375-372 a.C.. o 361 a.C. - LOD 1.
[θεός · ἐπικοινῶντ]αι Κορκ[υραῖοι τῶι Διὶ τῶι Ναίωι] [καὶ τᾶι Διώναι τί]νι κα θεῶν [ἢ ἡρώων
θύοντες καὶ] [εὐχόµενοι τὰν πόλιν κάλ]λιστα καὶ ἀ[σφαλέστατα] [- - - - - - - - - - - - - - - - -]
ϝοικέοιε[ν]
375-372 a.C. o 361 a.C. – LOD 3
θεόν · τ[ύ]χαν ἀ̣γαθά̣[ν] · ἐπ[ι]κοινῶνται τοὶ Κ[ο]ρκυρα[ῖοι τῶι Δὶ τῶι] Νάωι καὶ τᾶι Δ[ι]ώναι τίνι κα
[θ]εῶν [ἢ] ἡρώων θύον[τ]ες καὶ εὐχ[ό]µ̣ενο〈ι〉 ὁµονοοῖεν ἐ[π]ὶ τὠγαθόν
LOD 2
Corcira nell’età dei Diadochi
Polyaen. 4
Durante il ritorno dall’Illiria, Cassandro, quando fu a una giornata di marcia da Epidamno, nascose
l’esercito e mandò dei cavalieri e dei fanti a bruciare i villaggi che si trovavano in alto sui monti
dell’Illiria e dell’Atintanide, visibili agli abitanti di Epidamno. Mentre questi, pensando che
Cassandro se ne fosse andato, uscivano dalla città e si dirigevano alle loro fattorie, egli invece fece
uscire dal nascondiglio l’esercito e catturò non meno di duemila uomini tra quelli che erano usciti
dalla città; inoltre, trovate aperte le porte della città, poté entrarvi e conquistare Epidamno.
Diod. 19, 78, 1-5 313 a.C.
Mentre accadevano questi fatti, i Corciresi accorsi in aiuto di quelli di Apollonia e di Epidamno
ottennero la resa condizionata dai soldati di Cassandro, che rilasciarono; quanto alle città, dettero la
libertà ad Apollonia, ma consegnarono Epidamno a Glaucia re degli Illiri. Ptolemeo il generale di
Antigono, dopo che Cassandro fu partito per la Macedonia, intimorì la guarnigione di Calcide e ricevé
la resa della città; lasciò i Calcidesi privi di presidio, sì da render chiaro che Antigono era veramente
intenzionato a liberare i Greci: l’ottima posizione di quella città, infatti, ne fa una base strategica per
chi voglia sostenere una guerra generale. Ptolemeo dunque, espugnata Oropo, la consegnò ai Beoti e
fece prigionieri i soldati di Cassandro. Poi, dopo aver ricevuto l’alleanza di quelli di Eretria e di
Caristo, guidò l’esercito nell’Attica, dove Demetrio di Falero era principe della città. Già da prima
gli Ateniesi indirizzavano missioni segrete ad Antigono, chiedendogli di liberare la città; allora poi,
quando Ptolemeo fu nei pressi della città, presero coraggio e costrinsero Demetrio a fare tregua e a
inviare ad Antigono una ambasceria per stringere alleanza. Ptolemeo poi, levato il campo dall’Attica
per la Beozia, occupò la Cadmea e, cacciatane la guarnigione, liberò Tebe. Dopodiché, avanzando
nella Focide, tirò dalla sua parte la maggioranza della città, espellendo da ogni luogo i presidi di
Cassandro. Arrivò anche in Locride, pose l’assedio a Opunte, fautrice di Cassandro, e le sferrava
continui attacchi.
Diod. 19, 89, 1-3
Contemporaneamente Cassandro, che aveva appreso la sconfitta dei suoi e ignorava la successiva
vittoria, giunse in Epiro in tutta fretta per dare aiuto a Licisco. Ma lo trovò vittorioso, e pose termine
alle ostilità stringendo amicizia con Alceta. Partì poi con una parte dell’armata verso l’Adriatico, per
assediare Apollonia, i cui abitanti avevano espulso la sua guarnigione e s’erano dati agli Illiri. Né
quelli che erano in città si persero d’animo: anzi, chiamarono rinforzi dagli altri alleati e si schierarono
a combattimento davanti alle mura. Divampò una violenta e lunga battaglia, in cui quelli di Apollonia,
superiori di numero, obbligarono le schiere contrapposte alla ritirata; dopo aver perso molti soldati
Cassandro, non disponendo di forze sufficienti e considerando l’arrivo dell’inverno, ritornò in
Macedonia. Partito lui quelli di Leucade, con i rinforzi ricevuti dai Corciresi, estromisero la
guarnigione di Cassandro. Quanto agli Epiroti, per qualche tempo si tennero Alceta come re; ma
poiché costui trattava il popolo di male in peggio, lo uccisero insieme con due figli ancora bambini,
Esioneo e Niso.
Diod. 20, 104, 2-4 303 a.C.
In Italia i Tarantini, che erano in guerra con Lucani e Romani, inviarono una delegazione a Sparta,
chiedendo sostegno militare e come generale Cleonimo. I Lacedemoni dettero loro di buon grado il
condottiero richiesto; dopo che i Tarantini ebbero inviato denaro e navi, Cleonimo aruolò cinquemila
soldati macedoni a Tenaro in Laconia e in breve tempo sbarcò a Taranto. Qui radunò altri mercenari
in numero non inferiore a quello del primo contingente, e reclutò anche i cittadini, più di ventimila
come fanti e duemila come cavalieri. Attirò dalla sua parte, inoltre, la maggioranza dei Greci d’Italia
e la nazione dei Messapi. Quando ebbe con sé una forte armata, i lucani intimiditi strinsero amicizia
con Taranto. Metaponto invece gli rifiutava l’adesione: Cleonimo allora convinse i Lucani a
invaderne il territorio e, assalendolo anche lui nello stesso momento, intimorì i Metapontini. Entrato
in città come amico, impose un tributo di più di seicento talenti d’argento e si fece consegnare come
ostaggi le duecento vergini più in vista (meno per garanzia che per soddisfare la sua lussuria).
Dismesso l’abito lacone viveva dissolutamente, asservendo chi si affidava a lui: aveva tali forze
armate e così ben provviste, eppure non fece niente che fosse degno di Sparta. Vagheggiò una
spedizione in Sicilia, quasi volesse abbattere la tirannide di Agatocle e restituire l’autonomia ai
Sicelioti; ma poi rinviò questa impresa per il momento, e invece navigò fino a Corcira, dove
s’impossessò della città, riscosse una forte somma di denaro e installò una guarnigione, avendo in
animo di usare il luogo come osservatorio per controllare gli affari di Grecia.
Diod. 20, 105
Subito giunsero a lui ambasciatori sia di Demetrio Poliorcete sia di Cassandro, per trattare
un’alleanza; egli però non fece lega con nessuno dei due, ma, avendo saputo che i Tarantini e alcuni
altri si erano ribellati, lasciò a Corcira la guarnigione sufficiente e fece rotta sull’Italia per punire gli
ammutinati. Toccata terra in una località presidiata dai barbari, prese la città e la ridusse in schiavitù
e fece razzia della campagna. Ugualmente espugnò Triopio così chiamata e catturò sui tremila
prigionieri. Ma proprio allora i barbari radunati dall’entroterra assalirono di notte l’accampamento di
Clenimo, uccisero in battaglia più di duecento dei suoi uomini e ne fecero prigionieri un migliaio.
Contemporaneamente a questo scontro una tempesta distrusse venti navi ormeggiate nei pressi
dell’accampamento. Cleonimo allora, dopo due rovesci di tal fatta, levò l’ancora con l’armata e tornò
a Corcira.
Diod. 21, 2 300/299 a.C.
[exc. Hoesch. pp. 489-490] Quando Corcira era assediata con la flotta e con l’esercito da Cassandro,
re di Macedonia, ed era sul punto d’essere presa, fu liberata da Agatocle, re di Sicilia, e tutte le navi
dei Macedoni furono bruciate. [exc. de Sent. pp. 344-345] Nessuno dei due contendenti abbandonò
l’ambizione più sfrenata: i Macedoni che si davano da fare per salvare le navi, e i Sicelioti, che
desideravano non solo avere la gloria di aver vinto i Cartaginesi e i barbari d’Italia, ma anche essere
considerati in Grecia migliori dei Macedoni, le cui lance avevano conquistato l’Asia e l’Europa. Se
Agatocle, sbarcate le sue forze, avesse attaccato i nemici che erano a portata di mano, avrebbe
facilmente fatto a pezzi i Macedoni; ignorando però la notizia che era stata portata e lo sbigottimento
degli uomini, si limitò a sbarcare le forze e ad erigere un trofeo. Così confermò essere vero il detto
che «molte son le vicende di una guerra a non aver motivo»: infatti l’ignoranza e l’inganno hanno
spesso un effetto non minore della forza delle armi.
Plut., De sera num. vind., 557 b-c
Quanto ad Agatocle, tiranno di Siracusa, è per derisione e beffa che egli rispose ai Corciresi che gli
chiedevano perché saccheggiasse la propria isola: “Per Zeus! perché i vostri antenati hanno accolto
Ulisse, e alle genti di Itaca che si lamentavano ugualmente di vedere i suoi soldati derubare le loro
greggi: “Ma il vostro re, quando venne presso di noi, accecò per di più il pastore”.
Diod. 21, 3
Quando poi Agatocle, dopo il suo ritorno da Corcira, raggiunse le truppe che aveva lasciato indietro,
ed essendo venuto a sapere che i Liguri e i Tirreni, durante la sua assenza, avevano richiesto fra i
tumulti la paga al figlio suo Agatarco, li fece uccidere tutti, ed erano non meno di duemila. In seguito
a queste vicende i Brettii mal si disposero nei suoi confronti; ed egli allora pose mano all’assedio di
una loro città di nome Ethe. I barbari misero però assieme cospicue forze e lo assalirono
inaspettatamente durante la notte; fu così costretto a tornare a Siracusa, dopo aver perso quattromila
uomini.
Diod. 21, 4 295 a.C.
Agatocle radunò le sue forze di mare e navigò verso l’Italia. Aveva in animo di muovere contro
Crotone e la voleva espugnare; mandò quindi un messaggero a Menedemo, tiranno di Crotone, che
era suo amico, dicendo di non preoccuparsi dei preparativi che stava facendo, perché voleva solo
mandare sua figlia Lanassa in Epiro come sposa, accompagnata da una scorta reale; e ingannandolo
in questo modo riuscì a sorprenderlo impreparato.
Paus. 1, 11, 6
Pirro, divenuto re, assalì, primi fra i Greci, quelli di Corcira, perché vedeva che l’isola era situata
davanti ai suoi territori e non voleva che potesse diventare per altri una base di operazione ai suoi
danni. Gli avvenimenti posteriori alla presa di Corcira, cioè i rovesci che subì combattendo contro
Lisimaco e il dominio che, dopo la cacciata di Demetrio, mantenne sulla Macedonia, finché a sua
volta ne fu cacciato da Lisimaco, tutte queste importanti azioni di Pirro fino a quel momento, sono
già state da me illustrate nell’esposizione della storia di Lisimaco.
Plut. Pyrrh. 10 290 a.C.
L’accordo era avvenuto per queste ragioni e Demetrio aveva rivelato le sue intenzioni con la
grandezza dei suoi preparativi; i re spaventati inviarono dei messaggeri a Pirro con delle lettere in cui
esprimevano la loro sorpresa di vederlo lasciar passare l’occasione favorevole e attendere per entrare
in guerra che lo divenisse per Demetrio; poiché egli poteva scacciarlo dalla Macedonia nel momento
in cui era occupato da tanti affari che lo affannavano, egli si esponeva a dover combattere, quando il
suo avversario si sarebbe liberato e avrebbe rafforzato la sua potenza, per i santuari e le tombe dei
Molossi, e là allorché egli veniva a levargli Corcira con la sua donna! 7. In effetti Lanassa
lamentandosi che egli aveva più riguardi per le sue donne barbare che per lei, si era ritirata a Corcira,
e, poiché desiderava essere la sposa di un re, aveva chiamato Demetrio vedendo che di tutti i sovrani
era il più incline al matrimonio. E Demetrio si era imbarcato, si era unito a Lanassa e aveva lasciato
una guarnigione nella città.