla riduzione di teste. Non è una questione di normale
amministrazione. È una cerimonia religiosa, sacra, di grande
rispetto, che comporta un certo pericolo per chi la compie...
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— Deriva da un culto magico, suggerisco con un tono Félix Insapillo fa una pausa ed io e Ivàn ne approfittiamo
interrogativo più che affermativo, ma Félix Insapillo mi per sederci vicino al bambino amawaka, al riparo biancastro
ignora completamente. della lupuna. Mi sembra di intravedere un'altra faccia dietro i
— Per loro, ridurre una testa, il trofeo di guerra, è un gesto lineamenti di Insapillo, come se qualcuno che non è lui, ma
sacro, l'ultimo di un processo rituale che comincia molto che è lui, stesse scorrendo dalla sua bocca. Poi, la nostra prima
prima del combattimento. I jìbaro rischiano la loro vita non guida, degradata a narratore, riprende la sua rigida posizione e
soltanto nel momento in cui combattono, la rischiano due lune con il solito stridio che emette la sua gola, continua a parlare
prima e una luna dopo lo scontro, la rischiano durante i incurante di noi come se Cèsar Calvo fosse l'unico presente:
preparativi, proteggendosi dai malefizi del curaca avversario, — E nel momento in cui riducono le teste devono
la rischiano per giorni in un combattimento leale, la rischiano affrontare altri pericoli. Perché questo è il momento in cui lo
catturando le teste sotto una pioggia di frecce, dardi stregone dei vinti attacca con maggiore forza, in cui fa il
avvelenati, magie infallibili, lance icaradas, e grida di guerra. possibile per riprendersi le grandi anime che proteggono le
E non solo rischiano la vita varie volte, ma ogni volta piccole anime dei decapitati. Ogni guerriero jìbaro mette il
rischiano varie vite. Perché quando si scontrano due suo trofeo con la bocca rivolta verso l'alto e si inginocchia per
popolazioni della selva, più che i combattenti, che possono
vedersi con gli occhi ed evitarsi o imporre il loro coraggio o la terra di fronte alla testa catturata e la preme con forza, verso il
loro destrezza, più che i combattenti, lottano i loro stregoni e basso, con tutte e due le mani. Guerrieri e teste formano un
le anime complici degli stregoni, e lo fanno da lontano, semicerchio di silenzio, di ombre che lo stregone jìbaro
dall'aria che sta lontano e vicino. Gli stregoni si avventano con attraversa con salti improvvisi masticando tabacco e
tutti i loro poteri da due arie inconciliabili, sapendo — come soffiandone il succo nelle narici degli uomini. Uno dopo
sanno — che in ogni uomo morto morirà più di un uomo, l'ani- l'altro, con il succo del tabacco, e con icaro, li immunizza e li
ma di quest'uomo sarà rubata dallo stregone avversario e il rende invulnerabili ai malefizi dello stregone avversario che
corpo di quell'anima non troverà più riposo, gli sarà negata la nello stesso momento, con ogni probabilità, starà utilizzando
stessa morte, non potrà visitare nessuna delle esistenze passate tutti i suoi poteri per impedire che i jìbaro, mentre riducono le
o future, nessuna delle case delle morti che vivono nell'aria. teste dei decapitati, ne sequestrino l'anima e le proprietà. Una
Dall'esistenza di quest'uomo, abitato da tante esistenze volta ridotta la testa, separata per sempre dal corpo, lo spirito
diverse, dal suo mondo che è allo stesso tempo tutti i mondi che vi risiedeva è condannato a rimanere per sempre separato
invisibili che coabitano nel mondo visibile, saranno estirpati i dallo spirito che viveva nel corpo. La sua testa, infatti, non
ricordi migliori, le migliori facoltà, la possibilità di occupare sarà sepolta nella stessa terra, perché se lo fosse, anche se
un'altra vita, di proseguire e perpetuarsi in qualcosa, un albero lontano dal corpo, la terra potrebbe riunirli. Se lo stregone
solitario, un sasso, un uccello, il volo di un qualsiasi uccello. E avversario riesce ad impedire la riduzione e le teste sono
gli sarà proibito anche qualunque ritorno, non esisterà più né sepolte intatte, ognuna avanzerà inesorabilmente finché non
in un bambino, né nel ventre di una donna, né nel desiderio del avrà ritrovato il proprio corpo e ad esso si sarà riunita. Ma se
primo avere, del primo essere, del primo essere stato. lo stregone nemico fallisce e le teste vengono ridotte, i jìbaro
Quest'uomo già vedovo di se stesso, privato della sua anima, si appropriano della parte migliore dell'anima di quei corpi
non potrà essere neanche quello che dovrà essere... che hanno lasciato
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sul campo di battaglia, e si impossessano anche della parte — Poi il jìbaro cuce il taglio sulla nuca e gli altri che si
migliore dell'anima delle teste che hanno portato in trionfo. sono resi necessari, cuce le cavità degli occhi, le palpebre
E per la prima volta con lo sguardo rivolto su di me vuote, e le labbra, tutto tranne il collo. Gli occhi vengono
anche se con una espressione assente, Félix Insapillo con- cuciti molto stretti affinchè niente di quello che ha visto il
tinua: morto possa fuggire verso l'aria e dall'aria ritornare alla natura.
— La prima cosa che fanno per ridurle è separare la Affinchè tutto ciò che ha conservato nei suoi occhi durante la
pelle, i capelli e la carne dal cranio. Ogni guerriero prende il propria esistenza, possa essere trasferito e depositato in quelli
suo trofeo e pratica un taglio dall'alto in basso, diritto, del suo uccisore. Le labbra vengono cucite più volte, sigillate
lungo la nuca, con un coltello di palosangre e di osso, di quasi, più per paura che per collera, per non far uscire neanche
osso vecchio, di quelli che si sono già trasformati in pietra... una parola, neanche un respiro. I jìbaro sanno che il fiato delle
parole, che mette in movimento delle forze, dice Don
Hildebrando, il fiato delle parole è l'unico a resistere di fronte
a qualsiasi scongiuro, l'unico che riuscirà a liberare
— E Kaametza scoprì dentro di sé una paura immensa,
capì quanto vicina fosse la morte. E senza rendersene conto, l'anima-della-testa e a ricongiungerla all'anima-del-corpo.
Cucendo bene le labbra succederà il contrario: il silenzio della
inconsapevole del suo gesto, strappò un osso dal suo corpo e
testa attrarrà l'anima del corpo lontano, l'unirà con l'altra
stringendolo come un pugnale appena affilato, colpì
l'otorongo alla gola — mi dice Don Javier. A questo punto, lo anima che è stata tagliata, ma sarà un'unione in piccolo, nel
ricordo bene, il mio amico Inganiteri interruppe il racconto e senso che il corpo sarà ridotto come la testa, per suo volere, e
così rimpicciolito si riunirà nell'anima. Solo allora lo stregone
chiuse gli occhi e tacque, immobile, ascoltando non so bene
jìbaro avrà tutto sotto controllo, nessuna forza sarà sprigionata
cosa, qualcosa che veniva dalla selva, dai corsi d'acqua che
contro di lui dall'aria perché mancheranno le parole. L'unica
risuonavano lì vicino unendosi alle acque dell' Unine.
apertura che lasciano è la bocca senza lingua, senza parola, del
— E praticano anche altri tagli molto precisi all'altezza del collo. Così, dopo aver trafitto brutalmente labbra e palpebre
naso, degli occhi, della bocca, per aiutarli a uscire, e poi piano con spine di wikungu, immergono le teste in grandi pentoloni
piano strappano la pelle, i muscoli, finché la testa non rimane di argilla pieni d'acqua di fiume messa a scaldare sul fuoco. Le
completamente pulita. È brutta una persona così ridotta, senza teste devono essere tolte nel preciso momento in cui l'acqua,
faccia, di sole ossa, che sanguina. Gli lasciano dentro soltanto bugiarda, fa credere di star bollendo ma non bolle ancora. Se
gli occhi e la lingua, perché, ti chiederai... qualcuno si distrae e l'acqua bolle veramente, la testa si rovina,
— Certamente Inganiteri chiuse l'occhio perché non cadono le ciglia e i capelli e le sopracciglia, e la carne si af-
voleva continuare il suo racconto. Lo teneva chiuso e taceva. floscia, non serve più. L'ultima volta che l'ho visto fare, è
Forse nelle storie antiche c'è sempre qualcosa di difficile, di andata a male solo una testa, le altre sono state tolte nel
pericoloso, di proibito da raccontare, mi dice Don Javier. momento giusto. Mi ricordo che la testa andata a male era
molto simile a una illustrazione dei libri di storia, quella dell'
inka Wàskar, quel cranio in cui suo fratello, il traditore
Atawallpa, aveva bevuto la chicha della vittoria credendo che
fosse un Qero... I jìbaro, allora,
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attraverso l'apertura del collo introducono manate di sabbia scalpi che ostenta legati in vita durante le cerimonie reli-
rovente per ridare alla testa la forma perduta. Stirano e giose, le guerre o le feste...
ristirano la faccia del trofeo con pietre piatte e molto calde, Era scesa la sera e Félix Insapillo e Ivàn Calvo conti-
cambiano la sabbia diverse volte e a poco a poco, con le pietre nuavano a discutere: questa volta sulle abitudini alimentari
più volte riscaldate, ricompongono il volto, riproducendo le dei grandi vampiri del Maranión. E non ci accorgemmo, loro
stesse fattezze del morto come solo gli scultori sanno fare. perché parlavano, io perché ascoltavo, dell'assenza del piccolo
Con il calore della sabbia e della pietra la carne suda, traspira amawaka, dell'inviato che adesso, con sollievo, vedo
grasso e acqua dai pori che si aprono, e la testa si ritornare con la più allettante delle compagnie, tenuto conto
rimpicciolisce, diventa più piccola di un pugno, piccola e della fame che mi tortura. Ritorna, infatti, trascinando un
grinzosa ma identica a quando è stata tagliata. Per modellare piccolo coccodrillo bianco e tenero, molto tenero, lungo poco
in piccolo la faccia del nemico il jìbaro passa ore e ore. meno di due metri, che scuoiamo e arrostiamo e assaporiamo
Quando ha finito, l'opera non ha più nessuna importanza per increduli, si tratta infatti della carne più saporita che io
lui, ormai gli ha tolto l'anima, l'ha espropriata dei suoi poteri, abbia mai mangiato in vita mia. Poi, per nostra fortuna, per
ormai l'anima-della-testa non potrà più unirsi la prima volta da quando siamo partiti da Atalaya, possiamo
all'anima-del-corpo. La testa senza anima e senza grandezza fare a meno di dormire al riparo delle zanzariere. La notte
non ha più valore per il jìbaro... Questi sono i miei ricordi della sopraggiunge fresca, il vento terso mette in fuga insetti,
timori, animali da preda e ci porta rumori profumati e
prima seduta di ayawaskha offertami dal mio padrino. Questo
piacevoli, linguaggi e svolazzi di ali di animali pacifici,
è quello che ho visto. — Mio padre sapeva come si riducevano musiche e passi, soltanto buoni ricordi.
le teste, dice Ivàn Calvo. L'ha fatto più di una volta nelle selve Seduto sulla terra pulita, appoggiato a un tronco, respiro
del fiume Napo, tra i jìbaro dell'Ecuador, dove ha vissuto. È lì grandi certezze. Accendo un piccolo sigaro, l'ultimo, con
che ha imparato. Me ne ha parlato a lungo e nei minimi l'ultimo fiammifero. La fiamma mi rivela e mi offre un
particolari. Le pentole di cui tu parli, Insapillo, sono pentole paesaggio di una bellezza indescrivibile, bello con cattiveria,
speciali, nessuno oltre allo stregone le può guardare e tanto quella crudele innocenza con cui ci si concedono certi
meno toccare. Lo stregone ne ricopre l'interno con grandi sogni, e persino certi amori, sapendo bene che sono
foglie che solo lui conosce e che porta lui stesso, una dopo irripetibili. Eppure guardo, atraverso la fiamma che sta per
l'altra, nel luogo in cui si svolge la cerimonia, camminando scottarmi le dita, guardo la selva, la notte della selva, come
praticamente tra ciechi. Prima di far ciò, lo stregone cura le se fosse la prima, come se fosse l'unica notte della mia
pentole e con lunghi digiuni attribuisce loro dei poteri che poi esistenza.
sfuggono al suo controllo. La stessa cosa succede con l'acqua — Che ti succede?... Hai gli occhi velati, mi dice sor-
delle pentole, lo stregone la prepara con erbe e radici che non ridendo, scrutandomi, Cèsar. Getto via il fiammifero e lo
deve rivelare a nessuno. Inoltre, quello che hai detto sulla teste sento cadere nell'ombra, là, nel paesaggio che continua a
che una volta rimpicciolite non hanno più nessun valore, è stare qui, per noi, anche se non lo possiamo vedere. Riesco
vero e falso allo stesso tempo. Ogni jìbaro si vanta di tagliare invece a vedere la voce di Cèsar che insiste rallegrando
lo scalpo e di conservarlo come il bottino più prezioso dal l'oscurità:
momento che gli altri misurano il coraggio dell'uomo dal — Questo è il verbo giusto: velati. Sì: gli occhi velati,
numero di come se piangessero miele.
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13. fine della storia di Kaametza e Narowé che non ha sato e riprenderà la sua antica lotta e restituirà la libertà e la
fine terra a tutti gli indios del Regno del Perù. Ogni cosa ha un
nesso con l'altra. E qui, nella selva, ancora di più. Questa terra
è fatta di bellezze mai raccontate o raccontate così male che
Un sole morente, svilito in quell'ora infima che indugia sarebbe stato meglio tacerle. Tu, per esempio, hai visto i
tra le ultime ombre del pomeriggio e le prime della sera, ci disegni alle pareti dell'Hotel Tariri. Lo sai che sono copie di
offre un chiarore senza luce delle finestre dell'Hotel Tariri. cushma e di mantelli dei nostri indio tzipìbo? Ma sono stati
— Non è vero, Don Javier, tornai a mentire. copiati male, da ignoranti. I disegni riportati su questi muri,
— Eppure, e tu lo sai bene, c'è una relazione tra i figli del rappresentano per chi li ha dipinti un puro fatto ornamentale,
vecchio Cartagena e quelli del Dio Pachakamàite, e ancora di belle linee; ben altro è il loro significato per gli tzipìbo che
più tra Narowé e il mio amico Babalù. Deve esserci hanno fatto gli originali. E anche per me, perché io ora so. Su
sicuramente. Non vedi che non esiste la casualità? Ogni cosa ogni mantello gli tzipìbo con quelle stesse linee che sembrano
nasconde sempre un nesso con l'altra. Per poter scoprire il capricci, hanno fatto un ritratto. Ogni disegno è il ritratto
nesso occulto, le forze oscure, il filo invisibile delle cose, dei dell'anima di qualche parente, di un loro caro. Gli tzipìbo sono
fatti e delle persone, bisogna meritarselo. Perché i ritrattisti di anime, per questo nei loro poncho non troverai
conquistatori hanno squartato Tupac Amaru, il Sepente-Dio, mai due disegni uguali, anche se a prima vista, agli occhi di un
e hanno sparso le parti del suo corpo lontane l' una dall'altra, estraneo, possono sembrare tali. Guarda il disegno di questa
verso i quattro angoli dell'universo che ignorava tutto, verso parete, bello, no?, ai tuoi occhi certamente non è altro che un
le quattro notti della casa del maestro Hildebrando? Mi bel disegno. Io, invece, l'osservo sapendo ciò che è e ciò che è
capisci? Perché il corpo di Juan Santos Atao Wallpa, stato, sapendo che ogni linea che scende o che si ferma
rifiutando la sepoltura, si è dissolto in fumo? Perché i esprime una relazione, un vincolo irrevocabile con il
quechua di oggi, nelle loro storie, parlano del dio Inkarri, del comportamento e con i sentimenti, forze vitali o debolezze
suo corpo di gigante fatto a pezzi, della sua testa sotterrata proprie dell'anima di ognuno. C'è un filo invisibile, dunque,
con tutta la capigliatura, nella sua grandezza naturale, alle che si può vedere, che si impara a vedere, ma non con gli occhi
falde del monte Wanakawre del Cusco, e delle sue membra del corpo materiale. Io osservo i disegni di questa parete, ma
separate che ogni anno avanzano nella terra e che un giorno in realtà non sto osservando una parete dipinta. Lì si riconosce
si riuniranno con la sua testa di saggio? Dicono che quando nitidamente la faccia dell'anima di un uomo! Le fattezze della
accadrà ciò che deve accadere, il dio Inkarri, ricomposto, sua anima sono chiarissime!...
spunterà dal pas- — Ritratti lineari, dissi come parlando a me stesso,
sembrano mappe di città...
— Proprio così, esclamò. Proprio così, ritratti lineari! E
non solo sembrano, sono mappe di città! Sì: le anime sono
città in movimento! I disegni tzipìbo sono mappe, mappe di
città boscose interrotte da fiumi impossibili e non da viali,
labirinti di sentieri e non stradine ordinate, amori e dirupi e
tristezze e pantani al posto di freddi giardini e ci-
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nematografi e strade alberate! Mappe di città, più che ritratti di stessa segnografia decimale?... Quale rapporto ci sarà e che noi
anime! Case che si spostano, come i giorni della vita nella non siamo ancora in grado di conoscere, tra questi due popoli
selva, come le case degli ashaninka che ogni anno si apparentemente così diversi e distanti nel tempo e nello
trasferiscono e bruciano le loro capanne e i loro campi resti- spazio?... Che cosa vedrà, per fare un altro esempio, un campa
tuendo tutto alla macchia e ricominciano a vivere altrove, a o un tzipìbo, lì dove i tuoi occhi o i miei riescono solo a
costruire capanne, a seminare campi, e poi l'anno dopo bru- distinguere un nido di formiche ishinshimi, o un fiore di
ciano di nuovo tutto e ripartono e rinascono. E non come le tzangapilla, o un mare di piccole luci nell'oscurità, lucciole,
nostre città che appena nate conoscono già il loro futuro, in- pupille di otorongo, così come il mio figlioccio Insapillo aveva
catenate all'ossido dell'abitudine, sanno già come saranno i notato migliaia di occhi morti dove altro non c'era per te, e per
giorni e le case e le strade che li aspettano! Le nostre città me, se non del muschio vecchio fosforescente sulla corteccia
civilizzate nascono morte, somigliano agli scheletri degli del palosangre morto, del shiwawako abbattuto che ci chiude il
alberi giovani, uccisi dai vermi durante la crescita. Perché se cammino come un muro! E perché gli indio piro da sempre
l'obiettivo del cosiddetto progresso, delle cosiddette civiltà, è conoscono il fiume Unine come " Zampillo Di Labbra Di
ottenere la felicità dell'uomo, senza dubbio è un obiettivo Sangue " ? Credi che sia per i boschi di palosangre che
fallito. Gli ashaninka, i campa, invece, sono felici, vivono in costeggiano le rive dell' Unine quando confluisce nell'
armonia con la natura, con la natura del reale-reale e con la Ucayali? Non vedi niente altro?... Quale luna sepolta che
natura del reale-sognato, non contendono a nessuno lo spazio risuona nel fondo del fiume vedranno quegli occhi lì dove i
per vivere, e sono loro, dunque, e non noi, i civilizzati, i nostri distinguono solo un centinaio di lampade che si
detentori del progresso, i vivi. Sono città vive, selve piene di frantumano sulle cime frondose degli alberi! E quali voci
porte inaspettate, aperte soltanto per chi le sa vedere, per chi le lamentose e lontane sentiranno i loro orecchi lì dove tu senti, o
sa fare, varcare e meritare, nel sonno e nella veglia, porte io sento, una risata che scoppia salvatrice dal profondo della
invisibili tra la folta vegetazione e il pericolo costante, rischi selva! Perché tutto quello che non è più, che è passato,
che danno dignità, danni che fortificano!... E ci sono molte conserva ancora una vita, si mantiene in una vita diversa
altre cose, molti altri rapporti che tu imparerai a poco a poco. immune agli amori e alle rovine del tempo. E quante esistenze
Gli indio bora, un altro esempio, parlano con pifferi e tamburi. contro il tempo vorrà essere una guida, un bambino amawaka,
Un estraneo sente suonare i loro strumenti e percepisce solo per esempio, quando dice che avrebbe voluto essere il corpo di
dei suoni, ma per i bora la musica è linguaggio, le note una pallottola di fronte alla irrazionalità dei caucheros, e riuscì
musicali si intrecciano in parole precise, e per questo usano invece ad essere soltanto una lancia! Quando in cima all'albero
una segnografia decimale. Una segnografia sono stato pizzicato dalle formiche, mi sono sentito morire,
de-cimal-musicale, pensa! Scrittura sonora e numerata, pen- dice Félix Insapillo, avrei voluto essere una palla per scendere
sa!... Pensando a tutto questo, mi chiedo: non sarà che gli inka più rapidamente!... Mi sono afferrato a una liana e sono
hanno raggiunto un sistema di scrittura così perfetto come, per scivolato tra le imprecazioni, non so come, la liana si è rotta,
esempio, la loro architettura, e poi hanno deciso di farlo mi è rimasta in mano e sono precipitato per terra, in piena
scomparire per ritornare a quella forma di scrittura segreta e notte, non potevo sapere che distanza c'era dal suolo, e sono
matematica suggerita dai quipu, l'unica che ora noi caduto in piedi, senza piegare le ginocchia, più teso di una
conosciamo anche se male? Quella dei quipu e quella dei lancia. Solo una lancia!, mi dice Don Javier, ci pensi? Non è
pifferi e dei tamburi dei bora non è forse la assurdo suppor-
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re che gli inka, talmente eccezionali che noi oggi non ci quel sangue senza tempo che scorre solo di notte, quando si
possiamo neanche confrontare con loro, non abbiano saputo svegliano i sogni...
inventare una scrittura, neanche quella geroglifica?... Guarda E sorridendo di nuovo:
qui, ho copiato un paragrafo del cronista spagnolo Antonio — Perché devi sapere, mio caro Soriano, che il sogno è una
de La Calancha, scritto nel 1638: cosa che, a me perlomeno, fa chiudere gli occhi... E con gli
occhi e la voce di nuovo nell'ombra:
In un luogo chiamato Cruz de Cailloma, gli indios arre- — Ed è per questo che ci consumiamo con lunghi
stano il cancro con un impasto fatto di piccole conchiglie e
di un'erba speciale. digiuni e ci impegnarne tanto nel curare i vegetali, vegetali
di pietra o di acqua, o di legno, caricandoli di forze
Ci pensi? Buona parte della loro scienza è arrivata a Ino adeguate, raccogliendo dall'aria gli icaro giusti, per con-
Moxo di maestro in maestro e di secolo in secolo, in sedute ferire efficacia alle nostre cure...
di scambio di conoscenze, quei viaggi astrali di ayawaskha, sin — Il maestro Ino Moxo mi ha insegnato molte altre
dall'epoca degli inka, anzi, degli uru. Loro sapevano che una cose, mi dice Raul Vàzquez, il poeta della selva. Ero un
malattia è qualcosa di più di una malattia, come tutto ciò bambino quando lo conobbi, eppure me lo ricordo come
che esiste sulla superficie terrestre. È anche, soprattutto, fosse ieri. Mi ha svelato delle canzoni magiche che alcuni
una punizione. Non c'è malato senza motivo. Le malattie chiamano icaro e altri bubinzana. E un'altra cosa ancora più
degli uomini non sono come noi, sempre pronti a perdonare preziosa: mi ha insegnato a raccogliere le musiche che
le offese e mai a perdonare i favori. No, ogni male è una vivono nell'aria, a ripeterle senza muovere le labbra, a
condanna, una punizione che riceve l'anima o il corpo di chi cantarle in silenzio, "con la memoria del cuore", come lui
ha commesso qualche colpa con il corpo o con l'anima. stesso diceva...
Anche il maestro Ino Moxo ne è convinto. Lui afferma che — Conferendo alle nostre cure quei poteri che non
tutto è meritato e per questo cura come facevano gli inka e possiedono naturalmente, accrescendoli con i canti e le forze
gli uru. Ma forse non devo dirti altro. Quando lo vedrai, se che la materia-materie disconosce. Perché se non esiste
riuscirai a vederlo, sarà lui a dirti che cosa puoi ascoltare, malattia che non sia soltanto malattia, così le cure non
quali sono le cose che meritano di essere raccontate... possono essere soltanto cure. Non ti sembra?...
E continuando a girare la testa come se l'avvitasse a un
altro collo, chiede, ridendo fragorosamente, due bicchieri
di acquavite invecchiata in foglie di hiporùru e in un — Vedi quelle montagne?, dice Ivàn. Stiamo andando lì,
pungente candore di clavowashka: dietro c'è il fiume Mishawa, il paese degli amawaka, sento che
— Noi non facciamo diagnosi soltanto sulla carne del dice Félix Insapillo.
corpo materiale, così, a freddo, come fanno i medici rico- — Sulle rive del Mishawa vive Ino Moxo, dice Cèsar.
nosciuti. Facciamo delle diagnosi complete e per questo ci — Fra due giorni, senz' altro prima di sera, parlerai con
appelliamo all'ayawaskha, perché sa. E una volta presa la la Pantera Nera, mi dice qualcuno, non so bene chi.
decisione di curare, una volta avuto il permesso, l'ordine,
facciamo di tutto perché anche la cura sia completa, non ci
limitiamo a vegliare sulla parte materiale del malato, con la Quello stesso giorno Kaametza e Narowé ebbero quattro
stessa attenzione vegliamo sul suo sangue segreto, figli. Il giorno dopo ne concepirono altri due, il giorno dopo
ancora di nuovo altri due, fino ad avere cinque
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coppie. Perché il dio Pachakamàite aveva disposto che fossero to lontano, dalla stessa bocca di Juan Santos Atao Wallpa.
cinque femmine e cinque maschi, e che in poche ore fossero Sapevi che Juan Santos Atao Wallpa andò a vivere tra gli uru
capaci di raggiungere la piena adolescenza. E aveva disposto per convincerli a sollevarsi contro gli invasori? Loro invece si
che fosse Narowé a guidarli. E Narowé li istruì. E i giovani si rifiutarono. Ah! Gli antichi uru, i grandi fondatori, si
congedarono lasciandosi alle spalle il Gran Pajonal e si sarebbero ribellati sicuramente! Si sarebbero ribellati? Non gli
dispersero per il mondo, verso i quattro angoli dell'universo disse però che anche lui andava a combattere per una donna,
che sapeva tutto. Pachakamàite aveva disposto che andassero come aveva fatto Inganiteri. Ah, gli antichi uru! Sono riusciti
per il mondo e che da loro nascessero le prime stirpi. Così una ad addomesticare pietre gigantesche! Cantando, con gli icaro,
coppia fondò la stirpe tzipìba, un'altra la amawaka, e un'altra riuscivano a spostarle da un universo all'altro! E tante altre
ancora la jìbara. La quarta coppia giunse fino al Lago Titikaka cose facevano i primi uru: imprese azzurre, arancioni,
e lì fondò la stirpe degli uru... generose, che indicavano cammini di pace e di benessere agli
Gli uru, i leggendari uru, che molto tempo dopo, avrebbero altri. Poi hanno plasmato altre vie, aride esistenze, argille che
messo La Sorella sotto Il Fratello inviandoli sul monte si disfacevano a contatto delle loro inutili dita. Non soddisfatti
Wanakawre affinchè lì, sulla vetta, l'incestuoso fallo d'oro di sapere tutto, non hanno utilizzato tutte le loro conoscenze.
penetrasse L'Ombelico Del Mondo e alle sue falde potesse Sono riusciti, in una sola vita, ad avere più corpi! E per ogni
spiegarsi (sacro sisma, salto del Dio Puma!) il contorno di corpo, più ombre! Viaggiavano senza muoversi, senza partire,
pietra e di silenzio della città di Cusco. arrivavano prima, prima di se stessi, come gli animali dei
E di lì, più scaltri che grinfie e zanne di velluto, partirono sogni! Spedivano se stessi, come pacchi, ai tempi e ai mondi
gli eserciti degli inka verso i quattro angoli dell'universo che più lontani, ai mondi e ai tempi più diversi! E in questo modo,
ignorava tutto, del mondo che su una vertigine immobile, di facendo sì che Questo fosse l'Altro lato, esistevano anche sulla
cervo, pasceva la sua incosciente bellezza. Propositi di luce a nostra terra e nello stesso tempo nell'aria e respiravano nello
doppio filo, se non ti gela il Sole ti brucia la Luna! Così la stesso tempo come lune in fondo ai fiumi, con due teste sul
stirpe fondata dalla quarta coppia generò il popolo inka e gli fondo dei laghi!
inka, costringendo gli altri popoli ad essere liberi, fondarono il Gli uru hanno catturato tutti i misteri, e con i misteri, tutte
loro Impero. Allo stesso modo, insegnando a tradimento la le conoscenze; ma non per rispettoso desiderio, non per
lealtà, i conquistatori spagnoli costruirono cimiteri al posto di possederle e diffonderle, ma per alimentarle a beneficio delle
città. Costruirono e abitarono cimiteri. Con l'infallibile croce loro cattive azioni, nutrendole come docili greggi.
sguainata non fecero che decapitare, tanto da colpire il loro Di tale fatua saliva, senza saperlo, le peggiori lingue degli
stesso collo. Tutti hanno fondato qualcosa, forse, predicando invasori hanno poi raccolto il peggio. Perché gli invasori,
l'eterno hanno adorato l'effimero. Se hanno coltivato cre- frondosa coppa di sangue su debole radice, hanno distrutto,
denze, condor, avventure, lo hanno fatto più per paura della sconvolto, stravolto tutto! Si sono accoppiati con uccelli
terra che per amore verso il cielo. rapaci, con bestie da soma, con i loro pesci ornamentali!
E gli uru sono riusciti a conoscere tutto. Ma non si sono Hanno saccheggiato e corrotto ogni cosa. Sono caduti verso il
accontentati. Uno dei cognati di Inganiteri, il più anziano tra i cielo con il becco aperto, e non come gli uru, per vanità di
vecchi del Gran Pajonal, mi ha raccontato molte cose degli saggi, ma come gli invasori virakocha: per la loro ansia di
uru, racconti che gli sono arrivati da mol- rapaci ignoranti!...
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Gli uru, anche se in misura minore, sono stati per gli inka che si alza come l'ultimo confine, come l'ultimo segnale
quello che gli inka sono stati per gli spagnoli: esempio che delimita l'ingresso al paese. Con un breve cenno della
dell'errore nel disordine, di ambizione immotivata. Ma sono mano il ragazzo ci fa segno di avanzare, di passare sotto le
stati anche il contrario: presagio di bufera, come il vento liane, di entrare attraverso quella porta naturale e boscosa.
seminato, annuncio di dolci vendette, la vendemmia ancora M di sopra della testa del piccolo amawaka, dai capelli
oggi desiderata dagli ashaninka quando aspettano il ritorno di marroni?, verdeggia con sfumature grigie una muraglia di
Juan Santos Atao Wallpa, la riunificazione del corpo del dio bambù e dietro si alzano colonne di fumo dalle case. Félix
Inkarri, delle membra di Tupac Amaru con la sua testa di Insapillo sporge la testa quadrata, sfiora l'inaudita eleganza
Serpente Risplendente. Il ritorno di Tupaq e di Amaru, del della cushma del bambino amawaka, solo adesso mi rendo
Serpente e di Ciò Che Risplende: il tempo dei Quattro conto che è come la cushma gialla del-l'inka Manko Kalli,
Angoli, Tawantinsuyu, in un unico tempo reale... descrittaci da Don Hildebrando, e che ha gli stessi disegni
Così è, così è stato. Gli uru hanno disobbedito alla Notte: del vaso cerimoniale che avevamo visto nella sua casa di
l'hanno lasciata senza luce e senza enigmi. Gli invasori Pucallpa, gli stessi di quel Qero con cui Cèsar diventò un
virakocha hanno disobbedito al Giorno: hanno rubato ayùmpari dello stregone... Dopo Félix Insapillo passa Ivàn, e
Mamàntziki, la nuora preferita e l'hanno restituita a poi Cèsar che si fa largo tra liane e foglie fresche, dopo
Pachakamàite, come ombra senza corpo. Juan Gonzalez Cèsar entra il mio corpo, i miei occhi impauriti sul volto
lo sa, me l'ha detto lui. Juan Gonzalez è uno dei pochi dell' amawaka, ho già detto che aveva la pelle da meticcio?,
shirimpiàre che possiede la forza di far ritornare il tempo e ci avviamo storditi verso il paese lasciando indietro, senza
passato. Ha cucito i pezzi di quel tempo, li ha fatti scendere ringraziarlo, il bambino che ci aveva fatto da guida. Appena
dall'aria e viaggiando in quel polline d'argento ha vissuto tra me ne accorgo ritorno indietro per scusarmi e salutarlo, come
gli uru. Juan Gonzalez mi ha raccontato che gli uru avevano il si dirà grazie in dialetto amawaka?, ma sotto la melarosa non
sangue nero, in origine erano alti, c'è più nessuno.
il doppio di noi, e niente li feriva, nessuna morte li uccideva, — È facile riconoscere il chullachaki, servo del Maligno,
per questo hanno confuso la superbia con la conoscenza. creato per fare del male, ripete Don Juan Tuesta, lontano, in
Hanno commesso l'errore di credersi immortali, i nostri una vecchia notte ormai morente nell'isola Muyuy, è facile
antenati uru. riconoscerlo persino quando cerca di mascherarsi con il
E così si sono estinti, non perché combattessero ma corpo di qualche nostro amico (perché al posto del piede
perché smisero di procreare. destro ha una zampa di tigre o di cervo). L'altro chullachaki,
invece, è artificio per raggiungere la verità, è persona del bene
e nessuno, proprio nessuno, può riconoscerlo, i suoi piedi
Lasciata la lupuna bianca dove ci eravamo riposati, fi- sono perfetti, è perfetto in tutto, umanamente umano.
nalmente, dopo due giorni, avvistammo il paese di Ino Moxo. Non capisco il piccolo amawaka, pelle da meticcio, occhi
Il piccolo amawaka sporge il viso tra gli arbusti sfiorando con strani, cushma sempre impeccabile e gialla, né la sua
gli occhi, soltanto ora mi accorgo che sono color lacrima, i scomparsa. Preferisco non pensare, mi affretto sul sentiero
sottili aculei di un groviglio di garabatoka-sha, pungenti liane squallido verso quella muraglia di bambù e di colonne di
avvinte alla gioventù di una melarosa fumo.
— Nessuno può distinguere questo chullachaki, insiste
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Don Juan Tuesta nel mio ricordo. È apparenza di persona, ma nere. Narowé guardò il cielo. Anche il cielo ridiventò cenere.
di persona completa, perfetta. Soltanto gli occhi accorti Guardò gli uccelli, i campi, i fiumi, le pietre, e la pietre e i
capiscono che il suo corpo non è unico e che più persone, più fiumi e i campi e gli uccelli ridiventarono cenere. Ma questo
vite vivono in esso. Come se ciascuna parte del suo corpo accadeva soltanto nel suo sogno. Nella sua veglia accadeva di
avesse un'esistenza autonoma, diverse esistenze che solo agli peggio: il mondo proseguiva senza Kaametza.
occhi degli altri il chullachaki armonizza in una sola. Sono Al posto di Kaametza il mondo vide una lunga impronta,
chullachaki che ignorano il male, incapaci di odiare persone e una bava viscosa e giallastra, che si perdeva tra la macchia.
cose. Finché esistono, esistono soltanto per amare, per Era il kotomachàcuy, era l'impronta delle sue due teste che si
contribuire al bene. apriva in sentieri tranquilli verso il fondo di tutti i laghi della
La mia memoria mi riporta al Mapuya: vedo Ivàn che mi terra!...
raggiunge sul sentiero, dopo la mancata uccisione della E Narowé si avventurò smarrito, perdendosi in una ra-
wapapa carnivora, lo vedo avanzare davanti a me, indifferenti gnatela di bugie, di assenze, di sentieri fangosi. Poco più
i piedi ai rami e alle pozzanghere che a me ostacolano il passo, avanti dovette procedere a tentoni, come cieco, in quella notte
ignorato da quei nugoli di insetti che invece torturano il mio breve che la selva crea quando di colpo si infittisce, senza
pietà, nascondendo le scimmie notturne sotto il tetto spesso di
corpo. Lo vedo avvicinarsi alla lupuna bianca dove Félix
liane e di cime frondose. Superata la boscaglia, condannata
Insapillo stava chiacchierando con Cèsar, ma lo vedo sporco
per sempre alla notte, lì dove il sentiero fingeva di ritornare
di foglie e di ragnatele, la camicia lacerata da spini, chiazzata sentiero allargandosi, riconciliato finalmente con il cielo
di sangue, graffiata da aculei assetati. ardente, trovammo un nuovo ostacolo: uno smisurato
shiwawako caduto ci chiudeva il cammino come un muro,
Narowé lo scalò in un attimo fendendo la corteccia con le
— E fu fatta la luce, dunque, prosegue Don Javier con mani e con i piedi come chiodi che scavano gradini. Io, invece,
voce altrui. Dal piacere reciproco è nata la luce. E il sole, il mi arrampicai incerto sulla mia stessa ombra spingendola e
Padre Inti, è nato insieme alla Luna, la Madre Killa, in una trascinandola fino alla cima di quel muro di bambù e di
sola luce: Inkitilla, e insieme alle stelle. Perché allora il giorno colonne di fumo, quindi ricaddi goffamente dall'altra parte del
e la notte erano un'unica cosa, non c'era differenza tra il giorno tronco ammuffito, sullo stesso sentiero desolato. Così,
e la notte. E in mezzo Kaametza e Narowé felici. Finché malconci, continuammo a camminare. Grosse gocce cadevano
accadde ciò che accadde. Narowé si svegliò e non trovò più dal cielo squarciato da un sole di paura. Sollevai lo sguardo: le
Kaametza. Al suo risveglio non la trovò più. Si riaddormentò. gocce non cadevano dal cielo. La pioggia antica gonfiava gli
Ma non la trovò neanche nel sonno. E si svegliò. E si occhi degli alberi scivolando invano come il pianto di un
riaddormentò. E continuò a dormire e a risvegliarsi finché la morto! Allora cominciai a correre lungo il sentiero tortuoso,
sua veglia fu il suo sonno, il suo unico sonno, Intikilla, deserti inciampando tra i rami e saltando-pantani-fetidi-nella
entrambi di fronte agli occhi del suo cuore. Sognò di svegliarsi speranza-di-raggiungere Narowé. Camminai senza mai
all'ombra di quella melarosa e la melarosa non aveva più incontrarlo per quattro secoli. Quando ormai mi credevo solo,
ombra per lui: Kaametza non c'era più. La melarosa sola, lo sposo senza sposa apparve dietro di me. Mi rivolse uno
privata della stessa solitudine, ridiventò cenere. Come prima sguardo di rimprovero. Solo adesso capisco che era uno
di nascere, ritornò ombra, polvere di ombra fredda, di fronte sguardo di compas-
all'anima senza palpebre di Narowé. Lo stesso corpo ritornò
coltello d'osso di ce-
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sione. Infatti, in questa corsa che mi stordiva, io, in realtà, bre orfane del nostro primo padre sgorgò il Rio delle Amaz-
non stavo avanzando. Non cercavo né lui, né nessun altro. zoni... Lo stesso Inganiteri me lo ha confermato. E mentre mi
Stavo fuggendo. Fuggendo dalla mia ombra, da me stesso, raccontava questa storia, non saprò mai perché, mi voltò le
dalla prima paura, da quella inutile pioggia. spalle negandomi alle sue lacrime. Oggi penso che non volle
— Non ti avrà fatto male l'ayawaskha?, mi dice Don piangere soltanto perché io non piangessi. Come se i miei
Javier, ma non è la sua voce che io sento, posso soltanto occhi fossero sul suo viso, pensa un po'. Ed era proprio vero,
ascoltare la sua bocca, le labbra unite che si amano e si i miei occhi, in quel momento, erano sul suo viso!...
acquietano, incagliandosi come pesci d'argento. E alla fine Don Javier con voce che riconosco:
Quando Narowé si svegliò senza Kaametza, il giorno si — Anche adesso Narowé si trova in fondo al fiume, e
separò dalla notte. E Narowé conobbe la solitudine. Dopo la sfida le piene, gli straripamenti, perdona la luna, e suona.
seconda solitudine conobbe la collera. E quando per la prima Perché la vera luna si trova ancora in fondo al fiume-mare,
volta fu invaso dalla rabbia, fabbricò il primo arco e la prima molto in fondo. E quest'altra che noi vediamo in cielo è solo
freccia. E con un sol colpo abbattè la luna, la prima luna che un suo riflesso...
ebbe il nostro mondo, perché tu devi sapere che quella che — E la quinta coppia?, lo sollecito. Se una coppia ha
vediamo adesso è la quarta luna che accompagna la terra. dato origine agli amawaka, e un'altra agli tzipìbo, e un'altra
E comparendo dietro alle mie visioni, Don Javier, al- ancora agli uru, e la quarta ai jìbaro... manca una coppia... È
lontanando bambù azzurri, muti, arancioni: forse quella che ha fondato la stirpe dei virakocha?... ,
— Solo per rabbia la abbattè, perché non c'era il koto- Don Javier indugia, guarda il registratore, si schiarisce la
machàcuy e non c'era Kaametza. La luna allora era un tronco voce, una, due volte, e finalmente:
vuoto. Narowé la abbattè e cominciò a colpirla con un
— La quinta coppia si è perduta, non se ne sa nulla. E
bastone. E la luna risuonò, rimbombò forte, lontano. Fu il
primo manguaré della nostra selva. Hai mai sentito un allontanandosi di nuovo, per sempre credo:
man-guaré, quella specie di cassa, di tamburo di legno che i — Inganiteri, per lo meno, mi ha detto che non ne sapeva
nativi percuotono per comunicare fra loro, per annunciare nulla.
guerre o feste? La luna fu il primo manguaré a suonare su
questa terra, sotto la furia di Narowé che reclamava la sua
sposa e invocava vendette che perdurano. E il tempo passò — Ma non era Ivàn quello che tornò indietro per cer-
invano. E fu così che il tempo si ammansi e si divise, come il carti, dice Don Hildebrando, la testa china per evitare i
Fiume Sacro, l'Urubamba, il Willkamayu degli inka del Cusco, bambù dai mille colorì, visioni che riempiono la hall del-
padre dell' Ucayali e nonno del Rio delle Amazzoni che non l'Hotel Tariri.
ha parenti. Il tempo trascorse invano e nessuno rispose a — Ciò che lui credeva fosse realtà, era il riflesso della
Narowé. E Narowé conobbe il sapore delle lacrime. Conobbe realtà, interviene Don Javier.
il dolore, il dolore dell'abbandono, e da allora cominciò a — Era il riflesso di un'altra realtà, corregge dall'aria il
piangere e a maledire, per sempre. Quando le due anime del defunto Inganiteri.
suo volto si seccarono, ormai Narowé si trovava sul fondo di — La vera luna non sta nel cielo ma nel cuore, nella
un fiume insondabile. E fu così, solo così, che nacque il Rio memoria del cuore, dice Juan Santos Atao Wallpa.
delle Amazzoni. Dalle palpe-
182 183
— È più di un tronco vuoto, un manguaré, una cassa III
che io tocco dal fondo del tempo, conferma Narowé.
Ino Moxo
Avvistammo il fumo delle case del paese di Ino Moxo: la
nostra guida amawaka si ferma accanto a una melarosa
avvolta da un luccicante groviglio di garabatokasha e fa un
rapido gesto con il braccio per invitarci a raggiungerlo. Ci
avviamo storditi verso il paese, attraversiamo quel portico di
rami lasciando indietro, senza ringraziarlo, il bambino che ci
aveva fatto da guida. Le prime capanne splendono desolate
sotto i tetti scuri, protette da un recinto naturale di bambù.
Félix Insapillo avanti, Ivàn e Cèsar dietro, camminano verso il
paese. Io fermo la mia ansia, mi giro inutilmente: il piccolo
Ino Moxo è scomparso.
— È andato a cercarti, è per te che se ne è andato, dice
dentro di me una voce che confondo con quella di Don Javier.
E in realtà non è un bambino, non è l'infanzia chullachaki
dello Stregone degli Stregoni, è il tempo senza tempo, e non è il
tempo che costruisce rovine e conduce ogni vita alla morte,
ma è la guida della morte che vive. Questo bambino è la guida
della vita che non muore mai, l'eterno artefice della bellezza e
della felicità...
E un po' più in là, davanti a me, la voce, continuando a
camminare, aggiunge:
— Se ne è andato perché ha appena sentito il tuo sparo,
ormai non ti potrà più ritrovare...
Mi affretto lungo lo squallido sentiero, raggiungo gli altri e
insieme entriamo nel paese degli amawaka.

184
sconcertati per la sua perfetta pronuncia spagnola, per il non lo sarò più, — confonde il suo volto nel fumo lacrimoso
pantalone di tela imperturbabile sotto la cushma indigena, per e profumato, — è una storia lunga, una storia che pochi
il suo passo di volpe svelto e sicuro, impensabile per i suoi conoscono per intero. Io ho scrutato altri regni. Ino Moxo
novanti e passa anni. Adesso rallenta nel vedere la pace del fumava, come se ricordasse, là sul bordo dorato del Mishawa
sole adagiata sul fianco di un tronco devastato dal muschio nella sera.
che dissolve i suoi occhi color cannella oltre le colline avide di — Ti sarà concesso di sapere come i figli hanno divorato i
caobo, campi di banani e aironi e piroghe conficcate nei padri, ripete Don Javier.
fianchi del fiume. Alla mia destra un rumore, mi giro: un
coccodrillo nero si è scoperto tra gli alberi nell'acqua
melmosa, si avvicina insidioso, nuotando, Ino Moxo si Nella parte alta del fiume Kashpajàli, un cielo crepuscolare
abbassa, lo respinge con la mano, l'enorme lucertola devia manifesta il suo stupore. Cinquecento uomini armati, avidi,
verso il tramonto, sparisce sotto i rami spogli del renaco che molti i bianchi pochi i meticci, scendono spaventati il fiume
scopro solo adesso al centro del Mishawa come un piccolo cercando di non fare rumore, centinaia di carabine in mano e
bosco morto che interrompe la corrente con le radici nelle casse, e molte casse di proiettili, fino alla foce del fiume
moribonde. Lo stregone degli stregoni contempla il renaco, Sutilija che trabocca per il peso di tante barche, cinquecento
ancorato nel nulla, impotente di fronte al torrente, senza fiori e mercenari raccolti chissà dove che separano le correnti fino a
senza foglie, avvolto soltanto dalle sue radici, poi mi guarda poco fa tranquille, remando in acque gonfie nelle quali le
con un'espressione triste e io gli rispondo: piante della riva immergono le radici, gente che vede questa
— Potrebbe spiegarci come mai non essendo amawaka è selva per la prima volta. E come il cielo, anche le poche case
riuscito a diventare il loro capo? degli indio mashko che abitano nella foce del Sutilja, si
sorprendono, incredule. Ma già sanno che i virakocha, i
— La sua pelle non è quella di un indio puro, e lei parla bianchi, non conoscono pietà se sono meglio armati. E i
meglio di un bianco... mashko si riuniscono, parlano con rabbia perché dispongono
— Sono amawaka, mi interrompe. Amawaka puro. Figlio solo di venti uomini, allora cercano di salire sulle loro piroghe
di chori e non di virakocha, figlio di un uomo delle Ande e per raggiungere il Manu dove saranno di più, potranno
non di un bianco, è cosi, ma discendo anche dagli uru per affrontare i virakocha, scacciarli dalle loro terre violate, dal
parte di mia madre... momento che nel Manu esiste il nucleo più grande dei
— Don Hildebrando ha detto che lei... mashko, e ci sono trecento guerrieri invincibili. Invano.
— Sono uno yora legittimo, precisò. Yora, che voi L'astuzia virakocha ha disposto sentinelle ai due lati del fiume
conoscete come amawaka. Ino Moxo, ecco chi sono. E at- e i venti guerrieri color rame senza armi non possono passare
traverso il morbido collo della sua cushma, quel poncho che per chiedere rinforzi, le loro canoe galleggiano vuote in mezzo
intimorisce il sole e gli imprevedibili acquazzoni amazzonici, al fiume. Sotto il cielo rosso, l'acque rossa.
estrasse dalla tasca della sua camicia bianca una sigaretta — "Combattemmo aspramente per mezz'ora", dice Za-
malridotta, una shirikaipi di foglie di tabacco silvestre carìas Valdez, uno dei cinquecento mercenari. "Alla fine in-
profumato. Il fatto è che prima non ero quello che sono ora, fliggemmo molte perdite ai selvaggi che furono costretti a
dice, prima avevo un altro nome e un'altra vita, — e accende la ritirarsi di fronte all'energico atteggiamento dei nostri com-
sigaretta e la fiamma incerta illumina il suo profilo, — prima battenti... Gli indio mashko risiedevano lungo il fiume Co-
non ero Ino Moxo e domani sicuramente
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lorado ed erano sparsi sulle rive del Madre de Dios e del chio Ximu, un vero saggio, potente e saggio, guida di dei e di
Manu, ma in seguito agli attacchi ricevuti dalla nostra gente, anime...
gente del grande cauchero Fitzcarrald, dovettero ritirarsi molto Non abbiamo dormito quasi niente questa notte; stiamo
più all'interno rispetto al Colorado e alle loro prime terre con Ino Moxo da due giorni, e ora facciamo colazione con la
comprese tra le sorgenti di quei fiumi che nella loro lingua si carne di una grande scimmia, una specie chiamata maquisapa,
chiamano Piuquéne, Panàhua, Cumarjàni e Sutilija, che sono conservata sotto sale e poi dissalata, lasciata intera in una cesta
tutti affluenti del Manu. Devi sapere che questi selvaggi si che pende da un lato di una porta, nella capanna dello
distinguono per la loro statura, sono molto alti, e per le loro stregone, e che, ci dicono, normalmente viene mangiata poco
barbe fluenti... Fitzcarrald decise di assalirei e ordinò l'attacco per volta, e così, strappandone un pezzo al giorno, prima una
nel grosso centro che si trovava poco sotto il Sutilija. coscia, poi un fianco e quindi una spalla, ben spellati, ci
Imbarcati i nostri soldati su numerose canoe, partimmo, e nutriamo per i successivi quattro giorni.
poco prima di arrivare al paese, ottocento uomini sbarcarono Sempre sulla riva del Mishawa, Ino Moxo mi guarda;
con l'obiettivo di circondarlo da terra e con l'ordine di dare — Noi amawaka siamo pochi, molto pochi, lo hai visto.
un segnale convenuto al momento opportuno. Nel frattempo le Tra noi che viviamo quassù e gli altri, in altre zone più in
imbarcazioni continuavano a solcare il fiume lentamente. Alle basso, non superiamo le duecento famiglie. Lo sapevi che ai
quattro del pomeriggio udimmo i guerrieri sparare tempi di Ximu eravamo mille? I virakocha ci hanno quasi
simultaneamente, avevano dato inizio al combattimento. sterminato. Ci uccidevano solo perché volevano le nostre
Quando raggiungemmo il luogo dell'azione il paese era già terre. E uccidevano anche gli abitanti di altre zone: jìbaro,
caduto nelle nostre mani. I mashko avevano perso molti yaminawa, aguaruna, tzipìbo, mashko. Perché i nostri territori
guerrieri rimasti a difendere le case dopo aver fatto erano ricchi di balata, di alberi di gomma, veri sentieri rigonfi
allontanare in tempo donne e bambini. Dopo lo scontro furono di caucciù. E i virakocha raccoglievano quel caucciù perché
raccolti i cadaveri e poi bruciati... Per questa cerimonia ne avevano bisogno per il progresso della Patria, così
funebre, gli indio piro che stavano con noi battezzarono il dicevano. Così dicono anche oggi. Ci hanno derubato e ucciso
posto con il nome di Mashko Rupuna che vuol dire Indio in nome del progresso...
Mashko Bruciato. Ma lo scontro non finì qui. Bisognava E girando il viso verso il renaco che brilla azzurro, aran-
continuare ad attaccare i selvaggi. E allora i combattimenti si cione, fissando un labirinto di rami fitti di fronte alla corrente
estesero e si acutizzarono e le perdite furono tali che i cadaveri impetuosa, in mezzo al fiume:
galleggiavano numerosi nelle acque ormai imbevibili del fiume — È una storia lunga e amara. Se ti raccontassi tutto,
Manu. Riuscimmo a scacciare dal Manu quasi tutti i selvaggi, sicuramente non mi crederesti. È una storia che fa parte della
ma i pochi rimasti continuarono ad assalirei e a creare mia storia, che mi ha portato qui, che mi ha fatto nascere come
disturbo tra i nostri lavoratori, tanto che alla fine fummo
amawaka, yora, come capo yora. Perché mio padre è venuto
costretti a interrompere la raccolta del caucciù e a trasferirci
in luoghi più tranquilli..." da Arequipa, dove anch'io sono nato. Dove sono nato la
penultima volta...
— Allora è nato a Arequipa?
— La penultima volta.
— È una storia lunga, molto lunga, dice Ino Moxo. Avevo
tredici anni e allora il capo di tutti i capi era il vec-
— Non capisco. E lui
senza sentirmi:
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— Mio padre venne qui perché voleva diventare cauchero Sotto il cielo rosso, l'acqua rossa. Tutti i mercenari di
e mia madre, pur non volendo, lo segui. Ed io? Io volevo e Cumarìa, di Cuenga, dell' Unine, solcano l'Urubamba.
non volevo, ero molto piccolo, anche se allora già sapevo, Centinaia di canoe traboccanti di viveri, di casse di carabine
fiutavo le cose, credo, come se già prevedessi i destini. Mi winchester calibro 44, rispondono alla dichiarazione di
ricordo che arrivai preoccupato e contento. Allora gli guerra di Fitzcarrald.
amawaka subivano molte ingiustizie, paesi interi venivano — Winchester contro frecce, pensi un po', esclama lo
distrutti per mano dei virakocha. Per questo mi fece venire il spagnolo Don Andrés Rua, allevatore di bestiame, ad Ata-
vecchio Ximu. Guidando, disponendo e ordinando dall'aria, laya, armi a ripetizione contro lance di legno!...
mi portò qui, io lo seppi dopo. Ma è lunga questa storia... — "Non ci mancava niente, avevamo persino liquori
Un giovane amawaka irrompe tra gli alberi, alla mia raffinati come il cognac e lo champagne", dice il cauchero
destra, con una pukuna nera; si consulta con Ino Moxo, Ino Zacarìas Valdez.
Moxo fa un gesto, l' amawaka parla con Ivàn che si alza, vado I mercenari si affrettano, approdano sul fiume Camisea,
a cercare Cèsar, dice, per portare da mangiare, Insapillo va sbarcano. Meticci e indios piro, al loro servizio, scaricano
con lui, mi lasciano solo con la Pantera Nera i cui occhi si sulla riva le merci francesi, carne in scatola e vini. I pionieri
allontanano, parlano con il renaco che sembra piegarsi e che del caucciù, del progresso, mangiano, ridono, brindano alla
subito si raddrizza sotto il sole di acque lunghe. guerra, winchester contro frecce, che sanno già vinta in
— Prendendo ayawaskha si diventa come uno specchio, partenza. Poi risalgono sulle loro canoe, si lasciano indietro lo
mi distrae Ino Moxo, senza riuscirci. Si diventa come uno scalo, e diretti verso il Manu, raggiungono stanchi il loro
specchio esposto a tutti gli spiriti, ai maligni e ai portatori di quartiere generale atta foce del fiume Kashpajàli. Giusto il
verità, che abitano l'aria. È per questo che ci sono gli icaro, tempo. Infatti, il rappresentante del loro capo, un tal
icaro che proteggono e icaro che curano, canzoni che Maldonado, li informa che per colpa dei barbari indios,
chiamano una determinata anima perché scenda e blocchi altre uccisi a miniata, i cauchero di quella zona avevano esaurito
anime. Il maestro Ximu mi ha fatto venire con uno di questi prima del tempo la dotazione di munizioni.
icaro, con l'icaro di richiamo. Mi ha fatto venire come se io — "E poiché, continua Zacarìas Valdez, i selvaggi si
fossi uno spirito protettivo. E prima di inviare nell'aria il suo accanivano ad attaccare le postazioni dei cauchero, decidemmo
icaro, Ximu ha dovuto digiunare. Perché per l'ayawaskha, di assalire i loro villaggi inviando a tale scopo centinaia di
come per ogni vegetale che sa, sono necessari quattro uomini armati di tutto punto ai fiumi Sutilija, Cumarjàni,
requisiti: niente sale, niente zucchero, niente grasso, niente Panàhua e Piuquéne, sorprendendo i selvaggi nel sonno. I
sesso; e questo per tutto il tempo necessario per prepararla, per nostri uomini, come segno inequivocabile della loro azione,
prenderla e sentirne gli effetti. Ximu digiunò per potermi portarono con sé due piccoli indios prigionieri e pezzi d'oro
chiamare, poi prese ayawaskha e alla fine mi icarò. E io che avevano trovato nella zona. Ritornata la calma, dopo
arrivai. Non potevo far altro che obbedire. Perché si tratta di essere rimasti alcuni giorni nel quartier generale, venne
una scienza di secoli, che è costata molti digiuni mortali, organizzata una nuova spedizione. Prima di muoversi
molti tentativi falliti, molte morti, sin dall'epoca dei nostri Fitzcarrald convocò tutti i caucheros e disse loro:
antenati uru, prima degli inka... — Chi non vuole più ritornare nella sua terra, si pre-
senti!
"Dette centinaia di uomini che si trovavano li, i primi a
fare un passo avanti furono Alfredo Cockburn e Pedro
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Sarria, di Lima, Erasmo Zorilla di Ica, Carmen Lopez, di cantano senza emettere suoni, con note a cui il nostro udito
Moyobamba, e io, Zacarìas Valdez, originario di Huanta, non è abituato, suoni inafferrabili, diversamente organizzati...
oltre a trenta piro scelti per la loro abilità di guerrieri. E risuonano anche le piante, i vegetali di pietra o di legno.
"Le armi che utilizzammo erano carabine winchester, Tutto risuona, anche le pietre...
unico codice per imporre la legge del più forte, che col E ancora di più risuonano i passi degli animali che siamo
passare del tempo divenne la legge del cauchero. stati prima di diventare uomini, i passi delle pietre e dei
"Navigando nel Madre de Dios, scoprimmo sulla riva vegetali e delle cose che ogni essere umano è stato. E anche
destra un affluente che poi chiamammo Colorado. La cosa ciò che abbiamo sentito prima, tutto questo risuona nella notte
andò cosi: ci eravamo ancorati poco sopra un villaggio dì della selva. Dentro ognuno di noi, nei ricordi di ciò che
mashko, che, come ho già detto, erano indio feroci e robusti abbiamo ascoltato durante la nostra vita, balli e pifferi e
con i quali non potevamo rischiare di combattere corpo a promesse e menzogne e paure e confessioni e grida di guerra e
corpo. Fecero per attaccarci, ma furono bloccati dagli spari gemiti d'amore. Lamenti di agonizzanti che abbiamo emesso o
improvvisi di trenta carabine. Poiché non conoscevano le armi semplicemente ascoltato. Storie vissute, storie future. Perché
da fuoco, spaventati dai colpi e dalle numerose perdite, si tutto ciò che ascolteremo risuona con anticipo in mezzo alla
allontanarono e ci attaccarono con le frecce. Lo scontro durò notte della selva, nella selva che risuona in mezzo alla notte.
circa due ore e vìncemmo grazie alle nostre armi. I guerrieri La memoria è qualcosa di più, è molto di più, lo sai? La
piro, abili tiratori da noi istruiti, fedeli alla nostra causa, memoria veritiera ricorda anche le cose che stanno per
portarono a termine il combattimento inseguendo quei selvaggi accadere. E persino quello che non accadrà mai, anche questo
fino alla loro case, dove non trovarono che morti e feriti, tra ricorda. Pensa un po'. Chi mai potrà riuscire a sentire tutto, me
cui un ragazzo così ferocemente audace che quando gli lo sai dire? Chi potrà mai riuscire a sentire tutto nello stesso
offrimmo il cibo tentò di morderci. momento e crederci?...
"Lì Fitzcarrald piantò la bandiera peruviana e battezzò il
fiume che avevamo appena scoperto, Rio Colorado. Fiume
rosso proprio perché le sue acque torbide erano tinte di
rosso..."

— È una storia lunga, te l'ho già detto, insiste Ino Moxo.


Se ti raccontassi tutto non mi crederesti. Perché non si può
mai credere tutto. Mai si può ascoltare tutto... Un esempio: la
selva. Se ti metti ad ascoltare tutto ciò che risuona nella selva,
che cosa senti?... Non solo il suono degli animali di terra,
d'acqua e d'aria, senza contare che non è più possibile udire il
canto dei pesci che prima rallegravano le acque del Pangoa,
del Tambo, dell' Ucayali, esseri musicali che presentendo
l'arrivo del grande otorongo nero sono fuggiti in tempo e si
sono messi in salvo, anche se ora non sanno più cantare, o se
cantano ancora, sicuramente

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Ino Moxo è nato a tredici anni grido. Io ero lo scricchiolio delle foglie assediate da venti
nell'oscurità, io ero i venti, io ero l'oscurità. Non più la
rinuncia del renaco di fronte alla corrente impetuosa, ma la
Il giovane amawaka è ritornato indietro con gli altri, corrente stessa, il fiume che scorre precipitoso, e la voce di
senza selvaggina, la cerbottana sconfitta sulla spalla destra. Ino Moxo di fronte al fiume:
Credo che in quel momento fossimo tutti intenti ad ascoltare. — Non te ne andrai come sei venuto, amico. Io parlerò.
Al mio fianco Cèsar fuma per allontanare gli insetti e guarda Parlerò di Ino Moxo, la Pantera Nera, ti dirò alcune cose che
la riva di fronte, il suo riflesso di profili disuguali, alberi vuoi sapere.
2. infranti che si affacciano sull'acqua tagliente, ravviv-vati Il grido dei pappagalli si dissolse in un lungo e invisibile
dal fulgore del Mishawa. A pochi metri dal fiume, più in svolazzo d'ali. Si era fermato il vento? Sembrava piuttosto che
alto, Insapillo e Ivàn, accoccolati su di una sporgenza di terra la selva avesse smesso di camminare sotto il vento, come se la
asciutta, cesellano una quiete porosa, un silenzio di piazza terra tutta, piegata dall'oscuro soffio, fosse un fiume di uccelli
senza statue. Per un attimo, una vertigine, credetti di sentire e enigmi e grovigli di rami e pericoli affettuosi. Un fiume
tutto. eternamente immobile e al tempo stesso in fuga, pensai, come
— Vorrei solo sentire qualcosa di lei, maestro Ino se ritornasse dal futuro, dal tempo senza tempo di cui hanno
Moxo, le cose che per lei sono importanti della sua vita... parlato Don Hildebrando e Don Javier.
— È quasi notte, risuonò lo stregone, e di tutte le cose — Questo fiume, dice Ino Moxo, è lastricato di fossili
che vivono alla soglia della notte, tu vuoi udire soltanto la oceanici, come il Mapuya. Tutti i fiumi, qui, sono come
pantera nera? strade, rotte di un mare che ormai non esiste e che neanche in
— Se lei crede... futuro esisterà...
— Ma, in questo momento non so ancora. Ma leggo
qualcosa nel tuo interesse, sto leggendo qualcosa di molto
dolce. Parlerò a questo pezzo della tua anima, a quest'altra "Con grande gioia per noi, i mashko che avevamo appena
persona che sei tu. sconfitto in modo esemplare, non avevano canoe per
Allora si, allontanando l'arrivo della notte, nascondendo inseguirci", continua il mercenario Zacarìas Valdez. "Avevano
con essa i momenti passati che stanno per accadere, ho soltanto dei tronchi aperti col fuoco che non gli servivano
sentito. Lo stregone mi osservava di profilo, con lutto sod- molto. Non erano ancora arrivati da loro gli strumenti
disfatto, con un sorriso pago che non riusciva a prendere il moderni di lavoro. Utilizzavano soltanto delle asce di pietra
volo. Intuii che gli stavo obbedendo. Una famiglia di dalla forma primitiva... Dopo un giorno di navigazione
pappagalli gridò dietro di noi, non li sentii: io ero il loro arrivammo a un paese diverso da quello dei selvaggi, tanto
che pensammo di essere arrivati nella terra di confine dei
brasiliani. Ci trovavamo a cinquecento metri di distanza
dal porto; gli abitanti issarono una bandiera in risposta al
nostro bicolore peruviano a poppa dell'imbarcazione.
Fitzcarrald, osservando con il cannocchiale, scoprì che era
una bandiera boliviana ed esclamò emozionato:
— Stiamo navigando il fiume Madre de Dios!
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I boliviani ci colmarono di attenzioni onorandoci con un — "Naturalmente", si inorgoglisce Zacarìas Valdez,
sontuoso banchetto in cui scorrevano vini generosi come il "abbiamo combattuto varie volte contro quegli antropofagi.
lacrima cristi, il moscatello, il malaga, bordeaux e champagne Ricordo, in particolare, una volta in cui, alle otto circa del
offerti dal nostro capo Fitzcarrald. Non posso fare a meno di mattino, gli amawaka cominciarono ad attaccarci con le frecce
dire che i nostri anfitrioni furono molto sorpresi della grande da tutte e due le rive, in un punto in cui il fiume si stringeva. I
quantità di alcolici che avevamo con noi. Una quantità che nostri risposero con il fuoco. Le nostre imbarcazioni
superava la loro immaginazione. Magnificamente ricevuti, seguivano la corrente del fiume e in poco tempo ci
venimmo festeggiati per più giorni, durante i quali fummo allontanammo dalla zona dello scontro. Alle quattro del
trattati con tutti gli onori tanto da richiamare alla nostra pomeriggio ci fu lo scontro più cruento durante il quale fu
memoria i momenti felici trascorsi nelle nostre terre della ferito un uomo..."
Costa e della Sierra. Ma visto che non potevamo rimanere li — Un solo uomo?
per sempre, nostro malgrado, dovemmo pensare al ritorno. Il — "Sì, uno solo".
signor Jesùs Roca, socio della ditta boliviana Suàrez-Roca, — E non morì nessun amawaka?
potente società per lo sfruttamento del caucciù, ci rifornì di — "Ah!... Ne avremo uccisi non meno di duecento.
ottime imbarcazioni per la traversata. Partimmo protetti da Quando li vedemmo ormai sconfitti, attraccammo e li in-
venticinque guerrieri piro che andavano a piedi lungo la selva seguimmo nella selva. Ma stranamente non trovammo nessuno,
per ispezionare la zona e difenderci da possibili attacchi. In nessuno dei vivi, voglio dire, come se se li fosse mangiati la
quei lunghi tratti in cui il fiume scorre in linea retta eravamo terra, come se fossero diventati invisibili. Riuscimmo ancora a
costretti a farli passare a guado perché assalissero alle spalle tenere la situazione sotto controllo grazie alle nostre armi da
senza difficoltà i selvaggi che, appostati atta fine di quelle gole, fuoco. Ma i selvaggi riapparvero come per incanto quando
aspettavano, tranquilli, sulla riva le nostre imbarcazioni. In risalimmo sulle canoe e smisero di attaccarci solo quando
tal modo i combattimenti si risolvevano a nostro favore e senza rimasero senza frecce. Allora si misero a gridare chiedendoci
perdite umane. di aspettare fino al giorno successivo per riprendere il
combattimento, perché dovevano ritornare alle loro case per
rifornirsi di frecce. Gli amawaka erano combattivi come i
"Non volendosi concedere tregue, Fitzcarrald programmò campa, o forse di più. In loro si rifletteva lo spirito guerriero
una seconda spedizione fino al paese del Carmen. Il suo ereditato dai loro antenati inka..."
obiettivo era quello di ripulire il fiume Madre de Dios dai
selvaggi mashko e huarayo. E pertanto si vide costretto a
sostenere nuovi scontri lungo il viaggio, ma dal momento che Dopo aver preso l'ayawaskha il maestro Ximu cantò un
i suoi uomini erano abituati, a combattere ed erano molto icaro per chiamarmi. Lui sapeva più di quello che sapeva,
agguerriti, il trionfo coronava i suoi sforzi e così riuscì a indovinava anche quello che non sarebbe accaduto, quello che
scacciare definitivamente i selvaggi dalle rive del Madre de si poteva evitare, continua Ino Moxo contemplando il fiume
Dios, costringendo gli huarayo a ritirarsi sull' Inambari e i Mishawa che precipita davanti a noi, che si perde in una
mashko sul fiume Colorado". grande curva, che si abbandona in cerca del fiume Sacro degli
— Avete combattuto qualche volta contro gli amawaka? Inka, il Willkamayu che è nato un'altra volta, come Ino Moxo,
ed oggi vive e scorre come Urubamba,
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che è il suo nome più antico, il nome uru. Terra di acqua l'anima dell'acqua, del vento, tutte le anime della selva, e più
rossa sotto il cielo rosso. Pampa rossa, pampa d'acqua, pampa lontano ancora. Si consultò. Bevve il succo sacro della
degli uru: Urupampa. Il maestro Ximu mi ha fatto venire liana-del-morto, oni xuma è il suo nome, voi la chiamate
perché sapeva che noi amawaka saremmo stati tutti ayawaskha, e alla fine, ricorrendo a meditazioni, diete, digiuni
sterminati. Era l'epoca del caucciù, un fiume di morti, di e componendo icaros, elesse il suo successore: un ragazzino
saccheggi, di bambine violentate, si sentivano solo gli spari, e mezzo bianco, appena tredicenne, figlio di madre uru e padre
noi avevamo appena delle frecce, dei dardi di pukuna, spari virakocha, più meticcio che virakocha, cauchero di Arequipa.
e paura, mi ricordo, e confusione. Il capo Ximu, grande Così il grande maestro Ximu scelse me, su incarico delle anime
saggio, sapeva che soltanto con le armi dei bianchi saremmo che sono le varie ombre del dio Pachakamàite, anche se ora
stati capaci di rispondere alla loro ferocia, soltanto con le Pachakamàite è privo di corpo. Facendo ricorso ai suoi poteri e
armi da fuoco avremmo potuto fermare i virakocha, difendere all'oni xuma, scelse me. Mi rapirono, me lo ricordo bene. Solo
le nostre terre, soltanto con i winchester avremmo potuto più tardi venni a sapere che Ximu in persona aveva guidato i
difenderci dagli avidi caucheros. Perché le nostre frecce rapitori formato da sette persone. Ma allora non lo vidi. Ximu
opponevano resistenza invano, invano i nostri guerrieri diresse l'operazione da lontano, dalla selva, praticando digiuni,
soffiavano cerbottane, i dardi non raggiungevano il bersaglio, preoccupandosi che tutto andasse bene. Quel giorno mio padre
stendevano gli archi per nulla, lottavano soltanto per morire, mi aveva mandato con una sua domestica, una ragazzina
petto e fronte esposti alle pallottole degli imboscati. Ximu campa, nella capanna vicino, accanto alla casa grande. Era una
sapeva tutto questo... capanna che serviva per gli ospiti, secondo le abitudini degli
E accendemmo un altro shirikaipi: chi, quindi, avrebbe abitanti del territorio vicino all' Unine, che erano diverse dalle
venduto armi ai nativi? Era proibito, allora come oggi, per nostre. Era il giorno in cui nacque mia sorella e mio padre stava
quanto caucciù o per quanto oro gli indios potessero pro- assistendo al parto. Io stavo giocando, tiravo sassolini e semi
mettere. Carabine e pallottole erano vendute soltanto agli contro un tiwakuru che cantava su una wimbra, tra i fiori alti,
indios traditori, e ad essi si insegnava a sparare contro le quando mio padre apparve ridendo tra le piante. Mi voleva fare
loro genti. Ricordo uno di loro, in campa si chiamava una sorpresa. L'avevo appena visto in casa, vestito
Hohuaté, ma in virakocha si chiamava Andrés Avelino Cà- diversamente, che faceva l'ostetrico; Ma eccolo lì, davanti a
ceres y Ruiz, un traditore. E ne ricordo un altro, vive ancora, me, che ride. Non sapevo che pensare, perché era mio padre,
un piro che in spagnolo si chiama Morales Bermùdez, nella inoltre era completamente nudo, portava una cordicella di
loro lingua non so come si chiama l'altro traditore. E ricordo tamshi legata alla vita, la faccia e il petto dipinti di rosso. Mi
anche i loro padroni, l'insaziabile Fermìn Fitzcarrald e suo prese per mano senza parlare. Ebbi un attimo di incertezza. Ma
fratello Delfìn. Saprai già come è morto Delfin Fitzcarrald, la faccia era quella di mio padre, forse solo un po' più scura, e il
come è stato giustiziato, si diceva che fosse un idiota, io corpo e la voce, andiamo!, mi disse, erano quelli di mio padre.
credo che fosse solo buono ma per stanchezza non per La ragazzina campa che si occupava di me, non fece nessun
natura, per fatica, come le serpi che non hanno più i denti... gesto, non disse niente, rimase nella capanna guardando da
Ximu, quindi, decise che noi amawaka dovevamo avere un'altra parte, come se non ci fosse nessuno, come se non
un capo meticcio, qualcuno che potesse procurare loro avesse visto niente. Così è andata. Mi portò via un chullachaki
carabine, retrocariche, fucili, munizioni, per assicurarsi la vestito con il corpo di mio padre mentre
sopravvivenza. Il capo Ximu consultò gli spiriti, chiamò
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mio padre, in quel momento, stava assistendo felice alla
nascita di mia sorella. Camminai per ore insieme a quest'altro
mio padre, l' amawaka, finché non raggiungemmo altri sei
amawaka nella selva. Sicuramente camminammo a lungo, sia
da soli che con gli altri, perché arrivammo qui il giorno
successivo alla partenza. Fui accolto, mi ricordo, da una
vecchietta, si chiamava Rosa Urquìa, mi tolse i vestiti, mi fece
fare un bagno, mi cantò strane canzoni, mi fece indossare una
cushma gialla. Con lei rimasi rinchiuso nella sua capanna per 3. vita, tradimento e morte del curaca Hohuaté
sette giorni senza vedere nessun altro. Mi nutri con banane
cotte sulla brace, mi dimostrò affetto mettendo in fuga ciò che
rimaneva della mia paura, mi fece dormire tranquillo in C'era un curaca campa, dice il cauchero Zacarìas Val-
compagnia di un giocattolo che si ricava dal gambo del tohé. dez, un curaca amico nostro, che si chiamava Hohuaté. Fu
Dormivo di giorno e di notte; di giorno, sognavo delle cose Hohuaté ad accompagnare il Colonnello Portillo nelle sue
molto belle con gli occhi aperti, di notte, con gli occhi chiusi, esplorazioni su disposizione di La Puente, insieme ad altri
lo sguardo rivolto verso l'interno. Dopo una settimana della sua tribù ashaninka. Il Colonnello Portillo, illustre capo
conobbi Ximu. del nostro esercito diventato poi prefetto di Loreto, una volta
Insapillo e Ivàn mantenevano sempre la stessa posizione, giunto sul fiume Ucayali, grato per i servizi del curaca, gli
Cèsar si alzò, si avvicinò a Ino Moxo, rivedo i suoi occhi regalò alcune armi da fuoco, tra cui una pistola.
smisurati sotto l'ultima luce, il movimento della sua bocca "Durante la traversata, all'altezza della confluenza
socchiusa, più scura dell'aria, come se parlasse dalle braccia del-l'Ene con il Perené, a una festa dei campa del fiume
del renaco che combatte in mezzo al Mishawa. Sempre sette, Tambo, scoppiò una rissa dovuta all'eccesso di masato.
dice mio cugino Cèsar, sette gli uomini che l'hanno rapito, Hohuaté ferì a un occhio con un colpo di pistola il curaca dei
sette i giorni trascorsi prima che si presentasse il capo Ximu. campa, poi se ne andò riprendendo il viaggio con tutti i suoi
E dando vita a un fiammifero, guarda il suo orologio: ora sono compagni. Questo incidente dette origine a una
le sette di sera, e oggi è il sette luglio... irriconcilia-bile inimicizia tra i due campa.
Il maestro Ino Moxo senza ascoltarlo: "Ti dirò qualche altra cosa sulla vita di Hohuaté. Quando il
— Quel giorno smisi di essere quello che ero, il figlio di generale Andrés Avelino Càceres y Ruiz andò a Aya-cucho,
mio padre e di mia madre, e cominciai a essere amawaka, sua terra natale, attraversò l' Apurimac e si fermò da Don
yora, figlio di Ximu, discepolo di Ximu, erede di Ximu... Manuel La Puente, che lo conosceva bene perché era stato
Sergente Maggiore all'epoca in cui il generale era stato
Presidente della Repubblica, e perché prima avevano lavorato
insieme nette campagne di La Brena durante la guerra contro il
Cile. Il generale Càceres chiese a La Puente di regalargli il
curaca Hohuaté per battezzarlo; la richiesta fu accolta.
Hohuaté fu portato a Ayacucho e battezzato nella Cattedrale,
dal Vescovo. Il generale Càceres e il Senatore
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Ruiz fecero da padrini. E Hohuaté prese il nome cristiano di centro del fiume, e, nel silenzio assoluto, alle quattro e mezzo
Andrés Avelino Càceres y Ruiz. Riempito di regali dai suoi attraversammo la foce del Perené senza che i selvaggi se ne
padrini, il campa nostro amico ritornò all' Apurimac. rendessero conto. Alle sei, dopo aver percorso un buon tratto
"Come ti dicevo, La Puente ordinò che questo capo mi di fiume, avvistammo due campa che stavano pescando e che
accompagnasse durante il viaggio dal momento che conosceva ci chiesero chi eravamo. Nessuno di noi rispose, me
il fiume molto bene. Come prima cosa ci consigliò di non compreso. Ma il curaca Andrés Avelino Càceres gridò:
navigare senza armi perché gli huncunina, selvaggi che — Hohuaté!
abitavano sulle rive del Tambo, ci aspettavano per attaccarci. "Sentendo quel nome i due campa corsero a prendere le
Seguendo i consigli di questa magnifica guida, tornai a Huanta armi e ritornati al porto salirono sulle loro imbarcazioni
e comprai una certa quantità di armi che i commercianti ci remando in fretta per andare ad avvertire della nostra
avevano messo da parte, carabine, winchester, remington, presenza i loro compagni che non dovevano essere lontani. Le
ecc., e una discreta quantità di munizioni. nostre imbarcazioni, per effetto del rinforzo che avevamo
"Di ritorno all' Apurimac detti l'ordine di preparare sei fatto, si muovevano più lentamente di quelle dei selvaggi, per
grandi canoe rafforzate ai lati con dei tronchi di legno gal- cui gli fu facile superarci. Erano circa le otto quando, in una
leggianti, ben fissati, che permettono una grande stabilità e gola, ci attaccarono da tutte e due le sponde. Nonostante due
impediscono l'affondamento. Terminati i preparativi con- uomini rimanessero feriti i pamacari ci difendevano bene dal
tinuammo il viaggio con più di cento uomini. Tre insenature momento che le frecce non riuscivano a attraversare la spessa
prima di arrivare atta confluenza dell'Ene con il Perené, il maglia di canne che oltretutto era stata rafforzata all'interno
capo Andrés Avelino Càceres y Ruiz mi consigliò di fermarci, con ponchos e coperte. I nostri rispondevano con colpi di
di pernottare sulla spiaggia e ripartire all'alba. Secondo lui, carabina sparati a caso perché non si distingueva nessun
infatti, quello sarebbe stato il momento più opportuno per bersaglio, dal momento che i selvaggi, avendo già provato le
attraversare la foce del Perené, evadendo la vigilanza del armi da fuoco, si nascondevano tra gli alberi fitti. Andrés
curaca che lui, Hohuaté, aveva ferito quando era ancora Avelino Càceres y Ruiz scherniva i suoi avversare ballando
Hohuaté, e che sicuramente lo stava aspettando per vendicarsi. sulla poppa detta canoa, schivando le frecce, e invitandoli a
"E così attraccammo sulla spiaggia e ci accampammo. Fu uscire allo scoperto per vederli. Gli attaccanti rispondevano
uno spettacolo vedere Andrés Avelino Càceres y Ruiz mentre pregandoci di non sparare perché non potendo vedere le
si toglieva gli stivali e il vestito da uomo civilizzato, indossava pallottole non le potevano schivare come invece faceva
la cushma e si dipingeva il viso con l'achiote, per prepararsi, Hohuaté con le frecce, e ci dicevano che sarebbero usciti allo
ridiventato Hohuaté, a sostenere un eventuale scontro. scoperto per combattere chiunque, ma da pari a pari, faccia a
Ordinai di prendere delle canne adatte, poi le feci tagliare a faccia, freccia contro freccia...
strisce e intrecciare a forma di stuoia per costruire dei "Riuscimmo così a tenere la situazione sotto controllo
pamacari, uno per ogni canoa, come avevamo già fatto ancora una volta grazie atte nostre armi, ma i selvaggi smisero
durante l'esplorazione del Madre de Dios. Mi sembrò molto di attaccarci solo quando si esaurì la loro scorta di frecce. Ci
naturale che Hohuaté, dopo aver fatto dei meticolosi controlli, gridarono di aspettare, mentre andavano a fare rifornimento.
dichiarasse che non c'era nessun pericolo. Ripartimmo alle Noi continuammo a navigare e ci accampammo su una
tre del mattino mantenendoci al spiaggia verso le sei del pomeriggio. Vigilam-
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mo per tutta la notte. E la notte passò senza novità, così
credevamo, essendo ormai lontani dalla zona nemica. In
realtà, la notte trascorse sema novità soltanto per noi pe-
ruviani. Gli indios che ci accompagnavano, selvaggi detta
tribù di Hohuaté, ci svegliarono presto con le loro grida: il
curaca Andrés Avelino Càceres y Ruiz era morto, colpito al
petto con un dardo avvelenato, cosa che ci fu difficile credere
perché gli avevamo permesso di dormire nella nostra
imbarcazione, protetto dai nostri soldati che non si erano mai 4. il capo Ximu ordina, i fiumi obbediscono
mossi dal loro posto di guardia.
— Inganiteri, l'ha colpito Inganiteri con un virote!,
gridava il più vecchio detta tribù di Hohuaté. Chiesi chi era Il grande maestro Ximu, che vidi da piccolo, poco dopo
Inganiteri, pensando di vendicarmi su di lui, pensando che che ero stato rapito, mi fece assistere ai suoi riti perché
fosse uno dei campa che ci accompagnavano. Il luogotenente imparassi. Il primo fu un rito di vendetta. Faceva lunghe
di Hohuaté mi informò che Inganiteri era un grande stregone, meditazioni per invocare gli spiriti e praticava digiuni nella
uno shirimpiàre, precisamente quel capo campa che era foresta. Le diete erano spietate con il suo corpo, ingeriva oni
rimasto ferito dallo sparo di Hohuaté e aveva perso un xuma tutti i giorni, ayawaskha mescolata con foglie di tohé,
occhio, tempo fa, in quella festa..." per alimentare le visioni, visioni sfumate d'argento, d'oro, ma
reali, naturali, e foglie di coca per la divinazione. Quitàitre,
Quitàitre!, diceva lo stregone. Tranquillo, tranquillo!, così
diceva. E beveva wankawisacha per mondare l'anima, per
poter separare l'anima dal corpo e mandarla lontano, nel
tempo, la beveva mescolata all'oni xuma e prendeva anche
chirisanango, e in alcuni casi uchusanan-go. A soli tredici
anni, io imparai a vedere le sue stesse visioni. Lui me le
comunicava perché potessi imparare. L'ultima volta che
assistetti alle sue visioni di richiamo, le sue visioni di
vendetta contro i virakocha, rimasi come irrigidito,
precipitando in una spirale tenebrosa. Anche se non sudavo la
mia pressione era bassissima e il capo Ximu dovette infilarmi
la testa nel fiume Mishawa per farmi reagire. Le visioni non si
interruppero, stavo meglio fisicamente, ma non nell'anima.
Questa fu la prima volta che Ximu mi sdoppiò. E la mia
anima vedeva. La mia anima si separò dal corpo e mi portava
dall'aria, ricordo, la visione di una imbarcazione che
affondava. La mia anima si innalzava, volava su un grande
fiume, dalle acque marroni quasi dorate, che sembrava
immobile. Non è fermo,
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mi disse la mia anima, sta solo fingendo, mi disse volando con ti, tranne due che se ne stavano a chiacchierare e a ridere in una
me da una riva all'altra, sta tornando nel tempo, mi disse, sta cabina, senza rendersi conto di nulla, senza che nessuno li
ritornando indietro. E potei distinguere che quella corrente avvisasse, tutti e due completamente ubriachi. Questo ho visto
impetuosa apparentemente quieta era l'Urubamba, il Fiume nella mia visione.
Sacro degli Inka. La mia anima mi portava per le spalle come
se fossi una preda, il mio corpo appeso agli artigli della mia
anima, e mi fece vedere quell'imbarcazione che affondava. La "Il giorno dopo, era il 9 luglio — commenta con amarezza
barca affondava e si salvavano tutti i passeggeri tranne due, Zacarìas Valdez in un opuscolo pubblicato nel 1944,
tutti si buttavano dalla barca che andava contro uno intitolato 'Il Vero Fitzcarrald di fronte alla Storia ' —
spaventoso vortice, una muyuna, e il timoniere era un Fitzcarrald parti a bordo dell' 'Adolfito'. Dopo varie ore di
bambino della mia età, proprio come me, e diceva mi chiamo navigazione, raggiunse le rapide del Mapalja, nel fiume
Aroldo Càrdenas, me ne ricordo molto bene, ricordo la sua Urubamba. L'imbarcazione, che aveva la chiglia molto bassa,
voce, il timoniere guidava l'imbarcazione verso il gorgo, procedeva lungo la riva, a tutta velocità. Fu così che in
alzava gli occhi su di me, verso la mia anima, e gridava. prossimità di un gomito del fiume, invece di aprirsi a prua
— Il campa Severo Quinchókeri, mi dice Ruth Càrdenas, per seguire la corrente, continuò a navigare accostata alla
la moglie di Don Javier, qui a Iquitos, il campa Severo riva e fu investita di fianco dall'impeto del fiume che le fece
Quinchókeri ci disse che grazie all'ayawaskha aveva potuto deviare la rotta. Il timoniere, un vecchietto che si chiamava
vedere come lo stregone Julio Valles aveva rubato mio Perla, manovrò in modo da raddrizzare l'imbarcazione, ma il
fratello Aroldo con l'inganno, assumendo le fattezze e la voce timone sotto lo sforzo eccessivo si ruppe. Gli uomini
di mia madre. dell'equipaggio rendendosi conto che il timoniere aveva
— Io sono Aroldo Càrdenas!, gridava il macchinista perso il controllo della lancia, si tuffarono in acqua e si
guidando la nave verso quel vortice. salvarono tutti ad eccezione di Fitzcarrald e del magnate del
— Un chullachaki non è più una persona, continua Ruth caucciù, il boliviano Vaca-Diez, che si trovavano nella cabina,
Càrdenas, un chullachaki, Aroldo per esempio, è un'apparenza ignari di quanto stava succedendo fuori, festeggiando il patto
di persona, è come nessuno, un recipiente vuoto che gli di unione delle loro società per sfruttare l'intera Amazzonia.
stregoni riempiono a loro piacere dandogli le fattezze dei "L'imbarcazione, in balia della corrente e abbandonata
corpi che vogliono, dei corpi con i quali vogliono trarre in anche dal timoniere, che non ebbe il tempo di avvisare i
inganno. Dentro quel nulla che è il chullachaki, e che due magnati e si buttò in acqua senza neanche spegnere il
comunque ha grandi poteri, mettono le persone che ci motore, si infilò a tutta velocità nel vortice capovolgendosi e
vogliono far credere, non so se mi capisci... affondando.
— Io sono Aroldo Càrdenas!, gridava. E anche lui si "Dopo la tragedia, contando i sopravvissuti, ci accor-
buttava in acqua. Si buttava poco prima che la barca fosse gemmo che mancava il vecchio Perla; sicuramente era morto
ingoiata dal vortice e insieme agli altri raggiungeva la riva, io anche lui. Dopo due giorni, i nostri rematori piro, rimasti lì
lo vedevo, poi ritornava in acqua e camminava lentamente sul per cercare i cadaveri, trovarono il corpo di Fitzcarrald
fondo del fiume. E man mano che si allontanava dai incastrato tra i pali di una gora. I cadaveri del cauchero
sopravvissuti il suo corpo andava cambiando, diventava boliviano Vaca-Diez e del timoniere Perla non furono mai
vecchio, sempre più vecchio e curvo. Si salvarono tut- trovati. La tragedia fu più grande di quanto tu possa im-
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maginare, perché nella cabina dell' 'Adolfito' i due caucheros
più grandi del Perù e della Bolivia stavano festeggiando la
loro alleanza per sfruttare meglio il caucciù e per portare il
progresso nell'Amazzonia e nella Patria...
"Il corpo ài Fermìn Fitzcarrald fu sotterrato alla foce
dell' Inuya, quel maledetto affluente dell'Urubamba. I sel-
vaggi approfittarono di questa occasione per assalire i cau-
cheros. Gli indios amawaka assassinarono persino Delfìn
Fitzcarrald, fratello dell'indimenticabile cauchero, nel fiume 5.
Purus. E i piro, nostri antichi alleati, non furono da meno; Ino Moxo dice che le parole nascono,
uccisero nel Curiyane, affluente del fiume Las Pie-dras,
Carlos Shonfe, Leopoldo Collazos e tutti i loro dipendenti, crescono e si riproducono, ma non in
lasciando in vita soltanto le donne e i bambini. spagnolo
"Il fatto è che a quei tempi i selvaggi usavano armi da
fuoco. Qualcuno gli aveva già insegnato a sparare..."
— La verità non è la verità ma la nostra verità, esclama
con voce dura e tenebrosa il maestro Ino Moxo. È la verità
dell'oni xuma, la verità del chullachaki, la maledizione di
Ximu! Per la prima volta lo vedo alterarsi, respira con forza
rivolto verso il Mishawa che scorre di fronte alla sera, poi con
voce più pacata:
— Ximu mi ha insegnato tutte le nostre verità... E
ormai arreso all'oscurità:
— Sarebbe falso se ti dicessi che mi sono adattato con
facilità alla vita degli amawaka, sarebbe falso se ti dicessi
semplicemente che mi sono adattato. In realtà è come se fossi
sempre vissuto qui, svegliandomi presto con loro, andando a
caccia, pescando di notte, celebrando feste, combattendo,
amando, abbattendo alberi per costruire canoe, raccogliendo
legna, accompagnando le donne a catturare tartarughe e a
raccogliere uova di cupiso sotto la sabbia, imparando a remare
senza rumore di gocce, e a preparare frecce e veleno per
frecce, a lucidare cerbottane e archi grandi e a soffiare dardi
senza che l'aria se ne accorga. E, soprattutto, stando sempre
vicino al maestro Ximu, accompagnandolo ovunque,
presenziando ai suoi digiuni, alle sue invocazioni, ai richiami,
agli scambi di conoscenza, scandendo uno a uno i suoi icaro,
come se io fossi un'altra sua bocca, senza mai smettere di
ascoltarlo. Mi ha insegnato
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le cose che si possono sapere, che si devono sapere, a be- avrebbe insegnato come si usano quelle cerbottane di ferro
neficio di tutti gli esseri viventi; uomini, cose, animali, tutti. Il che lanciano dardi tonanti. Così dispose Ximu e così fece, e
mio apprendistato con il maestro Ximu è durato fino a addestrò il rapito in una notte che non dimentica. Nudo e
quindici anni, poi, da lontano, sono venuti altri capi a chiaro tra i nudi corpi color rame, circondato dai capi della
insegnarmi le loro pratiche. Fu l'anno in cui morì il grande tribù, ricevette il suo destino alla fine di una seduta rituale di
maestro. Da poco mi aveva nominato suo primogenito. ayawaskha.
Quando sentì che la morte era vicina, indossò per entrare nella — Visioni, venite!, esclamò Ximu, dosando le immagini
morte, la cushma gialla dei riti, si congedò da me senza dell'allucinogeno nella mente del giovane e impadro-nendosi,
salutare gli altri e si perse nel bosco. Il suo corpo si dissolse
nel fumo... con quelle due parole, della sua emozione, delle sue anime e
della sua vita. E il giovane sentì che tra le sue esistenze e
Siamo arrivati al paese di Ino Moxo da quattro giorni, è quelle del vecchio Ximu non esistevano più barriere. Il
quasi mezzogiorno, neri coccodrilli riposano sotto il sole, di
minimo gesto del vecchio acquistava ai suoi occhi carezze di
fronte e accanto a noi, sulle spiagge luccicanti di ciottoli, le
due rive del Mishawa, che in questo momento sta per comando, ogni suo pensiero era guardato e ascoltato
sopraffare il renaco trascinando i suoi resti tra le acque attentamente. Comunicando attraverso lampi e ombre, tra
impetuose verso il grande e sacro Urubamba. visioni lente e colori, Ximu cominciò a trasmettergli la sua
— Ti confiderò solo alcune cose, dice piano Ino Moxo, pazienza e la sua forza. Gli disse quali ordini doveva accettare
seguendo con lo sguardo il renaco che scompare e riappare dalle anime che vivono nell'aria, quali indicazioni chiedere e
sballottato dalla corrente, si afferra all'acqua e si perde nel ascoltare dall'ayawaskha, quali programmi e quali azioni, e gli
vortice. Il maestro Ximu mi ha restituito alla mia vera stirpe e donò la capacità di esercitare quegli ordini e di trasmetterli, di
alla sua saggezza, mi ha informato che il miracolo sta negli sanare corpi e anime, di modellare la propria vita con mani
occhi, nelle mani che toccano e accertano, e non in ciò che si servizievoli. Come prima cosa il giovane dovette imparare a
vede e che si tocca... riconoscere nei minimi particolari la boscaglia confusa, capire
Le infanzie del rapito ebbero inizio con una lunga festa, la selva, le piante, una per una, distinguerne le funzioni, i
cerimonia animata da bevande e nostalgie feroci, nel corso nomi e le madri. Perché ogni vegetale ha una madre propria e
della quale venni ribattezzato. Stese le braccia e dall'alto della una sua qualità specifica. E così per gli animali, persino quelli
macchia piovve la sua nuova vita, Ino Moxo, ripetevano i rami più inutili, tutti, persino quelli che non esistono. Cominciò
colpiti dalla pioggia, Ino Moxo, come talismano fatto di radici dagli uccelli durante la sua prima seduta di ayawaskha.
e di oscurità: Pantera Nera. — Ricordi com' è la panguana?, lo incalzò Ximu. Voglio che
Imparando a conoscere le piante, gli animali tiepidi, gli ne fai apparire una, adesso, per me. E il giovane chiuse gli
animali assenti, le cose e le pietre e le anime, diventando abile occhi e li riaprì.
nel fare la guerra e nel dare consigli, degno di farsi ascoltare — E lì c'era la panguana!, mi dice Ino Moxo. La panguana
dalle ombre, e dai corpi delle ombre, così pensò Ximu, il era lì, vicino al capo Ximu e vicino a me. La vedevo
giovane prigioniero avrebbe raggiunto le più alte profondità. benissimo, senza coda, con le sue piume verdi maculate di
Mascherato con la sua antica identità, con i vestiti e i gesti di marrone. I colori dell'uccello erano un solo colore con le
un meticcio, avrebbe ingannato gli ingannatori, avrebbe reminiscenze della luce, con la penombra che si muoveva
ottenuto carabine e munizioni dai commercianti bianchi. Poi dietro le torce, sulle foglie secche sparse per terra. Potevo
ritornando alla sua vera vita,
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vedere ogni cosa nei minimi particolari. Non mi è più ca- l'arbusto, quel fiore, quella liana, e così stabilisco qual è la sua
pitato di vedere con altrettanta chiarezza. anima, quale solitudine o presenza la governa, come è nata, a
— La panguana comincia a muoversi, lo avvisò Ximu. che cosa serve, che tipo di dolori cancella, con quali mali si
E la panguana si agitò, cominciò a girare nel campo della gonfia. E so già con quali digiuni, con quali icaro, posso
visione del giovane. Ximu con un ordine fece venire dall'aria aumentare o ridurre le forze di quel vegetale. Con quali
una panguana maschio, e la coppia di pernici entrò in una canzoni posso alimentarlo, con quali trasmissioni di pensiero
danza amorosa volteggiando e beccandosi con dolcezza. trasformarlo. E mi accade lo stesso con le persone, perché il
Apparve un'ombra tra le due pernici, qualcosa che maestro Ximu mi ha trasmesso le sue conoscenze anche sulle
poggiandosi per terra diventava nido con cinque uova azzurre. persone. E mi ha insegnato persino a distinguere i giorni delle
— È il maschio che cova, dice Ximu. piante. Perché certi giorni la pianta è femmina e serve per una
— E vidi come si schiudevano le uova!, esclama Ino determinata cosa, e altri giorni è maschio, e serve esattamente
Moxo, e da ogni uovo nascevano due panguana, perfette e già per il contrario...
adulte!... — Se arrivo a un fiume grande sono salvo, disse il renaco
— Non fu uomo fu donna, dice Don Javier alla mia assente nella mia visione. Dopo. Adesso sento il luogo in cui i
memoria. Perché il dio Pachakamàite aveva disposto che rami del renaco hanno lottato contro la corrente, mi sento al
Kaametza e Narowé avessero cinque... loro posto mio malgrado:
Ino Moxo lo interrompe: — Ayawaskha, in dialetto amawaka, cosa mi ha detto
— In seguito mi furono sufficienti le visioni di Ximu per che...?
imparare a conoscere i diversi tipi di panguana. Conobbi i — La tua domanda non è corretta, mi interrompe Ino
trompetero e le wapapa, e molti altri uccelli, tutti gli uccelli. Il Moxo con un sorriso ironico e pietoso. In lingua yora, non in
capo Ximu ne imitava il canto ed essi apparivano, entravano dialetto, in lingua, le frasi a volte possono allontanarsi per
nel campo delle mie visioni, animali diurni, animali notturni, sempre e riunirsi, intrecciarsi e per sempre separarsi, molto
che poi cantavano da soli e le loro voci entravano nella mia più lontano dell'infinito...
vita, formavano quell'altra parte del mio repertorio e per E girando il volto nostalgico, perdendosi nell' assenza del
sempre... Lingue molto belle, che ancora oggi ricordo. Il capo renaco in mezzo al Mishawa:
Ximu mise il mio cuore, la mia bocca, il mio corpo spirituale, — Sarà per il carattere di queste selve, di tutto questo
il mio corpo materiale, in quegli anni, nella voce di quegli mondo ancora in formazione, fiumi che all'improvviso al-
anni. Mi insegnò tutte le lingue, quelle degli uccelli, persino terano il loro corso, acque che diminuiscono e crescono in
quelle dei vegetali e quelle più complicate delle pietre. Mi pochi attimi. Te ne sarai accorto: se ancori la tua canoa senza
insegnò a controllare il potere dei vegetali e delle pietre, le tirarla in secco, il giorno dopo la troverai sospesa in aria, se la
qualità malefiche e benefiche delle erbe. E soprattutto mi troverai, e il fiume, acqua trasformata in pietra, ti guarderà dal
insegnò ad ascoltarle, mi insegnò a saperle ascoltare, guidò il basso. Altre volte può succedere il contrario: la tua piroga se
mio udito verso i loro poteri, ciò che sanno e ciò che ne andrà ancorata alle correnti che crescono improvvise e
ignorano, attraverso l'ayawaskha. Adesso, se trovo una radice, inaspettate. Questo è un mondo ancora in formazione, alla
un fiore, una liana, che il maestro Ximu non ha potuto ricerca ostinata di un suo posto, dove adattare ciò che
mostrarmi nelle visioni, sono in grado di ascoltare quella appartiene ad altri mondi. Alberi giganteschi che cadono con i
radice, quel- precipizi, spuntano sulle isole che oggi, come il renaco,
dormono qui vicino, e domani si
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svegliano lontano, e in pochi attimi si ripopolano di piante, di — Quindi, le parole procreano...
persone, di animali. Per vedere e capire e nominare un — La tua domanda non è corretta, non tanto per im-
mondo così, abbiamo bisogno di parole adatte. Flussi e pertinenza o ignoranza, quanto per pregiudizio virakocha.
flussi di parole, boschi di parole che oggi sono qui e domani Comunque non voglio lasciarla senza risposta. In lingua
si svegliano lontano, e, in quel momento, nella stessa bocca, amawaka l'ayawaskha è oni xuma, scrivilo. Ma oni xuma
si popolano di altri segni, di nuove risonanze. In spagnolo non significa soltanto ayawaskha. Vedrai. Secondo come
forse ti sarà difficile capirlo. Lo spagnolo è come un fiume viene detta e perché viene detta, secondo l'ora e il luogo in
quieto: quando dice qualcosa, dice solo ciò che questo cui viene detta, la parola oni xuma può significare ciò che
qualcosa dice. L' amawaka no. Nella lingua amawaka le parole significa o il suo contrario. Se io pronuncio così, oni xuma,
contengono sempre altre parole... con la voce sottile, luccicante, come scandendo fuochi e non
E con una voce che soltanto ora riconosco, la voce già lettere, nell'oscurità, oni xuma significa filo-dipietra-liscia.
udita nell'Hotel Tariri di Pucallpa che Ino Moxo emetteva E detta in un altro modo significa tristezza-che-non-esce. E
attraverso la bocca chiusa di Don Javier, mi dice: significa punta-della-prima-freccia. E significa ferita. E allo
— Le nostre parole sono come pozzi, pozzi in cui en- stesso tempo bocca-dell'anima. E contemporaneamente è
trano le acque più diverse: pioggia fitta, tenue pioggia sempre ayawaskha.
d'altri tempi, oceani che sono stati e che saranno di cenere, — Ayawaskha, che per noi non è un piacere fugace,
vortici di fiumi e di esseri umani e anche di lacrime. Le felicità o avventura senza seme, come per i virakocha.
nostre parole sono come persone, sono più che persone, non L'ayawaskha è una porta, non per fuggire ma per entrare
si limitano a esprimere un unico significato, né assomigliano nell'eterno, per entrare in altri mondi, per vivere in questa
a quei vasi che si annoiano con la stessa acqua al punto che natura e allo stesso tempo nelle altre, per rincorrere i
dimenticati dalle loro persone, dalle loro parole, si rompono confini irrangiungibili della notte che non ha distanza.
o si rovesciano esaurendosi quasi a morire. No. Nei nostri È per questo che la luce dell'oni xuma è nera. Non
vasi entrano fiumi interi, e se per caso si rompono, se per spiega. Non rivela. Invece di svelare i misteri, li rispetta, li
caso l'involucro delle parole si frantuma, l'acqua rimane fa diventare sempre più misteriosi, più fertili e prodighi.
vivida, intatta, corre via e si rinnova senza sosta. Le parole L'oni xuma irriga la terra sconosciuta: questo è il suo modo
sono esseri vivi che vanno per proprio conto, animali che di illuminare.
non si ripetono, che non si rassegnano a una stessa pelle, a — E quando lo invochiamo solleciti, con fame e con
una stessa temperatura, agli stessi passi. E si uniscono come rispetto, con una cadenza d'acqua leggera, d'acqua che
le panguana e procreano... passa tra l'abbraccio di due pietre rotonde, oni xuma, oni
— Dalle parole tigre e ballo può nascere orchidea, o xuma è lato-di-un-coltello-di-pietra, con cui tagliamo le dita al
forse veleno-di-tohé. Da notte resa gravida da un tibe, una Maligno, con cui separiamo il corpo dalle sue anime... Se
specie di gabbiano dei nostri fiumi, nasce la parola lampo un'anima è ammalata, o in pericolo, la separiamo dalla sua
che è gemella della parola che in amawaka significa materia dura, evitiamo il contagio, proteggendo il corpo tra
sìlen-zio-dopo-la-pioggia. Perché in amawaka non c'è un solo pareti di anime. L'ayawaskha ci insegna a riconoscere il
silenzio, silenzioso, che non dice nulla, come nella tua lin- male e a capirne l'origine, ci dice con quali erbe, con quali
gua, ci sono molti diversi silenzi, come nella selva, come icaro dobbiamo spaventarlo. E se è malato un corpo, ci
nel nostro mondo visibile, e come nei mondi che non si comportiamo allo stesso modo: lo separiamo dall'anima per
vedono con gli occhi del corpo materiale... evitare che la faccia marcire, isolando le parti
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malate con quelle radici che noi sappiamo adatte a mantenere che ci meritiamo di conoscere e ciò che ci meritiamo di
separati il corpo spirituale e l'anima materiale, finché la ignorare. Questo è ciò che gli uru ignorano nella loro sa-
carne risusciti nel cuore stesso della sua salvezza. Finché la pienza. Tutto è meritato. Ogni dolore, ogni malattia, viene al
sua metà d'aria, la sua metà d'ombra non riprendono a mondo con la sua cura. Il fatto è che ci sono dei corpi che
crescere nel corpo come un renaco, innocente, che non meritano essere tutt'uno con le loro anime, così puliti che non
conosce soltanto ciò che conosce la carne e non gli importa si vedono neanche le giunture, e ce ne sono altri che meritano
essere felice o eterno dal momento che entrambi questi stati lo squilibrio costante, sempre orfani di qualcosa, vedovi,
non sono nulla e tuttavia sono per tutti. Gli è indifferente celibi di qualcosa, chiusi in se stessi come una tana in un'altra
essere per se stesso in eterno o per colui che, in modo tana. Come ciechi privati degli occhi. Incapaci di dare
effimero, ne gode... E questo che non è niente, è tutto. Ci qualcosa al mondo, senza mai imparare che le anime si
sono dei doni, dei poteri, dei dettami. Non c'è nessun alimentano di offerte, le anime si alimentano offrendosi, e che
miracolo, nel senso che il tuo pensiero dà ora alla parola più sono quanto più si danno, e più si danno, più posseggono.
miracolo. Non c'è nessun miracolo nella cura, né Colui che dà solo ciò che possiede, non dà. Dà soltanto chi dà
nell'invocazione, né prima né dopo l'oni xuma. Ci sono radici se stesso, la sua vita nella terra di questa vita. Sì, amico
e succhi di radici, ci sono cortecce adatte per una cosa o per Soriano, le anime si nutrono nutrendo. E la cenere diventa
l'altra, vari tipi di pioggia da bere, e anche certe pietre. acqua quando un assetato la bacia. Ma c'è chi ignora tutto ciò
L'ayawaskha sa in quale modo e in quali casi utilizzarle, perché ignora gli altri; questi corpi non sono corpi, occupano
quando e come tagliarle e prepararle, e l'ayawaskha ci trasmette un vuoto in questo mondo, nelle infinite esistenze del mondo,
queste conoscenze, se lo reputa opportuno, se l'anima o il e per questo manca loro sempre tutto, qualcosa dell'aria, qual-
corpo lo meritano. Per farti un esempio: se tu vivi solo per la cosa della terra, l'anima e la carne, inservibili, in dissonanza.
tua vita, hai già scelto di morire. E come niente riuscirà a L'oni xuma li sa separare. Per questo è filo di pietra liscia, è
guarirti; anche se apparentemente sembra che tu sia nato e ferita e coltello e punta della prima freccia dell'ultima costola, è
che continui a vivere, morirai, sei già morto. Ma se rimani nel ago che cuce o che lacera. Sa dividere i corpi dalle anime e li sa
tuo posto, se la tua anima rimane nel suo posto e così il tuo ricongiungere. Sa chi è degno e chi non è degno di questa vita,
corpo, senza strappare a niente e a nessuno il proprio spazio o di altre vite, o di nessuna. Io obbedisco appena. Senza la
vitale, allora non ci sarà male che possa difendersi. L'oni luce nera dell'oni xuma non sono neanche in grado di
xuma mi consiglia, mi ordina il vegetale e il pensiero giusto, ignorare, né di sbagliare, riconosco il contrario, che è ben
la medicina esatta che pulirà la terra e l'aria dai corpi. Per diverso, l'ayawaskha mi trasforma nel suo strumento più
questo è necessario l'oni xuma: perché il malato non avanzi, sfortunato a causa della sua potenza. Molte sono le cose che
non retroceda e al tempo stesso non si fermi. Affinchè il non conosco, che non riesco a vedere, ma non importa,
sangue segreto del malato continui a scorrere. Ti parlo del l'ayawaskha sa. Tutto è meritato. L'ayawaskha fa e disfa, io
sangue che alimenta il sogno, senza confini, come una volta obbedisco. Se non mi dà nessun ordine, io obbedisco lo
scorrevano le esistenze degli ashaninka, dei campa, il tempo stesso. E se mi ordina di posporre la morte, allora sì, allora
degli uomini nel sogno, il tempo degli uomini nel tempo trasformo qualsiasi male in ricordo!...
perfetto. Questo è tutto e niente; te l'ho già detto. Quando si — Bene, credo di aver detto molto di più di quanto
sa chiamare l'ayawaskha, tutto ciò che è impossibile diventa volesse sapere. Vede? Le parole mettono in movimento al-
facile. Non c'è errore. Non ci sono miracoli. C'è ciò
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tre parole, mettono in libertà delle potenze, liberano altre coerenza. Se avessimo tempo, tempo di meritare, forse potrei
forze. Se la persona che ascolta le mie parole sa solo udire le insegnarti a utilizzare i miei occhi, a parlare con la mia bocca,
mie parole, è un peccato, ma poco importa: sono già forse capiresti. Ora devo semplificare tutto. Il problema è il
presenti nell'aria le forze che percorrono e trasformano il tempo.
mondo. Non vede? Glielo ho già detto. Tutto è meritato.
— Vuol dire che l'ayawaskha apre la porta per far entrare
il bene? E il maestro Ino Moxo, come allontanando la sua bocca, e
— Tutto è merito, Soriano. E si volta posando lo non la sua voce, dal mio interesse che va aumentando, dal
sguardo per terra, sotto una melarosa che fino a ieri non suo corpo seduto sul tronco di fronte al Mapuya,
avevo visto. Guarda queste formiche, si chiamano pronunciando sempre più debolmente e lentamente le sue
cita-ràcuy. Sapevi che predicono il futuro? Io, nel silenzio, parole:
penso, sta scherzando. Guardale come corrono per proteg- — Tra poco devo andare via. Il problema è il tempo. E
gersi dalla pioggia, dice Ino Moxo, corrono frettolose, per quanto tu mi voglia aspettare non mi potrai aspettare. Il
guardale, cercano rifugio come impazzite, ingrate, lasciando mio tempo non è il tuo, ma quello del capo Ximu. Questa
dietro il tempo che le ha guidate. La citaruy sa che tra notte ho sognato il capo Ximu, l'ho rivisto, si è dissolto in
alcune ore, cinque o sette ore, pioverà. Considerando il fumo, il tempo del suo corpo, in un grande fumo giallo...
tempo della loro vita, ciò che per queste formiche è qualche
ora corrisponde almeno a dieci o quindici anni della nostra.
Quale uomo è in grado di predire con tanta precisione che
tra quindici anni, a un'ora determinata, si metterà a piovere?
Molti animali che vivono qui lo sanno. Persino certi fiori, con
un certo anticipo, si chiudono, si nascondono, molto prima
che piova. E molte altre cose sono in grado di presagire. Ho
saputo, me l'ha detto l'aria, che molti anni fa tutti gli esseri
umani sapevano con anticipo quello che sarebbe successo,
li ho visti nel tempo senza tempo. Guardavano il futuro
come se fosse il passato. Con il tempo, forse, o con la loro
notte, hanno perduto questi poteri. Oggi, è rimasto soltanto
qualcuno, in genere i bambini o gli shirimpiàre o gli
stregoni. Appena nati abbiamo tutti questi doni, questi
poteri, ma man mano che cresciamo, andiamo indietro,
chissà perché, e li perdiamo. La parola per esempio. Adesso
sto parlando per te. Altrimenti, sicuramente, parlerei in
modo diverso, non svilupperei i concetti come fai tu. Ma
sono costretto a usare il tuo modo di parlare, devo
sottomettere le mie parole alle tue, adeguare i miei pensieri
e tacerne altri che non c'entrano, che si ribellano a questa
chiusura che voi chiamate
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lo schiaffo che incendiò il petrolio le prime uniformi e i fucili del Commissariato di Atalaya. Il
campo era deserto, deserte le case degli amawaka li intorno.
Sulla terra, da poco smossa, si intravedevano soltanto i resti
So chi quella mattina prese a schiaffi Severo Quinchókeri. di corpi semidivorati.
Fu un caposquadra chiamato Eulalio Vargas, furioso perché Per non dover combattere contro i soldati, quella non
un barattolo di zucchero era sparito dal suo zaino. Accadde era una questione che riguardasse gli uomini in uniforme, gli
vicino al Sepawa, nella parte alta, nel campo petrolifero dei amawaka decisero di installarsi più lontano, nell'isola che
alcuni chiamano Chumichinìa, nell' Ucayali, tra il paese di
6. francesi. E capitò di peggio: il caposquadra affrontò
l'ashaninka Severo Quinchókeri davanti a due piro, due Bolognesi e quello di Chicoza, dove sfocia il Puntijau. I
uomini della tribù più ostile agli ashaninka. Proprio Severo petrolieri sopravvissuti non sono voluti ritornare. Non
Quinchókeri che, oltre ad essere ashaninka, era marito della sappiamo perché. Gli amawaka si trovano ancora in questa
nipote preferita del vecchio capo Ximu! L'offeso non reagì né nuova località, guidati da un campa, l'ashaninka Severo
con gesti né con parole, ma il suo severo silenzio segnò, fin da Quinchókeri, e come sempre e come prima vivono in pace.
quel momento, la condanna del caposquadra. I piro che
avevano assistito all'offesa disposero l'esercito in assetto di
guerra. I petrolieri furono avvertiti, ma preferirono ignorare E questo accadde poco tempo fa, verso la metà del
il pericolo e continuarono a lavorare normalmente come se 1976, mi dice Ino Moxo entrando nell'abitato dell'isola
niente fosse. Muyuy, attraversando Plaza Rumania cancellata dalla notte o
Il giorno dopo, all'alba, scesero gli uomini di Ino Moxo per la notte.
che assalirono ballando il campo virakocha. Soffiavano nelle
cerbottane e suonavano flauti che si chiamano
'songa-rinchi'. Un volto con un solo occhio, inconfondibile,
sommò la sua abilità alla rabbia magica della Pantera
Nera: gli uomini dell'ashaninka Inganiteri, dimenticando le
discordie di tempi remoti, insieme agli amawaka di Ximu e
di Ino Moxo incendiarono tutto. Le cisterne di petrolio
bruciarono per ore, più rosse e più nere e più alte di una
esplosione del cielo. Furono uccisi il caposquadra Eulalio
Vargas, l'ingegnere Mauricio Bemos e un altro ingegnere, un
greco chiamato Sotiris. Nel tardo pomeriggio, apparvero
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il maestro Ino Moxo si congeda nera di quell'alba, mano del Rio delle Amazzoni, grazie,
kotomachàcuy dalle cinque teste che si diramano verso la
capanna di Don Juan Tuesta, nell'isola Muyuy, grazie.
— C'è una memoria del cuore?, mi rispose Ino Moxo il E dalle cinque lune, rompendo il guscio fatto di piume di
giorno seguente. Forse. E sarà da lì che, piegato dalle luci di ali squamose, ho visto uscire i figli dei miei figli e andare verso
ayawaskha, mi è apparsa la faccia del capo Ximu, fattezze i quattro angoli dell'universo per fondare le stirpi. Ho visto
che confondo con quelle dell' inka Manco Kalli mentre quando tutto il mondo era cenere, il mare, l'amore, l'aria, le
regge quel vaso di legno. E poi il corpo intero di Ximu, promesse, la luna, la giovinezza vecchia delle cose. E ho
7. base alata di tronco di lupuna i suoi piedi, sottile e rigido visto come cadeva il fulmine sulla melarosa. È Kaametza, ho
sotto la cushma che, come luna, crea ombre sulla sua testa di visto che diceva il dio Pachakamàite. È il primo uomo, vedo
foglie larghe. La sua chioma modellata da jìbaro incapaci, che dice Don Javier nella hall dell'Hotel Tariri, entrando nel
la sua testa ingrandita, conficcata in un palo, mi osserva, e fiume, impigliandosi in profonde risate. Vedo i disegni sui
mi osserva il suo corpo di lupuna gialla. muri dell'albergo e non vedo disegni, vedo volti di anime, di
— Devo andare via, dice Ximu, rattristandosi e rattri- mappe di città, di città che sono anime in movimento,
standomi, uscendo lentamente dal campo delle mie visioni. E distinguo facce nitide, conosciute, volti di anime boscose!
non è il capo Ximu. È il capo Ino Moxo. Mi sforzo per Vedo case che cambiano di posto, città vive, selve
ascoltarlo, riesco appena a sentire il suo corpo, l'icaro vuoto inaspettate che si aprono nell'aria, invisibili tra il fitto degli
della sua pelle. In un tunnel di paka dalle spine benefiche, alberi e il pericolo costante. Una donna negra mi dice qualcosa
osservo le sue parole che volteggiano verso di me, picchiettate con la bocca immobile, mi avvicino e scopro una cassa
di nero, farfalle. Devo andare via, ripete Ino Ximu, ripete musicale ai suoi piedi. Vedo che la cassa suona senza che
Ximu Moxo avvicinandosi a me, il suo volto cade dalla nessuna mano la tocchi e le sue note sono parole, voci che
lupuna con filacce di nubi sui capelli scuri che risplendono, sfuggono dalla pelle del traditore: una lingua perduta scorre
castani. Cerco di farmi animo, sono cosciente, mi dico. dal tamburo degli indios bora. E vedo che conosco quelle
Nulla. Sono passati anni. Ho visto l'imbarcazione inghiottita parole, sono vento dei quechua, si disegnano contro la
da quel vortice di ronzii e penombre, grazie. Ayawaskha e ragnatela che di colpo risplende cancellando la donna bianca,
tohé, grazie, grazie mille. Ho visto Kaametza sulla riva che intagliate sulla corteccia del renaco sanguinante, le parole, e
veglia sul sonno di Narowé, grazie. Ho visto Narowé che si il renaco è la pelle di quel tamburo e dalla sua pelle
svegliava sulla spiaggia di quel lago che era di nuovo un sgorgano le parole, goccia a goccia, dalla terra verso il cielo,
fiume. Ho visto la panguana maschio che covava cinque lune pioggia dorata che crepita nell'aria ed entra nella mia
azzurre, forse arancioni, nella supplica nostalgia:
Apu miski yàwar
Qespichiway yàwar
Auqay kunamanta

Entrano a una a una: apu, onnipotente, miski, dolce,


yàwar, sangue. Onnipotente sangue dolce. A una a una:
quespichìway, uniscimi al cristallo, fammi ritornare cri-
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stallo, libero, puro. Auqay, nemico, Kunamanta, tutti gli E il serpente ha le ali, e fugge e si dissolve in fumo, nel
uomini. bosco, mi sento più tranquillo, tutto è armonia, mentre
Onnipotente sangue dolce:
guardo con gli occhi, so che quello che vedo non è esatta-
uniscimi al cristallo, fammi ritornare puro mente quello che vedo, so che osservo altre cose. Un bambino
liberami da tutti gli uomini che sono miei nemici. amawaka sale i gradini della capanna e sorride. È la guida
Ino Moxo, è il piccolo che ci ha portato qui, mi alzo per
E le parole piovendo versano oro sulle mie orecchie. E la andare verso di lui, voglio abbracciarlo, la visione ancora una
mia testa diventa trasparente, grazie, si trasforma in un vaso volta retrocede verso il bosco. È Ino Moxo bambino, è
di argilla scintillante, pieno di acqua piovana. E nel vaso l'infanzia vecchia del maestro, l'infanzia della Pantera Nera
della mia testa vedo galleggiare un'altra testa, rigida barba di che di nuovo si allontana e si dissolve sotto la melarosa tra
acciaio simile all'armatura di un conquistatore, e dietro la le liane di garabatokasha. Mi giro verso il fumo, oltre lo
barba spuntano labbra dure e dorate come becchi di wapapa. shirikaipi del vecchio stregone e vedo il fiume Mishawa che
Mi affretto, la estraggo prima che l'acqua bolla, la lascio scorre nella sua capanna, le acque ver-dinere risuonano sul
riposare sulla sabbia, fermo quel semicerchio di guerrieri, di pavimento di legno, fuggono con fragore attraverso la porta,
silenzi, di ombre, intenti a ridurre i loro trofei. Io modello il scendono i gradini di legno, diventati pietra, e precipitano in
mio con la cenere calda, con la polvere delle ossa dei miei una docile cascata. Le assi del pavimento si ripiegano per
avi, lo plasmo con fattezze che non ho mai visto e che assumere una nuova forma, sono meduse di pietra, sono
conosco: è l' inka Hohuaté, è il traditore Morales Bermudes, strani fossili di pesci e di chiocciole giganti, mi abbasso, ne
la testa rinata del traditore, è il piro ata-walpa che bevve dal sollevo uno, lo poso alla mia destra, accanto alla wapapa che
cranio di suo fratello Wàscar. E l'acqua del mio vaso si fa divora popoli, culture, civiltà vere, uomini di carne e ossa,
rossa, luna di Pisaq, Sole di Pawcar-tampu, grazie, colma la piccoli come frutti dell'aguaje. La wapapa lacera le loro spalle,
mia testa dello sperma del sole, sanguina con sangue beve dalle loro teste ridotte, senza occhi, nel suo becco scorre
cristallino, e dietro spunta Don Javier, plana come un condor, il Colorado, la vita dei mashko sta scorrendo ancora. Vedo
Cristo felice, gli artigli della sua anima pieni di cicatrici, e il mio cugino Cèsar Calvo che si alza, solleva la wapapa
condor mi strappa alla terra e mi porta nell'aria. Mi vedo carnivora, le strappa la testa, grazie, con le mie mani. Vedo
sempre più lontano e allo stesso tempo mi vedo qui nella che dal collo spezzato della wapapa scorre il fiume Mapuya,
casa di Ino Moxo, insieme a Ivàn e a Félix Insapillo, con gli sotto un sole antico, avanza in direzione dell'Urubamba, sale
occhi chiusi, madido di sudore sul pavimento di pona sulle montagne, grazie, si stringe nella Valle Sacra degli Inka
rovinata. Improvvisamente Insapillo e Ivàn si cancellano, e tra cime innevate. E mi addormento con gli occhi lontani e fe-
al loro posto appare un paesaggio mai visto prima, mi vedo lici, grazie. Mentre dormo, continuo a vedere altre visioni. E
camminare tra le rocce, grandi massi scolpiti con profili di so che sono sveglio, e che sto sognando un sogno molto più
scimmie, dinosauri, segni che non capisco, io sono reale.
un'impronta di piede umano sulla pietra, ho sessanta milioni
di anni! Nella capanna dello stregone, Ivàn si alza, si avvicina
a Ino Moxo, la sua voce attraversa la stanza come un
serpente di fumo:
— Forse Cèsar non doveva prendere il tohé mescolato
con...
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8. José Maria Arguedas bacia la bocca dì una cerbottana con gli icaros, con canti e con pensieri, innalzando una im-
possibile barriera alle navi dei virakocha, un muro di anime,
un invincibile muro di bambù contro la voce del mare...
E non riuscii a vedere più niente altro. Mi svegliai. Se- — Non sono bambù, mi dice Don Juan Tuesta seduto
duto su un tronco di espintana, alla mia destra Don Javier sull'espintana, alla mia destra. Ossa di tannila, peni di achùni,
brillava come lettera di morto. Nella mia visione, di fronte a ecco che cosa sono, dice dalla mia sinistra Don Hildebrando.
lui cantava Narowé, ma la sua voce era quella di Don Non c'è uccello più ricercato della povera tannila né essere
Hildebrando a Pucallpa, la bocca di una chitarra bianca che più invidiato dell'innocente achùni. L'achùni è l'unico essere
ripeteva i versi di Raul Vàsquez in alto nell'aria, dietro un del mondo che, suo malgrado, vive sempre in piedi: un palo
intreccio di arcobaleni: enorme di osso è il suo fallo. E la tannila vive condannata
nell'aria: se scende in terra, o perde le due gambe o perde
E tu mi lasci solo l'esistenza. Non c'è migliore filtro d'amore delle ossa di
come il cielo addormentato, tannila, sorride Don Juan Tuesta. Don Hildebrando
come quando la pioggia conferma: gli stregoni ingannano la tannila, la attirano
scrive l'oblio,
come le canoe cantando come aironi, e la tannila scende e ritorna in cielo
che non vedranno il fiume. camminando su due assenze, su due fili di sangue, come gli
amori che scatenano. Gli shirimpiàre curano le loro ossa
D'ora in avanti non canterai più!, ordinò Don Hilde- tagliate, le trattano con icaros, fanno digiuni, le conservano
brando a Narowé. D'ora in avanti tu sarai il canto!... Il sottoterra. Trascorso il tempo necessario, quel polline
cantore della selva si tramutò in selva. Lo vidi con i miei occhi argentato detta nube alla cui ombra dimenticano, ormai ossa
dirigersi verso il Rio delle Amazzoni, scomparire nell'acqua e pulite, pure, le estraggono, le dissotterrano come due sottili
ritornare con la luna tra le braccia. E la luna suonava come cerbottane. E se un uomo rifiutato, usando l'osso di tannila
tutte le musiche del mondo, come tutte le musiche dell'uomo come se fosse un cannocchiale riesce a veder la femmina
sul mondo. Manguaré, manguaré!, diceva Narowé con le sdegnosa e nuda, dopo tre giorni non dovrà più inseguirla.
labbra chiuse, cantando in un fiume di ritorno, risalendo Sarà lei a farlo.
l'Urubamba, il Wilcamayo, risalendo la corrente, nel tempo, — Pukuna dell'amore, ecco che cosa è l'osso di tannila,
trasportando i boschi come sacchi di pietre, peccati di colori, attraverso la quale si lanciano sguardi infallibili, mi dice Don
rocce grandi di grandi fortezze, che Narowé muoveva con Hildebrando.
canti silenziosi, che spingeva solo — In realtà, sottolinea Don Juan Tuesta, gli stregoni lo
usano come bocchino della loro tradizionale pipa per icaros.
Tutti gli stregoni, quando fumano per fare magie mor-
dicchiano l'osso di tannila, cerbottana d'osso che funziona al
rovescio: invece di essere soffiata viene aspirata.
E Don Hildebrando:
— Perché i veri shirimpiàre non fumano quando stanno
fumando: attraverso il tabacco inspirano anime; forze che la
tannila ha saputo estrarre dal cielo quando camminava, in un
altro tempo, quando calpestava soltanto sen-
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tieri trasparenti e non mete sepolte, non pupille né bocche il maestro Ino Moxo sparisce dissolvendosi
impietose, piene di fumo... in fumo
Non potei più sentirli. Mi svegliai. Con gli occhi coperti
chissà da quali sogni, guardai: José Marta Arguedas, avvolto
in una cushma gialla e fiammante, ritornava camminando sul — Non imparerai mai che non si tratta soltanto di
fiume, dal molo Dos de Mayo, di fronte all'isola che si
annuvolava. La morte lo osservava attraverso l'occhio di una imparare, mi rimprovera Ino Moxo. Se fossi un albero, se io
pukuna di tannila. fossi un albero e volessi camminare come un essere umano...
— Che cosa posso fare!, supplicò la voce rugosa e gri- — Non potrebbe, naturalmente...
9. — Lo vedi? si spazientisce. Certo che potrei camminare,
giastra del Rio delle Amazzoni. Dimmi che cosa devo fare,
José Maria Arguedas, perché tu non ci abbandoni, perché tu si, proprio così, camminerei! E folgorandomi con i suoi occhi
non offra la fronte rassegnata al dardo scagliato dal nemico!... castani: ma camminerei come un albero, non come un essere
E José Marta Arguedas, poco più in là, davanti a me umano!... La stessa cosa succede a voi virakocha: alcuni
rispose, senza smettere di camminare nel fiume: vorrebbero parlare ma non hanno la bocca. Io potrei dirti
— Ritorna all'Urubamba, cosi gli disse, riportami in- molte cose, non ne sentiresti nessuna. E se ne senti qualcuna
dietro con te! Percorri quattro secoli! Retrocedi, Rio dette sarà sempre a modo tuo. La sentirai come un albero, non come
Amazzoni, quattro secoli lungo il Fiume Sacro. Impedisci lo yora, non come amawaka. Il problema più difficile non è
sbarco dei barbari, dei virakocha, dei conquistatori! volere. È il tempo. Con il tempo forse tu potrai sentire e
D'ora in avanti non vedrai più nulla! Lo interruppe la camminare. E con il tempo io ti sentirò, percorrerò la tua
voce di Don Juan Tuesta. D'ora in avanti, tu sarai la visione, strada senza abbandonare la mia. Con il tempo tutto ritornerà
José Maria Arguedas! a essere di tutti. Potremmo esistere nella nostra vita e,
Narowé, il primo uomo, obbedendo, indossò il poncho contemporaneamente nella vita di tutte le persone che un
rosso detta sua cushma gialla, yàwar festa!, gridando, tempo sono state cose, e nella vita delle cose che dovranno
ray-mi-yàwar, cantando, e si diresse verso le ali di quel toro essere persone. Proprio tutte le esistenze, persino le non-vite
che ardeva, verso le corna di quel condor. José Maria che vive un chullachaki, le vite inventate da Don Javier, da
Arguedas avanzò sulla riva, camminò di nuovo sull'acqua, me. L'apparenza di vita, per esempio, del mio figlioccio Ivàn
fino atta bocca detta pukuna nera. Calvo, così simile alla sua vita vera, che se tu lo incontri nel
E il suo corpo si dissolse in fumo. bosco, mentre ritorna, per esempio, dal Mapuya, non avrai il
Io lo vidi nella mia visione. minimo dubbio che
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si tratta di lui. Con il tempo la stessa vita simulata da Ivàn ria. ... Perché le cose non sono soltanto reali o soltanto
Calvo guiderà la tua vita... Mi capisci?... il-lusorie, certe o vere. Ci sono un'infinità di categorie inter-
Perché i virakocha, nel loro sapere, accettano solo le medie da cui prendono vita le cose, molte categorie di realtà,
realtà che fanno la persona, quelle intime e non quelle uni- in un unico tempo e in più tempi. E tu dovrai vederlo. Anche
versali e infinite, non so come spiegartelo. I virakocha ri- se oggi ti è difficile accettare, per esempio, che noi amawaka
conoscono che il nostro fiume non è unico, ce ne sono altri, non siamo sopravvissuti soltanto grazie ai winchesters e ai
dicono. Come se ci fossero soltanto fiumi, come se tutti i proiettili. Ci è stato concesso di diventare invisibili. Ximu con
fiumi fossero d'acqua e tutti avessero un letto che finisce nel icaros speciali, rendeva invisibili i suoi uomini affinchè i
mare. Non concepiscono che un fiume possa avere una, o tre o nemici, i caucheros, non li vedessero. Diventavano nulla.
cinque rive. Non concepiscono un fiume di acque quiete, di Anche io, quando avevo tredici anni, sono stato icarado. E
acque che retrocedono. È impossibile che un fiume possa così sono sopravvissuto. I caucheros, passavano accanto a me
scorrere senza acqua, dicono, che avanzi senza muoversi fra senza vedermi, cercandomi nel bosco con le loro carabine. E
due paesaggi, che siano i paesaggi che tornano dal mare. Non niente. Non c'era nessuno al mio posto. Io ridevo di loro, in
vedono i mondi che fanno questo mondo, quelli che, per silenzio, ridevo dei proiettili che mi inseguivano nell'aria.
esempio, ci apre l'oni xuma. Alcuni virakocha, quelli che lo Ancora oggi ricordo la crudeltà di Fitzcarrald e dei suoi
sono di meno, accettano come vere soltanto alcune nostre mercenari. E al solo pensiero che quegli sterminatori di popoli
conoscenze, quelle relative alle piante. Ma non si accorgono erano degli uomini, ancora oggi, in alcuni momenti, mi viene
che le piante non sono che la parte visibile della cura. I voglia di prendere la nazionalità delle serpi, o dei palosangre, o
virakocha ricorrono alle nostre erbe, ma le usano male. I della pietra del fiume, di qualsiasi altra cosa...
vegetali non hanno nessun valore se non sono assunti come un Due amawaka passano davanti a noi; trasportano delle
tutto, in una totalità di conoscenze che ci sono state trasmesse, misere casse che contengono le nostre misere provviste. E Ino
in quella infinita architettura di realtà sacre, ognuna delle Moxo osservandoli:
quali ha una sua porta precisa. Ignorano che queste porte sono — Quei due, per esempio, i miei primi adepti, sono stati
una sola, una porta unica, e che la chiave è varia. E che questa scelti per punire il fratello minore di Fitzcarrald. Ximu li icarò,
chiave non si ripete mai ed è sempre l'oni xuma. Per loro è una li magnetizzò, dotandoli di poteri precisi, adeguati. Un giorno
sostanza tossica, l' ayawashka è droga, dicono, allucinogeno, e stabilito, a un'ora stabilita, i due si spogliarono e entrarono nel
Mishawa. Entrarono nel fiume come si entra in una
la provano come se fosse un gioco. Così hanno sempre fatto
zanzariera, e tranquilli si misero a camminare sul fondo di
con tutto, da incoscienti, sciupando ogni cosa. Con il tempo do- pietre. Riapparvero nel fiume Purus. Lì giustiziarono Delfìn
vranno accettare la nostra verità. Accetteranno non soltanto Fitzcarrald, rientrarono nel fiume, e camminando tranquilli,
l'ultima foglia della cima dell'albero, ma lo stesso albero, le senza bagnarsi, tornarono indietro...
sue radici, la terra che le ha create, così fino all'infinito, quel Continuo a vedere, sempre addormentato, altre visioni.
tempo che si ripete e si ripete sempre, come fosse la prima Qualcuno, forse Insapillo, versa del succo di canna sulle mie
volta nel pensiero, nel pensiero degli uomini quando pensano pupille, vedo di nuovo. Sto di nuovo qui, senza esser-mene
l'esistenza... Sia quando la vita degli uomini tornerà ad mai andato, nella capanna dello stregone degli stregoni, su
occupare un vuoto giallo, un riflesso nell'aria di cenere, sia una riva del Mishawa. È giorno.
quando vivrà un altro tempo, un'altra esistenza, un rumore,
una chiocciola di pietra senza memo-
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Questa luna che adesso ci illumina dalla acque del Rio guardare la porta della capanna che ormai si apre nel sole: —
dette Amazzoni, è la quarta luna che accompagna la terra, Il maestro Ino Moxo mi ha detto di non svegliarti fino a che
disse mio cugino Cèsar ripetendo le parole di Don Javier, le non se ne fosse andato, e mi ha pregato di salutarti.
stesse che Don Javier aveva udito da Inganiteri. E dice che la
luna precedente non fu un tronco vuoto, ma un otorongo, una
tigre di cenere. Quella luna nera, quella tigre luminosa e — Una settimana prima del giorno stabilito, tutti gli
rotonda, fu condannata dal dio Pachakamàite, non perché animali del Pangoa e del Tambo avevano cercato di avvi-
meritevole di castigo o di ricompensa, a precipitare, a sarci. Lì ho visti con gli occhi del padre mio più antico, mi
perdere il suo cielo, a cadere nella vita degli uomini. Le dice il curaca Inganiteri. Infatti sette giorni prima tutti i pesci
boscaglie del Gran Pangoa furono il luogo scelto da sembravano impazziti. Come tempeste di paura erano fuggiti
Pachakamàite perché la luna cadesse come artiglio di dalle acque del Tambo e del Pangoa con la fretta del
peccato sul fianco della terra dell'uomo. moribondo, come se abbandonassero due incendi torrenziali e
— Saprai che il fiume Pangoa sbocca nel Perené, dice si lanciassero controcorrente contendendosi l'aria delle misere
Inganiteri a Don Javier. Saprai che il Perené e l' Ene formano ondate, verso i rigagnoli, i corsi d'acqua poveri, verso il
il fiume Tambo, e quest'ultimo con l'Urubamba partorisce l' fragile rifugio trasparente ricoperto di pietre di quei piccoli e
Ucayali che insieme al Maranon, oltre i boschi di palosangre, aridi ruscelli che si esaurivano. Morirono a migliaia nel
forma i due occhi di Narowé che hanno originato il Rio delle tentativo di avvisarci, morirono invano.
Amazzoni. A sette chilometri dalla confluenza del Pangoa col — Saprai che ai due lati del Pangoa, prima di Puerto
Perené esisteva una località chiamata Porto Ocopa, convento Ocopa, c'erano due colline gigantesche, mi dice Don Javier. Su
francescano, scuola creata per insegnare ai bambini le quelle due colline cadde il grande otorongo. Le unì con gli
sconvenienze detta civiltà occidentale. artigli chiudendo il passo alle acque impetuose. I francescani
— Poiché i sacerdoti non disponevano di una popolazione che erano lontani e che sopravvissero per negligenza,
scolastica sufficiente, mi disse Don Javier, si videro obbligati affermarono che non fu un otorongo, ma un terremoto, un
a costringere i piro e gli altri popoli nemici degli ashaninka a cataclisma, che non fu la luna ma un castigo di Dio.
fare incursioni dentro i confini del Gran Pajonal, a fare — Ma loro, che ne sanno, dice Inganiteri. .
imboscate ai campa, non per ucciderli, anche se poi li — È stata quella tigre nera a mettere in fuga i campa. Con
uccidevano, ma per rapire la progenie. I figli di Dio di Puerto gli artigli colossali ha unito i due monti e, dopo quel-
Ocopa hanno riempito le aule con i bambini sequestrati e con l'abbraccio, le acque del Pangoa hanno superato quelle di
gli orfani. Sono tutti morti, professori e vittime, occidentali e tutti gli oceani, il furore di quei mari repressi è caduto come
ashaninka, sono tutti morti il giorno fissato dal pàwa una sola onda senza distanza né tempo, come una sola onda di
Pachakamàite per la caduta dell'otorongo sull'universo... pietre, paura e fango verso il letto vuoto del Pangoa, verso il
deserto Perené, verso l'inutile Tambo e ha attraversato la
pelle dell' Ucayali, lo ha trasformato in un pugnale di morti e
Il maestro Ino Moxo se ne è andato, sento che dice Ivàn di fango col quale ha offeso l'impossibile: il Rio delle
quando mi sveglio. Se ne è appena andato verso il bosco, da Amazzoni.
solo, vestito con la cushma gialla... E, senza guardarmi, Ed è successo da poco, nella terza luna del 1947, mi dice
affidando i suoi occhi a un ricordo, fingendo di una faccia che ricordo ma che non ho mai visto.
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Ancora stordito dalle visioni della droga, ormai sfinito, mi ganteschi a tre ali, di pietra, serpenti boa a due teste, esseri
lascio condurre da Félix Insapillo. Attraversammo la periferia che non ho mai visto né vedrò mai, specie di tartarughe, strani
marrone del paese amawaka, ricordo bambini dalle pance uccelli, wapapa con squame, e cavalli e bambini incanutiti e
gonfie, muti, quei due nativi che custodivano le nostre casse rocce galleggianti, ruderi, case piene di donne strane, ragazze
di viveri, vuote, con affetto, e un cagnolino spelacchiato che senza seni, senza capelli né termine, e tronchi, molti tronchi,
chiamavamo indifferentemente Wàskar, Ai-mirante, e tutti i tronchi della selva passavano fluttuando sul Rio delle
Sangreazul, e che ci accompagnò saltando, strusciandosi alle Amazzoni e lucertole con corna di toro e certi pesci innocenti,
mie gambe deboli fino all'insonne parete di bambù. Ricordo il dorati che cantavano meglio della migliore musica del mondo,
profumo di melarosa mentre camminavo appoggiandomi al lente bocche aperte che raccontavano tutto alla memoria, ma
braccio di Insapillo, e quel groviglio di garabatokasha dietro il non dicevano nulla sulla terra...
quale era svanita l'infanzia chullachaki dello stregone Ino
Moxo.
Quando riacquistai le forze eravamo già di ritorno nel Navigammo per tre giorni; sostavamo di notte, nelle
Mapuya, raccoglievamo i fossili di milioni di anni fa, i ricordi spiagge di pietra o di sabbia, su sporgenze di terra profumata,
del mare che un tempo era stata questa selva, le grandi sotto le zanzariere bucate. Era ormai buio quando, dopo avere
chiocciole pietrificate, le meduse remote. Pensai alla wapapa, girato intorno a quell'isola interamente ricoperta di campi di
mi parve di sentire lontano, molto lontano, l'eco dello sparo chicoza, scorgemmo il misero approdo, le lanterne delle prime
con cui non la avevo uccisa. E riprendemmo a camminare case, il profilo ingannevole della città di Atalaya.
nell'afa di quel sentiero tortuoso, fino alla stessa riva fangosa
dell' Unuya. Sempre più stanchi, spingemmo fuori del bosco
la nostra piroga, e la restituimmo alle acque fragorose dell' Perché devi sapere che in tempi molto antichi, su queste
Inuya. stesse acque dell' Ucayali si riversò un'infinità di pesci gialli
che cantavano. Quando Ino Moxo tacque, tutti tacquero.
Come se dietro la vita dello stregone amawaka, grazie, in un
— Dicono che è accaduto da poco, ma loro che ne sanno, canto di rispetto, grazie mille, se ne fossero andate le labbra
dice il curaca Inganiteri. Dagli avi dei miei avi so che è delle cose e le parole d'oro...
accaduto molti secoli fa, in quel tempo che alcuni virakocha si
ostinano a chiamare Diluvio Universale.
— Non c'è stato nessun diluvio, afferma Don Juan Tuesta,
è stata la tigre di legno che Narowé suona ancora dal fondo
del fiume.
— Perché il nostro tempo non può contenere il tempo del
tempo, mi dice Don Javier. L'origine del disastro fu la morte.
La morte di Ino Moxo. Allora io ero un bambino e perciò potei
vederlo. Per giorni e giorni, vidi di fronte a Iquitos, dove
prima brillava la pelle del Rio delle Amazzoni, vidi una crosta
di fango che trascinava cadaveri mostruosi, grandi pesci con
fauci di wangàna, serpenti gi-
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via crucis dell'otorongo nero Quando i miei piedi non mi consentivano di viaggiare, colpa
delle distanze, la gente mi prestava un mulo. Quel giorno,
stavo andando a Polish, una piccola località circondata da
Due file di lampade a petrolio ci permisero di scorgere rocce, così mi hanno detto, scolpite a forma di animali rari e
l'approdo e di ancorarci alla banchina di pali conficcati nel vecchissimi. Ho detto che me lo hanno detto, io non le ho
fiume Ucayali. Sbarcammo al buio, ci inerpicammo sulla viste. Quel giorno non mi fu possibile entrare a Polish.
salita scivolosa, percorremmo con difficoltà la strada prin- Mentre stavo per arrivare mi fermò un'ombra, una voce, una
cipale di Atalaya e, non so come, raggiungemmo Plaza de mano afferrata alle briglie del mulo.
10. Armas. — Padre, Lei è Padre Pedro?, mi domandò l'ombra.
Oltre l'oscurità, le luci del Grand Hotel de Souza men- Sono io risposi, senza riuscire a vederla. Mi perdoni Padre
dicavano sotto la pioggia. Rifiutando il riparo precario delle Pedro! esclamò la voce inginocchiandosi nell'oscurità. Non
stanze, sfiniti ci lasciammo cadere di fronte a un tavolo del bar dissi nulla, sembrava che piangesse, ma lei, la mano, ri-
dell'albergo e ordinammo sigarette e birra. Un giovane spose:
sacerdote, un gesuita credo, se ne stava seduto al tavolo più — Ieri sera, mi hanno incaricato di ucciderla, costrin-
vicino alla porta, quasi in procinto di andarsene per sempre, né gendomi a prestare giuramento...
un bicchiere sul tavolo né una sigaretta tra le dita. Io lo fermai — Ma cosa dici figliolo?, ero sconcertato, dice Padre
in tempo, e senza offrirgli nulla, lo invitai a sedersi con noi. Pedro.
Spalancò gli occhi, un sorriso nobile, quasi biondo, — Mi perdoni, Padre, mi dia la sua benedizione...
incorniciato dalla barba, si alzò, la sua statura era un'offesa, — Ti hanno incaricato di uccidermi?
un'invidia anche per un atleta, e accettò non so se con piacere, — Padre, mi perdoni...
se con curiosità o per perdonarci. Più tardi avremmo saputo — Chi vuole uccidermi e perché?...
che in realtà non era un sacerdote e che oltre ad essere un — Mi dia la sua benedizione!
bambino, un ricordo di un saggio, di una bibbia ingenua e Fui costretto a benedirlo, racconta, perché la smettesse di
maliziosa senza crimini né santi masochisti, né incesti, né supplicare, dovetti benedirlo e perdonarlo. Solo allora
castighi, era uno di noi, tutti noi o forse il contrario; né troppo l'ombra si calmò, quella mano mi baciò la mano, quella
allegro né troppo triste, tanto che, senza volerlo, ci costrinse voce mi ringraziò e mi perdonò:
non solo a tacere ma a ascoltarlo. — Meno male Padre, perché se non mi avesse perdo-
— A quei tempi, vivevo ai margini della selva, disse, in nato, se non mi avesse benedetto, io avrei dovuto ucciderla
una zona che confina con i monti, verso Cajamarca. qui stesso...
E mi obbligò con preghiere, dice Padre Pedro, mi ob-
bligò con suppliche, a non entrare nel paese. Qualcosa brillò
nella mano di quell'uomo, nella penombra, non so ancora se
era un machete. Mi chinai per vedere meglio. Solo allora lo
riconobbi. Insapillo, gli dissi, che cosa ti succede!...
E Félix Insapillo, seduto alla mia destra, qui nel Bar del
Grand Hotel de Sousa, ad Atalaya, sfuggendo lo sguardo
severo del sacerdote:
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— Allora non potevo dirglielo, non è colpa mia, glielo che se non muore mai! Povero otorongo nero! Che penserà
dico oggi. sapendo, coma sa, che persino le muyunas più lontane, in
E sollevando il volto, ma non gli occhi, verso la figura di quei fiumi in cui non passa né passerà mai nessuno, persino
Padre Pedro, nella penombra del bar, Félix Insapillo, dopo quei vortici che non hanno né una fragile piroga da capo-
un breve silenzio continuò: volgere, né un tronco galleggiante per giocare, che cosa
— La sera prima che lei arrivasse, tutti gli abitanti di penserà la tigre sapendo che tutti, persino quei vortici e
Polish, io ero uno di loro e pertanto costretto ad obbedire, si quelle muyunas che non hanno niente, persino loro hanno
erano riuniti nel cimitero, tra le tombe e le vecchie pietre per una madre!...
empalar il paese contro di lei...
— Ah, sì!...
— Sì, confessa Insapillo. Si erano riuniti di fronte a E il sacerdote, il suo sguardo pieno di nostalgia, che era
quelle tombe vecchie di cento anni, per chiedere ai nostri meno di un pianto e più di un pianto, con voce di condannato
morti di liberare le proprie anime. E le anime di tutti i tempi, a morte, da colpevole senza colpa, accusato di un delitto
le anime di tutti quelli che sono morti, sono uscite e hanno commesso non da lui ma con le sue mani da qualcun altro, in
circondato il paese. E come una parete di pali, di bambù, si un'altra vita, in un altro tempo... parlando senza suono,
sono disposte intorno all'abitato, contro di lei. Abbiamo alzandosi di nuovo, stanco, sollevando le mani dal tavolo
fatto un muro di anime per impedirle per sempre di entrare a come se ardessero:
Polish... — Ogni volta che volevo visitare quel paese succedeva
qualcosa, o mi ammalavo all'improvviso il giorno prima di
partire, brividi e febbre che scomparivano appena ritornavo in
— Non c'è stato nessun diluvio, insiste Don Javier, è parrocchia... Ora capisco, ho provato cento volte ad andare a
stato un otorongo nero... Saprai che l'otorongo nero non è Polish e non ci sono mai riuscito...
mai nero. È nero e aggressivo soltanto in certe occasioni e da
lontano. Di fronte a un uomo leale e coraggioso, l'otorongo
diventa timido, si impaurisce e fugge. Ma a quel tempo Ino
Moxo era già morto, saprai che l'otorongo nero da vicino è
diverso: il colore grigio macchia la sua pelle in varie parti,
con piccole chiazze delicate, più chiare vicino alla bocca e
sotto i suoi baffi duri. So perché certe volte è così e altre no...
L'otorongo nero, appena nasce, viene abbandonato da sua
madre. È l'unico essere della selva costretto a procurarsi da
mangiare sin da piccolissimo, a un'età in cui ancora non si
sanno distinguere i cibi buoni da quelli velenosi. Ed è
ancora più triste se si pensa che sempre, sotto una muyuna,
sotto un vortice, alligna un serpente d'acqua, una
yakumama. Dove c'è un vortice, una mayuna, c'è sempre
una yakumama che lo alimenta, un grande boa che allatta il
vortice anche se ha mille anni, an-
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Juan Gonzàles cammina per sette giorni sul sua, una voce, dalle marcate inflessioni campa, si rivolge
fondo del fiume Ucayali confusa a Juan Gonzalez.
— Sono diventato ajuàsi, dice. Qualche maleficio mi ha
trasformato in un essere inutile, incapace, inetto. Vado a
Ormai riavutomi dai venti che avevano messo a repen- caccia, nel bosco, e ritorno sempre con il carniere vuoto...
taglio la nostra vita durante il volo di ritorno a Pucallpa, uscii, E sempre più confusa e stridula la voce color di sup-
più volte e sempre invano, dalla mia stanza dell'Hotel Tariri plica:
per parlare con Don Hildebrando. Il suo rifiuto mi spinse — Mi aiuti shirimpiàre, da mesi vivo senza volontà,
11. ad accettare un invito da Ivàn a casa di Juan Gonzalez,
nella periferia. È un mago di allegrie, di risate, mi dice
senza fortuna, praticamente non vivo...
Juan Gonzalez si avvicina alla voce, non capiamo se gli
Ivàn Calvo. Juan Gonzalez afferma che risentimenti e collera dà da masticare del tabacco, e la voce cominciò a vomitare,
servono solamente ad accorciare la vita. Soltanto l'allegria lamentosa, tremante. Non so se subito o se dopo qualche
può allungare l'esistenza. Secondo lui, senza l'allegria erbe e ora, l'ayawaskha comincia a sconvolgermi l'anima come se
icaros non servono a niente, dice Ivàn Calvo. Juan Gonzalez fosse giorno, vedo tutto perfettamente: Juan Gonzalez in
guarisce i mali perché li irrora con sorrisi, mi dice ancora Ivàn preda alle convulsioni si muove in modo inconsueto, gonfia
Calvo quando un'ombra spazientita appare sulla porta della il volto, si contorce, diventa un altro, le braccia colpite
capanna. dall'aria luccicante e affilata, so che è notte ma lui è un altro,
— Si accomodi, dice Juan Gonzalez, accennando un splende come luna rossa, come sole Pisaq, sole di
abbraccio da adolescente, il sorriso imberbe, i capelli lisci Pawkaztampu, poi, all'improvviso assumendo le sembianze
inutilmente bianchi, il volto anonimo. Niente che metta in di sacerdote del Sole, di Sommo Sacerdote degli inka che
evidenza la sua fama di medico stregone, né solennità, né dà ordini azzurri, arancioni:
simpatia, la sua, più che una voce, sembra un rasoio che viene — Severo Quinchókeri!, grida per placare quella voce.
affilato: Tutti gli animali sono tuoi, Severo Quinchókeri!
— Arrivate appena in tempo, stavamo per cominciare. Ivàn ci aveva assicurato che Juan Gonzalez, prima dell'oni
Nella capanna, sparsi tutti intorno, sul pavimento di legno, xuma, quando era Juan Gonzalez, non conosceva né il nome,
intravedemmo corpi, lamenti rannicchiati, indumenti né i problemi della voce. Eppure, ora, con l'ayawaskha,
rancorosi, ammassati nell'oscurità. Lo stregone ci fa prendere dimostra di sapere ogni cosa e urla con forza:
posto, senza nessuna formalità, serve ayawaskha in una tazza — Tua è la selva, tuoi i monti! E con un tono più basso, tra
che a mala pena riusciamo a vedere. Prima che l'oni xuma si l'icaro e il grido incontrollato:
abitui alla mia mente, o io mi abitui alla — Io ti consegno tutti gli animali! Tutti gli animali ti
appartengono, Severo Quinchókeri! Tu sei il padrone,
io te li restituisco, tu sei il figlio migliore di Narowé e
Kaametza! Io sono l'Anima Sola, io sono l' Elegguà, io sono
il genero del dio Pachakamàite, io sono dio e ti consegno ciò
che è sempre stato tuo, tutti i boschi, tutto ciò che appartiene
ai boschi, anche le persone.
Poi, non so bene, le mie visioni si prendono gioco del-
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la mia memoria, Juan Gonzalez si stringe tra le sue braccia, canto a loro, molto calmo, come se non avessi corpo, come se
dritto pilastro bianco al centro della sua capanna, chiude gli non mi trovassi in quel luogo.
occhi e si solleva in aria a mezzo metro dal suolo, esce — Quella stessa mattina il Commissario ricevette un
volando verso la strada 'Federico Basadre', credo, poi ritorna telegramma da Iquitos, dice Ivàn Calvo, un telegramma
con le corna di un cervo tra le mani, ma non è un cervo, non spedito due giorni prima, con il quale Juan Gonzalez an-
sono corna, è lui che ritorna gridando, la sua voce tiepida di nunciava il suo arrivo a Pucallpa per quella sera, da Iquitos,
giubilo e di sangue: a diversi giorni di navigazione, sulla nave 'Mariana'!...
— Quinchókeri non è stato abbandonato dalla fortuna, mi — Io stesso spedii quel telegramma, ride Juan Gon-
dice. È stato invaso dal manchari. Saprai che il manchari è zalez. E arrivai quella sera, all'ora del tramonto, con il
una paura diversa, più complessa della paura che tutti noi 'Mariana', proprio così. Sul molo c'era il Commissario ad
conosciamo e che persino gli animali sono capaci di fiutare. Il aspettarmi, prosegue Juan Gonzalez, chiediglielo se vuoi,
manchari entra come anima nel corpo e la persona di quel dice Ivàn, c'era il Commissario ad aspettarmi, prosegue
corpo diventa inutile. Da quella persona il manchari spaventa Juan Gonzalez, mi aspettava irritato, con alcuni poliziotti.
tutto ciò che vive, non soltanto gli animali come accade a
Mi arrestarono di nuovo, ma solo per poco, parlarono con il
Severo Quinchókeri, spaventa anche la volontà, l'amore delle
cose, delle altre persone, la ragione sconosciuta che dà motorista del 'Mariana' e poi mi rilasciarono, si spaven-
origine ad alcune esistenze. Il manchari spaventa tutto, tutto. tarono, il motorista confermò che ero salito a bordo a
Si infila come corpo dentro l'anima... Iquitos nel porto di Belén, la settimana prima...
Quando, il giorno dopo, cominciavo a liberarmi delle Staccandomi dalle ultime visioni dell'ayawaskha, osai
visioni della droga, in casa eravamo rimasti soltanto Ivàn, dire:
Insapillo, Juan Gonzalez e io. Ivàn ricordava allo stregone, lo — Non capisco bene, forse non ho capito bene, non ho
sento ancora sotto le brume colorate, di quella volta in cui la sentito con chiarezza. Lei era stato arrestato, e mentre stava in
polizia arrestò Juan Gonzalez per la denuncia di un medico prigione si è imbarcato a cento chilometri di distanza, una
del posto, solo perché Juan non si faceva pagare per le sue settimana prima a Iquitos, ed è arrivato a Pucallpa soltanto
cure. qualche ora dopo essere stato arrestato?...
— Mi volevano provocare, dice Juan Gonzalez, ma non — Durante quella notte, nella cella del Commissariato,
glielo permisi. Vediamo, fattucchiere, disse ironico il non mi ero limitato a cantare soltanto canzoni magiche,
commissario, vediamo se sei capace di fuggire dal carcere, dichiara Juan Gonzalez con molta naturalezza. Mi ero anche
non sei forse un mago?... concentrato perché tornasse il tempo senza tempo. Subito
— Lo tennero dentro solamente quella notte, dice Ivàn. dopo la mezzanotte, riuscii a farlo ritornare. Scesi verso il
La mattina dopo nella cella non c'era più nessuno. tempo più antico e mi mescolai con esso, bevvi il polline
— E io, invece, ero nella cella, sorride Juan Gonzalez, ma prima che facesse giorno e aumentai il mio potere di
le guardie non potevano vedermi. Sono stato io a im- guardare. Il potere della mia vista. Dentro quel tempo che
pedirglielo. Cantai tutta la notte le mie canzoni magiche, non conduce alla morte ma che produce allegria, mi fu
masticai tabacco forte per rendere invisibile il mio corpo facile viaggiare all' indietro, fino a Iquitos.
materiale agli occhi delle guardie. Fu facile. I secondini — Ritorna all'Urubamba!, esclamò José Maria Arguedas
tolsero i lucchetti e io uscii tranquillo, camminando ac-
camminando di nuovo sul fiume. Riportami con te indietro
sulle acque, percorri quattro secoli, retrocedi quat-
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tro secoli lungo il Fiume Sacro degli Inka! Rio delle Amaz- bosco, lo vedi! Vai nella selva, adesso, ci devi andare tutti i
zoni, fiume-mare, impedisci lo sbarco dei barbari!... giorni, non lo dimenticare. Ricorda che i tuoi fratelli, i
Fu facile, insiste Juan Gonzalez. Se uno è icarado, e per nostri fratelli ora stanno molto male e se qualcuno non
di più in quel tempo senza tempo, l'acqua è come il tessuto di interviene è già un danno gravissimo.
una grande zanzariera. Io uscii dal carcere e camminai fino al — Non so come ringraziare, shirimpiàre, disse la voce
fiume, sollevai il tessuto dell' Ucayali, entrai; me ne andai lasciando il mezzocervo in un angolo della stanza. Juan
camminando senza pericolo, ben protetto dalla tela dell'acqua Gonzàles lo interruppe:
e ricomparvi nel porto di Belén, a Iquitos. Perché nessuno mi — Se c'è qualcuno da ringraziarti, Severo Quinchókeri,
vedesse, mi nascosi, uscii car-poni sulla riva e aspettai al sole non ringraziare me, ringrazia te stesso perché sei degno delle
per fare asciugare la mia camicia leggermente bagnata, poi mi anime grandi che non sbagliano mai! Sono loro che hanno
diressi all'ufficio telegrafico e mandai quel messaggio al espulso dal tuo corpo quell'anima di paura! Sono loro che
collerico Commissario... hanno espulso dalla tua anima il corpo del manchari
E con una voce che riconosco, Juan Gonzàles: E abbassando la voce, rivolto verso di me:
— Non possiamo essere prigionieri di nessun carcere, e
nessun virakocha può farci del male né trasformarci in male! — Saprai che gli ashaninka non uccidono mai un cervo, e
Nelle nostre vene scorre sangue nero, il nostro tempo è un tanto meno osano mangiarlo. Per gli ashaninka, per i campa
altro tempo, discendiamo dagli uru e agli uru ritorniamo!... come Severo Quinchókeri, il cervo è abitato dall'anima di un
Stavo per diventare più ostinato, più diffidente, non parente lontano, grande nemico. I mitayero, i cacciatori
ricordo ora con precisione, sento un rumore di foglie che campa, da molto tempo temono il cervo più della tigre, più
scricchiolano, e vedo passi che si avvicinano, poi, final- dell'otorongo. Lo temono più del virakocha, più dell'uomo
mente, distinguo un indio magro, al collo una collana di bianco!... Te ne rendi conto?
minuscole pietre rosa e verdi, azzurre e arancioni, la cushma Di ritorno all'Hotel Tariri, ormai in partenza per Iquitos,
stretta da una fascia da cui pendono una decina di ossa mentre facevo una doccia frettolosa, scoprii sul petto
affilate, le braccia appesantite da bracciali fino all'attaccatura disposte a triangolo tre cicatrici che non avevo prima. Aprii
delle spalle; l'indio compare ansimante sulla porta, la schiena e chiusi gli occhi più volte, guardai, uscii dalla doccia
piegata da un sacco che mi sembra ghiaccio. Guardo meglio, sempre più fredda, osservai le cicatrici, le toccai, le
vedo un corpo che per metà è di indio e per metà di cervo osservai di nuovo, non so ancora cosa pensare.
senza corna, troppo giovane, la fronte lacerata dai pallini, e Le parole di Ivàn Calvo arrivano dalla mia stanza, da
mi sorprende il winchester nelle sue mani. una fessura della porta del bagno:
— Severo Quinchókeri!, si rallegra Juan Gonzalez. — È stato Juan Gonzàles a segnarti, perché il suo altare
— Sono venuto immediatamente, shirimpiàre, dice la ti accompagni sempre, lì sul petto, perché ti protegga, così
voce di ieri sera. mi ha detto di dirti Don Hildebrando...
— E così sarà sempre, fratello, lo conforta lo stregone. E le sue parole mi fanno ricordare, ritorno al Mishawa
Sarà sempre così, ti ho già detto che tutti gli abitanti della insieme agli altri, all'inizio del viaggio verso Ino Moxo,
selva saranno tuoi, sono sempre stati tuoi, è così. Tuo è il scruto le alte macchie, vedo Ivàn che arriva trascinando un
bosco, te l'ho restituito, tue sono le esistenze del cervo, portatore di un'anima remota, lo taglia e ci nutre con
quel chullachaki chissà di quali tempi. Qualcosa che è
figlio e padre di altri tempi spinge con le mie mani
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la porta sconnessa del bagno, entra nella camera da letto, si
ferma davanti a Ivàn Calvo. Ma Ivàn Calvo, quel suo distacco
diffidente, tipico di chi vive proteggendo un sogno, ci ignora
e continua a parlare alla sua voce:
— Il maestro Ino Moxo, questa notte, ti ha tolto, credo
con un pugnale di palosangre, o forse d'osso, una costola
trasformata in pietra. Ti ha praticato tre piccoli tagli sul petto,
a forma di scudo, affinchè nessuno, neanche tu, possa farti del
male. Per proteggerti perfino da te stesso, così mi ha detto di
dirti...

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3. dove si vedrà che le maschere stanno
sempre sotto il viso

Lo squallido corridoio che comincia nella strada, sul


marciapiede sinistro del Jirón Huallaga di Iquitos, penetra
nella calma di una stanza senza pareti, delimitata da un divano
di stuoia, una amaca appesa e quattro seggiole color cannella,
con un pavimento di mattonelle scolorite, un tempo azzurre,
che si estende intorno a un pezzo di terra fiorito. Oltre il breve
giardino profumato di menta e di rugiada ci sono, da un lato,
delle scale che portano alla camera da letto, al secondo piano,
dall'altro, tenuto socchiuso da paratie marroni, l' inescrutabile
laboratorio dove il medico stregone Manuel Cordóva veglia
tritando petali, combinando radici tagliate durante il digiuno,
spremendo segreti agrodolci. In quella stanza, alla quale si
può accedere solo all'alba o al tramonto, questo "semplice
vegetariano", così si autodefinisce Manuel Cordóva, ricercato
da un'infinità di pazienti, si reca tutte le sere e fino all'alba,
affila gli artigli del suo nome lontano, ammaestrato dalla
pazienza dei maghi della selva e si scaglia contro le malattie
dall'alto della sua fronte da saggio.
— A quest'ora è bello parlare, dice masticando il bocchino
d'osso della sua pipa rugosa, profumando e affumicando il
tiepido tempo che se ne va, sono già le sei del pomeriggio. Poi
arrivano i pazienti e li deve aiutare. Mi fa male qui, non posso
dormire, si lamentano. Ho il diabete, mi scricchiolano le ossa,
mi è venuto il cancro. Cancro? Fanno tutto da soli, si
ammalano e si fanno la diagnosi.

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A volte sono i medici che sbagliano. Molti gli dicono: non c'è corto Don Manuel Cordóva, sorridendo, di fronte alle
niente da fare, lei ha un cancro. Allora vengono da me e con preoccupazioni di Cèsar.
l'aiuto di quello che ho imparato nella selva io li guarisco. — Ma a Parigi i medici...
Credimi. Spesso il cancro è solo un'infiammazione, una — Ma loro che ne sanno, hai solo una gastrite. E Cèsar
grande infiammazione dei tessuti. In questi casi si può curare. che si rifiuta di rinunciare al suo dolore:
Ho conosciuto Don Manuel Cordóva poco tempo fa, — Da due giorni ho un'altra emorragia. E Don
neanche un mese, mentre passeggiavo vicino a casa sua, nella Manuel Cordóva, senza scomporsi:
Plaza 28 de Julio. Appena mi vide cambiò espressione: — È gastrite, niente altro che gastrite, ti guarirò.
— Lei ha mal d'orecchi, vero?, mi disse. Lei soffre di una Solo quando Cèsar, una volta a Lima, vide che in effetti
malattia che alcuni chiamano sinusite. Ne soffre da diversi l'antica ulcera si stava cicatrizzando, io gli potei confidare:
anni e nessuno la cura, è così?... — Don Manuel me l'aveva detto che tu soffrivi di
E mentre i suoi passi risuonano sul selciato della Plaza 28 ulcera, ma mi aveva pregato di non dirti niente. L'origine
del male risiedeva nel tuo corpo spirituale, nelle tensioni
de Julio, stranamente agile nei movimenti con i suoi piedi di
della tua anima e per guarire bisognava che tu non lo sapessi.
quasi cento anni, mi dice: Puliti, quindi, tutti nuovi, dentro.
— Se lei vuole io la posso guarire. Prima di tutto devo Ma oggi, Ivàn Calvo. Félix Insapillo ed io, non siamo
pulirla internamente, come nuovo, affinchè tutto lo sporco venuti per parlare di malati o di magia, ma per chiedere a
che, senza saperlo, si deposita nel corpo, nelle strutture Don Manuel Cordóva di offrirci dell'ayawaskha mescolata, se
interne, non interferisca nella cura. Poi le darò qualcosa da possibile, con tohé, e di assisterei durante le visioni perché
prendere per bocca, mi raccomando segua le mie indicazioni, le due droghe insieme hanno bisogno di un maestro che
ne prenda un cucchiaio la mattina a digiuno e un altro prima sappia controllarne e guidarne l'effetto in chi le prende. Don
di coricarsi. E non faccia entrare le gocce nel naso: basta Manuel Cordóva accetta, ma ci avverte che l'ayawaskha che
annusarle: l'anima del liquido sarà sufficiente. ci farà prendere questa sera è quella nera, la più forte, e che se
Le ultime radiografie fatte al setto nasale stupirono il mio per caso abbiamo mangiato qualcosa, sarebbe meglio
medico di Lima: non c'è traccia di sinusite cronica. Inoltre, rinviare la seduta perché il tohé non sopporta nessun cibo,
quei disturbi articolari che mi avevano tormentato per tanti niente, più dei suoi succhi, sa sviluppare al massimo la vista
anni, dopo una pomata datami da Don Manuel Cordóva, sono e i poteri dell'oni xuma. Non mangiano da ieri sera, lo
scomparsi, forse in seguito a qualche visione di ayawaskha. rassicuriamo, siamo pronti.
Ho saputo che mio zio Carlos Arana è guarito dal diabete
grazie a certe infusioni di radici preparate da Don Manuel
Cordóva. E che il Cantore della Selva, Raul Vàsquez, ha Conobbi Don Manuel Cordóva nel 1960, quando lavorava
imparato da lui a cantare senza labbra, con la memoria del come raccoglitore di esemplari botanici per la Astoria Co., mi
cuore, catturando musiche che vivono nell'aria. aveva detto il dottor Oscar Rìos. Manuel Cordóva aveva
— No, tu non hai nessuna ulcera allo stomaco, taglia occupato quel posto fino al 1968. Il suo stipendio, a
quell'epoca, superava del doppio quello di un medico
ospedaliere. So che Don Manuel Cordóva era ar-
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rivato a Iquitos nel 1917 e che lì aveva cominciato a sfruttare — Molto.
le sue conoscenze sulle proprietà curative delle piante. Un — Me lo potrebbe raccontare?
problema giudiziario con un medico del posto lo portò in — Prima di tutto ho sentito un mormorio molto vicino
Brasile. Lì, nel Laboratorio di San Sebastian, aveva lavorato che sembrava sospeso nell'aria e che poi si sollevava verso la
come raccoglitore di erbe; era ritornato in Perù nel 1947, cima di una espintana. I miei occhi cercarono di seguirne
poco dopo il terremoto del Gran Pangoa, e quello stesso anno l'ascesa e mentre il mio sguardo vagava tra le foglie scoprii
fu assunto dall' Astoria Co. Oggi è un pensionato e la una cosa bellissima che non avrei saputo immaginare
pensione con cui la compagnia americana gli restituisce i neanche in sogno. Gli occhi brillavano con un luccichio
suoi antichi servigi, gli permette di vivere comodamente, verde e dorato. Il canto vicino di un urkutùtu e un cinguettio
senza bisogno di farsi pagare dai pazienti. irregolare di un sietecantos, scesero improvvisamente, io
Qual era precisamente la sua attività nella Astoria Co.?, potevo vedere i loro canti, lo ricordo bene. Il tempo
gli chiesi quel pomeriggio, nella Plaza 28 de Julio. sembrava sospeso, come nube di polline argentato, esisteva
— Molte, la più importante era raccogliere erbe perché solo il momento che io stavo vivendo, ed era senza limiti, era
fossero identificate e trattate negli Stati Uniti. infinito. Potevo separare ogni nota scura dell'urkutùtu, e le
— Quante specie è riuscito a raccogliere? note del sietecantos, e gustarle una per una.
— Soltanto dall'Alto Tapiche ne ho portate trecento, Allontanandosi di nuovo con gli occhi verso la serra,
ognuna con un esemplare; di ogni specie, oltre l'esemplare, dentro di sé, Don Manuel Cordóva:
avevo una fotografia e una scheda dettagliata. Di ognuna — Quando chiusi gli occhi mi apparvero degli arabeschi,
portavo foglie, fiori, frutti e una bottiglietta di estratto, decorazioni complicate di luci iridescenti e di ombre che
pronta per l'uso. In tutto gliene avrò date circa duemila...
— Anche l'ayawaskha? andavano acquistando una tonalità verde-azzurra
assecondando il disegno e la struttura. Sembravano cose
— Soltanto la fibra, la liana, non il preparato, né le altre
erbe con cui si deve mescolare. Questo non lo posso dire a animate, mobili, su un fondo di figure geometriche, pianeti
nessuno... So che loro sono riusciti ad estrarre il principio appuntiti, grandi rocce incise con profili di animali antichi,
attivo della fibra, che chiamano harmina, ma iniettata una varietà inesauribile di forme. A tratti, fugacemente, mi
produce un altro effetto. sembrava di intravedere qualcosa di conosciuto, ragnatele,
— E lei quando ha preso per la prima volta l'ayawaskha? ali di farfalle gialle e nere. Di notte mi sorprese una corrente
Don Manuel Cordóva aspira il fumo della sigaretta d'aria che veniva dall'interno del bosco, e spostò il campo
profondamente, si siede sul divano di stuoia, il suo sguardo lo delle mie visioni. Potevo vedere l'aria fresca, era a tratti un
porta verso la piccola serra che asfissia in un lato della stanza rumore, un tessuto di piume che potevo toccare. Tutti i miei
accanto alla porta del suo laboratorio. Ritorna lentamente: sensi erano un solo senso, comunicavano tra loro, potevo
— Ero un bambino, avevo tredici anni... ascoltare con le dita, toccare con gli occhi, palpare con la
— Se ne ricorda bene? voce quelle visioni. Il maestro che mi guidava nel viaggio di
— Come fosse ieri. ayawaskha, cantava a voce bassa, in amawaka, inventava un
— È stato piacevole? icaro di iniziazione, perché gli icaro possono anche servire a
far sì che si compia l'effetto irreparabile dell'oni xuma... Don
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Manuel Cordóva ritorna nella stanza, e riprende a mordere nano sulla riva, ciechi, senza riuscire neanche a vedere che
nervosamente la sua pipa grigiastra: sono morti. La madre del chuchuwasha bianco è una
— Tutte le cose che ora io so sui vegetali le ho imparate da femmina; quella del chuchuwasha rosso è un maschio, un
quel maestro. Alcune le ho messe a disposizione dei laboratori giovane molto coraggioso, un vero maschio. Quando prendi il
che lavoravano con l' Astoria Co., ed essi in seguito le hanno chuchuwasha bianco ti appare la madre e ti parla, perché mi
utilizzate per fare dei prodotti medicinali che vendono in hai preso, dice, ti parla nel sonno, ti accompagna per tutta la
flaconi, con tanto di etichetta, nelle farmacie. So, per esempio, notte. Però fai attenzione a non fare quello che io ti dico, così
che hanno prodotto un anticoncezionale che gli avevo dice la madre. E se prendi il chuchuwasha rosso ti appare il
rivelato, e una medicina per diabetici, anche se sembra che maschio e ti chiede la stessa cosa, perché mi hai preso?, e tu
l'effetto di questi medicinali sia temporaneo, non ha l'efficacia non puoi mentire anche se vorresti, e allora lui ti dice di aver
di quando lo preparo io, che non altero la purezza e la fiducia, di fidarti di lui, e ti ordina una dieta molto stretta,
proprietà del vegetale. Questo è il segreto che ci trasmette niente peperoncino rosso, niente fumo, né donne, né burro,
l'ayawaskha... Alle nostre medicine, probabilmente, più che per un determinato periodo. E se fai come dice lui, andrà tutto
poteri conferiamo amore. Perché persino i morti hanno per il meglio, sia se l'hai preso per curarti, per riacquistare la
bisogno di affetto, e i malati ne hanno un bisogno maggiore: i salute, sia per la felicità o per l'amore... Ogni cosa ha il suo
malati aspettano sulla soglia, magrissimi come pelle molto perché, la propria madre, la ragione della sua funzione, del
fragile, come quella squama trasparente che separa il giorno suo uso nel guarire o nell' arrecare danno.
dalla notte... Noi svegliamo le madri dei vegetali. Ogni
vegetale ha una madre, come le muyuna, come i vortici sono
allattati da serpenti giganteschi, cosi, ogni vegetale ha una E dimenticando la sua pipa sul tavolo, alla destra del
madre. Le svegliamo perché aumentino con il loro affetto il divano di stuoia, rivolto a Ivàn, Don Manuel Cordóva:
potere della cura. E se la madre di un vegetale è cattiva, allora, — L'unica cosa che mi preoccupa e mi rattrista è non
di notte, piano piano, perché non si svegli, lo tagliamo... Ti aver potuto trovare nessuno a cui trasmettere tutto quello che
dirò di più: la ayuma, per esempio, che è un albero simile al ho imparato nella selva. I miei figli si sono specializzati in
castagno, ha l'anima cattiva, sua madre è un uomo perverso e altri campi. I miei nipoti ancora peggio: non c'è nessuno
senza testa, per questo l' ayuna si usa per le vendette, solo per attratto, come me, dai vegetali. Sicuramente non lascerò
fare del male. Anche la madre della lupuna bianca è un uomo, nessun discepolo. Anche se penso di vivere ancora per
ma buono, un signore di una certa età che se lo si sa chiamare molto... E scoppiando a ridere:
risponde sempre con dolcezza, con insegnamenti che aiutano — Ho solo 95 anni...
a guarire. La madre della lupuna rossa, invece, è un uomo Poi abbassa la voce e gli occhi, estrae un fiammifero e ci
molto cattivo: se ti afferra nella sua zona ti gonfia la pancia, pulisce il fondo otturato della pipa:
muori con gli intestini strozzati. La madre della katàwa è la — Quella volta, la prima delle visioni di cui ti ho parlato,
peggiore: fa marcire il corpo, ci brucia dall'interno, e se alza gli occhi verso di me, ho avuto altre visioni altrettanto
avveleni un lago con la sua resina, subito i suoi abitanti nitide, dice Don Manuel Cordóva. In particolare una,
vengono a galla con gli occhi arsi, e non soltanto i pesci, anche chiarissima, dice. Il maestro che mi guidava durante la
i coccodrilli, i boa, le anguille, si are-
seduta, a un certo punto, gridò:
— Visioni, venite!
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E nel campo delle mie visioni, io avevo tredici anni,
irruppe una panguana femmina. Il maestro mi ordinò di far
apparire anche una panguana maschio. Io mi misi a
pensare, a desiderare con tutte le mie forze. Aprii gli occhi.
E la panguana maschio stava di fronte a noi, proprio lì, in
quella radura della selva circondata da torce!... E la coppia
di panguana si mise a ballare una danza di accoppiamento.
Qespchiway!, gridò come un uomo, un amawaka, in lingua
quechua ma con voce di amawaka, così gridò la panguana. 2. e mi ordinò di raccontare dall'altra mia persona...
Qespichiway, formata in realtà da due parole: qespi, che è
cristallo, e chiway, che è unione di uccelli che vogliono
procreare. Qespickiway, quindi, per dire: uniscimi al È ayawaskha nera, la più forte, afferma Don Manuel
cristallo, fammi ritornare puro, facci avere dei figli Córdoba versando l'oni xuma mischiato con tohé in un piccolo
trasparenti, liberi, come nati dal cristallo. Così disse la mate ingiallito e ossidato. Lascia il suo divano, spegne la luce,
panguana maschio alla sua femmina nella mia visione. La torna a sedersi. L'effetto non tarda; Don Manuel ci conforta,
sua voce era grande e gialla. In mezzo alle due pernici attraversando la penombra, con sguardi tranquilli, offrendoci
apparve un nido bianco, di cotone grezzo, del tipo che si usa fiducia... Uno dopo l'altro la beviamo dal mate ossidato. Non
per i dardi delle cerbottane, e nel nido brillavano cinque so quali parole mi sento pronunciare poco dopo, ormai sotto
uova azzurre. Non riuscivo più a controllare le mie visioni, l'effetto dell'allucinogeno: un alito inatteso confonde le mie
e in esse appariva ora la panguana maschio che si sedeva parole, ha invaso la stanza più come un colore che come un
sulle uova come se le volesse covare. È sempre il maschio odore, alito incolore di terra defunta, di boschi imprigionati
che le cova, mi disse il maestro, e la panguana si alzò dal con la liana dell'anima, un vento freddo e quieto, specchio
nido. E le uova azzurre si ruppero, come il cielo, e verso la foresta che ha assediato la notte all'improvviso.
spuntarono cinque coppie di panguana, due per ogni uovo Riesce a vedere la mia voce che esce dallo specchio rigonfio
azzurro, uscirono fuori già adulti, come i loro genitori. E di alberi e scende lentamente, in un fumo di colori, e si av-
senza che io potessi controllare la loro comparsa, divise in volge al tronco di un machimango fino all'erba folgorante che
coppia, le panguana appena nate si dispersero ai quattro invade il pavimento della stanza aperto. Chiudo gli occhi,
angoli del campo delle mie visioni. Aprii più volte gli vedo: siamo a casa di Don Manuel Córdoba, tutto è armonia
occhi, dice Don Manuel Cordóva, ma non vidi la panguana nel Jirón Huallaga di Iquitos, tutto è armonia; lo stregone
madre. Li chiusi: lo stesso. C'era solo il maschio, lì, nel fuma contemplandomi dal divano di stuoia e Félix Insapillo,
centro, e si piegava verso terra, sempre più piccolo, seduto a terra, alla mia destra, tutto è armonia, e più in là, Ivàn,
sembrava ritrasformarsi in uovo, diventava azzurro, sempre le palpebre abbassate, e la statua di legno scolpita nella
più azzurro, poi le sue ali si staccarono, le vidi staccarsi dal penombra fresca. Mi sento ripetere qualcosa, non so bene.
corpo e andarsene sole, volando, dissolvendosi in fumo, e Apro gli occhi, quella voce è mia, la sto guardando, quella
allora il maschio, abbandonato, piangendo come un uomo, voce scivola, striscia lentamente verso mio cugino Cèsar. Ma
conficcò il becco nella terra... Cèsar non c'è. Sol-
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tanto allora scopro che non c'è stato mai nessuno al posto di Una bruma di passi, voci, rumori mattutini, clacson di
mio cugino Cèsar. Come inebetito, guardo e riguardo le mie automobili, raggiungo la stanza attraverso gli addii del tohé e
mani, il volto, mi guardo con le mani. Don Manuel Córdoba della notte, attraverso l'ostinazione dell'oni xuma. Che effetto
mi osserva con pietosa soddisfazione. Cominci a sentire ti ha fatto questa volta, chiede Don Manuel Córdoba a Félix
l'effetto dell'oni xuma, non è vero?, sorride. Questa è la più Insapillo, e lui: buono, e Don Manuel: che visioni hai avuto?,
forte. Saprai che esistono due tipi di ayawaskha. Le sue parole e Félix: c'è stato un momento in cui mi sono visto fuori della
si allontanano dalla mia vita, riesco a vederle mentre sibilano carne, e ho pensato: se a quello lì seduto, che poi sono io, lo
nell'aria: colpissero con una frusta, né lui né io sentiremmo dolore.
— Ci sono due tipi di liana, esternamente uguali, dello Volli fumare, non potei, presi la scatola di fiammiferi e mi
stesso colore e dello stesso spessore ma, se tagli il gambo di misi a ridere dentro di me, sènza che la mia bocca ridesse,
traverso, vedrai che una è fatta di tre fibre rotonde e l'altra perché la scatola di fiammiferi era il cranio di un cervo.
di cinque. Quindi, non è che quella nera sia più grossa, Come posso accendere una sigaretta con il cranio di un
contiene più fibre e per questo il suo effetto è più forte... cervo, dissi, e lo dissi sapendo che si trattava di una scatola di
E si alza dal tronco di espintana, tutto è armonia, in fiammiferi. E la chioma di quel piccolo albero, che sta lì
questa selva che non è più uno specchio e occupa la stanza vicino al paravento, lo stesso: era una canoa che si era
come se fosse vera, tutto è armonia assoluta, i profumi del arrampicata sui rami. Ma era allo stesso tempo la chioma del-
bosco, i suoni del bosco. Don Manuel Córdoba attraversa la l'alberello. Poco dopo mi persi in un enorme macchinario di
radura. Lo vedo senza stupore introdurre la mano destra colori lenti, tra ingranaggi tremendi, di ferro, silenziosi
dentro la cushma, attraverso il collo della cushma, ed quando giravano, immobili, con viti rosa pallido, grandi, dai
estrarre una boccetta di acqua fiorita; svita il tappo e il tappo colori soavi, e pulegge, una macchina spaventosa e io lì
vola via brillando; poi mi si avvicina e mi asperge il petto con dentro, in mezzo a quei mostri che giravano ricoperti di punte
la musica che scorre dal piccolo recipiente. Con l'altra gialle, viola e il mio corpo trafitto, senza che io sentissi il
mano, Don Manuel Córdoba mi regge la fronte sudata, sto minimo dolore, senza che mi uscisse una sola goccia di
bene, sento che dice mio cugino Cèsar dentro di me, qui tutto sangue...
è armonia, che io mi sento bene ripete... Lo stregone mi — E il mio figlioccio Ivàn Calvo, dice Don Manuel
bagna la testa con alcool canforato, poi bagna la nuca e il Córdoba. Che visioni ha avuto? La sua voce la riconosco, mi
petto di mio fratello Ivàn, tutto è armonia, si dirige verso viene restituita uguale sotto l'effetto della droga, una
Félix Insapillo allontanando bambù colorati, ossa di tannila, stanchezza che non mi appartiene prostra il mio corpo sul
peni di achùni, un empalado di anime, e alla fine anche lui si sedile.
strofina la testa, e attraverso il collo della cushma, sparge — Ciò che ho visto non si può raccontare, dice Ivàn
gocce di musica profumata. Uno splendore di torce agitato.
disegna-cancella-paralizza il suo volto, i suoi volti, quei tre Don Manuel Córdoba lo guarda con tenerezza, poi con la
profili che all'improvviso si coprono di foglie, sopra i stessa espressione di affetto volge lo sguardo verso di me:
capelli, come lune, corone di lupuna gialle e rosse e io li — E il giovane, il non tanto giovane Cèsar Calvo? Ciò
vedo lontani, molto lontani che si cancellano mentre io mi che hai visto si può raccontare o anche tu hai visto ciò che ha
cancello. visto tuo fratello Ivàn?
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E io, immenso nelle mie visioni, ancora dentro la notte waka, si chiamava Ino Moxo, mi sembra, sì, mi ricordo
che sta per finire: chiaramente, si chiamava Ino Moxo, ma non era Ino Moxo,
— Ho fatto un sogno molto strano, come se ubriaco avessi era Don Manuel Córdoba, era lei, con la pelle chiara, gli stessi
visto un film. All'inizio ho visto qui, nella stanza, un bosco occhi, la voce e i gesti, tutto... Alla fine, dopo avere
davanti a uno specchio che si velava di bontà, che alzava un attraversato a piedi colline boscose, arrivammo al fiume
velo di bontà verso la faccia, verso il respiro di un bambino Mishawa e lei ci ricevette. Ino Moxo ci ricevette, ecco che
addormentato. Ho chiuso gli occhi, li ho riaperti e nulla si era cosa ho sognato. Per quattro giorni parlammo seduti sulla riva
alterato in questa mia visione; tutto era normale, naturale nel del Mishawa. Poi, all'improvviso, dopo una seduta di
sogno. Sognai che io ero e non ero io allo stesso tempo e che ayawaskha e tohé identica a quella di questa notte, a casa sua,
io e quell'altro che io ero, viaggiavamo da Lima e da Pucallpa Ivàn mi disse che Ino Moxo si era messo la sua cushma gialla
ad Atalaya, e ad Atalaya affittavamo una barca con motore ed era entrato nel bosco e il suo corpo si era dissolto in fumo...
fuoribordo, e solcavamo il fiume Ucayali fino all'Urubamba, e Ricordo che dopo l'ayawaskha che lei mi aveva dato nella sua
dall'Urubamba fino alla bocca dell' Inuya, nel mio sogno, capanna di Mishawa, sognai esattamente lo stesso sogno che
navigavamo contro corrente, per molti giorni fino al fiume ho sognato nella sua casa di Iquitos, qui a Jirón Huallaga,
Mapuya e lì raccoglievamo fossili marini, chiocciole di pietra, come un sogno dentro un altro sogno: vidi che ero ad Atalaya
meduse di milioni di anni e c'era una wapapa che mangiava la con Ivàn e con Félix Insapillo e con me stesso, Cèsar Calvo, e
gente, paesi interi galleggianti come pesci nell'acqua che navigavamo lungo l' Ucayali, l'Urubamba e l' Inuya...
avvelenata, nella mia visione... Come visione che nasceva sul morire, che non sarebbe mai
Don Manuel Córdoba finge di occuparsi della sua pipa, sta terminata, come un viaggio finito col suo inizio che vedeva se
per accenderla, ma preferisce concentrarsi sul fiammifero che stesso guardarsi nella mia visione... E ho ancora in testa, come
rimuove i resti del tabacco. E poi?, dice, con una voce che se lo avessi appena vissuto, quel viaggio che il suo oni xuma
avevo già previsto. Decido di tacere, mi accascio sulla sedia, mi ha fatto sognare...
non mi obbedisco. Vidi colori, solamente colori, per molto E Don Manuel Córdoba, sorridente, mentre posava la pipa
tempo. Ma subito ritornò il sogno, lo stesso sogno ritornò sul tavolino:
dove ci aveva lasciati. Continuammo a viaggiare, un bambino — Gli ashaninka dicono che sognare è parlare con l'aria,
amawaka ci guidava. Ci lasciammo il Mapuya alle spalle e che durante il sogno ci si sveglia alla vita di altri tempi, a una
entrammo nel bosco, io tornai indietro, puntai contro la delle vite del tempo di questa vita. Le cose che si vedono
wapapa il mio fucile, non so bene che cosa mi scoraggiò. dall'oni xuma sono reali, più che reali, non avere dubbi. Tu
Continuai a sognare con grande chiarezza, sognai che non ero stanotte hai viaggiato veramente, anche se non è il modo più
Cèsar Calvo ma Cèsar Soriano, un mio cugino che vive a abituale di manifestarsi della verità. E parlando fra sé, dentro
Cajamarca: era dentro di me senza che io smettessi di essere io di sé:
e insieme camminavamo inciampando tra quei boschi, — Una delle molte maschere di questa stessa verità. E
ostinati, dietro a Ivàn. Davanti a tutti camminava il bambino cambiando espressione, con voce inconfondibile:
inviato da lei, Don Manuel, perché ci guidasse. Perché sognai — L'intero viaggio del tuo sogno, per me è certo, per la
che stavamo camminando e soffrendo e sforzandoci solo per mia vita, e per te dovrebbe essere lo stesso, un viaggio vero
arrivare fino a lei. E sognai che lei era il capo degli ama- dal principio alla fine...
E soppesando la mia incredulità:
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Lì, sulla riva del Mishawa, nel tuo sogno, c'era un enorme mai senza sponde. Credimi: la realtà non è nulla se non si
renaco in mezzo all'acqua?... verifica nei sogni.
E senza mezzi termini, volgendo gli occhi verso Félix
Insapillo e verso mio fratello Ivàn:
— Loro non saranno più come sono stati fino a ieri, prima Il tremito di una rete mi avvolse, non era un sogno, era un
dell'oni xuma e del tohé. In modo impercettibile, ma concreto, lago e vidi Kaametza sulla terza sponda, sul sangue nero
anche loro si sono alimentati delle tue visioni, a loro modo, dell'otorongo accoltellato, feci per avvicinarmi a lei ma la rete
hanno viaggiato con te... Anche se ancora non lo sanno nel mi restituì alle acque sempre più scure e più calde e più chiare,
pensiero del cuore, oltre le memorie, neppure loro sono più gli qespichìway! qespichìway! gridai e non era un lago, era un
stessi... fiume; qespichìway! invocai Kaametza, fammi diventare
E affilando gli artigli del suo nome amawaka, cadendo su come il cristallo, procrea con me figli trasparenti e liberi! Così
di me dall'alto della sua fronte di saggio: mi udì gridare in quechua il sogno ma non mi sentì, Kaametza
— Io lo so, tu non sei venuto da Lima soltanto per farti se ne stava assorta sulla riva e Narowé si svegliava, i tentacoli
curare il corpo materiale. Questa notte, non sei venuto della rete mollarono-la presa-mentirono-insistettero, poi mi
soltanto per prendere oni xuma con tohé. Lo so. Per questo ho afferrarono di nuovo. E non era una rete, era una mano che mi
disposto ciò che hai visto nel tuo sogno. Ho disposto, una per scuoteva, due mani che mi afferravano alle spalle, Roosevelt
una, tutte le tue visioni. Anche per questo non le ho trasmesse Guzmàn mi svegliava chiedendomi scusa, dicendo che tutti
a te ma al tuo doppio, a uno dei corpi della tua ombra. Forse erano usciti turbati dal mio incubo e che stava per calare la
un giorno, se sarai in grado di meritarlo, potrò confidarti, sera.
saprai perché non ho agito direttamente su di te, perché ti ho Ho dormito tutto il giorno, qui, in questa casa di Jirón
fatto viaggiare con un tuo parente, vicino a lui, al suo fianco Aguirre di Iquitos, di fronte alla Plaza 28 de Julio, nella stessa
come un estraneo, perché ti ho fatto viaggiare con il tuo altro stanza che più di vent'anni fa mi ospitò studente durante le
io nelle tue visioni... vacanze. Il vento non è passato. Ora sto di fronte alle stesse
E lasciando il divano di stuoie, congedandosi da noi, la persiane che il pittore Calvo de Araùjo, mio padre, aveva
mattina era soffocante e i pazienti cominciavano a chiedere di saputo trasferire con dita di tabacco e acquaragia e pennelli,
lui, una fila di facce livide e ansiose, Don Manuel Córdoba raccogliendo giubili e colori e giubili e collere per consegnare
ordinò che io, non Cèsar Calvo, ma l'altro mio Cèsar, tutto al cavalietto dove un'altra finestra lo aspettava. Il vento
raccontassi a beneficio della gente i meandri del viaggio che non è passato? So bene che Don Daniel Guzmàn Cepeda non è
credevo di avere sognato. Quel viaggio che sessant' anni fa, o in casa, che questa non è più la sua casa né la mia, che se ne è
tra sessanta milioni di anni, nel tempo senza tempo, mi fece andato con mio padre, calpestando teneri rami, che i loro corpi
conoscere Ino Moxo, Pantera Nera degli Amawaka. si sono dissolti in fumo. Se soltanto riuscissi a ricomporre il
— Vai a riposare adesso, ordinò affaticato Don Manuel sogno, dico tacendo-vedendo, ma un acquazzone improvviso
Córdoba, come un convalescente, mentre ci accompagnava mi sveglia completamente, entrano grosse gocce dalla
alla porta, lentamente. Non alterare mai la realtà del sogno, finestra, mi alzo e la chiudo invano, i miei occhi non si
non separare la magia dalla storia né la veglia dal mito. allontanano dalla pioggia. Perché il vento è passato, salici, sì,
Ricorda che i fiumi possono esistere senza acqua, è passato, manghi, melerose, devastando generosi nespoli,
indimenticabili alberi eterni, complici della mia
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vita. E non c'è nessuno né in piazza né a casa, chiedo a
Roosevelt che dica che non c'è nessuno, se qualcuno mi
cerca digli che non ci sono, digli che anche io, che neppure
io, che me ne sono andato quattrocento anni fa. Allora infilo
un foglio bianco, uno nero, ancora uno bianco, nella
malandata macchina da scrivere: e scrivo
LE TRE METÀ DI INO MOXO e
altri maghi verdi
DI: CÈSAR SORIANO

— Così succede quando qualcuno dice la verità, ri-


suona Don Manuel Córdoba nella mia memoria. Se una
sola esistenza la sente e ne tiene conto, non c'è neanche
bisogno di dirla: dicendo altre cose stai già dicendo la
verità anche se né tu né la verità lo volete...

Il primo uomo non fu uomo, mi dice Don Javier, im-


pigliandosi in risate profonde. Il primo uomo fu donna...

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Abuta - Questo albero alto e grosso, sconosciuto quasi ovunque, cresce
preferibilmente nelle selve pianeggianti. Le sue radici di un rosso
scuro, sfilacciate e bollite, conferiscono forza a una bevanda che
elimina lo zucchero dal sangue.
Acarawasù - Pesce refrattario ai grandi fiumi; vive esclusivamente in
rigagnoli e laghi. Pesa fino a tre chili e raramente è lungo più di
cinquanta centimetri. Nelle città è pregiata la sua pelle, nei villaggi
la sua carne saporita. Ciò che è certo è che per una ragione o per
l'altra, minacciato dalla fame e dagli acquari, l' acarawasu vive, o
meglio non vive, corre il rischio di estinguersi.
Achiote - Bixa Orellana. Seme rosso che macinato, viene impiegato, in
farina e in pasta, a scopi culinari, rituali o semplicemente
decorativi. Nelle cucine più esigenti e moderne l' achiote è ormai
diventato indispensabile come condimento; ma gli indigeni
continuano a non riconoscergli altra virtù se non quella di una
efficace pittura magica: il suo colore mette in fuga le fiere, gli
uomini malvagi, le anime avverse, l' achiote ci rende invulnerabili
a qualunque minaccia dei nemici visibili e invisibili.
Achùni - Quadrupede inquieto, di media grandezza. Soltanto da vicino
e dopo avere visto la sua coda irsuta, le sue orecchie languide, si
può affermare che l'achùni è achùni e non volpe. Nonostante la
diffusa indifferenza di questo animale per le galline, la voracità dei
cacciatori continua a confonderlo con la volpe.
Afaninga - Questa serpe è solita vivere al riparo, quasi nell'anonimato,
dei pascoli. A differenza delle altre, l'afaninga si finge selvatica, ma
non attacca. Persino quando è attaccata non morde: si limita a
proteggersi ruotando la coda, nascondendosi dietro un mulinello di
sferzate innocenti.
Aguajal - Si dice delle terre pantanose e soggette a inondazioni dove
abbonda una palma conosciuta, come del resto i suoi frutti, col
nome di aguaje. A questo proposito esistono due versioni opposte
ma entrambe accreditate: una afferma che

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gli aguajales devono il loro appellativo alla palma che cresce in nuya e del Mapuya che alimentano il Fiume Sacro degli Inka,
quelle zone paludose, l'altra afferma che gli aguajes sono così l'imponente Urubamba.
chiamati perché crescono unicamente in terreni coperti dalle Andiroba - Albero particolarmente duro, che trova nel wakapù l'unico
acque. rivale nella costruzione delle case.
Aguaje - Palma gigantesca che preferisce le terre soggette a inondazioni Anima - Spirito. Anima. Apparizione. Fantasma. E forza, quell'essenza
o le prossimità delle lagune e dei fiumi. Aguaje è anche il nome del che abita e dà vita, dà respiro, anima uomini e animali, vegetali e
frutto di questa palma, specie di pigna molto piccola e rossiccia; cose. Detto dagli stregoni amazzonici, "Grandi Anime" può
dietro una buccia dura che si stacca con i denti, l' aguaje nasconde riferirsi tanto agli spiriti superiori che in passato hanno occupato
un corpo materiale, quanto alle potenti divinità che allo stesso
un piccolo strato di una polpa altamente nutritiva e gustosa. tempo danno impulso e minacciano il creato ricreandolo nella sua
Aguaje-machàcuy - Serpente acquatico, pacifico, il cui nome si deve al esistenza quotidiana. Anima è anche ciò che si stacca dal
colore e alla composizione della pelle, imitata dai frutti dell'aguaje moribondo, che continua a vivere per lui quando muore, che poi
fino a confondersi con essa. Machàcuy è la spagnolizzazione della percorre i luoghi e gli affetti del defunto cercando eternamente la
parola macha'aqway che in quechua indica gli ofidi e le bisce. Sarà sua fine. E perciò nella selva, e non solamente nella superstizione
necessario ricordare che un'altra parola quechua, Amaru, che dei villaggi, ogni volta che succede qualcosa di inspiegabile, un
significa serpente, o meglio grande serpente, o anaconda, boa, era rumore, un'improvvisa bufera, un movimento o un silenzio
ed è usata soltanto per designare il Serpente-Dio, una delle divinità imprevisti, qualcuno invariabilmente penserà tra sé e sé: "è
minori degli Inka? l'anima del tale, la sua anima che lo insegue."
Ajuàsi - Più che dell'uomo ozioso si dice di quello inutile, quello la cui Anona - Anón. Uno dei frutti tropicali più nutrienti e saporiti. La sua
anima, abitata da inevitabili pigrizie, lo porta verso un triste dura buccia, di un verde scolorito, racchiude una polpa forse
destino di insuccessi. Ajuàsi non è necessariamente chi si nega a troppo bianca e dolce.
agire ma chi sbaglia ogni volta che agisce. Anashùa - Pesce che compensa ampiamente la sua lunghezza, appena
Allpaka - Auchenìa Pacos, docile, meno robusta e meno alta di un 40 centimetri, e il suo peso precario, mai più di 2 chili, con una
asino, pregiata non tanto per la carne quando per il pelame, fonte carne trasparente, dal sapore indescrivibile, come indescrivibili
inesauribile di lana morbida come la seta. L'allpaka è uno dei sono i colori della pelle che lo avvolge.
quattro camelidi che vivono nelle cordigliere sud-americane. Il Anaz - Alla sua statura di cagnolino da salotto aggiunge la vivacità di
guanaco, la vigogna e il lama appartengono alla stessa famiglia. una volpe decaduta. Solo pochi aborigeni lo considerano
Alqotuna - Allqo: cane. Runa: uomo. Molti indigeni delle nostre sierre commestibile, in generale lo trovano divertente e lo inseguono in
e selve chiamano allqoruna l'uomo bianco, il virakocha, per la mancanza di altri svaghi.
verità insultante che esprime questa parola: nonuomo, cioè Anuje - Nonostante sia uno dei roditori più piccoli della selva
inumano, sfruttatore, bastardo, ladro, falso; questo e non altro peruviana, la sua corporatura supera quella di due conigli comuni.
significa, a seconda di quando e di come si usa, la parola La ruvidità del suo pelame inganna: anche per sapore e tenerezza
allqoruna. della carne l'anuje supera due conigli.
Ama sua, ama llula, ama qella - In lingua quechua: non essere ladro, Apasharàma - Albero dalla corteccia dura e rugosa, indispensabile per
non essere bugiardo, non essere pigro. Gli Inka impiegavano la concia del cuoio pregiato.
questa frase al posto del nostro misero "buon giorno". La persona Apashira - Camaleonte piccolo e viscido. La sua carne lucidissima e
alla quale era rivolto questo saluto rispondeva Ch'eynallataq vischiosa è considerata un lusso da alcuni indigeni. La apashira
q'ampas, cioè: "Auguro la stessa cosa a te." unisce alla velocità vertiginosa dei suoi movimenti, una capacità
Amawaka - Amiwaka. Così designamo, dal tempo della conquista miracolosa di mimetizzarsi in qualsiasi ambiente. Ecco perché la
spagnola, la terra yora e gli indigeni che la abitano. Il principale sua cattura costituisce il trionfo e il vanto non tanto dei cacciatori
insediamento yora, o amawaka, dove si affermò la sapienza di Ino più esperti, quanto di quelli più fortunati. Nel linguaggio popolare
Moxo si trova ancora oggi in prossimità del fiume Mishawa, apashira indica il sesso femminile.
delimitato dalle correnti tumultuose dell'I- Aqllawasi - Gli Inka chiamavano così, "Casa-de-las-Escogidas", la
residenza delle vergini addette al culto di Inti, il padre Sole.
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Arambasa - Ape nera, feroce. La gente la teme e le dà la caccia allo Ayawaskha - Liana del morto. Fune-dell'anima. Nome quechua di una
stesso tempo: il miele di arambasa, lievemente acido, di un colore liana dalle proprietà allucinogene. Humboldt la ribattezzò come
dorato, non troppo denso, è ricercato più di ogni altro per le sue Banisteria Caapi. Moderni scienziati sono riusciti a isolare il suo
proprietà tonificanti. principio attivo, un alcaloide che hanno chiamato harmina e lo
Aripasa - Albero incerto nella grandezza e nello spessore delle foglie. hanno usato per esperimenti destinati a fallire perché si ignora con
Produce frutti grigi, rotondi, schiacciati, non commestibili. quali altri vegetali gli stregoni dell'Amazzonia mescolino
Ashaninka - Così si chiamano e chiamano le loro terre gli indigeni del l'ayawaskha per conferirgli poteri curativi e di divinazione su cui si
Gran Pajonal e delle zone circostanti, più di centomila chilometri fonda la fama di infallibilità di questa liana.
quadrati, Noi li conosciamo come campa. Nella loro lingua, Ayùmpari - Ashaninka che accetta o stabilisce uno scambio di regali
Ashaninka significa uomo; per loro, tutti gli altri sono chori con altri membri del suo gruppo. Gli ashaninka attribuiscono a
(gente della cordigliera, quechua o meticci) o virakocha questa usanza ancestrale valore di istituzione sacra. Non si tratta di
(usurpatori, bianchi, invasori). In questo altopiano della selva che dare per ricevere. Si tratta di respirare. La vita è nell'aria, è di tutti
si perde a vista d'occhio, conosciuto come il Gran Pajonal e che è non di uno solo. Se, regalandoti qualcosa, frecce, pugni di sale,
anche la loro patria, gli ashaninka non permettono né posti di pasta di achiote, merito e ottengo di essere tuo ayùmpari, non ti sto
polizia, né scuole di tipo occidentale, né chiese, né caserme. dando la vita, ma la sto restituendo a me stesso. Gli oggetti, i doni,
Tuttavia sono assai ospitali, anche se solo con chi si presenta loro i regali, tutti gli oggetti creati come l'aria dal nostro Padre — Dio
in pace. Con tutti gli altri sono spietati. Guerrieri indomabili, in Pachakamàite, diventano miei quando smettono di esserlo. Tutto è
passato hanno fermato i conquistatori inka e quelli spagnoli e oggi di tutti. È cosi. Ma solo tra gli ashaninka. Infatti, nessun bianco,
vigilano contro i nuovi barbari. nessun meticcio, e neanche gli appartenenti ad altre regioni
Ashipa - Tubercolo farinoso, di un dolce incerto, forse l'unico tu- amazzoniche sono accettati come ayùmpari dagli ashaninka.
bercolo che può essere mangiato crudo, come se fosse un frutto. Perché lo scambio di oggetti, che è un'istituzione sacra, non
Ayanawi - Nawi, in quechua, è occhio. Aya è anima, defunto, spi- solamente lega per la vita i due ayùmpari ma unisce e rafforza
rito-di-quelli-che-sono-morti. Ayanawi, può significare dunque l'intero gruppo.
Occhio-del-morto, Occhio-delle-anime, ed è il nome quechua Awiwa - Verme multicolore, commestibile, di solito raggiunge i dieci
della lucciola. centimetri di lunghezza.
Ayaymàman - Uccello dal nome onomatopeico. Il suo canto la-
mentoso, inconsolabile, si ode soltanto di notte. Nessuno è mai Balata - Lattice dell'albero detto balata. I lavoratori e/o gli estrattori di
riuscito a vedere un ayaymàman. Ed è per questo che gli abitanti questo parente del caucciù si chiamano perciò bala-teros. Il pittore
della selva continuano a credere a una leggenda che parla di due Calvo de Araùjo, li ha descritti, più con candore che con colori, in
bambini, un maschio e una femmina, che i genitori, certi che la una sua canzone che esprime pienamente il sentimento popolare:
fame li avrebbe portati a morte sicura, preferirono condurre, con
l'inganno, nel fitto del bosco per poi abbandonarli. I piccoli per Tu mi hai voluto bene, ingannatrice, ingannatrice
sopravvivere, dovettero trasformarsi in uccelli. Da allora quando avevo molti soldi, molti soldi Come Shiringuero,
singhiozzano, ayay màman!, invocando la madre, il padre o un come balatero, ho lavorato e quei soldi, ti ho regalato, ti
qualunque essere umano che sia disposto ad andarli a vedere. A ho regalato...
stento gli uomini riescono a intravedere il loro canto tra le foglie Barbasco - Pianta impregnata di una sostanza nociva chiamata
dell'oscurità. Da secoli i bambini-uccello continuano a rotenona. I pescatori, che usano anche il lattice del barbasco,
cantare-singhiozzando fino all'alba. preferiscono il veleno che estraggono dalle sue radici: majan il
L'indiscussa e innocente verità della nostra tradizione popolare vegetale (scheggiano cioè, colpendola, la pianta per far affiorare la
afferma che se un essere umano riuscisse a vederli, gli rotenona), poi spargono quel lattice sull'acqua e subito raccolgono
ayaymàman riprenderebbero la loro forma e la loro anima di un i pesci che agonizzanti galleggiano in superficie.
tempo.
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sulla riva del fiume, lontano dal suo campo, proprio dove più tardi
Bayuca - Nome di diverse specie di bruchi velenosi, interamente sarebbe nato spontaneamente un albero dai rami tristi e destinati a
ricoperti da una peluria colorata e irritante. produrre folgoranti e innumerevoli frutti. A tale macabra origine il
Bora - Nativo dell'Amazzonia, appartenente al territorio dallo stesso caimito deve i suoi tessuti eccitanti, l'anima della sua carne, quella
nome.
dolcezza che spinge alla smoderatezza. Campa - v. ashaninka.
Bocholócho - Più slanciato e inquieto di una colomba, ma non più
grande, questo uccello chiama solo se stesso: Camucàmu - Arbusto semiacquatico. I suoi frutti acidi, più acidi che
bocholooooo-choooo, bocholooooochoooo, con un canto dolci, ereditano, insieme al nome, pari discrezione nella misura.
monotono e melodioso, monotono, molto monotono. Camùnguy - Gallinaceo dal nome onomatopeico. La smodatezza del
Bubinzana - Canto magico detto anche Icaro. Invocazione. Preghiera suo portamento e il colore delle piume lo rendono simile al
in musica che gli stregoni canticchiano, mentre fumano, durante tacchino selvatico. Peccato che la sua carne sia del tutto
alcune cerimonie. impermeabile al sapore.
Bufeo - Bujéo — Delfino di fiume — Pesce mammifero della gran- Canela-muwena - Canela-mohena. Albero dal legno color cannella,
dezza di un uomo. Alcune indigene mestruate o incinte evitano di particolarmente profumato e duro.
navigare su imbarcazioni fragili: sanno che i bujéo si eccitano Canero - Pesce incredibilmente vorace, forte, viscido. Permanenti
sentendo il loro odore e investono le imbarcazioni per rovesciarle. viscosità ricoprono i 20 centimetri, mai superati, del suo corpo. Privo di
Non sono infrequenti i casi di donne morte affogate non in seguito denti, si alimenta per suzione. Il canero più è piccolo e più è temuto, e a
a naufragio ma a causa dei bufeos che le hanno trascinate in acqua ragione: la sua avidità sempre incontenibile, diventa mortale quando il
per possederle. Si racconta inoltre di pescatori che hanno catturato canero penetra attraverso l'ano o la vagina dei poveri esseri umani.
femmine di bujéo: affermano che nessuna donna le eguaglia in Capirona - Con il suo legno impenetrabile e fibroso si è conquistato la
abilità e ardore. La femmina del bujéo rosso è la più ambita: gli fama di produttore di miglior legname e del carbone più resistente.
stregoni tagliano la sua vagina, la dotano di poteri digiunando, Carachama - Karachama. Pesce antidiluviano, vive sul fondo dei laghi
icarandola e con essa fabbricano l'unica pusanga infallibile per le e si nutre di fango. Le sue squame numerose e grosse lo proteggono
pene d'amore. È cosa risaputa che i bufeos maschi riescono, se lo meglio di un'armatura. Può sopravvivere anche molti giorni fuori
vogliono, a trasformarsi in persone: travestiti da uomini escono dai dell'acqua. La sua carne non viene mai imbandita sulle tavole dei
fiumi, soprattutto durante le feste, e protetti dagli schiamazzi, dalla signori; i chama, che hanno come unica attività la pesca, si sentono
confusione, dai balli, corteggiano le ragazze e poi le rapiscono. I oltremodo orgogliosi quando riescono a catturare una karachama e
bufeos assumono, senza nessuna difficoltà, qualunque apparenza, ancora maggiore è la loro gioia se riescono a farlo senza l'aiuto di ami,
meglio degli stessi chullachaqui. Ma insieme ai poteri di questi frecce o reti: si tuffano senza sosta e, quando ormai li danno per an-
possiedono anche i loro difetti: i bufeos sono condannati a portare negati, tornano in superficie con la preda ambita: i giovani la tengono
sempre il cappello. E come il chullachaki umano è tradito tra le mani, quelli più esperti tra i denti. Cargar - Questo verbo
dall'impronta di tigre o di cervo che lascia inesorabilmente il suo completa e definisce, nel linguaggio degli stregoni, l'azione del curare.
piede destro, così il chullachaki di bujéo è costretto a respirare Uno stregone può cargar con malefici qualunque cosa che, prima, era
attraverso quel foro, sempre visibile, che ha sulla testa. Per stata destinata a fini benefici. E viceversa. O anche né l' una né l'altra
smascherarlo e spaventarlo basta togliergli il cappello. cosa: un fazzoletto innocente, per esempio, può essere cargado per
portare il bene e il male, la felicità o la morte. Per i non adepti cargar
può essere confuso con curare, e curare con stregare, con fare fatture,
Cahuàra - Kawàra. Pesce la cui smisurata dimensione contrasta con la anche se tali parole non riescono ad esprimere interamente la pienezza
bontà della carne. del suo significato.
Caimito - Se alla forma tondeggiante con quella sporgenza simile a un
capezzolo e alla pelle luminosa e tesa, si unisce la squisitezza
biancastra e gommosa della polpa, il caimito più che un frutto
sembra il seno di una ragazza. La storia più diffusa sul caimito
parla di un taglialegna che aveva punito i deliri della moglie
amputandole i seni e li aveva sotterrati
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Catahua -Katàwa. Albero gigantesco, interamente ricoperto di spine. Cumacéba - Albero dal legno duro, di nessun pregio.
Cresce nei terreni bassi. La linfa è velenosissima, utilizzata sia Cumala - Albero dal legno poco resistente, di nessun pregio.
dagli uomini, sia dagli animali. Alcuni aborigeni ungono le punte Cupiso - Cupisu. Piccola tartaruga, allungata, anfibia. Le sue uova, che
delle frecce e dei dardi con sangue di Katàwa. Con sangue di hanno il suo stesso nome, sono più saporite della sua carne.
Katàwa gli uccelli carnivori (la famosa wapapa, per esempio) Curar - Nel linguaggio degli stregoni questo verbo cambia di si-
ungono le loro ali, poi si immergono nelle acque stagnanti, gnificato e di ruolo. Curare un qualsiasi oggetto significa dotarlo
depositano il veleno, aspettano. E non aspettano a lungo: quasi
immediatamente divorano i pesci che la linfa di katàwa deposita di poteri, di forze, di significati ignorati da questo oggetto, che non
sulle rive. possiede né per natura né per nascita.
Cetico - La sua forma spigata e la dovizia dei suoi rami a ventaglio gli Curuince - Formica grande, compensa la mancanza di veleno con
hanno procurato, da parte di alcuni erboristi distratti, il nome di imbattibili tenaglie: con essa recide le spaventose foglie dalle quali
arbusto. Il suo cuore, sughero più che legno, ricco di cellulosa, è (oltre le oscurità e le umidità il cui fermento è tempo del
lusso ambito dai fabbricanti di carta. I nostri indigeni, spinti sottosuolo) spunta il putridume dei funghi di cui la curuince si
all'arte della pesca non per vivere i piaceri ma per uccidere la nutre.
fame, declassano il cetico per costruirsi zattere di emergenza. Cushma - Tunica tessuta e decorata con diversi colori; specie di poncho
Citaràcuy - Enorme formica la cui morsicatura non è velenosa né lungo, con maniche, cucito dalle ascelle fino ai piedi, È usata
dolorosa. Con lo stesso nome è conosciuta una danza che secondo indistintamente dalle donne e dagli uomini.
gli usi del posto viene accompagnata con tamburi, pifferi e battiti Chacchar - Masticare foglie di coca.
di mani: durante il ballo le coppie imitano, con pizzichi e gesti Chamairo - Cenere vegetale che può sostituire la calce quando si
allusivi, l'andatura controproducente delle formiche e la loro mastica la coca.
aggressività senza senso, fatale per quanto è evasiva, mortale per Chambira - Palma dal frutto commestibile anche se di un dolce
quanto è amorosa. discutibile. Il suo tronco non è compatto, ma in alto, in cima, nella
Coca - Arbusto dalle cui foglie si estrae il cloridrato di cocaina. Gli parte più affilata, dispiega un'inesauribile frescura di ombre di
abitanti delle Ande masticano la coca: formano con le sue foglie rami, di foglie larghe, dure e fibrose. Pur essendo particolarmente
una palla che masticano a lungo e a cui aggiungono calce, adatta a ricoprire i tetti delle case, le foglie di chambira vengono
sostanza che scatena le proprietà vitalizzanti che caratterizzano utilizzate esclusivamente per fare funi: assottigliate, intrecciate
questo vegetale. I quechua la utilizzano da sempre per divinare. Se con abilità, arrotolate e di nuovo intrecciate, non hanno mai tradito
la coca ha un sapore dolce, annuncia fortuna: si deve intraprendere la loro fama di indistruttibili. Stranamente si chiama chambira
ciò che si è pensato. Se invece è amara, è un segno nefasto, e si anche un pesce dalle spine pericolose e dai denti repellenti, e
deve rimandare quanto si è programmato. Gli stregoni amazzonici nonostante ciò commestibile.
aggiungono foglie di coca al-Vayawaskha solo in determinate Charichuelo - Albero dalla chioma impertinente, elevata, fitta di alti
occasioni: anche loro confidano nella coca per fare luce sul futuro. rami e di foglie. Produce pochi frutti aciduli dal sapore acre ma
Cocha - Kocha. Parola quechua. A seconda dell'uso può significare abbastanza tollerabile.
Lago, Laguna, Gora, Acque Tranquille, Pozzanghera, Oceano. Chicoza - Specie di graminacea, erba da pascolo molto alta. Come
Cocona - La sua mediocrità di dimensioni non si addice alle foglie foraggio questa pianta è giustamente definita miracolosa.
larghe né al sapore dolciastro, delicato, agro, verdegiallo dei suoi Chicozal - Luogo generalmente sabbioso, ricco di chicoza. Chimicùa -
frutti. Albero dai rami inutili e fragili che si staccano con un soffio: produce
Comején - Formica dannosissima. Attacca ogni tipo di legno e al- frutti tenaci e rossi, cosi attaccati al ramo, così difficili da strappare, così
l'improvviso secerne una sostanza scura e porosa che si indurisce incapaci a vivere separati, che pochi cacciatori possono vantarsi, senza
in breve tempo. Con questa secrezione nata dalle rovine, il mentire, di averli assaggiati.
comején costruisce la sua casa. Chinchilejo - Libellula. Conosciuta, stupidamente, anche come
Coto-machacuy - Koto-machàcuy. Animale mitologico. Serpente gi- chu-pajeringa. Soprannome scontato per bambini e per giovani
gante, possiede due teste e vive sul fondo dei grandi laghi. squallidi e allampanati.
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Chirisanango - Sanango saporito. Tonico che gli stregoni preparano Demento-Chàllua - Pesce non commestibile, piccolo, semivolatile,
mescolando le proprietà e i succhi di diversi vegetali. decorativo. Il suo nome, pesce-pazzo, gli viene dalla irrefrenabile
Chonta - Cuore di palma. Germoglio commestibile di diverse palme: agitazione dentro e fuori dell'acqua.
wasài, shebón, cinami, pijoayo, hunguràwi. Polpa di una palma Doncella - Pesce molto grande. La sua pelle, senza squame, è avvolta
chiamata pona. Legno duro usato per fare le punte di quasi tutte le da una spirale di frange nere. Esistono doncellas che pesano anche
frecce e i dardi. 30 chili e la loro ottima carne è senza spine.
Chori - Si dice, in ashaninka, dell'uomo delle Ande, del quechua o Dorade - Chiamato anche Zùngaro. La testa di questo pesce supera,
meticcio delle nostre montagne. senza sforzo, la metà del corpo privo di squame e di spine e che
Chosna - Scimmia notturna. Nonostante la sua corporatura robusta, abitualmente raggiunge i 50 chili.
nessuno la considera violenta o aggressiva. Le sue grida, in piena
notte, e i suoi salti che spesso provocano la caduta di rami pesanti,
forse ci ingannano e ci infondono paura. Ma è noto che non è
questa l'intenzione della chosna. Ejercer - Usare con competenza tutte le conoscenze e tutti i poteri
Chuchuwasha - Albero le cui radici spezzettate e macerate in ac- acquisiti attraverso la magia. Ejercer è prerogativa degli stregoni
quavite di canna conferiscono potere e forza a una pozione cu- autorizzati, cioè di quelli che officiano dopo anni laboriosi di
rativa, afrodisiaca, tonica, chiamata anch'essa chuchuwasha o solitario apprendistato e di sperimentazione.
chuchuwasi: la prima espressione quechua potrebbe significare: El Anima Sola - v. Elegguà.
"petto indietro" o "petto che si gira" e la seconda: chuchawasi, Elegguà - L'Anima Sola. Divinità africana che, nel fervore senza anni
sarebbe "casa del petto". di alcuni dei suoi fedeli americani, suole essere identificata
Chullachaki - Dal quechua Ch'ullan Chaki che significa un-solo-piede, erroneamente con Ekué, che è La Morte. Si tratterebbe dunque di
piede unico. Essere mitologico. Demonio. Spirito. Secondo quanto un'Anima Sola sempre accompagnata, più considerata che riverita
è stato dimostrato, ogni chullachaki, anche se è capace di assumere per la sua indiscutibile bontà, infatti non sono solo gli adepti di
l'apparenza più inverosimile, non riesce mai a mascherare uno dei Ekué a considerare il morire un sollievo, una benedizione che li
suoi piedi: di solito il destro si rifiuta di assumere aspetto umano e
assume quello di una zampa di tigre o di uno zoccolo di cervo. Così libera dalle umiliazioni e dalle pene di questa vita. I nostri antenati
il chullachaki, più che tradito, è denunciato e si denuncia, senza negri, quando gli schiavisti proibirono le loro religioni
volerlo, da solo, con una parte del suo corpo. A ciò si deve con costringendoli al cattolicesimo, conferirono ai loro dei le identità
certezza il modo discutibile e insolente con cui in Brasile chiamano dei santi cristiani per poterli continuare ad adorare come propri,
il nostro chullachaki: Curupira. fosse anche senza nominarli, sotto vesti altrui, nel segreto della
Chullakaqla - Chullacajla. Mandibola diseguale. Pesce interamente memoria lontana. Perché scelsero proprio un Cristo per
orfano di squame, fornito di smisurati e velenosi sproni. mascherare Ekué e perché Ekué per mascherare Elegguà? Avranno
Chushpi - Zanzara insignificante, la cui puntura oltre a provocare un avuto le loro ragioni. Una cosa è certa: attribuirono i caratteri della
dolore atroce, causa infezione. morte niente meno che al resuscitato e immortale Gesù di
Chusupe - Chushùpi. Grosso serpente, dalla pelle scura, quasi ossea, Nazareth.
velenosissimo. Una sua particolare abitudine lo rende tre volte più Empalar - Alzare un muro di anime intorno a qualcuno o qualcosa,
pericoloso: tra tutti i membri della sua grande famiglia, la chusupe circondandolo con spiriti al posto di pali, con volontà al posto di
è l'unica che insegue la vittima anche dopo averla morsicata e se recinzioni, perché nessuno possa arrecargli danno.
può continua a morderla senza pietà. Forse è l'unico animale, dopo Emponado - Pavimento fabbricato con strisce di una palma leggera e
l'uomo, la cui ferocia non conosce limiti. Perciò, desta meraviglia dura chiamata Pona, insostituibile, per virtù e tradizione, nelle
sapere che il majaz, per molti l'abitante più saporito della selva, case lacustri o costruite su terreni soggetti a inondazioni.
viva al riparo della temibile chusupe, nel suo nido. I mitayeros e
coloro che abitano lungo i fiumi affermano di avere trovato in Espintana - Albero dritto, dalla corteccia compatta, utilizzata nella
qualche parte del corpo del majaz una cartilagine che riproduce costruzione delle case. Si sa che la madre, lo spirito che guida
perfettamente la forma di un dente di chusupe. l'espintana, è due persone, una vecchia, l'altra giovane, che
chiacchierano e chiacchierano al tramonto.
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Huairanga -Wayranqa. Wayra in quechua: vento. Questa vespa non si
Fasàcuy - Nonostante viva prevalentemente in laghi e lagune, e spesso posa mai sul suolo, vive sempre nell'aria. Il suo pungiglione emette
soltanto nei corsi d'acqua tranquilli, il fasàcuy non è facile da un veleno che si spande immediatamente sotto la pelle. Il dolore
pescare: la dentatura ben si accorda alla sua voracità e le squame che provoca, anche se effimero, è veramente inenarrabile e inoltre
che le rivestono come una corazza sono sempre coperte da inganna: il dolore passa in fretta, è vero, ma solo per essere
vertiginose mucosità grigie. I suoi quattro chili, distribuiti in 60 sostituito da febbri alte e continue e atroci nausee.
centimetri, sono privi di grasso e di spine. Hualo - Wàlo. Rospo dalla carne compiacente; emette grida
Firirìn - Specie di pernice più piccola di volume e più tenera di carne. spa-smodiche, impudiche e rauche. Di solito, pesa circa un chilo.
Flautero - Questo uccellino trova conferma nel suo nome: alle sue Huancahui - Wankàwi. Uccello rapace, grande e robusto, dal nome
dimensioni minime oppone vittorioso l'estrema e nostalgica onomatopeico. Canta soltanto quando avverte l'approssimarsi
dolcezza dei suoi canti. dell'uomo, come se lo volesse annunziare, come se lo volesse
Gamitana - Catturare questo pesce di 30 chili, lungo un metro e denunziare, per avvisare tutti gli abitanti del bosco del grande
incredibilmente largo, è una festa per un intero paese. I mitayeros pericolo.
non permettono che si peschino due gamitana in uno stesso Huangana - Wanqana. Una delle due famiglie di cinghiali che abitano
giorno, poiché il sapore di una sola basta a saziare le esigenze dei la nostra selva. A differenza del pacifico e vegetariano sajino,
magri abitanti delle rive dei fiumi. maiale selvatico che a mala pena sopporta l'esistenza in coppia, la
Garabato-kasha - Pianta rampicante dal gambo consistente e asciutto, carnivora Huangana vive in branchi rumorosi, furiosi, tumultuosi,
interrotto, a tratti, da nodi ossidati sui quali spunta una spina a
centinaia e centinaia di denti insaziabili che depredano i boschi.
spirale. Gli usi del garabato-kasha sono tanti quanti sono i modi
con cui i fattuchieri preparano la radice, impastano la corteccia o Huapapa - Wapapa. Uccello carnivoro, palmipede, di colore scuro.
guidano la linfa, l'arrampicarsi contorto, la saggezza delle sue Con i tre aculei, che spuntano sulle articolazioni delle sue ali,
spine. squarcia la corteccia di un albero nocivo chiamato Katàwa, intinge
le sue piume in quella linfa, vola, cerca un'ansa del ruscello, si tuffa
e si risciacqua con attenzione, spargendo il veleno nell'acqua e
Haraweq - In quechua designa tanto il poeta come il musicista e il aspetta. Impassibile, appostata sulla riva, aspetta che i pesci
cantore. L'equivalente spagnolo potrebbe essere, con riserva, avvelenati vengano a galla, allora li raccoglie a uno a uno e li
menestrello. divora senza fretta, un pezzo di questo, un pezzo di quello,
Harmina - Alcaloide che si estrae dall' ayawashka. continuando a ucciderne molti di più di quanti la sua gola ne possa
Hiporùru - Chiamato anche para-para. Arbusto dalle foglie lucenti, contenere. E lo fa con lentezza, neutrale, rassegnata, come se
ostinate: se si accartocciano riprendono sempre la loro forma compisse quella premeditata, inutile, sanguinosa cerimonia per
originale, come se fossero fatte di gomma. Macerate in acquavite obbligo, non per fame di vita ma per morte di sazietà. La wapapa,
producono un tonico la cui potenza, oltre ad eliminare le impurità concentrata in questa operazione, indifferente a tutti e a tutto,
del sangue e la debolezza di cuore, oltre a curare il diabete, sarebbe una preda più facile di un qualunque pesce defunto se così
possiede una virtù inestimabile: restituisce il vigore sessuale ai volesse un cacciatore altrettanto cieco come lei. La wapapa dà in
vecchi e agli impotenti. questo modo la repellente impressione di un cadavere immeritata-
Huacapù - Wakapù. Albero dal cuore durissimo, ostinato, mente resuscitato, sonnambulo, ridotto a compiere i dettami di una
diffi-cilissimo da segare. Usato nelle costruzioni di case o di perversione senza memoria.
grandi edifici, il legno di wakapù non ha nulla da invidiare al- Huicungu - Wikunqu. Palma protetta da spine colossali, fortissime e
l'acciaio. Non serve però né per riscaldare né per cucinare: il suo nere. Queste fanno sì che i frutti del wikunqu siano pregiati, più
legno duro impedisce la fiamma e rende cattivo il cibo: anche le che per la loro delicatezza, per la difficoltà a raccoglierli.
sue schegge, insensibili come stalattiti, si spengono senza ardere. Huito - Wito. Frutto medicinale ricco di iodio e saccarina, miracoloso
Huacapurana - Wakapuràna. Albero di legno fibroso, una volta secco, per qualunque malattia delle vie respiratorie. Dal
dimostra una perentoria vocazione di legna da ardere.
Huacra-pona - Wacrapona. Palma dal tronco panciuto, alterato, come
se fosse pregno.
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wito ancora acerbo, conosciuto con il nome di jagua, si estrae una perché itininga ha un legame con la voce quechua Tilingo che rimanda a
tintura scura, indelebile, che le donne usano per la pulizia del viso e gli ciò che è squallido, inutile, malaticcio. Ivenki - Nome ashaninka di
uomini contro le punture degli insetti. Hungurahui - Ungurawi. Palma un'erba ricca di indiscutibili proprietà magico - curative. Gli indigeni di
che dà frutti gialli, pastosi, piena di fastidiosissimi semetti neri. Dal altri paesi la chiamano piri-piri.
frutto di questa palma, chiamato anche esso hunguràhui, si ricava un
olio prezioso: usato come unguento per massaggiare le teste calve fa
ricrescere i capelli. Jagua - Frutto dell'albero chiamato Huito. Ha due nomi diversi e due
diversi usi, a seconda dell'età: jagua, quando è ancora acerbo e la
sua polpa produce un liquido nero, amaro e indelebile; huito, come
Icarado - Qualsiasi essere o oggetto a cui lo stregone abbia concesso l'albero che lo produce, quando è ormai maturo e viene considerato
proprietà magnetiche e protezione, o abbia attribuito poteri adatto per essere mangiato oppure per essere usato, dai soli
particolari ricorrendo a digiuni, scongiuri e canzoni magiche fattucchieri, come medicinale.
chiamate icaros o anche bubinzanas. Jergón - Serpe notoriamente velenosa e feroce.
Icaro - Canzone magica. Vedi: Bubinzana. Jìbaro - Abitante della regione dallo stesso nome. I guerrieri jìbaro
Inkarri - Essere mitologico. Fu catturato dai suoi nemici con l'astuzia e tagliano e riducono le teste dei nemici, quelli più abili e coraggiosi,
squartato nella Plaza de Armas di Cusco. I suoi resti furono sepolti sconfitti in combattimenti leali, regolarmente annunciati, che si
in luoghi diversi per impedirne il ricongiun: gimento e l'inevitabile svolgono corpo a corpo e con armi pari. Non tutti ritornano in
resurrezione. I quechua di oggi sostengono che il cadavere paese con il sanguinante trofeo tra le mani. Coloro che ritornano
disperso di Inkarrì avanza inesorabilmente sotto terra verso il con il trofeo sono subito convocati dallo stregone, che gli insegna
Cusco, dove fu sepolta la sua testa, e che un giorno le divine ad appropriarsi dell'anima e delle virtù dei decapitati con un rito
spoglie si riuniranno ad essa, e allora Inkarrì risorgerà intatto e "gli che si conclude con la riduzione delle teste avversarie alle
indios del Regno del Perù", sotto la sua guida, si ribelleranno di dimensioni di una mano chiusa. Ogni privilegiato taglia allora lo
nuovo, scacceranno gli invasori e recupereranno la libertà e i scalpo della sua preda e lo aggiunge agli altri che porta con vanto
territori del loro perduto impero. legati alla vita. Per essere rimasti fedeli a questo rituale dei loro
Isango - Animale microscopico, vive nei luoghi erbosi, si infila sotto la antenati, i jìbaro si sono conquistati una ingiusta fama: i nostri
pelle umana, e vi si annida procurando un bruciore insopportabile. civilizzati li temono senza motivo (non si conosce nessun bianco la
Gli indigeni lo combattono con impiastri di vari vegetali, gli altri cui testa abbia meritato, in qualche momento, l'attenzione di un
aspettano che trascorra l'inesauribile estate: il freddo è il nemico jìbaro) e li hanno soprannominati, irresponsabilmente, "Cacciatori
naturale dell'isango. di Teste".
Ishinshimi - Formica imponente. Fa il nido in cima agli alberi e ai
grandi arbusti. La sua morsicatura non gonfia né intossica, ma gli
uomini la sfuggono, non perché spaventati dalla sua predilezione a Kaapa - Ogni capo ashaninka, e cioè ogni padre di famiglia, costruisce
mordere gli esseri umani nei genitali, quanto dal fetore con cui due case: prima, la kaapa per gli ospiti, poi, il tantóotzi per i figli e
impregna tutto ciò che tocca. le mogli.
Isula - Formica dal veleno letale. Può misurare anche cinque centimetri. Kamalonga - Arbusto indispensabile in alcune pozioni in cui l'in-
Oltre a ferire con potenti tenaglie, il suo pungiglione posteriore grediente primario è l'ayawaskha. Gli stregoni attribuiscono alle
inocula una sostanza tossica che procura febbri e dolori che durano foglie di kamalonga e, anche se in misura minore, alle sue radici,
diversi giorni. Quattro isulas sono sufficienti per uccidere un qualità di predizione paragonabili a quelle della coca.
uomo. Karawiro - Carahuiro. Tintura formata con estratti di diverse radici e
Itahùba - Albero dal legno sottile e compatto. semi. Molti indigeni la usano per tingersi le braccia, il petto e le
Itininga - Palma dal tronco sottile, non molto alta, dall'aspetto fragile. guance. Gli tzipìbo, inoltre, la usano per disegnare e/o tingere le
Con lo stesso nome si designa anche una liana sfilacciata e loro vesti.
malaticcia, di cui si ignora la funzione e l'utilità, forse Katàwa - v. Catahua.
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Katziboréri - Generico di stregone, vegetariano, mago, fattucchiere, o per motivi che qui sono misteriosi, gli è riconosciuto il pri-
guaritore, ecc. Il termine di katziboréri comprende quello più vilegio di trasmettere nei discepoli le intuizioni e conoscenze
preciso di shirimpiàre. Semplificando, katziboréri alluderebbe al che gli furono concesse in uso e in custodia.
medico generico e shirimpiàre allo specialista nel "fumare il Majaz - Roditore semianfibio, enorme, dal pelame scuro chiazzato di
tabacco", allo "stregone fumatore" che conosce gli enigmi del bianco. I fortunati cacciatori che hanno assaggiato la carne di
fumo e sa diri gerii contro malattie e mali specifici. majaz non hanno dubbi nell' affermare che è una carne squisita,
Killa - Luna. Madre Luna. La sua condizione di sposa del Dio Sole persino più buona di quella umana.
ha fatto sì che gli inka la riverissero quasi fosse una loro divinità. Makàna - Pesce fluviale ricoperto di grosse squame ossidate, al-
Killka - Segno intagliato sulla pietra. Probabile scrittura geroglifica lungato e solido come spada antica. I guerrieri inka chiamavano
che gli inka hanno inciso sulle rocce dei loro tempi o su quelle makàna una delle loro armi preferite, la porrà, bastone
ad essi vicine. Le killka sono ancora prive di significato per i contundente sulla cui punta conficcavano una pesante stella di
solerti occidentali. pietra o di metallo. Oggi, nella Amazzonia, alcuni aborigeni
Kocha - v. Cocha. chiamano makàna una specie di spada di legno durissimo. Non
Kosho - Recipiente dalla forma di una piccola piroga che si ricava ha niente a che vedere con il significato dispregiativo e sciocco
scavando il tronco di un albero. Nel kosho gli ashaninka che a questa parola si attribuisce in alcuni paesi dell'America
lasciano fermentare la chicha di mandioca chiamata masato. Latina.
Koto-machàcuy - v. Cotomachàcuy. Makisapa - Enorme scimmia nera dalle estremità sproporzionate,
ognuna di quattro dita. Con la sua coda infinita e pelosa il
makisapa si arrampica agile sugli alberi più alti. Maki, in
Locrero - Uccello di media grandezza, dalle piume azzurrognole, quechua, significa mano, sapa significa immenso, grande, spro-
più nere che azzurre, come il colore del mare di notte, un porzionato.
azzurro cupo. Maligno - Spirito del Male. La peggiore e la più temuta anima del
Lupuna - Non esiste in tutta l'Amazzonia un albero altrettanto alto. male. Né diavolo né demonio, ma Il Diavolo, Il Demonio.
Per sostenere tanta immensità la lupuna piega la base del suo Mamàntziki - Sposa di Pachakamàite, il Padre-Dio degli ashaninka,
tronco in una serie di ali gigantesche. Ne esistono di due tipi, Figlio del Sole, artefice e guida di ciò che esiste e di ciò che non
una di un colore bianco pallido, l'altra di un rosso timido, che esiste.
pur essendo guidate da due madri diverse, possedute da anime Manakaràcuy*- Gallinaceo piccolo e feroce, generalmente nero. Al suo
opposte, si possono confondere sia per la forma che per minuscolo aspetto il manakaràcuy contrappone una irascibilità
l'altezza. Dice Ino Moxo: "La madre della lupuna bianca è un senza limiti, un'impietosa, incontrollata e permanente
uomo buono che, se Io si sa invocare, risponde sempre con disposizione combattiva sulla quale base la sua fama di
dolcezza, con insegnamenti che aiutano a guarire. La madre invincibile.
della lupuna rossa è invece un uomo molto pericoloso, se ti Manitóa - Pesce che misura un metro e pesa venti chili. Si mi-
afferra nella sua zona ti gonfia il ventre e tu muori con gli metizza e si sposta da un punto all'altro con una velocità
intestini fatti a pezzi". vertiginosa. Denunziato anche nelle acque più torbide dalla sua
bocca smisurata, luccicante, color arancione, è spesso vittima
degli ami che non gli danno tregua. Non certo per la sua carne
Machàcuy - Dal quechua mach'aqway: serpente, ofidio in generale. perché, pur se priva di spine e di squame, è ben lontana
Machiguenga - Abitante di quella zona della selva che ha lo stesso dall'essere appetitosa.
nome. Manguaré - Strumento a percussione fatto con un tronco secco e
Machimango - Albero molto alto e solido, riconoscibile sia per la vuoto. Gli indigeni gli danno vita e suono colpendo la corteccia
sua maestosità che per il profumo intenso, eccessivo, dei suoi con un bastone avvolto con stracci imbevuti di pece. Il
rami quando fioriscono. manguaré è suonato in modi diversi, secondo codici ritmici di
Maestro - Grande Stregone o Mago Supremo al quale, sia per i suoi cui sono unici depositari lo stregone capo e i suoi adepti. In
poteri che per l'efficacia dimostrata della sua sapienza. genere si suona per inviare messaggi e annunciare pericoli,
alcune volte per convocare alla guerra, altre per in-
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vocare le divinità o le Grandi Anime, oppure per scuotere gli spiriti e dal tempo, è senz' altro l'alcolico preferito dagli aborigeni.
degli antenati che stanno per addormentarsi, per cedere, per Alcuni vi aggiungono polvere di ossa degli antenati.
privarci della loro protezione, altre ancora, e questi sono i casi più Mashko - Abitante della zona amazzonica che porta lo stesso nome.
frequenti, per invitare a giochi e feste. Si sa che la luna, molto Mitayero - Cacciatore e/o pescatore.
tempo fa, era un pezzo di lupuna bianca, un tronco vuoto, di cenere. Mitayo - Prodotto della caccia o della pesca.
Pachakamàite non le aveva ancora insegnato a illuminare. Gli Mokambo - Makambo. Albero dalle foglie larghe e dai frutti ovali e
ashaninka dicono che Narowé, il primo uomo, indignato perché il grandi come una testa d'uomo. Frutto dello stesso albero: l'interno
kotomachàcuy gli aveva rubato la donna, lanciò una freccia contro è pieno di semi che messi sul fuoco, abbrustoliti senza nessun
il cielo che trapassò la luna. E la luna girò su se stessa, cadde condimento, diventano profumati e gustosi.
risuonando, si fermò ai piedi di Narowé. Proprio in quel momento Montete - Uccello corridore dal nome onomatopeico. Canta senza
esplodeva un lampo: Narowé lo afferrò. E con quel lampo in mano muovere il becco, dall'interno, forse canta solo per sé, il suo petto si
colpì ripetutamente la luna. E il tronco della luna, manguaré!, gonfia di musica rauca, più che canti emette vibrazioni, risonanze
risuonò. Manguaré, manguaré! risuonò lontano, nei luoghi più che vincono il corpo e attraversano le piume e riescono a
sperduti, quel pezzo di luna bianca, il primo manguaré che si diffondersi ovunque nell'aria, tanto da poter essere sentito anche a
udisse sulla terra. grandi distanze. Il montete, chiamato in altre zone trompetero, sia
Manshako - Manshàku. Airone grande come un uomo grande. Indossa che il suo manto sia di piume nere che marroni, ha sempre in mezzo
piume larghe, terse, di un grigio argentato. alla fronte una riposante macchia gialla. Le sue lunghe, solide
Mantablanca - Questo insetto, piccolo come l'impronta di un qualsiasi zampe, chiazzate di verdi repentini, come il becco, impongono a
altro insetto, si nutre di sangue, più specificatamente di sangue questo uccello l'aspetto di un airone di media grandezza. Una volta,
umano e in particolare di quello che scorre sotto i capelli. Se a tale in prossimità del fiume Utuquinia, rubai due uova di montete e li
inconsueta passione alimentare aggiungiamo il minuscolo, nascosi nel nido di una gallina distratta. E così, ben presto, potei
invisibile, volume del suo corpo, che non ha eguali, constatare che il miglior amico dell'uomo è il trompetero e non il
riconfermeremo senza esitazione la ma-teblanca nella categoria di cane. I due rapiti vigilavano la casa notte e giorno, badavano ai
tormento impossibile. bambini e giocavano con loro, fungevano da sentinella nei cortili,
Mantona - Serpe decorativa. I suoi dieci metri impauriscono solo chi con la stessa premura ci prevenivano da qualsiasi pericolo: volpi,
non la conosce, infatti non aggredisce mai l'uomo né è provvista di tigri, temporali; capivano tutto ed agivano con una intelligenza e
veleno alcuno. una abilità sorprendenti. Solo su una cosa non vollero sentir ragione:
Maparàte - Pesce di fiume. Non ha spine, non ha squame, non pesa accecati da un amore smisurato per i pulcini, se ne impossessavano
neanche un chilo e non misura più di un metro, non ha una carne con una gelosia settaria che li spingeva a colpire impietosi quelle
particolarmente buona né particolarmente cattiva, non ha nessuna madri che osavano avvicinarglisi. I nostri uccelli, mal assimilando i
qualità né importanza. In realtà non dovrebbe neanche comparire destini e le sentenze degli uomini, ne furono contagiati: i rapiti del
su questo glossario. passato divennero i rapitori del presente. Nati sotto le ali di un'altra
Marakàna - Pappagallo di corporatura media, dalle piume di un verde specie animale, i trompeteros si convinsero di essere delle galline.
azzurro, niente altro. Questa classica e irrevocabile confusione di identità, li perseguitò
Mariquina - Anitra selvatica, innocua, non molto grande. Piume fino alla vecchiaia. "E questo, che non è niente, è tutto", dice Ino
rosso-nere ricoprono la sua carne insipida ma tenera. Moxo. Così i trompeteros, per niente, recuperarono tutto.
Mariquita - Fiore multicolore, avvolto da profumi pungenti e dolci. Recuperarono le loro persone soltanto per accomiatarsi da esse.
Dischiude la corolla soltanto quando è sicuro di non essere visto, Recuperarono la voce per tacere per sempre. Presentendo di essere
nelle notti più scure. ormai prossimi a ciò che li allontanava dalla vita, e dal momento
che non avevano potuto vivere come avrebbero dovuto, decisero di
Masato - Bibita alcolica fatta con la mandioca, tubero grande e
morire come dovevano: costringendo i figli adottati con la forza a
tubolare, scuro di corteccia, bianco di polpa, molto apprezzato. Le
ri-
indigene sfilacciano la mandioca con i denti, la masticano e la
sputano in un recipiente di legno che chiamano kosho. Questa
acquavite di mandioca, fermentata dalla saliva
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monete orfani, se ne andarono ansimando, di notte, ma ben presto Pachakamàite - Il Padre-Dio, il Pawa del popolo ashaninka. Figlio del
si dovettero fermare. Si accorsero, per la prima volta, che avevano Sole più alto, il sole di mezzogiorno. Sposo di Mamàntziki.
sempre vissuto all'interno di un recinto. E per la prima, unica, Creatore e guida di tutto ciò che passa e che rimane sulla superficie
ultima volta, si misero a volare: si addentrarono luccicanti nel terrestre.
bosco, cantando con il becco chiuso in modo misterioso. Ne sono Paiche - Pesce mammifero. Il suo corpo nero, tubolare, imponente,
sicuro. Perché nel sonno udii, in lontananza, proveniente dalla supera i tre metri di lunghezza e pesa circa duecento chili. Le sue
profondità della selva, o forse da più lontano ancora, un canto labbra sono fatte di osso. La sua lingua, anch'essa ossea, lunga
soffocato che risuonava nell'aria, rifletteva altri canti nella mia trenta centimetri e seghettata, viene usata in genere come una raspa
anima e si cancellava. E questo è successo ieri sera. E oggi il per pulire oggetti di legno. Il paiche, dalla carne simile a quella del
mondo è spuntato deserto. merluzzo ma molto più buona e ricca di proteine, è il pesce più
Motelo - Tartaruga di terra che i mitayeros suddividono in due apprezzato dei fiumi amazzonici.
categorie. Il matelo comune non supera mai gli ottanta centimetri Palometa - Pesce dalle squame argentate e piccole e dalla carne
ed è il più ricercato: la sua carne è più o meno tenera e cambia di incomparabile. Per questo e per la sua forma, rotonda, schiacciata
sapore a seconda della parte del corpo in cui si trova. L'altro e bianchissima, la palometa, che sfortunatamente pesa soltanto un
matelo, soprannominato Gigante, è alto un metro e largo due: chilo, risale, probabilmente, a una antica specie di sogliole di
l'irriducibile durezza della sua carne fa si che sia disprezzato fiume. Tale termine è usato anche per designare l'organo genitale
anche dagli affamati. femminile.
Muwena - Muena. Mohena. Albero dal legno particolarmente duro. Palosangre - Albero dal legno impenetrabile e rosso.
Muyuna - Vortice. Corrente impetuosa circolare che si forma so- Pamacari - Tetto ricurvo, piccolo, come la metà superiore di un tunnel
prattutto nelle anse dei fiumi. costruito con foglie di palma intrecciate in modo tale da
raggiungere la solidità di una corazza, collocato sul ponte delle
imbarcazioni protegge i viaggiatori dalle furie del sole e delle
Naka-Naka - Rettile sottile, nero, mortifero, piccolo. Vive nei piogge e da altri agguati. Saggio è il pamacari: ricopre soltanto le
fiumi bucolici, negli insospettabili ruscelli. case provvisorie.
Nejilla - Specie di palma decaduta, schiacciata, spinosa, dai frutti Panguana - Per la bontà della carne, la qualità del canto e l'astuzia per
agrodolci. Cresce soltanto sulle terre pianeggianti, inermi, esposte non farsi catturare, la panguana supera tutte le altre pernici della
ai capricci delle piogge più impercettibili. Sempre sul bordo di selva sudamericana.
fiumi o lagune, la nejilla, povero albero schiacciato dal cielo, crede Papàsi - Coleottero. Nasce dai resti mortali di un verme commestibile
di crescere a fior d'acqua. Ma le acque che si abbassano la chiamato suri. Il suri, a sua volta, nasce dalle uova che il papàsi
allontanano dal sogno e il sogno dalla realtà: la nejilla distesa è il deposita sulla corteccia dell'aguaje.
riflesso di qualcosa che la nejilla ormai non è più. Para-para - v. Hiporùru.
Parinàri - Albero frondoso. I suoi frutti allungati e rossi, più dolci che
piccanti, sono conosciuti come supai-oqote, in quechua:
Ojé - Albero gigantesco, abbonda nelle zone pianeggianti. Il latte della culo-del-diavolo.
sua linfa, efficace come tonico e ricostituente, debella le parassitosi Pashako - Albero abbastanza alto, abbastanza grosso, abbastanza
più ostinate. inutile. La sua cima di foglie rade non fa ombra. Il suo legno
Oni Xuma - In lingua yora (o amawaka) indica l'ayawaskha. fragile e umido non serve neanche come legna da ardere. Il
Otorongo - Dal quechua uturunqu: puma, tigre, pantera, giaguaro. In pashako si salva, a malapena, per la corteccia, da essa si spreme un
genere la pelle di questo felino tende al giallo-verde chiazzato di succo che serve per conciare il cuoio.
grigio. Più intenso è il suo colore nero, più rispetto infonde: solo Paté - Mate. Recipiente fabbricato con il frutto di una pianta chiamata
alcuni esseri umani lo eguagliano in ferocia. Questo animale, indistintamente tutùmo, zucca, o wingu.
pertanto, è l'unico a vivere e morire in solitudine. Paujil - Tacchino selvatico dalle piume scure che contrastano con il
rosso fuoco del becco.
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Pàwkar - Pàucar. Uccello dalle piume vistose, nere e gialle. Il pàwkar Pukuna - Pucuna. Cerbottana.
imita alla perfezione i canti e i fischi di tutti gli uccelli della selva. Punguyo - Punquyo. Albero di medie proporzioni, frondoso. Cresce
Peje-torre - Pesce dalla pelle gialla picchiettata di nero. Quando si isolato, solo, al centro di uno spazio senza vita. È impossibile
riempie d'aria galleggia come una boa sulla superficie dei grandi sopravvivere sotto la sua ombra: le sue foglie fitte espellono un
fiumi. Il corpo di chi mangia il peje-torre si ricopre veleno letale.
immediatamente di ostinate macchie scure. Gli uccelli che Pusanga - (Stregoneria), Pozione o amuleto che è stato cargado per
mangiano il peje-torre si riconoscono perché le loro piume assoggettare e attrarre sessualmente.
perdono irrimediabilmente il colore.
Piri-piri - Erba tubolare e allungata, cresce ai bordi dei pantani e dei
laghi. Gli usi del piri-piri nelle arti magiche sono infiniti. Gli Q'engo - Zigzag. Labirinto. Si designa con questo nome il Tempio del
ashaninka lo chiamano ivànki, l'erba magica per eccellenza, e lo Dio-Puma, roccia sulle montagne che circondano la città di Cusco,
classificano tra i pochi vegetali che non hanno bisogno di essere perché in cima a questa montagna rocciosa gli inka avevano
combinati con altri, né essere magnetizzati o cargados per ottenere scavato un canale stretto e tortuoso. In cerimonie ormai perdute,
la loro efficacia. In realtà piri-piri è il nome generico di una versando in esso acquavite di granoturco e, a volte, sangue di
vastissima famiglia di tuberi diversi tra di loro: l'uso che ne fanno i vigogna, i nostri antenati riuscivano a predire il futuro.
fattucchieri dipende dalla loro forma. Il piri-piri che ha la forma di Q'ero - Vaso cerimoniale, intagliato su un legno in genere scuro.
un pene è usato contro la sterilità o l'impotenza. Anche se i Comunità contadina del Cusco che vive nella parte più alta della
contorni di ogni tubero dipendono più dallo sguardo dello stregone città di Pawkartampu, in mezzo alla selva che circonda quelle zone
che dal tubero stesso. montuose. Gli appartenenti a questa comunità hanno rifiutato ogni
Piro - Appartenente alla comunità dallo stesso nome. Fedele alleato dei "apporto della civiltà" imposta dai conquistatori spagnoli. Protetti
caucheros contro i suoi fratelli di altre regioni amazzoniche. Per dalle frontiere delle loro abitudini e dei loro territori, i Q'ero
questo gli abitanti della selva chiamano, ancora oggi, il codardo, il vestono ancora oggi come gli inka, parlano come gli inka e vivono
traditore, l'omosessuale, con il nome di piro. come gli inka. L'era dei viracocha non è mai penetrata nei loro
Pisonay - Albero dal tronco smisurato. Le fronde della sua chioma territori. Più di quattrocento anni sono stati sconfitti dalla tenacia
gigantesca, all'epoca della fioritura, esplodono in piccolissimi fiori che ancora oggi li contraddistingue.
rossi. Soltanto le valli andine sono allietate dalla sua presenza; Qespichiway - Qespi, in quechua significa cristallo, trasparente, puro
nell'Amazzonia, infatti, o ai margini della selva, cresce molto e pertanto libero. Chiway è l'unione di due uccelli che si
raramente. accoppiano solo per procreare. Qespichiway;, pronunciato in tono
Piurì - Gallinaceo grande come un tacchino. A parte il candore del invocativo, di richiesta, significherebbe "testualmente": Uniscimi
petto e il rosso del becco, tutto il resto del corpo è nero, persino con il cristallo cosi come gli uccelli che vogliono procreare.
l'aureola di piccole piume luccicanti che si increspa sulla fronte. Il Oppure: Unisciti a me, sposiamoci con il cristallo, sposiamoci con
piurì è l'uccello più pregiato della selva: la sua carne deliziosa e ciò che è puro, facciamo figli trasparenti, liberi. Il poeta di Cusco,
succosa è, come il suo orgoglio, la sua tragedia. Angel Avendano, per il quale il quechua si esprime più con
Pona - Palma nera e dura. Da sempre la pona, e giustamente, viene paesaggi che con concetti — come del resto afferma anche José
usata per pavimentare le case costruite su terreni pantanosi, tanto Maria Arguedas — non sbaglia né esagera quando traduce (o
che "emponar" una cosa significa di fatto pavimentarla. riduce) Qespichiway con Liberami!
Pucaquiro - Pukakiru. In quechua: dente rosso. Albero dal cuore Quichagarza - Kicha: escremento molle, diarrea. La kichagarza è una
rossastro e inflessibile. Formica enorme e temuta: le sue rosse e garza slanciata, piccola e grigia che deve il suo nome alla
potenti mandibole sono più dolorose che velenose. frequenza e mollezza delle sue feci.
Qillu-avispa - Vespa gialla.
Quinilla - Sotto l'aspetto di albero indeciso, incerto nella larghezza e
nell'altezza, la modesta quinilla nasconde, oltre alla
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solidità del legno e alla dolcezza dei frutti, un potere curativo che Sajino - Cinghiale dalle setole bianche intorno al collo e grigie nel resto
viene usato per diversi tipi di malattie e di cui sono ricchi i petali, del corpo. Questo maiale selvatico, a differenza dell' huangana, il
le foglie, la radice, la corteccia e la linfa. Eppure il comune mortale suo parente più vicino, non si muove in gruppo ma in coppia,
tema la quinilla. Soltanto i grandi stregoni, la gente autorizzata, scappa invece di attaccare ed è irrimediabilmente pauroso e
non hanno paura ad usarla: l'anima, la madre, che guida la vita di vegetariano.
questa pianta è una giovane donna dai lunghi capelli che canta tra Saltón - Pesce gigantesca priva di squame, denti e spine. Nonostante i
le pietre delle cascate, il suo canto è benefico, le sue labbra mortali. due metri che ospitano i suoi cento chili, il saltón fuoriesce
I nativi affermano che la quinilla "è un vegetale che va ascoltato e dall'acqua spiccando salti di cinque metri, come se volasse.
non toccato". Sapote - Albero altissimo. Frutto dello stesso albero: la sua polpa
Qoylluriti - Qoyllur: stella. Riti: neve. Nome quechua di una tenera e dolce biancheggia inaspettatamente in un involucro
montagna ammantata da ghiacci eterni. rugoso dal colore verde-ombra.
Saqsawma - Testa Grigia. Testa venata, di pietra. Nome della fortezza
di Cusco, che i conquistatori spagnoli chiamavano erroneamente
Raymiyàwar - Raymi: festa, celebrazione. Yàwar: sangue. Festa di Sacsayhuaman (usato correttamente, e cioè Saqsaywaman, il
Sangue. termine vuol dire: Testa di Falco). Cusco, allora, era sacra non solo
Renaco - Albero smisurato i cui rami si riproducono attoreigliandosi perché capitale degli Inka, dei Figli del Dio Padre Sole, ma perché
all'infinito. In continua crescita, si estende sulla superficie della aveva la stessa forma di un puma, un otorongo, una delle divinità
terra raggiungendo le dimensioni di un grande bosco. Si sa che la dell'Impero Inka. Cusco era Qosqo, Ombelico del Mondo, e allo
linfa del renaco è uno dei coagulanti più potenti. stesso tempo era Dio-Puma, Dio-Uturunqu, Otorongo-di-Pietra. Il
Renaquilla - Pianta parassita, di dimensioni ridotte, l'intrico dei cuore della Città Sacra era il Wakaypata, l'attuale Plaza de Armas,
suoi rami lo fa somigliare al renaco più insidioso: con i suoi e la strada Pumakurku (colonna-vertebrale-del-puma) portava, e
rami infatti, la renaquilla si avvinghia all'albero che la sostiene porta, alla Fortezza di Saqsawma, Testa Grigia, Testa Venata della
e poi lo strangola. Città-Dio-Puma. E la coda di quella tigre di pietra divina era fatta
Ronsoco - Il roditore più grande che esista sulla terra: cento-venti d'acqua, la coda del puma era di schiuma: il fiume Watanay.
centimetri di diametro e più di cento chili di peso. Un crine Shànsho - Gallinaceo piccolo dal nome onomatopeico. E tanto rozzo
scuro e spesso ricopre il suo corpo. I cacciatori riescono a nel canto quanto raffinato nella carne.
cacciarlo solo sulla terra. Le membrane che si allargano tra le Shapàja - Palma smisurata sia in larghezza che in altezza, nelle foglie e
sua dita fanno si che questo animale, se riesce a rifugiarsi nei rami. Produce in quantità copiosa e disordinata delle mandorle
nell'acqua, sia veramente irraggiungibile. apprezzabili non tanto per la polpa poco gustosa e scarsa di
Runasimi - Simi: lingua. Runa: uomo. La Lingua dell'Uomo. Gli proteine, quanto per l'olio dal quale si ricava un potente
inka chiamavano runasini la lingua che i conquistatori spagnoli, combustibile molto infiammabile. La shapàja serve a ricoprire,
non sappiamo ancora perché, chiamavano quechua. meglio di qualsiasi altra pianta, i tetti delle case. Le sue larghe
foglie, intrecciate con fibre fitte e resistenti, sono invulnerabili ai
raggi insistenti del sole e alle insidie dei temporali.
Sachavaca - Vacca selvatica. Tapiro. Daino. Ruminante molto robusto Shapra - Nativo del territorio dallo stesso nome. Una diffusa calunnia
ed estremamente timido, assolutamente inoffensivo. occidentale afferma che gli shapra sono più che poligami, che le
Sachamàma - Specie di boa. Anaconda gigantesca che qualcuno loro donne appartengono indistintamente a tutti i maschi della
confonde, non si sa perché, con la yakumama. In comune hanno la comunità.
forza e la lunghezza, sono grosse come un albero grosso. Ma la Shapshico - Diavolo. Spirito. Apparizione. Demonio. Shebón - Palma
yakumama vive solo nell'acqua mentre la sachamàma vive molto alta. I suoi frutti dalla polpa gustosa e dalla buccia spessa
soltanto sulla terra. Quest'ultima, inoltre, ai lati della testa possiede piegano gli enormi ma fragili rami. Forse
due sporgenze come se fossero delle orecchie.
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per questo le foglie dello shebón si usano per costruire i pamacari, Tampu Mach'ay - Tempio dell'Acqua situato nei dintorni della città di
per ricoprire le imbarcazioni e non le case. Cusco, oltre la fortezza di Saqsawma e di Q'enqo, il Tempio del
Shibé - Bevanda preparata con farina di mandioca sciolta in acqua non Dio-Puma. I conquistatori virakocha battezzarono Tampu Mach'ay
sempre zuccherata. con il nome di "I Bagni della Principessa". E peggio fecero a Lima
Shirimpiàre - v. Shirikaipi. con la Waka Qollana, Waka: Luogo Sacro, Qollana: principale,
che ancora oggi è conosciuta come la "Huaca Juliana".
Shiringa - Caucciù. Balata.
Tangarana - Formica rossa, grande, spietata, velenosissima. Vive
Shirikaipi - Sigaretta preparata con foglie intere o sfilacciate di tabacco
dentro un albero biancastro e rugoso che ha lo stesso nome. I
silvestre. Così come i fattucchieri "generici" dell'Amazzonia sono
denominati katziboréri, gli "specialisti" nel fumo dello shirikaipi, cerberi delle prigioni della selva la utilizzano come strumento di
quelli che invocano il tabacco fumato per i loro riti, sono tortura. Nel carcere di El Sepa, sulle rive dell'Urubamba, i reclusi
conosciuti come shirimpiàre. conoscono la tangarana come "Albero dei supplizi". Molti rei,
Shiripira - Apparentemente facile da catturare per il suo peso e le sue quasi sempre politici, sanno che la morte è preferibile alla
dimensioni (due chili che non superano i sessanta centimetri), tangarana. I carnefici spogliano il recluso,
questo abitante dei grandi fiumi, sebbene aggiunga alle sue carni lo cospargono di miele, lo legano ad un albero e colpiscono
piacevoli una totale assenza di squame e di spine, ha sul dorso tre il tronco con un bastone: migliaia di mandibole voraci e rosse
creste d'osso, aguzzi sproni che scoraggiano i pescatori più abili e spuntano tra le fenditure della corteccia, invadono il corpo della
più ostinati. vittima e ne soffocano le urla spaventose. Subito dopo la vittima
Shirùi - Protetto da una specie di corazza rugosa e durissima, questo viene slegata e liberata dalla voracità delle formiche. I carcerieri
pesce vive solo nei laghi e nei pantani. Tre volte più piccolo della sanno bene che è allora che comincia la vera tortura: un'infinità di
shiripira, viene confuso con questo pesce per il colore giallo della piaghe purulente e nere che tormenteranno per mesi il condannato.
carne. Tantóotzi - Una delle due case edificate dagli ashaninka. Nel tantóotzi
Shùyu - Shuyo. Famoso per la voracità, i suoi denti affilati e la sua vive il capo con le sue donne e i suoi figli. L'altra casa, la kaaza,
corazza di squame, questo pesce preferisce vivere in fondo ai laghi viene costruita per prima ed è destinata esclusivamente agli ospiti.
isolati e ai pantani circondati da boschi ostili, è capace di strisciare Taperibà - Prugna gigantesca dalla polpa agrodolce e dal cuore
sulla terra per vari giorni come un serpente lasciando dietro di sé spinoso, da molti considerato il frutto più saporito sulla terra.
una scia di muco giallo e molle. Taràwi - Tarahui. Nonostante il suo becco curvo, color oro spento, e le
Songàrinchi - Flauto di legno nero, lunghissimo, emette suoni sue piume nere dietro le quali nasconde una carne fresca come
dissonanti e assordanti da cui i guerrieri amawaka traggono
frutta, questo gallinaceo si nutre esclusivamente di lumache.
coraggio nelle guerre e allegria nelle feste.
Supay-oqote - Culo-del-Diavolo. Frutto allungato e rosso, offerto, tra Taricaya - Tartaruga veloce, allungata, di media grandezza. Le sue
foglie scure e ampie, dai rami di un albero chiamato parinàri. uova e la sua carne sono commestibili.
Suri - Verme commestibile che nasce e trae alimento dal cuore di Tatatà - Uccello rapace, di media grandezza. Durante il giorno apre il
diverse palme. In realtà il suri nasce dalle uova che un coleottero, becco e le ali solo per mangiare. Al tramonto, anche se non sempre,
il papàsi, deposita nella corteccia delle palme, preferibilmente canta: ta-ta-taoooo! ta-ta-taoooo! Per questo i nativi che non
dell'aguaje. E quando il suri muore, dai suoi resti nasce il papàsi. ricordano più il suo nome vero e originario lo chiamano col verso
Nasce il papàsi dai resti del suri e depota le uova dalle quali il suri del suo canto.
nasce... Tibe - Trampoliere bianco. Miniatura di airone o se si preferisce di
gabbiano di fiume.
Tiriri - Nome generico di sette varietà di un pesce piccolo, grasso,
Tabaquerìllo - Picchio molto piccolo, riconoscibile per le piume coperto da un guscio grigiastro. Vive in pantani e lagune.
biondo cenere o color tabacco caldo. Tagua - Frutto prelibato di
una pianta chiamata yarina. La sua
polpa biancastra, lucida, remota, gli ha conquistato il nome
di avorio vegetale.
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Tiwacuru - Uccellino canoro dal nome onomatopeico e dalle piume
chiare sul petto, scure nel resto del corpo. Il suo becco riunisce
tutte le sfumature del rosso. D'estate sceglie per nido le fronde
delle wimbra; e si nutre, in qualunque stagione, di ogni tipo di
formica.
Tohé - Nome generico di diverse solanacee dalla linfa allucinogena e
dai grandi fiori color avorio a forma di campana. La più diffusa è la
Datura Speciosa, detta anche Tohé Mullaca. Le altre sono state Ucuashéro - Piccolo uccello canoro, dal nome onomatopeico.
designate, a capriccio, Solanum Bicolor, Cornutia Odorata e/o Uchusanango - Sanango piccante. Bevanda blandamente alcolica che
Datura Insignis. Gli stregoni amazzonici aggiungono i poteri del gli stregoni preparano macerando, a seconda del caso, i vegetali
tohé a bevande a base di succhi di ayawaskha. più diversi. Può servire come tonico, come medicina, e come
Tokón - Grande scimmia, dalla coda robusta e pelosa che usa più fattura.
delle estremità per difendersi e spostarsi, afferrandosi ai rami, Unchala - Uccello della grandezza di una grossa colomba. Il suo canto
come se volasse tra gli alberi. è armonioso e persistente e le sue piume sono di un rosso scuro.
Tortuga-kaspi - Albero-tartaruga, così chiamato per la sua cor- Urkutùtu - Civetta.
teccia grigia e rugosa. Uru - Uro. Appartenenti alla stirpe dallo stesso nome, oggi com-
Trompetero - v. Montete. pletamente estinta; un tempo abitavano l'altopiano del Lago
Tùnchi - Uccellino canoro e notturno. Pochi lo hanno visto, molti lo Titikaka. Si dice che furono i fondatori della città di Cusco: che i
hanno ascoltato, tutti lo temono. Se un tùnchi fischia lo fa primi Re Inka, Manko Kapaq e Mama Oqllo, appartenevano a
perché qualcuno è morto o morirà inevitabilmente entro la questa stirpe.
notte.
Tupaq Amaru - In quechua, in runasimi: Serpente-Dio-Risplendente.
Nome di uno dei Re Inka. Un suo discendente, José Gabriel Varayoq - Alcalde. Autorità principale delle comunità inka o Ayllu che
Condorcanqui, adottò il nome di Tupaq Amaru II e guidò, nel abitano la Cordigliera delle Ande Peruviane.
1781, una delle più famose sollevazioni contro i conquistatori Virote - Dardo avvelenato, piccolo, capace di abbandonare e di
spagnoli. Soffocata la ribellione, Tupaq Amaru fu torturato e riprendere la sua condizione materiale per raggiungere qualunque
squartato a Wakaypata, attuale Plaza de Armas di Cusco. La sua distanza, qualunque tempo, qualunque muro, scudo, protezione,
testa fu sotterrata nelle vicinanze della Città Sacra e le sue per conficcarsi in carni nemiche e colpire il bersaglio stabilito
membra furono sparse, di nascosto, sotto diverse terre, entro i dallo stregone, che al virote ha dato una forma e a quella forma ha
confini dell'Antico Impero dei suoi avi. dato un'anima e a quella punta animata ha concesso un destino e
Tuta-cuchillo - Coltello-della-notte. Scimmia notturna. Prima che si una trascendenza.
avvicini il pericolo, cioè l'uomo, spezza rami grossi e sottili e li Wirotear - Scagliare un virote. Fattura dagli effetti quasi sempre
getta dall'alto della oscurità. letali.
Tzangapilla - Zangapilla. Arbusto che fiorisce una sola volta e
produce un solo fiore. Fiore dell'arbusto dallo stesso nome: i
suoi giganteschi petali arancioni, audaci di colore e di profumo, Wakamayu - Pappagallo.
emanano un calore insopportabile al tatto. Il fiore di Wakapù - v. Huacapù.
Tzangapilla può vivere diversi giorni reciso dal ramo: gene- Wakapuràna - v. Huacapurana.
ralmente al settimo i suoi petali perdono il colore e il profumo e Wàlo - v. Hualo.
cadono, all'improvviso, freddi, come piccoli animali morti. Wanakawre - Monte alle cui falde si estende la città di Cuzco. I fratelli
Tziho - In ashaninka: uccello. Manko Kapaq e Marna Oqllo, nati e cresciuti tra gli uru,
Tzipìbo - Shipibo. Aborigeno della regione amazzonica dallo stesso obbedendo al Dio Sole uscirono dal lago Titikaka provvisti di una
nome. verga d'oro. Là dove la verga si fosse conficcata senza difficoltà
avrebbero dovuto fondare una città, il Qosqo, destinata ad essere il
cuore di un impero illimitato. Manko Kapaq e la sua sposa-sorella
camminarono dall'altopiano fino alla cordigliera andina cercando
invano il luogo indicato dal Sole. Ormai senza speranza,
provarono a scagliare la verga sulla cima del monte Wanakawre: al
primo tentativo la verga d'oro si conficcò nella terra e scomparve.
Wapapa - v. Huapapa.
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Wakaypata - Luogo-Dove-Si-Piange. Nome inka della Plaza de Armas Indice
di Cusco dove i conquistatori giustiziarono Tupaq Amaru.
Waqrapona - v. Huacrapona.
Wayranga - v. Huairanga.
Wikungu - v. Huicungu.
Willaq Umu - Sommo sacerdote degli Inka. Massima autorità che
presiede le cerimonie più importanti.
Wilkamayu - Fiume Sacro. Nome inka dell'Urubamba le cui acque,
unendosi con quelle del fiume Tambo, formano l' Ucayali. Questo
e il Maranon danno origine al Rio delle Amazzoni, fiume-mare
delle selve sudamericane. Pag. 7 Dedica
Wimbra - Huimbra. Albero alto e sottile, dal tronco color smeraldo che
si apre in una chioma non troppo grande, pedante, rumorosa. È 11 a mo' di prologo
facile trovare tra le alte fronde della Wimbra il nido di un uccello
che fischia: l'inquieto tiwakuru. 19 I. Le visioni
Witote - Huitoto. Appartenente alla stirpe dallo stesso nome.
71 //. Il viaggio
185 III. Ino Moxo
Yaku-jergón - Serpente. Serpente-di-fiume.
Yakumama - Serpente gigante che vive nei fiumi. Madre-Delle- 249 IV. Il risveglio
Acque.
Yanaboa - Anaconda. Boa nero. Yarina - Palma dai frutti chiamati 267 Glossario
tagua o avorio vegetale. Le
sue larghe foglie servono in generale per ricoprire il tetto
delle case nella selva. Yora - Appartenente al territorio
amazzonico dallo stesso nome.
Gli occidentali chiamano gli yora amawaka, senza una ragione
precisa. Yungurùru - Pernice gigante. Le sue uova celesti sono
identiche
per grandezza e per sapore a quelle delle galline.

Zui-Zui - Piccolo uccello canoro, dal nome onomatopeico e dalle


piume celesti.
Zùngaro - Nome utilizzato indistintamente per tutti i pesci di fiume,
purché siano grandi e abbiano la testa della stessa misura del corpo
e siano privi di squame e spine.
Zùri - v. Suri.

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