Santo Stefano, la Redosega e i so dodese Redosegot
Leggenda del Sospirolo
di Lucio Giuseppe Tarzariol
Molti a Gron di Sospirolo conoscono la curiosa leggenda nella quale si racconta che, a mezzanotte,
le acque del Mis e del Cordevole si fermino per lasciar passare la Redosega e i so dodese
Redosegot. Questa straordinaria e fantastica figura riprende l’ancestrale orrenda caccia notturna
piena di storie paurose e leggende medioevali che spesso nascondono curiosi e misteriosi
avvenimenti; pochi però conoscono la sua vera origine. Gron di Sospirolo, che si trova a sud del
capoluogo, su un pianoro, per l’appunto, alla sinistra del torrente Mis, a circa 343 metri di altezza,
ha come patrono del paese Santo Stefano. Al quale è intitolata anche un’antica chiesetta che fu una
delle prime cappelle della pieve di Sospirolo, risalente al XII secolo, sebbene venga citata per la
prima volta solo nel 1598.
Si racconta che gli abitanti del paese, “illuminati” dal loro parroco e dalla Chiesa Cristiana,
conoscevano la storia del suo martirio, sapevano che Santo Stefano, molto tempo prima, al tempo in
cui visse Gesù, ispirato dallo Spirito, alzò gli occhi al cielo dicendo: “Ecco, io contemplo i cieli
aperti e il Figlio dell’uomo, che sta alla destra di Dio”. Fu a quel punto, infatti, che i presenti lo
trascinarono fuori dalle mura della città e presero a lapidarlo alla presenza di Paolo di Tarso,
chiamato anche Saulo.
Correva l’anno 1598 e a Gron di Sospirolo si festeggiava ancora una volta, come da più di
trecento anni, la tradizionale festa di Santo Stefano, e sempre in quella vecchia e solita cappella del
XII secolo.
Fu nei giorni antecedenti la festa che, passando a piedi nei pressi della Valle del Mis, un povero
straniero senza dimora venne accolto dal parroco del paese il quale, avendo bisogno di aiutanti in
vista della visita pastorale del vescovo, lo fece subito sacrestano, assegnandogli il compito di
provvedere alle faccende della chiesa. Fu proprio pochi giorni prima di Natale che, tornando dal
paese, lo sprovveduto si imbatté nella Redosega e i so dodese Redosegot che erano usciti per
compiere le loro solite malefatte, che il paese aveva ormai imparato ad accettare. Costoro,
prendendo altra forma, abbindolarono il povero nuovo sacrestano che stava portando i soldi della
questua alla cappella di Santo Stefano, facendogli attraversare il ruio e, nel momento più critico,
iniziarono a tirargli sassi, lapidandolo proprio come fu lapidato Santo Stefano, e rubandogli
successivamente i soldi che andarono ad aggiungersi al loro già sostanzioso tesoretto che tenevano
ben nascosto chissà dove. Il Mazarol che si aggirava nei dintorni, vedendo la scena, lasciò persino
la sua impronta dopo un agile balzo per scappare dall’anziana Redosega.
Venne la fatidica “fredda sera” dei festeggiamenti di Santo Stefano e tutti seguivano la
processione lungo la strada che portava alla cappella del santo per ricordare il suo martirio. La
processione giunse sul posto all'imbrunire e già c'erano alcuni prelati, il vescovo con alcuni
chierichetti che celebravano una funzione, che chiamavano “Sacra Festa”. Il terreno era una distesa
fatta a terrazze; i gradini che discendevano sempre più verso la valle e i boschi erano avvolti in una
fitta nebbia che saliva dai torrenti lì vicini. E mentre il buio avanzava lentamente, uno dei prelati
fece volgere gli occhi della gente al cielo e disse: “Gli uccelli iniziano ad aumentare, a riunirsi
sempre più. Sarà successo qualcosa?”
A poco a poco il cielo si gremiva, in modo impressionante, sempre più di uccelli provenienti dai
Monti del Sole, e lo sguardo delle persone presenti si riempiva della visione dell'enorme nuvola
nera che puntava verso uno degli alberi più elevati all'inizio del bosco lì vicino. Era una visione
incredibile, gli uccelli erano a milioni e sembrava non finissero mai, muovendosi da sud-est verso
nord-ovest.
Mezzora dopo l'inizio, l'indicibile. Con un forte tuono ed uno squarcio nel cielo iniziarono ad
apparire gli angeli, capeggiati da Santo Stefano. La gente prese atto che era accaduto qualcosa di
grave, che era iniziata una guerra che c'era da sempre, e che bisognava dissetare gli angeli affinché
ritornassero là da dov'erano venuti. Ma cos'era mai successo? I cittadini con quella festa, secondo il
vescovo e i prelati, dovevano fare qualcosa per ricacciarli, ma non era ben chiaro che cosa si
dovesse fare. A tarda sera alcune persone, assieme al sacerdote e al vescovo, presero una barca e
s'inoltrarono al centro del lago di Vedana per scovare la Redosega. Giunte lì, la svegliarono e la
istigarono tanto che essa uscì fuori dalla sua stravagante dimora galleggiante coi suoi dodici
Redosegot e, scappando, si inoltrò verso la cappella di Santo Stefano. Gli angeli si confondevano
con gli uccelli, e appena videro la Redosega e i suoi compagni iniziarono a scendere lanciando dei
coltelli per uccidere a sangue freddo qualsiasi cosa si presentasse al loro sguardo. Da un posto lì
accanto alcuni paesani, incaricati dal vescovo, aperto un recinto che era nascosto dalle siepi, fecero
uscire una creatura che aveva dell'incredibile, la quale si diceva essere uno dei demoni della
Redosega, catturato pochi giorni prima, e che non poteva morire perché proveniva dall’inferno. Era
una creatura alata e dal suo corpo si dipartivano decine di lame, appese come piume. Appena giunse
all'esterno fu attaccata dagli angeli, e mentre questi dal cielo la colpivano ininterrottamente coi
coltelli, quella creatura orrenda rispondeva altrettanto da terra finché fu bersagliata così tanto che,
cambiando colore, cadde a terra tramortita.
In fretta e furia i paesani si dispersero, e il vescovo riferì al sacerdote e a quei pochi che erano
rimasti lì presenti che tutto quanto si stava compiendo era di fatale importanza per il paese, anzi per
il mondo intero. Quello che avevano visto era un evento che faceva parte della perenne lotta tra il
Bene e il Male; era un qualcosa che doveva accadere, e si doveva portare a termine la celebrazione
del rito poco prima iniziato in modo che, adempita la loro vendetta, gli angeli poi sarebbero tornati
da dove erano venuti.
Uno dei capi del paese, lì presente, che aveva sentito le testimonianze del Mazarol, rievocò
pubblicamente il fatto, che il vescovo e il sacerdote già conoscevano; e raccontò che la Redosega e i
so dodese Redosegot avevano ucciso il nuovo sacrestano che stava portando i soldi in chiesa,
lapidandolo come il Santo; e gli angeli e Santo Stefano, questa volta, probabilmente, avevano
voluto la loro vendetta.
La Redosega era scomparsa e gli angeli non apparvero più nel paese, ma il suo tesoretto è ancora
nascosto tra le montagne del Sospirolo. Tra l'altro il toponimo, che si dice derivi dal latino “sub
speronem” e che voglia dire 'sotto il monte Sperone', avrebbe un significato diverso. C’è chi dice,
per l’appunto, che significhi “un sospiro sotto il monte Sperone”, e ciò fa alludere alla pace
sopravvenuta dopo la vendetta perpetrata dagli angeli di Santo Stefano. Per quanto riguarda il
tesoretto della Redosega, c’è chi sostiene sia lo stesso tesoro di Cornia, in quanto la Redosega lo
avrebbe rinvenuto dopo il terremoto del 1117. Altri ancora credono che il tesoretto sia un altro,
celato in una cassa sotto le masiere vicino alla Certosa, che si dice sia custodito da un drago o
basilisco che vive ancora oggi nel lago; ma chi sa quale sia la verità? Certo è che se si potesse
prosciugare il lago di Vedana, probabilmente si troverebbero ancora le prove; sotto quel fango
verrebbero forse rinvenuti i resti dei corpi della Redosega e dei suoi dodese Redosegot. Qualcuno
crede che in realtà essa non sia ancora morta e giura di averla vista, di notte, aggirarsi tra le acque
del Mis e del Cordevole; ma forse sarà solo il suo spirito a girovagare, costretto a rimanere nel
luogo della condanna.
Notizia dell’ultima ora:
Un ricercatore, di cui non è stato divulgato il nome, ha rinvenuto sul fondo del Lago di Vedana
alcune lame di una lega sconosciuta. Lo studioso sostiene che questi reperti sono di natura
extraterrestre.