7 lezione
Metafisica e artisti metafisici
L’esperienza della metafisica vede come protagonista assoluto Giorgio de Chirico.
Giorgio de Chirico è un artista notevole, che si forma da una formazione accademica molto
puntuale, il padre è un ingegnere che si occupa della realizzazione delle ferrovie in Grecia, per
questo nasce in Grecia(anche il fratello conosciuto con il nome di Alberto Favigno) , da una famiglia
borghese-benestante. Alla morte del padre, la madre e si trasferisce in Italia e i figli iniziano a
studiare, Giorgio come pittore studiando all’accademia di belle arti a Monaco e il fratello studia
all’accademia musicale. Gli anni di formazione sono per lui molto importanti: a monaco ha modo di
conoscere le esperienze del simbolismo, osservare gli scritti di Nietzsche, approfondendo non solo
le tecniche della pittura ma anche di approfondire dei tremi maggiormente legati alla filosofia.
Qui lo vediamo in un autoritratto fatto in età giovanile, con una posa che riprende un ritratto di
Nietzsche.
Il passaggio originale del linguaggio pittorico di Giorgio de Chirico alla metaisica è raccontato da
tanto scritti autobiografici dove racconta che in età giovanile si trovava malato a Firenze presso uno
zio, siamo negli anni 10 del 900. Convalescente molto indebolito da questa malattia, si trova
davanti alla chiesa di Santa Croce, si trova in un momento in cui la piazza era deserta e da lì con
una sorta di allucinazione gli fa percepire lo spazio con queste architetture come qualcosa di
trascendente, lontano dall’esperienza dell’edificio popolato da persone all’interno di un contesto
urbano. Questo racconto si propone in una sorta di auto mitologia dell’artista. Non sappiamo quali
e quanti di questi dettagli del racconto siano reali o meno.
De Chirico fonde questi elementi elementari e sostanziali della sua autobiografia, con una relazione
forte con l’antologia greca, l’avvicinamento con la cultura te la filosofia edesca, l’avvicinamento alla
pittura di Bruklin, e trasforma la sua esperienza di pittore in progetto alimentato dalla creazione di
una auto mitologia ben specifica. Negli anni 10 De Chirico esprime quelli che sono gli elementi più
importanti della sua estetica, a differenza dell’esperienza degli artisti astrattisti, non intende
allontanarsi dall’ immagine figurativa che rimane una nota persistente e costante in tutti i suoi
dipinti: oggetti e soggetti riconoscibili che hanno un non so che di rassicurante nella loro
riconoscibilità, posti però in un contesto che non è un mondo reale, è un mondo parallelo vissuto
solo dall’arte. Lo fa grazie alla prospettiva del dipinto, con un piano fortemente inclinato, con una
prospettiva esagerata che pone al fondo di questo edificio il percorso di un treno che ha
dimensioni diversi. Vediamo lo spazio totalmente stravolto. Le architetture perdono quella che è la
funzione dell’architettura, non si capisce se sono spazi abitati o monumentali. Anche gli elementi
soggetti sono accostati in una maniera piuttosto casuale, a volte elementi autobiografici come i
treni che ricordano il padre o il torso marmoreo che ricorda il torso marmoreo classico. Accostato,
un casco di banane fuori contesto. Anche quello che sembra sensato in realtà non c’è
De Chirico ammette che la sua pittura non ha bisogno di rappresentare un mondo reale ma un
mondo differente, quello della pittura.
Troviamo qualche elemento che rimanda a Mondrian sulla pittura astratta.
Le rappresentazioni sono decisamente peculiari, in questo caso il piano inclinato ancora più
evidente. Anche in questo caso abbiamo di fronte un ambiente rilassato, con una scelta di colori
tersi, con questa piazza di color terra indistinto. È presente il treno, la scultura, l’architettura
veramente originale sullo sfondo. Vediamo questa torre che non assomiglia a una torre conosciuta.
Sulla cima sul tetto presenta dei vessilli che si muovono sul vento. Architettura del tutto
immaginata. Secondo de Chirico l’opera non deve avere significato, è in sé, è essenza,
raffigurazione, è uno strumento che io metto in scena utilizzando dei rimandi a un mondo delle
idee. Per quetso parla di metafisica.
De Chirico cerca collezionisti, e spesso si reca al centro dell’arte di quel periodo che è Parigi. A
Parigi lui e il fratello si avvicinano a molti artisti, come Picasso.
Della stazione è presente il treno e l’orologio, segni distintivi della stazione e poi l’architettura è
differente. Ritroviamo queste due figure umane che camminano in una discesa assolutamente
impossibile. Poi delle banane che ci fanno capire che si tratta di una rappresentazione costruita e
non veritiera.
Ritratto di Guillaume Apollinaire. Questo è un artista-poeta che frequenta un certo circolo di artisti.
È considerato un artista fuori dalle righe, che mettono in campo una iper-creatività che può
sconfinare nella vita reale. Sappiamo che Apollinaire e Picasso, nel momento in cui è stata rubata la
gioconda furono sospettati di essere stati proprio loro. In realtà de Chirico non si immerge né si
identifica in queste persone
De Chirico ha dei contati con il surrealismo, ma non vuole creare delle opere stranianti in sé ma
vuole delle opere che vivono solo nella pittura.
In questi anni prima della guerra, negli anni in cui De Chirico lavora a Parigi, comincia a inserire
elementi nuove. De Chirchio è più vicino al concetto di portare a un livello altro la pittura, cosa che
i surrealisti non facevano, il cui ideale era quello di confrontarsi con il mondo reale ma stravolgerlo
in un’idea di stressare la realtà e di portarla a degli esiti differenti che non hanno nulla a che fare
con una trascendenza. A differenza del surrealismo, in de Chirico c’è l’idea di mantenere le figure
ma stravolgendo gli elementi caratteristici della raffigurazione del reale.
La metafisica è una esperienza molto definita, ma de Chirico non fu metafisico per tutta la sua vita.
Questi anni prima della guerra, de Chirico anche nella esperienza parigina va ad ampliare il suo
alfabeto pittorico, inserendo all’interno delle sue scene anche quelli che sono i cosiddetti
manichini, utilizzati nelle scuole d’arte rappresentando la figura umana che vengono alterati e
utilizzati per inserire la forma dell’uomo e per sostituire quella che era la parte dedicata alla
rappresentazione della scultura antica. Vediamo questa forma che sono un misto tra un manichino
e una forma umana e ha i colori della statua marmorea, il tutto stravolto da questa testa di
manichino in legno. Allo stesso modo troviamo a destra questa testa di manichino in legno, che
echeggia e spunta dall’angolo.
Dietro il dipinto che rappresenta un‘architettura con lo sfondo azzurro, abbiamo un piano di un
tavolo estremante inclinato. Dove finisce il paesaggio e dove il tavolo non si capisce, è un totale
straniamento, con una evocazione molto chiara di scorci architettonici molto precisi, con la
riproduzione di elementi del rinascimento italiano, che ci richiama ad elementi che ci sembrano
familiari, come la grande piazza alle spalle di Cristo che consegna le chiavi del Perugino, dove ci
sono sullo sfondo architetture notevoli ma che popolate da figurine microscopiche che non sono in
scala con il dipinto ma che comunque sembrano essere perfettamente armoniche. Questa
armonia, caratteristica dell’Architettura rinascimentale è mediata dalla pittura coltissima di de
Chirico.
Durante la guerra la madre di de Chirico si trasferì a Ferrara, e fece in modo che i figli facessero il
servizio militare. De Chirico non aveva condizioni di salute eccelse, quindi spesso non era in grado
di compiere grandi imprese fisiche, a Ferrara lui rappresenta spesso ambienti chiusi, di interni, in
questi interni ci sono oggetti che hanno a che fare con la dimensione domestica e che hanno a che
fare con l’esperienza di de Chirico. All’interno di questa cornice sono presenti questi biscotti
presentati come se fossero un quadro.
Alcuni dipinti di de Chirico di questi anni della guerra vanno a rafforzare quella che è l’inserimento
di elementi del tutto geometrici e dei contesti che posso essere di tipo architettonico.
Il richiamo di questi anni alla pittura rinascimentale non è casuale. Se pensiamo agli studi della
prospettiva e degli spazi realizzati da Piero della Francesca, paolo uccello, possiamo notare lo
studio di elementi geometrici sempre più complessi che poi vengono sublimati nella realizzazione
delle grandi architetture utopiche. Queste forme geometriche sono delle sfide che gli artisti
rinascimentali prendono e che interpretano nelle forme di una rappresentazione tridimensionale
sempre più azzardato. Ad esempio, lo studio del MAZZOCCHIO, si trattava di un elemento rigido,
con una forma di grande ciambella che veniva posto sulla testa e attorno al quale si avvolgeva della
stoffa che creava un copricapo. Questo elemento, che fa parte della moda, non è di per sé un
elemento di grande interesse ma fu oggetto di studio per la prospettiva.
Anche de Chirico si rifà a un mondo di immagini e di geometrie all’interno della sua pittura e
inserisce spesso questi elementi geometrici di solidi di diversa foggia all’interno dei suoi paesaggi.
In questi paesaggi metafisici troviamo la contrapposizione di un paesaggio distinguibile con poi un
piano inclinato con appoggiato elementi di diversa natura, cerando elementi di contraddizione,
come la sfera che non potrebbe stare in equilibrio su quel piano.
De Chirico continua a sperimentare e sottolineare quali forme la propria pittura possa avere.
Arriva poi, nel periodo ferrarese, a fare delle grandi piazze, viene riconosciuta come opera
ferrarese per la raffigurazione di una architettura reale, attraverso l’architettura ideale del castello
Estense. Non è in realtà una rappresentazione puntualissima. È inserita in un ambiente urbano del
tutto inventato. Abbiamo la piazza che è un piano inclinato che finisce a un certo punto, il piano
finisce ad un certo punto con questo manichino che non è né un manichino vero e proprio né una
statua, è un vero e proprio ibrido. Ancora più straniante è il fatto è che c’è si un rimando alle
sculture classiche ma poi c’è la testa di un manichino, quanto di più siamo al di fuori della realtà.
Alcuni elementi geometrici sono inseriti, con colori differenti che si stagliano in questa
composizione no sense come quella dei surrealisti ma con l’obiettivo di creare uno spazio pittorico
rassicurante, che vive in sé stesso.
C’è il rimando delle città ideali. C’è sicuramente il ricordo del rinascimento. Spesso nella pittura,
parlando di architettura si prefigura una città utopica con delle architetture perfette, con dei servizi
di tipo utopico. Non è una città reale o vissuta, non ci sono persone. È un repertorio di immagini
reali. Quindi da questo De Chirico attinge una certa ispirazione.
1916: questo dipinto inserisce un altro ingrediente: la carta geografica un interno, inserisce un
elemento che è un altro ingrediente importante in questa fase della sua produzione. È la carta
geografica. De Chirico svolgeva il servizio militare, le carte geografiche sono utilizzate per scopi
bellici. Nella Prima guerra mondiale, il campo italiano è stimolato dalla conquista nella definizione
dei confini in particolare per quello che riguardava l’aria di Fiume, dell’Istria, di Trieste. Questo
elemento diventa un elemento molto presente nella pittura di de Chirico. Anche questa carta però
è immaginaria, ci dà una rappresentazione di un qualcosa di riconoscibile e tranquillo ma dietro ci
sono tantissime cose, che non si distinguono , in unno spazio che non si definisce bene.
Il periodo ferrarese è anche importate perché viene a costituirsi un gruppo di artisti che ragionano
contestualmente attorno ai temi della metafisica, come il bolognese Giorgio Morandi.
Si forma un ‘amicizia tra i due, Morandi trova un’affinità all’arte di de Chirico nella realizzazione di
immagini reali, con un confronto con il reale ma che possano diventare stranianti. Questo
elemento viene preso da Morandi che lo interpreta nelle sue nature morte.
Capiamo gli elementi tipici della natura morta, la costruzione di una palette colori essenziali,
oggetti veri, minimalisti ma allo stesso tempo troviamo all’interno un elemento straniante che ci
porta nella dimensione metafisica che è questa mezza testa di manichino, che stravolge anche la
prospettiva in base a come è messa.
Morandi passa dalla metafisica e sviluppa poi una sua arte che ha un linguaggio ben definito,
chiaro che con De Chirico ha in comune la ricerca della forma essenziale,dei colori essenziali e che
in Morandi va esplicando nella rappresentazione di scene in interno con natrue morte, dove le
forme rappresentate sono forme perfette.
Altro personaggio che fa parte di questa triade di artisti che ragionano negli anni ferrarese è
Carlo Carrà, uno dei fondatori del futurismo, è un artista che attraversa varie fasi molto differenti,
alla ricerca di una sua via. Dal futurismo, con l’esaltazione del movimento, dell’opera d’arte come
manifestazione di una esperienza di vita estetica, negli anni ferraresi si avvicina a de Chirico e
condivide con lui questo linguaggio metafisico. In questa fase, Carrà mantiene un collegamento
molto stretto con delle rappresentazioni ben riconoscibili e che non possono in qualche modo
essere confuse con altro. In questo caso all’interno vediamo degli elementi geometrici non
distinguibili con elementi distinguibili.
Carrà rispetta e richiama quelli che sono gli elementi che de Chirico presenta nella sua pittura, non
manca l’elemento geometrico rappresentato da quella piramide posta sullo sfondo, l’elemento
della carta geografica che mostra l’Istria, distinguendo un’area geografica, invece nella figura del
manichino riconduce la figura umana , come una statua che rappresenta un momento di vita
contemporanea , una attività umana, per renderla meno umana ha la sua teta da manichino . Gli
elementi che richiamo una realtà concreta sono: la stanza che è riconoscibile, il dipinto che
rappresenta delle architettura : in quetso caso gioca con una non corrispondenza prospettica tra
quello che è raffigurato nel dipinto e quella che è la forma del dipinto. Il dipinto è messo in una
prospettiva che la restituisce, mentre le raffigurazioni sono quasi frontali creando un gioco di
percezioni alterate tra lo spazio e quello che viene rappresentato.
L’esperienza di Carra in ambito metafisico dura poco tempo.
Anche il tema del tennis viene ripreso, con l’immagine di questa figura che ha le sembianze umane
tra lo statuario e l’umano che si staglia contro un elemento che stravolge la percezione dello
spazio: questo triangolo, posto in quetso modo che riprende i colori del suono e del cielo. È un
elemento concreto che segna una prospettiva, potrebbe però essere anche una percezione di
scavalcamento dello spazio che viene in qualche modo spostato come se fosse tagliato e portato
avanti.
18-21: riconosciamo Carra con le sue rappresentazioni del tennis ma con una idea lontanata dalla
metafisica. Siamo in una stanza molto riconoscibile, con dettagli ben rappresentati puntualmente.
Ci richiama però una figura umana precisa. C’è l’idea di ritrarre un personaggio più reale in un
contesto che ha ancora qualche elemento metafisico. C’è un abbandono graduale della metafisica,
e diventa un momento di riposo dopo l’esperienza futurista e riflessione e poi lo porterà alle
relazioni di opere del tutto diverse.
Il posto in cui la metafisica riesce ad esprimersi è una rivista, chiamata Valori Plastici. L’editore è
Mario Broglio, molto attento alle forme più attuali dell’arte negli anni del dopoguerra, ed è un
luogo letterario dove si confrontano artisti letterari, come de Chirico,Carra, Savigno, i quali
raccontano la loro esperienza nell’arte. De Chirico realizza la sua prima grande mostra a Roma nel
1919 presso la Casa d’arte Bragaglia. La sua galleria d’arte fu una vera e propria culla di tutti quegli
artisti che si sono rivolti alla metafisica e poi ad altre forme legate a valori plastici. Questo è un
autoritratto.
Quetso dipinto porta Carrà al di fuori dell’avventura metafisica, sebbene ancora ci siano degli
elementi che ne indicano un collegamento.
Il titolo di questa opera è le figlie di Loth, secondo la bibbia Dio decide di distruggere tutta la città
perché immersa nel peccato tranne questa famiglia che era giusta. Questi però non dovevano più
voltarsi. La moglie di Loth però si gira e diventa una statua di sale. Le figlie cominciano a pensare
che la tribù di Loth non avrà alcuna discendenza, per cui ubriacano il padre e giacciono con lui.
Sicuramente qui non sembrano esserci le figlie di Loth, l’idea è quella di straniare. Io do un titolo
ma rappresenta altro, danno un’altra prospettiva. Anche in questo caso troviamo una prospettiva
inclinata, azzardata.
Quest’opera viene presa in considerazione per definire il passaggio di Carrà a una nuova forma
d’arte, che caratterizza la sua produzione degli anni 20. La sua pittura si avvicina a una sensibilità
del realismo magico, ponendo l’attenzione alla riconduzione delle figure rappresentante alla figura
del realismo sintetico di Giotto. Questa fase apre le porte di una nuova fase artistica di Carrà.
Negli anni 20 tutto questo troverà manifestazione nel 900 italiano . Quindi de Chirico continua la
sua esperienza metafisica , negli anni 20 Carrà si stacca alla metafisica e ritorna all’ordine che sarà
rappresentato dalle politiche di Margherita Sarfatti nella realizzazione di un’arte italiana e
significativa, il cosiddetto 900 italiano.
Tra i maggiori rappresentati del 900 italiano troviamo Mario Sironi, i cui valori ispiratori sono : il
valore legato alla tradizione, il 900 italiano è un’arte nuova che non ha nessun tipo di derivazione o
ammiccamento con l’arte internazionale ma con dei linguaggi propri che derivano dalle tradizioni
che arrivano dal passato.
I metafisici, nel frattempo, mettono un po’ da parte la metafisica, De Chirico e Savini si
trasferiscono a Parigi e entrano a far parte del gruppo di artisti degli italiani parigini.
De Chirico in questi anni abbandona un pò il linguaggio precedente e si avvicina a delle
rappresentazioni che richiamano un mondo classico, in questi anni lavora anche a esperienze
diverse, in particolare con il fratello Alberto alla messa in scena di alcune opere musicali. (Savinio
era un musicista anche) e per la messa in scena della morte di Niobe realizza dei costumi.
Dipinto tipico di questo periodo di De Chirico: riprende un attenzione del mondo greco e la
interpreta nella forma contemporanea. Lèonce Rosenberg è un grande collezionista francese, c’è
un libro che ripercorre la ricostruzione di questo grande collezionista.
Parigi negli anni 20-30 era il luogo dell’incontro e del confronto sulle arti. Vediamo che c’è una
conferenza sulla pittura contemporanea. Notiamo la partecipazione numerosa delle persone.
Anche Savinio realizza diversi dipinti, che richiamano ancora un po’ il mondo metafisico. Savinio è
un personaggio straordinario anche scrittore.
“ascolta il tuo cuore città”.
Nella collezione i Paule Guillame,c’è un opera di Savinio che negli anni parigine mise in scena anche
opere teatrali molto interessanti. Vediamo come l’arte ha deciso delle strade anche seguendo il
gust colleziostico preciso
Abbiamo visto che de Chirico dal 25 in poi va abbandonando quello che è il linguaggio metafisico
della sua opera, in particolare negli anni 20-30 sviluppa un gusto straordinario con la
riproposizione di soggetti di carattere legati alla Grecia o all’antica Roma. Ad un certo punto
pongono l’attenzione verso le opere di de Chirico, sulla fase metafisica, cosicché nel 35-36 c’è un
grande mostra a new York dedicata a de Chirico metafisico. Le opere esposte sono metafisiche. allo
stesso modo nel 36-37 vediamo la prima mostra che mise enfasi all’opera dei surrealisti francesi
ponendo l’opera di de Chirico come una sorte di anticipazione. Se vediamo le didascalie di De
Chirico del Moma c’è un richiamo diretto di de Chirico come ANTICIPATORE del surrealismo.
Ma in questo contesto vince il mercato. Quindi abbiamo varie opere dell’ultima fase di vita di de
Chirico che riprendono gli stilemi metafisici con un’ispirazione assai più spenta.
L’influenza di de Chirico lo troviamo nella conica d’Aldo Rossi, con le tea coffee, caffettiere che
riprendono le architetture geometrizzanti di de Chirico.
Anche nell’architettura, in epoca fascista nelle nuove città umane raziali, alcune piazze sono
ispirate alle piazze ideali di de Chirico, con edifici stranianti che richiamano l’atmosfera del
rinascimento antico.